Nuovi autismi 10 – La mia felice infanzia

7 dicembre 2011
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

a Pauline De Margerie, editrice (in memoria)

Io sono nato senza un pezzetto, ma in fondo poteva andarmi ben peggio. A molti neonati mancano pezzi molto più grandi, o insomma i pezzi presenti funzionano da cani, sono già mezzo marci. A parte il pezzo mancante io stavo benone. Insomma benone, avevo sempre la febbre. Ma a parte la febbre alta, e il fatto che vomitavo in continuazione, tutto il resto era a posto. Del resto era logico che avessi la febbre e vomitassi, anche se erano tutti troppo presi dalle loro carsiche pastoie individuali per accorgersene. L’ho capito da solo una trentina d’anni dopo, leggendo un libro di psicologia dell’infanzia: quel tomo in una lingua straniera spiegava tutto. Ormai però era tardi per farmi passare la febbre, e i protagonisti principali erano defunti. Ma non è questo di cui volevo parlare: piangevo sempre, tuttavia la mia era un’infanzia felice. All’asilo vomitavo e piangevo, ma ero felice. Prima di rigettare avevo dei mal di testa strazianti, poi di solito liberandomi passavano (la febbre se ne era andata, non era più una questione di febbre). L’ospedale per i bambini della mia cittadina si chiamava “Ospedalino”, e io ero sempre all’Ospedalino: me lo ricordo alla perfezione, a cominciare dall’odore e dall’attaccaticcio della finta pelle delle sedie metalliche. Quando arrivavo mi salutavano e mi facevano le feste, perché ero un habitué. Mi incollavano gli elettrodi tra i capelli e scuotevano la testa, quasi volessero levarsi l’acqua dalle orecchie. Mi piaceva molto l’Ospedalino, mi sentivo a casa mia. Meglio che a casa. Certe infermiere erano proprio simpaticissime: mi è rimasta una accesa predilezione per le infermiere. Io vomitavo, e avevo questi terribili mal di testa, però ero felice. Proprio felice. Non so perché ero felice, ma lo ero. È per questo che tuttora non riesco a definirla felicità, se manca l’afflato struggente, e forse anche proprio un tocco di femminilità. Del resto non era solo per le emicranie che finivo all’Ospedalino: mi facevo spesso male. Di solito mi spaccavo proprio la testa. Il più delle volte non in modo gravissimo, ma me la spaccavo, e dovevano rimettermela a posto. Il paradosso è che non mi era insopportabile, avere la testa fracassata, quindi per me erano molto più gravi i mal di testa. Qualche volta era colpa mia, molte altre non dipendeva da me: un compagno di giochi mi lanciava un mattone dal primo piano di una casa in costruzione, mio fratello mi dava uno spintone all’indietro e finivo contro una catasta di pietre, il serbatoio di ghisa dello sciacquone si staccava e mi piombava addosso, una macchina mi tirava sotto. Io non mi preoccupavo per la testa fracassata – uno se lo sente quando le cose non sono davvero gravi – e nessuno se ne preoccupava. Mi piaceva anzi il sangue caldo che scende sulla faccia. Continuavo a essere felice. Non è una cosmesi a posteriori, come spesso succede: lo dicevano tutti che ero un bambino che sprizzava felicità. Il problema era l’azione: ogni cosa che facevo era uno scacco. Frequentavo per esempio tutto l’inverno un corso di pallacanestro e alla partita finale contro un’altra squadra l’allenatore mi faceva restare tutto il tempo in panchina. Io ci rimanevo male, che discorsi. L’unico che rimane in panchina per tutta la partita finale, la prima vera partita. Ma il peggio aveva ancora da venire: pensandoci a posteriori mi rendevo conto che in realtà io non sapevo giocare a pallacanestro. Gli altri durante il corso avevano imparato, io no. Nemmeno a palleggiare due o tre volte, figuriamo a essere efficace in una partita, anche se di bambini. E quindi era normale che l’allenatore non mi avesse fatto giocare. La cosa stranissima era che non mi ero proprio accorto del mio totale fallimento, non lo avevo anzi nemmeno subodorato. Ma questo è solo un esempio, lo racconto solo per il suo valore paradigmatico: non ero negato solo per tutti gli sport, ma anche per gli strumenti musicali, le lingue straniere, le amicizie, i giochi di società, la scuola, la famiglia. E in un certo modo anche per le cose più banali, quelle di tutti i giorni. Ogni volta era uno scacco, e ogni volta mi rendevo conto che a vedere le cose con un minimo di obbiettività me lo meritavo, anche se prima non avevo intercettato nessuna avvisaglia. Era frustrante. Ero felice, non dico che non fossi felice, però ogni volta era una mazzata. Una batosta che per qualche ragione non arrivava a scalfire la mia felicità. Poi invece d’improvviso le cose sono degenerate. Mi sono ammalato, e quando pensavano che dormissi dicevano che forse sarei morto. Era una malattia enigmatica, nessuno riusciva a darle un nome preciso. Continuavano a farmi iniezioni dolorose e inutili, e mi trattavano con quella falsa allegria che si usa con i bambini che forse moriranno. Un pomeriggio la morte è venuta davvero, ma io ho deciso che non la volevo, l’ho mandata via. Dai e dai sono guarito, ma nel frattempo il clima era diventato fosco, c’erano tanti nemici, tutto era diventato assai pericoloso. I mal di testa erano più agguerriti e più tenaci, ogni prova veicolava tormento. Non vomitavo più, avevo come sempre mal di testa, e non ero più felice. Non potevo nemmeno rifugiarmi all’Ospedalino, perché ormai ero troppo grande. Era successo qualcosa di grave, qualcosa che mi sfuggiva, e gli scacchi s’erano fatti cruenti, impietosi. A scuola mi sarebbe piaciuto essere bravo, ricuperare tutte le cose che non avevo imparato prima, e invece ero molto scarso. Non è che mi bocciassero, ma mi davano sempre sei, anche nelle materie più semplici, guardandomi come quei poveretti che tanto in là non possono arrivare. A me i ragionamenti piacevano, li consideravo per così dire fondamentali, però riconoscevo io stesso che non mi venivano bene. Con la loro parlantina quelli bravi dicevano solo banalità, mi sembrava, ma se provavo a esprimermi io venivano fuori solo garbugli di suoni, gravidanze interrotte di frasi. Beninteso c’erano però scacchi ben peggiori, ben più avvilenti: una sequela ininterrotta. Anche adesso tutto quello che faccio è uno scacco. Ora non voglio entrare nei dettagli, ma tutto quello che intraprendo è uno scacco. Lavoro, ed è uno scacco, scrivo, ed è uno scacco, vivo, ed è uno scacco. È per questo che faccio il meno possibile. O meglio, sono iperattivo, mi dibatto dal mattino alla sera fino a esaurirmi, e nello stesso tempo faccio il meno possibile. Per risparmiarmi il supplizio della disfatta, e il successivo palesamento che quella stessa catastrofe è logica: la cosa peggiore in realtà è quella, la lucidità. Faccio come le tartarughe, che passano più tempo possibile barricate dentro al carapace. Con il terrore che un uccello furbastro mi sollevi alto nel cielo, e mi faccia cadere sulle pietre dure (sono implacabili, certi uccellacci). Non vorrei però dare un’idea distorta: nel complesso adesso comincia a riandare meglio, molto meglio. È già da un po’ di tempo che me ne accorgo. Non dico che sono tornato alla felicità della mia infanzia, sarebbe una falsità. Ma mi sembra che vada nettamente meglio. Guardo fuori dalle aperture del carapace, e mi pare che vada meglio. Nonostante i mal di testa, nonostante il reiterarsi degli scacchi. Credo che siano le avvisaglie della vecchiaia.

(immagine: J. Dubuffet, La bouche en croissant, 91×72 cm, 1948]

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