Una lettura di “Il mio impero è nell’aria” di Gianluigi Ricuperati

15 aprile 2011
Pubblicato da

di Maria Valente

Dovunque se ne parlasse, leggevo che in questo romanzo c’erano soldi in ballo: un vizio comune, un’attrazione irresistibile, una patologia alla moda  che sembra aver intasato le corsie degli analisti, in una sfida ad accaparrarsi l’ultimo lettino. L’argomento non lo trovavo stimolante, se non che al denaro associo istintivamente, da quando ne ho memoria, i versi di Pagliarani e capita che mi metta a canticchiare: […] io tiro i remi in barca/ tu tiri i remi in barca abbiamo dalla nostra anche l’araldica. Il denaro si sarebbe tentati di chiamarlo/ fecaloro …

Soprattutto quando al denaro tengono dietro i sentimenti – accostamento brutale: tutto un fiorire di  crampi, orticarie, eczema, dopo essere stati quotidianamente invitati a gettare le maschere, a disfarci delle ipocrisie, ad ammettere, in tutta franchezza, che in epoca di precariato, il sentimento è anche, inevitabilmente, questione di moneta, l’istigazione  mi suscita  un conato: e in tempo di guerra o nel dopoguerra o tra gli indigenti o come la mettiamo col baratto? Così, senza dar retta alle chiacchiere o a quella che mi sembrava piuttosto pubblicità negativa,  il libro alla fine l’ho comprato e anche letto e tutto d’un fiato, verificando che, per me, trattava di altro, di tutt’altre faccende che pecuniarie e di che cosa esattamente?

Di un tipo che si è chiuso in bagno. Uno del primo piano che fissava quelli delle mansarde col naso per aria, e se li figurava camminare in fila indiana o accendere fuochi triangolari verso il cielo. Uno che ad occhi aperti sognava di salirci sopra i tetti e salirci con un set di mazze da golf per lanciare palline fosforescenti nelle notti. Uno che concepiva il tempo come un assedio e allora si era circondato di riviste e tutto quanto avesse scadenza periodica per scavarsi una trincea, una muraglia e da lì proseguire i suoi negoziati col timer, fino a che il muro non si sarebbe sbriciolato, crollando su se stesso, come una catastrofe senza senso. Uno che avrebbe voluto essere una particella elettrica, nient’altro che una particella elettrica e aveva finito per fare della sua vita un tour di acquisti di oggetti deprimenti in negozi deprimenti perché i soldi erano un ottimo modo per ingannare il tempo e dell’esperienza in generale,  ricavare solo brandelli: brandelli che riempivano un buco momentaneo e poi spurgavano sostanze inutili e tristi finché il buco era di nuovo il buco e perché,  in fondo, cos’erano tutti gli altri esseri umani se non dei  buchi con un bilancio dentro ?

E   di  una madre. Una madre che  avrebbe cercato di fare di tutto per procurargli qualcosa di veramente luminoso e invece, poco tempo dopo, sarebbe stata  lei a piantarlo in asso,  per cause di forza maggiore,  slabbrando quel buco a dismisura. E allora il libro parla di una madre e  suo figlio, di persone fragili e rapporti intricati. Di un legame madre-figlio. Di una madre volata via e di un figlio, che ha costruito un palloncino d’aria chiamato “impero” per raggiungerla.

Cifra predominante del libro mi è parso il conflitto: col carattere ossessivo di questa dipendenza, innanzitutto, cui, come per ogni altro tipo di dipendenza, trovo calzanti le riflessioni di Guattari: “…. Vi sono dei fenomeni del tipo di quelli che chiamo echi di buco nero, che conducono le persone ad aggrapparsi, costi quello che costi, a certe territorialità, a certi oggetti, a certi rituali, a certi comportamenti sostitutivi, siano essi i più ridicoli o i più catastrofici […]

Di buchi neri ce ne sono dappertutto. Si tratta di sapere se la soggettività li mette in eco in modo tale che tutta la vita di un individuo, l’insieme delle sue modalità di semiotizzazione, dipendano da un buco nero centrale d’angoscia. […]

che va nel senso di una solitudine a vicolo cieco, di un accerchiamento sociale e nevrotico, ovverosia nel senso delle coordinate dominanti del sistema capitalista: ciascun drogato, isolandosi, ripiegandosi su se stesso, taglia i ponti con le realtà esteriori che potrebbero permettergli di venirne fuori. […]

La quadrettatura del territorio, il controllo sociale, implicano l’uso massiccio di due tipi fondamentali di droga, dagli effetti antagonisti, che tengono in pugno gli individui e senza di cui essi diventano folli d’angoscia:

-una solitudine senza rimedio

- una assoluta incapacità di accettare qualsiasi forma, quale che sia, di solitudine, un richiamo costante a tutte le àncore […]

Precisamente sento questa narrazione  riguardarmi/ci  come spettro di dipendenze  e comportamenti ossessivi e distruttivi, nella cui morsa risultano stritolate le nostre solitudini tragiche, inconsolabili, senza rimedio. Segnalare una via d’uscita, però, non sembra impossibile: l’arte, l’architettura,  certe fantasie o idee improbabili sono riuscite, nel corso della narrazione, a far dimenticare il carattere devastante della dipendenza, prima che tutto tornasse ancora una volta, disgraziatamente, a collassare,  in maniera funesta, sotto il travestimento esilarante di una gaffe triviale, come è tipico dell’ inciampo, dello sgambetto, il brutto tiro che giocano nuove muraglie e isolamenti e  torri eburnee. Resta il presentimento che, alla fine di tutto, esaurite anche le ultime preghiere, sia sempre l’altro, qualcun altro a salvarci, si chiami In My Life, Sound & Vision o Mela Mela, è sempre di qualcun altro che si tratta, anche se gli è toccato solo il tempo di una canzone.

Dopo di che, m’è parso d’imbattermi in un secondo conflitto irrisolto, stavolta col tempo e la memoria, drammatizzato in dialogo serrato tra un’ora, scandita  dal rintocco di  è un giovedì, è sabato mattina, è lunedì…sorta di diaristica  particolarmente concitata verso la conclusione, e un allora, risalente a una vicenda puntualizzata undici anni prima, con cui esordisce e si congeda il personaggio in maniche di camicia, con insistito oscillare tra un tempo ancora precedente, e un tempo di mezzo diviso, tagliato a metà tra il mezzogiorno delle cliniche e la clinica del mezzogiorno; una lotta agonistica tra un passato che non smette di proliferare e il tentativo costantemente frustrato di evadere, fuggire da un rito funebre che non riusciva a rimanere lì, a stare dove doveva stare. Quest’ultimo enunciato, che sembrerebbe estrapolato dal medesimo contesto, in realtà si riferisce ad un’opera precedente, che mi è capitato di leggere quasi a ridosso e di considerarla fortemente implicata: Viet Now- la memoria è vuota, tutt’altro genere, specie di reportage mancato riguardo una guerra sulla quale  nessuno ha più voglia, ormai,  di pronunciarsi oltre alle cose, suscitando stupore, rabbia, delusione nello scrittore che si osserva all’interno di questa evidente, palese, sproporzionata contrapposizione: tra il se stesso occupato a  difendere un passato francamente minuscolo e l’altro che convive con uno dei passati più ingombranti che si possano immaginare, ma che si mostra come non avesse niente da ricordare, salvo poi ricordare lo stesso nel vuoto assordante delle parate, dei musei, degli allestimenti. Il turista della ferita sarebbe corso a comprare i ricordi delle famiglie vietnamite proprio mentre fuggiva da un dolore più prossimo, intollerabile in quel momento, per sentirsi, al termine del viaggio, sul finire di quell’esperienza, qualcosa di molto simile a un animale braccato, da un passato minaccioso, ostile, su cui sembra aver perso completamente il controllo, dopo l’impatto brutale con la scoperta delle guerre quali orge dell’oblio. E, allora, se La fedeltà al passato non è un dato, bensì un voto, come ammonisce Ricoeur, ho immaginato che questo libro  venisse scritto, in seguito, forse proprio  per ricordare, o per dimenticare, se come tutti i voti può essere deluso o tradito,  quanto meno scritto per tentare di ristabilire il controllo, un equilibrio,  sul nervo dello stile, indiscutibile, del suo autore.

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2 Responses to Una lettura di “Il mio impero è nell’aria” di Gianluigi Ricuperati

  1. Marilena Renda il 15 aprile 2011 alle 14:25

    C’è un errore nel nome e cognome dell’autore.
    Per il resto, lettura interessante.

  2. véronique vergé il 16 aprile 2011 alle 13:50

    Letto con una sensibilità acuta, assillato da una solitudine di mezzogiorno.
    Maria Valente tocca al cuore, non con mezzi banali, ma con uno sguardo che spacca il mondo interiore.
    Amo questa sensibilità eretta, questa domanda senza concessione.
    Maria Valente sa dare il gusto del libro, il gusto della verità
    per fronteggiare la solitudine.
    Ma non siamo soli quando incontriamo una voce.