Sull’editoria di genere (in entrambi i sensi)

4 giugno 2012
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Qualche tempo fa, ho ricevuto da un agente letterario un romanzo dal titolo Il sorriso delle donne. In copertina c’era una figura femminile che si avviava danzando a braccia aperte su un sentiero di ghiaia alberato verso la Torre Eiffel. Nell’edizione hardcover quello sfondo è di un azzurro profondo, in quella tascabile – che ho letto io- diventa di un rosa-vinaccia che non si associa al colore naturale di un tramonto.
La categoria entro la quale il libro veniva proposto e su cui il piccolo editore originale era specializzato, nel gergo dell’editoria si chiama Commercial women’s fiction, definizione che raccoglie tutto ciò che non è “rosa” (in inglese romance) in senso stretto. Proprio per la genericità del contenitore, al suo interno ci sono notevoli differenze sia di qualità intrinseca (scrittura, costruzione, differenziazione dei personaggi e degli ambienti) che di posizionamento sul mercato.

In questo caso, il romanzo rimane identico, mentre non solo il prezzo ma anche la veste segnalano che ci si rivolge a un pubblico diversificato: l’edizione rilegata è destinata a chi non vuole un libro troppo dozzinale, chi compra quella economica cerca proprio una lettura facilmente identificabile.
Tale differenza, sempre in gergo, viene etichettata con upmarket e downmarket, termini applicabili vuoi al testo, vuoi alla sua confezione e collocazione secondo decisioni di marketing che interagiscono con le convenzioni culturali del luogo di pubblicazione.
In Germania, per esempio, dove la voce noir è nota solo agli specialisti, la produzione di autori come Stig Larson, Henning Mankell, Anne Holt o Fred Vargas è quasi sempre pubblicata da editori di dichiarato profilo commerciale e si presenta graficamente simile a quella di ogni altro autore di “romanzi criminali”.
Ma anche quando un editore di cultura come Suhrkamp comincia a aprirsi a collane che pubblicano “Krimi”, basta raffrontare la veste data ai libri di Don Winslow per rendersi conto come Einaudi – sua perfetta omologa italiana – scelga di presentarli con una faccia molto più sofisticata e letteraria.

In Italia, come si è visto soprattutto con il noir, conviene calare i libri dall’alto. I lettori apprezzano che le loro scelte vengano presentate in modo da comunicare che stanno fruendo di un oggetto culturale, mentre negli USA persino i romanzi degli autori letterari più acclamati tendono a subire l’abbassamento verso una grafica commerciale quando giungono in edizione economica.
Il sorriso delle donne, in Italia, ha subito un innalzamento pari o superiore a quello di Don Winslow. Non esce più presso una casa editrice o una collana focalizzata sulla letteratura femminile commerciale, bensì da Feltrinelli che decide di cambiare sia la copertina che il titolo. Il libro ora si chiama Gli ingredienti segreti dell’amore, la copertina è di un giallo solare con disegni garbatamente naif che suggeriscono un romanzo piacevole, lontanissimo dal “rosa”. La collana è la stessa in cui si trovano le opere di José Saramago, Amos Oz e Herta Müller, il titolo ammicca al bestseller pubblicato da un altro editore di tradizione letteraria, Garzanti, Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh. In quel caso, la veste italiana si presenta assai ricercata, ma al contempo chiaramente rivolta a un pubblico di lettrici, mentre il libro Feltrinelli recupera solo in tascabile la copertina originale, collocandolo distintamente entro la commercial women’s fiction.
Gli ingredienti segreti dell’amore, tra parentesi, narra di un editor parigino divenuto ghost-writer di un bestseller, con la protagonista che vuole a tutti costi incontrare lo scrittore inglese misterioso, e pare avere esattamente la stessa genesi, salvo l’essere stato scritto in tedesco.

In tutto il mondo le donne leggono più degli uomini, cosa che vale, con qualche oscillazione, quasi per ogni sorta di libro di narrativa, letteraria o commerciale. Sono dunque vitali per la sopravvivenza dell’editoria, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale, dove la commercial women’s fiction, già da tempo in espansione, copre quote di mercato sempre più estese.
In Italia la predominanza del pubblico femminile risulta ancora più marcata, mentre al contempo, come ho accennato, è più avanzato l’assorbimento di molti romanzi di genere entro la produzione letteraria, un’evoluzione di cui un momento decisivo è stata la riproposta della serie di Maigret nell’edizione Adelphi.
Non mi interessa qui discutere quali romanzi di genere possano dirsi “vera letteratura” o quali siano semplicemente buoni libri, ma non voglio nemmeno eludere del tutto una questione troppo complessa per dipanarla in questa sede.
Dico solo che per me alcuni scrittori di genere hanno fatto letteratura o contribuito all’evoluzione della letteratura, interagendo con essa – soprattutto attraverso un innovamento dell’immaginario. Però l’aspetto più importante mi pare un altro: tra ciò che si propone senza esplicite pretese letterarie, le differenze di qualità risultano enormi. Pensiamo, per esempio, alle serie tv americane e italiane dello stesso tipo – CSI verso Distretto di Polizia, ER verso Un medico in famiglia – dove ciò che risulta superiore non è soltanto quanto richiede strumenti tecnologici più sofisticati o maggiori investimenti, ma anche sceneggiatura, lavoro degli attori e così via. Ho scelto questo esempio non solo per la sua evidenza, ma anche per aprire uno scorcio che mostri come la stragrande maggioranza delle narrazioni venga oggi prodotta con fini commerciali, entro i quali convenzioni e libertà di rinnovarle vengono definite dal contesto.
Il fatto che il noir e il thriller italiano abbiano compiuto un’irruzione così forte verso i dominii letterari, dipende in parte dai suoi stessi sviluppi: scritture più ricercate, persino sperimentali; personaggi, ambienti e tematiche che diventano più importanti del meccanismo congegnato a creare suspence.
Ma al contempo, il crime continua ad avere regole precise che si applicano dal più letterario dei noir al giallo da edicola. Qualcosa di parzialmente analogo vale per la fantascienza e il fantasy, sempre con grandi differenze qualitative e la presenza di alcuni autori di dignità letteraria.
Per la letteratura commerciale femminile (così come per il romanzo storico), la questione cambia radicalmente. Non c’è più nessun criterio formale esteriore che distingua una saga generazionale, un romanzo di famiglia o un romanzo d’amore letterario da uno commerciale.
Le storie di donne, amori e famiglie non sono argomento meno degno di diventare letteratura di qualsiasi altro, come dimostrano le opere di Jane Austen, Emily Bronte, Lew Tolstoj, Gustave Flaubert, Henry James, Edith Wharton, Marcel Proust, Thomas Mann, Virginia Woolf, Katherine Mansfield e via dicendo. Ma, proprio per questo, l’industria editoriale può, secondo convenienza, trattare con la massima facilità la narrativa dedicata a “tematiche femminili” in due modi opposti e speculari.
Da un lato può abbassare libri letterari, confezionandoli con titoli e copertine affabilmente femminili per aumentarne il raggio di fruizione, dall’altro può conferire un aspetto di dignità letteraria a libri di carattere commerciale di qualità variabile.
In Italia si praticano entrambe le opzioni: forse è questa la differenza con il crime dove il movimento si compie quasi esclusivamente in una sola direzione.
Come ho già detto, è nell’insieme del panorama culturale italiano che le distinzioni risultano più erose. Parlo di distinzione tra letterario e non-letterario, ma anche tra produzione commerciale buona o scadente. Di questa evoluzione verso l’indistinto, ho tuttavia impressione che l’ambito femminile rappresenti oggi la frontiera più avanzata.
Le prime due ragioni sono quelle già delineate: l’importanza vitale di raggiungere quante più possibile lettrici e la stessa duttilità formale dei romanzi all’abbassamento o innalzamento.
Se ne aggiunge una terza che riguarda la questione di genere intesa come gender. Se pensiamo ai titoli letterari “femminilizzati”, il problema risulta più evidente. Questo libro, dice la confezione, è destinato alle signore che vanno rassicurate circa il loro buon gusto, senza però intimorirle troppo.
Più interessante e problematico è il movimento opposto, quello che vede presentare romanzi spesso mediocri (mediocri anche senza chiamare in causa le categorie della critica letteraria) a fianco di titoli letterari. C’è il convergere delle due mosse verso il medesimo punto: l’assunzione che la qualità sia un criterio di cernita meno rilevante quando chi legge e spesso scrive sono le donne.
Non è difficile cogliere in questo il retaggio di una cultura maschilista. Ma forse, in Italia, le cose stanno persino peggio. Ricordiamo che scrittori come Bassani e Cassola vennero bollati dalla neoavanguardia come “Liale”. Il “rosa” da noi non appare riscattabile come il “giallo” che si evolve verso il noir, resta associato a donnette stupide e ignoranti, quelle sartine o sciampiste proverbiali in cui nessuna lettrice vorrebbe mai rispecchiarsi.
Sorge il dubbio che negli Stati Uniti o in Germania, la letteratura femminile commerciale possa essere presentata e venduta come tale proprio perché le donne che scelgono quei libri non debbano sentirsi sminuite dalla loro scelta, esattamente come avviene per chi oggi può dichiarare serenamente di amare il thriller o persino identificarsi in una comunità come gli appassionati di fantasy, cyber-, steam-punk e di altri sottogeneri.
Del resto, anche la nobilitazione del crime riflette, nel suo apparente scardinamento, proprio il carattere classista e elitista dell’Italia. Chi sceglie un noir pubblicato da un editore di cultura non deve più pensarsi inferiore ai quattro gatti che in genere si trasmettono l’educazione letteraria per via dinastica.
Non a caso, questa mutazione avviene esattamente nell’epoca dell’ascesa di Berlusconi e della sostituzione di una televisione educativa con una “liberale” che mostra “ciò che la gente vuole”. Ma l’anti-intellettualismo abbracciato dai medesimi intellettuali non nasce con Canale 5, Italia 1 e con i suoi demiurghi e cantori euforici, bensì risale al fascismo. Vestire l’uniforme, passare all’azione, credersi popolo (vicini al potere) è un modo per inchiodare quest’ultimo alla sua subalternità.
Certi fenomeni come i megaseller o l’abbassamento della qualità media, pertengono all’evoluzione dell’industria editoriale in tutto il mondo.
Però si intravvede una via italiana che, ancora una volta, fa precipitare l’arretratezza in pessima avanguardia. Cambiare tutto perché nulla cambi (ma continui lentamente a marcire): ne abbiamo una lunga esperienza.

ps. mi pare assai strano, ma della prima edizione de Gli ingredienti segreti dell’amore non ho trovato più nessuna traccia in rete.

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18 Responses to Sull’editoria di genere (in entrambi i sensi)

  1. riccardo ferrazzi il 4 giugno 2012 alle 10:42

    “Più interessante e problematico è il movimento opposto, quello che vede presentare romanzi spesso mediocri (mediocri anche senza chiamare in causa le categorie della critica letteraria) a fianco di titoli letterari.”
    Sarebbe utile anche sapere cosa passa per la testa degli editori, e di chi per loro, quando decidono di presentare un romanzo mediocre. Magari si tratta di un romanzo mediocre che però ha venduto (in Francia, in America o altrove). Ma qualcuno deve pur aver pubblicato per primo quel mediocre manoscritto. Cosa ci avrà trovato? Come ha fatto a intuire che avrebbe venduto? E che dire dei romanzi mediocri che non vendono neanche a regalarli, eppure qualcuno (anche signori editori) li ha pubblicati? E’ vero che gli editori sono imprenditori e devono assumersi dei rischi, ma i criteri con cui lo fanno sembrano spesso dettati dall’autolesionismo.

  2. giuseppe catozzella il 4 giugno 2012 alle 11:15

    Cara Helena, credo che in questo post tocchi davvero un punto saliente. Cosa sta diventando (da noi)/è diventata (abroad) la produzione editoriale/letteraria? Come si trasforma? E’ un processo irreversibile? Come questo rispecchia un cambiamento antropologico? Come stanno cambiando/sono cambiati i rapporti tra editore culturale e editore massimalista?
    Grazie per questa tua riflessione, giuseppe

  3. EVELINA SANTANGELO il 4 giugno 2012 alle 12:47

    «l’assunzione che la qualità sia un criterio di cernita meno rilevante quando chi legge e spesso scrive sono le donne», dice Helena. Forse per questo, nelle rare occasioni in cui si fanno ipotetiche mappature dello stato delle lettere in Italia, è più facile trovare elogi rivolti a un qualche scrittore più o meno mediocre che analisi serie sul lavoro di una qualche brava autrice.
    Ricordo ancora la risposta che Scurati diede a Caterina Soffici, la quale si chiedeva: «Il bravo Antonio Scurati organizza (con Alessandro Bertante) un festival dedicato alla creatività artistica italiana e convoca i migliori scrittori italiani a leggere in anteprima i brani delle opere che stanno creando (da cui il titolo «Officina Italia» alla Palazzina Liberty di Milano).
    Bei nomi, niente da eccepire. Ma le donne? Possibile che non ci sia in Italia una donna abbastanza creativa per il bravo Scurati?… Però il bravo Scurati ha una risposta per tutto. Alla domanda: come mai non c’è una donna al suo festival? Sapete cosa ha detto? «Me ne scuso. Il progetto è nato in fretta. Comunque il prossimo anno sarà tutto dedicato alle donne e ai transgender»…
    Ecco, forse per alcuni autorevoli nomi del panorama culturale italiano le «autrici» sono essenzialmente creature transgender…

  4. sergio garufi il 4 giugno 2012 alle 14:47

    fantastica quella risposta di scurati, non la conoscevo. le donne e i transgender, come mettere un cartello in un ristorante dicendo che si accettano gay e cani. roba da matti. bon, a parte questo volevo complimentarmi per il pezzo di helena, che ho letto con molto interesse.

    • Stefania Lucamante il 5 giugno 2012 alle 15:57

      In riferimento alla risposta di Scurati, credo sia importante sottolineare come la marginalizzazione delle donne -E DEI TRANSGENDER- sia considerata quasi normale anche per autori i quali, per eta’ anagrafica, dovrebbero aver risolto certe questioni e aver vissuto nell’eta’ postmoderna…Derrida ha contribuito notevolmente a farci capire come superare il problema del ‘margine’, della separazione di generi data per scontata. Quando nelle storie della letteratura italiana si vede ancora oggi un capitolo dedicato alle ‘donne’ si può’ capire come come ragiona la gente. Quando si parla di mancanza d’esperienza perché non c’e’ la guerra in casa come ai tempi del Sentiero dei nidi di ragno, si può’ capire allora come ragiona un intellettuale oggi. Il problema dell’editoria dipende da un problema societario e non viceversa.

      • helena janeczek il 5 giugno 2012 alle 21:48

        “Il problema dell’editoria dipende da un problema societario e non viceversa.”
        Ottima sintesi. E’ per questo che spesso avverto una specie di disagio o almeno di mancanza nelle critiche all’industria culturale. Poi ovviamente quella non solo rilancia producendo “ciò che la gente vuole”, ma nel circuito di feedback, amplifica e cristalizza.

  5. AMA il 4 giugno 2012 alle 16:57

    Poche storie. Credo che la produzione editoriale italiana resti assolutamente irrilevante. Successo o non successo commerciale. Che la si confronti con quella tedesca o cingalese, signora mia. Che la si storicizzi o meno…
    Quante inutili declinazioni di colore – inettitudine di quattro maniaci del cazzo – per una copertina buona neanche per i biscotti della panetteria all’angolo gestita da una signorona ignorante ed ambiziosa.

  6. AMA il 4 giugno 2012 alle 17:32

    Ovviamente nessun riferimento, di nessun tipo, all’OTTIMA Helena. E mi scuso preventivamente per ogni sorta di equivoco.

    :-)

  7. helena janeczek il 4 giugno 2012 alle 18:07

    Tesoro, se sopravvivo alle letture per lavoro senza farmi venire la glicemia alta o diventare vegana per l’eccesso di squartamenti e sevizie improbabili su donne e minori di cui nei thriller con maniaco si è scatenata la gara al rialzo, non mi scompongo certo per le tue espressioni di disgusto e sconforto.

    A proposito: una volta stavo per scrivere “letteratura d’intrattenimento”. Poi ho corretto in “letteratura commerciale”. Esattamente per le ragioni di cui sopra.

  8. andrea inglese il 4 giugno 2012 alle 23:11

    Mi verrebbe da tirare una conclusione laterale al pezzo di helena, non so quanto giustificata. Gli editori – in Italia in particolare – devono fare il possibile per creare equivoci tra letteratura buoni libri commerciali mediocri libri commerciali. In qualche modo – come mi sembra confermi una volta di più anche questa riflessione di helena – gli editori pur interessandosi poco e con grandissima prudenza ai testi letterari, dal momento che sono troppo rischiosi commercialmente, hanno tutto interesse a mantenere in piedi il mito della letteratura (qualcosa di figo scritto da fighi per lettori fighi). Mal che vada possono mantenere in piedi il mito dello scrittore commerciale, ma davvero bravo nell’essere commerciale. Spero non arrivino un giorno a dover difendere, in mancanza d’altro, il mito dello scrittore commerciale mediocre. A fronte di non so quale sotto-sotto prodotto editoriale.

    L’importante – sembrerebbe – è che uno legga un libro di merda che si fingeva un buon libro commerciale che si fingeva un vero testo letterario (qualsiasi cosa voglia dire “letterario” purché sia distintivo di “commerciale”).

  9. helena janeczek il 5 giugno 2012 alle 07:02

    Non credo siano mitologizzabili gli scrittori commerciali, neanche quelli bravi. Ma possono rientrare in un altro mito: quello del libro. Dice questo mito che se leggi, sei un po’ meglio di uno che non legge, a prescindere di quel che leggi. E’ su questo che sono impostate le campagne promozionali per IL LIBRO, questo è il messaggio dei festival letterari (specie quelli grandi)ecc. Battono sulla preziosità dei lettori, comunicano che il lettore è un essere assai ricercato e valorizzato.
    Qualche volta mi sono imbattuta nella discussione (già un tantino eretica) se è meglio che la gente non legga un c.. o legga invece libri del c.
    Ho sempre pensato (ereticamente e autolesionisticamente) che sia meglio la prima, se questo significa sentire musica decente, vedere un film, uscire con gli amici, farsi una passeggiata, fare sesso o persino grattarsi le palle.
    L’unico argomento contrario che mi convince (forse non è così poco) è che leggere è un attività solitaria (persino asociale) in cui ci si prende del tempo per sé.
    Ovviamente il mito del libro e del lettore stanno sotto il mantello del mito della cultura. Per questo, continuano ad avere un bisogno fondante della letteratura, sua declinazione specifica, o del suo mito.
    La questione del consumo di cultura è legata all’idea di uno status (vale anche per le visite a certi musei e a certi grandi mostre) che sembra accessibile con una spesa contenuta. Un po’, forse, come i prodotti Apple, quelli sì cool o, come scrivi tu, “roba per fichi”.
    Il mito della cultura mi sembra resti una roba d’origine borghese, qualcosa che implica il concetto di “elevazione”: dove quella “spirituale” allude o promette fallacemente quella sociale.
    Eppure oggi, in epoca di velleità di democrazia diretta, il lettore si presenta ringalluzzito di tutta la blandizie che su di esso è stata profusa. E’ il cliente che ha sempre ragione. Ma crede di non essere solo un cliente, bensì un individuo più speciale e più libero degli altri di compiere scelte secondo il proprio gusto insindacabile.
    Ma proprio questo è l’essenza della pubblicità: quella che non vuole più comunicarti che è meglio il prodotto x, ma lo sei tu che lo compri.

  10. [...] Scrive Helena Janeczek su Nazione Indiana: [...]

  11. AMA il 5 giugno 2012 alle 12:38

    Io credo che alla fine, gratta gratta (tutto un pettinarsi le barbe), gli editori abbiano proprio perso il senso di quello che fanno. La maggioranza delle volte non credono neanche pienamente nei libri che confezionano, tutti comunque a un livello minimo – garantito da deontologia professionale – di qualita’ commerciale. Prodotti spesso affidati al caso, a circostanze fortuite in un mondo imponderabile che decreta il successo di una godibile cagata su un’altra senza criterio apparente.

    Allo scrittorucolo di turno, rivelatosi quasi asceticamente, non resta che ammantarsi del fascino del predestinato.

    Che questi non sempre miserabili (e)letti abbiano i loro seguaci, pronti ad immolarsi. In fondo stanno veicolando tutti assieme, piu’ o meno allegramente, dei messaggi importanti. O no?

  12. véronique vergé il 5 giugno 2012 alle 16:25

    Quando scelgo un libro, non mi interessa la copertina. Il titolo è soglia. Leggo anche le prime paggine, per assaggiare lo stile. Se trovo uno stile slavato, abbandono il libro a suo destino: trovare un altro lettore. Mi è accaduto di comprare un libro con una copertina brutta. Non amo “Il genere”, perché il romanzo non ha frontiera, scappa al colore della scrittura: giallo, nero, rosa. Scrittura bianca. Che significazione?
    Ci sono libri che interrogano la lingua, la parola, e altri che sono nuvole che passano, prendono i colori del cielo, ma non lasciano traccia: fanno sognare.
    Ho sempre difeso il sogno, l’immaginario, la partenza, come rifletto della metamorfosi della lingua. La lettura non rende migliore o piu intelligente, ma confronta il lettore con la sua lingua natale, con la sua infanzia, la possibilità di credere in un tempo immaginario, in una parola profetica.
    Il libro non è mito, ma la parola scritta si, è la sola dimenzione sacra che rimane in nostro mondo.

  13. tommasomelilli il 6 giugno 2012 alle 17:32

    Ottimo pezzo, non sono però sicurissimo della conclusione sulla realtà italiana rispetto all'”elevazione” del noir e della narrativa di genere con l’obiettivo di dar l’idea di un’alta letteratura più accessibile e meno elitaria:

    “Del resto, anche la nobilitazione del crime riflette, nel suo apparente scardinamento, proprio il carattere classista e elitista dell’Italia. Chi sceglie un noir pubblicato da un editore di cultura non deve più pensarsi inferiore ai quattro gatti che in genere si trasmettono l’educazione letteraria per via dinastica.”

    Mi pare piuttosto che l’obiettivo sia, com’è giustamente detto altrove da HJ, una confusione dei generi, che funziona esattamente secondo le logiche del Midcult del buon vecchio MacDonald.
    Ciò che molto spesso manca all’editoria italiana (e manca sicuramente anche per colpa dell’iperavanguardismo degli ultimi decenni) è una visione dinamica del catalogo, anche secondo logiche perfettamente commerciali, che non trovo disprezzabili in quanto tali: pubblicare alcuni testi “scelti” e “letterari” (che inesorabilmente non renderanno alle casse) a fianco di testi meno letterari, e magari testi di genere di alta qualità, di maggior rendita. Basterebbe dirlo. Non ci vedo nulla di diabolico; ciò permetterebbe più limpidezza e forse meno disprezzo diffuso da parte di molti lettori e intellettuali verso l’editoria attuale.
    Come fa Gallimard e tanti altri grandi editori francesi di cultura (è la realtà estera che conosco meglio). Un pochino di capitale simbolico (di cui magari si occupano alcuni editori un po’ più coltivati) e poi si fa la propria politica commerciale, cercando nella misura del possibile di non sbriciolare la reputazione che ci si è fatta con testi imbarazzanti. In Italia l’unico editore che fa ciò è Adelphi, e forse (forse) Sellerio – non a caso i “grandi sogni” di tutti gli apprendisti editori. E agli occhi di una grande estimatrice di Bolaño qual’è HJ dovrebbe parere cosa buona e giusta, credo.
    La politica di Feltrinelli secondo la quale ogni libro edito si deve reggere sulle proprie spalle (economicamente) è, in questo senso, assai funesta. Quella di Einaudi, che mi sembra essere – sul piano teorico – grossomodo orientata al connubio “capitale simbolico + incassi” in realtà funziona assai male sul piano pratico, si veda per esempio il repentino sgretolamento della tradizione tipografica e grafica di quest’ultimo, proprio di questi ultimissimi anni (per mantenere capitale simbolico, una delle regole fondamentali per un editore è, mi pare, curare maniacalmente la stampa ed evitare refusi dilaganti e non cambiare ogni sei mesi le grafiche di copertina che campeggiano in tutte le biblioteche, pubbliche e private, e nelle bancarelle) – detto in nota, se le copertine di un tempo le aveva disegnate Bruno Munari rifarle è semplicemente idiota, perché verranno naturaliter peggio dopo due anni saranno vecchie e dovrai pagare ancora il sedicente designer di punta per rifarle. Converremo che il discorso è comune a più o meno tutta la grande editoria italiana attuale, esclusi gli esempi di cui sopra. Per l’editoria medio-piccola è un’altro discorso, e infatti quelli non cambiano.

    Quando Antonio Franchini (o anche, per altri versi, Giulio Mozzi) dice che secondo lui non ci sono una letteratura che forgia la lingua italiana e che non vende e una che invece non forgia una fava (salvo forse le sonnolente aspettative dei lettori) ma vende fa esattamente il contrario di quello che cerco di dire.

    Capisco che è sempre più facile passare dal meglio al peggio che viceversa, ma sarebbe così assurdo, anche commercialmente, questo discorso?

    Grazie Helena

  14. Francesca Diano il 6 giugno 2012 alle 23:10

    Un’analisi lucida e tagliente (anzi, ancora troppo educata) di quella che è la situazione in Italia. Ho collaborato per dieci anni con un editore che sforna titoli a iosa e ambirebbe (oh se ambirebbe) porsi come Punto di Riferimento di Cultura e Letteratura ma non si eleva, in realtà, dal livello di una mediocre qualità dei suoi autori, con rarissime eccezioni. Il criterio con cui, soprattutto negli ultimi anni, li sceglie, è esattamente quello indicato da Helena, facendo passare per opere di grande letteratura romanzetti mediocri ma ben confezionati e per il 90% tradotti dall’inglese. All’inizio la cosa mi meravigliava, perché ben vedevo come la maggior parte di quegli autori, soprattutto le donne, nei paesi d’origine erano né più né meno che autrici di romanzi “rosa” e tali erano le opere fatte passare per “letteratura”. L’idea che mi sono fatta però non è tanto quella di “nobilitare” la qualità e il livello del testo perché il lettore si sentisse “nobilitato”, ma all’opposto, perché così l’editore si pone a un livello che non ha e si crea una fama che non corrisponde alla sostanza.
    In quanto alla traduzione dei titoli, concordo con Helena ed è recente una mia mia esperienza in questo senso. Il titolo originale, se tradotto alla lettera in italiano, non avrebbe avuto un bel suono o l’appeal necessari, così ho proposto un titolo che si riferiva direttamente al contenuto del testo, che aveva l’incisività necessaria e il sufficiente mistero per attrarre la curiosità del lettore. Tra l’altro un titolo molto originale e forte, ma appunto, direttamente collegato a un elemento fondamentale del romanzo. Ebbene, l’editore ha scelto in modo che non lasciava spazio ad alcuna modifica, un titolo banale, sdolcinato, del tutto slegato dal contenuto, generico e già sentito, ma che, almeno secondo l’editore, dovrebbe attrarre la lettrice media…. molto sconsolante.

  15. [...] Le riflessioni che Helena Janeczek ha pubblicato su Nazione Indiana non costituiscono soltanto la più recente esposizione di una strana trasformazione che i discorsi degli scrittori hanno manifestato – e cioè lo slittamento dalla teoria o dalla critica emblematica o dal confronto tra poetiche e testi alla pura sociologia della letteratura, con disquisizioni intorno a formati, processi industriali, trasformazioni delle piattaforme post-Gutenberg, ricerca delle identità e ipotesi sui gusti dei lettori. Il ragionamento di Janeczek, oltre a risultare ficcante denuncia civile in forma di constatazione acuta e fenomenologia che in una civiltà normale si definirebbe drammatica. Poiché non ci si trova in una civiltà normale, anche il discorso di Janeczek non appare normale: esso è ambiguo, poiché tramite la fenomenologia editoriale richiama alla responsabilità del confronto sulle poetiche di genere, che il primo decennio del XXI secolo, almeno in Italia, ha vaporizzato, forse esaurendo definitivamente l’idea stessa di poetica di genere nel momento in cui manda in produzione seriale la prassi di genere. Ciò che viene richiamato, nella denuncia dell’autrice de Le rondini di Montecassino, è tuttavia il genere rosa, che ha una storia complessa e internazionale – ovviamente manifestando una congerie di reazioni nazionali, in termini di penetrazione nell’immaginario collettivo nazionale, nozione che si poteva tranquillamente adottare in quella che vorrei definire del tutto idiosincraticamente “la mia modernità”. L’autrice di genere rosa Barbara Cartland è la quinta più prolifica autrice di successo del XX secolo. La sua biografia coincide totalmente con il XX secolo: è nata nel 1901 ed è morta nel 2000. Ha pubblicato 722 titoli, addirittura 23 in un medesimo anno, il che le è valso un posto nel Guinness dei primati. Le toccò subire una censura statale per un dramma teatrale, agli esordi, quando già era divenuta famosa per un romanzo che oggi si definirebbe thriller. Fu prefata da Churchill. Il genere rosa, di cui Cartland è fondatrice ed esauritrice, è tutto il Novecento letterario, nei termini delle poetiche di genere, fatta esclusione per la fantascienza, che però ha in Isaac Asimov l’autore più prolifico di successo in assoluto del secolo passato (un soffio di pagine sopra Simenon). Il Novecento romanzesco è, nei generi, rosa e fantascienza. E’ l’immaginario occidentale, dell’industria culturale di massa, che disegna il sogno borghese di un passato emotivizzabile a piacere e quindi onirizzato nelle sue configurazioni, ma anche di un futuro che continua a risultare scommessa omerica a oggi, forse non più nelle modalità della science fiction che ci si attenderebbe nei libri e nelle altre opere di immaginario (per i cultori, ci si ferma a Battlestar Galactica, quanto a serial tv: trasmessa fino al 2009, è una ripresa di una serie prodotta un quarto di secolo prima). All’interno della produzione di genere rosa, così come in quella fantascientifica, si trova tutto il genere storico che il secolo eredita nella forma datane da Hugo e Dumas, più che da Balzac. Volumetti o tomi che vengono letti a centinaia di migliaia vengono ambientati durante la Guerra di Secessione, in frangenti western, in location esoticamente europee, in discronie che sono accettabili dall’immaginario delle mad woman, fino al postfemminismo. Il rovescio di questa medaglia, la quale ha un valore monetario del tutto sociologico, è costituito dalla massa di “pubblico femminile” (come negli Ottanta del Novecento lo si definiva) che legge Stephen King in massa: un fantastico inquietante, addirittura orrorifico. La medaglia è però la stessa: l’ideologia del piacere di affrontamento dell’inconscio sta a fianco del piacere del sogno di una storia romantica. La distopia è l’altra faccia non dell’utopia, bensì dell’evasione dalla realtà se e solo se l’evasione conduce a un parallelo della stessa realtà. L’utopia non esiste. All’interno del genere rosa e del suo gemello fantascientifico, intendo, si condensano tutti i generi e le micropoetiche che hanno interessato o preoccupato le restanze attuali dell’attività critica letteraria, ideologica o meno. Si evidenzia qui che il punto cieco della critica è la qualità e la quantità di immaginario veicolato in un secolo che, fino a ora, è stato rivisto sotto altre e forse più nobili prospettive, cioè quelle dell’inoltramento stilistico totale in un tempo capitalista occidentale. Bookmark on Delicious Digg this post Recommend on Facebook Share on Linkedin Tweet about it Subscribe to the comments on this post Search [...]

  16. Giuseppe Genna il 8 giugno 2012 alle 13:05

    Un’oltranza circa il “genere rosa”, riprendendo le riflessioni di Helena: http://www.giugenna.com/2012/06/08/la-poetica-di-tutti-i-generi-il-genere-rosa/