GLI HIPSTER E LA MORTE

20 febbraio 2012
Pubblicato da

di Giacomo Bottà


ANGELA: Il signor La Morte, gente. Beh, vuoi dargli qualcosa da bere, caro?
GEOFFREY: Certo.
ANGELA: È un mietitore il signor La Morte.
TRISTO MIETITORE: Il Tristo Mietitore.
da ‘Mony Python. Il senso della vita’

New York City è come un cimitero
A tutti i cadaveri piace come suono la chitarra
Devi essere carino se vuoi andare lontano
New York City è come un cimitero
‘New York City’s like a graveyard’ / The Moldy Peaches

Un’intervista con un hipster potrebbe cominciare così:

Un hipster? Sì lo so cosa è un hipster, cioè se ne vedo uno so riconoscerlo. No, io non sono un hipster, poi a Neukölln comunque la scena è già morta, adesso gli affitti costano troppo e il quartiere si è riempito di giovani turisti asiatici e scandinavi pieni di soldi che si fingono del posto. Insomma l’autenticità se n’è andata a farsi benedire…

Gli hipster sono morti, sepolti, finiti, kaputt; non ci sono più, ci sono solo individui che fingono di essere hipster. Gli hipster ormai fanno altro, magari quando si arrotolano la manica di una camicia, si scorgono porzioni multicolori di tatuaggi ironici e allora ti sorridono e confessano ‘sì, ero quello che tu chiameresti un hipster tempo fa, ma poi la scena è morta e sono passato ad altro’. In secondo luogo, gli hipster sono una scena che ha filtrato fin troppo con la morte. Basta ascoltare i Moldy Peaches per capirlo. Chi sono i Moldy Peaches? Sono un gruppo di hipster, o almeno, gli hipster ascoltavano i Moldy Peaches, prima di passare ad altro.

La morte di una scena è presente nel discorso della scena, dalla sua stessa nascita. Appena una scena è riconosciuta tale da persone esterne a essa, ecco che la scena è dichiarata morta dai suoi partecipanti. Gli hipster sono morti nel momento in cui sono stati classificati come hipster – il problema è che questo è avvenuto quasi subito.

Tanto per fare un altro esempio, il punk è nato nel 1975-76, tutti pensano che sia morto nel 1978, quando su un palco di San Francisco i Sex Pistols terminavano il loro ultimo concerto con le parole ‘ever got the feeling of being cheated?’. In realtà il punk è morto poco dopo, quando il guppo The Exploited ha cominciato ad utilizzare lo slogan ‘punk’s not dead’, il punk non è morto, uno slogan ridicolo. The Exploited rappresentano la morte del punk perché riproducono quello che la maggior parte dell’opinione pubblica era già in grado di codificare come punk: la cresta di capelli verde, i tre accordi veloci e distorti, le catene e le spille e per di più ti dicono che ‘hey, il punk non è morto’, per favore continuate a comprare i nostri dischi e le nostre magliette.

I media hanno provato a spiegarci cosa sia un hipster. I giornali hanno proposto il solito manichino idealtipo (naturalmente maschio) con le frecce o le didascalie a indicare qualche caratteristica estetica. Per gli hipster le didascalie si soffermavano su baffi ironici o barbe incolte, occhiali da foto segnaletiche di pedofili nel 1975, iPhone, jeans stretti, biciclette a scatto fisso, tatuaggi, magliette col collo a V, poi ci sono social network, siti musicali, gruppi di riferimento e pratiche condivise. Tutto quello che è stato scritto sugli hipster è quello che è sempre stato scritto sulla bohème in generale. È sempre facile quanto inutile spiegare la bohème a partire dai manichini, bisognerebbe invece sempre partire dai luoghi (e nel caso degli hipster, da Williamsburg, Brooklyn) e dal loro valore immobiliare.

Negli Stati Uniti a partire dagli anni cinquanta, la classe media, formata dai cosiddetti wasp, protestanti bianchi anglosassoni, si è trasferita in aree suburbane residenziali al di fuori dei centri cittadini. C’è tutta una serie di spiegazioni per questo, dal timore di attacchi alieni fomentati dai film di fantascienza all’apparente ritorno ad uno stile di vita comunitario e di buon vicinato, dal culto dell’automobile e della villetta monofamiliare alla paura delle rivolte di afroamericani e proletari concentrati e segregati downtown. Per qualche generazione, le suburbs hanno rappresentato lo stile di vita più diffuso per la classe media americana, ancora oggi descrivono al meglio l’immaginario americano, da Desperate Housewives all’ultimo pluripremiato disco degli Arcade Fire, intitolato appunto The Suburbs, da Le Correzioni di Jonathan Franzen alle 66 Scenes from America di Jorgen Leth.

Gli hipster sono i figli di questo contesto materiale e spaziale e, per uccidere il padre, decidono di reimpossessarsi del centro città e di riattivare un immaginario interrotto negli anni sessanta, quello del downtown come luogo privilegiato per la sperimentazione di stili di vita e di forme di socializzazione alternative. Il nome stesso, hipster, era stato utilizzato per ultimo in un fondamentale saggio di Norman Mailer intitolato ‘The White Negro: Superficial Reflections on the Hipster’, uscito sulla rivista Dissent nel 1957. Mailer descrive il camuffamento afroamericano degli studenti bianchi che esplorano i bassifondi del centro, ascoltano jazz e adottano lo slang dei centri cittadini segregati a dagli anni venti fino agli anni cinquanta.

Nel caso degli hipster contemporanei ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso, prima di tutto perché i confini etnici sono molto più sfumati. Sembra che oggi l’immaginario che negli anni cinquanta era quello afroamericano (fumare marijuana, portarsi un coltello in tasca, parlare uno slang, masticare tabacco, ascoltare jazz…) si sia trasformato, almeno parzialmente in nordico o mitteleuropeo. Williamsburg, un quartiere abitato storicamente da comunità esteuropee e di ebrei assidici, solcato da isolati in legno e architetture basse, fa pensare più a Tallinn che a Brooklyn. In pratica sono le fluttuazioni di persone e capitali dalle zone residenziali verso i centri e viceversa che portano alla nascita di scene o di subculture.

In realtà gli hipster sono una scena nutrita di una quantità spropositata di rimandi alla storia culturale dell’Europa e degli Stati Uniti dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi. Questa enormità di rimandi, conseguenza del fatto che in internet si trova di tutto, rende formalmente impossibile stabilire delle linee guida stilistiche ed estetiche, come invece era possibile fare per alcune subculture alla fine del secolo scorso. Ogni tentativo di stabilire cosa è un hipster in generale, si scontra con l’incontro di qualcuno che è percettibilmente un hipster, ma che non ha nemmeno una delle caratteristiche utilizzate per descrivere l’hipster in generale. Un hipster può essere benissimo qualcuno nato a Brasilia, vestito come un operaio irlandese appena sbarcato a Liverpool per sfuggire alla grande carestia delle patate del 1847, che ascolta soltanto musica jazz prodotta in Persia durante la dittatura dello Shah ed ha una conoscenza spropositata del calcio polacco.

Questo ha delle conseguenze importanti per il mercato: se vado in una catena di abbigliamento svedese, ad esempio quella che ha per nome due iniziali unite da una congiunzione, e vedo una ‘camicia da hipster’, nel momento in cui compro ed indosso quella camicia, essa muore, smette di essere una camicia da hipster. Arrivato a casa, lo specchio restitutisce l’immagine di un triste imitatore di un hipster. Ecco però che mentre tento di liberarmi della camicia da finto-hipster, improvvisamente e magicamente essa comincia a sprigionare una nuova luce simbolica e si trasforma in una ‘camicia da finto-hipster indossata ironicamente come se fosse una camicia da hipster’. Tutto questo può essere spiegato facilmente in relazione a determinati contesti semiotici, rimandi culturali plurimi, constellazioni spaziali etc. secondo la disciplina universitaria che preferite (altrimenti aprite a caso un libro di Slavoj Žižek, il filosofo preferito dagli hipster, e voilà).

Il ciclo vita / morte / resurrezione del valore simbolico di un prodotto sembra procedere sempre più velocemente e a caso, come una pallina in un flipper. Marx ne Il Capitale dice che nel capitalismo ‘tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria’ (l’ho letto in Marshall Berman, non ne Il Capitale stesso, che non ho mai letto per intero). A ciò va aggiunto che la trasformazione di tutto da solido in gassoso è il presupposto per il gassoso di essere ritrasformato in solido attraverso processi che sembrano essere sempre più imprevedibili e vorticosi anche se forse sono soltanto moderni.

Continuando invece il discorso sui gruppi musicali hipster, anche qui ci troviamo di fronte ad un sacco di problemi. Nel XX secolo era facilissimo associare una certa scena ad un certo genere musicale: gli skinhead ascoltano ska, i punk ascoltano punk, gli skater ascoltano hardcore, i goa travellers ascoltano trance, i risorgimentali italiani ascoltano Verdi, i nazisti ascoltano Wagner. Semplice. Ma cosa ascoltano gli hipster? Qui il discorso è molto più difficile. Secondo i media all’inizio del XXI secolo gli hipster ascoltavano gli Strokes oppure i gruppi Anti-Folk come i già citati Moldy Peaches. Qualche anno dopo ascoltavano gli Animal Collective. Comunque gli hipster ascoltano principalmente musica che ottiene ottimi voti in recensione su Pitchfork.com, che è un sito musicale. Ma non è tutto qui, perché, come già sottolineato l’hipster sfugge ad un sacco di definizioni da bohème classica. Un hipster potrebbe in teoria ascoltare solo country&western o avere una sconfinata collezione di vinili di A.O.R. (la adult oriented music, quel rock americano macho-romantico trasmesso dalle radio per camionisti negli anni 70 -90) o essere appassionato esclusivamente da Erkin Koray (il Jimi Hendrix turco).

Anche in questo caso, l’hipster sembra giocare continuamente con la vita / morte / resurrezione della merce culturale nel vortice capitalistico. Una particolarità è rappresentata dal fatto che internet non sembra avere un ruolo preponderante in questo processo. L’hipster è street-wise, cioè saggio, lungimirante, intelligente a livello della strada (intesa cone luogo pubblico e reale dove vedere, esser visti, comprare, essere comprati, cercare, essere cercati). Evitando internet (o fingendo di evitarlo), l’hipster riesce a ricostruire un’aura (nel pieno senso benjaminiano del termine) pre-digitale a ciò che da morto è riportato in vita. Questa operazione è assolutamente difficile da capire, realizzare o apprendere. É conseguenza di una sensibilità necrofilo-culturale che adora penetrare la morte: adora il puzzo di sudore stirato dei vestiti di seconda mano, la muffa sulle copertine di dischi, i giocattoli arrugginiti, i libri sbiaditi di cantine allagate, i materassi sfondati di camere ammobiliate e i filmini superotto delle vacanze di sconosciuti. Adora la rassicurante patina del passato che ricopre la realtà ordinata del già vissuto e adora ridarle vita gridando ‘hey guarda cosa ho trovato!’.

 

Copertina Argo XVII L’articolo “Gli hipster e la morte” è tratto da VIXI, il n.17 della rivista Argo, appena uscito e dedicato al tema della morte (www.argonline.it)

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6 Responses to GLI HIPSTER E LA MORTE

  1. clorenzo il 20 febbraio 2012 alle 09:47

    non sono d’accordo su molti aspetti dell’articolo, innanzitutto sul prendere in considerazione una “scena” hipster. non c’è alcuna scena hipster, e non è associando un luogo (Neukölln? oppure an East London flat? http://www.youtube.com/watch?v=lVmmYMwFj1I ), nè una presunta data di scadenza in un ipotetico passato in cui la “scena” era “genuina” che si crea, appunto, una scena. Non riuscirei ad approfondire la mia posizione al momento – sono pensieri marginali questi – ma credo che l’hipster produca/consumi non un prodotto (un gruppo, un autore, un vestito) ma il consumo stesso, secondo l’unica discriminante del mainstream/non mainstream. Se non è mainstream, allora merita attenzione, a prescindere dal valore estetico dell’oggetto in sè. ogni cosa perde valore, ma ciò non ha importanza, dato che nel momento in cui qualcosa passa per le mani critiche di un hipster, si deteriora a mainstream e perde valore – il valore attribuitogli in base alla sua iniziale distanza dal mainstream – automaticamente e per costrizione logica.

    chiedo scusa per le troppe virgolette

    L

  2. renatamorresi il 20 febbraio 2012 alle 14:48

    Pezzo interessante, sì, ma qualcosa manca, qualcosa non mi torna. Diciamo che forse è questa retorica dell’imprendibilità che a volte prende un po’ la mano all’autore, e che, credo, andrebbe ricollocata su un altro piano, quello del progressivo deterioramento della categoria di ‘classe sociale’ e del confinamento della contro-cultura nelle zone del piacere individuale piuttosto che in quelle del movimento civile. Nella critica ‘classica’ mossa agli hipsters questi risultano sempre troppo bianchi per andarsene in giro in zoot suits, troppo benestanti per diventare hoboes, troppo nuovi per essere mods, troppo comodi per fare i punk, ecc. Ovvero: sembrano occupare lo spazio ‘libero’ di un individualismo di default, quello dei self-made consumers. La critica però non fa che reinscrivere la differenza come feticcio identitario, ecco perché viene riassorbita nel loop dell’ “appena-definito-subito-morto”, “appena-criticato-subito-nuovo”, e non riesce, neanch’essa, a diventare politica.

    Questo in area anglo-americana, direi. Sarebbe interessante andare a guardare meglio anche la versione italiana, che a me pare innestarsi su tratti nostrani un po’ melò (forse, dovrei rifletterci).

    Scusate la fretta e grazie del contributo

    r

  3. Marco il 21 febbraio 2012 alle 14:36

    Grazie

  4. Zach Sodenstern il 17 marzo 2012 alle 06:25

    Crepati è poco, spero che abbiano anche sofferto.

  5. srmzgts il 21 marzo 2012 alle 15:31

    bel bezzo, bgmole
    c’è però da tener conto anche della questione del disimpegno, io credo. Segnalo questo pezzo qua che sicuramente hai già visto: http://www.adbusters.org/magazine/79/hipster.html

  6. gherardo bortolotti il 22 marzo 2012 alle 12:54

    ciao vanni, grazie per la segnalazione che in effetti non avevo visto. di sicuro me lo leggo!