Armand Gatti a Udine

10 maggio 2011
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testo e foto di Danilo De Marco (+ un ritratto di Altan)

Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista – figura determinante a cui ha dedicato una pièce: «La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» - Armand Gatti rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all’impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato da una squadra «Pinkerton», detective privati; chiuso in un sacco, pugnalato per 22 volte e gettato nel lago di Khicago, come usavano chiamarla gli emigrati italiani.  Le pugnalate strappano il sacco e Augusto si salva.

In Italia  non può tornare essendo ricercato dalla polizia del governo di Mussolini come pericoloso sovversivo. Si ferma a Monaco, nel Principato, dove Letizia, la madre, lo raggiunge con difficoltà dopo che i compagni  fanno colletta per pagarle il viaggio fino a Ventimiglia.

«Mio padre Augusto – dice Armand – a Monaco lavorava come spazzino, militando sempre  nelle fila anarchiche, in un gruppo dove c’erano anche dei sopravvissuti di Kronstad.  Aveva una  sua dimensione del mondo: lui era il vero poeta, l’inventore di immagini. Aveva idee a dismisura.

Per questo lo hanno ucciso. Lo hanno trovato una mattina presto con la testa fracassata accanto al   carretto delle immondizie. Dava fastidio perché difendeva la natura; piantava alberi attorno al casinò dove invece la speculazione edilizia voleva costruire e disboscava, per lasciare aria libera ai ricchi per il loro divertimento del tiro al piccione. Lui piantava alberi. Per questo lo hanno ucciso».

Fin dall’infanzia a Dante Sauveur Gatti, chiamato Armand, sua madre ricordava che doveva essere il più bravo della classe, soprattutto in lingua francese; essere meglio di loro sul loro stesso terreno. Così fin da piccolo la lingua diventa la sua arma di combattimento ma anche il suo primo amore.

«L’arma decisiva della guerriglia è la parola. Io ero figlio di emigranti poveri. Mi difendevo nelle strade e mi battevo. A scuola ho scoperto che la mia vera arma di combattimento doveva essere solo la parola, nella lingua francese, che io già divoravo in tutte le sue forme. Entrai in seminario, ma dopo una crisi mistica… via alla scoperta di Rimbaud. Scoperta che mi fece cacciare ben presto perché la parola, la poesia di Rimbaud, erano proibitissime.

Inizialmente fu una storia di ortografia e di grammatica ma poi fu quel mio tuffo tra la gente del porto… a inghiottire il verbo in quella dimensione totale, dove entrava di tutto: un’esperienza che nessuno aveva ancora esplorato.  E’ così la lingua è diventata più che una famiglia, più che un paese, è diventata la mia esistenza stessa. Annotavo e annotavo sul mio quaderno blu; e poi io, il quaderno e la parola, naturalmente, non potevamo non entrare nel maquis, nella Resistenza”.

La casa di Armand è a Montreuil, un tempo periferia operaia di Parigi.  Più che una casa è il luogo della Parola errante dove fanno capo anche molte associazioni. Dietro la casa uno spazio di 800 mq – lo stesso spazio dove nel 1895 i fratelli Lumière proiettarono i primi secondi di un film in movimento «L’arrivo del treno» – risistemato e dedicato al teatro e alle esposizioni. Ma anche rifugio estremo durante le repressioni della polizia, o luogo di accoglienza per clandestini in difficoltà.

Nel corridoio d’ingresso della casa, subito due file dense di libri alle pareti. Salendo le scale per raggiungere Armand al secondo piano, dei fogli con frasi/citazioni che coprono completamente le pareti. Poi, un piano ancora sopra, una lunga frase – Gatti è Mao che attraversa lo Tsé Kiang – a mo’ di fregio in alto alle pareti, ricordo degli anni ’50, quando faceva il giornalista e incontrò due volte Mao in Cina. Poi inviato in America Latina; Guatemala, ma soprattutto Cuba, dove  incontra Fidel Castro agli inizi degli anni ’60. Ma già aveva lasciato per strada la sua vecchia pelle diventando regista cinematografico. Il suo film «L’otro Cristobal» rappresentò Cuba al festival di Cannes del 1963, e lo accompagnava come fotografo di scena Paolo Gasparini, friulano di Gorizia partito per le americhe giovanissimo.

“Ti aspettavo” – dice Armand –  allargando e alzando le sue lunghe braccia; tentacoli che si staccano da una  figura massiccia e che potrebbero contenere una galassia. Anzi due.

Tutt’attorno libri, quaderni, fogli volanti, manifesti serigrafati: immagini di suo padre Augusto, di Gramsci, di Rosa Luxemburg, di Joyce, Cafiero… e in un apparente disordine totale, disegni, marionette, sculture di animali in legno coloratissime realizzate con vecchi strumenti di lavoro, un bellissimo orologio che segna il passare del tempo cinguettando come l’usignolo. Quegli stessi usignoli che Rosa Luxemburg e Karl Liebkneht ascoltavano  nel giardino botanico di Berlino la notte della rivolta spartachista.

I suoi libri sono editi, oltre che in francese, in spagnolo, tedesco… ma non in italiano. Alla parete una giacca di pelle nera; all’occhiello un distintivo con impresso il volto di Bonaventura Durruti:…è la giacca che aveva comperato e dimenticato per fretta Durruti nel suo ultimo viaggio a Parigi – dice con aria sicura ma da gran burlone Armand – quando, accompagnato dall’anarchico spagnolo Cipriano Mera e da quello ucraino Nestor Makno, dovette correre in Spagna richiamato dai primi sussulti di guerra.

Entrando nella grande stanza, si ha la sensazione di entrare in una fiaba, o dentro uno schizzo di matita impazzito; un mosaico d’oggetti e di idee del mondo. Tutto è possibile in quello spazio.

E’ come camminare dentro un grande quadro di Paul Klee, al muro appeso l’Angelo Novus, dove tutte le direzioni sono possibili contemporaneamente.

Grande drammaturgo, Armand, si immerge e immerge la  parola nella poesia, nella fisica quantica, nella matematica, nella politica, nella filosofia che diventano assolutamente sinonimo di  amore, lotta, resistenza, libertà, ricerca, identità…Un tuffo nel tutto.

“Ti aspettavo” è una frase importante per Armand. E’ legata alla sua fuga dal campo di concentramento di Linderman nel nord della Germania, vicino a Amburgo. Poi per sei mesi a camminare  per raggiungere Bordeaux.  «Si, io non lo sapevo, ma poi scoprii che feci lo stesso tragitto di Hölderlin quando era partito verso il sole, dal mar Baltico all’Atlantico. Lui non trovò il sole e io non trovai quello che cercavo. Con i miei 48 chili di carne sfiancata, non mi restava altro  che ritornare verso la fattoria di Berbeyrolle, in Corrèze; alla fattoria del père Elie. Tra quei boschi, dentro il nostro buco, la tana della nostra r-esistenza, avevamo la nostra biblioteca immaginaria. Leggevamo Michaux… e Antonio Gramsci agli alberi che ci ascoltavano sotto il peso della neve; e come armi una sola pistola 6,35 con sei pallottole… quando ci hanno preso.

Quando ritornai dal campo di concentramento il père Elie mi disse senza minimamente stupirsi:

«Ti aspettavo. Ora riposati e dammi il tempo di riprendere i contatti». Quel – ti aspettavo – dopo tutti i tormenti passati in prigionia, è stato per me come  ridare voce alle possibilità della parola. E’ stato coscienza che zampilla dalla terra ».

Gatti ha messo la sua scrittura, il suo teatro a disposizione delle persone che si sono trovate forzatamente  in difficoltà escluse, imprigionate. Ed è proprio nel quadro dell’esclusione che il suo teatro ha un ruolo rivoluzionario: «Una società che consideri  finita ogni rivoluzione  mi sembra una società totalitaria. Se il linguaggio marcisce la rivoluzione marcisce».

Ridare speranza agli esclusi; rimetterli attraverso la loro stessa partecipazione sulla scena, in un processo di riabilitazione sociale, non sociologica, in quanto persone e ancor di più nel momento in cui queste persone ritrovano l’espressione su loro stesse e sulla società.

Un lavoro di intervento e interrogazioni certamente anche teoriche, ma sempre dentro, nella carne viva. Per questo a Gatti, San  Franceso d’Assisi è così caro: «…perché sempre dalla parte della vita. Anche in punto di morte ha chiamato Clara ed è morto in piena apoteosi».

Gatti allora si mette in azione nelle strade, con i diseredati; nelle fabbriche con Karl Marx; nelle prigioni con Ulrike Meinhof; negli ospedali psichiatrici con Carlo Cafiero. Un vero e proprio teatro di agitazione.

“Le parole mi leggono” dice sovente. Una parola non arriva per cancellare la precedente, ma per arricchirla. E’ così che l’erranza continua. «Nella  parola, come nell’atomo c’è un’equivalenza: la particella (la sillaba) è la stessa cosa che la sua onda, nel senso che l’accompagna. La frase così diventa il legame tra la fisica quantistica e l’ideogramma…». Conclude dicendo «Non scrivo mai su qualcosa ma con qualcuno».

[questo testo è stato pubblicato, in versione più estesa, sul "Gazzettino" del 08.05.11]

["La parola errante" di Armand Gatti sarà letta a Udine, in presenza dell'autore,  l'11 maggio alle 20,30, nell'ambito di "vicino/lontano 2011":

Armand Gatti parteciperà poi al dibattito, assieme a Lucio Urtubia, "Tre anarchici: il rivoluzionario, il falsario, il poeta", il 14 maggio alle 10, all'Oratorio del Cristo di Udine, con Marco Cicala e Vittorio Giacopini.]

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