La mia vita da sbandata

11 novembre 2012
Pubblicato da

di Antonella Lattanzi

The Sick Child, Edvard Munch, 1896, litografia

«M’incastro, io m’incastro troppo con la testa. E poi mi chiedo dove sta l’amore. Mi ritrovo che perdo la testa, sempre, per persone complicate. Fanno la vita che faccio io, quindi sono instabili come me. Oppure è il contrario, facciamo questa vita perché siamo instabili? Io non lo so». È un sabato sera di settembre, Elisa è molto bella, ha 26 anni e un corpo minuto, sembra la Natalie Portman di Léon che usa come profile picture su Facebook. Sedute a un tavolino Peroni davanti a Rosi, baretto nel cuore del Pigneto, Roma, Italia, mi guarda con desolata dolcezza. Ma non c’entra con quanto mi sta raccontando, è la sua espressione naturale. Capelli cortissimi tranne un ciuffo che lambisce gli occhi, tre piercing neri — setto nasale, labbra, lingua —, maglia celeste, shorts di jeans su collant neri tagliati, anfibi, chiodo in cui si abbraccia perché inizia a far freddo, se volessi catalogarla la chiamerei punkabbestia.

«Ma ci soffro il triplo, perché sto sempre in bilico, e continuo a chiedermi dove sta l’amore. Dove, sta, l’amore. Però quando sei completamente smarrito su qualsiasi valore come mi sento io, ti trovi in situazioni che nemmeno tu riesci più a capire. Se è giusto o sbagliato per te. Perché sei completamente perso riguardo a tutto. Tutto. Rispetto a te stesso, a ciò che ti sta intorno, all’amore, a ciò che ci dobbiamo vivere, che sia l’università, il lavoro, il rapporto con le droghe, o il mondo artistico, soprattutto». Elisa è sarda, vive nello studentato di Casal Bertone. Studia teatro di mattina, Scienze dell’educazione il pomeriggio, e poi «mi sfascio, quasi ogni notte. Sono sempre stanchissima». Cerca riscontro negli occhi della sua amica Anna, capelli rasati da un lato, rosso fuoco dall’altro, codice a barre tatuato sul collo, dilatazione all’orecchio, maglia stretta, leggings, cintura borchiata, stivali, occhi lunghi e obliqui e un sorriso che riaffiora di continuo ridisegnandole i caratteri del viso. Anna viene da Bracciano, si è appena laureata in Scienze dell’educazione, lei ed Elisa si sono conosciute là, adesso sta cercando di capire cosa fare. «In carcere è bellissimo ma difficilissimo. E se vado a lavorare in comunità… finisce che mi rinchiudono», ride. Chaos, la cagnolina nera che dormicchia sotto di noi, si riscuote e scodinzola per un po’ di pizza. Anna gliela dà, l’accarezza, ci riempie i bicchieri di birra. Brindiamo. Da cosa si riconosce un punkabbestia?

Dallo spaesamento nei confronti del normale? Dalla musica che ascolta, le persone che frequenta, le droghe che usa? Dai vestiti, dal luogo in cui vive — per strada, in uno squat, in una casa? Dal lavoro che ha o non ha? Dalla tristezza? Dai cani, e da come si chiamano, e se sono grossi, se hanno o meno il guinzaglio? Dall’ora in cui si sveglia?

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila sono stata punkabbestia anch’io. Ma vivevo a Bari e come tanti adolescenti baresi il mio mito erano le città del Centro Nord. Credevamo che fuori dal Sud il mondo fosse più eccitante, ricco. Per certi versi, almeno all’epoca lo era. Per esempio per la mentalità della gente, di cui un punkabbestia (come un extracomunitario, o un barbone) è una cartina al tornasole. Poiché ti costringe a rivelarti subito a te stesso: lo guardi male, eviti di guardarlo, lo guardi bene. Essere punkabbestia negli anni Novanta, poi, quando anche solo un piercing produceva sconcerto («Perché lo fai?» «Sei autolesionista?»), era totalizzante. Capelli dai colori scioccanti, catene per cinte, cani in libertà, collette, urla. Lo sforzo di apertura richiesto alla gente normale non era indifferente. Come si riconosce un punkabbestia? Da quanto è rissoso? Tatuato?

Da quando vivo a Roma mi sono chiesta spesso come dev’essere crescere qui. Essere bambini qui, schiacciati negli autobus pieni da scoppiare, asfissiati di odori e aliti adulti. Essere adolescenti nella capitale, dove lo sai che hai tante possibilità a portata di mano, e forse ti viene l’ansia da prestazione o il rifiuto per questa città così eterogenea, è vero, ma anche così dura. E se, da adolescenti o giovani, si è punkabbestia? Come si vive, in particolare, in un quartiere come il Pigneto, dove in poco spazio coesistono realtà opposte?

«Se non sono a teatro o allo studentato, io sto sempre buttata qua», Elisa mi indica con gli occhi il Pigneto, «anche se, ti dico, ormai è pieno di radical chic». «E gli altri?». «Dici gli altri come me, come noi?». «Sì», e abbasso la testa perché mi vergogno. «Alcuni squattano. Altri stanno per strada, in camper, o in casa. La sera tutti al Pigneto. Prima anche a San Lorenzo ma mo’ c’è troppa polizia, è pericoloso. L’altra sera Anna l’hanno fermata, poi le hanno fatto la perquisa (perquisizione, ndr) a casa». «Beh, casa», Anna si gratta il naso, «è tipo una comune, ci dorme chiunque», lei ed Elisa si guardano complici. «A casa?», trasecolo, «ma, scusa, non ci vuole un mandato?», la mia cultura legale nasce e muore sul linguaggio delle serie tv. «Che ne so, sono venuti. Immagina i vicini, mi vedono tornà all’alba con la finanza», Anna s’interrompe per guardare qualcosa. Guarda anche Elisa, guarda anche Chaos, guardo anch’io. Due poliziotti in divisa e uno in borghese hanno fermato un paio di marocchini a qualche centinaia di metri da noi, li stanno perquisendo. Rimaniamo zitte finché non scompaiono. «Se ne sono andati?», chiedo. «Li hanno portati via». Subito dopo ci passano davanti dei giovani stranieri. Ridono, chiacchierano, barcollano un po’. Elisa chiude gli occhi. «Ultimamente non ci stiamo regolando, il ritorno romano è stato duro… Minchia, il mese che so’ stata a casa ho bevuto solo filu ’e ferro. Da quando sto a Roma, invece, sarò stata lucida due giorni. Ho ricominciato a fare lo schifo. Avevo pensato beh, a casa mi sono ripresa. Niente. Sono tornata e: tutti i giorni. O questo o quell’altro. Flashettino? Flashettino». «Dici che c’entra Roma, il Pigneto?» «Sì. No. Cioè, c’entra andare via di casa ». «C’hai ragione, non ce stàmo a regolà», Anna richiama Chaos che si è allontanata.

«Comunque la ketamina è la nuova eroina. Va presa… con attenzione. È molto forte», Anna si risiede. «Mo’ che l’hai detto… è vero», Elisa si scurisce, accarezza Chaos. «Anche se, pure la roba… secondo me sta aumentando». «Avòglia…». Stiamo zitte. «Posso?», Elisa indica il tabacco, Anna annuisce. Sino a lunedì prossimo non ha soldi. La finanzia Anna, insiste perché mangi, «prendi ’sto pezzo di pizza, devi mangiare, dài. Ogni tanto ci ricordiamo di mangiare, e dormire», mi sorride. «A proposito Elì, vieni da me stanotte?». «Ma è da quando sono tornata che sto da te!». «Dài tesò! se vieni sono felice». Quando servirà, sarà Elisa a finanziare lei. «È che il tipo con cui Eli si fa le storie vive a casa mia», mi dà di gomito. «Ah!», rido, «allora non è che vuoi andare a dormire dalla tua amica, è che vuoi stare con lui…». Elisa abbassa la testa, «Eh…», sorride. «Fai bene, io ci andrei», le faccio l’occhiolino. Da cosa si riconosce un punkabbestia? E un fighetto? E un radical chic?

«Se serve, scollettiamo», Anna scompare dentro a prendere altra pizza per Eli. Scollettare è una parola che usavo anch’io. I nostri genitori ne avrebbero usata un’altra: chiedere l’elemosina. Per loro, la differenza tra un barbone e un punkabbestia non c’è. Me lo sono chiesto spesso: qual è la differenza? l’età? la possibilità di scelta? i vestiti? Molti ci dicevano: siete una massa di viziati. Fate tanto i duri e poi la notte dormite caldi a casa, e i vostri genitori vi danno la paghetta. Scollettare per voi è una moda.

A volte, per qualcuno, avevano ragione. Chaos guarda il punto in cui Anna è scomparsa. I suoi padroni sono andati a una «festa», Anna la tiene per un po’. Rosi, la padrona del locale, porta via bottiglie e piattini vuoti. Cosa distingue un punkabbestia da un barbone? Il gergo? Colletta, festa (rave), svolta, fare lo schifo (drogarsi troppo), bevuto (arrestato), flash (da droga), squattare (vivere in uno squat) e altre parole?

Ce ne andiamo perché tutte e tre dobbiamo comprare il tabacco. All’incrocio tra Vallo ferroviario e Circonvallazione Casilina, il cuore del Pigneto si snocciola davanti a noi. Operai, povertà, criminalità, Resistenza, Neorealismo, movida: storicamente il Pigneto si lascia animare dalle differenze, si trasforma. Passiamo la Fraschetta (specialità porchetta), Birra+ («qua stanno spesso i punkabbestia»), un gruppo di africani fermo quasi sempre a quest’angolo («abitano qui»), Chiccen (vino, cibo, libri, musica), Primo («questo è il tempio dei radical chic, Antonè»), Contesta Rock Hair (hair style alternativo ed eventi). Sul confine con l’isola pedonale, passiamo un gruppo di immigrati asiatici («Stanno sempre qua. Certi spacciano»). Molti altri gestiscono Internet point e alimentari che costellano le traverse qui intorno. Non chiudono mai.

Elisa, Anna, Chaos e io passiamo un kebabbaro, una serie di locali pieni fino a notte inoltrata di tardo-giovani di tutti i tipi («Aperitivo al Pigneto?» è il refrain), qualche associazione culturale molto attiva e la scicchissima gioielleria Iosselliani, aperta solo dalle 18 alle 24. Seduto sulla soglia della vetrina, un crocchio di punkabbestia e cani — che, come tutti qui, si confonde col nero della sera — si passa birre, canne, pizza, parlando ad alta voce. «Paladini del cazzo!», sta urlando uno di loro rivolto a chiunque. Il viavai dell’isola si ferma un attimo, guardiamo. «Ch’è successo?», chiedo a un uomo coi dread. «Stava picchiando il suo cane, ma male oh, una ragazza gli ha fatto: “La pianti de menàje?” e quello s’è messo a urlare». Il tipo continua a urlare e picchiare il cane. Noi passiamo oltre. Cosa sarebbe giusto fare, invece? In 300 metri ci avvicinano almeno tre persone: «Serve fumo?». E se il punto non fossero i radical chic o i punkabbestia?

Se il punto fosse essere «completamente smarriti»? Su via L’Aquila facciamo la fila al distributore di sigarette. Davanti a noi, due donne e due uomini cercano di inserire gli spiccioli nella macchinetta, gli cadono, ridono, riprovano, le braccia come scivoli lungo i quali le borsette di pelle slittano sino a terra, le giacche morbide sbottonate sulle camicie, i vestitini mossi appena dal vento, gli occhi liquidi. Un po’ spaventata dai rumori, Chaos ci guarda con lo sguardo tipico dei cani: che sta succedendo? Tu lo sai, vero?

[Questo reportage è stato pubblicato su La Lettura de Il Corriere della Sera il 4/11/2012]

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6 Responses to La mia vita da sbandata

  1. Ares il 13 novembre 2012 alle 19:06

    Bello

  2. Nunzio Festa il 14 novembre 2012 alle 15:23

    a me è piaciuto molto.
    tra l’altro, in questi giorni,
    con la giusta distanza, leggo Devozione.
    ché Antonella Lattanzi la stimo e ammiro da anni.

    b!

    Nunzio Festa

  3. Laserta il 15 novembre 2012 alle 13:54

    bellissimo racconto. grazie

  4. Andy il 16 novembre 2012 alle 11:32

    La differenza tra un barbone ed un punkabestia e’ un quesito che mi stuzzicca: giusta la precisazione sull’eta’, un barbone e’ middle-age ed un punkabestia e’ tendenzialmente giovane. Quindi i punkabestia invecchiando diventano barboni? A parte che con quello stile di vita, gia’ diventare vecchi e’ un bel traguardo, ma non credo che la faccenda sia tutti qui. Ho come la sensazione che il barbone sia uno che, fondamentalmente si e’ arreso. Barboni si diventa all’inizio un po’ alla volta e poi all’improvviso. Ed e’ una conseguenza. Per il punkabestia invece credo sia diverso. Sono d’accordo nel dire che lo smarrimento sia un fattore decisivo: il punkabestia e’ uno che si e’ perso e che, forse, ad un certo punto si ritrova e fa qualcosa. Oppure non si ritrova piu’ e diventa un barbone o, piu’ probabilmente, muore.

    Bella la definizione tardo-giovani. I radical-chic al Pigneto sono tristissimi, soprattutto se tardo-giovani.

    Grande Nikita, comunque.

  5. Antonella Lattanzi il 19 novembre 2012 alle 08:19

    Grazie!

  6. francescaceci il 20 novembre 2012 alle 16:33

    Molto bello, mi fa pensare a tante conversazioni e interrogativi svoltisi in lunghe sere al Pigneto… a prescindere dal fatto che i conversatori fossero punkabbestia o radicalchic o ancora diversamente definibili, le domande e le risposte incerte erano le stesse.