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	<title>Nazione Indiana &#187; allarmi</title>
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		<title>Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 17:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Teresi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/khaled-khalifa.jpg" alt="" title="khaled-khalifa" width="202" height="267" class="alignleft size-full wp-image-41639" /> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em> G.B.]</p>
<p>Amici, scrittori e giornalisti di ogni parte del mondo, e specialmente voi che vi trovate in Cina e in Russia, vorrei mettervi al corrente del fatto che il mio popolo si trova a fronteggiare un genocidio.<br />
Da una settimana a questa parte le forze del regime siriano hanno intensificato i loro attacchi alle città insorte, e in particolare Homs, Zabadani, Rastan, la provincia di Damasco, Madaya, Wadi Barada, Figeh, Idlib e i paesini del Monte Zawiya. Durante questa settimana, e fino ad ora, mentre vi scrivo queste righe, sono caduti più di mille martiri, tra cui molti bambini, e centinaia di case sono crollate addosso ai loro abitanti.<br />
La cecità di cui soffre il resto del mondo ha incoraggiato il regime a cercare di far piazza pulita della rivoluzione pacifica in Siria con una brutalità senza eguali. L’appoggio di Russia, Cina e Iran, e il silenzio del resto del mondo nei confronti dei crimini perpetrati alla luce del sole, hanno consentito al regime di decimare il mio popolo durante gli ultimi undici mesi, ma in quest’ultima settimana, dal 2 febbraio a oggi, i segni della carneficina si sono fatti più evidenti.<br />
Quella delle centinaia di migliaia di siriani scesi per le strade delle loro città e dei loro paesi la notte del massacro di Khalidiyya, tra venerdì e sabato scorsi, con le mani alzate in preghiera, in lacrime, è una scena che spezza il cuore e richiama l’attenzione del mondo sulla tragedia umanitaria siriana. È altresì un’esternazione chiara, senza veli, del nostro sentirci orfani, abbandonati dal mondo, mentre i politici si limitano a vane parole e sanzioni economiche che non fermano gli assassini né trattengono i carri armati imbrattati di sangue.<br />
Il mio popolo, che ha affrontato la morte a torso nudo, armato di soli canti, in questo preciso momento si trova a fronteggiare una campagna di genocidio: le nostre città ribelli sono soggette a uno stato d’assedio senza precedenti nella storia delle rivoluzioni, un assedio che impedisce al personale medico di prestare soccorso ai feriti, mentre gli ospedali da campo vengono bombardati a sangue freddo e distrutti. Non è consentito l’ingresso alle organizzazioni umanitarie, le comunicazioni telefoniche sono interrotte, cibo e medicine sono bloccati, al punto che il contrabbando di una sacca di sangue o una compressa di paracetamolo nelle zone sotto assedio è considerato un reato punibile con la detenzione nelle carceri per prigionieri politici, teatri di torture i cui dettagli, se mai un giorno doveste venirne a conoscenza, vi impressionerebbero.<br />
Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.<br />
Il mio popolo è un popolo di pace, di caffè e musica che mi auguro un giorno possiate gustare anche voi, e di rose di cui spero possiate sentire il profumo, affinché sappiate che il cuore del mondo è oggi vittima di un genocidio e che il modo intero è complice nello spargimento del nostro sangue.<br />
Non riesco a spiegare nulla di più in questi momenti cruciali, ma spero di avervi esortati a mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni. So che la scrittura è impotente e nuda di fronte al frastuono dei cannoni, dei carri armati e dei missili russi che bombardano città e civili inermi, ma non mi va che anche il vostro silenzio sia complice dello sterminio del mio popolo.  </p>
<p><strong>Khaled Khalifa</strong> <em>è nato ad Aleppo nel 1964. È romanziere, poeta e sceneggiatore per la TV e il cinema. Nel 2008 il suo romanzo </em>Elogio dell’odio<em>, in Italia edito da Bompiani, è entrato a far parte della rosa dei finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento letterario nel mondo arabo. Il romanzo, censurato in patria, è stato tradotto in molte lingue.</em> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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		<title>Sostenere il manifesto</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 14:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il Manifesto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sostenere-il-manifesto/">Sostenere <em>il manifesto</em></a></p>
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		<title>senatore e ladro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41558" title="Senato della repubblica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Senato-della-repubblica-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" /></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca). <span id="more-41557"></span></p>
<p>Credo, anzi temo, di avere un’età che mi consente di dire che molte ne ho viste accadere di bizzarrie in questo bizzarro paese, ma questa confesso che ha delle caratteristiche che ancora mi stupiscono. Mi riferisco a quel senatore della repubblica, di nome Luigi Lusi, che, per sua stessa ammissione, ha rubato 13 (tredici) milioni di euro che non erano suoi e li ha usati per scopi suoi. Viene indagato per “appropriazione indebita”, che è un bel giro di parole per non dire <strong>furto</strong>, che forse <em>suona</em> male? Suona male, sì, ma <em>è</em> male, è esattamente questo, avere rubato beni non tuoi (ma di cui, aggravantemente, avevi per fiducia malaccordatati, la disponibilità) e averne fatto quel che meglio ti pareva. Ma non basta.</p>
<p>Il sunonlodato senatore ammette tranquillamente e offre di restituire, per carità, con calma, cinque di quei tredici milioni, perché altri cinque li ha già pagati in tasse. Sì, e allora? E poi ― non so come mai nessuno lo fa notare ― cinque + cinque = dieci, rimangono tre milioni, li vogliamo considerare bazzecole, noccioline? E infine, ciliegina sulla torta, propone un patteggiamento con un anno di galera, ben s’intende con la condizionale; patteggiamento per fortuna al momento non accettato. E a chi gli chiede di dimettersi da senatore ha risposto, candido, «perché dovrei?».</p>
<p>Non credo che la nostra classe dirigente sia proprio tutta di questa pasta in putrefazione, certo più di qualche poco luminoso esempio ce l’abbiamo. È in occasioni così che monta il desiderio di emigrare in Costarica.</p>
<p>Il suo partito, il PD, l’ha espulso dal gruppo parlamentare al senato, ma non ancora dal partito, che cosa si aspetta? Questa è una persona sorpresa in flagranza di reato, ovvero rea confessa, non occorre aspettare democraticamente i tre regolamentari gradi di giudizio, è un ladro e basta, di cos’altro c’è bisogno per buttarlo fuori dal senato?</p>
<p>Se si accerta che io ho un debito verso lo stato ― o verso un terzo ― che non riesco a pagare completamente subito, il mio stipendio, o la mia pensione viene opportunamente decurtata ogni mese fino a estinzione del debito. Quali provvedimenti verranno presi nei confronti del senatore ladro che dice di non riuscire a restituire tutti e tredici i milioni di euro rubati?</p>
<p>Questo senatore è stato eletto nell’aprile 2008 ed è membro di varie commissioni parlamentari, tra le quali la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (<a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/00022755.htm">qui</a> i dettagli per chi volesse), ma è un volgare ladro. Perché occupa ancora una poltrona del senato della repubblica, perché?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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		<title>L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41349" title="baye lahat" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/baye-lahat.jpg" alt="" width="180" height="225" />di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti. Abdou Lahat Diop è chiamato Baye: ha trent&#8217;anni, sta in Italia da cinque. Abita in provincia di Oristano. O meglio, abitava. Fino al 16 dicembre. Quel giorno si appartò a pregare, lungo una strada isolata. Baye appartiene alla confraternita dei murid, il ramo sufi dell&#8217;Islam senegalese, più in particolare è un baay fall (soldato murid), che ha consacrato la sua vita a Dio. Era arrivato a uno stato estatico di unione mistica, con pratiche ascetiche di autoinduzione del dolore mediante un bastone. In quel momento è passata una pattuglia delle forze dell&#8217;ordine, che lo hanno interrotto, chiedendogli le generalità. Non sappiamo com&#8217;è andata, a quel punto, sappiamo solo che è stato immobilizzato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le proprie generalità. Il giorno successivo c&#8217;è il rito direttissimo, e il giudice ordina una perizia psichiatrica.</p>
<p><span id="more-41348"></span> Che lo giudica “incapace di intendere e di volere” e “socialmente pericoloso”. Il 9 gennaio ne viene ordinato l&#8217;internamento in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Ecco, il modo più sbrigativo per togliersi di torno problemi fastidiosi. Basta una semplice perizia frettolosa, senza nessuna garanzia per l&#8217;osservato, come questa perizia che dal Comitato per l&#8217;abolizione degli Opg definiscono “ingiusta e piena di contraddizioni”, per internare qualcuno in un luogo che continua a essere un vero e proprio manicomio. Non si può dire nemmeno che si tratti di un manicomio “criminale”, perché il concetto di “pericolosità sociale” non implica aver commesso un reato. Abdou, se ha commesso un reato, può essere stato quello di resistenza a pubblico ufficiale. E&#8217; per quello, eventualmente, che dovrebbe essere giudicato. Invece è finito in un girone infernale, scontando un regime di doppia segregazione: perché “folle” e perché “nero”. E&#8217; il suo essere incomprensibile allo sguardo che l&#8217;ha giudicato ad averne fatto un “matto” da internare (disse Franco Basaglia: “Il manicomio ha la sua ragione d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale”). E quell&#8217;incomprensibilità è dovuta a una differenza culturale che nessuno, né il giudice, né il perito psichiatrico (non risulta ci fossero nemmeno un interprete né un mediatore culturale), ha sentito il dovere di prendere in considerazione. Abdou è stato &#8220;sovrascritto&#8221; da una sentenza, che ne ha ordinato la chiusura nell&#8217;Opg di Aversa. E gli Opg sono un vero e proprio orrore, ormai lo sappiamo. Quantomeno lo dovremmo tutti sapere, almeno dopo le conclusioni della commissione d&#8217;inchiesta parlamentare, presieduta da Ignazio Marino (e approvate all&#8217;unanimità), e fatte conoscere al pubblico da una puntata di Presa Diretta. Se non l&#8217;avete vista, guardatelo e inorridite: per esempio sul <a href="http://www.stopopg.it/">sito</a> del Comitato. Che adesso si sta impegnando, come dicevo, nella campagna per la liberazione di Abdou: la sentenza del magistrato è fuori della legalità, secondo il comitato, perché non ha rispettato le sentenze della corte costituzionale che privilegiano l&#8217;accoglienza, la cura e l&#8217;accesso alle misure alternative. E questo accade troppo spesso. Lo stesso presidente della repubblica ha detto che questa è una situazione intollerabile, e che occorre restituire alla libertà e ai percorsi individualizzati di cura molte persone chiuse lì dentro per nessun motivo. Tocca al governo, dice il comitato, farsi carico della soluzione di questo orrendo problema. E tocca a noi non girarci dall&#8217;altra parte.</p>
<p>(pubblicato su l&#8217;Unità, 14/1/2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Chiediamo coraggio</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 07:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Luisa Bocchietto, presidente ADI, il 4 gennaio ha replicato al <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">mio appello</a> sul Corriere - Milano, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/05/Adi_mostri_che_sono_altrove_co_7_120105010.shtml">qui</a>. Il giorno appresso è giunta la lettera di Pisapia, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/06/Per_Enel_del_Consiglio_dei_co_7_120106002.shtml">qui</a>. Il 7 gennaio l'arch. Perotta ventila di querelarmi e ci dà degli invidiosi, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/07/Enel_progetto_che_riqualifica_area_co_7_120107019.shtml">qui</a>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/09/chiediamo-coraggio/">Chiediamo coraggio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Luisa Bocchietto, presidente ADI, il 4 gennaio ha replicato al <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">mio appello</a> sul Corriere - Milano, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/05/Adi_mostri_che_sono_altrove_co_7_120105010.shtml">qui</a>. Il giorno appresso è giunta la lettera di Pisapia, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/06/Per_Enel_del_Consiglio_dei_co_7_120106002.shtml">qui</a>. Il 7 gennaio l'arch. Perotta ventila di querelarmi e ci dà degli invidiosi, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/07/Enel_progetto_che_riqualifica_area_co_7_120107019.shtml">qui</a>. Ieri abbiamo rilanciato con questo pezzo che pubblico qui di seguito.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong>, <strong>Gianni Biondillo</strong>, <strong>Marco Biraghi</strong>, <strong>Roberto Marone</strong>, <strong>Luca Molinari</strong></p>
<p>Gentile Sindaco Pisapia, deduciamo dalla sua risposta che lei ha compreso benissimo quanto quella dei firmatari di questo appello non sia una azione “contro” questa giunta. Vuole essere, semmai, un contributo attivo per alzare la qualità e l&#8217;ambizione del dibattito. <span id="more-41261"></span>Dal successore di Letizia Moratti ci aspettiamo una idea più dinamica di democrazia partecipativa, non vogliamo un sindaco amministratore di condominio o un autocrate che decide tutto in consiglio. Non siamo interessati a risposte burocraticamente ineccepibili. L’abbiamo votata per cambiar pagina, signor sindaco.<br />
Noi in questa giunta vediamo l&#8217;opportunità che Milano possa diventare un laboratorio innovativo, progressivo e inedito in cui combinare sostenibilità finanziaria, trasparenza, consapevolezza delle scelte, equità sociale e qualità diffusa dei manufatti e dei luoghi che abiteremo. Le scelte fatte a Milano nei prossimi anni possono influenzare decisamente dibattito e le scelte nazionali ed è per questo che il caso ex Enel è simbolico e importante, perché deve diventare uno spartiacque, una linea di trincea per la difesa della qualità sempre e a ogni costo delle nostre città. Non si può scambiare la mancata qualità edilizia e architettonica con due vuoti urbani denominati eufemisticamente “piazze”, di cui una, col parcheggio sottostante, affacciata su una arteria di grande traffico&#8230; La città chiede qualcosa di meglio. Vogliamo ricordare gli esempi deleteri di via Cesariano o Piazza Gramsci? Vogliamo ripetere gli stessi errori?<br />
Non basta parlare di case a reddito agevolato, bisogna cominciare a chiedere che questi nuovi interventi dimostrino una qualità diffusa e non che siano la triste replica delle peggiori periferie italiane. Perché oggi la battaglia per la bellezza dei luoghi è strategica, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista etico, cioè politico. È una battaglia di progresso e futuro, che salvaguarda da una parte la memoria vera, attiva e non malinconica dei luoghi, e dall&#8217;altra chiede progetti innovativi, diversi, che facciano scuola, ambiziosi nel loro desiderio diffuso di qualità sociale e ambientale. La bellezza non ha costi aggiuntivi, solo una forma di attenzione e consapevolezza nuova che noi chiediamo alla politica proprio per indicare la rottura chiara rispetto a quanto fatto prima.<br />
All’architetto Perotta nulla possiamo dire. Registriamo, nella sua replica, che l’esercizio di critica non è contemplato nella sua idea di libertà d’opinione. Che poi reputi la nostra l’azione di un gruppo di invidiosi sta a dimostrare la fragilità delle sue giustificazioni, gonfie di cifre e numeri, specchietti per le allodole che deviano il discorso dalla qualità alla quantità.<br />
Chiediamo, signor sindaco, che questo dibattito non si trasformi in uno sterile sventolio di carte bollate. Le chiediamo, conoscendola sensibile, che la discussione diventi davvero pubblica &#8211; così come su internet è già, lo dimostrano le numerose adesioni alla pagina facebook – chiediamo che se ne possa parlare, invitando storici, urbanisti, cittadini, in un luogo deputato, ad esempio la Triennale. Chiediamo coraggio.</p>
<p><em>Altri link utili</em>:<br />
<a href="http://areaxenel.com/">AreaXenel</a>, Un sito documentato.<br />
<a href="http://www.ilpost.it/lucamolinari/2012/01/05/una-polemica-necessaria/">Luca Molinari</a> fa il punto.<br />
<a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/il-brutto-dell%E2%80%99architettura">Marco Biraghi</a> sulla bellezza delle opere di Perotta.<br />
Adesioni all&#8217;appello su <a href="http://www.facebook.com/pages/Area-X-Enel/153745504730503">Facebook</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/09/chiediamo-coraggio/">Chiediamo coraggio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito. Se così non fosse ci voteremmo alla decadenza, alla morte per inanità. Le città vivono nel loro continuo mutare e nella capacità di assorbire il passato, rivitalizzandolo. Così, nella dialettica fra Storia e Contemporaneità, si definisce l’identità di un luogo e il suo destino.<br />
Quindi, signor Sindaco, non sono mai stato e non sarò mai, un propugnatore della museificazione delle città. Il “nuovo” &#8211; antica tradizione della nostra città &#8211; mi affascina ed entusiasma. Dunque questa mia lettera sconsolata, scritta di getto nel cuore della notte, come se fosse una angosciosa impellenza alla quale non posso sottrarmi, non è la lettera di un passatista nostalgico.<br />
Sento l’esigenza di parlarne a qualcuno. A lei, Signor Sindaco.<span id="more-41226"></span><br />
Esattamente di fronte ad uno dei nostri monumenti più insigni, il Cimitero Monumentale, presente in molte guide straniere come sito irrinunciabile per ogni visita alla nostra città, ai margini di uno dei quartieri dove il palinsesto urbano ha lasciato più e più segni negli ultimi due secoli, un quartiere di una complessità e qualità innegabili, un progetto di riedificazione dell’area, dopo un lungo iter burocratico iniziato sotto l’amministrazione che l’ha preceduto, in questi giorni ha avuto da parte di questa giunta comunale, &#8211; quella che io ho votato e per la quale mi sono speso durante le elezioni dello scorso anno &#8211; il placet alla sua realizzazione. L’ho scoperto ieri, per caso, leggendo <a href="http://areaxenel.com">l’appello accorato</a> di un gruppo di residenti della zona.<br />
Quel progetto è semplicemente scandaloso.<br />
Il lotto attualmente occupato dall’edificio storico dell’Enel, che ha una qualità e una evidenza storico-architettonica lampante, verrà raso al suolo per essere sostituito da un volume edilizio che ne rioccupa lo stesso sedime, ma che, con la sua esasperante e sorda volumetria, parodizza la memoria storica, annichilendola. Quello che deprime di questo progetto è la totale mancanza di coraggio. Non è semplicemente un brutto edificio, è la sublimazione della mediocrità. L’esaltazione della rendita fondiaria fatta mattoni, intonaci, balconi, serramenti. Tutta una edilizia che ha impestato in questi ultimi decenni dapprima la profonda provincia, la Brianza velenosa, la Pastrufazio gaddiana, e che poi è tracimata con tutta la sua volgarità, fatta di particolari costruttivi obsoleti e soluzioni insediative deliranti, dapprima nelle nostre periferie (a confronto inizio ad avere nostalgia per l’architettura sociale tanto vituperata degli anni ’60) e infine, piano piano, fino nel cuore storico della città.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41227" title="appartamenti" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/appartamenti.jpg" alt="" width="640" height="434" /></p>
<p>Avere a disposizione un volume sul fronte urbano come quello occupato ora dallo storico edificio dell’Enel e non concepirlo come l’occasione per una progettazione ardita, che sappia conservare il patrimonio della memoria e al contempo riconvertirlo alle esigenze della modernità è la dimostrazione di una totale mancanza di coraggio da parte dei proprietari dell’area. Ma molto peggio è aver accettato supini, da parte della amministrazione comunale, tale operazione, per poter, probabilmente, battere cassa.<br />
Signor Sindaco, lo sappiamo da soli, le casse del Comune sono vuote. Per come la vedo decidere di aumentare il costo del biglietto dei mezzi pubblici è fare politica. È una decisione dolorosa, che coinvolge tutti, ma che ha delle ripercussioni minime e che &#8211; laddove si risolva diversamente &#8211; può essere capovolta. Qualunque sia la giunta che la succederà ha, dalla sua, la reversibilità della opzione in campo. Invece lasciar intaccare in modo così radicale il centro abitato, lasciare che il mercato autoreferenziale ponga le mani sul tessuto urbano con ludibrio, violentando la città a questo modo, non è politica, è connivenza. Ciò che si sta perpetrando ai danni del nostro territorio è irreversibile, prendiamone atto. Appena verrà innalzata la staccionata del cantiere la ferità non sarà più rimarginabile.<br />
Io, non da suo elettore ma da cittadino, non voglio, non posso essere connivente di questo scempio.<br />
Esattamente affianco a tale operazione fondiaria accade ancora di peggio. Demolito il recinto murario e tutti i corpi di fabbrica compresi che definiscono il lotto fra via Niccolini e via Bramante, il piano immobiliare prevede l’edificazione di un albergo di nove piani fuori terra, arretrato rispetto il fronte stradale, lasciando una zona di rispetto (la giusta distanza di legge nei confronti del Cimitero, suppongo) che dovrebbe essere trasformata in una piazza.<br />
Ebbene: non ci vuole un urbanista raffinato, né uno storico delle città, per capire che questo segno nel tessuto è di una violenza senza pari. I due elementi, l’albergo e la piazza, sono &#8211; dai rendering che ho avuto modo di consultare &#8211; di una piattezza creativa senza pari. Se proprio devo incidere il corpo urbano che almeno il risarcimento sia proficuo! Vedere innalzarsi di fronte al Cimitero Monumentale un volume che ha la stessa grazia di un oscuro ministero della Corea del Nord, la stessa polverosa prevedibilità, la stessa noiosa monumentalità d’accatto è disarmante. Neppure in una esercitazione del primo anno alla facoltà di architettura del nostro Politecnico si potrebbe presentare un progetto di tale fattura, senza rischiare lo sbeffeggio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41228" title="albergo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/albergo.png" alt="" width="640" height="433" /></p>
<p>Più ancora del parcheggio di 240 posti, sotto la piazza, con un illogico ingresso dall’imbuto di via Fioravanti, più che le evidenti ragioni di interesse privato che neppure voglio discutere (c’è davvero bisogno di un altro albergo in una zona già abbondantemente servita?), ciò che davvero lascia attoniti, è la totale mancanza di visione progettuale. Ciò che disarma, per capirci, è la mediocrità fatta sistema. La mediocrità del progetto e la mediocrità di un’impresa edilizia e finanziaria (neppure so chi sia, neppure conosco gli addentellati politici che la sorreggono) che ancora oggi, all’alba del 2012, agisce sul territorio con una totale incapacità di lungimiranza: possibile che non c’era modo di affidare un segno di tali dimensioni nelle mani di un progettista con uno spessore intellettuale e progettuale più solido? Possibile non comprendere che sulla qualità dell’edificato si gioca anche la fortuna economica e finanziaria di una operazione di queste dimensioni?<br />
Ma su tutto: cosa ci guadagna la città?<br />
Volete farmi credere, signor Sindaco, signori della giunta comunale, che quello spiazzo insulso, deprimente, quel vuoto che non riuscirà mai a diventare piazza vivibile, luogo condiviso dalla cittadinanza, sia un risarcimento degno per noi cittadini? Gia mi figuro lo spaccio di sostanze stupefacenti in quel nulla urbano, già mi vedo le lastre della pavimentazione divelte, le panchine scardinate, gli alberi scorticati. Quella che vedo sulla carta, signor Sindaco, non sarà mai una piazza, ma solo un luogo di desolazione, di abbrutimento. Ne vale la pena?<br />
Certo, potrebbe dirmi, non c’è solo questo. C’è il recupero dei capannoni di via Bramante che verranno trasformate nella sede espositiva dell’ADI. Ma mi chiedo: può una carezza risarcire uno stupro?<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-41229" title="perrotta 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-1.png" alt="" width="300" height="270" /> Il progettista di tutto ciò ha un nome e un cognome, non nascondiamoci dietro il non detto, non ho interesse ad essere bene educato: Giancarlo Perotta. La sua biografia parla per lui. Non voglio neppure entrare nelle vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto negli anni di Tangentopoli, non faccio gossip. Mi voglio soffermare sulla sua carriera di professionista. Perotta è l’autore della peggiore architettura milanese degli ultimi 30 anni. I due grattacieli di fronte alla stazione Garibaldi, per dire, erano concettualmente già vecchi mentre venivano edificati negli anni rampanti della Milano da bere. Talmente inadeguati che non hanno retto il volgere di neppure due decenni, subendo, in questi ultimi anni, un (fortunatamente) inevitabile restyling radicale. E, a cascata: la Stazione Bovisa, l’Ospedale San Paolo, la villa urbana in via Legnone, il complesso residenziale in via Sesia, etc. etc… una pletora infinita di segni raffazzonati, una male orecchiata idea di tipologia, di modernità, di progettazione urbana, una concezione stereometrica dell’edificato ai limiti dell’autistico. Un’idea di architettura che è una continua emulazione fallita di modelli incompresi e irraggiungibili. “Trash” per definizione filosofica. Perotta è il campione indiscusso della mediocrità progettuale meneghina. È questa la cosa che lascia senza fiato: Milano, che si picca di essere una metropoli internazionale, dove vivono e operano più architetti che a Parigi, che ha indicato la rotta all’intera Nazione, nello scorso secolo, grazie all’opera di progettisti di levatura internazionale, oggi accetta supina che la sua identità, che il suo volto, che la sua forma, sia definita da imprenditori fondiari pavidi e progettisti mediocri. Più che di una metropoli, sembriamo abitanti di una soffocante e retriva provincia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41230" title="perrotta 3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-3.jpg" alt="" width="640" height="480" /></p>
<p>Sia ben chiaro, signor Sindaco, ho la fortuna di poter scrivere queste cose scevro da dietrologie insulse. Non sono un abitante del quartiere, non sono un indignato nimby, non ho mire economiche su quell’area, non ho la più lontana possibilità che io possa intervenire come progettista. Scrivo queste righe notturne, ora, non da architetto, né da intellettuale o scrittore. Le scrivo da cittadino.<br />
Abbiamo chiesto durante le elezioni amministrative, a gran voce, un segno concreto di discontinuità dal passato. Se lei ora è il nostro sindaco lo è perché abbiamo creduto fosse capace di interpretare questa idea profondamente etica di comunità.<br />
La logica degli oneri di urbanizzazione a scomputo che ha retto il mercato immobiliare di questi ultimi decenni, è stata una iattura per l’intera Nazione. È ora di cambiare filosofia, di cambiare politica. Anzi, di fare politica per davvero. Mettere l’interesse pubblico di fronte a quello privato, innanzitutto. Stimolare le iniziative di riordino fondiario senza subirle passivamente, prevedere, anche su aree private, l’obbligo di un concorso ad inviti per lotti di tali dimensioni, rendere partecipi gli abitanti della zona.<br />
Io scrivo libri, signor Sindaco. Anche se fossi il peggior narratore d’Italia, e anche se trovassi un grande editore che non ostante ciò, per pura inerzia, continuasse imperterrito a pubblicarmi, i miei concittadini avrebbero in ogni caso la libertà di non leggermi. Ma noi tutti, l’intera comunità meneghina, non ha alcuna voce in capitolo se qualcuno deturpa la forma della città dove si è deciso di vivere, lavorare, sognare.<br />
Fare politica urbana significa ragionare a lunga gittata, essere consapevoli di ciò che si eredita e di ciò che si vuole lasciare in eredità. Vogliamo farci ricordare dai nostri figli come i costruttori di questa città senza nerbo, signor Sindaco?<br />
Lo chiedo a lei e non solo.<br />
Lo chiedo al mio assessore alla cultura, sempre così esuberante in questi pochi mesi di giunta: non reputa, architetto Boeri, che questa sia una battaglia da combattere per davvero nel nome della cultura cittadina, piuttosto che perdersi nel decidere dove esporre il Quarto Stato?<br />
Lo chiedo ai docenti del Politecnico: è questa l’idea di architettura che vogliamo insegnare ai nostri studenti? Non dovreste, a questo punto, annullare i vostri corsi, dichiarare il default cognitivo?<br />
Lo chiedo ai designer, ai creativi, ai soci dell’ADI: nel nome di una nuova sede espositiva siete pronti ad accettare un tale scempio urbano? Cosa farete quando andrete a godere dei vostri autoreferenziali oggetti da museo? Chiuderete gli occhi, colpevoli, quando passerete in quel vuoto urbano che fronteggia l’albergo?<br />
Lo chiedo alle imprese che vogliono costruire nel nostro territorio: non avete ancora capito che è solo con la qualità progettuale che diverrete davvero competitivi? Siete consapevoli che le logiche che hanno retto le vostre fortune sono ormai alle spalle? Che siete destinati a soccombere se non renderete etico il vostro agire?<br />
Lo chiedo al FAI, a Italia Nostra, alle associazioni locali, alla cittadinanza. Pasolini si domandava: non sarebbe davvero rivoluzionario un popolo che si ribella nel nome della bellezza?<br />
Lo chiedo alla politica, tutta, di destra e di sinistra: cosa muove, per davvero, le vostre scelte? Siete consapevoli del bene e del male che avete fatto e continuate a fare al corpo sfinito di una metropoli che da troppo tempo sogna di rialzarsi ma che subisce di continuo la zavorra del vostro scarso coraggio?<br />
Cui prodest?</p>
<p>Edit: Questa è l&#8217;area interessata dall&#8217;intervento, tra le vie procaccini, Niccolini e Bramante a Milano:<br />
<iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>[<em>questo appello è pubblicato anche su</em> <a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia">Doppiozero</a> <em>nella versione dimezzata che è apparsa sulle pagine milanesi del </em>Corriere della sera <em>il 3 gennaio</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I sacrifici del capitalismo azteco</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 14:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele ventre</dc:creator>
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<p style="text-align: justify">Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, <em>Cannibali e re </em>(la prima edizione italiana risale al 1979,  l&#8217;opera in sé, <em>Cannibals and Kings  &#8211; The Origin of Culture</em>, è del 1977).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/">I sacrifici del capitalismo azteco</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>di Daniele Ventre</strong></p>
<p style="text-align: justify">Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, <em>Cannibali e re </em>(la prima edizione italiana risale al 1979,  l&#8217;opera in sé, <em>Cannibals and Kings  &#8211; The Origin of Culture</em>, è del 1977). La tesi di fondo, che collega l&#8217;evoluzione culturale umana alla disponibilità e alla tipologia di risorse alimentari sul territorio, per quanto abbia lasciati aperti alcuni problemi, contiene spunti di riflessione irrinunciabili. Nel variegato &#8220;umanario&#8221; socioantropologico indagato da Harris, due tipologie di figure legate alla distribuzione di risorse spiccano: i <em>mumi</em>, grandi uomini, capi guerrieri e dispensatori di banchetti presso gli indigeni melanesiani, e i dominatori dei dispotici imperi precolombiani in cui era pratica comune il sacrificio umano su larga scala. Harris osserva anzitutto come, dall&#8217;originario <em>status</em> di grande dispensatore, il capotribù evolva trasformandosi in un monarca che dell&#8217;antico donatore di beni conserva solo il nome, perché di fatto la maggior parte delle risorse sono sotto il suo controllo, avviate nel circuito di un sistema tributario e investite per lo più nell&#8217;apparato militare che consente di mantenere in piedi l&#8217;ordine statuale per come è venuto delineandosi. Ovviamente, nella sua forma ordinaria, l&#8217;evoluzione delle società primitive, che dal <em>mumi</em> porta al re, ha come contraltare effettivo la possibilità di una gestione mirata della produzione: il differimento dell&#8217;accesso diretto all&#8217;alimentazione implica (secondo lo scontatissimo apologo biblico di Giuseppe) la disponibilità di risorse già immagazzinate per eventuali anni di vacche magre, o quantomeno la possibilità di una ridistribuzione un po&#8217; meno irrazionale di un <em>surplus</em> di prodotti destinati, altrimenti, al macero e alla marcescenza, se non alla rapina. Il caso degli Aztechi, con la loro industria del sacrificio come macellazione cannibalica organizzata, ha delle caratteristiche peculiari: per usare le parole di Harris &#8220;&#8230;l&#8217;America centrale si trovò&#8230; di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione. La crescita demografica costante e l&#8217;intensificazione della produzione&#8230; eliminarono la carne animale dalla dieta della gente comune&#8230; La redistribuzione di carne delle vittime sacrificali può avere in effetti aumentato il contenuto di grassi e proteine della popolazione azteca? Se la popolazione della valle del Messico era di 2 milioni di abitanti e il numero di prigionieri disponibili&#8230; ammontava annualmente a soli 15000, la risposta è negativa. Ma il problema è mal posto. Il punto non è in quale misura queste redistribuzioni cannibalistiche contribuivano alla salute e al vigore del cittadino medio, ma in quale misura il rapporto costi-benefici del controllo politico migliorava sensibilimente in séguito all&#8217;uso di carne umana per ricompensare gruppi scelti in periodi cruciali. Se tutto ciò che ciascuno poteva aspettarsi era un dito o un alluce ogni tanto,  il sistema probabilmente non avrebbe funzionato. Ma se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro <em>entourage</em>, e se l&#8217;offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_0_41059" id="identifier_0_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Harris, op. cit. p. 124 s.">1</a></sup>.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-41059"></span></p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, il cammino delle metafore e dei <em>media comparationis</em> saccheggiabili dalla storia e dall&#8217;antropologia è irto di potenziali incongruenze, di fronte alle quali ognuno potrebbe a buon diritto eccepire. Nel quadro delineato da Harris si possono tuttavia enucleare alcuni punti nodali di un certo interesse, che espliciterò più per amor di trasparenza argomentativa, che per sfiducia nell&#8217;intuito dell&#8217;avveduto lettore. Quello che Harris mostra è il quadro di una società sovraffollata che trovandosi in una condizione di fortissimo declino economico e produttivo, giunge a deformare stabilmente, secondo logiche aberranti, il proprio spazio di coordinate assiologiche primarie, abbracciando una politica fagocitatrice e distruttiva, espressione della spietata volontà di una ristretta <em>élite</em> di mantenere i propri privilegi nel contesto di un dominio sociale la cui presunta legittimazione originaria, basata sullo scopo ultimo dell&#8217;efficientizzazione dell&#8217;economia, è ormai persa nel più remoto passato e non trova riscontro nella prassi gestionale effettiva. Gli Aztechi rappresentano la <em>reductio ad absurdum</em> del dominio delle aristocrazie guerriere nelle società arcaiche: a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, la politica economica globale, con le sue bolle speculative, il suo traffico di prodotti finanziari fondati sul nulla, le sue banche, d&#8217;affari e non, che si pongono sul mercato come onnipervasive intermediarie e spesso, come imprevidenti fanciulli di scespiriana memoria, fanno carestia dov&#8217;è abbondanza (o dove la carestia non è così terribile)<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_1_41059" id="identifier_1_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Baster&agrave; pensare alle speculazioni finanziarie di Goldmann-Sachs sui prodotti alimentari: riguardo al fenomeno in questione, si veda l&amp;#8217;articolo di Aditya Chakrabortty su&nbsp;The Guardian: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH">2</a></sup> rischiano di riproporre una dinamica non dissimile, su scala molto più vasta, nel contesto di un&#8217;autofagia socio-politica che rischia ovunque di divorare cannibalicamente i diritti degli individui e lo sviluppo delle società umane, lasciando alla fine, a svettare sulle macerie, come piramidi di cristallo e acciaio, i centri di potere di un&#8217;economia che ha additato il sogno del totale <em>laissez faire</em> solo per ricadere in forme di accentramento e dirigismo più o meno occulto, più o meno diretto. In quest&#8217;ottica, di fronte all&#8217;Huitzilopochtli del pareggio di bilancio, tutto è sacrificabile: dignità del lavoratore, schiavo esposto al precariato strutturale e chiamato a recitare, con allegro <em>aplomb</em>, la farsa della sua sudditanza e del suo impoverimento; dignità dell&#8217;anziano, destinato a morire letteralmente di fame; servizi pubblici, (scuole ospedali) sempre più tagliati e sempre meno efficienti; impossibilità assoluta di una prospettiva migliore per chiunque non sia nato dai lombi giusti. Soltanto l&#8217;apparato di controllo (eserciti polizie) viene mantenuto in piedi, ma più per la sua funzione repressiva, che per la sua ipotetica finalità protettiva: nessuno può fare a meno di notare la prontezza di intervento delle forze dell&#8217;ordine nel manganellare dimostranti, a fronte della loro troppo spesso brontosaurica e ipergarantista lentezza nell&#8217;arginare la criminalità -quella organizzata in specie: ma quest&#8217;ultima è di fatto una multinazionale fra le altre e il suo nucleo primario, strutturalmente connesso alle correnti profonde dei movimenti del capitale finanziario e non, è destinato a restare inattaccabile. In definitiva, il vecchio <em>mumi</em> del capitalismo industriale di sviluppo ha definitivamente mutato volto: è divenuto potere economico spersonalizzato e delocalizzato. Non ha più bisogno dello Stato, anzi, tende a giovarsi di divisioni, particolarismi e tensioni, discrepanze di diritti e aree geografiche depresse dove il lavoro ha basso potere contrattuale. Come i re degli stati primari e secondari della protostoria, si presenta ancora come dispensatore di beni, promotore di sviluppo. Nella prassi, il cosiddetto sviluppo si traduce necessariamente in una divaricazione sempre crescente delle sperequazioni sociali. Nel frattempo, perfino la futura sopravvivenza dell&#8217;umanità sembra eccedere i costi di bilancio: diventa allora normale, per un certo giornalismo atlantico, suggerire (il vecchissimo articolo del Washington post a cui ci riferiamo risale al 31 ottobre del 2010) che una guerra contro l&#8217;Iran, magari con prospettive di allargamento mondiale del conflitto, possa portare a una ricaduta positiva sull&#8217;economia<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_2_41059" id="identifier_2_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ci riferiamo a un ben noto intervento di David Broder, leggibile qui: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html">3</a></sup>. Certo, il signor Broder si esprimeva in termini ironici nei confronti dell&#8217;amministrazione Obama; al termine del cupo 2010, voleva suggerire che <em>mr Yes we can</em> avrebbe finito per divenire ostaggio dell&#8217;avversa parte repubblicana: insomma, un velenoso articoletto di politica interna. Ma ciò non toglie come il fin troppo facile ricorso all&#8217;immagine dell&#8217;<em>éscamotage</em> bellico tradisca una consuetudine intima, cieca e perversa con idee di distruzione. A suo tempo la possibilità di un urto con l&#8217;Iran e della connessa deriva nucleare planetaria spaventava ben più di un chiliasta improvvisato: di fronte al Tlalok delle maree montanti del mercato si arriva a prospettare perfino la possibilità di un olocausto definitivo e sembra che il dottor Stranamore abbia smesso i panni dello scienziato atomico dall&#8217;accento teutonico, per rivestire il doppio petto e l&#8217;eleganza anglosassone dell&#8217;economista di grido o dell&#8217;opinionista da Pulitzer.</p>
<p style="text-align: justify">E l&#8217;Italia post-berlusconiana, con il suo <em>default</em> (via via sempre meno) potenziale, con il suo governo tecnico, con i suoi eleganti e mesti dignitari? Accantonata la lunga fase berlusconiana, ultima deforme pretesa di capitalismo di sviluppo, fra irregolarità gestionali e stallieri in odore di mafia, l&#8217;èra dei sacrifici appare inevitabil<em></em><em></em>e: ma si badi, è inevitabile data la nostra classe politico-impreditoriale(-mafiosa) che non si schioderà dai suoi fattuali privilegi, in specie dalla guarentigia di gestire con piglio oligarchico un&#8217;economia blindata, un mercato chiuso e guidato, oligopolistico, privo di spinte sistematiche all&#8217;innovazione e al vero rischio imprenditoriale (se escludiamo in parte le sole attività illegali): è l&#8217;inevitabilità di un<em> mussen</em>, non di un <em>sollen</em>, l&#8217;inevitabilità di una frana da un precipizio, non quella di un dovere etico e politico. Né c&#8217;è da credere che si salverà alcunché. L&#8217;attuale governo non toccherà la Chiesa, i cui edifici non di culto rimarranno medievalmente immuni da tassazione -non che la Chiesa ci risolva il debito, ma sarebbe stato un segnale&#8230; La lacrimevole Elsa Fornero, smesse le lacrime, ha messo un po&#8217; a tutti la pulce nell&#8217;orecchio sull&#8217;articolo 18 -eppure tutti sanno (stampa di destra in testa) che non è certo questo povero untorello a spiantare la borsa di Milano&#8230; Due segnali precisi di inaffidabilità, visto che il rigore è di fatto unidirezionale e rimane non sostanziale -e ancora una volta il re azteco si traveste impropriamente da <em>mumi</em>. L&#8217;Italia, tuttavia, da periferia del mondo occidentale qual è si accinge più di altri Stati europei a trasformarsi definitivamente in uno dei più riusciti laboratori marginali delle future società feudal-tecnologiche: più di altre nazioni conserva eredità e cascami politico-culturali dell&#8217;èra pregorbaceviana -a partire dalla sua attuale fisionomia politica interna, residuo di un mal riuscito decotto piduista; meno di altre nazioni investe sul proprio futuro, in termini di ricerca, di qualifiche e di istruzione (anzi, i nostri venerabili maestri delle tribune mediatiche sostengono spesso che si possa mantenere in piedi una società complessa sconsigliando ai giovani ogni tipo di formazione culturale più avanzata di quella del garzone da bar). Nel frattempo la finanza e il mercato mondiale, <em>sibi permissi</em>, seguiranno il loro cammino, secondo la crisi congiunturale, al di sopra delle nostre teste, in assenza di regole che permettano di conservare quelle metacondizioni di stabilità e sicurezza sociale tolte le quali il mercato, di fatto, collassa e nemmeno ha senso parlare di debito e di pareggio.</p>
<p style="text-align: justify">Nel suo vecchio libro, Marvin Harris concludeva il capitolo sul truce regime cannibalico azteco ricordando che viceversa &#8220;la disponibilità di specie animali domestiche svolse un ruolo importante nella proibizione del cannibalismo e nello sviluppo di religioni dell&#8217;amore e della misericordia negli Stati e negli imperi del Vecchio Mondo. Potrebbe allora darsi che il cristianesimo sia stato più il dono dell&#8217;agnello, che non del bambino nato nella stalla&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/#footnote_3_41059" id="identifier_3_41059" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Harris, op. cit. p. 125">4</a></sup>. Fuor di metafora, non sappiamo quale sistema di soluzioni potrebbe offrirci la via d&#8217;uscita. Di fatto non sarà un rapace dirigismo bancario, sia pur atteggiato a compassata professionalità, a salvarci qui e altrove dal tracollo a cui decenni di privilegio concesso all&#8217;incompetenza e alla truffa ci hanno condotti: non sarà questo presunto rigore a danni di troppi, lasciando espositianamente <em>immunes</em> i soliti pochi, a garantirci democrazia e sviluppo.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/24/i-sacrifici-del-capitalismo-azteco/">I sacrifici del capitalismo azteco</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41059" class="footnote">Harris, op. cit. p. 124 s.</li><li id="footnote_1_41059" class="footnote">Basterà pensare alle speculazioni finanziarie di Goldmann-Sachs sui prodotti alimentari: riguardo al fenomeno in questione, si veda l&#8217;articolo di Aditya Chakrabortty su <em></em><em>The Guardian</em>: <em></em><a title="Bankers and politicians have turned food into a betting game" href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH">http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jun/07/bankers-politicians-food-betting-game?INTCMP=SRCH</a></li><li id="footnote_2_41059" class="footnote">Ci riferiamo a un ben noto intervento di David Broder, leggibile qui: <a title="The war recovery?" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html</a></li><li id="footnote_3_41059" class="footnote">Harris, op. cit. p. 125</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>BATTAGLIE CULTURALI</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 15:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/23/battaglie-culturali/">BATTAGLIE CULTURALI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili”.<br />
Credo che mai come oggi, per comprendere il senso profondo dello scontro in atto tra chiesa cattolica e modernità, queste parole meritino di essere meditate. Che cosa significa perdonare il delitto come se fosse peccato? Significa che sul sacramento della confessione &#8211; oggi ribattezzato “della penitenza” &#8211; il cattolicesimo post tridentino ha costruito i fondamenti di quel potere che oggi il mondo moderno disconosce: il potere che concede l’assoluzione al delitto in presenza di “vero pentimento”.<span id="more-41085"></span><br />
Nel mio libro GUERRA (Mondadori, 2005) pubblicai un testo concepito come una reazione alle reiterate richieste di “perdono” per i “delitti” commessi in nome di santa romana chiesa: richieste avanzate da Giovanni Paolo II in occasione dell’anno giubilare 2000.</p>
<p><em>Non costa nulla chiedere perdono</em><br />
<em> Per archi trionfali popolati</em><br />
<em> Di allegorie screziate</em><br />
<em> Consustanziate in lame ed armature,</em><br />
<em> Tasse sul miele al papa-re per S. Michele</em><br />
<em> Spade pugnali attrezzi di tortura</em><br />
<em> Non costa nulla chiedere perdono.</em></p>
<p><em>Per il potere di sciogliere e legare</em><br />
<em> Convertire reprimere annientare</em><br />
<em> Non è possibile chiedere perdono.</em></p>
<p>Non ha senso &#8211; scrivevo &#8211; chiedere perdono per avere esercitato il potere di sciogliere e legare, convertire, reprimere e annientare nel momento in cui A QUESTO POTERE NON SI E’ RINUNCIATO E NON SI HA ALCUNA INTENZIONE DI RINUNCIARE. Anzi, tali richieste di perdono suonano ad orecchie laiche e moderne come un ulteriore atto di violenza e di arroganza. Non è possibile chiedere perdono se non si rimuovono le cause che portarono ai crimini. Ma la chiesa cattolica – ovviamente – non può rinunciare al proprio potere di sciogliere, legare, convertire e concedere l’assoluzione, se non rinunciando a se stessa.</p>
<p>Scandali recenti come quello dei cosiddetti preti pedofili, o più circoscritto quello relativo al ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nel sottotetto della parrocchiale di Potenza, o più indietro nel tempo quello relativo al triplice omicidio-suicidio che coinvolse a Roma il comandante delle guardie svizzere, o persino la mancata autopsia sul cadavere di papa Luciani, presentano tutti un denominatore comune: l’urgenza a non fare chiarezza, a non indagare, a non denunciare, a soffocare qualunque voce si levi (o si levasse, come quella della madre della povera guardia svizzera sulla cui memoria pesano due omicidi) a chiedere una indagine seria, circostanziata, libera da condizionamenti. Troncare, sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare…</p>
<p>Perché questo denominatore comune? Perché la prima preoccupazione non è scoprire il colpevole e condannarlo o farlo condannare. Queste sono logiche illuministiche e liberali. La prima preoccupazione è che l’affaire non trapeli, o se trapela che se ne sappia il meno possibile, e soprattutto che ne parlino il meno possibile i nemici là fuori, sempre pronti a puntare il dito contro i depositari del bene assoluto e della verità rivelata. Il segreto come dimensione istituzionale. Il colpevole come il minore dei mali: se si confessa e si pente, si legherà ancora di più alla sacra istituzione, e sarà grato e servo umilissimo. Lo si può perdonare e assolvere, riammettere nei ranghi, rimettere in circolazione, magari proprio tra quei fanciulli che lo attraggono. Sarà una “prova”. E se “cadrà” di nuovo? Dovrà nuovamente pentirsi. Perché ciò che più conta non è l’adolescenza violata, ma il confratello da proteggere, salvare e conservare.</p>
<p>Qual è l’elemento istituzionale che favorisce e giustifica l’omertà? Nel 1996, riferisce il New York Times, il cardinale Tarcisio Bertone diede istruzioni ai vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare alla riduzione allo stato laicale di padre Murphy (stupratore di oltre duecento bambini sordomuti). Lo stesso Bertone, tuttavia, pochi mesi dopo fermò il processo, perché padre Murphy aveva scritto al cardinale Ratzinger: “Vorrei solo vivere il tempo che mi resta nella dignità del mio sacerdozio. Chiedo il vostro aiuto in questa vicenda”. Fu accontentato. Padre Murphy non ricevette alcuna punizione o sanzione e fu trasferito in segreto in altre parrocchie e scuole cattoliche. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha risposto che “il diritto canonico non prevede punizioni automatiche”.<br />
Fuori da ogni logica istituzionale, semplicemente inconcepibile, sarebbe in questi casi pensare ad una denuncia alle autorità civili da parte ecclesiastica. Questo compito spetta sempre e solo alle vittime, dopo qualche anno, quando sono cresciute, se riescono a vincere vergogne e timori, se qualcuno le sostiene. E quando un procuratore della repubblica italiano (è accaduto a Milano) si azzarda a dichiarare: “Riceviamo le denunce sempre e soltanto dalle vittime, mai dalle autorità ecclesiastiche”, il ministro della giustizia italiano pensa subito ad inviargli un’ispezione ministeriale.<br />
Mentre il ministro della giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, l’8 marzo scorso, ribadendo la richiesta di una urgente tavola rotonda tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema degli abusi sessuali e delle violenze, ha accusato il Vaticano di avere a lungo coperto numerosi casi con un muro di silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001, quando era presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.</p>
<p>Il cadavere di Elisa Claps fu scoperto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza da due addette alle pulizie, Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, nel gennaio 2010, due mesi prima del ritrovamento ufficiale avvenuto il 17 marzo. Interrogate, le due signore hanno fatto mettere a verbale che, una volta scoperto il cadavere, avvisarono immediatamente sia il parroco, don Ambrogio Apakta, che il suo vice, Don Vagno. Entrambi sono stati ascoltati a lungo in questura e dai loro interrogatori sono emerse gravi contraddizioni. Un’ulteriore conferma del comportamento omertoso della curia potentina in merito alla tempistica del ritrovamento è giunta dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo. Il quale, dopo un drammatico colloquio con il questore, ha dichiarato ai giornalisti: “Chiedo perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia di Elisa e per la ricerca della verità”.<br />
Chi scrive non pensa minimamente che Apakta, Vagno e Superbo siano in qualche modo implicati nel delitto. Ma questo fatto, se possibile, rende ai nostri occhi ancora più grave il loro comportamento omertoso. Costoro, di fronte a qualsiasi istanza, non si comportano da cittadini, ma da membri di una setta, di un privatissimo club, di un potere altro e superiore, che può ricorrere &#8211; certo &#8211; alle leggi dello stato italiano quando conviene, ma che non si ritengono affatto tenuti a farlo di norma.</p>
<p>Se io commetto un crimine o sono complice di altri in un grave crimine; se, accusato, respingo le accuse, mi proclamo innocente, non collaboro con la giustizia per la ricerca della verità, anzi cerco di deviare le indagini o addirittura dileggio i famigliari della vittima; se, anche dopo una condanna da parte della magistratura dello stato italiano, continuo a negare e mi proclamo innocente, anzi vittima di una macchinazione, e mi rifiuto di risarcire la vittima o la sua famiglia; se continuo a comportarmi in questo modo anche dopo le condanne in appello e in Cassazione; se, infine, passati molti anni, quando ormai la verità fosse lampante e fosse tardi per qualsiasi riparazione, io chiedessi “perdono”… tutti giudicherebbero le mie scuse tardive e inutili. Questo è il comportamento che i detentori della verità rivelata e del bene assoluto pongono in essere. Di fronte a tanta ipocrisia &#8211; avente il solo scopo di non perdere adepti, privilegi e potere &#8211; occorrono forza e fermezza.<br />
Consigliamo vivamente, al riguardo, la lettura del volume Il peccato nascosto, a cura di Luigi Irdi, apparso nel 2010 per le edizioni Nutrimenti, che raccoglie numerose denunce presentate in varie procure italiane su violenze sessuali compiute da preti su minorenni. Vi si narra, per esempio, la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, in provincia di Ferrara, ma ricadente nella diocesi di Bologna, abusate da don Andrea Agostini, responsabile della struttura, condannato nel 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione e al risarcimento di ventottomila euro. Secondo le testimonianze rese in aula da maestre, bidelle e cuoche, Agostini &#8211; loro superiore &#8211; era solito palpeggiare le bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi leccarla. Le vittime avevano tutte tra i tre e i sei anni. Nel novembre 2004 le educatrici informarono i genitori di quanto accadeva nell’asilo e avvisarono i superiori del prete. La direttrice, insieme a un rappresentante dei genitori, venne convocata a Bologna nel gennaio 2005 da monsignor Ernesto Vecchi, in nome e per conto del cardinale Carlo Caffarra. Secondo quanto riportato dalla stessa direttrice, Vecchi disse: “Quell’uomo è malato e questo incontro non è mai avvenuto”. Ma quando seppe che la denuncia contro Agostini era già stata presentata, si inalberò e urlò alla direttrice: “Non dimentichi che lei è pagata da noi!”. I giudici Caruso, Oliva e Bighetti, nella sentenza di condanna di Agostini, scrivono che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto di Agostini equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”. E aggiungono che “il muro di gomma delle autorità ecclesiastiche influì anche sulla tempestività delle denunce e quindi direttamente sul numero di bambine che rimasero vittime di molestie sessuali”. In seguito alla sentenza, l’avvocato delle parti lese Claudia Colombo scrisse al cardinale Carlo Caffarra, chiedendo una ammissione di responsabilità da parte della curia locale. Non ebbe alcuna risposta, mentre Agostini, presto scarcerato, venne promosso da Caffarra arciprete presso il Santuario della Beata Vergine di San Luca: continua dunque ad essere a contatto con i bambini e le bambine in visita al santuario più amato dai bolognesi. Per la cronaca, Caffarra ha avuto recentemente modo di confermare il proprio alto spirito caritativo chiedendo con veemenza al presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani di NON estendere anche alle coppie di fatto &#8211; debitamente registrate in comune &#8211; i diritti e i benefici del welfare.<br />
Porta Pia &#8211; è vero &#8211; cancellò dalla storia una delle più ottuse monarchie assolute dei tempi moderni, che motivava la sua intolleranza e il suo dominio sulle coscienze e sui corpi non solo con il richiamo ad un generico diritto divino, ma con la pretesa che il sovrano fosse il vicario del figlio del dio unico degli abramitici.<br />
Cancellando dall’Europa, come scrisse Gladstone, uno stato che “ha condannato la libertà di parola, la libertà di stampa, la tolleranza del non-conformismo, il libero studio di questioni civili e filosofiche”, quel giorno, l’Italia avrebbe dovuto cancellare per sempre anche i privilegi della chiesa cattolica. Invece diede subito inizio, con la legge delle Guarentigie e “l’assegno di congrua”, alla lunga serie di concessioni al Vaticano culminata in anni recenti nella vergognosa clausola dell’8 per mille.<br />
I clericali, per altro, pensarono bene di mostrarsi sempre e solo offesi, proclamandosi vittime: L’unità cattolica, celebre periodico diretto da don Margotti, cominciò a uscire listato a lutto e lo fece per ben 28 anni. Come osservò Edmondo De Amicis, fogli di tal fatta ingenerarono nei cattolici di tutta Europa il timore che “gli italiani” (definiti “facinorosi” e “tigri assetate di sangue”) volessero “far man bassa sulle chiese e sui preti”.<br />
Porta Pia, quindi, ha sì cancellato dalla storia lo stato pontificio, portando a naturale conclusione il Risorgimento, ma ha anche aperto le porte dell’Italia tutta alle ingerenze vaticane. Perduto il potere temporale in un’area ristretta del paese, i clericali lo hanno recuperato di fatto e con ben maggiore efficacia in tutto il Paese, spacciandolo per potere spirituale, grazie all’ignavia e all’opportunismo dei governanti italiani.</p>
<p>Ricorrendo nuovamente alla strategia del vittimismo, “prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l&#8217;offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo VI per l’Humanae vitae”, ha affermato la Santa sede per bocca del cardinale Angelo Sodano, a proposito dei numerosi processi contro i preti pedofili che in molti paesi del mondo costringono la chiesa a versare cospicui risarcimenti alle vittime. In particolare il cardinale ha condannato l’“accanimento” dei media tedeschi e statunitensi.<br />
Si dia pace, eminenza, rispondiamo, quello che lei definisce “accanimento” in realtà è solo serietà: la serietà dei paesi moderni e civili di fronte all’arretratezza, alla sessuofobia, alla menzogna e all’ipocrisia. Ma si consoli, eminenza, avrà sempre al suo fianco i servizi di Raiset e Bruno Vespa. Avrà al suo fianco anche il governo italiano nella difesa di un Vaticano arroccato come una monarchia medievale mentre affonda agli occhi del mondo civile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/23/battaglie-culturali/">BATTAGLIE CULTURALI</a></p>
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		<title>L&#8217;inganno della crescita</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 15:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<category><![CDATA[Luca Mercalli]]></category>
		<category><![CDATA[modello di sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[<em>pubblico questo discorso di Luca Mercalli sul problema della crescita, perché mi pare dica e spieghi con una certa chiarezza cose che abitualmente non si sentono molto dire, a.s.</em>]<br />
<br />
</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/linganno-della-crescita/">L&#8217;inganno della crescita</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>pubblico questo discorso di Luca Mercalli sul problema della crescita, perché mi pare dica e spieghi con una certa chiarezza cose che abitualmente non si sentono molto dire, a.s.</em>]<br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/PRCgwNaxZaE?rel=0" frameborder="0" width="450" height="259"></iframe><br />
<span id="more-41019"></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/linganno-della-crescita/">L&#8217;inganno della crescita</a></p>
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		<title>MANIFESTO LAICO</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di www.italialaica.it</p>
<p>Esiste anche un’altra Italia. E se ne deve tenere conto. L’Italia laica di chi crede che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino. 1) SÌ ALL’AUTONOMIA E AL PLURALISMO DELLO STATO 2) NO ALLE INGERENZE DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE · 3) SÌ ALLA RIGENERAZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA 4) NO AL FINANZIAMENTO STATALE DIRETTO O INDIRETTO DELLE SCUOLE CONFESSIONALI · 5) SÌ ALLA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO 6) NO A TRUCCHI PER AGGIRARE IL DETTATO COSTITUZIONALE: “SENZA ONERI PER LO STATO” · 7) SÌ ALLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE DI TUTTE LE RELIGIONI 8) NO AI PRIVILEGI DELLA CHIESA CATTOLICA · 9) SÌ ALLA LIBERTÀ DELLE SCELTE MORALI E CULTURALI DI CIASCUN INDIVIDUO 10) NO A UNA LEGISLAZIONE CHE PROVOCA DISUGUAGLIANZA TRA I CITTADINI ······ Esiste anche un’altra Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/manifesto-laico/">MANIFESTO LAICO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di www.italialaica.it</p>
<p>Esiste anche un’altra Italia. E se ne deve tenere conto. L’Italia laica di chi crede che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino. 1) SÌ ALL’AUTONOMIA E AL PLURALISMO DELLO STATO 2) NO ALLE INGERENZE DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE · 3) SÌ ALLA RIGENERAZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA 4) NO AL FINANZIAMENTO STATALE DIRETTO O INDIRETTO DELLE SCUOLE CONFESSIONALI · 5) SÌ ALLA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO 6) NO A TRUCCHI PER AGGIRARE IL DETTATO COSTITUZIONALE: “SENZA ONERI PER LO STATO” · 7) SÌ ALLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE DI TUTTE LE RELIGIONI 8) NO AI PRIVILEGI DELLA CHIESA CATTOLICA · 9) SÌ ALLA LIBERTÀ DELLE SCELTE MORALI E CULTURALI DI CIASCUN INDIVIDUO 10) NO A UNA LEGISLAZIONE CHE PROVOCA DISUGUAGLIANZA TRA I CITTADINI ······ Esiste anche un’altra Italia. E se ne deve tenere conto. L’Italia laica di chi crede che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino. Di chi condanna ogni integralismo ideologico o religioso. <span id="more-40974"></span>Di chi è determinato a rispettare e difendere le regole della tolleranza e del dialogo. Di chi non fa confusione tra religione e ideologia politica, tra fede e posti di governo e di sottogoverno. Di chi sa che la libertà dello stato si fonda sulla sua autonomia. Di chi soprattutto trova ripugnante volere imporre agli altri, soprattutto alle nuove generazioni, valori univoci e verità rivelate. Il tutto con i soldi pubblici. Di chi vorrebbe che l’individuo maggiorenne fosse padrone di sé stesso e quindi libero di scegliersi le proprie relazioni e la propria morale. Di chi vorrebbe che all’individuo minorenne non fossero imposte, né dallo stato né dalla famiglia né dalle chiese, visioni del mondo univoche e totalizzanti che condizionano fortemente il suo futuro. Di chi pensa che ogni singolo debba avere effettivamente la massima libertà d’esprimersi, coltivare e realizzare la sua personalità, senza altri vincoli se non quelli derivanti sia dalla libertà degli altri sia dall&#8217;obbligo di promuoverla, garantirla, difenderla. Siamo molto preoccupati dalle ricorrerenti e sfacciate rivendicazioni clericali, dalle aperte ingerenze sui pubblici poteri, ma ancor di più dall’acquiescenza e dai segnali di resa delle forze politiche e culturali che hanno, o dovrebbero avere, valori pluralistici contrapposti al fondamentalismo nostrano. Corriamo il rischio, frutto del neocinismo imperante, che sia messa sotto i piedi la nostra Costituzione e i principi di laicità che fondano lo stato moderno. Soltanto concezioni ferme al medioevo possono ancora concepire l’individuo sottoposto ad autorità ideologiche esterne e il pluralismo come la sommatoria di sistemi chiusi e imposti. Il principio dello stato moderno, quello che ha salvato l&#8217;Europa dalle guerre religiose e ha garantito la libertà di culto, è la distinzione fra diritto e morale. La gerarchia ecclesiastica cattolica non si è ancora pacificata con questo principio. Essa interviene pesantemente sia sull&#8217;attività del governo e del parlamento sia, addirittura, sulle trattative per la formazione degli esecutivi. Poiché i cattolici non hanno più (o ancora) un solo grande partito, è il Vaticano a farsi partito. Già da tempo, il Papa ha lanciato ufficialmente la campagna politica contro una legge democraticamente voluta dal popolo italiano (quella che regola l&#8217;interruzione volontaria della gravidanza) e contro proposte di legge o politiche dei governi locali che riguardano la regolamentazione della fecondazione artificiale e il riconoscimento delle coppie di fatto. Oltre a continuare a battere cassa pubblica per le proprie scuole confessionali. Ugualmente aperto è il contenzioso tra una pratica laica e gli ambienti politici cattolici che si fanno portavoce della Chiesa sulla negazione della donazione dei gameti che va contro la libertà di procreazione, e sulla limitazione di tecniche, accettate ovunque, per la terapia della sterilità. Ugualmente inaccettabile è il monopolio dei cattolici nel Comitato nazionale per la bioetica. La Chiesa interferisce &#8211; come non succede in nessuno degli stati occidentali &#8211; direttamente nelle scelte politiche della nostra repubblica, perché non accetta quello che per lo stato liberale e democratico è invece il fondamento indiscutibile: &#8220;Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali&#8221; (art. 3 della Costituzione). E&#8217; chiaro che lo stato non impone, né privilegia particolari scelte morali. Secondo la Chiesa romana, invece, i cittadini non dovrebbero essere trattati egualmente, ma in relazione alla loro adesione ai principi religiosi cattolici. Questa pretesa, occorre ribadirlo con forza e senza ambiguità alcuna, è in totale disaccordo con il nostro patto costituzionale e con la cultura politica nella quale i cittadini italiani si riconoscono tramite quel patto. Confidiamo che il governo difenda questa fondamentale prerogativa di civiltà, che sia davvero il governo di tutti, e non il governo dei cattolici praticanti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/manifesto-laico/">MANIFESTO LAICO</a></p>
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		<title>M&#8217; ICI DIALE</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 14:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di http://www.ilmale.net</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di http://www.ilmale.net</p>
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1. AEDES PLACIDA via Como 45 ang. via Pavia,23 00161 Roma (RM) 2. AL CASALETTO – CASA PER FERIE ANCELLE DELLA CARITÀ Via del Casaletto, 538 00151 Roma (RM) 3. ALBERGO ”GIUSTI” Istituto Suore di S.Anna della Provvidenza Via Giusti, 5 00185 Roma (RM) 4. ALBERGO NOVA DOMUS Via Girolamo Savonarola, 38 00195 Roma (RM) 5. ANCELLE DI MARIA IMMACOLATA Via Gualtiero Castellini, 29 00168 Roma (RM) 6. ASSOCIAZIONE CATTOLICA INTERNAZIONALE AL SERVIZIO DELLA GIOVANE – ACISJF Via Urbana, 158 00184 Roma (RM) 7. ASSOCIAZIONE FARNESE Via del Mascherone, 59 00186 Roma (RM) 8. CASA ACCOGLIENZA DON ORIONE Via della Camilluccia, 120 00135 Roma (RM) 9. CASA ACCOGLIENZA ISTITUTO PICCOLE ANCELLE DI CRISTO RE Via Aurelia, 325 00165 Roma (RM) 10. CASA ADELE Via Biagio Pallai, 4 00151 Roma (RM) 11. CASA BEATA MARIA MARGHERITA CAIANI Via Fabio Massimo, 26 00192 Roma (RM) 12. CASA BETANIA Via Portuense, 741 00148 Roma (RM) 13. CASA BONUS PASTOR VICARIATO DI ROMA Via Aurelia, 208 00165 Roma (RM) 14. CASA BUON PASTORE VILLA DUE LEONI Via Siculiana, 4 00133 Roma (RM) 15. CASA CATERINA VOLPICELLI Via XX Settembre, 68/B 00187 Roma (RM) 16. CASA D’ACCOGLIENZA TRINITA’ DEI MONTI P.za Trinità dei Monti, 3 00187 Roma (RM) 17. CASA DEL PELLEGRINO DEL SANTUARIO MADONNA DEL DIVINO AMORE Loc. Castel di Leva – Via Ardeatina, Km 12 00134 Roma (RM) 18. CASA DELFINA Via Tommaso Salvini, 10 00197 Roma (RM) 19. CASA DELLA GIOVANE Annibale di Francia Circ. Appia, 142 00179 Roma (RM) 20. CASA DELL’AVIATORE V.le dell’Università, 20 00185 Roma (RM) 21. CASA DELL’AVIATORE dipendenza Via Lazzaro Spallanzani, 42 00161 Roma (RM) 22. CASA DI ACCOGLIENZA Borgo Santo Spirito, 41 00193 Roma (RM) 23. CASA DI ACCOGLIENZA BETANIA MARIANA V.le Jonio, 10 00141 Roma (RM) 24. CASA DI ACCOGLIENZA DELLE RELIGIOSE DEI SACRI CUORI DI GESÙ E MARIA Via Tuscolana, 327 00181 Roma (RM) 25. CASA DI ACCOGLIENZA E SPIRITUALITÀ ENRICO DE OSSÓ Via Valcannuta, 134 00166 Roma (RM) <span id="more-40965"></span>26. CASA DI ACCOGLIENZA PER STUDENTESSE DELLE RELIGIOSE DI GESÙ E MARIA Via Nomentana, 325 00162 Roma (RM) 27. CASA DI ACCOGLIENZA SUORE FIGLIE DI CRISTO RE Via della Pisana, 332 00163 Roma (RM) 28. CASA DI ACCOGLIENZA TABOR Via Paolo III, 9 00165 Roma (RM) 29. CASA DI ESERCIZI SS. GIOVANNI E PAOLO PER IL CLERO E RELIGIOSI P.za Ss.Giovanni e Paolo, 13 00184 Roma (RM) 30. CASA DI NAZARETH Via Vicenza, 33 00185 Roma (RM) 31. CASA DI NAZARETH (LA) Via Martino V, 25 00167 Roma (RM) 32. CASA DI PROCURA DELL’ORDINE TEUTONICO Via Nomentana, 421 00162 Roma (RM) 33. CASA DI S.TA BRIGIDA P.za Farnese, 96 00186 Roma (RM) 34. CASA DI S.TA BRIGIDA Via delle Isole, 34 00198 Roma (RM) 35. CASA DI SPIRITUALITÀ S.TA RAFFAELLA MARIA Via XX Settembre, 65/B 00187 Roma (RM) 36. CASA DIVINA PROVVIDENZA Via Matteo Bartoli, 255 00143 Roma (RM) 37. CASA DON DOMENICO LEONATI Via Fabiola, 65 00152 Roma (RM) 38. CASA DOMITILLA Via delle Sette Chiese, 280 00147 Roma (RM) 39. CASA FAMIGLIA SUORE BENEDETTINE DI CARITÀ Via di Torre Argentina, 76 00186 Roma (RM) 40. CASA FIGLIE DI S. GIUSEPPE Via degli Estensi, 133 00164 Roma (RM) 41. CASA GIUSEPPE ALLAMANO Via Piero Foscari, 52 00139 Roma (RM) 42. CASA IL ROSARIO Via Sant’Agata dei Goti, 10 00184 Roma (RM) 43. CASA IMMACOLATA SUORE IMMACOLATINE Via Quintiliano, 4 00136 Roma (RM) 44. CASA LA SALLE Via Aurelia, 476 00165 Roma (RM) 45. CASA LOPEZ VICUNA Via Palestro, 23 00185 Roma (RM) 46. CASA MADRE DELLA DIVINA PROVVIDENZA Via del Forte Braschi, 75 00167 Roma (RM) 47. CASAMADRE E REGINA DEL CARMELO Via del Prato, 35 00172 Roma (RM) 48. CASA MADRE TERESA Via del Casaletto, 128 00151 Roma (RM) 49. CASA MARCELLO SPINOLA Via Ticino, 3 00198 Roma (RM) 50. CASA MARIA AUSILIATRICE Via Tito Livio, 24 00136 Roma (RM) 51. CASA MARIA IMMACOLATA Via Ezio, 28 00192 Roma (RM) 52. CASA MARIA SS. ASSUNTA Via Pineta Sacchetti, 261 00168 Roma (RM) 53. CASA MATER CARMELI Via Ludovico di Savoia, 27 00185 Roma (RM) 54. CASA MATER ECCLESIAE Via Pineta Sacchetti, 502 00168 Roma (RM) 55. CASA MATER IMMACULATA Via Monte del Gallo, 38 00165 Roma (RM) 56. CASA MONSIGNOR AURELIO BACCIARINI Via Bernardino Telesio, 4/B 00195 Roma (RM) 57. CASA MONTEMARIO RESIDENZA CALASANZIANA Via degli Scolopi, 31 00136 Roma (RM) 58. CASA MYSTERIUM CHRISTI Via Merulana, 174 00185 Roma (RM) 59. CASA NOSTRA SIGNORA DELL’ATONEMENT Via Monte del Gallo, 105 00165 Roma (RM) 60. CASA NOSTRA SIGNORA DI FATIMA Via del Gianicolo, 4/A 00165 Roma (RM) 61. CASA NOSTRA SIGNORA MADRE DELLA MISERICORDIA Via Montecucco, 25 00148 Roma (RM) 62. CASA PADRI VOCAZIONISTI Via Cortina d’Ampezzo, 140 00135 Roma (RM) 63. CASA PAOLO VI V.le Vaticano, 92 00165 Roma (RM) 64. CASA PAPA GIOVANNI XXIII ISTITUTO DELLE SUORE FRANCESCANE ANGELINE Via Villa Troili, 26 00163 Roma (RM) 65. CASA PER FERIE “MARGHERITA TERESA” Via Aci Catena, 4 00133 Roma (RM) 66. CASA PER FERIE “CASA RAVASCO” Via Pio VIII, 28 00165 Roma (RM) 67. CASA PER FERIE ANCELLE DEL SANTUARIO Via David Salinieri, 5 00154 Roma (RM) 68. CASA PER FERIE AUXILIUM CHRISTIANORUM Via Giuseppe Missori, 19 00165 Roma (RM) 69. CASA PER FERIE DOMUS URBIS Opera Don Guanella Via della Bufalotta, 550 00139 Roma (RM) 70. CASA PER FERIE IL ROMITELLO Via Vincenzo Viara De Ricci, 24 00168 Roma (RM) 71. CASA PER FERIE MADRE SERAFINA Via Monte Fumaiolo, 29 00139 Roma (RM) 72. CASA PER FERIE MARIA SS. ASSUNTA Via Casilina, 235 00175 Roma (RM) 73. CASA PER FERIE S. ELISABETTA Via dell’Olmata, 9 00184 Roma (RM) 74. CASA PER FERIE S. JUAN DE RIBEIRA Via Aurelia, 337 00165 Roma (RM) 75. CASA PER FERIE S. RITA Via Nomentana, 514 00141 Roma (RM) 76. CASA PER FERIE S.TA MARIA ALLE FORNACI P.za Santa Maria alle Fornaci, 27/31 00165 Roma (RM) 77. CASA PER FERIE S.TA RITA P.za Madre Maria Teresa Spinelli 00141 Roma (RM) 78. CASA PER FERIE SACRO CUORE - SUORE PALLOTTINE Via di Porta Maggiore,34 00185 Roma (RM) 79. CASA PER FERIE SANTA EMILIA DE VIALAR Suore di San Giuseppe dell’Apparizione Via Paolo III, 16 00165 Roma (RM) 80. CASA PER FERIE SEVERINO FABRIANI Via Don Carlo Gnocchi, 70 00166 Roma (RM) 81. CASA PER FERIE VILLA BENEDETTA SUORE BENEDETTINE DELLA PROVVIDENZA Via della Moletta, 10 00154 Roma (RM) 82. CASA PER FERIE ”VILLA MARIA ROSA MOLAS” Suore di Nostra Signora della Consolazione Via Cervino, 6 00141 Roma (RM) 83. CASA PIA ADORAZIONE DEL SACRO CUORE Via Pineta Sacchetti, 231 00168 Roma (RM) 84. CASA POLACCA GIOVANNI PAOLO II Via Cassia, 1200 00189 Roma (RM) 85. CASA PRESENTAZIONE Via S. Agatone Papa, 16 00165 Roma (RM) 86. CASA REGINA ANGELORUM Via S. Giovanni della Croce, 33 00166 Roma (RM) 87. CASA REGINA PACIS Via di Bravetta, 267 00164 Roma (RM) 88. CASA S. BERNARDO Via Laurentina, 289 00142 Roma (RM) 89. CASA S. BERNARDO 2 Via Laurentina, 289 00142 Roma (RM) 90. CASA S. CARLO Via del Corso, 437 00186 Roma (RM) 91. CASA S. GIUSEPPE Via Iberia, 21 angolo Via Urbisaglia, 10 00183 Roma (RM) 92. CASA S. PIETRO D’ALCANTARA Via al Quarto Miglio, 117 00178 Roma (RM) 93. CASA S. ROSARIO T. Salvini, 2G Parioli 00197 Roma (RM) 94. CASA S. SISTO SUORE DOMENICANE Via Druso, 2 00184 Roma (RM) 95. CASA S. SOFIA Piazza Madonna dei Monti, 3 00184 Roma (RM) 96. CASA S.TA MARIA Via Appia Nuova, 1009 00178 Roma (RM) 97. CASA S.TA MARIA DEGLI ANGELI Via della Storta, 783 00123 Roma (RM) 98. CASA S.TO SPIRITO SUORE MISSIONARIE BENEDETTINE DI TUTZING Via dei Bevilacqua, 60 00163 Roma (RM) 99. CASA SACRA FAMIGLIA per turismo religioso, sociale e culturale V.le della Primavera, 41 00172 Roma (RM) 100. CASA SACRO COSTATO Via Alberto Vaccari, 9 00135 Roma (RM) 101. CASA SACRO CUORE Via Tommaso Zigliara, 19 00168 Roma (RM) 102. CASA SAN BENEDETTO MENNI Via Morgagni, 41 00161 Roma (RM) 103. CASA SAN GABRIELE Via Trionfale, 12840 00135 Roma (RM) 104. CASA SAN VINCENZO PALLOTTI Via di Porta Maggiore, 34 00185 Roma (RM) 105. CASA SANTA FRANCESCA ROMANA A PONTE ROTTO – PALAZZO DEI PONZIANI Via dei Vascellari, 61 00153 Roma (RM) 106. CASA SANT’AGATA Via Sant’Agata dei Goti, 24 00184 Roma (RM) 107. CASA SANT’ANNA Via Bari, 15 00161 Roma (RM) 108. CASA SANT’ORSOLA DELLE SUORE ORSOLINE Via del Casaletto, 541 00151 Roma (RM) 109. CASA SS. ANGELI CUSTODI Via Palmaria, 10 00141 Roma (RM) 110. CASA VACANZA RAINBOW HOUSE Raffaele Balestra, 44 00152 Roma (RM) 111. CASA VERSIGLIA CASA SALESIANA PER FERIE Viale Mazzini, 15 00045 Genzano di Roma (RM) 112. CASALE BOCCALEONE Via Collatina Vecchia, 127 00155 Roma (RM) 113. CATTEDRALE S. CUORE DI GESÙ E MARIA Via del Cenacolo, 43 – Loc. La Storta Roma (RM) 114. CENTRO ACCOGLIENZA “P.G. MINOZZI” Via dei Gigli d’Oro, 15 00186 Roma (RM) 115. CENTRO CULTURALE INTERNAZIONALE GIOVANNI XXIII Via del Conservatorio, 1 00186 Roma (RM) 116. CENTRO DI ACCOGLIENZA S. DOMENICO Congr. Suore Domenicane del SS. Sacramento Via degli Appennini, 37 00198 Roma (RM) 117. CENTRO DI DIFFUSIONE E DI SPIRITUALITÀ Via dei Riari, 44 00165 Roma (RM) 118. CENTRO DI SPIRITUALITÀ MARIA DE MATTIAS Via G. Baccelli, 88 00030 San Vito Romano (RM) 119. CENTRO DI SPIRITUALITÀ NOSTRA SIGNORA DEL SACRO CUORE Loc. La Storta – Via Cassia, 1826 00123 Roma (RM) 120. CENTRO DI SPIRITUALITÀ S.TA BRIGIDA Via Cassia, 2040 00123 Roma (RM) 121. CENTRO GIOVANILE S. BENEDETTO Via del Gazometro, 23 00154 Roma (RM) 122. CENTRO MISSIONARIO MARIANO CRISTO REDENTORE Via Galatea, 122 – La Rustica 00155 Roma (RM) 123. CENTRO RELIGIOSO BOEMO VELEHRAD Via delle Fornaci, 200 00165 Roma (RM) 124. CENTRO TRA NOI Via Machiavelli, 25 00185 Roma (RM) 125. CENTRO UNIVERSITARIO MARIANUM Via M. Boiardo, 30 00185 Roma (RM) 126. CENTRO UNIVERSITARIO REGINA MUNDI P.le Aldo Moro, 9 00185 Roma (RM) 127. CLARETIANUM L.go Lorenzo Mossa, 4 00165 Roma (RM) 128. COLLEGIO CELIMONTANO Fondazione Rui Via Palestro, 7 00185 Roma (RM) 129. COLLEGIO FRANCESCANO DI S. FRANCESCO A RIPA P.za San Francesco d’Assisi, 88 00153 Roma (RM) 130. COLLEGIO INTERNAZIONALE DI TERRA SANTA Via di Boccea, 590 00166 Roma (RM) 131. COLLEGIO KER MARIA Via E. Tanzi, 67 00135 Roma (RM) 132. COLLEGIO PORTANEVIA Fondazione Rui Via Laurentina, 86/q 00142 Roma (RM) 133. COLLEGIO S. CRISOGONO MARTIRE P.za Sonnino, 44 00153 Roma (RM) 134. COLLEGIO S. DAMIANO Via Villa Maggiorani, 16 00168 Roma (RM) 135. COLLEGIO S. LUCA L.go Francesco Vito, 1 00168 Roma (RM) 136. COLLEGIO SACRA FAMIGLIA – SUORE COLLEGINE DELLA SACRA FAMIGLIA Via Achille Mauri, 14 00135 Roma (RM) 137. COLLEGIO SCOZZESE Via Cassia, 481 00189 Roma (RM) 138. COLLEGIO UNIVERSITARIO VILLA DELLE PALME Fondazione Rui Lungotevere delle Armi, 12/13 00195 Roma (RM) 139. COMPAGNIA DI MARIA NOSTRA SIGNORA Via Nomentana, 333 00162 Roma (RM) 140. COMUNITÀ DELL’ASCOLTO – VILLAVERJUS Via Dronero, 9 00166 Roma (RM) 141. CONCEZIONISTE MISSIONARIE Via Nino Bixio, 75 00185 Roma (RM) 142. CONVENTO FRATIMINORI CAPPUCCINI P.za San Francesco, 2 00045 Genzano di Roma (RM) 143. CONVENTO SANT’AGOSTINO Seminario Agostiniano 00032 Carpineto Romano (RM) 144. CONVITTO ECCLESIASTICO INTERNAZIONALE CASA S. CARLO Via del Corso, 437 00186 Roma (RM) 145. CONVITTO PIO IX Via San Giovanni in Laterano, 73 00184 Roma (RM) 146. DOMUS AURELIA Via Aurelia, 218 00165 Roma (RM) 147. DOMUS AVENTINA Via di Santa Prisca, 11 00153 Roma (RM) 148. DOMUS CARMELITANA Via Alberico II, 44 00193 Roma (RM) 149. DOMUS INTERNATIONALIS PAULUS VI Via della Scrofa, 70 00186 Roma (RM) 150. DOMUS MARIAE Via Aurelia, 481 00165 Roma (RM) 151. DOMUS NOVA BETHLEM Via Cavour, 85/A 00184 Roma (RM) 152. DOMUS NOVA BETHLEM Via Cavour, 85/A 00184 Roma (RM) 153. DOMUS ROMANA SACERDOTALIS FONDAZIONE VATICANA Via della Traspontina, 18 00193 Roma (RM) 154. DOMUS SESSORIANA P.za di S. Croce in Gerusalemme, 10 00185 Roma (RM) 155. DOMUS VITELLIA Via Vitellia, 95 00152 Roma (RM) 156. ELISABETTA VENDRAMINI Via della Pineta Sacchetti, 145 00167 Roma (RM) 157. EREMO DOMENICANE DI S.TA ROSA DA LIMA Via del Pescaccio, 101 00166 Roma (RM) 158. EUGENIA RAVASCO P.za Galeno, 6 00162 Roma (RM) 159. EUGENIA RAVASCO P.za Stazione di San Pietro, 37 00165 Roma (RM) 160. FAMILY HOUSE Via Bixio, 72 00185 Roma (RM) 161. FIGLIE DELLA CROCE Via dell’Arancio, 68 00186 Roma (RM) 162. FIGLIE DI CRISTO RE Via Anicio Paolino, 64 00178 Roma (RM) 163. FONDAZIONE DI SANTO STEFANO D’UNGHERIA – CASA PER FERIE Via del Casaletto, 481 00151 Roma (RM) 164. FONDAZIONE GIOVANNI XXIII Via di Torre Rossa, 68 00165 Roma (RM) 165. FOYER PHAT DIEM Via Pineta Sacchetti, 45 00167 Roma (RM) 166. FRATERNA DOMUS Vic. del Leonetto, 16 00186 Roma (RM) 167. FRATERNITA’ SAN CARLO BORROMEO Via Boccea, 761 00166 Roma (RM) 168. HOTEL C.A.RI.S.MA. Centro Accoglienza Ricreativo Stella Maris V.le Marconi, 700 00146 Roma (RM) 169. HOTEL CASA TRA NOI Via Monte del Gallo, 113 00165 Roma (RM) 170. HOTEL DOMUS PACIS Via di Torre Rossa, 94 00165 Roma (RM) 171. HOTEL PONTE SISTO Via dei Pettinari, 64 00186 Roma (RM) 172. HOTEL S.TA PRISCA L.go M. Gelsomini, 25 00153 Roma (RM) 173. HOTEL VILLA ROSA Via Giovanni Prati, 1 00152 Roma (RM) 174. I GIGLI DELLA MONTAGNA CASA PER FERIE SANT’ORSOLA Via Monte Senario, 83 00141 Roma (RM) 175. ISTITUTO BAMBIN GESÙ Via Urbana, 1 00184 Roma (RM) 176. ISTITUTO CARDINALE G. GUARINO Via degli Urali, 30 00144 Roma (RM) 177. ISTITUTO CAVANIS Via Casilina, 600 00177 Roma (RM) 178. ISTITUTO DELL’ASSUNZIONE V.le Romania, 32 00196 Roma (RM) 179. ISTITUTO DELLE SUORE CARMELITANE Via Trionfale, 6157 00135 Roma (RM) 180. ISTITUTO DON CALABRIA Via Giambattista Soria, 13 00168 Roma (RM) 181. ISTITUTO ECCLESIASTICO MARIA IMMACOLATA Via del Mascherone, 55 00186 Roma (RM) 182. ISTITUTO FIGLIE DI MARIA MISSIONARIE Via Giovanni Battista Canobi, 18 00151 Roma (RM) 183. ISTITUTO FIGLIE DI NOSTRA SIGNORA DEL SACRO CUORE Via Cassia, 1826 Loc. La Storta Roma (RM) 184. ISTITUTO IMMACOLATA CONCEZIONE DI N.S. DI LOURDES Via Domenico Tardini, 40 00167 Roma (RM) 185. ISTITUTO LEGA – SUORE DELLA SACRA FAMIGLIA Via Cimone, 19 00141 Roma (RM) 186. ISTITUTO MADRE MARIA ZILERI - ORSOLINE MISSIONARIE DEL SACRO CUORE Via Nomentana, 309 00162 Roma (RM) 187. ISTITUTO MARCHESA TERESA GERINI Via Tiburtina, 994 00156 Roma (RM) 188. ISTITUTO MARIA CONSOLATRICE Via degli Etruschi, 13 00185 Roma (RM) 189. ISTITUTO MATER DOLOROSA Via Alessandro Torlonia, 14 00161 Roma (RM) 190. ISTITUTO MATER ECCLESIAE Salita Monte del Gallo, 27 00165 Roma (RM) 191. ISTITUTO NOSTRA SIGNORA DELLA COMPASSIONE Via Orti di Galba, 13 00152 Roma (RM) 192. ISTITUTO NOSTRA SIGNORA DI LOURDES Via Sistina, 113 00187 Roma (RM) 193. ISTITUTO PUREZZA DI MARIA SANTISSIMA V.le Parioli, 49/51 00197 Roma (RM) 194. ISTITUTO RELIGIOSE ORSOLINE U.R. CASA PER FERIE Via Nomentana, 34 00161 Roma (RM) 195. ISTITUTO S. GIOVANNI BOSCO V.le dei Salesiani, 9 00175 Roma (RM) 196. ISTITUTO S. GIUSEPPE Via L. Luzzati, 11 00185 Roma (RM) 197. ISTITUTO S. GIUSEPPE DELLA MONTAGNA V.le Vaticano, 88 00165 Roma (RM) 198. ISTITUTO S. GIUSEPPE DI CLUNY Via Angelo Poliziano, 38 00184 Roma (RM) 199. ISTITUTO S. TOMMASO DI VILLANOVA V.le Romania, 7 00196 Roma (RM) 200. ISTITUTO S.TA CATERINA DA SIENA P.le Numa Pompilio, 45 00184 Roma (RM) 201. ISTITUTO S.TA DOROTEA Salita Sant’Onofrio, 38 00165 Roma (RM) 202. ISTITUTO S.TA GIULIANA FALCONIERI Via S. Giuseppe Calasanzio, 1 00186 Roma (RM) 203. ISTITUTO S.TE RUFINA E SECONDA Via della Lungaretta, 92 00153 Roma (RM) 204. ISTITUTO SACRA FAMIGLIA DI URGELL Via Dandolo, 25 00153 Roma (RM) 205. ISTITUTO SACRO CUORE Via Valtellina, 97 00151 Roma (RM) 206. ISTITUTO SALESIANO S. LUIGI VERSIGLIA V.le Mazzini, 15 00045 Genzano di Roma (RM) 207. ISTITUTO SAN GAETANO – CASA PER FERIE – ROMA Viale di Trastevere, 251 00153 Roma (RM) 208. ISTITUTO SANT’ORSOLA DI SAN CARLO A SANT’AMBROGIO Via Livorno, 50 00162 Roma (RM) 209. ISTITUTO SIORE DELLE POVERELLE Via Baccaria, 5 – Loc. La Storta Roma (RM) 210. ISTITUTO SUORE ADORATRICI Via Alessandro Torlonia, 6 00161 Roma (RM) 211. ISTITUTO SUORE BUON SALVATORE Via Leopardi, 17 00185 Roma (RM) 212. ISTITUTO SUORE CARMELITANE TERESIANE Via Tasso, 157 00185 Roma (RM) 213. ISTITUTO SUORE DI S. GIUSEPPE DI CHAMBERY Via del Casaletto, 260 00151 Roma (RM) 214. ISTITUTO SUORE OSPEDALIERE DI S. PAOLO DI CHARTES P.za Sessa Aurunca, 9 00177 Roma (RM) 215. LA NOSTRA FAMIGLIA Via Brenta, 14 00198 Roma (RM) 216. MADONNA CENACOLO Via Vincenzo Ambrosio, 9 Roma (RM) 217. MADRE MARIA EUGENIA V.le Romania, 32 00197 Roma (RM) 218. MAESTRE PIE FILIPPINI L.go Santa Lucia Filippini, 20 00186 Roma (RM) 219. MATER MUNDI Via Lorenzo Rocci, 64 00151 Roma (RM) 220. MERCEDARIE DELLA CARITÀ Via Iberia, 8 00183 Roma (RM) 221. MISSIONARIE DELL’IMMACOLATA Via dei Quattro Cantoni, 36 00184 Roma (RM) 222. MONASTERO DI S. BERNARDO ALLE TERME Via Torino, 94 00184 Roma (RM) 223. MONASTERO DI S. PAOLO FUORI LE MURA Via Ostiense, 186 00146 Roma (RM) 224. MONASTERO DI S.TA MARIA DEI SETTE DOLORI Via Garibaldi, 27 00153 Roma (RM) 225. MONASTERO DI S.TA SUSANNA Via XX Settembre, 14 00187 Roma (RM) 226. MONASTERO RUSSO USPENSKIJ Via della Pisana, 342 00163 Roma (RM) 227. MONASTERO SANTI VINCENZO E ANASTASIO Via Acque Salvie, 1 00142 Roma (RM) 228. NUOVO JOANNEUM L.go Francesco Vito, 1 00168 Roma (RM) 229. OASI FRANCESCANA Via Forte Trionfale, 2 00135 Roma (RM) 230. OASI FRANCESCANA Tiburtina km 47,200 loc. San Cosimato 00029 Roma (RM) 231. OASI SAN GIUSEPPE Via del Fontanile Arenato, 277 00163 Roma (RM) 232. OBLATE DI S.TA FRANCESCA ROMANA DEL MONASTERO DI TOR DE’ SPECCHI Via del Teatro Marcello, 32 00186 Roma (RM) 233. OPERA S. PIO X Via degli Etruschi, 36 00185 Roma (RM) 234. OSPITALITA’ PAOLINA VILLA BASSI Via Giacinto Carini, 24 00152 Roma (RM) 235. OSTELLO (TESSERA AIG) Viale delle Olimpiadi, 61, Foro Italico Roma (RM) 236. OSTELLO MARELLO Via Urbana, 50 00184 Roma (RM) 237. PARVA DOMUS MARIAE Via di Valle Alessandra, 35 00133 Roma (RM) 238. PENSIONATO S. PAOLO V.le F. Baldelli, 41 00146 Roma (RM) 239. PENSIONE ANCELLE DELL’AMORE MISERICORDIOSO Via Casilina, 323 00176 Roma (RM) 240. PIE OPERAIE DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI Via dei Sabelli, 177 00185 Roma (RM) 241. PONTIFICIO ATENEO SALESIANO P.za dell’Ateneo Salesiano 00139 Roma (RM) 242. PROCURA GENERALE- SUORE MISSIONARIE PALLOTTINE Casa Per Ferie V.le delle Mura Aurelie, 7/B San Pietro 00165 Roma (RM) 243. QUO VADIS Via Luigi Capucci, 4 00147 Roma (RM) 244. RELIGIOSE DI MARIA IMMACOLATA Via Cassia, 585 00189 Roma (RM) 245. RESIDENZA DI OSPITALITÀ PROTETTA AGOSTINO GEMELLI L.go A. Gemelli, 8 00168 Roma (RM) 246. RESIDENZA MADRI PIE ROMA Via Alcide de Gasperi, 4 (Cavalleggeri) A 150 metri dal colonnato di sinistra di P.zza San Pietro 00165 Roma (RM) 247. RESIDENZA SANITARIA DI OSPITALITA’ PROTETTA L.go Francesco Vito, 1 00167 Roma (RM) 248. RESIDENZA UNIVERSITARIA INTERNAZIONALE (RUI) Fondazione Rui Via Sierra Nevada, 10 00144 Roma (RM) 249. SALESIANUM BEATO MICHELE RUA Via della Pisana, 1111 00163 Roma (RM) 250. SANTA CHIARA Via della Cava Aurelia, 17 00165 Roma (RM) 251. SANTA LUCIA FILIPPINI Via delle Botteghe Oscure, 42 00186 Roma (RM) 252. SANTA MARIA Via di Villa Ricotti, 2/4 00161 Roma (RM) 253. SANTUARIO N.S. DI FATIMA Via Ponte Terra, 8 00010 San Vittorino Romano (RM) 254. SEMINARIO INTERNAZIONALE GIOVANNI PAOLO II Via Monte della Farina, 64 00186 Roma (RM) 255. ST. ROSE’S VILLA ROSA Via delle Terme Deciane, 5 00153 Roma (RM) 256. SUORE DEI POVERI DI S. VINCENZO DE’ PAOLI Via Carlo Emanuele I, 14 00185 Roma (RM) 257. SUORE DEL PREZIOSISSIMO SANGUE Santa Maria Mediatrice, 8 00165 Roma (RM) 258. SUORE DEL SACRO CUORE DEL VERBO INCARNATO Via G.A. Guattani, 7 00161 Roma (RM) 259. SUORE DELLA RIPARAZIONE Via Aurelia, 481 00165 Roma (RM) 260. SUORE DELLA S.TA FAMIGLIA DI VILLEFRANCHE L.go Arrigo VII, 2 00153 Roma (RM) 261. SUORE DELLA SACRA FAMIGLIA - ISTITUTO LEGA Via Cimone, 19 00141 Roma (RM) 262. SUORE DELLO SPIRITO SANTO Via della Pineta Sacchetti, 227 00168 Roma (RM) 263. SUORE DI CARITA’ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE D’IVREA Via della Lungaretta, 92 00153 Roma (RM) 264. SUORE DI CARITÀ DI N.S. DEL BUONO E PERPETUO SOCCORSO Via Merulana, 170 00185 Roma (RM) 265. SUORE DI MARIA SS. DELLA PURITÀ Via S. Croce in Gerusalemme, 96 00185 Roma (RM) 266. SUORE DI NOSTRA SIGNORA DEL BUON SOCCORSO Via degli Artisti, 38 00187 Roma (RM) 267. SUORE DI NOSTRA SIGNORA DEL RITIRO AL CENACOLO P.za Madonna del Cenacolo, 15 00136 Roma (RM) 268. SUORE DI S. FILIPPO NERI Via Monte Pertica, 23 00195 Roma (RM) 269. SUORE DI S. GIOVANNI BATTISTA V.le Giulio Cesare, 108 00192 Roma (RM) 270. SUORE DI S.TA MARIA MADDALENA POSTEL Via di Porta Pertusa, 2 00165 Roma (RM) 271. SUORE DI SANTA BRIGIDA Via Cassia, 2040 – Loc. La Storta Roma (RM) 272. SUORE DOMENICANE DELLA BEATA IMELDA Via Trionfale, 8338 00135 Roma (RM) 273. SUORE FRANCESCANE DELLA CROCE DEL LIBANO Via Fratelli Bandiera, 19 00152 Roma (RM) 274. SUORE MARCELLINE Via Dandolo, 59 00153 Roma (RM) 275. SUORE MERCEDARIE MISSIONARIE DI BERRIZ V.le Pola, 10 00198 Roma (RM) 276. SUORE OBLATE DI S. FRANCESCO SAVERIO Via del Calice, 36 00178 Roma (RM) 277. SUORE ORSOLINE DI MARIA IMMACOLATA Via Dandolo, 46 00153 Roma (RM) 278. SUORE PIE OPERAIE Via di Torre Argentina, 76 00186 Roma (RM) 279. SUORE SALESIANE DEI SACRI CUORI Via Guicciardini, 4 00184 Roma (RM) 280. SUORE SALESIANE OBLATE DEL SACRO CUORE Via Bonvesin de la Riva, 55 00137 Roma (RM) 281. SUORE TERZIARIE FRANCESCANE DELLA MADRE DEL DIVIN PASTORE Via Pio VIII, 16 00165 Roma (RM) 282. TEATRO ORIONE Via Tortona, 7 00183 Roma (RM) 283. VILLA ANGELI Via P. Bentivoglio, 12 00165 Roma (RM) 284. VILLA ANNUNZIATA Via di Villa Maggiorani, 9 00168 Roma (RM) 285. VILLA AURELIA Via Leone XIII, 459 00165 Roma (RM) 286. VILLA AURELIA Via del Casale di San Pio V, 20 00165 Roma (RM) 287. VILLA EUR PARCO DEI PINI P.le Marcellino Champagnat, 2 00144 Roma (RM) 288. VILLA FATIMA – SUORE OBLATE DEL SANTISSIMO REDENTORE Via P. Bentivoglio, 1 00165 Roma (RM) 289. VILLA LANTE Via San Francesco di Sales, 18 00165 Roma (RM) 290. VILLA LETIZIA Via Diomede Marvasi, 30 00165 Roma (RM) 291. VILLA LITUANIA P.za Asti, 25 00182 Roma (RM) 292. VILLA MARIA L.go Giovanni Berchet, 4 Monteverde vecchio 00152 Roma (RM) 293. VILLA MARIA CRISTINA BRANDO Via Cassia, 490 00189 Roma (RM) 294. VILLA MARIA INES Missionarie Clarisse del Santissimo Sacramento Via Cardinal Garampi, 17 00167 Roma (RM) 295. VILLA MARIA PIA Via Aurelia, 564 00165 Roma (RM) 296. VILLA MARIA REGINA Via della Camilluccia, 687 00135 Roma (RM) 297. VILLA MATER REDEMPTORIS Via Francesco Tamagno, 38 00168 Roma (RM) 298. VILLA PRIMAVERA Via della Stazione di Ottavia, 86/88 00135 Roma (RM) 299. VILLA ROSARIO Via Pietro d’Assisi, 15 00151 Roma (RM) 300. VILLA S. GIOVANNI BATTISTA Via del Casale di S. Pio V, 1 00165 Roma (RM) 301. VILLA S. GIUSEPPE Via Antonio Cerasi, 3 00152 Roma (RM) 302. VILLA S. ROMANO Via Casale di Tor di Quinto, 11/13 00191 Roma (RM) 303. VILLA S. VINCENZO FERRERI Via Maria Domenica Brun Barbantini, 151 00123 Roma (RM) 304. VILLA SERENA S.TA MARIA Via della Pisana, 321 00163 Roma (RM) 305. VILLA XIMENES COLLEGIO UNIVERSITARIO Via Bartolomeo Eustachio, 2 00161 Roma (RM) 306. VILLAGGIO S. GIUSEPPE Via Selva Candida, 671 00166 Roma (RM)<br />
E A MILANO…<br />
1. CASA DEL CLERO DOMUS MATER ECCLESIAE 2. CASA DEL CLERO SAN TOMMASO 3. CASA DEL GIOVANE DELL\’OPERA DON ORIONE 4. CASA IMMACOLATA CONCEZIONE 5. CENTRO GIOVANILE PAVONIANO 6. CENTRO PAOLO VI 7. CENTRO SALESIANO PAOLO VI 8. CENTRO UNIVERSITARIO – COLLEGIO UNIVERSITARIO ARCIVESCOVILE 9. COLLEGIO LUDOVICIANUM 10. COLLEGIO SUORE STIMMATINE 11. COLLEGIO UNIVERSITARIO TORRESCALLA 12. COLLEGIO UNIVERSITARIO VISCONTEA 13. ISTITUTO CASATI 14. ISTITUTO GHISLANZONI 15. ISTITUTO LA CASA 16. ISTITUTO MARIANUM 17. ISTITUTO PREZIOSISSIMO SANGUE 18. ISTITUTO SACRO CUORE 19. ISTITUTO SAN GAETANO 20. MONASTERO SAN BENEDETTO 21. OSTELLO PER LA GIOVENTÙ ”PIERO ROTTA” – AIG 22. PATRONATO S. VINCENZO &#8211; CASA UNIVERSITARIA MASCHILE 23. PENSIONATO EGIDIO TREZZI DEL L’OPERA CARD. FERRARI 24. PENSIONATO FEMMINILE MADRE CABRINI 25. PENSIONATO FEMMINILE SAN PAOLO 26. PENSIONATO FIGLIE DI SANT’ANGELA MERICI 27. PENSIONATO MARIA IMMACOLATA 28. PENSIONATO MARIA SS. CONSOLATRICE 29. PENSIONATO ORSOLINE MISSIONARIE DEL SACRO CUORE 30. PENSIONATO PADRE SEMERIA 31. PENSIONATO SAN FILIPPO 32. PENSIONATO SANTA GIULIANA 33. PENSIONATO UNIVERSITARIO ACISJF 34. PENSIONATO UNIVERSITARIO BERTONI 35. PENSIONATO UNIVERSITARIO S. FRANCESCO 36. RESIDENZA ALTAI &#8211; FONDAZIONE RUI 37. RESIDENZA SANTA MARCELLINA 38. RESIDENZA UNIVERSITARIA ISTITUTO GONZAGA 39. RESIDENZA UNIVERSITARIA TORRIANA – FONDAZIONE RUI 40. SUORE CAPPUCCINE DI MADRE RUBATTO 41. SUORE IMMACOLATINE 42. SUORE ORSOLINE DELLA SACRA FAMIGLIA<br />
DAL SITO DE &#8220;IL MALE&#8221;: http://www.ilmale.net/2011/12/ici-sulla-prima-chiesa-lelenco-degli-immobili-del-vaticano-deicizzati-a-roma-e-milano/#comment-78</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/m-ici-diale/">M&#8217; ICI DIALE</a></p>
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		<title>RAI &#8211; INFORMAZIONE NEGATA</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/rai-informazione-negata/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 14:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Certi Diritti</p>
<p>Richiesta di mobilitazione affinché la Rai svolga VERAMENTE servizio pubblico.</p>
<p>Chiedi con noi all&#8217;autorità garante delle comunicazioni, l&#8217;Agcom, che la RAI finalmente apra un dibattito pubblico sulle libertà sessuali e le discriminazioni di genere!</p>
<p>La RAI, oltre a censurare tutte le immagini di baci e matrimoni che non siano eterosessuali (come nel caso di &#8216;Brokeback Montain&#8217; e &#8216;Un ciclone in convento&#8217;), negli ultimi anni ha dedicato meno dello 0,02% dello spazio all&#8217;informazione sulle coppie di fatto, sulle famiglie non tradizionali e sulla riforma del diritto di famiglia, che è una necessità avvertita da milioni di cittadini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/rai-informazione-negata/">RAI &#8211; INFORMAZIONE NEGATA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Certi Diritti</p>
<p>Richiesta di mobilitazione affinché la Rai svolga VERAMENTE servizio pubblico.</p>
<p>Chiedi con noi all&#8217;autorità garante delle comunicazioni, l&#8217;Agcom, che la RAI finalmente apra un dibattito pubblico sulle libertà sessuali e le discriminazioni di genere!</p>
<p>La RAI, oltre a censurare tutte le immagini di baci e matrimoni che non siano eterosessuali (come nel caso di &#8216;Brokeback Montain&#8217; e &#8216;Un ciclone in convento&#8217;), negli ultimi anni ha dedicato meno dello 0,02% dello spazio all&#8217;informazione sulle coppie di fatto, sulle famiglie non tradizionali e sulla riforma del diritto di famiglia, che è una necessità avvertita da milioni di cittadini.<span id="more-40869"></span><br /> Che dire poi della prostituzione, un fenomeno sociale mai discusso se non in chiave moralistica o di ordine pubblico, delle malattie sessualmente trasmissibili e dell&#8217;Aids, la cui informazione a trent’anni dall’inizio della pandemia, è relegata a spazi sporadici?</p>
<p>Denunciamo la Rai per questa informazione che ci nega!</p>
<p>E&#8217; facile farlo. Basta collegarsi alla nostra pagina http://www.certidiritti.it/informerai-sulle-liberta-sessuali-e-le-discriminazioni-di-genere</p>
<p>e seguire il collegamento a fondo pagina.</p>
<p>Tutto avverrà in automatico, riceverai la ricevuta elettronica da parte dell&#8217;Agcom e poi, insieme a centinaia di altre persone che l&#8217;hanno già fatto, aspetteremo insieme la risposta.</p>
<p>Un caro e cordiale saluto,<br /> Associazione Certi Diritti</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/rai-informazione-negata/">RAI &#8211; INFORMAZIONE NEGATA</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 05:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[CGIL]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori della conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Valle]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><strong>ASSEMBLEA APERTA</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center">i lavoratori delle biblioteche e degli archivi</p>
<p style="text-align: center;" align="center">discutono con le associazioni culturali</p>
<p style="text-align: center;" align="center">e la società civile</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>30 novembre</strong> 2011 : ore <strong>15,30 &#8211; 18,30</strong></p>
<p style="text-align: center;">      Aula Magna  <strong>Biblioteca Nazionale</strong> di Roma</p>
<p style="text-align: center;">*</p>

<strong>UN PAESE SENZA MEMORIA È UN PAESE SENZA FUTURO&#8230;</strong>
.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/">Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>ASSEMBLEA APERTA</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center">i lavoratori delle biblioteche e degli archivi</p>
<p style="text-align: center;" align="center">discutono con le associazioni culturali</p>
<p style="text-align: center;" align="center">e la società civile</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>30 novembre</strong> 2011 : ore <strong>15,30 &#8211; 18,30</strong></p>
<p style="text-align: center;">      Aula Magna  <strong>Biblioteca Nazionale</strong> di Roma</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
</div>
<div style="text-align: center;"><strong>UN PAESE SENZA MEMORIA È UN PAESE SENZA FUTURO</strong></div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div><strong>Contro il declino di bilioteche e archivi discutiamone:</strong></div>
<div>i lavoratori, l&#8217;Associazione italiana biblioteche, l&#8217;Associazione forum del libro, i lavoratori del Teatro Valle, la generazione TQ, esponenti del mondo della cultura, la SLC CGIL e la CGIL di Roma e Lazio.<span id="more-40847"></span></div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div>Un paese senza memoria è un paese che non investe in cultura, che non apre i luoghi di cultura ai cittadini, che non qualifica i propri servizi culturali, che non dà occupazione di qualità nei settori della conoscenza.</div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div>La <strong>FP CGIL</strong> ha indetto una assemblea dei lavoratori  impiegati nel settore delle Biblioteche e degli Archivi per discutere e confrontarsi con le associazioni professionali e con la società civile sulla grave situazione di crisi di queste funzioni vitali per la conservazione della memoria collettiva e per la crescita culturale e sociale dell’Italia.</div>
<div>
<p>La faccia dura della crisi ha prodotto abbassamento nella qualità  dei servizi, ha ridotto spese e investimenti del 60%, ha tagliato i fondi sull’informatizzazione, ha  compresso in modo ingiustificato i livelli occupazionali, ha favorito l’emergere di lavoro precario, diffuso e incontrollato, senza diritti né tutele  e con  bassi salari.</p>
<p>Noi crediamo, invece che la crisi possa mutare in una opportunità di crescita, a patto che  la cultura sia assunta come priorità e le attività culturali, di conseguenza, diventino volano di crescita socio-economica e culturale.</p>
<p>Noi vogliamo cambiare questa situazione, vogliamo che il sistema delle Biblioteche e degli Archivi divenga il centro di un progetto che ne riaffermi la centralità come servizio pubblico.</p>
<p>E pensiamo ad un progetto che trasformi Biblioteche e Archivi in luoghi vivi ed al servizio dei cittadini, nei quali si abbattano barriere burocratiche tristi ed autoreferenziali e si determinino luoghi di incontro, di scambio, di confronto, di fruizione, di riconoscibilità sociale e territoriale.</p>
<p>Luoghi utili a coniugare il divenire della conoscenza con il progresso sociale: le Biblioteche e gli Archivi  come bene comune al servizio dei cittadini, punto di riferimento vitale per il territorio, luogo dei diritti di cittadinanza.</p>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/">Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Non chiamateli ragazzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Teresi]]></category>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[piazza Tahrir]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png" alt="" title="folla in piazza" width="298" height="222" class="alignleft size-full wp-image-40843" /></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”. <span id="more-40839"></span><br />
Farida, classe 1992, è poco più di una bambina. Il 21 novembre, mentre in piazza Tahrir è in atto una carneficina, posta questo messaggio su Facebook. Scrive dalla piazza, dove si trova con tutta la sua famiglia, e in quelle poche righe riesce a condensare lo spirito e gli ideali dei “ragazzi di Tahrir” impegnati a scrivere una nuova pagina in quella che è la Storia della loro rivoluzione. E centra perfettamente il punto, Farida, raccontando quanto siano irrimediabilmente lontani e contrapposti gli alfabeti in cui si esprimono le due parti in gioco: il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) da una parte, le giovani generazioni con il loro sogno democratico dall’altra, in quella che sembra essere una battaglia decisiva, una resa dei conti finale tra lo SCAF, che in teoria starebbe guidando il paese in questa fase di transizione, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak, e i “rivoluzionari” (thuwwàr, così si definiscono i giovani di piazza Tahrir), che non ci stanno a farsi strappare di mano la loro rivoluzione da quell’esercito che in questi mesi ha mostrato il suo vero volto, chiarendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere, procrastinandone sempre più la transizione a un governo civile e mostrando più volte il pugno di ferro contro gli oppositori.<br />
Quella contro cui si battono oggi i rivoluzionari di Tahrir è la controrivoluzione con la quale il regime tenta di mantenersi in piedi, gattopardescamente, e di superare indenne o quasi il ciclone delle richieste di cambiamento in senso democratico che all’inizio di quest’anno si è abbattuto sul governo trentennale di Mubarak. A capo del consiglio militare, infatti, c&#8217;è il generale Tantawi, già ministro della difesa sotto il regime Mubarak. Da tempo, fin da subito dopo le dimissioni di Mubarak, i rivoluzionari di Tahrir ne chiedono le dimissioni. Per tutta risposta nei mesi scorsi lo SCAF non ha esitato ad abusare del proprio potere e a mostrare il pugno di ferro, rendendosi responsabile di vere e proprie carneficine (come quella del 9 ottobre a Maspero) e di migliaia di arresti di civili processati da tribunali militari. Proprio contro quest’ultima pratica si sono concentrati nei mesi scorsi gli sforzi degli attivisti che non accettano i processi militari a civili. Ha suscitato molto scalpore in particolare l&#8217;arresto, che risale a più di venti giorni fa, del blogger e noto attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo e anima della rivoluzione di gennaio, che si è rifiutato di essere processato militarmente e per questa ragione si trova tuttora in cella. Arrestando lui il Consiglio delle Forze Armate ha voluto probabilmente lanciare un monito ai &#8220;ragazzi di Tahrir&#8221;.<br />
Così venerdì scorso la piazza si è di nuovo riempita, per chiedere le dimissioni di Tantawi, ma non solo. Le richieste della piazza sono precise, lucide, coerenti e per nulla ingenue o naif come si potrebbe pensare. Si chiede il passaggio immediato dei poteri dalla giunta militare a un esecutivo civile che guidi il paese fino alle elezioni presidenziali; di abolire i processi marziali ai civili; di far processare da corti civili i responsabili delle violenze degli ultimi giorni e dei mesi scorsi; di abbandonare i privilegi che fanno dell’esercito egiziano una casta potentissima non solo politicamente, ma anche economicamente (l’esercito controlla settori chiave dell’economia egiziana, tra cui quello del petrolio). Quest’ultimo punto è il nodo centrale che ha scatenato questa nuova protesta, dopo la presentazione di una bozza di emendamenti costituzionali che mirano a rinsaldare il potere dell’esercito, negando ogni possibilità di controllo sia sul bilancio che sull’operato delle forze armate.<br />
A chi parla di una seconda rivoluzione egiziana, i ragazzi di Tahrir rispondono che no, non si tratta di una seconda rivoluzione, stanno solo portando a compimento la prima. I messaggi su Twitter si rincorrono mentre piazza Tahrir e le vie circostanti si presentano come un teatro di guerra. Ma è, ancora una volta e ancor più della volta scorsa, una guerra ad armi impari, in cui ragazzi disarmati, o al massimo armati di pietre, affrontano gli uomini delle forze dell’ordine decisi a reprimere con ferocia, nel sangue, le proteste di quei giovani. Ma la piazza non ha più paura, e la violenza inaudita delle forze dell’ordine non è sufficiente a convincere i manifestanti ad abbandonare Tahrir. Sanno di rischiare la vita, ma restano lì. Mentre di minuto in minuto giungono notizie drammatiche riguardo al numero di morti e feriti, i ragazzi a Tahrir si annotano sul braccio, a penna, il numero di telefono di famigliari o amici per poter essere identificati in caso di morte. Una ragazza scrive su Twitter “Abbiamo tutto da perdere e tutto da vincere”, parole che mi fanno ripensare al testo di una bellissima canzone di De Gregori, <em>La Storia siamo noi</em>. Quei ragazzi sanno che la posta in gioco è molto alta, che si tratta di difendere la rivoluzione di gennaio, di fare in modo che tutto quel che è stato fatto finora non sia stato fatto invano. Non vogliono sentir parlare di compromessi con il regime militare e sono disposti a pagare in prima persona, anche con la propria vita, per veder realizzato il loro sogno di democrazia, di libertà e giustizia sociale.<br />
Piazza Tahrir è di nuovo quella sorta di città nella città che era stata durante i 18 giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi. Ci sono diversi ospedali da campo e la virtuosissima macchina della solidarietà si è rimessa in moto. C’è gente che va in piazza solo per offrire il proprio aiuto, ci sono medici e infermieri, un servizio di ambulanza vero e proprio e uno improvvisato per trasportare i feriti in motorino al più vicino punto di assistenza, si organizzano collette per comprare medicine e generi di prima necessità, si dona il sangue per le trasfusioni. Si cerca anche di scherzare, per quanto possibile in una situazione così drammatica. Qualcuno scrive su Twitter che l’Egitto è l’unico paese in cui i giovani non temono la morte, ma hanno paura di dire ai loro genitori che stanno andando a Tahrir.<br />
Ancora una volta, in piazza ci sono tutti, ragazzi e ragazze, cristiani, musulmani, comunisti, anarchici, liberali, islamisti, famiglie intere, anziani, bambini. E nel frattempo la rivolta infiamma anche molte altre città egiziane. Mentre scrivo, il generale Tantawi fa il suo discorso alla nazione. Spiega che l’esercito sta solo proteggendo il popolo egiziano e guidando la transizione democratica, non ha alcuna intenzione di governare il paese e le elezioni presidenziali verranno anticipate a Giugno 2012. Chi ha seguito da vicino i fatti di febbraio, ha la netta impressione del déjà vu: il discorso retorico e ipocrita di un carnefice che ha tante morti sulla coscienza e non si assume alcuna responsabilità per il sangue versato da tanti giovani innocenti. Un discorso cui, ancora una volta, la piazza risponde con un perentorio “Irhal!”, vattene.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png" alt="" title="harara" width="550" height="305" class="alignnone size-full wp-image-40841" /></a><br />
Ed è che indietro non si torna. A chi in occidente si chiedeva, all’indomani dalla caduta di Mubarak, se quella rivoluzione sarebbe veramente servita a cambiare le cose, chi conosce da vicino l’Egitto e i protagonisti di questa battaglia ha sempre risposto che sì, il cambiamento c’è stato eccome, a prescindere poi dal se e dal quando se ne vedranno i frutti. Una democrazia non si costruisce dall’oggi al domani. Il cammino sarà inevitabilmente lungo e impervio, ma un cambiamento c’è stato, ed è sostanziale, ed è sotto gli occhi di tutti: la gente non ha più paura di reclamare i propri diritti ad alta voce, di combattere e perfino di morire per poter vivere un giorno in un paese migliore. Quelli che si trovano in piazza adesso sono gli stessi ragazzi che hanno dato il via alla rivoluzione di gennaio. Non si sono mai fermati, hanno continuato per tutti questi mesi a portare avanti le loro battaglie, non hanno mai mollato quella piazza e dimostrano di non essere disposti ad abbassare la guardia, ad accontentarsi di soluzioni di compromesso. Dimostrano di essere pronti a rioccupare piazza Tahrir ogni volta che sarà necessario. È questa la rivoluzione, questo il vero cambiamento. In un paese che da mezzo secolo vive sotto regimi militari e subisce a testa bassa ingiustizie e vessazioni di ogni tipo, la generazione dei ventenni di oggi insegna ai propri genitori e al paese intero a non aver più paura, ad alzare la testa, a reclamare dignità umana e giustizia sociale. E dà al mondo intero che sta a guardare un’inedita, tanto semplice quanto efficace, lezione di democrazia. Il simbolo della battaglia di questi giorni è Ahmed Harara, un giovanissimo dentista, la cui storia ha commosso il paese e in questi giorni sta facendo il giro del web: negli scontri del 28 gennaio Ahmed aveva perso un occhio e sabato scorso ha perso anche l’altro, ma lungi dal lasciarsi scoraggiare, ha dichiarato: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere e vivere umiliato”.<br />
Più di trenta i morti, martiri della libertà. Circa duemila i feriti. Indietro non si torna, ovunque porti questo secondo capitolo della rivoluzione.<br />
Di certo non mancano determinazione e coraggio, ai rivoluzionari di Tahrir.<br />
E per piacere, non chiamateli ragazzi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Rosaria Capacchione &#8211; Inviato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/rosaria-capacchione-inviato/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 23:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/euro1_1.jpg"></a><br />
<strong>La grana dalla gramigna</strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
 <em>Inviato</em><br />
<strong>VILLA LITERNO</strong> &#8211; Il ricordo di quella giornata campale è il ricordo di una resa. Fu in quei mesi del 2003, quando (tanto per cambiare) si cercavano affannosamente fosse e buchi nei quali depositare i rifiuti che si accumulavano nelle strade napoletane, che gli uomini dello Stato incontrarono la camorra .&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/rosaria-capacchione-inviato/">Rosaria Capacchione &#8211; Inviato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/euro1_1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/euro1_1-300x292.jpg" alt="" title="euro1_1" width="300" height="292" class="aligncenter size-medium wp-image-40818" /></a><br />
<strong>La grana dalla gramigna</strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
 <em>Inviato</em><br />
<strong>VILLA LITERNO</strong> &#8211; Il ricordo di quella giornata campale è il ricordo di una resa. Fu in quei mesi del 2003, quando (tanto per cambiare) si cercavano affannosamente fosse e buchi nei quali depositare i rifiuti che si accumulavano nelle strade napoletane, che gli uomini dello Stato incontrarono la camorra . Una riunione ufficiale, con i dirigenti del commissariato di governo, Massimo Paolucci e Giulio Facchi, che scesero a patti con un gruppetto di imprenditori in odor di mafia che quei buchi avevano disponibili.<br />
Il resoconto di quell’incontro fu fatto, in pubblico, a un gruppetto di allibiti cittadini. Le discariche c’erano, erano piuttosto illegali, e appartenevano a Cipriano Chianese, Gaetano Vassallo, Elio e Generoso Roma: nomi di uomini poi diventati assai noti alle cronache giudiziarie che trattano di ecomafia. Fu in quella giornata &#8211; era primavera &#8211; del 2003 che il destino di Villa Literno, e delle vicinissime Giugliano e Parete, fu definitivamente segnato.<br />
<span id="more-40817"></span> </p>
<p>A nulla serviva più protestare, e inutile era ripetere l’occupazione dei suoli che cinque anni prima aveva salvato le terre di Masseria del Pozzo, dall’altra parte della strada poderale che costeggia le piramidi di ecoballe. <em>«Noi eravamo lo Stato</em> &#8211; ricorda Pietro Ciardiello, che nel 1998 era sindaco a Parete -<em> e fu mandata un’altra parte dello Stato a sgomberarci. C’era anche Biagio Ucciero, che era il sindaco di Villa Literno. Io, lui e il commissario di polizia, tutti e tre con le fasce tricolori. Alla fine andammo tutti e tre via, la discarica non si fece». </em></p>
<p>Biagio Ucciero non c’è più, a condividere i ricordi di Ciardiello. È morto un paio di anni fa, con l’amaro in bocca per la deriva affarista &#8211; lo diceva in tutte le riunioni &#8211; nella quale era precipitato il suo partito, l’ex Pci diventato Ds. Al suo posto, all’epoca del patto infernale tra Commissariato di governo ed ecomafie, era arrivato Enrico Fabozzi, arrestato martedì per fatti di camorra. E fu allora che i suoli di Masseria del Re furono requisiti e trasformati in solide piattaforme di cemento armato, le basi su cui poggiano milioni di tonnellate di rifiuti imbustati. Masseria del Re è proprio affianco a Taverna del Re: stessa strada, un viottolo di terra battuta a separare i due siti e due comuni. Quello di Giugliano è più a monte, presidiato da un manipolo di guardie giurate. Quello di Villa Literno assomiglia a uno scarto industriale, abbandonato a se stesso, con le erbacce che hanno invaso il cortile e che sovrastano anche il cellophane nero, lacero, dal quale <em>fuoriescono lunghissimi rami di gramigna</em>. </p>
<p>Sotto, ma visibili, ci sono le ecoballe, metà di quel pegno concesso da Impregilo, la controllata Fibe, alle banche in cambio delle anticipazioni necessarie a far funzionare la macchina dello smaltimento dei rifiuti in Campania e a costruire l’inceneritore di Acerra. Valevano, quei pacchi di rifiuti impacchettati, la metà dei 173 milioni di euro prestati a Impregilo  in cambio di sette milioni di tonnellate di immondizia. Se non fosse stata troppo umida, sarebbe diventata energia, ed era questo l’effettivo controvalore del pegno. </p>
<p>I terreni appartenevano a due famiglie di San Cipriano d’Aversa e Trentola, Reccia e Cavallaccio. Alcuni lotti erano stati sempre nelle mani di coloni, che in quei giorni furono sfrattati. Frutta e verdura, si era deciso, dovevano lasciare il posto ai rifiuti. Le piattaforme di cemento armato sono state realizzate dai fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico, gli imprenditori arrestati assieme all’ex sindaco Fabozzi. La Dda sospetta che siano la faccia finanziaria della famiglia Iovine, una delle quattro che compongono il cartello casalese. Anche sui proprietari dei terreni c’è il sospetto di contiguità con la camorra, uno con Iovine e l’altro con Zagaria. Chiacchiere di paese, però. Chiacchiere che rendono concreta l’ombra dell’altra trattativa, quella tra il capoclan casalese Michele Zagaria e apparati di sicurezza: una tranquilla latitanza in cambio della tranquilla gestione dell’emergenza. </p>
<p>Di fronte alla montagna di ecoballe, in linea d’aria a nemmeno un chilometro, c’è la cittadella dell’immondizia che era appartenuta a Cipriano Chianese, avvocato di Parete. In questi giorni lo stanno processando per disastro ambientale. Lui era il padrone dei fossi, delle discariche rabberciate e insicure che in quel 2003 mise a disposizione del Commissariato di governo. Riuscì anche a fare una magia: l’autorizzazione postuma a un buco, che utilizzava per lo stoccaggio provvisorio dei ”suoi” rifiuti, e che miracolosamente diventò invaso per discarica. </p>
<p>Raccontano i contadini sfrattati che erano buchi troppo piccoli per raccogliere davvero tutta l’immondizia che arrivava da Napoli. Raccontano anche che dalla Resit continuano ad arrivare folate di aria appestata, eppure è stata sequestrata tanti anni fa. E che in quei giorni dell’emergenza vedevano passare decine di camion, ne contarono almeno duecento, pieni di robaccia puzzolente che finiva dalle parti di Resit ma non nella discarica. Li vedevano tutti, nessuno li fermava. Il silenzio fu il prezzo pagato per risolvere il problema, che però non è stato mai risolto. E le ecoballe, pegno inesigibile, sono ancora là, a futura memoria dello scandalo e del patto infernale.<br />
Pubblicato su <a href="http://www.ilmattino.it/">Il Mattino</a> Domenica 20 Novembre 2011 </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/rosaria-capacchione-inviato/">Rosaria Capacchione &#8211; Inviato</a></p>
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		<title>Roma, 15 ottobre-17 novembre 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 07:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/8tO9iCC1Oqcdet2lK75pIWeTo1_500.jpg"></a></p>
<p><strong>Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta.  </strong><strong>Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi</strong>, recitava il titolo di un film di tanto tempo fa. E continuava: Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/18/roma-15-ottobre-17-novembre-201/">Roma, 15 ottobre-17 novembre 2011</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/8tO9iCC1Oqcdet2lK75pIWeTo1_500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40778" title="8tO9iCC1Oqcdet2lK75pIWeTo1_500" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/8tO9iCC1Oqcdet2lK75pIWeTo1_500.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p><strong>Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta.  </strong><strong>Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi</strong>, recitava il titolo di un film di tanto tempo fa. E continuava: Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta. Già. Per ora, fra rivendicazione e dubbio, e nonostante la cortina fumogena del desolante coro istituzionale, manteniamoci sulla prima posizione: teniamo aperti gli occhi.</p>
<p>Ricapitoliamo. Roma, 15 ottobre 2011. Quella che nessuno più esita a definire vera crisi del sistema democratico (e sua involuzione autoritaria proprio secondo i peggiori presagi all’origine: da Tocqueville a Whitman) è non solo facilmente riscontrabile, ma palesemente intrinseca al meccanismo stesso della comunicazione basato sullo sconvolgimento strumentale del rapporto fra causa ed effetto.<span id="more-40777"></span></p>
<p>Se è possibile qui ricordare Guy Debord, quando in uno dei più bei film sconosciuti della storia del cinema insisteva a dire che l’unica comunicazione possibile fosse critica della separazione (<em>Critique de la separation</em>, 1958), cioè la rivolta, controinformata, contro ciò che divide e disinforma (spesso, loro malgrado, i fatti e gli eventi medesimi), ebbene nel momento in cui tale gioco a rimpiattino con la realtà e la verità diviene strategia politica oltreché giornalistica, la democrazia ha i giorni contati. Non a caso la svolta autoritaria non ha più bisogno di un dittatore ben in vista, le è sufficiente, fingendo l’emergenza costituzionale (di quella economica parleremo poi), un Ministro degli Interni, l&#8217;ormai e per fortuna esautorato Roberto Maroni (porto un esempio per tutti), il quale, poiché verrà ricordato esclusivamente per i lager per immigrati (CIE) e per gli accordi sottobanco con le banche che hanno partorito quel fondamentale tassello del mosaico autoritario fatto di discriminazione territoriale e geografica di nome tessera del tifoso, può nel silenzio generale far passare concetti vergognosi come &#8220;Genova è stato un incidente&#8221; e, corollario, l&#8217;omicidio di Carlo Giuliani è stato colpa dei manifestanti. Ovviamente l&#8217;incendio di un blindato dei carabinieri viene derubricato tentato omicidio, mentre l&#8217;assalto notturno alla Diaz, le torture di Bolzaneto, la mattanza di inermi in pieno giorno (passata all&#8217;epoca, senza commento, pure sul tg1!) del sabato genovese: no.</p>
<p>Restiamo a Roma 15 ottobre. Sento già partire il linciaggio (magari infiocchettato di meravigliosi inviti alla delazione da facebook a Repubblica.it: fermate quel blogger!). Stai forse sostenendo che le forze dell&#8217;ordine e lo Stato, benchè vi fossero da giorni plateali e pubblici inviti all&#8217;insurrezione hanno lasciato più o meno fare così da riportare il livello di tensione al livello pre-Genova (cioè prima dei processi e delle condanne per i suddetti tutori dell&#8217;ordine) e al tempo stesso alzare i toni della loro (soprattutto della polizia) rivendicazione salariale?</p>
<p>Sto dicendo solo questo. Che il 15 ottobre tutti sapevano. Che semmai quello che non si poteva immaginare era il numero di manifestanti complessivi da un lato (che in Italia, guarda il caso, ha surclassato tutte le coeve assemblee globali) e il numero di quelli che si sono uniti agli scontri dall&#8217;altro. Sto dicendo che l&#8217;unico dato da analizzare dovrebbe essere l&#8217;ampiezza e i modi, anche opposti, del disagio fattosi protesta. Invece si è alzato il coro unificato globalizzato condito dai già citati inviti alla delazione (&#8220;Aiutateci a riconoscerli!&#8221;), che, per inciso, è il metodo che di solito usano e incoraggiano le dittature per controllare capillarmente la popolazione (e si sa che il problema non è la polizia, ma il poliziotto in noi).</p>
<p>In questo modo l&#8217;unico nemico da abbattere sono rimasti i fantomatici &#8216;black bloc&#8217; (ridicola sigla giornalistica che non individua niente e nessuno: lo saprebbero se sapessero fare il loro mestiere, ma tant&#8217;è) e non il sistema finanziario che succhia la vita e le energie della gente organizzando da sé la propria crisi e infine pretendendo che siano le persone stesse, ridotte in povertà, a pagarla. In particolare la parte pacifica dei manifestanti (la stragrande maggioranza peraltro), unendosi sciaguratamente al coro, ha semplicemente dimostrato di non essere movimento e soprattutto di essere pochissimo e meno organizzata di chi vede nella pratica insurrezionale, anche fine a se stessa, l&#8217;unica soluzione. Su questo purtroppo non credo di essere meno freddo e realista di uno speculatore di borsa: entrambe le istanze mancano di analisi e progettualità politica (i manifestanti pacifici anche di più per paradosso).</p>
<p>Roma, 17 novembre 2011</p>
<p>L&#8217;Italia da ieri ha il governo più di destra degli ultimi cinquant&#8217;anni (infatti pare che ora Berlusconi, che qualche ingenuo crede di avere eliminato, sia molto contento). Alto baronato accademico, Alta finanza, Alto rango militare, Altissima gerarchia religiosa. Una santa alleanza fra i finanzieri che ci hanno affamato e due o tre mafie e corporazioni che ci sfruttano da sempre (Vaticano compreso). Con pure la scusa dell&#8217;emergenza per fare il bello e cattivo tempo (che loro chiamano sacrifici e che io chiamo repressione). Contenti voi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/18/roma-15-ottobre-17-novembre-201/">Roma, 15 ottobre-17 novembre 2011</a></p>
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		<title>Verso il capitalismo linguistico. Quando le parole valgono oro</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblichiamo su concessione di "Le Monde diplomatique / il manifesto" questo articolo che appare nel numero di novembre, in edicola dal  15.]</em></p>
<p>Di <strong>Frédéric Kaplan</strong>*</p>
<p>Il successo di Google si regge su due algoritmi: il primo, che permette di trovare delle pagine che rispondono a determinate parole, lo ha reso famoso; l’altro, che assegna a queste parole un valore commerciale, l’ha reso ricco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/verso-il-capitalismo-linguistico-quando-le-parole-valgono-oro/">Verso il capitalismo linguistico. Quando le parole valgono oro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblichiamo su concessione di "Le Monde diplomatique / il manifesto" questo articolo che appare nel numero di novembre, in edicola dal  15.]</em></p>
<p>Di <strong>Frédéric Kaplan</strong>*</p>
<p>Il successo di Google si regge su due algoritmi: il primo, che permette di trovare delle pagine che rispondono a determinate parole, lo ha reso famoso; l’altro, che assegna a queste parole un valore commerciale, l’ha reso ricco. Il primo di questi metodi di calcolo, elaborato da Larry Page e Sergey Brin quando erano ancora laureandi all’università di Stanford (California), consisteva in una nuova definizione della pertinenza di una pagina Web in rapporto a una data richiesta. Nel 1998, i motori di ricerca erano già capaci, certo, di rintracciare le pagine contenenti la o le parole richieste. Ma la classificazione veniva eseguita spesso in modo ingenuo, calcolando il numero di occorrenze dell’espressione ricercata. Man mano che la Rete si espandeva, i risultati proposti agli internauti erano sempre più confusi. I fondatori di Google proposero di calcolare la pertinenza di ciascuna pagina a partire dal numero di link ipertestuali che conducevano ad essa – un principio ispirato a quello che assicura da molto tempo il riconoscimento degli articoli accademici. Più il Web cresceva, più l’algoritmo di Page e Brin affinava la precisione delle proprie classificazioni. Questa intuizione fondamentale permise a Google di diventare, a partire dall’inizio degli anni Duemila, la prima porta d’accesso al Net.<span id="more-40743"></span>Mentre molti osservatori si domandavano come avrebbe fatto l’azienda californiana a monetizzare i propri servizi, è stata l’invenzione di un secondo algoritmo a renderla una delle imprese più ricche del mondo. In occasione di ciascuna ricerca di un internauta, Google propone in effetti più collegamenti, associati a brevi pubblicità testuali, verso siti aziendali. Tali annunci sono presentati prima dei risultati della ricerca propriamente detti. Gli inserzionisti possono scegliere le espressioni o le parole-chiave alle quali essi desidererebbero vedere associata la loro pubblicità. Essi non pagano se non quando un internauta clicca effettivamente sul link proposto per accedere al loro sito. Allo scopo di scegliere quali pubblicità esporre per una data richiesta, l’algoritmo propone un sistema di offerte in tre fasi:</p>
<p>- L’offerta su una parola-chiave. Un’impresa sceglie un’espressione o una parola, come «vacanze», e definisce il prezzo massimo che sarebbe pronta a pagare se un internauta arrivasse da lei per questo tramite. Per aiutare gli acquirenti di parole, Google fornisce una stima dell’ammontare dell’offerta da proporre per avere delle buone chance di figurare sulla prima pagina dei risultati. Gli acquirenti possono limitare la loro pubblicità a delle date o a dei luoghi specifici. Ma attenzione: come è facile constatare, il fatto di avere l’offerta più alta non garantisce che sarete il primo sulla pagina.</p>
<p>- Il calcolo del punteggio di qualità della pubblicità. Google attribuisce a ciascun annuncio, su una scala da uno a dieci, un punteggio, in funzione della pertinenza del suo testo riguardo la richiesta dell’utente, della qualità della pagina messa davanti (interesse del suo contenuto e rapidità del caricamento) e del numero medio di clic sulla pubblicità. Questo punteggio misura fino a che punto la pubblicità funziona, assicurando allo stesso tempo un buon ritorno agli inserzionisti e imponenti redditi a Google, che guadagna soldi solo se gli internauti scelgono effettivamente di cliccare sul link proposto. L’algoritmo esatto che stabilisce questo punteggio rimane segreto, e modificabile a piacimento da Google.</p>
<p>- Il calcolo della posizione. L’ordine nel quale le pubblicità appaiono è determinato da una formula relativamente semplice: la posizione è l’offerta moltiplicata per il punteggio. Una pubblicità che abbia un buon punteggio può così compensare un’offerta più debole e arrivare davanti. Google ottimizza qui le sue possibilità che l’internauta clicchi sulle pubblicità proposte.</p>
<p>Questo gioco di offerte è ricalcolato per ciascuna richiesta di ciascun utente – milioni di volte ogni secondo! Questo secondo algoritmo ha fruttato al marchio di Mountain View la considerevole somma di 9,72 miliardi di dollari per il terzo trimestre 2011 – una cifra in crescita del 33% in confronto allo stesso periodo del 2010 [1].</p>
<p>Il mercato linguistico così creato da Google è già globale e multilingue. A questo titolo, la Borsa delle parole che è ad esso associata fornisce una indicazione relativamente corretta dei grandi movimenti semantici mondiali. La società propone anche degli strumenti semplici e ludici per esplorare una parte dei dati che essa raccoglie sull’evoluzione del valore delle parole. In questo modo possiamo vedere come le fluttuazioni del mercato sono segnate dai cambiamenti stagionali (le parole «sci» e «abiti da montagna» hanno più valore d’inverno, «bikini» e «crema solare» d’estate). I flussi e riflussi del valore della parola «oro» testimoniano la salute finanziaria del pianeta. L’azienda evidentemente guadagna molto denaro sulle parole per le quali la concorrenza è forte («amore», «sesso», «gratuito»), sui nomi delle persone celebri («Picasso», «Freud», «Gesù», «Dio»), ma anche nei domini linguistici dove la speculazione è minore. Tutto ciò che può essere nominato può dar luogo a un’offerta.</p>
<p>Google è riuscito  a estendere il dominio del capitalismo alla lingua stessa, a fare delle parole una merce, a fondare un modello commerciale incredibilmente lucroso sulla speculazione linguistica. L’insieme degli altri suoi progetti e innovazioni tecnologiche – che si tratti di amministrare la posta elettronica di milioni di utenti o di digitalizzare l’insieme dei libri pubblicati sul pianeta – possono essere analizzati attraverso questo prisma. Che cosa temono gli attori del capitalismo linguistico? Che la lingua gli sfugga, che si spezzi, si «disortografizzi», che diventi impossibile da mettere in equazione. Quando il motore di ricerca corregge al volo una parola che voi avete scritto male, non vi rende solo un servizio: il più delle volte, trasforma un materiale senza grande valore (una parola scritta scorrettamente) in una risorsa economica immediatamente redditizia.</p>
<p>Quando Google prolunga una frase che avete cominciato a digitare nella barra della ricerca, non si limita a farvi guadagnare tempo: vi riconduce nel dominio della lingua che esso sfrutta, vi invita a intraprendere il cammino statistico tracciato dagli altri internauti. Le tecnologie del capitalismo linguistico spingono dunque alla regolarizzazione della lingua. E più noi ci rivolgeremo alle protesi linguistiche, lasciando che gli algoritmi correggano e prolunghino i nostri intenti, più questa regolarizzazione sarà efficace.</p>
<p>Nessuna teoria del complotto: l’azienda non intende modificare la lingua di proposito. La regolarizzazione qui evocata è semplicemente un effetto della logica del suo modello commerciale. Per riuscire nel mondo del capitalismo linguistico, bisogna mappare la lingua meglio di quanto qualsiasi linguista sappia fare oggi. Anche qui, Google ha saputo costruire una strategia innovativa sviluppando una intimità linguistica senza precedenti con i propri utenti. Noi ci esprimiamo ogni giorno un po’ di più attraverso una delle interfacce dell’azienda; non semplicemente quando facciamo una ricerca, ma anche quando scriviamo un messaggio di posta elettronica con Gmail o un articolo con Google Docs, quando segnaliamo un’informazione sul social network Google+, e persino oralmente, attraverso le interfacce di riconoscimento vocale che Google integra nelle sue applicazioni mobili. Siamo milioni a scrivere e parlare ogni giorno per il suo tramite. È per questo che il modello statistico multilingue che Google affina permanentemente e verso il quale tenta di ricondurre ogni richiesta è ben più aggiornato del dizionario pubblicato ogni anno dai nostri accademici. Google segue il movimento della lingua minuto per minuto, perché ha scoperto per primo in lei una miniera straordinariamente ricca, e si è dotato degli strumenti necessari per sfruttarla.</p>
<p>La scoperta di questo territorio del capitalismo fin qui ignorato apre un nuovo campo di battaglia economico. Google beneficia di un vantaggio importante, certo, ma dei rivali, che avranno capito le regole di questa nuova competizione, finiranno per apparire. Delle regole finalmente molto semplici: stiamo lasciando un’economia dell’attenzione per entrare in una economia dell’espressione. La sfida non è più tanto di captare gli sguardi ma di mediatizzare (diffondere attraverso i mass media) la parola orale e scritta. Chi ci guadagnerà saranno quelli che avranno potuto sviluppare delle relazioni linguistiche intime e durevoli con un gran numero di utenti, per modellare e indirizzare la lingua, che avranno potuto creare un mercato linguistico controllato e organizzare la speculazione sulle parole. L’uso del linguaggio è ormai l’oggetto di tutte le brame. Non c’è dubbio che la lingua stessa ne sarà presto trasformata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[1] «Google Q3 2011: $9.72 billion in revenue, $2.73 billion in net income», <a href="http://techerunch.com/">http://techerunch.com</a>, 13 ottobre 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Ricercatore alla Scuola politecnica federale di Losanna, autore de <em>La Métamorphose des objects</em>, FYP Editions, Limoges, 2009, e, con Georges Chapouthier, de <em>L’Homme, l’Animal et la Machine</em>, CHRS Editions, Parigi, 2011.</p>
<p>Traduzione di <strong>Valerio Cuccaroni</strong></p>
<p>Copyright Le Monde diplomatique/ il manifesto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/verso-il-capitalismo-linguistico-quando-le-parole-valgono-oro/">Verso il capitalismo linguistico. Quando le parole valgono oro</a></p>
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		<title>l&#8217;ebook e la serie A</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 17:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>[questo articolo è stato pubblicato oggi su <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>]</p>
<p>Qualche giorno fa, dando conto del cambio di gestione e di linea editoriale di Gargoyle, avevo sottolineato un passaggio che mi aveva dato da pensare: l’affermazione che prevedeva per gli autori italiani (alcuni?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/lebook-e-la-serie-a/">l&#8217;ebook e la serie A</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/eye-book-futuro.jpg"><img class="size-full wp-image-40730 alignleft" title="eye-book-futuro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/eye-book-futuro.jpg" alt="" width="225" height="283" /></a>di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/"><strong>Loredana Lipperini</strong></a></p>
<p><span style="color: #008000;">[questo articolo è stato pubblicato oggi su <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/"><span style="color: #008000;">Lipperatura</span></a>]</span></p>
<p>Qualche giorno fa, dando conto del cambio di gestione e di linea editoriale di Gargoyle, avevo sottolineato un passaggio che mi aveva dato da pensare: l’affermazione che prevedeva per gli autori italiani (alcuni? molti?) l’uscita esclusivamente in eBook.</p>
<p>Passo indietro: Francoforte. In occasione della Buchmesse Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Trade di Mondadori, attacca gli agenti in quanto “conservatori” nei confronti dell’eBook medesimo: “non si può avere paura dei prezzi o della cannibalizzazione, altrimenti non ci lanceremo mai nell’editoria digitale”, dichiara al Corriere della Sera. Gli risponde un editore, Stefano Mauri (Gems)”Gli agenti giustamente cercano di tutelare i propri autori se sono dei professionisti (mi preme sottolineare che stiamo parlando della serie A, quella che vive di questo mestiere e non degli ultimi arrivati, con tutto il rispetto)”.<br />
<span id="more-40729"></span><br />
Ora, in tutela della serie B, C, D e Z era sceso qualche giorno fa Scott Turow, che pure appartiene alla fascia AA, sottolineando la slealtà di una situazione dove gli editori considerano gli eBook semplicemente come un luogo dove il rischio è minimo e dunque è possibile fare, o quasi, quel che si desidera. Poche royalties, considerazione dell’autore ai minimi.</p>
<p>In Italia, non stiamo molto meglio. Dopo l’annuncio della piccola Gargoyle, la decisione della ben più grande Mondadori: se volete, una piccolezza nelle problematiche che agitano il mercato editoriale, ma potrebbe assumere rilevanza ben maggiore e costituire un precedente. Di GL D’Andrea, che il commentarium già conosce, Mondadori ragazzi aveva mandato in stampa due volumi di una trilogia, Wunderkind (inizialmente concepita come storia unica ma suddivisa in tre parti, non per volontà dell’autore). Fra pochi giorni esce il capitolo conclusivo della saga, peraltro tradotta in una decina di paesi: esclusivamente in eBook. La protesta dei lettori, in rete, è stata immediata: non è corretto, dicono, cambiare supporto per evitare il rischio, a spese di chi ha seguito su cartaceo gli episodi precedenti.</p>
<p>In effetti, non lo è. E rafforza il sospetto, già enunciato qualche giorno fa, che il digitale venga considerato, in Italia, non come luogo dove investire ma come luogo da cui guadagnare col minimo sforzo, almeno nell’immediato. Ora, questo è un punto su cui gli autori tutti, conservatori o meno, dovrebbero riflettere molto: perchè quella che è indubbiamente una grande opportunità potrebbe essere usata non certo a loro vantaggio.</p>
<p>Ps. Per inciso, di ritorno da una magnifica due-giorni a Umbria Libri: ho avuto il piacere di essere in compagnia di scrittrici a cui voglio bene e a cui mi sento affine, come, per citarne due, Michela Murgia e Chiara Palazzolo. La prima si batte non da oggi perchè gli autori trovino intenti comuni, la seconda ha sottolineato come il punto debole italiano stia proprio nella narrativa popolare, soprattutto quella che si rivolge ai giovani lettori. Settore in cui, tanto per ampliare l’argomento, mi sembra che sia soprattutto l’ufficio marketing a prendere decisioni, secondo il principio che tutti possono scrivere tutto, e che gli stessi autori possano passare dai Tokio Hotel agli angeli innamorati, dal giallo al paranormal romance, a seconda di cosa “tira” di più. Eppure, le pagine lette nella preadolescenza e adolescenza, sono quelle che aprono al mondo della lettura. Magari, occorrebbe tenerlo presente, qualche volta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/lebook-e-la-serie-a/">l&#8217;ebook e la serie A</a></p>
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		<title>Il totalitarismo dell&#8217;era presente</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 14:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un&#8217;altra corsa. A guidare l&#8217;aereo più pazzo del mondo c&#8217;è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/il-totalitarismo-dellera-presente/">Il totalitarismo dell&#8217;era presente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un&#8217;altra corsa. A guidare l&#8217;aereo più pazzo del mondo c&#8217;è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale. Non sarà che con lui la finanza ha preso il controllo diretto del paese, dopo che il messo Silvio Berlusconi ha fallito per eccesso di <em>amor proprio</em>? Del resto proprio Monti ha affermato: “Berlusconi va ringraziato, nel &#8217;94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”. Ma appunto poi questa rivoluzione liberale non è stata fatta, e allora ci si prendono le chiavi di casa. Consegnate direttamente dai derubati, peraltro, implorando mercé.</p>
<p>Nessuno, sui grandi media, dice una verità essenziale:<span id="more-40676"></span> che il 90% dei derivati – lo strumento principale della speculazione finanziaria internazionale &#8211; è controllato da cinque grandi società (Deutsche Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, HSBC). Nessuno dice che 10 banche e Sim (società di intermediazione mobiliare) controllano circa il 70% dei flussi finanziari mondiali: un controllo indiretto, nel senso che non ne hanno evidentemente la proprietà, ma li gestiscono e ne determinano il senso. Questo controllo oligopolistico globale determina conseguenze molto concrete sulle vite delle persone. Per questo si parla di biopotere.<br />
Così, adesso, si è deciso di attaccare l&#8217;Italia. Come ha ben spiegato Andrea Fumagalli, uno degli economisti più lucidi in circolazione, non c&#8217;erano motivi particolarmente drammatici per arrivare al collasso in cui siamo precipitati. Il rapporto debito-pil viaggia al 120%, più o meno come vent&#8217;anni fa. Più preoccupante, se mai, la situazione degli Usa, dove il rapporto è del 100%, dove però cinque anni fa era al 60%. I motivi, allora, sono inerenti alla stessa logica interna al finanzcapitalismo.<br />
Dopo che la Goldman Sachs ha fatto a pezzi la Grecia (vedi <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/31466/Grecia%2C+un+collasso+targato+Goldman+Sachs">qui</a>), la Deutsche Bank ha fatto a pezzi l&#8217;Italia.<br />
Seguo ancora Fumagalli: da aprile 2011 la Deutsche Bank ha iniziato a vendere 8 miliardi di Btp: non molto, ma nel meccanismo emulativo proprio dei mercati finanziari (dove la determinazione del valore dipende da comportamenti mimetici, basati sull&#8217;autorevolezza dell&#8217;attore) ciò ha generato aspettative che si sono espanse a macchia d&#8217;olio. Di qui, la quotazione dei titoli alla borsa di Londra, che a maggio era ancora 102, a giugno scende a 90. Questa è schock economy. Oppure possiamo anche chiamarlo terrorismo finanziario.<br />
Perché la Deutsche Bank ha fatto questo? Perché se attivi aspettative al ribasso, il valore degli altri titoli che assicurano contro il fallimento &#8211; i Cds, credit default swaps &#8211; schizzano alle stelle. Il valore di questi Cds infatti è salito di cinque volte. E chi detiene gran parte di questi titoli assicurativi? Cinque società, e più degli altri la Deutsche Bank stessa. La Deutsche Bank ha fatto un doppio guadagno: prima ha venduto i Btp a un prezzo buono (poi appunto si sono deprezzati), dopodiché ha generato enormi plusvalenze grazie al rialzo dei Cds.<br />
A questo occorre aggiungere poi il ruolo che la Germania ha successivamente svolto nello scaricare la crisi sui Btp salvaguardando le sue banche piene di quei titoli tossici che hanno dato origine alla crisi mondiale (vedi <a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/11/articolo/5696/">qui</a>).<br />
Insomma, tutto sembra dirigersi verso una direzione chiara: sacrificare un intero paese alle logiche delle plusvalenze. Chi è in grado, adesso, di impedire la macelleria sociale che verrà? <em>C&#8217;est la lutte finale</em>, verrebbe da cantare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/il-totalitarismo-dellera-presente/">Il totalitarismo dell&#8217;era presente</a></p>
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		<title>Noi siamo i giovani del surf</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 14:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/">Noi siamo i giovani del surf</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.<br />
Matteo Renzi è un uomo pericoloso, e così il suo progetto politico. Partiamo dalla persona. Renzi è pericoloso perché di cartapesta. Come quei mostri dei fumetti che li colpisci e si sgonfiano, ché dentro non c&#8217;era nulla. E&#8217; proprio questa la sua massima pericolosità: dentro Renzi c&#8217;è il nulla. Ma il nulla, se messo bene in scena, risulta simpatico. E&#8217; adattivo. Scivola, si dà la forma che il contesto richiede. Il Renzi, quando parla, recita la parte del furbetto, ma è una parte serena. Non si scompone mai, sorride, ammicca, è un muro di gomma che evita ogni tipo di rappresentazione del conflitto – inscrivendosi così in quella che è la sua vera <em>heimat</em>, quella democristiana. (Ciò che mise clamorosamente in scena con il gesto politico – che poteva suonare come omaggio feudale – dell&#8217;andare ad Arcore).<span id="more-40588"></span><br />
Renzi può risultare simpatico anche per la sua toscanità: che ahimé non richiama quella sanguigna e verace dei vecchi toscani, ma quella ruffiana, morbida e di facile consumo di un Pieraccioni.<br />
Facciamo dei fermo immagine, quando parla: aggrotta la fronte, in un troppo palese sforzo retorico, volto a compiacere l&#8217;interlocutore – ma pare un attore da soap. Socchiude gli occhi bogartianamente, a voler ammaliare l&#8217;interlocutore – ma la sua faccia non è quella di Bogart, e suona posticcio. Sono trovate da piazzista. Opposte a quelle di Berlusconi (il quale si offre a portata di mano, ma sempre nella sua inattingibile distanza), ché Renzi cerca di instaurare una complicità casalinga, empatica ma con quella leggerezza da amico al tavolo del bar. Ma siamo pur sempre nel campo dei piazzisti. E, inutile negarlo, funziona.<br />
In questo senso, è davvero l&#8217;anti-Berlusconi per eccellenza. Come lui, si basa su una serie di tormentoni di cui il consenso che riscuotono è noto dalle indagini di mercato. L&#8217;archi-tormentone è quello della logica binaria nuovo contro vecchio. Una ripresentazione dello schema di Berlusconi, prima della sua consunzione: stavolta la retorica del nuovo si commuta in chiave generazionale, e l&#8217;utilizzo la logica dell&#8217;antipolitica viene piegata alle strategie della politica. I giovani, i giovani &#8211; tutto pro domo sua, s&#8217;intende, discorso smaccatamente finalizzato alla propria carriera di leader. Questa retorica emerge anche nei discorsi del convegno della Leopolda, tutta un&#8217;esaltazione del merito (dove l&#8217;esaltazione del merito senza il valore dell&#8217;uguaglianza è un tema retorico ben maneggiato a destra, in quanto oggettivamente di destra), tutto un fiorir di temi da new economy all&#8217;insegna di più deregulation (tanto che è stato facile per Bersani dire che non è il caso di ripescare l&#8217;usato vintage di stampo liberista che ha già fatto troppi danni), manco fossimo negli anni del fiorente clintonismo; e dunque i temi “giovani” come la banda larga, il fotovoltaico, una manciata di spirito anticasta&#8230; Ma mai che si vada alle questioni decisive: e infatti si sta con Marchionne senza se e senza ma. L&#8217;ovazione tributata a Chiamparino – che oltre a schierarsi con Marchionne è un ultras pro-Tav e ha nel corso degli anni esternato ferocemente contro i “clandestini”, fino a invocare una Ellis Island europea &#8211; è in questo senso molto significativa, così come la presenza di Ichino. E, se vogliamo, anche il parallelo con l&#8217;era clintoniana ci può far capire una serie di cose, se è vero che fu Clinton ad abolire il Glass-Steagall Act, il quale cancellando la distinzione tra banche d&#8217;investimento e banche commerciali diede il via libera al dominio assoluto e letale della finanza: parlare del disastro presente significherebbe parlare di temi (la finanza, i beni comuni&#8230;) di cui alla Leopolda non c&#8217;è traccia (del resto Renzi, coerentemente, non era un sostenitore del referendum per l&#8217;acqua pubblica).<br />
C&#8217;è invece il fiorire di un individualismo collettivo, dove la lezione di don Milani (sortire insieme) è totalmente dimenticata. In questo senso, renzismo è dire Io. Il più lurido di tutti i pronomi, scriveva Gadda. Significa, di fatto, rinunciare alla politica. Lo ha ben enunciato Arturo Parisi: &#8220;la parola che conta è “io”. Un pronome. C’è un ambito dove questo pronome ci sta stretto: la politica, e in maniera particolare il centrosinistra. Si dice “noi”, si dice “loro”, si dice “si è pensato”.  Così nessuno di assumerà delle responsabilità. Così è successo che a  dire “io” c’è solo Berlusconi. Così è successo che Matteo Renzi risulta antipatico prima ancora di sentire cosa ha da dire, solo perché ha detto “io”. Se tutti torniamo a dire “io” riusciremo a parlare del nostro futuro&#8221;.<br />
Un individualismo di massa è quanto si propone: l&#8217;Io, realtà monadica e compatta, che viene prima del noi. In che cosa si scarta dal pensiero unico berlusconiano? (Del resto lo schema è questo: Berlusconi dice io, anche noi dobbiamo farlo). Altro è invece parlare di tante storie che s&#8217;incrociano, soggettività che interagiscono da sempre, un ecosistema dove ogni singolo è da sempre in relazione con ogni altro singolo. E&#8217; questa l&#8217;unica via d&#8217;uscita: pensarsi in relazione costante, e pensare la propria salvezza sempre all&#8217;interno di questa relazione.<br />
La chiave per uscire da questo vicolo cieco è Renzi stesso a darcela. E&#8217; lui stesso a dire che bisogna superare l&#8217;antiberlusconismo. Ne consegue inevitabilmente che bisogna superare anche Renzi. Il quale, in fin dei conti, è rimasto sempre quel diciannovenne che era andato alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, sperando nel giro giusto della ruota. A diciannove anni si possono fare certi sbagli. A trentasei no. Noi puntiamo sul Passa la mano.</p>
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		<title>Camera con vista sul male</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 10:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="460" height="264" src="http://www.youtube.com/embed/SdcKXJV76t8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>La notte delle biblioteche</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/27/la-notte-delle-biblioteche/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 06:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a title="Come in to the Booth.  Asks Questions About Your Libraries. di New York Public Library, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/nypl/3110117432/"></a></p>
<p>[<em>A fronte dei pesanti tagli alle biblioteche e dopo gli avvenimenti dell'11 ottobre, quando un'assemblea convocata nella Biblioteca centrale nazionale di Roma è stata impedita da agenti di polizia in tenuta antisommossa, l'Associazione Italiana Biblioteche, insieme ad altre realtà, ha deciso di promuovere l'appello che viene riportato di seguito.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/27/la-notte-delle-biblioteche/">La notte delle biblioteche</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a title="Come in to the Booth.  Asks Questions About Your Libraries. di New York Public Library, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/nypl/3110117432/"><img class="alignnone" src="http://farm4.static.flickr.com/3270/3110117432_851a2af9c9.jpg" alt="Come in to the Booth.  Asks Questions About Your Libraries." width="350" /></a></p>
<p>[<em>A fronte dei pesanti tagli alle biblioteche e dopo gli avvenimenti dell'11 ottobre, quando un'assemblea convocata nella Biblioteca centrale nazionale di Roma è stata impedita da agenti di polizia in tenuta antisommossa, l'Associazione Italiana Biblioteche, insieme ad altre realtà, ha deciso di promuovere l'appello che viene riportato di seguito. Nazione Indiana sostiene questo appello e invita tutti a firmarlo. <a title="appello dell'aib" href="http://www.aib.it/aib/cen/iniz/in1110.htm" target="_blank">Potete farlo su questa pagina</a></em>]</p>
<p>L&#8217;<a title="aib" href="http://www.aib.it" target="_blank">Associazione Italiana Biblioteche</a>, il <a title="forum del libro" href="http://www.forumdellibro.org/" target="_blank">Forum del Libro</a>, l&#8217;<a title="associazione bianchi bandinelli" href="http://www.bianchibandinelli.it/" target="_blank">Associazione Bianchi Bandinelli</a>, <a title="generazione tq" href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank">Generazione TQ</a> e i <a title="presidi del libro" href="http://www.presidi.org/" target="_blank">Presìdi del libro</a>, con il sostegno di <a title="ifla" href="http://www.ifla.org/" target="_blank">IFLA</a> &#8211; International Federation of Library Associations and Institutions, ed <a title="eblida" href="http://www.eblida.org/" target="_blank">EBLIDA</a> &#8211; European Bureau of Library, Information and Documentation Associations, promuovono un appello a tutta la società italiana, per chiedere un&#8217;inversione di rotta che porti maggiore attenzione e maggiori risorse per le biblioteche italiane, prima che sia troppo tardi.<span id="more-40498"></span></p>
<p>Le biblioteche sono un servizio essenziale per la vita culturale, sociale e civile del Paese e rappresentano un presidio di democrazia fondato sulla libertà di espressione e sul confronto delle idee.</p>
<p>Le biblioteche costituiscono un&#8217;infrastruttura della conoscenza che raccoglie, organizza e rende disponibili i prodotti della creatività e dell&#8217;ingegno, fornisce accesso a una pluralità di saperi e di informazioni, agevola l&#8217;attività dei ricercatori e degli studiosi, tutela la memoria culturale della nazione, offre a tutti i cittadini occasioni di crescita personale e culturale, favorisce l&#8217;acquisizione di competenze che possono essere spese nella vita sociale e lavorativa.</p>
<p>In Germania i frequentatori delle biblioteche superano gli spettatori delle partite del campionato di calcio; negli Stati Uniti l&#8217;investimento sulle biblioteche è parte integrante degli interventi governativi per contrastare la crisi economica; in Francia, Gran Bretagna e Spagna le biblioteche nazionali ottengono finanziamenti e dispongono di personale, attrezzature, risorse adeguate a un paese ad economia avanzata.</p>
<p>Mentre in queste nazioni le biblioteche sono considerate servizi indispensabili, da tutelare in quanto bene comune, da promuovere perché grazie ed esse è possibile costruire una coscienza civica fondata sulla centralità della cultura e dell&#8217;istruzione, in Italia, per colpa della crisi economica e di una politica culturale miope, le biblioteche sono allo stremo e hanno bisogno del supporto di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della cultura.</p>
<p>Moltissime biblioteche (statali, di ente locale, universitarie, scolastiche, di istituti culturali) hanno subito pesanti tagli ai bilanci e al personale, blocchi all&#8217;aggiornamento delle raccolte e riduzioni all&#8217;orario di apertura, e ciò rende spesso impossibile l&#8217;esercizio delle funzioni più elementari, pregiudicando il diritto dei cittadini alla cultura, all&#8217;istruzione, alla conoscenza, alla condivisione dei valori su cui si è costruita la nostra storia.</p>
<p>Un paese senza biblioteche efficienti è un paese senza memoria e senza futuro. Per ogni biblioteca che chiude, si restringono gli spazi di democrazia e di libertà. Uno Stato che ha paura di discutere i problemi delle biblioteche e della cultura, riducendo la richiesta di dare vita a un dibattito pubblico sul loro ruolo e sulla loro crisi a un problema di ordine pubblico – come è avvenuto <a title="comunicato stampa aib" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1110a.htm" target="_blank">martedì 11 ottobre davanti alla Biblioteca nazionale centrale di Roma</a>, dove cittadini che volevano difendere le biblioteche e valorizzarne la funzione hanno trovato i cancelli sbarrati e sono stati accolti da poliziotti in tenuta antisommossa – è uno Stato che tradisce l&#8217;interesse pubblico, che nega a chi ha a cuore le sorti delle biblioteche persino la possibilità di parlarne.</p>
<p>Roma, 22 ottobre 2011</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/27/la-notte-delle-biblioteche/">La notte delle biblioteche</a></p>
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		<title>NON VACCINATI. Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/non-vaccinati-viaggio-in-calabria-fra-i-migranti-delle-grandi-opere/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg"></a></p>
<p align="center">[ Foto di Simona Baldanzi ]</p>
<p align="center">di ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/simona-baldanzi/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>E sognavo di partire</em><br />
<em>di trovarmi in un bel posto</em><br />
<em>per poter riaprire</em><br />
<em>quel cassetto ormai nascosto</em><br />
<em>Ma non ho più la mia città,</em><br />
Gerardina Trovato</p>
<p><em>Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/non-vaccinati-viaggio-in-calabria-fra-i-migranti-delle-grandi-opere/">NON VACCINATI. <em>Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere</em></a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg" alt="" title="28" width="442" height="293" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></center></p>
<p align="center"><small>[ Foto di Simona Baldanzi ]</small></p>
<p align="center">di ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/simona-baldanzi/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><small><em>E sognavo di partire</em><br />
<em>di trovarmi in un bel posto</em><br />
<em>per poter riaprire</em><br />
<em>quel cassetto ormai nascosto</em><br />
<em>Ma non ho più la mia città,</em><br />
Gerardina Trovato</small></p>
<p><em>Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono miei compagni di università che hanno seguito le vicende dei lavoratori dei cantieri in Mugello e che vennero con me in Calabria nell’agosto 2006. ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/pietro-mirabelli/" target="_blank"><strong>Pietro Mirabelli</strong></a> a quel tempo era minatore lancista per Cavet, Rls e Rsu del cantiere il Carlone in Mugello.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span id="more-40415"></span></strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Appena passato il cartello di Nola, vedo una bandiera dell’Italia ormai lisa sopra un tetto, che sta per perdere un lembo, quello rosso. La serie di cartelli gialli dei lavori in corso ci riempie gli occhi. Guardiamo le gru che sono braccia nude e attaccati al filo i macchinari che ciondolano nel vuoto come enormi orecchini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Chissà perché sono sospesi» chiede Natalia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Perché sennò li rubano» risponde Marzia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Siamo sulla Salerno-Reggio Calabria, chilometri a una sola corsia con continue curve. Un cantiere serpente. Fa impressione leggere le innumerevoli targhe che indicano che i finanziamenti vengono dall’Unione europea.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sulla sinistra a un certo punto vedo Sarno e le ferite della sua montagna. Mi vengono in mente quelle morti e quel fango, che sembrava sbavare sullo schermo della televisione. La cappa del caldo mi preme sulla testa. Nell’auto non abbiamo l’aria condizionata. Marzia e io sediamo dietro. Stefano guida e non vuole cambio. Natalia sta davanti e fra le gambe tiene Divo, il suo cane, che ogni tanto si affaccia al finestrino per prendere aria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Usciamo a Cosenza. Girovaghiamo intorno all’università sbagliando strada. Alle rotonde vendono cappelli di paglia e tappetini e cerchioni per auto e mi domando chi è che si ferma in una strada che curva continuamente.Come può succedere senza incidenti? Come è che nessuno interviene?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi appunto i cartelli che leggiamo. «Alt! Menù del giorno. Ristorante Ciccio Mele. Sierra del Fiego. Elettrosud costruzioni elettriche. Maccarrone arreda. Casa protetta Carusa (casa di riposo)».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Sila è bella, con dei boschi fittissimi, il fresco e un’aria profumata che è tanto che non ne senti di odori così. Però poi avverti la prepotenza dell’uomo, i tanti obbrobri che ha costruito. Strade torte, senza tante insegne, ulivi, terra, vecchio asfalto, buche. Vediamo un uomo lungo il bordo della strada.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Marzia chiede: «Questo che fa, piange?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia: «O piscia?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Stefano: «O tutte e due contemporaneamente?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La macchina è invasa da risate fragorose che poi vengono inghiottite da silenzi pensierosi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Arriviamo a Pagliarelle che è sera. Marzia, che non c’è mai stata, è attaccata ai finestrini a guardare il degrado delle case. Vede dove sono costruite, come rimangono non finite, con quelle colonne di ferro e cemento che paiono braccia a chiedere aiuto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paese è fatto di sali e scendi, di strade contorte senza seguire un disegno, una pianta. Stiamo per fare una piccola salita, ma sentiamo rumori di trombe e tutti uomini da un bar che si sbracciano, che ci fanno segno di fermarsi e aspettare. Arriva un tir senza rimorchio che non si sa come faccia a passare da quella stradina stretta. È un tir rosso fuoco con attaccati nastri bianchi. La sposa si affaccia salutando con la mano come fosse in carrozza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Riproviamo a fare la salita. Sfrecciano macchine e motorini, con sopra ragazzi senza casco. Passa un’altra auto. Noi ci fermiamo, ma loro vanno troppo spediti. E le due auto si sfregano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo. Guardiamo i danni, ma fortunatamente solo pochi graffi. Sono due ragazzi giovani. Stefano prova a dire ai due dell’auto che noi avevamo la precedenza, ma uno dei due ci guarda duro e ci dice: «È 24 anni che sto qua».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qua vale la legge di chi da più tempo ci sta. Qua vale la loro legge. Qua noi non valiamo nulla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una piccola folla del paese si è adunata. Ci girano intorno con i motorini e le sgassate sono puzzolenti ruggiti. Qualcuno ci guarda masticando insistentemente un chewingum. Arriva Pietro. Vocia qualcosa in dialetto. Le espressioni di tutti cambiano. Pacche sulle spalle. Siamo diventati ospiti, non più estranei.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’auto la mettiamo nel garage a casa di Pietro. Salutiamo Mena, la moglie di Pietro, Walter e Gabriele, i due figli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ceniamo. Sapori che ricordavo: queste cipolle e questi pomodori così dolci, i supplì col riso, la carne, il vino della loro vigna, le olive. Mangio talmente tanto che qualcosa mi rimane sullo stomaco e la notte sogno di avere dei chiodi nella pancia e che togliendoli mi rimanevano i buchi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina andiamo in piazza Caduti sul lavoro. C’è fermento. Anche il monumento ai caduti sul lavoro è addobbato a festa: intorno ai pioli delle scalette ci sono attaccati tanti caschi da lavoro colorati. Sembra che lo sguardo del minatore di bronzo, mentre esce dalla galleria, sia più sollevato. La mano che usa per proteggersi dalla luce del sole pare una carezza al cielo e un saluto.</p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg" alt="" title="29" width="404" height="669" class="aligncenter size-full wp-image-40417" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></p>
<p align="center"><small>[ Monumento ai caduti sul lavoro in miniera. <em>Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alcuni uomini stanno montando una galleria di grate per entrare nella piazza. Qualcuno ci riconosce e ci saluta. </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg" alt="" title="30" width="259" height="369" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Preparazione della festa del minatore. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un lavoratore stappa una birra col metro da muratore, quello che usava mio nonno e che da piccola mi piaceva aprire per disegnare forme geometriche con quelle stanghette di legno bianche, gialle e rosse. Parcheggiato in piazza c’è un Fiat Lupetto verde del Comune di Petilia Policastro con un ferro di cavallo sulla grata, come un anello nel muso. Altri lavoratori arrivano con le canne di bambù, che servono da pali. Si muovono tutti velocemente, scherzano, vociano, ci stringono la mano. Non hanno bisogno delle nostre deboli braccia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro sta sistemando le bandiere. C’è l’arcobaleno della Pace, le bandiere della Cgil Fillea, quella dell’Italia, e quella blu dell’Europa che è un pugno allo stomaco su quel grigio.</p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg" alt="" title="31" width="257" height="368" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Pietro Mirabelli in piazza Caduti sul lavoro. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;I bambini fermano continuamente Natalia che ha Divo al guinzaglio. Le chiedono di che razza è e poi se è vaccinato. Solo dopo accarezzano il cane. Capiamo dopo il motivo della reticenza e delle domande: qua ci sono tanti cani randagi e hanno paura.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Facciamo un giro nel paese. Facciamo vedere a Marzia la scuola media e poi il campo da calcio scavato ai piedi di una collina, il Galaxi Stadium fatto di fango. Intorno al perimetro del campo hanno tirato su un muro basso di blocchi di cemento. Non serve a niente se non a giustificare un minimo i soldi che hanno preso per sistemarlo.</p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg" alt="" title="32" width="397" height="272" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Scuola media di Pagliarelle.<em> Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro oggi è contento. È soddisfatto che arriverà un po’ di gente importante, amministratori e sindacati anche qua, in un paese lontano dalle decisioni. Ci mostra il manifesto della festa dei minatori. Ci mostra le spille che daranno a tutti. Pala e piccone incrociati: è il simbolo internazionale dei minatori. Ne metto una sulla maglia e mi chiedo perché non è mai diventato un simbolo di lotta come il martello, la falce, il pugno, le sagome delle fabbriche e delle ciminiere.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel cortile, assonnati e appesantiti dal pranzo, Stefano, Natalia, Marzia e io ci mettiamo a giocare scrivendo dei versi che Pietro vuole per la festa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Minatori di Paglierelle</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Di Paglia un tempo<br />
era il tuo giaciglio<br />
partisti al Nord<br />
senza crescere tuo figlio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tu minatore<br />
di roccia e di sudore<br />
scavi la terra<br />
per tornare al sole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tra piccone e martello<br />
la schiena pieghiamo<br />
ma la dignità del lavoro<br />
non la sacrifichiamo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro non pare entusiasta e neanche noi. Appallottoliamo il foglio. Non riusciamo a trovare altri versi. Marzia e Stefano vanno a fare un giro a Pagliarelle vecchia. Natalia e io abbiamo altri programmi, vogliamo farci i capelli. Appena sopra casa di Pietro c’è la parrucchiera. È in un garage. Ha un arredamento un po’ anni sessanta. Ha una bimba biondissima che sembra Riccioli d’oro e si chiama Naomi, come Naomi Campbell ci dice. La parrucchiera, ci spiega Mena, è di origine francese e qua ha imparato solo il dialetto. Aspettiamo un po’ sulle poltrone perché domani c’è un altro matrimonio e quindi i clienti abbondano. Il mese dei matrimoni qua non è maggio, ma agosto, quando tutti rientrano per le ferie e possono festeggiare. Agosto è da sempre un mese vivo, di ritrovo, di famiglia e di allegria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La parrucchiera mi fa accomodare. Mi lava i capelli velocemente. Mi chiede come li voglio. Sì, li vorrei tagliare. Lei fa una strana smorfia. Tagliare sì, ma non troppo. Le donne devono avere i capelli lunghi, corti non sono a modo. Me ne taglia un pezzettino e mi fa vedere se va bene. Scuoto la testa in un sì.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle pareti non ci sono le foto delle acconciature moderne, ma volti di donna disegnati, come andavano un tempo. L’aiutante, vicina di casa, spazza e commenta: «Adesso abbiamo anche i capelli di Firenze».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia, che mi guarda dallo specchio, sorride.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;C’è anche Mena a vegliare sul nostro taglio di capelli. Ogni tanto riprende il dialetto della parrucchiera che sembra un po’ scocciata. «Perché chisto non si dice?».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;E Mena: «Questo, si dice questo!».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;I capelli vengono bene e quando paghiamo con dieci euro a testa sembra proprio che tutti qua stiano recitando su un set cinematografico di minimo quarant’anni fa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La sera c’è la festa, prima di quella ufficiale. Mangiamo la porchetta che si scioglie in bocca, tagliata direttamente dalle mani di tutti questi minatori emigranti al Nord, che hanno tirato su l’iniziativa insieme a Pietro. </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg" alt="" title="33" width="442" height="290" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></p>
<p align="center"><small>[ Volontari per la Festa del minatore di Pagliarelle. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sul palco si alternano cantanti e cabarettisti. Sembra che qua sappiano tutti cantare. Sembra di vedere quello che si vede negli spettacoli in tv. E proprio le bambine sono le più accanite. Natalia, Marzia e io siamo in gonna, ampia, che magari ci scappa una vecchia tarantella calabrese, ma invece niente. Tutti ci chiedono se siamo sposate e se abbiamo figli. Alla nostra età tutto il resto del paese è «sistemato». Non siamo né sposate né abbiamo figli. Non ci fanno altre domande, il resto non ha importanza. Solo, di nuovo, ci chiedono se il cane è vaccinato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una ragazza dal palco dedica una canzone a tutte le adolescenti del paese, quella di Gerardina Trovato, <em>La mia città</em>, che parla di una ragazza del Sud che emigra, ma le ragazzine vogliono tornare a ballare e non stanno attente. Poi ci dicono che vogliono andare a Roma, a Milano, su a Nord.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«E Firenze come è?» ci chiedono tutte eccitate.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inaspettatamente canta anche Pietro e ci fa emozionare: <em>ti baciavo le labbra e io di rabbia morivo già</em>, e poi, <em>mi dispiace devo andare</em>. Due ragazzi cantano qualche canzone biascicata in inglese e anche <em>Bella Ciao</em>. Le donne sedute con noi sui gradini del monumento ci fanno un po’ da cordone, ci tengono «dentro» alla loro cerchia, mentre gli uomini stanno agli stand delle cibarie.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo a letto e il grillo che sento cantare nel corridoio rimbomba. Capisco tutto l’odio di Pinocchio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina ci svegliamo presto. La meta è il mare, verso Steccato di Cutro. Gabriele e il suo amico Pasquale ci indicano la strada, poi proseguono per andare a prendere un giornalista della Rai che viene alla festa. Pietro è rimasto a organizzare tutto, ad accogliere le autorità e la gente che conta per la serata.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo a comprare della frutta e il giornale perché a Pagliarelle non c’è edicola, non ci sono negozi. Mena ci ha detto che va a Crotone al centro commerciale a fare la spesa, a 40 minuti da casa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Parcheggiamo in una pineta a ridosso della sabbia. Chilometri di spiaggia libera. Il mare è una tavola verde-azzurra bellissima. Non si muove neanche una piccola onda. Una cartolina immacolata. Mi va di nuotare e muovermi, ora che c’è un orizzonte vasto, ora che qua niente soffoca e niente si nasconde. Il sole batte, ma anche la spiaggia è un piacere, fatta di piccolissima ghiaia. Sentiamo intorno a noi solo accento calabrese. Sembra non esserci nessun turista tranne noi. L’acqua è un continuo richiamo, ma notiamo che alcuni si avvicinano fin troppo alla riva con moto d’acqua e motoscafi senza alcun controllo, così decidiamo di uscire dall’acqua e non tuffarsi più. Ci dicono che vanno così le cose, che non c’è molto rispetto su questa spiaggia. Per ferragosto hanno buttato giù qualche pino per fare il falò.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo verso la punta, a Le Castellana. Fa molto caldo. Stefano guidando passa da alcuni muretti semicrollati e commenta che a tratti gli sembrano strade di Bagdad. Arriviamo al paesino. Il castello è bello, qua è riserva marina e un po’ di turisti ci sono. Guardiamo nei negozi, prendiamo un gelato, ma la cappa continua a schiacciarci. Compriamo una pianta per Mena. Trovo le maschere che scacciano gli spiriti maligni e un anello con tanti peperoncini di vetro attaccati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Torniamo a Pagliarelle. Facciamo la doccia e siamo di nuovo in piazza. È irriconoscibile. Ci sono più bandiere del giorno prima, un nuovo palco per la Tavola rotonda sotto la statua dei minatori, un palco incredibilmente grande per il concerto, un tavolone dove porteranno da mangiare. Sarà infatti sommerso da quello che porta la gente; come ha esortato ieri sera dal palco Pietro: «Vengono tanti da fuori. Pagliarelle non deve scomparire, facciamogli vedere!». Riconosco l’orgoglio dei minatori calabresi. Sui pannelli in piazza c’è una mostra di foto e documenti, sia dei lavori dell’alta velocità nel Mugello, sia dei lavoratori del passato. A confronto vecchi e nuovi migranti dalla Calabria. In giro si continua a bere la Brasilena, la bevanda al caffè tipica calabrese. Arrivano sindacati e amministratori. Un parlamentare dal palco usa parole che non sentivo dagli anni cinquanta: «Grazie ai vostri suffragi mi capita a Roma di fare cene con imprenditori…». I sindacalisti promettono lavoro, indicando la salvezza nelle grandi opere: «Più buchi, più gallerie per tutti».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutti hanno la spilla con il piccone e la pala e sento che si parla di <em>modernità</em> come di uno straccio magico che toglie la polvere. Vedo gente immobile che ascolta. Una corona poggiata al monumento e poi l’inno d’Italia. Suona la banda, composta tutta da donne perché gli uomini per provare non ci sono mai. Lavorano tutti lontano dalla Calabria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La festa è un subbuglio. Si mangiano cose buonissime e piccantissime. Adoro il prosciutto col peperoncino. Vino e ancora vino. Un minatore mi riconosce e mi dice che me ne sto sempre seduta in terra, come quando andavo da loro a mensa, e mi fermavo fuori sui marciapiedi a intervistarli per la mia tesi. Gli sorrido. Una donna mi chiede se sono straniera. Secondo lei parlo italiano con uno strano accento.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il concerto inizia e poi anche i fuochi d’artificio, fatti partire proprio appena sotto la piazza, da dietro il nastro adesivo a pochi metri dalla folla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina seguente lasciamo Pagliarelle. Salutiamo Pietro. Lui partirà la notte successiva, per tornare a lavorare dalle nostre parti. Fa impressione pensare che fa quella strada una volta ogni tre settimane, quando ha tre giorni liberi per scendere dalla Toscana alla Calabria. A noi invece ci basterà come esperienza per parecchio tempo. Il nostro viaggio infatti sarà un incubo di 14 ore di caldo, sete, code, sudore, attesa, stanchezza. Ripensiamo alla Calabria che continua a emigrare, alla Salerno-Reggio Calabria come un gigantesco tapis roulant rotto che li vede passare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Divo ansima, ma pare resistere. Noi non siamo vaccinati a tutto questo. Ci verrebbe da mordere.<br />
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<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg" alt="" title="mugello-sotosopra_big" width="150" height="221" class="alignleft" style="border:0px solid #7F7F7F;"/></a><br />
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 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a><br />
 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/Mugello-sottosopra.html" target="_blank"><strong>MUGELLO SOTTOSOPRA</strong></a><br />
<em>Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere</em><br />
[ pag. 112-124 ]<br />
 ⇨ <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> [ 2011 ]<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/non-vaccinati-viaggio-in-calabria-fra-i-migranti-delle-grandi-opere/">NON VACCINATI. <em>Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere</em></a></p>
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		<title>Il telefono dell&#8217;incendiario</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 15:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/il-telefono-dellincendiario/">Il telefono dell&#8217;incendiario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando. “Ma come, era già sotto ascolto, prima ancora di commettere il fatto?” si chiede il lettore. Poi arriva la spiegazione, anche se pochissimo convincente: essendo il ragazzo consumatore di spinelli, è incappato in una normale indagine per droga. “Che colpo di fortuna hanno avuto!”, pensa il lettore. Al giornalista non sembra passare per il capo un’altra ben più verosimile ipotesi, e che cioè che il ragazzo fosse già tenuto sott’occhio. Nel qual caso ci sarebbero <span id="more-40467"></span>delle responsabilità per quanto è successo a Roma: se queste persone erano ascoltate, sembra difficile pensare che non si conoscessero nei dettagli le loro intenzioni e le loro strategie, il che avrebbe permesso di reagire, se ci fosse stata la volontà, in modo efficace. Pensandoci a mente fredda, sembra anzi molto probabile, che fossero controllati: in molti casi sono gli stessi soggetti che hanno commesso anche molti altri atti (lo vedo qui in provincia di Trento), e sono conosciutissimi dalle forze dell’ordine e talvolta dagli stessi media. Io non so se questa intercettazione sia veritiera o meno e se sia stata riportata fedelmente (il dubbio in questi casi resta sempre), e non posso certo escludere che non si tratti davvero di una normale inchiesta per droga (mi sembra però pochissimo probabile, visti i milioni di consumatori), e certo non voglio lanciarmi in azzardate dietrologie, dico solo che questo modo acritico di trattare la notizia mi ha fatto venire in mente come venivano riferiti e commentati i fatti violenti sui quotidiani degli anni ’70, quasi che la logica e il buon senso non fossero più di casa. La violenza non solo chiama violenza (e contrazione di democrazia), ma si accompagna sempre a un’involuzione dell’informazione (nel nostro caso non potrebbe essere che ulteriore). È anche per questo che non la vogliamo. Tutto qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/il-telefono-dellincendiario/">Il telefono dell&#8217;incendiario</a></p>
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		<title>Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 13:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.<br />
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/">Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.<br />
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla è più violento del “sistema”, oggi, che ci sta portando via presente e futuro, nostro e del pianeta: ogni altra violenza, oggi, è in scala inferiore rispetto a questa). La violenza accade, può accadere, la Storia ce lo insegna che a volta deve accadere. A certe condizioni: se è razionale rispetto al scopo, dunque sensata e può produrre effetti reali in un contesto di strategia; se non vi sono altri mezzi possibili (e questo, per dire, esclude le autolegittimazioni di quella parte di movimento che rivendica gli scontri paragonando le pratiche della piazza romana a quelle di piazza Tahrir). Non siamo in presenza di queste condizioni. Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo. In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla.<span id="more-40377"></span><br />
E ancora – rispetto alla “narrazione” ufficiale dei media &#8211; non si parli di black bloc, con la retorica buoni indignati/cattivi venuti da fuori. E&#8217; ovvio che i &#8220;caschi neri&#8221; sono parte del movimento, vengono da dentro: molti di quelli che ho visto a piazza S. Giovanni erano giovanissimi &#8211; loro erano gran parte delle falangi, e in questo – da un punto di vista sociologico, di composizione sociale – intravedo un&#8217;analogia con i riots londinesi (del resto non è un caso che Gran Bretagna e Italia condividano l&#8217;indice di diseguaglianza più alta d&#8217;Europa &#8211; e Roma ha la sua storia politica, ciò che si fa fisicamente presente in quei “più vecchi” che hanno preso parte agli scontri). Non si parli, perciò, neppure di infiltrati, ciò che costituisce per molti del movimento un bell&#8217;alibi.<br />
La questione principale è un&#8217;altra. E&#8217; la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. E&#8217; una questione di democrazia. Sommamente significativo che il grosso dei No Tav &#8211; i temibili valsusini! &#8211; li hanno contestati. In Val di Susa, per dire, nessuno era andato a dire che queste erano la pratiche della giornata. Eppure lassù sono abituati anche a certe pratiche conflittuali &#8211; solo, però (e si torna al primo punto), se sono sensate, &#8220;razionali rispetto allo scopo&#8221;.<br />
La violenza di quei caschi neri si è esercitata anzitutto nei confronti di un movimento nel suo insieme. Un movimento che poteva iniziare da oggi, prendendosi le piazze. Come era stato fatto in piazza Tahrir, alla Puerta del Sol, a New York. L&#8217;anomalia italica continua.<br />
PS Poi senti i Draghi e i Letta, e capisci molto di questa anomalia: dicono che le ragioni della manifestazione sono giuste, peccato per i violenti che non c&#8217;entrano nulla. Ma come? Noi eravamo lì contro di voi! Ma allora non ci ascoltate. Ed è noto che è il non-ascolto a produrre violenza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/">Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</a></p>
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