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	<title>Nazione Indiana &#187; allarmi</title>
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		<title>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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di Roberto Saviano
&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/">Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg" alt="" title="cretto_burri" width="300" height="267" class="aligncenter size-medium wp-image-32065" /></a></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un&#8217;affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un&#8217;esagerazione, sappia che l&#8217;Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?<span id="more-32060"></span></p>
<p>Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c&#8217;è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L&#8217;ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l&#8217;orgoglio. Ma come è potuto accadere?<br />
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.<br />
Il senso del &#8220;è tutto inutile&#8221; toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.<br />
Io non voglio arrendermi a un&#8217;Italia così, a un&#8217;Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all&#8217;Osce, all&#8217;Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare. </p>
<p>Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov&#8217;è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l&#8217;imputata Sandra Lonardo Mastella che dall&#8217;esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all&#8217;ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell&#8217;Udc. Così sui manifesti c&#8217;è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell&#8217;ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all&#8217;economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d&#8217;arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della &#8216;ndrangheta, com&#8217;è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l&#8217;accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.<br />
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di &#8216;ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell&#8217;inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell&#8217;inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell&#8217;ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista &#8220;Socialisti Uniti&#8221; della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo &#8220;Lettera Morta&#8221; contro il clan Costa ed in quelle per l&#8217;uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.<br />
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il  &#8211;  o vengono prima del  &#8211;  diritto, valutazioni in merito all&#8217;opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all&#8217;opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l&#8217;antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un&#8217;abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda.<br />
È un tradimento che quasi si perdona con un&#8217;alzata di spalle come quello d&#8217;un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un&#8217;altra donna.<br />
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?<br />
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.<br />
Dov&#8217;è finito l&#8217;orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov&#8217;è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.<br />
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze  &#8211;  certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l&#8217;obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l&#8217;avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.<br />
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso  &#8211;  meno crudele, certo, ma meno forte e solido  &#8211;  solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un&#8217;alternativa vera e vincente.<br />
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un&#8217;alternativa.<br />
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.<br />
Del resto, quello che più d&#8217;ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.<br />
L&#8217;Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.<br />
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell&#8217;offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all&#8217;economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.<br />
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all&#8217;Onu, all&#8217;Unione Europea, all&#8217;Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.<br />
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.</p>
<p><em>&#8220;La Repubblica&#8221;, 20.3.2010.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/">Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a></p>


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		<title>Arrivano i mostri!</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 08:36:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE
Anno VIII &#8211; Quarta Serie, Numero 9
Napoli &#8211; Palazzo Reale
22 marzo 2010 ore 17:30
LA FONDAZIONE “PREMIO NAPOLI”
in collaborazione con
“Zibaldoni e altre meraviglie”
QuiEdit Edizioni
Lavieri Edizioni
presenta
“IL BADALUCCO, IL LUNATICO E ALTRI FANTASMI”
- Tre atti e una jam session -
I ATTO
“Il Badalucco”
Gianni Celati legge “I sonetti del Badalucco nell’Italia odierna” (Edizioni Feltrinelli 2010)
II ATTO
“Il Lunatico”
Ermanno [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/arrivano-i-mostri-2/">Arrivano i mostri!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/LOCANDINA-NAPOL.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/LOCANDINA-NAPOL-187x300.jpg" alt="" title="LOCANDINA-NAPOL" width="187" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-32005" /></a></p>
<p><strong><a href="http://www.zibaldoni.it">ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE</a></strong><br />
Anno VIII &#8211; Quarta Serie, Numero 9</p>
<p><strong>Napoli &#8211; Palazzo Reale</strong><br />
<em>22 marzo 2010 ore 17:30</em></p>
<p>LA FONDAZIONE “PREMIO NAPOLI”<br />
in collaborazione con<br />
“Zibaldoni e altre meraviglie”<br />
QuiEdit Edizioni<br />
Lavieri Edizioni</p>
<p>presenta</p>
<p><strong>“IL BADALUCCO, IL LUNATICO E ALTRI FANTASMI”</strong><br />
- Tre atti e una jam session -</p>
<p>I ATTO<br />
“Il Badalucco”<br />
Gianni Celati legge “I sonetti del Badalucco nell’Italia odierna” (Edizioni Feltrinelli 2010)</p>
<p>II ATTO<br />
“Il Lunatico”<br />
Ermanno Cavazzoni legge “Il limbo delle fantasticazioni” (Edizioni Quodlibet 2009)</p>
<p>III ATTO<br />
“Altri fantasmi”<br />
Giancarlo Alfano, Gianni Celati, Enrico De Vivo, Domenico Pinto, Massimo Rizzante, Marianne Schneider parlano della collana “Questo è quel mondo” diretta da Enrico De Vivo (Edizioni QuiEdit) di “Non siamo gli ultimi” di Massimo Rizzante (Edizioni Effigie 2009) e della trilogia di Arno Schmidt curata da Domenico Pinto (Edizioni Lavieri)</p>
<p>JAM SESSION<br />
Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni dialogano con il pubblico su “Letteratura e fantasticazione”<br />
IN REPLICA il 23 marzo 2010, ore 17,30, ad Angri (SA) presso il Liceo Scientifico “La Mura”<br />
<span id="more-32006"></span></p>
<p>* * *</p>
<p>Il SOMMARIO dell’ultimo numero di “Zibaldoni e altre meraviglie”</p>
<p>I sonetti del Badalucco/ 4<br />
di Gianni Celati </p>
<p>Verso l’al di là che ci costituisce<br />
di Massimo Rizzante</p>
<p>Letteratura come fantasticazione<br />
di Marina Spunta e Laura Rorato</p>
<p>Pensieri di confine<br />
di Gianvittorio Randaccio</p>
<p>Nel paese di mio padre<br />
di Eliana Petrizzi</p>
<p>Poeta<br />
di Paolo Morelli</p>
<p>Metafisica biologica dei funerali<br />
di Brunella Antomarini</p>
<p>Ma come sono bravi…<br />
di Giordano Montecchi</p>
<p>Danzando tra caso e volontà<br />
di Stefania Conte</p>
<p>Leggi tutto su www.zibaldoni.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/arrivano-i-mostri-2/">Arrivano i mostri!</a></p>


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		<title>Appello per il Cile e i Mapuche</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 06:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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Nei giorni scorsi un devastante terremoto (con Tsunami lungo la costa)ha colpito il Cile causando centinaia di morti in sei regioni e la distruzione totale delle infrastrutture (ferrovie ponti,strade,autostrade,aeroporti e tutti porti principali di queste regioni). Il disastro ha coinvolto milioni di persone lasciando letteralmente 2 milione di abitanti senza tetto, senza luce, acqua, gas, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/appello-per-il-cile-e-i-mapuche/">Appello per il Cile e i Mapuche</a></p>
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<p><span style="font-size: x-small;">Nei giorni scorsi un devastante terremoto (con Tsunami lungo la costa)ha colpito il Cile causando centinaia di morti in sei regioni e la distruzione totale delle infrastrutture (ferrovie ponti,strade,autostrade,aeroporti e tutti porti principali di queste regioni). Il disastro ha coinvolto milioni di persone lasciando letteralmente 2 milione di abitanti senza tetto, senza luce, acqua, gas, comunicazione telefoniche e via internet. Ora la popolazione colpita da questo disastro ha bisogno di tutto e di tutta la solidarietà possibile dei popoli e delle società che possono e devono attivarsi per andare in loro soccorso. Come in tutte le tragedie di questa portata a pagare il prezzo più alto sono gli strati più deboli, i più poveri, quelli che già vivevano in uno stato di esclusione e di abbandono dal modello neoliberista portato alle estreme conseguenze.<span id="more-31817"></span> In Cile l’85% del PIL è in mano a pochi e il rimanente 15% al resto della popolazione. Questo disastro ha evidenziato ancora di più cosa è oggi e cos’è stato il modello neoliberista nato dalla dittatura di Pinochet e portato avanti senza nessuna modifica da parte dei governi civili della concertazione. In vent’anni il fossato tra ricchi e poveri si è allagato in tal maniera che oggi i poveri e gran parte delle popolazione sono ancora più poveri e una minoranza capitalista è ancora più ricca e potente di prima .</p>
<p>Impressionante il silenzio che la stampa cilena, e quella internazionale, asservita al potere, stanno attuando sulle conseguenze del terremoto nel territorio Mapuche. I Mapuche forse non vengono nominati ne presi in considerazione come vittime perché questo popolo ha un contenzioso storico con lo stato Cileno il quale non solo ha occupato e si è appropriato delle loro terre ma non gli riconosce nessun diritto</p>
<p>Da anni questo popolo, tenuto volutamente in uno stato di miseria e sottosviluppo, chiede la restituzione delle proprie terre sottratte dallo stato cileno, ma l’unica risposta che i governi hanno saputo e voluto dare è stata di tipo repressivo.</p>
<p>L’ Associazione Comitato Lavoratori Cileni Esiliati, in contatto con analoghe associazioni in Francia e Spagna, lancia oggi una campagna di solidarietà a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto.</p>
<p>I fondi raccolti verranno destinati ad associazione e gruppi con cui da anni lavoriamo in stretto contatto e in cui riponiamo una grande fiducia, onde evitare quello che succede sempre in questi casi, in Italia il caso del terremoto in Abruzzo ne è l’esempio, e che sono impegnate direttamente sul territorio a fianco della gente colpita.</p>
<p>IL POPOLO CILENO E IL POPOLO MAPUCHE HANNO BISOGNO DI SOLIDARIETA’!</p>
<p>CHI VUOLE AIUTARCI PUO FARLO PRENDENDO I CONTATTI CON L’ASSOCIAZIONE COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>Cel.. 3206784840 cel.3356990774 oppure al numero 0144-372860 e-mail: ascolace@gmail.com</p>
<p><em>OPPURE VERSANDO DIRETTAMENTE SUL CONTO DEL</p>
<p>COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>CASSA DI RISPARMIO DI RIVALTA BORMIDA CODICE IBAN IT 20 U 06075 48550 000000015604</p>
<p></em></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/appello-per-il-cile-e-i-mapuche/">Appello per il Cile e i Mapuche</a></p>


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		<title>L&#8217;amore vince sempre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31807" title="berlusconi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il ricorso alla foto-patacca è insomma così smodato da rivelare Berlusconi nella sua verità più crudele.</p>
<p>Alla fine ci rimane solo l&#8217;amarezza per la scelta della Mondadori. <span id="more-31806"></span>Il libro, infatti, non è pubblicato dal &#8220;Partito delle Libertà&#8221; ma dalla casa editrice che, con l&#8217;Einaudi, fu la più autorevole, la più amata, la più coraggiosa e la più geniale, un tempio e un&#8217;istituzione paragonabili, che so?, alla Gallimard francese, alla Collins e alla Phaidon inglesi, alla Random House americana, alla Suhrkamp Verlage tedesca. E bisogna dirlo forte che questo libro nella parte centrale diventa, in carta patinata, un volantino elettorale, pura propaganda che sarebbe anche legittima, certamente più della stanca agiografia senile, se non portasse appunto il marchio Mondadori.</p>
<p>Ebbene, da questo punto di vista il volume è peggio di una statuetta sul viso della Mondadori. E&#8217; un attentato riuscito alla nostra memoria, una bestemmia contro la fonte battesimale di chiunque in Italia abbia creduto di potere capire il mondo attraverso i libri. In un Paese meno corrotto e più civile sarebbe uno scandalo. Perché nessun voto in più o, chissà, magari &#8211; involontariamente &#8211; in meno a Berlusconi, vale la reputazione (perduta) della Mondadori.</p>
<p><strong>Francesco Merlo</strong></p>
<p><em>da Repubblica, 12/3/2010</em> (la versione integrale dell&#8217;articolo si può trovare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/03/12/news/il_libretto_bianco_di_silvio_ceausescu-2600051/">qui</a>).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>


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		<title>Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[testo di Erri De Luca

 Haiti: Bimbo con le patate
 Brasile: L&#8217;uomo che esce dal forno

L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/linsonnia-della-terra/">Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30530" title="18 HaitiBimbo con le patate copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Haiti: <em>Bimbo con le patate</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31177" title="brasile l'uomo che esce copier copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a> Brasile: <em>L&#8217;uomo che esce dal forno</em></p>
<p><span id="more-30305"></span></p>
<p>L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha avuto bisogno.<br />
Oggi qualche imbizzarrita ditta ha messo sotto suo brevetto il grano, il riso, l&#8217;orzo. Dicono legalmente di averlo inventato loro. Oggi i potenti fanno in modo che i contadini abbiano bisogno di loro. In questa inversione sta il preciso segno del progresso. Progrediamo verso l&#8217;asservimento della terra e dei coltivatori. Perciò siamo oggi tutti senza terra, anche chi ha un campetto ben iscritto a suo nome in un catasto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31179" title="Sri Lanka donne tamil del té 3 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>Sri Lanka: <em>Le donne del té</em></p>
<p>Prima la terra ha perso il suo sabato di riposo poi i suoi lavoratori hanno perduto il sonno. Danilo De Marco fotografa l&#8217;insonnia della terra, trasmessa dal suolo alle facce di chi ci sta chino sopra. Le loro fattezze sono quelle della terra senza sabati.<br />
Avete voglia di andare dietro a gazzette e notiziari: là passa solo il rumore della storia, il mangiavite che sbatte il mondo come un tappeto. Lontano dagli usci ferrati, dal mazzo delle chiavi che aprono solo a noi, la storia scrive piano addosso ai poveri, con tecnica di acquaforte, a punta d’incisione e bagno di mordente. Scrive le loro facce. Quelle dei ricchi le lascia in bianco, a una salute tiepida, imbottita, le trasforma in visi, che sono facce addomesticate, cartoline da illustrazione, buone per arredarci i rotocalchi.<br />
Sulle facce dei poveri scrive le avventure: il gelo, il vento, gli insetti, l’acqua piovana che straripa e inzuppa, la siccità che sfrega polvere sugli zigomi, mentre agli occhi affiora la malinconia dello stomaco, e ancora; il sole quando pesa come un sacco sulla schiena di chi ci sta sotto. E solo un bracciante può dire: niente di lieve sotto il sole.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31180" title="R Messico copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a><em> </em></p>
<p>Messico: <em>La difesa della terra</em></p>
<p>La storia ama la pergamena cotica dei poveri e la spiana a pagina. Un tempo anche da noi c’erano facce così. Ecco la curva del polso di chi sa impugnare roncola, zappa, badile, ascia, piccone, il manico delle leve che bussa alla porta per chiedere. Donne, uomini dal chiuso dei recenti premono per spostare il confine del campo. Qui stanno gli ospiti della polvere del suolo, quelli che hanno diritti di scarto, documenti rilasciati da soldati di malavoglia, in lingue diverse dalle loro.<br />
Chi si è inteso con il suo simile e si è associato a lui per conforto, coraggio, convinzione, chi ha pensato che due non è il doppio ma il contrario di uno, la smentita di essere soli, l’esperienza di formare catena, questa persona ha una faccia politica. Povera la pretesa della fotografia che crede di fissare, che presume da sé il diritto dell’inquadratura.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31181" title="R Zanzibar copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a> Zanzibar: <em>Le donne delle alghe</em></p>
<p>Il sorriso è la smorfia che più somiglia allo sbadiglio. Nelle fotografie di Danilo che fruga tra le croste spellate del pianeta, spuntano sorrisi rari, nessuno sbadiglio. Chi è senza terra è insonne. La terra maledice.<br />
Insieme ai brevettatori abusivi di semenze vitali, spuntano i nuovi proprietari delle acque. Sarebbero capaci di esibire un diritto di sfruttamento delle nuvole, della neve.<br />
Senza terra è un primo passaggio, una tappa dell&#8217;esproprio. Già si sta  in vaste zone dell&#8217;Asia senza cielo, scomparso oltre una condensa di gas e di fumo. Crescono bambini che ignorano le stelle. Presto l&#8217;aria verrà erogata come la corrente. Chi perde la terra sotto i piedi ha perso.<br />
Ci si dedica all&#8217;alpinismo per poter abbracciare di nascosto la superficie perduta, con la scusa di praticare uno sport.<br />
Col suo bianconero illuminato a giorno Danilo anticipa un pianeta svuotato di colori. Mentre scivoleranno i giorni dell&#8217;anno 08 di un secolo con data avvicinata di scadenza, il vento gioca a fare mulinelli e cicloni sopra un suolo espropriato. La sua trottola fa rima con la frase di chi disse: &#8220;Mia è la terra, stranieri e residenti di passaggio voi siete presso di me&#8221; (Levitico/Vaikrà 25,23).</p>
<address>[Le foto di De Marco e il testo di De Luca sono tratte dal calendario <em>Senza terra</em>, 2008]<br />
</address>
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		<title>Primo marzo : sciopero dei migranti!</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 10:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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Opera di André Kertész
Per informazioni vedi le Pagine Corsare a cura di Angela Molteni
Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:Primo marzo : sciopero dei migranti!


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Andre-KerteszPhotographs-9-Broken-Bench.JPG.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Andre-KerteszPhotographs-9-Broken-Bench.JPG-300x224.jpg" alt="" title="Andre Kertesz[Photographs 9 Broken Bench].JPG" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-31254" /></a><br />
Opera di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/André_Kertész">André Kertész</a><br />
Per informazioni vedi le Pagine Corsare a cura di <a href="http://paginecorsare.myblog.it/archive/2010/02/27/1-marzo-2010.html">Angela Molteni</a></p>
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		<title>Libero di scrivere balle</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Rovelli
Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell&#8217;intervista in cui Roth manifesta [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/libero-di-scrivere-balle/">Libero di scrivere balle</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell&#8217;intervista in cui Roth manifesta la sua stupefazione e scopre la bufala.</em></p>
<p>&#8220;Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.&#8221;  &#8220;Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.&#8221; Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore. Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. &#8220;Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?&#8221;</p>
<p><em>Vale la pena di notare anche che Pierluigi Battista si era come suo solito accodato scondinzolante, esattamente come avrebbe fatto poi accettando supinamente l&#8217;impostazione balenga che Libero stesso aveva dato della querelle nata qui su nazione Indiana. Anche lui, evidentemente, nella sua tenace battaglia per rivendicare il non conformismo degli intellettuali, rivendica la libertà di dire balle. (Il suo pezzetto, per chi volesse sfiancarsi, si trova <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/23/Philip_Roth_diventa_disertore_co_9_091123021.shtml">qui</a>) </em></p>
<p><em>Le balle ormai fanno scuola, segnano una stagione del giornalismo italiano. E&#8217; di ieri la mega-balla del Tg1, che vende la prescrizione del reato di Mills come assoluzione. E prima la reprimenda a Maria Luisa Busi, la conduttrice del Tg1 rea di aver ammesso, in mezzo alle macerie aquilane, che sì, la verità non era stata raccontata. Non siamo più in presenza solo di una manipolazione, fatta di mezze verità, a costruire falsità. Qui la falsità diventa elemento atomico con cui lavorare ai fianchi un</em> esprit public<em> sempre più immemore e immerso nelle tenebre.</em></p>
<p><em>Di seguito, l&#8217;intervista originale di Tommaso Debenedetti, che Libero ha fatto scomparire dalla rete ma che esiste ancora, grazie al dio-cache (e grazie a Alberto Cane che ha scovato la cache, <a href="http://albertocane.blogspot.com/2010/02/philip-roth-sconfessa-libero.html">qui</a>). A futura memoria, a imperitura testimonianza della creatività della menzogna.</em> <em>Del resto, lo si è detto allo sfinimento, da queste parti: è tutta una questione di stile. <span id="more-30984"></span></em></p>
<p>«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica. Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth. «Arrivato a settantasette anni &#8211; spiega &#8211; mi piace parlare della realtà che ho attorno, una realtà che mi fa arrabbiare ma che mi interessa ogni giorno di più». E premette che non dirà molto sulla letteratura: «La letteratura mi è indispensabile, è la mia vita, ma non so cosa dirne, ogni discorso sui libri mi sembra superficiale, stupido, e molto noioso». Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione? «Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla». Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente… «Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere». E invece? «Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono». Quali risultati? «L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose». Obama ha deluso anche in politica estera? «Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto». Cioè? «Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa». Come vede l’Europa? «Politicamente, mi sembra che l’Europa non ci sia, non decida nulla, non conti nulla. L’Europa è la sua cultura, la sua storia. E di questa cultura, di questa storia, dovrebbe essere più fiera, mantenendo una sua peculiarità, una sua autenticità, senza diventare, chissà poi perché, seguace di mode e modelli che vengono da fuori. A me, come americano, l’Europa piace e incanta se è sé stessa, non una mal riuscita imitazione dell’America». Capisco la sua volontà di non parlare di letteratura. Ma non resisto. Posso chiederle chi sono, oggi, i suoi autori preferiti? «Sto rileggendo Singer, e lo trovo sempre più grande. Splendido e tristissimo. Ma non mi chieda di più». Chi riconosce come suo maestro? «Ecco, mi aspettavo la domanda. Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro. Un momento può essere Cechov, un altro Saul Bellow, un altro ancora, appunto, Singer. Posso risponderle solo così». E Bernard Malamud? «Riconosco di dovergli molto. È un autore che talvolta, a leggerlo, lascia senza fiato. Cosa gli devo e perché, lo lascio dire ai critici. Loro scoprono cose straordinarie, di cui noi autori neppure ci accorgiamo…». Lei è da anni candidato al Nobel. Ma il premio non è mai arrivato. Come giudica questa ripetuta esclusione? «Non ritengo che il mio pessimismo, la mia indignazione, la mia rabbia siano da Nobel, gli accademici svedesi hanno altri gusti, altri parametri… Ognuno fa le scelte che vuole, e non sono certo io a giudicarle giuste o sbagliate. Se cambieranno idea, andrò a Stoccolma e sarò contento di ricevere il premio. Però mi creda: non ci penso mai, anzi, questo diluvio di ipotesi che ogni anno mi arriva addosso con i primi freddi dell’autunno mi disturba non poco, non sopporto questo gioco delle candidature. Diano il Nobel a chi vogliono e basta così».</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/libero-di-scrivere-balle/">Libero di scrivere balle</a></p>


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		<title>Metropoli locali</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:00:23 +0000</pubDate>
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<p align="center"><small>[ immagini © Copyright Daniele Maurizi (<a href="http://www.danielemaurizi.it/" target="_blank"><strong>www.danielemaurizi.it</strong></a>) ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto <strong>Il mondo in una regione</strong>, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse<sup>1</sup>, Roma, 2009). I racconti sono di <strong>Angelo Ferracuti</strong>, le foto di <strong>Daniele Maurizi</strong>. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”.  “<strong>Il mondo in una regione</strong>” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”<br />
<strong><span id="more-30590"></span></strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo racconto del libro si chiama ‘Babele House’. Siamo nelle Marche, a Porto Recanati, e nelle Marche resteremo con gli altri sette racconti. ‘Babele House’ è un palazzo conformato a Y: 17 piani, 480 mini appartamenti; “ci vivono in più di duemila”. In realtà il palazzo si chiama ‘Hotel House’, ‘Casa hotel’: “Il passaggio è continuo”, “trentadue etnie diverse, manca l’Oceania e poi ci sarebbero tutti i continenti.” Non tutto va nel migliore dei modi in questa ‘Babele House’, ma “Oggi è venerdì, è giorno di preghiera.” Ferracuti allora inizia a raccontarci di questa preghiera e del “silenzio cupo, profondo” che essa produce nel “grande garage sottostrada” dove i fedeli sono raccolti, “vecchi e giovani, barbuti e con i cappellini a visiera, pakistani e marocchini, nigeriani ed egiziani, bengalesi, senegalesi, tunisini.” In coda al racconto arrivano 21 foto, fra le quali quella di un bambino di <em>seconda generazione</em>. È ripreso contro una parete perfettamente pittata, con le braccia piegate ad L, appoggiate contro la parete e insieme alzate. Ha il viso mite di un bambino. Ha lo sguardo fulgido.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il secondo racconto è la storia di Bruno Cozzi “che di mestiere fa il barbiere a Sant’Elpidio a Mare”. Bruno da sempre ha la passione della boxe, “è un uomo semplice ma molto sensibile, dice le parole anche estremamente disarmate della vita senza nessuna vergogna”; “alla fine degli anni sessanta” Bruno mette su una società pugilistica. Fra gli atleti, dallo Zaire, arriva Kalemba Kumba. “All’inizio Kalemba Kumba non sa dove metterlo, poi lo piazza da una vecchia signora che gli offre un alloggio in cambio di compagnia, un <em>badante</em> ante litteram, e gli trova lavoro in una sala giochi.” Tra alti e bassi la storia della palestra di Bruno va avanti, ma “C’è un buco nero in questa storia”: “Kalemba Kumba, quello che lui [Bruno] chiamava ‘il nostro attore’ un giorno morì in circostanze drammatiche”. Era tornato intanto nella sua terra. Era nato il primo figlio che Kalemba aveva chiamato Yuri, come il figlio di Bruno, poi era accaduta la tragedia: ”Kalemba aveva trovato un diamante. È morto perché per portarglielo via gli hanno dato fuoco, bruciandolo vivo”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per terza arriva la storia di Dulal, Bangladesh, “ma sta ad Ancona da più di vent’anni”. Dulal è stato il primo rappresentante sindacale all’interno dei cantieri navali della città dorica, lo è stato per sette anni, poi ha aperto un ristorante che si chiama “L’India”. Ferracuti lo intervista proprio nel suo ristorante. Non tralascia nessuna delle parole che gli vengono dette e delle cose che intanto accadano intorno a lui. E chi legge così capisce quanto viene detto e quanto sta anche accadendo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La quarta storia è quella del sindacalista Muhammad. Il distretto è quello calzaturiero, ‘crisi produttiva e occupazionale’, ‘insicurezza sociale’. “Può succedere che all’improvviso uno possa perdere tutto, prima il lavoro, e poi la casa (…) Che poi se sei trasandato, se hai un aspetto da miserabile da fare schifo è anche difficile presentarsi ai colloqui e convincere i padroni a darti un altro posto di lavoro”. Ferracuti non ha nessun dubbio se dire parole ‘forti’ come queste sopra, no, perché sono queste le parole che magari staranno ‘non dette’ in quel ‘colloquio’, nel quale da una parte c’è una persona che deve guadagnarsi da vivere e dall’altra parte c’è una persona a cui non interessa questo fatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel quinto racconto la prosa di Angelo Ferracuti si mette insieme alla poesia di Filippo Davoli, insegnante d’italiano di ragazzi stranieri “minorenni e clandestini, abbandonati a se stessi”. Per classe i divani all’aperto del Bar Mercurio o le stanze della sua stessa casa. “Una raccolta di Davoli, <em>Gli incendi</em>, è costruita proprio da queste voci”, “Il suo libro – scrive Ferracuti – è una specie di coro, un parlatorio, un insieme di voci. Alì la cosa che è scritta in questa poesia l’ha detta per davvero:<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>Un anno fa sono partito da casa<br />
e non posso chiamare se non ho soldi<br />
da mandare a mia madre. Che le dico?<br />
Ma non ci torno, non ci tornerò più<br />
a salutare i miei nonni – lei, che pensava<br />
che in tutto il mondo si parlava persiano.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
Questo ha detto Alì, questo ha reinventato Filippo con una lingua <em>altra</em>, lui che è un poeta vero, con l’idioma della letteratura.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quasi inevitabilmente il sesto racconto &#8211; siamo a Macerata, e il colle delL’infinito è lì, a due passi &#8211; si chiama “Sabato del villaggio”: “Siamo al centro di un grande parcheggio, dietro lo stadio comunale di Civitanova Marche, una periferia qualunque fatta di brutti palazzi di cemento che dire triste è poco. Un pezzo di mondo uguale a tanti altri.” Ma fra poco la tristezza passerà, sta per inziare la partita di cricket. Non lontano “sono parcheggiate in uno spazio vuoto” “Le roulotte di un gruppo nomade”, “Lungo il cordolo che delimita la parte sud, prima del canale fognario che corre verso il mare, scorgo una croce con in cima dei fiori variopinti”, “a tre quarti della croce scopro la targhetta col nome, Paul Caldares, nato nel novembre del ’93 e morto il 23 febbraio 1999”, “Già da sola, questa tomba povera in un posto così assurdo è qualcosa che fa accapponare la pelle”, ”E mentre vedo i giovani pakistani correre allegri lungo queste piste di asfalto, mi viene improvvisamente in mente una cosa: tornerò qui il prossimo 23 febbraio, devo tenere a mente questa data. Qualcuno dovrà pur raccontarmi la storia di Paul Caldares, vorrei proprio conoscerla.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le penultima storia del libro si chiama “Storie dell’altro mondo” e racconta della “scuola elementare di San Tommaso di Fermo, su due allievi che assistono alle lezioni uno è straniero. Fra i molti bambini tutti impeccabilmente <em>ripresi</em> nelle loro parole e nei loro gesti c’è anche Alex, “un moscovita vero”; andava a giocare fuori delle mura di Mosca, a fare il bagno nel Volga. ‘Ci stavano dei ponti, e dei campi dove potevamo giocare a pallone. Lì ho imparato a nuotare, da solo, insieme a un cane. I miei amici, siccome non sapevo nuotare, mi hanno buttato nell’acqua e mi hanno detto: adesso devi arrivare a riva. Allora siccome vicino a me ho visto un cane, ho guardato come nuotava, e ho provato a fare come faceva lui. È così che ho imparato. Era un pastore tedesco.’”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ultimo reportage-racconto è sul ‘tempio dei Sik di Morrovalle’, ‘una casa colonica come tante spersa nella campagna, a pochi passi dalla strada’; ‘è il giorno della preghiera’; “C’è molto movimento perché dopo il rito si ritroveranno tutti insieme per mangiare, come una comunione, anche se non è una comunione, ma la condivisione dello stesso identico pasto.”; fra i ragazzi che accolgono Ferracuti e Maurizi c’è Harneck; “parla perfettamente italiano, anzi: dialetto marchigiano elpidiense”. Si chiama “Tu, prega” il racconto-reportage, e termina con &#8220;una frase bellissima&#8221; della Prima lettera ai Corinzi, la quale termina così: “L’amore non avrà mai fine”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo racconto ci è data anche notizia che a Morrovalle si svolge annualmente il <em>Campionato nazionale dei giochi indiani</em>. Fra i giochi di cui Maurizi con le sue foto dà conto è il tiro alla fune. A pag 138 c’è una foto di un giovane che tira la fune, la foto taglia a metà la fune, non si vede chi è dall’altra parte, però in quella foto è rimasta per intero impressa ‘la tensione’ con cui quella fune è tratta. A pagina 171, l’ultima pagina &#8211; e dispiace molto a chi legge che il libro non continui ancora &#8211; c’è la foto di una danza tradizionale, a Macerata, un 28 di luglio, quando la comunità peruviana si riunisce per festeggiare l’indipendenza del paese d’origine.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 350px;"><em>febbraio</em> 2010</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/">Metropoli locali</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_30590" class="footnote">&#8220;Ediesse è la Casa editrice della Cgil costituita nel dicembre del 1982 trasformando la denominazione sociale della Editrice sindacale italiana (Esi), nata nel 1952. Con più di 1000 volumi in catalogo e una media di 70 novità editoriali all’anno, Ediesse si caratterizza per una marcata attenzione rivolta ai cambiamenti economici e sociali in corso, di cui si analizzano le tendenze, i contenuti, i riflessi sulla società e, in particolare, sul mondo del lavoro.”[Dal sito Ediesse]</li></ol>

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		<title>Nella bocca di Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 07:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella
&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010

Sta nella bocca, il [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/nella-bocca-di-milano/">Nella bocca di Milano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-30737" title="Dioli_minaccia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ppe Catozzella</strong></p>
<div><em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  </em>Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010</div>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a></p>
<p>Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.</p>
<p>La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: &#8220;Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi&#8221;. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.</p>
<div><span style="color: #1f1f25;">La <em>Scrittura </em>te lo dice: &#8220;Non nominare Dio&#8221;. Non: &#8220;invano&#8221;. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.<span id="more-30267"></span></span></div>
<div>Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.</div>
<p>Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del <em>For a King</em>, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.</p>
<p>Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.</p>
<p>Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.</p>
<p>La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.</p>
<p>Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. &#8220;Bastardo&#8221; gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.</p>
<p>All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.</p>
<p><em>For a King.</em> The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.</p>
<p>Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver &#8220;fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga&#8221;. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.</p>
<p>Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. &#8220;Questo è il vero riciclaggio&#8221; dice la pm Barbaini. &#8220;Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.&#8221;</p>
<p>Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.</p>
<p>Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. &#8220;Il miracolo a Milano&#8221;, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini per la Cappelletti Srl. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.</p>
<p>Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.</p>
<p>Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. &#8220;Bastardo&#8221;, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.</p>
<p>Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.</p>
<p>&#8220;È la fine dell’Ortomercato&#8221; sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. &#8220;Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.&#8221;</p>
<p>La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.</p>
<p><em> (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/nella-bocca-di-milano/">Nella bocca di Milano</a></p>


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		<title>Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia? «Sfiga nei confronti della Sicilia». Parola di assessore.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 13:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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di Giacomo Di Girolamo
«Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di sfiga nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mario Centorrino, assessore alla Formazione della Regione [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/18/camilleri-tomasi-di-lampedusa-o-sciascia-%c2%absfiga-nei-confronti-della-sicilia%c2%bb-parola-di-assessore/">Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia? «Sfiga nei confronti della Sicilia». Parola di assessore.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>(postato da Evelina Santangelo)</p>
<p>di <strong>Giacomo Di Girolamo</strong></p>
<p>«Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di sfiga nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mario Centorrino, assessore alla Formazione della Regione Siciliana.</p>
<p>Non sono nuove le parole di Centorrino. Le abbiamo già sentite. Anzi, c’è tutta una letteratura, dei politici del «ghe pensi mi». L’aveva detto prima Gianfranco Miccichè: «Che nome triste per l’aeroporto di Palermo, chiamarlo Falcone e Borsellino….che immagine diamo della Sicilia?» (niente sapendo che poi, nel 2010, ci avrebbe pensato Dj Francesco a pulire memorie e coscienze nel programma televisivo più inutile e pacchiano che la Rai abbia mai trasmesso). Il Ministro Brunetta di questo stile ne ha fatto un punto programmatico forte: in ogni convegno in cui prende parola, ad un certo punto gonfia tutto e comincia (con la voce identica a quella di Paolo Rossi)  tutta la sua filippica contro il «marciume» culturale italiano. Per non dire poi del Ministro della Cultura Sandrone Bondi e quel suo «gli intellettuali fanno schifo» di poche settimane fa. O dello stesso Berlusconi, nel Maggio scorso: «Per la politica e la democrazia…. Ghe pensi mi!».<span id="more-30492"></span></p>
<p>È Il tentativo di ribaltare il tavolo, di giocare ai superuomini.  Il politico che si crede demiurgo, che ha la bacchetta magica, e propone a tutti la visione differente delle cose: non è come credete voi. Avete seguito le regole sbagliate, i valori sbagliati, la strada sbagliata… Ricorda molto quella poesia di Benni sulla scuola più strana del mondo: «C&#8217;è un professor di storia che odia i Fenici… e un prof di latino che tiene per i barbari… E Il prof di geografia non sa dov&#8217;è Pechino… la prof di Italiano legge solo Topolino…»</p>
<p>Ecco. Basta con le tristi letture, sembra voler dire Centorrino, un po’ di ottimismo nella vita ci vuole.  E invita tutti a «non leggere per un anno (ma questa non è provocazione, l’italiano medio non legge tutta la vita, mica un anno soltanto…) Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia». Ne guadagneremo in salute.</p>
<p>Proviamo a non leggere Saviano, e la camorra scompare. Oppure proviamo a non leggere, punto e basta, e godremo della scomparsa del  mondo, di ogni sua possibile interpretazione.</p>
<p>Un peccato. Voleva essere originale, Centorrino, calato fin troppo nella parte «dell’assessore-tecnico-di-sinistra-prestato alla politica-di-destra». Non c’è riuscito.</p>
<p>È stato talmente banale, che il solito Miccichè gli ha fatto eco e nel suo logorroico blog ha scritto subito un post dal minaccioso titolo «Sicilia Bedda». E’ lungo, ma vale la pena riportarlo tutto: «Le nostre enormi potenzialità di attrazione sono troppo spesso vanificate, mortificate da chi esporta un’immagine della Sicilia tutta coppola e onore. La responsabilità è dei radical chic da salotto nostrani, un’ipocrita classe intellettuale progressista, iper pessimista (e anche un po’ provincialotta), che non sa fare altro che produrre amplificatori di messaggi negativi della Sicilia, svendendone l’immagine al prezzo di una pretestuosa (e molto proficua) crociata di cambiamento, che in fin dei conti è solo semplice presa di distanze e condanna sommaria.  Ed è un peccato, sol se si pensa a quali eccelse menti siciliane dominano il mondo del cinema, della televisione, della comunicazione e dell’arte in generale»</p>
<p>Secondo Miccichè la letteratura siciliana è quella  «erede naturale di quella scuola federiciana che nel Duecento segnò l’inizio della letteratura italiana e i cui interpreti (da Cielo d’Alcamo a Giacomo da Lentini) non raccontavano null’altro che l’amore e i colori della nostra terra. Questa è la nostra Sicilia! Questa è la Sicilia che vogliamo offrire al mondo, a chi viene a trovarci in vacanza, a chi viene a investire qui, a chi viene a vivere da noi. E questa è la Sicilia che vogliamo offrire ai nostri figli, ai nostri giovani, ai quali è bene cominciare a trasmettere un messaggio diverso dal solito pessimistico: “meglio che ve ne andiate, qui non cresce né erba né lavoro”, è bene cominciare a responsabilizzarli di più, dicendo loro: “la vostra è un terra meravigliosa, restate qui, è vostro il compito di debellare ciò che la incancrenisce e di dare lustro a ciò che la rende così …BEDDA!!»</p>
<p>Ecco. Se c’è un ragionamento banale e provinciale è proprio quello di Miccichè. Che ha fatto tanto per se, poco per la sua isola.   Sarò banale anche io, ma, secondo me, le enormi potenzialità della Sicilia sono vanificate e mortificate proprio da Miccichè e dai suoi colleghi, che, per non affrontare e risolvere i problemi, hanno sempre l’alibi della banalizzazione del tipico. Abbiamo il mare, il sole, il buon vino, le arancine, il cous cous…perché ci rompete?</p>
<p>Centorrino ha perso un’occasione. Avrebbe fatto meglio a dire, invece: «Sospendiamo per un anno gli stipendi ai super manager siciliani, ai parlamentari, a noi assessori. Ci vuole ottimismo.  E con quei soldi, organizziamo sempre per un anno ( e sempre perché ci vuole ottimismo) delle pubbliche letture di Camilleri, Tomasi di Lampedusa, Sciascia».</p>
<p>Leggendo, Centorrino, Miccichè, tutta questa triste compagnia di giro, scoprirebbero che ad esempio Sciascia è stato anche politico, oltre che intellettuale e scrittore. In un tempo in cui gli intellettuali erano anche politici.  Scoprirebbero che il siciliano medio quando legge Tomasi di Lampedusa, pensa alla Sicilia irredimibile non per chi la popola, ma per chi la governa.</p>
<p>Proprio Sciascia denunciò in  un intervento in Parlamento, circa 40 anni fa, gli scandali dietro la ricostruzione del Belice devastato dal terremoto: «Si è cominciato a rubare subito, e anche male». Impossibile non pensare alla Protezione (in)Civile di oggi, e al corto circuito che vive oggi il nostro Paese. Berlusconi legittima Bertolaso. Perché Berlusconi gode del consenso popolare, e Bertolaso gode dell’approvazione di Berlusconi. Del Bono, il quasi ex Sindaco di Bologna, è un povero idiota: si è dimesso per una manciata di euro spesi con il bancomat della Regione. E invece, oggi vale il principio non della legalità, ma della «filiera autoreferenziale» (complimenti, De Bortoli): io garantisco che tu mi garantisci che io ti garantisco.</p>
<p>Ecco, se per un anno sospendessimo la politica, le liti, il carnaio, e tutto, e magari leggessimo un po’ di più scopriremmo il valore di quelle parole di Calvino: «La letteratura è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce…».</p>
<p>Senza voce è l’Italia di Termini Imerese. La nuova Italia di Rosarno. Senza voce è la Sicilia che sprofonda tra il fango di Messina e le macerie di Favara.  E’ tutto stato già scritto, già vissuto. Solo che non si ascolta, non si ascolta più.<!--more--></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/18/camilleri-tomasi-di-lampedusa-o-sciascia-%c2%absfiga-nei-confronti-della-sicilia%c2%bb-parola-di-assessore/">Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia? «Sfiga nei confronti della Sicilia». Parola di assessore.</a></p>


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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010
LIBERTA&#8217;
Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può
collaborare con giornali non allineati? La polemica
infuria sul web.
A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>da<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578"> il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>


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		<title>LIBERTA&#8217; DI CURA</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 20:42:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ignazio Marino
“Si tratta di un problema di libertà individuale che non può non essere garantito dalla Costituzione, quello cioè di affermare che non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie”. Aldo Moro, dibattito sull&#8217;articolo 32 della Costituzione, Commissione per la Costituzione della Repubblica Italiana,  28 gennaio 1947
Il 9 febbraio 2009 Eluana Englaro, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/liberta-di-cura/">LIBERTA&#8217; DI CURA</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ignazio Marino</p>
<p>“Si tratta di un problema di libertà individuale che non può non essere garantito dalla Costituzione, quello cioè di affermare che non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie”. Aldo Moro, dibattito sull&#8217;articolo 32 della Costituzione, Commissione per la Costituzione della Repubblica Italiana,  28 gennaio 1947</p>
<p>Il 9 febbraio 2009 Eluana Englaro, dopo 17 anni passati senza coscienza in un letto, divenne finalmente libera. Direi liberata, dall&#8217;impegno civile di un padre esemplare e dal sussulto democratico di una parte del Paese che non tollerava l&#8217;illecita invadenza dello Stato nell’imporre ad una persona terapie non volute per prolungarne l’agonia.<br />
Il dibattito sul testamento biologico fu allora travolto e al Senato si arrivò all&#8217;approvazione di una legge contro la libertà di scelta, calpestando il principio dell&#8217;autodeterminazione dell&#8217;individuo.<br />
Oggi scrivo per ribadire, ad un anno dall&#8217;appello sul sito www.appellotestamentobiologico.it: non permettiamo che venga dato il via libera a una legge contro la libertà di scegliere.</p>
<p>La legge approvata dalle destre al Senato lo scorso marzo è adesso all&#8217;esame della Camera dei Deputati. Si tratta di una norma contro la libertà individuale nella scelta delle terapie. Di fatto impone a tutti noi l&#8217;obbligo di terapie mediche quali la nutrizione e l&#8217;idratazione artificiali, anche se siamo contrari, anche se servono solo a prolungare una irreversibile agonia.<span id="more-30165"></span></p>
<p>La strada da percorrere è un confronto aperto e libero da condizionamenti ideologici. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha mostrato aperture in tal senso, ma il Governo sembra voler utilizzare la propria forza per imporre un voto ideologico sul testamento biologico, contro le prove scientifiche e la libertà individuale.</p>
<p>Per questo chiedo a voi, donne e uomini liberi e laici, di esercitare i vostri diritti di cittadini, promuovendo un&#8217;azione di pressione sulla Camera dei Deputati.</p>
<p>E&#8217; il momento di fare sentire la nostra voce: scriviamo al Presidente Fini, utilizzando il modello di lettera allegato, oppure scrivendo un testo diverso. Se saremo in tanti riusciremo a fare &#8220;massa critica&#8221; e non resteremo inascoltati.</p>
<p>Per scrivere a Gianfranco Fini:  fini_g@camera.it</p>
<p>Presidente Fini,<br />
sono un sostenitore dell&#8217;appello per il testamento biologico (www.appellotestamentobiologico.it) promosso dal senatore Ignazio Marino e da numerose personalità del mondo giuridico, scientifico e culturale italiano.<br />
La legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, approvata dal Senato sarà presto all&#8217;esame dell&#8217;Aula della Camera dei Deputati.<br />
Le scrivo per invitarLa a non ignorare la mia voce.<br />
Chiedo una legge per il diritto alla salute ma contro l’obbligo alle terapie.<br />
Chiedo una legge laica, tracciata nel solco dell&#8217;art. 32 della nostra Costituzione.<br />
Mi auguro che il Suo contributo sia determinante nell&#8217;aprire una nuova fase di riflessione e condivisione su un testo che attualmente è contro le prove scientifiche e la libertà individuale.<br />
Desidero un confronto che consenta di uscire da un’impostazione ideologica, così che ciascuno possa scegliere liberamente a quali terapie sottoporsi e a quali rinunciare.</p>
<p>Grazie</p>
<p>Firma</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/liberta-di-cura/">LIBERTA&#8217; DI CURA</a></p>


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		<title>Nuove minacce a Giulio Cavalli</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 10:00:04 +0000</pubDate>
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Giulio Cavalli ha avuto un&#8217;ennesima minaccia mafiosa. Ieri. Vi allego qui sotto il comunicato del teatro, mandato ieri alla stampa (Che s&#8217;accorge pelosamente di un problema che esiste da tre anni, per poi dimenticarselo di nuovo. Una stampa a corrente alternata).
Da quando Giulio ha annunciato la sua candidatura come indipendente per [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/nuove-minacce-a-giulio-cavalli/">Nuove minacce a Giulio Cavalli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>una segnalazione di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giulio Cavalli ha avuto un&#8217;ennesima minaccia mafiosa. Ieri. Vi allego qui sotto il comunicato del teatro, mandato ieri alla stampa (Che s&#8217;accorge pelosamente di un problema che esiste da tre anni, per poi dimenticarselo di nuovo. Una stampa a corrente alternata).<br />
Da quando Giulio ha annunciato la sua candidatura come indipendente per IDV alle regionali, le minacce si susseguono. Il 27 gennaio gli è stato recapitato un proiettile, e nella filiale dove il comitato promotore della sua elezione ha aperto un conto sono stati ritrovati volantini intimidatori.<br />
Ora questa nuovo fatto inquietante.<br />
Ho appena parlato al telefono con Giulio, sta bene e dice di non preoccuparci. L&#8217;ho preso in giro: &#8220;Sei un rompicoglioni&#8221;, gli ho detto. Mi ha risposto: &#8220;Be&#8217;, l&#8217;hai mai visto un arlecchino mediatore?&#8221;<br />
<span id="more-30110"></span><br />
<strong>Milano, 23 proiettili davanti il Teatro Oscar, di scena uno spettacolo di Giulio Cavalli.</strong><br />
Questa sera, presso il Teatro Oscar di Milano, sarebbe dovuta andare in scena la replica dello spettacolo “L’apocalisse rimandata, ovvero benvenuta catastrofe” dal testo di Dario Fo e messa in atto dall’attore lodigiano Giulio Cavalli.</p>
<p>L’evento, però, è stato sospeso. Nel pomeriggio il direttore di sala ha rinvenuto nella striscia di parcheggio per auto davanti al teatro, sito in via Lattanzio 58, 3 proiettili inesplosi che, in seguito ad un controllo effettuato dalla Digos, sono diventati 23. Sul posto sono giunte le forze dell’ordine. Il ritrovamento è stato subito collegato allo spettacolo dell’attore lombardo Cavalli, vittima già di altre simili “attestazioni di disistima” da parte della<br />
criminalità organizzata e già sotto scorta da diverso tempo.</p>
<p>Lo stesso attore ha poi spiegato dal palco del teatro le ragioni dell’annullamento al pubblico già seduto in sala.</p>
<p>“Sicuramente a queste condizioni – spiega Giulio Cavalli – non ho più la tranquillità di poter fare il mio lavoro. Considero troppo importante il contatto con il pubblico e non ho nessuna intenzione di perderlo. Non riesco a concepire che la mia vita e soprattutto il mio lavoro debbano essere così duramente stravolti da questi eventi.”</p>
<p>“Avrei voluto vederli questi omuncoli mentre gettavano a terra la loro viltà scambiandola per coraggio. Avrei voluto vedere il loro sguardo vuoto mentre pensavano di compiere un gesto importante.”</p>
<p>“Vorrei solo che non si parlasse più di coincidenze e che tutti cominciassero a capire che questi segnali sono pericolosi e lo sono perchè coloro che li causano si sentono talmente impuniti da non preoccuparsi minimamente delle conseguenze delle<br />
loro azioni. A questo punto- conclude Cavalli- continuerò a pretendere da me stesso e dagli altri che il diritto (dovere) di lavorare mi sia garantito.”</p>
<p>Rimandata ai prossimi giorni la riprese delle repliche dello spettacolo. Le informazioni saranno reperibili sul sito ufficiale del TieffeTeatro (www.tieffeteatro.it) e sul sito di Bottega dei mestieri teatrali (http://www.teatronline.com/ ).</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>ISTAT PRO NOBIS</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 12:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Gay.it
In queste settimane l’Istat sta allestendo i moduli per il prossimo censimento generale della popolazione italiana previsto per l&#8217;autunno del 2010: si tratta dei questionari da sottoporre ai cittadini per conoscere, tra l&#8217;altro, la situazione famigliare di ciascuno.
Nel 2001, quando si svolse l&#8217;ultimo censimento generale della popolazione, furono conteggiate come “coppie di fatto” le [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/03/istat-pro-nobis/">ISTAT PRO NOBIS</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gay.it</p>
<p>In queste settimane l’Istat sta allestendo i moduli per il prossimo censimento generale della popolazione italiana previsto per l&#8217;autunno del 2010: si tratta dei questionari da sottoporre ai cittadini per conoscere, tra l&#8217;altro, la situazione famigliare di ciascuno.</p>
<p>Nel 2001, quando si svolse l&#8217;ultimo censimento generale della popolazione, furono conteggiate come “coppie di fatto” le sole coppie eterosessuali, mentre le decine di migliaia di cittadini e contribuenti omosessuali che avevano barrato la casella “conviventi” furono declassati ad “altra forma di convivenza”, quella dove principalmente finiscono le coppie formate da una persona anziana e dal/dalla suo/sua badante.</p>
<p>Questa volta non ci stiamo. La statistica è una scienza, e come tale deve essere neutrale e imparziale: deve limitarsi a studiare le coppie di fatto etero e omo che siano, indipendentemente dalle valutazioni che ne danno concezioni etiche o fedi religiose. Se la politica italiana &#8211; opponendosi alle direttive UE &#8211; non vuole ammettere le coppie omosessuali a stipulare il contratto denominato matrimonio civile, o altro contratto ad esso assimilabile, che almeno l&#8217;Istituto di Statistica ci consideri per quello che siamo: coppie, coppie di fatto.</p>
<p>PER FIRMARE L&#8217;APPELLO ALL&#8217;ISTITUTO DI STATISTICA</p>
<p><a href="http://www.gay.it/contaci">www.gay.it/contaci</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/03/istat-pro-nobis/">ISTAT PRO NOBIS</a></p>


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		<title>Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pino Tripodi
Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.</p>
<p>Non è solo Rosarno il problema.<br />
<span id="more-29742"></span><br />
L’altra sera sono salito sul filobus 90, uno dei luoghi più interessanti di Milano, frequentato nelle ore estreme solo dai poveri e dai migranti. Gli altri preferiscono non frequentarlo trincerando la propria scelta dietro puzze insopportabili, sguardi inquietanti, paure sicuritarie. Una ragazza ispanofona tentava con qualche difficoltà di scendere con la propria bambina sistemata nel passeggino. Un’altra ragazza, italiota come me, ansiosa di salire, ha iniziato a brontolare contro quelle che fanno i figli come i conigli e ci rubano il lavoro e fanno quello che vogliono nel nostro Paese. Silente, sono sceso per aiutare quella madre, poi sono risalito sul filobus dietro la brontolona che non ancora paga ha inscenato una specie di comizio contro gli stranieri che ci rubano e ci ammazzano e non si lavano. Ho atteso di essere sicuro che non fosse squilibrata, poi, di fronte all’episodio di normale idiozia, ho reagito nel vano tentativo di zittirla. Nessun altro ha detto parola. Perché? Perché un’unica idiota fra cento migranti trova suo naturale diritto offenderli e maltrattarli? Perché cento migranti trovano naturale stare zitti, non reagire di fronte alle offese di una persona sola? Chiunque ha visto Rosarno non può non sapere che dietro quel silenzio e quella sopportazione si evidenziano il terrore, la normale condizione di assoggettamento, il callo di condizioni di vita miserrime, i mille ricatti e i tanti capricci di una triste realtà.</p>
<p>Mi chiedo. Fino a quando sarà possibile non reagire? Dove può arrivare questo rapido rotolamento verso l’abominio? Fino a quando ci indigneremo contro gli spettacoli visti in tv ma non solleveremo una mano per interdire una realtà che non ci condurrà ad Auschwitz, ma alla diffusa realtà dei campi di detenzione per migranti, agli arresti di chi è colpevole di essere straniero povero illegalizzato, alla riduzione in schiavitù ci siamo già. Ci indigniamo certo, ma l’indignazione sembra essere diventata null’altro che una forma di consolazione.</p>
<p>La realtà è che i migranti poveri illegalizzati sono irrelati in un’economia che anche senza disturbare le mafie è democraticamente criminale. È una realtà che definirei di demomafie e di mafiocrazie. Oltre ad essere manodopera a basso costo ricattabile e revocabile, i migranti illegalizzati fungono da valvola di compensazione di ogni disagio sociale e hanno un’utilità politica fenomenale. Su di essi si regge parte importante dell’economia delle aziende e delle famiglie italiane, ma anche lo spettacolo elettorale della politica. Chi agita la paura del migrante vince le elezioni.</p>
<p>Il fatto è che il dispositivo dell’economia migrante non è marginale, ma è la forma consustanziale dei rapporti di produzione, ciò verso cui tende il rotolamento in atto.</p>
<p>Così come ogni nazionalismo è razzismo, la schiavizzazione è effetto di una polarizzazione progressiva che non riguarda solo i migranti.</p>
<p>Lottare contro la condizione dei migranti poveri illegalizzati non è a mio parere necessario solo per difendere loro, ma una condizione fondamentale di dignità e di tutela di ciascuno di noi.</p>
<p>Ho evocato lo spettro di Auschwitz perché Rosarno va oltre quella landa di Calabria; è stato il punto di maggiore visibilità e spettacolarizzazione di un’italietta che quando ci si mette sa stare al passo con le correnti d’avanguardia della modernità planetaria.</p>
<p>Rosarno è solo un episodio della guerra ai poveri, condotta anche a mezzo di altri poveri, che si dispiega in ogni parte del mondo e ha come suo fulcro la svalorizzazione crescente della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro salariato quando viene erogato non è spesso in grado neanche di assicurare le condizioni minime di sopravvivenza e di riproduzione della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro in modo crescente viene erogato in forma semigratuita e ultraprecaria in attesa di un divenire salariato visto come un felice miraggio anziché come una forma di prigione a vita.</p>
<p>La merce forza lavoro ha prezzi e considerazione in caduta libera e un’incapacità ad organizzarsi talmente cronica da sembrare irreversibile.</p>
<p>Ciò che è ancora più doloroso è che la TV, tra scioperi della fame, incatenamenti e mesi passati all’addiaccio nei posti più impensabili nella speranza che qualche telecamera ci veda, è la forma visibile e spettacolarizzata dell’impotenza dei salariati e delle loro organizzazioni.</p>
<p>Neanche le mafie riescono a organizzare la forza lavoro. Esse organizzano sempre e soltanto i padroni di turno, anzi sono sempre più lo specchio dei padroni di turno.</p>
<p>Il valore tendente a zero del lavoro salariato è il contraltare della polarizzazione della ricchezza.</p>
<p>I prezzi ridicoli con cui vengono pagati i prodotti del lavoro esaltano l’accaparramento della ricchezza nelle mani della finanza, della grande distribuzione e commercializzazione.</p>
<p>Rosarno è anche la riduzione della popolazione a comunità. Purtroppo, per l’ennesima volta è ciò che si rischia in Calabria. Di fronte all’ennesima immagine negativa riflessa sul mondo, la reazione più immediata è stata quella di serrare le file, di chiudersi nel solito vittimismo per celarsi nell’imminente unanimismo, nel solito piagnisteo contro lo stato agitato ad arte dalla cricche di potere che gestiscono la forma più terribile del welfare, la clientela.</p>
<p>Nel mio appello evocavo un fallimento generale e totale riguardante l’economia, la politica, la cultura. La società. Affinché questa consapevolezza non abbia il valore consolatorio di una critica a di sapore duchampiano ( tanto gli altri muoiono) desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo.</p>
<p>Quando avviene, come è avvenuto a Rosarno, che un migliaio di persone venga deportato con il proprio consenso poiché vive nel terrore di rimanere in quella situazione come si fa a stupirsi se viene evocato lo spettro di Aschwitz?</p>
<p>Dopo Rosarno nulla è cambiato: la demomafia e la mafiocrazia hanno ripreso il controllo che era sfuggito loro di mano. Qualche intellettuale, me compreso, non ha perso occasione di esprimere la propria opinione.</p>
<p>Le associazioni sono costrette a un duro gioco d’equilibrismo per non scontentare nessuno e per incamerare qualche residuo finanziamento. I partiti sono troppo occupati a pensare come vincere le incombenti elezioni. I sindacati non hanno neanche gli occhi per piangere. Sono tutti troppo impegnati per occuparsi seriamente di ciò che è successo a Rosarno. Le altre istituzioni sono sempre pronte ad agitare il vessillo contro la mafia e contro il razzismo per sollevare la solita patina d’ipocrisia.</p>
<p>Come nella più solida democrazia ateniese, nel simulacro di quella in cui viviamo ciascuno è ridotto a spettatore di parole. Anche i pochi che hanno la possibilità di parlare sanno di produrre parole che rimangono tali. La realtà della parola è pur sempre una parola poiché i parlanti producono a mezzo di parola una tecnologia del sé totalmente avulsa dalla realtà di cui parlano. La realtà del reale fluisce parallela alla realtà delle parole. Realtà delle parole e realtà del resto del reale si incontrano solo ed esclusivamente se ruffiano è il potere. Solo il potere ha la forza connettiva tra realtà della parola e realtà delle cose.</p>
<p>La realtà è diventata un grande schermo nel quale gli eventi non accadono se non come pura possibilità di produrre parola.</p>
<p>All’apparire della tv le nonne non tolleravano la distinzione tra fiction e realtà. Guardando immagini di incidenti, di omicidi, di guerra imprecavano contro ciò che vedevano e inveivano contro chi al proprio fianco nulla faceva per interrompere gli abomini.</p>
<p>Per loro esisteva solo la realtà, non la fiction.</p>
<p>Pure, gli uomini e le donne della contemporaneità non sopportano la distinzione. Ma al contrario delle nonne per gli spettatori di parola esiste solo la fiction, non la realtà. Ciò che accade si materializza soltanto in una discussione, in un articolo, in una chiacchierata tra amici. Poi il reale scorre parallelo alle nostre parole mentre noi cambiamo canale o film o libro per allontanarci dal fastidio, dall’imbarazzo che la realtà crea. Il reale è come una malattia da esorcizzare con le parole, da allontanare. Ma il reale sfugg a ogni consolazione, è ostinato, non si fa intrappolare, prima o poi esige che non solo le parole facciano i conti con lui.</p>
<p>Dovremo farli anche noi, con le nostre azioni, con i nostri corpi, con la determinazione a pretendere una qualche coerenza tra il nostro dire e il nostro agire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>


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		<title>I mandarini e le olive non cadono dal cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 12:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.
Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29749" title="IMMIGRATI" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29750" title="rivolta_rosarno11" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.</p>
<p>Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. <span id="more-29748"></span></p>
<p>Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.</p>
<p>Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?</p>
<p>Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo. Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.</p>
<p>Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.</p>
<p>Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:</p>
<p>- domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.</p>
<p>- vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.</p>
<p><strong>L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>


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		<title>La terra dei cachi</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 23:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Elio e le storie tese]]></category>
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		<description><![CDATA[riflessione notturna di Gianni Biondillo
In questi giorni di furibonde discussioni sulla legittimità o meno di credere che il senso di appartenenza ad uno schieramento politico-culturale sia obbligo morale o farragine del secolo scorso, in questo paese dove l&#8217;inciucio pare regnare supremo, dove &#8220;destra o sinistra sono tutti della stessa pasta&#8221;, del &#8220;Italia sì Italia no, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/31/la-terra-dei-cachi/">La terra dei cachi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/caco.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/caco.jpg" alt="" title="caco" width="133" height="132" class="alignleft size-full wp-image-29720" /></a>riflessione notturna di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In questi giorni di furibonde discussioni sulla legittimità o meno di credere che il senso di appartenenza ad uno schieramento politico-culturale sia obbligo morale o farragine del secolo scorso, in questo paese dove l&#8217;inciucio pare regnare supremo, dove &#8220;destra o sinistra sono tutti della stessa pasta&#8221;, del &#8220;Italia sì Italia no, se famo du spaghi&#8221;, del &#8220;volemose bbene&#8221;, de &#8220;la cultura non ha colore&#8221;, etc. etc., fortunatamente ci pensa la politica locale, quella di un consiglio comunale della grande metropoli padana, a rammentarmi, laddove l&#8217;avessi dimenticato, da che parte stare.<br />
A Pieve Emanuele, periferia sud di Milano, l&#8217;alata discussione consiliare viaggia su livelli iperuranei. Per fare un esempio: a detta del capogruppo di Alleanza nazionale -PDL, &#8220;Saviano e Cavalli fanno business a spese nostre, visto che la scorta è pagata dai contribuenti&#8221;, anche per questo è giusto negare loro la cittadinanza onoraria.<br />
Per saperne di più, <a href="http://www.buccinasco.net/dblog/articolo.asp?articolo=835">qui</a>.<br />
Per riascoltare il vero inno nazionale italiano, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=dMrZh3sIVYI">qui</a>. </p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;

di Evelina Santangelo
Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato


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<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/">Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</a></p>


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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ascoltando &#8220;Un sopravvissuto di Varsavia&#8221; di Arnold Schoenberg</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
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		<category><![CDATA[Archivio dell'Olocausto di Bad Arolsen]]></category>
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		<description><![CDATA[
Un sopravvissuto di Varsavia
oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra
Testo e Musica di Arnold Schoenberg
op. 46  [ 11 - 23 agosto 1947 ]
Spartito in PDF
 Video di Saskia Boddeke &#038; Peter Greenaway
&#160;
I cannot remember everything.
I must have been unconscious most of the time.
I remember only the grandiose moment
when they all started to [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/">Ascoltando &#8220;Un sopravvissuto di Varsavia&#8221; di Arnold Schoenberg</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="400" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/EWsQtw78f9c&amp;ap=%2526fmt%3D18&amp;autoplay=0&amp;rel=0&amp;fs=1&amp;color1=0xffffff&amp;color2=0xffffff&amp;border=0&amp;loop=0&amp;showinfo=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="400" src="http://www.youtube.com/v/EWsQtw78f9c&amp;ap=%2526fmt%3D18&amp;autoplay=0&amp;rel=0&amp;fs=1&amp;color1=0xffffff&amp;color2=0xffffff&amp;border=0&amp;loop=0&amp;showinfo=0" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p align="center"><span style="font-size:15pt; font-family: Times New Roman"><strong>Un sopravvissuto di Varsavia</strong></span></p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra</em><br />
Testo e Musica di <strong>Arnold Schoenberg</strong><br />
op. 46  [ 11 - 23 agosto 1947 ]</span></p>
<p align="center"><a href="http://www.piano.ru/scores/schen/schen-wars.pdf" target="_blank"><strong>Spartito</strong> in PDF</a></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"> Video di <strong><a href="http://video.google.it/videosearch?q=Saskia%20Boddeke&#038;oe=utf-8&#038;rls=org.mozilla:en-US:official&#038;client=firefox-a&#038;um=1&#038;ie=UTF-8&#038;sa=N&#038;hl=it&#038;tab=wv#client=firefox-a&#038;emb=0&#038;hl=it&#038;q=Saskia+Boddeke+Peter+Greenaway&#038;view=3" target="_blank">Saskia Boddeke &#038; Peter Greenaway</a></strong></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">I cannot remember everything.<br />
I must have been unconscious most of the time.<br />
I remember only the grandiose moment<br />
when they all started to sing, as if prearranged,<br />
the old prayer they had neglected for so many years<br />
the forgotten creed!<br />
But I have no recollection how I got underground<br />
to live in the sewers of Warsaw for so long a time.</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Non posso ricordare ogni cosa<br />
Devo essere rimasto privo di conoscenza il più del tempo.<br />
Ricordo soltanto il grandioso momento<br />
quando tutti cominciarono a cantare,<br />
come si fossero messi d&#8217;accordo prima,<br />
l’antica preghiera trascurata per così tanti anni<br />
il credo dimenticato!<br />
Ma non ho memoria di come riuscii sotto terra<br />
a vivere nelle fogne di Varsavia, per un tempo così lungo.</em></span></p>
<p><strong><span id="more-29082"></span></strong><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">The day began as usual:<br />
reveille when it still was dark.<br />
Get out! &#8211; Whether you slept<br />
or whether worries kept you awake<br />
the whole night.<br />
You had benn separated from your children,<br />
from your wife, from your parents;<br />
you don&#8217;t know what happened to them -<br />
how could you sleep?<br />
The trumpets again &#8211; Get out!<br />
The sergeant will be furious!<br />
They came out; some very slow;<br />
the old ones, the sick ones;<br />
some with nervous agility.<br />
They fear the sergeant.<br />
They hurry as much as they can.<br />
In vain! Much too much noise,<br />
much too much commotion &#8211; and not<br />
fast enough! The Feldwebel shouts<br />
&#8220;Achtung! Stillstanden!<br />
Na wird&#8217;s mal? Oder soll ich mit dem<br />
Gewehrkolben nachhelfen?<br />
Na jutt; wenn ihr&#8217;s durchaus haben wollt!&#8221;<br />
The sergeant and his subordinates<br />
hit everybody: young or old, strong or sick,<br />
quiet or nervous, guilty or innocent.<br />
It was painful to hear them groaning<br />
and moaning. I heard it though<br />
I had been hit very hard,<br />
so hard that I could not help<br />
falling down. We all on the ground,<br />
who could not stand up were then<br />
beaten over the head.</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Il giorno cominciò come al solito:<br />
sveglia quando era ancora buio.<br />
Venite fuori – Sia che dormiste<br />
o che le preoccupazioni vi tenessero svegli<br />
per tutta la notte.<br />
Eravate stati separati dai vostri bambini,<br />
da vostra moglie, dai vostri genitori;<br />
non sapevate che cosa era accaduto a loro<br />
– come potevate dormire?<br />
Le trombe ancora  – Venite fuori!<br />
Il sergente sarà furioso!<br />
Vennero fuori; alcuni molto lenti;<br />
quelli vecchi, quelli ammalati;<br />
alcuni con agilità nervosa.<br />
Temono il sergente.<br />
Si affrettano più che possono.<br />
Invano! Molto troppo rumore,<br />
molta, troppa confusione – e non<br />
svelti abbastanza! Il sergente urla:<br />
Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo?<br />
O devo aiutarvi io con il calcio del fucile?<br />
E va bene; se è proprio questo che volete!”<br />
Il sergente e i suoi sottoposti<br />
colpivano tutti; giovani o vecchi, sani o malati<br />
calmi o nervosii, colpevoli o innocenti.<br />
Era doloroso sentirli gemere<br />
e lamentarsi. Sentivo tutto sebbene<br />
fossi stato colpito molto forte,<br />
così forte che non potei evitare.<br />
di cadere. Noi tutti al suolo,<br />
chi non poteva reggersi in piedi<br />
era allora colpito sulla testa.</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">I must have been unconscious.<br />
The next thing I knew was a soldier<br />
saying: &#8220;They are all dead&#8221;,<br />
whereupon the sergeant ordered<br />
to do away with us.<br />
There I lay aside half-conscious.<br />
It had become very still &#8211; fear and pain.</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Devo essere rimasto privo di conoscenza.<br />
La prima cosa che percepii fu un soldato<br />
che diceva: “Sono tutti morti”,<br />
al che il sergente ordinò<br />
di sbarazzarsi di noi.<br />
Io giacevo da una parte – mezzo svenuto.<br />
Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore.</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Then I heard the sergeant shouting: &#8220;Abzählen!&#8221;<br />
They started slowly and irregularly:<br />
one, two, three, four &#8211; &#8220;Achtung!&#8221;<br />
the sergeant shouted again, &#8220;Rascher!&#8221;<br />
&#8220;Nochmal von vorn anfangen!<br />
In einer Minute will ich wissen,<br />
wieviele ich zur Gaskammer abliefere!<br />
Abzählen!&#8221;.<br />
Then began again, first slowly: one,<br />
two, three, four, became faster<br />
and faster, so fast that it<br />
finally sounded like a stampede<br />
of wild horses and all of a sudden,<br />
in the middle of it<br />
they began singing the Shema Ysroël.</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Poi udii il sergente che gridava: “Contateli!”.<br />
Cominciarono lentamente e in modo irregolare:<br />
uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”<br />
il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”<br />
“Cominciate di nuovo da capo!<br />
Fra un minuto voglio sapere<br />
quanti devo mandare alla camera a gas!<br />
Contateli!”.<br />
Ricominciarono, prima lentamente: uno,<br />
due, tre, quattro, poi sempre in fretta,<br />
sempre più in fretta, così in fretta che<br />
alla fine risuonò come un fuggi fuggi<br />
di cavalli selvaggi e all’improvviso<br />
nel mezzo di questo<br />
essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Shema Ysroël<br />
Adonoi, Elohenu,<br />
Adonoi echod;<br />
Vehavto et Adonoi elohecho<br />
bechol levovcho,<br />
uvchol nafshecho<br />
Uvchol meaudecho.<br />
Vehoyù had e vorim hoéleh<br />
asher onochi metsavacho<br />
hajom al levovechò<br />
veshinantòm levonechò<br />
vedibarto bom<br />
beschitechò, bevetecho<br />
uv&#8217;lechetecho vadérech<br />
uvshochbecho<br />
evkumechò.</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Ascolta Israele,<br />
il Signore è il Dio nostro,<br />
il Signore è uno.<br />
Amerai il Signore tuo Dio<br />
con tutto il tuo cuore<br />
con tutta la tua anima<br />
e con tutte le tue forze.<br />
e saranno queste parole<br />
che io ti comando oggi,<br />
sul tuo cuore<br />
le ripeterai ai tuoi figli<br />
e ne parlerai con loro,<br />
stando nella tua casa<br />
camminando per la via,<br />
quando ti coricherai<br />
e quando ti alzerai.</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="center">[ <em>all'arte che sa essere nervo scoperto, </em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank" rel="nofollow"><strong>monito&#038;memoria</strong></a><br />
<em>alle vittime di tutte le dittature</em><br />
<em>a mio nonno</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=600,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/19/da-cenere-oro/#footnote_0_14749" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Giorgio</strong></a> <em>(Mauthausen)</em><br />
<em>e alla prozia</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/cercando-primavere-di-viole/" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Alice</strong></a> <em>(Ravensbrück)</em><br />
con il <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=450,height=450,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/triangolo-rosso.png" target="_blank" rel="nofollow"><strong>triangolo rosso</strong></a><em> dei politici</em> <em>cucito sul petto</em><br />
<em>radici strappate del mio albero</em> ]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>A survivor from Warsaw</em>, composto da Schoenberg dall’esilio americano, captando con un oceano di mezzo lo spirito terribile della prima metà del novecento europeo, immaginandolo nelle minime pieghe di sofferenza, come e più che se le avesse vissute in prima persona nei suoi minuti istanti, traccia un brivido che sale quasi senza volerlo. La prima rappresentazione ad Albuquerque nel ‘48 fu accolta, dopo l’ultima nota, da un lunghissimo silenzio, lo si dovette eseguire una seconda volta per scuotere il pubblico dall’attonita sensazione di gelo e di meditazione.<br />
Il racconto della giornata nel ghetto, le semplici parole del testo, le domande urlate, il tedesco ostile, aspro, degli aguzzini sono vivi davanti a chi ascolta. Così lo stato di non coscienza per le percosse, quasi rifugio all’incomprensibilità di tanta paura e dolore. Il procedere ritmico della musica sottolinea il clima emotivo e narrativo con una forza che nessuna parola sarebbe in grado di esprimere. Gli scoppi &#8211; le piccole pause di lirismo turbato &#8211; squilli e dissonanze &#8211; l&#8217;incalzare convulso della conta fino al sollevarsi finale nel canto unisono in ebraico di speranza e fede, andando verso la morte &#8211; la ritrovata identità dimenticata da anni sull’orlo del baratro &#8211; tutto nel breve spazio di sei minuti o poco più.<br />
Un ascolto che non lascia indenni. Cosi le immagini di Saskia Boddeke e Peter Greenaway, che sono state materia per diverse rappresentazioni in giro per i teatri del mondo, immagini che sono esse stesse trama e tessuto narrativo parallelo.<br />
Il lento inabissare di corpi: gli abiti che fluttuano fra le bollicine in un lunghissimo tuffo di annegati, che ancora continua, non ritrovati non restituiti, inceneriti, dispersi che ancora vorticano in quell’abisso affondando, continuando ad affondare. La carne rosa dei corpi che si immaginano invece solo nel lungo bianco e nero del tempo storico. I bambini macilenti, i gesti quotidiani del ghetto, una donna che fa l’uncinetto, stivali e file di soldati. La marionetta di Hitler e il gesto di un vagone chiuso, quasi lubrico di un mezzo sorriso. Visi e visi, capelli, cappelli, occhiali, pose sorridenti di foto ritratto. Acqua per lavare via, che spazza e purifica. La ripetizione di un corpo scheletro che scivola lungo un toboga, un altro di rimbalzo lanciato su di un camion a simulare l&#8217;iterazione, il meccanismo quasi industriale della fabbrica dell’eliminazione nazista. E anche immagini degli olocausti odierni, sempre volti, occhi, implorazioni, Africa, Iraq, Afghanistan e Palestina &#8211; Palestina, sì, anche &#8211; e bambini e bambini, ché la storia non insegna e si perpetua, forse in forme meno vaste per numero, ma con lo stesso identico spirito.<br />
&nbsp;<br />
Per chi ha il fardello di avere fra i suoi cari qualcuno scomparso in un campo di concentramento, per chi è sopravvissuto, non c’è ricorrenza, non serve un giorno della memoria, il ricordo non lascia mai, ed è dolore ma anche desiderio di non dimenticare e di non essere dimenticati, per non tradire il senso del sacrificio, per esserne eredi attraverso le generazioni e trovare parole per dire le cose, per scavare di più le ferite e contemporaneamente medicarle.<br />
La retorica ha sempre buone intenzioni, o forse le buone intenzioni  trovano sempre retorica disponibile: ogni ricorrenza sciorina la serie degli aggettivi per definire quel male, ma la definizione fatica a trovare attributi &#8211; male assoluto &#8211; la sua banalità &#8211; parole che non esauriscono l’incommensurabilità sistematica, capillare, l&#8217;officina del suo attuarsi, la sua geometrica modalità, pari alla disposizione rigorosamente a cardo e decumano delle baracche dei campi.  Gli aggettivi di tipo etico sono inapplicabili, insufficienti, qualsiasi altra cosa a cui lo si paragoni non raggiunge la misura reale. Perché  quel male fu un male minuzioso. Nella sua minuzia, nell’organizzazione logica, esatta, dei particolari sta uno speciale tipo di orrore che non trova requie, più la minuzia è precisa, più aumenta lo sgomento.<br />
Che alle ragazze di Ravensbrück i medici strappassero l’utero da vive per osservarlo è terribile, ma che poi l&#8217;operazione e questi reperti fossero filmati, fotografati  e catalogati, cinque minuti prima di avviarle alla camera a gas, non ha definizione.<br />
Che dire poi della altrettanto maniacale classificazione di insegne sulle divise a righe, che prevedeva e catalogava quel che quell’uomo-numero era, così da definirlo a prima vista, come i gradi di un esercito  analogo e disperato?<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/68/German_concentration_camp_chart_of_prisoner_markings.jpg"/></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Di questa minuzia esiste in Germania un preciso riscontro nell’anonima palazzina che ospita l’archivio dell’olocausto, a Bad Arolsen, dove, con altrettanta precisione, dopo la guerra furono raccolti e catalogati tutti i reperti provenienti da tutti i campi nazisti: camion e camion di carte.<br />
Gli aguzzini facevano annotare tutto delle loro vittime, in bella calligrafia su appositi moduli, conservavano anche oggetti, qualora non fossero di valore, occhiali, portafogli vuoti, cose scritte dai deportati. Chi spariva ha lasciato l&#8217;unica traccia in questa vecchie carte pedanti degli archivisti del male. Chilometri e chilometri di scaffali e corridoi di fascicoli, sulle costole le scritte della geografia dei luoghi di sterminio. Ora tutto in via di scannerizzazione e digitalizzazione, aperto al pubblico e consultabile da chiunque lo voglia, i parenti innanzitutto, gli storici e i ricercatori.<br />
L’Italia, per inciso, è stata l’ultima delle nazioni europee a dare il permesso affinché gli archivi fossero consultati non solo dai parenti delle vittime, accampando questioni di privacy, forse per la paura che fra le carte dei singoli casi ci scappassero, magari, i nomi di qualcuno che gli ebrei o i dissidenti aveva denunciato per soldi, per vendetta, e che per anni  ha vissuto con quel segreto indegno. Chissà. Abbiamo la specialità a mantenere i segreti delle stragi, noi. Forse sarà per questo che nell’homepage del sito  </p>
<p align="center"><a href="http://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html" target="_blank"><strong><big>www.its-arolsen.org</big></strong> </a></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">non c’è da cliccare un BENVENUTI! scritto anche in Italiano, fra le altre lingue europee &#8211; fra Welcome! &#8211; Bienvenue! &#8211; Willkommen! &#8211; Witajcie &#8211; добро пожаловать! &#8211; ברוכים הבאים<br />
&nbsp;<br />
Così la Germania ha trovato il coraggio di uscire dalla sua vergogna storica: con la Verità. Una cosa meritoria, sovvenzionata ampiamente e per la maggior parte ad opera di volontari, che pare incredibile se si pensa che qui da noi l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Bologna fatica a trovare 30000 euro per scannerizzare i faldoni, in via di deterioramento cartaceo di quel processo. Perché “restino”.<br />
L’<strong>ITS di Bad Arolsen</strong>, gestito dalla Croce Rossa Internazionale è luogo di tutte le nazioni europee, zona franca del dolore e della memoria condivisa. Esiste un ufficio anagrafico che stila i certificati di morte dei deportati di cui sia richiesto il riscontro. Al posto del certificato di morte presunta che, non vedendone il ritorno, molti furono costretti a far stilare dai Comuni.<br />
Perché di quel male minuzioso, per chi resta, la caratteristica davvero dolorosa è quella di avere cenotafi, tombe vuote, su cui piangere: non sono tornati e nulla è tornato dei loro resti. Non la civiltà che da Antigone in poi restituisce i corpi del nemico perchè abbiano degna sepoltura e compianto.<br />
&nbsp;<br />
Mio padre era uomo di lunghi silenzi, nei quali pensava a suo padre. Non c’era giorno che non ci pensasse. Una volta credette di riconoscerlo in una foto dietro un filo spinato. Gli nascondemmo a lungo il libro di un sopravvissuto che descriveva la morte di suo padre. Lo trovò e pianse come un bambino. Di stenti morì il nonno: a un certo punto si lasciò andare, non si alzò più e via. E mancavano pochissimi giorni alla liberazione del campo. Come successe per Alice, la zia di mia madre. Sempre di aprile.<br />
A volte lui diceva che ci sarebbe andato a Mauthausen. Non lo fece mai. Andò ad Auschwitz per delle riprese per <em>L&#8217;istruttoria</em> di Peter Weiss. Quel dolore non trovò mai pace, nei suoi ultimi giorni ne parlava sempre.<br />
Così dopo aver letto di Bad Arolsen &#8211; aperto al pubblico dal 2006 &#8211; ho deciso di scrivere e di avviare la ricerca.<br />
Si fa online, senza formalismi, con un modulo.<br />
Bastano pochissimi dati, nome, cognome, date, campo, nome della moglie, ultimo indirizzo.<br />
E la prima sensazione nel compilarlo è quante cose già non si sanno, non si ricordano, ad una sola generazione di distanza, così vicina, eppure quanti spazi vuoti.<br />
In quel momento nemmeno la data di nascita sapevo, dove trovarla? Metto quel poco che ricordo, pochissimo, e clicco invio.<br />
Dicono che risponderanno in tre mesi nella sollecita, immediata, mail di risposta.<br />
Non ci credo quasi.<br />
Non ci penso più.<br />
Allo scoccare della scadenza arriva un plico del Ministero della Difesa Italiano.<br />
Ci sono poche cose, le fotocopie anastatiche dei moduli che schedarono il nonno nella sua permanenza al campo, uno verdino, molto ordinato, calligrafia da vecchia maestra elementare puntigliosa, con altezza, peso, segni particolari, spostamenti, numero di matricola, un modulo generale dei suoi compagni di blocco di baracche. Una riga nera sopra gli eliminati e uno sgorbietto che pare una croce. Anche sopra il suo. Accanto, nell’apposito spazio, la data e ora di morte.<br />
Il nonno alle 11 di sera, in quegli ultimi momenti della soluzione finale le camere a gas e i forni funzionavano 24 ore su 24.<br />
Faccio una enorme fatica a leggerli, a riprenderli in mano.  Penso agli originali, fra le file di raccoglitori, fra milioni di altri, alle mani per cui sarà passato, alle impronte digitali impresse a qualche scaglia, gocciolina di DNA, polvere &#8211; pollini.<br />
Tutto si fa ancora più concreto e doloroso.<br />
C’è un modulo per avere il certificato di morte.<br />
Ancora non l’ho compilato.<br />
Ancora non riesco a mandarlo.<br />
Credevo fosse importante.<br />
Lo sarà.<br />
Lo farò di certo.<br />
Senza consolazione.<br />
Che cosa sono quelle poche parole, i nomi, le date?<br />
Lo scarno <em>Giorgio Puecher Passavalli arrivato il…</em> contiene tutto quel viaggio sul vagone &#8211; la data e ora della morte momenti che non c&#8217;e nessuno a poter descrivere.<br />
&nbsp;<br />
Ma lo farò anche per la prozia Alice, ora. Di certo.<br />
&nbsp;<br />
Per farli tornare ad essere, anche se solo in un certificato, esistenti, per ridare loro la dignità annientata di persone e non il nulla di numeri su di un avambraccio.<br />
&nbsp;<br />
La cosa più ridicola &#8211; ma è un ridere per non piangere &#8211; la cosa al limite del disdicevole è la lettera di accompagnamento a quel poco che resta del  nonno Giorgio, vergata da un tale ufficiale italiano che, con prestampata cortesia da la notizia che <em>il nostro congiunto è deceduto</em>, e aggiunge un improbabile <em>sentite condoglianze alla vedova</em>, che se solo nel suo ottuso, indelicato, burocratico procedere avesse letto le date, avesse cercato di capire che cosa era la pietosa pratica che stava svolgendo, si sarebbe reso conto che ella avrebbe oggi quasi 120 anni. Ma è volere troppo. Cose così: cose di un paese di distratti e smemorati.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ <em>iniziato a scrivere - di getto - per rabbia - verso le 23 circa del 26 gennaio - ieri sera - avrei messo solo Schoenberg - ma c'era la tv accesa in sottofondo - come a volte capita - e una puntata di Porta a Porta che scorreva un titolone bianco gigantesco - full screen - PERDERE 28 CHILI IN 20 SEDUTE - era ormai il 27 e ancora discettavano di adipi massaggiate e spremute da appositi macchinari - di diete dopo l'abbuffata natalizia - ed era il giorno di ricordare altri corpi che altri chili avevano persi - così ho scritto e sto correggendo i refusi d'emozione</em> ]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p></span></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/">Ascoltando &#8220;Un sopravvissuto di Varsavia&#8221; di Arnold Schoenberg</a></p>


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		<title>La ventesima email</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 10:40:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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di Piero Sorrentino
ANABOLIZZANTI ALLA FIDANZATA MORTA: 6 ANNI DI CARCERE A CULTURISTA
21/01/2010 &#8211; Sei anni di reclusione per aver dato alla fidanzata anabolizzanti che ne provocarono la morte. E&#8217; la condanna inflitta oggi a Roma al culturista Federico Focherini, accusato di aver provocato la morte (avvenuta l&#8217; 8 marzo 2004), della fidanzata, campionessa di body [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/23/la-ventesima-email/">La ventesima email</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/lincoln-300x225.jpg" alt="" title="lincoln" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-29140" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><strong>ANABOLIZZANTI ALLA FIDANZATA MORTA: 6 ANNI DI CARCERE A CULTURISTA</strong><br />
<em>21/01/2010 &#8211; Sei anni di reclusione per aver dato alla fidanzata anabolizzanti che ne provocarono la morte. E&#8217; la condanna inflitta oggi a Roma al culturista Federico Focherini, accusato di aver provocato la morte (avvenuta l&#8217; 8 marzo 2004), della fidanzata, campionessa di body building. I reati contestati: esercizio abusivo della professione medica, somministrazione di sostanze pericolose per la salute pubblica e morte conseguente ad altro delitto. Focherini ha sempre negato di aver procurato alla vittima anabolizzanti.</em></p>
<p>Ci siamo spediti email dal 31 agosto 2006 al  21 maggio 2007. Nella prima, gli chiedevo un numero di telefono per chiamarlo. Stavo lavorando a quella che sarebbe diventata <em>Il corpo che siamo</em>, una delle inchieste raccolte da <strong>Christian Raimo</strong> nell’antologia <em>Il corpo e il sangue d’Italia</em>. Un lavoro sul doping nelle palestre italiane. Federico Focherini mi aveva risposto pochi minuti dopo con una impressionante rapidità</p>
<p><em>Ciao Piero,</p>
<p>io ora sto lavorando vicino a Roma. Quindi ti do il numero di tel. della palestra in cui lavoro.   06-972*****. chiedi di me dalle 13.30 alle 22.00</p>
<p>grazie</p>
<p>federico</em></p>
<p><span id="more-29132"></span></p>
<p>Al telefono, dopo i convenevoli, gli avevo raccontato la mia idea. Mi ricordo che alla fine della spiegazione Focherini era rimasto in silenzio per un tempo che mi era sembrato lunghissimo. Nel telefono sentivo i rumori dei manubri, i suoni delle piastre delle<em> lat-machine</em> che si compattavano alla fine di un esercizio, un basso di una musica lontana. Sembrava il preludio di un no. Invece era un sì.<br />
Da allora è stato un susseguirsi di contatti falliti, di tentativi di appuntamento, di incontri mancati. Focherini continuava a rispondere alle mie email pieno di gentilezza e disponibilità. Il 27 novembre 2006, dopo che gli avevo scritto per scusarmi di una mia lunga assenza, mi aveva risposto</p>
<p><em>sì, anch&#8217;io sono in mezzo a stress fra gare e udienze, ma chiamami quando vuoi,caso mai dalle 14 in poi.<br />
ciao,a presto.</p>
<p>Federico</em></p>
<p>Il 18 maggio 2007 gli avevo chiesto di farmi spedire il suo libro, <em>El bonito crimen de los carabineros</em>, pubblicato da un piccolo editore, <em>Eumeswil</em>, dopo che <strong>Giulio Mozzi</strong> aveva lanciato un appello pubblico in Rete, chiedendo se ci fosse un editore disposto a pubblicare il manoscritto che aveva ricevuto, e che secondo Mozzi andava stampato al più presto.<br />
Il titolo del libro di Focherini mi è sempre sembrato orribile, ma non gliel’ho mai detto. In quella mail gli raccontavo anche di aver visto <strong>Walter Siti</strong> a Macerata durante <em>Ricercabo </em>- un  laboratorio di ricerca sulle nuove scritture organizzato da <strong>Silvia Ballestra</strong> e <strong>Massimo Canalini</strong> – e gli dicevo che avevo parlato del suo caso a Siti. Qualche mese dopo, Siti ne aveva scritto un bell’articolo per <em>Vanity Fair</em>. Focherini – che aveva preso a firmarsi <em>Fochero </em>nelle mail – mi aveva ringraziato con un <em>post scriptum</em> asciuttissimo</p>
<p><em>p.s. grazie per averne parlato a Walter Siti. Mi ha fatto molto piacere.</em></p>
<p>Non avevo capito se quella stringatezza era figlia di una forma di laconica riconoscenza o piuttosto di imbarazzo, dovuto del resto a non so cosa. Forse non gli era piaciuto il modo in cui Siti ne aveva scritto, nonostante il testo dello scrittore fosse del tutto a suo favore, e soprattutto nonostante il fatto che Siti sia un conoscitore profondo e attento del mondo delle palestre e del body building, mai superficiale, mai disinformato.<br />
Il 21 maggio 2007, tre giorni dopo, Focherini mi chiede se il suo libro sia arrivato.<br />
Non gli ho mai risposto. Se dovessi spiegare il perché, non saprei farlo. Forse è stato perché nel frattempo il testo aveva preso una sua forma, un suo ritmo, e tutto sommato delle informazioni di Focherini non avevo più bisogno. O forse quella email mi era passata di mente, o magari era stata subito coperta da altre mail in arrivo e si era andata a infilare in quello spazio coperto, lo spazio della ventesima email, che non compare nella schermata di apertura di <em>Outlook Express</em>, a meno che non si faccia lo <em>scroll </em>dello schermo. O forse, ancora, era per quel <em>post scriptum</em>, che a me era sembrato eccessivamente secco, un po’ ingrato, e che per una non del tutto esplicitata forma di ripicca mi aveva fatto improvvisamente perdere interesse per la vicenda. Magari mi aspettavo qualche festa in più, un ringraziamento più deciso, una riconoscenza più schietta. Insomma, ho parlato di te a uno scrittore famoso che ha scritto della tua vicenda su una notissima rivista! Bella riconoscenza, eh!</p>
<p>Alla fine del 2007, <em>Il corpo e il sangue d’Italia</em> venne pubblicato da minimum fax. Di Focherini non scrissi più nemmeno una riga. L&#8217;ho ritrovato sulla copertina dell&#8217;edizione tascabile di <em>Scuola di nudo</em> di Walter Siti, in una foto del 2004 di <strong>Giorgio Sottile.</strong><br />
 Il libro di Focherini è finita che me lo sono comprato. Dentro, si parla di cose molto angoscianti. Di carabinieri siciliani che vengono messi a tradurre intercettazioni in stretto dialetto modenese, per esempio. O di frasi che tutti diciamo, o che abbiamo detto, o potremmo dire, al telefono, e che ficcate in un contesto diverso possono inchiodarti al muro. Io a volte al telefono con gli amici dico delle cose veramente terribili, e quando le dico, penso che quelle frasi, quella sequenza scherzosa di parolette sceme potrebbero contribuire a farmi  passare un mucchio di anni di carcere.<br />
Quando le dico, a volte penso a Federico Focherini. E penso che mi spiace che sia stato condannato a sei anni di galera, perché secondo me Federico Focherini è un uomo innocente che non ha commesso il reato per cui è stato condannato, perché penso che Focherini in passato abbia fatto un sacco di cazzate a scapito della sua salute per arrivare a certi risultati, ma penso anche che non si possano infliggere sei anni di carcere a un uomo per condannare uno stile di vita che non ci piace. E penso anche che mi spiace molto, non aver mai risposto a quella sua mail.</p>
<p>[la foto in apertura ritrae la <em>Lincoln Continental Mark IV</em> del 1972 di Federico Focherini]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/23/la-ventesima-email/">La ventesima email</a></p>


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		<title>Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella
La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella fashion, quella cool, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano.
Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte qui in [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/piovra-replay-si-intomba-a-cento-passi-da-palazzo-marino/">Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella <em>fashion</em>, quella <em>cool</em>, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano.<br />
Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte qui in Lombardia delle ’ndrine calabresi. Tre cuori e una capacità di mimesi che le fa prediligere le camicie a collo dritto, ben stirato, bianco, le cravatte a nodo ampio. Per fare alcuni nomi di chi si spartisce la torta lombarda: gli Emanuello e i Rinzivillo di Gela, i Santapaola e i Madonia di Catania. Alcuni camorristi dalla periferia nord di Napoli, attivi soprattutto nel traffico di droga e nello spaccio. La ’ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, quella dei Valente e dei Piromalli.<br />
<span id="more-29022"></span><br />
Il capocentro del Dipartimento Investigativo Antimafia di Milano, il colonnello Stefano Polo, di questo affare del riciclaggio dei rifiuti non dice niente: se ne sono occupati i Carabinieri del nucleo operativo Ecologico di Treviso, Varese, Monza, Milano e Orio al Serio. La DIA di Milano è impegnata al momento in varie indagini su appalti urbani, edilizia, forniture meccaniche, movimentazione terra, riciclaggio di denaro illecito e braccia ficcate nella grossa torta di ciò che si prepara per l’Expo, il vanto della sindachessa milanese che continua a dichiarare che “la mafia a Milano non c’è.” In Lombardia, infatti, non esiste. Niente.</p>
<p>No, infatti. Secondo l’ultima relazione semestrale al Parlamento e al ministro dell’Interno della DIA, “in Lombardia, le proiezioni di cosa nostra si sono orientate verso l’accaparramento di attività economiche e di appalti, anche sfruttando un’area grigia di concorso da parte di imprenditori disponibili a comportamenti collusivi. In Lombardia le ’ndrine calabresi, continuano a essere molto attive nel traffico di stupefacenti. A Milano e in altre province della regione la ’ndrangheta, oltre alle attività illecite tipiche delle strutture criminali organizzate e consolidate nel territorio, confermate, peraltro, dalle risultanze delle indagini svolte dalla DIA, i sodalizi portano avanti un’azione di penetrazione nel tessuto socio-economico, attraverso la connivenza con settori inquinati dell’imprenditoria. I sempre più rilevanti interessi in gioco, segnatamente nei settori dell’edilizia in genere e nei subappalti per la realizzazione di opere pubbliche, hanno anche fatto saltare, in alcuni casi, equilibri, alleanze e spartizioni territoriali consolidati da tempo, facendo venir meno l’apparente clima di pax criminale che, negli ultimi anni, aveva connotato l’area.” Ecco come si spiegano allora gli omicidi di Rocco Cristello, Carmelo Novella e Aloisio Cataldo. Ma forse Milano si stava rifacendo il ciuffo.</p>
<p>Poi, il rapporto continua. “Il 10 luglio 2008, il GICO di Milano, nell’ambito dell’operazione <em>Cerberus</em>, ha eseguito 8 ordinanze di custodia cautelare, emesse nei confronti di altrettante persone responsabili di associazione per delinquere di stampo mafioso. L’organizzazione, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e ricorrendo altresì a ulteriori atti di intimidazione attraverso danneggiamenti e incendi all’interno di cantieri, imponeva un sovrapprezzo nei lavori di scavo, da destinare ad appartenenti a cosche della ’ndrangheta. Con tale sistema avevano acquisito il controllo dell’attività di movimento terra nella zona sudovest dell’hinterland milanese.</p>
<p>“Il primo agosto 2008, l’Ufficio del GIP del Tribunale di Milano ha emesso sentenza di condanna, a seguito di rito abbreviato, nei confronti di 14 persone, a conclusione di un’inchiesta su un traffico di stupefacenti all’interno dell’ortomercato di Milano che ha visto coinvolta la cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti.&#8221;</p>
<p>“A ottobre 2008, i Carabinieri di Bergamo, nell’ambito dell’operazione <em>Antlia</em> avviata nel marzo 2007 e coordinata dalla DDA di Brescia, hanno tratto in arresto otto persone appartenenti a una presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, che operava tra le province di Bergamo, Milano e Brescia. Gli arrestati, secondo l’accusa, si rifornivano di ingenti quantitativi di cocaina da un affiliato alla ’ndrangheta, operante nell’area milanese.” </p>
<p> “La regione è un’importante area di snodo del traffico nazionale e internazionale di droga e continua a essere teatro di dinamiche di riciclaggio di capitali illeciti. A tale proposito si cita l’operazione <em>Face off</em>, svolta dalla Guardia di Finanza di Monza, che a settembre del 2008 ha portato al sequestrato di beni per un valore di 96 milioni di euro.” </p>
<p>Si potrebbe continuare a lungo.<br />
Così vanno a fuoco due automezzi di proprietà di una società che presta il nome a Salvatore Accarino, e la pm di Busto Arsizio Sabrina Ditaranto e i Carabinieri del comando Tutela Ambiente scoprono un’associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti. Di nuovo. Di nuovo Salvatore Replay Accarino e lo stesso giochetto, compiacenti anche direttori e dipendenti di banche di Verbania, Varese e Milano che si tappavano occhi nasi orecchie bocche sul fatto che fosse pluriprotestato.</p>
<p>“La Valle”. Il tombamento. Fagnano Olona, Varese. Luogo adibito a ricovero di automezzi. Utilizzato dagli Accarino, per anni, per stoccare e trattare rifiuti speciali pericolosi. Intercettazioni telefoniche. Video riprese. Quelle che non si potranno più fare se passerà la legge. Camion che arrivano la sera. Camion che scaricano i rifiuti. Gli stessi rifiuti che vengono ricaricati su altri camion che ripartono la mattina. Portavano i rifiuti tossici alla “Valle”. Li sceglievano, con comodo, li separavano. Portavano quelli non tossici a due siti di smaltimento compiacenti, risparmiando loro la selezione. Intombavano quelli tossici, quelli provenienti dalla cartiera “Fornaci” di Fagnagno Olona, terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti. Di questo era specialista Salvatore Accarino.</p>
<p>I guadagni, poi, venivano riciclati con l’acquisto di mezzi e attrezzature da impiegare nelle società collegate, oppure per comprare, utilizzando alle aste pubbliche dei prestanome, unità immobiliari già pignorate alla famiglia che aveva fatto fallire la società dal nome eloquente, in quanto a infiltrazione mimetica: “La Lombarda”.<br />
Con i siti di smaltimento di Legnano, nel milanese, e Briona, nel novarese, gli Accarino gestivano e trafficavano abusivamente enormi quantitativi di rifiuti di gran parte delle aziende della zona.<br />
Questo faceva Salvatore Accarino in Lombardia.<br />
Questa è la Lombardia pulita e inamidata che ogni mattina si alza all’alba operosa, lasciando molti dei suoi giovani ficcati a pugni chiusi nei letti a chiedersi perché non si lavora.</p>
<p>[Questo articolo appare oggi sul "Quotidiano della Basilicata"]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/piovra-replay-si-intomba-a-cento-passi-da-palazzo-marino/">Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</a></p>


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		<title>L&#8217;UNITA&#8217; DELLA COSTITUZIONE</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/16/lunita-della-costituzione/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 21:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gustavo zagrebelsky]]></category>
		<category><![CDATA[riforme costituzionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gustavo Zagrebelsky
Tutte le Costituzioni sono opere dotate di senso unitario: lo sono per il concetto stesso di Costituzione. Se non lo fossero – se cioè fossero scindibili in parti indipendenti – non “costituirebbero” un bel niente.
Il senso di una parte potrebbe essere messa contro il senso dell’altra e, introducendosi “sensi” diversi, si farebbe opera [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/16/lunita-della-costituzione/">L&#8217;UNITA&#8217; DELLA COSTITUZIONE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gustavo Zagrebelsky</p>
<p>Tutte le Costituzioni sono opere dotate di senso unitario: lo sono per il concetto stesso di Costituzione. Se non lo fossero – se cioè fossero scindibili in parti indipendenti – non “costituirebbero” un bel niente.</p>
<p>Il senso di una parte potrebbe essere messa contro il senso dell’altra e, introducendosi “sensi” diversi, si farebbe opera non di costituzione ma di distruzione.</p>
<p>Questo vale in generale e, in particolare, vale con riguardo alla distinzione tra la prima e la seconda parte della nostra Costituzione.</p>
<p>Non è vero che si può modificare una delle due parti, lasciando intatta l’altra.<br />
Gli esempi non sono difficili da trovare.<span id="more-28804"></span><br />
Primo. L’art. 1 riconosce, come corollario della democrazia, che “la sovranità appartiene al<br />
popolo”, che “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il popolo è un concetto<br />
complesso, di sintesi del pluralismo. Non è un concetto unitario, olista, come nella democrazia di<br />
Rousseau. La sua rappresentanza politica richiede certe condizioni. Supponiamo &#8211; per assurdo &#8211; che<br />
si abolissero le camere rappresentative (seconda parte della Costituzione); o che – più facilmente<br />
immaginabile – le camere venissero depotenziate al punto che il loro ruolo fosse reso solo formale o<br />
lo si riducesse al punto di essere chiamate a esprimere un sì o un no alle proposte del governo;<br />
oppure, che il sistema elettorale portasse a risultati di schiacciamento delle minoranze e di<br />
iperrappresentazione o di rappresentazione totale ed esclusiva della maggioranza: supponiamo tutto<br />
questo. Diremmo forse che queste modifiche dirette (con modifiche costituzionali) o indirette</p>
<p>(attraverso la legge elettorale) non influiscono sull’art. 1 della Costituzione?</p>
<p>Secondo. L’art. 2 riconosce i diritti inviolabili della persona umana e gli artt. 13 e seguenti<br />
prevedono una serie di diritti specifici. La protezione di tali diritti è rimessa a istituzioni la cui<br />
disciplina sta nella seconda parte della Costituzione: innanzitutto la Corte costituzionale e l’insieme<br />
dell’organizzazione giudiziaria. Immaginiamo che si ponga mano alla composizione della Corte, ai<br />
suoi poteri, ai mezzi che i cittadini hanno di accedere a essa; oppure che si stabiliscano forme di<br />
soggezione della magistratura al potere e agli indirizzi della politica (governativa o parlamentare).<br />
Diremmo forse che tali modifiche non influiscono sui diritti che rappresentano uno dei contenuti<br />
principali della prima parte della Costituzione?</p>
<p>Terzo. L’art. 5 stabilisce, come criteri organizzativi fondamentali, l’autonomia e il<br />
decentramento; l’art. 6 protegge le minoranze linguistiche. Sono questi principi insensibili a<br />
modifiche che possano riguardare il Titolo V della seconda parte della Costituzione, oppure la<br />
struttura del Senato, come organo delle autonomie?</p>
<p>Quarto. L’art. 3 della Costituzione, che prevede il principio di uguaglianza, oltre che nel suo<br />
lato formale anche in quello sostanziale, e gli artt. 26 e 28, che prevedono la salute e l’istruzione<br />
come diritti sociali, sarebbero insensibili a modifiche della seconda parte della Costituzione, circa il<br />
potere di spesa e i limiti dell’indebitamento dello Stato, delle Regioni e degli enti locali? E sono<br />
forse insensibili alle riforme che possano interessare l’articolazione sul territorio dei poteri, centrali,<br />
regionali e locali in materia fiscale?</p>
<p>Sono solo esempi. E dimostrano ciò che non si potrebbe disconoscere: la prima parte della<br />
Costituzione, che contiene  principi fondamentali di sostanza, non è indipendente dalla seconda, che<br />
contiene le norme organizzative che servono a farli valere o che, comunque, ne condizionano<br />
l’attuazione.<br />
La distinzione sulla quale – credo – ci si dovrebbe attestare con molta chiarezza non è dunque<br />
tra “parti” della Costituzione ma tra i suoi fondamenti sostanziali e organizzativi, da un lato, e le loro regole attuative, dall’altro: fermi i primi, sulle seconde si può certamente discutere, perché le<br />
modifiche e gli adeguamenti (ad es. del Senato, alla nuova struttura decentrata dei poteri pubblici;<br />
del governo, alle esigenze di efficienza della sua azione; delle maggioranze di garanzia, alla logica<br />
bipolare, ecc.) sono certamente possibili e, in diversi casi, anche utili.<br />
Ciò che si chiede è dunque un chiaro impegno al mantenimento, nella sua essenza, della<br />
Costituzione che abbiamo (con tutti i perfezionamenti che si possano ritenere opportuni). E’ chiaro<br />
che, in concreto, potranno sorgere contrasti interpretativi sulla portata di questa o quella proposta di<br />
innovazione, se essa stia entro o sia fuori di questa Costituzione. Penso ad es. al tema del<br />
rafforzamento dell’azione del governo o, come si dice, del premierato. Ma sarebbe già un fatto di<br />
chiarificazione se si accettasse la premessa che, al Parlamento, i poteri e le garanzie che oggi<br />
spettano in generale (la legislazione, il controllo sul governo – sfiducia, costruttiva o non costruttiva,<br />
compresa –; lo scioglimento come strumento di garanzia, non di lotta politica) non potranno essere<br />
sottratti, quali che siano le innovazioni riguardanti il governo, i poteri del presidente del Consiglio, i<br />
meccanismi a favore della razionalizzazione degli schieramenti politici in Parlamento. Aggiungerei,<br />
in questa prospettiva, la richiesta di un impegno a favore (oltre che della riduzione numerica) anche<br />
della qualità della rappresentanza che si esprime nelle due Camere, una qualità che, oggi, rischia di<br />
rendere la difesa dei poteri e delle prerogative del Parlamento una azione, per quanto nobile alla<br />
stregua dei sacri principi del costituzionalismo liberal-democratico, assai poco dotata di senso, in<br />
relazione alle sue condizioni concrete.<br />
Sono queste posizioni di retroguardia, che si possono bollare come quelle dei soliti<br />
“parrucconi” da parte degli altrettanti soliti “innovatori”? No. Sono esclusivamente scelte di politica<br />
costituzionale, alle quali si contrappongono altre scelte, anch’esse di politica costituzionale che,<br />
come tali devono essere valutate. La contrapposizione “vecchio” e “nuovo” è totalmente priva di<br />
significato in materia costituzionale: essa nasconde diversi modi di concepire i rapporti in questa<br />
materia e su questi modi come tali, non perché vecchi o nuovi, ha senso fare chiarezza.</p>
<p>http://www.astrid-online.it/Dossier&#8211;r/Studi&#8211;ric/ZAGREBELSKY_08_10_07.pdf</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/16/lunita-della-costituzione/">L&#8217;UNITA&#8217; DELLA COSTITUZIONE</a></p>


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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/01/11/coraggio-compagni/' rel='bookmark' title='Permanent Link: CORAGGIO, COMPAGNI'>CORAGGIO, COMPAGNI</a></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/calpestare-loblio/' rel='bookmark' title='Permanent Link: CALPESTARE L&#8217;OBLIO'>CALPESTARE L&#8217;OBLIO</a></li>
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		<title>Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pino Tripodi
Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine. Ciò che avviene a Rosarno e in molti altri luoghi della nostra Terra esige un moto di repulsione profondo e definitivo. Un impegno a non tollerare e a combattere l’apartheid, lo schiavismo, il razzismo, la deportazione a cui uomini e donne come me sono costretti quotidianamente.</p>
<p>Invito tutte le donne e gli uomini di Rosarno, della Calabria e dell’Italia intera che hanno provato il mio stesso sentimento di vergogna e la mia stessa repulsione a condividere il mio impegno pubblicamente a <strong>Rosarno domenica 17 gennaio alle ore 12.00</strong>. Mi piacerebbe che tutti i migranti deportati tornassero in questa occasione a Rosarno per testimoniare con me e gli altri che ci saranno che il pregiudizio è la peggiore malattia dell’umanità e il colore della pelle non nasconde la vergogna.</p>
<p>Pino Tripodi, insegnante, Milano</p>
<p>Per adesioni: <a href="http://firmiamo.it/appelloperrosarno">firmiamo.it/appelloperrosarno</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>


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		<title>CORAGGIO, COMPAGNI</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 19:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Franco Buffoni
Venerdì 8 gennaio si è tenuta a Roma una assemblea dei poeti inclusi nell’e-book Calpestare l’oblio. Su invito del curatore, Davide Nota, ho tenuto una relazione, che qui propongo per punti essenziali.
Oblio della memoria
1) Perché molti italiani si sentirono offesi, toccati nel sentimento profondo, quando chi attualmente siede a Palazzo Chigi propose di [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/11/coraggio-compagni/">CORAGGIO, COMPAGNI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Venerdì 8 gennaio si è tenuta a Roma una assemblea dei poeti inclusi nell’e-book Calpestare l’oblio. Su invito del curatore, Davide Nota, ho tenuto una relazione, che qui propongo per punti essenziali.</p>
<p><strong>Oblio della memoria</strong><br />
1) Perché molti italiani si sentirono offesi, toccati nel sentimento profondo, quando chi attualmente siede a Palazzo Chigi propose di trasformare il 25 Aprile nella Festa delle Libertà? Perché la Resistenza fu anzitutto antifascista. Cercare di annacquarla in una generica festa delle libertà (riecheggiante per altro quel Popolo delle Libertà all’interno del quale sono confluiti i post fascisti) ebbe per loro il sapore di una beffa.<br />
Questo naturalmente non cambia un dato storico ben noto: all’interno delle forze che diedero vita alla Resistenza, la componente comunista fu essenziale. E certamente non era uno stato costituzionale di diritto in senso liberale, moderno, europeo, quello che molti di loro sognavano in quegli anni tragici. Per altro è anche facilmente comprensibile che un giovane &#8211; che nel 1943 decide di rischiare la vita per fare il partigiano &#8211; voglia anche rimuovere la cause che produssero il fascismo, e abbracci la scorciatoia illusoria della rivoluzione.<span id="more-28619"></span><br />
Tuttavia il lavoro in seguito compiuto nell’Assemblea Costituente del 46-7 dalla componente comunista sta a dimostrarne l’alto tasso di ragionevolezza politica, volto alla stesura di una carta costituzionale che dopo più di sessanta anni ancora ci permette di stare orgogliosamente in Europa.<br />
Fatte salve le personali “buone fedi”, c’è un dato oggettivo da sottolineare: in quegli anni tormentati molti videro la luce giusta, che portò alla costruzione di uno stato costituzionale di diritto; altri si lasciarono ancora abbagliare da fiammate di stato etico, oggi chiaramente sconfitto dalla storia e dal buon senso. Chi state leggendo è nato nel 1948, ha l’età della Costituzione, se avesse avuto l’età della ragione &#8211; allora &#8211; avrebbe militato nel Partito d’Azione.<br />
E se proprio volete che vi sveli fino in fondo il mio pensiero, vi dico che sentimentalmente sono con i giovani partigiani comunisti tosti duri e puri; ideologicamente difendo con tenacia le ragioni dell’antifascismo non comunista di Giustizia e Libertà.<br />
Per questo ho dedicato una poesia</p>
<p><em>Alla Costituzione italiana</em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
- La felicità degli uomini -<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>2) Così come la Resistenza fu antifascista, il Risorgimento fu anticlericale. Per questo i veri liberali si sentirono offesi qualche settimana fa, quando il nostro ineffabile ministro degli Esteri definì “suggestiva” la proposta di inserire una croce nel campo bianco della bandiera italiana. L’argomento addotto (“la croce è presente nella bandiera di numerosi stati soprattutto nord europei”) è specioso e antistorico. La croce sta in quelle bandiere da numerosi secoli, dal tempo in cui vigevano princìpi quali “cuius regio eius religio”. La bandiera italiana è recente: come quella francese affonda le proprie radici nell’Illuminismo. La bandiera italiana appartiene al Risorgimento e all’anticlericalismo: la sventolavano i ragazzi della Repubblica Romana che per essa si fecero massacrare nel 1849. Va rispettata così come è, insieme alla Costituzione.</p>
<p><strong>Rimozione della cultura nella società italiana</strong><br />
Per le stesse ragioni anagrafiche che ricordavo prima, ricordo molto bene i programmi che la televisione di stato italiana mandava in onda negli anni sessanta e settanta: vi era un solo canale, poi ve ne furono due, con una programmazione limitata a poche ore nell’arco della giornata. Ma a quante opere teatrali potei assistere nelle famose serate del venerdì dedicate alla prosa? Di quanti classici, di quanti romanzi da ragazzo appresi l’esistenza attraverso le programmazioni domenicali? E che dire di rubriche culturali di altissimo livello come &#8220;L’approdo&#8221;?<br />
Ovviamente non c’era solo la televisione. Ma sappiamo che la lettura in Italia è patrimonio di pochi. Quella televisione era intrinsecamente istruttiva, svolse una funzione a cui la gran massa della programmazione delle reti generaliste oggi ha abdicato.<br />
Con gli anni ottanta, nella tv di stato, si è innescato un perverso inseguimento al peggio delle reti commerciali, che ancora non si è concluso. La rimozione della cultura nella società italiana è iniziata allora: la famigerata legge Mammì consegnò tre reti a chi attualmente ci governa. Il presidente del consiglio di allora, poi morto latitante &#8211; colui che è riuscito a rendere impronunciabile in Italia il termine socialista &#8211; era legato a filo doppio a chi attualmente ci governa: che in anni più recenti si è impegnato a rendere quasi impronunciabile il termine liberale. Non dimentichiamo che quella dei veri liberali e quella dei veri socialisti sono le due famiglie politiche che reggono l’Unione europea.<br />
Coloro che vorrebbero abolire la memoria del 25 Aprile vorrebbero dedicare una piazza di Milano al presidente del consiglio morto latitante. Perché non propongono anche l’erezione di un monumento? Coi due statisti insieme: quello che ha reso impronunciabile il termine socialista e quello che ha reso impronunciabile il termine liberale. Distruggendoci culturalmente.</p>
<p><strong>Funzione dei poeti nell’attuale fase della storia nazionale</strong><br />
Nessuno si fa più illusioni sul ruolo sociale che la poesia in senso stretto può svolgere nella attuale situazione culturale e politica. Sappiamo bene che il bisogno – larghissimo – di poesia in senso ampio da parte delle masse soprattutto giovanili è soddisfatto dalla canzone (quando va bene d’autore). Sappiamo anche che il poeta come figura pubblica non esiste più. Personaggi come Fernanda Pivano hanno fatto di tutto perché ad essa, in Italia, si sostituisse la figura del cantautore. Il poeta resta nell’immaginario collettivo al più come un illuso vanesio, oppure come un pazzo o un eccentrico (Alda Merini). Tuttavia i poeti continuano ad esserci e a scrivere. Si conoscono tra loro, si criticano ferocemente e il loro lavoro sul linguaggio e sulle idee viene depredato (con qualche anno di ritardo) proprio da quei cantautori di cui dicevo prima. Però i poeti sono uomini e donne provvisti di poderose antenne anche civili. E quando è il caso possono scrivere anche in prosa. E sanno graffiare chi pretende di “governarli”. (Un esempio per tutti: rileggetevi l’ultimo libro del mio maestro Giovanni Raboni, quello che l’Einaudi si rifiutò di pubblicare, quello dove campeggia “il Menzogna”).<br />
Credo che proprio questo sia il punto: occorre organizzare meglio il lavoro pubblico e il rapporto con il pubblico. Occorre imparare ad usare meglio quello strumento formidabile che è la rete.<br />
La rete, negli Stati Uniti &#8211; dopo otto anni di omofobo texano &#8211; è riuscita a fare eleggere un presidente decente. La parte colta della nazione &#8211; quella degli artisti, dei poeti, dei ricercatori, degli scienziati, degli attivisti per i diritti civili &#8211; è riuscita a saldarsi alla parte più semplice e potenzialmente più morale e più sana della nazione. Credo sia questa la direzione in cui andare. E c’è un immenso lavoro da svolgere.</p>
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		<title>Primo marzo 2010 – sciopero degli stranieri</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 07:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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di Emilia Zazza
 
La parola sciopero sa di stantio, è una parola piena di polvere, dimenticata su un armadio. Non la si tira giù nemmeno per le pulizie di Pasqua. Perché sciopero vuol dire diritti dei lavoratori. E chi è, ormai, che ce l&#8217;ha un lavoro? Contiamoci. E anche qualora ce l&#8217;avessi, magari garantito a tempo [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/11/primo-marzo-2010-%e2%80%93-sciopero-degli-stranieri/">Primo marzo 2010 – sciopero degli stranieri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/San-Papier.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-28442" title="San-Papier" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/San-Papier-150x150.jpg" alt="San-Papier" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">di <strong>Emilia Zazza</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">La parola sciopero sa di stantio, è una parola piena di polvere, dimenticata su un armadio. Non la si tira giù nemmeno per le pulizie di Pasqua. Perché sciopero vuol dire diritti dei lavoratori. E chi è, ormai, che ce l&#8217;ha un lavoro? Contiamoci. E anche qualora ce l&#8217;avessi, magari garantito a tempo indeterminato le fabbriche, semplicemente, chiudono, e puoi scioperare quanto vuoi&#8230; ma la fabbrica non c&#8217;è più.</p>
<p><span id="more-28441"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">E&#8217; quindi curioso che, in un contesto del genere, su Facebook sia nato un gruppo dal nome: <em>Primo marzo sciopero degli stranieri </em>(<span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&amp;ref=ts">www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&amp;ref=ts</a></span></span></span>). E&#8217; vero che l&#8217;iniziativa è partita dalla Francia <span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lajourneesansimmigres.org/fr/">http://www.lajourneesansimmigres.org/fr/</a></span></span></span> 24 heurs sans nous, che a loro volta l&#8217;hanno ripresa dalle lotte degli immigrati negli Stati Uniti, ma qui siamo in Italia. E&#8217; il paese di White Xmas a Coccaglio, tanto per dire l&#8217;ultima delle brillanti iniziative in materia di convivenza, il paese in cui Ministri della Repubblica vogliono demolire l&#8217;art. 1 della Costituzione (<em>L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro</em>) e il paese del reato di clandestinità. E quindi, verificata l&#8217;efficienza organizzativa di FB, dopo il successo della manifestazione del No B Day, Stefania Ragusa, Cristina Seynabou Sebastiani e Daimarely Quintero, sono partite da lì: hanno aperto un gruppo, iniziato a coinvolgere persone e si sono gemellate con i francesi. “E&#8217; importante che la manifestazione abbia un respiro europeo” mi dice Stefania Ragusa al telefono. “Questo gruppo si propone di organizzare una grande manifestazione di protesta per far capire all&#8217;opinione pubblica italiana quanto sia determinante l&#8217;apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società”, si legge sul profilo. Chi si aggiunge al gruppo è immediatamente invitato a iscriversi alla mailing list (primomarzo2010@gmail.com) per creare un contatto più diretto e organizzarsi, costituire comitati territoriali: è importante agire in maniera capillare, riuscire a raggiungere tutti quelli che non hanno accesso a internet, non parlano la nostra lingua, non hanno un computer. E infatti i comitati sono già nati: Milano, Perugia, Palermo, Roma e altri ne stanno nascendo in questo momento (ognuno con la sua mailing list di riferimento). A ognuno viene chiesto un contributo, un&#8217;idea, anche perché bisogna rendere visibili le astensioni. L&#8217;attività sul territorio è importante perché le modalità dello sciopero vengono costruite insieme, a seconda delle caratteristiche di chi vi partecipa. Sì, perché qui sta l&#8217;elemento innovativo e coraggioso. Lo sciopero, dicevamo, lo sciopero dal lavoro non solo non se lo può permettere più nessuno, ma perde sempre di più il suo controvalore. Nel caso specifico, poi, gli stranieri vengono spesso sfruttati, pagati in nero, quando non sono addirittura senza lavoro. Che si scioperano, allora? E&#8217; tra le prime obiezioni che vengono fatte. La verità è che sebbene lo strumento resti lo stesso: l&#8217;astensione, non sarà più solo dal lavoro. Ma soprattutto dal consumo. Il concetto di cittadino si è svuotato, se mai ha avuto un valore in Italia, oggi, che ci piaccia o no, siamo consumatori, è così che siamo considerati: solo per questo abbiamo un valore per chi comanda, e non è più il padrone a comandare, non quello nel senso tradizionale del termine almeno, quello che conta è cosa compri, come lo compri, in quali quantità. Se tutti gli stranieri (e tutti gli altri che aderiscono) per un giorno si astengono dal comprare dall&#8217;unico alimentari del paesello del nord est, se tutti quelli a Roma per un giorno non inviano soldi alla famiglia di origine tramite quel certo vettore, se per quel giorno non si fanno telefonate, non si prendono treni, non si prende il caffe&#8217; nel bar della piazza. Ebbene, il mondo si accorgerà che esisti e che sei fondamentale per l&#8217;economia del paese, che puoi, se vuoi, avere un peso specifico e contare nelle decisioni che riguardano la comunità. Questo poi sarebbe un discorso da allargare a tutte le nuove forme di lotta e di rivendicazione dei diritti. Ma ora parliamo del primo marzo 2010. Un&#8217;ultima considerazione. Un&#8217;altra delle obiezioni che vengono fatte allo sciopero (non ultimo su un noto magazine allegato a un quotidiano nazionale) è che gli italiani non capirebbero. Come se noi fossimo da una parte e loro dall&#8217;altra. Questa è un&#8217;altra cosa che il gruppo che organizza lo sciopero, e quindi di conseguenza la manifestazione stessa, si propone di superare. La divisione tra italiani e stranieri. Quando si scrive di questi temi una delle difficoltà maggiori è proprio trovare i termini giusti, perché il vecchio linguaggio non basta più, non ha più senso, le vecchie parole non servono più a indicare il concetto che si vuole esprimere. Italiani e stranieri. I ragazzi di seconda generazione che sono italiani, ma che a causa dell&#8217;aspetto e delle abitudini vengono considerati stranieri e che parteciperanno alla manifestazione a fianco di chi ancora invece non riesce ad avere voce, sono stranieri o italiani? E gli italiani in Francia di seconda, terza generazione, sono stranieri, italiani o francesi? Quando si creano questi corto circuiti lessicali vuol dire che è ora di ripensare la realtà che viviamo. Le parole hanno un senso, che è quello di descrivere ciò che vediamo. Bisogna abituarsi all&#8217;idea che ciò che vediamo è cambiato e che vanno trovati nuovi nomi, nuove forme di lotta, vanno individuati i nuovi diritti da difendere e da conquistare. Spesso ci si chiede da dove cominciare. Io propongo da qui:</p>
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