amazon, gli sconti e le biblioteche

3 agosto 2011
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Nuova disciplina del prezzo dei libri : DDL Levi n. 2281-B

Il 20 luglio scorso il Senato ha approvato definitivamente il DDL n. 2281-B (primo firmatario: Ricardo Franco Levi, PD, e relatori: Franco Asciutti, PdL, e Vincenzo Maria Vita, PD) che riguarda la disciplina del prezzo dei libri ed entrerà in vigore dal 1 settembre prossimo. La nuova disciplina comporterà una forte limitazione della scontistica applicabile ai libri e in molti la leggono in funzione anti-Amazon e, comunque, in funzione protettiva dello status quo nel mercato del libro. Qui, qui e qui trovate alcuni articoli, commenti, reazioni.

Dato che questa legge colpirà in modo significativo le biblioteche di pubblica lettura, che grazie agli sconti dei fornitori hanno potuto mantenere un patrimonio vivo nonostante i continui tagli di bilancio, l’Associazione italiana biblioteche ha scritto  al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, ai Presidenti delle Commissioni cultura di Camera e Senato e all’On. Levi in merito al DDL in questione. Di seguito il testo della lettera (pubblicata qui):

al Presidente della Repubblica
ai Presidenti di Camera e Senato
ai Presidenti delle Commissioni cultura di Camera e Senato
e p.c. all’On. Levi

Signor Presidente,
desidero sottoporre alla Sua attenzione le conseguenze che la recente approvazione da parte del Senato della Repubblica del ddl Levi n. 2281-B, riguardante la nuova disciplina del prezzo dei libri, avrà sulle biblioteche italiane.

Il provvedimento dispone che la vendita di libri in favore di biblioteche, archivi, musei pubblici, istituzioni scolastiche e università (art. 2 c. 4 lett. b) possa essere effettuata con sconti fino ad una percentuale massima del 20 per cento sul prezzo di vendita fissato dall’editore. Questa previsione, che nelle intenzioni del legislatore deroga in senso positivo al tetto di sconto massimo fissato dalla norma (15 per cento), in realtà produrrà l’effetto opposto, compromettendo la possibilità di documentare adeguatamente nelle collezioni bibliotecarie la produzione editoriale corrente.
Le biblioteche, infatti, hanno goduto sino a questo momento di percentuali di sconto più elevate grazie alle politiche di vendita effettuate a loro favore direttamente dagli editori o dagli intermediari specializzati che competono sul mercato degli appalti pubblici di fornitura.
Questa situazione, determinata da dinamiche di libera competizione commerciale, ha compensato, almeno parzialmente, la significativa riduzione di risorse economiche disposta dagli enti titolari (lo Stato, gli Enti Locali e le Università in primis) a seguito degli interventi di contenimento della spesa pubblica emanati dal Governo; interventi che negli ultimi 5 anni hanno quasi dimezzato del peso delle biblioteche come acquirenti sul mercato editoriale, passato dal 5% del fatturato complessivo nel 2005 a circa il 3% nel 2010.

Da settembre, con l’entrata in vigore del DDL Levi, sarà come se sulle biblioteche d’Italia si abbattesse un’altra manovra finanziaria, che penalizzerà la possibilità di offrire servizi di accesso all’informazione e alla conoscenza di livello adeguato alle esigenze dei cittadini e toglierà strumenti di lavoro alla ricerca scientifica.
La nostra Associazione non è mai stata pregiudizialmente contraria all’esigenza di una regolamentazione che tutelasse le librerie indipendenti, un anello fondamentale nella filiera del libro e della lettura. Abbiamo tuttavia sottolineato l’esigenza di contemperare le specifiche esigenze dei diversi attori dell’intera filiera del libro, che non sono totalmente coincidenti.
La previsione di eccezioni per scuole e biblioteche, modellata su analoghi provvedimenti in vigore in alcuni Paesi comunitari, avrebbe dovuto tenere conto della carenza di politiche di sostegno, anche economico, da parte delle Istituzioni alle nostre biblioteche. Solo per fare un esempio relativo a due grandi aree metropolitane, l’indice di investimento pro-capite per il potenziamento delle dotazioni librarie nel 2008 era pari a 1,30 euro a Torino e 3,40 euro a Lione (dati IFLA – International Federation of Library Associations).
Per queste ragioni abbiamo sostenuto, inascoltati, la necessità di prevedere una piena esenzione per le biblioteche, che pur rientrando nella categoria dei “consumatori finali” rappresentano in realtà una categoria di mediatori della conoscenza e della cultura che agisce per rafforzare l’attitudine alla lettura e allo studio della popolazione e per favorire l’accesso ai prodotti editoriali; non, dunque, pericolosi concorrenti delle librerie ma preziosi alleati nella faticosa impresa di innalzare i livelli culturali della nazione e di aumentare la familiarità degli italiani con libri e lettura.
Le biblioteche offrono in forma gratuita un servizio pubblico di accesso alla cultura, alla conoscenza e all’informazione a tutti i cittadini, senza discriminazioni; forniscono un supporto a studenti, ricercatori e a quanti lavorano per creare le condizioni per una ripresa di competitività del Paese; conservano, valorizzano e trasmettono alle generazioni future attraverso le loro raccolte la memoria della nostra produzione culturale, che è il fondamento dell’identità nazionale. Temo che assolvere queste finalità a partire dal primo settembre sarà ancora più difficile.

Signor Presidente, se le biblioteche sono un bene comune come è possibile che una legge dello Stato non ne tenga conto?

Stefano Parise
Presidente AIB – Associazione Italiana Biblioteche

Roma, 1 agosto 2011
Prot. n. 145/2011

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15 Responses to amazon, gli sconti e le biblioteche

  1. Antonio Coda il 3 agosto 2011 alle 10:57

    Quando si dicono le priorità del paese.

    Credo nessuno ci dormisse più la notte all’idea che Amazon offrisse campagne di sconto che scavalcavano le filiere della Editoria Big dalla Mondadori alla Feltrinelli passando per l’Adelphi.

    Ora possiamo tornare a dormire sonni più tranquilli. Con meno libri sul comodino. Delle solite case editrici.
    Così non facciamo confusione.

    Un saluto,
    Antonio Coda

  2. […] DDL Levi “Nuova disciplina sul prezzo dei libri”, Comunicato dell’Associazione Italiana Biblioteche (1 agosto 2011, ora anche su Nazione Indiana); […]

  3. Federico Gnech il 3 agosto 2011 alle 11:09

    Chiedo ai probiviri di NI qualche lume sulla faccenda, assai piu’ spinosa del previsto: prima del decreto erano i piccoli e medi editori a lamentarsi dello sconto selvaggio, che criticavano il testo perche’ non abbastanza restrittivo, poi sono arrivati i liberali a dire che si tratta dell’ennesimo favore al monopolismo protetto dallo stato (beh, mi pare un dato di fatto), infine ora sono le biblioteche a dire che senza sconti non riusciranno piu’ a rimpolpare i loro cataloghi. E tutto ‘sto casino in un paese in cui non si leggono libri. Impressive.

  4. Antonio Coda il 3 agosto 2011 alle 12:06

    Scusami Federico se mi limito a riferirti la mia impressione:

    con questo provvedimento per i piccoli editori tutto resta come prima, la grande editoria invece si vede gambizzato il maggior concorrente e i consumatori di libri – di tutti i libri: quelli che vale la pena leggere e quelli che leggerli è una pena – si vedono privati di una occasione vantaggiosa.

    E questo non vuole essere il lamento di un lettore taccagnone, ma una osservazione su quale siano le priorità legislative di questo governo, perché, ma vado a naso e magari sbaglio, a me di questo grande bisogno da parte della cittadinanza di tagliare i tetti massimo di sconto dei libri non mi sembrava così evidente.

    ( Tra l’altro, è su Amazon che io ho trovato, e a prezzo scontato, libri delle case editrici minori ).

    Un saluto,
    Antonio Coda

  5. Dinamo Seligneri il 3 agosto 2011 alle 12:48

    Sinceramente se qualcuno deve salvare la baracca, spero la salvino gli editori, sì i pesci grossi, (già tra l’altro molto assistiti dallo Stato, right) e non queste catene di spaccio libri. Mi capita di comprare i remainders su IBS e Bol e spesso sono degli affaroni, non lo nego, ma credo sia giusto regolamentare i saldi e gli sbassi del sistema. Questa legge limiterà il raggio d’acquisto, ma almeno mette tutti a sudare sotto lo stesso tetto; rivedrei, invece, con più cura i finanziamenti pubblici all’editoria.
    Per le piccole case editrici, credo non ci siano speranze, e non per la questione delle offerte al 25% o il 15%, non c’è speranza perché non hanno canali, né pubblicitari, né distributivi. E in effetti, perché nasconderselo, se uno scrittore pubblica con piccole case editrici, solitamente il suo libro è piccolo anche di qualità. ci si accontenta, pur di esserci. Tra alto e basso la concorrenza è sproporzionata sia per i rapporti di potere sul territorio (di predazione) editoriale, sia sui contenuti: inutile fare ad ogni costo i bastian contrari

  6. Dinamo Seligneri il 3 agosto 2011 alle 12:57

    Sulle biblioteche, mi sembra che ci sia bisogno di ragionare caso per caso. a seconda della città, delle sedi della centralità, insomma di biblioteca in biblioteca.
    Poche di queste, e quasi tutte nei grandi poli cittadini, sono aggiornate, acquistano libri e curano questo segmento avanzato di consumo. Molte sono figlie di fondazioni, donazioni, collezioni private , settoriali e rarità su cui credo vigano altre norme.
    Certo, sono per le biblioteche, io, e se si può dare una mano a chi va nella direzione “giusta” di aggiornamento e completezza si debba darla.

  7. gherardo bortolotti il 3 agosto 2011 alle 14:07

    gli ultimi due commenti sono talmente pieni di pregiudizi che non so neppure da che parte iniziare a ribattere e, in effetti, è meglio se non inizio neppure ;-)

    segnalo, piuttosto, che il link che trovate nei trackback (e che ripeto qui:

    http://www.luisacapelli.eu/blog/2011/07/23/pubblicare-meno-pubblicare-meglio-lettera-aperta-a-marco-cassini/ )

    punta ad un post di luisa capelli veramente ricco in quanto a riferimenti, questioni, altri link, sia sulla legge sul prezzo dei libri sia su argomenti attinenti.

  8. Dinamo Seligneri il 3 agosto 2011 alle 15:05

    A dispetto del dispetto che sotto sotto si crede sempre di fare al proprio non interlocutore con frasi del genere “con te non ci spreco tempo”, la ringrazio di questo trattamento, signor (aspetti che alzo la pagina che non mi ricordo le sue generalità) Bortolotti: almeno dimostra di non fingere tolleranza, come altri autori di questo sito.
    una buona serata, spero ristorata da una buona lettura a basso prezzo

  9. luisa capelli il 3 agosto 2011 alle 19:18

    @gherardo bortolotti, grazie per segnalazione e apprezzamento. Ritengo che il comunicato dell’Aib sia indicativo della complessità dei problemi e della necessità di pensare provvedimenti e individuare soluzioni con una capacità di visione assai più ampia di quella adottata nella stesura della legge Levi.

  10. gherardo bortolotti il 3 agosto 2011 alle 20:02

    @luisa capelli: sono d’accordo e, per altro, mi sembra molto intelligente legare la questione, come fai tu, anche al dibattito tq.

  11. Faccia la cortesia: si Levi - manteblog il 3 agosto 2011 alle 21:59

    […] È forse brutto da ricordare ma l’Onorevole Levi è stato a suo tempo autore di un altro interessante disegno di legge secondo il quale i siti web avrebbero dovuto iscriversi ad un registro statale e nominare un direttore responsabile. (via nazione indiana) […]

  12. andrea inglese il 3 agosto 2011 alle 23:42

    grazie gherardo, da questa lettera e dalle osservazioni di luisa capelli, emerge anche una questione di metodo fondamentale, nel momento in cui si vanno ad affrontare questioni molto concrete, come modi e proposte per difendere l’editoria, ecc. quello che sembra ormai mancare, nell’azione politica, anche più circoscritta come questa, è la sua capacità di mediazione sociale, ossia la sua capacità di porsi in ascolto della pluralità dei soggetti in questione, grandi e piccoli, tenendo conto delle rispettive esigenze. Questa azione di mediazione, si dirà, la politica non “vuole” farla, perché serve i poteri più forti. Coloro che temono Amazon, tu dici. Forse in alcuni casi, non “sa” più farla, non le interessa semplicemente farla. Non vuole gestire la complessità, che sarebbe poi la ragione della sua esistenza.

    Mi chiedo se questa mediazione possa oggi mettersi in moto in forma autonoma, grazie al fatto che almeno i soggetti più deboli sappiano incontrarsi e confrontare le loro situazioni ed esigenze rispettive. Più che rincorrere la politica, anticiparla.

  13. Gigi Capastìna il 4 agosto 2011 alle 11:39

    A modest proposal:

    pensare che la “cosa pubblica” possa darsi strumenti per gestire una distribuzione nazionale di “tutte” le case editrici, no eh?

    La “cosa pubblica già possiede e/o gestisce:

    – canali di informazione e promozione (TV e altro)
    – canali di distribuzione e di gestione finanziaria (Poste e altro)
    – logistica (trasformare le casaerme in depositi regionali?)

    Conseguenze possibili:

    – Le biblioteche pubbliche avrebbero de iure e di conseguenza agevolazioni,

    – Gli editori, specie quelli alle prese con eterni problemi di promozione e distribuzione, un ulteriore canale sicuro e, verosimilmente, equo

    – i lettori, un referente potenzialmente attento a 365° alle proprie istanze: reperibilità del prodotto, tempi e costi di inoltro e possibilità, previa legge ad hoc, di deduzione fiscale dell’acquisto (se non per tutte le tipologie di prodotti librari, almeno per quelle più “voluttuarie”. leggi libri per studio, aggiornamento professionale, d’arte, di poesia, vedi tu…), sconti fedeltà e premi “a punti” per accesso”agevolato” ad altri servizi pubblici: musei, manifestazioni, mostre, vedi tu…

    – le piccole librerie e quelle “Indipendenti” (ma solo quelle) che utilizzino il servizio avrebbero, de iure, agevolazioni finanziarie, fiscali, ecc.

    – le grandi catene e il “mercato” in rete, facessero pure gli sconti e le agevolazioni che meglio credono, ma soprattutto si dessero da fare per erogare servizi alternativi…

    Dico che se diventassimo un paese un po’ meno cialtrone sarebbe uno scherzo…

    Naturalmente, e me ne rendo conto e mi scuso, non è altro che l’ennesimo delirio idealistico.

  14. giorgio mascitelli il 4 agosto 2011 alle 14:22

    Secondo i criteri merceologi io sono un lettore forte ( leggo e acquisto più di 24 libri all’anno): ora questa proposta di legge mi aiuta o no? Direi di no perchè nelle librerie tradizionali ormai ci trovo poco e così anche nelle grosse case editrici.L’unica possibilità che ho è nelle librerie on line e nelle biblioteche, qualora finissi i soldi. Perchè trovo poco nel sistema tradizionale? Perchè esso lascia lo spazio prevalnetemente a libri rivolti ai lettori deboli, le librerie e on line e le biblioteche invece offrano qualcosa di più anche a lettori come me. Dunque provvedimenti che le danneggiano vanno contro il principio di una maggiore gamma di offerta che nel campo culturale significa andare contro il pluralismo. Sulla base di questi motivi le critiche svolta dall’associazione bibliotecari mi sembrano che abbiano un carattere non solo condivisibile, ma anche di utilità sociale.

  15. gherardo bortolotti il 4 agosto 2011 alle 18:29

    @giorgio: una delle cose che mi colpiva dell’appello di mulini a vento (http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/lappello/) a favore di una legge come il ddl levi è il fatto che non si considerasse che amazon o ibs sono un vantaggio per i “prodotti di nicchia”, dato che è dai quei prodotti che guadagnano più soldi. rimando a questo post per considerazioni più circostanziate:
    http://www.nazioneindiana.com/2007/04/23/e-proprio-dai-prodotti-di-nicchia-che-guadagna-piu-soldi/
    ma in soldoni quello che intendo è che è sulla cosiddetta “coda lunga” dei titoli a bassa vendita che amazon, per esempio, fa il suo fatturato.

    @andrea: la lettura in termini di “legge anti-amazon” l’ho segnalata perché, a quanto ho visto, è in effetti una delle più accreditate ma ovviamente la cosa non si esaurisce lì. per quel che riguarda invece la mediazione ti direi che in linea di massima posso essere d’accordo sull’idea. tuttavia, mi sembra ci siano diversi punti di cui tenere conto, non ultimo il fatto che non necessariamente i soggetti autonomi sono in grado di anticipare gli avvenimenti, la politica, etc..

    soprattutto un aspetto, però, mi sembra fondamentale. la politica, anche se viene rappresentata (e si comporta, in effetti) in termini di casta, non è affatto una sede distaccata dove determinati interessi riescono finalmente ad esprimersi (più o meno impunemente ;-) ma è solo una della articolazioni della rete di interessi, rapporti di potere, relazioni, posizioni di vantaggio etc. che innerva tutto il corpo sociale. quindi, siamo davvero sicuri che un “tavolo separato” autonomo sia effettivamente alternativo?

    mi rendo conto che, con una piega così, il mio discorso porta ad una specie di ipostasi della politica di sapore diciamo dalemiano, per rimanere alle cose italiane. tuttavia, su argomenti di questo genere, di mobilitazione e autonomia dei soggetti della società civile, non può non venirmi in mente, per esempio, quello che vedo capitare nell’ambito del cosiddetto terzo settore, dell’associazionismo, della cooperazione sociale, etc.. qui, appunto, la società, i privati cittadini si mobilitano e si prendono in carico diversi ambiti del welfare, forti, spesso, sia di motivazioni sincere e non banali, sia di una preparazione aggiornata, congrua, sperimentata. tuttavia, da una parte implementano, in buona o mala fede, una struttura capillare di azione e quindi di potere sul territorio e, dall’altra, scorporano sempre di più da un controllo pubblico (leggi: politico e, quindi, almeno teoricamente, democratico) grazie alle esternalizzazioni, agli accreditamenti e così via, pezzi di servizi che spettano di diritto ai cittadini. in altre parole: generano una di quelle strutture extra-democratiche che sempre di più infiltrano la nostra idea (e la nostra pratica) della cittadinanza.

    vorrei chiarire: extra-democratico è in senso “tecnico” e non vuol dire automaticamente non-democratico o anti-democratico. le cooperative, per esempio, per legge sono società per azioni che si basano su un principio di democrazia fortissimo, che è quello del “una testa, un voto”; non ci sono pacchetti di maggioranza che controllano l’azienda cooperativa e, se spesso questo comporta alcuni problemi di governance aziendale (sic! ;-), negli effetti ha dimostrato di essere una delle forze delle cooperative in quanto tali.

    quindi, rimanendo nell’esempio, le cooperative sono democratiche ma che idea di “cosa pubblica” implementano? quali sono i commons quando la comunità si frammenta, quando le sedi della sua espressione si moltiplicano? che cosa è la società, la (le) comunità, dal punto di vista di questa parcellizzazione dei suoi attori, delle sue forze?
    non sono domande retoriche, perché sono il primo a vedere le potenzialità della riappropriazione da parte della società di “cose che la riguardano” (e sulla gestione del servizio pubblico da parte delle cooperative, poi, avrei anche un po’ di revanche da fare ;-); eppure è vero che in quest’ottica, che mi sembra analoga a quella che proponi, l’idea di cittadinanza e di comunità assumono tutto un’altro aspetto, anche con diverse ombre, in termini di settarismo, gated communities, etc. etc.

    va bene, mi fermo perché ormai sono alla sbrodolata… porta pazienza, il caldo picchia e io pontifico ;-)