guida supercompressa al pop indipendente italiano a cura di Enrico Veronese
Tagliare subito la testa al topic è uno sporco lavoro ma lo devo pur fare, un indizio “severo ma giusto” di ciò che aspetta nelle prossime righe. Checché possa apparire cool per simpatia o malcompresa sovraesposizione, la musica indipendente italiana è uno stagno profondissimo verso il basso e piuttosto chiuso verso l’alto, poco comunicato e meno ancora cittadino dell’immaginario collettivo, rispetto ai Paesi anglofoni dove il rock e i suoi derivati hanno una tradizione consolidata oppure hanno goduto -Belgio, Islanda, Svezia- di sostegni pubblici e privati. Eppure, senza cercare manco troppo fra le pieghe, in tale esiguo contesto continua ad annoverarsi la speranza verso l’innovazione e la rigenerazione di un patrimonio che sta a cuore a chiunque canti sotto la doccia, in auto, nelle dediche sentimentali o negli inni social-popolari gridati assieme agli Zen Circus. Nelle ultime settimane, 15mila persone in due giorni hanno scaricato “Con due deca”, compilation di tributo agli 883, inopinata fonte (o ascendenza proibita) per non pochi degli attuali sbarbi sugli specchi, portati alla ribalta generale oltre il confine del proprio subgenere: ripartiamo da qui, per un’esposizione che da subito non vuol essere esaustiva delle forze sul campo. Anche se è palese come il 2007, anno di flesso verso un mezzo Eldorado collettivo allora considerato possibile, sia ormai lontano cinque anni. Luce.
In principio furono i Baustelle, o meglio il loro passaggio dal bagnare i sogni post-adolescenziali di un discreto nugolo di giovani bohemien al commercio di massa, come se ogni prodotto con un prezzo apposto sulla superficie non fosse già in partenza destinato ad essere incompreso -quando non travisato- da un pubblico che il musicista non può più scegliersi. Chi gridò al tradimento (“voi gridavate cose orrende e violentissime”… solo che eravamo noi) preconizzava cosa sarebbe stato nei suoi pensieri, l’overground che fagocita simboli e temi delle autoproduzioni: in altri termini, la naturale evoluzione del recruitment dei talentuosi, della cooptazione degli ottimati, tanto più in perfetto ambiente pop e radiofonico. Di “nuova musica leggera” parla spesso Matteo Zanobini, uno dei più lucidi per visione tra i nuovi discografici, che ha dato alla sua Picicca Dischi contenuti coerenti e forme eclettiche nel solco del genio italico, dal best seller Brunori Sas ai brillanti Carpacho!, passando per i krismatici Le Rose, la sontuosa voce di Dilaila, i Fitness Forever dal cuore di panna, la ragazza cattiva Maria Antonietta che va in paradiso a dispetto dei santi e un Dimartino che si candida, col tempo, a occupare il soglio lasciato vacante dal povero Lucio Dalla. Del resto, alle etichette mainstream manca il ripescaggio del concetto di repertorio, caro alle fortune nazionali, ovvero uno stock di autori di testi di alto livello -sull’esempio di Sergio Bardotti – chiamati a operare in simbiosi con eccelsi produttori artistici, al servizio di voci cresciute sui palchi, comunque lontano dai talent show imperanti.

The Van Houtens
Ma anche se i grossi dobloni delle major declinanti vi risiedono, e pagano profumata pubblicità ai media ubicati nel raggio di due km o due aperitivi, distopicamente Milano non è affatto al top per quanto riguarda il movimento in Italia. I suoi locali chiudono in progress, l’ondata musicale scantona in un buco nero dopo l’immanenza del rock italiano anni Novanta, muoversi per spotlight conviene: se Bologna è stata fondativa per la koiné, con locali, etichette e radio a remare in una direzione, oggi pare abbia perso un poco il passo, sospesa tra gli hipster tardivi delle notti “matricolate” al Covo e il genio anarchico di Trovarobato e Spore, a tutto vantaggio di una Romagna felix che si stringe attorno al Bronson d’inverno e all’Hana-Bi (bagni 72, Marina di Ravenna) d’estate, ora che il MEI ha perso di significato col trasloco in Puglia, non fosse sufficiente il ritiro delle etichette, sua ragion prima d’essere un tempo. Ma su tutto e su tutti -canterebbe




io dico che colapesce ha la pelle troppo scusa, per essere figlio dei baustelle. :P
*scura
mi son perso(in breve)
http://www.youtube.com/watch?v=UmKhnXD8tmE
“johnny cash cover” meh.
dopo i baustelle solo brutte copie.
Quello degli Amor Fou è un gran disco.
http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/