Il silenzio complice

19 aprile 2010
Pubblicato da

di Evelina Santangelo

«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l’isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».

Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del ’92.

Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all’arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull’esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.

La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all’autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale… — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».

Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l’essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c’era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l’isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.

Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».

Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel’hanno insegnato.

E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua… lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un’educazione all’antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.

Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.

Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L’isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.

È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come Mafia e Politica o Mafia e droga, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall’altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell’Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la trasparenza e la conoscenza, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.

Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.

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7 Responses to Il silenzio complice

  1. Giacinto Crivellari il 19 aprile 2010 alle 16:01

    cito:
    “Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.”
    aggiungerei: insieme a molti altri e non dimenticando Mauro Rostagno.

    G.

  2. jan reister il 19 aprile 2010 alle 19:11

    Bel pezzo, Evelina.

  3. Nicolò La Rocca il 19 aprile 2010 alle 22:31

    Condivido. Narrare sempre, specialmente l’ethos che è alla base della mafia ma che è condiviso da troppi siciliani/italiani, la mafia quotidiana e la linea della palma.

  4. helena il 19 aprile 2010 alle 23:34

    “La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all’autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi.”

    E’ questo che fa capire perché sia una questione tanto paradigmatica e importante.

  5. Evelina Santangelo il 20 aprile 2010 alle 04:32

    Grazie Giacinto, grazie Jan, grazie Nicolò, grazie Helena. Avrei desiderato che si levasse, tra gli scrittori, qualche voce in più. Ma forse si è levata e, nell’odierna dispersione di voci, è arrivata altrove. Forse oggi si lavora così, sottotraccia.

  6. carmine vitale il 20 aprile 2010 alle 11:46

    veramente grande pezzo
    lineare chiarissimo necessario
    grazie,dal sud
    c.

  7. Francesco La Monica il 29 maggio 2010 alle 16:46

    La verità, Evelina, è che ho come l’impressione che “diventando perenne, la guerra ha cessato di esistere… somiglia a quelle battaglie fra certi ruminanti le cui corna hanno un’angolatura tale che impedisce loro di ferirsi”. Orwell lo scriveva nel 1948, ma dopo più di sessant’anni qui si assiste sempe alla stessa pantomima. La lotta alla mafia (ma più che altro alla “cultura mafiosa”) continua ad essere uno slogan, propaganda: perché nell’attuale classe dirigente c’è un tasso di ipocrisia e di affarismo che indigna. Ed hai ragione quando dici che bisognerebbe pensare ai nostri figli. Il punto credo che sia esattamente questo: tu esprimevi un condivisibile rammarico per gli scrittori che non hanno aggiunto la loro voce a questa riflessione, ma forse si fa prima a cominciare da lì, dai bambini, seminare un’idea di legalità vera e il senso del rispetto sociale. E poi avere tanta pazienza, perché c’è in auge una generazione troppo indurita e radicata nel terreno del malaffare, che non sarà facile togliere di mezzo nel breve periodo (e mi costa essere realista!). Solo coltivando lo sdegno e la disapprovazione da parte dei nostri figli, potrà accadere che un giorno quella gentaglia – il concime della mafia, se non mafia essa stessa – venga estirpata. Ma nel medio periodo! Tu che hai voce, continua a gridarlo, non smettere. Anch’io proverò a trovarmi un modo, vedrò. Dovremmo farlo tutti.