La responsabilità dell’autore: Biagio Cepollaro

21 aprile 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, ecco le risposte di Biagio Cepollaro.]

1)      Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Cosa vuol dire ‘vitalità’ del romanzo o della poesia? Dovrei dire che la tv conosce  da anni in Italia grande vitalità? O che l’utilizzo del telefono è molto vitale in Italia? Vitalissimo in tal senso dovrei dire è Face Book…Tanta gente telefona, sta attaccata alla tv, tanta gente scrive e chatta e scrive, scrive poesie e romanzi, scrive di tutto…Ciò che è mortale per me per un altro è vitale. No, non credo sia un periodo vitale, qualunque cosa voglia dire quest’espressione, non per colpa degli scrittori e di ciò che si produce ma dell’orizzonte d’attesa che circonda  (o non circonda) le opere.

La letteratura  se è buona è utile a conoscere meglio il mondo in cui si vive provando contemporaneamente del piacere per le sue invenzioni formali che rendono possibile  e sorprendente questa particolare conoscenza. E’ un’antica definizione ma credo che funzioni ancora.

In Italia oggi per lo più come vanno le cose? Come va a inserirsi la letteratura nell’attesa delle persone? Qual è il livello della più generale conversazione sociale, quali sono i temi ricorrenti, i modi, gli stili ricorrenti? Dove insomma va a cadere, diffondersi, un’opera in lingua italiana significativa, che probabilità di risonanza reale, rimando, moltiplicazione, qualità di attenzione ha? Insomma occorre riferirsi , se si pensa alla vitalità di un’opera, anche al livello e al tipo di conversazione sociale in atto, alle richieste e alla civiltà o non civiltà di un Paese…

2)      Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Non mi risulta che il comparto editoriale dell’industria italiana sia molto sviluppato. Ferretti tanti anni fa aveva studiato il ‘mercato delle lettere’…Ancora oggi è poca roba in Italia. In termini di fatturato la presunta industria editoriale italiana fa ridere…Il fatturato deriva tutto dalla scolastica o quasi. Non è l’industria il problema ma la civiltà industriale che può esserci o no (penso a Volponi e alla sua utopia industrialista). No, in Italia non c’è stata una vera e propria civiltà industriale. E le conseguenze non riguardano solo il comparto editoriale…La qualità delle opere non può essere significativamente influenzata o condizionata da un’industria così misera…Semmai è la mancanza di civiltà che può far male anche in assenza di un vero assetto industriale. E’ un peccato. La formazione del gusto rende materialmente possibile distinguere un buon lavoro da uno insignificante. La mancanza di civiltà coincide anche con l’impossibilità di fare distinzioni del genere. La contraddizione non è insomma tra qualità e industria ma tra mancanza di civiltà industriale e qualità.

3)      Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Ricordo le polemiche a stampa sul Gruppo 93 e la questione dell’avanguardia, del postmoderno critico, gli articoli su La Repubblica di Giuliani, di Fortini su il Manifesto, il rimbalzo sui settimanali… Sembra un altro secolo. E in effetti lo è. Si, c’era un certo interesse da parte della carta stampata per le questioni letterarie che proveniva dalla tradizione in via di esaurimento che avevano alimentato intellettuali come Fortini e Pasolini… Dopo, il tentativo di fare della mera pubblicità in un mercato asfittico e mai decollato ha lasciato indietro un certo modo di fare… Le pagine dei quotidiani non hanno più collaborato a formare un campo di discorso tendenzialmente condiviso per le questioni letterarie.

4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

L’aria che mi pare si respiri oggi non è quella di qualcuno che rischi del danaro industriale in un investimento a medio termine ma di una struttura  che cerca di produrre merci pre-pagate, vivendo alla giornata.

5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Sono parte in causa: ho creduto sin dal 2003 che il web potesse diffondere e contribuire ad aprire la questione letteraria…Ho ristampato con Poesia Italiana E-book gratuitamente opere degli anni ’60 e ‘70 allora per lo più introvabili e inediti di poesia e saggistica. Ma il miracolo di conversione della quantità in qualità non si è verificato…Si moltiplicano gli scritti ma non cresce in egual misura la consapevolezza del fatto letterario… Mi pare che i giovani stessi si siano stufati dell’autoreferenzialità prodotta e incrementata, blog dopo blog. In questa confusione non bastano gli aggregatori: manca proprio la determinazione a partire da esperienze condivise.

6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Occorre formare dei lettori, dei cittadini che leggono. E questo è compito innanzitutto della scuola e delle famiglie. Questo è il modo per sostenere la letteratura a lungo termine. Ed è la soluzione a monte della formazione del mercato, della domanda.

7)      Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Come giornalisti credo possano e siano tenuti ad aver peso. La funzione intellettuale, quel poco che è rimasto di tale funzione, passa quantitativamente di più nei circuiti della comunicazione di massa. Perché uno scrittore possa aver peso in quanto tale occorre anche che corrisponda ad una figura che nell’immaginario pubblico abbia un peso. In Italia non mi risulta che sia proprio lo scrittore a rivestire questo ruolo. Il decadimento della funzione dell’intellettuale come riferimento ideale o ideologico è proprio questo. La condizione strutturale della comunicazione sociale rende impossibile oggi un nuovo Fortini, Pasolini etc.

8)      Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

La vanificazione della funzione intellettuale non è soprattutto questione soggettiva e morale. Chi opera nei settori nevralgici della comunicazione o della conversazione sociale ha maggiori responsabilità. Lo scrittore che fa letteratura rivolgendosi ad un pubblico infinitamente meno numeroso può anche non concentrarsi direttamente su questo e preparare la vivibilità dei tempi migliori In questo senso ogni scrittura letteraria è intrinsecamente utopica, a prescindere dal suo contenuto. Allo scrittore non si chiede la presa sull’attualità che è invece dovere del giornalista: allo scrittore si chiede la presa sul presente che è la dimensione che non ha voce ed è in qualche modo l’aspetto non detto e non dicibile in altro modo del proprio tempo. Uno scrittore può anche intervenire come giornalista, più complicato l’inverso.

9)      Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Citando la solita questione Vittorini-Togliatti dovremmo dire meno male che c’è separazione. Ma il nostro problema oggi non è la separazione tra politica e cultura ma tra politica e civiltà: questo è grave ed è anche pericoloso, molto pericoloso per la stessa democrazia.

10)  Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Tutti si dichiarano non-collaborazionisti. Il fatto è che se nessuno ti offre nulla è facile dichiararsi coerenti. A veder bene, nello stile di molti intellettuali di oggi, al di là di questi casi evidenti,  nella genealogia del dotto italiano troveremo piuttosto D’Annunzio in modo trasversale: la retorica dell’iperbole, dell’enfasi, dell’aggressività, la sensuosità dei riferimenti e delle immagini etc… Non è questione di schieramenti ideologici o di competenza – che spesso c’è-  ma di consistenza etica prima di ogni altra cosa. L’intellettuale italiano medio per lo più lo si riconosce dalla sua verbosità retorica e dal suo essere sempre in fondo un cortigiano, subalterno materialmente e psicologicamente al potere, di qualunque colore sia questo potere, passando spesso da un colore all’altro.

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36 Responses to La responsabilità dell’autore: Biagio Cepollaro

  1. franz krauspenhaar il 21 aprile 2010 alle 07:36

    splendido cepo, avvolgente, chiaro, mai retorico, umano. una delle interviste pià belle e lucide.

  2. georgia il 21 aprile 2010 alle 08:31

    insomma in poche parole tutto passa, tutto cambia, ma lo scrittore è sempre specchio dei suoi tempi e quindi … c’è da stare poco allegri …;-)

  3. dinosauro il 21 aprile 2010 alle 08:31

    franz, condivido il tuo essenziale giudizio sull’intervento di Cepollaro

  4. lucia cossu il 21 aprile 2010 alle 09:13

    prezioso: netto e un pensiero più ampio

  5. effeffe il 21 aprile 2010 alle 09:49

    concordo con quanto è stato detto finora e aggiungo: trovo sorprendente che la spaccatura share d’ascolto (so no sharing) tra poeti e narratori si evinca anche dal numero dei commenti. Certo sarà pure sopravvenuta un po’ di wallera generale sull’inchiesta ma a me sembra indicativo che per la Pugno ci siano stati solo una decina di commenti. Ecco allora che mi auguro che su questo thread si sviluppi una discussione che vada un po’ contro corrente. Visto il numero di lettori su cui NI può contare, ecco allora che m chiedo, e se ci contassimo? aux arts citoyens…
    effeffe

  6. Sascha il 21 aprile 2010 alle 10:10

    “Sono parte in causa: ho creduto sin dal 2003 che il web potesse diffondere e contribuire ad aprire la questione letteraria…Ho ristampato con Poesia Italiana E-book gratuitamente opere degli anni ’60 e ‘70 allora per lo più introvabili e inediti di poesia e saggistica. Ma il miracolo di conversione della quantità in qualità non si è verificato…Si moltiplicano gli scritti ma non cresce in egual misura la consapevolezza del fatto letterario… Mi pare che i giovani stessi si siano stufati dell’autoreferenzialità prodotta e incrementata, blog dopo blog. In questa confusione non bastano gli aggregatori: manca proprio la determinazione a partire da esperienze condivise.”

    Mi fa sempre piacere quando qualche ex entusiasta della Rete ammette che qualcosa non stia andando secondo le speranze e i progetti giovanili (7 anni fa…) e metta in dubbio la linea di partito internettiana esemplificata dalla domanda numero numero 5 che NON è neutrale: risposte evasive o negative sono chiaramente non gradite e considerate segno di arretratezza e gap generazionale.
    Per quanto trovi utile e divertente e interessante Internet sono contento di aver resistito alla tentazione di farmi un blog. Se mai riuscirò a pubblicare un libro sarà esclusivamente su carta e non a mie spese.

  7. andrea inglese il 21 aprile 2010 alle 10:11

    caro ff io continuo a pensare che il numero di commenti non sia direttamente indicativo di un interesse o meno di un pezzo; inoltre i commentatori rimangono sempre un numero estremamente ristretto rispetto ai lettori; ed inoltre credo che lo share d’ascolto sia una macchina ricattatoria che è necessario relativizzare, anche all’interno del web; oggi bisogna scrivere e agire in condizione di sordità relativa, per cercare di essere, come dice Biagio, radicati nel presente, e non nell’attualità dell’ondivagante “interesse”

  8. sergio garufi il 21 aprile 2010 alle 10:39

    “Si moltiplicano gli scritti ma non cresce in egual misura la consapevolezza del fatto letterario”

    forse c’è addirittura un nesso causale, fra queste due cose. lo sostiene pure ferroni (in “scritture a perdere”), il paradosso per cui contemporaneamente prolifera e arretra, come schiacciata dal suo stesso peso, un peso abnorme che però non conta, non “pesa” in alcun modo sulla società.

  9. francesco forlani il 21 aprile 2010 alle 10:42

    Iglè, sai benissimo che quella cortina c’è, quella barriera esiste, nero su bianco, e quella sfaccimme ‘e pellicola del paesaggio di cui parlava proprio Biagio qualche tempo fa, domopak tra noi e le cose, va tolta, scippata, ma soprattutto fa da parete divisoria tra parola e parola. Ricordo come a una presentazione a Milano parlando alla gentilissima libraia che mi ospitava, di Biagio, che era venuto, lei aveva cercato dei titoli e non c’era nulla! capisci, nulla! per il suo computer l’opera d biagio non esisteva. quanti lettori di nazione indiana leggono poesia (per carità non è mica obbligatorio?) e quanti di questi Biagio? e perché le parole non sono più importanti per sé ma per l’immagine di marca che si portano addosso? Perché il chi l’ha detto è più importante del cosa? ecco allora che ci imbatte sulle Forcelle e Duchesche dello spirito, dove parole di immagini tarocche, qui un manifesto sul post moderno firmato Louis Vuitton, qui una nouvelle prose griffata Valentino, e tutti come dei pirla ad acquistare nuovi prodotti culturali tarocchi. A me piacerebbe soltanto che si riesca a sollevare la veste della società letteraria italica e scoprire che l’etichetta porta made in Markett!
    effeffe

  10. maurizio il 21 aprile 2010 alle 10:46

    Le risposte di Biagio Cepollaro sono convincenti al punto che non è facile aggiungere qualcosa col proprio commento. Si scatenasse una polemica, più facile contarsi, ma qui…

  11. max rizzante il 21 aprile 2010 alle 11:15

    “Non è questione di schieramenti ideologici o di competenza – che spesso c’è- ma di consistenza etica prima di ogni altra cosa”.
    Ecco l’ultimo bastione della letteratura e anche di quella che un tempo si chiamava funzione intellettuale…
    Ottime risposte.

  12. natàlia castaldi il 21 aprile 2010 alle 11:22

    totalmente d’accordo con quanto letto. Cepollaro è sempre puntuale, chiaro e diretto, senza arzigogolamenti: a domanda risposta. perfetto.

  13. Evelina Santangelo il 21 aprile 2010 alle 11:40

    «Insomma occorre riferirsi , se si pensa alla vitalità di un’opera, anche al livello e al tipo di conversazione sociale in atto, alle richieste e alla civiltà o non civiltà di un Paese…»

    «La formazione del gusto rende materialmente possibile distinguere un buon lavoro da uno insignificante. La mancanza di civiltà coincide anche con l’impossibilità di fare distinzioni del genere».

    «Le pagine dei quotidiani non hanno più collaborato a formare un campo di discorso tendenzialmente condiviso per le questioni letterarie».

    «perché uno scrittore possa aver peso in quanto tale occorre anche che corrisponda ad una figura che nell’immaginario pubblico abbia un peso».

    «Allo scrittore non si chiede la presa sull’attualità che è invece dovere del giornalista: allo scrittore si chiede la presa sul presente che è la dimensione che non ha voce ed è in qualche modo l’aspetto non detto e non dicibile in altro modo del proprio tempo».

    Ho voluto sottolineare alcuni passaggi che mi sembra tocchino davvero il cuore di alcune questioni contemporanee ineludibili. Questioni da cui si dovrebbe partire per qualsiasi discorso serio e circostanziato sulla «responsabilità dell’autore» oggi, giusto per «partire da esperienze condivise».

    Grazie.

  14. Simona Carretta il 21 aprile 2010 alle 13:28

    Per rispondere all’appello di Francesco Forlani, a mio avviso il punto non è tanto che le risposte dei poeti abbiano una risonanza minore rispetto a quelle schierate dai narratori; ma che le discussioni dei lettori tendano a concentrarsi, mi sembra, più attorno a questioni contingenti, legate all’attualità, che di natura estetica e quindi poco ha a che vedere il fatto che in ballo ci sia la poesia, il romanzo, o altro.

    Ad esempio, se Cepollaro avesse toccato alcune delle questioni “riempi-pista” (Libero, Mondadori, Gomorra), ecco adesso potremmo contare già un centinaio di commenti.

    Invece le sue risposte sono discrete al punto giusto, nell’indagare il problema del decadimento culturale vissuto dal nostro paese direttamente alle radici (l’assenza di dialogo civile, ancor prima che letterario).

  15. andrea inglese il 21 aprile 2010 alle 14:48

    caro ff hai toccato un punto assai sensibile… che meriterebbe un post apposito….

    il caso di Biagio Cepollaro è abbastanza esemplare dell’idiozia che può albergare in un ambiente letterario, in questo caso quello poetico; io non mi permetto mai di fare classifiche, semmai mi limito a segnalare autori che mi interessano particolarmente e che trovo notevoli per una o per un’altra ragione, ma nel caso di Biagio Cepollaro non ho nessuna remora sostenere che è uno dei primi poeti italiani viventi (assieme a un altro autore della stessa generazione, Giuliano Mesa) ;

    ebbene per varie ragioni, tutte senza dubbio cattive, Cepollaro è scomparso dalla memoria di molti critici nostrani, di molti autori, degli organizzatori culturali di festival poetici, ecc., dico di MOLTI, non certo di tutti; l’episodio più eclatante di questa idiozia è rappresentata da quella ridicola inchiesta quantitativa proposta dall’ultimo Annuario di Manacorda e Febbraro, inchiesta nella quale il nome di Cepollaro non appare neppure una volta.
    AH! AH!
    Rido, perché è chiaro che prima o poi molti smemorati di collegno e pigri mentali dovranno fare marcia indietro e farsi una ragione di considerare l’importanza della figura di Cepollaro per la poesia italiana. Noi, di buona memoria, non potremmo in quel momento che complimentarli per la loro “perspicacia”.

  16. andrea inglese il 21 aprile 2010 alle 15:34

    C’è un altro punto che vorrei sollevare, sperando che posso magari essere ripreso da altri. Riguarda il rapporto poeti-narratori.
    Posto che esiste un piccolo gruppo di poeti che sono ugualmente romanzieri, per lo più si assiste ad una reciproca ignoranza tra le due categorie.
    Io potrei esporre in modo approfondito le varie ragioni per cui mi interessa la mentalità del romanziere, la sua specifica arte letteraria, il tipo di attenzione che porta al mondo e alla forma. Questo vale anche se non leggo molta narrativa italiana e se sono in numero ridotto i romanzi italiani che davvero mi entusiasmano.

    Mi suona sempre bizzarro il disinteresse completo che alcuni amici poeti ostentano nei confronti del genere romanzo.
    Allo stesso modo trovo poco salutare per la letterratura italiana che così tanti romazieri ostentino grande disinteresse per la poesia.

    Tra le cose che un romanziere oggi potrebbe trovare nella poesia vi è una certa radicalità, radicalità intesa come intransigenza dello spirito, che si può manifestare tanto in termini formali che di postura etica. E’ probabile che il romanzo, per sua stessa natura, sia meno propenso a certe forme d’intransigenza, ma proprio per questo, credo, la migliore poesia – che è sempre frutto di un’intransigenza – potrebbe essergli di nutrimento, di correttivo, di stimolo.

    A me il romanzo sollecita ogni forma di anti-eroismo, è il monito comico e carnevalesco che la prosa lancia alle pretese sublimi del dettato poetico. Ma credo che una circolazioen anche nell’altro senso potrebbe giovare ai romanzieri.

  17. carmine vitale il 21 aprile 2010 alle 15:38

    il passaggio sulla consistenza etica mi sembra la cosa più consistente di tante interviste pre/post questa
    queste risposte in parte ce ne riportano l’appropriazione,il sapore
    bravo cepollaro.

    il fatto stesso che non compaia come mesa sui vari almanacchi e annuari è indice della sua “grandezza”
    si escludono i migliori per impolpare le masse
    un caro saluto
    c.

  18. Fabio Teti il 21 aprile 2010 alle 15:39

    Rispondo anch’io alla conta, e sì: Cepollaro ha perfettamente ragione, e tra le molte, sul suo vanno “formati” “cittadini” “che leggono”. Con enfasi da porre in vero sul termine “cittadini”, direi, in un momento in cui la cittadinanza (Bortolotti ne analizza assai perspiquamente le dinamiche in Tecniche di basso livello), anche quella “culturale”, viene più spesso confusa con la digitazione, in cassa, di un PIN elettronico, o la corsa al commento nei thread a forte densità di griffe. (un numero sicuramente da relativizzare, come vede bene Inglese, ma pur sempre sintomatico).

    Credo resti verissimo (e doloroso) il punto toccato da Forlani. Sui computer del sistema proto-industriale dell’editoria italiana Cepollaro non esiste, come non esiste, quasi, Giuliano Mesa. Sono senza troppa tema di smentita i due più importanti poeti nati nei ’50, e non solo per il corpus della loro opera in versi. “tanto ha fatto il toro”, la lavagna non esiste o è cancellata. Da chi, e con che scopi, non saprei dire.

    Sulla totale mancanza di un linguaggio e orizzonte condiviso, culturale e critico, promessa che la rete sembra sempre sul punto di realizzare e poi smentisce puntualmente (questione peraltro affrontata in vari interventi degli ultimi mesi proprio da Inglese, e da Giovenale): probabilmente è qui che bisogna ancora tutti lavorare. Gli aggrgatori stanno diventando aggregatori di monadi. Laddove qualcuno tenti di articolare discorsi, nel tempo, di operare culturalmente, trasversalmente, vien poi fuori il solito smargiasso a urlare: dagli al massone!

  19. natàlia castaldi il 21 aprile 2010 alle 15:43

    sono due facce di una stessa moneta, dovrebbero camminare insieme, Andrea.
    Tra l’altro una commistione di “generi” mi pare sia non solo auspicabile, ma già abbondantemente in atto, e tu con la tua “prosa in prosa”, ne sei in parte un esempio, forse qualcuno ancora non se n’è accorto.

  20. Fabio Teti il 21 aprile 2010 alle 16:12

    sottoscrivo in pieno l’ultimo commento di Andrea. ogni grande narratore, ed ogni grande poeta, è la dimostrazione in atto di questa “sola moneta”.

    ma forse la cosa si potrebbe riformulare così: che prosa scrivono i romanzieri che tanto sfacciatamente ignorano la poesia a loro coeva? che tipo di romanzi producono? qual’è il loro “bacino d’utenza”?

    domando e già suppongo che qui qualcuno prenda a litigare. così
    vado un poco OT, chiedendo scusa a tutti, Cepollaro in primis, e una critica divertente, persino sagace, la pesco dal mondo dei cartoni animati (la seconda parte del monologhetto, va precisato, si sviluppa in seguito alla partecipazione di “Brian”, il cane, ad un reality show):

    http://www.youtube.com/watch?v=yKoEBkKXPIU&feature=related

  21. mariapia il 21 aprile 2010 alle 16:13

    Alcuni dei temi toccati da Biagio, sempre luccicante ( :conoscenza) nella sua prosa, anche qui, perché gli viene da un’acutezza naturale,e storica, cioé culturale, e di pensiero…sono stati sfiorati, anche nel convegno di Vimercate, sabato scorso, sui blg letterari. (se ne parla su Blanc de ta nuque). Ma qui è mirato ad alcuni nodi: intellettuale nel presente, e nuovi media, scrittori e civiltà, tanto ne basta da produrre molto altro pensiero..Quanto ad amnesie, io ogni tanto citerei i desaparasidos, perché non allineati, né conformi, perché donne non giovanissime, o fedeli, o perché fuori canone etc, e molto che la solenne solfa delle antologie cancella scientemente non perché distratta, per caso, ma piuttosto, perché ignorante.. Ancora peggio, oplà!
    Grazie a Biagio e bellissime le domande di N.I.
    Maria Pia Quintavalla

  22. francesco forlani il 21 aprile 2010 alle 18:03

    Prendiamo per esempio quest’ultimo punto:

    Tutti si dichiarano non-collaborazionisti. Il fatto è che se nessuno ti offre nulla è facile dichiararsi coerenti. A veder bene, nello stile di molti intellettuali di oggi, al di là di questi casi evidenti, nella genealogia del dotto italiano troveremo piuttosto D’Annunzio in modo trasversale: la retorica dell’iperbole, dell’enfasi, dell’aggressività, la sensuosità dei riferimenti e delle immagini etc… Non è questione di schieramenti ideologici o di competenza – che spesso c’è- ma di consistenza etica prima di ogni altra cosa. L’intellettuale italiano medio per lo più lo si riconosce dalla sua verbosità retorica e dal suo essere sempre in fondo un cortigiano, subalterno materialmente e psicologicamente al potere, di qualunque colore sia questo potere, passando spesso da un colore all’altro

    io ho trovato illuminante questa risposta di Biagio perché in qualche modo mi faceva capire qualcosa che rimaneva a coscienza di panza senza passare ai livelli superiori e che posso così riassumere: Perché quando sento o leggo Travaglio ho la stessa reazione che a sentire o leggere i cantori di regime nei loro concertati monologhi propaganda. Perché il linguaggio è lo stesso, ed è quello che in Italia si è imposto ad ogni livello di comunicazione e informazione. Certo che sono importanti le cose che dico, ma le cose appaiono anche e solo grazie a nuovi linguaggi. Allora come fare con tutte quelle opere che riescono proprio attraverso l’uso di paradigmi diciamo dannunziani cui accenna Biagio, che riescono a far passare ciò che conta tra le maglie fibrose del muro di gomma? Se Roberto non avesse utilizzato tutto l’apparato retorico messo in campo attraverso Gomorra- apparato che ha fatto storcere il naso a tutti i poeti laureati di questo paese sostanzialmente analfabeta, – avremmo avuto Gomorra?
    effeffe

  23. sergio garufi il 21 aprile 2010 alle 18:29

    “Tutti si dichiarano non-collaborazionisti”

    Io no.

  24. Alcor il 21 aprile 2010 alle 19:09

    belle risposte, concordo con i punti messi in rilievo da @Evelina Santangelo, i problemi stanno in buona parte lì

  25. AMA il 21 aprile 2010 alle 23:22

    Bell’intervento di Francesco Forlani. Ci riflettero’ su.

  26. fabiandirosa il 22 aprile 2010 alle 10:22

    Mi preme osservare che in tutte le domande sottoposte a MrCepo riguardanti esplicitamente la letteratura nella duplice veste narrativa e/o poesia l’intervistato non fa distinzione.
    L’undicesima domanda sarebbe ed è: come mai?

  27. Simona Carretta il 22 aprile 2010 alle 13:02

    A proposito dei rapporti tra poesia e romanzo, non saprei dire a cosa possa essere attribuita – se a superficialità, o a mancata conoscenza dei fondamentali alla base delle due arti – l’indifferenza che gli esponenti o studiosi dell’una e dell’altro si dimostrano reciprocamente, e che almeno stavolta non mi sembra una tara tipicamente italiana, visto che anche in Francia, dove temporaneamente vivo, mi capita alle volte di discutere con scrittori o critici del romanzo che, in alcuni casi (non vorrei generalizzare), non hanno alcun problema a dichiarare un’assoluta noncuranza verso la poesia, in tutte le sue forme.
    Come se le arti non fossero tutte vasi comunicanti, e fra tutte specialmente quelle che adoperano lo stesso materiale (in questo caso, la parola).

    Per quanto riguarda le possibilità derivanti dai tentativi di commistione delle due arti, mi pare che queste possano essere certo benefiche, se non altro perchè questo amalgama costituisce in un certo senso un ritorno alle origini, dunque all’esame di alcuni nodi essenziali.
    E lo affermo anche nella convinzione che ogni romanzo degno di questo nome debba custodire un nocciolo poetico, ovvero una cifra formale, l’impronta di un’ipotesi ontologica, che permetta al romanzo di accogliere armoniosamente l’estrema varietà del reale.

    Per quanto riguarda i modi concreti di operare tale commistione, qualcosa mi dice che possano avere a che fare con l’influenza della musica: credo che il romanzo, impiegando strutture mutuate dalla musica (contrappunto, fuga…), possa acquisire una sorta di temporalità circolare che mi sembra caratteristica della poesia e che gli consenta di concentrarsi attorno ai temi essenziali sfrondando il superfluo.
    Ma su quest’ultima idea, che al momento resta un’intuizione, spero avrò modo di ritornare più approfonditamente, qui in futuro oppure in altri contesti…

  28. giuseppe catozzella il 22 aprile 2010 alle 14:18

    Credo che sia di questo che c’è un enorme mancanza: di autorevolezza.
    Di uno sguardo senza condizioni, radicato senza pudicizie in un pensiero strutturato, filosofico. Biagio, torna a scrivere di più!!

  29. giuseppe catozzella il 22 aprile 2010 alle 14:19

    un’enorme

  30. Enrico Macioci il 22 aprile 2010 alle 21:31

    Condivido appieno il commento di Inglese delle 15,34. La radicalità della poesia e l’ellissi della prosa, miscelate, producono un allargamento di coscienza. In questi giorni sto ri-leggendo Rimbaud (la Saison, i Derniers Vers, le Illumination) e mi sto gustando Il Circolo Pickwick: mi sembra quasi che il piano verticale e quello orizzontale delle possibilità cognitive s’incrocino, assi cartesiani del campo riflessivo ed estetico umano. Secondo me i due mondi poesia/prosa dovrebbero comunicare di più. D’altronde, nel caso mio personale, quando mi dedico all’una è perchè non mi sto dedicando all’altra, come se un pendolo automatico oscillasse a seconda del momento, senza mai far coincidere le due forme di pensiero e di stile, e anzi allontanadole e impedendo loro un contatto, un raschiare e cozzare.
    ps: la miracolosa prosa di Rimbaud non s’è trasformata in romanzo, pur egli avendo qualità eccelse anche riguardo l’ironia, il sarcasmo, la caratterizzazione (vedi la Vergine folle o gli abbozzi de le Prose evangeliche o de i Deserti dell’amore): questione di temperamento impaziente, certo. Ma soltanto?

  31. lorenzo galbiati il 22 aprile 2010 alle 21:46

    E’ previsto un trattamento statistico delle risposte a queste interviste?

  32. harzie il 22 aprile 2010 alle 22:20

    OT
    Scusa, Macioci, posso chiederti che cosa fai nella vita? Più precisamente, dove lo trovi il tempo per (ri)leggere «in questi giorni» (e quindi nel giro di alcuni giorni, non di settimane o mesi) Dickens e Rimbaud? (Anche perché, se li hai già letti in precedenza, non sarai proprio un ragazzino e quindi ti sarai già lasciato alle spalle l’età libera e piena degli studi.) Insomma, qual è la tua fortuna? Te lo chiedo per invidia, mica per altro.

    IT
    Sono d’accordo con Alcor che sottoscrive Santangelo.
    Non mi aspettavo che a siffatte domande qualcuno avrebbe saputo rispondere con tanta intelligenza. Cepollaro, per così dire, è davvero qualcuno.

  33. Enrico Macioci il 22 aprile 2010 alle 23:03

    harzie
    Rimbaud lo leggo e rileggo, come credo molti, da quando avevo 16 anni. Il Circolo Pickwick è la prima volta che lo leggo. Nella vita insegno precariamente e scrivo ancor più precariamente.
    ps: sto anche leggendo lo splendido saggio di Bennefoy su Rimbaud intitolato Speranza e lucidità -:)

  34. Nicola Vitale il 2 maggio 2010 alle 18:40

    Da decenni si parla di crisi su tutti i fronti: della cultura, dell’arte, della religione, della società, della morale… ormai più di dieci anni fa sono stato invitato a un convegno organizzato dalla rivista Letture sullo stato della poesia: ricordo gli interventi di tutti i partecipanti: Luzi, Loi, Cucchi, Raboni, Viviani, Fiori e decine di altri poeti di alto livello. Le preoccupazioni, le critiche, i commenti allarmati, le proposte per migliorare la situazione… tutto ciò sembra immutato, considerato quanto emerge oggi. Con la differenza del web, che allora non era così frequentato e vorticoso.
    Il mio intervento di allora oggi mi sembra ancora valido: sostenevo che occorreva guardare il momento dall’alto e cercare di intuire il percorso che sta facendo l’intera nostra cultura. Quando siamo malati con la febbre a 40 possiamo anche illuderci di stare bene, o chiederci perché stiamo così male, mentre solo qualche tempo fa eravamo in piena salute, ma la saggezza consiglia di accettare la malattia e curarsi, stando sotto le coperte, assimilando sostanze adatte al nostro stato. Nietzsche parlava di questi cicli e diceva che c’è un tempo in cui occorre essere buona terra, per piante che verranno. Non so esattamente se questo è uno di quei momenti invernali che non danno frutti, ma considerando la situazione generale, dove una mancanza di coralità, di senso universale grazie a cui ogni comunità possa trovare un suo equilibrio dinamico, porta alla disgregazione sociale e culturale e a una conseguente esasperazione individuale, fatta di autopromozioni, di fazioni in conflitto ecc. penso che non serva molto denunciare uno stato di fatto che è sotto gli occhi di tutti, ma continuare a lavorare credendo in quello che si fa, continuando a scrivere per chi ci riesce e ne sente la necessità, cercando nella più assoluta tolleranza di scoprire e valorizzare quanto ci sembra autentico, lontano da ogni ideologia, accettando e cercando il dialogo con la massima disponibilità.
    Anche se oggi ci fossero (e ci sono sicuramente) autori di grande valore, il momento di confusione collettivo impedisce una convergenza su valori comuni, impedendo che possano emergere, cosa che porta a una sfiducia generale, sia la comunità letteraria dove si lamenta l’impotenza, sia il pubblico che si disinteressa al mondo della cultura e alla cultura.
    Il nostro lavoro è andare avanti nel cercare quel senso, quel valore collettivo, ma fino a quando ci saranno fazioni, schieramenti, barricate, non credo che si potrà fare molto. Ecco come misteriosamente l’estetica si lega all’etica. La disponibilità collettiva a cercare autenticamente la verità porta a sintetizzare la bellezza, a valorizzarla e promuoverla (come viceversa)
    E questo credo che sia l’unico modo per uscire dalla crisi.

  35. Lello Voce il 4 maggio 2010 alle 15:26

    Mi pare che buona parte delle risposte di Cepollaro siano ‘incontrovertibili’, e per una volta tanto, in questo dibattito, frutto di una riflessione approfondita. Su alcuni passaggi potrei non essere d’accordo, ma la precisione dell’analisi di Biagio sarebbe comunque uno stimolo ad approfondire.
    inutile sottolineare che sono felice del fatto che si sia ripreso a parlare dell’inquietante attegiamento di taluni italici prosatori….
    Che i commenti siano pochi, vista l’aria che tira, mi pare garanzia, per certi versi, della qualità dell’intervento.

    lv

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