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	<title>Nazione Indiana &#187; dispatrio</title>
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		<title>Killing an Arab</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 08:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Conosco Michele Giorgio dagli anni ottanta, ovvero da quando lui e Silvia Tessitore animavano, insieme ad altri, una delle più belle redazioni giornalistiche della Campania, Caserta, di allora, Radio Città Futura. Corrispondente per il Manifesto ha messo su, poco tempo fa, un progetto, La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> che vale la pena seguire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/killing-an-arab/">Killing an Arab</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/schIdC3LdLk" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>Conosco Michele Giorgio dagli anni ottanta, ovvero da quando lui e Silvia Tessitore animavano, insieme ad altri, una delle più belle redazioni giornalistiche della Campania, Caserta, di allora, Radio Città Futura. Corrispondente per il Manifesto ha messo su, poco tempo fa, un progetto, La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> che vale la pena seguire. effeffe</p>
<p>La Near East News Agency <a href="http://www.nena-news.com">(Nena-News)</a> nasce dal progetto di un collettivo di giornalisti, che vivono e lavorano nel Vicino Oriente e in Italia, con l’obiettivo di diffondere un’informazione indipendente ed accurata su un’area del mondo che è terreno di conflitti che condizionano l’intero pianeta. Il Vicino Oriente e’ da sempre oggetto di particolare attenzione da parte dei maggiori mezzi d’informazione internazionali; un’attenzione non sempre approfondita e spesso appiattita su rappresentazioni schematiche della realta’ dei singoli paesi della regione che, al contrario, e’ complessa e articolata. Gran parte delle notizie diffuse quotidianamente offre punti di vista parziali o distorti e trascura l’analisi dei contesti politici, sociali ed economici entro i quali maturano ed esplodono conflitti e contraddizioni.</p>
<p>La Nena si propone di fornire aggiornamenti quotidiani sui conflitti in corso, sui processi politici di cambiamento, le dinamiche sociali, le lotte dei lavoratori, il protagonismo emergente delle donne, le condizioni dei giovani, le produzioni culturali. Lo fara’ sia attraverso la diffusione di news quotidiane, sia attraverso articoli, reportages, analisi e materiale multimediale. L’auspicio e’ quello di riuscire ad offrire gli strumenti per la comprensione di questa parte di mondo che è il Vicino Oriente, in alternativa all’esistente lavoro di copertura mediatica, intenso ma troppo spesso standardizzato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/killing-an-arab/">Killing an Arab</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Wislawa Szymborska [1924 - 2012] SFORMICARE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 19:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"></p>
<p>&#160;<br />
&#8220;Per l’ironica precisione, che permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana.&#8221;</p>
<p align="center"><br />
<br />
da <strong>Nuove letture facoltative</strong><br />
Libri Scheiwiller [2006]<br />
[trad. Laura Rescio]</p>
<p>&#160;<br />
&#160;<br />
Mi piace ricordare in letizia <strong>Wislawa Szymborska </strong>con il suo gatto<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/wislawa-szymborska-1924-2012-sformicar/#footnote_0_41560" id="identifier_0_41560" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il gatto in un appartamento vuoto

Morire &#38;#8211; questo a un gatto non si fa.
Perch&#233; cosa pu&#242; fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto &#232; mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto &#232; fuori posto.
E la sera la lampada non brilla pi&#249;.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non &#232; quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c&#38;#8217;era qualcuno, c&#38;#8217;era,
e poi d&#38;#8217;un tratto &#232; scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si &#232; guardato.
Sui ripiani &#232; corso.
Sotto il tappeto si &#232; controllato.
Si &#232; perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos&#38;#8217;altro si pu&#242; fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparer&#224; allora
che con un gatto cos&#236; non si fa.
Gli si andr&#224; incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all&#38;#8217;inizio niente salti n&#233; squittii.">1</a> e con una di queste sue recensioni in punta di penna di libri <em>minori</em>, divulgativi, di cucina, biografie di personaggi graziosamente ininfluenti, manuali per le varie e stravaganti passioni dei <em>Bouvard et Pécuchet</em> che sono in agguato in ognuno di noi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/wislawa-szymborska-1924-2012-sformicar/">Wislawa Szymborska [1924 - 2012] SFORMICARE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/szymborska-diploma.jpg" alt="" title="szymborska-diploma" width="500" height="384"/></p>
<p>&nbsp;<br />
&#8220;Per l’ironica precisione, che permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana.&#8221;<span id="more-41560"></span></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/1-1.png" alt="" title="1 (1)" width="600" height="818"/><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/2.png" alt="" title="2" width="600" height="695" /><br />
da <strong>Nuove letture facoltative</strong><br />
Libri Scheiwiller [2006]<br />
[trad. Laura Rescio]</p>
<p>&nbsp;<br />
<img src="http://www.swiatobrazu.pl/zdjecie/artykuly/282607/wislawa-szymborska.jpg" width="286" height="574" class="alignright"/>&nbsp;<br />
Mi piace ricordare in letizia <strong>Wislawa Szymborska </strong>con il suo gatto<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/wislawa-szymborska-1924-2012-sformicar/#footnote_0_41560" id="identifier_0_41560" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il gatto in un appartamento vuoto

Morire &amp;#8211; questo a un gatto non si fa.
Perch&eacute; cosa pu&ograve; fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto &egrave; mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto &egrave; fuori posto.
E la sera la lampada non brilla pi&ugrave;.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non &egrave; quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c&amp;#8217;era qualcuno, c&amp;#8217;era,
e poi d&amp;#8217;un tratto &egrave; scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si &egrave; guardato.
Sui ripiani &egrave; corso.
Sotto il tappeto si &egrave; controllato.
Si &egrave; perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos&amp;#8217;altro si pu&ograve; fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparer&agrave; allora
che con un gatto cos&igrave; non si fa.
Gli si andr&agrave; incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all&amp;#8217;inizio niente salti n&eacute; squittii.">1</a></sup> e con una di queste sue recensioni in punta di penna di libri <em>minori</em>, divulgativi, di cucina, biografie di personaggi graziosamente ininfluenti, manuali per le varie e stravaganti passioni dei <em>Bouvard et Pécuchet</em> che sono in agguato in ognuno di noi. Un pretesto per amabili e inimitabili divagazioni.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>In ultima analisi mi sono resa conto di essere e voler restare una lettrice amatoriale, su cui non gravi l’imperativo di un’incessante valutazione. Per me, talvolta, il libro può costituire l’argomento centrale, talaltra solamente il pretesto per abbandonarmi a fuggevoli associazioni di idee.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
[ O.P.]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Diploma del Nobel Prize <a href="http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1996/szymborska-diploma.html" target="_blank"><span style="font-size:8pt; font-family: Georgia;  Line-height: 17.5px;">⇨ Copyright©The Nobel Foundation 1996</span></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/wislawa-szymborska-1924-2012-sformicar/">Wislawa Szymborska [1924 - 2012] SFORMICARE</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41560" class="footnote"><strong>Il gatto in un appartamento vuoto<br />
</strong><br />
Morire &#8211; questo a un gatto non si fa.<br />
Perché cosa può fare il gatto<br />
in un appartamento vuoto?<br />
Arrampicarsi sulle pareti.<br />
Strofinarsi tra i mobili.<br />
Qui niente sembra cambiato,<br />
eppure tutto è mutato.<br />
Niente sembra spostato,<br />
eppure tutto è fuori posto.<br />
E la sera la lampada non brilla più.<br />
Si sentono passi sulle scale,<br />
ma non sono quelli.<br />
Anche la mano che mette il pesce nel piattino<br />
non è quella di prima.<br />
Qualcosa qui non comincia<br />
alla sua solita ora.<br />
Qualcosa qui non accade<br />
come dovrebbe.<br />
Qui c&#8217;era qualcuno, c&#8217;era,<br />
e poi d&#8217;un tratto è scomparso,<br />
e si ostina a non esserci.<br />
In ogni armadio si è guardato.<br />
Sui ripiani è corso.<br />
Sotto il tappeto si è controllato.<br />
Si è perfino infranto il divieto<br />
di sparpagliare le carte.<br />
Cos&#8217;altro si può fare.<br />
Aspettare e dormire.<br />
Che provi solo a tornare,<br />
che si faccia vedere.<br />
Imparerà allora<br />
che con un gatto così non si fa.<br />
Gli si andrà incontro<br />
come se proprio non se ne avesse voglia,<br />
pian pianino,<br />
su zampe molto offese.<br />
E all&#8217;inizio niente salti né squittii.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dresden Story</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[dresda]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.ilreportage.eu/">il Reportage n.9</a>, gennaio-marzo 2012</p>
<p><strong>Nel &#8220;mattatoio&#8221; di Dresda</strong> (con lo sguardo di Vonnegut)</p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia.jpg"></a></strong>La prima immagine è quella di “Accattone”. Perché la scena finale è stata girata sul Ponte Testaccio, spalle al mattatoio. Tempo fa mi sono infilato nella vecchia struttura del macello e ho seguito con gli occhi il percorso che facevano gli animali appesi ai ganci, probabilmente urlando o tacendo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/dresden-story/">Dresden Story</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.ilreportage.eu/">il Reportage n.9</a>, gennaio-marzo 2012</p>
<p><strong>Nel &#8220;mattatoio&#8221; di Dresda</strong> (con lo sguardo di Vonnegut)</p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-41556" title="dresda copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></strong>La prima immagine è quella di “Accattone”. Perché la scena finale è stata girata sul Ponte Testaccio, spalle al mattatoio. Tempo fa mi sono infilato nella vecchia struttura del macello e ho seguito con gli occhi il percorso che facevano gli animali appesi ai ganci, probabilmente urlando o tacendo. La riflessione è su come un luogo possa custodire la memoria della sofferenza, conservare le grida o il silenzio.</p>
<p><span id="more-41555"></span></p>
<p>La seconda immagine è la cupola monca del “Mattatoio n.5”, quello del romanzo di Kurt Vonnegut ambientato a Dresda e riguarda anche il labirinto mentale che bisogna risolvere per arrivarci. Per la colonna sonora della versione cinematografica del libro diretta da George Roy Hill, Glenn Gould eseguì musiche di Johann Sebastian Bach. Anche Pasolini, per “Accattone” e il suo mattatoio, scelse le musiche del grande compositore tedesco. La musica è tutto e la musica è in questi luoghi o a un&#8217;ora da Dresda: nella vicina e detestata Lipsia giace il corpo del compositore, alla <em>Thomaskirche </em>(Centro di Lipsia), dove ebbe luogo la prima della Passione secondo S. Matteo. Nei tre giorni in cui sono stato là, prima di approdare a Dresda, ho visto ogni volta fiori diversi. Dapprima c’erano dei girasoli ad incorniciare il marmo, poi sono venute le rose.</p>
<p>Dresda rimane il sogno segreto mai raggiunto dal compositore, il sogno di una vita che gli desse più agio e fama. Una città la cui architettura suggeriva il tema delle variazioni, la dimensione polifonica della sua poetica. Scrisse Christoph Münch: “Quello che Bach riesce a realizzare a livello musicale, cioè una musica barocca tedesca ottenuta dalla sintesi di influenze italiane e francesi,  trova il suo corrispettivo a livello architettonico nello Zwinger di Dresda di Matthäus Daniel Pöppelmann: il culmine di un’epoca artistica europea”. Arrivato a Dresda, dopo avere lasciato le valigie in albergo, è dalle porte di questa pura meraviglia che sono entrato nella città vecchia o di quello che ne rimaneva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nella Frauenkirche</strong></p>
<p>La sala è gremita. Per vedere il documentario sulla storia della <em> Frauenkirche</em>, la Nôtre Dame di Dresda, si pagano due euro. Il <em>Besucherzentrum</em> è ospite del <em>Kulturpalast,</em> icona della Ddr, la cui facciata principale è occupata dal gigantesco dipinto della <em>Der Weg der roten Fahne (</em>La via della bandiera rossa) di Gerhard Bondzin. Nella parte iniziale del documentario si vedono alcune incisioni che raffigurano gli operai al servizio del re che cominciarono a costruire la chiesa. Poi, con passo lento, si arriva al 15 febbraio del 1945. Nel film si vedono poche immagini, le carlinghe dei bombardieri che scaricano la tempesta di fuoco sui tetti di Dresda. Poi, a seguire, le immagini dei relitti che sembrano di navi affondate sulla luna. “Dresda ormai era come la luna, nient&#8217;altro che minerali. I sassi scottavano”, scrive Vonnegut.</p>
<p>Tra le immagini della distruzione si infila come una scheggia sotto l&#8217;elmetto il fotogramma della statua di Martin Lutero, prostrata sul piazzale davanti alla <em>Frauenkirche</em> abbattuta. È talmente potente che quando esco dalla sala la vado immediatamente a vedere ed è un sollievo trovarla così fiera e dritta come la chiesa ricostruita in un moderno mosaico di resti e di invenzione. Anche faccia a terra, rimaneva umana e struggente. Quando poi entro nella “Nostra Signora” quasi non mi sembra possibile che si possa ricostruire dal nulla, dal vuoto, dopo un mezzo secolo d&#8217;ibernazione comunista, la volta di una cattedrale. E accendo una candela perché porti fortuna, ai miei fratelli e sorelle che ci credono, anche a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una città in miniatura</strong></p>
<p>La sera è calda a Dresda e sull&#8217;Elba, attraversando il ponte, il <em>Friedrich-August-Brücke</em>, si vedono alcune coppie stese a prendere il sole e che aspettano il crepuscolo. Direzione, il quartiere a nord. Da qui, precisamente da Francoforte, arrivarono le flottiglie d&#8217;aerei che rasero al suolo la città. Poi attraverso un quartiere che sembra assecondare lo spirito unito dei popoli, lungo la <em>Alaunstrasse,</em> piena di gallerie d&#8217;arte e teatri, e arrivo allo <em>Scheune,</em> antico fienile dove tra i legni scuri dell&#8217;interno e i giardini si mangia indiano. Una coppia di panettieri bavaresi mi chiede di sedersi allo stesso tavolo. Non ci capiamo ma il ragazzo sciorina il suo personalissimo sillabario italiano: arrivederci, Jesolo, Verona, Adriano Celentano. Terminato il mio breve pasto spiego loro, senza farmi comprendere, che devo andare: lui mi ascolta in silenzio, fa uno sforzo titanico per capirmi. Poi si illumina e mi fa: <em>tu, arrivederci?</em> E gli rispondo: <em>Ja, io arrivederci.</em> Sulla strada del ritorno respiro l&#8217;aria di questa parte della città, un quartiere che sa di futuro, di vita. Le ragazze sono molto belle e i ragazzi se ne escono dai supermercati con delle cassette di birra. Un italiano non riuscirebbe a organizzare la sbronza in modo così consapevole.</p>
<p>Dresda è una città in miniatura e ogni piccola cosa, dettaglio barocco, ricorda il tesoro fragile di questa cultura. Ecco perché nel romanzo di Vonnegut la scena del soldato americano, prigioniero, impiegato dai tedeschi a prestare soccorso tra le macerie, muore. “Un&#8217;intera città finisce in cenere, e muoiono migliaia e migliaia di persone. E poi questo soldato americano viene arrestato tra le rovine per aver preso una teiera; gli fanno un regolare processo e lo fucilano”, scrive Vonnegut.</p>
<p>Nel film, nella stessa scena, si vede un soldato americano sporgersi verso Pilgrim e mostrargli il trofeo appena trovato fra le macerie. Non è una teiera  ma una bambolina di porcellana, una fanciulla minuta, dagli azzurri tempera tipici di qui e un ufficiale tedesco che lo sorprende nell&#8217;atto di sciacallaggio involontario lo fa arrestare e fucilare sul campo. La morte ha un prezzo, sempre. Come la bellezza in tempo di guerra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il bombardamento</strong></p>
<p>“Dipinsi la sposa del vento a memoria, quando fra me e lei era già finito tutto. Non mi piace ripensare a quel periodo; l’unica cosa che ricordo volentieri è il viaggio a Napoli e a Venezia che facemmo insieme. Furono giorni meravigliosi”,  scrive Oscar Kokoshka nelle sue memorie. Mentre attraverso le sale della mostra che gli hanno dedicato al <em>Kupferstich-Kabinett</em> a commuovermi sono proprio le istantanee di quella fuga, disegni lievi, lascivi del non ancora perduto amore. L&#8217;amore del pittore per Alma Mahler. Ancora musica. Sono convinto che il successo dei cori qui in Germania sia dovuto al tentativo di fare della parola un canto e di cantare insieme nella costruzione di una lingua comune. L&#8217;incantevole Dresda, mi viene da dire mentre con lo sguardo abbraccio le facciate, ricostruite, le rifacciate pastello, rosa, celeste, ocra. “Quelle connerie la guerre” canta Jacques Prévert nella sua <em>Barbara</em> e questo sembra dirci l&#8217;idiota Billy Pilgrim, il protagonista di “Mattatoio n.5” che come il buon soldato Svejk, prodotto dall&#8217;immaginario di una capitale, Praga, che da qui si potrebbe raggiungere a piedi lungo l’Elba, alla maniera di Peter Sellers in “Oltre al giardino”, mette un grano di buon senso nella ruota della storia fino a fare inceppare l&#8217;ingranaggio. Solo gli idioti possono salvare il mondo dagli stupidi, penso.</p>
<p>Già, la guerra. Che nei disegni di Kokoshka appare in un tiro di artiglieria dove il fumo e le fiamme avvolgono le facce dei soldati. Si può essere scrittori senza essere stati soldati? In un passaggio Pilgrim racconta di un libro che sta leggendo, dedicato a Louis-Ferdinand Céline, che a sua volta aveva scritto: “L&#8217;arte non è possibile senza una danza con la morte, scrisse. La verità è morte, scrisse. Io l&#8217;ho combattuta per bene finché ho potuto&#8230; ho ballato con lei”.</p>
<p>Circa 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie, questo il bilancio di quelle due notti di bombardamento, 13 e 14 febbraio 1945. La cosa migliore l&#8217;ha scritta lo storico Frederick Taylor: “La distruzione di Dresda ha un sapore epico e tragico. Era una città meravigliosa, simbolo dell&#8217;umanesimo barocco e di tutto ciò che c&#8217;era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista. In un certo senso, la tragedia fu un perfetto esempio degli orrori del modo di concepire la guerra nel XX secolo”. In una delle vetrine del Museo della città di Dresda si vede l&#8217;enorme bossolo di una bomba esplosiva usata dall’aviazione inglese. Sembra un bouquet di fiori, un vaso liberty, dalle forme di  porcellana, sbeccato.</p>
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<p><strong>Slaughterhouse </strong></p>
<p>Le città non le conosci durante il weekend. No, per capire a fondo una città bisogna darle appuntamento il lunedì, quando, senza trucco e &#8211; in genere &#8211; con una pioggia battente, ti confessa ancora bella, seppure indifesa: ecco, questa sono io<em>. </em>E scopri che è bella davvero.</p>
<p>Alle due vado in piazza dell&#8217;Opera, perché ho letto un annuncio che diceva: “Dear Guests of Dresden and the Hostel Die Boofe. We offer from Thursday to Sunday every day a new city tour in english language! In the footsteps of Kurt Vonnegut – Slaughterhous 5 Tour”. Ma di Vonnegut non esiste traccia. Al museo della città in un angolo che offre una nutrita bibliografia dell&#8217;eccidio di Dresda, “Mattatoio n.5”, manca. E a chiunque abbia chiesto dell&#8217;opera, dalla ragazza dell&#8217;accueil, con il piercing e gli occhi profondi, alla gentilissima cameriera del Der Löwe o all&#8217;autista di un pullman che fa il tour della città, nessuno sa chi sia Kurt Vonnegut. Kurt come Kurt Erich Suckert, Malaparte, raschiato via dalla memoria della città a cui aveva dedicato il suo romanzo più importante: “La pelle”. E mentre mi aggiro per la città solo, come un uomo alla ricerca di una donna, il cielo è di un azzurro glaciale, distante, sovrano in terra. Tra <em>La pelle</em> di Malaparte e <em>Il mattatoio</em> di Vonnegut c&#8217;è uno stesso cielo a farla da padrone.</p>
<p>Una delle scene più potenti ambientate a Napoli è nel romanzo di Malaparte: “Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde”. Lo stesso strappo tra la realtà degli uomini e quella delle cose naturali ci appare in un passaggio del capolavoro di Vonnegut: “Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c&#8217;è da dire su un massacro, cose come puu-tii-uiit?”.</p>
<p>All&#8217;una e mezza di lunedì, dopo aver percorso la terrazza panoramica dell&#8217;Elba, il balcone sull&#8217;Europa, mi guardo intorno e aspetto. Aspetto fino alle due e un quarto. Mi sono aggirato per la piazza sperando che uno dei vari gruppi di turisti che facevano capannella fosse quello giusto. Mi avvicinavo sperando di sentire parlare inglese, perché, com’è scritto in una guida, la <em>Slaughterhouse </em>(Schlachthaus), il mattatoio interessa solo a loro. Ci sono portoghesi, austriaci, spagnoli, ma nessun inglese e soprattutto nessun gruppo, come al contrario avevo immaginato, una setta segreta, una banda di sovversivi che si era messa in viaggio per arrivare fin lì. Così decido di prendere un taxi e mi accorgo solo a metà strada che sto davvero ripercorrendo la strada di Billy Pilgrim. Scrive Vonnegut: “Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell&#8217;Ohio, ma c&#8217;erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane. Ci tornai con un vecchio commilitone, Bernard V. O&#8217;Hare, e là facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove rinchiudevano, di notte, i prigionieri di guerra”.</p>
<p>Quando arriviamo nella zona industriale chiedo all&#8217;autista se conosce Kurt Vonnegut, lo scrittore, preciso. Risponde facendomi segno di no. Quasi glielo leggo negli occhi che tutta questa cosa per lui ha dello stravagante. Che senso ha, con tanta bellezza che c&#8217;è nella città storica, venire fin qui? A un macello! Che se proprio si amano gli animali c&#8217;è lo zoo, che qui è famoso davvero. Gli chiedo di fare il giro fino alla collinetta, che è accanto alla fermata del tram. Scendo e cerco di memorizzare tutto. La visione che doveva essere di chi si trovava lì le notti del 13 e del 14 febbraio appare chiara e distinta da lì. E sicuramente, in pieno carnevale, si era fatto spaventare dal rombo impazzito del cielo che aveva partorito dal nulla 796 Avro Lancaster e nove De Havilland Mosquito e, a seguire, i  B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 1.250 tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie. Erano passati tutti da lì prima di abbattersi sulla città, di modo che non è difficile immaginare che faccia avesse l&#8217;inferno a chi si fosse trovato su quella collina.</p>
<p>Mentre torno in albergo mi rimane impressa nella pellicola che ho in mente la silhouette del mattatoio. Spettrale, maestoso, al punto da ricordarmi la<em> Frauenkirche</em>. Mentre preparo le valigie mi chiedo se tutto questo sia mai accaduto. Se esista una città chiamata Dresda e se ne abbia davvero percorso le strade. Se esiste un romanzo chiamato “Mattatoio n.5” e se è vero che a volte i romanzi danzano con la morte. Così sulla strada del ritorno in Italia apro a caso il libro di Vonnegut e vi trovo scritto: “È tutto accaduto, più o meno. Ecco”. Penso.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/dresden-story/">Dresden Story</a></p>
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		<title>LINNIO ACCORRONI &#8220;ricci&#8220;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:15:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Crimini di pace 1.7 Istrice 1.1 Prima della curva, sparpagliati per terra, tanti aghi bianchi e neri, lunghi e scomposti.</strong> Poi, sull&#8217;asfalto crepato, quasi a ridosso dell&#8217;erba, un corpaccione gonfio e miasmatico. I mosconi in questi giorni caldi ronzano lì attorno, grati, lieti e affamati, pregustando il ghiotto boccone, Al sole d&#8217;agosto il ventre è già diventato enorme, gravido di succhi e liquidi che tra un po&#8217; imploderanno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/31/linnio-accorroni-ricci/">LINNIO ACCORRONI &#8220;<em>ricci</em>&#8220;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/hystrix.jpg" alt="" title="hystrix" width="400" height="303" class="alignleft size-full wp-image-41419" style="float:left; margin:10px 15px 10px 0px;" /><span style="font-size:9pt; font-family: Courier New; Line-height: 18px"><strong>Crimini di pace 1.7 Istrice 1.1 Prima della curva, sparpagliati per terra, tanti aghi bianchi e neri, lunghi e scomposti.</strong></span> <span id="more-41418"></span><span style="font-size:9pt; font-family: Courier New; Line-height: 18px">Poi, sull&#8217;asfalto crepato, quasi a ridosso dell&#8217;erba, un corpaccione gonfio e miasmatico. I mosconi in questi giorni caldi ronzano lì attorno, grati, lieti e affamati, pregustando il ghiotto boccone, Al sole d&#8217;agosto il ventre è già diventato enorme, gravido di succhi e liquidi che tra un po&#8217; imploderanno. Dopo pochi giorni, infatti, resterà solo una pelle, consunta come una pergamena. Se vai più avanti e guardi bene tra i rovi, scorgerai delle more nere e tonde. Se le mangi sono dolcissime, si sciolgono in bocca come un&#8217;estate, come un&#8217;infanzia.</span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<small>⇨ <a href="http://www.sil.si.edu/ImageGalaxy/imagegalaxy_imageDetail.cfm?id_image=9114" target="_blank"><em><strong>Hystrix cristata</strong></em> Linn.</a></small></p>
<p align="right">[pag.86]<br />
⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/linnio-accorroni/" target="_blank"><small><strong>Linnio Accorroni</strong></small></a><br />
<em>ricci</em><br />
ed.ITALIC [2011]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 150px;">[ <em>"ricci" non inganni per l’esile numero di pagine e formato: ha peso specifico di sostanze dense, che in poco spazio concentrano atomi pesantissimi. In forma di canone a tre <strong>voci</strong>, distinte anche per carattere grafico, senza bon-ton inutile di stile e scrittura, racconta le tappe della malattia di un padre e delle</em> curae<em> di un figlio. Il finale è sospeso.  <strong>Voci</strong> ad altezze e intensita differenti, ripetono e amplificano un unico tema di dolore, accettazione/rifuto del dolore, ineluttabilità del dolore. Ché le vite sono distratte, lanciate verso il futuro, smemorate, perse in benefico inessenziale, poi arriva il momento in cui ci si accorge di essere tutti in fila per gli stessi dolori e per gli stessi scatologici oltraggi. La <strong>voce</strong></em> Crimini di pace (8) e Sinatropismi (3)<em> è il contrappunto del nobile mondo animale, che anche nel sacrificio per mano umana di ruote su strada e altri</em> vulnus<em>, conserva nei resti stropicciati di rane, porcospini, istrici, formiche, gatti, ramarri, cardellini caduti dal nido, talpe, una sua immota intangibilità, e diventa un </em>memento mori<em> alto e purificato dalla mancanza di voce verbale. Una caducità che ci è sempre accanto, che ci coglie all’improvviso, che ci taglia il raggio dei fari della macchina nelle strade fra colline, dove più nessuno cammina a piedi. La <strong>voce</strong> del padre ammalato è un'anamnesi precisa di tutte le tappe della malattia, delle ipocrisie che spesso la accompagnano, delle false speranze, dei momenti di ribellione. La <strong>voce</strong> del figlio, intellettuale</em> - <span style="font-size:9pt; font-family: Courier New; Line-height: 18px">Destinato a essere occupato da tutt’altro</span> – <em>è  un percorso di avvicinamento al padre - e quanto spesso sono lontani da noi i genitori dopo la vicinanza viscerale dell’infanzia - di accettazione di un ruolo di accudimento umile, dove non sono le parole, le belle parole, ma i gesti piccoli, servili, minimi, la semplice vicinanza capillare a essere l’unico linguaggio possibile. L’unico modo di convivere con aculei, aghi e punte e merda di tutte le vite.</em>  ( O. Puecher ) ]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[pag. 86-92]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:9pt; font-family: Courier New; Line-height: 18px"><strong>Non ho fatto in tempo a materializzarmi che m’hai quasi assalito verbalmente, dicendomi subito, in un sol fiato, come se ti fossi preparato questo rigurgito verbale chissà da quanto, che vuoi morire, che non può chiamarsi più ‘vita’ questa sequela di dolori che t’assediano e sconvolgono, che non ti lasciano scampo neppure di notte, quando il flusso della cacca diminuisce, ma per contrappasso aumentano insopportabilmente dolori e sofferenze. Me lo urli e me lo scandisci a chiare lettere, per non ingenerare equivoci di sorta, guardandomi ostinatamente in faccia, ritmando sillaba dopo sillaba, buttandomela addosso questa cantilena: “Voglio morire, hai capito sì o no? Vo-glio mo-rire, va bene?”</strong></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Modi di andarsene, modi di morire: quello aristocratico e blasé, certo, tutto squisitezze e politesse, ma anche quell’altro, quello ultrascatologico all’ennesima potenza. Un modo di merda, tra la merda, in un mondo di merda, tra uomini di merda.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Poi ci sono quelle notti che ogni ora, letteralmente ogni ora, con una puntualità da cronometro svizzero, mi devo alzare per cambiarmi. E quando ancora non puzzo, la paura che di lì a un po’ puzzerò, l’assillo che mi tormenta e che mi suggerisce che tra un po’ comincerò col puzzare, mi rovina anche questo interludio, questa breve oasi di non-puzza.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Essere come Alberto Sordi in quella scena de La vita difficile. Quella luce radente e fredda di un’alba livida e incerta. Essere gonfi di un rancore immedicabile e avere il coraggio, la forza, la possibilità di poterlo sbattere liberamente e trionfalmente in faccia al mondo. In quella sequenza, Alberto Sordi esce stravolto, sbronzo, con la camicia fuori dai pantaloni da un ristorante sul lungomare di qualche città turistica. Ce l’ha su con tutti, è fuori di sé e, in mancanza di meglio, comincia a inveire e a sputare contro le auto che passano.<br />
<iframe class="alignright" src="http://player.vimeo.com/video/35826265?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" width="450" height="248" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe>Scatarra sulle carrozzerie e sui cofani delle auto che zigzagano per non investirlo mentre gesticola come un pupazzo sull’asfalto. Urla frasi sconnesse, ce l’ha con l’Italia che fa schifo e si guarda la mano quasi piangendo (“Ahio. Me so’ fatto male. A ’a mano”), agita la giacca come un torero sbracato, si stende in mezzo alla strada, rischiando d’essere messo sotto, e si rialza subito dopo, in un sussulto da pupo teatrale.<br />
Avere quel coraggio da ‘non c’ho più niente da perdere’, avere quella grazia impudente, quella capacità di dire le cose come stanno, senza remissione, senza pensieri o calcoli di convenienza. Fare come lui: urlare la realtà per quella che è. Anche a chi non la vuol sentire. A me, per primo, ad esempio.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:9pt; font-family: Courier New; Line-height: 18px"><strong>Ogni giorno porto con me penna, astuccio, libri, giornale, matita, sperando di trovare pace e tranquillità per poter leggere un po’, prendere appunti.È come portarsi il gelato all’Equatore: inevitabilmente,appena mi sistemo e comincio a tirar fuori quegli oggetti dalla borsa, le pessime notizie quotidiane distruggono ogni mia già lasca potenzialità progettuale. Destinato a essere occupato da tutt’altro, depongo gli oggetti nella borsa e li guardo con grande nostalgia e tenerezza, come se fossero segnali che provengono da un mondo felice,che m’ha accolto e coccolato, ma verso il quale non potrò più ritornare perché sono stato cacciato in esilio per sempre.</strong></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Se io sono Ivan Ilic, mio figlio è sicuramente Gherasim. A lui m’affido e mi consegno quando devo lavarmi. È su di lui che mi piace appoggiare la mano quando, con passo strascicato e lento, mi accompagna al bagno. È da lui che mi piace farmi allacciare e stringere il pannolone, attorno ai fianchi, con quella dolcezza mite che ha.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
A che serve leggere così tanto anche adesso in questa situazione tanto difficile? Lo faccio, lo continuo a fare perché la letteratura, di qualunque tempo ed epoca, sotto qualsiasi latitudine, in qualsiasi forma è un enorme fallimentare esorcismo nei confronti di quella cosa che ci alita continuamente addosso, che ci sfiora e blandisce mille volte al giorno e che chiamiamo, prosaicamente, morte. I modi con i quali tentiamo di depistarla possono essere i più vari: vino, amicizia, figli, amore, figa, fuga, foga, ma sono di per sé talmente mistificanti e inerti da renderli inutili come un matrimonio sterile. Ci buttiamo in essi, sapendo la loro impotenza, la loro inconcludente inefficacia.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Mi pare di poter capire adesso, stando nella mia condizione, perché c’è sempre qualcuno che un bel giorno decide di farla finita. Perché c’è ed esiste una soglia del dolore, un limite oltre il quale l’aggiunta di ogni altra piccola dose di sofferenza rappresenta un’offesa insopportabile, un peso insostenibile. Ci si stupisce spesso del fatto che siamo stati in grado di sopportarne quantità incredibili. Analizzando retrospettivamente il nostro comportamento, ci si sorprende a considerare quanta stoica resistenza siamo stati in grado di tirare fuori, con quanta commovente fermezza abbiamo resistito a urti e scossoni. In cuor nostro ci sembra di capire che tutto questo dolore ci ha forgiati, che siamo diventati forse, grazie ad esso, anche un po’ invincibili: quasi una lenta, ma efficace mitridatizzazione del dolore.<br />
Ma così non è. Un giorno infatti sentiremo che, senza accorgercene, è stata superata la soglia fatidica, che il dado è stato gettato. Sappiamo che, valicata quella linea, dall’altra parte c’aspetta solo l’orizzonte infinito della prostrazione interminata, dell’orrore senza fine, quello che non consente redenzione e illusione, tregua o stasi. Non si torna indietro, non si va avanti; si è e si sta nell’orrore totale e puro.<br />
E perché si dovrebbe continuare? Per che cosa? Per chi?<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Potrò mai provare nostalgia, se un giorno tutto questo finirà, di questi piccoli origami di carta igienica che adorno e coloro con piccole nuances di cacca, più o meno grumosa o liquida. Me li confeziono, seduto al cesso, con pazienza e attenzione, queste trouvailles di artigiano della merda pret-à-porter, li osservo in silenzio, con assorta concentrazione infinita, come se fossi un monaco davanti a un antico manoscritto, uno studioso d’arte assorto e rapito davanti a un quaderno che conserva disegni di scuola michelangiolesca. Ne sono ammaliato e incantato. Sono le mie macchie di Rorschach che scruto e decodifico in questa terapia autoanalitica seduto sul cesso.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Quando ciò che sembrava impossibile, poi accade, all’inizio viene accolto con dei moti di stupore e incredulità. Siamo ancora nella fase del ‘no, non è possibile. Non può andare così. È un brutto sogno, qualcosa che è destinato a durare poco, a finire’. Poi piano piano tutte le più fosche previsioni s’avverano, tutto quello che si voleva scongiurare, pensando fosse attribuibile solo a un rigurgito di pessimismo si concretizza, dimostrando la follia stolta che si nasconde in ogni illusoria incredulità.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/31/linnio-accorroni-ricci/">LINNIO ACCORRONI &#8220;<em>ricci</em>&#8220;</a></p>
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		<title>Una piccola tabaccheria. 4</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/29/una-piccola-tabaccheria-4/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/29/una-piccola-tabaccheria-4/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia post coloniale]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione di poesia]]></category>
		<category><![CDATA[turner]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>David Dabydeen</p>
<p>Turner</p>
<p>I dream to be small again, even though<br />
My mother caught me with my fingers<br />
In a panoose jar, and whilst I licked them clean<br />
And reached for more, she came upon me.</p>
<p>I sit in the savannah minding cows,<br />
Watching it climb and plunge all day.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/29/una-piccola-tabaccheria-4/">Una piccola tabaccheria. 4</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>David Dabydeen</p>
<p>Turner</p>
<p>I dream to be small again, even though<br />
My mother caught me with my fingers<br />
In a panoose jar, and whilst I licked them clean<br />
And reached for more, she came upon me.<span id="more-41376"></span></p>
<p>I sit in the savannah minding cows,<br />
Watching it climb and plunge all day.<br />
When I strip,<br />
Mount the tree and dive I hit my head<br />
On a stone waiting at the bottom of the pond.</p>
<p>She bids her famished children eat<br />
Of their father’s labour, at tables laden<br />
With meats, spices of odalan, nutmeg<br />
Picked lavishly from the soil which my father<br />
Works in communion with other men.<br />
Shall I summon up such a pageant of fruit<br />
Peopling a country with musicians, dancers,<br />
Poets, and our simple deities of stone<br />
And wattle?</p>
<p>“Nigger”, it cries, naming me from some hoard<br />
Of superior knowledge, its tongue a viper’s nest<br />
Guarding a lore buried by priests, philosophers,<br />
Fugitives…</p>
<p>Turner crammed our boys’ mouths too with riches,<br />
His tongue spurting strange potions upon ours<br />
Which left us dazed, which made us forget<br />
The very sound of our speech. Each night<br />
Aboard ship he gave selflessly the nipple<br />
Of his tongue until we learnt to say profitably<br />
In his own language, we desire you, we love<br />
You, we forgive you…</p>
<p>“Nigger”, it cries, loosening from the hook<br />
Of my desire, drifting away from<br />
My body of lies…<br />
I wanted to begin anew in the sea<br />
But the child would not bear the future<br />
Nor its inventions…</p>
<p>“Nigger”<br />
It cries, naming itself, naming the gods,<br />
The earth and its globe of stars. It dips<br />
Below the surface, frantically it tries to die,<br />
To leave me beadless, nothing and a slave<br />
To nothingness, to the white enfolding<br />
Wings of Turner brooding over my body.</p>
<p>There is no mother, family,<br />
Savannah fattening with cows, community<br />
Of faithful men…</p>
<p>Franco Buffoni</p>
<p>Turner</p>
<p>Sogno di tornare bambino, anche se<br />
Mia madre mi beccava con le dita<br />
Nella marmellata, e mentre me le leccavo<br />
Fino in fondo<br />
E ne cercavo ancora, mi montava sopra.</p>
<p>Siedo nella savana a pascolare mucche,<br />
Lo vedo che si arrampica e si tuffa,<br />
Tutto il giorno così.<br />
Poi mi spoglio, salgo sull’albero, mi tuffo<br />
E colpisco col capo un ciottolo in attesa<br />
Sul fondo dello stagno.</p>
<p>La madre ai figli famelici che ordina<br />
Di sfogarsi a tavola sul frutto<br />
Del lavoro del padre.<br />
E sono carne e spezie, noce moscata,<br />
Raccolte in abbondanza dalla terra<br />
Che mio padre con altri uomini lavora.<br />
E io farò mio tale bendiddio<br />
Per rinvigorire a mia volta il paese<br />
Producendo poeti danzatori e musicisti<br />
E le nostre semplici divinità di pietra e canne.</p>
<p>“Negro”, mi grida, chiamandomi come dall’alto<br />
Di un superiore potere, la sua lingua un nido di vipere<br />
A guardia di un sapere sepolto da preti e filosofi<br />
E schiavi fuggitivi…</p>
<p>Turner ci riempiva anche la bocca di ricchi suoni,<br />
La sua lingua insufflando pozioni strane sulle nostre<br />
Da lasciarci storditi, e da indurci a scordare<br />
L’intonazione del nostro parlare. Ogni notte<br />
A bordo della nave distribuiva generosamente<br />
In punta di lingua il suo sapere, finché non imparammo<br />
A dirgli bene in inglese noi ti desideriamo, noi ti amiamo<br />
Noi ti perdoniamo…</p>
<p>“Negro”, mi grida liberandosi<br />
Dal gancio del mio desiderio,<br />
E drizzandosi sul mio corpo di bugie.</p>
<p>Volevo ricominciare da capo sul mare,<br />
Ma non avrei sopportato il futuro,<br />
Le sue invenzioni…</p>
<p>“Negro”, mi grida imprecando contro se stesso e gli dei,<br />
La terra e il suo globo di stelle. Si immerge<br />
Sotto la superficie, freneticamente cercando di morire,<br />
Di lasciarmi senza l’artiglio, un nulla<br />
Uno schiavo del nulla, con le ali bianche<br />
Avvolgenti di Turner che incombono sopra di me.</p>
<p>E non c’è madre, non c’è famiglia che tenga,<br />
Né la savana con le mucche al pascolo<br />
O la comunità degli uomini dabbene.</p>
<p>David Dabydeen (1955-…). Di questo grande poeta caraibico (nato a Berbice in Guyana) in particolare mi affascina l’uso volutamente grezzo della lingua inglese; per esempio il suo efficace scorrere del soggetto da it a he e ancora a it per cercare un impossibile accordo tra il disprezzo e l’attrazione, e tra il desiderio di significarli in arte e quello di mettere in gioco costantemente se stessi in una – pubblica e con finalità estetica – autoanalisi di pulsioni e connessioni culturali. I brani poetici qui tradotti, incentrati sul rapporto tra Turner &#8211; il capitano della nave che abusa degli schiavi adolescenti &#8211; e le stratificate reazioni ad esso dell’io narrante, sono tratti da Turner: New &amp; Selected Poems (London, Jonathan Cape, 1994), nell’ordine dalle parti III, IX, XVIII, XXIV e XXV del poema eponimo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/29/una-piccola-tabaccheria-4/">Una piccola tabaccheria. 4</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una piccola tabaccheria. 3</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/una-piccola-tabaccheria-3/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gare du midi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia modernista]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione del testo poetico]]></category>
		<category><![CDATA[w.h. auden]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>W. H. Auden</p>
<p>Gare du Midi</p>
<p>A nondescript express in from the South,<br />
Crowds round the ticket barrier, a face<br />
To welcome which the mayor has not contrived<br />
Bugles or braid: something about the mouth<br />
Distracts the stray look with alarm and pity.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/una-piccola-tabaccheria-3/">Una piccola tabaccheria. 3</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>W. H. Auden</p>
<p>Gare du Midi</p>
<p>A nondescript express in from the South,<br />
Crowds round the ticket barrier, a face<br />
To welcome which the mayor has not contrived<br />
Bugles or braid: something about the mouth<br />
Distracts the stray look with alarm and pity.<br />
Snow is falling. Clutching a little case,<br />
He walks out briskly to infect a city<br />
Whose terrible future may have just arrived.<span id="more-41375"></span></p>
<p>Franco Buffoni</p>
<p>Gare du Midi</p>
<p>Un treno qualunque che viene da Sud,<br />
Alla stazione folla alle transenne, un viso.<br />
Ad accoglierlo niente sindaco con fascia né fanfara:<br />
Qualcosa attorno alla bocca ti colpisce<br />
Ti fa pena e ti allarma.<br />
Cade la neve. Tenendosi stretta una valigetta<br />
L&#8217;uomo esce in fretta a infettare una città<br />
Il cui terribile futuro forse è già arrivato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/una-piccola-tabaccheria-3/">Una piccola tabaccheria. 3</a></p>
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		<title>Vincenzo Consolo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/vincenzo-consolo/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/vincenzo-consolo/">Vincenzo Consolo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="210" height="160" src="http://www.youtube.com/embed/n3EykGBGXaU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>VIOLA&#8217;s knives &amp; αγωγή</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/violas-knives/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/violas-knives/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Le nudecrude cose e altre faccende]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p align="center"><strong>VIOLA AMARELLI</strong></p>
<p> (<em>prendi un coltello</em>)<br />
&#160;<br />
Prendi un coltello-bambina.<br />
Attenta ai mostri. Ai lupi. Ad amici e parenti.<br />
E sconosciuti. <br />
Prendi le forbici – gioia.<br />
C’è il male e c’è la pazzia.<br />
Attenta a non incontrarli, per ora, ora che è<br />
troppo presta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/violas-knives/">VIOLA&#8217;s knives &#038; αγωγή</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><small>di <strong>Orsola Puecher</strong></small></p>
<p align="center"><strong>VIOLA AMARELLI</strong></p>
<p><iframe class="alignleft" src="http://player.vimeo.com/video/35308251?title=0&#038;rel=0&amp;byline=0&amp;color=ffffff" width="320" height="240" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe> <span style="font-size:12pt; font-family: Georgia;  Line-height: 17.5px;">(<em>prendi un coltello</em>)<br />
&nbsp;<br />
Prendi un coltello-bambina.<br />
Attenta ai mostri. Ai lupi. Ad amici e parenti.<br />
E sconosciuti. <span id="more-41417"></span><br />
Prendi le forbici – gioia.<br />
C’è il male e c’è la pazzia.<br />
Attenta a non incontrarli, per ora, ora che è<br />
troppo presta.<br />
Diventa tu folle, affonda le lame,<br />
dentro più dentro coi denti.<br />
C’è la paura e c’è l’orrore. Umano.<br />
Carezza le bestie.<br />
Tua madre ti ama.</span></p>
<p><iframe class="alignright" title="BestMetronome.com - simple metronome" width="370" height="370" src="http://bestmetronome.com/simpleembedobject" frameborder="0"></iframe><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: Georgia;  Line-height: 17.5px;">da&nbsp;&nbsp;<strong>c o n v i v e n z e</strong>&nbsp;&nbsp;-<em>grave</em>-<br />
&nbsp;<br />
in <strong>Le nudercrude cose e altre faccende</strong><br />
Edizioni <em>L’arcolaio</em> 2011<br />
&nbsp;<br />
<strong>SONATA</strong> per Viola in tre movimenti<br />
&#038;<strong>SUITE </strong>finale [c o n g e d i]<br />
ma senza -<em>adagio</em>- [56-58] ché Viola mai s&#8217;adagia</span><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Sonata-in-D-major-1.Grave-Corelli.mp3" target="_blank"><span style="font-size:10pt; font-family: Georgia;  Line-height: 17.5px;"><strong>c o n v i v e n z e</strong>&nbsp;&nbsp; -<em>grave</em>- [40-42]</span></a><br />
<small>Sonata I in RE+ 1.Grave  A. CORELLI</small><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Concerto-in-D-minor-1.Andante-e-spiccato-Marcello.mp3" target="_blank"><span style="font-size:10pt; font-family: Georgia;  Line-height: 17.5px;"><strong></strong><strong>c u r e</strong>&nbsp;&nbsp;-<em>andante</em>- [60-64]</span></a><br />
<small>Concerto in RE- 1.Andante e spiccato A. MARCELLO</small><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Vivaldi-Presto-Estate.mp3" target="_blank"><strong>s t r a b i s m i</strong>&nbsp;&nbsp;-presto- [152-182]</a><br />
<small>Concerto in SOL- 3.Presto A. VIVALDI</small></p>
<p><span style="Line-height: 14px;">
<p style="padding-left: 350px;"><small>[ <em>sposta il cursore</em> <img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/cursore.png" width="20" height="20"/> <em>con il mouse</em> &#038; <em>click</em> <img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/carica.png" width="20" height="20"/> <strong>ON/OFF</strong> ]</small></p>
<p></span><br />
<strong><br />
<em>Le nudecrude cose e altre faccende</em></strong> porta in ogni sua sezione, accanto ai titoli canonici, assai precise indicazioni di tipo <em>agogico</em>, dal tardo greco αγωγικός <em>agogikόs</em>, aggettivo di αγωγή <em>agogé</em> &#8220;condotta, movimento&#8221;, notazioni cioè di genere squisitamente musicale, che, indicando quell&#8217;insieme di leggerissime ma fondamentali modificazioni dell&#8217;andamento, del movimento, della velocità di un brano durante la sua esecuzione, diventano, da semplici numeri della battute del metronomo in un minuto, sfumature interpretative ed emotive basilari: velocità e scansione ritmica dell&#8217;ambiente sonoro/poetico.</p>
<p><strong>c o n v i v e n z e </strong>, il primo movimento, ha l&#8217;indicazione agogica di -<em>grave</em>- che in musica è il tempo più lento, quasi marziale. Solenne e vagamente ineluttabile molto spesso nel periodo barocco si trova all&#8217;inizio della composizione come introduzione lenta, di contrasto al tempo più veloce che seguirà. E della musica barocca la poesia di Viola ha il gusto di stupire e anche divertire con cambi repentini di tempo e registro, passaggi di grande virtuosismo verbale, accostamenti eclettici, uso del contrappunto, di linee melodiche e compositive indipendenti che si intersecano, di polifonie fugaci e fugate.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 220px;">(<em>Giacomo a Fontanelle</em>)<br />
&nbsp;<br />
L’acqua e il tufo alle cave<br />
nell’ombra delle Vergini, quelle che tutto accolgono<br />
lumini per le offerte, preghiere di promesse,<br />
sonde degli operai in gruppo come oranti<br />
su nove metri d’ossa, nette di<br />
teschi e tibie<br />
l’anime pezzentelle scorrono senza affanno.<br />
L’acqua sulle pareti scandisce respirando<br />
calcare d’algoritmo, gioco sacro d’istante<br />
quello che disperavi, tocco di solo affetto,<br />
stretto ora insieme agli altri<br />
corpo vivo silenzio<br />
anonimo finalmente.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:8pt; font-family: Georgia;">*<em>Il “Cimitero delle Fontanelle” nelle cave di tufo delle “Vergini” a Napoli, fu luogo di sepoltura di massa sin dal 1500 e sede del culto devozionale alle “anime pezzentelle”. Secondo un’ipotesi plausibile qui sarebbe stato in realtà interrato, anonimamente, anche il corpo di Giacomo Leopardi.</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>c u r e </strong>, il secondo movimento, che è l&#8217;insieme semantico inestricabile di accudimenti ma anche di <em>curae</em> di preccupazioni e affanni che da esse derivano, è un -<em>andante</em>- tempo moderato, ma una moderazione di quantità sensibile e sfuggente, più veloce di un adagio ma più lento di un allegretto: un andare di passi piani e regolari che è forza primaria e <em>regula</em>.</p>
<p><strong>s t r a b i s m i</strong>, il terzo movimento, che è un guardar storto guardando dritto, con un rapido tocco di visione laterale, occhio a mosaico di mosca, collo a 360° di sacra civetta, è un -<em>presto</em>- un movimento molto veloce che, si sa, il tempo non aspetta  e fugge in musica e nelle vite.</p>
<p>In <strong>c o n g e d i</strong> -<em>suite</em>- si compendiano tutti i motivi in prose poetiche nette e scandite a piccoli blocchi numerati, dove la parola s&#8217;affila ancora di più, per farsi oltre che lirica, epica ed elegiaca. Riflessione della fisica delle cose che si fa involontariamente metafisica.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>da (<em>le nudecrude cose</em>)<br />
&nbsp;<br />
l. Ci sono i ciottoli, le schegge, i sassi, i massi, le selci, le rupi, dall’himalaya alla polvere. Per non parlare del borace, della nierite, del platino e del crisoberillo. Una semplice questione di struttura cristallina. Roba solida, all’ingrosso. Le piace mangiare  i cibi meno cotti possibili, sentirli sotto i denti, la consistenza. Mai sopportato couscous e semolino. Soltanto una questione cristallina. La fanno così difficile.</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Il lirismo è sempre comunque narrativo e concreto, mai lamentoso, sempre armato di lame, parole bisturi e coltello, per sezionare lucidamente il sentimento e commisurarlo e comprenderlo: accétta e accètta, insieme [ <em>importanza degli accenti</em> ]. Niente a che vedere con l&#8217;<em>evergreen</em> poetica <em>Dei Dolori E Delle Pene</em>, con le parole sempre a far la parte dei conigli neri di Pinocchio che vengono a portar via il morticino, e a subire il riversamento [ <em>recidivo sversamento in versi</em> ] di tutte le provette del Piccolo Chimico con zolfi, fosfori, mercuri, solfiti, bituminoidi sparsi per cielo, mare e terre.<br />
Io e natura sono distinti, le cose sono <em>nude e crude</em>, mai ammantate di criptici ed ermetici significati.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 250px;">da <strong>c u r e</strong><br />
-<em>andante</em>-<br />
&nbsp;<br />
(<em>identità</em>)<br />
non sono petalo<br />
no<br />
liscio o maculato<br />
neanche una farfalla cavolaia<br />
no<br />
né coda di balena o di marsina<br />
ahimé<br />
solo una sciocca come sono in tante<br />
ma il gelsomino guarda e mi profuma<br />
sì</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Nessuna invasione del metaforico bestiario ronzante di <em>grilli, locuste, cicale</em> e altri <em>blattiformi</em>, nessuna inflazione d&#8217;aprirsi improvviso di <em>faglie</em>, <em>cretti</em> e <em>crepe</em> che dalla loro propria sfera geologico-edilizia vanno a rendere inagibili e pericolanti righe su righe di anime&#038;cori, a causa delle quali il povero cardiaco muscolo metronomo contiene e subisce in poesia un baccanale arcimboldesco d&#8217;ognicché. Le parole dicono le cose, ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/28/%E2%99%AB-dei-poeti-le-voci-2-viola-amarelli/" target="_blank"><strong>raccontano il passato, narrano al presente</strong></a>, ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/23/viola-amarelli-generazioni/" target="_blank"><strong>generano visioni</strong></a>, ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/viola-amarelli-la-lastra-e-il-cristallo/" target="_blank"><strong>usano soggetti coraggiosi e verbi armati, imperativi e invettive dirette</strong></a>. Non temomo di urtare un certo <em>bon-ton semantico</em> poetichese. Bandito il trito impersonale poetico <em>maiestatis</em>, trionfino ironia e pietas, che son sorelle.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 250px;">da <strong>s t r a b i s m i</strong><br />
-<em>presto</em>-<br />
&nbsp;<br />
(<em>lungario per madri badesse</em>)<br />
&nbsp;<br />
Scardina<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;serenamente<br />
il re da un pezzo è nudo<br />
e sotto scacco il cappellaio matto.<br />
Eccole a lume spento<br />
le lingue delle madri<br />
acciai nella fatica,<br />
quella di pane e acqua,<br />
fatica schiena e braccia.<br />
Scardina<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;la tristezza<br />
catena per gli oppressi,<br />
parla con pesci e uccelli<br />
ama, teneramente<br />
nella risata semplice<br />
e non lasciare traccia.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center>[ <em>e per chi si trovasse in zona..</em>.]<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/nudecrude-locandina.jpg"/></center></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/violas-knives/">VIOLA&#8217;s knives &#038; αγωγή</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una piccola tabaccheria. 2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/una-piccola-tabaccheria-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 07:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[luca manini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia elisabettiana]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[richard barnfield]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=41369</guid>
		<description><![CDATA[<p>Richard Barnfield</p>
<p>Sighing, and sadly sitting by my Love</p>
<p>Sighing, and sadly sitting by my Love,<br />
He ask’d the cause of my hearts sorrowing,<br />
Conjuring me by heavens eternall King<br />
To tell the cause which me so much did move.<br />
Compell’d: (quoth I) to thee I will confesse,<br />
Love is the cause: and onely love it is<br />
That doth deprive me of my heavenly blisse.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/una-piccola-tabaccheria-2/">Una piccola tabaccheria. 2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Richard Barnfield</p>
<p>Sighing, and sadly sitting by my Love</p>
<p>Sighing, and sadly sitting by my Love,<br />
He ask’d the cause of my hearts sorrowing,<br />
Conjuring me by heavens eternall King<br />
To tell the cause which me so much did move.<br />
Compell’d: (quoth I) to thee I will confesse,<br />
Love is the cause: and onely love it is<br />
That doth deprive me of my heavenly blisse.<span id="more-41369"></span><br />
Love is the paine that doth my heart oppresse.<br />
And what is she (quoth he) whom thou do’st love?<br />
Looke in this glasse (quoth I) there shalt thou see<br />
The perfect forme of my faelicitie.<br />
When, thinking that it would strange Magique prove,<br />
He open’d it: and taking off the cover,<br />
He straight perceav’d himselfe to be my Lover.</p>
<p>Franco Buffoni</p>
<p>Sedevo triste accanto a lui</p>
<p>Sedevo triste accanto a lui, al mio amore,<br />
Quando mi chiese perché io soffrissi<br />
Scongiurandomi in nome di Dio<br />
Di dirgli quale mai la causa fosse<br />
Dei miei sospiri. Te lo confesserò, risposi,<br />
Amore è la ragione, un solo amore<br />
Che mi opprime il cuore<br />
E mi toglie ogni felicità.<br />
E chi è colei che tanto ami?<br />
Guarda in questo specchio e lì vedrai<br />
Il volto perfetto del mio amore,<br />
Risposi e glielo porsi. Lo aprì<br />
Certo pensando a una magia,<br />
E così vide che era lui il mio amore.</p>
<p><em>Richard Barnfield (1574-1627) compose venti sonetti “dedicati a Ganimede” (1595) di intonazione petrarchesca, sia sul piano formale – due quartine e due terzine, invece delle tre quartine seguite da distico del sonetto shakespeariano – sia su quello contenutistico – l’amore idealizzato. Con la particolarità che il dedicatario è di sesso maschile, come il fair youth shakespeariano, come il Tomaso de’ Cavalieri michelangiolesco. Devo a Luca Manini la riscoperta di questo splendido poeta elisabettiano.</em> (F.B.)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/22/una-piccola-tabaccheria-2/">Una piccola tabaccheria. 2</a></p>
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		<title>Una piccola tabaccheria. 1</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 19:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Lustra]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione di poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Una piccola tabaccheria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ezra Pound</p>
<p>The Lake Isle</p>
<p>O God, O Venus, O Mercury, patron of thieves,<br />
Give me in due time, I beseech you, a little tobacco-shop,<br />
With the little bright boxes<br />
piled up neatly upon the shelves</p>
<p>And the loose fragrant cavendish<br />
and the shag,<br />
And the bright Virginia<br />
loose under the bright glass cases,<br />
And a pair of scales not too greasy,<br />
And the whores dropping in for a word or two in passing,<br />
For a flip word, and to tidy their hair a bit.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/una-piccola-tabaccheria/">Una piccola tabaccheria. 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ezra Pound</p>
<p>The Lake Isle</p>
<p>O God, O Venus, O Mercury, patron of thieves,<br />
Give me in due time, I beseech you, a little tobacco-shop,<br />
With the little bright boxes<br />
piled up neatly upon the shelves<span id="more-41368"></span></p>
<p>And the loose fragrant cavendish<br />
and the shag,<br />
And the bright Virginia<br />
loose under the bright glass cases,<br />
And a pair of scales not too greasy,<br />
And the whores dropping in for a word or two in passing,<br />
For a flip word, and to tidy their hair a bit.</p>
<p>O God, O Venus, O Mercury, patron of thieves,<br />
Lend me a little tobacco-shop,<br />
or install me in any profession<br />
Save this damn&#8217;d profession of writing,<br />
where one needs one&#8217;s brains all the time.</p>
<p>Franco Buffoni</p>
<p>L&#8217;Isolino</p>
<p>O Mercurio, dio della truffa,<br />
Dammi a tempo debito, ti prego,<br />
Una piccola tabaccheria<br />
Con le scatoline luccicanti in fila<br />
Sugli scaffali, il tabacco sciolto<br />
Fragrante, e i Virginia argentati<br />
Custoditi nel banco sotto vetro,<br />
Una bilancia non troppo unta<br />
E le puttane che passano dentro<br />
A sistemarsi i capelli chiacchierando.</p>
<p>O Mercurio, dio della truffa,<br />
Prestami una tabaccheria<br />
O comunque trovami un altro lavoro<br />
Che non sia questa storia di scrivere<br />
Che mi costringe a concentrarmi<br />
Sempre.</p>
<p>Traduco “The Lake Isle” (dalla raccolta Lustra del 1916) con &#8220;L&#8217;isolino&#8221; perché comunemente viene così definita la piccola isola Virginia nel lago di Varese. F.B.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/una-piccola-tabaccheria/">Una piccola tabaccheria. 1</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Incontinental Jazz</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/incontinental-jazz/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Aipsa edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rodriguez]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bergoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Serreli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong><br />
</strong> di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
<em>In the mood </em>è un brano capace di attraversare il tempo. Con Glenn Miller, naturalmente, cui James Stewart prestò volto occhialuto e figura dinoccolata nel film di Anthony Mann (1954). Stephen King ne ha fatto la colonna sonora, a prova di ucronia (o di alternative history, se si preferisce), del recentissimo <em>22/11/63 </em>(2011).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/incontinental-jazz/">Incontinental Jazz</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41312" title="sardinia-hot-jazz-g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/sardinia-hot-jazz-g.jpg" alt="" width="176" height="283" /><strong><br />
</strong> di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
<em>In the mood </em>è un brano capace di attraversare il tempo. Con Glenn Miller, naturalmente, cui James Stewart prestò volto occhialuto e figura dinoccolata nel film di Anthony Mann (1954). Stephen King ne ha fatto la colonna sonora, a prova di ucronia (o di alternative history, se si preferisce), del recentissimo <em>22/11/63 </em>(2011). Claudio Loi lo fa risuonare, quasi per magia, in una ‘cimiteriale’ strada di Cagliari, alla fine del ’43. Siamo alle pagine 31-32 dell’affascinante e coinvolgente <a href="http://www.aipsa.com/le-collane/sardinia-hot-jazz.htm">Sardinia Hot Jazz</a>.Le origini del jazz in Sardegna da Antonio Gramsci a Marcello Melis, con interventi di Franco Bergoglio e Giacomo Serreli, Aipsa edizioni, Cagliari 2011. Loi attinge alla testimonianza di Giuseppe Fiori, raccolta e ‘perfezionata’ da Giuseppe Podda: non era un disco, ma Glenn Miller in carne e ossa con la sua orchestra, che provava lo spettacolo da tenere per le truppe americane. In questo traffico a doppio senso, fra jazzisti non sardi che vanno a suonare in Sardegna e jazzisti sardi che emigrano, potrebbe condensarsi la storia delle origini del jazz nell’isola, ricostruite con passione e meticolosa documentazione da Loi.</p>
<div id="attachment_41311" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-41311" title="jazz-grfj" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/jazz-grfj-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /><p class="wp-caption-text">Mario Schiano Gianfranco Schiaffini Franco Pecori Marcello Melis Gruppo Romano Free Jazz -Roma, Folk Studio 1966</p></div>
<p>Ma c’è un modo di pensare e di suonare il jazz che abbia caratterizzato o caratterizzi la Sardegna? La domanda non è peregrina, e fa il paio con quella che si poneva Alberto Rodriguez, uno dei protagonisti forti di questa storia (p. 154), a fine 1968: «cosa può fare allora un musicista che sta in Sardegna e si interessa di jazz?». Il dubbio gli veniva dalla vicenda di una delle figure più rappresentative del jazz italiano (e sardo) della seconda metà del secolo scorso, il bassista Marcello Melis (1939-1994), combattuto «fra l’attaccamento alle radici e la voglia di disincagliarsi da una realtà troppo statica». Perché è vero che gli italiani il jazz ce l’hanno nel DNA, come sosteneva Renzo Arbore (p. 103) nella presentazione del box dei Marc 4, il gruppo di cui faceva parte il chitarrista cagliaritano Carlo Pes, ben presto emigrato anche lui nella capitale; ma dal certificarne la presenza a metterlo in atto, dal dire al suonare, insomma, c’era davvero di mezzo il mare che separava l’isola da città, luoghi e locali molto più pronti a far vivere e dar da vivere a musicisti nati in Sardegna.</p>
<p>La ricerca delle radici, si sa, nasce dalle crisi di identità, ma anche, per converso, dal raggiungimento di un’identità forte, di cui si vogliono rintracciare percorsi di formazione. Qualche anno fa è uscito, ad esempio, <a href="http://www.edizioniesi.it/dettagli_articolo.php?id=1866&amp;tipologia=volumi_collane&amp;titolo=Vesuview_jazz_-_Tracce_di_jazz_in_campania_dal_1920_al_nuovo_millennio">Vesuview jazz. Tracce di jazz in Campania: dal 1920 al Nuovo Millennio, di Gildo De Stefano, (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1999)</a>. È, dunque, il jazz contemporaneo in Sardegna, così fortemente caratterizzato da presenze e iniziative consolidate (è stato lo stesso Claudio Loi a scriverne in Sardinia jazz.Il jazz in Sardegna negli anni Zero. Musica, musicisti eventi, discografia di base, con interventi di Paolo Fresu e Stefano Fratta, stesso editore, 2010), ad esigere, se non un albero genealogico &#8211; che per il jazz, forma musicale libera quale nessun’altra, stonerebbe -, una galleria random di ritratti, punte di eccellenza che si stagliano come nuraghi.<br />
<img class="alignright size-medium wp-image-41313" title="paolo_fresu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/paolo_fresu-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /> A essi il jazz che oggi si suona in Sardegna può guardare con orgoglio, forse anche per riscattare le difficoltà del passato, quelle che Loi fa riaffiorare nelle sue pagine attraverso le parole degli stessi protagonisti, le scelte di emigrare perché la situazione sembrava stagnante, in particolare negli anni Sessanta (p. 129), anche se è proprio in quel periodo che, soprattutto grazie alla coppia Alberto Rodriguez &#8211; Marcello Melis, ma anche a figure quali Bruno Massidda (p. 139), si comincia a intravedere un’apertura della cultura jazzistica locale ai ‘suoni del mondo’. Ma il percorso è ancora tortuoso e nella figura di Marcello Melis, cui Loi dedica quasi un quarto del suo volume, si esprimono le tensioni feconde che portano al jazz odierno. Sua la profonda sensibilità verso il jazz come musica di minoranza (era Alberto Rodriguez a riportarne il pensiero, p. 194), come la musica etnica sarda, con radici profondamente popolari.</p>
<p>I nomi di questa storia sono molti, non solo quelli che ho citato finora. Loi ricorda giustamente (p. 118) che «la storia del jazz in Sardegna e in Italia è fatta anche di eventi minori, di personaggi di cui non si conosce sufficientemente la provenienza e l’origine. Talvolta un cognome, altre un luogo costituiscono piccoli indizi per accreditare qualche rapporto con l’isola». Vi sono, infatti, nel libro, accanto a presenze ben note, anche se colte in frequentazioni e passaggi inediti o poco conosciuti (Fred Buscaglione, Jula De Palma, Lucio Dalla), pagine autobiografiche intense e commoventi (Gianfranco Contu, Ninni Manca), nomi da sottrarre a un immeritato oblio (Franco Pisano). E ancora tanti altri nomi, più o meno famosi, che costituiscono le tappe di un viaggio nel tempo che Loi fa iniziare non dalle note di un musicista né dalle benemerite trasmissioni di Radio Sardegna, ma dalle riflessioni di un intellettuale sardo, di un pensatore politico fondamentale per la storia della cultura italiana, Antonio Gramsci. Qui non posso a fare a meno di denunziare, come fanno i ‘bravi’ recensori, il mio conflitto d’interessi, essendo autore di un articolo su Gramsci e il jazz, apparso su Belfagor più di venti anni fa e positivamente citato da studiosi e storici del jazz (da Adriano Mazzoletti a Franco Bergoglio, allo stesso Claudio Loi): grazie a Francesco Forlani ora verrà ripubblicato su Nazione Indiana il 15 gennaio.</p>
<p>Da Gramsci a Marcello Melis, dunque, fino ad Antonello Salis e Paolo Fresu negli anni ‘Zero’, pensiero e suono si sono fusi in una forma espressiva che rimane una delle più originali e libere del secolo che abbiamo alle spalle e di quello che si è aperto: forse ci è servito e ci servirà ancora ad attraversarne le asprezze e le miserie.<br />
E per finire, un tentativo di risposta, con l’aiuto della filologia classica, a un dubbio di Claudio Loi: «Pare che agli inizi del secolo i negozi di strumenti musicali non esistessero ancora e la vendita di questi ultimi era opera di commercianti di vario genere e – <em>non si capisce perché</em> – dei vari barbieri sparsi per la città [Cagliari] che avevano a disposizione le uniche chitarre della città e altri strumenti musicali» (p. 27, corsivo mio). Ora, chiamando a testimoni gli autori greci (Aristofane, Lisia, Teofrasto, Plutarco) e autocitandomi (Il chitarrista che c’era …, in Annali dell’Università di Ferrara – Sez. Lettere, N.S. 3, 2002, pp. 157-163), posso affermare che sin dall’antichità greca la bottega del barbiere è il luogo dove si trova di tutto, dalle notizie alle cose più disparate, è il luogo dove si chiacchiera (una sorta di bar dello sport d’altri tempi) e forse si suona anche. Non solo: il mio articolo era una recensione a un bel romanzo di un amico e collega filologo classico e antropologo, Maurizio Bettini,<em> In fondo al cuore, eccellenza </em>(Torino 2001). Personaggio di rilievo del romanzo è Renzo Braçes, cerusico e barbiere in Monterey. Ebbene, Renzo è anche un buon suonatore di chitarra, di chitarra ‘battente’. Ma qualche anno prima, in un saggio ‘intrigante’, I classici nell’età dell’indiscrezione, Torino 1995, Bettini aveva confessato (p. 77): «Ma a Casale io frequentavo soprattutto Renzo, il barbiere. Renzo era uno degli ultimi barbieri chitarristi d’Italia». Insomma, pare che fra barbieri e chitarre la simbiosi sia naturale!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/incontinental-jazz/">Incontinental Jazz</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Canto sun torrados sos pastores</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 18:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>a cura di Antonio Calledda<br />
</p>
<p><a href="http://nursardegna.blogs.it/2007/09/09/peppino_marotto_sa_lotta_de_pratobello~2951338/">Pratobello</a><br />
di<br />
<strong>Peppino Marotto</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/30/canto-sun-torrados-sos-pastores/#footnote_0_41181" id="identifier_0_41181" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" il 29 dicembre 2007, &#232; stato assassinato con sei colpi di pistola a Orgosolo in pieno giorno, PEPPINO MAROTTO, poeta, cantore degli ideali di giustizia e libert&#224;, sindacalista della CGIL">1</a><br />
Canto a binti de maju sun torrados<br />
Sos pastores in su sesantanoe<br />
Tristos, né untos e nen tepenados.</p>
<p>Su vinti’e santandria proe proe<br />
Fini partidos cun sa roba anzande<br />
Da sa montagna, passende in Locoe;<br />
</p>
<p>càrrigos e infustos viaggende<br />
cun anzones in manu a fedu infatti,<br />
su tazzu arressu muttinde e truvande;</p>
<p>avvilidos, pessende a su riccattu<br />
impostu da su mere ‘e sa pastura:<br />
mettade ‘e fruttu e piùsu in cuntrattu.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/30/canto-sun-torrados-sos-pastores/">Canto sun torrados sos pastores</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Antonio Calledda<br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/QbIh98O-b24" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="http://nursardegna.blogs.it/2007/09/09/peppino_marotto_sa_lotta_de_pratobello~2951338/">Pratobello</a><br />
di<br />
<strong>Peppino Marotto</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/30/canto-sun-torrados-sos-pastores/#footnote_0_41181" id="identifier_0_41181" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" il 29 dicembre 2007, &egrave; stato assassinato con sei colpi di pistola a Orgosolo in pieno giorno, PEPPINO MAROTTO, poeta, cantore degli ideali di giustizia e libert&agrave;, sindacalista della CGIL">1</a></sup><br />
Canto a binti de maju sun torrados<br />
Sos pastores in su sesantanoe<br />
Tristos, né untos e nen tepenados.</p>
<p>Su vinti’e santandria proe proe<br />
Fini partidos cun sa roba anzande<br />
Da sa montagna, passende in Locoe;<br />
<span id="more-41181"></span></p>
<p>càrrigos e infustos viaggende<br />
cun anzones in manu a fedu infatti,<br />
su tazzu arressu muttinde e truvande;</p>
<p>avvilidos, pessende a su riccattu<br />
impostu da su mere ‘e sa pastura:<br />
mettade ‘e fruttu e piùsu in cuntrattu.</p>
<p>Est obbligu emigrare in pianura<br />
Pro salvare su magru capitale<br />
Da sos frittos iverros de s’altura.</p>
<p>Tùndene e murghen pro su principale,<br />
ma da su mere e da sa mal’annada<br />
si ristabìlin in su comunale,</p>
<p>ca sa paga ‘e s’affittu est moderada<br />
e poden liberamente pascolare<br />
sen’agattare muros in filada.</p>
<p>Ma in lampadas devene isgombrare<br />
tottuganta sa montagna orgolesa<br />
pro vàghere una base militare.</p>
<p>L’ordina su ministru ’e sa difesa<br />
cun manifestos mannos istampados,<br />
postos in sos zilléris a sorpresa…</p>
<p>che bandu de bandidos tallonados.<br />
E sos pastores cand’han bidu gai,<br />
Sos cuìles in su bandu elencados:</p>
<p>Su pradu, S’ena, Olìni e Olài<br />
Costa de turre cun Su Soliànu,<br />
Loppàna, Ottùlu, Unìare e Fumài;</p>
<p>belle tottu su pasculu montanu<br />
isgombru de animales e de zente<br />
cheret su ministeru italianu,</p>
<p>espostu a su bersàgliu su padente<br />
de bombas e mitraglias e cannone;<br />
dana su bandu: pro motivu urgente</p>
<p>si riúnat sa popolazione<br />
de ambo sessos mannos e minores<br />
bénzana tottus a sa riunione.</p>
<p>S’improvvisana tantos oratores<br />
e decidene de lottare unidos<br />
istudentes, bracciantes e pastores;</p>
<p>d’accordu sindacados e partidos,<br />
proclama cattolicos, marxistas:<br />
sos bandidores síana bandídos…</p>
<p>Serran buttega artigianos, baristas,<br />
e partin tottus, minores e mannos,<br />
pro che cazzare sos militaristas:</p>
<p>pizzinneddos e bezzos de chent’annos<br />
e zovaneddas de sa prima essida<br />
han’indossadu sos rusticos pannos.</p>
<p>Tottu sa idda in campagna est partída,<br />
in càmiu e in macchina minore.<br />
Sa lotta durat piús d’una chida;</p>
<p>a Pratobello finas su rettore<br />
ch’est arrivadu cun su sagrestanu<br />
pro difende su pradu e su pastore…</p>
<p>Sos polizottos cun mitras in manu<br />
Chircaìan sa lotta de virmare,<br />
ma mutìana e currìana invano,</p>
<p>ca dae s’assemblea popolare<br />
ch’in bidda si vaghìa frecuente<br />
sa zente vi decisa a non mollare</p>
<p>e de lottare in modu intelligente<br />
tuttuganta sa popolazione<br />
contra cussu invasore prepotente:</p>
<p>respingere ogni provocazione,<br />
bloccare cun sas massas sas istradas,<br />
impedire s’sercittazione</p>
<p>de sos tiros a sas forzas armadas,<br />
chi calpestare cherìan sas prendas<br />
de sas terras comunes non muradas</p>
<p>dae s’edittu de sas chiudendas.<br />
A sos sordados chi tentan d’esstre,<br />
Sa zente che los tòrrad’a sas tendas,</p>
<p>Finas ch’hana decisu de partire,<br />
unida e forte sa zente orgolesa<br />
sa lotta vi disposta de sighìre.</p>
<p>E cando l’hana raggiunta s’intesa<br />
Sos delegados dae s’assemblea,<br />
a Roma, in su ministru ‘e sa difesa,</p>
<p>sos cumbattenttes de sa idda mea,<br />
fizzos de sa Barbagia de Ollolài,<br />
parìa sos sordados de Corea…</p>
<p>E una lotta de populu gai,<br />
naraìan sos bezzos pili canos,<br />
chi in bida insoro non l’han bida mai.</p>
<p>Tottus sos progressistas isolanos<br />
Solidales, cun tanta simpattia<br />
A Orgosolo toccheddana sas manos<br />
E naran: custa sì ch’est balentìa.</p>
<p>(Traduzione: “Quando il venti di maggio son tornati/ i pastori nel sessantanove / tristi, né uniti né pettinati. / Il venti di novembre sotto la pioggia / eran partiti con le bestie che figliavano / dalla montagna, passando da Locoe; / carichi e fradici viaggiando / con agnelli in mano e la madre dietro/ il gregge magro chiamando e intruppando; / avviliti pensandola ricatto / imposto dal padrone della pastura: / metà del frutto e più in contratto. / è obbligo emigrare in pianura / per salvare il magro capitale / dai freddi inverni dell’altura. / Tosano e mungono per il principale, / ma dal padrone e dalla mal’annata / si rifanno nel comunale, / perché la paga dell’affitto è moderata/ possono liberamente pascolare / senza trovare muri in infilata. / Ma a giugno devono sgomberare / tutta quanta la montagna orgolese / per fare una base militare. / L’ordina il ministro della Difesa / con manifesti grandi stampati, / messi nelle bettole a sorpresa… / come bando di banditi tallonati. / E i pastori quand’hanno visto così, / gli ovili nel bando elencati: / Su pradu, S’ena, Olìni e Olài / Custa de turre cun Su soliànu, / Loppàna, Ottùlu, Unìare e Fumài; / quasi tutto il pascolo montano / sgombro di animali e di gente / vuole il ministro italiano, / esposta al bersaglio la foresta / di bombe e mitraglie e cannone; / danno il bando: per motivo urgente / si riunisca la popolazione / di ambo i sessi, grandi e piccolini / vengono tutti alla riunione. / S’improvvisano tanti oratori / e decidono di lottare uniti / studenti, braccianti e pastori; / d’accordo sindacati e partiti / proclamano, cattolici, marxisti: / i banditori siano banditi… / Chiudon bottega artigiani, baristi, / e parton tutti, piccoli e grandi, / per cacciare i militaristi: / piccini e vecchi di cent’anni / e giovanette alla prima uscita / hanno indossato i panni rustici. / Tutto il paese in campagna è partito / in camion e in macchina piccola. / La lotta dura più d’una settimana; / a Pratobello anche il prete / è arrivato con il sacrestano / per difendere Su pradu e il pastore…/ I poliziotti con mitra in mano / cercano la lotta di fermare / ma chiamavan e correvano invano, / perché dall’assemblea popolare / che in città si faceva frequente / la gente era decisa a non mollare /e di lottare in modo intelligente / tutta quanta la popolazione / contro quell’invasore prepotente: / respingere ogni provocazione, / bloccare con le masse le strade, / impedire l’esercitazione/ dei tiri alle forze armate, / che calpestare volevan le perle / delle terre comuni non murate / dall’editto delle chiudende. / I soldati che cercan d’uscire / la gente li respinge nelle tende / finchè han deciso di partire, / unita e forte la gente orgolese / la lotta era disposta a continuare. / E quando l’han raggiunta l’intesa / i delegati dall’assemblea, / a Roma, nel ministero della Difesa, / i combattenti del paese mio, / figli della Barbagia di Ollolai, / sembravano i soldati di Corea… / E una lotta di popolo così, / dicevan i vecchi dai capelli canuti / che in vita loro non l’han mai vista. / Tutti i progressisti isolani / solidali, con tanta simpatia / Orgosolo applaudono / e dicono: questa si che è Balentìa.)” </p>
<p>I versi di Peppino Marotto sono stati ripresi da G. Pintore, Sardegna, Regione o colonia?, Mazzotta editore, Milano, 1974, pagg. 154-157).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/30/canto-sun-torrados-sos-pastores/">Canto sun torrados sos pastores</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41181" class="footnote"> il 29 dicembre 2007, è stato assassinato con sei colpi di pistola a Orgosolo in pieno giorno, PEPPINO MAROTTO, poeta, cantore degli ideali di giustizia e libertà, sindacalista della CGIL</li></ol><p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>TRISTI CONFRONTI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 08:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Due notizie &#8211; naturalmente ignorate da Raiset &#8211; che contemporaneamente ci giungono da Australia ed Equador ci fanno ulteriormente toccare con mano il degrado civile e l’arretratezza politica in cui giace il nostro paese.<br />
A Sydney il ministro australiano delle Finanze Penny Wong ha annunciato la nascita di una bambina dalla compagna Sophie Allouache, dopo una gravidanza ottenuta per fecondazione in vitro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/tristi-confronti/">TRISTI CONFRONTI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Due notizie &#8211; naturalmente ignorate da Raiset &#8211; che contemporaneamente ci giungono da Australia ed Equador ci fanno ulteriormente toccare con mano il degrado civile e l’arretratezza politica in cui giace il nostro paese.<br />
A Sydney il ministro australiano delle Finanze Penny Wong ha annunciato la nascita di una bambina dalla compagna Sophie Allouache, dopo una gravidanza ottenuta per fecondazione in vitro. La neonata, di nome Alexandra, è nata domenica scorsa ad Adelaide e pesa oltre tre chili. La coppia ha diffuso una foto e un comunicato esprimendo la propria gioia. Penny e Sophie conoscono il padre biologico e hanno annunciato che lo faranno conoscere alla figlia, ma anche che il suo nome non sarà reso noto ai media.<br />
Grazie alle leggi introdotte dal governo laburista, Wong è legalmente riconosciuta come genitore della bambina con tutti i diritti di un genitore biologico: &#8221;Non vi è nulla da temere dall&#8217;uguaglianza di diritti&#8221;, ha dichiarato il Ministro.<span id="more-41108"></span><br />
Da Quito invece apprendiamo che l&#8217;Istituto ecuadoriano di sicurezza sociale (Iess), con funzioni simili al nostro Inps, ha riconosciuto a Janneth Peña, una donna di 50 anni, la pensione di reversibilità in seguito alla morte della compagna Thalìa Alvarez. Un risultato storico reso possibile dalla nuova Costituzione fortemente voluta dal presidente Rafael Correa e promulgata nel 2008, nonostante la strenua opposizione della Chiesa cattolica.<br />
Una costituzione che, come ha scritto Tancredi Tarantino su Certi Diritti, “oltre a riconoscere il diritto umano all&#8217;acqua, restituire dignità ai popoli indigeni, considerare la natura un soggetto di diritto e dichiarare l&#8217;Ecuador territorio di pace, assimila le coppie di fatto a quelle unite in matrimonio e va anche oltre, garantendo alle coppie omosessuali gli stessi diritti riconosciuti alle unioni tra persone di sesso diverso”.<br />
&#8220;Non è stato facile portare avanti questa battaglia senza Thalìa”, racconta commossa Janneth. Ha espresso la propria soddisfazione anche il direttore dello Iess, Ramiro Gonzales, per il quale il riconoscimento concesso a Janneth segna &#8220;una svolta decisiva nell&#8217;uguaglianza di genere e nella tutela dei diritti umani&#8221;.<br />
Quando l’Inps italiano si adeguerà non già a quello olandese o danese, ma a quello equadoregno? Che ne pensa l’ineffabile Governo di Vaticalia?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/tristi-confronti/">TRISTI CONFRONTI</a></p>
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		<title>à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amedeo Modigliani]]></category>
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Louis Ferdinand C&#233;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&#38;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&#231;ais
venerd&#236; 16 dicembre &#38;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &#38;#8211; tel. 011 4429836">1</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#footnote_0_41009" id="identifier_0_41009" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LA POSSIBILIT&Eacute; D&amp;#8217;UN VOYAGE
Louis Ferdinand C&eacute;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&amp;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&ccedil;ais
venerd&igrave; 16 dicembre &amp;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &amp;#8211; tel. 011 4429836">1</a></sup></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-41010" title="390_1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg" alt="" width="295" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma. Scene indipendenti in cui, per una sera, protagonista fu la main coupée di Blaise Cendrars. Perché nello spettacolo uno dei tre atti era dedicato a un episodio raccontato da Blaise Cendrars in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/per-una-storia-della-sbronza-blaise-cendrars-e-amedeo-modigliani/">Bourlinguer</a> e che narra l&#8217;amicizia del poeta con Amedeo Modigliani. Ieri, in un incontro con i ragazzi di un istituto professionale di Aosta, dove tra gli altri ho utilizzato alcuni materiali di Nazione Indiana a cura di Orsola Puecher, sono partito proprio da qui, da questo racconto.<br />
Per chi non volesse rileggerselo, ma sarebbe un peccato, Blaise Cendrars racconta di una sbronza consumata lungo la Senna insieme all&#8217;amico italiano. Provocato dalle lavandaie di un bateau-lavoir che è giusto di fronte, Modì tenta di raggiungere la prescelta, &#8220;la più brutta&#8221;, per darle un bacio sulla bocca in cambio di una bottiglia. Il tentativo di camminare sulle acque evidentemente fallisce e il nostro, non sapendo nuotare, cola rovinosamente a picco rischiando di annegare. A salvarlo, ovvero a dargli una mano, è proprio Cendrars, che però nel momento cruciale realizza la propria condizione di &#8221; manchot de la main droite &#8220;, mano perduta in guerra.</p>
<p><em>&#8220;Quando lo afferrai per i capelli, mi trovai impacciato non avendo che un solo braccio. Un vigoroso colpo di talloni mi fece risalire in superficie, e il padrone del lavatoio, che era saltato su una barchetta ci ripescò.&#8221;</em> Scrive Cendrars.<br />
Il momento secondo me più emozionante di questo racconto che peraltro ci informa del fatto che Modì odiasse essere chiamato per nome, Amedeo, è quando il poeta descrive l&#8217;amico ormai salvo e disteso al suo fianco.</p>
<p><em>&#8220;Modigliani nudo come una mano e bello come un San Sebastiano, vuotava la bottiglia che non aveva mollato e parlava già di come ritentare l’impresa.&#8221;</em></p>
<p>&#8220;Nudo come una mano&#8221; capite? (Intanto si associano in mente due distinte fotografie di Man Ray, di due mani che sembrano dialogare fra loro)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41015" title="hands" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
<p>Leggendo e rileggendo due straordinarie Memoires di Blaise Cendrars, Bourlinguer (1948) e Le lotissement du ciel (1949), entrambi non tradotti, a mia conoscenza, in italiano, mi sono imbattuto in un <em>&#8220;je ne sais quoi</em>&#8221; che mi ha aperto, tutto ad un tratto un vero e proprio mondo fino ad allora su un secondo piano ma che a mio parere meritava di essere esplorato, riportato in superficie.<br />
Del secondo colpiscono le note ad un ignoto lettore, (pour le lecteur inconnu) che ritroveremo anche in Bourlinguer, in cui si sente la profonda consapevolezza di uno scrittore pre-postumo, una consapevolezza quasi divertita che gli farà scrivere proprio dopo la pubblicazione di questo libro dal titolo a dir poco fantastico, &#8220;La lottizzazione del cielo&#8221;:</p>
<p><em>&#8221; Le lotissement du ciel est le livre qui a fait taire la critique. Pas un seul grand ténor n&#8217;a donné. Ce n&#8217;est pas un mince résultat.&#8221;</em> (<em>un libro che ha zittito la critica</em>)</p>
<p>In Bourlinguer, quel che ha attirato la mia attenzione è stato invece il &#8220;segno&#8221; che Blaise Cendrars lascia in due casi, accanto alla dedica riportata in esergo di ogni capitolo. La formula riporta la dicitura : <em>ma main amie au deporté de Lipari</em> (Malaparte), <em>avec ma main amie</em> (Henry Miller).<br />
Di quale mano parla? Della destra, coupée-coupable, ovvero della mano colpevole che in guerra serviva a premere il grilletto della mitragliatrice, a lanciare granate, spesso vittima proprio del fuoco amico, dell&#8217;esplosione dell&#8217;arma, della macchina, al momento dell&#8217;esplosione o di quell&#8217;altra che rendeva incerta la scrittura, della mano sinistra che suppliva la mancanza?</p>
<p>Grazie a una studiosa di Cendrars, Viviana Gregotti incontrata proprio ad Aosta ho potuto vedere la cartolina che la vedova del poeta le aveva regalato durante una sua visita a Lausanne, in cui è riprodotto il ritratto di Cendrars realizzato da un amico pittore. Il poeta è sdraiato sul letto, quasi seduto e sulla sua destra, appoggiato sulla coperta c&#8217;è un libro. Rispetto a molte fotografie in cui quasi non si vede il vuoto lasciato dal braccio amputato all&#8217;altezza del gomito a causa delle ferite di guerra, nel ritratto quel vuoto è quasi in primo piano, è tangibile. E quel vuoto è in grado di reggere un libro, sfogliarlo, afferrarlo, altrimenti non si capirebbe perché si trovasse proprio lì, ovvero nel posto più scomodo rispetto all&#8217;unico braccio, all&#8217;unica mano in grado di farne qualcosa. E il pensiero questa volta corre all&#8217;Hidalgo, a Cervantes, che aveva subito lo stesso destino.</p>
<p>Sono andato così a riprendermi un libro che per i miei quarantanni, Gabriella, della libreria francofona Voyelles di Torino, mi aveva regalato. Una bellissima edizione Buchet-Castel, delle fotografie di Doisneau consacrate a Cendrars. La prima cosa che salta agli occhi è una lettera che il poeta invia all&#8217;amico e che si conclude con il rituale saluto, <em>ma main amie, Blaise Cendrars</em>.<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-41017" title="9782283020722FS" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS-237x300.gif" alt="" width="237" height="300" /></a></p>
<p>Riguardando le foto, che all&#8217;epoca in cui viviamo avrebbero certamente suscitato uno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/03/a-gamba-tesa-ma-non-troppo/">scandalo</a> visto che nella maggior parte di esse, compresa quella in copertina, il nostro ha una sigaretta fra le labbra, mi sono imbattuto su un testo tratto da &#8220;la mano mozza&#8221; e che mi ha lasciato senza parole. In appena due pagine stabiliva un lien, una connessione a dir poco illuminante.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-41016" title="9788882462383g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a><br />
« Mais le cri le plus affreux que l’on puisse entendre et qui n’a pas besoin de s’armer d’une machine pour vous percer le cœur, c’est l’appel tout nu d’un petit enfant au berceau : « Maman ! Maman ! » que poussent les hommes blessés à mort (…) et ce petit cri instinctif qui sort du plus profond de la chair angoissée et que l’on guette pour voir s’il va encore une dernière fois se renouveler est si épouvantable à entendre que l’on tire des feux de salve sur cette voix pour la faire taire (…) par pitié…par rage…par désespoir…par impuissance…par dégoût…par amour, ô ma maman ! ».</p>
<p>Le urla più insostenibili, spaventose, terribili, ci dice Cendrars, erano quelle dei feriti a morte che gridavano &#8220;Mamma, mamma!&#8221; che paragona a quelle dei piccoli nelle culle. Grida a cui i soldati nelle trincee, scrive, tendevano l&#8217;orecchio per vedere se si fossero ripetute ancora, per un&#8217;ultima volta e così spaventose che si sparava su quelle voci per farle zittire.</p>
<p>Allora <em>ô ma maman, ma main,</em> mano mia, ci verrebbe da aggiungere.<br />
Così potremmo parlare del secondo capitolo di Bourlinguer, intitolato <em>Naples,</em> in cui Cendrars si definisce <em>napoletano d&#8217;occasione</em> e dove si racconta come all&#8217;età di quattro anni avesse pianificato con la complicità di un mozzo di bordo, napoletano, Domenico, il proprio rapimento per fuggire a New York. E quasi ci crede fino a quando il marinaio non lo consegna, alla fine della traversata proprio a colei da cui voleva fuggire, sua madre. Ma questa è un&#8217;altra storia. Blaise Cendrars a New York ci ritornerà giovanissimo per scrivere uno dei suoi più straordinari poemi, <em>Les Pâques à New York</em> , di cui Orsola vi darà notizia su Nazione indiana.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41009" class="footnote">LA POSSIBILITÉ D&#8217;UN VOYAGE<br />
Louis Ferdinand Céline e Blaise Cendrars<br />
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani<br />
In collaborazione con l&#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Français<br />
venerdì 16 dicembre &#8211; ore 21.00<br />
Biblioteca civica Centrale<br />
via della Cittadella 5 &#8211; tel. 011 4429836</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Cinque poesie di Michail Ajzenberg</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/cinque-poesie-di-michail-ajzenberg/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/cinque-poesie-di-michail-ajzenberg/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 08:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Baglioni]]></category>
		<category><![CDATA[Michail Ajzenberg]]></category>
		<category><![CDATA[poesia russa contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A cura di <strong>Elisa Baglioni</strong></p>
<p>Ora in forma di saggio, ora in versi, è tutto un frantumare zolle di terra per riportare semi a un suolo censurato. Particelle di pensieri o di discorsi in Unione Sovietica, durante gli anni Settanta, si sono impigliate nelle pagine di Ajzenberg e qui, più che in ogni altro poeta non ufficiale, hanno ricreato il carosello della Stagnazione: vecchio, arrugginito, che neanche i bambini trovavano più attraente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/cinque-poesie-di-michail-ajzenberg/">Cinque poesie di Michail Ajzenberg</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A cura di <strong>Elisa Baglioni</strong></p>
<p>Ora in forma di saggio, ora in versi, è tutto un frantumare zolle di terra per riportare semi a un suolo censurato. Particelle di pensieri o di discorsi in Unione Sovietica, durante gli anni Settanta, si sono impigliate nelle pagine di Ajzenberg e qui, più che in ogni altro poeta non ufficiale, hanno ricreato il carosello della Stagnazione: vecchio, arrugginito, che neanche i bambini trovavano più attraente. In questo terreno l’individuo, privato di una posizione pubblica, si chiude all’interno di un paesaggio interiore, corazza difensiva e luogo della resa dei conti, dove sono inutili maschere e inganno. Se all’esterno regna l’idolo e il feticcio, all’interno lo spazio è vuoto, impalpabile e sprovvisto di utopie. E nella situazione in cui il corpo bloccato respira a mala pena, la lirica arriva a dare uno spazio di libertà interiore, contenuta e discreta. La poesia si manifesta con un balbettio o un dialogo tra sé e sé, dove si cerca di arrivare a una soluzione e trovare la forza di continuare, poiché Ajzenberg ha imparato la lezione di Puškin quando scriveva “Al mondo non v’è gioia, ma v’è libertà e pace”.<span id="more-40864"></span></p>
<p><strong>Porta Rossa (2)</strong></p>
<p>La fame? Non era la fame.<br />
Era prima della fin fine<br />
nella nuvola color cenere<br />
minute matrici di piombo.</p>
<p>Mangiando tomi di polvere<br />
cento chili di sabbia,<br />
contenta di esser plasmata<br />
da un’unica massa,<br />
la gente leggeva, lodava,<br />
conosceva di sicuro<br />
l’orma in riga delle sciagure,<br />
il normografo dell’aria:<br />
di un potere grigio-nube<br />
il più grande segreto.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Красные Ворота (2)</em><br />
<em> Голод? Голода не было.</em><br />
<em> Был до конца концов</em><br />
<em> в облаке цвета пепла</em><br />
<em> мелкий набор свинцов.</em><br />
<em> Съевшие тонну пыли,</em><br />
<em> сто килограмм песка,</em><br />
<em> рады, чтоб их лепили</em><br />
<em> из одного куска,</em><br />
<em> люди читали, чтили,</em><br />
<em> знали наверняка</em><br />
<em> строчечный след несчастий,</em><br />
<em> воздуха трафарет –</em><br />
<em> облачно-серой власти</em><br />
<em> самый большой секрет.</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>                  S. F.</em></p>
<p>Da dove viene? Da là di certo.<br />
La foto porta i saluti di qualcuno.<br />
Viene da là, da Roma città<br />
cartamodelli di miracoli –<br />
tovaglie di cielo, un’estranea capitale<br />
da qualche parte laggiù.</p>
<p>Si vive pure oltreoceano, come una cincia,<br />
si dorme in sospeso,<br />
si paga la mora della propria longevità<br />
giorno per giorno,</p>
<p>con spiccioli rosa<br />
spiccioli rosa<br />
che risuonano in cielo</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>               С.Ф.</em></p>
<p><em>Это откуда? оттуда, вестимо.</em><br />
<em> Это на фото привет от кого-то.</em><br />
<em> Это оттуда, из города Рима</em><br />
<em> выкройки чуда –</em><br />
<em> скатерти неба, чужая столица</em><br />
<em> где-то внизу</em></p>
<p><em>Можно и за морем жить как синица –</em><br />
<em> спать на весу,</em><br />
<em> пени платить своему долголетью</em><br />
<em> с каждого дня,</em></p>
<p><em>розовой медью</em><br />
<em> розовой медью</em><br />
<em> в небе звеня</em></p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Se volete, vi do la mia opinione<br />
(lo so che non la volete):<br />
l’accaduto è in attesa di scuse.<br />
È in attesa di scosse.<br />
È pieno d’umiliazione.</p>
<p>I segni di una placida inondazione<br />
La rinascita di pesi e misure.<br />
Una cosa simile non s’è mai vista.<br />
Bisogna ricominciare da zero.</p>
<p>Quello che ieri era un’arca,<br />
il tempo lo prende e lo scarta.</p>
<p>Il vento soffia per mari e per fiumi<br />
e io mi rendo alla volontà delle onde.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>Если хотите, то вот моё мнение</em><br />
<em> (я понимаю, что не хотите):</em><br />
<em> происходящее ждёт извинения.</em><br />
<em> Ждёт изменения.</em><br />
<em> Тонет в обиде.</em></p>
<p><em>Признаки тихого наводнения.</em><br />
<em> Перерождение мер и весов.</em><br />
<em> Прожили век, а такого не видели.</em><br />
<em> Надо всё начинать с азов.</em></p>
<p><em>То, что было вчера ковчегом,</em><br />
<em> время берёт и выносит вон.</em></p>
<p><em>Ветер идёт по морям и рекам</em><br />
<em> Все отпускаю на волю волн</em></p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Nell’uomo vive l’acqua, e ribolle.<br />
È sempre più chiaro e distinto,<br />
che parla, l’acqua.<br />
Con lo scorrere dei giorni<br />
ci si convive sempre più a stento<br />
Non dorme mai<br />
e non tace.</p>
<p>E ti pare di forzarla a vivere, non come lei vive<br />
nel tempo d’un lavoro vitalizio.<br />
Affinché diventi ghiaccio cocente,<br />
e diventi pietra corrente, l’acqua.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>В человеке живет вода, и она кипит.</em><br />
<em> Все разборчивей и слышней,</em><br />
<em> что она говорит, вода.</em><br />
<em> С истеченьем дней</em><br />
<em> все трудней уживаться с ней.</em><br />
<em> Никогда не спит,</em><br />
<em> не безмолвствует никогда.</em></p>
<p><em>И поди заставь ее жить не так, как она живет,</em><br />
<em> в срок пожизненного труда.</em><br />
<em> Чтобы стала она как горячий лед,</em><br />
<em> как текучий камень стала она, вода.</em></p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>E lei com’è diventato una scatola nera?<br />
Avanzava fin troppo tempo<br />
per farcela al primo tentativo.<br />
E le mezze misure del presente<br />
si perdevano in nuove dimensioni.</p>
<p>Il funzionario reggeva le fila.</p>
<p>Ma ecco scade il termine stabilito,<br />
e con esso s’oscura come pece<br />
il carico indesiderato, non reclamato<br />
nella profondità del doppio fondo.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>А как вы стали черным ящиком?</em><br />
<em> А слишком много было времени,</em><br />
<em> чтоб взять его с одной попытки.</em><br />
<em> И полумеры настоящего</em><br />
<em> терялись в новом измерении.</em></p>
<p><em>Контора дергала за нитки.</em></p>
<p><em>Но истекает срок положенный,</em><br />
<em> и с ним темнеет дочерна</em><br />
<em> груз невостребованный, брошенный</em><br />
<em> на глубине двойного дна.</em></p>
<p>*</p>
<p>[Le poesie sono prese dalle raccolte: da <em>Oltre Porta Rossa</em>, (2000) la prima; “Da dove viene da là di certo…” è contenuta in <em>Indice dei nomi</em> (1993); le restanti sono state pubblicate in <em>Massa diffusa</em> (2008). La data di uscita dei volumi è parzialmente indicativa dell’anno di composizione delle liriche; bisogna infatti tener conto che il poeta inizia a pubblicare ufficialmente solo dopo la caduta dell’URSS.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/cinque-poesie-di-michail-ajzenberg/">Cinque poesie di Michail Ajzenberg</a></p>
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		<item>
		<title>HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Homo sapiens]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Luca Cavalli-Sforza]]></category>
		<category><![CDATA[mostra Palazzo delle Esposizioni]]></category>
		<category><![CDATA[origini dell'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[telmo pievani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40873</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/">HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg" alt="" title="homo" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40874" /></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta. Genetisti, linguisti, archeologi, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un grande affresco della storia dell&#8217;evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.<br />
Sono stato all’inaugurazione, ho visto la mostra e ho rivisto Luigi Luca Cavalli-Sforza, classe 1922 e tuttora in piena forma, di cui ricordo con grande piacere qualche seminario pavese distante ormai più di quarant’anni. A tutti tengo a ricordare che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza">Luigi Luca Cavalli-Sforza</a>, genovese, è uno dei più importanti studiosi al mondo nel campo della storia delle origini dell’uomo,<span id="more-40873"></span> cui ha dedicato, fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso, da solo e con vari collaboratori, una ricerca sistematica e complessa, un cui primo risultato generale fu pubblicato nel 1988<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_0_40873" id="identifier_0_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L.L. Cavalli-Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, J. Mountain, Reconstruction of human evolution: bringing together genetic, archaeological, and linguistic data, &laquo;Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A.&raquo; 1988; 85: 16: 6002-6.">1</a></sup> e alla quale Cavalli-Sforza ha dedicato in seguito, e con continuità fino ad oggi, non solo più approfonditi studi specialistici, ma anche molto utili opere di divulgazione.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_1_40873" id="identifier_1_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="forse la prima fu: L. L. Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996">2</a></sup></p>
<p><strong>Telmo Pievani</strong>,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_2_40873" id="identifier_2_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="di cui ricordo il pi&ugrave; recente volume divulgativo: La vita inaspettata. Il fascino di un&amp;#8217;evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina, Milano 2011.">3</a></sup> che insegna filosofia della scienza all’università di Milano-Bicocca, ha affiancato Cavalli-Sforza nella cura della mostra (che ha un suo <a href="http://www.homosapiens.net/">sito</a> assai ricco). A lui ho chiesto di rispondere a qualche domanda su contenuti e scopi della mostra. Telmo ha volentieri acconsentito ed ecco il risultato:</p>
<p>a.s.: <em>Qual è l’aspetto più innovatore di questa mostra che tu hai fortemente contribuito a configurare e ad allestire a partire da un’idea originaria di Luigi Luca Cavalli-Sforza?</em></p>
<p>t.p.: Credo che l’elemento di maggiore novità consista nella ricostruzione di una narrazione complessiva sull’evoluzione umana, fondata su robusti dati sperimentali, piuttosto recenti e di natura interdisciplinare. Mettere insieme le filogenesi molecolari, le comparazioni genetiche, i ritrovamenti paleontologici e archeologici, le tracce di evoluzione culturale e alcuni indizi sulla diversificazione delle lingue, il tutto entro una cornice coerente, è un’impresa che trovo appassionante e che da diversi anni pensavo potesse trovare una “rappresentazione” allestitiva coinvolgente ed efficace sul piano della comunicazione. In programmi di ricerca come questi emerge chiaramente l’evidenza che la scienza è parte del nostro immaginario collettivo, è una forma di cultura fondamentale, da condividere con il pubblico più ampio possibile. In fondo, si tratta di rispondere a “grandi domande” che vanno ben oltre il confine del laboratorio: da dove veniamo noi esseri umani; come siamo arrivati fin qui; quali innovazioni ci hanno reso ciò che siamo e qual è il nostro posto nel cespuglio ramificato dell’ominizzazione; perché siamo così uniti biologicamente e così diversi culturalmente.</p>
<p>a.s.: <em>La mia impressione da esterno è che negli anni recenti si siano verificati un non piccolo numero di nuovi ritrovamenti, in vari siti, riguardanti il genere Homo e la sua storia; ad ogni nuovo ritrovamento si devono ovviamente rivedere/modificare alcune convinzioni maturate a partire dai precedenti ritrovamenti. In questo processo di continua riconfigurazione del pregresso, si sta a tuo parere delineando comunque un quadro complessivo “ragionevolmente accertato”?</em></p>
<p>t.p.: Direi di sì, oggi il quadro è molto meno frammentario rispetto anche soltanto a cinque anni fa e si tratta di un processo che potremmo dire di “normalizzazione”. L’evoluzione umana ha sofferto per decenni di due “eccezioni” epistemologiche alquanto peculiari (anche se psicologicamente comprensibili). La prima recitava che la spiegazione evoluzionistica non avrebbe mai potuto sfiorare i segreti della mente umana e della coscienza, e sappiamo quanto si stia indebolendo. La seconda stabiliva che a differenza di tutti gli altri esseri viventi le specie umane avrebbero dovuto rispettare un modello di evoluzione lineare, una progressione graduale verso Homo sapiens, culmine del percorso di ominizzazione. Ciò che si sta verificando negli ultimi anni è lo smantellamento definitivo di questa immagine consolante della nostra storia, sostituita da un’altra che è invece centrata sulla diversità di forme, sull’esplorazione di molteplici possibilità adattative, sulla contingenza storica e sulla forte imprevedibilità di un processo di diversificazione di specie umane che avrebbe potuto in molte occasioni prendere ben altre direzioni. Stiamo così applicando alla specie umana gli stessi modelli esplicativi che da tempo si applicano a tutte le altre forme viventi, da qui la “normalizzazione”. La riconfigurazione del pregresso consiste principalmente nella comprensione dell’importanza evoluzionistica di fenomeni di trasformazione che si verificano nello spazio biogeografico (il secondo asse di comprensione dell’evoluzione, insieme al tempo, cioè la genealogia): ovvero, la deriva genetica, la migrazione, l’ibridazione, i “colli di bottiglia” prodotti da drastiche alterazioni ambientali, gli “effetti del fondatore”. E’ questo il nuovo sguardo metodologico sull’evoluzione umana che ha permesso di scardinare le grandi narrazioni del progresso che avevano dominato il campo, anche internamente alla scienza, per troppo tempo. Un’idea che permea il progetto della Mostra è la valorizzazione del fascino della contingenza e della diversità, a scapito della nostra attrazione fatale per teleologie forzate che vedevano nell’umanità l’apice dell’evoluzione. Secondo me è un salutare bagno di umiltà, da condividere come progetto educativo con i nostri ragazzi.</p>
<p>a.s. <em>In particolare: dove avviene, e come, a quel che si sa, il sorgere del linguaggio in questa articolata storia evolutiva, è plausibile l’ipotesi che sia stata la presenza del linguaggio a dare una delle spinte decisive per qualche tappa importante dell’evoluzione?</em></p>
<p>t.p.: Certo, è molto plausibile. Noi sappiamo che forme di linguaggio, anche già articolato, dovevano con ogni probabilità essere presenti in altre forme umane, soprattutto in Homo neanderthalensis, con il quale abbiamo lungamente convissuto in Europa e Asia occidentale. Benché il linguaggio non restituisca fossili, esistono forti evidenze indirette in tal senso (da quelle genetiche a quelle anatomiche e comportamentali). Se poi andiamo ancora più indietro nel tempo, in mezzo all’albero ramificato delle diverse specie del genere Homo, agli inizi è plausibile che esistessero forme di espressione proto-linguistiche, mescolate a vocalizzi e gesti. Dunque l’esigenza adattativa della comunicazione e dell’organizzazione sociale doveva già essere ampiamente soddisfatta. Qualcosa però di peculiare (cioè di “unico”, che è cosa diversa da “speciale”) si pensa sia successo con Homo sapiens, una giovane specie africana dall’anatomia slanciata nella quale si nota il completamento del tratto vocale che permette un linguaggio pienamente articolato. Questa conformazione della gola deve averci regalato i vantaggi inaspettati dell’intelligenza simbolica, dell’astrazione, della ricorsività e delle infinite potenzialità combinatorie delle parole, se è vero che pur di mantenerli tolleriamo il rischio del soffocamento. Ciò che oggi pensano molti evoluzionisti è che il linguaggio articolato completo sia stato “l’arma segreta” dell’ondata finale degli H. sapiens usciti dall’Africa intorno a 50-60mila anni fa e poi diffusisi inarrestabilmente in tutto il mondo.</p>
<p>a.s.: <em>Hai ricordato nella tua intervista durante l’inaugurazione della mostra che in quel periodo che risale a poche decine di migliaia di anni fa almeno cinque specie del genere Homo convivevano pacificamente sul pianeta; puoi articolare un po’ questa stupefacente informazione, spiegando anche come sappiamo che convivessero pacificamente?</em></p>
<p>t.p.: Si tratta davvero di una scoperta stupefacente, sulla quale occorrerà riflettere anche sul piano filosofico. Lo scenario da cui nasce è quello delle molteplici “uscite dall’Africa”: rappresentanti diversi del genere Homo escono a più riprese dal continente africano, sempre partendo da un’area orientale che va dall’attuale Etiopia fino al Sudafrica. La prima volta, poco meno di due milioni di anni fa, escono gli H. ergaster, che poi danno origine a H. georgicus nel Caucaso, a H. antecessor in Europa e a H. erectus in Asia orientale. La seconda volta, circa 780mila anni fa, esce un’altra specie, H. heidelbergensis, che dissemina altri umani che convivono con quelli fuoriusciti precedentemente. In Europa, da questa seconda diaspora, nasce H. neanderthalensis, il nostro alter ego evoluzionistico più famoso. Quando finalmente prende avvio la terza uscita dall’Africa, quella di Homo sapiens, a cominciare da 120mila anni fa e a più ondate, sempre a partire dal Corno d’Africa, i nostri antichi progenitori incontrano sulla loro strada una pletora di altre specie umane, ben adattate alle loro regioni e discendenti dalle precedenti diaspore. Così succede che ancora 40mila anni fa nel solo Vecchio Mondo (Africa ed Eurasia) circolavano cinque specie umane: noi H. sapiens (i più girovaghi ed espansivi); i Neandertal in Europa e Asia fino ai Monti Altai (la loro estinzione avverrà soltanto intorno a 28-27mila anni fa nell’ultima enclave di Gibilterra); un’enigmatica specie asiatica trovata sui Monti Altai, derivante dalla seconda diaspora, e provvisoriamente battezzata “Homo di Denisova”; forse alcuni residuali H. erectus nella valle del fiume Solo sull’isola di Giava; e una strepitosa specie umana pigmea, forse discendente da una piccola popolazione di H. erectus rimasta isolata, Homo floresiensis, trovata sull’isola indonesiana di Flores ed estintasi soltanto 12mila anni fa, alle soglie della “Storia” con la maiuscola che studiamo a scuola. Dunque, cinque specie umane fino a pochissimo tempo fa, su scala biologica. Con molte di queste specie noi abbiamo convissuto negli stessi territori e non compaiono segni di sostituzioni violente, di scontri o di altri fenomeni drammatici. Anzi, per lunghi periodi sembriamo in equilibrio, demografico e comportamentale. Poi succede qualcosa, forse legato all’ultima ondata di H. sapiens usciti dall’Africa (e agli effetti del linguaggio articolato), e le altre quattro forme, sapiens a modo loro, cominciano a declinare. Quindi non siamo mai stati soli, come umani, nella storia naturale recente. E ora dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante.</p>
<p>a.s.: <em>Anche a grandi esperti può capitare di lasciarsi scappare frasi formulate, del tutto involontariamente, in maniera finalistica del tipo “gli Africani hanno la pelle nera per potersi difendere dalle più pericolose radiazioni solari”. L’ortodossia evoluzionistica che tu mi pare rappresenti bandisce senza se e senza ma queste sfumature; vuoi cogliere questa occasione per rimettere le cose a posto?</em></p>
<p>t.p.: Sì questo è un rischio sempre presente, perché abbiamo una mente teleologica che sovrappone alle spiegazioni meccanicistiche e funzionali un’aura di finalità. Il linguaggio, anche degli scienziati talvolta, è una spia evidente di questa propensione cognitiva. Così finiamo per “personalizzare” l’evoluzione e la selezione naturale come se fossero agenti intenzionali, ingegneri che ottimizzano sapientemente le loro creature. Oppure torniamo a forme velate di lamarckismo, raccontando la storia naturale come un’avventura di eroi che per propria volontà si trasformano inventando nuovi adattamenti. Il significato radicale di meccanismi demografici come la selezione naturale e la deriva genetica, che sono al cuore della spiegazione evoluzionistica contemporanea permeata di statistica e di probabilità, consiste proprio nell’espulsione di qualsiasi finalità, nella permeante contingenza del processo: una sopravvivenza differenziale di organismi portatori di variazioni genetiche emerse per altre ragioni, nel primo caso; una campionatura casuale di varianti genetiche in piccole popolazioni rimaste fisicamente isolate, nel secondo caso.</p>
<p>a.s.: <em>Quali sono i potenziali utenti della mostra cui personalmente tieni di più, quelli che vorresti più fortemente attirare?</em></p>
<p>t.p.: Senz’altro gli studenti e il pubblico più giovane, che ci aspettiamo costituisca almeno la metà del numero complessivo dei visitatori. Per questo, oltre a passaggi immersivi, a mappe disseminate e ad altre scelte scenografiche, abbiamo allestito un pacchetto di exhibit interattivi, molto impegnativi per chi li produce sul piano economico e progettuale, che permettono però ai ragazzi di fare un’esperienza in prima persona, senza spiegazioni scritte, giocando in un contesto favorevole e uscendo, noi speriamo, con un messaggio forte, che può essere quello della propria parentela genetica con tutti i viventi o quello dell’insussistenza genetica delle cosiddette “razze umane”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/">HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40873" class="footnote">L.L. Cavalli-Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, J. Mountain, <em>Reconstruction of human evolution: bringing together genetic, archaeological, and linguistic data</em>, «Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A.» 1988; 85: 16: 6002-6.</li><li id="footnote_1_40873" class="footnote">forse la prima fu: L. L. Cavalli-Sforza, <em>Geni, popoli e lingue</em>, Adelphi, Milano 1996</li><li id="footnote_2_40873" class="footnote">di cui ricordo il più recente volume divulgativo: <em>La vita inaspettata. Il fascino di un&#8217;evoluzione che non ci aveva previsto</em>, Raffaello Cortina, Milano 2011.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sud: avant la fin</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 19:11:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Eleonora Puntillo]]></category>
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		<category><![CDATA[Marialuna Moresca]]></category>
		<category><![CDATA[rivista Sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Carissimi, da oggi pubblicherò qui su NI tutti i materiali che formeranno il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sud_(rivista)">numero 15 di Sud</a>. Si tratta dell&#8217;ultimo numero di un progetto a cui ho avuto l&#8217;onore e la gioia di dedicare diversi anni della mia vita. Il tema sarà quello dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (15 + 0) </em><em>revisited</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/16/sud-avant-la-fin/">Sud: avant la fin</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Carissimi, da oggi pubblicherò qui su NI tutti i materiali che formeranno il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sud_(rivista)">numero 15 di Sud</a>. Si tratta dell&#8217;ultimo numero di un progetto a cui ho avuto l&#8217;onore e la gioia di dedicare diversi anni della mia vita. Il tema sarà quello dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (15 + 0) </em><em>revisited</em>. <em>Le riviste sono fatte così. Nascono, muoiono. Salvo poi rinascere ancora, ritrovando la stessa energia e la voglia che sembravano andate perdute. In questa prima puntata leggerete l&#8217;editoriale di Nora Puntillo cui seguirà tra qualche giorno il mio, mentre l&#8217; immagine che lo accompagna è della giovane  Marialuna Maresca che fa con noi il suo esordio</em> effeffe<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/cover0-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/cover0-1-210x300.jpg" alt="" title="cover0-1" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40756" /></a></p>
<p>                    <strong>EDITORIALE PER SUD  15 + 0  </strong><br />
di<br />
 <strong>Eleonora Puntillo</strong></p>
<p>Niente bandiera bianca. E nemmeno rampogne o lamentazioni sulla condizione della cultura, sulla mancanza di fondi, sulla difficoltà di mantenere una rivista, sui costi di stampa e distribuzione, sulle spese di spedizione, sull’editoria in crisi. S’è detto già tutto, le parole non hanno più senso.<br />
Perciò questo quindicesimo numero lo dichiariamo ultimo con dispiacere ma convinti di aver avuto un ruolo forse nemmeno tanto modesto quando abbiamo riempito le nostre alte colonne tipografiche di parole e segni.<br />
Non è una resa, dunque, ma un guardare oltre, tra l’altro contenti che il nostro SUD abbia saputo sopravvivere parecchio alle ringhiose invettive di chi non altrimenti riusciva a rammaricare di non averci pensato prima.<br />
<span id="more-40755"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lattesa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lattesa-192x300.jpg" alt="" title="L&#039;attesa" width="192" height="300" class="alignright size-medium wp-image-40758" /></a><br />
Eppure di occasioni per ricominciare (cioè non rievocare e rimpiangere, ma esaltare e proseguire) ce n’erano state sotto gli occhi di tutti: nel 1991 in Castel Sant’Elmo la bella rassegna “Fuori dall’Ombra – nuove tendenze nelle arti a Napoli dal ’45 al ‘65” aveva dedicato parecchie bacheche di documentazione al SUD di Pasquale Prunas, ai suoi contenuti e a tutto il mondo artistico e letterario che si aggregò e crebbe intorno, a partire dal 1945 per sette numeri (tre dei quali doppi) fino al settembre del 1947. Il ricco catalogo, poi, recava parecchie pagine sulla nascita e il ruolo della rivista, sui contenuti di grande novità letteraria napoletana, italiana ed straniera; e anche sull’innovazione nell’uso delle immagini (tutte del fotografo Antonio Grassi) e sul “Gruppo Sud di pittura” che radunò artisti visivi decisi anch’essi ad aprirsi al nuovo che veniva dall’Europa, e con esso a gareggiare alla pari. </p>
<p> “Cultura non è casta” diceva il titolo dell’ultimo editoriale di SUD in prima pagina, cui faceva eco l’altro ancor più fumante sull’ultima: “qui il mare è anche una latrina”: sfidiamo chiunque a smentire che non siano titoli degni dell’oggi. In ogni senso.<br />
Nel 1994 poi Giovanni Di Costanzo con la casa editrice Palomar (non napoletana, particolare significativo) riportò alla luce in copie anastatiche i sette numeri di SUD, accompagnati dalla lettera che a Renata Prunas aveva scritto Anna Maria Ortese riconoscendo al fratello Pasquale, a quegli anni, a quegli entusiasmi “rivoluzionari”, a quell’uragano di novità, il suo debito letterario. </p>
<p>Nel maggio 2003, dal gruppo radunato da Francesco Forlani, partì la sfida con un nuovo insediamento nella Nunziatella, dove SUD era nato mezzo secolo prima per iniziativa del figlio del preside-comandante, il colonnello Oliviero Prunas pacifista in divisa, letterato e scrittore apprezzato da Piero Gobetti. Il presidente dell’Associazione ex Allievi della antica scuola militare, Giuseppe Catenacci, assumeva il compito di far da tramite con la Nunziatella di mezzo secolo dopo mentre Renata Prunas insieme a Piero Berengo Gardin curava le pagine dell&#8217;Archivio Sud dedicate ad articoli ed inediti di quella prima gloriosa avventura ; accanto agli scritti di giovani esordienti, di nomi nuovi o consolidati sul piano internazionale, hanno trovato infatti posto anche significative vicende storiche svoltesi fra quelle mura sulla collina di Pizzofalcone, recuperate dagli archivi e dai ricordi.<br />
Il numero Zero del nuovo SUD fu ospitato fra le pagine de Il Mattino, ed ebbe il beneaugurate viatico di alcuni protagonisti del primo, come Antonio Ghirelli, Renato De Fusco, Armando De Stefano, Carla de Riso.</p>
<p> C’è infine un ulteriore motivo di soddisfazione nell’impresa che dichiariamo conclusa, ed è l’aver fatto rientrare il nome dei Prunas nella Nunziatella, da dove, racconta Renata Prunas, all’indomani del trionfo Dc e destre col voto del 18 aprile 1948 “fummo brutalmente sfrattati da un giorno all’altro, mio padre già in congedo, con l’accusa di intendercela con i comunisti”.     </p>
<p>La rivista  ha ospitato firme quali <em>Mariano Bàino, Andrea Camilleri, Marco Giovenale, Vito Riviello, Esteban Buch, Sylvano Bussotti, Ennio Cavalli, Fernando Arrabal,Philippe Pogam, Paolo Graziano, Biagio Cepollaro,Luigi Esposito, Ornela Vorpsi,Lucio Saviani, Giuseppe Catenacci, Mario Bernardi, Pasquale Panella, Béatrice Commengé, Alain Danielou, Orfeo Soldati, Dominique Delcourt, Erri De Luca, Eugenio Barba, Luis De Pablo, Petr Král, Milan Kundera, Jean-Claude Izzo,Giorgio Mascitelli, Milena Prisco, Giuseppe Schillaci,Francesco Pecoraro, Roberto Masotti, José Muñoz, Stefania Nardini, Marco Palasciano, Matteo Palumbo, Silvio Perrella, Felice Piemontese, Martina Mazzacurati, Paolo Mastroianni, Lakis Proguidis, Roberto Saviano, Domenico Scarpa, Giancarlo Alfano,Silvia Tessitore, Piero Cademartori, Helena Janeczek, Antonello Sparzani, Gianni Scognamiglio, Stefano Gallerani,Jean Claude Michèa, Wu Ming, Livio Borriello, Ade Zeno, Carmine Vitale, Margherita Remotti, Saul Bellow, Domenico Pinto, Yasmina Khadra,Francesco Marotta, Adriano Padua, Massimo Rizzante, Andrea Inglese, Alexandra Petrova, Keith Botsford, Roger Salloch, Philippe Schlienger, Roberta Roger Della Volpe, Luca Anzani,Davide Racca, Raffaella Nappo, Antonio Ruffo, Laura Lecce, Vedova Mazzei, Viola Amarelli,Claudio Franchi, Paolo Trama, Gabriella Giordano, Davide Vargas, Ingo Schulze, louis Sclavis, Ernest Pignon-Ernest,Peter Handke&#8230;</em></p>
<p><em>Dal numero 10 fino al suo ultimo numero in corso, le illustrazioni di copertina di Sud sono state realizzate da Andrea Pedrazzini. Il progetto grafico della rivista è di Marco de Luca&#8221;.</em>    </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/16/sud-avant-la-fin/">Sud: avant la fin</a></p>
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		<title>Si chiama democrazia poiché . . .</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 11:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/">Si chiama democrazia poiché . . .</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC-300x249.jpg" alt="" title="impero-ateniese-450aC" width="300" height="249" class="alignleft size-medium wp-image-40662" /></a><br />
In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C. E in effetti può essere in qualche modo rinfrescante rileggere discorsi pronunciati più di 24 secoli fa da chi aveva davvero contribuito a mettere in piedi un sistema di governo che, con gli imperdonabili difetti di ineguaglianza tra uomini e donne e tra liberi e schiavi che pure lo macchiavano, tuttavia costituì nei secoli un primo modello di quella che venne un po’ alla volta chiamata democrazia.</p>
<p>Naturalmente chi volesse guardare la cosa leggermente più da presso e, come si diceva talvolta, risalire alle fonti, scoprirebbe che tale discorso, pronunciato in verità nel 431, è inserito in una situazione ben precisa, che sarebbe opportuno ricordare con qualche maggiore dettaglio. Maggiore dettaglio che tra l’altro non fa che aggiungere interesse al testo, arricchendolo e permettendone una migliore comprensione. E allora proviamoci.<br />
Era il V secolo, il periodo d’oro della potenza ateniese, <span id="more-40661"></span>vinti i Persiani, Atene conosceva il massimo del suo fulgore. Ma l’anno 431 a.C. fu l’inizio della fine: fu il primo anno della guerra del Peloponneso, quella tremenda guerra tra Greci che sarebbe terminata soltanto nel 404, con la sconfitta della potenza Ateniese a Egospotami, l’abbattimento delle lunghe mura e la resa a Sparta.<br />
La fonte principale che abbiamo per tutta la storia della guerra è <strong>Tucidide</strong> (Atene, ca. 460 a.C. – dopo il 397 a.C.) che scrisse una <em>Guerra del Peloponneso</em> in 8 libri, opera di grande modernità, che staccava nettamente, quanto a metodi e criteri, rispetto alla tradizione storiografica precedente, ad esempio quella di Erodoto. Nel libro II dell’opera, Tucidide comincia a entrare nel merito dello svolgimento delle operazioni belliche, primi sconfinamenti spartani in Attica, scaramucce e battaglie vere e proprie. Gli Ateniesi devono commemorare e additare ad esempio i loro primi caduti, e questa è l’occasione: Pericle ne approfitta per cantare un inno alla potenza e alla fierezza di Atene.<br />
Propongo di leggere con calma il racconto di Tucidide, chiaro, lucido e talvolta, nella rievocazione delle parole di Pericle, con lampi di grande tensione emotiva. Se avrete la pazienza di leggerlo tutto vi accorgerete di quanto sia più ricco, affascinante e insieme politicamente articolato di quanto non lo vogliano far apparire le versioni semplificate che in questi giorni corrono sul filo (o dovrei dire sull&#8217;etere?).<br />
Eccolo:</p>
<p>«Nello stesso inverno gli Ateniesi, secondo il loro costume tradizionale, tributarono onoranze funebri di Stato ai primi caduti di questa guerra. La cerimonia si svolge nel modo seguente: tre giorni prima le ossa dei defunti vengono esposte in un padiglione rizzato per l’occasione, e ognuno presenta al proprio morto offerte a suo piacimento, poi, quando è il momento del funerale, le ossa vengono trasportate su carri, in arche di cipresso; vi è un’arca per ogni tribù, e i resti vengono deposti secondo la tribù di appartenenza d’ognuno. Insieme viene portata una bara vuota, allestita per i dispersi, i cui corpi al momento del recupero delle salme non siano stati trovati. Chiunque lo voglia, cittadino o straniero, può seguire il funerale, e sui luogo della sepoltura sono presenti in pianto anche le donne legate ai caduti da vincoli di parentela. Alle spoglie viene data sepoltura nel sepolcro pubblico, che si trova nella località più bella del circondario di Atene; i caduti in guerra sono stati sempre sepolti lì, ad eccezione dei morti di Maratona, ai quali in considerazione dell’eccezionalità del loro valore fu data sepoltura nel luogo stesso del sacrificio. Una volta che siano coperti di terra, un uomo, scelto dalla città, che sia apprezzato per le sue doti intellettuali e goda del massimo prestigio, pronuncia in loro onore l’elogio funebre che si conviene. Quindi la cerimonia ha termine. Così si svolgono le esequie; e per tutta la durata della guerra, ogni volta che ciò accadde, seguirono quest’uso. In onore di questi primi caduti fu scelto per tenere l’orazione funebre Pericle figlio di Santippo. Egli, quando fu il momento, lasciò il sepolcro e, fattosi avanti, sali su un’alta tribuna per essere udito il più lontano possibile dalla folla. Questo fu all’incirca il suo discorso: </p>
<p>&#8220;La maggior parte di coloro che sino ad oggi hanno qui tenuto l’orazione funebre rendono lode a chi per primo introdusse nella cerimonia tradizionale l’usanza di questo discorso, perché è bello — dicono — che si pronunci l’elogio dei caduti in guerra quando viene data loro sepoltura. A me, in verità, parrebbe sufficiente che uomini i quali hanno dato prova del loro valore con i fatti, con i fatti pure ricevessero gli onori loro dovuti, come appunto vedete sta accadendo oggi in queste esequie ufficiali: la fede nel valore di molti uomini non dovrebbe essere messa a repentaglio dalle maggiori o minori doti oratorie di un singolo. Perché è davvero difficile, quando è arduo persino dare solide basi al concetto che ognuno ha della verità, trovare nel proprio dire la giusta misura. Poiché se chi ascolta è stato testimone dei fatti e nutre sentimenti di benevolenza, può pensare che gli argomenti esposti non rendano un merito adeguato a quel che egli sa e vorrebbe; chi invece non sappia come sono andate le cose può essere indotto dall’invidia, se ciò che ascolta è al di là delle sue forze, a credere che nell’elogio vi sia dell’esagerazione. Le lodi rivolte ad altri sono infatti sopportate solo fino al punto in cui ognuno ritiene di poter essere in grado a sua volta di realizzare qualcosa di quel che ha udito; ciò che invece supera questo limite stimola l’invidia inducendo anche alla diffidenza. Ma dal momento che presso i nostri padri si affermò l’idea che fosse bello concludere così la cerimonia, conviene che anch’io segua questa consuetudine e tenti di venire incontro il più possibile ai desideri e alle aspettative di ognuno.</p>
<p>Prenderò innanzi tutto le mosse dai nostri antenati: in una simile circostanza è giusto e doveroso tributare loro l’onore del nostro ricordo, poiché nel susseguirsi delle generazioni essi ci hanno trasmesso, grazie al loro valore, una terra fino ai nostri giorni libera e abitata sempre dalla stessa gente. I nostri lontani progenitori sono degni di lode, ma ancor più Io sono i nostri padri che, in aggiunta a quel che avevano ricevuto, acquisirono l’intero impero su cui esercitiamo il nostro dominio e penarono per trasmettere anche questo a noi Ateniesi di oggi. Ma la massima espansione dell’impero la si deve a noi che oggi siamo ancora nel pieno della nostra età matura, e siamo stati noi a provvedere la città di tutto, rendendola autosufficiente sia in caso di guerra che ‘in periodo di pace. Ma io tralascerò le imprese di guerra dei padri e nostre, grazie alle quali il nostro impero si è gradatamente esteso, o le operazioni difensive che hanno visto impegnati noi o i nostri padri nel respingere gli attacchi portati da nemici barbari o greci — non voglio far lunghi discorsi davanti a chi queste cose le sa già. Prima di ogni altra cosa voglio invece esporre quali princìpi ispiratori ci abbiano mossi per giungere a tanto, sotto quale forma di governo e con quale modo di vivere sia nata la nostra potenza; solo dopo passerò a rendere l’elogio ai caduti, poiché ritengo che l’occasione sia particolarmente adatta per affrontare questi argomenti, e che sia utile farli intendere a tutta la folla di cittadini e di stranieri che si è radunata. </p>
<p>Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. <strong>Si chiama democrazia, poiché</strong> nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virtù del merito; e poi, d’altra parte, quanto all’impedimento costituito dalla povertà, per nessuno che abbia le capacità di operare nell’interesse dello Stato è di ostacolo la modestia del rango sociale. La nostra tuttavia è una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo Stato, ma anche relativamente ai rapporti quotidiani, di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada, e non per questo lo guarda storto, cosa innocua di per sé, ma che pure non manca di causare pena. Ma, se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza, nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte, per comune consenso minacciano l’infamia.  </p>
<p>Nel nostro lavoro abbiamo provveduto a creare un gran numero di momenti di riposo per ricreare lo spirito, da un lato introducendo la consuetudine di gare e riti sacrificali che celebriamo per tutto l’anno, dall’altro coltivando il gusto di splendidi arredi privati, da cui traiamo un quotidiano diletto che rasserena l’animo. La nostra città è cosi grande che da tutta la terra ci arrivano merci di ogni tipo, e avviene che il piacere riservatoci dal godimento di beni degli altri paesi non ci sia meno familiare del gusto dei prodotti della nostra terra.</p>
<p>Anche nel modo in cui ci prepariamo alle pratiche di guerra siamo diversi dai nostri avversari. Offriamo la nostra città agli altri come un bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno spettacolo, anche se l’assistervi può tornare utile ad un nemico, cui tale visione non sia stata impedita. In realtà più che dei preparativi e degli stratagemmi, noi ci fidiamo del nostro coraggio, di cui diamo prova nell’azione. E ugualmente avviene nell’educazione della gioventù: gli altri già da ragazzi tendono a raggiungere una piena virilità sottoponendosi ad un durissimo addestramento, ma noi, nonostante il nostro modo di vivere più rilassato, non affrontiamo certo con minore ardire pericoli di uguale gravità. E questa ne è la prova: gli Spartani non effettuano da soli una spedizione contro la nostra terra, ma vengono con tutti i loro alleati, mentre, quando noi attacchiamo un altro paese, pur combattendo in terra altrui contro un nemico che lotta in difesa dei propri beni, di solito non facciamo fatica ad avere la meglio Mai nessun nemico si è sinora scontrato con tutte le nostre forze in una volta, perché molti sono impegnati con la flotta ed altri, contemporaneamente partecipano a spedizioni terrestri che hanno di mira obiettivi molteplici. Ma se ingaggiano battaglia con solo una parte di esse, se riportano la vittoria su alcuni di noi, si vantano di averci messi in fuga tutti, e se invece vengono sconfitti, allora — a loro dire — sono stati sopraffatti dalle nostre forze riunite. Eppure se ci disponiamo ad affrontare i pericoli vivendo in modo disteso più che esercitandoci a sostenere le fatiche, e dando prova di un valore che è frutto più di doti naturali che dell’imposizione delle leggi, ne risulta per noi un vantaggio, quello di non patire in anticipo per le afflizioni venture, e di affrontarle poi senza dimostrare un ardire minore di quelli che hanno costantemente penato — è per queste ragioni che la nostra città merita di essere ammirata, e poi per altro ancora. </p>
<p>Amiamo il bello, ma non lo sfarzo, e coltiviamo i piaceri intellettuali, ma senza languori. La ricchezza ci serve come opportunità per le nostre iniziative, non per fare sfoggio quando parliamo. E ammettere la propria povertà non è vergogna per nessuno: ben più vergognoso è piuttosto non darsi da fare per venirne fuori. La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l’attività politica, ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono. Giacché anche in questo siamo differenti: sappiamo dar prova della massima audacia e nello stesso tempo valutare con distacco quel che stiamo per intraprendere; mentre, per tutti gli altri, l’ignoranza spinge all’ardimento, la riflessione induce ad esitare. Ma sarebbe giusto riconoscere la maggior forza d’animo a quelli che, pur conoscendo assai bene sia i pericoli che gli aspetti piacevoli della vita, non per questo si sottraggono al rischio. Anche per nobiltà d’animo siamo all’opposto rispetto ai più; noi non stringiamo le nostre amicizie per ricavarne vantaggi, siamo noi piuttosto a procurarne: il favore del benefattore è sempre più costante, poiché un comportamento benevolo garantisce per sempre la dovuta riconoscenza; chi invece è in debito e deve ricambiare, non è animato da un sentimento altrettanto vivo, poiché sa bene che i servigi che egli potrà rendere a sua volta non verranno considerati come un favore spontaneo ma come il risarcimento di un debito. E siamo i soli a prestare liberamente aiuto agli altri non tanto per calcolo ma piuttosto in pegno di libertà. </p>
<p>In sintesi, affermo che la nostra città nel suo insieme costituisce un ammaestramento per la Grecia, e, al tempo stesso, che da noi ogni singolo cittadino può, a mio modo di vedere, sviluppare autonomamente la sua personalità nei più diversi campi con grande garbo e spigliatezza. E che queste siano non pompose parole di circostanza ma verità di fatto lo prova proprio la potenza della città, che abbiamo raggiunto grazie a queste qualità. Oggi infatti essa è l’unico Stato che ad ogni verifica risulti superiore alla sua fama, l’unico che non susciti nel nemico che l’abbia attaccata un amaro risentimento nel considerare quale sia la causa delle proprie angustie, né scateni il malcontento dei sudditi che si vedono dominati da signori indegni. Grandi sono i segni della sua potenza, non certo priva di attestazioni, che noi abbiamo affidato all’ammirazione dei contemporanei e di quelli che verranno, e non abbiamo bisogno di alcun Omero che canti la nostra gloria né di chi con le sue parole procurerà un diletto immediato, dando però un’interpretazione dei fatti che non potrà reggere quando la verità si affermerà: con la nostra audacia abbiamo costretto il mare e la terra interi ad aprirci le loro vie, e ovunque abbiamo innalzato alle nostre imprese, siano state esse sfortunate o coronate da successo, monumenti che non periranno. Ed è per una tale città che questi uomini hanno affrontato nobilmente la morte in combattimento, ritenendo che non fosse giusto perderla, ed è naturale che ognuno di quelli che restano volentieri per essa affronterà ogni travaglio. </p>
<p>Questo è il motivo per cui così a lungo ho parlato della nostra città: volevo infatti farvi capire, adducendo anche delle prove per dare solide basi al mio elogio di coloro in onore dei quali oggi ho preso la parola, che le ragioni della nostra lotta non sono le stesse che possono animare quelli che non hanno nulla di tutto ciò. Ma di quest’elogio il più è stato ormai detto, poiché la gloria della città a cui ho sciolto un inno rifulge proprio grazie agli alti servigi che questi uomini e altri come loro le hanno reso, e non per molti Greci si potrebbe cogliere, come nel loro caso, un perfetto equilibrio fra fatti e parole. Il valore di questi uomini è provato, a mio avviso, dalla morte che ora essi hanno incontrato: essa è stata per gli uni la prima rivelazione, per gli altri l’ultima conferma. E, pure se alcuni non avevano dato per il resto buona prova di sé, è giusto anteporre a tutto la nobiltà d’animo da loro mostrata in guerra, in difesa della patria, poiché essi hanno cancellato il male col bene, procurando allo Stato un vantaggio maggiore del danno derivante dalle mancanze commesse in ambito privato. Nessuno di loro si è mai comportato da vile preferendo godersi in pace le proprie ricchezze, né ha arretrato dinanzi al rischio per la speranza, che si nutre quando si è poveri, di poter ancora sfuggire a tale condizione di povertà e diventare ricchi. Prendersi la vendetta sul nemico è stato per loro un desiderio più forte delle ricchezze, e questo essi l’hanno considerato al tempo stesso il rischio più esaltante da affrontare; e con esso hanno voluto da un lato prendersi la vendetta, dall’altro esaudire le loro aspirazioni affidando alla speranza l’incertezza del successo futuro, ma nell’azione concreta per l’immediato ritenendo giusto confidare solo in se stessi. E, proprio nel vendicarsi sul nemico, preferendo affrontare il sacrificio estremo piuttosto che salvarsi grazie a un cedimento, hanno evitato una fama vergognosa: hanno fatto fronte all’impresa offrendo il proprio corpo. E nel momento brevissimo in cui si è compiuto il loro destino ed essi hanno lasciato la vita, non il timore ha toccato il culmine, ma la loro gloria. </p>
<p>La grandezza di questi uomini è stata quale si conviene alla nostra città; quelli che restano devono sì fare voti che i loro propositi contro i nemici abbiano una sorte migliore, ma non devono nemmeno ritenere possibile un comportamento più codardo. Non badate solo alle parole che vi illustrano i vantaggi di un agire magnanimo: si potrebbe anche lumeggiarli a lungo — a chi, come voi, li conosce però altrettanto bene — dicendo quanto sia utile difendersi dai nemici. Ma quel che occorre fare piuttosto è considerare nella realtà, giorno dopo giorno, la potenza della nostra città, e innamorarsene; e se vi sembra che sia grande, dovete pensare che ad acquisirla furono uomini capaci di osare, consapevoli dei loro doveri, animati nel loro agire da un vivo senso dell’onore. E se pure talora non avevano fortuna in qualche tentativo intrapreso, avrebbero ritenuto indegno privare la città del loro valore; gliene facevano quindi dono: era il più bello che potessero offrirle, perché donando la loro vita per il bene comune ricevevano come personale compenso l’elogio che il passare degli anni non intacca e la più insigne delle sepolture — che non è quella in cui giacciono i loro corpi, bensì quella ideale in cui la loro gloria resta, sorretta da un ricordo perenne, che si rinnova ad ogni occasione che si dia di parola o di azione. Poiché sepolcro degli uomini illustri è la terra intera [ ἀνδρῶν γὰρ ἐπιφανῶν πᾶσα γῆ τάφος ], e non è solo l’iscrizione sulla stele funeraria posta nel loro paese a parlare di loro, ma anche in terra straniera, un ricordo di cui non v’è traccia scritta vive in ognuno e ne anima lo spirito più che l’agire.»</p>
<p>Da: Tucidide, <em>La Guerra del Peloponneso</em>, edizione con testo greco a fronte a cura di Luciano Canfora, Einaudi-Gallimard 1996, pp. 225-241, la traduzione del libro II è di Mariella Cagnetta.</p>
<p>Ho preferito questa traduzione a quelle che si trovano in rete, ad esempio <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_uno.htm">qui</a> e <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_due.htm">qui</a>. </p>
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		<title>Camera con vista sul male</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 10:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alluvione delle cinque terre]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio montale]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<title>RICORDO DI ALLEN MANDELBAUM</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:08:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926.<br />
A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/29/ricordo-di-allen-mandelbaum/">RICORDO DI ALLEN MANDELBAUM</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926.<br />
A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu quanto di più naturale. Già giovanile traduttore di poeti italiani di lingua ebraica quali Refael da Faenza, Agnelo Dato, Immanuel Romano, i fratelli Frances, negli anni Cinquanta egli si volse con naturalezza all&#8217;apprendistato a Dante, a Virgilio, a Omero, a Ovidio. Da gloss a comment, da comment a interpret, da interpret a expound, da expound a translate.<br />
Come da un&#8217;ideale cassaforte (Mandelbaum adorava Roberto Murolo) fuoriescono oggi gli impressionanti tomi della traduzione integrale dell&#8217;Eneide (con testo a fronte, California U.P., 1972), delle tre Cantiche della Commedia: l&#8217;Inferno nel 1980, il Purgatorio nell&#8217;82, il Paradiso nell&#8217;84 (dapprima presso California, poi con Bantam Books); e ancora l&#8217;Odissea integrale nel 1990, e nel &#8217;93 Le Metamorfosi.<br />
Per illustrare l&#8217;influenza che tali opere ebbero sul pubblico colto di lingua inglese, credo sia sufficiente ricordare la motivazione con cui venne conferito a Mandelbaum nel 1973 il National Book Award per la traduzione dell&#8217;Eneide: &#8220;Magistrale la prosodia di Mandelbaum al servizio di un verso inglese energico ed estremamente duttile, adatto al nostro tempo per l&#8217;implicita consapevolezza dell&#8217;impatto che Virgilio ebbe sulla storia della lingua e della poesia inglese&#8221;.<span id="more-40492"></span><br />
Il modo in cui il poeta riesce a penetrare nella fucina di Dante, di Virgilio e di Omero e a riforgiarne il verso nel novecentesco linguaggio poetico anglo-americano ha del &#8220;miracoloso&#8221;. Lo ha scritto un poeta tra i maggiori della generazione successiva a quella di Mandelbaum, Charles Simic, con specifico riferimento alla traduzione dell&#8217;Odissea: &#8220;A miracle. A lesson in the art of translation and a model (an encyclopedia) for poets. The full range and richness of American English is displayed as never before&#8221;.<br />
Ma leggiamo almeno qualche verso dal IX Libro:</p>
<p>I am Odysseus, Laértës’ son.<br />
Men know me for many stratagems.<br />
My fame has reached the heavens. And my home<br />
Is Ithaca, an island bright with sun.</p>
<p>Esempio più esplicito di ciò che teoricamente si intende per approccio intertestuale all&#8217;atto traduttivo non potrebbe darsi. L&#8217;Omero e il Dante di Mandelbaum sono diventati modello di linguaggio e palestra per chi scrive poesia in ambito nord-americano. Perché versioni come queste sono fatalmente destinate a lasciare l&#8217;impronta nella lingua letteraria, e quindi tout court nella civiltà culturale a cui sono volte. Mandelbaum non considera i classici come monumenti immobili nel tempo: marmorei testi di partenza ai quali contrapporre una moderna versione nella cosiddetta lingua d&#8217;arrivo. (E colgo l&#8217;occasione per proporre che le espressioni &#8220;lingua di partenza&#8221; e &#8220;lingua di arrivo&#8221; vengano definitivamente abolite dal lessico di ogni gentiluomo). Egli vede in un continuo fluire nel tempo Dante, Virgilio e Omero, e in quel costante movimento del linguaggio inserisce il proprio processo traduttivo.<br />
Di veri e propri incontri &#8220;poietici&#8221;, con costruttive intersecazioni tra poetica del tradotto e poetica del traduttore, si può a pieno titolo ancora parlare per le versioni di Mandelbaum che hanno permesso al pubblico di lingua inglese di conoscere l&#8217;opera di Ungaretti (a partire da Vita di un uomo &#8211; Life of a Man &#8211; apparsa nel 1958 presso New Directions), di Quasimodo, di Montale, e ancora di Cardarelli, Giudici, Zanzotto. E sempre attentissimo Mandelbaum a rifuggire da quello che egli stesso in un memorabile saggio definisce il sublime &#8220;clandestino&#8221;. Esemplificandolo magari in una parola breve ma insidiosissima: &#8220;tutto&#8221;/&#8221;all&#8221;. E andandolo a scovare anche in autori grandissimi, da Montale (&#8220;perché tutta la vita e il suo travaglio&#8221;) a Wordsworth: &#8220;And all that mighty heart is lying still&#8221;.<br />
Da un lato quindi &#8211; per Mandelbaum &#8211; il valore della memoria e della storia &#8211; consegnato alle generazioni future per permettere loro di riflettere su ciò che è stato; dall&#8217;altro i dettami di una ferrea disciplina etica e lavorativa, di una &#8220;regola&#8221; capace di insegnare come canalizzare l&#8217;energia creativa, perché il savantasse non oscuri con il dito la luna e il sapiente possa continuare a penetrare l&#8217;universo &#8220;nel ciel che più de la sua luce prende&#8221;.<br />
Ad Allen Mandelbaum ero legato da profonda amicizia fin dal 1988, quando egli partecipò in qualità di guest-speaker al convegno “La traduzione del testo poetico” che organizzai presso l’Università di Bergamo, dove all’epoca ero professore associato. L’incontro con Allen fu determinante per le mie successive scelte di ricerca e accademiche, con la fondazione della rivista Testo a fronte, e Allen nel Comitato Direttivo sin dalla fondazione. E i suoi preziosi consigli che negli anni sono continuati a giungere, anche se ultimamente solo da Oltreoceano.<br />
Emblematico di quei primi anni di vita della rivista fu l’invito che insieme a Emilio Mattioli ricevemmo da Gianfranco Folena a Monselice nel 1992 per presentare Testo a fronte e illustrarne i primi numeri. Siedevamo noi quattro dietro quell’imponente tavolo in una domenica mattina di primavera e io – lo ricordo bene – per qualche istante fui perfettamente felice. Folena, al termine delle relazioni, ci confessò: “Ormai resisto solo cogli analgesici”. E fu il primo ad abbandonare la partita. Seguito da Mattioli. E ora da Mandelbaum.<br />
Potete dunque immaginare la mia commozione, oggi. Ricordo che, quando nel 2003, a Santo Stefano Belbo, mi venne attribuito il Premio Cesare Pavese per il volume Del maestro in bottega, il pensiero che in quelle stanze, con quelle stesse persone, due anni prima lo stesso Allen era stato, mi accompagnò per tutta la giornata. Quella era stata la sua ultima volta in Italia. Poi il cuore non gli permise più di varcare l’oceano in aereo.<br />
E proprio con un testo poetico di Allen che porta un’epigrafe da Cesare Pavese, desidero concludere questo mio ricordo.</p>
<p>SLOWLY</p>
<p>“Nail Drives Out Nail, but Four Nails Make a Cross”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Slowly,<br />
he amassed<br />
his poverty:<br />
of faith and hope, of courage and<br />
of caritas,<br />
wrote I.<br />
O. U.’s to<br />
everyone;<br />
of his own<br />
substantial<br />
capital,<br />
uncertain:<br />
where it<br />
lay hid,<br />
or whether<br />
it existed</p>
<p>LENTAMENTE</p>
<p>“Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Lentamente<br />
Accumulò<br />
La sua povertà<br />
Di fede speranza coraggio e carità,<br />
Firmando<br />
A tutti<br />
Cambiali<br />
E pagherò.<br />
Del suo<br />
Sostanzioso<br />
Capitale,<br />
Incerto:<br />
Dove stesse<br />
Nascosto<br />
O tanto meno<br />
Se esistesse.</p>
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		<title>Bunker Hill</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 16:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/card.jpg"></a></p>
<p><strong>Cartolina dalla Bosnia</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p>Mi affretto per vedere, prima della chiusura, l’evento culturale dell’anno 2011 in Europa, la mostra d’arte contemporanea. Dopo un’oretta di pullman, da Sarajevo, arrivo nella città di Konjic. L’esposizione è allestita <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Biennale-anti-atomica">nel bunker antiatomico di Tito</a>, rimasto segreto per sessant’anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/bunker-hill/">Bunker Hill</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/card.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/card-300x211.jpg" alt="" title="card" width="300" height="211" class="alignleft size-medium wp-image-40534" /></a></p>
<p><strong>Cartolina dalla Bosnia</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p>Mi affretto per vedere, prima della chiusura, l’evento culturale dell’anno 2011 in Europa, la mostra d’arte contemporanea. Dopo un’oretta di pullman, da Sarajevo, arrivo nella città di Konjic. L’esposizione è allestita <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Biennale-anti-atomica">nel bunker antiatomico di Tito</a>, rimasto segreto per sessant’anni. Mentre aspetto l’ora di visita guidata, mi siedo sul muretto dell’edificio del Kulturni dom (La casa della cultura). Un palazzo costruito negli anni Sessanta, semplice ed elegante, innalzato sulla sponda destra del fiume, ben integrato con l’ambiente, oggi però è trascurato, maltenuto, semivuoto. Peccato, penso. Dall’altra parte della strada stanno costruendo un mostro di cemento, acciaio e vetro. È ingombrante per il luogo, non ha nessuna bellezza, sarà un altro degli innumerevoli centri commerciali. In BiH non si produce più niente, si commercia solo.<br />
<span id="more-40532"></span><br />
Dopo un po’ arriva un’anziana e si siede accanto a me. Un attimo, ed eccone un’altra che si accomoda vicino. Sono delle donne paesane, della campagna, tutte e due con il fazzoletto sulla testa, una di colore nero l’altra variopinto, il che vuole dire che una è musulmana e l’altra cattolica. Chiacchieriamo. Sono dei due villaggi vicino, aspettano l’autobus per tornare a casa. Tutte e due vivono da sole, i figli sono altrove, emigrati oppure spariti o uccisi durante la guerra. Le nonnine sospirano in modo identico quando gli chiedo come è andata con la guerra, (nei loro villaggi prima i croati hanno compiuto massacri e poi i musulmani per vendetta). Con malinconia parlano della solitudine. A una s’illumina il viso quando parla di una capra: <em>“Non era come le altre, mi guardava dritto negli occhi, quella capiva tutto”</em>. Poi ci spiega che è arrivato il figlio dalla Norvegia e l’ha convinta di dare via la capra. “<em>Ma me ne prenderò un’altra”</em>, afferma con la voce insicura, come se stesse cercando di darsi coraggio o di convincere se stessa. Guardo quelle due donne, una cattolica l’altra musulmana, si parlano, si capiscono, tutte e due mangiano il burek, e hanno destini simili, la stessa solitudine e lo stesso abbandono.</p>
<p>Arrivo davanti all’entrata del bunker antiatomico, cioè una casa come tutte le altre intorno. Il posto è idilliaco, niente preannuncia che da là si entra nel rifugio blindato, cinquemila metri quadrati scavati nella montagna a 300 metri di profondità. Il segreto del bunker fu svelato all’inizio della guerra degli anni novanta, perché quelli che avevano giurato il silenzio non si sentivano più vincolati al paese che si stava disintegrando, la Jugoslavia.</p>
<p>Il gruppo è composto da una ventina di tedeschi che fanno parte delle forze internazionali in BiH. Tito non era mai stato personalmente nel bunker, e adesso ecco ci sono i soldati di un paese che, in teoria, la Jugoslavia temeva e contro i quali si proteggeva costruendo fortezze come questo bunker. Un altro gruppo è costituito da montenegrini, poi sei sloveni, uno studente italo-tedesco e due di Banja Luka. Un ufficiale dell’esercito bosniaco ci spiega, un po’ annoiato, cosa stiamo per vedere. È alto e robusto. Noto che la sua divisa, a differenza degli ufficiali dell’ex armata popolare jugoslava (JNA), non è in perfetto ordine. Hmmm, forse meglio, perché erano proprio quelli perfettini, in uniforme, a seguire ciecamente gli ordini anche quando si trattava di attaccare il proprio popolo.</p>
<p>Il posto è da favola, arredato, ben curato, tutto funziona: le sale, le camere, i bagni, gli uffici, le stanze con vari macchinari e sistemi che permettono la sopravvivenza nel luogo per sei mesi senza alcun bisogno del mondo esterno. Alcuni soldati tedeschi si sdraiano su letto di Tito, uno si guarda allo specchio nella stanza della first lady, altri toccano i vecchi macchinari stampa. In una stanzetta l’aggeggio che ti permette di registrare e riascoltare subito la voce. Scherziamo e io, abbracciata con uno certo Boris di Banja Luka, mi ritrovo a cantare “<em>druze Tito mi ti se kunemo”</em> (Compagno Tito, ti giuriamo di non abbandonare la tua strada).<br />
L’ufficiale che ci fa da guida è preciso quando parla dei dettagli che riguardano il bunker, mentre sull’esposizione di arte contemporanea non si sofferma, si limita a dire <em>“sì, quello là è di tizio…”</em> non gli interessa, non capisce e non cerca neanche di coinvolgerci.</p>
<p>Finita la visita, dopo due ore e mezza, mi preparo per tornare a Sarajevo. Gli sloveni mi offrono un passaggio in pullman, ci vanno per una breve visita perché già l’indomani hanno in programma di fare rafting sul fiume Neretva. Scherziamo, gli offro da assaggiare il formaggio torotan, comprato al mercato locale. È una specialità erzergovese, un formaggio fresco di capra, ottimo. Lo prendiamo direttamente dal sacchetto con le mani, e questo gesto &#8211; che non si deve fare &#8211; ci fa sentire complici. Ridiamo. Mi invitano ad andare con loro l’indomani a fare rafting, li avverto che il livello della Neretva è ai minimi storici. “Non fa niente, è bello lo stesso, quello che conta è la compagnia, poi si mangia bene”, ribadiscono. Non ho né l’attrezzatura né il guardaroba necessario. Telefono, e dall’altra parte una voce amichevole, uno dei tanti organizzatori di rafting, mi assicura che “basta venire”, tutto il resto viene dato dagli organizzatori.</p>
<p>A Sarajevo sono tutti fuori, letteralmente e simbolicamente. Il tempo è bello, le vie sono piene di gente sorridente, spensierata come se tutto andasse a meraviglia in questo paese che, secondo i politici internazionali, rischia la decomposizione.<br />
Sono sulla via Ferhadija, là dove a causa dei tavolini dei numerosi bar messi fuori, si riesce a malapena a passare. “Se vuoi vedere o incontrare qualcuno, appostati in quella zona”, mi hanno detto. Appena mi siedo: bingo! Arriva Gordana Knezevic, amica e collega, la mitica redattrice del quotidiano “Oslobodjenje”, proclamata eroina del giornalismo nel 1992 (International Women&#8217;s Media Foundation Courage in Journalism Award ). Non ci vediamo da otto anni. Lei, emigrata in Canada, adesso è a Praga dove fa la direttrice di Radio Free Europa. È a Sarajevo da appena due ore. Urli di gioia, abbracci. I curiosi ci guardano. Dopo, uno dal tavolo vicino, mi dice che scene come queste sono frequenti nei mesi di luglio e agosto. “Diaspora”, conclude quello, con una certa antipatia. In Bosnia, dopo i nazionalisti serbi (cetnici), i più odiati sono i bosniaci emigrati altrove, cioè la gente come me. Le stesse parole/accuse le sento da mia sorella, anche se lei stessa è stata profuga in Germania per due anni.<br />
Poi passa Mladen Jelacic, ma tutti lo conoscono come Troka. Negli ultimi quarant’anni non c’è bambino a Sarajevo che non abbia una foto con Troka: è il nostro “Babbo Natale”. È il suo mestiere e fu personalmente colpito quando le autorità del partito musulmano SDA avevano proibito il “Babbo Natale”, con il pretesto che si trattava di un’usanza estranea ai bosniaci. Io e Troka ci siamo visti l’ultima volta circa vent’anni fa, sulla spiaggia nudista a Dubrovnik. Stavo sdraiata sulla pancia, e quando mi sono girata ho visto Troka accanto. “<em>Ehilà, scusa, non ti ho riconosciuta dal fondoschiena”</em>. In questi anni, ogni volta che mi ricordavo di lui, ridevo su questa battuta. La figlia di Troka, con gravi problemi di salute, sta facendo delle cure in Italia. Gli italiani si sono sbrigati ad aiutarla, e questo fatto ha inspirato il collega Zlatko Dizdarevic a scrivere che “<em>ogni persona deve avere almeno due patrie, quella di origine e l’Italia, come seconda”.</em></p>
<p>Poi, sorpresa delle sorprese, passa Selma. Viveva “da sempre” a Belgrado, ed eccola qui, cittadina di Sarajevo. È disperata. “<em>Non mi abituerò mai a questa città, stretta, con solo due vie principali, ma non potevo più vivere in mezzo a quelli (i serbi) che ci hanno fatto la guerra”</em>, dice.<br />
Il rumore della strada è talmente forte che mi devo avvicinare per sentire quello che mi stanno dicendo. Ciononostante un suono sottile, ma penetrante, sopraggiunge da non lontano. Troka mi dice che davanti alla “fiamma eterna” Enjo Hadžiomerspahić, direttore generale di Ars Aevi, sta suonando il flauto. Protesta Enjo con un happening artistico, chiede simbolicamente l’elemosina perché le autorità bosniache da vent’anni promettono di procurare uno spazio per la galleria d’arte moderna. Enjo è conosciuto al pubblico internazionale come autore del progetto Ars Aevi, che ha spinto i più importanti pittori contemporanei a donare le proprie opere a Sarajevo. Costituita durante la guerra come resistenza di cultura, la collezione contiene oltre 120 opere di noti artisti mondiali tra cui Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Joseph Beuys, Braco Dimitrijević e Joseph Kosuth. La genesi di quest’opera visionaria è lunga due decenni. Tutto cominciò durante l’assedio di Sarajevo. Mentre sulla città piovevano le bombe, un gruppo di intellettuali immaginò un’utopia: “<em>Sembrava folle parlare di un futuro museo in quei giorni nei quali nessuno di noi sapeva se un minuto o un’ora dopo sarebbe stato ancora vivo”</em>, spiega Enjo. Oggi la collezione ha un valore inestimabile, ma manca il posto per custodirla ed esporre le opere.</p>
<p>La stessa sera, sulla terrazza dalla quale si estende una meravigliosa vista sulla città, con un gruppo di amici facciamo una grigliata. Il vino fa il suo: dopo un po’ litighiamo su cosa è più importante per Sarajevo, la galleria d’arte contemporanea, che non c’è, oppure la pinacoteca nazionale chiusa dopo sessant’anni di esistenza, per mancanza di fondi. <em>“È una tragedia nazionale”</em> afferma Momo, un veterano dell’ultima guerra. Per tre anni e mezzo aveva combattuto, a sue parole, “<em>per la Bosnia”</em>. <em>“Ma è questo il mondo per il quale rischiavo la vita …?”,</em>  si chiede, e ci chiede. Poi comincia a piangere, e la serata finisce.</p>
<p>Quest’anno è piovuto poco in BiH, l’estate è stata lunga e calda e, di conseguenza, le prugne sono piccole. Ma gustosissime. Alcuni si lamentano perché non c’è niente per l’esportazione, ma molti sono contenti. Ce ne saranno di più per la rakija, la grappa fatta in casa. Ogni anno, in questo periodo, tutta la Bosnia, per la costernazione dei mullah locali, profuma di rakija. Il famoso giornalista Boris Dezulovic scrive, con superba ironia, che “<em>i bosniaci con la riscoperta dell’islam sono pronti a ritornare nelle moschee, a pregare cinque volte al giorno, a fare il pellegrinaggio, a rinunciare al prosciutto e alla carne di maiale, a espellere Babbo Natale, a non ascoltare più il rock n’roll; acconsentono a lasciarsi crescere la barba, ad avvolgere le donne in lenzuola, sono disposti a rinunciare a tutto, tranne che alla rakija”</em>.</p>
<p> Al mercato di frutta e verdura i banchi scricchiolano sotto il peso delle prugne. Un chilo cinquanta centesimi. Spesso i venditori al mercato hanno un aspetto diverso dai contadini dei dintorni di Sarajevo. Si distinguono perché sono più alti, più robusti e tra di loro molti hanno gli occhi azzurri. Parlo, scopro che vengono in gran parte dalla Bosnia orientale, dai bellissimi e fertili luoghi lungo il fiume Drina. Sono i musulmani “ripuliti” da Višegrad, Foca, Goražde, Srebrenica, Cerska. Le loro case sono state distrutte, ma molti di quelli che incontro hanno ancora là vasti terreni e boschi. “<em>Mi fanno pressione di venderli (i serbi) ma finché sono viva no, non gli vendo la terra dei miei antenati”</em>, dice una che prima della guerra faceva la maestra di scuola elementare; adesso vende la frutta che raccoglie nel proprio frutteto a duecento chilometri dalla capitale. I suoi figli sono cresciuti a Sarajevo, non hanno intenzione di tornare dove sono nati, ma lei si sente a casa solo là.</p>
<p>Un’amica, Ferida Durakovic, una poetessa, torna da Belgrado, e mi parla di come sia stata accolta calorosamente e come i partecipanti del congresso mondiale del PEN CLUB (l’associazione mondiale degli scrittori), compresi i serbi, hanno salutato con un lungo applauso la proposta di fare Sarajevo, nel 2014, capitale culturale d’Europa. Il tassista, al quale esitava di dire da dove arrivava, le aveva detto rassegnato: “<em>Ci hanno ingannato tutti”</em>. Un altro amico, un giudice in pensione, torna entusiasta dal raduno degli amici della montagna, tenutosi a Spalato, in Croazia. “Venivano da tutta l’ex Jugoslavia, e ci siamo divertiti tantissimo, ho fatto una nuova amicizia, c’è un amore in vista”, racconta e fa i piani per i futuri incontri.<br />
Penso alle due vecchiette, una cattolica e l’altra musulmana che si capiscono e condividono la stessa sorte, penso a Boris, il serbo che canta con me, agli applausi nel centro di Belgrado a favore di Sarajevo, all’amicizia nata a Spalato…. E mi chiedo: “<em>Ma chi ha fatto la guerra? E perché?”<br />
</em></p>
<p>Articolo pubblicato anche sull&#8217;<a href="http://www.balcanicaucaso.org/">Ossevatorio Balcani e Caucaso</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/bunker-hill/">Bunker Hill</a></p>
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		<title>DIRITTI NEGATI</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/22/diritti-negati/</link>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 04:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Tiziano Soresina</p>
<p>Il questore di Reggio ha già detto no alla richiesta<br />
Il matrimonio gay non è valido in Italia, ma da ieri sul tavolo del giudice civile di Reggio Emilia Domenica Sabrina Tanasi c’è un ricorso per ottenere un permesso di soggiorno come familiare di cittadino comunitario che, indirettamente, potrebbe aprire un varco anche nel nostro Paese alle nozze fra omosessuali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/22/diritti-negati/">DIRITTI NEGATI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziano Soresina</p>
<p>Il questore di Reggio ha già detto no alla richiesta<br />
Il matrimonio gay non è valido in Italia, ma da ieri sul tavolo del giudice civile di Reggio Emilia Domenica Sabrina Tanasi c’è un ricorso per ottenere un permesso di soggiorno come familiare di cittadino comunitario che, indirettamente, potrebbe aprire un varco anche nel nostro Paese alle nozze fra omosessuali.<br />
Un caso-pilota maturato a Reggio, perché è reggiano il libero professionista 42enne che per lavoro si è recato tempo fa in Spagna, dove si è innamorato di un più giovane uruguaiano (30 anni), poi sposato nel marzo 2010 a Palma di Maiorca. Ora, però, la coppia si trova a Reggio e lo straniero ha chiesto il permesso di soggiorno, facendo riferimento al decreto legislativo n 30 del 2007 (in attuazione di una precisa direttiva comunitaria) che prevede “il diritto dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente sul territorio degli Stati membri”. La richiesta è stata, per ora, respinta dal questore Domenico Savi.<span id="more-40439"></span><br />
Il “no” del questore non ha fatto però demordere la coppia che, tramite gli avvocati Mario Di Frenna e Giulia Perin, ha presentato un ricorso su cui ora si dovrà esprimere il giudice Tanasi. E dopo queste schermaglie mai ufficializzate – da quanto si sa, fonte di sofferenza per i protagonisti – il caso è “esploso” ieri in tribunale. In aula sono presenti i due sposi: eleganti, con un po’ d’ansia, uno dei due accompagnato dalla madre. I loro due avvocati sollevano, in udienza, un profilo d’incostituzionalità relativo all’articolo 2 del citato decreto del 2007 che non prevede fra le unioni tutelate quella tra persone dello stesso sesso («il partner che abbia contratto – recita l’articolo in questione – con il cittadino dell’Unione europea un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante»).<br />
In aula nessuna traccia del Ministero dell’Interno contro cui è stato fatto il ricorso: non si è costituito. Il giudice deciderà entro un mese: se considererà manifestamente infondata l’illegittimità costituzionale avanzata, respingerà il ricorso; se il magistrato riterrà, invece, fondata la questione trasmetterà gli atti alla Corte Costituzionale. E allora&#8230;</p>
<p>Da La Gazzetta di Reggio 18/10/11</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/22/diritti-negati/">DIRITTI NEGATI</a></p>
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		<title>ZANZOTTO</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 11:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[poesia italiana del 9oo]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzione poetica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>data l&#8217;eccezionalità dell&#8217;evento e l&#8217;emozione che provo, vengo meno alle regole di buona educazione indiana.</p>
<p>NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO</p>
<p>MAGARI DA ME SI COPIASSE</p>
<p>TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO</p>
<p>Andrea Zanzotto</p>
<p>&#160;</p>
<p>Lo voglio ricordare in piena attività, capace di scandalizzarsi e di stizzirsi, come quando mi scrisse questa lettera, pubblicata su Testo a fronte n 22, I semestre 2000.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/zanzotto/">ZANZOTTO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>data l&#8217;eccezionalità dell&#8217;evento e l&#8217;emozione che provo, vengo meno alle regole di buona educazione indiana.</p>
<p>NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO</p>
<p>MAGARI DA ME SI COPIASSE</p>
<p>TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO</p>
<p>Andrea Zanzotto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo voglio ricordare in piena attività, capace di scandalizzarsi e di stizzirsi, come quando mi scrisse questa lettera, pubblicata su Testo a fronte n 22, I semestre 2000.<span id="more-40389"></span></p>
<p>Pieve di Soligo TV, 31 ott. 99</p>
<p>Caro Buffoni,<br />
sempre più spesso vedo apparire traduzioni di scritti poetici senza testo a fronte. E&#8217; terribile l&#8217;implicito che c&#8217;è in una simile tendenza, soprattutto quando si tratta di confronti fra lingue &#8220;europee&#8221;.</p>
<p>Qui si dà per scontato che se sono in gioco lingue molto lontane (o abbastanza tristemente lontane per la media dei lettori anche colti) da sempre si è affidati a una vaga speranza di aver fortuna.</p>
<p>Sul &#8220;legame musaico&#8221; destinato comunque a saltare quasi del tutto, salvo rare e famose eccezioni, il soccorevole e necessario spazio del testo a fronte ha una parte essenziale, e serve anche a tener viva la consapevolezza che le lingue non sono solo strumenti, ma strutture antropologiche.</p>
<p>Scusami se vengo a tirar fuori argomenti simili con te che ne sei particolarmente edotto. Ma il disordine, il vero caos che si sta producendo, cresce a vista d&#8217;occhio, più marcio dei mostruosi grammelot, (non) dialetto e (non) inglese, che qui in Italia ci assediano perfino dalle insegne dei negozi.</p>
<p>Io mi son visto tradurre &#8220;Pasque&#8221;, e bene, per vederlo poi apparire senza testo con un editore quasi fantasma, ed oggi, mentre da Gallimard filtra l&#8217;intenzione di pubblicare un&#8217;antologia generale del mio lavoro senza testo a fronte (e Donzelli ha pubblicato Waterhouse senza testo, come avrai visto, e lascio perdere altri casi) mi pare che sarebbe giusto fare qualcosa per evitare quella che sarebbe l&#8217;emarginazione della res poetica in quanto tale. Non so.</p>
<p>Immagino che tu abbia già idee sul fenomeno, ben più chiare delle mie, anche per l&#8217;immediata conoscenza dei casi e dei problemi derivante, oltreché dall&#8217;interiore sensibilità ed esigenza, dalla tua specializzazione.</p>
<p>Io purtroppo mi trovo fuori della possibilità di aprire adeguatamente il discorso e anche di svilupparlo &#8230; omissis&#8230;</p>
<p>Sappimi dire, ti prego, qualcosa su una realtà che mi sembra (insieme a tante altre anche peggiori che ci assediano) desolante, e su una possibile forma di intervento&#8230;<br />
Cari saluti e auguri<br />
Andrea Zanzotto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO</p>
<p>MAGARI DA ME SI COPIASSE</p>
<p>TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO</p>
<p>Andrea Zanzotto</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/zanzotto/">ZANZOTTO</a></p>
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		<title>IL NOBEL A TRANSTRÖMER</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 12:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>“Sono convinto che Tomas Tranströmer sia in assoluto uno dei più grandi poeti viventi”, scrivevo nel 1999 nelle note conclusive a Songs of Spring, il mio quaderno di traduzioni edito da Marcos y Marcos (premio Mondello 2000).<br />
Gioisco di questo riconoscimento che l’Accademia di Svezia ha finalmente deciso di tributare a Tranströmer (se ne parlava da anni, ma finiva sempre col prevalere il pudore, trattandosi di un “connazionale”).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/il-nobel-a-transtromer/">IL NOBEL A TRANSTRÖMER</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>“Sono convinto che Tomas Tranströmer sia in assoluto uno dei più grandi poeti viventi”, scrivevo nel 1999 nelle note conclusive a Songs of Spring, il mio quaderno di traduzioni edito da Marcos y Marcos (premio Mondello 2000).<br />
Gioisco di questo riconoscimento che l’Accademia di Svezia ha finalmente deciso di tributare a Tranströmer (se ne parlava da anni, ma finiva sempre col prevalere il pudore, trattandosi di un “connazionale”). Mi rammarico soltanto di non avere Songs of Spring nell&#8217;archivio informatico. Ciò mi impedisce di riproporre qui tutte le traduzioni da  Tranströmer che allora pubblicai. Ne ricopio una, si intitola</p>
<p>I RICORDI MI VEDONO</p>
<p>Una mattina di giugno in cui era troppo presto<br />
Per svegliarmi ma troppo tardi per riprendere sonno,</p>
<p>Devo uscire nel verde che è colmo<br />
Di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.</p>
<p>Non si vedono, si fondono completamente<br />
Al paesaggio, perfetti camaleonti.</p>
<p>Sono così vicini che li sento respirare<br />
Benché il canto degli uccelli dia stupore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/il-nobel-a-transtromer/">IL NOBEL A TRANSTRÖMER</a></p>
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		<title>LEZIONE UE PER POLITICANTI ITALIANI</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/lezione-ue-per-politicanti-italiani/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 13:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Parlamento europeo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Enzo Cucco</p>
<p>I gruppi politici del Parlamento Europeo: Popolare, Socialista, Liberal-democratico, Verde, Comunista e Conservatore/Riformista hanno depositato il 23 settembre, su iniziativa dell&#8217;intergruppo Lgbt al Parlamento Europeo, una risoluzione sui diritti umani, l&#8217;orientamento sessuale e l&#8217;identità di genere che rivolge una particolare attenzione alle discussioni che si terranno nella prossima primavera alle Nazioni Unite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/lezione-ue-per-politicanti-italiani/">LEZIONE UE PER POLITICANTI ITALIANI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Enzo Cucco</p>
<p>I gruppi politici del Parlamento Europeo: Popolare, Socialista, Liberal-democratico, Verde, Comunista e Conservatore/Riformista hanno depositato il 23 settembre, su iniziativa dell&#8217;intergruppo Lgbt al Parlamento Europeo, una risoluzione sui diritti umani, l&#8217;orientamento sessuale e l&#8217;identità di genere che rivolge una particolare attenzione alle discussioni che si terranno nella prossima primavera alle Nazioni Unite.<br />
Da sottolineare in particolare l&#8217;adesione del gruppo del Partito Popolare Europeo a tale iniziativa, che dimostra come l&#8217;ipocrita e omofoba opposizione di PDL e UDC a qualunque iniziativa per proteggere i diritti delle persone Lgbt a livello nazionale sia sconfessata anche dalla linea politica del loro corrispondente partito europeo.<span id="more-40134"></span><br />
La risoluzione UE, citando positivamente la risoluzione ONU A/HRC/17/19 sui diritti Lgbt da parte del Consiglio dei Diritti Umani, esprime la costante preoccupazione del Parlamento Europeo per le violazioni dei diritti umani delle persone Lgbt nel mondo, invita gli organismi internazionali a continuare ad agire in particolare in occasione delle discussioni che si terranno nella primavera 2012 all&#8217;ONU sull&#8217;orientamento sessuale, chiede all&#8217;Alta Rappresentante dell&#8217;UE per la politica estera ed agli Stati membri di promuovere sistematicamente il rispetto dei diritti umani delle persone Lgbt, agli Stati membri di implementare le raccomandazioni della relazione dell&#8217;Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE sull&#8217;omofobia, nonché alla Commissione di lanciare una roadmap contro l&#8217;omofobia, la transfobia, la discriminazione basata sull&#8217;orientamento sessuale e l&#8217;identità di genere.<br />
Durante i lavori del prossimo Congresso nazionale dell&#8217;Associazione Radicale Certi Diritti, che si svolgerà a Milano il 3 e 4 dicembre 2011 è prevista una specifica sessione sul tema dei diritti Lgbt nel mondo, anche con riferimetno alle iniziative promosse all&#8217;Onu.<br />
Per ricevere la NewsLetter di Certi Diritti:<br />
www.certidiritti.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/lezione-ue-per-politicanti-italiani/">LEZIONE UE PER POLITICANTI ITALIANI</a></p>
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