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	<title>Nazione Indiana &#187; A gamba tesa</title>
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		<title>Killing an Arab</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 08:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Conosco Michele Giorgio dagli anni ottanta, ovvero da quando lui e Silvia Tessitore animavano, insieme ad altri, una delle più belle redazioni giornalistiche della Campania, Caserta, di allora, Radio Città Futura. Corrispondente per il Manifesto ha messo su, poco tempo fa, un progetto, La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> che vale la pena seguire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/killing-an-arab/">Killing an Arab</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/schIdC3LdLk" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>Conosco Michele Giorgio dagli anni ottanta, ovvero da quando lui e Silvia Tessitore animavano, insieme ad altri, una delle più belle redazioni giornalistiche della Campania, Caserta, di allora, Radio Città Futura. Corrispondente per il Manifesto ha messo su, poco tempo fa, un progetto, La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> che vale la pena seguire. effeffe</p>
<p>La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> nasce dal progetto di un collettivo di giornalisti, che vivono e lavorano nel Vicino Oriente e in Italia, con l’obiettivo di diffondere un’informazione indipendente ed accurata su un’area del mondo che è terreno di conflitti che condizionano l’intero pianeta. Il Vicino Oriente e’ da sempre oggetto di particolare attenzione da parte dei maggiori mezzi d’informazione internazionali; un’attenzione non sempre approfondita e spesso appiattita su rappresentazioni schematiche della realta’ dei singoli paesi della regione che, al contrario, e’ complessa e articolata. Gran parte delle notizie diffuse quotidianamente offre punti di vista parziali o distorti e trascura l’analisi dei contesti politici, sociali ed economici entro i quali maturano ed esplodono conflitti e contraddizioni.</p>
<p>La Nena si propone di fornire aggiornamenti quotidiani sui conflitti in corso, sui processi politici di cambiamento, le dinamiche sociali, le lotte dei lavoratori, il protagonismo emergente delle donne, le condizioni dei giovani, le produzioni culturali. Lo fara’ sia attraverso la diffusione di news quotidiane, sia attraverso articoli, reportages, analisi e materiale multimediale. L’auspicio e’ quello di riuscire ad offrire gli strumenti per la comprensione di questa parte di mondo che è il Vicino Oriente, in alternativa all’esistente lavoro di copertura mediatica, intenso ma troppo spesso standardizzato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/killing-an-arab/">Killing an Arab</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Lettera ai torinesi e al mio sindaco Piero Fassino</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 01:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di
<strong>Francesco Forlani&#8230;</strong>

Adesso, mo proprio, che molti di voi dormono, proverò a comunicare a coloro che sono a Torino gli incerti passi innevati di un sogno: vado in Piazza Carlina e  mi trovo la statua di Nino Gramsci. Continuo fino a Piazza San Carlo e  invece dell’orrido solito antenato dei re più codardi della storia,, stavolta a cavallo, la statua di Primo Levi.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/05/lettera-ai-torinesi-e-al-mio-sindaco-piero-fassino/">Lettera ai torinesi e al mio sindaco Piero Fassino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div>
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<div id="id_4f2e24e7e816f2961949620" style="text-align: left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-41600" title="np monument" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/romania_senza_ceausescu22-300x144.jpg" alt="" width="300" height="144" />di</div>
<div style="text-align: left;"><strong>Francesco Forlani</strong></div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: left;">Adesso, mo proprio, che molti di voi dormono, proverò a comunicare a coloro che sono a Torino gli incerti passi innevati di un sogno: vado in Piazza Carlina e  mi trovo la statua di Nino Gramsci. Continuo fino a Piazza San Carlo e  invece dell’orrido solito antenato dei re più codardi della storia,, stavolta a cavallo, la statua di Primo Levi. A Piazza Vittorio, arrivando quella di Cesare Pavese e verso la fine su una panchina Fruttero e Lucentini. In Piazza Bodoni vedrei volentieri Fred Buscaglione, Carlo Levi in Piazza Carlo Felice e in Piazza Arbarello quella di Piero Gobetti . In Piazza Castello Emilio Salgari, e Mario Sodati alla Gran Madre. E tutto il bronzo di quelle orribili statue dittatoriali fonderlo per fare un enorme monumento a una donna emigrante. Un&#8217; emigrante ridente come il sole accucciato in valigia&#8217;<em>nzomm. &#8216;nzuonne. </em></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/05/lettera-ai-torinesi-e-al-mio-sindaco-piero-fassino/">Lettera ai torinesi e al mio sindaco Piero Fassino</a></p>
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		<title>senatore e ladro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41558" title="Senato della repubblica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Senato-della-repubblica-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" /></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca). <span id="more-41557"></span></p>
<p>Credo, anzi temo, di avere un’età che mi consente di dire che molte ne ho viste accadere di bizzarrie in questo bizzarro paese, ma questa confesso che ha delle caratteristiche che ancora mi stupiscono. Mi riferisco a quel senatore della repubblica, di nome Luigi Lusi, che, per sua stessa ammissione, ha rubato 13 (tredici) milioni di euro che non erano suoi e li ha usati per scopi suoi. Viene indagato per “appropriazione indebita”, che è un bel giro di parole per non dire <strong>furto</strong>, che forse <em>suona</em> male? Suona male, sì, ma <em>è</em> male, è esattamente questo, avere rubato beni non tuoi (ma di cui, aggravantemente, avevi per fiducia malaccordatati, la disponibilità) e averne fatto quel che meglio ti pareva. Ma non basta.</p>
<p>Il sunonlodato senatore ammette tranquillamente e offre di restituire, per carità, con calma, cinque di quei tredici milioni, perché altri cinque li ha già pagati in tasse. Sì, e allora? E poi ― non so come mai nessuno lo fa notare ― cinque + cinque = dieci, rimangono tre milioni, li vogliamo considerare bazzecole, noccioline? E infine, ciliegina sulla torta, propone un patteggiamento con un anno di galera, ben s’intende con la condizionale; patteggiamento per fortuna al momento non accettato. E a chi gli chiede di dimettersi da senatore ha risposto, candido, «perché dovrei?».</p>
<p>Non credo che la nostra classe dirigente sia proprio tutta di questa pasta in putrefazione, certo più di qualche poco luminoso esempio ce l’abbiamo. È in occasioni così che monta il desiderio di emigrare in Costarica.</p>
<p>Il suo partito, il PD, l’ha espulso dal gruppo parlamentare al senato, ma non ancora dal partito, che cosa si aspetta? Questa è una persona sorpresa in flagranza di reato, ovvero rea confessa, non occorre aspettare democraticamente i tre regolamentari gradi di giudizio, è un ladro e basta, di cos’altro c’è bisogno per buttarlo fuori dal senato?</p>
<p>Se si accerta che io ho un debito verso lo stato ― o verso un terzo ― che non riesco a pagare completamente subito, il mio stipendio, o la mia pensione viene opportunamente decurtata ogni mese fino a estinzione del debito. Quali provvedimenti verranno presi nei confronti del senatore ladro che dice di non riuscire a restituire tutti e tredici i milioni di euro rubati?</p>
<p>Questo senatore è stato eletto nell’aprile 2008 ed è membro di varie commissioni parlamentari, tra le quali la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (<a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/00022755.htm">qui</a> i dettagli per chi volesse), ma è un volgare ladro. Perché occupa ancora una poltrona del senato della repubblica, perché?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
Quando su Anobii legeti de lectrice che vutava <em>Les Fleurs du mal</em> de Baudelaire con una estela seule (dee cinque à ispusizion) pensè tra mico et mico que todo cotest mica se sarebbe averato si l&#8217;existeva na machina de mesuraziun de ses capacitad de judicio et de cumpete.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/">Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rocks-in-balance.full_-300x199.jpg" alt="" title="rocks-in-balance.full_" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-41510" style="float:left; margin:0 15px 0 0;"/> di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
Quando su Anobii legeti de lectrice che vutava <em>Les Fleurs du mal</em> de Baudelaire con una estela seule (dee cinque à ispusizion) pensè tra mico et mico que todo cotest mica se sarebbe averato si l&#8217;existeva na machina de mesuraziun de ses capacitad de judicio et de cumpete. E accusì m&#8217;enventai de dimandar all&#8217;artizan sotocasa, er Francùn, de construir aparecio de strumentaziun de mesuraziun daa  palla. Isto aparecio est simples à utilisarse.</p>
<p><span id="more-41509"></span> Lo jodicant que se mete &#8216;n capa la strunzata que puede dizir namportequà de toda cosa, avant de sparar cazzat et curbella, appogia sur lo plato primero aa palla et, si l&#8217;est legera<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/#footnote_0_41509" id="identifier_0_41509" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="l&amp;#8217;artizan me disea que legert&egrave; daa palla en vrai se resultava pizant, et l&amp;#8217;ecio pourquoi los sassos da l&amp;#8217;ata parte se catapulta in fin de su la capa. et voil&agrave; pourquoi les gens te dizent, quanno exager cum spirito de critica sbalanzata: &amp;#8220;mar&ograve; que comm tu s&igrave; pezant &amp;#8221; ">1</a></sup> se beca los sassos sur la capa pour la proxima volta et la scritura en flesh &#8220;Ammesurat &#8216;a palla&#8221;. Si, par contre, l&#8217;argumenta que sustiene vale, la balanza se tene derecia et nun fa dommage et danno à la su massa ceerebral.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/">Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41509" class="footnote">l&#8217;artizan me disea que legertè daa palla en vrai se resultava pizant, et l&#8217;ecio pourquoi los sassos da l&#8217;ata parte se catapulta in fin de su la capa. et voilà pourquoi les gens te dizent, quanno exager cum spirito de critica sbalanzata: <em>&#8220;marò que comm tu sì pezant </em>&#8221; </li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Terzo Luogo Sarzana]]></category>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=41478</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/unnamed.jpg" alt="" title="unnamed" width="220" height="165" class="alignleft size-full wp-image-41479" /></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia. La mia è una piccola libreria ed è appena nata rispetto a tante altre librerie a soprattutto rispetto a librai che hanno dedicato una vita a questo lavoro. Mi sento molto vicino a Chiara della libreria Il Terzo Luogo, che mi ha preceduto in questo percorso librario: è una bella coincidenza che ci si ritrovi anche qui. Le nostre librerie non hanno rapporti, fra librai non ci conosciamo, eppure siamo stati entrambi &#8220;scelti&#8221; sia per l&#8217;intervista sia come tappe di una mostra dedicata all&#8217;arte e ai libri: le <a href="http://talee-talee.blogspot.com/p/il-progetto.html">Talee di Beatrice Meoni</a> sono partite dal Terzo Luogo di Sarzana per approdare come ultima tappa a Venezia nella mia libreria.</p>
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<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/5762405.jpg" alt="" title="5762405" width="90" height="120" class="alignright size-full wp-image-41480" /></p>
<p><a href="http://www.libreriamarcopolo.com/" target="_blank">Libreria Marco Polo</a> è una libreria che cerca di mantenersi in movimento. E&#8217; l&#8217;unica definizione che riesco a dare della mia libreria perchè penso che sia questa l&#8217;unica nota che ha caratterizzato gli anni trascorsi e che si manterrà costante nei prossimi anni: una costanza di movimento, di trasformazione, di adattamento.<br />
Questa è l&#8217;azione costante a cui è sottoposta la libreria, ma non è un&#8217;azione imposta dal libraio: quello che faccio io è più un indirizzare dolcemente questo movimento, cercare di assecondarlo, deviarlo se mi sembra opportuno ma senza mai fermarlo.</div>
<p>Potrà sembrare strano che questo sia il lavoro di un libraio eppure, nel mio caso, sono stati i libri a fare la libreria e il libraio. Libreria Marco Polo (quella che c&#8217;è ancora, non quella di viaggio che abbiamo dovuto chiudere nel 2011) nasce nel 2006 come libreria di remainder e di usato. Senza nessuna esperienza come libraio e soprattutto senza alcuna idea del magico e immenso mondo del libro usato, sono stato letteralmente sommerso dai libri usati: ci sono giornate che il numero delle persone che vengono a vendere i loro libri è pari al numero dei clienti, peccato che chi viene a vendere libri arrivi con le borse piene e chi viene a comprare esca con uno-due libri. Ecco perchè dico che la libreria è stata fatta dai libri, dai libri che arrivavano, singoli, a borse, in scatoloni, intere biblioteche: quello che io ho imparato a fare abbastanza velocemente è capire cosa c&#8217;era da tenere e come adeguare la libreria (gli scaffali, l&#8217;esposizione, le vetrine) a quello che quotidianamente arriva in libreria. L&#8217;offerta della libreria è diventata ben presto varia ma soprattutto interessante: le vere &#8220;chicche&#8221; che mi arrivavano, non solo prime edizioni o libri costosi, erano e sono libri di cui io non conosco nemmeno l&#8217;esistenza finchè non mi si materializzano davanti. Come avrei potuto avere una stupefacente varietà (lo stupore è una costante del cliente che si avventura per la prima volta nella mia libreria)  se avessi dovuto partorire con la mia mente l&#8217;intero assortimento?</p>
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<p>Nel 2010 libreria Marco Polo da libreria dell&#8217;usato con libri in italiano e inglese diventa una libreria &#8220;completa&#8221;, aggiungendo all&#8217;usato una sezione di libri nuovi: la decisione è motivata dal fatto che la libreria sorella, l&#8217;altra Marco Polo, sta chiudendo; nata come libreria di viaggio e trasformatasi poco alla volta in una libreria di varia, dopo due anni di successi entra in crisi e non riesce più a risollevarsi.</p>
</div>
<p>I libri nuovi nella mia libreria entrano gradualmente: prima di tutto arriva Minimum Fax. Quando compro l&#8217;intera biblioteca di un privato, cinquecento o mille volumi,  questo arrivo cambia il volto della libreria e, almeno per un po&#8217; di tempo, in libreria si sente la personalità del proprietario dei libri. Allo stesso modo volevo che l&#8217;arrivo dei libri nuovi modificasse il volto della libreria e che entrando si notasse subito il cambiamento: per questo ho scelto di avere l&#8217;intero catalogo di un editore e fra i possibili candidati la migliore scelta che potessi fare era Minimum Fax, quella che garantisce, oltre ad un ottimo assortimento, una vera personalità nel catalogo.</p>
<div>
Da Maggio 2011 ho inziato anche a tenere le novità che mi piacciono, cercando di impegnarmi in due cose molto semplici: leggere i libri che compro e tenere i titoli almeno per sei mesi.  E&#8217; appena passato il periodo natalizio e devo dire che la mia scelta, proporre titoli che mi piacciono anche se fuori dalla classifiche, non è stata per nulla azzardata.<br />
E&#8217; bene sapere, comunque, che la vendita dei libri usati mi permette di vendere anche libri nuovi e non viceversa: se dovessi campare solo con la vendita dei libri nuovi, avrei veramente grandi difficoltà.</p>
<p>Con l&#8217;apertura ai libri nuovi ho raccolto il testimone della libreria sorella anche per quanto riguarda le presentazioni: nel 2011 abbiamo organizzato oltre venti incontri fra presentazioni e letture. All&#8217;inizio organizzavamo tutto in libreria ma poco alla volta ci siamo aperti alla città ed è stato molto piacevole portare la libreria e i libri fuori: in questo modo le presentazioni diventano un modo per incontrare e stabilire relazioni non solo con scrittori ma anche con realtà veneziane come il centro sociale Laboratorio Morion, il circolo arci Metricubi e Ca&#8217; Tron Città Aperta.<br />
Fra le ultime presentazioni, sono affezionato a quella di Ivan Polidoro, splendida la sua lettura di <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/12/le-coincidenze-di-ivan-polidoro.html" target="_blank">&#8220;Le coincidenze&#8221;</a>, e alla serata con Sergio Garufi e il suo <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/10/il-nome-giusto-di-sergio-garufi.html" target="_blank">&#8220;Il nome giusto&#8221;</a>.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/foto2-218x300.jpg" alt="" title="foto2" width="218" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41482" />
</div>
<p>Chi non conosce Venezia e chi non vorrebbe venire a visitare Venezia? Venezia è visitata ogni anno da un numero esagerato di turisti. Questo afflusso enorme sommato al numero esiguo dei residenti, poche decine di migliaia nel centro storico, di fatto impone che tutte le attività commerciali debbano fare i conti con il turismo, trovando un modo per vivere o venendo spazzati via. Sono la maggioranza ormai le botteghe che sono SOLO per turisti, con merce che nessun residente andrebbe a comprare.  Anche le librerie subiscono questo influsso del turismo. Libreria Marco Polo nasce anche rivolta al turismo e continua a farlo ancora adesso, proponendo una vasta scelta di libri in lingua straniera, soprattutto in inglese. Questo però senza mai diventare negozio esclusivamente turistico: la sensazione del turista che entra in libreria è quella di essere entrato, finalmente, in un negozio normale dove può trovare quello che gli serve. Questo aspetto della libreria, fortemente voluto e difeso contro chi a varie riprese proponeva di vendere articoli più &#8220;appetibili&#8221; per i turisti, ha fatto sì che questa libreria sia frequentata in modo paritario da turisti e residenti, da collezionisti di passaggio e da lettori veneziani creando molte volte l&#8217;occasione di piacevoli incontri.</p>
<div>
Cos&#8217;altro dire della mia libreria? Che siamo bravi e veloci nel trovare i libri che i nostri clienti ci chiedono, sia in catalogo che fuori. Che organizziamo corsi in libreria, di fotografia e prossimamente di scrittura. Che ogni mercoledì la libreria si trasforma in un mercato di frutta e verdura perchè siamo punto di consegna di un&#8217;azienda agricola: i veneziani che abitano in zona possono ordinare direttamente a <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/p/lorto-in-libreria.html" target="_blank">Donna Gnora</a> e settimanalmente gli ordini vengono recapitati in libreria. E&#8217; una specie di sostegno, non remunerato, ad un&#8217;azienda agricola che sento vicinissima, per idee e azioni, molto più vicina di una libreria di catena, dove l&#8217;unica cosa in comune con la mia libreria è la tipologia merceologica.<br />
Ultimo, ma non meno importante, la libreria è sia fisica che online: la vendita dei libri fuori catalogo avviene tramite vari canali di vendita online, Maremagnum, Abebooks, Biblio, Comprovendolibri, Libribooks e Amazon. La vendita online, limitata ai soli libri usati, è un apporto fondamentale alla vita della libreria, economicamente e funzionalmente: la quantità dei libri esposti in libreria è pari alla quantità dei libri consultabili esclusivamente online e fisicamente giacenti in un magazzino.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/447450-photo-225x300.jpg" alt="" title="447450-photo" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-41483" /><br />
<em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
</div>
<p>Nelle librerie di catena solitamente non entro e mi interessano anche poco. Nelle altre librerie quello che noto è se si vede una coerenza.<br />
Mi è capitato giusto pochi giorni fa di entrare in una libreria che mi avevano consigliato di visitare. E&#8217; una libreria giustamente famosa, organizza moltissime attività culturali, ha un assortimento di libri che io me lo sogno ma c&#8217;era qualcosa che stonava: avevano praticamente tutto. C&#8217;era troppo, c&#8217;era anche quello che si tiene perchè comunque qualcuno lo chiederà, perchè è in classifica o è di moda. Questo potrà forse favorire le vendite ma fa crollare la coerenza della libreria. Io la chiamo coerenza, possiamo chiamarla identità, personalità: sono i libri e le scelte di posizionamento dei libri, valide per una libreria di 30 o di 300 mq. Io prediligo le librerie a coerenza elevata, dove la proposta del libraio si riconosce dalla vetrina e prosegue all&#8217;interno, dove si rischia sempre di trovare un libro che non ti aspetteresti, dove non vai solo a cercare quel particolare titolo ma dove puoi &#8220;incontrare&#8221; un libro.<br />
Quelle a bassa coerenza hanno poco senso di esistere perchè ci sono già le librerie di catena e i siti di vendita online, dove chiunque può trovare qualsiasi libro.</p>
<p><em>Come definiresti una libreria indipendente?</em><br />
Una libreria è indipendente se non è di catena o non è un franchising, se comunque non ha legami societari od economici con altri soggetti della filiera del libro (grossisti, distributori, editori) che limitino di fatto la sua indipendenza.<br />
Una libreria indipendente non è per definizione una libreria buona o migliore delle altre. Il fatto di essere indipendenti è neutro rispetto alla qualità della libreria. Però, ed è un però enorme, è un confine che segna chi sta da una parte e chi sta dall&#8217;altra: un discrimine fra un tipo di libreria e un altro tipo. E&#8217; bene, a mio giudizio, che i clienti sappiano quale libreria è indipendente e quale non lo è e dopo decidano dove andare a comprare i libri. E&#8217; bene che gli amministratori della cosa pubblica, nel momento che devono favorire delle attività commerciali, sappiano quali sono le librerie indipendenti e quali non lo sono.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em><br />
A Venezia abbiamo tentato di creare un&#8217;associazione di librerie indipendenti ma la mia idea di indipendenza non ha trovato molti sostenitori. Mi si obiettava che era meglio muoversi per favorire l&#8217;inclusione invece dell&#8217;esclusione. Io invece continuo a pensare che sia ancora vero &#8220;meglio pochi ma buoni&#8221; e quindi vedo con fiducia a questa iniziativa di cartografia di librerie indipendenti: un modo per conoscere alcune realtà che associno l&#8217;indipendenza alla qualità e alla voglia di restare vivi, <em>alive and kicking</em>: magari fra queste librerie potrà nascere una forma di collaborazione, su scopi chiari e ben definiti come è stato per l&#8217;unione degli editori di Mulini a Vento.</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em><br />
In libreria abbiamo già un Tea Corner ma è minuscolo. Quello che mi piacerebbe avere è uno spazio vero per una caffetteria, mi piacerebbe che la libreria fosse un luogo fisicamente più accogliente. Altre cose non le vorrei, magari mi possono piacere quando le vedo in un&#8217;altra libreria ma non sono adatte alla mia. Visto che sono stati i libri a fare la libreria, non poteva che venire così&#8230;.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em><br />
Ho fatto altri lavori prima di fare il libraio e non c&#8217;è paragone. Sono passato attraverso diverse ristrutturazioni aziendali. Ci sono miei <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2012/01/salviamo-la-ditec-di-quarto-daltino.html" target="_blank">ex colleghi</a> che adesso stanno combattendo con una multinazionale che vuole delocalizzare la produzione e lasciarli a casa. E io dovrei lamentarmi? Se poi penso solo a una delle riunioni che ho fatto nella mia precedente vita lavorativa, mi viene una voglia matta di andare in libreria a lavorare, con i miei ritmi, con i miei libri, con gli amici che passano a trovarmi, con i clienti che sono quasi sempre piacevoli.<br />
Io sono molto fortunato, sto facendo un lavoro che mi piace. E so che se un giorno fare il libraio non sarà più possibile, mi inventerò qualcos&#8217;altro per vivere come ho già fatto in passato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41478" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Shock the Monkey</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/shock-the-monkey/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 00:36:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giampaolo Simi]]></category>
		<category><![CDATA[pamphlet]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>Welcome to the jungle</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Va bene, hai comprato una licenza. Paghi una concessione. Sono soldi, lo sappiamo. Ma c&#8217;è chi esce dall&#8217;università dopo anni di studio, chi investe in corsi professionali più o meno abilitanti, in lunghi tirocinii, in master costosi o in stage di lavoro non retribuito, chi è obbligato a spendere per aggiornarsi e reinventarsi per stare sul mercato, o semplicemente chi scommette sulla voglia di fare meglio il proprio lavoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/shock-the-monkey/">Shock the Monkey</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41466" title="jlkong2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/jlkong2.jpg" alt="" width="199" height="203" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Welcome to the jungle</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Va bene, hai comprato una licenza. Paghi una concessione. Sono soldi, lo sappiamo. Ma c&#8217;è chi esce dall&#8217;università dopo anni di studio, chi investe in corsi professionali più o meno abilitanti, in lunghi tirocinii, in master costosi o in stage di lavoro non retribuito, chi è obbligato a spendere per aggiornarsi e reinventarsi per stare sul mercato, o semplicemente chi scommette sulla voglia di fare meglio il proprio lavoro. E in mezzo a tutti questi, mi riferisco a persone che si ritrovano oggi a svolgere un mestiere prettamente intellettuale o inerente alla produzioni di beni e servizi culturali. Dai precari della scuola ai ricercatori dell&#8217;università, dai musicisti agli sceneggiatori, dai giornalisti e fotoreporter freelance agli organizzatori di eventi culturali, dai restauratori ai librai, dai traduttori alle mille professioni dello spettacolo (<em>l&#8217;indotto</em>, potremmo chiamarlo).<br />
Tutte queste persone non hanno investito soldi solo perché non c&#8217;è un pezzo di carta timbrato che lo quantifichi nero su bianco? Non mi pare. Qualcuno ha difeso le attività commerciali delle piccole librerie indipendenti dalla concorrenza delle grandi catene? Non mi ricordo. Avete, per dire, visto scrittori sfilare con i megafoni per chiedere che lo Stato finanziasse le traduzioni all&#8217;estero di autori italiani invece di pagare le multe  per le quote latte degli allevatori padani furbetti? Neanche.<br />
Del resto, queste categorie professionali iper-atipiche non sono cresciute con la pretesa del lavoro assicurato, hanno sempre sgobbato in regime di naturale concorrenza, abituandosi ben presto a una estrema flessibilità.<br />
Troppo variegati, incapaci a fare lobby, scarsamente coesi e non sindacalizzati, questi lavoratori sembravano l&#8217;icona perfetta degli imprenditori di se stessi dell&#8217;utopia liberal-individualista, e invece in Italia sono stati i primi a essere colpiti dai governi di centro-destra.<br />
Negli ultimi quindici anni i settori dove lavorano queste persone sono stati infatti sottoposti a un bombardamento costante, iniziato ben prima della crisi economica, in quanto progetto sistematico di de-intellettualizzazione del Paese. Un&#8217;offensiva brutale condotta sul fronte economico, con i tagli delle risorse all&#8217;istruzione e alla cultura, e su quello socio-antropologico, con la svalutazione forzosa del concetto stesso di intellettuale a piagnone residuale o a ornamento parlante del potere.<br />
Cosa potevano fare, del resto, questi lavoratori? Occupare teatri, scrivere corsivi, suonare per strada, lanciare chilometriche raccolte di firme su internet, ammonire su come sarà triste e deprimente vivere in un Italia senza più teatri, musei e biblioteche (e senza neppure banda larga e wi-fi libero, fra l&#8217;altro).<br />
Un violinista o uno scrittore non avevano e non hanno il potere di lasciarvi con il serbatoio a secco, di non farvi arrivare il pane o di abbassare la saracinesca mentre il mal di denti vi tormenta. Non hanno neanche mai minacciato il presidente del Consiglio con frasi del tipo “ci ascolti o sarà l&#8217;inferno”. Meno che mai hanno organizzato blocchi stradali, intimidazioni e violenze di stampo mafioso.<br />
Di converso, nessun ministro si azzarda a definire un farmacista o un tassista “parassita” o rappresentante di un&#8217;“Italia leggermente schifosa”, come il non rimpianto Brunetta ebbe a sentenziare sul mondo del cinema italiano non più tardi di due anni fa.</p>
<p><em>Welcome to the jungle </em><br />
<em>We take it day by day </em><br />
<em>If you want it you&#8217;re gonna bleed </em><br />
<em>But it&#8217;s the price you pay</em><br />
(Guns &#8216;n Roses)</p>
<p>D&#8217;ora in poi sarà dura per tutti come è stata per noi in questi quindici anni. Non ne sono affatto felice, sia chiaro. E se devo entrare, un po&#8217; alla grezza, nel merito della questione, secondo me l&#8217;ondata di liberalizzazioni non servirà a una beneamata mazza. La libera concorrenza non si impone per decreto in due settimane, è un dato culturale che tanti italiani (il tassista come il top manager, l&#8217;allevatore come il farmacista) non possiedono, presupporrebbe un cambio di mentalità che abbiamo rifiutato trent&#8217;anni fa, quando i soldi giravano e nessuno avrebbe rischiato di finire in miseria da un giorno all&#8217;altro.<br />
I tanti lavoratori precari e flessibili della cultura sono stati le cavie, i primi della lista perché al tempo stesso i più fastidiosi e i meno pericolosi. E i meno necessari, perché “con la cultura non si mangia” delirava pochi mesi fa un altro non più ministro. Ma il giorno in cui anche un tassista potrà fallire come un qualsiasi altro imprenditore, la colpa potrà anche essere stata del libero mercato selvaggio, certo. Ma quel giorno anche il tassista finalmente si accorgerà che, nei nostri centri storici sempre più spopolati e spettrali, non c&#8217;è più un concerto, una mostra o un teatro a cui portare qualcuno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/shock-the-monkey/">Shock the Monkey</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre-197x300.jpg" alt="" title="romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre" width="297" height="400" class="aligncenter size-medium wp-image-41460" /></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo. E’ quanto sta accadendo con lo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” in programmazione al Teatro Franco Parenti di Milano: un’orchestrata campagna di minacce e di anatemi lo ha preceduto nel tentativo, sfacciatamente dichiarato, di non farlo andare in scena. Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola, pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti. Tanto meno indifferenti nel momento in cui l’offensiva integralista contro lo spettacolo ha rivelato la sua vera natura investendo la persona della direttrice del Franco Parenti André Ruth Shammah  con le espressioni dell’antisemitismo più classico ed abietto.  Non si tratta di scegliere tra chi dice di aver scritto il suo spettacolo come una preghiera e chi, senza averlo visto, lo accusa di essere blasfemo (due cose che in molte opere d’arte del novecento si sono spesso confuse senza che questo generasse guerre di religione). Si tratta semplicemente di garantire a Romeo Castellucci la prima ed essenziale libertà di ogni arte e di ogni artista: quella di essere compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio di un manipolo di fondamentalisti che agita la fede in Cristo come una clava identitaria. Chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile, di non lasciare Romeo Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” deve andare in scena.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
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		<title>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Pisapia]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito. Se così non fosse ci voteremmo alla decadenza, alla morte per inanità. Le città vivono nel loro continuo mutare e nella capacità di assorbire il passato, rivitalizzandolo. Così, nella dialettica fra Storia e Contemporaneità, si definisce l’identità di un luogo e il suo destino.<br />
Quindi, signor Sindaco, non sono mai stato e non sarò mai, un propugnatore della museificazione delle città. Il “nuovo” &#8211; antica tradizione della nostra città &#8211; mi affascina ed entusiasma. Dunque questa mia lettera sconsolata, scritta di getto nel cuore della notte, come se fosse una angosciosa impellenza alla quale non posso sottrarmi, non è la lettera di un passatista nostalgico.<br />
Sento l’esigenza di parlarne a qualcuno. A lei, Signor Sindaco.<span id="more-41226"></span><br />
Esattamente di fronte ad uno dei nostri monumenti più insigni, il Cimitero Monumentale, presente in molte guide straniere come sito irrinunciabile per ogni visita alla nostra città, ai margini di uno dei quartieri dove il palinsesto urbano ha lasciato più e più segni negli ultimi due secoli, un quartiere di una complessità e qualità innegabili, un progetto di riedificazione dell’area, dopo un lungo iter burocratico iniziato sotto l’amministrazione che l’ha preceduto, in questi giorni ha avuto da parte di questa giunta comunale, &#8211; quella che io ho votato e per la quale mi sono speso durante le elezioni dello scorso anno &#8211; il placet alla sua realizzazione. L’ho scoperto ieri, per caso, leggendo <a href="http://areaxenel.com">l’appello accorato</a> di un gruppo di residenti della zona.<br />
Quel progetto è semplicemente scandaloso.<br />
Il lotto attualmente occupato dall’edificio storico dell’Enel, che ha una qualità e una evidenza storico-architettonica lampante, verrà raso al suolo per essere sostituito da un volume edilizio che ne rioccupa lo stesso sedime, ma che, con la sua esasperante e sorda volumetria, parodizza la memoria storica, annichilendola. Quello che deprime di questo progetto è la totale mancanza di coraggio. Non è semplicemente un brutto edificio, è la sublimazione della mediocrità. L’esaltazione della rendita fondiaria fatta mattoni, intonaci, balconi, serramenti. Tutta una edilizia che ha impestato in questi ultimi decenni dapprima la profonda provincia, la Brianza velenosa, la Pastrufazio gaddiana, e che poi è tracimata con tutta la sua volgarità, fatta di particolari costruttivi obsoleti e soluzioni insediative deliranti, dapprima nelle nostre periferie (a confronto inizio ad avere nostalgia per l’architettura sociale tanto vituperata degli anni ’60) e infine, piano piano, fino nel cuore storico della città.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41227" title="appartamenti" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/appartamenti.jpg" alt="" width="640" height="434" /></p>
<p>Avere a disposizione un volume sul fronte urbano come quello occupato ora dallo storico edificio dell’Enel e non concepirlo come l’occasione per una progettazione ardita, che sappia conservare il patrimonio della memoria e al contempo riconvertirlo alle esigenze della modernità è la dimostrazione di una totale mancanza di coraggio da parte dei proprietari dell’area. Ma molto peggio è aver accettato supini, da parte della amministrazione comunale, tale operazione, per poter, probabilmente, battere cassa.<br />
Signor Sindaco, lo sappiamo da soli, le casse del Comune sono vuote. Per come la vedo decidere di aumentare il costo del biglietto dei mezzi pubblici è fare politica. È una decisione dolorosa, che coinvolge tutti, ma che ha delle ripercussioni minime e che &#8211; laddove si risolva diversamente &#8211; può essere capovolta. Qualunque sia la giunta che la succederà ha, dalla sua, la reversibilità della opzione in campo. Invece lasciar intaccare in modo così radicale il centro abitato, lasciare che il mercato autoreferenziale ponga le mani sul tessuto urbano con ludibrio, violentando la città a questo modo, non è politica, è connivenza. Ciò che si sta perpetrando ai danni del nostro territorio è irreversibile, prendiamone atto. Appena verrà innalzata la staccionata del cantiere la ferità non sarà più rimarginabile.<br />
Io, non da suo elettore ma da cittadino, non voglio, non posso essere connivente di questo scempio.<br />
Esattamente affianco a tale operazione fondiaria accade ancora di peggio. Demolito il recinto murario e tutti i corpi di fabbrica compresi che definiscono il lotto fra via Niccolini e via Bramante, il piano immobiliare prevede l’edificazione di un albergo di nove piani fuori terra, arretrato rispetto il fronte stradale, lasciando una zona di rispetto (la giusta distanza di legge nei confronti del Cimitero, suppongo) che dovrebbe essere trasformata in una piazza.<br />
Ebbene: non ci vuole un urbanista raffinato, né uno storico delle città, per capire che questo segno nel tessuto è di una violenza senza pari. I due elementi, l’albergo e la piazza, sono &#8211; dai rendering che ho avuto modo di consultare &#8211; di una piattezza creativa senza pari. Se proprio devo incidere il corpo urbano che almeno il risarcimento sia proficuo! Vedere innalzarsi di fronte al Cimitero Monumentale un volume che ha la stessa grazia di un oscuro ministero della Corea del Nord, la stessa polverosa prevedibilità, la stessa noiosa monumentalità d’accatto è disarmante. Neppure in una esercitazione del primo anno alla facoltà di architettura del nostro Politecnico si potrebbe presentare un progetto di tale fattura, senza rischiare lo sbeffeggio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41228" title="albergo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/albergo.png" alt="" width="640" height="433" /></p>
<p>Più ancora del parcheggio di 240 posti, sotto la piazza, con un illogico ingresso dall’imbuto di via Fioravanti, più che le evidenti ragioni di interesse privato che neppure voglio discutere (c’è davvero bisogno di un altro albergo in una zona già abbondantemente servita?), ciò che davvero lascia attoniti, è la totale mancanza di visione progettuale. Ciò che disarma, per capirci, è la mediocrità fatta sistema. La mediocrità del progetto e la mediocrità di un’impresa edilizia e finanziaria (neppure so chi sia, neppure conosco gli addentellati politici che la sorreggono) che ancora oggi, all’alba del 2012, agisce sul territorio con una totale incapacità di lungimiranza: possibile che non c’era modo di affidare un segno di tali dimensioni nelle mani di un progettista con uno spessore intellettuale e progettuale più solido? Possibile non comprendere che sulla qualità dell’edificato si gioca anche la fortuna economica e finanziaria di una operazione di queste dimensioni?<br />
Ma su tutto: cosa ci guadagna la città?<br />
Volete farmi credere, signor Sindaco, signori della giunta comunale, che quello spiazzo insulso, deprimente, quel vuoto che non riuscirà mai a diventare piazza vivibile, luogo condiviso dalla cittadinanza, sia un risarcimento degno per noi cittadini? Gia mi figuro lo spaccio di sostanze stupefacenti in quel nulla urbano, già mi vedo le lastre della pavimentazione divelte, le panchine scardinate, gli alberi scorticati. Quella che vedo sulla carta, signor Sindaco, non sarà mai una piazza, ma solo un luogo di desolazione, di abbrutimento. Ne vale la pena?<br />
Certo, potrebbe dirmi, non c’è solo questo. C’è il recupero dei capannoni di via Bramante che verranno trasformate nella sede espositiva dell’ADI. Ma mi chiedo: può una carezza risarcire uno stupro?<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-41229" title="perrotta 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-1.png" alt="" width="300" height="270" /> Il progettista di tutto ciò ha un nome e un cognome, non nascondiamoci dietro il non detto, non ho interesse ad essere bene educato: Giancarlo Perotta. La sua biografia parla per lui. Non voglio neppure entrare nelle vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto negli anni di Tangentopoli, non faccio gossip. Mi voglio soffermare sulla sua carriera di professionista. Perotta è l’autore della peggiore architettura milanese degli ultimi 30 anni. I due grattacieli di fronte alla stazione Garibaldi, per dire, erano concettualmente già vecchi mentre venivano edificati negli anni rampanti della Milano da bere. Talmente inadeguati che non hanno retto il volgere di neppure due decenni, subendo, in questi ultimi anni, un (fortunatamente) inevitabile restyling radicale. E, a cascata: la Stazione Bovisa, l’Ospedale San Paolo, la villa urbana in via Legnone, il complesso residenziale in via Sesia, etc. etc… una pletora infinita di segni raffazzonati, una male orecchiata idea di tipologia, di modernità, di progettazione urbana, una concezione stereometrica dell’edificato ai limiti dell’autistico. Un’idea di architettura che è una continua emulazione fallita di modelli incompresi e irraggiungibili. “Trash” per definizione filosofica. Perotta è il campione indiscusso della mediocrità progettuale meneghina. È questa la cosa che lascia senza fiato: Milano, che si picca di essere una metropoli internazionale, dove vivono e operano più architetti che a Parigi, che ha indicato la rotta all’intera Nazione, nello scorso secolo, grazie all’opera di progettisti di levatura internazionale, oggi accetta supina che la sua identità, che il suo volto, che la sua forma, sia definita da imprenditori fondiari pavidi e progettisti mediocri. Più che di una metropoli, sembriamo abitanti di una soffocante e retriva provincia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41230" title="perrotta 3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-3.jpg" alt="" width="640" height="480" /></p>
<p>Sia ben chiaro, signor Sindaco, ho la fortuna di poter scrivere queste cose scevro da dietrologie insulse. Non sono un abitante del quartiere, non sono un indignato nimby, non ho mire economiche su quell’area, non ho la più lontana possibilità che io possa intervenire come progettista. Scrivo queste righe notturne, ora, non da architetto, né da intellettuale o scrittore. Le scrivo da cittadino.<br />
Abbiamo chiesto durante le elezioni amministrative, a gran voce, un segno concreto di discontinuità dal passato. Se lei ora è il nostro sindaco lo è perché abbiamo creduto fosse capace di interpretare questa idea profondamente etica di comunità.<br />
La logica degli oneri di urbanizzazione a scomputo che ha retto il mercato immobiliare di questi ultimi decenni, è stata una iattura per l’intera Nazione. È ora di cambiare filosofia, di cambiare politica. Anzi, di fare politica per davvero. Mettere l’interesse pubblico di fronte a quello privato, innanzitutto. Stimolare le iniziative di riordino fondiario senza subirle passivamente, prevedere, anche su aree private, l’obbligo di un concorso ad inviti per lotti di tali dimensioni, rendere partecipi gli abitanti della zona.<br />
Io scrivo libri, signor Sindaco. Anche se fossi il peggior narratore d’Italia, e anche se trovassi un grande editore che non ostante ciò, per pura inerzia, continuasse imperterrito a pubblicarmi, i miei concittadini avrebbero in ogni caso la libertà di non leggermi. Ma noi tutti, l’intera comunità meneghina, non ha alcuna voce in capitolo se qualcuno deturpa la forma della città dove si è deciso di vivere, lavorare, sognare.<br />
Fare politica urbana significa ragionare a lunga gittata, essere consapevoli di ciò che si eredita e di ciò che si vuole lasciare in eredità. Vogliamo farci ricordare dai nostri figli come i costruttori di questa città senza nerbo, signor Sindaco?<br />
Lo chiedo a lei e non solo.<br />
Lo chiedo al mio assessore alla cultura, sempre così esuberante in questi pochi mesi di giunta: non reputa, architetto Boeri, che questa sia una battaglia da combattere per davvero nel nome della cultura cittadina, piuttosto che perdersi nel decidere dove esporre il Quarto Stato?<br />
Lo chiedo ai docenti del Politecnico: è questa l’idea di architettura che vogliamo insegnare ai nostri studenti? Non dovreste, a questo punto, annullare i vostri corsi, dichiarare il default cognitivo?<br />
Lo chiedo ai designer, ai creativi, ai soci dell’ADI: nel nome di una nuova sede espositiva siete pronti ad accettare un tale scempio urbano? Cosa farete quando andrete a godere dei vostri autoreferenziali oggetti da museo? Chiuderete gli occhi, colpevoli, quando passerete in quel vuoto urbano che fronteggia l’albergo?<br />
Lo chiedo alle imprese che vogliono costruire nel nostro territorio: non avete ancora capito che è solo con la qualità progettuale che diverrete davvero competitivi? Siete consapevoli che le logiche che hanno retto le vostre fortune sono ormai alle spalle? Che siete destinati a soccombere se non renderete etico il vostro agire?<br />
Lo chiedo al FAI, a Italia Nostra, alle associazioni locali, alla cittadinanza. Pasolini si domandava: non sarebbe davvero rivoluzionario un popolo che si ribella nel nome della bellezza?<br />
Lo chiedo alla politica, tutta, di destra e di sinistra: cosa muove, per davvero, le vostre scelte? Siete consapevoli del bene e del male che avete fatto e continuate a fare al corpo sfinito di una metropoli che da troppo tempo sogna di rialzarsi ma che subisce di continuo la zavorra del vostro scarso coraggio?<br />
Cui prodest?</p>
<p>Edit: Questa è l&#8217;area interessata dall&#8217;intervento, tra le vie procaccini, Niccolini e Bramante a Milano:<br />
<iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>[<em>questo appello è pubblicato anche su</em> <a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia">Doppiozero</a> <em>nella versione dimezzata che è apparsa sulle pagine milanesi del </em>Corriere della sera <em>il 3 gennaio</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
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		<title>Campi Sterminati</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/campi-sterminati/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/campi-sterminati/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 07:36:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Patellani]]></category>
		<category><![CDATA[Lotte dei minatori]]></category>
		<category><![CDATA[Manlio Massole]]></category>
		<category><![CDATA[Miniere in Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Manifestazione a Cagliari</strong><br />
di<br />
<a href="http://www.sardolog.com/perso/m-massole/index.htm">Manlio Massole</a></p>
<p>Fiorirono i mandorli<br />
quando chiudemmo il pugno<br />
contro il ministro Piccoli.<br />
“ Le mi – nie – re<br />
non si chiu-dono!<br />
Le mi- nie –re<br />
non si chiu –dono! ”<br />
</p>
<p>La domenica si fece rossa<br />
per i ricordi allo striscione:<br />
“BUGGERRU<br />
SIAMO GLI STESSI DEL ‘904”,<br />
per la giovinezza delle bandiere Guspinesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/campi-sterminati/">Campi Sterminati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41191" class="wp-caption aligncenter" style="width: 346px"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/ridimensiona-diridimensiona-difederico-patellani.jpg" alt="" title="ridimensiona-diridimensiona-difederico-patellani" width="336" height="350" class="size-full wp-image-41191" /><p class="wp-caption-text">Immagine di Federico Patellani,</p></div>
<p><strong>Manifestazione a Cagliari</strong><br />
di<br />
<a href="http://www.sardolog.com/perso/m-massole/index.htm">Manlio Massole</a></p>
<p>Fiorirono i mandorli<br />
quando chiudemmo il pugno<br />
contro il ministro Piccoli.<br />
“ Le mi – nie – re<br />
non si chiu-dono!<br />
Le mi- nie –re<br />
non si chiu –dono! ”<br />
<span id="more-41190"></span></p>
<p>La domenica si fece rossa<br />
per i ricordi allo striscione:<br />
“BUGGERRU<br />
SIAMO GLI STESSI DEL ‘904”,<br />
per la giovinezza delle bandiere Guspinesi.<br />
Andammo in pace, senza dinamite,<br />
ma pronti a tutte le battaglie.<br />
Giovanni Battista Melis, il Sardo,<br />
fu soltanto un grido d’amore<br />
per la patria antica e martoriata:<br />
ci sciolse la quarzite del cuore<br />
e noi uomini delle miniere<br />
fummo ragazzi all’assalto del futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/campi-sterminati/">Campi Sterminati</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>I sacrifici del capitalismo azteco</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 14:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele ventre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>di Daniele Ventre</strong></p>
<p style="text-align: justify">Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, <em>Cannibali e re </em>(la prima edizione italiana risale al 1979,  l&#8217;opera in sé, <em>Cannibals and Kings  &#8211; The Origin of Culture</em>, è del 1977).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/">I sacrifici del capitalismo azteco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>di Daniele Ventre</strong></p>
<p style="text-align: justify">Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, <em>Cannibali e re </em>(la prima edizione italiana risale al 1979,  l&#8217;opera in sé, <em>Cannibals and Kings  &#8211; The Origin of Culture</em>, è del 1977). La tesi di fondo, che collega l&#8217;evoluzione culturale umana alla disponibilità e alla tipologia di risorse alimentari sul territorio, per quanto abbia lasciati aperti alcuni problemi, contiene spunti di riflessione irrinunciabili. Nel variegato &#8220;umanario&#8221; socioantropologico indagato da Harris, due tipologie di figure legate alla distribuzione di risorse spiccano: i <em>mumi</em>, grandi uomini, capi guerrieri e dispensatori di banchetti presso gli indigeni melanesiani, e i dominatori dei dispotici imperi precolombiani in cui era pratica comune il sacrificio umano su larga scala. Harris osserva anzitutto come, dall&#8217;originario <em>status</em> di grande dispensatore, il capotribù evolva trasformandosi in un monarca che dell&#8217;antico donatore di beni conserva solo il nome, perché di fatto la maggior parte delle risorse sono sotto il suo controllo, avviate nel circuito di un sistema tributario e investite per lo più nell&#8217;apparato militare che consente di mantenere in piedi l&#8217;ordine statuale per come è venuto delineandosi. Ovviamente, nella sua forma ordinaria, l&#8217;evoluzione delle società primitive, che dal <em>mumi</em> porta al re, ha come contraltare effettivo la possibilità di una gestione mirata della produzione: il differimento dell&#8217;accesso diretto all&#8217;alimentazione implica (secondo lo scontatissimo apologo biblico di Giuseppe) la disponibilità di risorse già immagazzinate per eventuali anni di vacche magre, o quantomeno la possibilità di una ridistribuzione un po&#8217; meno irrazionale di un <em>surplus</em> di prodotti destinati, altrimenti, al macero e alla marcescenza, se non alla rapina. Il caso degli Aztechi, con la loro industria del sacrificio come macellazione cannibalica organizzata, ha delle caratteristiche peculiari: per usare le parole di Harris &#8220;&#8230;l&#8217;America centrale si trovò&#8230; di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione. La crescita demografica costante e l&#8217;intensificazione della produzione&#8230; eliminarono la carne animale dalla dieta della gente comune&#8230; La redistribuzione di carne delle vittime sacrificali può avere in effetti aumentato il contenuto di grassi e proteine della popolazione azteca? Se la popolazione della valle del Messico era di 2 milioni di abitanti e il numero di prigionieri disponibili&#8230; ammontava annualmente a soli 15000, la risposta è negativa. Ma il problema è mal posto. Il punto non è in quale misura queste redistribuzioni cannibalistiche contribuivano alla salute e al vigore del cittadino medio, ma in quale misura il rapporto costi-benefici del controllo politico migliorava sensibilimente in séguito all&#8217;uso di carne umana per ricompensare gruppi scelti in periodi cruciali. Se tutto ciò che ciascuno poteva aspettarsi era un dito o un alluce ogni tanto,  il sistema probabilmente non avrebbe funzionato. Ma se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro <em>entourage</em>, e se l&#8217;offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_0_41059" id="identifier_0_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Harris, op. cit. p. 124 s.">1</a></sup>.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-41059"></span></p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, il cammino delle metafore e dei <em>media comparationis</em> saccheggiabili dalla storia e dall&#8217;antropologia è irto di potenziali incongruenze, di fronte alle quali ognuno potrebbe a buon diritto eccepire. Nel quadro delineato da Harris si possono tuttavia enucleare alcuni punti nodali di un certo interesse, che espliciterò più per amor di trasparenza argomentativa, che per sfiducia nell&#8217;intuito dell&#8217;avveduto lettore. Quello che Harris mostra è il quadro di una società sovraffollata che trovandosi in una condizione di fortissimo declino economico e produttivo, giunge a deformare stabilmente, secondo logiche aberranti, il proprio spazio di coordinate assiologiche primarie, abbracciando una politica fagocitatrice e distruttiva, espressione della spietata volontà di una ristretta <em>élite</em> di mantenere i propri privilegi nel contesto di un dominio sociale la cui presunta legittimazione originaria, basata sullo scopo ultimo dell&#8217;efficientizzazione dell&#8217;economia, è ormai persa nel più remoto passato e non trova riscontro nella prassi gestionale effettiva. Gli Aztechi rappresentano la <em>reductio ad absurdum</em> del dominio delle aristocrazie guerriere nelle società arcaiche: a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, la politica economica globale, con le sue bolle speculative, il suo traffico di prodotti finanziari fondati sul nulla, le sue banche, d&#8217;affari e non, che si pongono sul mercato come onnipervasive intermediarie e spesso, come imprevidenti fanciulli di scespiriana memoria, fanno carestia dov&#8217;è abbondanza (o dove la carestia non è così terribile)<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_1_41059" id="identifier_1_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Baster&agrave; pensare alle speculazioni finanziarie di Goldmann-Sachs sui prodotti alimentari: riguardo al fenomeno in questione, si veda l&amp;#8217;articolo di Aditya Chakrabortty su&nbsp;The Guardian: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH">2</a></sup> rischiano di riproporre una dinamica non dissimile, su scala molto più vasta, nel contesto di un&#8217;autofagia socio-politica che rischia ovunque di divorare cannibalicamente i diritti degli individui e lo sviluppo delle società umane, lasciando alla fine, a svettare sulle macerie, come piramidi di cristallo e acciaio, i centri di potere di un&#8217;economia che ha additato il sogno del totale <em>laissez faire</em> solo per ricadere in forme di accentramento e dirigismo più o meno occulto, più o meno diretto. In quest&#8217;ottica, di fronte all&#8217;Huitzilopochtli del pareggio di bilancio, tutto è sacrificabile: dignità del lavoratore, schiavo esposto al precariato strutturale e chiamato a recitare, con allegro <em>aplomb</em>, la farsa della sua sudditanza e del suo impoverimento; dignità dell&#8217;anziano, destinato a morire letteralmente di fame; servizi pubblici, (scuole ospedali) sempre più tagliati e sempre meno efficienti; impossibilità assoluta di una prospettiva migliore per chiunque non sia nato dai lombi giusti. Soltanto l&#8217;apparato di controllo (eserciti polizie) viene mantenuto in piedi, ma più per la sua funzione repressiva, che per la sua ipotetica finalità protettiva: nessuno può fare a meno di notare la prontezza di intervento delle forze dell&#8217;ordine nel manganellare dimostranti, a fronte della loro troppo spesso brontosaurica e ipergarantista lentezza nell&#8217;arginare la criminalità -quella organizzata in specie: ma quest&#8217;ultima è di fatto una multinazionale fra le altre e il suo nucleo primario, strutturalmente connesso alle correnti profonde dei movimenti del capitale finanziario e non, è destinato a restare inattaccabile. In definitiva, il vecchio <em>mumi</em> del capitalismo industriale di sviluppo ha definitivamente mutato volto: è divenuto potere economico spersonalizzato e delocalizzato. Non ha più bisogno dello Stato, anzi, tende a giovarsi di divisioni, particolarismi e tensioni, discrepanze di diritti e aree geografiche depresse dove il lavoro ha basso potere contrattuale. Come i re degli stati primari e secondari della protostoria, si presenta ancora come dispensatore di beni, promotore di sviluppo. Nella prassi, il cosiddetto sviluppo si traduce necessariamente in una divaricazione sempre crescente delle sperequazioni sociali. Nel frattempo, perfino la futura sopravvivenza dell&#8217;umanità sembra eccedere i costi di bilancio: diventa allora normale, per un certo giornalismo atlantico, suggerire (il vecchissimo articolo del Washington post a cui ci riferiamo risale al 31 ottobre del 2010) che una guerra contro l&#8217;Iran, magari con prospettive di allargamento mondiale del conflitto, possa portare a una ricaduta positiva sull&#8217;economia<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_2_41059" id="identifier_2_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ci riferiamo a un ben noto intervento di David Broder, leggibile qui: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html">3</a></sup>. Certo, il signor Broder si esprimeva in termini ironici nei confronti dell&#8217;amministrazione Obama; al termine del cupo 2010, voleva suggerire che <em>mr Yes we can</em> avrebbe finito per divenire ostaggio dell&#8217;avversa parte repubblicana: insomma, un velenoso articoletto di politica interna. Ma ciò non toglie come il fin troppo facile ricorso all&#8217;immagine dell&#8217;<em>éscamotage</em> bellico tradisca una consuetudine intima, cieca e perversa con idee di distruzione. A suo tempo la possibilità di un urto con l&#8217;Iran e della connessa deriva nucleare planetaria spaventava ben più di un chiliasta improvvisato: di fronte al Tlalok delle maree montanti del mercato si arriva a prospettare perfino la possibilità di un olocausto definitivo e sembra che il dottor Stranamore abbia smesso i panni dello scienziato atomico dall&#8217;accento teutonico, per rivestire il doppio petto e l&#8217;eleganza anglosassone dell&#8217;economista di grido o dell&#8217;opinionista da Pulitzer.</p>
<p style="text-align: justify">E l&#8217;Italia post-berlusconiana, con il suo <em>default</em> (via via sempre meno) potenziale, con il suo governo tecnico, con i suoi eleganti e mesti dignitari? Accantonata la lunga fase berlusconiana, ultima deforme pretesa di capitalismo di sviluppo, fra irregolarità gestionali e stallieri in odore di mafia, l&#8217;èra dei sacrifici appare inevitabil<em></em><em></em>e: ma si badi, è inevitabile data la nostra classe politico-impreditoriale(-mafiosa) che non si schioderà dai suoi fattuali privilegi, in specie dalla guarentigia di gestire con piglio oligarchico un&#8217;economia blindata, un mercato chiuso e guidato, oligopolistico, privo di spinte sistematiche all&#8217;innovazione e al vero rischio imprenditoriale (se escludiamo in parte le sole attività illegali): è l&#8217;inevitabilità di un<em> mussen</em>, non di un <em>sollen</em>, l&#8217;inevitabilità di una frana da un precipizio, non quella di un dovere etico e politico. Né c&#8217;è da credere che si salverà alcunché. L&#8217;attuale governo non toccherà la Chiesa, i cui edifici non di culto rimarranno medievalmente immuni da tassazione -non che la Chiesa ci risolva il debito, ma sarebbe stato un segnale&#8230; La lacrimevole Elsa Fornero, smesse le lacrime, ha messo un po&#8217; a tutti la pulce nell&#8217;orecchio sull&#8217;articolo 18 -eppure tutti sanno (stampa di destra in testa) che non è certo questo povero untorello a spiantare la borsa di Milano&#8230; Due segnali precisi di inaffidabilità, visto che il rigore è di fatto unidirezionale e rimane non sostanziale -e ancora una volta il re azteco si traveste impropriamente da <em>mumi</em>. L&#8217;Italia, tuttavia, da periferia del mondo occidentale qual è si accinge più di altri Stati europei a trasformarsi definitivamente in uno dei più riusciti laboratori marginali delle future società feudal-tecnologiche: più di altre nazioni conserva eredità e cascami politico-culturali dell&#8217;èra pregorbaceviana -a partire dalla sua attuale fisionomia politica interna, residuo di un mal riuscito decotto piduista; meno di altre nazioni investe sul proprio futuro, in termini di ricerca, di qualifiche e di istruzione (anzi, i nostri venerabili maestri delle tribune mediatiche sostengono spesso che si possa mantenere in piedi una società complessa sconsigliando ai giovani ogni tipo di formazione culturale più avanzata di quella del garzone da bar). Nel frattempo la finanza e il mercato mondiale, <em>sibi permissi</em>, seguiranno il loro cammino, secondo la crisi congiunturale, al di sopra delle nostre teste, in assenza di regole che permettano di conservare quelle metacondizioni di stabilità e sicurezza sociale tolte le quali il mercato, di fatto, collassa e nemmeno ha senso parlare di debito e di pareggio.</p>
<p style="text-align: justify">Nel suo vecchio libro, Marvin Harris concludeva il capitolo sul truce regime cannibalico azteco ricordando che viceversa &#8220;la disponibilità di specie animali domestiche svolse un ruolo importante nella proibizione del cannibalismo e nello sviluppo di religioni dell&#8217;amore e della misericordia negli Stati e negli imperi del Vecchio Mondo. Potrebbe allora darsi che il cristianesimo sia stato più il dono dell&#8217;agnello, che non del bambino nato nella stalla&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_3_41059" id="identifier_3_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Harris, op. cit. p. 125">4</a></sup>. Fuor di metafora, non sappiamo quale sistema di soluzioni potrebbe offrirci la via d&#8217;uscita. Di fatto non sarà un rapace dirigismo bancario, sia pur atteggiato a compassata professionalità, a salvarci qui e altrove dal tracollo a cui decenni di privilegio concesso all&#8217;incompetenza e alla truffa ci hanno condotti: non sarà questo presunto rigore a danni di troppi, lasciando espositianamente <em>immunes</em> i soliti pochi, a garantirci democrazia e sviluppo.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/">I sacrifici del capitalismo azteco</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41059" class="footnote">Harris, op. cit. p. 124 s.</li><li id="footnote_1_41059" class="footnote">Basterà pensare alle speculazioni finanziarie di Goldmann-Sachs sui prodotti alimentari: riguardo al fenomeno in questione, si veda l&#8217;articolo di Aditya Chakrabortty su <em></em><em>The Guardian</em>: <em></em><a title="Bankers and politicians have turned food into a betting game" href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH">http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH</a></li><li id="footnote_2_41059" class="footnote">Ci riferiamo a un ben noto intervento di David Broder, leggibile qui: <a title="The war recovery?" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html</a></li><li id="footnote_3_41059" class="footnote">Harris, op. cit. p. 125</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il concorsone definitivo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 05:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em></em>Sì, ero presente all’Hotel Ergife di Roma, nei giorni 2 e 5 dicembre. Ho partecipato anch’io alle prove di lingua, che dovrebbero valutare la mia competenza del francese, e in seguito a ciò l’accesso eventuale ad un’ambita graduatoria, che potrebbe darmi la possibilità, un giorno, di insegnare in un liceo all’estero, per nove anni, e con un stipendio doppio di quello usuale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/16/il-concorsone-definitivo/">Il concorsone definitivo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em></em>Sì, ero presente all’Hotel Ergife di Roma, nei giorni 2 e 5 dicembre. Ho partecipato anch’io alle prove di lingua, che dovrebbero valutare la mia competenza del francese, e in seguito a ciò l’accesso eventuale ad un’ambita graduatoria, che potrebbe darmi la possibilità, un giorno, di insegnare in un liceo all’estero, per nove anni, e con un stipendio doppio di quello usuale. Tutti questi condizionali non mi hanno impedito di inscrivermi al concorso indetto dal Ministero degli Affari Esteri e di accettare la mattanza economica del viaggio in aereo, con il volo di ritorno spostato all’ultimo momento, con esborso di sopratassa, quando ho saputo dei ritardi spettacolari, dei tumulti e delle prove annullate. Come me, d’altra parte, hanno fatto 36999 colleghi, venuti da tutta Italia, e alcuni con proporzionata spesa di trasporto, vitto e alloggio. Il calendario del concorso è stato infatti pensato per nuocere il più possibile alle tasche dei concorrenti non romani e per favorire, almeno nell’arco di un fine settimana, l’economia turistica della capitale. Invece di concentrare le varie prove relative a una stessa lingua in una sola giornata, sono state distribuite su più giorni, in modo da garantire ai concorrenti una permanenza prolungata in città.<span id="more-41033"></span></p>
<p>Arrivato puntuale alla prova pomeridiana di venerdì, mi è stato subito fatto capire da alcuni veterani, resi esperti da un’intera e precedente giornata d’incazzature, che la situazione era ampiamente fuori controllo. L’agenzia a cui il Ministero aveva affidato le gestione del concorso era un ente privato, la Formez Italia, che molti sostenevano fosse “l’azienda della moglie di Brunetta”. Comunque sia, per aver organizzato le cose in modo così capillarmente inefficiente, doveva aver ricevuto senz’altro una gran quantità di denari. Mi hanno raccontato, poi, che la prova del primo giorno era stata annullata: alcuni insegnanti, in nome di un principio di equità improvvisamente scoperto, avrebbero deciso che i tempi dell’esame erano insufficienti, e che dovevano essere negoziati da un’assemblea costituente. Il presidente di commissione, però, dopo essersi contraddetto varie volte, aveva infine chiamato la polizia, per un democratico sgombero.</p>
<p>L’Ergife, pur essendo designato sulla carta come luogo del concorso, era in realtà inaccessibile. Tutto si è svolto in catacombali interrati raggiungibili da una rampa contigua al parcheggio dell’hotel. I concorrenti in attesa avevano improvvisato bivacchi alla Woodstock nello spiazzo davanti al parcheggio e in una sorta di giardinetto con panchine, che emanava un misterioso odore di carciofini rancidi sott’olio. Al sound dei Jefferson Airplane si erano sostituite litanie di frasi idiomatiche e declinazioni di congiuntivi. A poche centinaia di metri l’Aurelia trafficata, con i suoi distributori di benzina e i concessionari d’auto. Il bar più vicino era uno stanzone spoglio, con un unico cesso apocalittico. “In questi giorni, non sto vedendo che cose brutte”, mi ha detto un amico. L’argomento che ritornava più spesso nelle conversazioni riguardava il fantomatico librone dei quiz, che pareva fosse già stato fotografato il giorno prima, e anche trafugato, fotocopiato, diffuso in rete, e imparato a memoria da quasi tutti. Conteneva 4000 domande a risposta multipla in francese, inglese, tedesco e spagnolo.</p>
<p>Alla fine mi sono incatacombato anch’io, con gli altri similfrancofoni. Ci hanno distribuito i fogli, le matite copiative, le buste, e dopo un’ora finalmente la lista delle 40 domande che dovevamo scovare nel librone. Alle sette di mattina avevo studiato in aereo l’accordo dei participi passati, uno dei punti grammaticali più controversi e disperanti della lingua francese. Dieci ore dopo dovevo leggere istruzioni sul montaggio di un tritaverdure e rispondere in modo pertinente a domande imbecilli sul posizionamento delle lame e sulla quantità di carote da infilarci dentro. A completare il tutto, la constatazione stravolta di un gruppo di secchioni, che a conclusione della prova avevano scoperto che tre dei quesiti comportavano solo delle risposte sbagliate, insomma erano errati, falsi, irreali. Ho capito, quindi, quale chiave di lettura fosse più adatta per decifrare quel Concorsone definitivo. Non la commedia all’italiana, con la sua allegra e turpe faciloneria, ma una sommaria distopia alla Philip Dick: un residuo di Stato – ormai solo un paravento – ingrassava le casse di un’azienda privata, che in suo nome gestiva Concorsi neurolettici, per categorie di impiegati statali demotivati e sull’orlo dell’ammutinamento, affinché si creassero delle interminabili graduatorie-zombie, rinnovabili con la stessa periodicità stringente dei provvedimenti climatici (2014… 2020… 2037). Ci saremmo trovati tutti quanti felici, abilitati a centinaia <em>ex-aequo</em>, per insegnare all’estero in una probabile quarta età post-pensionistica.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito il 15/12/2011 su "il manifesto"]</em></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/16/il-concorsone-definitivo/">Il concorsone definitivo</a></p>
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		<title>Pino Pinelli, quarantadue anni fa</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 07:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
</p>
<p><strong>Giuseppe Pinelli</strong>, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/pino-pinelli-quarantadue-anni-fa/">Pino Pinelli, quarantadue anni fa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<iframe width="450" height="335" src="http://www.youtube.com/embed/KjALo7ZOaUE?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Giuseppe Pinelli</strong>, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto. Era trattenuto in questura illegalmente, dato che erano passati più di due giorni dalla strage. Il questore di Milano era Marcello Guida, il responsabile dell’ufficio politico della questura era Antonino Allegra e il commissario interrogante era Luigi Calabresi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/pino-pinelli-quarantadue-anni-fa/">Pino Pinelli, quarantadue anni fa</a></p>
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		<title>UNA BATTAGLIA CULTURALE</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ufficio scolastico Emilia-Romagna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come di “una malattia”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/">UNA BATTAGLIA CULTURALE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come di “una malattia”.</p>
<p>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/23/irc-e-omofobia/#comments</p>
<p>Poiché nel thread al post apparve chiaro che alcuni commentatori non sanno cogliere la portata della battaglia culturale in corso in Italia tra la visione antropologica vaticana (e dunque abramitica) e quella della modernità (e dunque europea: es. art. 13 Trattato di Amsterdam), riporto qui la conclusione della vicenda, che per una volta fa onore alle autorità scolastiche italiane.<br />
Nei giorni scorsi è stata infatti resa nota la decisione dell&#8217;ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, dopo un&#8217;ispezione che ha comportato l&#8217;audizione di quaranta persone, fra studenti e genitori. <span id="more-40997"></span>«Un errore educativo», è stata definita la lezione tenuta quel giorno dall’insegnante di IRC, nominata dal vescovo e pagata dal contribuente italiano. Mentre il suo “stile” è stato giudicato «imprudente». Una constatazione che comporta un richiamo disciplinare e che soprattutto crea un precedente nel mondo scolastico italiano.<br />
Una decisione niente affatto scontata. Il Dirigente scolastico infatti sulle prime aveva tentato di difendere la docente facendo ricadere sulla studentessa la colpa di quanto avvenuto: “Poteva chiedere l&#8217;esonero dalla materia e invece ha preteso che l&#8217;insegnante di religione fosse a favore dei gay”.<br />
Grande soddisfazione per il richiamo disciplinare è stata espressa da Arcigay, che aveva seguito la vicenda stigmatizzando in particolare la frase usata dall&#8217;insegnante per difendersi: «Per non essere discriminati credo ci si debba omologare», aveva detto.<br />
Oggi gli omosessuali come si dovrebbero omologare secondo questa insegnante di religione cattolica? Diventando eterosessuali? Rimanendo silenziosi e invisibili nel loro piccolo ghetto segreto, così da non infastidire i pregiudizi dei &#8220;normali&#8221; e l’omofobia dei cattolici?</p>
<p>P.S. Ricordo che l’Insegnamento della Religione Cattolica è un prodotto del Concordato stipulato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, nel 1984. L’insegnamento è presente in tutte le scuole statali, da quelle dell’infanzia alle superiori. In Italia, secondo il Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2009-10 erano in servizio 26.326 insegnanti di religione a carico dello Stato, per un costo annuale di circa 800 milioni di euro. Questi insegnanti, selezionati dall’autorità ecclesiastica, in virtù della legge 18 luglio 2003, n. 186, sono stati assunti a tempo indeterminato nei ruoli della scuola di stato italiana. Ad essi è inoltre consentito, su semplice domanda, di “passare” ad insegnare Storia e Filosofia, permettendo così ai vescovi di nominare un nuovo insegnante di Religione Cattolica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/">UNA BATTAGLIA CULTURALE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:11:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto-300x199.jpg" alt="" title="foto" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-40972" /></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa. Il suo nome si rifà al concetto di third place formulato da Ray Oldenburg nel saggio The Great Good Place, dove l’autore, com’è noto, individuava per le nostre esistenze tre diversi “luoghi”, valorizzando i “terzi luoghi” come gli spazi della socialità, della crescita civile, della partecipazione e condivisione democratica, e differenziandoli così dal “primo luogo”, ossia la casa, l’ambiente famigliare, e dal “secondo luogo”, ossia il contesto lavorativo. La nozione di third place è stata variamente applicata a enti di diversa natura, anche commerciali − come appunto una libreria −, ma accomunati dalla capacità di offrire spazi di socialità e condivisione.<br />
<span id="more-40958"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg" alt="" title="autori_alessandro-12" width="250" height="227" class="alignright size-full wp-image-40960" /></a><br />
Quando abbiamo concepito l’idea di aprire questa libreria, siamo partiti dall’analisi di tutte le nostre debolezze e abbiamo pensato a quali potessero essere le caratteristiche da ricercare per poter, non dico risolvere, ma quantomeno tamponare queste possibili falle. Privi di una storia e privi di forza contrattuale, ci siamo detti che il modo migliore per guadagnarci un posto al sole dovesse essere quello di fare di essa un luogo in cui poter passare del tempo, in cui la scelta e l’acquisto di un libro potesse essere una pratica slow: un luogo di “libri e incontri” (questo è il sottotitolo che campeggia sulla nostra insegna), intendendo questi ultimi non tanto in riferimento alle presentazioni di autori, ma in primo luogo all’incontro tra le persone insieme ai libri.<br />
<a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/"> Il terzo luogo</a> è una libreria particolare, anzitutto sotto un profilo visivo, o se si vuole estetico. Pur cercando di seguire le regole del buon senso gestionale nella sistemazione ed esposizione dei libri, non ci siamo arresi alla funzionalità, che spesso significa omologazione e anonimato, ma ci siamo arresi solo a ciò che credevamo fosse “bello”. Una volta ci hanno simpaticamente detto che la nostra è una libreria anarchica; ma molte più volte ci è stato detto che da noi ci si sentiva bene, a casa. Forse un lampadario di vetro fucsia è meno professionale che un bel tubo di neon; forse spargere qua e là sedie imbottite in stile antico toglie spazio a quei bei cartonati con pila annessa dell’ultimo biblio-panettone in uscita a novembre; forse delle librerie di legno naturale, simili quelle che potremmo tenere nel nostro studio, o dei grandi tavoli di cartone stampati “stile Fornasetti” sono più difficili da gestire che degli efficienti ripiani modulari di ferro e fòrmica. Ma, accidenti!, sono tutte cose che lanciano messaggi di bellezza e accoglienza: e così, magari, potrà capitare anche che l’ultimo romanzo di Franzen, che sta nella nostra esattamente come in tutte le altre librerie, lo si venga a comprare proprio qui, al Terzo luogo, perché qui, banalmente, si sta bene.</p>
<p>Per fare della nostra libreria un “terzo luogo” abbiamo messo insieme tanti ingredienti. La stanza che ospita la sezione di cucina, viaggi, giardinaggio è di fatto quella che abbiamo chiamato “saletta lettura&amp;caffé”, dove ci si può fermare a leggere o a chiacchierare con gli amici, dove si può prendere un caffé o un the, o si può studiare o navigare in internet, scambiare libri nell’angolo book-crossing. La stanzetta dei bambini ha una libreria di legno fatta a casa, un lampadario a forma di balena, sgabellini e libri per i più piccoli ad altezza dei più piccoli; quando ci sono bimbi che entrano in negozio annunciando compìti: «Vado nella “mia” stanza», la cosa ci fa molto piacere! Abbiamo lasciato inoltre due pareti libere, vicino alla sezione dell’arte, musica e cinema, per ospitare mostre; già un discreto numero di artisti ha esposto da noi, come AnonymousArt, Simona Lombardi, Beppe Mecconi, Beatrice Meoni e diversi altri. Gli spazi sono certo angusti e inusuali. Gli artisti si devono in parte adattare nella scelta dei formati e delle disposizioni; ma l’effetto è sempre stato molto stimolante, l’accostamento tra libri e opere carico di significato. È in questo contesto, ad esempio, che è “germogliato” (è il caso di dirlo) il progetto Talee di Beatrice Meoni, un’idea “per librai rizomatici”, come recitava il titolo di un post pubblicato sulla stessa Nazione Indiana (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/" rel="nofollow">http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/</a>), un’iniziativa che, nata qui a Sarzana nella sua forma base, è stata poi presentata al Pisa Book Festival del 2010 ed è diventata una mostra itinerante e una performance di lettura pubblica che ha coinvolto tante librerie indipendenti in tutta Italia, con soluzioni artistiche sempre diverse (vd. <a href="http://talee-talee.blogspot.com/">il sito di Beatrice Meoni</a> )<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg" alt="" title="310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40961" /></a><br />
Infine, ovviamente, ci sono tutte le iniziative che si possono organizzare in una libreria. Il lavoro è faticoso, ma abbiamo cercato di non abbassare mai la guardia su questo punto e di proporre sempre qualcosa di nuovo, di ricordare sempre ai lettori che “esistiamo anche noi” (per una libreria di nuova apertura non è cosa scontata), di presentarci come terzo luogo portatore di un’idea culturale. Abbiamo organizzato molti incontri con autori (e ricordiamo tra gli altri Fabio Geda, Davide Longo, Marco Malvaldi, Simone Perotti, Emiliano Poddi), non solo di narrativa, ma anche di saggistica. Abbiamo inventato “L’Aperilibro”, un aperitivo in libreria con i consigli del libraio. Abbiamo organizzato piccole maratone di lettura spontanea, coinvolgendo i nostri più affezionati lettori.</p>
<p>Certo che è dura, molto dura. Abbiamo lasciato la Torino dalle cento librerie per la provincia, dove ci sarebbero state più probabilità di non essere fagocitati in poco tempo, o di non riuscire a partire mai. Sarzana è un pezzo di provincia bello e interessante; è un microcosmo che va battuto palmo a palmo e che regala scoperte. Ci sono molti lettori di qualità (non solo “lettori forti”, che possono essere anche solo dei mangia best-sellers, ma “lettori dalle scelte forti”), e diverse iniziative culturali, tra cui, com’è noto, il Festival della Mente, che probabilmente varrà a Sarzana l’ingresso nel circuito delle Città del Libro, come avrebbe annunciato Rolando Picchioni in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino. Però non siamo gli unici qui a Sarzana; e in fondo, pur potendo dire di essere decisamente riusciti a posizionarci, siamo il vaso di coccio tra una libreria che esiste da trent’anni ed una molto più giovane, ma di marchio Mondadori. Certo, siamo consapevoli che andare ad aprire una libreria in un posto che ne è sempre stato privo equivarrebbe a vendere i proverbiali frigoriferi al Polo Nord per aver intravisto le meravigliose opportunità di un mercato privo di concorrenza.</p>
<p>Anche detto questo, tuttavia, la posizione da vaso di coccio ancora rimane. E poi Sarzana è un piazza commerciale del tutto discontinua. Ci sono picchi rappresentati non solo dal Natale, ma anche dai giorni del Festival della Mente; ci sono momenti molto buoni, in cui Sarzana riceve continui flussi dalle vicine località della Liguria e della Toscana, come la stagione estiva e il periodo della Soffitta in Strada in particolare (noi stiamo in una delle vie degli antiquari e per l’intera la stagione chiudiamo tutti i giorni a mezzanotte). Ma ci sono anche momenti (ottobre-novembre e febbraio-marzo) in cui verrebbe quasi voglia di chiudere, se non fosse che tutto sembra sospeso, tranne l’affitto!</p>
<p>«Momenti belli tosti», ci chiede Francesco Forlani. Di momenti belli tosti ce ne sono continuamente e non dimentichiamoci che, per di più, siamo in un momento di totale depressione dei consumi, che i libri in Italia continuano a rimanere sconsideratamente cari (ma non ne si potrebbe calmierare i prezzi come beni di prima necessità?) e che in fondo, per quanto sia giusto − soprattutto per giovani librai come noi − continuare a ingegnarsi per migliorare la redditività della libreria e aumentarne i clienti, dobbiamo essere anche abbastanza consapevoli del fatto che questo è il momento della resistenza-resistenza-resistenza e che cavare il sangue dalle rape, o in altre parole, aspettarsi tanto dai clienti quando noi stessi abbiamo abbattuto tutti i nostri consumi, sarebbe un pensiero ingenuo.</p>
<p><em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
<p>È difficile entrare in una libreria da semplice lettore adesso che ne abbiamo una, e certo le cose che si osservano sono molte e sono diverse da quelle che cercavamo tempo fa! Il primo particolare a cui guardiamo sono le vetrine; anzi, devo dire che spesso è la cosa su cui capita di soffermarsi di più. Le vetrine non possono raccogliere che una piccola parte dei libri esposti con evidenza all’interno; esse, quindi, hanno per la libreria la stessa funzione che un abstract ha per un articolo scientifico. M’interessa? Non m’interessa? Guardo la vetrina ed è lì che lo stabilisco. Una disposizione dei libri e un layout generale privo di qualunque guizzo di fantasia mi avverte di un possibile grigiore mentale del libraio. I ripiani foderati da moquettina beige, ispessita da uno strato di polvere trentennale mi preparerà alla scena di un negozio angusto, costituito al settanta percento da un magazzino inaccessibile, dove solo un libraio-Caronte, trincerato dietro al suo banco di legno, saprà trovare a memoria il libro che gli sto chiedendo. Una vetrina baluginante di luce e inutilmente spaziosa, dove, a discapito della possibilità di esporre molti titoli si preferisce ripeterne uno o due come un mantra consumistico (è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo… ecc. ecc.), mi aprirà al meraviglioso mondo del Pensiero Unico; facendo lo slalom tra pile di novità e cartonati (attenzione al riflesso del neon sul pavimento lucido), si raggiungerà il banco unicamente per dire al ragazzotto che ci sta dietro (o al computer con annesso ragazzotto): «Senta, volevo solo avvisarla che Pensiero debole di Vattimo non sta nella psicologia e Hitler di Giuseppe Genna non sta nella storia»; il tizio ci risponderà: «Ah, io non lo so questo, però può avvertire gli addetti dei reparti». Noi dagli addetti non ci andremo, ma usciremo comunque dalla libreria soddisfatti della nostra piccola opera di disturbo no-global. Poi ci sono le librerie indipendenti che scimmiottano queste ultime e questo fatto, ancora una volta, lo vedi dalla vetrine. E lì ti viene un po’ di tristezza, ti viene voglia di entrare e di dire al libraio: «Ma tu sei consapevole che per Loro non sei importante, che la tua è una bottega? Lo sai che tu, lo sconto del 25% sul nuovo romanzo di Murakami non lo potrai fare mai e poi mai a meno di non volerlo cedere gratis ai tuoi clienti?».<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374-300x214.jpg" alt="" title="img_5374" width="300" height="214" class="alignright size-medium wp-image-40962" /></a><br />
Infine ci sono librerie con vetrine che non sono nulla di quello che ho descritto sino ad ora. Con vetrine che ci fanno dire «Sì, m’interessa». E a quel punto capita di prendere su il taccuino per segnarci titoli particolari che ci siamo persi: se li ha scelti questo libraio, che sembra proprio in gamba, dobbiamo ordinarli anche noi. Ultimamente c’è un’altra cosa che attira la nostra attenzione. Gli sconti. O meglio, il modo in cui le librerie di catena abbiano cercato di aggirare subito le maglie (non troppo strette) della Legge Levi sul prezzo del libro, entrata in vigore, com’è noto, a settembre.</p>
<p> I libri possono essere scontati al massimo del 15%: e allora giù vetrine e ripiani interi di titoli, tutti, ma proprio tutti scontati del 15%! La prima volta che abbiamo visto una cosa così (era una Feltrinelli) devo dire che è stato un pugno nello stomaco. Nessuno noi potrebbe riuscire a fare una cosa del genere, a meno di non richiedere allo Stato sussidi per librai filantropi e di non cercarci un secondo lavoro notturno. E poi ci sono le campagne (25% per un mese al massimo per singole collane o edizioni) e teoricamente a queste dovrebbero poter aderire tutti, belli e brutti. E invece abbiamo ben visto come il 19 ottobre di quest’anno, all’uscita del romanzo Il silenzio dell’onda di Carofiglio, a poco tempo dall’entrata in vigore della Legge Levi, l’editore Rizzoli abbia prontamente trovato il modo di “gabbare lo santo”, non solo applicando un ribasso del 25% a un unico titolo di nuova pubblicazione (questa non è una campagna!), ma evitando di ritoccare lo sconto ai librai, cosa che ha permesso solo alle catene, che hanno ben di più di uno scarso 30% di ricarico, di poter partecipare a una festa da cui molti sono stati esclusi a loro insaputa, dato che il tutto è apparso chiaro solo con l’uscita del libro. Adesso, proteste o non proteste (vedi ad esempio la lettera a Carofiglio dell’Alsi, l’Associazione dei librai indipendenti sardi), la cosa si è ripetuta con 1Q84 di Murakami.</p>
<p>E ai lettori, noi, cosa dovremmo dire? Ben poco. Però, potremmo buttargli lì un concetto: non solo c’è 1Q84 che loro possono acquistare a 15 invece che a 20 euro, ma ci sono un sacco di altri libri, che vengono fatti uscire senza particolari strategie di lancio e che vengono messi a 18, 20, 22 euro quando potrebbero costarne (come prezzo di copertina intendo!) 12, 13 o 15; e sarebbe già tanto. E poi potremmo dirgli anche un’altra cosa. Che noi (e tanti come noi), quando facciamo le vetrine, quando scegliamo i titoli uno a uno, senza agenti o automatismi vari, non pensiamo a quello che “va sul mercato”, ma a quello che piace ai lettori che ci frequentano. Abbiamo venduto molte ma molte più copie della Rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka che di Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Ecco: da noi si trovano meno sconti, ma più rispetto. Questo è il nostro 15% su tutti i titoli. E non sono cose da ignorare.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg" alt="" title="img_5451-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40963" /></a><br />
<em>Come definiresti una libreria indipendente?</em></p>
<p>È una domanda più complessa di quanto si può pensare. La prima risposta, quella che mi verrebbe di getto, sarebbe di dire: libreria indipendente non vuol dire niente, è un termine che mi sta antipatico, è un termine abusato. Noi siamo una libreria “normale”, questo vorrei dire. Facciamo parte dei normali. Poi ci sono gli editori che fanno anche i distributori e i librai, come Mondadori, Giunti o Feltrinelli; quelli che fanno i grossisti e i librai, come Fastbook-Ubik, o quelli che non paghi di supermercati e ipermercati aprono anche librerie, come la Coop. Non si tratta solo di essere una catena o un franchising. Si tratta di concentrazioni di potere. E, questo, mentre tutti quegli altri, i librai normali, lavorano in maniera normale e hanno normali rapporti con case editrici e distributori o grossisti; e se per caso si mettono a fare anche gli editori o a vendere i propri libri on-line lo fanno spesso a costo di fatiche raddoppiate. Di certo tra questi normali ve ne sono di più o meno indipendenti. Indipendente è una parola, ma le situazioni sono tante. E se questa parola dobbiamo usarla solo per definire in generale le librerie non di catena, tanto vale dire semplicemente che, appunto, “non sono di catena”; tanto più che molte di esse sono in realtà alquanto “dipendenti”, se si guarda la faccenda dal punto di vista dei conti da far quadrare a fine mese!</p>
<p>Se le librerie indipendenti fossero solamente quelle “non di catena” sarebbe inutile impostarci sopra un qualunque discorso culturale. Se un libraio sceglie i titoli solo badando a novità e classifiche, se lascia carta bianca agli agenti, se si stipa il negozio di paccottiglie commerciali solo per il fatto che gli vengono proposte con un quaranta per cento di sconto, si può dire che egli sia un “libraio indipendente”?</p>
<p>Possiamo dispiacerci molto se per caso è costretto a chiudere, ma non fare grandi battaglie perché questo non avvenga. Direi allora che l’unica maniera di farmi piacere l’uso della parola “indipendente” è di dire che “indipendente” è la libreria che risponde non solo a una logica commerciale (che pure deve essere presente), ma anche a una propria idea culturale, di cui vuole farsi portatrice sul territorio, tra i suoi lettori e anche nei confronti degli editori ed autori. Una libreria di questo genere non può ovviamente essere indipendente nel senso proprio della parola;  l’indipendenza indica una libertà nei confronti dell’esterno e noi non siamo botteghe artigiane, ma anelli (più deboli di altri) di una catena. Può però essere “autonoma”: l’autonomia è la capacità di seguire “il proprio nomos”, le proprie leggi, senza disegnare la propria identità su logiche acquisite dall’esterno, importate acriticamente. Una libreria di questo genere rappresenta non solo lo sbocco finale di un ciclo di produzione, ma anche il “filtro” finale di quella produzione: un filtro che può lasciar passare con abbondanza alcune cose e bloccarne altre. In un mondo utopico in cui esistesse solo questo genere di librerie, gli effetti di ritorno che questo stato di cose potrebbe avere sull’editoria si farebbero sentire, eccome. Sembra che oggi gli editori (e, ovviamente, mi riferisco soprattutto ai più grandi) abbiamo perso la capacità perseguire un progetto culturale che ne conformi l’identità e che sia in grado di avere una qualche influenza sulla società. L’impressione è che sparino nel mucchio, sapendo che quel colpo che andrà a bersaglio dovrà ripagare le tante pallottole sprecate per mancanza di mira. I libri in uscita ogni anno sono infiniti; pochi se ne salvano e quasi tutti scadono con la velocità di uno yogurt; quasi tutti costano di più di quel che dovrebbero. I librai, dal canto loro, sono parte di questo flusso, sono costretti a cicli di rotazione altissimi e a un aggiornamento continuo che fa di essi persone non più colte e informate, ma forse solo un po’ più stressate. In un mondo ideale, o se vogliamo in un’Italia ideale, in cui i librai fossero tutti autonomi e non avessero alcun Leviatano che gli fiata sulle spalle, questa produzione saturata e saturante di libri verrebbe rimbalzata al mittente, che si troverebbe costretto a cambiare sua rotta, a rallentare la catena di montaggio per ricercare la qualità; anzi, anche solo per fare ricerca, una cosa che dovrebbe essere vitale per un editore e appare invece un orpello fuori moda.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em></p>
<p>L’unica che conosciamo direttamente è l’ALI, l’associazione di categoria ufficiale dei librai indipendenti, ma sappiamo che in Italia sono nate alcune esperienze associative che generalmente mettono assieme librai indipendenti con piccoli-medi editori di proposta e che partono dai primi, come LiberiLibrai o l’Associazione dei Librai Sardi, oppure dai secondi, come il gruppo dei Mulini a Vento. Un po’ di tempo fa era nato a Torino il progetto SlowBook, di cui invito a leggere il <a href="http://www.slowbook.org/il%20progetto%20slow%20book.pdf">programma</a> , che mi pare molto interessante, anche se sinceramente non so che seguito abbia al momento attuale. Non so in quale misura organizzazioni di questo genere possano essere di supporto ai librai indipendenti. Rappresentano tutte occasioni per uno scambio di idee e informazioni, o per creare momenti di sensibilizzazione; ma poi, ognuno torna nella sua libreria e continua a lottare come prima con la concorrenza sleale degli sconti, gli affitti troppo alti, le condizioni dei distributori. Qualunque nuova iniziativa di questo genere non deve cercare semplicemente di “fare rete” tra le librerie indipendenti, ma deve tentare coinvolgere librai, editori, autori e lettori per inventare qualcosa di nuovo. Il commercio equo-solidale, i gruppi d’acquisto, i prodotti a chilometro-zero: e se queste esperienze, rivedute e corrette, potessero finire anche nel mondo dei libri e delle librerie indipendenti?</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em></p>
<p>Da quello che ho raccontato sino ad ora penso sia emerso abbastanza chiaramente come abbiamo inteso e continuato a intendere la nostra libreria, Il terzo luogo. Se dovessi aggiungere qualcosa su “cosa mi  piacerebbe che fosse” direi semplicemente questo. Vorrei che fosse il lavoro di una vita. Vorrei che mio marito Alessandro, che è il titolare, potesse scrivere sulla sua carta d’identità “libraio”. E che al Terzo luogo ci festeggiasse la pensione. Siamo una libreria TQ. Siamo librai parte di una generazione saltata, di una generazione annichilita dal termine; una generazione che, forse, ha meno competenze di quelle che avrebbe sviluppato se gliene fosse stata data la possibilità a tempo debito, ma che ha un patrimonio di umanità e conoscenza che non può essere continuamente umiliato, e deve essere tenuto in vita, pena l’estinzione del futuro. Per questo non chiediamo altro che di poter continuare quello che stiamo facendo.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em></p>
<p>E a te di fare lo scrittore? Adottiamoci!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40958" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Recensimenti letterari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[censimento 2011]]></category>
		<category><![CDATA[deadline for s mainstream]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[marchette]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg" alt="" title="rece" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-40830" /></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un <em>sistema</em> che violenta con la sua durata-durezza, <em>sistematicamente</em>, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, <em>sistematicamente</em>, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L&#8217;Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente <em>chaque pièce</em> del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie  Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/">l&#8217;ottima riflessione di Sergio Garufi </a>) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un&#8217;opera e sulla visionarietà del suo autore?<br />
<span id="more-40829"></span><br />
Magari dividendolo in due parti. Una, diremo noi delle notizie sull&#8217;autore, tipo:</p>
<p><em>8.1 Ha difficoltà nel vedere?<br />
No, nessuna difficoltà, tranne quando mi dicono che vedere le cose come stanno non piace al mercato e ai lettori ( che i lettori si sa passano il tempo al mercato non avendo un cazzo d&#8217;altro da fare)<br />
8.2 Ha difficoltà nel sentire?<br />
No, nessuna difficoltà, se si intende sentire sentire, perché sentire ascoltare, meglio non prestare ascolto al mondo che come lei sa mi distrae dalla creazione della mia opera maggiore.<br />
8.3 Ha difficoltà nel camminare o nel salire/scendere le scale?<br />
No, nessuna difficoltà ma lei ben conosce la lezione del narratore tipo, secondo cui bisogna inchiodare il culo alla sedia e farsi dire dagli altri quello che accade lì fuori per raccontarlo insieme al crucifige e così sia.<br />
8.4 Ha difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi?<br />
No, nessuna difficoltà ma poi si sa no, che il romanzo è l&#8217;arte dell&#8217;oblio, e la letteratura un&#8217;arte di distrazione di massa</em></p>
<p>L&#8217;altra sull&#8217;opera, trattandola come una cosa-casa in sé. </p>
<p><em>3.3 L&#8217;acqua calda è prodotta esclusivamente dallo stesso impianto che è utilizzato per il<br />
riscaldamento dell&#8217;abitazione?<br />
No<br />
3.4 Qual è il combustibile o l&#8217;energia usata per riscaldare l&#8217;acqua?<br />
- Energia elettrica<br />
3.5 Di quanti impianti doccia e/o vasche da bagno dispone l&#8217;abitazione?<br />
1<br />
3.6 Quanti sono i gabinetti presenti nell&#8217;abitazione?</em></p>
<p>E finalmente sapere quanti cessi ci sono in casa di Moccia o della Mazzantini. Se Faletti usa PC o MAC, se l&#8217;avanguardia letteraria romana ha la vasca in casa mentre sappiamo che quella del Nord Est è piuttosto doccia. Scoprire che tipo di energia i letterati guru della sinistra adoperano per scrivere opere dai titoli visionari (era dai tempi dei geniali titoli di Peter Sloterdijk, dai famosi <em>Saggi di intossicazione volontaria</em>, che non si leggevano cose tipo: <em>La sinistra? si, ma  a sinistra di che? o Bisogna fare in fretta. Sì ma cosa?</em>)<br />
In fondo le case sono il linguaggio dell&#8217;essere. La frase faceva più o meno così, no?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lettere a chiunque : Paolo Musio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/18/lettere-a-chiunque-paolo-musio/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 07:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Castello Pasquini di Castiglioncello]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Morganti]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Musìo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La lettera di Paolo Musio che segue è in risposta alla <em>lettera aperta </em>di Claudio Morganti che lancia<a href="http://www.teatroecritica.net/2011/09/lettera-aperta-agli-artisti-della-scena-di-claudio-morganti/"> un appuntamento di profonda urgenza culturale,</a> <strong>il 20 novembre 2011 al Castello Pasquini di Castiglioncello</strong>, per tutti gli artisti che vogliano iniziare una riflessione sulla loro ricerca attuale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/18/lettere-a-chiunque-paolo-musio/">Lettere a chiunque : Paolo Musio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lettera di Paolo Musio che segue è in risposta alla <em>lettera aperta </em>di Claudio Morganti che lancia<a href="http://www.teatroecritica.net/2011/09/lettera-aperta-agli-artisti-della-scena-di-claudio-morganti/"> un appuntamento di profonda urgenza culturale,</a> <strong>il 20 novembre 2011 al Castello Pasquini di Castiglioncello</strong>, per tutti gli artisti che vogliano iniziare una riflessione sulla loro ricerca attuale. <strong>effeffe</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Teatro-della-Concordia-Francobollo-copy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40780" title="Teatro-della-Concordia-Francobollo copy" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Teatro-della-Concordia-Francobollo-copy-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a></p>
<p><strong>Stato della ricerca</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Musìo</strong></p>
<p>Sono attore e scrivo testi e adattamenti. Sono impegnato da qualche tempo in un piano di smantellamento, di semplificazione e approfondimento a beneficio della comunicazione.<br />
Cerco di smantellare tutto ciò che mi sembra accessorio, fatto solo per essere gradito, riconosciuto. Citazioni, mascheramenti, tecnologia. Ho bisogno di uno spazio vuoto da togliere il fiato. Da non saper più cosa fare, dove girarmi. Cosa dire.<br />
Semplificare è necessario quando c&#8217;è urgenza e in un certo senso pericolo.<br />
Approfondire è necessario a fare in modo che solo ciò cui si è concesso tempo e un po&#8217; di cura abbia qualche possibilità di fiorire.<br />
<span id="more-40776"></span><br />
Come attore cerco di aprire la via all&#8217;energia del corpo per conquistare spazi di libertà.<br />
Nella scrittura mi occupo della dimensione ritmica, fisica delle parole, perché il più possibile scrittura e pronuncia pubblica del testo siano una azione sola, e diano atto del massimo di intimità in cui le parole sono nate e del massimo di pubblicità in cui si consumano. A volte combatto per piegare la letteratura ai miei scopi, spesso perdo, ma su questo fronte devo ancora sbagliare un bel po&#8217;. Costruisco testi macchina che tendono a stritolare colui o coloro che li abitano. Questo conflitto mi interessa, come lotta di chi intraprende un&#8217;azione e deve fare fronte, in pubblico, alle conseguenze che ne derivano, a ripetuti, continui fallimenti. Mi sembra che significhi bene l&#8217;avventura umana. Mi piacerebbe portare sempre più nel mio lavoro, una autentica dimensione contemplativa, non fatta di atmosfere più o meno evocative, in cui chiunque possa partecipare emotivamente al conflitto ma al tempo stesso osservarlo a distanza.<br />
Ho la necessità di concentrare la mia attenzione sul fluire del tempo, di ascoltare e interrogare il silenzio. Individuare ciò che senza riuscirci cerca di opporre resistenza al continuo mutamento, avere sempre presente questa doppia dimensione di costruzione e distruzione.</p>
<p>Nel lavoro mi trovo sempre più spesso ad osservare la vita dal punto di vista del morto, o nel dialogo con il morto. Cerco di non perdere mai di vista questo sfondo davanti al quale ogni azione umana si svolge. In quella condizione trovo qualcosa di profondamente connesso a quella che per me è l&#8217;essenza del teatro. Un luogo in cui la memoria divora il presente, ed il presente crea nuova memoria, un luogo in cui può bruciare la vita più intensa nel conflitto con la sua negazione. In questa ricerca, pur da solo, sono in ottima compagnia, tra i morti e qualche vivo col quale di tanto in tanto mi capita di parlare di questo. Solo da tali premesse posso e voglio poi occuparmi di contenuti, di vero e di falso, di storie e di Storia, di forma e di stile, di letteratura, di cronaca, di moda e anche di chiacchiere.</p>
<p>Ho l&#8217;esigenza di condividere con altri artisti e soprattutto con il pubblico questo percorso così spinto nell&#8217;ambito individuale. La ricerca di compagni di viaggio è uno dei punti centrali. So che questo lavoro ha senso solo in una prospettiva politica, solo come azione politica. Più precisamente come tecnica di creazione di libertà condivisibili.<br />
Ho tempo, è chiaro che queste riflessioni vengono in mente a uno che ha tempo. Sempre più gente attorno a me ha tempo e mille preoccupazioni, come me. A volte penso che il destino della mia generazione sia stato quello di avere così tanto tempo per sé, fuori da schemi di potere, da dover trasformare questa specie di condanna in una opportunità. Non so se ci stiamo riuscendo. La vita è così breve e l&#8217;arte è tanto grande.<br />
Mi dispiace vedere troppo spesso che gli artisti non si sentono contro il potere, ma lo cercano, un po&#8217; come i suicidi cercano la morte. Credo che sia necessario lottare oggi per fornire a noi stessi ed a chi partecipa al nostro lavoro sempre più efficienti strumenti interpretativi della realtà, lottare per educare le nuove generazioni al libero pensiero, all&#8217;elaborazione delle informazioni, ed anche alla ribellione nelle più varie forme. Vivendo assolutamente privo di speranza sento che ancora nell&#8217;arte è contenuta una possibile azione, qualcosa di buono.</p>
<p><em>Vivo a Torino, ho 48 anni, tre figli. Sto per aprire un piccolissimo spazio a Porta Palazzo. I progetti in cui sono attualmente impegnato sono: Eremos, dai testi di Carlo Michelstaedter, con la regia di Theodoros Terzopoulos, Fatzer di Brecht, regia di Fabrizio Arcuri, Operette Morali di Leopardi, regia di Mario Martone e Voce, performance da un mio testo.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/18/lettere-a-chiunque-paolo-musio/">Lettere a chiunque : Paolo Musio</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 14:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Per conoscere un paese a fondo bisogna passare non giorni, mesi, ma anni nelle sue cucine, immergere la lingua nei suoi piatti, consumare le suole nei mercati rionali e condividere, con i quartieri, i generi elementari della vita, esposti come gioielli sulle bancarelle.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/lindivia-degli-scrittori-note-sul-nuovo-supplemento-letterario-del-corriere/">L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/434px-Witlof_en_wortel-copy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40745" title="434px-Witlof_en_wortel copy" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/434px-Witlof_en_wortel-copy-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a></p>
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<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Per conoscere un paese a fondo bisogna passare non giorni, mesi, ma anni nelle sue cucine, immergere la lingua nei suoi piatti, consumare le suole nei mercati rionali e condividere, con i quartieri, i generi elementari della vita, esposti come gioielli sulle bancarelle. Succede addirittura che si scoprano parole e sapori che non si conoscevano, ma solo per ammanco di cultura culinaria familiare, e così fu per me la scoperta del Poireau e dell&#8217;Endive. Ah l&#8217;indivia, Chicon, la chiamano in Belgio, e da una sua derivata vien fuori la scarola -ah la pizza di scarole!! &#8211; e la cicoria da caffé. Il caffé di cicoria è un surrogato del vero caffé, che magari può piacere, per carità, ma resta pur sempre un surrogato. Pare che lo abbia &#8220;prescritto&#8221; Napoleone per far resistere i francesi all&#8217;embargo subito tra il 1806 e il 1813. Per i nostri genitori era sinonimo di guerra, ovvero di mancanza di derrate alimentari. Diciamo che per i più il caffé di cicoria è una ciofeca. Ora, e qui arrivo al punto, se leggo un articolo- ciofeca di un noto scrittore perché generalmente leggo e passo? Perché, seppure tentato di dire, ehi <em>&#8220;chicons&#8221;</em> ma questa non è critica tutt&#8217;al più surrogato di critica, argomentando, mostrando, obbligandomi perfino ad assaporare quella brodazza, salvo poi regalarmi un abbonamento al caffè Mexico di Piazza Garibaldi, mi viene la wallera al pensiero, certezza che immediatamente dopo mi si risponderà che è tutta indivia, pardon invidia, la mia. Mo però, basta.<br />
<span id="more-40742"></span><br />
Per chi si fosse trovato fra le mani l&#8217;inserto del Corriere la Lettura avrà certamente letto due articoli che pur dandosi dignità, nell&#8217;impaginazione e presentazione, di certe imprescindibili confezioni dai nomi esotici e brillanti, Arpeggio, Livanto, Volluto, Indriya, Rosabaya, Dulsão, Fortissio Lungo, Vivalto (il tipo che si è inventato i nomi delle spaziali capsule della Nespresso è un genio!) dalle prime battute presentavano le note dolenti di una disfatta assoluta del palato.<br />
Tralascio l&#8217;orribile articolo <em>Abusi letterari sull&#8217;infanzia</em> di Alessandro Piperno, articolo da proibire ai minori di 21 anni per il sequel di banalità ivi contenute e mi dedicherò a quello di Francesco Piccolo, <a href=" http://lettura.corriere.it/news/se-l’autore-militante-scrive-invettive-invece-di-buoni-romanzi/">se l&#8217;autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi. </a><br />
In sintesi,ovvero in mono dose, lo scrittore Francesco Piccolo raccomanda agli scrittori di non dedicare le proprie energie ad altro che ai propri romanzi ( ci parla dell&#8217;impegno politico, ma avrebbe potuto anche dire il disimpegno che pure richiede molte energie, per non parlare dello sport o del sesso, o delle publics relations) perché il rischio è quello di non scrivere libri di qualità.<br />
Bene. La tesi, debole, non aggiunge nulla a quanto già sappiamo e soprattutto non mi sembra mettere in discussione la sua tesi contraria secondo cui non è la quantità di tempo che si dedica a un&#8217;opera ma più sicuramente la qualità di quel tempo, come il compagno di scuderia Antonio Sparzani ha proprio da queste <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/ma-di-quale-relativita-parliamo/">pagine, relativamente, in passato mostrato.</a><br />
Il ragionamento dello scrittore Francesco Piccolo, fa acqua da tutte le parti, il che per un caffé, di cicoria o caffé che si dica, non è proprio il massimo. Tralascio il subdolo attacco a Scurati che apre l&#8217;articolo e mi soffermo sulla prima tesi dell&#8217;infinitamente piccolo, scrittore.</p>
<p>Leggiamo, infatti.<br />
<em>Ci sembra di essere bravi se scriviamo editoriali sarcastici contro i politici del momento, se firmiamo appelli in favore della Costituzione, se accorriamo al Teatro Valle occupato. Sia chiaro: nulla da dire su chi sente la necessità di andare in strada a protestare. Anche se tra coloro che poi devono ragionare sui giornali, mettere un po’ di distanza tra sé e i fatti, sarebbe più sensato. (&#8230;)il problema più serio è che, scendendo in piazza, formulando invettive sarcastiche, firmando innumerevoli appelli civili ed etici, noi scrittori veniamo considerati (e ci consideriamo), per questo, degli scrittori di maggior valore.<br />
</em></p>
<p>Di chi parla? A chi, mi sembra chiaro che si stia rivolgendo agli scrittori per esempio del TQ, impegnati da qualche mese in certe sacrosante lotte, da quella sull&#8217;editoria, ai tagli alle biblioteche, dal Teatro Valle occupato agli spazi pubblici. Quello che sinceramente faccio fatica a immaginare è un Lagioia o un Raimo, un Cortellessa o un Inglese, convinto che l&#8217;azione politica migliorerà la propria produzione letteraria o poetica. Apprendiamo altresì che gli scrittori siano coloro che devono &#8220;ragionare sui giornali&#8221;, in una visione della letteratura, da ragioneria delle parole che di certo farebbe rabbrividire molti romanzieri. Io, per esempio, Milan Kundera non l&#8217;ho mai visto ragionare su un giornale.</p>
<p>L&#8217;affondo però, nel significato Titanico di inabissamento è quando dice agli scrittori:</p>
<p><em>L’unico compito che hanno gli scrittori è quello di scrivere, o almeno cercare di scrivere, dei libri che prima loro stessi e poi gli altri giudichino — cercando di dirlo nel modo più elementare e ingenuo possibile — belli. </em></p>
<p>Ripeto, belli. Non necessari, imprescindibili, fondamentali, insomma narrazioni che abbiano un senso, la capacità di costruire mondi, di rivoluzionare linguaggi, di creare una propria &#8220;assoluta&#8221; verità. Che il Piccolo non abbia alcuna nozione dell&#8217;arte del romanzo, questo lo sapevo già, ma che non avesse in tutti questi anni nemmeno per un attimo immaginato che &#8220;la bellezza&#8221; in un&#8217;opera è l&#8217;effetto e non la causa di una costruzione di una storia, questo francamente non me lo aspettavo proprio.</p>
<p>Quando poi ho letto sul finale l&#8217;argomento chiave di questa argutissima e imprescindibile riflessione, mi sono detto ecco, a questo punto chiunque si renderà conto dell&#8217;attitudine truffaldina e un po&#8217; furbetta del nostro. O no?</p>
<p><em>Valga un esempio per tutti, di uno scrittore che ho molto amato quando ero ragazzo: Antonio Tabucchi. Sono molti anni che non scrive libri significativi come i suoi primi, e sono proprio gli anni in cui la militanza civile ha preso il sopravvento.</em></p>
<p>La tesi secondo cui militanza civile e mediocrità letteraria vadano di pari passo viene qui enunciata. Poiché ho molto amato di Tabucchi, oltre ai primi libri anche uno degli ultimi, ovvero <em>il tempo invecchia in fretta</em> di due anni fa,sono andato su wikipedia e ho copiato la bibliografia del nostro riproducendola qui e mettendo in grassetto tutti i titoli scritti a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi tra l&#8217;ottobre del &#8217;93 e il gennaio del &#8217;94 coincisa, secondo il Piccolo con l&#8217; &#8220;<em>engagement politique</em>&#8221; del nostro.<br />
<strong>Opere</strong></p>
<p>Piazza d&#8217;Italia (prima edizione, Bompiani, 1975 &#8211; Feltrinelli, 1993)<br />
Il piccolo naviglio (Mondadori, 1978)<br />
Il gioco del rovescio e altri racconti (prima edizione, Il Saggiatore, 1981 &#8211; Feltrinelli, 1988)<br />
Donna di Porto Pim (Sellerio, 1983)<br />
Notturno indiano (Sellerio, 1984)<br />
Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli, 1985)<br />
Il filo dell&#8217;orizzonte (Feltrinelli, 1986)<br />
I volatili del Beato Angelico (Sellerio, 1987)<br />
Pessoana mínima (Imprensa Nacional, Lisbona, 1987)<br />
I dialoghi mancati (Feltrinelli, 1988)<br />
Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990)<br />
L&#8217;angelo nero (Feltrinelli, 1991)<br />
Sogni di sogni (Sellerio, 1992)<br />
Requiem (Feltrinelli, 1992)<br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/3OlQ762Qh-A" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Sellerio, 1994)<br />
Sostiene Pereira. Una testimonianza (Feltrinelli, 1994)<br />
Dove va il romanzo (Omicron, 1995)<br />
Carlos Gumpert, Conversaciones con Antonio Tabucchi (Editorial Anagrama, Barcelona, 1995)<br />
La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli, 1997)<br />
Marconi, se ben mi ricordo (Edizioni Eri, 1997)<br />
L&#8217;Automobile, la Nostalgie et l&#8217;Infini (Seuil, Parigi, 1998)<br />
La gastrite di Platone (Sellerio, 1998)<br />
Gli Zingari e il Rinascimento (Feltrinelli, 1999)<br />
Ena poukamiso gemato likedes (Una camicia piena di macchie. Conversazioni di A.T. con Anteos Chrysostomidis, Agra, Atene, 1999)<br />
Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (Feltrinelli, 2001)<br />
Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (Feltrinelli, 2003)<br />
Brescia piazza della Loggia 28 maggio 1974-2004 (D&#8217;Elia Gianni; Tabucchi Antonio; Zorio Gilberto, Associazione Ediz. L&#8217;Obliquo, 2004)<br />
Tristano muore. Una vita (Feltrinelli, 2004)<br />
Racconti (Feltrinelli, 2005)<br />
L&#8217;oca al passo (Feltrinelli, 2006)<br />
Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009)<br />
Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010)<br />
Racconti con figure (Sellerio, 2011)</strong></p>
<p>A ben vedere e restando al paradigma introdoto dal Piccolo, ci rendiamo conto di come la militanza letteraria di Tabucchi abbia generato capolavori come &#8220;Sostiene Pereira&#8221; o come leggiamo in wikipedia, <em> Si sta facendo sempre più tardi, un romanzo epistolare. Diciassette lettere che celebrano il trionfo della parola, che come «messaggi nella bottiglia», non hanno destinatario, sono missive che l&#8217;autore ha indirizzato «a un fermo posta sconosciuto». Per questo libro gli viene attribuito nel 2002 il premio France Culture </em><br />
Se restassimo dunque al paradigma del Piccolo, il che equivarrebbe a dire che il caffé di cicoria è molto più gustoso di un caffé servito <em>dal professore</em>, in Piazza Trieste e Trento, ci verrebbe da suggerire agli scrittori di mollare i corsi di scrittura creativa, annullare la propria iscrizione alla Holden o chi per essa e recarsi nel primo mercatino delle pulci a portata di mano per acquistare un Eskimo con cui lanciarsi nelle piazze  edittatoriali d&#8217;Italia. Ma così non è, quel paradigma è un insulto alla intelligenza e alla sensibilità di chiunque, converrete no? Allora, tanto meglio andare al mercato, quello sì, per esempio Porta Palazzo a Torino e scegliere le più bianche indivie che vi capitino a tiro perché l&#8217;ingrediente vale. Ah l&#8217;indivia, l&#8217;indivia.</p>
<p><strong>Per una storia dell&#8217;Indivia.</strong></p>
<p><em>La légende veut que ce légume fut « inventé » vers 1830 dans la vallée Josaphat à Schaerbeek. On l’attribue parfois à un paysan qui aurait voulu dissimuler sa récolte dans une cave obscure, durant la période troublée au cours de laquelle la Belgique a conquis son indépendance. Ce fut en tous cas le jardinier en chef du jardin botanique de Bruxelles, Franciscus Bresiers, qui en systématisa le forçage en cultivant la racine de chicorée l’hiver, à l’abri de la lumière et du gel. Des feuilles blanches se développent alors, qui justifient son nom flamand de witloof (feuille blanche). Ce légume d’hiver connut un succès rapide en Belgique sous le nom de chicon (mot dérivé de cichorium), succès qui contamina les pays voisins surtout après la Seconde Guerre mondiale.</em></p>
<p><strong>Post scriptum di uno scrittore pre-postumo</strong></p>
<p>A proposito di invidia e letteratura. Un amico mi raccontò un aneddoto. A Piedimonte Matese c&#8217;era un tipo denominato barone. Non per i natali nobili ma per la dedizione al vino rosso, autrement dit, barolo che non si faceva mai mancare. Così un giorno, attraversando la piazza si sentì da un tavolo: <em>Barò ssì daltonico</em>! Al che lui rispose: <em>ssì bello tu!</em> Ecco questo aneddoto mi serve a spiegare una cosetta che un po&#8217; mi sta sui coglioni. Quando sollecitato da scrittori come Franco Arminio a pubblicare cose sue su nazione Indiana o addirittura a scrivere di esse, rispondo che secondo me quelle cose non valgono e che preferisco occuparmi di altri autori, mi si risponde che non lo faccio perché sono invidioso. Io non invidio nessuno né annovero tra le mie ambizioni quella di essere invidiato. Al contrario di Arminio e di altri vivo con grande gioia l&#8217;altrui successo quando è meritato e se posso spero di contribuire a quello con il poco che ho a disposizione, così come ho fatto con le mie riviste e in luoghi come NI. Ecco.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/lindivia-degli-scrittori-note-sul-nuovo-supplemento-letterario-del-corriere/">L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fare lobby</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche dedalus-pordenonelegge]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche pordenonelegge-Dedalus]]></category>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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		<category><![CDATA[valter binaghi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg" alt="" title="labirinto chartres" width="186" height="189" class="alignleft size-full wp-image-40738" /></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori campeggiano solitari col loro, in fondo, magro bottino di sei voti.<br />
Questi scrittori li conosco tutti, personalmente. Sono amici miei. Alcuni carissimi amici. Due di questi sono redattori di Nazione Indiana. Ci sono tutti i presupposti dietrologici per parlare di inciucio, mafietta, camarilla, etc. etc.<br />
Ci sto pensando da alcuni giorni.<br />
Sorvolo su De Michele (lo voto perché voglio tenermi buono il gruppo di Carmilla?), o sull’accoppiata Mozzi-Binaghi (sono nel profondo un ateo devoto?) e cerco di entrare nel cuore del discorso.<br />
Il romanzo di Giacomo, per dire, so per certo che non è stato apprezzato da uno degli organizzatori del premio (non stiamo qui ora a fare gossip, è il ragionamento che mi interessa), lo ha trovato, anzi, “orribile”. Io mi fido abbastanza della sua capacità critica. Ma resta il fatto che io Sartori l’ho votato. Perché era amico mio? Perché è un redattore di Nazione Indiana? <span id="more-40736"></span><br />
Potrei rispondere molto semplicemente: perché m’è piaciuto, e morta lì (ed infatti è esattamente così, m’è piaciuto: l’ho trovato grottesco, allucinato, un’immagine perfetta di un “tipo” d’italianità, tutta chiacchiere e distintivo, che è congenito nel nostro popolo).<br />
E Raos? Nella vulgata un romanziere (come me) legge al massimo un libro di poesie l’anno, quello che gli regala l’amico poeta, come può mettersi a votare in quella categoria? Con quale competenza?<br />
Fermo restando che anche se fosse, che se anche avessi letto un solo libro di poesie non capisco perché non dovrei segnalarlo (e, viceversa, se un poeta avesse letto anche un solo romanzo all’anno che gli è piaciuto, per quale ragione non dovrebbe rendercelo noto?), potrei comunque star lì a fare ragioneria. Se leggo un libro di poesia l’anno com’è che ogni due mesi ne voto uno differente?<br />
Be’, certo &#8211; è la possibile risposta &#8211; voti i poeti di Nazione Indiana. La ragioneria dimostrerebbe il contrario; ho sul comodino Milo De Angelis, ho votato nei mesi appresso Galimberti, Pusterla, Franzin, etc. poeti che non so neppure che faccia abbiano, tanto per dire.<br />
È che a me il volumetto di Raos è piaciuto davvero, al punto che gli ho “rubato” una poesia e l’ho criptocitata (tutta intera! Potrebbe denunciarmi per plagio!) nel mio romanzo.<br />
Così come ho votato Inglese. O Buffoni. E Janeczeck, Matteoni, Rovelli, etc.<br />
Faccio lobby?<br />
Potrei insistere con le giustificazioni. Io Sartori, per dire, lo scoprii e lessi in tempi non sospetti, lo recensii quando ancora neppure mi immaginavo che sarebbe diventato un redattore di Nazione Indiana …<br />
[Inciso: non so se ve ne siete mai accorti ma su Nazione Indiana è vietato, vietatissimo, che un redattore parli di un altro redattore, che si pubblichino recensioni dei nostri libri, etc. Su Nazione Indiana ho parlato di Vasta o Garufi solo quando erano ormai usciti dalla redazione…]<br />
Detto ciò: fino a che punto, mi chiedo, devo autocensurare le mie opinioni sui libri che leggo e che mi piacciono? M’è capitato più di una volta di rifiutare di scrivere addirittura su libri del mio stesso editore per evitare possibili sospetti di inciuci o chissà cos’altro. Ma, a dir la verità, non ce la faccio più.<br />
Se scorro l’elenco dei lettori del premio Dedalus mi accorgo che inevitabilmente con buona parte di loro ho avuto od ho un rapporto, una conoscenza, uno scambio epistolare, etc. insomma “li conosco”. E li leggo, ovviamente. Così come, ovviamente, non leggo mica tutto quello che viene pubblicato in Italia, sarebbe un incubo. Quali sono perciò i libri che decido di votare?<br />
Quelli che leggo, chiaramente, quelli che mi piacciono &#8211; spesso, spessissimo di autori dei quali non so nulla (i libri che preferisco, perché sono davvero novità per me) &#8211; quelli che mi vien voglia di rendere noto ad altri. (per dire: ci sono state occasioni dove non ho votato. Dove, o perché leggevo libri “fuori dal regolamento” – autori stranieri o pubblicati fuori tempo massimo – o perché gli italiani letti – magari anche amici o conoscenti – non m’erano piaciuti).<br />
Basta?<br />
No. Non basta.<br />
Perché mettiamola come vogliamo, alla fine si legge anche per vicinanza. Perché è più probabile che io apra un libro di Chiara Valerio che di un perfetto sconosciuto. Non è giusto, ma è umano. Anche per questo, come dissi mesi fa, spesso a guardare le classifiche del Dedalus sento una certa “aria di famiglia”. Credo che sia inevitabile. E non è solo una bassa questione di “voto di scambio”: tu voti il mio libro, io voto il tuo. Nessuno me l’ha mai chiesto, non l’ho mai chiesto a nessuno. Vero, potrei fare come fa Flavio (Santi). Autoescludermi dalla votazione. Ma, mi chiedo, se lo facessero tutti i giurati non solo escluderemmo centinaia di libri dove la probabilità (non la certezza, ovvio) che siano “validi” e perciò votabili è alta, ma diventerebbe un incubo, ogni volta, leggere, scorrere l’elenco, depennare chi sì e chi no. (tenuto conto che si fa aggratis, per amor di patria).<br />
“Aria di famiglia” dicevo. La stessa classifica, se fatta con 150 giurati differenti, sarebbe ben diversa. E avrebbe una sua, particolare, “aria di famiglia”. Qui, in questa, la probabilità di vedere Alan D. Altieri &#8211;  autore che vende meno di Tabucchi, Parrella o Covacich &#8211; ai vertici è assolutamente pari allo zero assoluto (anche se &#8211; per me &#8211; lo meriterebbe molto di più di tanti altri) “di là”, nell’altra ipotetica classifica, la possibilità di leggere il nome di Frasca sarebbe deflagrante, rivoluzionario.<br />
Il Dedalus, così come ogni esperienza di questo tipo, si basa sulla credibilità dei suoi votanti e sul presupposto di onestà, di mancanza di doppi fini.<br />
Io, sia ben chiaro, ho apprezzato fin da subito questa idea. Mi sembrava un buon modo per sentire il polso &#8211; la temperatura &#8211; dei miei “vicini d’interessi”, dei miei colleghi. E un buon modo per dare visibilità a testi che non trovano spazio, dare suggerimenti (anche per questo ho sempre evitato di frammentare il mio voto).<br />
Anche di libri, quando è capitato, scritti da amici. E da redattori di Nazione Indiana.<br />
Faccio, inconsapevolmente, lobby?<br />
Forse dovremmo intenderci sul termine.<br />
Dato che la cosa non si fa nel segreto di alcuna stanza, con patti di sangue o cose così, e dato che queste classifiche non spostano migliaia di copie ma probabilmente neppure qualche decina, non credo di essermi affiliato ad alcuna loggia massonica. Però sarei disonesto se non ammettessi che nel mio piccolo io “faccio lobby”. Gruppo di pressione.<br />
Faccio parte di una realtà, Nazione Indiana, che da anni &#8211; nella sua ingovernabile anarchia (dovreste leggere la nostra mailing-list interna per capirlo), nella sua molteplicità di sguardi (s’è litigato e anche duramente fra di noi) – cerca di proporre un modo “nostro” di intendere il campo della cultura qui in Italia. E negli anni, a partire dai testi, dai post, dai libri, dagli articoli prodotti, s’è creata una sensibilità &#8211; per quanto nebulosa &#8211; comune (alcuni redattori sono cari amici, altri non li ho mai visti neppure in faccia, per me esistono solo nei testi che producono). Un rispetto reciproco, una reciproca attenzione.<br />
È inevitabile. Succede qui su Nazione Indiana, succede ovunque, in qualunque gruppo, blog, rivista. Per il rispetto reciproco che s’è sviluppato attraversando temi e battaglie, non per scambi di favori che non sono mai avvenuti (anche perché, molto grevemente, non c’è alcun potere da esercitare da nessuna parte).<br />
Il difetto, se lo vogliamo trovare a tutti i costi, che sta nel manico del Dedalus è che chi vota non ha letto tutti i libri. Ma sarebbe semplicemente impossibile. Allora che fare? Preselezionarne una decina e darli da leggere? E chi li preselezione? Con quale diritto, con quale pre-giudizio? Non sarebbe ancora più passibile di critiche? Con che diritto escludere gli altri libri?<br />
Io, come redattore di Nazione Indiana, parlo per me sia ben inteso, credo che sì, ho sempre votato libri che mi piacevano, che volevo suggerire, che volevo far conoscere, ma mi rendo conto che, piaccia o meno, mi ritrovo spesso nei libri di altri redattori di Nazione Indiana. Mi ci riconosco. Non suggerirli per questo ulteriore scrupolo lo trovo incomprensibile. Dire che votandolo non stia facendo lobby, sarebbe però ipocrita. Io, per quel centocinquantesimo che pesa il mio voto, io, votandolo, faccio lobby.<br />
Così come tutti gli altri gruppi di pressione facilmente identificabili nell’elenco dei votanti (e in quello ipotetico di un altro eventuale gruppo, etc.).<br />
Quello che conta, in fondo, è scoprire testi suggeriti da altri dei quali magari neppure ne conoscevo l’esistenza. Libri nei quali altri “gruppi di pressione” che l’hanno votato si riconoscono.<br />
Qui la cosa si fa semplice: o mi fido di questi libri, perché mi fido dell’onestà degli sconosciuti che l’hanno segnalato, o immagino mafie e dietrologie rassicuranti per evitare di prendermi la briga di leggerli.<br />
Essere però oggetto di sospetti, di calunnie, di maldicenze, inizia a stufarmi. Sono stato un lettore del Dedalus senza retro pensieri. L’ho fatto con piacere senza cercare un mio ritorno di alcuna natura (e poi, siamo seri, ma quale ritorno? L’eventuale primo posto nel Dedalus potrà pur far piacere, ma vendere come Volo, per uno che ha da pagare le bollette di casa, ne fa molto di più). Dopo tutti questi anni però mi sono scocciato di dover giustificare l’ingiustificabile. Siamo gherigli innicchiati nel guscio di noci convinti d’essere padroni del mondo. Ridimensioniamoci, per piacere. Sgonfiamo i toni polemici. Un manipolo di libri che dovrebbe fare massa critica, “di qualità”, riesce invece a creare solo fronde interne e inimicizie. A questo punto la domanda, la più semplice ed auto evidente, è: ma chi me lo fa fare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
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		<title>A tutto campo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/a-tutto-campo/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 10:23:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Carmine Vitale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine.jpg" data-mce-href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine.jpg"></a> <strong></strong></p>
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<p><strong>L’orecchio perduto</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Carmine Vitale</strong></p>
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<p>La prima parola che ho detto è stata “Arbitro”. Non &#160; mamma o papà ho detto proprio arbitro.</p>
<p>Successe durante un incontro tra la&#160; squadretta di calcio della quale &#160;mio padre era stato da poco &#160;nominato presidente &#160;e una di quelle formazioni di periferia dai nomi altisonanti,segni inconfondibili di un futuro raggiungibile solo a parole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/a-tutto-campo/">A tutto campo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine.jpg" data-mce-href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40682" title="carmine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" data-mce-src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carmine-197x300.jpg"/></a> <strong></strong></p>
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<p><strong>L’orecchio perduto</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Carmine Vitale</strong></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima parola che ho detto è stata “Arbitro”. Non &nbsp; mamma o papà ho detto proprio arbitro.</p>
<p>Successe durante un incontro tra la&nbsp; squadretta di calcio della quale &nbsp;mio padre era stato da poco &nbsp;nominato presidente &nbsp;e una di quelle formazioni di periferia dai nomi altisonanti,segni inconfondibili di un futuro raggiungibile solo a parole. Ma questo è solo un piccolo particolare della leggenda. Nient’altro.</p>
<p>Mia madre ricorda che faceva freddo e tutti urlavano cornuto cornuto arbitro cornuto, perchè all’ultima giornata di andata del campionato di una di quelle sterminate sottocategorie nelle quali eravamo stati relegati ,a pochi minuti dalla fine l’uomo in nero decretò un fantomatico rigore a favore degli avversari&nbsp; &nbsp;scatenando la furia dei sostenitori ospiti con relativa invasione di campo<br />
<span id="more-40681"></span>
</p>
<p><img class="mceWPmore mceItemNoResize" title="Continua..." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" data-mce-src="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif"/><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carm.jpg" data-mce-href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carm.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-40683" title="carm" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carm-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" data-mce-src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/carm-212x300.jpg"/></a></p>
<p>Nel fuggi fuggi generale &nbsp;uno dei tifosi al seguito meglio conosciuto come Gennaro o’Texas (per via dei suoi cappelli a falde larghe che osava indossare&nbsp; &nbsp;e del suo atteggiamento da pistolero che all’epoca incuteva terrore nelle piccole &nbsp;genti di provincia) si avventò sul malcapitato arbitro &nbsp;reo di aver spezzato i sogni di gloria e promozione e con un morso netto gli staccò l’orecchio sinistro che&nbsp; volteggiando &nbsp;a mezz’aria come un coriandolo &nbsp;fini a terra tra la polvere e il sangue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Urla disperate e poi la ricerca affannosa tra gambe mani piedi botte che durò fino al calar della sera</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il caso volle che uno dei tifosi ospiti il buon nicola detto Nicola co’Bass&nbsp; (caso rarissimo di ubriaco sapiente), vicino alla bandierina del calcio d’angolo (tra parentesi da qui il famoso detto salvarsi in calcio d’angolo molto in suo dalle mie parti) vedesse muoversi come la coda di un lucertola impazzita l’orecchio perduto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo raccolse e lo infilò in tasca per mostrarlo come trofeo di guerra come fa&nbsp; un indiano &nbsp;con il suo scalpo</p>
<p>Ma purtroppo &nbsp;alla perquisizione che segui all’uscita del campo ormai completamente circondato dai carabinieri , fu notato perché &nbsp;grondava sangue dai pantaloni</p>
<p>E fermato e portato in caserma</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La leggenda che ne seguì scatenò la fantasia popolare</p>
<p>Chi diceva che era l’orecchio di un altro che nella stessa battaglia lo aveva perso chi diceva che era l’orecchio di un morto che giaceva da giorni li nella polvere &nbsp;senza che ne nessuno lo reclamasse che addirittura fosse stato acquistato al mercato nero degli organi, &nbsp;chi ci giocò i numeri e vinse chi non li giocò e continuò a bestemmiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia mi fu riassunta con dovizia di particolari dallo stesso &nbsp;Nicola co’ bass anni dopo in una di quelle notti interminabili &nbsp;passate a buttare via il tempo e i ricordi accanto ad un buon bicchiere di vino. Nicola era stato &nbsp;un paziente di mio padre famoso per il fatto che quando era brillo e solo in questa specifica condizione, ricordava a memoria tutti i numeri di targa delle auto del paese &nbsp;cosi che quando uno voleva saper a chi e come e che targa avesse l’auto che un tempo gli era appartenuta si rivolgesse a lui e come d’incanto e senza possibilità d’errore lui rispondeva. una sorta di pra costantemente aggiornato,&nbsp; oppure, almanacco del calcio alla mano &nbsp;ricordava a memoria tutte le formazioni di calcio i minuti in cui era stato segnato un gol e li abbelliva di particolari che noi ragazzi nelle sere d’estate ascoltavamo in silenzio e dopo esserci fatti una canna di buonissima erba nostrana (allora cresceva come i &nbsp;funghi , spontaneamente) ridevamo a crepapelle .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nicola arrivava da via casa attanasio una stradina all’angolo di piazza della libertà (ah come cambiano i tempi in quella stessa piazza si è passati poi &nbsp;da interminabili partite di pallone&nbsp; alle perquisizioni) si sedeva sul muretto ed iniziava a rispondere alle nostre domande : nicò chi&nbsp; era il portiere della polonia ai mondiali del 1974? E lui :tomazewski .nicò chi segno il gol di haiti contro l’italia e lui Sanon al ‘54 della ripresa . ma il massimo lo raggiungeva con la formazione che trionfò ai mondiali di spagna 82. Nicola &nbsp;quasi in preda a delirius tremends iniziava una memorabile descrizione dei protagonisti , un’epica ,un viaggio a ritroso nei i sogni: al numero 1 tra i pali la monumentalità di dino zoff nato a mariano del friuli il&nbsp; 23 dicembre 1943&nbsp;&nbsp;&nbsp; al numero 2 la grinta di claudio gentile il guerriero di tripoli nato il ventisette settembre del settantatrè &nbsp;al numero tre cabrini antonio il bello delle donne&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; al numero quattro lele oriali nato sul quel ramo del lago di como&nbsp; al numero 5 la signorina del calcio italiano fulvio collovati nato a theor &nbsp;&nbsp;provincia di udine &nbsp;al numero 6 l’incommensurabile eleganza del più grande libero di tutti i tempi superiore pure a kaiser franz gaetano scirea nato a cernusco su naviglio ove mosse i primi passi nel cortile dell’oratorio al numero sette il barone franco causio o caùsio come diceva &nbsp;il buon pacioccone di cesare castellotti&nbsp; a novantesimo minuto&nbsp; (mamma mia che ricordi ve li ricordate luigi necco, tonino carino&nbsp; mamma mia le interviste a costantino rozzi in un italiano che neanche dante avrebbe saputo collocare, giancarlo giannini, &nbsp;ferruccio gard da verona franco strippoli paolo valenti maurizio barendson, giorgio bubba giorgio bubba!!!) al numero otto l’urlo di marco tardelli il trascinatore di capanne di careggine in provincia di lucca detto anche il guerriero della garfagnana &nbsp;al numero 9 paolo rossi la volpe dell’area di rigore nato a prato a patria ra’cambiale &nbsp;in un &nbsp;settembre di tanti anni fa al numero dieci bruno conti il brasiliano di bahia de nettuno &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;al numero undici imitando alla perfezione la voce dell’avvocato peppino prisco Alessandro altobelli detto spillo o il lungagnone nato a sonnino provincia pontina di latina&nbsp; e tra i &nbsp;tedeschi mi ricordo karl heinz rummenigge nato a lippstad germania ovest (si diceva ancora cosi ) l’uomo venuto dal freddo che sembrava &nbsp;quasi il titolo di un romanzo di forsyth</p>
<p>E noi a fantasticare a ridere fino a schiattare a imitare le voci di enrico ameri sandro ciotti scusa ameri sono ciotti ha segnato bruscolotti su passaggio di canè juve due napoli tre!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fatto grave &nbsp;fu che gennaro o’texas &nbsp;già in passato era&nbsp; stato pizzicato per dei lavoretti &nbsp;e&nbsp; se fosse stato accusato &nbsp;del morso otorinomicida l’avrebbe passata davvero brutta</p>
<p>Ed ecco il colpo di scena&nbsp; aveva un fratello. Gemello</p>
<p>Che si autoaccusò &nbsp;di tutto e al processo fu riconosciuto dall’arbitro in persona &nbsp;e da numerosissimi testimoni (avevano tentato lo stesso scherzetto all’esame di guida e pasquale che la patente già l’aveva fu bocciato E il fratello &nbsp;non prese mai la patente nonostante guidasse enormi mezzi escavatori per il paese), &nbsp;prese cinque anni per lesioni gravissime e &nbsp;l’arbitro rimase sordo e mio padre come dirigente &nbsp;fu radiato come tutta la squadra. poi venne il 68 e tutte quelle cose belle e con la vittoria agli europei decisa da una monetina ancora una volta il destino che &nbsp;rincorre, furono tutti graziati e nel 1970 la squadretta del mio papà e &nbsp;dei mitici torbino cesarano di peppe pala meccanica terzino sinistro antesignano di francesco rocca detto Kawasaki del folle lelluccio savio centravanti di grande sfondamento ma dalla capa sciacquera&nbsp; finalmente raggiunse l’agognata promozione.</p>
<p>Nella stanza dei trofei della società &nbsp;nella quale mi aggiravo bambino&nbsp; tra le coppe le targhe&nbsp; i gagliardetti &nbsp;le foto ricordo i pantaloni alla zuava corti non perché alla moda ma proprio perché di stoffa non c’era proprio più , cercavo invano con lo sguardo l’orecchio perduto che immagino passeggi&nbsp; ancora tranquillo attaccatal suo posto &nbsp;&nbsp; lieve come un innesto, un ricordo, una rosa.</p>
<p><a href="http://www.pasolini.net/">Pier Paolo Pasolini</a> scrive:<br />
<em>&#8220;gli accompagnatori, un po&#8217; più anziani, dei ragazzi di Monteverde, stanchi di sfottere gli sconfitti che stavano rivestendosi, entrarono in un angolo del campo col pallone tra i piedi: formarono un piccolo quadrilatero, elastico come una gomma, e cominciarono a fare del palleggio. Colpivano la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, molto veloce. Dopo poco erano tutti zuppi di sudore, ma non volevano togliersi le giacche della festa &#8211; o le maglie di lana celeste con le strisce nere o gialle &#8211; a causa del carattere tutta casuale e scherzoso della loro esibizione. La massima preoccupazione loro era quella di non parer fanatici: e poiché &#8211; a dire il vero &#8211; un poco fanatici lo erano, giocando sotto quel sole, così vestiti, avevano sfoderato un&#8217;allegria rumorosa e minacciosa, da togliere qualsiasi voglia di trovar qualcosa da ridire nei loro riguardi. Tra i passaggi e gli stop, chiacchieravano tra loro. &#8220;Ammazzalo, quant&#8217;era moscio oggi Alvaro&#8221; disse un moro, tutto carico di brillantina. &#8220;Le donne&#8221; aggiunse poi, rovesciando. &#8220;Macché donne!&#8221; gli gridò un altro, con un espressione da incenerire l&#8217;eventuale contraddittore, &#8220;quello è suonato, quello&#8221;. &#8220;A maschio!&#8221; gridò poi, a un ragazzino, perché questi rilanciasse loro il pallone rotolato al di là del recinto. Egli infatti, conversando, nel tentare uno sprezzante e audace colpo di tacco, aveva fatto un buco, il cui esito negativo, però, non fu preso in nessuna considerazione</em>&#8220;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/a-tutto-campo/">A tutto campo</a></p>
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		<title>Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[stato d'eccezione]]></category>
		<category><![CDATA[Tobin Tax]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall&#8217;altro.</p>
<p>Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un&#8217;alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La &#8220;pacifica Europa degli affari&#8221; potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.<span id="more-40670"></span></p>
<p>In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una <em>alternativa </em>politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’<em>ipocrisia</em> del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.</p>
<p>Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici <em>apolitici</em> e <em>anazionali</em>. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.</p>
<p>Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.</p>
<p>Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.</p>
<p>Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)</p>
<p>Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, <em>realisticamente</em>, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi <em>non vogliono pagare</em>, e nel mondo attuale <em>hanno tutti gli strumenti</em> per non pagare.</p>
<p>Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.</p>
<p>Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ingranaggi &#8211; Rosaria Capacchione</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 14:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Il silenzio delle armi</strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
Il corto circuito coincide con il processo Spartacus e le battute conclusive del dibattimento rinnovato in appello. Porta la data del 13 marzo del 2008, la stessa della lettura in aula di una stranissima istanza di ricusazione, apparentemente motivata dal legittimo sospetto di influenze esterne (della stampa, della letteratura d’impegno, della magistratura inquirente) sulla Corte di assise di appello.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/ingranaggi-rosaria-capacchione/">Ingranaggi &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_40622" class="wp-caption aligncenter" style="width: 321px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/salvatore-di-vilio.jpg"><img class="size-full wp-image-40622   " title="salvatore-di-vilio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/salvatore-di-vilio.jpg" alt="" width="311" height="311" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine di Salvatore Di Vilio</p></div>
<p><strong>Il silenzio delle armi</strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
Il corto circuito coincide con il processo Spartacus e le battute conclusive del dibattimento rinnovato in appello. Porta la data del 13 marzo del 2008, la stessa della lettura in aula di una stranissima istanza di ricusazione, apparentemente motivata dal legittimo sospetto di influenze esterne (della stampa, della letteratura d’impegno, della magistratura inquirente) sulla Corte di assise di appello. Neppure un mese dopo, nella prima settimana di aprile, Giuseppe Setola, fresco di condanna all’ergastolo, lascia la comoda detenzione domiciliare a Pavia e si avventura lungo la strada delle stragi.<br />
<span id="more-40621"></span><br />
Racconteranno poi i collaboratori di giustizia che a chiamare la battuta, ad accompagnarlo a Casal di Principe, a presiedere le prime riunione organizzative, era stato Massimo Alfiero, referente bidognettiano dell’area del litorale. Ciò che il dibattimento ha raccontato è la dicotomica gestione del gabinetto di crisi del cartello casalese, bisognoso come mai prima &#8211; in quella primavera di tre anni fa &#8211; di affermare il suo dominio, la sua forza, la sua autorevolezza mafiosa: nei confronti degli affiliati, ai quali bisognava pur spiegare perché gli ergastoli sarebbero stati confermati, indicando i responsabili del fallito aggiustamento (promesso e vantato negli anni precedenti) del processo; e del mondo intero, che senza risposte visibili avrebbe letto la sentenza come una sconfitta del clan, che con i capi detenuti avrebbe perso buona parte del suo appeal e del suo prestigio.</p>
<p>Dunque, nella prima fase dell’offensiva le quattro famiglie casalesi &#8211; Schiavone, Bidognetti, Iovine, Zagaria &#8211; affidano a Giuseppe Setola e ai suoi uomini più fidati la prova di forza e il regolamento di conti. È la fazione bidognettiana quella più esposta perché è quel gruppo ad aver più peccati da farsi perdonare: per esempio, i pentimenti di Anna Carrino, compagna di vita per un quarto di secolo di Francesco Bidognetti, e del cugino Domenico Bidognetti. L’offensiva procede fino alla morte di Michele Orsi, ucciso a Casal di Principe una domenica mattina, in strada. Orsi era l’uomo che rappresentava, nella lettura della Procura, le tre gambe del tavolino: era un imprenditore, era vicino alla politica, era vicino alla camorra. Bruciato dall’arresto per lo scandalo del consorzio dei rifiuti Ce4, stava timidamente dialogando con la Procura, ed era diventato inaffidabile, per tutti ma soprattutto per la famiglia Schiavone. La sua esistenza in vita, con il bagaglio di conoscenze acquisite negli anni della gestione di Ecoquattro, era un pericolo per tutte le gambe del tavolino degli affari. Quell’omicidio, commesso il primo di giugno del 2008, è l’ultimo a rispondere a una strategia e a un interesse dei vertici del cartello casalese.</p>
<p>Strategia ben più alta e sofisticata di quella del manipolo setoliano che quaranta giorni dopo decide di ricorrere alla violenza indiscriminata e alle estorsioni massicce. Tanto per rimarcare la sua politica, Setola minaccia e chiede la tangente anche al titolare della concessionaria Honda di Parete, Tamburrino, parente stretto di Francesco Bidognetti. Non un affronto ma una deliberata presa di distanza che gli costerà la marginalizzazione da parte dei vertici del clan e il successivo arresto. Ciò che il processo che si è chiuso ieri sera ha documentato attraverso le testimonianze, i racconti dei pentiti, le ricostruzioni investigative, è soprattutto la parte autonomista della strategia del terrore, cioè il periodo che va da luglio del 2008 (estorsione a Tamburrino) alla cattura a Mignano Montelungo, dove comunque aveva trovato rifugio grazie a Riccardo Iovine e Michele Iovine, cugini del «Ninno», capo del cartello arrestato un anno fa dopo quindici di latitanza.</p>
<p>Quindi, la tentata strage dei nigeriani e la strage di Castelvolturno (fatti per i quali si è proceduto in Corte di Assise e per i quali Setola e i suoi fedelissimi Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia sono stati condannati all’ergastolo); la minaccia di ricorrere al tritolo contro forze dell’ordine, magistrati, avversari di ogni genere; gli attentati a decine di negozi e piccole imprese; il taglieggiamento sistematico di chiunque incassasse denaro, sia pure poche centinaia di euro, senza fare sconti neppure agli abusivi raccoglitori di pigne. Fino alla sparatoria a Trentola documentata dalle intercettazioni ambientali. Fino alla fuga rocambolesca attraverso le fogne. Fino alla cattura, nove mesi dopo l’evasione, quando ormai era diventato ingombrante e pericoloso per i suoi stessi capi, che pure lo avevano utilizzato come paravento alle operazioni di riposizionamento al vertice dell’organizzazione. Ingombrante soprattutto per Michele Zagaria, colui che si è aggiudicato il pacchetto di maggioranza, che invece chiedeva il silenzio delle armi per riprendere i suoi affari.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.ilmattino.it/">Il Mattino</a> il 27/10/2011</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/ingranaggi-rosaria-capacchione/">Ingranaggi &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cento colpi di spazzole e Cacciari</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 09:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Cojaniz]]></category>
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		<category><![CDATA[Mario Gamba]]></category>
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		<category><![CDATA[Piero Bittolo Bon]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/venezia.jpg"></a><br />
<strong>Venezia,il jazz e gli ex sindaci-filosofi</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://www.magazzinojazz.it/">Franco Bergoglio</a></strong></p>
<p>Anni passati a studiare la semanticità della musica (cioè se  le note abbiano un significato altro rispetto  a quello acustico) e i rapporti tra il free jazz e la politica. A giudicare da quanto comparso in rete e sui giornali negli scorsi giorni, anni spesi male.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/cento-colpi-di-spazzole-e-cacciari/">Cento colpi di spazzole e Cacciari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/venezia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/venezia-300x228.jpg" alt="" title="venezia" width="300" height="228" class="alignleft size-medium wp-image-40583" /></a><br />
<strong>Venezia,il jazz e gli ex sindaci-filosofi</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://www.magazzinojazz.it/">Franco Bergoglio</a></strong></p>
<p>Anni passati a studiare la semanticità della musica (cioè se  le note abbiano un significato altro rispetto  a quello acustico) e i rapporti tra il free jazz e la politica. A giudicare da quanto comparso in rete e sui giornali negli scorsi giorni, anni spesi male. Bastava leggersi una ordinanza del Comune di Venezia, vecchia di una decina d’anni -imputabile alla giunta Cacciari, come puntigliosamente nota Mario Gamba sul Manifesto del 21 settembre scorso- per rendersi conto dell’inutilità degli sforzi.<br />
<span id="more-40580"></span><br />
Riassumo la vicenda ad uso dei marziani capitati in Italia per diporto. Venezia notoriamente soffre dei problemi legati ad un ecosistema delicato. Il turismo di massa ne rappresenta la fonte di sopravvivenza, pur comportando una serie di disagi legati alla quotidiana invasione di orde fameliche di monumenti, di ponti, di fotografie, di gondole. Sarebbe bello avere i soldi dei turisti, risparmiandosi gli effetti collaterali: la loro presenza fisica, il vociare rumoroso, i rifiuti, i venditori ambulanti…Alt. Da quando gli effetti collaterali con i bombardamenti americani sono politically correct e Maroni ha previsto super poteri a super sindaci, tutto questo si può risolvere. </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/regimebn.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/regimebn-225x300.jpg" alt="" title="regimebn" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-40584" /></a><br />
Ci teniamo i turisti ma con una ordinanza ad hoc spazziamo via quanto non sembra lucroso. Via i lavavetri da Firenze, il divieto di nomadismo ad Assisi, no al rovistare nei cassonetti a Roma. Niente ideologia: i sindaci sceriffi di destra sono più creativi, quelli del centrosinistra più burocrati, ma la fabbrica delle ordinanze gira a pieno regime (sic!). Alcune ordinanze avrebbero mosso a invidia un poeta surrealista: non si possono scavare buche nella sabbia sulla spiaggia di Eraclea o indossare zoccoli a Capri. Queste ordinanze puzzano di visione classista: i colpiti sono i migranti, i barboni, i poveri, gli artisti da strada, i giovani. Il leghista Tosi di Verona ha ordinato che agli accattoni vengano sequestrati i beni e inflitta una multa: non gli rimane che distribuire latte più e aizzargli contro la banda di Arancia Meccanica. </p>
<p>In un paese che non riesce a mandare in galera i corrotti, a far pagare le tasse ai dentisti o a far rispettare una fila, i sindaci vorrebbero normare l’universo. Gobetti ci aveva avvertito: un po’ di fascismo ce lo portiamo nel dna; sommato a un aberrante conservatorismo straccione. Magari il vicino di casa dell’assessore di Forte dei Marmi deve fare la pennichella di sabato e spunta il veto dell’amministrazione: non si può usare il tagliaerba nei pomeriggi festivi. In uno stato dove il Presidente del Consiglio dispone di un corpus di leggi ad personam, perché negarsi una ordinanza sindacale? Il vanto occidentale della libertà individuale si sbriciola nel Lombardo-veneto leghista. Non si può mangiare il Kebab a Cittadella o giocare a cricket a Brescia. Peccato che oggi il kebab si faccia anche con la carne di fassone piemontese e che il cricket, oltre a pachistani e indiani poveri piaccia anche a inglesi, sudafricani, e australiani. Torniamo a Venezia, dove una summa di divieti colpisce i “poveri” rei di voler cogliere le briciole del turismo. Divieto di elemosina, accattonaggio, portare borsoni (quelli dei venditori ambulanti) e fare pic nic. Sia il turista spartano che la famigliola borsafrigo devono farsi rapinare in un bar di Piazza San Marco.</p>
<p> E anche per il problema di inquinamento acustico la giunta Cacciari si era attivata. Il cruccio è reale, la soluzione trovata all’epoca una grottesca <em>“ordinanza creativa”</em> che regolamentava i generi musicali ammissibili in città, tanto che oggi, dopo una rivolta del web che ha rinfocolato lo sdegno per quel vecchio provvedimento mai decaduto, l’attuale assessore Tiziana Agostini ha promesso dalle pagine del settimanale La Nuova di Venezia di correggere il pasticcio: <em>“La malattia era reale &#8211; l&#8217;inquinamento acustico &#8211; la medicina avvelenata: stiamo riscrivendo la delibera cancellando le prescrizioni di tipo culturale, figurarsi se mi sogno di proibire una musica rispetto ad un&#8217;altra”.</em> Quali erano dunque le musiche proibite? Il rock, che non viene nominato tra i generi ammessi, cancellando con un colpo di spugna cinquant’anni di storia. Invece sotto la voce jazz/dixieland, accettato in via teorica, si legge:<em>“E’ escluso il jazz sperimentale, quale il free jazz, che essendo dissonante potrebbe essere di disturbo”</em>. </p>
<p>Sovviene una delicata analogia: come ai padroni di cani si ricorda che è vietato calpestare le aiole e devono munirsi di apposita paletta per escrementi, i proprietari di sassofoni devono accertarsi che il suddetto, tenuto al guinzaglio, non valichi i limiti della musica tonale, disturbando il vicinato. Ma quale pirla non sa che il dixieland è morto da almeno sessant’anni? Che neanche una mummia stalinista come Breznev si sarebbe sognato di proibire il jazz con mezzi tanto perversi? Ma il Sindaco di Venezia non era quel Cacciari filosofo, mente pensante del Pd? Questo punto merita una riflessione specifica. Anche il suo collega di partito Veltroni parla di jazz. Una volta, più Kennedy del solito, fece un immondo paragone: <em>il partito democratico è intenso e leggero come il jazz.</em> Che sia intenso lo lascio agli estimatori, anche se personalmente trovo il concetto ardito per un partito dall’immobilismo conclamato. Leggero invece calza alla perfezione stante il continuo volteggiare delle opinioni che ne anima le correnti (d’aria). </p>
<p>Passiamo ad applicare i due aggettivi all’altro termine. Il jazz può essere intenso e leggero, ma anche spirituale, tragico, dolente, gioioso&#8230;La famosa ordinanza prescriveva per il jazz di essere soft! Veltroni e Cacciari si erano parlati? O uno dei due è stato il cattivo maestro dell’altro? Mario Gamba coadiuvato da  musicisti attenti come Giovanni Maier, Piero Bittolo Bon e Claudio Cojaniz ha stigmatizzato l’ordinanza. Il parallelo immediato è con il bando alla musica degenerata voluto da Hitler nel 1938, che colpiva tanto il jazz <em>“negroide”</em> quanto la dodecafonia e altre forme espressive giudicate bolsceviche, giudaiche, depravate. Parallelo azzeccato anche per altri versi. In effetti gli zelanti esecutori dei gerarchi nazisti dopo la scomunica di Düsseldorf si diedero un gran daffare per vietare nelle esecuzioni dal vivo l’uso del sassofono, strumento <em>“negro e degenerato”</em> (nonostante fosse stato inventato da un Belga) che andava sostituito con il violino o il violoncello.</p>
<p> Pulizia etnica degli strumenti, attuata anche a Venezia:  <em>“i fiati sono presenti solo in qualità di solista e mai come sezione fiati (più fiati di accompagnamento)”</em>. Un colpo di spugna contro lo swing? Un gesto di coraggioso revisionismo nei confronti di Duke Ellington o Benny Goodman, rei di avere troppi sassofoni e trombe in organico? Anche la batteria suscitava un sacro terrore alla Giunta Cacciari. Tutte quelle percussioni, quei clangori di piatti potevano turbare il sonno dei veneziani o la passeggiata dei turisti: <strong>“la batteria verrà suonata con le spazzole (spazzole di sottili fili di metallo per ottenere un suono attutito)”</strong>. La banalità del male: un aguzzino nazista proibisce i sassofoni e un sindaco perquisisce il batterista per assicurarsi che porti con sé solo le “spazzole”. Sul free jazz dissonante e disturbatore aprirei una parentesi. </p>
<p>L’analisi proposta da Gamba, Cojaniz e altri verte sul lato musicale. Temo che per interpretare correttamente la “dittatura estetica” voluta da Cacciari si dovrebbe ricorrere alla chiave psicoanalitica. Di fronte abbiamo un politico-filosofo e probabilmente nel suo inconscio hanno malamente lavorato rigurgiti di quel Platone che nella Repubblica condannava la musica, dannosa per i giovani, foriera di distrazioni. Nel suo regno ideale la musica doveva essere bandita per evitare il dominio del piacere e per mantenere quello della legge. Il capo della comunità protegge i concittadini come un padre, inflessibile nel mantenere la disciplina, nel difendere l’ordine, le leggi, i costumi e la morale. Casualmente sono punti forti nell’agenda della destra e forse travagli notturni per l’anima di un celebre ex sindaco barbuto. Certamente il free jazz, (termine che peraltro non identifica una musica di oggi, ma il movimento degli anni Sessanta) porta con sé implicazioni che invitano a sovvertire l’ordine musicale. Alcuni esponenti di questo genere negli anni Sessanta legarono le loro pratiche ai movimenti civili, alle fabbriche occupate, alla violenza razziale, al ripudio della guerra, alla violenza fascista, all’inumanità delle carceri.</p>
<p>L’ordinanza pare invece volta a preservare l’ignaro cittadino veneziano dalla possibilità di incontrare sulla propria strada una musica che non sia “pacificata” come il bene accetto “revival cover melodiche anni Sessanta”, che non si capisce cosa sia se non un bolso amarcord della giovinezza. Dario Borso aveva scritto un libello, <em>Il giovane Cacciari (Stampa Alternativa, 1995)</em> per stigmatizzare le intemperanze teoriche del nostro, qui non si osa tanto. Però una piccola lezione sulla democrazia dobbiamo trarla: pensavamo di avere un sindaco filosofo e avevamo Paolo Limiti.</p>
<p><strong>Post Jazzum</strong><br />
<em>Ho chiesto a Mario Gamba di mandarmi l&#8217;articolo citato da Franco Bergoglio. Lui me lo ha mandato e io lo ringrazio con questa citazione.</em> effeffe<br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/3dPK-YQMnEM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&#8220;Se ne sono accorti tardi i musicisti e i pensatori critici in transito per strade e calli di Venezia. Eppure è dall’anno 2000 che l’ordinanza della giunta comunale è diventata operativa.<br />
In questi giorni la bolla dell’autorità lagunare è riapparsa.<br />
Affissa qua e là. Chi la legge e non è oscurantista nell’anima non crede ai suoi occhi.<br />
L’ordinanza, approvata all’unanimità nell’anno 1999 (quindi con Cacciari sindaco), dovrebbe regolare l’organizzazione dei concerti dal vivo nei tanti locali del centro.<br />
Si penserà che si tratti di consigli/obblighi in materia di insonorizzazione e cose simili. Magari.<br />
L’ordinanza «entra nel merito», come si dice. Vieta tipi di musica, li espelle dal territorio. Un tipo di musica è compatibile con la civile convivenza, un altro no. Per decreto.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/319127_1981843711314_1399834751_31707233_913423097_n.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/319127_1981843711314_1399834751_31707233_913423097_n-300x172.jpg" alt="" title="319127_1981843711314_1399834751_31707233_913423097_n" width="300" height="172" class="alignright size-medium wp-image-40604" /></a><br />
Ecco il passo più grottesco (o barbaro): «È escluso il jazz sperimentale quale il free jazz che essendo dissonante potrebbe essere sgradevole o di disturbo».<br />
Il pianista compositore e direttore d’orchestra Claudio Cojaniz, un grandissimo del jazz italiano, commenta: «Vengono subito in mente gli editti del regime hitleriano sulla musica degenerata. È pazzesco».<br />
Si sono messi in agitazione jazzmen come Giovanni Maier – che medita di usare il testo «per una pièce musical-teatrale tipo Welcome to the United States di Zappa» &#8211; e Piero Bittolo Bon, compositori di «contemporanea colta» come Luigi Ceccarelli.<br />
Facebook ribolle di proteste invettive e dileggi, la musica definita «sperimentale» non è mai stata così popolare.<br />
Vediamo il precedente storico, giustamente evocato da Cojaniz. Nel maggio 1938 con una mostra a Düsseldorf in occasione delle Giornate musicali del Reich veniva messa al bando tutta la musica innovativa, da quella atonale a quella dodecafonica al jazz e dintorni.<br />
La musica di Schönberg, Berg, Webern, Krenek e persino Stravinskij (che cercò di ingraziarsi il regime) fu definita in vari modi: «degenerata», «bolscevica», «giudaica».<br />
Certo è curioso questo esercizio di estetica disciplinare oggi a Venezia. Con l’arroganza di un misero potere rionale viene portato agli onori della regola assoluta il riflesso mentale secondo cui la dissonanza non è bene accetta dagli umani «normali».<br />
Eppure si studia nei manuali d’armonia, anche quelli tradizionali.<br />
C’è la consonanza e c’è la dissonanza, si trovano tutte e due in Brahms o Monk, mettiamo.<br />
Tipi che «disturbano».&#8221;</p>
<p><strong>Mario Gamba</strong><br />
<em>Il Manifesto 21 settembre 2011 </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/cento-colpi-di-spazzole-e-cacciari/">Cento colpi di spazzole e Cacciari</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 00:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonello Ardituro]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Mattino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1.jpg"></a><br />
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<p><strong>Le confessioni di Antonio Iovine </strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/#footnote_0_40571" id="identifier_0_40571" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Pubblicato sul Mattino il 29 ottobre">1</a></p>
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<p>Parla da capo, rivendica il suo ruolo di mediatore di conflitti, si dichiara disponibile a parlare di cose che conosce e poi infila una lunga serie di «non lo conosco», negando accuse, conoscenze, frequentazioni mafiose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/">Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40575" title="iovine1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a><br />
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<p><strong>Le confessioni di Antonio Iovine </strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/#footnote_0_40571" id="identifier_0_40571" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Pubblicato sul Mattino il 29 ottobre">1</a></sup></p>
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<p>Parla da capo, rivendica il suo ruolo di mediatore di conflitti, si dichiara disponibile a parlare di cose che conosce e poi infila una lunga serie di «non lo conosco», negando accuse, conoscenze, frequentazioni mafiose. Si mostra gentile e aperto al dialogo, non dice nulla ma in qualche caso allude. Per esempio, quando parla della rete di protezione che gli ha garantito quindici anni di tranquilla latitanza. È un assolato e caldissimo giorno di agosto, il 3 per la precisione, quando per la prima e unica volta Antonio Iovine, uno dei capi del cartello casalese, incontra il suo accusatore, il sostituto procuratore Antonello Ardituro. Un faccia a faccia da lui stesso richiesto per raccontare alla maniera dei mafiosi i retroscena di una vicenda minima, se vogliamo, che lo vede protagonista e imputato: l’usura in danno di un odontotecnico. A offrire il pretesto per squadrarsi e studiarsi vicendevolmente è l’avviso di chiusura delle indagini. Anche in caso di condanna, nulla cambierebbe per il Ninno bello, ergastolano con sentenza passata in giudicato. Ma l’elegante e raffinato camorrista, l’uomo delle lunghe vacanze a Parigi e delle serate al Gilda che iniziò a sparare e uccidere quando era ancora un ragazzino, non ha saputo resistere alla tentazione di guardare negli occhi il magistrato che era riuscito a interrompere la sua lunga e placida fuga.<br />
<span id="more-40571"></span></p>
<p>Dunque, l’interrogatorio: in una saletta del carcere di Rebibbia, presenti l’avvocato di fiducia &#8211; Paolo Caterino &#8211; e un paio di ispettori della penitenziaria. Inizia alle 10,30 e si conclude quando mancano quattro minuti alle 13. Il verbale che lo riassume, secretato fino a ieri, quando è stato depositato nella cancelleria del giudice Antonio Cairo, occupa poco più di duecento righe dattiloscritte, cioè tre paginette e qualche spicciolo. Ed è un piccolo capolavoro di linguaggio mafioso, nel quale l’orgoglio del ruolo si sovrappone alla necessità difensiva. Ci tiene molto, Iovine, a vantarsi dei suoi successi di capo: nell’evitare un omicidio, nello scongiurare un suicidio, nel mettere a disposizione la sua influenza per ripianare un debito.</p>
<p>Parla anche delle ultime ore della sua latitanza, finita il 18 ottobre dell’anno scorso, quando la polizia lo trovò in casa di un muratore di Casal di Principe, Marco Borrata. Ufficialmente seguendo le tracce di un panettone. Introduce il racconto con una dichiarazione spontanea, perché nulla in merito gli era stato chiesto: <em>«Ritengo che Borrata Marco mi abbia aiutato per sdebitarsi nei miei confronti in quanto tanti anni fa gli diedi un grosso aiuto e in particolare poiché egli stava avendo una brutta discussione con persone di Casale che si trovavano con lui a Modena, discussione che rischiava di portare delle brutte conseguenze per il Borrata. Io intervenni per tutelare la sua incolumità fisica»</em>. Poi, sibillino, aggiunge: «<em>Posso dire che al momento dell’intervento per il mio arresto io ero lì lì dall’andare via da quella casa»</em>.<br />
Parlando della storia per la quale è imputato, si presenta come un benefattore, solerte e affettuoso pater familias di tal Domenico Picone, odontotecnico nello studio di Vincenzo Corvino, sindaco a Casal di Principe all’epoca del Grande Blitz di Spartacus, pure lui imputato nello stesso processo.</p>
<p>Racconta Iovine: <em>«Certo, ho conosciuto Picone Domenico nella fine dell’anno 1995</em> (il capo casalese era latitante da una ventina di giorni, ndr) <em>per un problema di denti che avevo. Egli lavorava presso lo studio dentistico del dr. Vincenzo Corvino in Casal di Principe»</em>. E aggiunge: <em>«Non so specificare bene il periodo ma ricordo che un giorno mi fu recapitato, anzi trovai un biglietto proveniente da Picone Domenico nell’abitazione ove mi nascondevo durante la mia latitanza. (&#8230;) In questo bigliettino era scritto da parte del Picone che egli si trovava in forti difficoltà economiche e che chiedeva il mio aiuto altrimenti avrebbe pensato al suicidio. Il bigliettino mi impressionò molto e decisi di incontrare il Picone per verificare se potevo dargli un aiuto. Fu così che lo incontrai nella casa di Diana Camillo e in quella occasione il Picone mi rappresentò i problemi economici con il Corvino ed anche alcuni problemi familiari che aveva con la moglie».</em> Ed ecco la mediazione: «Io dissi al Picone che doveva stare tranquillo ed evitare di pensare a questi gesti insani perché altri erano i problemi. Lo rassicurai dicendogli che avrei potuto parlare con il Corvino dicendogli di mostrarsi disponibile con il Picone per risolvere al meglio questa situazione». Un interessamento bonario, specifica, facendone un punto d’onore, <em>«esclusivamente nel tentativo di dare conforto a questa persona che mi appariva disperata».</em></p>
<p>Qualche riga più giù, ecco un altro accenno alla sua latitanza e al «dispositivo» di protezione. Arriva in riferimento al documento d’identità che dalle mani di Picone era arrivato nelle sue. Antonio Iovine nega la circostanza e si concede un’altra allusione: <em>«Sul punto devo dire che io avevo caratterizzato la mia latitanza su una estrema discrezione e mai mi sarei potuto procurare il documento con quelle modalità mettendo a rischio la tenuta stessa del dispositivo che avevo creato intorno a me».</em></p>
<p>Poi, dopo l’apparente disponibilità a parlare, il lungo elenco di risposte elusive. Per esempio: <em>«Non intendo rivelare i nomi delle altre persone che in qualche modo sono stati interessati per questa vicenda». </em>Oppure: <em>«Ebbi la sensazione ad un certo punto che aveva timore a continuare ad avere rapporti con me tanto che lo lasciai perdere</em>». E ancora: non lo conosco, non lo conosco direttamente, lo conosco perché è un mio paesano, non ricordo di averlo conosciuto, non ricordo di averlo incontrato recentemente. Salvo poi far mettere a verbale: <em>«Sono disponibile a fornire qualsiasi chiarimento sulle vicende di cui in qualche modo posso essere a conoscenza».</em><br />
Nelle carte non è scritto, ma s’immagina che abbia accompagnato l’ultima nota con un sorriso sarcastico e un ghigno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/">Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40571" class="footnote">Pubblicato <a href="http://www.ilmattino.it/">sul Mattino</a> il 29 ottobre</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>una questione di qualità</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv-242x300.jpg" alt="" title="gv" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40560" /></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a></sup><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.</em><br />
<span id="more-40559"></span><br />
Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.<br />
A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero <a href="http://www.ilfiloonline.it/">Albatros/IlFilo</a>, una delle principali vanity press, e <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/">ilmiolibro.it</a>, leader del print on demand in Italia. </p>
<p>Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, <a href=" http://www.youtube.com/watch?v=DeXeco68szM">disponibile su YouTube,</a> organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di <a href="http://www.writersdream.org/">Writer’s Dream</a> e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.</p>
<p>Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”</p>
<p>Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.<br />
ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale? </p>
<p>È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network” . Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare. </p>
<p>La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.<br />
“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.</p>
<p>Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.<br />
E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “<a href="http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/futuro_editoria_self_publishing170811.html">Io Scrittore”</a> , <a href="http://www.primaonline.it/2011/07/21/95112/addio-editore-crudele/">Roberto Cavallero</a>, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori , la mette in questi termini: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”. </p>
<p>Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.</p>
<p>Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza. L’alternativa al <strong>Diventa anche tu un Autore!</strong> è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del <strong>Prova anche tu a diventare un autore</strong>, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.</p>
<p>Pubblicato sul <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Manifesto</a> di oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40559" class="footnote">Documento letto in occasione del <a href="http://www.forumdellibro.org/projects.php?id_prog=20">Forum del libro di Matera.</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>una questione di qualità</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 23:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><strong>o dell&#8217;autoaddio </strong><br />
di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
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Sull&#8217;ultimo <a href="http://serenaitalian.wordpress.com/2011/10/29/articolo-intervista-ad-alessandro-baricco-c1-c2/">Venerdì di Repubblica (28 ottobre)</a>, incontro &#8216;a cuore aperto&#8217; con Alessandro Baricco e il suo ultimo romanzo (ultimo o nuovo?, ultimo come il CD di Fossati?).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita/">una questione di qualità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_40553" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/exh_2_MAN-RAY-130-copia-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-40553" title="exh_2_MAN-RAY-130-copia-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/exh_2_MAN-RAY-130-copia-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine di Man Ray</p></div>
<p><strong>Baricco, </strong></p>
<p><strong>o dell&#8217;autoaddio </strong><br />
di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
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Sull&#8217;ultimo <a href="http://serenaitalian.wordpress.com/2011/10/29/articolo-intervista-ad-alessandro-baricco-c1-c2/">Venerdì di Repubblica (28 ottobre)</a>, incontro &#8216;a cuore aperto&#8217; con Alessandro Baricco e il suo ultimo romanzo (ultimo o nuovo?, ultimo come il CD di Fossati?). Accanto all&#8217;intervista si dispiega un articolo, in verità giustapposto, sull&#8217;ispirazione, scritto dal ben altrimenti interessante Guido Davico Bonico, nel quale non avrebbe sfigurato un cenno alle meravigliose pagine che Edgar Allan Poe scrisse per la sua lirica <em>The Raven (Philosophy of composition).</em><br />
Col cuore, Baricco ha un commercio particolare. Ricordo che quando avviò la sua impresa iliadica, ricevetti dagli organizzatori dell&#8217;evento una mail che recitava letteralmente così:<br />
<em>&#8220;Baricco ha avviato un intenso progetto di rielaborazione e rigenerazione che è andato al cuore del poema omerico, ne ha distillato l’anima arcaica, nella componente più problematicamente umana, traducendola in un linguaggio più vicino ai lettori e ascoltatori di oggi. Un viaggio nel viaggio degli Achei, che ha recuperato la dimensione della lettura ad alta voce, quella dimensione di oralità che era la cifra della poesia antica, per incantare – nel vero senso della parola – il pubblico. Speriamo di poter condividere con Lei e con i suoi allievi questo spettacolo coraggioso, dall’alto valore divulgativo e culturale&#8221;. </em>Risposi così:</p>
<p><em><span id="more-40552"></span>&#8220;Mi congratulo con Alessandro Baricco per la sua iniziativa e soprattutto con chi ha redatto la scheda di presentazione. Per chi pratica questi testi da tempo, continuando a leggerli e a farli leggere ad alta voce, sia in greco che nelle varie possibili traduzioni, sapere che c’è chi è andato ‘al cuore del poema omerico, ne ha distillato l’anima arcaica, nella componente più problematicamente umana’ ecc. ecc., non può che fare piacere. Certo, risolta così la questione omerica, sorgerà una questione baricchica (si dirà così?), ma questo riguarderà gli studiosi del futuro. Molti auguri, dunque, anche se non molto interesse. Anche perché, devo confessare, ho qualche resistenza a riconoscere come ‘coraggioso’ questo spettacolo, ma forse ragiono in base alla componente ‘meno’ problematicamente umana del sistema di valori presente nell’epica omerica. Mi sembrano coraggiosi, in realtà, i ragazzi di un collettivo teatrale che, senza sponsor e sostegno mediatico, reciteranno fra qualche giorno scene dell’Odissea (ancora omerica, a quanto capisco) da loro riadattate con grande entusiasmo, in un’aula universitaria, con un pubblico curioso e forse anche incantato. E gli esempi di questo tipo potrebbero essere molti. Per finire, sono grato al redattore del testo di non aver ceduto alla tentazione di chiamare ‘lifting’ o ‘restyling’ ‘l’intenso progetto di rielaborazione e rigenerazione’.</em></p>
<p>Come si sa, l&#8217;Iliade baricchica non è stata proprio un grande successo o un&#8217;impresa epocale, e non perché non ci fossero gli dèi o perché il daimon Eugenio Scalfari non riuscì a rilanciarla con un &#8216;memorabile&#8217; fondo in prima pagina de la Repubblica, ma perché era forse viziata da un eccesso di autocelebrazione. Come si sa, ogni scrittore stravede per la propria creatura, usavano la metafora anche gli antichi poeti e scrittori, intertestualizzati (si potrebbe dire) dal più corposo: <em>Ogni scarrafone è bello &#8216;a mamma sua</em>. Ma si sa anche che le ricadute o il gradimento di un oggetto artistico (libro, quadro ecc.) seguono vie in parte condizionate e condizionabili, in parte più &#8216;naturali&#8217;. Lamentarsi che il proprio libro venga ignorato o che non sia stato recensito, come fece una volta Baricco, pur di farne parlare, è una brillante idea di mercato che rientra nel circuito delle vie condizionabili, ma alla lunga non paga (anche se le sceneggiature, siamo certi, vengono ben pagate).</p>
<p>Ora la nuova idea è quella di parlare in anteprima dell&#8217;ultimo romanzo, che ancora ha da uscire, descrivendone tutto, dai personaggi alle metafore d&#8217;autore, dalle meta-metafore (se si può dire anche questa), cioè le metafore sullo scrittore, come calzolaio delle parole ad esempio &#8211; e perché non come idraulico dei flussi di pensiero? -, alla trama, ai possibili effetti sul pubblico dei lettori: insomma, tutto quello che si dovrebbe fare dopo che un libro è uscito, è stato venduto, ha avuto successo o è stato &#8216;ignorato&#8217;, e quindi si chiede all&#8217;autore di commentare i suoi commentatori.<br />
Leggete, perché forse sarà l&#8217;ultimo; fategli un&#8217;ultima carezza; addolcite il trapasso; ricordatelo così. Rassegniamoci a questa nuova propaganda pre-consolatoria, o consolatoria in anticipo &#8211; i retori greci l&#8217;avrebbero chiamata uno hysteron-proteron, dire dopo quello che viene prima e viceversa -, purché non si trasferisca anche alla politica: votatemi ora, perché sarà l&#8217;ultima.</p>
<p>Rassegniamoci, ma prendiamo anche le nostre precauzioni di lettori poco condizionabili: lasciamo che autori così attenti al proprio ego scribens si diano l&#8217;estremo saluto in perfetta solitudine, nel raccoglimento che il momento topico consiglia, senza folle vocianti di lettori osannanti. Del resto, la solitudine dei numeri primi ha fatto scuola. Che poi forse era la solit&#8217;Udine dei numeri primi, triste storia di liceali friulani alle prese con l&#8217;algebra.<br />
Quanto a Omero e ai liceali del classico (e non solo), per fortuna lo si può continuare a leggere anche in una nuova traduzione, quella metrica di <a href="http://www.mesogea.it/vmchk/omero/libro/la-grande/iliade.html">Daniele Ventre (Mesogea, Messina 2010)</a>: si può, anzi si deve leggere ad alta voce, può essere recitata in teatro, fa parlare ancora Omero alla nostra cultura, dalla lontana diversità della sua cultura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita/">una questione di qualità</a></p>
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