Il falso radicalismo dei radicali

29 maggio 2012
Pubblicato da

di Domenico Lombardini

Con la recente gambizzazione del manager dell’Ansaldo Nucleare di Genova è stato sùbito rievocato, per automatismo mnemonico, il periodo del terrorismo rosso e la teorizzata catena di cause ed effetti che avrebbe poi portato a creare l’humus indispensabile all’attecchimento del brigatismo. Parlo ovviamente della “strategia della tensione”, un periodo il cui esordio fu fatto coincidere con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e i cui effetti si riverberarono fino al termine della prima Repubblica. La rievocazione e lo studio della nostra storia recente è certamente utile al fine di individuare costanti e analogie storiche con il presente, tuttavia trovo che tale operazione sia molto spesso fuorviante, laddove è esercizio assai più arduo studiare ciò che accade ogni giorno piuttosto che attingere euristicamente alla memoria storica.  Se credo che, da una parte, non vi siano attualmente le condizioni minime indispensabili alla creazione di qualcosa che rassomigli ad una rete sovversiva simile a quella delle Brigate rosse, non dimeno ritengo non sia più possibile eludere una domanda fondamentale e rimossa su un nostro possibile agire politico: come ci poniamo dinanzi all’uso della violenza come strumento di lotta politica? E allorquando la considerassimo politicamente e moralmente accettabile, quale è la forma di violenza più efficace e quale è la struttura organizzativa più opportuna oggi affinché questa forma di lotta politica risulti efficace e non velleitaria? La mia tesi è che, oggi, ogni forma di lotta politica che includesse questa forma di violenza, proprio in ragione di una strabica ed errata interpretazione del presente, non sia soltanto velleitaria e inutile, ma avrebbe come risultato l’inasprimento del controllo di tutti i movimenti di opposizione, senza avere neppure un minimo effetto migliorativo, un risultato degno del disegno politico più retrivo e reazionario. Paradossalmente, sulla scorta di Slavoj Žižek, è un difetto di radicalismo, non un eccesso, che porterebbe alla totale sconfitta tali soggetti od organizzazioni che facessero della violenza uno strumento di lotta politica.

Nonostante tutto ciò, nell’angustia entro cui dobbiamo declinare il nostro agire politico, ossia il perimetro di questa democrazia parlamentare, che ha assunto negli ultimi decenni la forma di democrazia plebiscitaria eterodiretta dai mezzi di comunicazione (benché il berlusconismo sia uscito piuttosto malconcio dalle ultime lezione locali, penso conservi intatto il suo potere; ritengo inoltre vi sia al governo un patto del genere: Monti si occupi di risanare i “conti”, ma non si impicci di giustizia, televisione, RAI, ecc., in caso contrario noi ritireremo sùbito il nostro appoggio; è possibile, inoltre, che tale accordo sia stato direttamente discusso con la Bce), è letteralmente impossibile avere un effetto progressivo. Ciò perché ogni forma di agire politico, non importa quanto genuina sia, una volta avuto a che fare con il potere dei partiti ne viene inevitabilmente contaminata e fagocitata, con la conseguente neutralizzazione delle sue migliori forze innovative e potenzialmente rivoluzionarie. Ne risulta un’inevitabile impasse da cui è impossibile uscire. Che fare? Da qui, secondo il mio pensiero, derivano due correlati speculari di atteggiamento politico (o pseudopolitico): il primo, minoritario, è l’emersione di questi atti di violenza diretti a fini simbolici;  il secondo, in assoluto il più frequente, è il disinteresse nei confronti della cosa pubblica, da cui derivano a loro volta il qualunquismo del “sono tutti uguali” e il crescente appeal di soggetti politici con una forte enfasi populistica (vedi il movimento Cinque Stelle). Riassumendo: è impossibile cambiare lo stato delle cose stando dentro questa democrazia e, allo stesso tempo, ogni forma di violenza del genere succitato, che si chiami fuori dal perimetro democratico, ha un effetto del tutto opposto rispetto ai presupposti e alle intenzioni da cui aveva preso l’abbrivio.

Curzio Malaparte, “la più bella penna del fascismo” come lo definì Piero Gobetti, che da Mussolini fu tuttavia confinato e il cui pamphlet “Tecnica del colpo di stato” (recentemente ripubblicato da Adelphi)  fu bruciato nella pubblica piazza dai nazisti,  offre un intuizione su come sia possibile uscire da questa impasse. La violenza tumultuosa e informe di piazza, parafrasando Malaparte, e anche quella organizzata secondo i vecchi stilemi otto- o novecenteschi non può avere un reale impatto rivoluzionario. Oggi come ieri è necessario avere più tecnici (ingegneri, informatici, esperti di telecomunicazioni) e meno guerriglieri e uomini d’armi. Ciò è ancor più vero in un mondo così dipendente dalle reti informatizzate, la cui complessità è ad un tempo punto di forza (data la complessità) e ventre molle (proprio in virtù del fatto che tale complessità può essere facilmente perturbata con le giuste competenze) dell’intero sistema. Che effetto avrebbe una squadra ben addestrata di hacker che bloccasse i sistemi informatici dei ministeri, le transazioni finanziarie (da cui il nostro Stato dipende come un drogato), le reti informatiche di grandi aziende indispensabili allo svolgersi tranquillo delle attività del Paese, ecc.? E quale effetto potrebbe avere un approccio Gandhiano non violento, ad esempio con l’occupazione di spazi pubblici non solo simbolici ma vitali al funzionamento del Paese e, soprattutto, della burocrazia, portando alla momentanea paralisi di attività pubbliche? Qui parlo ovviamente di un salto di qualità, giacché non si trattata di gesti “mordi e fuggi”, ma di azioni finalizzate alla conquista del potere dello Stato: non è con le gambizzazioni e con il rapimento di un primo ministro che si fa un colpo di stato, qui starebbe il tragico errore strategico delle Brigate rosse. Lo stato detiene il monopolio della violenza, e mettersi sul campo militare è sin da sùbito fallimentare. D’altro canto, gambizzare il dirigente di turno (a prescindere dalla condanna morale per tali atti), quale fosse lui stesso il potere contro cui scagliarsi, o, ancor peggio, usandolo come sostituto simbolico di tale potere, oltre ad avere l’effetto nefasto di cui sopra, assolve ad un compito psicologico fondamentale, ovverossia illudersi di agire veramente nella direzione politica desiderata, laddove tale operazione è invece una falsa azione per difetto di radicalismo.

 


Tag: , , , , , , , ,

61 Responses to Il falso radicalismo dei radicali

  1. georgia il 29 maggio 2012 alle 09:50

    azioni finalizzate alla conquista del potere dello Stato

    scusami ma mi sembra un po’ puerile questa frase, di che Stato staresti parlando? Non siamo più ai tempi di Malaparte che si ispirava al “recente” e corposo colpo di stato dei bolscevichi, Lenin ma soprattutto Stalin (anche se il libro non piacque punto neppure a Trotskij) e a quello dell’abile copia-incolla (da destra) di Mussolini, per non parlare del “Giulio Cesare in costume tirolese”.
    Dove sarebbe oggi il mitico cuore dello stato da occupare?
    Lo pseudo stato federale europeo che non c’è ancora?
    La padania che non ci sarà mai?
    O lo stato italiano che, tutto sommato, al massimo, ormai è transitorio?
    Certo il vacuo e vuoto Berlusconi cerca ancora di occupare il vuoto di stato con il suo stesso corpaccione sfatto, visto che si è proposto cinguettante come presidente della repubblica delle banane, e poi lui sarebbe anche avvantaggiato perché l’occupazione delle tv (o delle radio) è sempre stata una necessità primaria e prerogativa di tutti i dittatori sudamericani che si insediavano (e lui non ha neppure bisogno di farla simile occupazione). Ma berlusconi è un dittatore da operetta sboccata e sbrecciata, nefasto come uno vero, ma pur sempre e solo da reality. Del resto anche i fantomatici e improbabili anarchici-informali sono da reality, hanno tutti dietro un grafico o un pubblicitario, persino grillo non ha mica assoldato economisti ed esperti di politica per espugnare, in assenza presenza (in differita tv), il cuore del ducato di parma senza piacenza, ma ha assoldato un’abile ditta pubblicitaria, la Casaleggio e associati.
    Insomma secondo te vedremo presto le BRP (brigate rosse pubblicitarie)colpire in prima serata tv il rosso e sanguinante sacro cuore dello Stato?
    :-((((((((((((((((((((((((((((((((((

  2. jacopo galimberti il 29 maggio 2012 alle 11:44

    Se una gambizzazione ha come risultato l’inasprimento del controllo di tutti i movimenti di opposizione, questo “disegno politico retrivo e reazionario” non e’ certo quello di chi gambizza ma di chi inasprisce il controllo. Che pero’, secondo Lombardini, lasciarebbe forse fare di fronte a un approccio pacifico che occupa tutti i centri del potere. Del resto forse inutile, perche’ gli Hacker li avranno gia’ sabotati, senza spargere una goccia di sangue, seduti su un divano in un garage di periferia.

    (Tra parentesi, le BR non hanno mai pensato di fare un colpo di stato rapendo un ministro).

  3. Vincenzo Cucinotta il 29 maggio 2012 alle 12:23

    Naturalmente, Lombardini non è nè ingegnere, nè un informatico, e meno che mai un esperto di teelcomunicazioni, e dall’alto di questa sua incompetenza in materia, si ritiene in diritto di credere che la rivoluzione la potrebbero fare questi tecnici (da Monti in poi, appaltiamo tutto ai tecnici e stiamo a posto)!
    Non so, vorrei buttare lì un’ideuzza, così, forse non è venuta mai in mente a nessuno, forse la rivoluzione è una roba prima di tutto culturale, di ciò che pensiamo e crediamo. Se pensiamo e crediamo come Berlusocni e magari Bersani, la rivoluzione non la sappiamo fare perchè siamo dentro la logica del sistema, e non ne possiamo uscire.
    Sarà quindi una questione di studiare, di avere un progetto organizzato, collettivo, ed in questa dimensione collettiva trovare una strada per nulla spontanea, ma che questa ristretta collettività a cui abbiamo scelto di aderire, in qualche misura ci impone, perfino rispetto alla nostra spontanea volontà (che è sempre volontà della cultura in cui siamo cresciuti)?
    Questo mi pare il punto centrale della questione, si fa la rivoluzione se si è rivoluzionari, lapalissiano, mi pare.

    Non mi sottrarrò però dalla questione della violenza. La violenza non può essere il gesto esemplare, l’attentato individuale, questa violenza mi fa assolutamente schifo, e per credere che porti da qualche parte bisogna credere nei dogmi.
    Non tollero però questo atteggimento gandhiano “a prescindere”, questo elevare a valore assoluto la non-violenza. Quando il tuttologo Saviano scriveva quella lettera agli studenti romani che avevano osato, udite udite, danneggiare uno sportello bancomat (che orrore!), io scrissi che ne avevo piene le scatole di questi che salgono in cattedra e vogliono fare le mosche-cocchiere, dire ai soliti giovani, per altro dimenticati a livello complessivo nei loro più elementari diritti, cosa fare e cosa non fare (sapranno sbagliarre da soli, no?). La violenza è una delle modalità di manifestazione della nostra umanità, non è qualcosa da aborrire, come se venisse da un luogo altro, la violenza va certamente controllata e magari anche dosata, ma è parte integrante di tutti noi, ed alla fine non può essere negata. Il discorso non può quindi che riguardare le forme in cui essa si può manifestare, anche perchè, contrariamente a quel che dice il buon Lombardini, non è vero che la violenza di piazza non porti a nulla, sembra che egli sia vissuto in un luogo differente da quello dove sono vissuto io, dove esistono esempi recenti e significativi come la Tunisia e l’Egitto in primis, dove mi pare che le manifestazioni, anche violente, di piazza qualche effetto mi pare l’abbiano avuto.

  4. Vincenzo Cucinotta il 29 maggio 2012 alle 12:51

    Scusate gli strafalcioni nel mio precedente commento (sempre, se potete!).

  5. jan il 29 maggio 2012 alle 14:40

    Un attacco informatico alle infrastrutture del paese (borsa, giustizia etc) sarebbe una operazione d’elite, condotta da pochi, nella tradizione leninista dell’avanguardia rivoluzionaria: una cosa poco credibile e fallimentare.

    E’ più probabile che una cosa del genere la faccia uno stato ostile, come nel caso del virus informatico Stuxnet e del più recente Flame . Qui una analisi di Kaspersky Labs:
    http://www.securelist.com/en/blog/208193522/The_Flame_Questions_and_Answers

  6. stan il 29 maggio 2012 alle 14:51

    Gli interventi politici pubblicati su NI sono sempre più spassosi; questo di Lombardini è addiritura esilarante. Il primo capoverso è un gioco divertente: la ripetizione di luoghi comuni per non dire nulla. Nel mio monitor ho contato ben 20 righe usate per dire una assoluta banalità, nota a chiunque abbia frequentato, anche sonnechiando, un’assemblea scolastica alle superiori: per dire, cioè, che il terrorismo inasprisce la repressione; di recente lo ha detto anche uno come Grillo, che certo non è una cima in fatto di finezza d’analisi. Divertente, poi, sempre per restare al primo capoverso, vedere il neofita della non violenza mischiare in un’unico calderone *tutta* la violenza politica, come se tra un atto terroristico e la difesa di un corteo non ci fosse differenza. Qui, più che richiamare Zizek, bisognerrebbe avere la forza di richiamare l’articolista dietro la lavagna. Ma lo spasso aumenta – mi si passi il giuoco – nell’impasse del secondo capoverso, là dove è delineata una forbice, che chiamarei *dell’impotenza*, tra violenza simbolica e qualunquismo. Probabilmente al Lombardini sfugge la complessità della situazione. Ci sono realtà, anche cospicue (i No Tav, tanto per non restare nel vago), che stanno *dentro* riuscendo, al contempo, a stare anche *fuori*; realtà che problematizzano l’uso della forza non sulla base di concetti astratti o di prese di posizione poste nell’ante dei fatti, bensì misurandone l’efficacia sulla base di obiettivi concreti, a partire da quello primario di *aggregare*. Ma la complessità è una bestia difficile da governare, in particolare per chi ama ricorrere a luoghi comuni per spiegare il dato. E siamo giunti al terzo capoverso, quello malapartiano. Subito una imprecisione storica: sulla base di quale analisi «la violenza tumultuosa e informe di piazza» è ritenuta senza «impatto»? Ci sono casi molto evidenti e noti che possono dimostrare esattamente il contrario: il Vietnam, ad esempio; ma anche il Maggio Francese, il 69 operaio in Italia … In tutti questi casi, la violenza non è mai *separata*; è cioè parte integrante di un movimento più vasto, dove l’ambito culturale si ibrida con quello militante. Uscire dalle frasi fatte, certo, agevolerebbe non poco; il rischio è però quello di vedere incrinate le proprie propensioni ideologiche … Ma il pezzo forte di questo terzo capoverso, pari, per spasso, ad una barzelletta berlusconiana, sono le domande che Lombardini pone … Già, quali effetti potrebbe far scaturire una squadra di hacker che bloccano le transazioni finanziare? La precisazione dei sistemi di sicurezza? Il blindamento della rete? La chiusura degli spazi di libertà online? No, niente di tutto questo. Ecco l’effetto: niente meno che la paralisi del sistema! E quale sarebbe l’effetto raggiungibile da «un approccio Gandhiano non violento»? La risata tenera dei reparti anti-sommossa? Lo sfregamento delle mani di Di Gennaro? Il plauso del Presidente Napolitano? No, no, ancora una volta: la paralisi del sistema! Argomenti a difesa di questa tesi? Nessuno. Solo vaghe impressioni, solo frasi confuse di chi, molto probabilmente, non è mai stato nel vivo dei conflitti; i quali, per nostra fortuna, soprattutto quando sono significativi, se ne sbattono delle idee preconcette e si creano *in moto* le proprie forme d’azione. L’intelligenza dei comportamenti travalica sempre l’idiozia delle idee.

    [ex Stan]

  7. jacopo galimberti il 29 maggio 2012 alle 14:52

    Aggiungo che il legame oggi-anni settanta non e’ il risultato di un misterioso “automatismo mnemonico”, ma un disegno politico, questo si’, che costruisce narrazioni congeniali ad alcuni interessi. Gli anni settanta sono anche quelli del femminismo, dell’aborto e del divorzio, ce li sogniamo oggi gli anni settanta!

    • gherardo bortolotti il 29 maggio 2012 alle 16:12

      seguo il ragionamento di jacopo. per altro continuo ad aspettare riscontri un po’ più concreti di una rivendicazione dalla firma così “casual” come federazione anarchica informale.

      • jacopo galimberti il 29 maggio 2012 alle 16:30

        Conosco persone che conoscono la FAI greca (inizio un po’ topico, lo so :) ).
        Penso che la rivendicazione sia autentica e abbastanza in linea con il gauchisme anarchico. I greci sono forse gente di 18-20 anni, gli italiani, da quello che scrivono e da come scrivono, non devono essere molto’ piu’ grandi.

        • gherardo bortolotti il 29 maggio 2012 alle 17:05

          no be’ non intendevo tanto che fosse falsa la rivendicazione (magari lo è e magari non lo è) ma che la “tipologia” della fai è fin troppo leggera e abusabile per partire con un ragionamento come quello di lombardini (per il quale comunque vale la tua annotazione come anche diverse cose dette da stan). soprattutto in un paese come l’italia, con la storia che ha l’italia (il giorno dopo, per esempio, dell’anniversario di piazza loggia), la mia impressione è che andrebbe prima di tutto posta la questione di che cosa è questa specifica violenza in corso, di chi la agisce, di chi, nel caso, la programma. chi ci guadagna è evidente a tutti.

          • georgia il 29 maggio 2012 alle 17:51

            senza mettere in dubbio la buona fede (ma non certo la capacità di intelligere) dei 18enni che conoscono quelli che conosci tu, il “loro” simbolo mi lascia molto perplessa, sia quello greco, che quello adottato dai fantomatici e pittoreschi adepti italiani (che si sono poi limitati a cancellare l’originario semicerchio formato dalla scritta in greco).
            E’ un simbolo misto e imbarazzante, creato per ibridazione, se lo guardi bene hanno lavorato approssimativamente con simboli come la croce uncinata e la stella delle br (più un tentativo di segnalare movimento), mi sa tanto di costruito a tavolino come le prove delle armi di sterminio di massa in iraq ;-).
            Ad ogni modo gli anarchici e l’anarchia è (o almeno era) una cosa seria e questi proprio non lo sono. Poi cosa c’entra l’anarchia con la gambizzazione stronza in stile br? farebbe rivoltare nella tomba ogni anarchico che si rispetti. Gli anarchici veri potevano (e possono) anche tollerare il regicidio, giustificare la propaganda del fatto (come fracassare oggetti) ma non certo l’agguato vigliacco per fracassare il ginocchio di qualcuno e per di più con una pistola russa. Suvvia non giochiamo a fare gi interpreti cinici, spregiudicati e tolleranti, è tempo buttato via
            Questi sono i soliti noti vigliacchi che tirano il sasso nascondono la mano e accusano gli anarchici per depistare.
            Chi non ha 18 anni conosce bene il metodo.
            geo

  8. diamonds il 29 maggio 2012 alle 16:31

    la differenza tra una una religione e una setta la fa la bravura dell’ufficio stampa.Più o meno come funziona per il mercato dell’arte contemporanea(peccato che il terrorismo faccia schifo sempre mentre in questo caso ogni tanto si incoccia in qualcosa che non è una ciofeca.E la cosa succede sempre al di fuori dei salotti buoni)

    http://ftp.djrichie.hu/ZENEK/BULIZENE/Tina%20Charles%20-%20I%20Love%20To%20Love.mp3

  9. Luigi il 29 maggio 2012 alle 17:46

    è interessante notare come il discorso sulla violenza non decolli mai, né in un’ottica davvero politica né in una etica; e vedo che i luoghi comuni si sprecano anche tra alcuni commentatori che dimenticano che la non-violenza è stata storicamente una forma di lotta per obiettivi altrettanto radicali di quelli messi in atto da un tumulti violenti di piazza. C’è una specie di amnesia, che ritiene l’opzione non-violenta come un’opzione politicamente non legittima fin dalla sua semplice formulazione. Sarebbe più utile, invece, fare una seria valutazione in termini di costi-benefici dell’uso della violenza, oggi. Certo specificando le diverse forme e i diversi attori che la rivendicano nell’azione politica. Includendo magari tutte le varie forze dell’estremismo nero in Europa, che fanno della violenza la legittima arma anti-sistema, per andare a spaccare la testa agli immigrati.

    • Apocalisse 23 il 29 maggio 2012 alle 19:33

      E dove sarebbero gli estremisti neri che spaccano la testa agli immigrati? Per ora si vedono solo immigrati che spaccano la testa agli italiani…

  10. georgia il 29 maggio 2012 alle 18:06

    dimenticano che la non-violenza è stata storicamente una forma di lotta per obiettivi altrettanto radicali di quelli messi in atto da un tumulti violenti di piazza

    Sono perfettamente d’accordo, anzi ritengo che la NON violenza (che non è mai naturale ma anzi profondamente culturale e ragionata) abbia obbiettivi radicali al massimo.Il non violento (per convinzione e non per apatia) non va certo ad una festa di gala, ma spesso rischia (e lo sa) anche la morte.
    E’ la violenza che è banalissima, istintivamente naturale, e soprattutto priva di reali obiettivi.
    Poi c’è la violenza spesso imposta, obbligata (autodifesa personale, o difesa collettiva da un attacco) ma è una violenza che non ha alcun fascino, e che, tutto sommato, non ha molti estimatori a differenza di una ipotetica violenza che molti scambiano per forza rivoluzionaria …

  11. andrea inglese il 29 maggio 2012 alle 19:51
  12. Vincenzo Cucinotta il 29 maggio 2012 alle 21:30

    Calma, non mi pare che qui qualcuno si sia schierato contro la non-violenza, qui il problema che si affrontava era tutt’altro, e cioè che la discriminante che viene posta da tanti è basata sul falso dilemma violenza – non violenza.
    Eppure, citavo esplicitamente gli studenti romani che sono stati così violenti da danneggiare uno sportello bancomat, e che per tale motivo sono stati scomunicati dal sedicente pontefice di turno. Forse qualcuno che puntualizza su questo aspetto nella realtà fa parte della serie degli scomunicatori, di quelli che se c’è violenza allora non va bene.
    Eppoi, davvero non vi rendete conto di come non sia corretto il modo di porre la questione?
    Che c’entrerà mai la non violenza come scelta radicale di vita, dal fatto, assolutamente differente, delle scelte comportamentali che si fanno al momento di partecipare ad una manifestazione? Non è che se uno sfila pacificamente diventa ipso facto un non violento, ha tenuto un comportamento non violento in quella specifica occasione, nulla di così radicale come ciò di cui qualcuno di voi parlava.
    Non capisco perchè un discorso che mi pareva chiaro, del negare il ruolo discriminante della violenza, sia diventato una discussione sulla non violenza: mi pare c’entri come i cavoli a merenda.

  13. stan il 29 maggio 2012 alle 21:42

    Io credo che sia noiosissima ogni discussione astratta su violenza/non violenza. In ogni contesto, chi nel contesto agisce, stabilisce cosa ha senso fare o non fare. Tutto il resto è pippata da intellettuali separati. Nessuno, in nessuna situazione, a parte manipoli di disperati, purtroppo sempre presenti nel corpo vivo dei movimenti, ha praticato e idealizzato la violenza per la violenza. La storia è piena di esempi dove la violenza ha permesso passi in avanti ai movimenti e alla società, così come è vero che, in certe situazioni, la non violenza ha permesso la stessa cosa. Gli esempi proposti da Inglese sulle azioni non violente dei No Tav sono insignificanti se presi separatamente dagli atti violenti che gli stessi No Tav hanno commesso (tra l’altro, molte delle azioni non violente segnalate sono state organizzate dalle stesse realtà che non hanno esitato a fare altro!). E’ proprio questo modo di separare i due ambiti che è ridicolo; manca la dialettica che invece si dà in ogni conflitto. Ma i conflitti, per nostra fortuna, si fanno un baffo delle pippate. Chi vive i conflitti dall’interno sa bene che talvolta ha senso porgere l’altra guancia, mentre tal’altra è più proficuo impugnare la verga e scacciare i mercanti dal tempio.

    [ex Stan]

  14. andrea inglese il 29 maggio 2012 alle 21:59

    Pur non pensandola in tutto e per tutto come Lombardini, trovo che il suo scritto tocchi una questione importante, e di cui si parla abbastanza poco. Nei termini della teoria politica, la questione potrebbe essere riformulata così: è possibile pensare un movimento anti-sistema, un movimento rivoluzionario, che scelga di realizzare cambiamenti radicali attraverso pratiche di disubbidienza civile non-violenta? La questione posta in questi termini, per come la vedo io, è aperta, in quanto essa pone simultaneamente la questione di come valutare, oggi, le tradizionali teorie rivoluzionarie, che si basano sull’idea del carattere inevitabile della violenza. Ma a una tale questione si può dare anche una formulazione più circostanziata e concreta: oggi, in democrazie come la nostra, l’adozione consapevole e la trasmissione di pratiche di diusubbidienza civile non sarebbe un più efficace mezzo di lotta politica, che certe forme di spontaneismo, che possono prendere anche direzioni violente?
    Il discorso di Lombardini confonde ad un certo punto lotta armata e lotta violenta, ma sono dinamiche di lotta molto diverse, e non si può discutere di entrambe indistintamente.
    Personalmente, mi chiedo se si possa pensare a forme di disubbidienza civile debitrici fondamentalmente della tradizione non-violenta senza abbracciare integralmente alcuni presupposti etici di questa tradizione, come l’essere vegetariani. Insomma, una concezione più “laica” e “contestuale” della non-violenza.

    Non sto a ricordare quanto le pratiche della disubbidienza civile implichino non solo tecniche specifiche, ma anche un notevole coraggio, e come i loro militanti si espongano ai rischi di qualsiasi militante coinvolto in un conflitto violento, ossia pestaggi, arresti, condanne.

    A me avevo colpito un passaggio di un’intervista di Choamsky realizzata se non sbaglio nel 2010 e apparsa sul blog di Le Monde Diplomatique. La incollo qui di seguito e se riesco ne traduco qualche frase.

    Interrogé sur l’utilité de la violence dans la lutte politique, Chomsky répond en analysant les motivations qui sous-tendent ce type d’action.

    Oublions un instant les principes et concentrons-nous sur la tactique. Vous devez choisir une tactique qui a une chance d’aboutir, sinon, tout ce que vous faites, c’est gesticuler. Si vous recherchez une tactique qui permet d’aboutir à un résultat, vous ne devez pas accepter le terrain de bataille que préfère l’ennemi. Le pouvoir étatique, lui, adore la violence : il en a le monopole. Peu importe le degré de violence des manifestants, l’Etat en déploiera davantage. C’est pourquoi, dès les années 1960, quand je parlais aux étudiants de militantisme, je leur conseillais de ne pas porter de casque pour les manifestations. Certes, la police est violente, mais si vous arborez un casque, elle le deviendra encore plus. Si vous arrivez avec un fusil, ils viendront avec un tank ; si vous venez avec un tank, ils débarqueront avec un B52 : c’est une bataille que vous allez forcément perdre. Chaque fois que vous prenez des décisions tactiques, vous devez vous poser la question : qui est-ce que j’essaie d’aider ? Est-ce que vous cherchez à vous donner bonne conscience ? Ou est-ce que vous essayez d’aider des gens, de faire quelque chose pour eux ?

    La réponse mène à des choix tactiques différents. Supposons que la question soit celle du boycott de l’université de Haïfa (1). Avec ce type d’action, vous faites un cadeau aux extrémistes. Ils vont immédiatement dire, et à juste titre, que vous êtes un parfait hypocrite : « Pourquoi ne boycottez-vous pas la Sorbonne, Harvard ou Oxford ? Leurs pays sont impliqués dans des atrocités pires encore ! Alors pourquoi boycotter l’université de Haïfa ? » C’est donc un cadeau fait aux extrémistes, qui pourront discréditer le contenu idéologique du boycott. Il peut donner bonne conscience à ceux qui le mettent en œuvre mais, au final, il porte préjudice aux Palestiniens.

    Pendant la guerre du Vietnam, j’ai été étonné que les Vietnamiens n’apprécient pas des actions comme celle des Weathermen (2). Il s’agissait de jeunes gens sympathiques, j’avais de l’admiration pour eux, je m’en sentais proche. Leur façon de s’opposer à la guerre consistait à descendre dans la rue et à casser des vitrines. Les Vietnamiens étaient tout à fait opposés à ce genre de choses. Eux voulaient survivre : ils se moquaient que des étudiants américains se fassent plaisir de la sorte. Ils comprirent assez vite que casser les vitrines renforçait la cause de ceux qui souhaitaient la guerre. C’est ce qui s’est produit. La tactique qui privilégie la bonne conscience de celui qui agit peut nuire aux victimes. Les Vietnamiens admiraient, en revanche, les manifestations silencieuses de femmes se recueillant devant des tombes. Pour eux, c’était le genre de choses que nous devions faire. C’est pareil à l’heure actuelle : si vous voulez aider les Palestiniens, réfléchissez aux conséquences de la tactique que vous adoptez.

  15. andrea inglese il 29 maggio 2012 alle 22:23

    Dall’intervista di Noam Chomsky:

    “Dimentichiamo per un attimo i principi e concentriamoci sulla tattica. Si deve scegliere una tattica che abbia qualche speranza di realizzarsi, altrimenti tutto ciò che viene fatto, non è che gesticolazione. Se si cerca una tattica che permette di raggiungere un risultato, non si deve accettare il terreno di scontro preferito dal nemico. Il potere statale, quanto ad esso, adora la violenza: ne ha il monopolio. Conta poco il grado di violenza dei manifestanti, lo Stato ne dispiegherà sempre di più. Per questo già a partire dagli anni Sessanta, quando parlavo agli studenti di militantismo, consigliavo loro di non portare il casco nelle manifestazioni.Certo, la polizia è violenta, ma se voi vi presentate col casco, essa lo diventerà ancora di più. Se voi arrivate con un fucile, loro verranno con un carro armato. Se voi verrete con un carro armato, essei si presenteranno con B52: è una battaglia che necessariamente finirete per perdere. Ogni volta che prendete delle decisioni tattiche, dovete porvi la domanda: che cerco di aiutare? State cercando di salvare la vostra coscienza? O state cercando di aiutare delle persone, di fare qualcosa per loro?
    (…)
    Durante la guerra del Vietnam rimasi soprpreso dal fatto che i vietnamiti non apprezzassero delle azioni come quelle dei Weathermen. Si trattava di gente simpatica, avevo dell’ammirazione per loro, mi sentivo vicino a loro. Il loro modo di opporsi alla guerra consisteva nel scendete per strada e sfasciare le vetrine. I vietnamiti erano del tutto contrari a questo tipo di azioni. Loro volevano sopravvivere: se ne fregavano che gli studenti americani si procurassero piacere in quel modo. Capirono abbastanza in fretta che la causa di quelli che rompevano le vetrine rafforzava la causa dei guerrafondai. Ed è ciò che accadde. La tattica che privilegia la buona coscienza di colui che agisce può nuocere alle vittime. I vietnamiti ammiravano, invece, le manifetazioni silenziose di donne che si raccoglievano davanti alle tombe. Per loro, era quello il tipo di cose che noi dovevamo fare. E la stessa cosa oggi: se volete aiutare i palestinesi riflettere alle conseguenze della tattica che adottate.”

    Si può essere concordi o meno con l’analisi di Choamsky, ma essa mostra che vi è una riflessione di carattere strettamente politico – e non morale o peggio moralistico – sulle consguenzo di certo uso della violenza come strumento di lotta. Ed è in questo senso che il pezzo di Lombardini può secondo me essere letto.

    • stan il 30 maggio 2012 alle 06:53

      Ma il pezzo di Lombardini non parla delle conseguenze politiche della violenza. Mette insieme tutta una serie di inesattezze e di banalità che irritano, più che aprire una qualsiasi discussione. E poi, detto sinceramente: i movimenti, o per lo meno quelli di una certa portata, si sono sempre posti il problema delle «conseguenze di certo uso della violenza come strumento di lotta»; più esattamente: si sono posti il problema delle ricadute pratiche di ogni atto, anche di quello non violento. A te risulta qualcosa di diverso? Le cose sono molto più semplici di quanto appiano. Chiediti: perché in Egitto il movimento non ha assunto la caratteristica di un movimento non violento? Perché i giovani di Piazza Tahrir non esitano a fronteggiare *anche* con la violenza l’esercito? Non è che, in fondo, molto semplicemente, la scelta di questa o quella pratica di lotta dipende dalle condizioni all’interno delle quali si sviluppa un movimento? Antepporre una forma di lotta (in questo caso le «pratiche di disubbidienza civile non violenta») alla concretezza della situazione è fare ideologia, dovresti saperlo.

  16. Lombardini il 30 maggio 2012 alle 08:36

    lascio un commento al volo, perché non ho tempo:
    io non ho proposto né la violenza né l’anti-violenza come strumento di lotta politica; alcuni che hanno commentato forse non hanno inteso appieno il mio ragionamento, probabilmente per colpa mia. volevo dire che: 1)la situazione attuale (in “questo” paese) è del tutto o almeno in buona parte inedita; 2) anche “questa” crisi non ha equivalenti storici; 3) e quindi: quale dovrebbe essere il modo più opportuno ed efficace per fare lotta politica nelle attuali condizioni? È possibile organizzare un movimento, che abbia ben in mente che qui il nemico è la democrazia stessa, e il ruolo feticistico conferitole, per alzare il livello dello scontro? È possibile parlarne senza scannarci? Perdonatemi le approssimazioni in questo scritto, ma a me sta a cuore soprattutto questo punto, e non credo che questo sia un discorso da “fighetti intellettuali”. Ho letto recentemente un lavoro in campo economico (“The welfare state and the crisis: the cace of Greece” http://www.ecprnet.eu/MyECPR/proposals/reykjavik/uploads/papers/2180.pdf), e ho visto l’andamento dello spread tra il gennaio e l’aprile 2010, passato da 200 punti base a 1.000 punti base, quando nel periodo 2000-2008 la Grecia aveva visto una crescita media del PIL del 4% in media. Questo, come effetto sui cittadini, equivale a bombardare un paese. Ho visto anche che molte sono le analogie tra noi e i greci: bassa crescita, bassa competitività, depressione economica, alto debito. Noi abbiamo alcuni vantaggi e asset, ma basteranno a salvarci?

  17. Undadoatantefacce il 31 maggio 2012 alle 03:13

    “Conta poco il grado di violenza dei manifestanti, lo Stato ne dispiegherà sempre di più”

    Quanta, prima che la sua stessa violenza inizi a ritorcerglisi contro? Non esiste la diserzione nei ranghi della polizia e dell’esercito? Non è, da sempre, nei ranghi degli eserciti che si reclutano i rivoluzionari?

    Se i vietnamiti l’avessero pensata come Chomsky, non avrebbero mai fatto Dien Bien Phu o l’offensiva del Tet, mi pare chiaro: qualunque violenza potessero dispiegare, gli americani e i francesi erano in grado di dispiegarne di più, i vietnamiti erano condannati alla sconfitta. E invece, guarda caso, i libri di storia ci dicono qualcosa di diverso: i vietnamiti hanno vinto la guerra (e non importa, ai fini di questo discorso, che abbiano perso il dopo guerra) proprio perchè, a prezzo di sacrifici e sofferenze per noi assolutamente inimmaginabili (e non auspicabili), hanno mantenuto un livello di violenza massimo per una durata inaccettabile agli stati cui si contrapponevano.

    Ma d’altronde, il livello della violenza non l’hanno deciso i vietnamiti, si sono limitati ad adeguarcisi.

    Questa è una faccenda che va chiarita, perchè anche a Chomsky sembra sfuggire, in questo contesto: il livello della violenza lo decide chi dispone della maggiore forza; chi dispone di una forza inferiore, posta in contrapposizione asimmetrica, non può che cercare di barcamenarsi mantenendo standard di violenza adeguati alla situazione, secondo un’idea relativa, quindi, non assoluta: una risposta eccessiva può minare il consenso, laddove una risposta deficitaria può ridurre all’impotenza.

    (Portare o non portare il casco alla manifestazione, in sè, non determina il livello dello scontro; dipende tutto dalla volontà di chi porta il casco e, molto di più, di chi su quel casco si presuppone ci picchierà. Comunque, in caso di errata valutazione, chi ha il casco rischia di portarsi un peso inutile in giro, chi non ce l’ha rischia di farsi sfasciare la testa)

    La forza che decide quale livello di violenza sia accettabile da una parte e dall’altra è essenzialmente forza propagandistica: nella capacità di manipolare la percezione dei fatti (per esempio imputando all’avversario un livello di violenza maggiore di quello da lui esplicato), nella capacità di alzare o abbassare la quantità percepita di violenza in una determinata azione (per esempio, ora molti considerano violenza un blocco stradale, molti meno uno straordinario non pagato), nella capacità di metamorfizzare l’oggetto della violenza per utilizzarlo a proprio piacimento.

    Esempio:
    trovo totalmente errato, figlio di una certa propaganda mediatica, partire da un evento come quello di Genova per parlare dell’uso della violenza come strumento di lotta politica. Perchè se vi leggete cosa dicono gli attentatori, capirete che il loro gesto è inteso in senso eminentemente antipolitico: disinteressato alla società, in quanto parte dal presupposto che la società sia morta o inesistente, disinteressato alla rivoluzione, in quanto presuppone che la rivoluzione si viva “qui e ora” nella fisicità del gesto, disinteressato al consenso, in quanto interessato alla complicità, disinteressato ai movimenti di massa, frutti di “indignazione per qualche malfunzionamento di un sistema di cui si vuole fare parte” condannati a “rafforzare la democrazia”, disinteressato a noi, che non siamo interessati a lui nè interessati da lui.

    L’attentato di Genova ci riguarda quanto l’omicidio avvenuto lo stesso giorno a Napoli. Non c’è nessuna chiamata alle armi, nessun ci richiede di schierarci dalla parte degli attentatori; gli attentatori ci considerano poco più che zombie, tutto sommato.
    E’ la propaganda “di stato” che ci chiede attestati di fedeltà, proponendo come contropartita il non rovesciarci addosso la responsabilità di un qualcosa che non abbiamo fatto; trovo desolante la quantità di gente che cede con entusiasmo e foga a questo ricatto.

    Quanti, infatti, considerano l’attentato del FAI un attentato contro i movimenti? La logica è: attentato a uomo dell’Ansaldo, sommato a più repressione contro i movimenti = attentato contro i movimenti. Eppure l’attentato e la repressione sono svolti da due soggetti differenti, almeno fino a prova contraria (attualmente c’è un testo di rivendicazione abbastanza credibile sul campo), totalmente slegati fra loro (non è necessario postulare una loro unione, il rasoio di Ockham ci soccorra).

    Cercando di essere terra terra: l’attentato è stato svolto da persone sconosciute a tutti (verosimilmente con legami sociali inferiori alla media, come da manuale per ogni comunità terribile) contro un altro sconosciuto, per motivi che riguardano blandamente la pubblica opinione (che punto o poco interesse ha per il concetto di complesso militare industriale o per lo stato dell’insurrezionalismo anarchico, men che meno per lo stato d’animo degli anonimi autori, temi del volantino di rivendicazione) o l’agenda dei movimenti.
    Perchè questa notizia dovrebbe meritare più attenzione di quest’altra, dello stesso giorno, riguardante un caso di violenza più grave, che non è uscita dalle cronache locali (riguardante un delitto familiare, quindi evocando condizioni assai più comunemente comprensibili e perciò interessanti)? http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/05/07/news/villaricca_donna_uccisa_fermato_il_compagno-34610681/
    Chi ha deciso quale dei due fosse un fatto di rilevanza nazionale, e perchè?
    Non certo gli attentatori, loro al massimo ci avranno fatto conto.
    Chi ci sta provando a convincere che si sta alzando il livello della violenza?
    Chi si è lanciato in ardite prolusioni sui brodi di coltura della violenza e la marea montante del terrorismo?
    Chi mette insieme fenomeni di natura diversissima come questo attentato e gli atti vandalici contro sedi di Equitalia?
    Chi spinge i movimenti a interiorizzare come contro sè un attacco che è mosso ad altro da loro?

    “Hanno la faccia come il culo, il loro è un trucco vecchio e all’occhio quando sparano nel mucchio”
    http://www.youtube.com/watch?v=znaDJoakHs4

    Rifacendomi all’altro caso di cronaca del 7 maggio, avevo gli stessi elementi statistici alla base dell’allarme terrorismo per lanciare un allarme ex-poliziotti.

    Sui temi di violenza e non violenza riguardo ai movimenti di massa, ci sono questi ottimi articoli a firma Nique La Police, ve li consiglio, dicono più e meglio di quel che saprei dire io:
    http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica
    http://www.senzasoste.it/nazionale/valsusa-dove-e-perche-rompere-la-costruzione-della-mitologia-negativa-dei-duri-e-delle-frange-estreme

  18. andrea inglese il 31 maggio 2012 alle 10:23

    a dado,

    Chomsky ovviamente non si riferisce ai metodi di lotta dei vietnamiti, che si trovano in tutt’altra situazione rispetto alla sua; lui è il cittadino di un governo che sta realizzando una guerra imperialista contro un paese asiatico; decide di combattere da cittadino USA la politica del suo governo e in quest’ottica si pone il problema di quali siano gli strumenti di lotta politica più adeguati e che oggettivamente siano utili alla causa vietnamita;

    la questione dei metodi di lotta è una questione che in realtà avrebbe senso affrontare in una discussione più ampia, che è quella della forme di organizzazione che un movimento anticapitalista potrebbe avere oggi per essere efficace sul piano politico, al di là delle tante e diverse forme di resistenza e contestazioni localizzate che emergono

    ultima notazione per me importante: le persone, i movimenti, debbono avere la capacità di discutere autonomamente delle questioni che ritengono importanti, senza per forza parlare “per replica” alla voce dei media e della propaganda. Se ogni forma di analisi deve essere parassitata dai discorsi mediatici e di propaganda politica saremo sempre costretti a pensare e discutere “in seconda battuta”. Una discussione laica sui metodi di lotta non può neppure nascere, se ogni volta è dirottata a “rispondere” alle strumentalizzazioni politiche e giornalistiche.

  19. Undadoatantefacce il 31 maggio 2012 alle 14:36

    La decisione di combattere “da cittadino” è in sè e per sè gravida di conseguenze, poichè il cittadino si sottopone al monopolio statale della forza, qualora decidesse di porsi al di fuori di quel monopolio smetterebbe di essere cittadino.
    Il cittadino non rovescia i rapporti di forza, si comporta giocoforza come se questi fossero agibili e modificabili in maniera pacifica, che questo sia vero o meno. Il cittadinismo entra in crisi seria quando vede i Gheddafi e i Bashar Al Assad in azione (un certo giornalismo antimperialista che tende a ricondurre tutti gli eventi Siriani e Libici a uno schema complottistico e propagandistico ordito dalle potenze occidentali non è che la reazione difensiva del cittadinismo, la rimozione della possiblità reale che esista un potere fondato sulla violenza. Ma il potere è sempre fondato sulla violenza).

    Negli Usa il processo di autodomesticazione dell’opposizione di sinistra risale agli anni della seconda guerra mondiale, Chomsky non fa che essere figlio del suo tempo e spazio. D’altronde la violenza dei Weathermen è anch’essa figlia di quell’autodomesticazione: è una violenza alienata figlia dell’impazienza, a sua volta figlia dell’impotenza; è una violenza feticizzata, non un gesto conseguente alle proprie condizioni; è una rappresentazione della violenza che non si è in grado di dispiegare, tanto più inutile quanto più la propaganda (propria e altrui) la fa percepire come atto destabilizzante/rivoluzionario aldilà del suo reale (misero) impatto.

    Più che a Chomsky dovremmo guardare a Malcom X, forse.

    Ciò che sta avvenendo in Italia, ciò che fa dire che Hessel non abita qui, è una progressiva ricomposizione tra violenza e condizioni del campo politico negli scontri territoriali; una situazione che rende la violenza non un feticcio agitato da personalità fragili in cerca di conferme e assoluzioni, ma una risposta necessaria per mantenere la linea della propria resistenza intatta, per non essere sottomessi brutalmente a modalità di territorializzazione eterocentrate, gestite in nome e per conto del capitale.
    Stiamo parlando di livelli di violenza molto bassi, in verità, ma data la situazione estremamente deteriorata della percezione pubblica di ciò che in politica è violenza, questi emergono con una evidenza superiore alla loro effettiva entità.
    La novità, in effetti, non è nei livelli di violenza esplicati, ma nel fatto che, dopo trent’anni, si sta invertendo il trend della percezione, si sta allargando il livello di sopportazione della violenza nel dibattito pubblico, pur rimanendo questo molto basso, in termini assoluti.

    Quando parlo di violenza nei movimenti di massa io non pongo limiti aprioristici al livello raggiungibile (cerco di muovermi nel campo della storia umana, che è vasto e variegato); d’altronde, lo ribadisco, esso non è scelto dai movimenti, ma dal potere cui si contrappongono. A questo non si può ovviare in altra maniera che con una sapiente guerra di propaganda in grado di distruggere o inficiare il discorso dominante, come si sta riuscendo a fare per il Tav, poichè il potere costituito ha comunque bisogno di legittimarsi, per esprimere il suo potenziale violento; un movimento di massa deve fare in modo che esso continui ad avere questo bisogno, e che la sua legittimazione alla violenza sia sempre al di sotto di ciò che gli sarebbe necessario per mantenersi in morfostasi.
    Per questo ai vietnamiti convenivano di più i funerali che le distruzioni di vetrine, perchè i primi inficiavano la legittimità dell’intervento americano in Vietnam, laddove i secondi parlavano d’altro, non avevano nulla a che vedere col Vietnam, nè con la legittimità dell’intervento americano.

    In ogni caso, se per non legittimare una reazione violenta del potere si sceglie di stare sempre al di sotto del livello di violenza consentito, ci si condanna a dipendere dalla sua tolleranza, ovvero ci si condanna all’impotenza e alla disperazione, poichè quella tolleranza non è una conquista, ma una concessione. E’ qui che Chomsky mi cade come una pera matura.

    L’impotenza genera la sua ideologia giustificativa, che è il pacifismo; ovvero quella curiosa idea della politica per cui Machiavelli non aveva capito un accidenti, non essendo il fine a giustificare i mezzi, ma i mezzi a giustificare il fine. Non è un caso che gli Stati Uniti siano messi come sono messi, che Chomsky dica quel che dica, che il più grande e decantato dei movimenti americani sia stato quello pacifista.
    La disperazione genera ideologie come quella del gruppo Olga, genera il feticismo della violenza, quella curiosa idea per cui il mezzo violento diventa un fine in sè e per sè, e il fine della violenza una mera scusa (appunto, i Weathermen, che sarebbero stati più onesti ad ammettere che spaccavano le vetrine per sè stessi, e non per i vietnamiti. In questo, almeno, i situazionisti furono onesti, sebbene abbiano commesso l’errore marchiano di considerarsi rivoluzionari).

    Infine, non mi pare che la mia analisi, o quella di Nique La Police, sia un pensare e discutere in seconda battuta; mi pare che questo pensare e discutere in seconda battuta fosse una cosa contestabile (e contestata) all’articolo di Lombardini.
    Personalmente cerco di chiamare le cose col proprio nome, e boh.
    Poi non mi curo di operare una scelta aprioristica sui metodi, perchè questi sono figli delle circostanze, come ben dice Stan. Nè possono essere decisi a tavolino da un qualsiasi think thank o gruppo d’intellettuali o di avanguardisti. Mi preme solo che chi si occupa di politica nei movimenti ritorni a considerare che il fine giustifica i mezzi, laddove ora si tende a confondere fini e mezzi continuamente.
    Ne va dell’efficacia delle lotte politiche.

    E bisogna anche chiarirsi una cosa: dire che il fine giustifica i mezzi, non vuol dire essere disposti a qualunque cosa pur di raggiungere il proprio obbiettivo (le stimmate del moralismo che questa frase banale e di buon senso si porta dietro), bensì vuol dire che i mezzi devono essere forgiati e utilizzati in vista dell’obbiettivo, in coerenza con esso, e solo fintanto che sono utili ad esso. In questo senso, ogni discorso su violenza o nonviolenza decade, non si può continuare in eterno questa stucchevole discussione sui mezzi totalmente slegata dai fini, dalle condizioni materiali e dai rapporti di forza.
    Feticismo della violenza e della nonviolenza sono due facce della stessa medaglia, in definitiva.

  20. andrea inglese il 31 maggio 2012 alle 16:08

    a dado,
    posto che condivido alcune delle cose che scrivi,
    solo due osservazioni:
    “La decisione di combattere “da cittadino” è in sè e per sè gravida di conseguenze, poichè il cittadino si sottopone al monopolio statale della forza, qualora decidesse di porsi al di fuori di quel monopolio smetterebbe di essere cittadino.”
    La mia carta d’identità è italiana, il mio passaporto è europeo, posso decidere all’interno della mia coscienza di non sottopormi ad alcun monopolio statale della forza e considerarmi un libero cittadino dell’universo (o di un futuro mondo non-capitalistico). Quando mi metto di traverso le rotaie per bloccare un convoglio militare, però, la polizia mi tratta volente o nolente come un cittadino a lei sottoposto, e questo sia che abbia il casco sia che non lo abbia. In pratica tende a menarmi ed arrestarmi. Ed è di questo che si sta parlando, non delle convinzioni della mia coscienza.

    “Poi non mi curo di operare una scelta aprioristica sui metodi, perchè questi sono figli delle circostanze,”
    Posta in questi termini, anche questa affermazione è molto astratta, se non è seguita da un’analisi determinata delle circostanze. Nella tradzione rivoluzionaria, sopratutto di matrice marxista, l’analisi delle circostanze costituisce la parte più cospicua del lavoro intellettuale delle avanguardie. Insomma, l’analisi delle circostanze non la si fa dieci minuti prima di scendere in piazza, ma la si fa nei confronti di un determinato momento storico. Io non mi propongo certo di farla questa analisi delle circostanze, ma vorrei almeno leggerla, seguirne i dibattiti, e naturalmente partendo davvero da un’idea non-aprioristica quanto ai metodi di lotta, che potrebbero anche essere scelti a partire dalla tradizione della disubbidienza civile non-violenta. Naturalmente nei movimenti, da Occupy Wall Street ai No-Tav, esistono già chiare opzioni in questo senso.

    Infine: non credo che si posso considerare pacifismo come sinonimo di lotta-non violenta; il termine pacifista mi sembra molto più generico

  21. BernRom il 31 maggio 2012 alle 18:21

    Di sicuro “l’occupazione di spazi pubblici non solo simbolici ma vitali al funzionamento del Paese e, soprattutto, della burocrazia, portando alla momentanea paralisi di attività pubbliche” (come è scritto nell’articolo) è sicuramente più fastidiosa (anche se il fine e la proposta rimangono nebulose) dell’occupazione sociale di spazi sfitti per creare mescite, birrini e “tabaccherie” informali. Però probabilmente alla seconda partecipano in 1000, alla prima in 10.

  22. andrea inglese il 1 giugno 2012 alle 00:58

    dopo una discussione con Giacomo Sartori, mi sono convinto ancora di più che la questione della violenza sia un nodo fondamentale, ineludibile, e che in realtà, al di là del solito polverone mediatico, è molto difficile affrontare. Mi rendo anche conto che l’impostazione che ho cercato di dare io alla riflessione, muovendo dal post di Lombardini è probabilmente insufficiente. Sartori insisteva sull’importanza di porre la questione in una prosettiva storica italiana, che non eluda la questione del terrorismo. Per parte mia, penso che sia importante anche partire da sé, al di fuori di qualsiasi postura militante o simpatizzante. Partire dalla violenza che si subisce e da quella che si vorrebbe porre in essere come reazione. Riflettere partendo da ognuno di noi come “canale” di una violenza di sistema, sistema che ci attraversa e che siamo disposti a replicare e come, in che forme e a che condizioni. Un discorso che ovviamente andrebbe fatto con strumenti non improvvisati, ma utilizzando quanto filosofia e scienze sociali anche possono metterci a disposizione.
    In ogni caso, quello che non condivido è l’ovvietà con cui ci si rapporta alla violenza, anche quella che può nascere in una lotta per obiettivi giusti. In effeti la questione non riguarda solo l’efficacia politica (la tattica), ma dovrebbe toccare anche presupposti antropologici, psicologici e culturali. Che cosa si diventa replicando contro il sistema la violenza di sistema?

    • stan il 1 giugno 2012 alle 10:25

      Ma anche la domanda finale:

      «Che cosa si diventa replicando contro il sistema la violenza di sistema?»

      non ha senso porla in astratto. Prova a porti la stessa domanda di fronte a casi specifici, storicamente significativi, e vedrai come le risposte possano essere anche positive: «replicando» la violenza si può diventare migliori, sia in senso sociale che personale. Com’è diventata la nostra società dopo la Resistenza? E i partigiani, che notoriamente ricorrevano anche al terrorismo, che persone sono diventate?

      Una domanda interessante è: esistono gli anticorpi culturali contro l’idea della violenza per la violenza? Esistono, sì. Prova a fare il rapporto tra la violenza dispiegata nella società e quella esperita dai movimenti; questa seconda non solo ha una portata e una qualità (tipo di reato, frequenza, etc.) infinitamente minore, ma è anche sempre di tipo *eccezionale*, ovvero si dà all’interno di un contesto più vasto, diciamo pure “non violento”, e con i caratteri di un evento che avviene “una tantum” e che è gestito come tale (e spesso con sapienza, come dimostra il caso No Tav).

      E allora io davvero non capisco quale sia la difficoltà ad ammettere che, in certe situazioni, ricorrere ad azioni di forza sia una necessità ineludibile, mentre in altre ha più senso fare altro. Il discorso *politico* sulle forme di lotta è tutto qui. E’ una «ovvietà»? Sì, è con ciò? Anche fare sesso è un’ovvietà; ciò non toglie che sia sempre bello farlo.

  23. georgia il 1 giugno 2012 alle 08:42

    è abbastanza inquietante che qui sia passata del tutto inosservata una frase come quella scritta in un momento di ispirazione da lombardini:

    È possibile organizzare un movimento, che abbia ben in mente che qui il nemico è la democrazia stessa, e il ruolo feticistico conferitole, per alzare il livello dello scontro?

    Beh se oggi si può affermare, senza che nessuno si indigni, che il nemico sia la stessa democrazia siamo messi davvero male :-(
    A forza di cercare purezza e perfezione, con insopportabile aria ispirata da abatini, siamo finiti nel solito cul de sac tradizionale e che sempre ha portato a tempi molto bui.

    La democrazia NON è mai un nemico anzi, in qualsiasi stato si trovi, è l’unico vero alleato che abbiamo, certo per alcuni è grigia e priva di fascino ma è la cosa migliore che ci sia stata data dalla Resistenza e per me sono grigi e profondamente noiosi e tetri quelli che la considerano un nemico :-(. Perfettibile sempre, nemico mai.
    E poi voglio anche dire a lombardini (così solo a titolo di informaione) che Malaparte (grande scrittore ma modestissimo, anzi pessimo, politico) fu mandato sì al confino da mussolini, ma per modo di dire. Fu mandato a Forte dei Marmi, dove affittò una splendida villa e dove fece bagni ed ebbe relazione con la bella vedova di agnelli, la più malapartiana delle sue donne … insomma ci sono confinati e confinati.
    Un abatino snob è veramente il massimo ;-)

  24. andrea inglese il 1 giugno 2012 alle 11:20

    a georgia,

    il modello del talk-show televisivo all’italiana, che presuppone l’incommensuabilità comunicativa e interpretativa tra locutori, che possono solo procedere per negazione dell’altro, è ormai patrimonio genetico di tutti noi; e le dinamiche di molte discussione sul web purtroppo lo dimostrano.
    però georgia sforziamoci di applicare quello che un filosofo anglosassone ha definito “principio di carità interpretativa”. Partiamo dal presupposto che chi ha scritto un determinato testo non deve per forza essere un nemico, ossia qualcuno che la pensa sempre all’opposto di come la pensiamo noi. Partiamo dal presupposto invece che sia qualcuno di prossimo, che condivide gran parte dei valori e delle verità in cui credo.
    Io sono d’accordissimo con quanto dici sulla democrazia. Il problema non è la democrazia, il problema è che non ce n’è abbastanza. Ma se leggi la frase nel contesto dell’articolo di Lombardini mi sembra evidente che il nemico è l’attuale feticcio della democrazia, una democrazia paralizzata. E sappiamo bene da chi e come, nel contesto di un perdurante e acutissima crisi del capitalismo.

  25. Undadoatantefacce il 1 giugno 2012 alle 12:02

    Quando parlavo di “cittadino” mi riferivo non alla condizione di individui soggetti all’autorità statale cui tutti sottostiamo, bensì a quegli individui che hanno interiorizzato questa condizione rendendola pietra angolare della propria personalità politica.
    Il cittadino, inteso in questo senso, è l’espressione dell’ideologia del civismo, quell’ideologia che intende la politica come buona amministrazione, che dichiara morte le ideologie e le grandi narrazioni, che si considera responsabile del buon andamento del governo sul suo territorio, che parte dal presupposto ideologico che il fine del governo sia il benessere della collettività, che le istituzioni tutte debbano godere del suo appoggio incondizionato, in quanto al suo servizio.
    Il limite di legittimità per l’azione politica del cittadino è stabilito dal codice penale, alle volte persino dal codice civile. Ciò che marca indelebilmente l’azione del cittadino, dandole una forma inconfondibile e facilmente discernibile, è la fobia del conflitto.
    La fobia del conflitto porta alla rimozione del conflitto: per il civismo la politica è un confronto di opinioni interscambiabili e valutabili in una scala oggettiva dalla migliore alla peggiore, non è mai uno scontro di interessi inconciliabili alla fine del quale ci saranno vincitori e vinti.
    La rimozione del conflitto è l’impronta sicura dell’ideologia civista.
    Il cittadino, in questo senso, non andrà mai a bloccare un convoglio militare sui binari, e contesterà chiunque proponga di farlo; il cittadino sfilerà in piazza e appenderà la bandiera della pace al suo balcone, risponderà ai sondaggi, firmerà petizioni, svolgerà la sua azione, insomma, nel campo dell’opinione pubblica.
    Il caso della guerra in Iraq è eclatante: laddove la mobilitazione dei cittadini è stata enorme quanto mai prima, la guerra è avvenuta lo stesso. Il civismo è un’ideologia fallimentare, di fronte al cinismo del potere.
    Ovviamente il cittadino così inteso è pacifista; con pacifismo io intendo quella degenerazione del pensiero non violento che si è consacrata alla fobia del conflitto e alla sua rimozione. In verità, in questa accezione, il pensiero non violento è uno straccio utilizzato per coprire la vergognosa paura del pacifismo civista.
    Il civismo, posto di fronte a un conflitto sociale, non ha mai l’obbiettivo di vincere il conflitto, bensì quello di appianarlo.
    Il cittadino ha a cuore più di ogni altra cosa la pace sociale.

    Vogliamo studiare la situazione politica e sociale per capire come agire i conflitti? Partiamo da questo dato: il civismo è l’ideologia dominante; qualsiasi movimento di massa sarà composto, in questa fase, da una maggioranza di cittadini civisti e dovrà fare i conti con la loro ideologia, con le aporie cui il cittadino si trova di fronte nel corso di un conflitto insanabile che nella sua ideologia non potrebbe esistere.

    Avere una componente importante della propria parte che agisce il conflitto per esorcizzarlo e non per vincerlo rende l’azione dei movimenti particolarmente spinosa e difficile, è a questo che dobbiamo ovviare, lavorando dentro i movimenti, ed è la capacità di barcamenarsi tra cittadinismo di massa e realtà spietata del conflitto che ha reso la battaglia No Tav quell’esempio che è per tutti noi.

  26. arduino il 1 giugno 2012 alle 18:13

    Letto con interesse quanto scritto da Undadoatantefacce circa il cittadino che abbia smesso di essere tale
    – avendo superato la fobia del conflitto e varcato il limite definito dal codice penale e dal codice civile
    – avendo superato il riconoscimento dell’esclusività per lo stato del monopolio della forza
    – non essendosi posto limiti aprioristici al livello raggiungibile di violenza nei movimenti di massa,

    mi viene da porgli una domanda: esistono secondo lei e se esistono quali sono i movimenti che in Europa Occidentale, dopo la Seconda Guerra Mondiale, operando contro un stato democratico (escludo quindi le dittature fasciste greche, portoghesi, spagnole e quelle comuniste dell’Europa Orientale così come le dittature nord africane contro cui si sono scatenate le primavere arabe) siano usciti vittoriosi dopo aver scelto le opzioni politiche da lei suggerite?

    • undadoaventifacce il 1 giugno 2012 alle 18:52

      http://www.youtube.com/watch?v=aWNdLVJWkvQ

      Cerchiamo di capirci, un movimento con le caratteristiche da lei elencate era presente in tutti i paesi europei occidentali fino agli anni settanta.
      Ci sono motivi storici ben precisi alla base della sua sconfitta, non si chiede un ritorno al passato, ma ricordi che tra i motivi di quella sconfitta vi è anche la caduta di tensione dovuta a tutta una serie di vittorie parziali (che ne dice dello statuto dei lavoratori, giusto per fare un esempio?) sulle quali si è basato il benessere di intere generazioni, compresa la mia.

      Ora, non vedo perchè dovrei escludere e comprendere nel computo chi più le aggrada (sa, abito più vicino alla Tunisia che alla Lombardia), le faccio notare, comunque, che ciò di cui si parla nei nostri tempi è proprio il declino delle democrazie occidentali in quanto tali. Inoltre non vedo perchè dovrei riferirmi solo al dopoguerra: il periodo anteguerra fa schifo? Eppure questa crisi ha elementi paragonabili a quella del ’29, che è anteguerra, e la crisi di popolarità della democrazia che spaventa Georgia ha elementi paragonabili al primo dopoguerra italiano, per non parlare dell’esempio dato dalle lotte partigiane, che lei potrà trovare fuori luogo, ma in Grecia è stato evocato più volte con grande risonanza (e questo è un evento storico contemporaneo assolutamente pertinente al discorso che si sta facendo).

      Per ora mi limito a ciò che devo andare via dal pc, ma non ho finito.

  27. georgia il 1 giugno 2012 alle 20:29

    andrea chiariamoci:
    non so per te, ma per me uno che chiede di organizzare un movimento al fine di alzare il livello dello scontro perché ha in mente che il vero nemico è la democrazia stessa, beh scusami ma, modello del talk-show o meno, non può essere uno che pensa come me, magari l’unica scusante che posso trovargli è che sta leggendo il libro di malaparte ed è affascinato dal personaggio …

    @dado
    Eppure questa crisi ha elementi paragonabili a quella del ’29, che è anteguerra, e la crisi di popolarità della democrazia che spaventa Georgia ha elementi paragonabili al primo dopoguerra italiano

    la crisi di popolarità della democrazia (come se la crisi economica fosse colpa della democrazia) porta sempre e solo in una direzione, ed è sempre interesse solo di una piccolissima minoranza che fa finta di voler stravolgere tutto solo per non cambiare i propri privilegi e far pagare la crisi unicamente ai più deboli … alzate lo scontro, alzatelo se volete far felici i pescicani di turno, non aspettano altro (come sempre). Meglio tornare invece alla politica NON letteraria e avventurosa, faticosa certo e pure non affascinante, ma indispensabile.

  28. andrea inglese il 2 giugno 2012 alle 11:56

    a dado

    nelle grandi linee il tuo discorso mi è familiare e condivisibile; esso resta astratto, inevitabilmente, come anche ciò che lo precede, detto da me e da altri; si tratta di una sorta di primo soprallugo…
    però se il tuo discorso globalmente mi è familiare e consono (suona bene alle mie orecchie), esso avvolge una serie di questioni nell’ovvietà, che è appunto, per me, importante togliere.
    Per chiariti questo dovrei fare un’analisi abbastanza mirata di alcuni punti. Non ho molto tempo, ma provo almeno ad iniziare.

    Tu hai per la prima volta evocato l’ideologia del civismo a proposito delle posizioni di Chomsky relativo al movimento statunitense anti-governativo e anti-imperalista sll’epoca della guerra in Vietnam. Se consideri Chomsky un esponente dell’ideologia del civismo – come la descrivi tu – allora già subito non ci troviamo. Cosa molto grave, perché la lotta politica per essere efficace ha bisogno di aggregare, di porsi il problema di chi è con me, chi sta oggettivamente dalla mia parte e si batte per interessi comuni. Se uno comincia a confondere amici e nemici, questo è un concreto e grosso problema.

    Sulla questione della fobia del conflitto e della rimozione del conflitto. Sono perfettamente d’accordo che possiamo porle come un elemento tipico di quello che si potrebbe definire l’ideologia del civismo. Oggi, però, dal momento in cui gli effetti della crisi si sono fatti sentire sempre più potenti anche da noi, il conflitto è vissuto nei fatti da sempre più persone. Il conflitto c’è e non può essere rimosso. Se perdo il lavoro, il conflitto c’è, se guadagno troppo poco per mantenere la famiglia il conflitto c’è, se non posso più avere credito dalla banca, il conflitto c’è. Il problema veramente politico che si pone allora non è tanto rimuovere un conflitto che non è in alcun modo cancellabile, ma che strumenti dare per far ottenereobiettivi importanti alla parte più debole e esposta al conflitto. E si ritorna quindi alle questioni: quali metodi di lotta, quale organizzazione, quali obiettivi, per ottenere da questo conflitto delle condizioni di vita migliori. Mi fermo qui.

  29. stan il 4 giugno 2012 alle 13:58

    Come dimostrano anche le manifestazioni del 15 maggio scorso, un po’ dappertutto le “indignazioni” si stanno evolvendo, sia in termini di radicalità che in termini di coinvolgimento di più ampi settori sociali. Ora il movimento è davvero internazionalizzato; un’unica lotta collega gli indignati spagnoli, la primavera araba, OWS, le rivolte asiatiche (di cui si sa pochissimo, ma che sono importanti, anche quantitativamente), le mobilitazioni in Grecia, il sindacalismo di base … Come si può evincere dalle cronache, il generico populismo legalitario ha segnato il passo facendo emergere all’attenzione una rabbia più radicale. Dappertutto il fenomeno è auto-organizzato, non piramidale e di massa. La radicalizzazione, sino alla comparsa di forme di autodifesa (le più alte, in termini qualitativi, benché differenti tra loro, sono state quelle di Piazza Tahrir e di Oakland), è certamente dovuta alla crescente repressione poliziesca, ma anche alla consapevolezza che ben pochi spazi di manovra esistano all’interno d’un blando riformismo. Nelle punte più avanzate, si fa strada l’idea che il capitalismo non sia l’unica forma sociale possibile e si discute apertamente di una «comunità nuova». Non è difficile immaginare, anche a fronte del crescente malessere sociale, scenari da «guerra urbana» …

    Pongo un quesito: davvero si pensa che a fronte dell’affinamento di quella che viene chiamata Fourth Generation Warfare (4GW), il cui obiettivo è fronteggiare le possibili rivolte “dal basso” spostando i conflitti dal piano interstatale a quello interno («urbano», appunto), siano sufficienti «pratiche di disubbiedienza civile non violenta»?

    • Undaduemilaeventifacce il 4 giugno 2012 alle 14:36

      Eh, già, per capire chi si prepara ad alzare il livello dello scontro:
      http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_63654.htm

      • undadoaduemilaventifacce il 4 giugno 2012 alle 17:42
        • andrea inglese il 4 giugno 2012 alle 23:28

          mmm, è sempre un piacere leggere la sobria prosa prediletta da generali e consulenti militari…

          questo documento, in particolare, fa parte di quel fenomeno che vede un uso sempre più poliziesco delle forze armate (le cosiddette operazioni di polizia internazionale) a fronte di un simultaneo uso sempre più militarizzato della polizia.

          (bè, per questi signori lo scontro è il loro mestiere)

  30. Undadoatantefacce il 4 giugno 2012 alle 14:30

    Allora:
    1)un discorso, in quanto tale, è e resta astratto, su quello c’è poco da fare.
    C’è anche da dire che, per quel che mi riguarda, questo discorso nasce da esperienze empiriche, non da letture, nemmeno da letture di narrazioni di esperienze empiriche (i famosi esempi storici); quindi il suo valore può essere inficiato, più che da un eccesso d’astrazione, da un eccessivo uso della deduzione.

    2)Su Chomsky. Non intendevo criticare il pensiero politico di Chomsky, che non conosco granchè. Mi limitavo a rilevare la presenza di luoghi comuni tipici della retorica pacivista nel suo discorso, luoghi comuni che in quel tempo e luogo erano parte di un discorso egemonico all’interno della sinistra americana, così come lo sono oggi in quella italiana.
    D’altronde, penso che anche Chomsky possa dire una o due boiate, ogni tanto, no? Non è che siccome una cosa l’ha detta lui diventa improvvisamente vera o giusta.

    2b)I portatori di un’ideologia civista non sono miei nemici: sono una gran parte delle persone con cui ho avuto a che fare in questi anni nel vivo delle lotte; essi partecipavano a quelle lotte proprio in virtù della sensibilità ispirata loro da quell’ideologia.
    Non essendo residente in una zona con tradizioni politiche forti e gruppi strutturati che mi consentissero di rinchiudermi nella mia beata e pura comunità terribile, ho dovuto misurarmi costantemente con questa dominanza ideologica (ma chi non lo ha dovuto fare dev’essere per forza rimasto chiuso in un ghetto di tre metri quadri).

    D’altronde non è affatto raro che le iniziative canoniche, con petizioni, raccolte di firme, volantinaggi, manifestazioni autorizzate, appelli alle rappresentanze politiche, conferenze stampa, azioni legali, variegate espressioni simboliche di partecipazione ed espressione di una posizione politica, bastino a vincere un conflitto. Il problema con l’ideologia civista, si pone solo nei casi in cui queste espressioni, brutalmente, non bastano (e queste non sono affatto poche).

    Si passa per untorelli del militantismo a dirlo, ma io vedo sempre più casi in cui la libera espressione democratica del dissenso non basta a vincere i conflitti.
    Specialmente quando si pone la questione politica/economica a livello di sistema, come sempre più gente partendo da un punto di vista civista fa.
    Si passa per untorelli perchè gli untorelli non fanno che ripetere quel discorso a ogni piè sospinto: alzare il livello dello scontro è la loro missione ideologica, a prescindere da qualsiasi considerazione di natura tattica e strategica in merito al fine della vittoria; il problema è sempre l’ideologia che feticizza i mezzi trasformandoli in fini.

    3)Considero l’ideologia come un’interruzione della catena retroattiva tra esperienza e idea del mondo, tale per cui l’esperienza è sempre interpretata attraverso la propria idea (comunque essa si sia formata), ma l’idea non è mai verificata attraverso l’esperienza.

    Ed ecco che l’ideologia civista, in quei casi in cui la libera espressione democratica del dissenso non basta, tende pervicacemente a rifiutarsi di ammettere questa evidenza; il massimo che possa fare è denunciare la violazione della libera espressione democratica del dissenso, ma questa denuncia è sempre la chiacchiera vuota di uno sconfitto che chiede pietà(e può diventare la formula magica per rimuovere anche la sconfitta, eleggendo il vincitore morale).

    Ed ecco che l’ideologia militantista, in quei casi in cui la libera espressione democratica del dissenso basta e avanza, tende pervicacemente a rifiutarsi di ammettere questa evidenza; il massimo che questi possono fare è denunciare il compromesso altrui e ritornare nella propria comunità terribile in mezzo alla quieta disapprovazione generale o all’indifferenza della massa con cui avevano provato a condividere la lotta (anche qui esiste quella formula magica per cui si può capovolgere la sconfitta e trasformarla in vittoria morale).

    4)Il conflitto c’è, non da oggi, nella vita delle persone. La rimozione di un qualcosa è un meccanismo psicologico che può avvenire solo in presenza di quel qualcosa, no? I meccanismi di rimozione sono vari: c’è chi interiorizza il conflitto, assumendo su di sè la colpa di essere un perdente; chi tende a considerarlo come un evento deciso dal destino, e in quanto tale inevitabile, si deve solo aspettare che passi, pregando per il meglio; chi trova i suoi capri espiatori: la casta, l’euro, gli immigrati, la modernità…e tende a rivolgere i suoi sforzi verso il sacrificio che soddisferà gli dei della crisi; chi si consacra anima e corpo ad una salvezza divina data da qualche soluzione passepartout (la rivoluzione, la rivoluziooooooone); chi semplicemente cerca di far finta che non stia succedendo niente.

    Ora, io non sono nessuno per dare strumenti, nè per determinare obbiettivi, mi limito a portare il mio contributo dove sono, cercando di “rompere la mitologia negativa dei duri e delle frange estreme”, sia tra chi in questa mitologia vede prendere forma l’uomo nero, sia tra chi la indossa come propria divisa.

    Convincere un civista ad accettare di mantenere un blocco stradale di fronte a poliziotti in tenuta antisommossa è difficile tanto quanto convincere un anarchico ad accettare un ricorso al Tar; pure, ambedue questi metodi possono essere determinanti ai fini della riuscita di una lotta, il punto è tutto qua; si da il caso che all’interno dei movimenti queste cose stiano già succedendo: succedono ogni volta che l’obbiettivo del movimento prevale sui singoli obbiettivi del cittadino (vivere una vita tranquilla) e del militonto (portare il conflitto come fine in sè, indipendentemente dall’esito); ma questo avviene solo in certi movimenti, dove il dominio dell’ideologia civista è stato spezzato (il militantismo non ha la forza per dominare ideologicamente un movimento di massa significativo); per esempio, non avviene nella stragrande maggioranza delle vertenze sindacali per l’occupazione.

    Più problematico è riuscire a operare una decisa derattizzazione dei discorsi rimuoventi il conflitto attraverso capri espiatori e soluzioni passepartout, è una vera disperazione constatare quanti profeti e quante ricette infallibili emergano da ogni dove; di questi tempi,nelle assemblee, pare di assistere costantemente a situazioni del genere (http://www.youtube.com/watch?v=LB0BUiQd27w), d’altronde, come diceva Paul Veyne:

    “…la maggior parte delle conoscenze da cui trae profitto tutta una società è appannaggio esclusivo di alcuni individui (…). Resta il fatto che, nel resto della collettività, il fatto di sapere che alcuni sanno ha un’enorme importanza, perchè equivale a sapere che si può avere fiducia; ci si interroga meno sulla giustificazione oggettiva della dottrina che sulla fiducia che si può accordare agli esperti(…): è un elemento decisivo per la credenza e per la superstizione. Ad esempio gli occidentali (o per lo meno quelli di loro che non sono batteriologi di professione) credono ai microbi, e moltiplicano le misure di asepsi, esattamente allo stesso modo che gli azandè credono alle streghe e moltiplicano le preucazioni contro di loro: credono ciecamente interpretando in questo senso alcuni indizi equivoci; verità o superstizione, la sociologia della credenza è identica.”

  31. andrea inglese il 5 giugno 2012 alle 00:19

    a un dado:
    “Convincere un civista ad accettare di mantenere un blocco stradale di fronte a poliziotti in tenuta antisommossa è difficile tanto quanto convincere un anarchico ad accettare un ricorso al Tar; pure, ambedue questi metodi possono essere determinanti ai fini della riuscita di una lotta, il punto è tutto qua; si da il caso che all’interno dei movimenti queste cose stiano già succedendo: succedono ogni volta che l’obbiettivo del movimento prevale sui singoli obbiettivi del cittadino (vivere una vita tranquilla) e del militonto (portare il conflitto come fine in sè, indipendentemente dall’esito);”

    qui seguo bene il tuo discorso e trovo ben azzeccati gli esempi, e da quel che dici, e da quel che mi sembra di capire (più dall’esterno), vedo bene che su molti fronti le persone si mettono molto più in gioco (al di fuori della cornice del “civismo”, da un lato, senza per questo celebrare l’atteggiamento militonto, dall’altro).
    A me per altro interesserebbe conoscere in modo più diretto quella che è la tua esperienza di militante a contatto con queste due soluzioni politicamente sterili (il “civista” e il “militonto”). E vedere come in un contesto concreto queste soluzioni possono essere superate, o comunque essere catalizzate da una pratica diversa e più efficace.
    Ma non siamo così lontani da quelle che io chiamo forme di disubbidienza civile non-violenta: mettersi di traverso sui binari è un esempio di questa disubbidienza, invadere un’autostrada pure, e via dicendo. Insomma, la disubbidienza civile implica infrangere la legge e conseguenze penali. E questo da sempre. Quindi non andrebbe mai confusa con il civismo legalista.

    Dopodiché io continuo a insistere sull’aspetto non-violento della disubbidienza come pratica politica. E lo faccio certo in modo astratto, ma lo faccio ovviamente più da scrittore che militante. (Ci sono già i militanti non-violenti, e sono loro che innanzitutto rivendicano una tradizione e una prospettiva precisa.) Io lo faccio, perché – e lo ripeto – in un momento in cui il conflitto sociale non è più cancellabile, neutralizzabile, e sta esplodendo in maniere sempre più incontrollabile – la questione della violenza deve essere guardata in faccia con grande lucidità. Da tutti, e sotto ogni visuale.
    Per gli anni a venire, mi sembra che i rischi siano più quelli del militonto che quelli del civismo.
    Ora distinguiamo, come fai tu, tra un uso fine a se stesso, estetico, del gesto violento, e una violenza che emerge in certe dinamiche di piazza o in certe altre situazioni e che potrebbe avere efficacia politica. Ok. Teniamo per buona questa distinzione.
    Avremmo quindi dei gruppi di militanti entrambi disposti a infrangere le leggi (andando oltre l’ideologia del civismo) e a rifiutare la violenza come atto estetico fine a se stesso. Però per alcuni sottogruppi un certo tipo di violenza sarebbe comunque considerato controproducente e inefficace. Per altri invece no. Ecco è a questo punto che m’interesserebbe seguire la discussione che nasce. Vedere le diverse esperienze che si confrontano. Infatti qui avremo persone molto prossime per convinzioni politiche, valori e obiettivi di lotta, che potrebbero separarsi sul piano dei metodi. Discrimine non-violento da una parte, uso della violenza se necessario dall’altra parte. Trovo comunque che a questo livello una discussione sarebbe importante e proficua per tutti, anche per i sostenitori del civismo e per i militonti.(Naturalmente se sono, oggi, a 44 anni, più attento alla questione dell’uso della violenza nei movimenti, è anche perché a 18 sono stato un perfetto militonto, un perfetto analfabeta politico, che pensava tra l’altro che una manifestazione finita senza cariche e lancio di lacrimogeni non fosse degna di questo nome.)

    Quello che è sicuro è che sul versante non-violento esistono strumenti di lotta che potrebbero, diffondendosi su ampia scala, divenire molto potenti: lo sciopero del consumo è una di queste. Sciopero di consumo e d’uso. Ma ancora poco si fa su questo versante, che avrebbe l’efficacia di colpire il capitalismo laddove più soffre.

    Un’esempio di coordinamento estremamente articolato e consapevole, anche se non posso aggiungere “efficace”, per come sono finite le cose, lo si è avuto proprio a Genova 2001. Nel campeggio di Sciorba, ci spiegava giovedì sera uno dei responsabili del forum, la logica che avrebbe guidato le varie azioni sopratutto l’indomani, venerdì. Tale logica veniva definita a partire dal criterio della diversa soglia di rischio. La logica da tutte le realtà condivisa, Casarini e tute bianche incluse, era quella di esporsi ad azioni di disubbidienza controllate, che avevano a seconda dei gruppi di militanti coinvolti soglie di rischio diverse. Le tute bianche andavano a una prova di forza con la polizia, ma in un’ottica difensiva e fondamentalmente non-violenta: portavano sì caschi, ma non mazze, bensì scudi e imbottiture. La soglia di rischio minima era quella di coloro che appendevano striscioni sulle grate della zona rossa, prendendosi i getti d’acqua, ecc.
    Tutto è andato poi a puttane sia per l’intervento dei black bloc che la polizia ha lasciato scorazzare tutta la mattinata di venerdì per almeno un paio d’ore, prima di irrompere in piazza manin e menare dei gruppi pacifisti e ingenui; ma sopratutto è andato a puttane per l’aggressione a freddo del corteo in via Tolemaide nella zona di percorso concordata. Vabbé non rifaccio per l’ennesima volta lo storia, ma mi era sembrata una grande idea quella del coordinamento unico di gruppi diversi, che si ritrovano su una modalità condivisa, seppure articolando soglie di rischio e disubbidienza diverse.

    • stan il 5 giugno 2012 alle 09:11

      In altre discussioni su NI, il “militonto” è stato preso di mira diverse volte, in particolare nei pressi del 14 ottobre romano. Paradossalmente, in questa categoria venivano fatte rientrare anche quelle realtà che hanno sapientemente gestito il rapporto violenza/non violenza in Valle di Susa … E allora c’è qualcosa che non mi quadra. Come ho già detto in quelle discussioni, ho l’impressione che si abbia un’idea distorta dei militanti oggi, un’idea molto “giornalistica”, se così posso esprimermi, e poco corrispondente al vero. Una parte cospicua di quelli che erano legittimamente definibili “militonti” ha imparato a fare politica; ripeto: si osservi con attenzione quali componenti hanno alimentato la radicalità in Valle di Susa, e poi ne riparliamo …

      Piccolo appunto storico: la ricostruzione finale di Genova 2001 è completamente sbagliata. Tutto è “andato a puttane” non per l’intervento dei black bloc, bensì per una volontà politica precisa di reprimere il movimento; i black bloc sono diventati la scusa perfetta per un’azione che era stata già decisa. E inoltre, quando il corteo delle Tute Bianche è caricato in Via Tolemaide c’era già stato, ore prima, l’attacco allo spezzone Cobas+Network …

  32. Undadoaventifacce il 6 giugno 2012 alle 01:37

    1) francamente mi pare che negli anni a venire i rischi verranno assai più dal civismo che dal militantismo. Non avendo un passato da militantista alle spalle non ho nessun conto da regolare con quella ideologia, quindi, here we go.
    Comunque, rovistando nella discussione sul 15 ottobre, ho trovato questa frase di Ghandi che non conoscevo:
    “It is better to be violent, if there is violence in our hearts, than to put on the cloak of non-violence to cover impotence. Violence is any day preferable to impotence. There is hope for a violent man to become non-violent. There is no such hope for the impotent”

    “E’ meglio essere violenti, se c’è violenza nei nostri cuori, che coprirsi col velo della non-violenza per nascondere l’impotenza. La violenza è in qualsiasi momento preferibile all’impotenza. C’è speranza che un uomo violento diventi non violento. Non c’è questa speranza per l’impotente”

    Questo discorso sembra scritto apposta per parlare del civismo.

    2) perchè verranno più rischi dal civismo? Un motivo è la fede incrollabile nella legge del meno peggio. Leggi: tenuta contro ogni evidenza e logica del Pd e delle tentazioni masochistiche di centro-sinistra di Sel. La lezione di Syriza non attecchisce, qua. Ricordo a tutti che Syriza si schierò affianco dei giovani protagonisti dei riots del 2008, una cosa inimmaginabile per un partito della sinistra italiana (orrore! lanciavano molotov contro la polizia! ecc. ecc.).

    3) una lezione politica che il civismo non è in grado di capire: la compattezza in politica, vale più della morale. Così, chi rompe il fronte dell’opposizione per prendersela col singolo (o il gruppuscolo) incontrollabile che eccede la disciplina compie la stessa infrazione di questo, quando ha ecceduto o mancato i livelli di violenza stabiliti dal movimento. Sono ambedue esecrabili, ma solo il primo ha consapevolmente puntato il dito pubblicamente contro un suo compagno e seminato discordia nel suo campo.

    Se poi il gruppuscolo o il singolo non appartiene al movimento, si torna qui:
    “E’ la propaganda “di stato” che ci chiede attestati di fedeltà, proponendo come contropartita il non rovesciarci addosso la responsabilità di un qualcosa che non abbiamo fatto; trovo desolante la quantità di gente che cede con entusiasmo e foga a questo ricatto”.

    D’altronde, perchè si possa parlare di livelli di violenza decisi dal movimento, bisogna che questi siano chiari e stabiliti, se ci si lamenta di eccezioni di massa a quei limiti, vuol dire che chi li ha stabiliti non era rappresentativo, o che l’organizzazione del movimento è avvenuta in maniera farraginosa e/o scorretta.

    3a)Esempio:
    grazie a Stan ho scoperto la discussione sul 15 ottobre di NI, me l’ero persa. Che dire, non uno degli intervenuti ha detto, così a occhio, che il fatto che il 15 ottobre ci sarebbero stati scontri era chiaro come il sole.
    Io lo sapevo, bastava leggere qui: http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/2821-15-ottobre-%C3%A2%EF%BF%BD%C5%93la-squadra-non-fa-la-quadra%C3%A2%EF%BF%BD, per esempio questo passaggio:
    “Una conclusione questa che sembra allontanare una gestione comune e coordinata della manifestazione del 15 ottobre. Alcuni interventi sottolineano criticamente quella che definiscono la pretesa del coordinamento 15 ottobre di governare tutta la spinta alla mobilitazione e alla partecipazione, “l’eccedenza” si sarebbe detto fino a pochi mesi addietro. I segnali che giungono dalle varie citta indicano infatti la crescita di quella che era stata identificata come la militanza nomade o che altri definivano autorganizzazione, cioe una spinta alla partecipazione crescente e diffusa a questo appuntamento”.

    Per avere un livello di violenza stabilito, devo avere la compattezza; in caso di alleanze, l’unico modo per avere la compattezza è la chiarezza.
    Non vedremo mai gruppi di gente spaccare le vetrine a un corteo del Pd, perchè saprebbero di essere circondati dall’ostilità del corteo, come mai il 15 ottobre invece è avvenuto? Perchè è mancata la chiarezza sulle componenti e sui contenuti, semplicemente si è detto: incazzati d’Italia, venite a noi. E qualcuno li ha presi in parola, perchè la rabbia non se ne fa nulla della tattica politica.

    Ora, se non ho la chiarezza, prima di organizzare un evento di quella portata ci penso mille volte. Ci sono altri modi per portare avanti un movimento, la grande manifestazione nazionale non è necessaria (http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/2959-la-forma-corteo-%C3%A8-finita-ce-ne-vuole-unaltra), portarla avanti in quelle condizioni è stato un gesto di pura incoscienza, da parte dei gruppi civisti.

    Insomma: o si è in grado si sopportare politicamente l’esistenza dell’eccedenza, oppure la si smette di fare movimentismo di base e ci si struttura in forme più solide, sebbene meno trendy.

    3b)Esempio 2:
    Per Genova temo che la dinamica sia stata un pò la stessa, forse giusto un poco più funzionale. Di assemblee costituenti con la partecipazione di moltissimi soggetti e bla bla bla ne ho viste a mazzi, negli anni scorsi (quelli “dopo Genova”), in genere destinate a scavare buchi nell’acqua o a pronunciare roboanti discorsi in cui tra gli applausi generali si annunciava che si sarebbe iniziato a svuotare il mare con un cucchiaino; in ogni caso il principio che le reggeva, di solito, era quello del “lasciare da parte gli scazzi”, ovvero non parlarsi con chiarezza e dirsi chiaramente quali intenti si aveva. Non so precisamente come sia andata per l’organizzazione di Genova, ma temo che la coazione a ripetere sia una brutta bestia.
    Detto ciò, trovo comunque disarmante la retorica dell’infiltrato e del demone black block che è stata costruita negli anni dopo Genova. Insomma, i black block si erano visti a Seattle, a Goteborg, possible che i movimenti italiani fossero totalmente impreparati ad un loro arrivo? Possibile che la colpa di ciò che è accaduto a Genova sia stata tutta dei cattivi black block e della cattiva polizia? Possibile che si possa proiettare fuori di sè qualsiasi responsabilità su un qualcosa che si è organizzato per mesi? Trovo assurdo che il discorso su Genova sia stato per anni e anni un discorso su polizia e black block, come se i movimenti che avevano organizzato le giornate di opposizione al G8 fossero stati lì per caso.

    Gli unici cui abbia sentito fare un’autocritica su Genova negli ultimi dieci anni sono stati i Wu-Ming: quell’autocritica gronda tanto di quell’autocompiacimento da essere quasi peggio del silenzio altrui, sebbene, in fin dei conti, facendo la tara delle auto-sviolinate, centri il punto.

    Il punto, col senno di poi che appartiene a chi viene dopo, è che non si doveva chiamare tutta quella gente a Genova, chiamarla là è stato un inganno e un rischio inaccettabile. Al palazzo d’inverno ci si va armati e disposti a tutto, altrimenti non ha senso andarci, perchè è chiaramente il posto dove la violenza dello stato non si può porre limiti, quello dove è custodita la sacra vita dei suoi rappresentanti.

    Possibile che nessuno si sia accorto dei livelli di violenza che si sarebbero imposti a Genova? Del fatto che il movimento non era in grado di sopportarli?
    Non si è visto le condizioni assurde in cui è stata ridotta la città?E Goteborg? E Napoli? Le informative pazze dei servizi segreti?
    Possibile, visto che per l’ideologia civista la violenza dello stato è sempre una reazione alla violenza della piazza; per loro bastava andarci sorridenti e a mani alzate; sono le stesse persone che negli anni successivi hanno serbato più rancore ai black block che alla polizia, come se le manganellate gliele avessero date quelli, non questa.

    A Genova si sarà impostato le azioni su vari livelli, ma si è anche fatto i conti senza l’oste; Genova mi pare la dimostrazione effettiva di quello che dicevo nel primo intervento: “il livello della violenza lo decide chi dispone della maggiore forza; chi dispone di una forza inferiore, posta in contrapposizione asimmetrica, non può che cercare di barcamenarsi mantenendo standard di violenza adeguati alla situazione, secondo un’idea relativa, quindi, non assoluta: una risposta eccessiva può minare il consenso, laddove una risposta deficitaria può ridurre all’impotenza”.

    Non è colpa dei black block se questi avevano una tattica autonoma del colpisci e scappa e sono stati in grado di mettere in difficoltà le forze dell’ordine. Loro erano lì per fare il loro gioco, non era compito dei movimenti impedirglielo.
    I black block sono stati funzionali alla propaganda di regime? Certo, la loro violenza, come quella dei Weatherman, era perlopiù decontestualizzata e impolitica (molti di loro penso che lo rivendicherebbero, questo), in quanto non comunicativa, non intesa ad essere altro che sè stessa, ma non vedo come accodarsi alla propaganda di regime sui black block abbia potuto aiutare i movimenti a costruire una strategia autonoma.
    Infatti dalle pastoie di Genova non siamo mai usciti, ci stiamo provando, con la stessa sicurezza di un convalescente che è rimasto per anni a letto, adesso.

    E’ invece colpa delle tute bianche, se queste avevano una tattica eteronoma dello scontro al primo sangue, tale per cui, nel momento in cui la polizia ha deciso di andare oltre, questi si sono trovati impreparati.
    Tra l’altro è singolare come la propaganda civista abbia sempre rimosso il proseguio degli eventi di via Tolemaide, in qualche modo nascondendolo dietro la pesantissima morte di Carlo Giuliani. Ovvero: cosa è successo dopo che il corteo delle tute bianche è stato spezzato? Come collima, quello, con la retorica pacifista che ha occupato militarmente (ironia della sorte) il discorso su Genova degli anni successivi?
    Cosa stava facendo Carlo Giuliani quando è stato ammazzato?

    3c)Per me le tute bianche e i disobbedienti sono stati un miscuglio mortale tra ideologia civista e ideologia militantista, qualcosa di vicino al contrario assoluto di quella che secondo me è la giusta via per muoversi.
    Sono dell’idea che non si giochi col fuoco, se non si è pronti a scottarsi; questa gente ha giocato continuamente col fuoco illudendosi e illudendo chi le stava dietro che non si sarebbe scottato.
    Ha provato a sballare completamente la misurazione dei livelli di violenza proponendone una mistificazione costante per attirare tutti, militantisti illusi dalle dichiarazioni roboanti di guerra al g8 e violazioni di zone rosse e civisti attirati dalla bella idea di proporre lo scontro di piazza nelle vesti di una pura autodifesa.
    La sintesi infernale è stata questa: giustificare il fine militantista dello scontro di piazza con un mezzo moralmente giusto agli occhi del civista (anche grazie a una sapiente propaganda) quale quello della resistenza passiva (o quasi passiva).

    4)”Ci sono ampi spazi politici che si aprono tra la politica delle mediazioni e il culto del riot: bisogna agirvi dentro, prima che queste praterie si trasformino in deserti”, come è scritto nell’articolo di de Michele linkato sopra.
    E’ tutto qua, e ricordiamoci che la gran parte dell’Italia è provincia, dove i riot non sanno proprio cosa siano (almeno dall’ultimo assalto al monte granatico, o dall’ultima occupazione delle terre), mentre dove sanno cosa sono sono gli basta vederne un paio all’anno a dire molto; la politica delle mediazioni è uno stillicidio quotidiano a qualsiasi livello.
    Non ho assolutamente dubbi su cosa sia più pericoloso.

  33. Undadoaventifacce il 6 giugno 2012 alle 01:39

    minca, ho scritto ghandi invece che gandhi, vabbuò, così almeno si capisce che non sono necessariamente un suo seguace e che lo cito fuori contesto e smaccatamente pro domo mia.

  34. Undadoaventifacce il 6 giugno 2012 alle 01:50

    …e le occupazioni delle terre non hanno nulla a che vedere coi riot, vabbuò, ho fatto tardi vaneggiando e son stanco, pardon. se mi funzionasse la modifica dei commenti non ammorberei con questi p.s., che non sono polizia di stato.

  35. Vincenzo Cucinotta il 6 giugno 2012 alle 07:56

    Come temevo, il dibattito non è più uscito dalla falsa riga in cui lo aveva posto Lombardini, una attenzione esclusiva ai metodi di lotta.
    Pare che oggi il dibattito politico sia del tutto sequestrato da questo aspetto, e del resto, in tutt’altro contesto, basta leggere il documento di fondazione di ALBA, tutto centrato sulle questioni di come si sta in questa organizzazione, sulle pratiche di movimento.
    A parte che sulle forme organizzative, io la penso in maniera diametralmente opposta a questi di ALBA, è davvero sorprendente come, dibattendo di lotta politica, si finga di essere d’accordo sugli obiettivi, come se esistesse un’omogeneità che così identifichi chi sta da una parte e chi dall’altra, come se la definizione degli interessi inconciliabili di cui anche Dado parlava fossero scontati, chiari per tutti e quindi non degni di essere neanche discussi.
    Mi parrebbe di capire che l’identificazione degli interessi contrapposti e dei soggetti corrispondenti venga dato per scontato in base a una visione marxista o magari marxiana della divisione sociale in classi, e che fuori da questa visione la cosa diventi assai meno ovvia.
    La mia impressione è che una ridiscussione franca sugli obiettivi finali di un movimento che voglia essere rivoluzionario sia stata semplicemente rimossa dal dibattito, riducendo tutto alla sostanziale accettazione dello stato presente attraverso forme di convivenza marginale dentro una società che nei fatti è data per immutabile, almeno nei suoi caratteri fondamentali.
    La cosa appare particolarmente strana in una fase storica in cui il modello di organizzazione politica e sociale occidentale, che peraltro ha mostrato forti capacità di contagio, denuncia un’incapacità a sopravvivere, rischia cioè di implodere di fronte a un’umanità sostanzialemente istupidita che guarda l’arrivo della catastrofe paralizzata su sè stessa.

  36. andrea inglese il 6 giugno 2012 alle 14:06

    a vincenzo,
    non so se ci intenderemo, ma:
    – più che dibattito, qui è nato un semplice scambio di riflessioni ed esperienze; a me interessa la riflessione di dado, e sopratutto mi pare che sia rispettato il principio di carità di cui parlavo; diamo per scontato che almeno qui, in questo contesto, ci confrontiamo come persone che hanno valori e interessi che non sono inconciliabili; e quindi magari riusciamo sia a parlarci che ad ascoltarci

    – la questione che tu poni è comunque fondamentale; ne accennavo anch’io, quando più sopra scriveo: “Nella tradzione rivoluzionaria, sopratutto di matrice marxista, l’analisi delle circostanze costituisce la parte più cospicua del lavoro intellettuale delle avanguardie.” Cosa significa questo? Significa che bisogna integrare nei movimenti di lotta delle analisi di classe, che vanno fatte oggi, con strumenti in parte nuovi e sopratutto su configurazioni sociali nuove; ti ricordo Vincenzo un mio articolo sul “ceto medio” e il ruolo della sociologia tra Francia e Italia: http://www.nazioneindiana.com/2012/03/20/leta-dellansia-per-il-ceto-medio/

    – qui però stiamo discutendo di metodi di lotta e di forme di organizzazione; tu dici come quelli di ALBA… Ma questo è un progresso, magari piccolo, ma un vero progresso. Finalmente in un movimento dal basso si pone esplicitamente la questione dell’egemonia maschile, della trasparenza, dei leader carismatici. Tutte questioni molto “recenti” nella tradizione della sinistra sia quella PCI, ma persino quella anni Settanta.

    Insomma, mi sembra che l’obiettivo sia quello di articolare più problemi, non di sostituire un problema all’altro, perché questo ci porta alla semplificazione.

  37. andrea inglese il 6 giugno 2012 alle 14:17

    a vincenzo
    un’altra cosa: perché è fondamentale la questione dei metodi di lotta?
    Per i seguneti motivi. Anche dove c’è una condivisione e una chiarezza di interessi in una maggioranza di cittadini – movimento contro la guerra in Iraq in Europa -, i governi si mostrano completamente impermeabili all richeiste dei cittadini. Sitauzione ben più estrema con il trattato europeo, con referndum che sono stati scavalcati da maggioranze di governo (francia) o impediti, come nel caso della Grecia, quando si trattavo di approvare il primo piano di austerità. Altro caso è quello della TAV. Anche dove si trovano obiettivi condivisibili, la possibilità di incidere sulle politiche dei governi diventa sempre più difficile. E con la crisi questa situazione è diventata luogo comune: la democrazia diviene un feticcio (pezzo di Lombardini).
    Si pone quindi il problema di come esercitare un potere democratico nel momento in cui è stato sequestrato. La via parlamentare è ormai quasi impraticabile. Dico quasi. Ma lo sta già dimostrando la vicenda francese. Non dico che obiettivi politici coraggiosi e radicali sono oggi impensabili in una dinamica parlamentare, ma anche un riformismo moderato è oggi aggredito da media e poteri forti in modo estremamente violento.
    Di qui il problema di ripartire da azioni dirette, partecipative, di movimento. E ciò, immediatamente, pone il probelma dei metodi di lotta. Se tutto si svolge nel parlamento, le regole sono già date. Se l’attenzione si sposta fuori dal parlamento, le regole bisogna darsele. E come la discussione con Dado mostra, darsi regole, nelle situazioni di lotta, è un bel casino.

    • Vincenzo Cucinotta il 7 giugno 2012 alle 11:58

      Inizio a rispondere su quanto scrivi nel primo dei due commenti che mi rivolgi.
      Il mio discorso è del tutto generale, non è che io mi riferisca specificamente alle cose scritte in risposta all’articolo di Lombardini che tu hai postato. Poi, se preferisci scambio di opinioni a dibattito, non ho certo obiezioni in proposito. Diamo per scontato che la pensiamo allo stesso modo? Su questo andrei più cauto, e non credo che sia necessario fare una tale premessa, si scrive ciò che si pensa e si verificano convergenze e dissensi.
      Le analisi di classe penso siano sempre utili, ma non mi pare fosse questo il problema che ponevo, anzi citavo le classi per dire che questo rappresenta comunque un punto di vista già specifico, e non è detto che tutti ci si riconosca in esso.
      Su ALBA, dovrei scrivere a lungo, non condivido per niente il modello di organizzazione proposto, che vedo che tu al contrario condividi con entusiasmo. Ci sarà occasione di tornarci, ma qui lo citavo solo pe dire che nel documento di fondazione la gran parte delle cose dette riguardavano appunto aspetti organizzativi e non di programma.
      Tu dici poi bene quando affermi che le questioni delle forme di lotta siano già oggi di attualità.
      Vorrei quindi chiarire un possibile malinteso che il mio precedente intervento potrebbe aver creato. Anch’io apprezzo il modo di porre il problema di dado, l’unica obiezione era il modo apodittico in cui egli pone la questione degli interessi contrapposti, come se fossero un dato primitivo. Io non lo credo perchè non ho una visione marxiana e la sua dicotomia struttura e sovrastruttura, penso che anche gli interessi che ognuno di noi manifesta siano frutto di una convinzione e subiscano così l’azione condizionante della cultura dominante.
      Il caso che tu appropriatamente citi del TAV è un caso non solo di enorme importanza in sè, ma anche emblematico di quanto sia inadeguato porre l’alternativa tra violenza e non violenza. Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur. Questo mi pareva avessi detto sin dai primissimi interventi e confermo. Con il che io affermo che questo è un falso problema, e quindi ritengo che sia più importante occuparsi d’altro.
      Ad esempio, sarebbe fondamentale trasformare pezzi di lotte particolari e separate in un progetto politico complessivo, certamente articolato al suo interno in maniera adeguatamente flessibile, ma comunque con un elemento di unificazione che tra l’altro evita di trasformare una sconfitta particolare in una sconfitta totale e storica: si perde su un punto, ma si vince su di un altro.
      Ci manca questo, manca un po’ in tutto il mondo, certamente manca in occidente, non vi è un progetto politico complessivo e come tale rivoluzionario, manca anzi perfino la consapevolezza che di questo ci sia bisogno, e quindi non si dedicano energie a un tale progetto.
      Semmai si pensa a un progetto complessivo, si torna a Marx ed ai fantasmi storici che evoca. Anche questo però richiederebbe ben più spazio di discussione e così mi fermo qui.

      • andrea inglese il 7 giugno 2012 alle 12:38

        a vincenzo
        “Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.”
        Mi spieghi concretamente cosa significa aumentare il livello dello scontro? La tua frase è apodittica, ma un po’ vaga. Puoi fare degli esempi?

        • Vincenzo Cucinotta il 7 giugno 2012 alle 21:09

          Cioè, tu vorresti che io dicessi ai vallegiani cosa fare di specifico? Eh no, non sono così presuntuoso, mi pare che essi abbiano la competenza e la sapienza per scegliere cosa specificamente fare, io non mi metterò in cattedra a spiegargli quanto sono stati monelli, questo non lo farò.
          Forse l’esempio del TAV contribuisce a chiarire il mio pensiero. La dimensione nazionale del problema TAV sta nella scelta di politica industriale, dei trasporti, del famoso modello di sviluppo. Ma non direi mai che le forme di lotta per contrastare il piano TAV sia un problema nazionale, è un problema di chi concretamente agisce sul campo: per questo dico che parlare delle forme di lotta costituisce una forma di distrazione dalle questioni politiche centrali.

      • arduino il 8 giugno 2012 alle 20:13

        Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.

        OK. Sostituisci “Non voglio il TAV” con
        – voglio la secessione della Padania
        – voglio mandare via gli extra-comunitari
        – voglio costituire un’area franca libera dall’oppressione fiscale
        – voglio rinverdire i fasti fascisti di Mussolini
        – voglio imporre le leggi della mia religione come leggi dello stato

        e così via.

        Allora è legittimo per quelli che nutrono questi per loro nobili aspirazioni aumentare il livello dello scontro, visto che lo stato stesso poni vincoli e limiti al libero dispiegarsi di queste aspirazioni? Oppure esiste una superiore entità intellettuale che si avochi il diritto / dovere di decidere della legittimità dei movimenti a alzare il livello dello scontro con lo stato?

        • Vincenzo Cucinotta il 8 giugno 2012 alle 22:01

          Cioè, per te, se ho capito bene, ciò che non va in un tentativo di secessione, nel fascismo, lo stato etico, o iniziative razziste starebbe nelle forme di lotta?
          Non sei in grado, neanche se ti impegni, a discernere tra i differenti obiettivi? Mi pare che dovresti fare chiarezza dentro te stesso, o forse più semplicemente non sollevare argomenti chiaramente pretestuosi tanto per contraddire chi non ti va.

          • arduino il 9 giugno 2012 alle 00:32

            Non mi sono spiegato. Non intendo dare un giudizio in questa sede sul fascismo, stato etico eccetera, anche se ovviamente nutro giudizi duramente negativi su di essi.

            Semplicemente mi chiedo se movimenti che si ispirano a questi principi politici non possano anch’essi rivendicare il diritto a una escalation contro lo stato, qualora lo stato si opponga alla loro realizzazione, una volta che sia riconosciuto in linea teorica e nella pratica politica questo diritto a altri soggetti politici che sentiamo più vicini. In altre parole, se per i NO TAV diventa politicamente accettabile alzare il livello dello scontro, per quale motivo non dovrebbero rivendicare questa prerogativa anche i peggiori movimenti della destra nostrana?

            Chi è il supremo

  38. andrea inglese il 6 giugno 2012 alle 14:32

    a dado

    “Per avere un livello di violenza stabilito, devo avere la compattezza; in caso di alleanze, l’unico modo per avere la compattezza è la chiarezza.”
    Perfetto. Qui ci troviamo. Per avere compattezza e chiarezza bisogna discutere in forma assembleare, prendere in considerazione varie ipotesi, e poi decidere una linea comune, e a quella attenersi dopo. In altre parole, si tratta di discutere e pensare i metodi di lotta. Ma anche i contesti politici e repressivi entro cui essi andranno a concretizzarsi. Ma addirittura le psicologie delle persone, che quei metodi assumeranno come propri. Tutto ciò, al di fuori di ogni soluzione semplice e ovvia, mostra che la dinamica di quella che i marxisti chiamano prassi è una faccenda complessa. Si parte da analisi sul mondo e sulle persone, si fissano obiettivi condivisi, si confrontano metodi di lotta, si decide quale metodo condividere, lo si sperimenta, e a partire dagli effetti, lo si ridiscute, critica, modifica, migliora.
    Questo significa che non è vero che la discussione sui metodi di lotta e quindi anche sulla violenza non possono che avvenire nel fuoco dell’azione. Il fuoco dell’azione è il test, rispetto a una riflessione che precede e che seguirà.
    Ieri sera ad un incontro tra No TAV italiani e franco-baschi e altri movimenti francesi contro le Grandi Opere Inutili, molto si è parlato dei metodi di lotta, e dei loro costi ad esempio giuridici. Insomma, è inevitabile che sia così.
    Ma come tu giustamente dici, ricordando Genova, questa chiarezza: 1) non è facile da realizzare; 2)non implica per forza che il risultato – quale che sia il metodo – sia efficace e in grado di fronteggiare qualsiasi situazione.

    Su gandhi:
    “C’è speranza che un uomo violento diventi non violento.”
    Già, quell’uomo stava pensando a tipi come me… Ma chissà, a volte mi dico che si può pure passare dalla violenza alla semplice impotenza.

  39. stan il 6 giugno 2012 alle 15:05

    «Pochi temi hanno avuto tanto spazio nel dibattito della sinistra rivoluzionaria e dei movimenti del ‘68 e del ‘77 quale quello della violenza [...] Però ci comportavamo come se le masse fossero tendenzialmente e naturalmente favorevoli all’uso della violenza fino alla lotta armata [...] Questa unilateralità nell’affrontare il problema era la nostra forza e la nostra debolezza: perché ci consentiva di caricare di grande valore ideale la questione [...] e quindi dava impulso ad una potente carica antiautoritaria nella società, che resta tutt’ora uno dei grandi meriti del ‘68; ma nello stesso tempo faceva della violenza un aspetto programmatico così importante da trasformarsi da mezzo a fine: non già uno strumento da usare con intelligenza e moderazione, ma l’obiettivo della maggioranza delle azioni [...]. Questo errore era accentuato anche dall’impazienza di fronte alle difficoltà di diffusione di questo metodo di lotta. [...]. La confusione tra mezzi e fini, e quindi la deformazione del fine stesso [...] Nell’uso della violenza coesistevano due aspetti [...]: una sana affermazione del diritto a ribellarsi e a battersi anche violentemente per la trasformazione radicale della società (e in questo quadro la forza era finalizzata soprattutto alla conquista di obiettivi [...] e non richiedeva specialisti); e, invece, una forma di violenza “esemplare”, estetica, spesso fine a se stessa [...]. Via via che lo Stato accentuava la durezza della propria azione [...] il secondo aspetto prendeva il sopravvento. [...] Inutile dire quanto fosse estraneo tutto ciò agli obiettivi liberatori verso i quali solitamente si indirizza l’autodifesa di massa, quanto di decadente vi fosse in questa estetica e mitologia della violenza e quanto soprattutto risultasse nefasta questa immagine del movimento che si contribuiva a legittimare. [...] Quello che invece la lotta armata per bande, nella sua forma organizzata e clandestina (BR e affini) e nella sua forma “spontanea” (manifestatasi ai lati del movimento), contribuiva a mettere in chiaro, era il prevalere di una visione avanguardista, militarista e antipopolare della violenza. [...] lo scontro costante con gli apparati dello Stato [...] non valorizzava affatto il movimento ma lo impoveriva e lo isolava.»

    «Movimento Settantasette. Storia di una lotta», AA.VV., Rosenberg&Sellier, 1979

  40. Vincenzo Cucinotta il 9 giugno 2012 alle 21:21

    @arduino
    Gli altri non potrebbero rivendicare? Non solo potrebbero, ma ritengo sia inevitabile, qualunque sia la mia o la sua opinione, è nei fatti che le azioni politiche utilizzano gli strumenti che ritengono adeguati.
    Lei pretende che io mi occupi delle questioni a cui lei tiene ma che a me sembrano falsi problemi, e lo fa nella maniera più radicale, sin dall’inzio escludendo qualsiasi discussione sul merito degli obiettivi. Trovo tutto questo ben strano, anche lei dovrebbe trovarlo strano, io penso. Dopodichè, penso che questa discussione si sia prolungata sufficientemente da non richiedere ulteriori puntate.

    • arduino il 11 giugno 2012 alle 10:32

      Sono d’accordo con lei, non ha senso continuare la discussione, la sua risposta è senz’altro esaustiva e anche molto retrò, molto anni 70.

  41. lorenzo galbiati il 10 giugno 2012 alle 07:48

    Mi trovo d’accordo su tutto, ma proprio su tutto: impostazione del discorso, contenuti e concetti con

    Andrea Inglese,

    e questo mi fa proprio piacere!
    Il punto sono i metodi di lotta. I metodi di lotta, aggiungo, sono di per sé radicali o meno: i metodi nonviolenti per loro natura sono più radicali di quelli violenti e contribuiscono a radicalizzare la lotta! Ma non bisogna confondere metodi nonviolenti con metodi semplicemente senza l’uso della violenza.
    Stavolta Vincenzo Cucinotta e Stan vi vedo dall’altra parte del “fronte”… ma con immutato sentimento di vicinanza.
    Poi ovviamente occorre anche guardare a quale scopo sono utilizzati i metodi. Quando Pannella digiunava per la fame nel mondo, era un radicale; quando digiuna per dare spazio ai radicali in tivù è solo un poveraccio, forse un uomo che aspira al martirio.

    Un piccolo dettaglio sulle frasi di Gandhi citate da dado e riprese da Andrea Inglese. Sono le stesse sempre sponsorizzate dai radicali, che si professano ancora nonviolenti (sic!), per giustificare la loro adesione a ogni tipo di guerra dal 1991 a oggi.

    Gandhi voleva solo dire che il violento ha più coraggio del codardo, del vile, dell’impotente (vile e codardo erano parole che usava più spesso di impotente per indicare l’uomo che non ha il coraggio di reagire alle ingiustizie). Il violento cerca di reagire all’ingiustizia, ma utilizza un metodo improduttivo. Nell’induismo, dove c’è il culto e la casta dei guerrieri, il combattente è sempre degno di considerazione. Di per sé conta di più l’animo con cui combatte piuttosto che il come, con quali mezzi. E’ risaputo infatti che la Gita indù narra di come Krishna induca a combattere Arjuna contro la tribù dei suoi parenti in nome della… nonviolenza! Tornando al discorso, la violenza per Gandhi può essere prologo alla nonviolenza in quanto segno di coraggio, la viltà no, in quanto segno di mancanza di coraggio. Gandhi considerava gli indiani un popolo indolente, spesso rassegnato e incapace di reagire all’oppressione come anche alle calamità naturali e alla miseria (in questo era molto occidentale). Diceva addirittura che erano diventati effeminati. Talvolta preferì scuoterli financo incitandoli alla violenza, come quando si prodigò per arruolarli al fianco del Regno Unito durante la prima guerra mondiale. Per lui partecipare alla guerra poteva essere un modo per stimolarli all’azione, renderli coraggiosi e prepararli alla nonviolenza, che richiede ancora più coraggio della violenza. In questo senso, è possibile passare dalla violenza alla nonviolenza, con un sovrappiù di coraggio, ma non è possibile farlo per il vile. Passare dal violento al vile in questo senso non è possibile, non potendosi perdere il coraggio, ma può essere che il violento sia reso impotente, se viene contrastato efficacemente e non trova altri metodi di lotta.