Perché le contraffazioni sono la più grande arte della nostra epoca – Un’intervista a Jonathon Keats

12 gennaio 2013
Pubblicato da

di Silvia Pareschi

Jonathon Keats durante un reading al City Light Bookstore di San Francisco

Intervistare il proprio marito potrà sembrare un po’ strano, ma io ho fatto di peggio. L’ho tradotto. Qualche anno fa Jonathon Keats ha pubblicato una raccolta di racconti, The Book of the Unknown, che io ho tradotto in italiano per La Giuntina con il titolo Il libro dell’ignoto. Nella mia lunga carriera di traduttrice non mi era mai capitato di lavorare fianco a fianco con il “mio” autore. Potevo fargli tutte le domande che volevo, e potevo persino dirgli se non mi piacevano le sue risposte. Ora che Keats ha pubblicato un nuovo libro – Forged: Why Fakes Are the Great Art of Our Age (“Falso: Perché le contraffazioni sono la grande arte della nostra epoca”), uscito questa settimana per la Oxford University Press, negli Stati Uniti – ho subito colto l’occasione per fargli di nuovo qualche domanda a cui non poteva esimersi dal rispondere.
In Forged, Jonathon Keats (il quale, oltre a essere mio marito, è anche critico d’arte, giornalista e artista) indaga il ruolo del falso nella storia dell’arte, a partire dall’assunto che “i falsari sono i più importanti artisti della nostra epoca”. Perché? Perché mettendo in discussione il concetto di arte “legittima”, i falsari demoliscono certezze e suscitano ansia, che è precisamente quello che l’arte dovrebbe fare.
Dopo aver descritto il diverso atteggiamento di alcune culture del passato nei confronti del falso d’arte, Keats racconta le appassionanti storie di sei falsari moderni, e conclude parlando di come gli artisti contemporanei si siano appropriati di molti aspetti della contraffazione e di come le strategie open source abbiano la possibilità di restituire un nuovo significato all’arte.
Ho cominciato l’intervista cercando di trovare un collegamento tra il falsario d’arte e lo scrittore di narrativa.

Hai già scritto due romanzi e una raccolta di racconti. Vedi un legame fra la tua narrativa e Forged?

Scrivere narrativa è una delle poche forme di contraffazione permesse nella nostra società. Il motivo, a mio parere, è che si tratta di una falsificazione evidente, annunciata già dalla copertina del libro. Se non lo è, come nel caso del falso memoir di James Frey, A Million Little Pieces [uscito in italiano con il titolo In un milione di piccoli pezzi, traduzione di Bruno Amato], i lettori si sentono traditi e l’autore viene punito. Ma se i lettori sanno che si tratta di un gioco di fantasia, allora l’inganno della finzione perde ogni aspetto minaccioso.
Questo gioco di fantasia è proprio ciò che mi affascina in quanto scrittore, perché richiede esplicitamente che i lettori lascino da parte tutto quello che sanno e che in gran parte potrebbe non essere vero. È un esercizio di immaginazione che ci consente di tornare alla nostra vita di tutti i giorni con una mente più aperta, più pronta a prendere in considerazione punti di vista diversi dal nostro.
Certo, i lettori di narrativa sono relativamente pochi. Molti, semplicemente, non sono attratti dall’immaginazione, e i più refrattari sono probabilmente anche i meno sensibili alla possibilità di punti di vista alternativi. Per questo ritengo che la narrativa abbia un potenziale di influenza piuttosto limitato.
Ed è per questo che trovo così interessante la débâcle di James Frey. Molti di quelli che sono stati attratti dal suo memoir non lo avrebbero mai letto, se si fosse trattato di un’opera di fiction. Forse si sono persino un po’ identificati nel personaggio del tossicodipendente Frey. Poi è scoppiato lo scandalo e la gente si è accorta di essere stata ingannata, cosa che ha involontariamente aggiunto un nuovo livello di lettura al libro. Anche chi se ne infischiava della storia di Frey è stato costretto a riflettere sulle ragioni per cui il suo inganno aveva funzionato, finendo per mettere in dubbio la propria fiducia nella parola scritta e nel libro stampato.
In un certo senso, questa vicenda ha trasformato Frey in uno dei più importanti scrittori del nostro tempo. Come collega scrittore sono un po’ invidioso. E come critico d’arte non posso fare a meno di osservare che oggi l’arte è afflitta da un problema analogo a quello che minaccia la narrativa.

Cristo e l’adultera, 1942, un’altra contraffazione di Han van Meegeren

E quale sarebbe il problema che affligge l’arte?

Detto molto semplicemente, lo stesso mondo dell’arte. Se guardi qualsiasi avanguardia artistica dalla metà del Diciannovesimo secolo in poi, vedrai che gli artisti migliori cercano costantemente di turbare la società. Dalla pop art al surrealismo, l’arte moderna è provocazione, è uno stimolo a mettere in dubbio la nostra fiducia nelle cose, dal mercato alla nostra stessa salute mentale. In altre parole, l’arte, per avere un valore, deve essere inquietante. E oggi il mondo dell’arte, in tutta sincerità, è soporifero.
Pensa ai musei. Oggi come in passato, i musei sono posti ben illuminati, dove l’arte è racchiusa dentro teche di vetro. Qualunque cosa risulti minimamente inquietante, ambigua, viene spiegata fino in fondo dai testi dei curatori. L’arte, come un romanzo o una favola, può ancora colpirci in profondità se riusciamo a entrare nell’opera ignorando tutto il contorno, ma è un’impresa difficilissima, specialmente quando il museo fa il possibile per addomesticare le opere che espone.
La maggior parte delle persone non ha voglia di fare quello sforzo in più. Quella minuscola porzione della società che esce per andare al museo – pagando $22 a testa per passeggiare lungo la rampa del Guggenheim – tende a considerare l’arte esposta come un’esperienza istruttiva, un passatempo innocuo o uno scherzo di cattivo gusto. E come dargli torto? La maggior parte dell’arte che viene esposta non è affatto d’avanguardia. Quello che si cerca di fa passare per provocazione non è altro che studiata opacità, un enigma preconfezionato di cui i curatori possiedono già la chiave. Quest’arte non è altro che un prodotto del mondo dell’arte – e prodotto è la parola giusta, perché non comporta alcun rischio per l’artista, l’istituzione e il pubblico.

Han van Meegeren dipinge per testimoniare la sua truffa

Quindi secondo te le opere dei falsari otterrebbero un risultato ormai irraggiungibile per l’arte “legittima”?

I falsi rappresentano un pericolo per tutti i soggetti coinvolti. Se l’arte dei musei è addomesticata, i falsi sono selvatici.
Per riuscire a compiere una truffa, il falsario deve essere un profondo conoscitore della mente umana. I falsari si alimentano dei nostri pregiudizi e delle nostre convinzioni fallaci. A volte operano a livello individuale: un falsario potrà, per esempio, approfittarsi della presunzione di infallibilità di un esperto. Altre volte lavorano a livello sociale, magari manomettendo gli archivi per prendersi gioco del nostro rispetto incondizionato per l’autorità istituzionale. In un modo o nell’altro, i falsari oscurano i nostri punti ciechi, e quando vengono scoperti – se vengono scoperti – aprono delle crepe nelle percezioni quotidiane e nelle opinioni convenzionali del pubblico. Lo scandalo ci induce a rimettere in discussione la nostra visione del mondo – cioè proprio quello che cerca di fare l’arte migliore. Per questo motivo, ritengo che lo scandalo meriti di essere considerato di per sé un’opera d’arte. Un grande scandalo è un capolavoro.
La differenza principale tra un’opera d’arte “legittima” e un falso è che, mentre in genere possiamo scegliere se guardare un quadro oppure no, un falso s’impone alla nostra attenzione. Anche se non siamo noi le vittime della frode, e anche se non siamo appassionati di arte, verremo a sapere dello scandalo dalla televisione o dai giornali, e di conseguenza ci sentiremo forse un tantino ansiosi. Ci chiederemo quasi involontariamente se ci saremmo cascati anche noi, e così facendo sperimenteremo il più salutare effetto dell’arte, che è quello di comprendere meglio noi stessi e il nostro mondo. Ecco perché i grandi falsi sono le opere d’arte più potenti e universali prodotte dalla nostra società.

The supper at Emmaus, di Han van Meegeren, olio su tela, 1937

Potresti fornire un esempio dal libro?

Uno dei casi più scandalosi del XX secolo è quello verificatosi tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, quando un pittore olandese di nome Han van Meegeren falsificò un intero periodo dell’opera di Vermeer che si discostava da tutto il resto della sua produzione. L’idea gliela diede una teoria sostenuta da un illustre storico dell’arte, l’olandese Abraham Bredius, secondo il quale Vermeer aveva dipinto una serie di opere di soggetto religioso che per qualche motivo erano andate perdute. Così van Meegeren fornì a Bredius le prove che cercava, dipingendo un Cristo che spezzava il pane a Emmaus e firmandolo con il monogramma di Vermeer. Il quadro era di una bruttezza sconcertante, ma Bredius era molto vecchio e quasi cieco. Quella scoperta lo gratificò a tal punto che non solo autenticò il quadro, ma ne scrisse anche su The Burlington Magazine, chiamandolo “il capolavoro di Johannes Vermeer di Delft”.
Potendo contare sul sostegno di un simile esperto, van Meegeren fu in grado di spacciare per veri altri quadri altrettanto orribili e venderli ai musei olandesi. La seconda guerra mondiale venne poi in suo aiuto, perché gli olandesi avrebbero fatto di tutto per impedire che il patrimonio nazionale venisse acquisito o saccheggiato dalle forze di occupazione tedesche. Ma alla fine fu proprio la brama dei nazisti per l’arte di Vermeer a rovinare van Meegeren. A guerra finita, un Vermeer di soggetto biblico venne trovato in possesso del Reichsmarschall Hermann Göring – il comandante della Luftwaffe che aveva guidato l’occupazione tedesca con il bombardamento di Rotterdam – e si scoprì che il dipinto gli era stato venduto da van Meegeren. Per evitare l’accusa di alto tradimento, van Meegeren confessò di aver falsificato il quadro.
Così van Meegeren si approfittò della vanità di uno studioso e sfruttò i meccanismi che possono portare una decisione sconsiderata a determinarne innumerevoli altre. La sua frode si verificò in circostanze molto particolari, una truffa su misura per quel luogo e quel momento storico, ma come ogni grande opera d’arte ha ancora oggi qualcosa da dirci. Va da sé che un falsario del XXI secolo non potrebbe mai introdurre dei quadri così brutti nei grandi musei olandesi sulla base dell’opinione prevenuta di un unico studioso, ma la gente continua anche oggi a cadere vittima della propria vanità, e moltissime decisioni vengono ancora prese inserendo il pilota automatico. Il capolavoro di Van Meegeren mantiene intatta la sua forza e pertinenza.

Han van Meegeren in tribunale

Ma esistono oggi dei non-falsari che portano l’arte nella giusta direzione?

Per fortuna sì. Il problema del falso come forma d’arte è che nessun falsario sano di mente vorrebbe diventare un grande artista nel senso che intendo io, perché per farlo dovrebbe farsi prendere. L’opera materiale del falsario – come i quadri di van Meegeren – è una parte importante della truffa, ma l’oggetto non è artisticamente interessante di per sé. Ricorda, lo scandalo è il capolavoro. I falsari sono artisti accidentali. Le loro sono opere d’arte involontarie, e questo limita parecchio la loro produzione artistica. Ma io penso che gli artisti possano imparare dai falsari, e dai falsi, a rinvigorire l’arte e a strapparla dal mondo dell’arte per come è adesso.
Gli street artist come Banksy hanno l’istinto giusto, e così anche alcuni new media artist, soprattutto quelli che applicano al loro lavoro una mentalità da hacker. Uno dei primi esempi di questo tipo di opere è Vaticano.org, un progetto del 1998 realizzato dai net artist Franco ed Eva Mattes. Era ingegnosamente semplice. I due artisti presero il sito web del Vaticano – www.vatican.va – e lo replicarono con il domain vaticano.org e qualche piccolo cambiamento. Vi si trovavano, per esempio, encicliche papali che promuovevano le droghe e il sesso libero, e i fedeli potevano farsi assolvere i peccati via email. Il sito distorceva astutamente i dogmi della Chiesa, ma la cosa davvero notevole era l’effetto che si otteneva quando la gente scopriva che era falso. L’inganno minava la fiducia in ogni meccanismo usato per diffondere la dottrina della Chiesa, compreso il vero sito del Vaticano. Era un brillante atto di pirateria nei confronti della fede.
Più di recente, una coppia di new media artist di nome Julian Oliver e Danja Vasiliev ha creato un dispositivo capace di sovrapporsi alla rete wi-fi di una biblioteca o di un bar, grazie al quale potevano modificare in remoto il contenuto di popolari siti di informazione. Una volta, ad esempio, hanno alterato il sito del “New York Times” per annunciare la nomina del fondatore di Wikileaks Julian Assange a Segretario della Difesa Usa. Visto che l’articolo appariva in un solo network wi-fi, il “Times” non aveva modo di venirne a conoscenza. Ma quello che rende davvero affascinante questo progetto è il fatto che gli artisti hanno divulgato sul web le istruzioni per realizzare il dispositivo, in modo che chiunque possiede un saldatore possa costruirsene uno. Impossibile sapere quanti ne sono stati fabbricati. E di conseguenza non ci si può più davvero fidare di quello che si legge sui siti d’informazione negli hotspot wi-fi. Il potenziale di disinformazione è altissimo, e ciò rende questa opera autenticamente pericolosa. Tutti dovremmo essere ansiosi. Tutti dovremmo dubitare di quello che impariamo online, anzi, avremmo dovuto dubitarne fin dall’inizio. È un perfetto esempio di come un’opera d’arte possa diventare una provocazione anziché un semplice trofeo culturale.
Lo scopo di questo libro, in fin dei conti, è incoraggiare lo sviluppo di questa tendenza. Esaminare la storia della contraffazione è il mio modo di cercare un possibile futuro per l’arte.

 

Jonathon Keats è critico d’arte, giornalista, scrittore e artista. È il critico d’arte del “San Francisco Magazine”, tiene una rubrica d’arte su Forbes.com, e ha scritto di critica d’arte per “Art & Antiques”, “Art + Auction”, “Art in America” e Salon.com. I suoi articoli su arte e scienza sono apparsi anche su “Wired Magazine”, “The Washington Post” e “The Christian Science Monitor”. Gli ultimi libri da lui pubblicati sono Forged: Why Fakes are the Great Art of Our Age, Oxford University Press, e Virtual Words: Language on the Edge of Science and Technology, pubblicato sempre da Oxford nel 2011. Tra le opera di narrativa ricordiamo The Book of the Unknown, pubblicato da Random House (uscito in Italia per Giuntina come Il libro dell’ignoto, traduzione di Silvia Pareschi), che nel 2010 ha ricevuto la Sophie Brody Medal della American Library Association. La sua arte concettuale è stata esposta, fra l’altro, al Berkeley Art Museum, allo Hammer Museum e alla Wellcome Collection.

[L’intervista è uscita in inglese su Zyzzyva, in concomitanza con la presentazione del libro alla City Lights Bookstore di San Francisco.]

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3 Responses to Perché le contraffazioni sono la più grande arte della nostra epoca – Un’intervista a Jonathon Keats

  1. [...] di Silvia Pareschi Intervistare il proprio marito potrà sembrare un po’ strano, ma io ho fatto di peggio. L’ho tradotto. Qualche anno fa Jonath…  [...]

  2. renatamorresi il 19 gennaio 2013 alle 11:16

    “Dopo che il giudizio estetico ci ha insegnato a distinguere l’arte dalla sua ombra e l’autenticità dall’inautenticità, la nostra esperienza comincia a metterci, invece, di fronte all’imbarazzante verità che è appunto alla non-arte che noi dobbiamo oggi le nostre più originali emozioni estetiche” (Agamben, L’uomo senza contenuto) – in breve, il nostro apprezzamento dell’arte nei luoghi preposti e curati e salvaguardati (i Musei) decreta in buona sostanza “l’oblio” dell’arte: lì noi possiamo divertirci, studiare, e persino godere l’arte, ma non identificarci in essa (né tanto meno avere esperienza dell’abisso, né conoscerne il divino terrore, né sentirne la potenza trasformativa, ecc.) Tutto questo mi pare dica che l’arte canonica, di ‘diritto’, e l’arte provocatoria, o addirittura ‘falsa’, vivano comunque entrambe nell’epoca della scissione dell’arte dalla ‘vita’ (di qualsiasi cosa si tratti). Il che riporta, in soldoni, all’enigma di Rimbaud (sarà stata ‘arte’ pure il suo andarsene ad Aden?) e alle impasse del pensiero che ne derivano…

    (è solo una mia impressione o i falsi di Meegeren erano veramente orrendi?)

    grazie e ciao

    • Silvia Pareschi il 29 gennaio 2013 alle 08:23

      Proprio così, ci riporta a domande come “ma cos’è davvero l’arte? E chi decide cos’è arte e cosa non lo è?” Qualunque cosa può essere arte, e allora cade la distinzione fra arte e non-arte… e comunque sì, i falsi di van Meegeren, universalmente presi per buoni finché lui stesso non confessò, erano decisamente orrendi.