Il primo maggio è una festa

1 maggio 2011
Pubblicato da
di Marco Rovelli
(il manifesto, 1/5/2011)

Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del resto nelle sue trasferte ad Arcore avrà pur imparato qualcosa, no?). La libertà dei Renzi assomiglia paurosamente a quella concepita dal nostro Caro Leader. Una libertà indeterminata, vuota, astratta: in un mondo che invece è terribilmente concreto, almeno nel senso dei soggetti che lo determinano. Una libertà del genere, dove non si specifica di chi, da che cosa e per cosa, non può essere altro che la libertà del più forte di fare quel che vuole. E, come correlativo, la necessità per il più debole di fare quel che il più forte vuole. Altro che libera scelta: fuori dall’astratta e retorica libertà di Renzi, c’è, in carne e ossa, un esercito di giovani precari sotto ricatto, che non hanno proprio alcuna libertà di scelta nel caso il loro “datore di lavoro” voglia tenere aperto il suo “esercizio”. I soldati andranno al fronte, ordinatamente e disciplinatamente, siccome mercato vuole.

Di fronte a una realtà dove i soggetti sono determinati da rapporti forza drammaticamente sbilanciati, questi “giovin signori” à la Renzi, mi si perdoni il triviale calembour, sembrano più dei Don Abbondî, che se ne lavano le mani (ma i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, e un cattolico come lui dovrebbe pur saperlo). Si lavano le mani di fronte al fatto che il perno di questa società è il ricatto. Ne è il perno strutturale, economico, sociale, emotivo, psichico. Vivere sotto ricatto, col coltello alla gola, è la condizione normale dei precari – comprendendo nella definizione svariate tipologie contrattuali: tutte accomunate dalla perdita dei diritti (propri del cittadino) e dalla riduzione a suddito che implora. Al ricatto non ci si può ribellare, e la scelta è sempre obbligata. La piramide sociale dell’epoca presente è sempre più vertiginosa, i vettori della sussistenza e della riproduzione personale sono sempre meno orizzontali e sempre più verticali. La dipendenza cresce, e la dipendenza genera ricatto. Il ricatto è lo strumento proprio del capitale che ha libero corso nel selvaggio west del mondo intero, senza più lacci e lacciuoli, moltiplicato e mostrificato nel capitale finanziario che – come ci ricorda Luciano Gallino nel suo recente, mirabile libro Finanzcapitalismo – si sta inghiottendo il pianeta.
Quella di Renzi appare allora come una resa senza condizioni all’imperativo cardine del sistema presente: rendere le persone da una parte lavoratori docili, dall’altra consumatori senza fine. Rottamatore, allora, ma di cosa? Non certo di una casta politica destinata a epocali sconfitte, ché Renzi appare in questo del tutto simile a coloro che afferma di voler rottamare (quelli, del resto, che hanno introiettato l’adesione alla “inevitabilità” di questo processo globale, presentato come naturale, quando invece esso è stato reso possibile proprio da una cosciente operazione politica, totalmente artificiale). Rottamatore, invece, di valori che dicono che l’uomo vale in quanto uomo, e non in quanto consumatore. Oggi che la vita è stata messa al lavoro tutta quanta, asservita ai bisogni e agli imperativi del sistema finanziario-industriale, non ci può essere una festa del/dal lavoro. Non ci deve essere spazio per quella festa  dei lavoratori che rivendicano il diritto a non esaurirsi nel lavoro, e si riconoscono nella dimensione festiva della celebrazione, delle relazioni sociali nella loro interezza, di un’identità che eccede la dimensione lavorativa. Se ogni festa è rigenerazione e ricominciamento, quella del primo maggio lo è in particolare, visto che si innesta sulla tradizione delle feste del maggio, con tutta la loro carica simbolica del rinnovamento della natura. Ma nel mondo della dittatura finanziaria, e nell’uso di ogni “cosa” ai fini dell’estrazione di valore, non c’è spazio per la rigenerazione. Non c’è spazio per un tempo altro che dà il senso al tempo ordinario. Il lavoro è un ciclo continuo, anzi una catena continua. E da questa catena non ci deve essere liberazione possibile.
Noi, va da sé, non ci stiamo, e difenderemo la festa, con ogni mezzo necessario.

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10 Responses to Il primo maggio è una festa

  1. natàlia castaldi il 1 maggio 2011 alle 23:42

    applauso pieno.

  2. roberta salardi il 2 maggio 2011 alle 08:38

    Ieri, primo maggio 2011, è stata in effetti una giornata simbolica.
    Era domenica e insieme primo maggio. Con un colpo solo sono state cancellate due feste per i lavoratori che hanno dovuto lavorare: la domenica e il primo maggio. Quindi una doppia rapina di tempo libero cui avrebbero avuto diritto in base ad accordi che per anni e anni erano stati rispettati.
    In contemporanea, si celebrava grandiosamente la religione-spettacolo.
    Decisamente un simbolo di sconfitta su più fronti.

  3. Gabriele Biotti il 2 maggio 2011 alle 10:03

    Condivido in pieno l’articolo. Aggiumgerei che Renzi, oltre a non preoccuparsi affatto di cambiare le cose, da un po’ di tempo punta a farsi notare… Altro che rottamare, qui bisogna costruire davvero una sinistra un po’ responsabile anche delle cose che si dicono e si fanno…

  4. maria il 2 maggio 2011 alle 10:39

    Ha ragione roberta, aggiungo che questo primo maggio rappresenta una svolta in negativo che si farà sentire anche in futuro. Tra l’altro mi chiedo se sia stato normale da parte del tg3 aprire il suo giornale serale con la beatificazione del papa invece che con la manifestazioni del 1 maggio e se corrisponda a verità il fatto che al concertone non si dovesse accennare ai prossimi referendum, non sono in grado di dirlo perchè non l’ho seguito.
    Ne sapete qualcosa?

    Matteo Renzi che è stato l’alfiere di punta dell’operazione parla ormai come Berlusconi, ieri ha attaccato il sindacato apertamente, ha invitato i giovani a contare soltanto su se stessi, ha visto una regia occulta dietro i recenti scioperi fiorentini e come non bastasse ha detto che se i sindacati vogliono gestirsi le aziene se le devono comprare. Affermazioni di una gravità enorme che tuttavia vanno a inserirsi in un clima di smobilitazione generale che non promette nulla di buono. Ieri a firenze eravamo davvero in pochi a manifestare.

  5. diamonds il 2 maggio 2011 alle 11:35

    non so se renzi possa riaccendere il motore della storia,di qualsiasi cosa si tratti.Per certo so che sono molto più interessanti,per capire il baratro che stiamo attraversando,le parole di Bonanni che il giorno della festa del lavoro dice che i sindacati devono rassicurare le imprese che eventualmente volessero investire,se si svegliassero di buzzo buono(tempo permettendo)

  6. Massimo il 2 maggio 2011 alle 12:06

    Ma che dire se la festa stessa del 1° maggio diventa una presa per i fondelli da parte di vips più o meno famosi del mondo dello spettacolo nei confronti del popolo che se gratta?
    Se del 1° maggio frega sempre meno in primis ai lavoratori, non sarà perché costretti a un bieco realismo dal tradimento reiterato di chi li doveva difendere? E tra questi ci mettiamo in prima linea i sindacati.
    Io direi basta ai culti di ogni genere: nel giro di qualche tempo sono destinati a diventare sterili.
    Per cambiare le cose ci vuole un progetto concreto di nuova società e una guerra senza esclusione di colpi contro lo status quo. In altre parole, morte, distruzione, lacrime e sangue. Tutte cose già viste e che nessuno è disposto a ripetere.
    A meno che non si voglia credere alla favoletta del cambiamanto attraverso il voto: una roba tipo quella “tocca a voi” di MTV che illude i ragazzotti e intanto si fa beffe dei propri dipendenti mandandoli a casa quando non servono più.
    Tocca a te tocca tocca a te! E intanto te se magnano…
    E’ naturale che ci si rivolga al sovrannaturale… Papa Woitila pensace tu!
    Che questi stronzi pensano a’ casi loro…

  7. enrico dignani il 2 maggio 2011 alle 16:01

    A differenza che nell’uomo, in Dio la necessità coincide con la libertà, se per libero si intende ciò che è determinato ad agire non da altro, ma solo dalla necessità della propria natura.
    (Spinoza)

  8. Stefano il 3 maggio 2011 alle 12:13

    Il migliore articolo (il meno retorico, il più incisivo) che ho letto sull’argomento. Complimenti.

  9. Teo Lorini il 3 maggio 2011 alle 15:52

    Sottoscrivo in pieno. Ringrazio Marco Rovelli per i richiami alla necessità di rigenerazione e all’attenzione perché non sia mai dato per scontato lo scenario entro il quale la politica italiana contemporanea (di cui Renzi è il sottoprodotto epigonale: altro che rinnovamento e rottamazioni) si è volontariamente rinchiusa a suon di sottrazioni dei diritti e di profonde (e talora inconsce) identificazioni con l’avversario più potente.
    Grazie anche a Roberta per la sua puntualizzazione e a Maria da cui apprendo ulteriori motivi di conferma dell’opinione che ho sul sindaco di Firenze

  10. Maria Giovanna il 5 maggio 2011 alle 20:57

    Anche se molto in ritardo mi sento di dover dire qualcosa … Indubbiamente l’articolo di Rovelli è condivisibile al 1000%°. Dello sfruttamento sia come lavoratori che come consumatori sono convinta e lo penso da molto tempo. Tant’è però li abbiamo lasciati fare e i giovani che intravvedevano certe prospettive inquietanti, se ne sono stati calmini perché tanto c’erano i genitori che provvedevano. Ora anche i genitori sono in difficoltà … i risparmi sono finiti o quasi e adesso? I Sindacati già molto tempo fa hanno brigato per entrare in Parlamento, ci sono riusciti. E adesso? Per risolvere questi problemi che ci stanno portando man mano verso una cinizzazione (mi si consenta l’invenzione) per cui esiste la prospettiva di trovarci con una popolazione sempre più orientata al suicidio o all’omicidio. No, dobbiamo cercare una via d’uscita unitaria che conduca i lavoratori verso una prospettiva di riscatto e riconoscimento del proprio destino lavorativo, non ricalcando i presupposti di parte della generazione sessantottinam che un pochino ci marciava … Lavoro onesto e onestamente retribuito. Il discorso sarebbe ancora più lungo e, ormai infinito ma, mi fermo qui. Grazie a Rovello.