Poesia e Prosa : Petr Král

11 novembre 2010
Pubblicato da

immagine di effeffe


Crepuscolo, respirare1
di

Petr Král

(traduzione dal francese di Paola De Luca)

Fuori dal nostro abbraccio, tu ti dici vuota -

anche la città, malgrado la calca nelle stradine – farragine di

moto e di bimbe scure,  dei panni sventolanti ai balconi e

lo sguardo fisso delle vecchie

sull’uscio, davanti alla grotta con l’ammiccare dello schermo -

anche lei respira più in là, da una piazza deserta.

Far scorrere lo sguardo avido in mezzo ai fiati della folla

spargerlo poi nello scintillio delle posate sulla

bancarella d’un mercante

vicino al lungofiume, sul ciglio del parco ;

distrattamente asciugare con una manica il lustro della ringhiera

prima che una stella, alta sulla scalinata, buchi il cielo grigio.

Entrare in te, è già partire insieme,

senza affollare lo spazio, la danza nostra comune l’aiuta a respirare.

Quando, dopo, lasciamo l’albergo, ogni nostro passo  aggiunge

agli alberi solitari

lungo i marciapiedi truppe d’assenti, che ci tengono compagnia

discretamente fino al ristorante.

Il momento culminante della cena sarà lo sguardo rivolto insieme da tutti

verso la strada aldilà del vetro, livida del primo lampo  : il nostro respiro,

adesso, si sparge nel fogliame.

E la bocca s’apre al boccone più succulento

col ridere che, improvviso, ci fa alzare la faccia

dal piatto stracolmo.

§

il sud
(traduzione di Paola De Luca)

In un mattino d’estate, nel chiarore semplice d’un quartiere che sembra campagna lontano dal viale, D., ancora tutta insonnolita, è spuntata all’improvviso davanti alla villetta più donna che mai, come fresca del sonno che l’avvolgeva. Fragile ma anche ammorbidita, il piede nudo posato sul selciato con sicurezza da sonnambula, mette l’ultimo tocco di calma sul suolo paesano dalle pietre appena polverose, e nel contatto si rassoda la sua stessa carne, come uno scambio di scintilla fredda. Se è vero che il suolo, contro la pianta del piede, affila anche la lama d’un coltello fresco, il corpo appena nascosto da una camicia da notte mantiene intatta la purezza d’una promessa nuova, senza età, protetta anche se precaria.

Poi, sulla soglia dei sotterranei, vicino alla biglietteria della metro, il giovane viso distratto all’improvviso dalla pianta che sta studiando, bucando la penombra con uno sguardo nero e vivo, dal fulgore profondo, è quello d’una H. di colpo ringiovanita, rinata nel corpo della propria figlia, di cui porta anche il cappotto blu scuro, col cappuccio. Di nuovo, grazie a questo solo sguardo, la giornata si dilata a perdita d’occhio in uno spazio chiaro e aperto, ravvivato al fondo della sua trasparenza dalla lenta salita di carne in nuce verso la presenza.

Una terza apparizione sorge infine al pomeriggio, sulla sponda del ponte del Carrousel, mentre il nostro bus, lasciate le alte facciate del Louvre, lo traversa verso la Rive gauche : tranquillamente seduta sul parapetto di pietra, verso la metà del ponte, là dove questo, rotto in due parti, si erge a angolo ottuso prima di ridiscendere, una giovane donna espone alla brezza una grazia disinvolta da diva del cinema italiano, e insieme il fascino di una comune studentessa. I gesti ampi che rivolge a un compagno restato saggiamente in piedi, al suo fianco, esalano una libertà così evidente da prendere il senso d’un messaggio, risaltano come segni netti sullo sfondo del vecchio palazzo

per chiamare ancora da lontano, contro quell’abbozzo grigio, intimamente tremolante, con i dettagli eloquenti d’una mano dispiegata nel guanto come una stella nera, (del movimento brusco d’una scarpa puntata in aria) che segue la gamba, sobria nel suo pantalone.

Il passato in cui prende radice la giovane donna, tutta la memoria nascosta del suo essere e i suoi minuti inquietanti segreti sembrano ritirarsi, contano poco rispetto all’insuperabile slancio che l’espone ora davanti alla luce già attutita, la tiene brevemente fuori dalle pene, dai passi e dalle prove che ebbe e che avrà da affrontare,

e tu sai allora più che mai che se si scrive è per quest’unica fortuna : investire tutta la propria vita nell’arco d’un istante -

come la speranza d’aprire la porta del presente, con un colpo secco, verso l’intimità sconosciuta d’un paesaggio di donna, verso quel riparo senza recinto e quei lampi freschi sugli innumerevoli luoghi d’incendio,

è la sola ragione della nostra ostinazione a vivere.

(Poi, il crepuscolo già ricopre la pietra intenerita dall’ultimo lucore, il pensiero va improvviso alla foto attaccata dietro il bar, alle spalle del locandiere catalano – e in cui lui, da dietro la propria schiena, punta lo sguardo fisso in una faccia pallida, ancora selvatica e d’una ventina d’anni più giovane. Tra l’uomo vivo e la sua immagine di un tempo, è vero, lo sguardo può solo scivolare indefinitamente, senza impigliarsi in nulla ; eppure questo stesso andirivieni basta a dare la certezza che qualche cosa, tra passato e presente, ebbe luogo da qualche parte nel mondo)

  1. pubblicata sui numeri 0 e 2 della rivista Sud []

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2 Responses to Poesia e Prosa : Petr Král

  1. Anna Maria Papi il 11 novembre 2010 alle 18:31

    ….tutta la propria vita nell’arco di un istante….
    …come uno scambio di scintilla fredda…
    …entrare in te è già partire insieme…
    …con sicurezza da sonnambula …

    Grande ,Petr Kràl, grande e grande poeta…

  2. véronique vergé il 12 novembre 2010 alle 11:16

    La città è fatta di orizzonti, di fantasmi, di saluti.
    Legendo, ho avuto l’impressione di incontrare un altro
    Dino Campana.
    La città è la memoria dell sagoma,
    delineata con precisione;
    di mezzo sogno, anch’io
    quando cammino sola nella città
    in un nuvole grigio
    incendiato dalla case rosso cupo,
    i fantasmi mi fanno scorta.