I topastri di Marino Magliani

27 aprile 2012
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(ecco l’incipit dell’ultimo lavoro, giallo-bolaño-animalesco, di Marino Magliani: “La ricerca del legname”, due punti Edizioni, 6 €; provare per credere e apprezzare; GS)

 

“A volte vengono giri d’idee che non appartengono alla nostra lingua, e ciò non ti sembri strano.”

Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi

 

C’erano i piccoli con cui giocavo sui bordi del tubo che usciva dallo sfiatatoio e a noi sembrava uscisse dal mare. E c’erano i vecchi a ridosso del muro. E c’era il mare, ma non si vedeva. Era sopra di noi, e per raggiungerlo si procedeva attraverso le fessure fino allo sfiatatoio e lassù c’era il tombino e da qualche parte il mare. Ma prima del mare c’era da attraversare la strada e allora uno restava lì, immobile, e dicevano che a quel punto mancava il coraggio.

Un giorno da lassù era caduto un serpente. Scappammo via, e quando da dietro i ripari ci voltammo a guardare tirammo un sospiro perché il serpente era morto. Le ruote delle macchine gli erano passate addosso mentre tentava d’infilarsi tra le sbarre e gli avevano spezzato la frusta che hanno dentro i serpenti. Le ultime forze le aveva usate per trascinarsi e cadere tra noi. Prima di avvicinarci e mangiarlo, aspettammo che anche i suoi nervi si quietassero e la bocca non mordesse più l’aria. Anche El Tira era tornato a guardare. Lui era il più sveglio e non credo lo fosse solo perché era nipote di Josephine la cantante. A una certa età queste cose non interessano. La popolarità di Pepe El Tira continuò anche quando entrammo al commissariato. Io mi arruolai proprio perché c’era lui. Ci misero a fare i turni nello stesso quartiere, era un periodo in cui nella colonia vivevano parecchie teste calde, sabotavano i collegamenti ai condotti periferici, disturbavano il transito dei pendolari. Poi mi trasferirono alle aree di risorsa. Dovete sapere che l’ottanta per cento del legname proveniva dalle radici dei platani che sfondavano i muri di contenimento, il resto si recuperava ammassato contro le grate. Era legname di prim’ordine che giungeva dal fiume e si accampava provocando innondazioni. Le grate esterne ne lasciavano passare grosse quantità, quelle interne trattenevano i tronchi e le tavole, pezzi di mobili che galleggiavano nell’acqua assieme ai cadaveri sorpresi dalle piene. Le squadre dei recuperatori avevano sempre il loro daffare. A volte li scortavamo nei condotti poco sicuri.

Per un periodo, con El Tira lavorammo fianco a fianco anche nella lotta contro il brac­conaggio. I bracconieri possedevano una tecnica fulminea, la usavano durante i temporali di maggio, e nel giro di poche ore le lumache che inseguivano le trasudazioni fino al nostro livello venivano sterminate.

Poi con El Tira ci perdemmo di vista; gli assegnavano i controlli di altri livelli, territori frequentati da assassini di grossa taglia, serpenti e faine, fin quando non si mise in testa che per una serie di delitti il responsabile era uno di noi, un topo. All’Accademia, per quel poco che la frequentammo prima di praticare, ci avevano sempre detto che i topi non uccidono i topi. Ma El Tira aveva avuto quell’intuizione, nel nostro mestiere contano le intuizioni. E quella volta il serial killer era davvero un nostro simile, anche se i capi non lo ammisero mai per non allarmare la popolazione. A rendere definitivamente famoso El Tira ci pensò lo scrittore cileno col racconto del serial killer. Da quel giorno, quando si usciva con lui, lo riconoscevano subito tutti: guarda, Pepe El Tira, dicevano. Lui s’era calato nel personaggio. Ci confidava che stava indagando sulle morti dello sfiatatoio con metodi nuovi, usati nel mondo superiore.

Quando uscii dal corpo di polizia non passò molto tempo che se ne andò anche El Tira. Rimanemmo entrambi a vivere nel quartiere, anche se ci incontravamo di rado. Lui veniva intervistato e parlava di disagi e crimini, e credo che la popolarità non gli dispiacesse. Quanto a me, dopo un periodo a far nulla, cominciai ad annoiarmi. Tornavo nei posti dell’infanzia, i miei genitori non vive­­vano più, a volte mi portavo lungo la scarpata, prima dello sfiatatoio, e mi nascon­­devo nel buio in attesa che penetrasse qualcuno: giovani serpenti, al solito, moribondi con i segni delle gomme sul ventre. Mi piaceva vederli mordere l’aria mentre morivano, una soddisfazione di cui non riu­scivo vergognarmi.

Un giorno feci come tutti i poliziotti che si annoiavano e misi su un’agenzia di investigazioni. Piccole indagini per conto dell’amministrazione. E fu durante l’estate, che era il periodo di maggiore lavoro perché i condotti si prosciugavano e l’amministrazione dava in appalto la realizzazione di accessi ai livelli superiori, che venne a farmi visita la madre di un tale Rudy. Disse che il figlio era sparito da tempo e la polizia sosteneva che poteva essere stato depredato e ucciso. Oppure era stato fatto fuori durante un rego­la­mento di conti.  ….

(la collana ZOO|||SCRITTURE ANIMALI nella quale appare il testo di Magliani è diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini)

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3 Responses to I topastri di Marino Magliani

  1. carmelo il 28 aprile 2012 alle 15:51

    carino!

  2. riccardo ferrazzi il 4 maggio 2012 alle 11:09

    Leggetelo tutto! Ne vale la pena.

  3. » Marino Magliani e i topi di Imperia il 6 maggio 2012 alle 12:43

    [...] Fernando e Pepe sono due topi e vivono nelle fogne di Imperia. Anche Rudy, ma sta subendo delle mutazioni. La breve storia è raccontata nel bel libretto edito da duepunti edizioni: “La ricerca del legname“, 64 pagine; 6 euro. Su Nazione Indiana si può leggere l’incipit. [...]