Autismi 14 – Il mio migliore amico (2a parte)

30 ottobre 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

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Poi i nostri incontri hanno cominciato a rarefarsi. Io lavoravo all’estero, e lui frequentava persone che manco conoscevo: molti dei suoi nuovi amici erano bevitori professionisti come lui. Remava di lena verso il traguardo delle trecentoundicimila lattine di birra e delle centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Lo cercavo, ma lui rinviava, si presentava agli appuntamenti in compagnia di altri tizi, mi tirava dei bidoni. Qualche volta mi chiedeva dei soldi, e poi si dimenticava di restituirmeli. Non ero più in una posizione privilegiata, mi accorgevo. Ma non demordevo. Spesso tornavo nella nostra città solo per vedere lui, e aspettavo invano. Avevo fatto migliaia di chilometri per niente. Più spesso mi dedicava i dieci minuti prima che partissi, nel suo stile più economico, più sbrigativo. Dieci minuti molto intensi, quel tanto da tenermi al guinzaglio, da avere l’impressione di essere lui a gestire la cosa.

Le cose che gli dicevo entravano pur sempre in circolo, irroravano tutto il clan. Soprattutto in fatto di amanti. Spesso era lui che me le aveva presentate, per non dire me le aveva messe nel letto, ma questo dettaglio si perdeva ogni volta per strada. Facevo più o meno le stesse cose che aveva sempre fatto anche lui, anche se certo in maniera più goffa, più autistica, ma a quanto pare mi presentava come un poco di buono, come un profittatore. Come un maiale. La sezione femminile del clan mi lanciava allora sguardi di puritana riprovazione, e lui gongolava come un cammello sazio. Il dubbio che facesse apposta era sempre più tenace.

A un certo punto ho dovuto strapparmi da lui. Come si sradica l’amo dalla bocca di un pesce, per ricuperarlo. Ci ho messo molto tempo a capire che dovevo estirparmi da quel suo bisogno di controllare la mia esistenza senza essere presente. Staccarmi da quella rete di ragno in cui mi teneva prigioniero, da quella necessità insoddisfatta e forse insoddisfabile che avevo di lui. Separarmi da quella parte di me stesso che non poteva vivere senza di lui. Accettare di non aver alcun puntello, di essere solo.

Nessuna separazione mi ha fatto così male. Mi svegliavo la mattina e pensavo che lui non c’era più, e quindi la mia vita non aveva senso, non valeva la pena di essere vissuta. La mia carne era rimasta saldata alla sua, come quando si incolla la lingua a una superficie metallica gelata. A volte riaffiorava l’illusione che forse mi avrebbe cercato, come una ferita ricomincia senza preavviso a sanguinare. Per mesi, per anni. Vivevo la mia esistenza come un esule, come un intruso. Ma lui non si faceva vivo. Era sempre più preso dall’alcol, dai suoi nuovi amici, da quelli vecchi, dalla fidanzata del momento, dalla passione laclosiana per la prima ex-fidanzata, dalla normale conduzione del suo gruppo. Dei suoi progetti artistici se ne parlava sempre meno. Era preso fino al collo dalla vita. Nello strappo della separazione la vita era restata dalla sua parte.

Avevo delle notizie indirette, perché vedevo saltuariamente alcuni membri del clan. Continuava a fare delle foto mediocri, delle foto pedisseque da pedissequa provincia, con sguardi però di scaltro fotografo di grido. Continuava a credere, o almeno a far credere, che il capolavoro prima o poi sarebbe arrivato. Continuava a dedicarsi con una laica abnegazione alle persone del suo giro, ai suoi apostoli. Continuava soprattutto a far girare il contatore delle birre e delle sigarette, con le tipiche defaillance del caso. Adesso gli ruotava attorno anche una ragazzaglia con velleità artistoidi, che lo venerava e al cospetto della quale indossava ambigui vestimenti paterni. Avevo l’impressione che ne ricavasse del riconoscimento non troppo impegnativo da ottenere, offrendo dell’affetto anch’esso a buon mercato. Come altre persone hanno bisogno di un cane. Ma beveva pur sempre a gran sorsi dalla coppa della vita, come aveva sempre fatto: ogni santo giorno beveva a sazietà dalla coppa della vita. Mentre io mettevo in atto stitiche strategie di sopravvivenza. Col tempo mi ero però abituato alla sua essenza. Come si viene a patti con un’amputazione, con il dolore del membro che non c’è più.

In realtà molte altre persone, visto con il senno di poi, hanno dovuto separarsi da lui. Le fidanzate, in particolare. La gattaccia itinerante, la prima, ma anche tutte le successive. Stavano con lui tre anni, cinque, dieci, e poi capivano che dovevano mettersi in salvo, che era questione di vita o di morte. Ci mettevano tre anni, cinque, dieci, a seconda del carattere e delle circostanze, a capire che dovevano svignarsela, ma alla fine lo lasciavano. La differenza era che loro rimanevano nella sua cerchia, nel girone anzi dei fedelissimi. Lui riusciva ogni volta a confondere le acque, a fare in modo che non si capisse bene chi avesse lasciato chi, evacuando ogni rancore, ogni tragicità. Molto del suo tempo lo dedicava proprio alle ex-fidanzate. Con commossa dedizione, con passione, con gioia. A ognuna dava o procurava dei lavoretti da fare, le aiutava nelle cose pratiche come amano essere aiutate le donne, diventava amico dei loro nuovi compagni. Forse alcune continuavano a essere sue amanti, ma non potrei dirlo con certezza. Quel che è certo è che tra loro erano di solito molto amiche: si frequentavano, andavano in vacanza assieme.

Gli anni passavano, e anche il passato passava, per effetto delle incessanti riverniciature impermeabilizzanti che operano gli anni. Restava pur sempre il mio migliore amico, ma non avevo più bisogno di vederlo. Ero anzi sollevato dal pensiero che non lo avrei visto. La mia cosiddetta vita aveva un minimo di senso e una minima possibilità di proseguire solo se non lo vedevo, se avevo la sicurezza di non vederlo. Avevo conosciuto altre persone, un po’ alla volta mi ero fatto altri amici. Degli amici con le loro parole enigmatiche e i loro mondi da scoprire. Degli amici non laclosiani, fedeli. E ero riuscito a dare spazio alla mia vocazione. Certo non vivevo nel vero senso della parola, certo ero più propriamente uno spettatore, un intruso in perenne attesa, un passante distratto, ma quella era pur sempre la mia vita. Se cercavo di immaginarmi come sarebbe stata la mia esistenza senza la separazione, vedevo solo cupezza e disgrazie. Vedevo il nulla della morte. Avevo fatto la mossa giusta al momento giusto, non avevo il minimo dubbio. Ma il mio migliore amico restava pur sempre lui. E la coppa della vita restava pur sempre saldamente nelle sue mani.

Continuava a fare girare a folle velocità il contatore dell’alcol e delle sigarette, come aveva imparato nel paesino in Alto Adige. Già le cifre marcate erano nell’ordine delle centinaia di migliaia. Con quei ritmi non poteva durare molto, era il primo a saperlo. Prima o poi doveva venire a patti con l’anziana falciatrice che aveva sempre preso per il fondelli.

Ha finito per scegliersi una morte dilazionata nel tempo, una morte che ha coinvolto anima e corpo tutto il suo clan. Una morte dolorosa, sempre più dolorosa, sempre più straziante, indossata beninteso con la sua abituale leggerezza, la solita lucidissima insolenza, la consueta signorile nonchalance. Si aveva anzi l’impressione che proprio lì desse il meglio di sé, che tutto quello che era successo prima fossero solo delle prove. I suoi adepti lo aiutavano e lo sostenevano, e lui sosteneva loro, proprio perché aiutandolo ad oltranza e soffrendo per lui avevano bisogno del suo sostegno. Sul cammino della propria autodistruzione il clan dava il meglio di sé stesso.

Il giorno che ho saputo che aveva un cancro alla gola mi è venuto un micidiale mal di gola. Mi trovavo a un paio di migliaia di chilometri, e l’inverno era già finito da un pezzo, ma mi è preso lo stesso un mal di gola lancinante. Di colpo. Non potevo deglutire, potevo a stento bisbigliare. Avevo male al cancro alla gola del mio migliore amico. Il mio migliore amico che non vedevo più da anni. Mi è durato forse una settimana, poi mi è passato.

Io sapevo che era molto malato, ma non andavo a trovarlo. Non potevo andare a trovarlo. Pensavo spesso a lui, però non riuscivo a andare a casa sua, e nemmeno a telefonargli. Ormai erano quindici anni che non ci frequentavamo più, ma era ancora troppo pericoloso, la ferita non era ben rimarginata. Anche con il solido pretesto del cancro era troppo compromettente. Non potevo rischiare di essere fagocitato di nuovo dalla sua cerchia, che era ancora lì, più temibile che mai. Reso agguerrita dagli anni, come una vecchia belva affamata e piena di cicatrici. Avevo bisogno di salvaguardare il mio estraniamento, il disastro della mia esistenza. Non mi sentivo ancora al sicuro.

Non lo vedevo, ma avevo delle notizie indirette. Sapevo che la chemioterapia gli aveva bruciato le ghiandole salivari e i tessuti della gola. E quindi poteva alimentarsi solo con una cannula. I suoi tessuti erano inconsistenti, da un momento all’altro potevano lacerarsi e inondargli il torace di sangue. Neanche parlarne di bere e di fumare. Il contatore s’era bloccato su trecentoundicimila lattine di birra e centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Mi dicevano però che ogni tanto si accendeva una cicca e se la teneva in bocca. Non poteva aspirare, ma la teneva tra le labbra. Continuava a bere dalla coppa della vita, quello che restava sul fondo della coppa della vita.

A un certo punto hanno dovuto operarlo d’urgenza, perché era cominciata un’emorragia. Alla fine dell’operazione il chirurgo, che aveva avuto modo di conoscerlo, e ne era stato conquistato, piangeva. Ho fatto quello che ho potuto, ma non era possibile, diceva. Non era proprio possibile, i tessuti erano tutti incollati, appena li toccavi si sbrindellavano, diceva. E invece è sopravvissuto. I tessuti dell’esofago si sono in parte ricostituiti, tanto che a un certo punto ha potuto ricominciare ad alimentarsi con degli alimenti liquidi o semiliquidi. I medici dicevano che non avevano mai visto una cosa del genere. Lui aveva ricominciato a lavoricchiare, a fare dei viaggi. Ad agitarla bene nella coppa restava ancora qualcosa.

Poi però è venuto fuori un altro tumore, questa volta all’esofago. Tutti sapevano cosa voleva dire quel cancro all’esofago. Lui per primo. Continuava però a mostrarsi tranquillo e fiducioso. Parlava del futuro, parlava di un lungo viaggio in India che intendeva fare. Si è fatto rinnovare il passaporto. Parlava di guarigione completa. Certo ogni tanto prendeva da parte qualcuno e dava delle disposizioni riguardo alle sue cose. Le macchine fotografiche, l’auto. Ma lo faceva come mettendo in conto un’eventualità tra le tante, una delle meno probabili. Se dovesse proprio andare male fai così e fai colà, diceva. Non era certo il tipo da trascurare gli aspetti materiali, complicando poi le cose alle persone alle quali voleva bene.

Una notte è venuto a salutarmi. È qui che volevo arrivare. È venuto lui, sua sponte. Sapeva che doveva muovere il culo lui, visto che era lui che mi aveva abbandonato. Mi si è avvicinato e ha appoggiato il suo petto contro il mio. Avevamo entrambi la testa china, come quegli uccelli dal collo lungo che si vedono da lontano nelle paludi. Non avevo mai provato una sensazione di pace così grande, così pervasiva. Non parlavamo, stavamo semplicemente lì appiccicati uno all’altro, assorti in quel contatto di carne e di anime. Un’intimità che aveva il gusto familiare delle nostre notti. Siamo rimasti così diverso tempo, o almeno così è parso a me. Senza parlare, solo respirando. Poi però si è raddrizzato, perché doveva andare. Doveva andare da qualche parte, come aveva sempre dovuto andare da qualche parte. Doveva andare a bere dalla coppa della vita. In una mano aveva una delle sue fiaschettine da superalcolico, con un collo però lungo e sottile, una forma bizzarra che la faceva assomigliare a una ricercata bottiglietta di profumo. Ma la pace di quel contatto s’era incistata in me. Era solo un sogno, però la pace era rimasta, anche da sveglio.

Quel mattino pensavo che mi avrebbero detto che era morto durante la notte. E invece non era morto, non ancora. Del resto a ripensarci non sarebbe stato da lui, passare a prendere commiato solo all’ultimissimo momento, fare una cosa tanto importante di fretta. Non avrebbe rinunciato al suo stile, fino alla fine sarebbe rimasto lui, era evidente. Ho poi saputo che molti altri suoi amici hanno avuto sogni dello stesso genere, e nell’identico periodo. Apparentemente aveva fatto il giro di tutti, come sempre dando a credere a ognuno di avere una relazione preferenziale. Come sempre aveva fatto le cose bene, di sicuro non aveva dimenticato nessuno.

Nelle ultime settimane i fratelli e gli intimi hanno dovuto erigere una barriera attorno al suo capezzale. Troppi amici e troppi conoscenti avrebbero voluto venire a trovarlo, insistevano per fare le notti al suo fianco, per dare una mano in qualche modo. Non era possibile, erano troppi. Erano persone alle quali lui voleva bene, ma proprio per questo non aveva le forze per accoglierli tutti, per essere se stesso con tutti, per dare a ognuno l’impressione di essere insostituibile. Lo avrebbero ucciso. Bisognava sfoltire. Bisognava limitare drasticamente l’accesso ai più intimi. Se però io avessi chiesto di vederlo mi avrebbero lasciato, perché tutti erano a conoscenza della relazione che avevamo avuto. Lo avrebbero anzi trovato normale. Ma non sono andato.

La metastasi aveva preso le ossa del bacino, le aveva ridotte a poltiglia. Schegge di ossa affioravano dalla pelle, e nonostante i cerotti di morfina e gli altri antidolorifici ogni movimento era una tortura. Per fargli i clisteri dovevano girarlo nel letto, era ogni volta una interminabile sevizia che lo faceva sgolarsi di dolore. Ma aveva ancora voglia di vivere, era determinato a battersi. Viveva due ore di tregua dal male come una eccitante avventura. E parlava ancora del viaggio in India che aveva intenzione di fare. Ogni tanto chiedeva che organizzassero un festino, che consisteva nell’avvicinargli alla bocca una sigaretta, dandogli l’impressione di fumare. Si godeva la vicinanza di quelle persone che lo amavano e che amava, quelle persone alle quali aveva dedicato la sua esistenza. La fidanzata del momento, le varie ex fidanzate, gli amici, i fratelli. A ognuno continuava a donare momenti struggenti, da ognuno prendeva amore, senza beninteso alimentare gelosie, rafforzando anzi la coesione della masnada. Continuava a vivere la sua vita. Beveva le ultimissime gocce della coppa.

Aiutatemi ad andare!, si è messo a urlare alla fine. Anche con le dosi massicce di morfina il dolore era insopportabile. Me lo avete promesso!, urlava. Non era più lui che tirava le fila. La coppa della vita era vuota. Implorava aiuto. Allora i fedelissimi lo hanno aiutato ad andare.

a Paolo B.

(Immagine: O. Redon, Bateau mystique)

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5 Responses to Autismi 14 – Il mio migliore amico (2a parte)

  1. Carlo Capone il 30 ottobre 2009 alle 10:02

    Questa seconda parte del racconto risulta più convincente, disturba, forse, l’eccesso di particolari nel finale. E’ inevitabile che la mente corra a ‘Due di due’, di Andrea De Carlo. Ma quante passioni giovanili, quale religione del vivere, che sentimento di amicizia, che nostalgia per il tempo che passa in De Carlo: non a caso Guido Laremi fu definito all’epoca (siamo negli 80) uno dei personaggi più belli della letteratura italiana degli ultimi dieci anni. In Sartori resta soltanto il groppo di frustrazioni dell’Io narrante e la morte tormentosa di un alter-io disperato.
    Comunque complimenti.

  2. lucy il 31 ottobre 2009 alle 14:52

    giacomo sartori mi piace sempre, mentre due di due è uno dei più brutti libri che abbia mai letto: bruttissimo plot, bruttissimo linguaggio. molto in voga tra i miei studenti di circa vent’anni fa, da me mai inserito in una lista di libri consigliati/da leggere. a me non ha fatto venire in mente de carlo.
    dal mio punto di vista il paragone è offensivo.

  3. Carlo Capone il 31 ottobre 2009 alle 17:08

    @ a colei che si firma lucy

    “dal mio punto di vista il paragone è offensivo.”

    dal ‘tuo’ punto di vista.
    Io, pensa un po’, l’ho letto nell’estate di qualche anno fa (altro che venti) su suggerimento di un’amica di mia figlia, all’epoca liceale, cui era stato proposto in lettura estiva dall’insegnate di lettere. Non avevo mai letto De Carlo e colsi l’occasione per farmene un’idea. Ora, il mio non era e non voleva essere affatto un paragone ma una semplice associazione sgorgata durante questa lettura, punto. Ma se tu la giudichi, l’associazione, offensiva nei confronti di un terzo sei a tua volta offensiva nei riguardi della mia persona.

    Carlo Capone

  4. giacomo sartori il 31 ottobre 2009 alle 18:00

    di De Carlo non ho letto tutto, e mi mancano in blocco gli ultimi (mi riproponevo di provare), ma mi sembra incredibilmente e macroscopicamente discontinuo (non mi viene in mente un altro esempio, a questo livello);
    ma trovo per esempio che Tre di uno sia molto bello;
    e mi sembra comunque che De Carlo abbia una “profondità” che manca a molti altri narratori italiani, i quali sono abili costruttori di plot, che nei casi migliori ti inchiodano letteralmente alla pagina, ma che costruiscono mondi che non dicono niente, o per meglio dire che ricalcano o comunque corteggiano spudoratamente i luoghi comuni più triti (se c’è un minimo comune denominatore a molta nostra narrativa, a cominciare da quella che va per la maggiore, mi sembra proprio quella, la superficialità);
    forse Lucy potrebbe provare a leggere Tre di uno.

  5. lucy il 1 novembre 2009 alle 17:01

    dal mio punto di vista: più ridotto di così! due di due è brutto, senza residui e si offenda pure capone ché tanto è lo sport preferito nei lit-blog. e cos’è, una colpa leggere i libri quando escono? due di due è la classica lettura consigliata da insegnanti che fino all’anno prima facevano leggere fontamara. capirai! in mezzo c’è una marea di scrittori di valore e per giunta divertenti che i giovini potrebbero leggere con profitto, altro che uno che parla di fatti di dieci anni prima e di due minuti fa usando il passato prossimo per entrambi. e non è una questione di mero purismo.

    giacomo sartori è troppo umile. andrea de carlo non inchioda non è profondo è un buon prodotto anni ottanta. con lui di profondo ricordo di aver dormito il sonno condito di molti sbadigli su treno di panna, che fa rima con nanna. la discontinuità di de carlo è la cifra della sua appartenenza ad una tipologia di scrittori italiani dal pensiero debolissimo, ondivago, in cui la scrittura a volte addirittura sciatta è il risultato non di uno stile, ma del fatto che non sanno fare di meglio. altri, è vero, scrivono “pagine”, rasentano la poesia: ma il plot è fiacco, arriva a malapena a permettere un finale tirato via. credo siamo in una fase, un po’ lunghetta, invero, di stanca. lucy è il mio nome.