I sacrifici del capitalismo azteco

24 dicembre 2011
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di Daniele Ventre

Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, Cannibali e re (la prima edizione italiana risale al 1979,  l’opera in sé, Cannibals and Kings  – The Origin of Culture, è del 1977). La tesi di fondo, che collega l’evoluzione culturale umana alla disponibilità e alla tipologia di risorse alimentari sul territorio, per quanto abbia lasciati aperti alcuni problemi, contiene spunti di riflessione irrinunciabili. Nel variegato “umanario” socioantropologico indagato da Harris, due tipologie di figure legate alla distribuzione di risorse spiccano: i mumi, grandi uomini, capi guerrieri e dispensatori di banchetti presso gli indigeni melanesiani, e i dominatori dei dispotici imperi precolombiani in cui era pratica comune il sacrificio umano su larga scala. Harris osserva anzitutto come, dall’originario status di grande dispensatore, il capotribù evolva trasformandosi in un monarca che dell’antico donatore di beni conserva solo il nome, perché di fatto la maggior parte delle risorse sono sotto il suo controllo, avviate nel circuito di un sistema tributario e investite per lo più nell’apparato militare che consente di mantenere in piedi l’ordine statuale per come è venuto delineandosi. Ovviamente, nella sua forma ordinaria, l’evoluzione delle società primitive, che dal mumi porta al re, ha come contraltare effettivo la possibilità di una gestione mirata della produzione: il differimento dell’accesso diretto all’alimentazione implica (secondo lo scontatissimo apologo biblico di Giuseppe) la disponibilità di risorse già immagazzinate per eventuali anni di vacche magre, o quantomeno la possibilità di una ridistribuzione un po’ meno irrazionale di un surplus di prodotti destinati, altrimenti, al macero e alla marcescenza, se non alla rapina. Il caso degli Aztechi, con la loro industria del sacrificio come macellazione cannibalica organizzata, ha delle caratteristiche peculiari: per usare le parole di Harris “…l’America centrale si trovò… di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione. La crescita demografica costante e l’intensificazione della produzione… eliminarono la carne animale dalla dieta della gente comune… La redistribuzione di carne delle vittime sacrificali può avere in effetti aumentato il contenuto di grassi e proteine della popolazione azteca? Se la popolazione della valle del Messico era di 2 milioni di abitanti e il numero di prigionieri disponibili… ammontava annualmente a soli 15000, la risposta è negativa. Ma il problema è mal posto. Il punto non è in quale misura queste redistribuzioni cannibalistiche contribuivano alla salute e al vigore del cittadino medio, ma in quale misura il rapporto costi-benefici del controllo politico migliorava sensibilimente in séguito all’uso di carne umana per ricompensare gruppi scelti in periodi cruciali. Se tutto ciò che ciascuno poteva aspettarsi era un dito o un alluce ogni tanto,  il sistema probabilmente non avrebbe funzionato. Ma se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro entourage, e se l’offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico”1.

Ovviamente, il cammino delle metafore e dei media comparationis saccheggiabili dalla storia e dall’antropologia è irto di potenziali incongruenze, di fronte alle quali ognuno potrebbe a buon diritto eccepire. Nel quadro delineato da Harris si possono tuttavia enucleare alcuni punti nodali di un certo interesse, che espliciterò più per amor di trasparenza argomentativa, che per sfiducia nell’intuito dell’avveduto lettore. Quello che Harris mostra è il quadro di una società sovraffollata che trovandosi in una condizione di fortissimo declino economico e produttivo, giunge a deformare stabilmente, secondo logiche aberranti, il proprio spazio di coordinate assiologiche primarie, abbracciando una politica fagocitatrice e distruttiva, espressione della spietata volontà di una ristretta élite di mantenere i propri privilegi nel contesto di un dominio sociale la cui presunta legittimazione originaria, basata sullo scopo ultimo dell’efficientizzazione dell’economia, è ormai persa nel più remoto passato e non trova riscontro nella prassi gestionale effettiva. Gli Aztechi rappresentano la reductio ad absurdum del dominio delle aristocrazie guerriere nelle società arcaiche: a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, la politica economica globale, con le sue bolle speculative, il suo traffico di prodotti finanziari fondati sul nulla, le sue banche, d’affari e non, che si pongono sul mercato come onnipervasive intermediarie e spesso, come imprevidenti fanciulli di scespiriana memoria, fanno carestia dov’è abbondanza (o dove la carestia non è così terribile)2, rischiano di riproporre una dinamica non dissimile, su scala molto più vasta, nel contesto di un’autofagia socio-politica che è ovunque incline a divorare cannibalicamente i diritti degli individui e lo sviluppo delle società umane, lasciando alla fine, a svettare sulle macerie, come piramidi di cristallo e acciaio, i centri di potere di un’economia che ha additato il sogno del totale laissez faire solo per ricadere in forme di accentramento e dirigismo più o meno occulto, più o meno diretto. In quest’ottica, di fronte all’Huitzilopochtli del pareggio di bilancio, tutto è sacrificabile: dignità del lavoratore, schiavo esposto al precariato strutturale e chiamato a recitare, con allegro aplomb, la farsa della sua sudditanza e del suo impoverimento; dignità dell’anziano, destinato a morire letteralmente di fame; servizi pubblici, (scuole ospedali) sempre più tagliati e sempre meno efficienti; impossibilità assoluta di una prospettiva migliore per chiunque non sia nato dai lombi giusti. Soltanto l’apparato di controllo (eserciti polizie) viene mantenuto in piedi, ma più per la sua funzione repressiva, che per la sua ipotetica finalità protettiva: nessuno può fare a meno di notare la prontezza di intervento delle forze dell’ordine nel manganellare dimostranti, a fronte della loro troppo spesso brontosaurica e ipergarantista lentezza nell’arginare la criminalità -quella organizzata in specie: ma quest’ultima è di fatto una multinazionale fra le altre e il suo nucleo primario, strutturalmente connesso alle correnti profonde dei movimenti del capitale finanziario e non, è destinato a restare inattaccabile. In definitiva, il vecchio mumi del capitalismo industriale di sviluppo ha definitivamente mutato volto: è divenuto potere economico spersonalizzato e delocalizzato. Non ha più bisogno dello Stato, anzi, tende a giovarsi di divisioni, particolarismi e tensioni, discrepanze di diritti e aree geografiche depresse dove il lavoro ha basso potere contrattuale. Come i re degli stati primari e secondari della protostoria, si presenta ancora come dispensatore di beni, promotore di sviluppo. Nella prassi, il cosiddetto sviluppo si traduce necessariamente in una divaricazione sempre crescente delle sperequazioni sociali. Nel frattempo, perfino la futura sopravvivenza dell’umanità sembra eccedere i costi di bilancio: diventa allora normale, per un certo giornalismo atlantico, suggerire (il vecchissimo articolo del Washington post a cui ci riferiamo risale al 31 ottobre del 2010) che una guerra contro l’Iran, magari con prospettive di allargamento mondiale del conflitto, possa portare a una ricaduta positiva sull’economia3. Certo, il signor Broder si esprimeva in termini ironici nei confronti dell’amministrazione Obama; al termine del cupo 2010, voleva suggerire che mr Yes we can avrebbe finito per divenire ostaggio dell’avversa parte repubblicana: insomma, un velenoso articoletto di politica interna. Ma ciò non toglie come il fin troppo facile ricorso all’immagine dell’éscamotage bellico tradisca una consuetudine intima, cieca e perversa con idee di distruzione. A suo tempo la possibilità di un urto con l’Iran e della connessa deriva nucleare planetaria spaventava ben più di un chiliasta improvvisato: di fronte al Tlalok delle maree montanti del mercato si arriva a prospettare perfino la possibilità di un olocausto definitivo e sembra che il dottor Stranamore abbia smesso i panni dello scienziato atomico dall’accento teutonico, per rivestire il doppio petto e l’eleganza anglosassone dell’economista di grido o dell’opinionista da Pulitzer.

E l’Italia post-berlusconiana, con il suo default (via via sempre meno) potenziale, con il suo governo tecnico, con i suoi eleganti e mesti dignitari? Accantonata la lunga fase berlusconiana, ultima deforme pretesa di capitalismo di sviluppo, fra irregolarità gestionali e stallieri in odore di mafia, l’èra dei sacrifici appare inevitabile: ma si badi, è inevitabile data la nostra classe politico-impreditoriale(-mafiosa) che non si schioderà dai suoi fattuali privilegi, in specie dalla guarentigia di gestire con piglio oligarchico un’economia blindata, un mercato chiuso e guidato, oligopolistico, privo di spinte sistematiche all’innovazione e al vero rischio imprenditoriale (se escludiamo in parte le sole attività illegali): è l’inevitabilità di un mussen, non di un sollen, l’inevitabilità di una frana da un precipizio, non quella di un dovere etico e politico. Né c’è da credere che si salverà alcunché. L’attuale governo non toccherà la Chiesa, i cui edifici non di culto rimarranno medievalmente immuni da tassazione -non che la Chiesa ci risolva il debito, ma sarebbe stato un segnale… La lacrimevole Elsa Fornero, smesse le lacrime, ha messo un po’ a tutti la pulce nell’orecchio sull’articolo 18 -eppure tutti sanno (stampa di destra in testa) che non è certo questo povero untorello a spiantare la borsa di Milano… Due segnali precisi di inaffidabilità, visto che il rigore è di fatto unidirezionale e rimane non sostanziale -e ancora una volta il re azteco si traveste impropriamente da mumi. L’Italia, tuttavia, da periferia del mondo occidentale qual è si accinge più di altri Stati europei a trasformarsi definitivamente in uno dei più riusciti laboratori marginali delle future società feudal-tecnologiche: più di altre nazioni conserva eredità e cascami politico-culturali dell’èra pregorbaceviana -a partire dalla sua attuale fisionomia politica interna, residuo di un mal riuscito decotto piduista; meno di altre nazioni investe sul proprio futuro, in termini di ricerca, di qualifiche e di istruzione (anzi, i nostri venerabili maestri delle tribune mediatiche sostengono spesso che si possa mantenere in piedi una società complessa sconsigliando ai giovani ogni tipo di formazione culturale più avanzata di quella del garzone da bar). Nel frattempo la finanza e il mercato mondiale, sibi permissi, seguiranno il loro cammino, secondo la crisi congiunturale, al di sopra delle nostre teste, in assenza di regole che permettano di conservare quelle metacondizioni di stabilità e sicurezza sociale tolte le quali il mercato, di fatto, collassa e nemmeno ha senso parlare di debito e di pareggio.

Nel suo vecchio libro, Marvin Harris concludeva il capitolo sul truce regime cannibalico azteco ricordando che viceversa “la disponibilità di specie animali domestiche svolse un ruolo importante nella proibizione del cannibalismo e nello sviluppo di religioni dell’amore e della misericordia negli Stati e negli imperi del Vecchio Mondo. Potrebbe allora darsi che il cristianesimo sia stato più il dono dell’agnello, che non del bambino nato nella stalla”4. Fuor di metafora, non sappiamo quale sistema di soluzioni potrebbe offrirci la via d’uscita. Di fatto non sarà un rapace dirigismo bancario, sia pur atteggiato a compassata professionalità, a salvarci qui e altrove dal tracollo a cui decenni di privilegio concesso all’incompetenza e alla truffa ci hanno condotti: non sarà questo presunto rigore a danni di troppi, lasciando espositianamente immunes i soliti pochi, a garantirci democrazia e sviluppo.

 

 

  1. Harris, op. cit. p. 124 s. []
  2. Basterà pensare alle speculazioni finanziarie di Goldmann-Sachs sui prodotti alimentari: riguardo al fenomeno in questione, si veda l’articolo di Aditya Chakrabortty su The Guardian: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH []
  3. Ci riferiamo a un ben noto intervento di David Broder, leggibile qui: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html []
  4. Harris, op. cit. p. 125 []

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13 Responses to I sacrifici del capitalismo azteco

  1. carmelo il 24 dicembre 2011 alle 21:15

    Molto lucido e interessante questo articolo. Sorprende nel nostro paese la pretesa tecnocratica pseudo modernista di tirar fuori il paese dalla palude mantenendo intatta la struttura medioevale corporativa che lo sta facendo affondare più velcoemente dei vicini paesi europei.
    le tue citazioni mi hanno fatto ricordare un libro di Jared Diamon “Collasso” laddove dedica un capitolo alla civiltà maya:

    …Perchè i re non furono capaci di riconoscere e risolvere quei problemi così evidenti che minacciavano la loro società?
    La loro attenzione era evidentemente concentrata su mire personali e a brevve termine, quali arricchirsi, intraprendere campagne militari, cotruire monumenti, rivaleggaire con le altre elite e sottrarre ai contadini cibo sufficiente per poter sostenere tutte queste attività….i re e inobili maya non tennero conto dei problemi a lungo termine……

    Le passività dei capi dell’isola di pasqua e dei re maya di fronte alle vere e grandi minacceche incombevano sulle loro società ci fa pensare all’estremo esibizionismo consumistico dei ricchi americani dei giorni notri….

  2. carmelo il 24 dicembre 2011 alle 21:16

    chiedo scusa, jared Diamond che ha scritto anche armi acciaio e malattie

  3. franco buffoni il 24 dicembre 2011 alle 21:18

    Caro Daniele, grazie! Leggerti è sempre per me altamente istruttivo. Buon solstizio d’inverno! franco

  4. christian raimo il 25 dicembre 2011 alle 10:17

    Un pezzo bellissimo, che mi ha ricordato un amore di gioventù di studio. Marvin Harris.

  5. daniele ventre il 25 dicembre 2011 alle 12:29

    @ carmelo

    Lo stesso si potrebbe dire della civiltà micenea (su cui forse si potrebbe dire qualcosa di più articolato). L’isola di Pasqua è una metafora, se possibile, ancora più agghiacciante (e calzante).

    @ franco

    Grazie degli auguri, e buon dies natalis solis invicti (e anche auguri vedici, come disse qualcuno un anno fa, citando l’inno a Vak).

    @ christian

    speriamo che il quadro di Harris non si estenda al pianeta (quello degli Aztechi, dico…)

  6. carmelo il 25 dicembre 2011 alle 18:01

    in fondo una società in decadenza cannibalizza il futuro e dimentica il passato.
    Viviamo in un eterno ridondante e insopportabile presente.
    L’orizzonte decisionale delle classi dirigenti non va oltre il breve termine, il beneficio immediato, anche se ciò potrebbe pregiudicare il lungo termine.
    Le stock option sono la metafora di un economia basata sul profitto immanente. I politici legiferano sulla base dei sondaggi e i cittadini consumatori fanno le loro scelte sulla base di soddisfazioni immediate quanto effimere.
    Il pensiero razionale ci dice che l’economia di mercato dominata dal capitale finanziario è insostenibile e ci porta alla catastrofe.
    Eppure l’orgia continua….mah…!!

  7. Vincenzo Cucinotta il 26 dicembre 2011 alle 11:57

    Volevo sottolineare un aspetto di dissenso.
    L’articolo riprende esempi di antiche civiltà che soccomberono in virtù di un’incapacità a reagire a un meccanismo sociale endogeno.
    Ora, qui c’è un problema di concezione della natura della crisi che investe tanti paesi e in particolare l’Italia.
    Se ammettiamo questo parallelismo tra crisi italiana contemporanea e crisi azteca, stiamo dicendo che la crisi nasce in Italia, appunto da cause legate a un vivere sopra i propri mezzi e roba di questo genere.
    La mia analisi, che certo non è solo mia, è che la crisi sia crisi globale e che sia stata importata in Italia dall’esterno, essa cioè non è nata nel cortile di casa, ma è l’effetto della bolla speculativa sui subprime che in un mondo finanziariamente globalizzato si propaga ovunque, privilegiando di rinfocolarsi lì dove pensa di trovare le minori resistenze.
    Se insomma la crisi è nata nel centro dell’impero (gli USA ed in parte nel Regno Unito), e finisce qui da noi, ciò è dovuto a un’esigenza disperata del capitale finanziario globalizzato di prolungare la propria inevitabile agonia a spese di chiunque ed ovunque, e l’Italia è perfetta, dominata da una classe politica particolarmente debole, senza quindi capacità di esercitare un’influenza significativa sulle decisioni europee, privi dei canonici meccanismi di autodifesa costituiti dalla sovranità sulla propria moneta, ed ancora ricca, molto ricca su una scala mondiale, un osso così ricco di polpa da attirare le voglie di tutti questi gruppi finanziari in carenza di ossigeno.
    Dobbiamo cioè comprendere che l’Italia costituisce un’ulteriore dose di eroina per il sistema finanziario globalizzato, un eroinomane che ovviamente, non potrà risolvere i propri problemi continuando a iniettarsi dosi crescenti di eroina, ma può soltanto prolungare la propria sopravvivenza razziando tutto ciò che può in attesa della propria inevitabile fine.
    Monti, Napolitano, Draghi, quelli cioè che appaiono come i protagonisti della politica italiana odierna, non costituiscono una specificità italiana, sono parte di quei poteri globalizzati che comandano in tutto il mondo, sono parte di quello stesso mondo: se crolleremo, come appare ogni giorno che passa più probabile, lo faremo non in virtù di vizi antecedenti, ma di scelte necessarie non assunte, di difese possibili non attuate, perchè costoro sono del tutto intrisi della stessa cultura che ha portato il mondo fin qui, e quindi sono costitutivamewnte incapaci di salvarci (qualcuno potrebbe dire che sono complici dei nostri nemici, ma questo è un altro discorso).
    Così, concluderei che le attinenze tra l’oggi e quei lontani avvenimenti di antiche civiltà mi appaiono alquanto arbitrarie, qui non c’è una civiltà che soccombe ad un’altra ma la monociviltà mondiale che si autodistrugge con esiti al momento imprevedibili.

  8. carmelo il 26 dicembre 2011 alle 13:16

    Si è evidente che la crisi è globale e sistemica. E come succede quando si propaga un’infezione, sono i soggetti meno deboli ad esserne colpiti per prima e in modo più virulento.
    Le convulsioni del eprverso sistema speculativo-finanziario hanno messo a nudo la profonda debolezza e arretratezza della formazione economica e sociale chiamata Italia.
    Ci sarebbe un’altra considerazione da fare.
    Il progerssivo disfacimento degli stati nazionali (invito a leggere franco farinelli) e la loro perdita di sovranità ha reso ancora piu’ distruttiva le dinamiche del capitale finanziario (il cui unico scopo è quello di realizzare profitti nel breve-brevissimo termine,e le cui dimensioni rispetto all’economia reale sono divenute mostruose), di fronte alle quali occorrerebbvero progetti decisioni e azioni altrettanto globali.
    Coda che non sta succedendo per gli stessi motivi per cui non è successo nella civiltà maya o in quella micenea che dice ventre o nell’isola di pasqua.

  9. daniele ventre il 26 dicembre 2011 alle 19:49

    Forse qualcuno non si è accorto che il caso Italia occupa solo la parte terminale dell’articolo (a partire dalla frase “E l’Italia post-berlusconiana…?). Inoltre, qualcun altro non si rende conto del fatto che per le civiltà mesoamericane, l’altopiano e lo Yucatan erano poco meno che tutto il mondo.

  10. carmelo il 26 dicembre 2011 alle 20:10

    caro ventre:
    “Inoltre, qualcun altro non si rende conto del fatto che per le civiltà mesoamericane, l’altopiano e lo Yucatan erano poco meno che tutto il mondo.”

    me ne sono accorto si ed il punto è proprio questo:
    e la crisi è globale la soluzione non puo’ che essere globale; l’inquinamento dell’aria, la distruzioone, delle foreste e delle risorse, l’azione devastante ed extraterritoriale del profitto, non sono mai fatti locali, problemi confinati in una nazione o in uno stato geografico. Un filoso tedesco (Jonas ?) ha detto che siamo arrivati a un punto talmente vicino al baratro che forse solo una grande catastrofe potrà farci rinsavire.

    Mi permetto di osservare che il declino della civiltà maya è stato segnato da un forte aumento delle rivalità e delle guerre tra le varie città stato.
    Non sta succedendo forse questo tra i vari paesi ad economia di mercato prigionieri ormai della devastante forza inerziale dei capitali speculativi-finanziari ?
    E quando si parla di crescita (il nuovo totem) non si sta in fondo accelerando la corsa contro il baratro di cui sopra?

  11. daniele ventre il 27 dicembre 2011 alle 20:05

    Purtroppo sì…

  12. carmelo il 27 dicembre 2011 alle 22:20

    Oggi ho ascoltato marco revelli su radio popolare. Un’analisi lucida, chiara quanto profonda la cui registrazione andrebbe ascoltata se fosse possibile anche qui.
    Non la voglio fare lunga ma in sostanza tra le altre cose dice che a partire degli anni ’80 è stata teorizzata e realizzata la riduzione dei salari a beneficio dei profitti (aggiungo io, grazie anche alla progressiva perdita di potere contrattuale delle classi salariate per i processi di globalizzazione: delocalizzazione della produzione verso i paesi in via di sviluppo e aumento esponenziale dei flussi migratori verso i paesi industrializzati); la presunta razionalità del sistema di mercato che fino allora ruotava sulla produzione si è trasferito sul consumo
    A partire dagli anni ’80 i consumi, dati i salari sempre piu’ bassi, non si sostengono piu’ con il reddito (la ricchezza prodotta) ma con il credito, il cosiddetto prestito al consumo che cresce in modo esponenziale (e che ricorda il medioevo: nel medioevo infatti il credito in massima parte veniva concesso ai richhi per il consumo o per le guerre)
    si consuma quindi grazie alla moneta astratta che diventa sempre piu’ astratta e sofisticata (vedi derivati che producono un effettio leva fino a 100)
    negli USA per sostenere l’economia, di fronte ad una classe salariata depauperata si spinge in modo osceno sui prestiti al consumo (ivi compresi i mutui prima casa erogati in modo vertiginoso); i rischi altissimi di insolvenza vengono sublimati attraverso meccanismi sempre piu’ astratti e virtuali fino allo scoppio della bolla.
    Quindi ? quindi la causa prima non è la finanza (che non è una sovrastruttura se fosse cos’ sarebbe emplice risolvere la crisi tagliando le unghie alla finanza), ma la distribuzione (come ben sapevano tutti i grandi classici dell’economia, da maltus a ricardo a sraffa a keynes) : una fetta della torta sempre piu’ grande va ai profitti e alle rendite a scapito dei salari-stipendi. Il sistema ruota attorno ai consumi ela perdita di sovranità statale lo rende sempre piu’ ingovernabile.

    Questa crisi potrebeb diventare una opportunità se prendiamo atto che il nostro stile di vita è eticamente ma anche ecologicamente incompatibile, che illudersi che la soluzione stia nella crescita (che palle co sta cresciya) è la strada sbagliata.

  13. carmelo il 29 dicembre 2011 alle 17:20

    gli ultimi due post scomparsi
    ho scritto qualcosa meritevole di attenzione da paret del moderatore?

    beh buon anno comunque