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	<title>Nazione Indiana &#187; incisioni</title>
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		<title>Per Roberto Roversi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 06:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca. Senza alcuna guida stavo colmando i vuoti, scovavo i libri come un rabdomante. Ad un tratto il tram si bloccò, si bloccarono tutti i tram di Milano e gli autobus e le macchine. Correvano solo le ambulanze. La gente dovette scendere e continuare a piedi, senza sapere perché. Si diceva di una fuga di gas, che fosse scoppiata una banca.<span id="more-41507"></span></p>
<p>La nostra memoria personale è connessa alla memoria collettiva per i tramiti più vari. Per me quel giorno <em><strong>è</strong></em> il libro di Roversi. Un libro sul quale sarei tornato tante volte negli anni successivi. Quella “liberazione” tradita: Campoformio come metafora della Resistenza scempiata&#8230;</p>
<p>Undici anni più tardi, nell’agosto del 1980, ero appena diventato ricercatore e mi trovavo in Inghilterra con un gruppo di studenti: nel cosiddetto long weekend stavamo visitando il Galles, ci trovavamo in un villaggio sopra una scogliera con l’intenzione di salire al castello. Al mattino, nel bed&amp;breakfast che ci accoglieva, ad un tratto vidi incupirsi lo sguardo del ragazzo che mi stava di fronte. Nei suoi occhi &#8211; come la sorella di Alice che negli occhi di Alice “vede” il sogno &#8211; vidi l’orrore. Si alzò di scatto. Il televisore muto gli rimandava dallo specchio sulla parete una cartina d’Italia, con una piccola stella rossa che si illuminava a intermittenza in mezzo all’Emilia-Romagna. Dopo qualche minuto ritornò: “Prof, se in Italia c’è il colpo di stato io resto in Inghilterra a fare l’esule”.</p>
<p>I treni partivano<br />
i treni arrivavano<br />
“al mare” dicevano i treni<br />
“alla montagna” dicevano i treni.<br />
I treni ridevano<br />
cantavano<br />
erano felici i treni.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Il cielo era con nuvole azzurre<br />
all’improvviso<br />
il cielo è diventato nero<br />
il cielo è diventato fuoco<br />
il treno non è più partito<br />
il treno non è più arrivato<br />
il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>A un tratto il cielo<br />
il cielo<br />
è diventato di fuoco<br />
i bambini piangevano<br />
le mamme gridavano<br />
stesi per terra in silenzio<br />
uomini donne bambine<br />
mentre il sangue cadeva dal cielo.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Le nubi non erano più bianche<br />
erano rosse di sangue<br />
erano nere di fumo.<br />
Poi il tempo è passato<br />
i morti sono ancora con noi<br />
con noi in partenza col treno<br />
al mare in montagna.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascolto<br />
ascolto<br />
ascolto<br />
Quello che vola lassù:<br />
ci porta in vacanza<br />
al mare o in montagna<br />
fra le nuvole bianche<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate guardate<br />
guardate la grande nave<br />
passare<br />
le onde<br />
le onde calde del mare<br />
nuotare<br />
andiamo al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate<br />
ascoltate<br />
guardate<br />
il treno<br />
che arriva a Bologna<br />
noi nella stazione aspettare<br />
allegri per correre al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Quando ascoltai questi versi &#8211; composti da Roversi per il trentunesimo anniversario della strage, e letti dal palco in piazza Medaglie d&#8217;oro a Bologna dall&#8217;undicenne Farhana e dal quattordicenne Marco, con ottantacinque ragazzi di Marzabotto che rispondevano gridando: &#8220;Mai più&#8221; &#8211; mi vennero subito in mente lo sguardo di quel mio studente in Galles e la sua frase. E mi chiesi: “Ma poi c’è stato, o non c’è stato, il colpo di stato in Italia?”</p>
<p>Certo, non c’è stato il colpo di stato con i carri armati, ma l’occupazione della Rai è avvenuta, quella del Quirinale è stata tentata, la volontà di sottomettere il giudiziario all’esecutivo è stata esplicitata, l’irrisione del legislativo è in atto&#8230; Con le proposte, i tentativi “ungheresi” di cambiamento della Costituzione, di trasformazione del XXV Aprile nella Festa della Libertà&#8230; per annacquarlo in una generica festa riecheggiante quel “Popolo delle Libertà” all’interno del quale sono confluiti i post fascisti&#8230;</p>
<p>Io sono nato nel 1948, ho l’età della Libreria Palmaverde. E della Costituzione Italiana&#8230; Ma quando anni fa un quotidiano mi chiese di scrivere dei versi sulla nostra Costituzione, mi sentii smarrito. Certo, l’idea mi attraeva, ma l’”ispirazione” era a zero. La nostra Costituzione, pensavo, non ci dà lo slancio di un “pursuit of happiness”, che da solo basta a sorreggere un bell’afflato poetico. La nostra Costituzione è pragmatica, rigorosa, responsabilizzante. Allora mi rifugiai in un vecchio Dizionario enciclopedico inglese d’epoca vittoriana, che qualche idea ogni tanto è ancora capace di darmela, e cercai la definizione di “costituzione”. Avevo compiuto un passo avanti, ma ancora la poesia non c’era. Poi pensai a qualcuno che sarebbe stato felice di leggerla, questa nostra Costituzione, e di vederla promulgata&#8230; La mia riflessione grata andò ad Amendola, a Matteotti&#8230; Poi, col pensiero a Gobetti, capii che ce l’avevo fatta. Perché Gobetti, che aveva lo stesso sguardo acceso di quel mio antico studente, nella sua breve vita e senza mezzi, prima che gli scherani fascisti venissero ad aspettarlo sulle scale per massacrarlo di botte, era riuscito ad essere anche editore&#8230; di poesia. Aveva pubblicato <em>Ossi di seppia</em>, Piero Gobetti.</p>
<p>Dedico dunque a Roberto Roversi, nel comune sentire civile, nella comune passione per la “decenza”, questi versi, ringraziandovi per avermi chiamato a partecipare a questo omaggio a lui e alla sua opera.</p>
<p><em><strong>Alla Costituzione Italiana</strong></em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
- La felicità degli uomini -<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>NOTA<br />
Roma, Salone Borromini, Biblioteca Vallicelliana, 26 gennaio 2012. Incontro su “Roberto Roversi: Poesia e passione civile”, organizzato da Federica Taddei e condotto da Massimo Raffaeli. Tra i partecipanti Antonio Bagnoli, Fabio Moliterni, Bianca Maria Frabotta, Davide Nota (il cui intervento verrà pubblicato su Nazione Indiana, mercoledì 15 febbraio).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
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		<title>Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">qui</a>, facevo sopratutto riferimento a forme di narrazione audio-video tipiche del documentario. Caminiti prende invece in considerazione un ampio spettro di letteratura di finzione. ]</em></p>
<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>* Nella <em>Compagnia degli uomini</em>, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. <span id="more-41573"></span>Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è <em>Il mercante di Venezia</em> di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?</p>
<p>* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto <em>Too big to fail</em>, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del <em>quantitative easing</em>, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.</p>
<p>Anche <em>Margin call</em>, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di <em>Americani </em>[<em>Glengarry Glen Ross</em>, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c&#8217;è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.</p>
<p>Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è <em>Wall Street</em> di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con <em>Wall Street. Il denaro non dorme mai</em>, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la <em>greed</em>, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.</p>
<p>*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello <em>The Corporation</em> [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente <em>anche</em> sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, <em>si capisce narrativamente come non succede altrimenti</em>.</p>
<p>Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di <em>La 25<sup>a</sup> ora</em> di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.</p>
<p>* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. <em>Inenarrabile</em>. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò <em>Cosmopolis</em>, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, <em>overnight</em>] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.</p>
<p>In un testo su «Die Zeit», <em>La fine del capitalismo</em>, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola <em>Crisi finanziaria</em>». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.</p>
<p>* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare <em>qualcosa</em>, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?</p>
<p>Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.</p>
<p>* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma <em>delle misure varate dai governi europei contro la crisi</em>. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell&#8217;intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos <em>per uscire</em> dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], <em>The Global Minotaur</em>. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una <em>Modest proposal for overcoming the euro crisis</em>. Il titolo <em>Modest proposal</em> è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.</p>
<p>* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della <em>controcrisi</em>. Sembra quasi la stessa cosa, ma <em>in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso</em>. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per <em>convenzione narrativa</em>, essi incarnano la soluzione del problema, sono la <em>riforma</em>. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.</p>
<p>Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.</p>
<p>In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla <em>controcrisi</em>, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente <em>credibile</em>. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?</p>
<p>* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una <em>situazione altamente narrativa</em>. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.</p>
<p>* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della <em>lectio</em>, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di <em>ragionevolezza</em>, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.</p>
<p>La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’<em>insourcing</em>, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come <em>salvezza</em> le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.</p>
<p>La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito <em>Manhattan Transfer</em> di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?</p>
<p>* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in <em>Sunset Park</em>.</p>
<p>Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha <em>già</em> parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – <em>Storie della mia gente</em> – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. <em>La dismissione</em> il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. <em>Il declino dell&#8217;impero Whiting</em> [<em>Empire Falls</em>] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?</p>
<p>* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’<em>Arcipelago Gulag </em>o a <em>Una </em><em>giornata di Ivan Denisovič</em> di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.</p>
<p>Viviamo già in questa impossibilità?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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		<title>Nazifascismo e omosessualità</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 12:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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<p>Io sono un insegnante di sostegno, lavoro in classi in cui sono inseriti alunni con difficoltà di apprendimento. Anche in virtù di questo vorrei ricordare che il primo grande sterminio nella Germania nazista iniziò nei manicomi psichiatrici, con l&#8217;uccisione di 70.000 adulti e bambini disabili, gasati e bruciati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/27/nazifascismo-e-omosessualita/">Nazifascismo e omosessualità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianfranco Goretti</p>
<p>Io sono un insegnante di sostegno, lavoro in classi in cui sono inseriti alunni con difficoltà di apprendimento. Anche in virtù di questo vorrei ricordare che il primo grande sterminio nella Germania nazista iniziò nei manicomi psichiatrici, con l&#8217;uccisione di 70.000 adulti e bambini disabili, gasati e bruciati. Quindi vorrei porre una domanda: chi è un omosessuale? Ripensate alla storia &#8211; del corpo, della sessualità, dell&#8217;amore, degli affetti, ma anche alla storia sociale in genere &#8211; e vi accorgerete che non esiste una definizione applicabile a tutte le epoche storiche. In altri termini, la persona omosessuale non è &#8220;catalogabile&#8221;, non è &#8220;spiegabile&#8221; in base a una sua astorica omosessualità.<span id="more-41477"></span><br />
Categorizzare significa chiudere la persona in un pregiudizio: e questo è il fondamento della persecuzione nazista. In Sessualità e nazionalismo, George L. Mosse, storico tedesco fuggito nel &#8217;38 dalla Germania negli Stati Uniti, applica alla storia d&#8217;Europa dalla fine dell&#8217;Ottocento al nazismo un approccio storico-culturale. Il suo intento è di mostrare in che modo l&#8217;idea di rispettabilità borghese, il nascente nazionalismo, la teorizzazione degli stereotipi nazionali, il degenerazionismo, si incontrino e si incrocino. Tali idee in seguito si concretizzarono nel pensiero nazista e portarono alle colonie di confino fascista e all&#8217;uccisione degli omosessuali nei Lager nazisti.</p>
<p>I riferimenti antiomosessuali sono presenti in molti discorsi dei dirigenti del partito nazista, anche prima della presa del potere. Va ricordato che la Germania di Weimar si era mostrata disponibile ad accogliere alcune istanze del nascente movimento omosessuale. A Berlino operava un medico all&#8217;epoca molto noto, Magnus Hirschfeld, che nel 1899 aveva fondato un&#8217;associazione detta &#8220;Comitato scientifico umanitario&#8221;. Hirschfeld era un omosessuale ebreo e lavorava a studi sull&#8217;origine dell&#8217;omosessualità e sulla sessualità in genere. Creò in seguito anche un &#8220;Istituto per le scienze sessuali&#8221; con sede a Berlino. Questa fu un&#8217;esperienza di grande visibilità e di lotta politica per l&#8217;emancipazione delle persone omosessuali, forse la più importante, e non solo per la Germania. La nascita e il lavoro dell&#8217;Istituto furono possibili nonostante fosse in vigore in Germania una legge antiomosessuale, il &#8220;paragrafo 175&#8243;, contro la quale l&#8217;Istituto di Hirschfeld si batteva. La petizione che chiedeva l&#8217;abrogazione del paragrafo 175 &#8211; sottoscritta a livello internazionale da figure come Einstein, Hesse, Tolstoj, Zola, e sostenuta con forza da uno dei maggiori esponenti del partito socialdemocratico tedesco, August Bebel &#8211; arrivò al Reichstag nel 1922, e nel 1929 la Commissione penale del Parlamento espresse parere favorevole all&#8217;abrogazione.<br />
All&#8217;indomani della nomina di Hitler a cancelliere, il primo &#8220;segnale&#8221; dei tempi a venire, fu proprio l&#8217;assalto all&#8217;Istituto per le scienze sessuali. Distruzione della biblioteca; distruzione dei lavori di ricerca; distruzione di tutto il materiale d&#8217;archivio; fuga di Hirschfeld dalla Germania (morirà a Parigi nel 1935), e inizio di fatto della campagna antiomosessuale.<br />
Va ricordato che il paragrafo 175 aveva avuto scarsa applicazione nella Germania di Weimar; con Hitler invece cominciano gli arresti massicci e le condanne al carcere. La più massiccia ondata repressiva ha inizio nel giugno del 1934, in coincidenza con la liquidazione, probabilmente per motivi politici, dell&#8217;ala &#8220;sinistra&#8221; del partito nazista: saranno assassinati tutti i dirigenti delle SA, compreso Röhm, notoriamente omosessuale. Questo eccidio sarà direttamente rivendicato da Hitler come necessario per &#8220;ripulire&#8221; la Nazione tedesca dalla piaga omosessuale. Nel 1935 viene modificato, e inasprito, l&#8217;articolo 175. Nel 1936 Himmler crea (entro la Gestapo) l&#8217;&#8221;Ufficio speciale 2S&#8221;, organo centrale del Reich per la lotta contro l&#8217;aborto e l&#8217;omosessualità. Il numero di arresti aumenta vertiginosamente, con punte massime nel periodo 1936-39.<br />
E&#8217; estremamente difficile fare una stima precisa dei deportati per omosessualità a Sachsenhausen, Mauthausen, Buchenwald e Dachau. Il professor Lautmann &#8211; che ha potuto consultare il materiale d’archivio delle vittime del nazismo conservato presso l&#8217;International Tracing Service di Arolsen (Hessen, Germania) &#8211; spiega che si tratta di materiale frammentario perché i conteggi degli arrivi non sempre venivano svolti con regolarità. Inoltre la ricostruzione della storia degli omosessuali è complicata sia dal fatto che al momento della liberazione alcuni dei deportati continuarono a scontare la pena in carcere (visto che erano stati condannati per la violazione di un articolo del codice penale, appunto il paragrafo 175), sia &#8211; soprattutto &#8211; dalla difficoltà di reperire testimoni diretti della deportazione (visto che l&#8217;articolo 175 rimase in vigore nella Germania occidentale fino al 1967). Testimoniare dopo la liberazione dai campi o all&#8217;uscita dalla prigione significava anche autodenunciarsi. Si capirà inoltre che fu impossibile per le persone omosessuali, a differenza delle altre vittime del nazismo, chiedere risarcimenti per le pene subite dai nazisti, come previsto dalla legge tedesca: i pochi che provarono ebbero come risposta che la loro condanna e il conseguente internamento erano avvenuti in base ad una legge in vigore già prima del 1933. Quindi non potevano essere considerati vittime del nazismo.<br />
In base ai dati a disposizione e alle testimonianze raccolte, Lautmann ritiene realistico parlare di circa centomila arresti, cinquantamila condanne, trentamila deportati e quindicimila vittime nei campi.<br />
Per le dure condizioni di vita comuni a tutti i deportati, ma soprattutto perché triangoli rosa, gli internati omosessuali nei campi di concentramento perirono in una percentuale variante &#8211; secondo Lautmann &#8211; dal 60 al 90%. La vita nei campi era dura per tutti, ma in genere le testimonianze sono concordi nell&#8217;affermare che le persone omosessuali erano vittime del pregiudizio anche da parte degli altri internati. Tra le “sperimentazioni” che dovettero subire ne ricordo una, avvenuta nel campo di Buchenwald. Siamo alla fine degli anni Trenta, e un medico danese, il dottor Karl Vernaet, ottiene il permesso di avviare una sperimentazione sulle persone omosessuali. Si tratta di inserire nell&#8217;addome una ghiandola artificiale che rilascia ormoni maschili. L&#8217;esperimento viene ripetuto più volte su diversi soggetti: fallisce, per la morte dei soggetti stessi, e viene abbandonato. L&#8217;idea era di &#8220;correggere&#8221; l&#8217;omosessualità attraverso la cura con ormoni maschili.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;Italia, la storia è stata in parte ricostruita in base ai documenti raccolti nell&#8217;Archivio Centrale di Stato. Nel progetto preliminare del nuovo Codice penale del 1927, quello che diventerà nel 1931 il Codice Rocco, si previde l&#8217;inserimento di un articolo antiomosessuale. In seguito però l&#8217;articolo venne cassato. Nella motivazione dell’esclusione si rimanda &#8211; in caso di necessità di intervento &#8211; ai sistemi di repressione contenuti nel Testo unico di Pubblica sicurezza: il confino, l&#8217;ammonizione, la diffida. Questi strumenti saranno di fatto utilizzati, soprattutto a partire dal 1938. Quante le persone coinvolte? Siamo sicuri di trecento casi di confino per omosessualità dal 1938 al 1943; potrebbero essere di più. Non conosciamo il numero dei casi di diffida e ammonizione. In alcune sentenze complete che ho trovato, il numero delle persone ammonite e diffidate era in genere superiore rispetto a quello dei confinati. Le province coinvolte in questa ondata repressiva iniziata nel 1938 sono 59 su 90.<br />
L&#8217;art. 528 del progetto di codice penale inserito nel Titolo VIII, &#8220;Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume&#8221;, così recitava: “Relazioni omosessuali. Chiunque (&#8230;) compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da sei mesi a tre anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni: 1) se il colpevole, essendo maggiore degli anni ventuno, commetta il fatto su persona di anni diciotto; 2) se il fatto sia commesso abitualmente o a fine di lucro.&#8221;<br />
Questo articolo riscosse molto successo. I giudizi dei magistrati e dei professori universitari dell&#8217;Azione cattolica furono quasi tutti favorevoli. Ma nella discussione finale della commissione incaricata l&#8217;articolo venne cassato. E&#8217; interessante la motivazione che la commissione dà per il non inserimento dell&#8217;articolo 528 : &#8220;La commissione ne propose ad unanimità, senza alcuna esitazione, la soppressione per questi due fondamentali riflessi: a) La previsione di questo reato non e’ affatto necessaria, perché, per fortuna ed orgoglio dell&#8217;Italia, il vizio abominevole che vi darebbe vita, non è così diffuso tra noi, da giustificare l&#8217;intervento del legislatore. b) Nei congrui casi, può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai delitti di violenza carnale, corruzioni di minorenni e offesa al pudore. E’ noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e di importazione o di sfruttamento straniero, la polizia provvede fin d&#8217;ora, con assai maggiore efficacia, con l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza, anche detentive.”<br />
A parte la retorica nazionalista sulla purezza morale degli italiani, il retroterra di questa motivazione è in realtà indicativo di una ben precisa scelta politica. Qualcosa di simile si era già verificato in Italia con la discussione del Codice Zanardelli: un articolo analogo era stato prima inserito nel progetto di Codice e poi cassato. L&#8217;esclusione era stata motivata da una parte con l&#8217;opportunità che il legislatore non invadesse il campo della morale, e dall&#8217;altra con l&#8217;idea che tacere sui &#8220;delitti di libidine contro natura&#8221; sia più utile nella lotta per la repressione del vizio stesso, in quanto il silenzio non permette la conoscenza dell&#8217;omosessualità.<br />
L&#8217;esperienza dei paesi europei nei quali vigevano leggi antiomosessuali era già, e sarebbe rimasta, sotto gli occhi di tutti: Oscar Wilde in Inghilterra, e Hirschfeld in Germania, solo per citare i casi più eclatanti. L&#8217;Italia scelse, dapprima col codice Zanardelli e poi con il codice Rocco, la strada della negazione della differenza, del massimo silenzio possibile. Giovanni Dall&#8217;Orto, in un suo saggio, parla di &#8220;tolleranza repressiva&#8221;: non si parli dell&#8217;omosessualità, per far sì che intorno alla persona omosessuale si creino solitudine, isolamento e nessun sentimento di solidarietà. Strategia che ha ridotto (e in parte questo è visibile ancora oggi) gli omosessuali italiani al parziale silenzio.<br />
Ma in epoca fascista si intervenne anche in maniera diretta, con la repressione attiva, attraverso l&#8217;applicazione delle sanzioni amministrative previste dal Testo unico di polizia del 1926 e del 1931. Il confino, come la diffida e l&#8217;ammonizione, venivano assegnati su proposta del questore da una Commissione provinciale presieduta dal prefetto. I motivi delle assegnazioni erano contemplati dagli articoli 164-189 del Testo unico, ma erano piuttosto vaghi e grazie a questa vaghezza fu possibile utilizzare tali strumenti non solo per i delinquenti abituali usciti assolti da processi per insufficienza di prove, o per gli &#8220;oziosi e vagabondi&#8221;, ma anche come strumento di repressione delle opposizioni politiche e, appunto, per la repressione della &#8220;pederastia&#8221; (questo in genere il termine che ho trovato nei documenti relativi ai confinati). Gli articoli del Testo unico non menzionano affatto la distinzione tra confino politico e comune, ma di fatto i due diversi istituti nascono e sono di competenza di due diverse sezioni del Ministero degli interni. Esistono quindi nell&#8217;Archivio Centrale di Stato due differenti fondi, uno contenente i fascicoli dei confinati politici, l&#8217;altro che raccoglie i fascicoli dei confinati comuni: sappiamo che i materiali di archivio non possono essere consultati se non a distanza di settanta anni dai fatti, ma l&#8217;ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti) ha ottenuto il permesso, per ricostruire la storia della repressione politica durante il fascismo, di consultare il materiale relativo ai confinati comuni. Grazie all&#8217;ANPPIA siamo riusciti a consultare almeno i fascicoli degli omosessuali confinati come politici. L&#8217;amministrazione centrale infatti presentò ambiguità nel classificare i “pederasti” arrestati: alcuni furono spediti nelle colonie come confinati politici, altri (la maggioranza) come comuni.<br />
Nel fondo dei politici sono stati trovati circa 90 fascicoli personali di persone confinate per omosessualità: di questi, 10 furono confinati prima del 1938, e il motivo per cui si mosse la questura è legato a fatti diciamo così &#8220;collaterali&#8221; all&#8217;omosessualità (denunce di terzi legati a casi di ricatto, truffe, sacerdoti denunciati dalla popolazione, e così via). Fra questi si trova l&#8217;unico caso (in assoluto) di arresto per lesbismo: riguarda una donna denunciata appunto dal marito di una sua amica, in una difficile causa di separazione.<br />
Gli arresti aumentano a partire dal 1938: solo a Catania da gennaio a maggio del 1939 vengono confinati 44 uomini. Il documento che segue è del questore di Catania: si tratta di una serie di considerazioni che precedevano il profilo di ciascun candidato al confino per pederastia. Propongo questo testo perché è indicativo del nuovo clima che si respira in Italia. Siamo nel 1939, le leggi razziali sono entrate in vigore nell&#8217;ottobre del &#8217;38.<br />
“Oggetto: proposta per il confino di polizia a carico di &#8230;&#8230;<br />
La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché giovani finora insospettati, ora risultano presi da tale forma di degenerazione sessuale sia passiva che attiva che molto spesso procura loro anche mali venerei. In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo accompagnassero pubblicamente giovani amanti e avventori. Il pederasta ed il suo ammiratore preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati non solo dai più timidi, ma anche da quelli che passavano per audaci e senza scrupoli, ma che in fondo erano di sana moralità. Oggi si nota che anche molto spontanee e naturali ripugnanze sono superate e si deve constatare con tristezza che vari caffè, sale da ballo, ritrovi balneari o di montagna, secondo le epoche accolgono tali ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi e abbrutendosi. Questo dilagare di degenerazione in questa Città ha richiamato l’attenzione della locale questura che è intervenuta a stroncare o per lo meno ad arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale e che è esiziale alla sanità e al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati si sono mostrati insufficienti.<br />
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata negli esercizi pubblici e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna. Perché infatti i pederasti fatti più cauti per eludere la vigilanza della Pubblica Sicurezza ricorrono ad una infinità di ripieghi.<br />
I più abbienti mettono su quartini con gusto civettuolo ed invitante, ricorrono ai più disparati espedienti non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere anch’essi una casa ospitale. Tutti poi per vanità, per piccole gelosie, menano vanto delle conquiste fatte che tentano mantenere a prezzo di qualsiasi sacrificio.<br />
I giovani dall’altro (quando non espressamente invitati) sono sospinti in quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall’insidioso desiderio di fumarvi gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo aver visto, hanno voluto poi provare sicché vi sono sempre ritornati.<br />
E’ tale presa di contatto, anche quando non sfugge alla polizia, che non può in ogni caso essere impedita, pur prevedendosene gli sviluppi e le ultime conseguenze.<br />
Ritengo pertanto indispensabile dell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire con provvedimenti più energici, perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di polizia da adottarsi nei confronti dei più ostinati fra cui segnalo l’individuo in oggetto segnato&#8230;.”</p>
<p>Lo stesso stile e tono, sicuramente con minore fantasia e con minore ricchezza di particolari relativi alla vita dei pederasti (il questore di Catania sembra essere un profondo conoscitore della vita omosessuale catanese), si ha nei rapporti dei questori di Salerno, Palermo e Sondrio (che complessivamente inviano al confino 8 persone).<br />
Il riferimento alla mutata politica razziale sembra essere la chiave per la comprensione del fenomeno in questione, la motivazione a rafforzare la repressione delle persone omosessuali.<br />
Altri arresti, con conseguente sanzione di confino politico, si hanno a Firenze, a Vercelli e in altre città. Questi confinati sconteranno la pena (da 2 a 5 anni) in genere su un&#8217;isola, a S. Domino delle Tremiti. Il dramma che questi uomini hanno vissuto, oltre alla perdita della libertà personale, è essenzialmente legato all&#8217;arresto, all&#8217;aver subito la visita medica (all&#8217;ano, per &#8220;stabilire&#8221; se fossero pederasti o meno&#8230;), all&#8217;aver vissuto lo sradicamento e la vergogna davanti ai loro famigliari e concittadini. A distanza di quarant&#8217;anni ho rintracciato due dei catanesi arrestati: uno confinato, l&#8217;altro arrestato e rilasciato perché minorenne. Alcuni dei reduci dal confino si sposarono per ricostruirsi una vivibilità sociale a Catania.<br />
Continuando a cercare documenti nell&#8217;Archivio Centrale di Stato, ho scoperto che nel 1943 sono ancora al confino per pederastia, a Ustica e Lampedusa, 192 persone classificate come confinati comuni. Non è possibile vedere i loro fascicoli personali (per i fascicoli dei comuni viene rigidamente rispettato il termine dei settanta anni dai fatti). Per poter ricostruire con esattezza la loro storia dovemmo aspettare almeno fino al 2013&#8230;. Sappiamo che arrivavano da 50 province italiane, segno, come dicevo prima, che la repressione coinvolse la maggior parte del paese: fra le città con il maggior numero di arresti abbiamo Roma, Vercelli, Venezia, Verona, Napoli, e ancora Catania e Palermo.<br />
A parte il nuovo clima razzista che spiega l’aumento degli arresti, devo dire che a tutt&#8217;oggi non ho trovato direttive che autorizzino a livello centrale l&#8217;ondata repressiva. Si trattò forse di iniziative dei questori e dei prefetti, sicuramente non ostacolate a livello centrale (il Ministero stabiliva le destinazioni di confino), anzi considerate logiche in quanto rientravano nella retorica della lotta per &#8220;la purezza e la sanità della razza&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/27/nazifascismo-e-omosessualita/">Nazifascismo e omosessualità</a></p>
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		<title>MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;&#8230; è una bellissima aurora!&#8220;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 19:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p></p>
<p align="center"><em>Liberazione dei bambini sopravvissuti<br />
Birkenau-Auschwitz 27 gennaio 1945</em></p>
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SONATA N.7 22 Agosto 1944</a><br />
scritta nel ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank"><em>Campo di Concentramento di Terezin </em></a></p>
<p><br />
&#160;<br />
<em>Or volge l’anno</em> che, consunta, smemorata a tratti, mia madre se n’è andata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/memorie-dell-olocausto-e-una-bellissima-aurora/">MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;<em>&#8230; è una bellissima aurora!</em>&#8220;</a></p>
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<p align="center"><small><em>Liberazione dei bambini sopravvissuti<br />
Birkenau-Auschwitz 27 gennaio 1945</em></small></p>
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SONATA N.7 22 Agosto 1944</small></a><br />
<small>scritta nel ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank"><em>Campo di Concentramento di Terezin </em></a></small></p>
<p><span id="more-41353"></span><br />
&nbsp;<br />
<em>Or volge l’anno</em> che, consunta, smemorata a tratti, mia madre se n’è andata. La smemoratezza dei vecchi non ha oblio, né dimenticanza: è piena di visioni. La memoria si adegua. Si ricompongono brandelli, si  cuciono al presente tasselli di passato, si vela con il non esser più se stessi il se stesso che svanisce, quel che non si vuol riconoscere come proprio del decadere del corpo e della lucidità, e si chiamano a raccolta per la veglia le ombre. Nell’ultima notte inquieta dell’ospedale, crocefissa ai suoi aghi e fili, aveva tanta sete,  e con quella sua così lombarda e civile indignazione, quella che le faceva dire <em>noi che abbiano fatto la Resistenza</em>, come fosse un ordine etico invisibile, protestava, la voce ancora alta e ferma. <em>Dottori&#8230; infermiere&#8230; a un essere umano si dà almeno un goccio d’acqua!</em> Mi dicono <em>Con una garza inumidita solo piccole gocce, mi raccomando.</em> Un nulla per la bocca arsa, ma l’unico gesto di sollievo della sofferenza che si potesse con sollievo fare. Il sollievo breve fra una goccia e l’altra. Aveva molto freddo. Mi chiamava&#8230; <em>mamma&#8230; Zia Alice&#8230; stai qui&#8230; dammi la mano&#8230; </em>Ero là.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ravensbrück_Konzentrationslager.jpg" alt="" title="Ravensbrück,_Konzentrationslager" class="alignleft" style="float:left; margin:25px 15px 0 0;"/><strong>Alice Ventura Battaglia</strong>, la zia che l’ha allevata e l&#8217;ha iscritta alla scuola di Ballo della Scala e poi non è più tornata dal Campo di Concentramento Femminile di Ravensbrück. Morta di consunzione, caricando sabbia sui vagoncini di ferro. Cenere per la palude, per la <em>terribile</em> colpa di aver prestato la sua tessera annonaria alla moglie incinta di un partigiano,  per la delazione di chi, allora, per 5000 Lire vendeva anime agli aguzzini. E come avrà vissuto, poi, con l’indegno segreto? Benissimo e assolto.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/portdebras.jpg" alt="" title="portdebras" width="208" height="260" class="alignright" />Le ho sempre tenuto le mani. <em>Che belle carezze&#8230; che mani calde hai zia Alice&#8230; </em>Le scaldo le mani. Belle e morbide dei <em>port de bras</em> aggraziati.<br />
<em>- Zia Alice portami un ago.<br />
- Un ago?<br />
- E del filo&#8230; molto filo&#8230;<br />
- Che cosa devi cucire?<br />
- Dobbiamo cucire, vieni, tutta questa tela bianca&#8230;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La vedi quanta tela zia Alice?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dobbiamo cucirla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Aiutami a infilare l&#8217;ago&#8230;</em><br />
&nbsp;<br />
Poi in questa visione di candore e di punti vicini e regolari si è assopita e se ne andata.<br />
&nbsp;<br />
Per lei, per essere stata io, nipote e figlia,<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/OLOCAUSTO.png" alt="" title="OLOCAUSTO" width="352" height="155" class="alignright size-full wp-image-41495"/> madre e zia di mia madre, per quei pochi attimi, come fosse tornata l’amata zia perduta, aspettata invano per anni dopo la fine della guerra, per la zia Alice, mai più ritornata, per tutti quelli che hanno  sopportato e sopportano questo dolore dell’Olocausto, che pare si trasmetta per una profonda inspiegabile genetica dei sentimenti per generazioni, per questa via matrilineare di sofferenza, son qui anche quest’anno a cucire, ad annodare parole e storie. E sono storie di donne, di adolescenti, di bambine, che, non lo si dimentichi, la popolazione effettiva e attiva dell&#8217;universo dei Lager era fatta da persone molto giovani, in età da essere carne da lavoro, sopravvissute spesso solo per la forza residua rimasta di questa gioventù. Le donne anziane, le madri con i bambini in braccio,  o per mano, nella spietata selezione all&#8217;arrivo dei trasporti venivano subito scartate e destinate all&#8217;eliminazione, o soccombevano prestissimo alla durezza delle condizioni di vita e di lavoro. La maggior parte dei bambini venivano eliminati subito, a meno che non fossero destinati a sperimentazioni mediche, soprattutto i gemelli. Alcuni, nella sezione femminile del campo di Birkenau, che erano stati lasciati con le madri, vennero trovati ancora vivi alla liberazione del campo. Braccini con il numero tatuato e occhi di una tristezza senza fondo.</p>
<p>Leggendo il libro che raccoglie le testimonianze di tre donne sopravvissute ad Auschwitz <em>Come un rana d&#8217;inverno</em> di <strong>Daniela Padoan</strong> BOMPIANI [2004], si chiarisce molto della sostanziale differenza fra l&#8217;esperienza femminile e quella maschile dei Campi. All&#8217;inizio della sua testimonianza <strong>Giuliana Tedeschi </strong>dice:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Sono convinta che fisicamente le donne abbiano subito traumi molto superiori a quelli sopportati dagli uomini. Provi a riflettere su una cosa banale, come il fatto di arrivare lì, ad Auschwitz, e perdere subito tutti i capelli, sentire quella macchinetta fredda che le solca il cranio. Credo che un uomo non ne possa rimanere altrettanto scosso. Per me è stato un dramma vedere i capelli in terra. E la nudità poi&#8230; Adesso le persone si denudano con molta più facilità, ma allora non era così. Noi ne soffrivamo profondamente. Quando ci hanno stipato nel locale delle docce, tutte nude, non ce n&#8217;era una che non tremasse all&#8217;idea di trovarsi in quello stato di fronte ad altre donne, figuriamoci poi quando passavano gli ufficiali tedeschi&#8230;</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Un&#8217;altro rovello per le donne, per la madri, era la divisione delle famiglie all&#8217;arrivo. La separazione dai figli, che sicuramente per un uomo è qualcosa di meno profondamente e visceralmente doloroso, era uno strappo difficile da sopportare.<br />
Ma, insieme a queste maggiori fragilità e vulnerabilità, <strong>Giuliana Tedeschi</strong> identifica nelle donne una particolare attitudine alla solidarietà reciproca e all&#8217;aiuto, alla capacità di comunicare, al bisogno di parlare, che ha fatto sì che, al contrario degli uomini, che allora, per educazione erano sicuramente più chiusi, meno portati a svelare la natura dei loro sentimenti con i compagni, anche in un contesto simile esse trovassero maggiore forza di resistere. Un resistere che era anche un appello alle proprie risorse interiori e intelletuali<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Soprattutto la musica. Proprio quando lavoravamo alle cave di sabbia, mentre  i sorveglianti per un attimo non badavano a noi, disseppellivamo dalla memoria un&#8217;aria, una sonata, o le pure voci di Bach. Avevamo la sensazione che tutto dovesse essere scavato a fatica dal nostro interno, proprio come con la pala scavavamo la terra, ma riscoprire in noi quella risonanza di un vita precedente ci dava un&#8217;esaltazione commossa. Erano dei concerti irreali, di cui fu testimone solo il grigio cielo di Polonia.</em><br />
[...]<br />
<em>Sentivamo il bisogno di estraniarci in quel modo, rifugiandoci nella cultura. Era quello che ci teneva vive. La cultura è un&#8217;estrema risorsa, perché ti fa vivere.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
A <strong>Giuliana Tedeschi</strong>, morta il 26 giugno 2010, a 96 anni, e che rilasciò questa sua testimonianza preziosa nel 2003, fra i molti commossi  sentimenti che hanno animato la stesura di questo scritto, va davvero un pensiero di gratitudine. Soprattutto perché per le donne fu difficile parlare e testimoniare la loro esperienza al ritorno. E il farlo in pubblico, nelle scuole, con le interviste, con la scrittura fu una decisione difficile e coraggiosa, che ogni volta rinnovava e riportava vive e devastanti le esperienze vissute. Ma senza la quale ora tutto sarebbe ancora di più dimenticato e rimosso. Per anni parlarono solo gli uomini e le donne tennero tutto dentro di sé. Cercarono attraverso la ricostruzione della loro vita, la famiglia, i figli, un recupero e un riscatto.<br />
&nbsp;<br />
Così successe a <strong>Nonna Lisowskaja</strong> [1925 - 2006], russa e non ebrea, le cui memorie sono uscite in America nel 2009, per sua espressa volontà solo due anni dopo la sua morte, e che nascose a suo marito, Henry Bannister, sposato dopo essere emigrata in America nel dopoguerra, e a tutta la sua famiglia il suo tragico passato per quasi cinquant&#8217;anni. Lavorando in segreto alla trascrizione e traduzione dei suoi ricordi e dei suoi diari, cominciati all&#8217;età di nove anni e scritti in almeno sei lingue, dal russo, allo yiddish, al tedesco.<br />
Una vicenda che dalla nativa Ukraina attraverso mezzo continente e quasi un intero secolo di storia arriva a noi attraverso le sue parole di ragazza, viva e vicina. Come accade per il diario di <strong>Anna Frank</strong>. Ma mentre le parole di Anna vengono troncate il giorno della scoperta del nascondiglio e dell&#8217;arresto. Nonna racconta a fasi alterne tutta la sua storia.<br />
La testimonianza di queste <em>ragazze degli anni quaranta</em> con il loro diario, con tutto il senso e il valore, ora perduto, di segretezza e insieme di confidenza che aveva tenere un diario, penna e carta, ha, anche dal punto di vista letterario, un valore unico, proprio come cosa scritta per non essere letta.<br />
Ne ho tradotto solo una piccola parte, le fatidiche <em>500 words</em> consentite come massima citazione dalla rigida legge americana sul copyright, ma con un click è facile avere, per esigua cifra, l&#8217;intero ebook e viaggiare fra i suoi ricordi della <em>vita di prima</em>, in una magica Grande Madre Russia fra cosacchi, tempeste di neve, samovar fumanti, Natali incantati da Babushka, la mitica nonna materna, comitive di cugini su slitte con i campanelli, corse sui pattini da ghiaccio, profumi di giardini dei ciliegi e biscotti di zenzero e vaniglia, nell&#8217;alone della sua calda e colta e sfortunata famiglia. Fino ad arrivare al nascere del regime stalinista e poi all&#8217;invasione nazista della Russia con tutte le loro, purtroppo condivise,  atrocità, antisemitismo compreso.<br />
Il <strong>7 Agosto 1942</strong>, da <strong>Konstantinowka</strong> in <strong>Ukraina </strong>sul treno che trasporta lei e la madre Anna in campo di lavoro in Germania, come operaie, schiave e prigioniere, dopo l&#8217;invasione nazista della Russia, <strong>Nonna Lisowskaja</strong>, allora appena diciassettenne, scrive le sue impressioni nel suo diario, che porta sempre con se nascosto in sacchetto di stoffa, legato in in vita sotto i vestiti.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/nonna-e-la-sua-famiglia.jpg" alt="" title="nonna e la sua famiglia" width="632" height="500" class="aligncenter size-full wp-image-41360" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>1935 ultimo ritratto di famiglia<br />
Anatoly, Nonna, la madre Anna e il padre Yevgeny Lisowsky</em></p>
<p align="center"><script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://a.tumblr.com/tumblr_lxvp7zvegu1qa6c21o1_r1.mp3" target="_blank">DMITRIJ DMITRIEVIĈ ŠOSTAKOVIĈ<br />
V. Largo dal QUARTETTO N.8 in Do minore per archi [1960]<br />
dedicato <em>&#8220;alle vittime del fascismo e della guerra&#8221;</em><br />
non potendo egli dire <em>e dello stalinismo</em></a></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>The Secret Holocaust Diaries: The Untold Story of Nonna Bannister</strong><br />
di <strong>Nonna Lisowskaja Bannister</strong><br />
con Denise George e Carolyn Tomlin<br />
[2009] Tyndale House Publishers, Inc.<br />
&nbsp;<br />
da <strong>IL TRENO VERSO L&#8217;AGONIA</strong><br />
Capitolo primo<br />
<strong>Imbarco sul treno</strong><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>
<em>Mio Dio &#8211; non è proprio come ci immaginavamo che fosse questo viaggio! Siamo stipati come sardine in un barattolo nei vagoni bestiame del treno. Ci sono soldati tedeschi con i fucili con noi e la mamma è spaventata. (Io lo so che lei lo è.) La mamma s&#8217;illude ancora che noi si possa scendere dal treno e dimenticare il nostro bagaglio e andarcene a  casa.<br />
Giù c&#8217;è la nonna a circa venti passi, ci guarda così scioccata e sgomenta – sta piangendo &#8211; con le lacrime che le scorrono sul viso, mentre ci fa un cenno di saluto con la mano. In qualche modo io sento che non la rivedremo mai più. Il treno comincia a muoversi, mamma e io guardiamo la Nonna, finché non scompare alla vista. Alle ore 16:00 (4:00 p.m.) ognuno nel nostro vagone è molto quieto e nessuno sta parlando. Alcuni stanno piangendo sommessamente &#8211; e io sono felice di avere il mio diario e due matite.<br />
Mi sono rifugiata nell&#8217;angolo più lontano possibile, così era come se avessi una stanza per scrivere. Ora la porta del nostro vagone è aperta, ma io posso sentire dei rumori sopra il tetto. I soldati tedeschi si sono piazzati in cima al treno, e stanno parlando e cantando. Credo che stiano bevendo – mi sembrano ubriachi.<br />
È quasi mezzanotte – la luna è così grande &#8211; noi stiamo attraversando grandi campi. Ho bisogno di andare più vicino alla porta per respirare un po&#8217; d&#8217;aria fresca. Come mi avvicino alla porta aperta, vedo un paio di gambe con degli stivali neri a penzoloni proprio sopra la porta, poi una faccia si sporge in giù e il soldato grida, &#8220;Ciao, bella!&#8221; e io scappo via molto velocemente dalla porta. La mamma mi tira più vicino a lei, e sento che sto per addormentarmi.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
L&#8217;<strong>8 Agosto 1942 </strong> annota;<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Quando ci svegliamo, possiamo guardare l&#8217;orizzonte e vedere il sole che sorge dai bordi dei più grandi campi che io abbia mai visto &#8211; è una bellissima aurora! Dove siamo? Quanto siamo vicini a Kiev? Il treno sta rallentando come se ci dovessimo fermare.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Il <strong>10 Agosto 1942</strong> di fronte al tramonto che scorre via insieme al paesaggio al passare del treno, ci lascia questo denso e triste &#8220;addio&#8221;:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Non dimenticherò mai la vista dell&#8217;ultimo tramonto mentre stavamo lasciando Kiev. Il sole sembrava una enorme palla di fuoco rosso e arancione, e stava scendendo lentamente contro l&#8217;orizzonte alla fine dei campi senza fine. Era quasi come se il sole stesse dicendo, &#8220;Addio, cara, non ci rincontreremo mai più su questo suolo!&#8221; In piedi vicino alla porta del vagone continuai a guardare il sole finché non scomparve completamente. Poi mi sentii improvvisamente molto triste e sola. Era un &#8220;addio&#8221; che mi fece percepire che una parte di me era morta. Molti tramonti e aurore ci furono da allora in poi, ma mai nessuno così bello come il tramonto che vidi a Kiev.<br />
Ora so che stiamo per essere condotti in Polonia, e la mamma sta cominciando ad architettare piani per scappare quando faremo la prima fermata in Polonia. La prossima fermata dovrebbe essere per il pasto. Noi strisceremo sotto il vagone e aspetteremo che tutti siano risaliti, poi usciremo rapidamente e correremo verso il bosco. La mamma sta progettando.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Traduzione di Orsola Puecher [da <a href="http://www.google.it/url?sa=t&#038;rct=j&#038;q=the%20secret%20holocaust%20diaries%3A%20the%20untold%20story%20of%20nonna%20bannister&#038;source=web&#038;cd=3&#038;ved=0CD8QFjAC&#038;url=http%3A%2F%2Ffiles.tyndale.com%2Fthpdata%2FFirstChapters%2F978-1-4143-2546-0.pdf&#038;ei=RFEVT97BBKbm4QThqoXfAw&#038;usg=AFQjCNH71CgJE1oJ0IfxajdXL1QNhrWyUA&#038;cad=rja" target="_blank"><strong>qui</strong></a>]<br />
Copyright©2009 by NLB Partners. All rights reserved.</p>
<p>&nbsp;<br />
Gli episodi raccontati nei vari brevi capitoli sono scritti benissimo, con una capacità di visione, d&#8217;introspezione emotiva e narrativa davvero rara. Per uno strana necessità spazio temporale Nonna, a volte, mescola alle parole scritte nel passato il suo sguardo retrospettivo su di esse al momento della trascrizione. Ma sono brevi momenti di meditazione che nulla tolgono all&#8217;insieme della testimonianza.<br />
L&#8217;infanzia fatata, che sta lì a far da contrappunto salvifico alle varie tragedie, si interseca con episodi che vanno dalla partenza per l&#8217;Università del fratello, che Nonna non rivedrà mai più, all&#8217;uccisione del padre che si era nascosto in cantina all&#8217;arrivo dei Tedeschi, a cui dopo la cattura furono strappati gli occhi e che a questo sopravvisse solo pochi giorni,  alla successiva decisione della madre di accettare l&#8217;<em>offerta</em> dei Tedeschi che mascheravano una vera e propria deportazione in massa di schiavi con il miraggio di un fantomatico lavoro in Germania.<br />
Convogli di ebrei russi rastrellati e di lavoratori schiavi viaggiavano insieme verso un comune destino, che a poco a poco si delinea nella sua realtà nel racconto di Nonna.<br />
Dopo vari impieghi in fabbriche tedesche Nonna e la madre Anna trovano lavoro in un ospedale. Ma Anna per aver aiutato degli ebrei viene arrestata dalla Gestapo e finisce prima a Ravensbrück e poi a Flossemburg. Nonna si ammala di febbre reumatica con gravi complicazioni cardiache e si aggrava dopo le notizie sul destino della madre. In una lettera dal campo di Flossemburg ci sono le sue ultime parole per la figlia e quelle di una compagna che racconta che Anna, che era musicista, pianista e violinista, costretta dai nazisti a suonare per gli ufficiali nell&#8217;orchestra del campo, quando si rifiuta per via di una ferita a un braccio, causata da un caduta, non viene creduta e per punizione le vengono spezzate le braccia e le dita, con il seguito di una dolorosa e probabilmente irreversibile cancrena. La guerra finalmente finisce. Nonna dopo essere stata a lungo fra la vita e la morte, riesce a guarire, e cerca dovunque la madre, nei campi profughi, ma senza esito. Così, sfuggendo all&#8217;obbligo di tornare in Unione Sovietica, riesce a emigrare in America, dove si rifarà una nuova vita, felice e serena, nascondendo a tutti il suo segreto di inguaribile dolore.<br />
&nbsp;<br />
In onore di queste giovani scrittrici e delle loro memoria trascrivo questo pezzo del diario di <strong>Anna Frank</strong> che parla leggera, vivace e profonda del tragico destino della sua penna stilografica, come una premonizione.<br />
&nbsp;<br />
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<p align="center"><em>Anne Frank alla finestra della casa di Amsterdam in Merwedeplein 37/2</em></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Kyrie.mp3" target="_blank">JAMES WHITBOURN Kyrie da <em>Annelies</em> 2005<br />
Chamber Choir con Steve Duke, sax soprano</a></p>
<p>da <strong>IL DIARIO DI ANNA FRANK.</strong><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Cara Kitty,<br />
ho un bel titolo per questo capitolo:<br />
&#8220;Ode alla mia stilografica<br />
in memoriam&#8221;<br />
La mia stilografica fu sempre per me un prezioso possesso: l&#8217;apprezzavo molto, soprattutto per la sua grossa punta, perché io so scrivere bene soltanto se il pennino della stilografica ha la punta grossa. La mia penna ha una vita assai lunga e interessante, che ora ti racconterò in breve.<br />
Quando compii nove anni, essa mi arrivò avvolta di ovatta in un pacchettino, come &#8220;campione senza valore&#8221;, da Aquisgrana, dove abitava mia nonna, la buona donatrice. Ero a letto coll&#8217;influenza, mentre il vento di febbraio soffiava attorno alla casa. La gloriosa penna era in un astuccio di cuoio rosso e fu subito mostrata a tutte le amiche. Io, Anna Frank, fiera proprietaria di una penna stilografica.<br />
Quando ebbi dieci anni, potei portare la penna a scuola e la signorina mi permise di servirmene per scrivere. Quando ebbi undici anni dovetti riporre il mio tesoro, perché la signorina della sesta classe non ammetteva che penna e calamaio. Quando ne compii dodici e andai al Liceo ebraico, la mia stilografica si ebbe per maggior onore un nuovo astuccio in cui c&#8217;era posto anche per una matita e per di più munito di chiusura lampo. A tredici me la portai nell&#8217;alloggio segreto, dove percorre con me le innumeri pagine del diario. Ora sono arrivata a quattordici, ed è l&#8217;ultimo anno che la mia penna ha passato con me&#8230;<br />
Fu un venerdì pomeriggio dopo le cinque: io venivo dalla mia cameretta e volevo andarmi a sedere al tavolino per scrivere, ma fui rudemente spinta da parte e dovetti cedere il posto a Margot e al babbo che volevano fare i loro esercizi di latino. La stilografica rimase inutilizzata sul tavolo, mentre la sua proprietaria si accontentò sospirando di un angolino del tavolo e si mise a strofinare fagioli. &#8220;Strofinare fagioli&#8221; qui significa ripulire i fagioli ammuffiti. Alle cinque e tre quarti scopai il pavimento, raccolsi lo sporco e i fagioli marci in un giornale  gettai tutto nella stufa. Ne venne fuori un&#8217;enorme fiammata, e io fui contentissima di avere in tal modo ravvivato la stufa che pareva già quasi spenta. Tutto era di nuovo tranquillo, i latinisti avevano finito e io andai a sedermi al tavolo per cominciare, finalmente, a scrivere; ma la mia stilografica era irreperibile. La cercai dappertutto, la cercarono Margot, mamma, papà e Dussel, ma la penna era scomparsa senza lasciar traccia. «Forse è andata a finire nella stufa coi fagioli» insinuò Margot. «Ma no, assolutamente no» risposi io. La sera, però, la penna non era ancora ricomparsa e allora ci persuademmo tutti che era bruciata, tanto più che la celluloide è infiammabilissima.<br />
Ed effettivamente i nostri tristi sospetti furono confermati la mattina seguente, quando papà nel ripulire la stufa trovò fra le ceneri il fermaglio metallico. Ma del pennino d&#8217;oro non si trovò traccia. «Certamente dev&#8217;essersi cotto rimanendo appiccicato ad una mattonella» disse il babbo.<br />
M&#8217;è rimasta una consolazione, sebbene assai magra: la mia stilografica è stata cremata, proprio come vorrei io, a suo tempo.<br />
La tua Anna.</em></p></blockquote>
<p align="right">[<em>Traduzione di Arrigo Vita</em>]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>Considerate se questa è una donna,<br />
Senza capelli e senza nome<br />
Senza più forza di ricordare<br />
Vuoti gli occhi e freddo il grembo<br />
Come una rana d&#8217;inverno.</em></p>
<p><small><strong>P. Levi</strong> &#8220;Se questo è un uomo&#8221; 1947</small></p>
<p>[ <em>alla mia mamma Rosita Lupi Puecher che questo libro molto amava ]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/memorie-dell-olocausto-e-una-bellissima-aurora/">MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;<em>&#8230; è una bellissima aurora!</em>&#8220;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/unnamed.jpg" alt="" title="unnamed" width="220" height="165" class="alignleft size-full wp-image-41479" /></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia. La mia è una piccola libreria ed è appena nata rispetto a tante altre librerie a soprattutto rispetto a librai che hanno dedicato una vita a questo lavoro. Mi sento molto vicino a Chiara della libreria Il Terzo Luogo, che mi ha preceduto in questo percorso librario: è una bella coincidenza che ci si ritrovi anche qui. Le nostre librerie non hanno rapporti, fra librai non ci conosciamo, eppure siamo stati entrambi &#8220;scelti&#8221; sia per l&#8217;intervista sia come tappe di una mostra dedicata all&#8217;arte e ai libri: le <a href="http://talee-talee.blogspot.com/p/il-progetto.html">Talee di Beatrice Meoni</a> sono partite dal Terzo Luogo di Sarzana per approdare come ultima tappa a Venezia nella mia libreria.</p>
<div>
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/5762405.jpg" alt="" title="5762405" width="90" height="120" class="alignright size-full wp-image-41480" /></p>
<p><a href="http://www.libreriamarcopolo.com/" target="_blank">Libreria Marco Polo</a> è una libreria che cerca di mantenersi in movimento. E&#8217; l&#8217;unica definizione che riesco a dare della mia libreria perchè penso che sia questa l&#8217;unica nota che ha caratterizzato gli anni trascorsi e che si manterrà costante nei prossimi anni: una costanza di movimento, di trasformazione, di adattamento.<br />
Questa è l&#8217;azione costante a cui è sottoposta la libreria, ma non è un&#8217;azione imposta dal libraio: quello che faccio io è più un indirizzare dolcemente questo movimento, cercare di assecondarlo, deviarlo se mi sembra opportuno ma senza mai fermarlo.</div>
<p>Potrà sembrare strano che questo sia il lavoro di un libraio eppure, nel mio caso, sono stati i libri a fare la libreria e il libraio. Libreria Marco Polo (quella che c&#8217;è ancora, non quella di viaggio che abbiamo dovuto chiudere nel 2011) nasce nel 2006 come libreria di remainder e di usato. Senza nessuna esperienza come libraio e soprattutto senza alcuna idea del magico e immenso mondo del libro usato, sono stato letteralmente sommerso dai libri usati: ci sono giornate che il numero delle persone che vengono a vendere i loro libri è pari al numero dei clienti, peccato che chi viene a vendere libri arrivi con le borse piene e chi viene a comprare esca con uno-due libri. Ecco perchè dico che la libreria è stata fatta dai libri, dai libri che arrivavano, singoli, a borse, in scatoloni, intere biblioteche: quello che io ho imparato a fare abbastanza velocemente è capire cosa c&#8217;era da tenere e come adeguare la libreria (gli scaffali, l&#8217;esposizione, le vetrine) a quello che quotidianamente arriva in libreria. L&#8217;offerta della libreria è diventata ben presto varia ma soprattutto interessante: le vere &#8220;chicche&#8221; che mi arrivavano, non solo prime edizioni o libri costosi, erano e sono libri di cui io non conosco nemmeno l&#8217;esistenza finchè non mi si materializzano davanti. Come avrei potuto avere una stupefacente varietà (lo stupore è una costante del cliente che si avventura per la prima volta nella mia libreria)  se avessi dovuto partorire con la mia mente l&#8217;intero assortimento?</p>
<div>
<p>Nel 2010 libreria Marco Polo da libreria dell&#8217;usato con libri in italiano e inglese diventa una libreria &#8220;completa&#8221;, aggiungendo all&#8217;usato una sezione di libri nuovi: la decisione è motivata dal fatto che la libreria sorella, l&#8217;altra Marco Polo, sta chiudendo; nata come libreria di viaggio e trasformatasi poco alla volta in una libreria di varia, dopo due anni di successi entra in crisi e non riesce più a risollevarsi.</p>
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<p>I libri nuovi nella mia libreria entrano gradualmente: prima di tutto arriva Minimum Fax. Quando compro l&#8217;intera biblioteca di un privato, cinquecento o mille volumi,  questo arrivo cambia il volto della libreria e, almeno per un po&#8217; di tempo, in libreria si sente la personalità del proprietario dei libri. Allo stesso modo volevo che l&#8217;arrivo dei libri nuovi modificasse il volto della libreria e che entrando si notasse subito il cambiamento: per questo ho scelto di avere l&#8217;intero catalogo di un editore e fra i possibili candidati la migliore scelta che potessi fare era Minimum Fax, quella che garantisce, oltre ad un ottimo assortimento, una vera personalità nel catalogo.</p>
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Da Maggio 2011 ho inziato anche a tenere le novità che mi piacciono, cercando di impegnarmi in due cose molto semplici: leggere i libri che compro e tenere i titoli almeno per sei mesi.  E&#8217; appena passato il periodo natalizio e devo dire che la mia scelta, proporre titoli che mi piacciono anche se fuori dalla classifiche, non è stata per nulla azzardata.<br />
E&#8217; bene sapere, comunque, che la vendita dei libri usati mi permette di vendere anche libri nuovi e non viceversa: se dovessi campare solo con la vendita dei libri nuovi, avrei veramente grandi difficoltà.</p>
<p>Con l&#8217;apertura ai libri nuovi ho raccolto il testimone della libreria sorella anche per quanto riguarda le presentazioni: nel 2011 abbiamo organizzato oltre venti incontri fra presentazioni e letture. All&#8217;inizio organizzavamo tutto in libreria ma poco alla volta ci siamo aperti alla città ed è stato molto piacevole portare la libreria e i libri fuori: in questo modo le presentazioni diventano un modo per incontrare e stabilire relazioni non solo con scrittori ma anche con realtà veneziane come il centro sociale Laboratorio Morion, il circolo arci Metricubi e Ca&#8217; Tron Città Aperta.<br />
Fra le ultime presentazioni, sono affezionato a quella di Ivan Polidoro, splendida la sua lettura di <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/12/le-coincidenze-di-ivan-polidoro.html" target="_blank">&#8220;Le coincidenze&#8221;</a>, e alla serata con Sergio Garufi e il suo <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/10/il-nome-giusto-di-sergio-garufi.html" target="_blank">&#8220;Il nome giusto&#8221;</a>.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/foto2-218x300.jpg" alt="" title="foto2" width="218" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41482" />
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<p>Chi non conosce Venezia e chi non vorrebbe venire a visitare Venezia? Venezia è visitata ogni anno da un numero esagerato di turisti. Questo afflusso enorme sommato al numero esiguo dei residenti, poche decine di migliaia nel centro storico, di fatto impone che tutte le attività commerciali debbano fare i conti con il turismo, trovando un modo per vivere o venendo spazzati via. Sono la maggioranza ormai le botteghe che sono SOLO per turisti, con merce che nessun residente andrebbe a comprare.  Anche le librerie subiscono questo influsso del turismo. Libreria Marco Polo nasce anche rivolta al turismo e continua a farlo ancora adesso, proponendo una vasta scelta di libri in lingua straniera, soprattutto in inglese. Questo però senza mai diventare negozio esclusivamente turistico: la sensazione del turista che entra in libreria è quella di essere entrato, finalmente, in un negozio normale dove può trovare quello che gli serve. Questo aspetto della libreria, fortemente voluto e difeso contro chi a varie riprese proponeva di vendere articoli più &#8220;appetibili&#8221; per i turisti, ha fatto sì che questa libreria sia frequentata in modo paritario da turisti e residenti, da collezionisti di passaggio e da lettori veneziani creando molte volte l&#8217;occasione di piacevoli incontri.</p>
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Cos&#8217;altro dire della mia libreria? Che siamo bravi e veloci nel trovare i libri che i nostri clienti ci chiedono, sia in catalogo che fuori. Che organizziamo corsi in libreria, di fotografia e prossimamente di scrittura. Che ogni mercoledì la libreria si trasforma in un mercato di frutta e verdura perchè siamo punto di consegna di un&#8217;azienda agricola: i veneziani che abitano in zona possono ordinare direttamente a <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/p/lorto-in-libreria.html" target="_blank">Donna Gnora</a> e settimanalmente gli ordini vengono recapitati in libreria. E&#8217; una specie di sostegno, non remunerato, ad un&#8217;azienda agricola che sento vicinissima, per idee e azioni, molto più vicina di una libreria di catena, dove l&#8217;unica cosa in comune con la mia libreria è la tipologia merceologica.<br />
Ultimo, ma non meno importante, la libreria è sia fisica che online: la vendita dei libri fuori catalogo avviene tramite vari canali di vendita online, Maremagnum, Abebooks, Biblio, Comprovendolibri, Libribooks e Amazon. La vendita online, limitata ai soli libri usati, è un apporto fondamentale alla vita della libreria, economicamente e funzionalmente: la quantità dei libri esposti in libreria è pari alla quantità dei libri consultabili esclusivamente online e fisicamente giacenti in un magazzino.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/447450-photo-225x300.jpg" alt="" title="447450-photo" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-41483" /><br />
<em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
</div>
<p>Nelle librerie di catena solitamente non entro e mi interessano anche poco. Nelle altre librerie quello che noto è se si vede una coerenza.<br />
Mi è capitato giusto pochi giorni fa di entrare in una libreria che mi avevano consigliato di visitare. E&#8217; una libreria giustamente famosa, organizza moltissime attività culturali, ha un assortimento di libri che io me lo sogno ma c&#8217;era qualcosa che stonava: avevano praticamente tutto. C&#8217;era troppo, c&#8217;era anche quello che si tiene perchè comunque qualcuno lo chiederà, perchè è in classifica o è di moda. Questo potrà forse favorire le vendite ma fa crollare la coerenza della libreria. Io la chiamo coerenza, possiamo chiamarla identità, personalità: sono i libri e le scelte di posizionamento dei libri, valide per una libreria di 30 o di 300 mq. Io prediligo le librerie a coerenza elevata, dove la proposta del libraio si riconosce dalla vetrina e prosegue all&#8217;interno, dove si rischia sempre di trovare un libro che non ti aspetteresti, dove non vai solo a cercare quel particolare titolo ma dove puoi &#8220;incontrare&#8221; un libro.<br />
Quelle a bassa coerenza hanno poco senso di esistere perchè ci sono già le librerie di catena e i siti di vendita online, dove chiunque può trovare qualsiasi libro.</p>
<p><em>Come definiresti una libreria indipendente?</em><br />
Una libreria è indipendente se non è di catena o non è un franchising, se comunque non ha legami societari od economici con altri soggetti della filiera del libro (grossisti, distributori, editori) che limitino di fatto la sua indipendenza.<br />
Una libreria indipendente non è per definizione una libreria buona o migliore delle altre. Il fatto di essere indipendenti è neutro rispetto alla qualità della libreria. Però, ed è un però enorme, è un confine che segna chi sta da una parte e chi sta dall&#8217;altra: un discrimine fra un tipo di libreria e un altro tipo. E&#8217; bene, a mio giudizio, che i clienti sappiano quale libreria è indipendente e quale non lo è e dopo decidano dove andare a comprare i libri. E&#8217; bene che gli amministratori della cosa pubblica, nel momento che devono favorire delle attività commerciali, sappiano quali sono le librerie indipendenti e quali non lo sono.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em><br />
A Venezia abbiamo tentato di creare un&#8217;associazione di librerie indipendenti ma la mia idea di indipendenza non ha trovato molti sostenitori. Mi si obiettava che era meglio muoversi per favorire l&#8217;inclusione invece dell&#8217;esclusione. Io invece continuo a pensare che sia ancora vero &#8220;meglio pochi ma buoni&#8221; e quindi vedo con fiducia a questa iniziativa di cartografia di librerie indipendenti: un modo per conoscere alcune realtà che associno l&#8217;indipendenza alla qualità e alla voglia di restare vivi, <em>alive and kicking</em>: magari fra queste librerie potrà nascere una forma di collaborazione, su scopi chiari e ben definiti come è stato per l&#8217;unione degli editori di Mulini a Vento.</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em><br />
In libreria abbiamo già un Tea Corner ma è minuscolo. Quello che mi piacerebbe avere è uno spazio vero per una caffetteria, mi piacerebbe che la libreria fosse un luogo fisicamente più accogliente. Altre cose non le vorrei, magari mi possono piacere quando le vedo in un&#8217;altra libreria ma non sono adatte alla mia. Visto che sono stati i libri a fare la libreria, non poteva che venire così&#8230;.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em><br />
Ho fatto altri lavori prima di fare il libraio e non c&#8217;è paragone. Sono passato attraverso diverse ristrutturazioni aziendali. Ci sono miei <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2012/01/salviamo-la-ditec-di-quarto-daltino.html" target="_blank">ex colleghi</a> che adesso stanno combattendo con una multinazionale che vuole delocalizzare la produzione e lasciarli a casa. E io dovrei lamentarmi? Se poi penso solo a una delle riunioni che ho fatto nella mia precedente vita lavorativa, mi viene una voglia matta di andare in libreria a lavorare, con i miei ritmi, con i miei libri, con gli amici che passano a trovarmi, con i clienti che sono quasi sempre piacevoli.<br />
Io sono molto fortunato, sto facendo un lavoro che mi piace. E so che se un giorno fare il libraio non sarà più possibile, mi inventerò qualcos&#8217;altro per vivere come ho già fatto in passato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41478" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Chibbaro</strong></p>
<p>Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/">L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Chibbaro</strong></p>
<p>Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art. 18 dello statuto dei lavoratori. Queste discussioni si svolgono all’interno di un più ampio dibattito a livello europeo incoraggiato dai grandi gruppi finanziari e industriali e ripreso nelle varie istituzioni che di fatto li rappresentano a livello politico, BCE, Commissione Europea, FMI (la Troika). Interventi in tal senso sono già stati realizzati nei paesi ora più indeboliti, quali Spagna (riforma del 2010: Ley n. 35/2010) e Grecia.</p>
<p>Inizialmente, queste riforme sono state difese da Confindustria e accoliti in quanto considerate necessarie per liberare un mercato descritto come eccessivamente rigido, e la cui rigidezza incideva in modo esiziale sulle capacità economiche del paese. Prescindendo dal fatto che la flessibilità del lavoro non è mai stata dimostrata essere un fattore né di crescita né di miglioramento della qualità della vita (almeno sul medio-lungo termine), questo quadro è smentito dai fatti e dai dati. La visione dei paladini del licenziamento è talmente grottesca e irrispettosa del dramma inflitto alla vita di migliaia di persone licenziate negli ultimi anni (senza che in alcun modo essi avessero una qualche colpa nel cattivo andamento economico) che anche gli ideologi più estremisti stanno cautamente abbandonando questa strada. Luciano Gallino (uno dei pochissimi studiosi con una certa visibilità rimasti a difendere la verità e i diritti dei lavoratori) ha descritto argutamente e in maniera stentorea, con chiare cifre, questa situazione in due recenti articoli su Repubblica (L. Gallino, I paladini dei diritti cancellati — 31 ottobre 2011; Licenziamenti falso problema — 05 gennaio 2012). Per essere più precisi ed esaustivi, ci si può riferire a documenti redatti da studiosi di diritto anche in merito all’annosa questione del “contratto unico”, e in particolare il <em>Seminario ELLN di Francoforte sul licenziamento individuale in Europa: una sintesi a cura dell&#8217;ufficio giuridico CGIL</em> che si può trovare in rete. Nella sintesi si sottolinea con chiarezza che l’Italia è uno dei paesi più flessibili d’Europa, superata praticamente solo dalla Danimarca (perciò presa a campione come modello d’eccezione). L’Italia risulta addirittura caratterizzata da un mercato del lavoro più aperto di paesi quali l’Ungheria, Repubblica Ceca e la Polonia! Dunque, la diffusa convinzione che quello italiano sia un regime iperprotettivo è totalmente smentita dai dati dell’OCSE; nonché dal licenziamento perentorio di centinaia di migliaia di lavoratori a causa di motivi economici avvenuti in questi ultimi anni. Questo spesso a fronte di enormi benefici per gli azionari alla fine dell’anno, sovente ottenuti proprio grazie ai licenziamenti.</p>
<p>La nuova tattica per ottenere l’eliminazione dell’art. 18 consiste nel sottolineare come tale articolo sia di fatto utilizzato in pochissime vertenze giudiziarie e sia un unicum italiano. Questi due punti sono stati drammaticamente integrati anche da parte del centro-sinistra.</p>
<p>Il secondo punto è semplicemente falso. In altri paesi europei il lavoratore può chiedere al giudice di reintegrarlo nel posto di lavoro a seguito di un giudizio “sommario” di bilanciamento degli interessi in gioco (così in Germania e, in termini simili, in Austria, Grecia, Belgio e Irlanda). In molti altri paesi questo non è possibile, ma delle tutele speciali sono previste contro il licenziamento illegittimo. Si legga la sintesi del seminario CGIL per informazioni più precise.</p>
<p>Il primo punto è più sottile. E’ vero che in pochi casi si fa riferimento all’articolo 18 in cause tra lavoratori e imprese e che talora, in Italia come all’estero, il procedimento di può concludere ugualmente con un indennizzo anche qualora il reintegro sia formalmente possibile. Ciò che si rileva, in realtà, è <strong>la funzione di deterrente </strong>che la sanzione della reintegrazione prospetta: e questa non appare diversa in Italia rispetto agli altri paesi che la prevedono. Al contrario ciò che è anomalo in Italia è la soglia che caratterizza le piccole imprese, la quale risulta ben troppo elevata: 15 dipendenti, cifra basata sullo stabilimento e non sull’intera impresa. Negli altri paesi questa soglia è o assente o molto inferiore, per esempio in Francia è 10, considerando l’impresa. Del resto, se veramente l’art. 18 non fosse che un orpello ideologico del sindacato vuoto di senso, perché tanto accanimento nel volerlo eliminare?</p>
<p>Riassumendo, le imprese in Italia hanno la possibilità di assumere in un mercato del lavoro tra i più flessibili dell’occidente, in cui il ricorso a contratti atipici è la regola dall’approvazione della cosiddetta “legge Biagi” 2003. I licenziamenti si fanno in maniera massiccia, sia grazie alle inesistenti coperture di legge sui contratti atipici, sia grazie ai motivi economici, veri o presunti tali.</p>
<p>Perché allora le istituzioni finanziarie, la Confindustria e i loro rappresentanti politici (governo Monti) continuano a martellare sulla necessità di eliminare l’articolo di 18?</p>
<p>Ecco la risposta. Una sola cosa, sostanzialmente, non è ancora possibile nella giungla del lavoro italiano,<strong> licenziare individualmente</strong>: nome e cognome.</p>
<p>E’ vero che questo <em>grande passo in avanti</em> sarebbe possibile grazie a quell&#8217;obbrobrio giuridico che è il famigerato art. 8 inserito nella c.d. manovra-bis di agosto (in tal senso, si veda il sempre lucido L. Gallino che riassume l’effetto di questo articolo con “<em>A ben vedere, il legislatore poteva condensare l&#8217;intero articolo 8 in una sola riga che dicesse &#8220;i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto del lavoro</em>&#8221; in “Come abolire il diritto del lavoro”, Repubblica 5 settembre 2011; si veda anche “La minaccia dell’articolo 8” Repubblica 15 settembre 2011). Tuttavia, tale norma rimane solo una bomba a orologeria, in quanto il suo impatto dipende dall’attuazione che di esso ne verrà data nelle singole aziende e nei singoli contesti territoriali. E le parti sociali con l’accordo del 21settembre 2011 hanno escluso di volere attuare la norma proprio in relazione a tale materia.</p>
<p>Quindi per il momento le aziende non possono licenziare tranquillamente un singolo individuo perché “rompiballe”, senza il timore di rivederselo tornare reintegrato da un bieco giudice. Questo è quanto è successo, per esempio, nel famoso caso dei tre operai sindacalisti dello stabilimento FIAT di Melfi. Si comprende allora il vero interesse intorno a tale questione. Pur in un momento di globale crisi della classe lavoratrice, con un arretramento continuo e, per ora, inesorabile delle condizioni di vita e di lavoro, alcuni sindacati e alcuni sindacalisti tentano di difendere quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori e aiutano i loro compagni a non piegarsi ai diktat delle aziende.</p>
<p>Eliminando l’art. 18, le imprese potranno finalmente “dar sfogo alla loro turpe voglia” e licenziare in tronco tutti gli operai ritenuti indomiti (sindacalizzati e non) per poi attuare una dura politica antisindacale; come del resto fanno le grandi aziende europee quando si trasferiscono in paesi dalla legislazione più arretrata, quali gli Stati Uniti. In tal modo avranno stroncato ogni tipo di residuale opposizione alla loro politica neo-schiavistica e la regressione a condizioni di lavoro da inizio 1900 sarà finalmente ultimata. Probabilmente con il plauso del Pd.</p>
<p><em>(Sergio Chibbaro è &#8220;Maître de conférences&#8221; all&#8217;Università &#8220;Paris 6&#8243;, e è delegato della Confédération Générale du Travail, CGT)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/">L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</a></p>
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		<title>Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 08:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandra Terni]]></category>
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		<category><![CDATA[Librairie Voyelles]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
da <em>&#8220;Senso Comune&#8221;</em> edizioni Le voci della luna.<br />
di<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/senso-comune-di-jacopo-galimberti/">Jacopo Galimberti</a></p>
<p>Perdo biro, accendini, sigarette,<br />
ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo<br />
e di nascosto a me stesso<br />
le rimetto nel loro corso materiale.<br />
<br />
Gravi sottili, ignoti a dono e commercio,<br />
circolano docili<br />
in peripli minimi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/un-modo-per-dirsi-addio-2011-jacopo-galimberti-alla-librairie-voyelles-di-torino/">Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/invito-1024x801.jpg" alt="" title="invito" width="700" height="547" class="aligncenter size-large wp-image-41072" /><br />
da <em>&#8220;Senso Comune&#8221;</em> edizioni Le voci della luna.<br />
di<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/senso-comune-di-jacopo-galimberti/">Jacopo Galimberti</a></p>
<p>Perdo biro, accendini, sigarette,<br />
ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo<br />
e di nascosto a me stesso<br />
le rimetto nel loro corso materiale.<br />
<span id="more-41070"></span><br />
Gravi sottili, ignoti a dono e commercio,<br />
circolano docili<br />
in peripli minimi.<br />
In altre fattezze ritornano<br />
e trovo nuove biro, accendini, sigarette,<br />
a caldo, senza saldi postumi.<br />
Quasi un esercizio spirituale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/un-modo-per-dirsi-addio-2011-jacopo-galimberti-alla-librairie-voyelles-di-torino/">Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</a></p>
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		<title>GAY RIGHTS ARE HUMAN RIGHTS</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 17:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Il Ministro degli Esteri dell’Amministrazione Obama ha fatto un intervento di portata storica il 6 dicembre a Ginevra in occasione della giornata mondiale dei Diritti Umani: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani”. Raiset ha censurato la notizia.</strong></p>
<p><strong></strong><br />
di Hillary Clinton<br />
Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione che affermasse le libertà e i diritti fondamentali delle persone ovunque esse vivessero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/i-diritti-gay-sono-diritti-umani/">GAY RIGHTS ARE HUMAN RIGHTS</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Ministro degli Esteri dell’Amministrazione Obama ha fatto un intervento di portata storica il 6 dicembre a Ginevra in occasione della giornata mondiale dei Diritti Umani: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani”. Raiset ha censurato la notizia.</strong></p>
<p><strong></strong><br />
di Hillary Clinton<br />
Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione che affermasse le libertà e i diritti fondamentali delle persone ovunque esse vivessero. Nel secondo dopoguerra, molte nazioni sostennero una dichiarazione di questo tipo per aiutare a prevenire future atrocità e proteggere l’umanità e la dignità insita in ogni persona. E così i delegati si misero al lavoro. Discussero, scrissero, rividero, riscrissero per migliaia di ore. Incorporarono suggerimenti e revisioni proposte da governi, organizzazioni, e individui di tutto il mondo.<br />
Alle tre del mattino del 10 dicembre 1948, dopo circa due anni di lavoro e un’ultima notte di dibattito, il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mise in votazione il testo finale. 48 nazioni votarono a favore, 8 si astennero, nessuna votò contro: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata. Essa proclamava una semplice e potente idea: tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali nella loro dignità e nei loro diritti. <span id="more-40984"></span>Con la dichiarazione si è chiarito che i diritti non sono conferiti dai governi, ma appartengono a tutte le persone dalla nascita. Non importa in che paese viviamo, chi sono i nostri leader e persino chi siamo. In quanto umani, abbiamo diritti. E poiché abbiamo diritti, i governi devono proteggerli.<br />
Nei 63 anni da quando la dichiarazione fu adottata, molte nazioni hanno fatto grandi progressi nel fare dei diritti umani una realtà. Passo dopo passo, le barriere che un tempo impedivano alle persone di godere a pieno delle loro libertà, della loro dignità e della loro umanità sono cadute. In molti luoghi, leggi razziste sono state eliminate, pratiche sociali e legali che relegavano le donne a uno status di seconda classe sono state abolite, la possibilità per le minoranze religiose di praticare la loro fede liberamente è stata garantita.   Nella maggior parte dei casi, tali progressi non furono conseguiti con facilità. Molte persone lottarono, si organizzarono e protestarono nelle pubbliche piazze e in luoghi più privati non solo per cambiare le leggi, ma anche le coscienze. E grazie al lavoro di generazioni, per milioni di individui le cui vite erano vessate dall’ingiustizia è ora possibile vivere più liberamente e partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale delle loro comunità.<br />
Come tutti sapete, c’è ancora molto da fare per assicurare quell’impegno, quella realtà, quel progresso per tutti. Oggi vorrei parlare del lavoro che abbiamo ancora da fare per proteggere un gruppo di persone i cui diritti umani sono ancora negati in troppe parti del mondo. Sono una minoranza invisibile. Sono arrestati, picchiati, terrorizzati e persino condannati a morte. Molti sono trattati con disprezzo e violenza dai loro concittadini mentre le autorità che dovrebbero proteggerli guardano altrove o, troppo spesso, contribuiscono ad abusarli. E’ negata loro l’opportunità di lavorare e ricevere un’adeguata istruzione, sono costretti ad abbandonare le loro case e i loro paesi o a reprimere e negare chi sono per proteggersi dal pericolo.<br />
Parlo di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, esseri umani nati liberi, eguali e con la medesima dignità degli altri, persone con il diritto di rivendicare ciò. Questa è una delle rimanenti sfide del nostro tempo per implementare i diritti umani di tutti. Parlo di questo argomento sapendo che il mio stesso paese è ben lontano dalla perfezione in tema di diritti umani per le persone LGBT. Sino al 2003 l’omosessualità era ancora un crimine in alcuni Stati. Molti americani LGBT hanno sofferto violenze e molestie nelle loro vite e per alcuni, inclusi molti giovani, il bullismo e l’esclusione sono esperienze quotidiane. Quindi noi, come tutte le nazioni, abbiamo molto lavoro da fare per proteggere i diritti umani.<br />
So bene che questa è una questione molto sensibile per molti e che gli ostacoli sulla via della protezione dei diritti umani delle persone LGBT sono radicati in profonde credenze personali, politiche, culturali e religiose. Pertanto vengo a voi con profondo rispetto, comprensione e umiltà. Anche se il progresso su questo fronte non è facile, non possiamo evitare di agire prontamente. In questo spirito voglio parlare delle questioni difficili e importanti che dobbiamo affrontare insieme per raggiungere un consenso globale attorno al riconoscimento dei diritti umani delle persone LGBT ovunque esse si trovino.<br />
La prima questione va direttamente al cuore del problema. Qualcuno ha sostenuto che i diritti gay e i diritti umani sono cose distinte, ma in verità sono la stessa medesima cosa. Certamente 60 anni fa i governi che hanno stilato e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non pensarono a come essa potesse applicarsi alla comunità LGBT. Non pensavano neppure a come essa potesse applicarsi agli indigeni, ai bambini, ai disabili o altri gruppi marginalizzati. Eppure, negli scorsi 60 anni abbiamo riconosciuto che i membri di questi gruppi sono pienamente titolari di diritti e dignità poiché, come tutte le persone, essi condividono una comune umanità.<br />
Questo riconoscimento non è occorso subito. Si è sviluppato nel tempo. Nel frattempo abbiamo capito che si trattava di onorare dei diritti che le persone hanno sempre avuto, piuttosto che creare diritti nuovi o speciali per loro. Come essere una donna, un membro di una minoranza etnica, religiosa o tribale, essere LGBT non rende meno umani. Ecco perché i diritti gay sono diritti umani e i diritti umani sono diritti gay.<br />
Si violano i diritti umani quando si picchiano o uccidono persone a causa del loro orientamento sessuale o perché non si conformano alla norma culturale su come gli uomini e le donne dovrebbero apparire o comportarsi. Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay o non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay. Si violano i diritti umani quando le donne lesbiche e transgender sono soggette ai cosiddetti stupri correttivi, o soggette a trattamenti ormonali forzati, o quando delle persone vengono uccise in seguito a incitamenti pubblici alla violenza contro i gay o quando sono costretti a scappare dai propri paesi e cercare asilo in altri Stati per salvare la propria vita. E si violano i diritti umani quando l’accesso a farmaci salva vita viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o un eguale accesso alla giustizia viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o gli spazi pubblici sono proibiti ai gay. Non importa il nostro aspetto, da dove veniamo, chi siamo, siamo tutti egualmente titolari dei nostri diritti umani e della nostra dignità.<br />
La seconda questione è se l’omosessualità è tipica di una certa parte del mondo. Alcuni sembrano credere che sia un fenomeno occidentale e che perciò fuori dall’Occidente sia possibile rigettarla. In realtà i gay nascono e appartengono ad ogni società del mondo. Sono di tutte le età, di tutte le razze e di tutte le etnie; sono dottori e insegnanti, contadini e banchieri, soldati e atleti; e a prescindere dal fatto che lo sappiamo o lo riconosciamo, sono la nostra famiglia, i nostri amici, i nostri vicini.<br />
Essere gay non è un’invenzione occidentale; è una realtà umana. E proteggere i diritti umani di tutti, etero o omosessuali, non è qualcosa che fanno solo i governi occidentali. La costituzione sudafricana, scritta dopo l’Apartheid, protegge l’uguaglianza di tutti i cittadini, inclusi quelli gay. In Colombia e Argentina, anche i diritti gay sono legalmente protetti. In Nepal, la corte costituzionale ha sentenziato che i cittadini LGBT devono avere eguali diritti. Il governo della Mongolia ha preso l’impegno di varare una nuova legislazione che affronti le discriminazioni patite dai gay.<br />
Ora, alcuni ritengono che proteggere i diritti umani della comunità LGBT sia un lusso che solo le nazioni ricche possono permettersi. Ma in effetti, in tutti i paesi, la non protezione di questi diritti ha dei costi in termini di vite etero e omosessuali perse a causa di malattie e violenze, di silenziamento di voci e visioni che avrebbero rafforzato le comunità, in termini di idee mai concretizzate da imprenditori che casualmente sono gay. Si pagano dei costi ogni volta che un gruppo è trattato peggio degli altri, siano essi donne, minoranze etniche, religiose o LGBT. L’ex presidente del Botswana, Mogae, ha recentemente sottolineato che finché le persone LGBT sono tenute nell’ombra, non potrà esserci un efficace programma di sanità pubblica contro l’AIDS. Beh, questo è vero che per altre sfide.<br />
La terza e forse più difficile questione viene sollevata quando si citano valori religiosi o culturali come ragioni per violare o non proteggere i diritti umani dei cittadini LGBT. Ciò non si differenzia molto dalle giustificazioni offerte per giustificare pratiche violente contro le donne come l’omicidio d’onore, l’arsione delle vedove e le mutilazioni genitali femminili. Alcuni continuano a difendere tali pratiche in quanto parte di una tradizione culturale. Ma la violenza contro le donne non è culturale, è criminale. Ugualmente con la schiavitù, ciò che una volta era giustificato dalla sanzione divina è oggi giustamente ritenuto un immorale violazione dei diritti umani.<br />
In ognuno di questi casi, abbiamo imparato che nessuna pratica o tradizione è superiore ai diritti umani che appartengono a tutti noi. E questo è vero anche per la violenza inflitta alle persone LGBT, la criminalizzazione del loro status o comportamento, l’espulsione dalle loro famiglie o comunità, l’accettazione tacita o esplicita delle loro uccisioni.<br />
Certamente, vale la pena notare che raramente le tradizioni e gli insegnamenti religiosi o culturali sono in conflitto con la protezione dei diritti umani. Ovviamente, la nostra religione e la nostra cultura sono fonti di compassione e ispirazione verso esseri umani come noi. Non solo coloro che giustificavano la schiavitù si appoggiavano alla religione, anche coloro che cercavano di abolirla lo facevano. Teniamo a mente che il nostro impegno a difendere la libertà di religione e la dignità delle persone LGBT hanno la medesima radice. Per molti di noi il credo e la pratica religiosa è una risorsa vitale di significato e identità fondamentale per ciò che siamo come persone. Ugualmente, per la maggior parte di noi, i legami d’amore e famigliari che abbiamo forgiato sono altrettanto vitali fonti di significato e identità. Prendersi cura degli altri è un’espressione di ciò che significa essere pienamente umani. E’ perché l’esperienza umana è universale che i diritti umani sono universali e attraversano tutte le religioni e le culture.<br />
La quarta questione è ciò che la storia ci insegna circa il modo in cui progredire verso eguali diritti per tutti. Il progresso origina da una discussione onesta. Ci sono coloro che dicono e credono che tutti i gay sono pedofili, che l’omosessualità è una malattia che può essere curata o che i gay reclutano altri per farli diventare a loro volta gay. Bene. Queste nozioni sono semplicemente non vere. E’ anche difficile che spariscano se coloro che le promuovono o accettano vengono ignorati piuttosto che invitati a condividere le loro paure. Nessuno ha mai abbandonato una convinzione perché è stato costretto a farlo.<br />
I diritti umani universali includono la libertà d’espressione e quella di pensiero, anche se le nostre parole o pensieri denigrano l’umanità degli altri. Tuttavia, mentre siamo tutti liberi di credere ciò che riteniamo, non possiamo fare tutto ciò che vogliamo, non in un mondo in cui si proteggono i diritti umani di tutti.<br />
Raggiungere una piena comprensione di queste cose richiede più di un discorso. Richiede una conversazione. Anzi, richiede una costellazione di conversazioni in luoghi piccoli e grandi. E richiede la volontà di vedere nelle più aspre differenze di visione una ragione per cominciare a conversare, non per evitare di farlo.<br />
Ma il progresso deriva dal cambiamento delle leggi. In molti posti, incluso il mio stesso paese, la protezione legale ha preceduto, non seguito, un più ampio riconoscimento dei diritti. Le leggi hanno un effetto istruttivo. Le leggi che discriminano convalidano altri tipi di discriminazione. Le leggi che richiedono eguale protezione rinforzano l’imperativo morale dell&#8217;uguaglianza. In pratica, spesso le leggi devono cambiare prima che la paura del cambiamento venga meno.<br />
Molti nel mio paese pesavano che il presidente Truman stesse facendo un grave errore quando ordinò la de-segregazione razziale delle nostre forze armate. Si affermava che ciò avrebbe minato la coesione delle unità combattenti. E fu solo dopo che la decisione venne implementata che ci accorgemmo come essa rafforzò il nostro tessuto sociale in modi che neppure i sostenitori di quella politica avevano previsto. Ugualmente, alcuni nel mio paese ritenevano che la cessazione del “Don&#8217;t Ask, Don’t Tell” avrebbe avuto un effetto negativo sulle nostre forze armate. Oggi, il comandante dei Marines, che fu una delle voci più forti contro la revisione di questa politica, dice che le sue preoccupazioni erano infondate e che i Marines hanno accolto benissimo il cambiamento.<br />
Infine, il progresso deriva dalla disponibilità di mettersi nei panni degli altri per un po’. Dobbiamo chiederci: “come mi sentirei se fosse un crimine amare la persona che amo? Come mi sentirei se fossi discriminato per una cosa di me che non posso cambiare?”. Questa sfida riguarda ciascuno di noi quando riflettiamo su convinzioni profonde, quando lavoriamo per essere tolleranti e rispettosi della dignità di tutti, e quando abbiamo umilmente a che fare con coloro i quali siamo in disaccordo nella speranza di creare una maggiore comprensione generale.<br />
La quinta e ultima questione riguarda come possiamo fare la nostra parte per portare il mondo ad accogliere i diritti umani di tutti, anche delle persone LGBT. Sì, le persone LGBT devono contribuire guidando questi sforzi, come tanti già fanno. La loro conoscenza ed esperienza è impagabile e il loro coraggio inspiratore. Conosciamo i nomi di attivisti LGBT coraggiosi che hanno letteralmente dato le loro vite per questa causa e ce ne sono molti altri il cui nome non conosceremo mai. Ma spesso coloro ai quali si negano i diritti sono quelli con meno potere di ottenere i cambiamenti che cercano. Agendo da sole, le minoranze non potranno mai raggiungere la maggioranza necessaria al cambiamento politico.<br />
Quando una parte dell’umanità viene rimossa, il resto di noi non può rimanere indifferente. Ogni volta che una barriera verso il progresso cade, ciò avviene grazie allo sforzo congiunto di coloro che stanno da entrambe le parti di essa. Nella lotta per i diritti alle donne, il sostegno degli uomini rimane cruciale. La battaglia per l’uguaglianza razziale è dipesa dal contributo di persone di tutte le etnie. Combattere l’islamofobia o l’antisemitismo è un compito per le persone di tutte le fedi. Lo stesso è vero per la lotta per l&#8217;uguaglianza.<br />
Viceversa, quando vediamo la negazione e l’abuso di diritti umani e non agiamo, mandiamo il messaggio che ciò non comporta alcuna conseguenza e incentiviamo il perpetuare di tali abusi e negazioni. Ma quando agiamo, inviamo un potente messaggio morale. Qui a Ginevra, la comunità internazionale ha agito quest’anno per rafforzare il consenso globale attorno ai diritti umani delle persone LGBT. In marzo, al Consiglio per i Diritti Umani, 85 paesi hanno sostenuto una dichiarazione contro la criminalizzazione e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.<br />
Alla successiva sessione del Consiglio in giugno, il Sud Africa si fece promotore di una risoluzione sulla violenza contro le persone LGBT. La delegazione sudafricana parlò eloquentemente della propria esperienza e della propria lotta per l’eguaglianza di tutta l’umanità e della sua indivisibilità. Quando passò, divenne la prima risoluzione delle Nazioni Unite a riconoscere i diritti umani delle persone gay di tutto il mondo. Nell’Organizzazione degli Stati Americani quest’anno, la Commissione inter-americana sui Diritti Umani creò un’unità sui diritti delle persone LGBT, un passo verso ciò che speriamo sarà la creazione di una struttura più formale.<br />
Ora, dobbiamo andare oltre e lavorare qui e in ogni regione del mondo per galvanizzare un maggiore supporto per i diritti umani della comunità LGBT. Ai leader di quei paesi dove le persone sono imprigionate, picchiate o condannate a morte perché gay, chiedo di considerare questo: per definizione leadership significa stare alla testa del proprio popolo quando è necessario. Significa difendere la dignità di tutti i propri cittadini e convincere gli atri a fare lo stesso. Significa anche assicurare che tutti i cittadini siano trattati come eguali dalla legge del proprio Stato perché, lasciatemi essere chiara &#8211; non sto dicendo che i gay non commettono crimini. Lo fanno, proprio come gli eterosessuali. E quando lo fanno devono rispondere dei loro atti, ma non dovrebbe mai essere un crimine il semplice fatto di essere gay.<br />
Ai popoli di tutte le nazioni dico che sostenere i diritti umani è anche una vostra responsabilità. La vita dei gay è condizionata non solo dalle leggi, ma anche dal trattamento che ricevono ogni giorno dalle loro famiglie e dai loro vicini. Eleanor Roosevelt, che ha fatto così tanto per l’avanzamento dei diritti umani nel mondo, ha detto che questi diritti germogliano nei luoghi più vicini a casa &#8211; le strade dove vivono le persone, le scuole che frequentano, le industrie, fattorie e uffici dove lavorano. Questi luoghi sono il vostro campo d’azione. Le azioni che intraprendete e le idee che sostenete possono determinare se i diritti umani fioriranno dove vivete.<br />
Infine, alle persone LGBT di tutto il mondo lasciatemi dire questo: ovunque viviate e qualunque siano le circostanze della vostra vita, sia che siate connessi ad una rete di supporto, sia che vi sentiate isolati e vulnerabili, sappiate che non siete soli. Ci sono persone in tutto il mondo che stanno lavorando duramente per sostenervi e mettere fine alle ingiustizie e ai pericoli che affrontate. Questo è certamente vero per il mio paese: avete un alleato negli Stati Uniti d’America e avete milioni di amici tra gli americani.<br />
L’amministrazione Obama difende i diritti umani delle persone LGBT come parte della nostra più ampia politica sui diritti umani e come una priorità della nostra politica estera. Nelle nostre ambasciate, i nostri diplomatici stanno sollevando l’attenzione su casi e leggi specifici lavorando con vari partner per rafforzare la protezione dei diritti umani di tutti. A Washington, abbiamo creato una task force al Dipartimento di Stato per sostenere e coordinare questo lavoro. Nei prossimi mesi forniremo tutte le ambasciate di un kit di strumenti per migliorare i loro sforzi. Abbiamo anche creato un programma che offre sostegno di emergenza per i difensori dei diritti umani delle persone LGBT.<br />
Questa mattina, a Washington, il Presidente Obama ha dato vita alla prima strategia governativa dedicata a combattere le violazioni dei diritti umani contro le persone LGBT all’estero. Dando seguito a precedenti sforzi fatti all’interno del Dipartimento di Stato e di tutto il governo, il Presidente ha ordinato a tutte le agenzie governative impegnate all’estero di combattere la criminalizzaizione dello stato e della condotta LGBT, di aumentare gli sforzi per proteggere vulnerabili rifugiati LGBT, di assicurarsi che la nostra assistenza estera promuova la protezione dei diritti LGBT, di coinvolgere le organizzazioni internazionali nella lotta contro le discriminazioni e di rispondere prontamente agli abusi contro le persone LGBT.<br />
Sono anche felice di annunciare che stiamo lanciando un nuovo Fondo per l’eguaglianza globale che sosterrà il lavoro delle associazioni della società civile impegnate in tutto il mondo su queste questioni. Questo fondo le aiuterà a registrare dei fatti in modo da elaborare strategie più mirate, a imparare ad usare la legge come uno strumento a loro favore, a gestire il loro budget, a formare il loro personale, e a creare alleanze con e associazioni delle donne e altri gruppi impegnati sui diritti umani. Abbiamo stanziato più di 3 milioni di dollari per dar vita a questo fondo e speriamo che altri aggiungeranno il loro contributo.<br />
Le donne e gli uomini che lottano per i diritti umani delle persone LGBT in luoghi ostili, alcuni dei quali sono qui con noi oggi, sono coraggiosi e meritano tutto l’aiuto che possiamo dar loro. Sappiamo che il cammino non sarà facile, una grande quantità di lavoro resta ancora da fare, ma molti di noi hanno visto direttamente quanto rapidamente i cambiamenti possano avvenire. Durante le nostre vite, l’atteggiamento verso le persone gay in molti posti è stato trasformato. Molte persone, me compresa, hanno negli anni approfondito le loro convinzione sul tema man mano che gli hanno dedicato maggiore attenzione, dialogato, partecipato a dibattiti e stabilito relazioni personali e professionali con persone gay.<br />
Questa evoluzione è evidente in molti luoghi. Per sottolineare solo un esempio l’Alta Corte di Delhi ha decriminalizzato l’omosessualità in India due anni fa scrivendo, e cito: “se esiste un principio che può essere ritenuto permeante di tutta la costituzione indiana, questo è l’inclusività”. Non ho dubbi che il sostegno per i diritti umani LGBT continuerà a crescere perché per molti giovani questo è banale: tutte le persone meritano di essere trattate con dignità e vedere rispettati i propri diritti umani, a prescindere da chi sono o da chi amano.<br />
C’è una frase che negli Stati Uniti invochiamo quando vogliamo spronare gli altri a sostenere i diritti umani: “Stai dalla parte giusta della storia”. La storia degli Stati Uniti è la storia di una nazione che ha ripetutamente lottato contro l’intolleranza e l’ineguaglianza. Abbiamo combattuto una guerra civile brutale sul tema della schiavitù. In tutto il paese milioni di persone si sono unite in campagne per riconoscere i diritti delle donne, dei popoli indigeni, delle minoranze etniche, dei bambini, delle persone con disabilità, degli immigrati, dei lavoratori e così via. E la marcia verso l’uguaglianza e la giustizia continua. Coloro che combattono per espandere la cerchia dei diritti umani erano e sono dalla parte giusta della storia e la storia li onora. Coloro che tentarono di restringere i diritti umani avevano torto e la storia mostra anche questo.<br />
So che i pensieri che ho condiviso oggi coinvolgono questioni sulle quali le opinioni si stanno ancora evolvendo. Come è accaduto già molte volte, le varie opinioni convergeranno verso la verità, quella verità immutabile secondo la quale tutte le persone sono create libere e con uguali dignità e diritti. Siamo ancora una volta chiamati a rendere concrete le parole della Dichiarazione Universale. Rispondiamo a questa chiamata. Stiamo dalla parte giusta della storia, per la nostra gente, le nostre nazioni, le generazioni future, le cui vite saranno plasmate dal nostro lavoro di oggi. Mi rivolgo a voi con grande speranza e fiducia che a prescindere dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti, la percorreremo insieme con successo. Grazie molte.&#8221;</p>
<p>Copyright per la traduzione: Associazione Certi Diritti</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/i-diritti-gay-sono-diritti-umani/">GAY RIGHTS ARE HUMAN RIGHTS</a></p>
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		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:11:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto-300x199.jpg" alt="" title="foto" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-40972" /></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa. Il suo nome si rifà al concetto di third place formulato da Ray Oldenburg nel saggio The Great Good Place, dove l’autore, com’è noto, individuava per le nostre esistenze tre diversi “luoghi”, valorizzando i “terzi luoghi” come gli spazi della socialità, della crescita civile, della partecipazione e condivisione democratica, e differenziandoli così dal “primo luogo”, ossia la casa, l’ambiente famigliare, e dal “secondo luogo”, ossia il contesto lavorativo. La nozione di third place è stata variamente applicata a enti di diversa natura, anche commerciali − come appunto una libreria −, ma accomunati dalla capacità di offrire spazi di socialità e condivisione.<br />
<span id="more-40958"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg" alt="" title="autori_alessandro-12" width="250" height="227" class="alignright size-full wp-image-40960" /></a><br />
Quando abbiamo concepito l’idea di aprire questa libreria, siamo partiti dall’analisi di tutte le nostre debolezze e abbiamo pensato a quali potessero essere le caratteristiche da ricercare per poter, non dico risolvere, ma quantomeno tamponare queste possibili falle. Privi di una storia e privi di forza contrattuale, ci siamo detti che il modo migliore per guadagnarci un posto al sole dovesse essere quello di fare di essa un luogo in cui poter passare del tempo, in cui la scelta e l’acquisto di un libro potesse essere una pratica slow: un luogo di “libri e incontri” (questo è il sottotitolo che campeggia sulla nostra insegna), intendendo questi ultimi non tanto in riferimento alle presentazioni di autori, ma in primo luogo all’incontro tra le persone insieme ai libri.<br />
<a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/"> Il terzo luogo</a> è una libreria particolare, anzitutto sotto un profilo visivo, o se si vuole estetico. Pur cercando di seguire le regole del buon senso gestionale nella sistemazione ed esposizione dei libri, non ci siamo arresi alla funzionalità, che spesso significa omologazione e anonimato, ma ci siamo arresi solo a ciò che credevamo fosse “bello”. Una volta ci hanno simpaticamente detto che la nostra è una libreria anarchica; ma molte più volte ci è stato detto che da noi ci si sentiva bene, a casa. Forse un lampadario di vetro fucsia è meno professionale che un bel tubo di neon; forse spargere qua e là sedie imbottite in stile antico toglie spazio a quei bei cartonati con pila annessa dell’ultimo biblio-panettone in uscita a novembre; forse delle librerie di legno naturale, simili quelle che potremmo tenere nel nostro studio, o dei grandi tavoli di cartone stampati “stile Fornasetti” sono più difficili da gestire che degli efficienti ripiani modulari di ferro e fòrmica. Ma, accidenti!, sono tutte cose che lanciano messaggi di bellezza e accoglienza: e così, magari, potrà capitare anche che l’ultimo romanzo di Franzen, che sta nella nostra esattamente come in tutte le altre librerie, lo si venga a comprare proprio qui, al Terzo luogo, perché qui, banalmente, si sta bene.</p>
<p>Per fare della nostra libreria un “terzo luogo” abbiamo messo insieme tanti ingredienti. La stanza che ospita la sezione di cucina, viaggi, giardinaggio è di fatto quella che abbiamo chiamato “saletta lettura&amp;caffé”, dove ci si può fermare a leggere o a chiacchierare con gli amici, dove si può prendere un caffé o un the, o si può studiare o navigare in internet, scambiare libri nell’angolo book-crossing. La stanzetta dei bambini ha una libreria di legno fatta a casa, un lampadario a forma di balena, sgabellini e libri per i più piccoli ad altezza dei più piccoli; quando ci sono bimbi che entrano in negozio annunciando compìti: «Vado nella “mia” stanza», la cosa ci fa molto piacere! Abbiamo lasciato inoltre due pareti libere, vicino alla sezione dell’arte, musica e cinema, per ospitare mostre; già un discreto numero di artisti ha esposto da noi, come AnonymousArt, Simona Lombardi, Beppe Mecconi, Beatrice Meoni e diversi altri. Gli spazi sono certo angusti e inusuali. Gli artisti si devono in parte adattare nella scelta dei formati e delle disposizioni; ma l’effetto è sempre stato molto stimolante, l’accostamento tra libri e opere carico di significato. È in questo contesto, ad esempio, che è “germogliato” (è il caso di dirlo) il progetto Talee di Beatrice Meoni, un’idea “per librai rizomatici”, come recitava il titolo di un post pubblicato sulla stessa Nazione Indiana (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/" rel="nofollow">http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/</a>), un’iniziativa che, nata qui a Sarzana nella sua forma base, è stata poi presentata al Pisa Book Festival del 2010 ed è diventata una mostra itinerante e una performance di lettura pubblica che ha coinvolto tante librerie indipendenti in tutta Italia, con soluzioni artistiche sempre diverse (vd. <a href="http://talee-talee.blogspot.com/">il sito di Beatrice Meoni</a> )<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg" alt="" title="310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40961" /></a><br />
Infine, ovviamente, ci sono tutte le iniziative che si possono organizzare in una libreria. Il lavoro è faticoso, ma abbiamo cercato di non abbassare mai la guardia su questo punto e di proporre sempre qualcosa di nuovo, di ricordare sempre ai lettori che “esistiamo anche noi” (per una libreria di nuova apertura non è cosa scontata), di presentarci come terzo luogo portatore di un’idea culturale. Abbiamo organizzato molti incontri con autori (e ricordiamo tra gli altri Fabio Geda, Davide Longo, Marco Malvaldi, Simone Perotti, Emiliano Poddi), non solo di narrativa, ma anche di saggistica. Abbiamo inventato “L’Aperilibro”, un aperitivo in libreria con i consigli del libraio. Abbiamo organizzato piccole maratone di lettura spontanea, coinvolgendo i nostri più affezionati lettori.</p>
<p>Certo che è dura, molto dura. Abbiamo lasciato la Torino dalle cento librerie per la provincia, dove ci sarebbero state più probabilità di non essere fagocitati in poco tempo, o di non riuscire a partire mai. Sarzana è un pezzo di provincia bello e interessante; è un microcosmo che va battuto palmo a palmo e che regala scoperte. Ci sono molti lettori di qualità (non solo “lettori forti”, che possono essere anche solo dei mangia best-sellers, ma “lettori dalle scelte forti”), e diverse iniziative culturali, tra cui, com’è noto, il Festival della Mente, che probabilmente varrà a Sarzana l’ingresso nel circuito delle Città del Libro, come avrebbe annunciato Rolando Picchioni in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino. Però non siamo gli unici qui a Sarzana; e in fondo, pur potendo dire di essere decisamente riusciti a posizionarci, siamo il vaso di coccio tra una libreria che esiste da trent’anni ed una molto più giovane, ma di marchio Mondadori. Certo, siamo consapevoli che andare ad aprire una libreria in un posto che ne è sempre stato privo equivarrebbe a vendere i proverbiali frigoriferi al Polo Nord per aver intravisto le meravigliose opportunità di un mercato privo di concorrenza.</p>
<p>Anche detto questo, tuttavia, la posizione da vaso di coccio ancora rimane. E poi Sarzana è un piazza commerciale del tutto discontinua. Ci sono picchi rappresentati non solo dal Natale, ma anche dai giorni del Festival della Mente; ci sono momenti molto buoni, in cui Sarzana riceve continui flussi dalle vicine località della Liguria e della Toscana, come la stagione estiva e il periodo della Soffitta in Strada in particolare (noi stiamo in una delle vie degli antiquari e per l’intera la stagione chiudiamo tutti i giorni a mezzanotte). Ma ci sono anche momenti (ottobre-novembre e febbraio-marzo) in cui verrebbe quasi voglia di chiudere, se non fosse che tutto sembra sospeso, tranne l’affitto!</p>
<p>«Momenti belli tosti», ci chiede Francesco Forlani. Di momenti belli tosti ce ne sono continuamente e non dimentichiamoci che, per di più, siamo in un momento di totale depressione dei consumi, che i libri in Italia continuano a rimanere sconsideratamente cari (ma non ne si potrebbe calmierare i prezzi come beni di prima necessità?) e che in fondo, per quanto sia giusto − soprattutto per giovani librai come noi − continuare a ingegnarsi per migliorare la redditività della libreria e aumentarne i clienti, dobbiamo essere anche abbastanza consapevoli del fatto che questo è il momento della resistenza-resistenza-resistenza e che cavare il sangue dalle rape, o in altre parole, aspettarsi tanto dai clienti quando noi stessi abbiamo abbattuto tutti i nostri consumi, sarebbe un pensiero ingenuo.</p>
<p><em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
<p>È difficile entrare in una libreria da semplice lettore adesso che ne abbiamo una, e certo le cose che si osservano sono molte e sono diverse da quelle che cercavamo tempo fa! Il primo particolare a cui guardiamo sono le vetrine; anzi, devo dire che spesso è la cosa su cui capita di soffermarsi di più. Le vetrine non possono raccogliere che una piccola parte dei libri esposti con evidenza all’interno; esse, quindi, hanno per la libreria la stessa funzione che un abstract ha per un articolo scientifico. M’interessa? Non m’interessa? Guardo la vetrina ed è lì che lo stabilisco. Una disposizione dei libri e un layout generale privo di qualunque guizzo di fantasia mi avverte di un possibile grigiore mentale del libraio. I ripiani foderati da moquettina beige, ispessita da uno strato di polvere trentennale mi preparerà alla scena di un negozio angusto, costituito al settanta percento da un magazzino inaccessibile, dove solo un libraio-Caronte, trincerato dietro al suo banco di legno, saprà trovare a memoria il libro che gli sto chiedendo. Una vetrina baluginante di luce e inutilmente spaziosa, dove, a discapito della possibilità di esporre molti titoli si preferisce ripeterne uno o due come un mantra consumistico (è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo… ecc. ecc.), mi aprirà al meraviglioso mondo del Pensiero Unico; facendo lo slalom tra pile di novità e cartonati (attenzione al riflesso del neon sul pavimento lucido), si raggiungerà il banco unicamente per dire al ragazzotto che ci sta dietro (o al computer con annesso ragazzotto): «Senta, volevo solo avvisarla che Pensiero debole di Vattimo non sta nella psicologia e Hitler di Giuseppe Genna non sta nella storia»; il tizio ci risponderà: «Ah, io non lo so questo, però può avvertire gli addetti dei reparti». Noi dagli addetti non ci andremo, ma usciremo comunque dalla libreria soddisfatti della nostra piccola opera di disturbo no-global. Poi ci sono le librerie indipendenti che scimmiottano queste ultime e questo fatto, ancora una volta, lo vedi dalla vetrine. E lì ti viene un po’ di tristezza, ti viene voglia di entrare e di dire al libraio: «Ma tu sei consapevole che per Loro non sei importante, che la tua è una bottega? Lo sai che tu, lo sconto del 25% sul nuovo romanzo di Murakami non lo potrai fare mai e poi mai a meno di non volerlo cedere gratis ai tuoi clienti?».<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374-300x214.jpg" alt="" title="img_5374" width="300" height="214" class="alignright size-medium wp-image-40962" /></a><br />
Infine ci sono librerie con vetrine che non sono nulla di quello che ho descritto sino ad ora. Con vetrine che ci fanno dire «Sì, m’interessa». E a quel punto capita di prendere su il taccuino per segnarci titoli particolari che ci siamo persi: se li ha scelti questo libraio, che sembra proprio in gamba, dobbiamo ordinarli anche noi. Ultimamente c’è un’altra cosa che attira la nostra attenzione. Gli sconti. O meglio, il modo in cui le librerie di catena abbiano cercato di aggirare subito le maglie (non troppo strette) della Legge Levi sul prezzo del libro, entrata in vigore, com’è noto, a settembre.</p>
<p> I libri possono essere scontati al massimo del 15%: e allora giù vetrine e ripiani interi di titoli, tutti, ma proprio tutti scontati del 15%! La prima volta che abbiamo visto una cosa così (era una Feltrinelli) devo dire che è stato un pugno nello stomaco. Nessuno noi potrebbe riuscire a fare una cosa del genere, a meno di non richiedere allo Stato sussidi per librai filantropi e di non cercarci un secondo lavoro notturno. E poi ci sono le campagne (25% per un mese al massimo per singole collane o edizioni) e teoricamente a queste dovrebbero poter aderire tutti, belli e brutti. E invece abbiamo ben visto come il 19 ottobre di quest’anno, all’uscita del romanzo Il silenzio dell’onda di Carofiglio, a poco tempo dall’entrata in vigore della Legge Levi, l’editore Rizzoli abbia prontamente trovato il modo di “gabbare lo santo”, non solo applicando un ribasso del 25% a un unico titolo di nuova pubblicazione (questa non è una campagna!), ma evitando di ritoccare lo sconto ai librai, cosa che ha permesso solo alle catene, che hanno ben di più di uno scarso 30% di ricarico, di poter partecipare a una festa da cui molti sono stati esclusi a loro insaputa, dato che il tutto è apparso chiaro solo con l’uscita del libro. Adesso, proteste o non proteste (vedi ad esempio la lettera a Carofiglio dell’Alsi, l’Associazione dei librai indipendenti sardi), la cosa si è ripetuta con 1Q84 di Murakami.</p>
<p>E ai lettori, noi, cosa dovremmo dire? Ben poco. Però, potremmo buttargli lì un concetto: non solo c’è 1Q84 che loro possono acquistare a 15 invece che a 20 euro, ma ci sono un sacco di altri libri, che vengono fatti uscire senza particolari strategie di lancio e che vengono messi a 18, 20, 22 euro quando potrebbero costarne (come prezzo di copertina intendo!) 12, 13 o 15; e sarebbe già tanto. E poi potremmo dirgli anche un’altra cosa. Che noi (e tanti come noi), quando facciamo le vetrine, quando scegliamo i titoli uno a uno, senza agenti o automatismi vari, non pensiamo a quello che “va sul mercato”, ma a quello che piace ai lettori che ci frequentano. Abbiamo venduto molte ma molte più copie della Rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka che di Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Ecco: da noi si trovano meno sconti, ma più rispetto. Questo è il nostro 15% su tutti i titoli. E non sono cose da ignorare.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg" alt="" title="img_5451-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40963" /></a><br />
<em>Come definiresti una libreria indipendente?</em></p>
<p>È una domanda più complessa di quanto si può pensare. La prima risposta, quella che mi verrebbe di getto, sarebbe di dire: libreria indipendente non vuol dire niente, è un termine che mi sta antipatico, è un termine abusato. Noi siamo una libreria “normale”, questo vorrei dire. Facciamo parte dei normali. Poi ci sono gli editori che fanno anche i distributori e i librai, come Mondadori, Giunti o Feltrinelli; quelli che fanno i grossisti e i librai, come Fastbook-Ubik, o quelli che non paghi di supermercati e ipermercati aprono anche librerie, come la Coop. Non si tratta solo di essere una catena o un franchising. Si tratta di concentrazioni di potere. E, questo, mentre tutti quegli altri, i librai normali, lavorano in maniera normale e hanno normali rapporti con case editrici e distributori o grossisti; e se per caso si mettono a fare anche gli editori o a vendere i propri libri on-line lo fanno spesso a costo di fatiche raddoppiate. Di certo tra questi normali ve ne sono di più o meno indipendenti. Indipendente è una parola, ma le situazioni sono tante. E se questa parola dobbiamo usarla solo per definire in generale le librerie non di catena, tanto vale dire semplicemente che, appunto, “non sono di catena”; tanto più che molte di esse sono in realtà alquanto “dipendenti”, se si guarda la faccenda dal punto di vista dei conti da far quadrare a fine mese!</p>
<p>Se le librerie indipendenti fossero solamente quelle “non di catena” sarebbe inutile impostarci sopra un qualunque discorso culturale. Se un libraio sceglie i titoli solo badando a novità e classifiche, se lascia carta bianca agli agenti, se si stipa il negozio di paccottiglie commerciali solo per il fatto che gli vengono proposte con un quaranta per cento di sconto, si può dire che egli sia un “libraio indipendente”?</p>
<p>Possiamo dispiacerci molto se per caso è costretto a chiudere, ma non fare grandi battaglie perché questo non avvenga. Direi allora che l’unica maniera di farmi piacere l’uso della parola “indipendente” è di dire che “indipendente” è la libreria che risponde non solo a una logica commerciale (che pure deve essere presente), ma anche a una propria idea culturale, di cui vuole farsi portatrice sul territorio, tra i suoi lettori e anche nei confronti degli editori ed autori. Una libreria di questo genere non può ovviamente essere indipendente nel senso proprio della parola;  l’indipendenza indica una libertà nei confronti dell’esterno e noi non siamo botteghe artigiane, ma anelli (più deboli di altri) di una catena. Può però essere “autonoma”: l’autonomia è la capacità di seguire “il proprio nomos”, le proprie leggi, senza disegnare la propria identità su logiche acquisite dall’esterno, importate acriticamente. Una libreria di questo genere rappresenta non solo lo sbocco finale di un ciclo di produzione, ma anche il “filtro” finale di quella produzione: un filtro che può lasciar passare con abbondanza alcune cose e bloccarne altre. In un mondo utopico in cui esistesse solo questo genere di librerie, gli effetti di ritorno che questo stato di cose potrebbe avere sull’editoria si farebbero sentire, eccome. Sembra che oggi gli editori (e, ovviamente, mi riferisco soprattutto ai più grandi) abbiamo perso la capacità perseguire un progetto culturale che ne conformi l’identità e che sia in grado di avere una qualche influenza sulla società. L’impressione è che sparino nel mucchio, sapendo che quel colpo che andrà a bersaglio dovrà ripagare le tante pallottole sprecate per mancanza di mira. I libri in uscita ogni anno sono infiniti; pochi se ne salvano e quasi tutti scadono con la velocità di uno yogurt; quasi tutti costano di più di quel che dovrebbero. I librai, dal canto loro, sono parte di questo flusso, sono costretti a cicli di rotazione altissimi e a un aggiornamento continuo che fa di essi persone non più colte e informate, ma forse solo un po’ più stressate. In un mondo ideale, o se vogliamo in un’Italia ideale, in cui i librai fossero tutti autonomi e non avessero alcun Leviatano che gli fiata sulle spalle, questa produzione saturata e saturante di libri verrebbe rimbalzata al mittente, che si troverebbe costretto a cambiare sua rotta, a rallentare la catena di montaggio per ricercare la qualità; anzi, anche solo per fare ricerca, una cosa che dovrebbe essere vitale per un editore e appare invece un orpello fuori moda.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em></p>
<p>L’unica che conosciamo direttamente è l’ALI, l’associazione di categoria ufficiale dei librai indipendenti, ma sappiamo che in Italia sono nate alcune esperienze associative che generalmente mettono assieme librai indipendenti con piccoli-medi editori di proposta e che partono dai primi, come LiberiLibrai o l’Associazione dei Librai Sardi, oppure dai secondi, come il gruppo dei Mulini a Vento. Un po’ di tempo fa era nato a Torino il progetto SlowBook, di cui invito a leggere il <a href="http://www.slowbook.org/il%20progetto%20slow%20book.pdf">programma</a> , che mi pare molto interessante, anche se sinceramente non so che seguito abbia al momento attuale. Non so in quale misura organizzazioni di questo genere possano essere di supporto ai librai indipendenti. Rappresentano tutte occasioni per uno scambio di idee e informazioni, o per creare momenti di sensibilizzazione; ma poi, ognuno torna nella sua libreria e continua a lottare come prima con la concorrenza sleale degli sconti, gli affitti troppo alti, le condizioni dei distributori. Qualunque nuova iniziativa di questo genere non deve cercare semplicemente di “fare rete” tra le librerie indipendenti, ma deve tentare coinvolgere librai, editori, autori e lettori per inventare qualcosa di nuovo. Il commercio equo-solidale, i gruppi d’acquisto, i prodotti a chilometro-zero: e se queste esperienze, rivedute e corrette, potessero finire anche nel mondo dei libri e delle librerie indipendenti?</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em></p>
<p>Da quello che ho raccontato sino ad ora penso sia emerso abbastanza chiaramente come abbiamo inteso e continuato a intendere la nostra libreria, Il terzo luogo. Se dovessi aggiungere qualcosa su “cosa mi  piacerebbe che fosse” direi semplicemente questo. Vorrei che fosse il lavoro di una vita. Vorrei che mio marito Alessandro, che è il titolare, potesse scrivere sulla sua carta d’identità “libraio”. E che al Terzo luogo ci festeggiasse la pensione. Siamo una libreria TQ. Siamo librai parte di una generazione saltata, di una generazione annichilita dal termine; una generazione che, forse, ha meno competenze di quelle che avrebbe sviluppato se gliene fosse stata data la possibilità a tempo debito, ma che ha un patrimonio di umanità e conoscenza che non può essere continuamente umiliato, e deve essere tenuto in vita, pena l’estinzione del futuro. Per questo non chiediamo altro che di poter continuare quello che stiamo facendo.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em></p>
<p>E a te di fare lo scrittore? Adottiamoci!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40958" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Ciao, compagno Lucio</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 11:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>antonio sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri.jpg"></a><br />
Ciao, compagno <strong>Lucio</strong>,<br />
ti eri raccomandato con i tuoi amici più cari, quelli d&#8217;una vita, i compagni del <strong>Manifesto</strong>. «Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ciao-compagno-lucio/">Ciao, compagno Lucio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>antonio sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri-300x225.jpg" alt="" title="Lucio Magri" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40893" /></a><br />
Ciao, compagno <strong>Lucio</strong>,<br />
ti eri raccomandato con i tuoi amici più cari, quelli d&#8217;una vita, i compagni del <strong>Manifesto</strong>. «Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito.»<br />
Adesso tutto è finito, compagno Lucio Magri, io ho abbastanza vissuto per ricordare dibattiti, conferenze, assemblee con la tua sempre piuttosto fascinosa, diciamolo, presenza, per ricordare le tue battute, sempre eleganti, le tue polemiche anche dure, ma così caratterizzanti un’epoca in cui ancora si dibatteva sui massimi sistemi, come usava dire. Sulla storia del comunismo avevi molto pensato e ora hai anche scritto.<br />
Con un infinito rispetto per la tua scelta di andartene così, con determinazione e rigore, per i tuoi motivi che certo solo tu conosci appieno, scelgo questo modo per trasformare il lutto, che non volevi, come non lo vorrei mai io, in un’occasione per far conoscere ― senza fronzoli ― a più persone le prime pagine dell’introduzione del tuo ultimo scritto (<em>Il sarto di Ulm</em>, Il Saggiatore – tascabili, Milano 2011). Eccole:<span id="more-40892"></span></p>
<p>«In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: &#8220;Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la parola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e rafforzare per portarlo al governo del paese?&#8221;.<br />
Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un’altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, Il sarto di Ulm. Quell’artigiano, fissato nell’idea di apprestare un apparecchio che permettesse all’uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla finestra dell’alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovviamente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia — commenta Brecht — alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare.<br />
Io, che ero presente, trovai la risposta di Ingrao non solo arguta, ma fondata. Quanto tempo, quante lotte cruente, quanti avanzamenti e quante sconfitte, furono necessari al sistema capitalistico — in un’Europa occidentale all’inizio più arretrata e barbarica di altre regioni del mondo — per trovare alla fine una efficienza economica mai conosciuta, darsi nuove istituzioni politiche più aperte, una cultura più razionale? Quali contraddizioni irriducibili marcarono, per secoli, il liberalismo tra ideali solennemente affermati (la comune natura umana, la libertà di pensiero e di parola, la sovranità conferita dal popolo) e pratiche che li smentivano in modo permanente (schiavismo, dominazione coloniale, espulsione dei contadini dalle terre comuni, guerre di religione)? Contraddizioni di fatto, ma legittimate nel pensiero: l’idea che alla libertà non potessero né dovessero accedere se non coloro che avessero per censo e cultura, perfino per razza e colore, la capacità di esercitarla saggiamente; e l’idea correlativa che la proprietà dei beni era un diritto assoluto e intoccabile e dunque escludeva il suffragio generale. Tutte contraddizioni che non tormentarono solo la prima fase di un ciclo storico, ma si erano riprodotte in forme diverse, nelle loro successive evoluzioni e gradualmente si erano ridotte solo per l’intervento di nuovi soggetti sociali sacrificati e di forze contestatrici di quel sistema e di quel pensiero. Se dunque la storia reale della modernità capitalistica non era stata lineare, né univocamente progressiva, anzi drammatica e costosa, perché dovrebbe esserlo il processo del suo superamento? Questo appunto voleva significare l’apologo del sarto di Ulm. </p>
<p>Tuttavia, scherzosamente ma non troppo, proposi subito a lngrao due interrogativi che quell’apologo, anziché superare, metteva in luce. Siamo sicuri che il sarto di Ulm, se fosse sopravvissuto storpiato alla rovinosa caduta, sarebbe rapidamente risalito per riprovarci, e che i suoi amici non avrebbero cercato di trattenerlo? E comunque, quel suo azzardato tentativo, quale contributo effettivo aveva portato alla successiva storia dell’aeronautica?<br />
Questi interrogativi, in relazione al comunismo, erano particolarmente pertinenti e ostici. Anzitutto perché, nella sua costituzione teorica, pretendeva non di essere un ideale cui ispirarsi, ma parte di un processo storico già in corso, di un movimento reale che cambia lo stato di cose esistenti: comportava quindi, in ogni momento, una verifica fattuale, un’analisi scientifica del presente, una realistica previsione sul futuro, per non evaporare in un mito. In secondo luogo perché tra le precedenti sconfitte e gli arretramenti delle rivoluzioni borghesi, in Francia e in Inghilterra, e il crollo recente del «socialismo reale» occorre vedere una differenza pesante. Una differenza che non si misura nel numero dei morti o nell’uso del dispotismo, ma nel risultato: le prime hanno lasciato eredità, magari molto più modeste delle speranze iniziali, dovunque sono avvenute, comunque immediatamente evidenti; del secondo è invece difficile decifrare e misurare il lascito e individuare degni continuatori.<br />
Vent’anni dopo, questi interrogativi non solo non hanno trovato una risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi. O meglio, delle risposte le hanno trovate in una forma molto superficiale e dettata dalle convenienze: abiura o rimozione. Un’esperienza storica e un patrimonio teorico che hanno segnato un secolo sono stati così affidati, per usare un’espressione di Marx, alla «critica roditrice dei topi», che come si sa sono voraci e, in un ambiente adatto, si moltiplicano velocemente. </p>
<p>La parola comunista torna certo ancora, in modo ossessivo e caricaturale, nella propaganda della destra più rozza. Resta nei simboli elettorali di piccoli partiti europei, per conservare il consenso di una minoranza affezionata a un ricordo, o per indicare genericamente un’avversione al capitalismo. In altre regioni del mondo, partiti comunisti continuano a governare piccoli paesi, soprattutto a difesa della propria indipendenza dall’imperialismo, e uno, grandissimo, in cui serve a sostenere uno straordinario sviluppo economico, che però va in altra direzione. La Rivoluzione di ottobre è generalmente considerata una grande illusione, in qualche momento e agli occhi di pochi utile, ma nel complesso sciagurata (identificata con lo stalinismo e in una sua versione grottesca), comunque condannata dal suo esito finale. Marx, di recente, ha riconquistato un certo credito, come pensatore, per le sue lungimiranti previsioni sul capitalismo del futuro, ma del tutto amputato dall’ambizione di porvi fine.<br />
Ancor peggio, la dannazione della memoria tende ormai a procedere oltre: a estendersi all’intera vicenda del socialismo e, su per li rami, alle componenti radicali della rivoluzione borghese e alle lotte di liberazione dei popoli coloniali (che, come si sa, anche nel paese di Gandhi, non poterono essere sempre pacifiche). Insomma, «il fantasma che si aggirava» sembra finalmente sepolto: da alcuni con onore, da altri con odio non dimenticato, dai più con indifferenza perché non ha più nulla da dirci.</p>
<p>L’orazione più graffiante, ma a suo modo più rispettosa, a questa definitiva sepoltura l’aveva anticipata uno dei maggiori cervelli avversari, Augusto Del Noce. Quando, anni fa, disse in sostanza dei comunisti: hanno perduto e vinto. Hanno perduto rovinosamente nella loro prometeica ambizione di rovesciare il corso della storia, di promettere agli uomini libertà e fratellanza, anche senza Dio e riconoscendosi mortali. Ma hanno vinto come potente e necessario fattore di accelerazione della globalizzazione della modernità capitalistica e dei suoi valori: il materialismo, l’edonismo, l’individualismo, il relativismo etico. Uno straordinario fenomeno di eterogenesi dei fini, che egli, cattolico conservatore e intransigente, pensava di aver previsto, ma del quale aveva poche ragioni per compiacersi. </p>
<p>Chi però al tentativo del comunismo ha creduto, in qualche modo vi ha partecipato, e solitamente senza dare segnali di allarme, ha il dovere di renderne conto, anche a se stesso, di chiedersi se quella sepoltura non sia troppo frettolosa, se non occorre un altro certificato sul rigor mortis. Abbiamo tutti molti argomenti per aggirare l’ostacolo. Del tipo: sono stato un comunista italiano perché era prioritario per combattere il fascismo, difendere la democrazia repubblicana, sostenere le sacrosante rivendicazioni dei lavoratori; oppure, sono diventato comunista quando il legame con l’Unione Sovietica o l’ortodossia marxista erano ormai in discussione, oggi posso aggiungere una circoscritta autocritica al passato e una forte apertura al nuovo. Non basta? A mio parere non basta, perché non rende conto di un’impresa collettiva che, nel bene e nel male, ha coperto molti decenni, e va considerata e compresa nel suo insieme. Non basta soprattutto per trarne una lezione utile per l’oggi e per il domani.<br />
Sento troppi ormai dire: era tutto uno sbaglio ma sono stati i migliori anni della nostra vita. Per alcuni anni, sotto botta, questo misto di autocritica e di nostalgia, di dubbio e di fierezza, soprattutto tra le persone semplici, mi è sembrato giustificato, anzi una risorsa. Ma col passare del tempo, e soprattutto tra intellettuali e dirigenti, mi pare ormai un accomodante compromesso con se stessi e con il mondo. E torno di nuovo e di più a chiedermi: ci sono argomenti razionali e convincenti per opporsi all’abiura e alla rimozione? O quanto meno ci sono buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anziché archiviarla?<br />
A me pare di sì.»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ciao-compagno-lucio/">Ciao, compagno Lucio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Depressione</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EKV4gbEAo0I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama <em>Melanchòlia</em>, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano. <span id="more-40852"></span></p>
<p>Anche per questo siamo già in depressione. La depressione è un stato della mente collettiva che coincide con una congiuntura economica. E’ il risultato del senso di impotenza con cui ci affacciamo alle aspettative negative, memori anche solo sottopelle di quanta perdita abbiamo già subito. Mandiamo i figli a studiare in scuole sempre più fatiscenti, compilando bollettini postali per consentire l’acquisto di materiali tra i quali c’è la carta ma anche la carta igienica. Paghiamo ticket sempre più alti per le cure mediche, ma se è necessario un esame urgente, raggranelliamo i soldi per la visita privata. Nelle stazioni ferroviarie funzionano spesso solo gli schermi che trasmettono non-stop spot pubblicitari. Le città si allagano con ogni pioggia forte, i tombini non ripuliti si intasano, nel manto stradale malripezzato le pozzanghere si ingrossano a laghi che continuano ad allargare le buche.</p>
<p>Il lavoro è sempre più scarso, sempre meno tutelato, sempre peggio retribuito. La classe operaia, prima di quasi dissolversi, ha fatto sacrifici senza andare in paradiso. E’ stata raggiunta nel limbo quaresimale dalla classe media. I lavoratori atipici stanno sulla soglia, sempre più numerosi. Non hanno voltato le spalle agli operai della Fiat nel braccio di ferro con Marchionne, ma quando uno di loro si trova faccia a faccia con l’impiegato pubblico troppo lento o scazzato, l’insofferenza verso il tutelato brucia, tutto a vantaggio di chi divide e impera. L’umiliazione resta più indicibile del rancore in cui cerca uno sfogo, è il fondo depressivo che atomizza, che entra in casa, che intossica i rapporti più privati. Se hai uno straccio di lavoro, sai che ti tocca tenerlo caro quasi a qualunque costo. Sotto c’è lo strato nero del lavoro in nero, i clandestini che ne abbassano il costo reale, che portano voti alla Lega, perché c’è sempre chi incassa le rendite delle guerre tra poveri. Difficile resistere alle sirene depressive e alla loro capacità di incattivire, spacciando per visione esistenziale lo sguardo oscurato dal malessere subito. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, dice alla sorella bruna in preda al panico, la bionda che trae una forza terminale dalla sua natura melancholica o saturnina .  </p>
<p>L’esito del voto in Spagna indica che la delusione è soprattutto un problema delle sinistre governative. Lo stesso dice, a modo suo, l’altissima fiducia degli elettori del Pd nel governo Monti. Il sollievo e la speranza per la ritirata di Berlusconi sono stati, sin da subito, mescolati al desiderio di affidarsi a un’autorità, come bambini spaventati da una realtà che trascende le loro capacità di comprendere e reagire. Dare la mano a chi dovrebbe guidarli nel buio, chiudendo gli occhi. Ma insieme ad ansia e paura, agisce anche una ragione se non proprio depressiva, almeno disillusa sino al fatalismo. Se l’alternativa alla catastrofe non può che essere ingoiare la minestra austera, che almeno sia preparata da un grande chef che ha imparato la ricetta nei migliori établissment del mondo, in grado – si spera &#8211;  di trattare alla pari con i colleghi dell’Hotel Frankfurter Hof e Hotel Ritz. Nulla di meglio si sarebbero aspettati da un partito che da decenni ha chiesto rinunce con la promessa che si sarebbero tradotte in crescita e dunque benefici, cosa non avveratasi in cui non spera più nessuno. L’ironia del caso italiano fa si che sia stata la destra berlusconiana a imporre, con il voto dei ceti popolari e l’appoggio di Confindustria sino al limite del baratro, il dietrofront sugli slanci liberali di sinistra.  Al “meno tasse per tutti” strombazzato, corrispondeva, nella pratica, il ripristino di ogni privilegio e il “niente tasse per alcuni” molto prammatico, ovvero destinato a tutti quelli in grado di evaderle. Ma quel che sembra arrivato al capolinea in tutta Europa, è il sogno di una società dove capitalismo e socialismo, alla fine di tante lotte, avessero raggiunto un equilibrio soddisfacente per gran parte dei cittadini. Sembrava un’acquisizione così salda che non solo in Italia, inebriata dal nuovo mondo unilaterale, anche la sinistra ha creduto di potersi concedere un po’ di libertinaggio liberale. I danni del New Labour si sono sommati a quelli del thatcherismo, e persino nella Germania graziata dalle casse piene dello Stato, nessuno rivorrebbe più un Gerhard Schröder a capo del Partito Socialdemocratico. Forse anche per questo &#8211; oltre all’assenza di alternative immediate per proteggere il paese dal rischio fallimento &#8211; lo stesso Partito Democratico è stato così pronto e docile nel consegnare delega al governo Monti, malgrado sembrasse certa e addirittura prossima la vittoria elettorale. Pur consapevole che potrebbe pagare carissima la resa delle armi, ha preferito affidare all’outsourcing “tecnico” l’esecuzione della politica economica, nel momento in cui non è stata più un’opzione, ma un’imposizione ineluttabile. Ora si stanno delineando scontri interni tra correnti più liberali e più “sociali”,  ma sempre in una logica binaria e autoreferenziale. Nessuna riflessione dialettica sui propri percorsi che voglia in più – pare impensabile &#8211;  confrontarsi con la base elettorale o con la società. Che i dettati dell’economia abbiano esautorato la politica, pare avvenuto sia per causa che come effetto della sua incapacità di mettersi in discussione e in gioco – non solo in Italia.</p>
<p>Il pianeta, malgrado il nuovo governo, non resta fermo. Forse il collasso europeo è ormai inevitabile, però non ci aspetta nessuna fine ultima, solo il dover andar avanti sempre più incerti, sempre più disillusi, sempre più poveri. L’apocalisse, per le anime depresse, somiglia a una favola consolatoria, almeno nella misura in cui cerca di esorcizzare il malessere, oggettivandolo in una rappresentazione esterna – cosa di cui il film di Lars von Trier è un esempio dei più trasparenti. Non sembra casuale che, in questi anni di crisi, le narrazioni apocalittiche si siano moltiplicate sino all’inflazione: libri, film, videogiochi. L’apocalisse addomestica i demoni rendendoli feroci e grandiosi  &#8211; ma soprattutto esterni. Mistifica il nostro sentirci miserabili, non importa se facendoci combattere battaglie splatter contro alieni, o abbandonandoci in un castello abitato da tre privilegiate anime in pena che attendono il bang finale. Esiste però qualcosa che la narrazione apocalittica non può permettersi. Non può mostrare alcun collegamento con la condizione storica e collettiva che la incrementa o la ingenera, con quella depressione di cui gli economisti temono di fare il nome. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, lo dice, appunto, la stessa splendida donna che nella prima parte manda a quel paese un capo stronzo, ma prodigo di elogi e promozione. Nella favola nera cinematografica è l’eroina che si licenzia perché la depressione le rende intollerabile ogni gioco e finzione sociale, nel mondo grigio della crisi cadono in depressione i licenziati. Castelli e miserie, come diceva il poeta maledetto, simboli e archetipi che mostrano un’essenza per occultare la contingenza da cui possono sgorgare.</p>
<p>Ma forse gli effetti distorsivi della depressione, con il suo bisogno si esternarsi fosse anche in figure di un nero monocromo, possono riflettersi persino sulle letture della realtà che ci incombe addosso. Dal basso della nostra impotenza, la crisi appare come una trama di attori impersonali spregiudicati o almeno un meccanismo perverso quanto ferreo. Non si può fare altro che cercare di disattivarlo in toto, quindi la risposta più radicale sembra l’unica o comunque la migliore. Se c’è una ragione per la quale l’idea del default pilotato come via d’uscita non mi convince, questa risiede soprattutto nel timore che possa essere una reazione opposta e speculare, quasi “euforica”, all’aut-aut di uno scenario catastrofico non messo discussione. Non escludo che in certi casi – forse già in Grecia allo stato attuale – ci sia possa far meno male saltando dalla finestra del fallimento che continuando a mangiare la minestra della miseria. Però le visioni più o meno complottistiche dello strapotere finanziario rischiano di assolvere la corsa individuale alle scialuppe di salvataggio delle nazioni imbarcate sul Titanic, soprattutto all’interno dell’Europa monetaria. Il meccanismo va analizzato e scomposto in ogni sua componente, a cominciare da quelle che appartengono alla responsabilità della politica. Le posizioni di Merkel o Sarkozy, per dire, ma anche l’incapacità dei governi dei paesi mediterranei di contrattare uniti, acquisendo un peso maggiore sul tavolo delle trattative. Lo sforzo di ragionare in maniera differenziata pur nella situazione di pericolo e ricatto, non ha forse utilità pratica, ma esprime in sé un rifiuto dell’introiezione di una subalternità subita.  </p>
<p>La crisi è globale e globali sono le contestazioni che si levano dal basso. Oltre agli slogan che, nella loro evidenza immediata – “siamo il 99%” &#8211; possiedono un potenziale di aggregazione contagioso, forse è anche il volto stesso dei movimenti a strappare la maschera. Traslocare nei luoghi pubblici, accamparsi come zingari nelle tende, dormire nei sacchi a pelo come barboni. Sperimentare una democrazia più diretta, intervenendo nelle assemblee con un codice di gesti che ricorda il linguaggio dei sordomuti. Intervenire, come accade in America, senza amplificazioni, lasciando che le parole dell’oratore vengano trasmesse coralmente. I movimenti, soprattutto in occidente, traducono, per necessità di cose, in corpi e pratiche lo scandalo occultato: la povertà. Si avvalgono anche di strumenti tecnologici e internet, ma questo lo fanno pure i manifestanti in Egitto o in altri paesi dove la libertà era inaccessibile e il pane lo è diventato. Anche con un’antenna sul tetto di una baracca o uno smartphone in tasca si può essere poveri &#8211; sia nel primo che nel secondo e terzo mondo. Dovunque, tuttavia, la povertà non è soltanto quella materiale. E’ tutto ciò che manca o è venuto a mancare: diritti, prospettive, rappresentanza, sponde politiche, risposte alternative complessive che appaiano già formulate e percorribili. Talvolta, a vedere e sentire gli aderenti dei movimenti, capita di sentirsi sconcertati dinnanzi all’impressione che il linguaggio della protesta debba reinventarsi a partire da una sorta di grado zero. Quella povertà è anche debolezza, certo, ma occorre vederla prima per quel che è – lo specchio non falsato di una condizione vera – prima di pensare che se ne possa uscire con scorciatoie. Inutile illudersi: tra la richiesta di una patrimoniale o di una Tobin Tax, o addirittura una riscrittura mondiale delle regole di governance finanziaria e le questioni della crisi strutturale (sostenibilità della crescita, ambiente, occupazione futura ecc.) c’è di mezzo un deserto da attraversare. Un deserto non confinato alle sole democrazie del mondo avanzato, di cui alcuni paesi come il nostro stanno sperimentando per la prima volta cosa significa essere retrocessi in prossimità di quelli meno sviluppati.<br />
Partire da proposte concrete benché già fin troppo osteggiate, non dovrebbe essere un modo per scambiare correzioni di rotta importanti per risposte esaustive. Il percorso, se vuole essere di “democrazia reale” (o qualcosa che vi somigli), sarà lungo e tutto da costruire.</p>
<p>Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti &#8211; avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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		<title>La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 05:44:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli. Su quel binario erano accampati a mo&#8217; di argini indiscutibili e insuperabili la democrazia e il denaro. Non è la prima volta del tempo storico né sarà l&#8217;ultima:  prima ancora  di completare l&#8217;universalizzazione del mondo il medesimo modello di universalizzazione entra in una crisi strutturale. La storia non ne vuol sapere di finire e riparte sempre dal punto in cui ci si prefigura un mondo a forma di omogeinizzato, di polpetta indistinguibile e indifferente governata da un rito infinito, dunque senza storia.</p>
<p>2)      <strong><em>L&#8217;universalizzazione delle macerie</em></strong>. I motivi di questa doppia crisi sono molteplici ma tutti ascrivibili proprio all&#8217;universalizzazione del mondo binario di democrazia e denaro. Appena una forma universale trionfa, quando tutti gli stolti cantano in sua gloria, quella forma comincia a sgretolarsi. Nei luoghi del trionfo e della gloria presto si vedranno le macerie. La ragione di crisi è intrinseca a ogni modello di universalizzazione di qualsiasi campo della conoscenza e del potere. In ogni forma aurorale esistono aspetti dinamici e progressivi. In ogni forma universale quegli aspetti dinamici e progressivi vengono ritualizzati fino a quando diventano una cancrena della forma originaria.<span id="more-40833"></span></p>
<p>3)      <strong><em>La democrazia sospesa.</em></strong> La cancrena della democrazia contemporanea è un fatto ancora poco dibattuto ma assodato come dimostrano i casi di sospensione della democrazia che dall&#8217;Algeria 1992 si sono diffusi fino alla Grecia e all&#8217;Italia 2011. Il paradosso del tempo a venire – per continuare a vigere la democrazia deve essere progressivamente sospesa – è già intuibile in questi giorni.</p>
<p>4)        <strong><em>Il simulacro vuoto della democrazia</em></strong>. Posto che la democrazia sia stata (nell&#8217;antico come nel moderno) la forma più giusta di potere, occorre prendere atto che nel suo funzionamento contemporaneo, la democrazia è diventata un simulacro vuoto, un rito di potere nel quale la giustizia, l&#8217;uguaglianza, la libertà e tanti altri valori che solitamente vengono ad essa ascritti sono totalmente inagiti e controvertiti. Anche in questo caso le ragioni risultano intrinseche: il consenso è sì necessario a qualsiasi forma di potere, ma alla democrazia è così consustanziale che anche ogni ignominia deve essere commessa attraverso il consenso diffuso e certificato nel simulacro del voto. Nella sua forma-cancrena la democrazia è diventata  ricerca ossessiva del consenso. Inoltre, diversamente dai poteri plebiscitari dove il consenso si dimostra più nel rumore, nella democrazia si esercita più nel silenzio. Da democrazia, ovvero potere di tutti, ad apparato di potere per gravitare il consenso a registro dell&#8217;indifferenza ovvero del silenzio-assenso.  Nel compimento di questa parabola si modificano strutturalmente le forme della democrazia. L&#8217;interesse generale non diviene altro che squilibrata somma degli interessi particolari. Gli interessi particolari si cristallizzano in apparati di potere che si combattono l&#8217;un l&#8217;altro. Chi vince di volta in volta  lima gli interessi degli antagonisti distruggendo – col loro aiuto -  via via l&#8217;interesse generale. Quando l&#8217;interesse generale  viene distrutto tanto da mettere in discussione anche gli interessi particolari prevalenti, allora la democrazia  deve essere sospesa. I governi Monti divengono necessari per evitare che la democrazia si riveli pienamente una farsa.</p>
<p>5)      <strong><em>Crisi della democrazia è crisi del denaro.</em></strong> Non si comprende la crisi della democrazia se non si analizza quella del denaro. Le democrazie si sviluppano proporzianalmente alla massa di denaro che muovono. Molte guerre che si combattono devono la loro natura più a problemi di consenso spicciolo (come vincere le prossime elezioni) piuttosto che a interessi economici strategici. Sull&#8217;altare del potere, il bisogno del consenso è sovrano, muove masse gigantesche di denaro in barba a ogni principio monetarista. Pure il keynesismo, da magnifica teoria economica in grado di contemperare debito e crescita, è divenuto mirabile strumento per la ricerca del consenso e per la stabilizzazione degli apparati di potere. Ciò che  abbiamo notato nella democrazia &#8211; la necessità che venga sospesa per evitarne la farsa – è ancor più evidente nel governo del denaro.  Le teorie economiche pure vengono sospese; è una miscela esplosiva e terribile di keynesismo e monetarismo quella con cui si governa il mondo.</p>
<p>6)      <strong><em>Il generale denaro</em></strong>. Le corazzate che assaltano le cittadelle del demos dell&#8217;Occidente, i bombardamenti a tappeto che rischiano di distruggere la civiltà democratica non arrivano dall&#8217;Islam o dalla Cina e non sono guidati da un Bin Laden. Sono nient&#8217;altro che flussi d&#8217;informazione guidati dal generale denaro. Generale nella doppia significanza di comandante supremo e di massa totale di denaro circolante nel mondo.</p>
<p>7)      <strong><em>Le orde barbariche del denaro</em></strong>. Per il mondo contemporaneo, il flusso d&#8217;informazioni che ha come sostrato sottostante la circolazione monetaria va divenendo come le orde barbariche per il mondo romano con l&#8217;unica differenza che le orde arrivavano dall&#8217;esterno,  i flussi d&#8217;informazione arrivano dall&#8217;interno. Essi non sono dunque un fenomeno extra sistemico ma ipersistemico. È il monumento della globalizzazione, cioè la liberalizzazione dei capitali, a dar forma al suo contraltare, cioè ai fenomeni detti speculativi da tutti gli speculatori.</p>
<p>8)      <strong><em>L&#8217;impero romano non poteva tornare a Remo.</em></strong>  Così, la globalizzazione non può essere interrotta per magia e neanche a suon di guerricciole. Nel disastro che incombe, come vaccino da muffa, occorre trovare una linea di fuga, nuove forme della politica, diverse forme d&#8217;economia.</p>
<p>9)      <strong><em>Denaro come pura informazione</em></strong>. Inizio dal denaro. Anch&#8217;esso, come la democrazia, è un simulacro di ciò che  è stato. Circola all&#8217;impazzata, distribuisce iniquità e appropriazioni ciclopiche oltre che indebite, ma non ha sottostante da 40 anni, non ha cioè un valore di riferimento come lo aveva fino al 1971 con l&#8217;oro. Il denaro ormai è pura informazione. In questa sua natura, come qualsiasi informazione, se non è controllabile e verificabile, è sostanziabile in un raggiro.</p>
<p>10)  <strong><em>Virtualizzazione del denaro</em></strong>. Per essere interamente verificabile e controllabile il denaro non deve più apparire come massa circolante. Occorre pervenire alla sua totale e completa virtualizzazione. Una timida virtualizzazione del denaro è già avvenuta per diverse ragioni, non ultima quella fiscale. Lo stesso governo Monti potrebbe limitare le transazioni con denaro contante sulla soglia dei 300-500 euro. Parimenti faranno in successione altri governi. Ma l&#8217;utilizzo timido e parziale della moneta virtuale a unico, parziale, molto parziale, scopo fiscale ne limita l&#8217;efficacia.</p>
<p>11)  <strong><em>Contante, cioè sporco e nero</em></strong>. Una delle più solide ragioni per le quali i sistemi democratici vanno vieppiù polarizzandosi socialmente ed economicamente deriva dal fatto che la massa monetaria circolante è totalmente trasparente per alcune fasce sociali, parzialmente o totalmente opaca per altre. L&#8217;opacità della circolazione monetaria – con l&#8217;evasione e l&#8217;iniquità fiscale che ne derivano -  rende impossibile qualsiasi ragionamento o atto di equità sociale. Per eliminare l&#8217;evasione fiscale non ci vogliono sofisticati apparati di controllo o eserciti di finanzieri. Basta virtualizzare totalmente il denaro. La totale eliminazione del contante su scala globale e la conseguente eliminazione dell&#8217;evasione fiscale sono la base minima fondamentale per intraprendere di nuovo un cammino di equità sociale.</p>
<p>12)  <strong><em>La tracciabilità della virtualità.</em></strong> La tracciabilità totale dei movimenti di denaro – possibile con la totale virtualizzazione della moneta – è condizione certo insufficiente, ma necessaria per inibire il processo di appropriazione indebita che avviene a livello globale. Per attuarla non occorrono grandi operazioni di ingegneria finanziaria. Basta che ogni persona abbia un conto sul quale, come di prassi, sia registrato ogni dare e ogni avere e che qualunque transazione, anche quella di valore centesimale, avvenga per semplice passaggio d&#8217;informazione da una carta di credito o bancomat o postamat o phonemat (questi ultimi, che associano una carta di credito al telefonino non mi risultano esistere ancora ma credo verranno presto alla luce).</p>
<p>13)  <strong><em>Il fantasma dell&#8217;incubo</em></strong>. La totale virtualizzazione del denaro, la sua scomparsa come moneta circolante fa venire legittime paure per esempio legate alla privacy. Tutto vero non fosse che in quell&#8217;incubo siamo cacciati già da tempo. Non c&#8217;è atto o momento della nostra vita che non sia controllabile e già controllato. Tra tutte le libertà che abbiamo ceduto alle sovranità supreme dello Stato e del mercato quella finanziaria è certo la meno preoccupante anzi è un&#8217;angheria che permette e sostanzia una quantità intollerabile di soprusi.</p>
<p>14)  <strong><em>Forme economiche extra-monetarie</em></strong>. La virtualizzazione del denaro avrebbe per eterogenesi dei fini anche effetti su fenomeni inerenti la sicurezza sociale. L&#8217;elemosina, la prostituzione, lo spaccio di droga, il lavoro nero e clandestino e tanti altri fenomeni sociali che allignano in condizioni di circolazione monetaria opaca verrebbero impossibilitati o fortemente limitati entro sentieri di totale tracciabilità. Immaginando questa realtà senza denaro circolante cercherò di dettagliare tutta una serie di effetti parossistici, ma anche aurorali tra i quali voglio qui segnalare la nascita e lo sviluppo di forme economiche extramonetarie, di autoproduzione, di autogestione, di scambio, insomma d&#8217;altre forme d&#8217;esistenza che spero si sviluppino nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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		<title>Non chiamateli ragazzi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png" alt="" title="folla in piazza" width="298" height="222" class="alignleft size-full wp-image-40843" /></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”. <span id="more-40839"></span><br />
Farida, classe 1992, è poco più di una bambina. Il 21 novembre, mentre in piazza Tahrir è in atto una carneficina, posta questo messaggio su Facebook. Scrive dalla piazza, dove si trova con tutta la sua famiglia, e in quelle poche righe riesce a condensare lo spirito e gli ideali dei “ragazzi di Tahrir” impegnati a scrivere una nuova pagina in quella che è la Storia della loro rivoluzione. E centra perfettamente il punto, Farida, raccontando quanto siano irrimediabilmente lontani e contrapposti gli alfabeti in cui si esprimono le due parti in gioco: il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) da una parte, le giovani generazioni con il loro sogno democratico dall’altra, in quella che sembra essere una battaglia decisiva, una resa dei conti finale tra lo SCAF, che in teoria starebbe guidando il paese in questa fase di transizione, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak, e i “rivoluzionari” (thuwwàr, così si definiscono i giovani di piazza Tahrir), che non ci stanno a farsi strappare di mano la loro rivoluzione da quell’esercito che in questi mesi ha mostrato il suo vero volto, chiarendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere, procrastinandone sempre più la transizione a un governo civile e mostrando più volte il pugno di ferro contro gli oppositori.<br />
Quella contro cui si battono oggi i rivoluzionari di Tahrir è la controrivoluzione con la quale il regime tenta di mantenersi in piedi, gattopardescamente, e di superare indenne o quasi il ciclone delle richieste di cambiamento in senso democratico che all’inizio di quest’anno si è abbattuto sul governo trentennale di Mubarak. A capo del consiglio militare, infatti, c&#8217;è il generale Tantawi, già ministro della difesa sotto il regime Mubarak. Da tempo, fin da subito dopo le dimissioni di Mubarak, i rivoluzionari di Tahrir ne chiedono le dimissioni. Per tutta risposta nei mesi scorsi lo SCAF non ha esitato ad abusare del proprio potere e a mostrare il pugno di ferro, rendendosi responsabile di vere e proprie carneficine (come quella del 9 ottobre a Maspero) e di migliaia di arresti di civili processati da tribunali militari. Proprio contro quest’ultima pratica si sono concentrati nei mesi scorsi gli sforzi degli attivisti che non accettano i processi militari a civili. Ha suscitato molto scalpore in particolare l&#8217;arresto, che risale a più di venti giorni fa, del blogger e noto attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo e anima della rivoluzione di gennaio, che si è rifiutato di essere processato militarmente e per questa ragione si trova tuttora in cella. Arrestando lui il Consiglio delle Forze Armate ha voluto probabilmente lanciare un monito ai &#8220;ragazzi di Tahrir&#8221;.<br />
Così venerdì scorso la piazza si è di nuovo riempita, per chiedere le dimissioni di Tantawi, ma non solo. Le richieste della piazza sono precise, lucide, coerenti e per nulla ingenue o naif come si potrebbe pensare. Si chiede il passaggio immediato dei poteri dalla giunta militare a un esecutivo civile che guidi il paese fino alle elezioni presidenziali; di abolire i processi marziali ai civili; di far processare da corti civili i responsabili delle violenze degli ultimi giorni e dei mesi scorsi; di abbandonare i privilegi che fanno dell’esercito egiziano una casta potentissima non solo politicamente, ma anche economicamente (l’esercito controlla settori chiave dell’economia egiziana, tra cui quello del petrolio). Quest’ultimo punto è il nodo centrale che ha scatenato questa nuova protesta, dopo la presentazione di una bozza di emendamenti costituzionali che mirano a rinsaldare il potere dell’esercito, negando ogni possibilità di controllo sia sul bilancio che sull’operato delle forze armate.<br />
A chi parla di una seconda rivoluzione egiziana, i ragazzi di Tahrir rispondono che no, non si tratta di una seconda rivoluzione, stanno solo portando a compimento la prima. I messaggi su Twitter si rincorrono mentre piazza Tahrir e le vie circostanti si presentano come un teatro di guerra. Ma è, ancora una volta e ancor più della volta scorsa, una guerra ad armi impari, in cui ragazzi disarmati, o al massimo armati di pietre, affrontano gli uomini delle forze dell’ordine decisi a reprimere con ferocia, nel sangue, le proteste di quei giovani. Ma la piazza non ha più paura, e la violenza inaudita delle forze dell’ordine non è sufficiente a convincere i manifestanti ad abbandonare Tahrir. Sanno di rischiare la vita, ma restano lì. Mentre di minuto in minuto giungono notizie drammatiche riguardo al numero di morti e feriti, i ragazzi a Tahrir si annotano sul braccio, a penna, il numero di telefono di famigliari o amici per poter essere identificati in caso di morte. Una ragazza scrive su Twitter “Abbiamo tutto da perdere e tutto da vincere”, parole che mi fanno ripensare al testo di una bellissima canzone di De Gregori, <em>La Storia siamo noi</em>. Quei ragazzi sanno che la posta in gioco è molto alta, che si tratta di difendere la rivoluzione di gennaio, di fare in modo che tutto quel che è stato fatto finora non sia stato fatto invano. Non vogliono sentir parlare di compromessi con il regime militare e sono disposti a pagare in prima persona, anche con la propria vita, per veder realizzato il loro sogno di democrazia, di libertà e giustizia sociale.<br />
Piazza Tahrir è di nuovo quella sorta di città nella città che era stata durante i 18 giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi. Ci sono diversi ospedali da campo e la virtuosissima macchina della solidarietà si è rimessa in moto. C’è gente che va in piazza solo per offrire il proprio aiuto, ci sono medici e infermieri, un servizio di ambulanza vero e proprio e uno improvvisato per trasportare i feriti in motorino al più vicino punto di assistenza, si organizzano collette per comprare medicine e generi di prima necessità, si dona il sangue per le trasfusioni. Si cerca anche di scherzare, per quanto possibile in una situazione così drammatica. Qualcuno scrive su Twitter che l’Egitto è l’unico paese in cui i giovani non temono la morte, ma hanno paura di dire ai loro genitori che stanno andando a Tahrir.<br />
Ancora una volta, in piazza ci sono tutti, ragazzi e ragazze, cristiani, musulmani, comunisti, anarchici, liberali, islamisti, famiglie intere, anziani, bambini. E nel frattempo la rivolta infiamma anche molte altre città egiziane. Mentre scrivo, il generale Tantawi fa il suo discorso alla nazione. Spiega che l’esercito sta solo proteggendo il popolo egiziano e guidando la transizione democratica, non ha alcuna intenzione di governare il paese e le elezioni presidenziali verranno anticipate a Giugno 2012. Chi ha seguito da vicino i fatti di febbraio, ha la netta impressione del déjà vu: il discorso retorico e ipocrita di un carnefice che ha tante morti sulla coscienza e non si assume alcuna responsabilità per il sangue versato da tanti giovani innocenti. Un discorso cui, ancora una volta, la piazza risponde con un perentorio “Irhal!”, vattene.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png" alt="" title="harara" width="550" height="305" class="alignnone size-full wp-image-40841" /></a><br />
Ed è che indietro non si torna. A chi in occidente si chiedeva, all’indomani dalla caduta di Mubarak, se quella rivoluzione sarebbe veramente servita a cambiare le cose, chi conosce da vicino l’Egitto e i protagonisti di questa battaglia ha sempre risposto che sì, il cambiamento c’è stato eccome, a prescindere poi dal se e dal quando se ne vedranno i frutti. Una democrazia non si costruisce dall’oggi al domani. Il cammino sarà inevitabilmente lungo e impervio, ma un cambiamento c’è stato, ed è sostanziale, ed è sotto gli occhi di tutti: la gente non ha più paura di reclamare i propri diritti ad alta voce, di combattere e perfino di morire per poter vivere un giorno in un paese migliore. Quelli che si trovano in piazza adesso sono gli stessi ragazzi che hanno dato il via alla rivoluzione di gennaio. Non si sono mai fermati, hanno continuato per tutti questi mesi a portare avanti le loro battaglie, non hanno mai mollato quella piazza e dimostrano di non essere disposti ad abbassare la guardia, ad accontentarsi di soluzioni di compromesso. Dimostrano di essere pronti a rioccupare piazza Tahrir ogni volta che sarà necessario. È questa la rivoluzione, questo il vero cambiamento. In un paese che da mezzo secolo vive sotto regimi militari e subisce a testa bassa ingiustizie e vessazioni di ogni tipo, la generazione dei ventenni di oggi insegna ai propri genitori e al paese intero a non aver più paura, ad alzare la testa, a reclamare dignità umana e giustizia sociale. E dà al mondo intero che sta a guardare un’inedita, tanto semplice quanto efficace, lezione di democrazia. Il simbolo della battaglia di questi giorni è Ahmed Harara, un giovanissimo dentista, la cui storia ha commosso il paese e in questi giorni sta facendo il giro del web: negli scontri del 28 gennaio Ahmed aveva perso un occhio e sabato scorso ha perso anche l’altro, ma lungi dal lasciarsi scoraggiare, ha dichiarato: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere e vivere umiliato”.<br />
Più di trenta i morti, martiri della libertà. Circa duemila i feriti. Indietro non si torna, ovunque porti questo secondo capitolo della rivoluzione.<br />
Di certo non mancano determinazione e coraggio, ai rivoluzionari di Tahrir.<br />
E per piacere, non chiamateli ragazzi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
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		<title>Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino tripodi</strong></p>
<p>1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/31/misure-per-abbattere-il-debito-pubblico-e-combattere-l%e2%80%99evasione-fiscale/">Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino tripodi</strong></p>
<p>1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.</p>
<p>2)      Raccolta del TFR giacente presso le aziende. Con la raccolta del TFR degli anni precedenti si paga il debito, con quella dell’anno in corso si pagano le liquidazioni.</p>
<p>3)      Messa in vendita dell’ammontare totale del debito pubblico. Gli acquirenti dei titoli del debito – che non saranno Buoni del tesoro o Cct, ma Bdd, Buoni del debito – anziché ricevere soldi di  interessi, alimentando così la spirale del debito, utilizzano i titoli acquisiti per pagare a prezzi costanti ( a prova dunque di aumento) tributi e tasse negli anni successivi. I titoli acquisiti aumentano di valore in percentuale crescente rispetto agli anni di uso e sono cedibili, sono cioè titoli al portatore che possono essere tranquillamente venduti sia per acquisire moneta, ma anche beni corrispondenti. L’aumentare del valore del Buoni del debito – che corrisponde al tempo tra l’emissione e l’incasso – anziché aumentare il debito lo abbatte.  Lo stato quindi non paga più interessi sul debito, ma distribuisce benefici differiti sul pagamento anticipato di tasse e tributi a cittadini e aziende.<span id="more-40538"></span>Anziché col pagamento degli interessi, lo Stato paga il debito con minori entrate negli anni a seguire. Anziché differire il debito, aumentandolo progressivamente, lo Stato incamera in anticipo una quota delle entrate che altrimenti incasserebbe in futuro.  Le entrate così diminuiscono, però solo della quota spettante agli acquirenti dei Titoli del debito; le entrate totali invece aumenterebbero con l’aumento del prelievo sulle rendite e con l’abbattimento dell’elusione e dell’evasione fiscale di cui al punto 6.</p>
<p>4)      Aliquota del 20% su ogni tipo di rendita finanziaria (la misura prevista dalla manovra governativa di agosto in vigore dal 1° gennaio 2012 mantiene l’aliquota al 12,5% per i titoli di stato, i buoni postali ecc.) Il differenziale del 7,5% del prelievo sulle rendite finanziare ( dal 12,5 al 20%) viene utilizzato esclusivamente per l’abbattimento del debito fino alla sua estinzione.</p>
<p>5)      Pensionamento libero oltre la soglia prevista di legge per tutti i cittadini. Ciò vuol dire che chiunque potrà, su base volontaria, continuare a lavorare. La misura renderebbe inutile ogni forma di costrizione e darebbe benefici in termini di riduzione della spesa enormemente superiori a qualsiasi altra riforma delle pensioni.</p>
<p>6)      Progressivo ma rapido utilizzo della moneta virtuale per qualsiasi tipo di transazione onde abbattere l’evasione fiscale. La misura renderebbe – eterogenesi dei fini -  un grande beneficio al sistema bancario e postale poiché richiederebbe la bancabilità – o postabilità – di ogni residente e dimorante nel territorio dello Stato. Qualsiasi transazione escluso il baratto – che risulterebbe incentivato &#8211; avverrebbe infatti con la moneta virtuale. Ogni residente e ogni soggetto economico avrebbe come effetto della misura una contabilità in entrata e in uscita totalmente trasparente. L’evasione fiscale risulterebbe impossibile. Anche in questo caso, anziché una crociata contro gli evasori &#8211; dagli effetti dubbi – si propone una misura “tecnica”che presuppone – come lo presuppongono le proposte ai punti 3 e 5 – la messa in discussione dei paradigmi dominanti in tema di economia e società.</p>
<p>*</p>
<p><em>Note:</em></p>
<p>1)     Il paradosso di Jevons in <em>The coal question</em> del 1865 (Le tecnologia atte a ridurre l’uso di carbone non riescono nell’obiettivo, anzi ne aumentano l’uso)  e il debito pubblico (le misure prese per ridurre il deficit non solo non lo riducono ma sono efficaci a centrare l’obiettivo contrario, quello di aumentarlo). La stessa proposta di mettere in costituzione la parità del bilancio va in questa direzione. Il motivo è semplicemente che non si muore di debiti, ma degli interessi maturati su di essi.</p>
<p>2)     Il boomerang delle politiche del debito che si era abbattuto sui paesi terzi e che ora sta franando sui paesi primi.</p>
<p>3)     I limiti delle politiche Keynesiane e il disastro di quelle monetariste.</p>
<p>4)     Valore della moneta e vantaggi del suo uso (oltre come riserva, tipo l’oro) virtuale.</p>
<p>5)     Effetti sociali – anch’essi derivati per eterogenesi dei fini &#8211; dell’uso esclusivamente virtuale della moneta e eliminazione degli effetti collaterali dell’evasione fiscale (tra i quali non poche figure di allarme e di insicurezza sociale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/31/misure-per-abbattere-il-debito-pubblico-e-combattere-l%e2%80%99evasione-fiscale/">Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</a></p>
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		<title>RVP (Ricevo Volentieri Pubblico)</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 07:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione culturale Architempo]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperativa culturale Capuanova]]></category>
		<category><![CDATA[De natura mundi]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria Guida Capua]]></category>
		<category><![CDATA[Librerie Uthòpia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Palasciano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;">Gentilissime anime, cogliamo l&#8217;occasione per invitarVi all&#8217;importante seminario di <a href="http://palasciania.splinder.com/">filosofia palascianiana</a>, in 12 lezioni-spettacolo gratuite, di cui segue il programma completo. Con preghiera di diffusione. Grazie per la cortese attenzione, e speriamo di vederVi a Palazzo Fazio o Palazzo Lanza una di tali sere. In collaborazione con <em>Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua, Librerie Uthòpia</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/palasciana.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco Palasciano</strong><br />
in<br />
<strong>De natura mundi</strong><br />
<em>L’interpretazione del mondo in ottanta giorni</em><br />
Dodici lezioni-spettacolo a ingresso libero<br />
<strong>Capua</strong><br />
Palazzo Fazio (via Seminario 10)<br />
Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25)<br />
Da ottobre a dicembre 2011 nei giorni sotto indicati sempre alle 21.30<br />
</p>
<p style="text-align: center;">1.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/09/rvp-ricevo-volentieri-pubblico-4/">RVP (Ricevo Volentieri Pubblico)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Gentilissime anime, cogliamo l&#8217;occasione per invitarVi all&#8217;importante seminario di <a href="http://palasciania.splinder.com/">filosofia palascianiana</a>, in 12 lezioni-spettacolo gratuite, di cui segue il programma completo. Con preghiera di diffusione. Grazie per la cortese attenzione, e speriamo di vederVi a Palazzo Fazio o Palazzo Lanza una di tali sere. In collaborazione con <em>Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua, Librerie Uthòpia</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/palasciana.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40321" title="palasciana" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/palasciana-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco Palasciano</strong><br />
in<br />
<strong>De natura mundi</strong><br />
<em>L’interpretazione del mondo in ottanta giorni</em><br />
Dodici lezioni-spettacolo a ingresso libero<br />
<strong>Capua</strong><br />
Palazzo Fazio (via Seminario 10)<br />
Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25)<br />
Da ottobre a dicembre 2011 nei giorni sotto indicati sempre alle 21.30<br />
<span id="more-40320"></span></p>
<p style="text-align: center;">1. De Magna Rota Rerum Humanarum: la sistemazione delle pratiche e dei valori umani nella Ruota palascianiana</p>
<p style="text-align: center;">– Parte I. Scienza vs Religione, Filosofia vs Trogolo, Cultura e comunicazione vs Selva, Ordine e filantropia vs Crimine</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 2 ottobre</p>
<p style="text-align: center;">2. De Magna Rota Rerum Humanarum: la sistemazione delle pratiche e dei valori umani nella Ruota palascianiana</p>
<p style="text-align: center;">– Parte II. Eros e affettività vs Repressione, Arte vs Burocrazia, Gioco vs Mercato e politica, Magia vs Tecnica</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 10 ottobre</p>
<p style="text-align: center;">3. Viaggio al fondo dell’universo: dall’inferno di Dante al pianeta Abisso e fuga. Input e output poetici agli albori della nostra Ruota</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 16 ottobre</p>
<p style="text-align: center;">4. Viaggio al fondo dell’anima: una serata di giochi analitici e sintetici (con una parentesi aperta sulla follia</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 24 ottobre</p>
<p style="text-align: center;">5. Gli esordi del caos. Te lo do io il laboratorio di scrittura</p>
<p style="text-align: center;">– Parte I. O buon Apollo, salvaci dalla poesia mediocre!</p>
<p style="text-align: center;">– Parte II. Racconto, romanzo, opera mondo</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 30 ottobre</p>
<p style="text-align: center;">6. Il ritorno di Astrea in astronave. Tramonto del postmoderno e rimonta del moderno</p>
<p style="text-align: center;">– Parte I. Dall’estetica trascendentale all’anestetica trash-and-antani: mio Dior, come sono caduta in vascio!</p>
<p style="text-align: center;">– Parte II. Le Muse intorno alla culla del Nuovo Rinascimento</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 7 novembre</p>
<p style="text-align: center;">7. In principio era la poesia. Trionfo del linguaggio sull’indicibile e trionfo dell’istante sulla morte</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 13 novembre</p>
<p style="text-align: center;">8. Χριςτομανία</p>
<p style="text-align: center;">– Parte I. Vita, mito e strumentalizzazione del personaggio piú ingombrante degli ultimi 1631 anni</p>
<p style="text-align: center;">– Parte II. L’insostenibile leggerezza di Radio Maria: il mondo come teatro di guerra del Demonio e della Madonna</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 21 novembre</p>
<p style="text-align: center;">9. The Doctor and the Robots. La guerra delle Due Cose: anima e corpo</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 27 novembre</p>
<p style="text-align: center;">10. Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico)</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 5 dicembre</p>
<p style="text-align: center;">11. Alla base di tutto non c’è il Nulla ma il Tutto. Dall’estasi razionale alla religione giocattolo</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Lanza, domenica 11 dicembre</p>
<p style="text-align: center;">12. La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni</p>
<p style="text-align: center;">► Palazzo Fazio, lunedí 19 dicembre</p>
<p style="text-align: center;">Tutti gli aggiornamenti su De natura mundi, e le segnalazioni di eventuali variazioni nel programma, saranno pubblicati su http://palasciania.splinder.com</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/09/rvp-ricevo-volentieri-pubblico-4/">RVP (Ricevo Volentieri Pubblico)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>London, 27/11/1894  [ dell&#039;insouciance &amp; alia ]</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/10/london-27111894-dellinsouciance-alia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 06:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Paolo Tosti]]></category>
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		<category><![CDATA[insouciance]]></category>
		<category><![CDATA[Lugi Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Pelham Grenville Wodehouse]]></category>
		<category><![CDATA[Scandalo della Banca Romana]]></category>
		<category><![CDATA[The Knack 1965]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center">.</p>
<p align="center">&#160;&#160;<strong>Francesco Paolo Tosti</strong>  [1846-1916]<br />
 var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Alfredo-Kraus-Tosti-Malia.mp3"><em><strong>Malìa</strong></em> [Londra, 1887]</a><br />
parole di <strong>Rocco Emanuele Pagliara</strong><br />
e l&#8217;inimitabile ironico <strong>Alfred Kraus</strong> dal vivo</p>
<p align="center">&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Cosa c&#8217;era nel fior che m&#8217;hai dato? Forse un filtro, un arcano poter?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/10/london-27111894-dellinsouciance-alia/">London, 27/11/1894  [ dell'<em>insouciance</em> &#038; alia ]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><marquee onmouseover="this.stop();" onmouseout="this.start();" width="450" height="312" scrollamount="4" style="background-image:url('http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/eu.jpg');"><span style="font-size:1pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #000000;">.</span><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/2bed.png"/></marquee></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc;"><strong>Francesco Paolo Tosti</strong>  [1846-1916]</span><br />
<script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Alfredo-Kraus-Tosti-Malia.mp3"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc;"><em><strong>Malìa</strong></em> [Londra, 1887]</span></a><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc;">parole di <strong>Rocco Emanuele Pagliara</strong><br />
e l&#8217;inimitabile ironico <strong>Alfred Kraus</strong> dal vivo</span></p>
<p align="center"><marquee onmouseover="this.stop();" onmouseout="this.start();" loop="1" width="63%" scrollamount="3" style="background-image:url('http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carta.jpg'); border: 0px dotted #7c3e02;"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cosa c&#8217;era nel fior che m&#8217;hai dato? Forse un filtro, un arcano poter? Nel toccarlo, il mio core ha tremato, m&#8217;ha l&#8217;olezzo turbato il pensier. Ne le vaghe movenze, che ci hai, un incanto vien forse con te. Freme l&#8217;aria per dove tu vai, spunta un fiore ove passa &#8216;l tuo piè. Freme l&#8217;aria per dove tu vai, spunta un fiore ove passa &#8216;l tuo piè. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Io non chiedo qual plaga beata fino adesso soggiorno ti fu: non ti chiedo se Ninfa, se Fata, se una bionda parvenza sei tu! Ma che c&#8217;è nel tuo sguardo fatale? Cosa ci hai nel tuo magico dir? Se mi guardi, un&#8217;ebbrezza m&#8217;assale, se mi parli, mi sento morir! Se mi guardi, un&#8217;ebbrezza m&#8217;assale, se mi parli, mi sento morir!</span></marquee></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">di <strong>Orsola Puecher</strong></span></p>
<p><center><br />
<table border="0" cellspacing="20" cellpadding="20" width="500">
<tr>
<td>
<p align="Justify"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">[ <em>un fascio di lettere - legate con un nastrino di raso verde - consunto - riposto da chissà quanti anni nel</em> <strong>segreto</strong> <em>- nel senso di cassetto invisibile - di un vecchio mobile - alcune d'amore - altre di dolori - e poi queste tre - da Londra  - di un ritenuto molto austero bisnonno - baffi a manubrio da dagherrotipo - così cariche di storia - di allusioni - di particolari curiosi - di tenerezze </em><strong>d'antan </strong><em>e di concetti e fatti ancora tanto attuali e irrisolti - dopo ben un secolo e diciassette anni  di storia - da risultare davvero sorprendenti</em> - <strong><span id="more-40038"></span></strong><em>e poveri i nostri nipoti alle prese con freddi file - niente carta e inchiostro - e asperità e rotondità di belle calligrafie - nè parole misteriose da decriptare che richiedono diversi giorni di riletture - fino al lampo in cui emergono a un senso compiuto - da sgorbietti di segni che erano - come l'inconsueta francoinglese <strong>insouciance</strong></em><em> - incoscienza - noncuranza - spensieratezza - irresponsabilità - così estranea all'odierno dover essere sempre </em><strong>responsabili </strong><em>- coerenti - sempre dalla parte giusta - spirito di un certo modo di vivere e di pensare di una</em> <strong>Belle Époque</strong> <em>di pace e sorti progressive delle genti - che sarà disilluso di lì a pochi anni dal secolo delle guerre </em>]</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center><br />
<table background="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carta.jpg" border="0" cellspacing="20" cellpadding="20" width="500">
<tr>
<td>
<p align="Justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;"><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carissima Nanna,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ieri sera ho ricevuto la tua carissima con quanto piacere tu sola lo puoi immaginare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sebbene la posta per l&#8217;Italia non parta che alla sera pure ti scrivo di mattina perchè al mio ritorno dalla City ho appena il tempo misurato per scrivere alla ditta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ieri dunque ho avuto alle 3½ l&#8217;intervista con Cox.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&#8217;impressione della personalità di Cox fu subito favorevolissima. Sebbene abbia l&#8217;aspetto di un prete anglicano pure dal contegno dalla franchezza  nell&#8217;esporre le sue vedute è di molto superiore a certi nostri pezzi grossi che gettano alla faccia la loro importanza come se il mondo pendesse ai loro cenni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cox è stato molto gentile e le sue osservazioni così giuste che francamente altrettanto mi sentirei dubbioso di firmare in Italia un contratto da solo fidandomi del solo mio criterio, altrettanto qui mi sento sicuro che non sarò ingannato e che se noi manterremo le promesse non sarà certo da Cox che ci verranno difficoltà.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cara mia in Italia si ha talmente tanto da imparare nel modo di fare affari che non so prevedere quando e come ci arriveremo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qui si trattano affari colossali in poche parole e molto minori scritti perchè l&#8217;inganno è sconosciuto precisamente perchè è quello che intralcia e fa perdere tempo e denaro con danno anche del disonesto che si vedrebbe in poco tempo lasciato in disparte.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da noi invece&#8230;</span><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/10/london-27111894-dellinsouciance-alia/#footnote_0_40038" id="identifier_0_40038" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Qui si allude di certo allo ⇨ Scandalo della Banca Romana del 1893. Il sentimento popolare era ben rappresentato dalla vignette del giornale satirico L&amp;#8217;asino:
&amp;nbsp;



&amp;nbsp;
E dalla canzone anonima Il crack delle banche [ versione Svampa&amp;#038;Patruno ] del 1896, inno che dovremmo a tutt&amp;#8217;oggi riunirci in massa a cantare in coro in tutte le piazze della Repubblica.
&amp;nbsp;
Luigi Pirandello descrive questo primo scandalo dell&amp;#8217;Et&agrave; Repubblicana nel suo romanzo I vecchi e i giovani, precorrendo con un diluvio di fango qualsiasi attuale macchina del:
&amp;nbsp;

Ma s&igrave;, ma s&igrave;: dai cieli d&amp;#8217;Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s&amp;#8217;appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie gi&agrave; guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto, almeno queste, perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Citt&agrave; si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia. Sotto il cielo cinereo, nell&amp;#8217;aria densa e fumicosa, mentre come scialbe lune all&amp;#8217;umida tetra luce crepuscolare si accendevano ronzando le lampade elettriche, e nell&amp;#8217;agitazione degli ombrelli, tra l&amp;#8217;incessante spruzzol&igrave;o di un&amp;#8217;acquerugiola lenta, la folla spiaccicava tutt&amp;#8217;intorno, il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni giornalajo cretoso, che brandiva come un&amp;#8217;arma il sudicio foglio sfognato dalle officine del ricatto, e vomitava oscenamente le pi&ugrave; laide accuse. E nessuna guardia s&amp;#8217;attentava a turargli la bocca! Ma gi&agrave;, pi&ugrave; oscenamente i fatti stessi urlavano da s&eacute;. Uomo d&amp;#8217;ordine, il cav. Cao avrebbe voluto difendere a ogni costo il Governo contro la denunzia delle vergognose complicit&agrave; tra i Ministeri e le Banche e la Borsa attraverso le gazzette e il Parlamento. Non voleva credere che le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri pi&ugrave; loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ci&ograve; che da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si volesse percuotere, ma colla speranza che la percossa ai pi&ugrave; deboli salvasse i pi&ugrave; forti. Certo, lo sdegno del paese nel veder cos&igrave; bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni dell&amp;#8217;eroico riscatto avevano prestato il braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione, scopriva fango pur l&igrave; e il cav. Cao si sentiva propriamente sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio!
">1</a></sup><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;"> ma basta lasciamo là quest’argomento che del resto a te non può molto interessare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Londra è sempre quella gran città che tu conosci e vi sarebbero tante belle cose da comperare ma non avendo quel bel borsellino ben guarnito che desidererei mi tocca a guardare e passare via.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;C&#8217;è però una sensibile diminuzione negli affari e mentre una volta nella City non ci si trovava un bugigattolo d’affittare, ora quasi ad ogni casa vi sono locali d’affittarsi per studio. E&#8217; questa proprio un&#8217;osservazione da padrone di casa che pur troppo prova anch&#8217;egli i danni dell&#8217;arenamento commerciale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle care bambine dirai che io aspetto con vivo piacere un loro scritto, ed intanto mando mille affettuosi baci,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fa un bacio a quell&#8217;amore di Carla, ed a te mille e poi mille abbracci e baci dal tuo<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Aff.mo Ginio</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/small.jpg" width="450" height="365" border="0"/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=1024,height=825,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/big-1024x825.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p>&nbsp;<br />
<center><br />
<table background="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carta.jpg" border="0" cellspacing="20" cellpadding="20" width="500">
<tr>
<td>
<p align="Justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;;color: #7c3e02;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;London  29/11 94<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carissima Nanna,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho ricevuto le due carissime lettere delle bambine che ringrazierai a mio nome facendo loro un mondo di baci.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anch&#8217;io com&#8217;è vostro vivo desiderio vorrei tornarmene presto al nido nativo, ma prevedo che le cose non si potranno definire prima della metà della ventura settimana,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sin&#8217;ora tra lo scrivere, il parlare e discutere e cercar informazioni il tempo mi è passato rapidamente.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tanto rapidamente che non ho avuto campo di cercare e provvedere a quanto tu desideravi sapere ed io di comperare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alla mattina mi alzo alle 8 circa e mi trovo pronto per scrivere da fino verso le 9, ora in cui arriva la posta. Rispondo se ho tempo alle lettere della ditta; ma generalmente non arrivo  d&#8217;impostarle che alla sera. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle 10 e mezzo si va alla City  dove si sta fino alle 4 ore circa e poi si ritorna a casa per la corrispondenza che deve essere impostata non più tardi delle 6 e un quarto perchè abbia a partire nella sera stessa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle 8 si pranza, poi bighellonando sino alle 10 circa si torna all&#8217;albergo e dopo tutte le ore sono buone per andare a letto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco la mia vita nella città di Londra; non ho mai messo piede in dei teatri ne altri divertimenti perchè proprio non ne sento la volontà.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se avessi messo a posto tutti gli affari probabilmente avrei anche volontà di divertirmi: ma per la responsabilità che ho indosso caso mai l&#8217;esito non fosse quale lo desiderano i miei soci non ho quella <em>insouciance</em> di vita che potrei avere fossi qui a trattare affari più andanti.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mia salute però non ne soffre e l&#8217;appetito non manca, due cose molto necessarie per l&#8217;equilibrio mentale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Salutami caramente le bambine a cui scriverò un altro giorno in cui abbia più tempo. A te in particolare affettuosissimo abbraccio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ricevete mille affettuosi baci dal tutto vostro<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Aff. Ginio</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/NEW.gif"/></p>
<p><center><br />
<table background="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carta.jpg" border="0" cellspacing="20" cellpadding="20" width="500">
<tr>
<td>
<p align="Justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;;color: #7c3e02;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Londra 1/12 94<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carissima Nanna,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oggi essendo sabato gli affari mi lasciano il tempo d&#8217;intrattenermi un poco anche con te mia carissima.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Chissà come sei spiacente di questa mia prolungata assenza!!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma che vuoi anche in questo paese dove tutto dove tutto si fa speditamente non c&#8217;è stato modo di fare camminare le cose più presto. E già prevedo che non prima di mercoledì potrò prendere il treno e venire ad abbracciarvi. Oh ma allora vedrai come vi compenserò tutti; te per la prima.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ieri ho mandato due righe alle care bambine. In risposta alla loro letterina, spero che saranno soddisfatte. Alla Carla fai tanti baci per mio conto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il mio soggiorno in Londra malgrado gli affari non posso dire mi riesca uggioso, soltanto vorrei averti vicina per farti ammirare ancora una volta quanto vi ha di bello e grazioso in questa città, non esclusa la nebbia che oggi per la prima volta pare voglia mostrarsi in tutta la sua densità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho però trovato una Londra molto diversa da quando l&#8217;abbiamo visitata insieme, i prezzi di tutto gli oggetti sono ribassati e se non fosse il viaggio converrebbe almeno per noi uomini vestirsi e calzarsi qui. Questo mi fa ancora di più, se è possibile, desiderare la tua presenza e diciamolo pure di avere più sterline in tasca per quel ben noto proverbio che il buon mercato conduce l&#8217;uomo all&#8217;ospedale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intanto che mi rammento se non hai già fatto a Teresa il regalo pel suo onomastico potrei vedere per un oggettino che stia nel prezzo che già so, e portarglielo. Che te ne pare?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sin&#8217;ora non ho avuto tempo di visitare magazzini ma conto di farlo oggi e non tralascerò di dare un&#8217;occhiata a Maple. Qui all&#8217;albergo c&#8217;è il suo catalogo e i prezzi dei letti di ferro e ottone che desideravi sapere variano dalle 25 alle 35 sterline. Bisognerebbe perciò vederli che rispondendo subito a questa mia arriverai in tempo a farmi la commissione. Commissione che eseguirò se ed in quanto avrò ancora sufficienti denari in tasca.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fa mille affettuosissimi baci alle bambine, ed altrettanto ricevi dal tuo<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;aff. Ginio</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;;color: #7c3e02;">Hotel Previtali<br />
Mentasti Brot, Prop.<br />
Arundell Street<br />
Piccadilly Circus<br />
Telegraphie Address:<br />
&#8220;Previtali London&#8221;</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">E ci si può immaginare l&#8217;<strong><em>aff. Ginio</em></strong> in giro nella Londra dell&#8217;epoca, affrettarsi ai suoi impegni per le <em>streets</em> così vivaci nel loro flusso caotico ma armonioso di mezzi di trasporto animali e meccanici: carozze, carrozzini, fantastici tram a cavalli a due piani sponsorizzatissimi dai primi cartelloni pubblicitari, dove al piano superiore le signore aprivano i parasole, inclusi battelli a vapore sul Tamigi e rare automobili.</span><br />
&nbsp;<br />
<center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/v-5Ts_i164c?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/latteinfetto.jpg" alt="" title="latteinfetto" width="240" height="275" class="alignleft size-full wp-image-40055" /><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">Il bisnonno, che la bisnonna Giovanna con tenerezza chiama <strong>Nanna</strong>, rivelando un ignoto e prezioso spaccato di lessico famigliare, era stato mandato dalla <em>ditta</em> in missione a Londra per affari delicati, che, da lontani racconti ormai,  ahimé, non più verificabili, pare fossero inerenti all&#8217;acquisto del brevetto inglese per la pastorizzazione del latte, ancora ignota in Italia, per future Centrali del Latte. Il problema del <em>impure milk</em>, il latte infetto, era all&#8217;epoca causa di diverse epidemie e morti infantili.<br />
Lascia davvero stupiti la precisa e lungimirante consapevolezza del giovane Ginio di quanto l&#8217;Italia fosse <em>indietro</em> dal punto di vista del sistema statale ed economico, per la burocrazia delle procedure e per il malcostume delle mazzette e tangenti varie, che ci affligge tutt&#8217;ora, sulla qual cosa aveva anche una certa sconsolata e confermata certezza: <em>Cara mia in Italia si ha talmente tanto da imparare nel modo di fare affari che non so prevedere quando e come ci arriveremo.</em><br />
Molti italiani, del resto, trovarono fortuna nell&#8217;Inghilterra dell&#8217;epoca, in una fuga di cervelli che ancora continua. Il Premio Nobel per la Fisica <strong>Guglielmo Marconi</strong> quando si rivolse al ministero delle Poste e Telegrafi Italiano, al tempo guidato dall&#8217;on. Pietro Lacava, illustrando la sua rivoluzionaria invenzione del telegrafo senza fili e chiedendo finanziamenti, non ottenne alcuna risposta, anzi la sua lettera venne bollata dal ministro con la scritta <em>alla Longara</em>, intendendo il manicomio, che allora a Roma era ubicato in via della Lungara. Trasferitosi a Londra invece ottenne senza ostacoli il brevetto e la possibilità di sfruttare e diffondere la sua invenzione.<br />
Il napoletano <strong>Francesco Paolo Tosti</strong> famoso musicista <em>pop</em> dell&#8217;epoca, interprete elettivo di palpiti dannunziani e oscure morbosità pascoliane, le cui romanze e <em>fogli d&#8217;album</em> venivano massacrate nei salotti dalle signorine di buona famiglia e cantate a squarciagola nei mercati rionali, nel 1870 si trasferì a Londra dove, grazie a Lord Mayor e all&#8217;appoggio del celebre violoncellista Gaetano Braga, suo conterraneo, nel 1880 entrò alla corte della regina Vittoria come maestro di canto. Edoardo VII nel 1908 gli conferì persino il titolo di baronetto.<br />
Tornando al bisnonno si nota che la preoccupazione per il <em>borsellino</em> vuoto di sterline è costante. Anche perché la <em><strong>carissima Nanna</strong></em> come regalo dal viaggio non si accontentava di un semplice monile o un di pizzo o di un souvenir qualsiasi, ma aveva <em>fatto la commissione</em> di un <em>letto di ferro e ottone</em> con i pomoli e le volute. Che sarebbe stato acquistato, nel caso le finanze residue lo avessero permesso, ai famosi magazzini <strong>Maple</strong>. </span><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/2Maple.jpg" width="446" height="370"/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=708,height=588,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/2Maple.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">I cataloghi dei grandi magazzini di allora, dai Sears americani ai famosi Maple londinesi, sono fra le testimonianze più affascinanti dell&#8217;esposizione seriale di tutte quelle bellissime <em>buone cose di pessimo gusto </em>che affollavano i<em> salotti di Nonna Speranza </em>delle case borghesi dell&#8217;epoca. Legioni di pendole dall&#8217;aspetto antropomorfo, file di sedie a braccia aperte, scrivanie materne, paralumi vezzosi, languide dormeuse e chincaglieria per tutti i gusti. Ma come e se mai avvenne l&#8217;acquisto e il trasporto del famoso letto da London a Milano non si tramanda: se come ingombrante bagaglio appresso, passando la Manica e mezza Europa, o se spedito. Il suo viaggio sarebbe stato di sicuro un avvenimento, con tutto l&#8217;almanaccare della famiglia&#8230; <em>ma quando arriva il letto&#8230; e il letto?&#8230; arriverà? </em> e poi l&#8217;arrivo e il successivo montaggio e collaudo amoroso. </span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bed.jpg" alt="" title="bed" width="452" height="277" class="aligncenter size-full wp-image-31481" /><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">Lo si può immaginare questo talamo vagante, <strong>un letto si aggira per l&#8217;Europa</strong>, come  un altro famoso letto d&#8217;ottone, quello del film inglese ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Knack_...and_How_to_Get_It" target="_blank"><strong>The Knack &#8230;and How to Get It</strong></a> sulla swinging London degli anni &#8217;60. Altra estinta <em>insouciance</em>. </span><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/28760343?title=0&amp;byline=0&amp;color=ffffff" width="500" height="294" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">Ginio, uomo d&#8217;affari dall&#8217;animo poetico, che di Londra trovava bella e graziosa anche la nebbia novembrina, come si evince dalla carta intestata delle lettere, abitava all&#8217;albergo Previtali, in Arundell Street, ora sparito, ma non certo lussuoso. Di questa <strong>Arundell Street</strong> c&#8217;è una fortunata e gustosa descrizione da parte de &#8220;<em>la pulce ammaestrata della letteratura inglese</em>&#8220;, quel <strong>Pelham Grenville Wodehouse</strong>, cantore e critico ferocemente leggero degli albionici difetti borghesi.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<table background="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carta.jpg" border="0" cellspacing="25" cellpadding="25" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="50%" >
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">Da <strong>SOMETHING NEW</strong><br />
[1915]<br />
<em> Pelham Grenville Wodehouse</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>CHAPTER I</strong><br />
&nbsp;<br />
The sunshine of a fair Spring morning fell graciously on London town. Out in Piccadilly its heartening warmth seemed to infuse into traffic and pedestrians alike a novel jauntiness, so that bus drivers jested and even the lips of chauffeurs uncurled into not unkindly smiles. Policemen whistled at their posts&#8211;clerks, on their way to work; beggars approached the task of trying to persuade perfect strangers to bear the burden of their maintenance with that optimistic vim which makes all the difference. It was one of those happy mornings.<br />
At nine o&#8217;clock precisely the door of Number Seven <strong>Arundell Street</strong>, Leicester Square, opened and a young man stepped out.<br />
Of all the spots in London which may fairly be described as backwaters there is none that answers so completely to the description as <strong>Arundell Street</strong>, Leicester Square. Passing along the north sidewalk of the square, just where it joins Piccadilly, you hardly notice the bottleneck opening of the tiny cul-de-sac.<br />
Day and night the human flood roars past, ignoring it. <strong>Arundell Street</strong> is less than forty yards in length; and, though there are two hotels in it, they are not fashionable hotels. It is just a backwater.<br />
In shape <strong>Arundell Street</strong> is exactly like one of those flat stone jars in which Italian wine of the cheaper sort is stored. The narrow neck that leads off Leicester Square opens abruptly into a small court. Hotels occupy two sides of this; the third is at present given up to rooming houses for the impecunious. These are always just going to be pulled down in the name of progress to make room for another hotel, but they never do meet with that fate; and as they stand now so will they in all probability stand for generations to come.<br />
They provide single rooms of moderate size, the bed modestly hidden during the day behind a battered screen. The rooms easy-chair contain a table, an easy-chair, a hard chair, a bureau, and a round tin bath, which, like the bed, goes into hiding after its useful work is performed. And you may rent one of these rooms, with breakfast thrown in, for five dollars a week.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</span></p>
</td>
<td width="50%" >
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #7c3e02;">Da <strong>QUALCOSA DI NUOVO</strong><br />
[1915]<br />
<em>Pelham Grenville Wodehouse</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>CAPITOLO I</strong><br />
&nbsp;<br />
La luce del sole di una bella mattina di primavera cadeva graziosamente sulla città di Londra. Su Piccadilly il suo calore rincuorante sembrava infondere nel traffico e sui pedoni quasi una nuova vivacità, cosicché i guidatori di autobus scherzavano e anche le labbra degli autisti si piegavano in sorrisi non scortesi. I Poliziotti fischiavano ai loro posti mentre lavoravano, i mendicanti si dedicavano al compito di persuadere perfetti sconosciuti  a sopportare il carico del loro mantenimento con l’ottimistica forza che annulla tutte le differenze.<br />
Era una di quelle mattine felici.<br />
Alle nove precise la porta del numero Sette di <strong>Arundell Street</strong>, Leicester Square si aprì e un giovane uomo ne uscì.<br />
Di tutti i posti di Londra che potrebbero essere ben descritti come posti morti non ce n’è uno che risponda completamente alla descrizione come <strong>Arundell Street</strong>, Leicester Square. Camminando lungo il marciapiede  settentrionale della piazza, proprio dove si unisce a Piccadilly difficilmente noteresti il collo di bottiglia che si apre sul minuscolo cul-de-sac. Giorno e notte il flusso umano tumultuoso passa, ignorandolo. <strong>Arundell Street</strong> è meno di quaranta Yarde in lunghezza, eppure sebbene ci siano due alberghi in essa, non sono hotel alla moda.<br />
E’ solo un posto morto.<br />
Nell’aspetto <strong>Arundell Street</strong> assomiglia a quelle osterie nelle quali si vende il vino italiano di qualità più economica. Il collo di bottiglia che esce da Leicester Square si apre brutalmente in una piccola corte. Gli Hotels occcupano i due lati di questa. Il terzo è al momento occupato da affittacamere per i poveri.  Questi sono sempre sul punto di essere buttati fuori in nome del progresso a cercarsi una camera in un altro hotel, ma non s’incontrano mai con questo destino, e ci restano ora come ci resteranno per le generazioni a venire.<br />
Essi offrono stanze singole di prezzo modesto, letti modestamente nascosti durante il giorno dietro una cortina sformata. La stanza contiene un tavolo, una sedia. Una poltrona, un cassettone, ed un piccolo lavandino rotondo, che come il letto, viene nascosto dopo che il suo utile lavoro è finito. E si può affittare una di queste stanze, compresa la colazione, per cinque dollari la settimana.</span><br />
&nbsp;<br />
<small>[ trad. Orsola Puecher]</small></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><big><strong>NOTE</strong></big></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/10/london-27111894-dellinsouciance-alia/">London, 27/11/1894  [ dell'<em>insouciance</em> &#038; alia ]</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40038" class="footnote"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Qui si allude di certo allo ⇨ <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_Banca_Romana" title="Scandalo della Banca Romana" target="_blank"><strong>Scandalo della Banca Romana</strong></a> del 1893. Il sentimento popolare era ben rappresentato dalla vignette del giornale satirico<em> L&#8217;asino</em>:</span><br />
&nbsp;
</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/crack-asino.png" width="400" height="280"/><br />
<center><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=592,height=388,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/crack-asino.png" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E dalla canzone anonima <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/N.-Svampa-e-L.-Patruno-Crack-delle-banche.mp3" target="_blank"><strong>Il crack delle banche</strong></a> [ <em>versione Svampa&#038;Patruno</em> ] del 1896, inno che dovremmo a tutt&#8217;oggi riunirci in massa a cantare in coro in tutte le piazze della Repubblica.</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Luigi Pirandello</strong> descrive questo primo scandalo dell&#8217;Età Repubblicana nel suo romanzo <strong>I vecchi e i giovani</strong>, precorrendo con un <em>diluvio di fango</em> qualsiasi attuale <em>macchina del</em>:</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><br />
<blockquote>Ma sì, ma sì: dai cieli d&#8217;Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s&#8217;appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie già guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto, almeno queste, perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia. Sotto il cielo cinereo, nell&#8217;aria densa e fumicosa, mentre come scialbe lune all&#8217;umida tetra luce crepuscolare si accendevano ronzando le lampade elettriche, e nell&#8217;agitazione degli ombrelli, tra l&#8217;incessante spruzzolìo di un&#8217;acquerugiola lenta, la folla spiaccicava tutt&#8217;intorno, il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni giornalajo cretoso, che brandiva come un&#8217;arma il sudicio foglio sfognato dalle officine del ricatto, e vomitava oscenamente le più laide accuse. E nessuna guardia s&#8217;attentava a turargli la bocca! Ma già, più oscenamente i fatti stessi urlavano da sé. Uomo d&#8217;ordine, il cav. Cao avrebbe voluto difendere a ogni costo il Governo contro la denunzia delle vergognose complicità tra i Ministeri e le Banche e la Borsa attraverso le gazzette e il Parlamento. Non voleva credere che le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri più loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ciò che da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si volesse percuotere, ma colla speranza che la percossa ai più deboli salvasse i più forti. Certo, lo sdegno del paese nel veder così bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni dell&#8217;eroico riscatto avevano prestato il braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione, scopriva fango pur lì e il cav. Cao si sentiva propriamente sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio!</p></blockquote>
<p></span></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>CHIAMENTI</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 18:15:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ stato trovato morto, nella sua casa di Bologna, Massimiliano Chiamenti. Era nato nel 1967. L’ho incontrato l’ultima volta a Padova il 15 luglio scorso al Gay Village, in occasione della presentazione del mio “Laico Alfabeto”, in una splendida serata ben organizzata dal locale Arcigay.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/05/chiamenti/">CHIAMENTI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ stato trovato morto, nella sua casa di Bologna, Massimiliano Chiamenti. Era nato nel 1967. L’ho incontrato l’ultima volta a Padova il 15 luglio scorso al Gay Village, in occasione della presentazione del mio “Laico Alfabeto”, in una splendida serata ben organizzata dal locale Arcigay. Massimiliano intervenne nel dibattito con acume e ironia e al termine, in birreria, mi disse sua sponte che ci saremmo senz’altro rivisti a Mantova l’8 settembre.<br />
Mi sento tradito. E più solo.<br />
Massimiliano s.t.t.l. Franco</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/05/chiamenti/">CHIAMENTI</a></p>
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		<title>TRADURRE ?</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 04:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Io mi domando&#8221;, si chiede Céline nella lettera a M. Hindus del 15 maggio 1947, &#8220;in che cosa mi paragonino a Henry Miller, che è tradotto?, mentre invece tutto sta nell&#8217;intimità della lingua! per non parlare della  resa emotiva dello stile&#8230;&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/28/tradurre/">TRADURRE ?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Io mi domando&#8221;, si chiede Céline nella lettera a M. Hindus del 15 maggio 1947, &#8220;in che cosa mi paragonino a Henry Miller, che è tradotto?, mentre invece tutto sta nell&#8217;intimità della lingua! per non parlare della  resa emotiva dello stile&#8230;&#8221;.<br />
Evidente, mi pare, già da questa breve citazione, la posizione teorica di Céline sul tradurre. Una posizione che noi italiani potremmo definire crociana, in quanto fa leva sul presupposto della unicità e irriproducibilità dell&#8217;opera d&#8217;arte per negare la traducibilità della poesia e della prosa &#8220;alta&#8221;. Tale concezione è l&#8217;espressione di un idealismo oggi particolarmente inattuale, contro il quale l&#8217;estetica italiana del secondo Novecento (Banfi, Anceschi, Formaggio, Mattioli) si è battuta, direi, vittoriosamente.<br />
Nel 1975 George Steiner parlò della necessità &#8211; da parte del traduttore di poesia e prosa en artiste &#8211; di rivivere l&#8217;atto creativo che aveva informato la scrittura dell&#8217;&#8221;originale&#8221;. E negli ultimi trent&#8217;anni la traduttologia &#8211; ben conscia della lezione steineriana, ma anche di quelle non meno pregnanti di Gianfranco Folena e di Antoine Berman &#8211; ha cercato in ogni modo di suggerire come tradurre in realtà questa necessità di rivivere l&#8217;atto creativo. Anzitutto sfatando il luogo comune che tende a configurare la traduzione come un sottoprodotto letterario, invitando invece a considerarla come un Überleben, un afterlife del testo cosiddetto originale. Ma senza cadere nella comoda scappatoia della imitatio. <span id="more-39460"></span>Scappatoia che per autori come Céline (o Joyce o Gadda) porterebbe a  risolutive astrazioni, quali: Gadda è l&#8217;ideale traduttore di Céline (anzi lo ha già idealmente tradotto), oppure Céline è l&#8217;ideale traduttore di Joyce. E così via. Senza dimenticare il corollario del lettore che &#8211; come si sa &#8211; con tali autori viene a trovarsi in uno stato di traduzione permanente.<br />
&#8220;Gli scrittori?&#8221; &#8211; replica Céline a Louis Pauwels e André Brissaud che nel 1959 lo intervistano per conto della televisione francese &#8211; &#8220;mi interessano solo quelli che hanno uno stile; se non hanno uno stile, non mi interessano. Ed è raro, uno stile, è raro. Di storie, invece, sono piene le strade: ne vedo dappertutto di storie, pieni i commissariati, pieni i riformatori, piena la nostra vita. Tutti hanno una storia, mille storie&#8221;. Un concetto, questo, del possedere o meno uno stile (écrivain o écrivant) su cui Céline ritorna praticamente sempre: &#8220;Il trucco consiste nell&#8217;imprimere al linguaggio parlato una certa deformazione in maniera tale che una volta scritto, al lettore sembri che gli si parli&#8221;. Perché il linguaggio parlato reale, Céline ne è convinto, se riprodotto pari pari non dà affatto un senso di freschezza e spontaneità.<br />
Siamo in sostanza alle soglie di un parodosso pessoaiano: occorre artefare il linguaggio scritto &#8211; nato dal parlato &#8211; a tal punto da farlo sembrare un parlato fresco e spontaneo. In questa ottica si può ben comprendere perché un grande traduttore di Céline, Gianni Celati, nelle sue note alle versioni di Guignol&#8217;s band I e Guignol&#8217;s band II, molto correttamente riveli di avere riutilizzato &#8220;modi gergali, ora passati di moda, ma usatissimi ai tempi della mia gioventù (ad esempio sotto le armi)&#8221;. Il punto è proprio che le locuzioni invecchiano, e presto divengono obsolete fino a rendere necessario il ricorso al glossario, perché il parlato non esiste se non accompagnato da quel gesto, da quella inflessione, da quell&#8217;ammiccamento. Lo stile invece resta.<br />
Come riprodurre, dunque, lo stile? E&#8217; la domanda che a questo punto un traduttologo si sente porre. La risposta è che le dicotomie (fedele/infedele; fedele alla lettera/fedele allo spirito; ut orator/ut interpres; &#8220;traductions des poètes&#8221;/&#8221;traductions des professeurs&#8221;) da Cicerone a Mounin, inevitabilmente portano all&#8217;impasse che vede, da una parte, l&#8217;intraducibilità di poesia e prosa alta, e dall&#8217;altra la convinzione che sia trasmissibile soltanto un contenuto. (Naturalmente il fatto che sia trasmissibile soltanto un contenuto è una pura astrazione, ma è dove si giunge partendo sia dai presupposti crociani, sia seguendo i dettami della linguistica teorica).<br />
Il nocciolo del problema, a mio avviso, sta proprio nel verbo usato per porre la domanda: riprodurre. Perché la traduzione letteraria non può ridursi concettualmente a una operazione di riproduzione di un testo (decodifica e ricodifica). Questo può valere al massimo per un testo di tipo tecnico. La moderna traduttologia invita invece a configurare la traduzione letteraria come un processo, che vede muoversi nel tempo e &#8211; possibilemente &#8211; fiorire e rifiorire, non &#8220;originale&#8221; e &#8220;copia&#8221;, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica.<br />
Un testo fondamentale a riguardo è Sprachbewegung (Il movimento del linguaggio) di Friedmar Apel, apparso in Germania nel 1982 e tradotto in italiano per i tipi di Marcos y Marcos nella collana I saggi di Testo a fronte (1997).<br />
Il concetto di &#8220;movimento&#8221; del linguaggio nasce proprio dalla necessità di guardare nelle profondità della lingua cosiddetta di partenza prima di accingersi a tradurre un testo letterario. L&#8217;idea è comunemente accettata per la cosiddetta lingua di arrivo. Nessuno infatti mette in dubbio la necessità di ritradurre costantemente i classici per adeguarli alle trasformazioni che la lingua d’arrivo continua a subire.<br />
Il testo cosiddetto di partenza, invece, viene solitamente considerato come un monumento immobile nel tempo, marmoreo, inossidabile. Eppure anch&#8217;esso è in movimento nel tempo, perché in movimento nel tempo sono &#8211; semanticamente &#8211; le parole di cui è composto; in costante mutamento sono le strutture sintattiche e grammaticali, e così via.<br />
La moderna traduttologia in sostanza propone di considerare il testo letterario non come un rigido scoglio immobile nel mare, bensì come una piattaforma galleggiante, dove chi traduce opera sul corpo vivo dell&#8217;opera, ma l&#8217;opera stessa è in costante movimento.<br />
Si provi a pensare all&#8217;opera di Céline come ad un laboratorio mobile, dal quale deve scaturire un testo dotato di valenza estetica autonoma. (La traduzione come genere letterario autonomo è del resto una vecchia idea cinquecentesca di Thomas Sébillet, poi ripresa nel Novecento anche da Jiri Lévy).<br />
In questa ottica, la dignità estetica della traduzione appare come il frutto di un incontro poietico tra la poetica del traduttore e la poetica del tradotto; un incontro tra pari destinato a far cadere i tradizionali steccati tra bella infedele e brutta fedele, in quanto mirato a togliere ogni rigidità all&#8217;atto traduttivo, fornendogli una intrinseca dignità autonoma di testo.<br />
Si potrebbe persino affermare che il movimento nel tempo, in questo processo di traduzione letteraria volto all&#8217;incontro poietico, può avere inizio prima ancora della redazione della stesura cosiddetta &#8220;definitiva&#8221; del cosiddetto &#8220;originale&#8221;.<br />
Lo dimostra molto bene Lorenzo De Carli in Proust. Dall&#8217;avantesto alla traduzione &#8211; edito anch&#8217;esso nella collana &#8220;I saggi di Testo a fronte&#8221; &#8211; mettendo a confronto le varie traduzioni italiane della Recherche (Raboni, Ginzburg&#8230;). Ebbene, dall&#8217;analisi testuale appare evidente come i traduttori che hanno potuto (e voluto) accedere anche all&#8217;avantesto (cioè a tutti quei documenti da cui il testo &#8220;definitivo&#8221; prende forma: nel caso di Proust, ovviamente, i Cahiers), avendo compreso in profondità il percorso di crescita, di germinazione, subita da quel particolare passaggio proustiano, siano poi stati in grado di renderlo con maggiore consapevolezza critica ed estetica.<br />
E qui torniamo di nuovo al movimento del linguaggio di un testo. Esso si muove, è vero, verso il futuro all&#8217;interno delle incrostazioni della lingua, ma anche verso il passato se si tiene conto degli avantesti. Si pensi agli ottanta mila foglietti da cui provengono le quattrocento pagine del Voyage  di Céline, per esempio&#8230;<br />
Esprimo quindi l’auspicio che ai futuri traduttori di Céline, di Joyce, di Proust, di Gadda&#8230; venga concesso economicamente (come tempo a disposizione) e materialmente di poter operare partendo dagli avantesti dell&#8217;opera.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/28/tradurre/">TRADURRE ?</a></p>
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		<title>IMPUDENZE</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 10:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Le cifre dell&#8217;evasione fiscale sono impressionanti&#8221;, dichiara Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ai microfoni di Radio anch&#8217;io. Così continuando: &#8220;Come credenti e comunità cristiana dobbiamo rimanere al richiamo etico che fa parte della nostra missione e fare appello alla coscienza di tutti perché anche questo dovere possa essere assolto da tutti per la propria giusta parte”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/20/impudenze/">IMPUDENZE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Le cifre dell&#8217;evasione fiscale sono impressionanti&#8221;, dichiara Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ai microfoni di Radio anch&#8217;io. Così continuando: &#8220;Come credenti e comunità cristiana dobbiamo rimanere al richiamo etico che fa parte della nostra missione e fare appello alla coscienza di tutti perché anche questo dovere possa essere assolto da tutti per la propria giusta parte”. “Se questo dovere fosse assolto”, conclude il cardinale, &#8220;le cose in Italia sarebbero risolte&#8221;.<br />
Come non condividere? Peccato che a fronte vi siano i mastodontici privilegi dovuti ai meccanismi perversi dell’otto per mille codificati da Giulio Tremonti ai suoi bei dì, nonché il regime di totale impunità e assenza di controlli in cui opera lo Ior &#8211; Istituto Opere di Religione, la banca centrale vaticana -, e l’abbuono dell’Ici sul patrimonio immobiliare della Chiesa cattolica &#8211; persino su residenze e attività estranee al culto &#8211; stimato al 40 per cento del totale nella città di Roma e al 25 per cento nell’intera penisola. Ma si rifletta anche su più sottili e repellenti ingiustizie quali le forniture gratuite di acqua, luce e gas al Vaticano, o gli stipendi agli insegnanti di religione cattolica nelle scuole di stato.  La stima complessiva è di oltre 4 miliardi annui di sole esenzioni fiscali.<br />
In questo momento di gravissima crisi economica, in cui persino le banche e le grandi industrie sono in difficoltà, l’unica vera ricca lobby rimasta in Italia è  proprio la Chiesa cattolica. Che per non essere tacciata di impudenza dovrebbe smettere di parlare, e incominciare a pagare qualcosa, prescindendo dalle richieste dei nostri pavidi governanti. Perché a Bagnasco evidentemente sfugge che i privilegi e le esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Italia sono la versione autorizzata &#8211; e per ciò stesso ancor più repellente &#8211; dell’evasione fiscale a cui si riferisce nell’intervista a Radio anch’io.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/20/impudenze/">IMPUDENZE</a></p>
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		<title>GIUDICI</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 08:50:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p> di Angelo Pezzana</p>
<p>Immigrato in Israele nel 1978 dall’Inghilterra, Philip Marcus viene nominato giudice al Tribunale per la famiglia nel 1995. La sua nomina doveva scadere fra dieci anni, nel 2021, ma il giudice Philip Marcus ha dato le dimissioni, anche se due anni fa era candidato per una promozione al Tribunale distrettuale di Gerusalemme.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/giudici/">GIUDICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> di Angelo Pezzana</p>
<p>Immigrato in Israele nel 1978 dall’Inghilterra, Philip Marcus viene nominato giudice al Tribunale per la famiglia nel 1995. La sua nomina doveva scadere fra dieci anni, nel 2021, ma il giudice Philip Marcus ha dato le dimissioni, anche se due anni fa era candidato per una promozione al Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Una decisione non comune la sua, che però ha una spiegazione nel suo comportamento. Autore di sentenze molto criticate, per la loro insensibilità e ignoranza del vivere civile, è inciampato in quella che lo ha convinto che giudicare il prossimo non era per lui la professione giusta.</p>
<p>L’accaduto potrebbe rientrare in un normale fatto di cronaca, o di malcostume giudiziario. Lo riprendiamo invece, perché aiuta a capire come funziona in Israele la difesa dei diritti umani e civili, in uno Stato che ogni tanto viene definito teocratico da chi preferisce coltivare i propri pregiudizi piuttosto che conoscere la realtà. Eccola, dunque, la teocrazia israeliana in funzione.<span id="more-39810"></span></p>
<p>Dan Goldberg ha avuto in India due gemelli, dopo un accordo con una donna che aveva accettato di prestare il proprio utero per una inseminazione artificiale con lo sperma del padre. Per poterli portare con sé in patria, Goldberg aveva bisogno di un documento legale del tribunale israeliano che autorizzasse la verifica del Dna,  a dimostrazione che era veramente il padre biologico dei bambini.</p>
<p>La pratica era nelle mani del giudice Marcus, il quale affermò che non aveva il potere legale di emettere quel documento, anche se molti giudici, con il suo stesso incarico, ne avevano emessi a decine senza sollevare problemi di alcuna natura, anche perchè quel test è un prerequisito indispensabile per la naturalizzazione in Israele dei piccoli. Marcus aggiunse che lo Stato ha il dovere di verificare che il padre non sia un pedofilo o un serial killer, avendo in più l’obbligo di far crescere i bambini quali ‘cittadini produttivi’.</p>
<p>Dan Goldberg ricorse immediatamente, ma dovette aspettare due mesi in India prima della seconda sentenza, mentre i suoi figli erano privi di cittadinanza e di assicurazione sanitaria.</p>
<p>I gruppi gay in Israele accusarono Marcus di discriminazione basata sull’orientamento sessuale, mentre l&#8217; Ombudsman definì le dichiarazioni di Marcus “ non necessarie, offensive e inappropriate”.</p>
<p>Philip Marcus soffre sicuramente di omofobia, una malattia di non facile guarigione, ma non potrà più praticarla in quanto giudice. Se è arrivato a dimettersi dieci anni prima della scadenza del mandato, deve essersi reso conto che nella società nella quale aveva deciso di vivere nel lontano 1978 non era quella che lui si era immaginato. Un padre gay non è un pedofilo né un serial killer, e i suoi bambini possono crescere con lui in una famiglia che la società e le leggi israeliane giudicano del tutto normale.</p>
<p>http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/giudici/">GIUDICI</a></p>
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		<title>C&#8217;E&#8217; PAESE E PAESE</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 17:08:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Caterina Soffici</p>
<p>Questo piccolo episodio fa la differenza tra un Paese democratico dove la legge tutela i diritti delle minoranze e punisce le discriminazioni (razziali, di sesso, religione, età eccetera) e un Paese dove il Parlamento non è riuscito ad approvare la legge proposta da Paola Concia (Pd) per rendere l’omofobia almeno un’aggravante nel caso di aggressioni contro gli omosessuali (di reato omofobico non si parla neppure).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/ce-paese-e-paese/">C&#8217;E&#8217; PAESE E PAESE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Caterina Soffici</p>
<p>Questo piccolo episodio fa la differenza tra un Paese democratico dove la legge tutela i diritti delle minoranze e punisce le discriminazioni (razziali, di sesso, religione, età eccetera) e un Paese dove il Parlamento non è riuscito ad approvare la legge proposta da Paola Concia (Pd) per rendere l’omofobia almeno un’aggravante nel caso di aggressioni contro gli omosessuali (di reato omofobico non si parla neppure).</p>
<p>Questo piccolo episodio spiega come sia possibile che un personaggio come Alessandra Mussolini possa permettersi di urlare in televisione “Meglio fascisti che froci” o un ministro della Repubblica (Calderoli, Lega) possa affermare “Essere culattoni è un peccato capitale” e rimanere al suo posto senza doversi dimettere per lo scandalo. Questo piccolo episodio si svolge in un parco in zona Richmond, sud-ovest di Londra. Un imprenditore italiano di nome Pierluigi Vullo, porta a spasso il cane, come tutte le sere, da anni. <span id="more-39666"></span>Stesso parco, stesso cane, stessi sacchettini di plastica per raccogliere la cacca. Quel giorno il cane fa i suoi bisogni mentre il padrone è al cellulare. L’azione di raccolta non è pronta come al solito e un altro passeggiatore di cani si avventa contro Vullo: “Raccogli quella cacca, pezzo di frocio, tornatene al tuo paese. Appena prendo il tuo compagno gliela faccio vedere io”. Forse era tanto che aspettava il pretesto per sfogare la sua omofobia, forse aveva semplicemente la luna storta, ma la violenza è tale che Vullo si spaventa e chiama il 999 (il locale 113) spiegando l’accaduto e dichiarando al centralino di essere un omosessuale vittima di attacco omofobico.</p>
<p>Nel giro di pochi minuti arriva la pattuglia, due poliziotte, le quali si informano dell’accaduto. Vullo spiega di essere stato minacciato verbalmente ma non picchiato. Le poliziotte cercano di portare pace tra i due, dicono all’uno di moderare i termini, all’altro di raccogliere i bisogni del cane e se ne vanno. Forse non capiscono che Vullo è omosessuale, comunque non registrano il fatto come un reato, come invece prevede la legge. Vullo se ne va con il cane, ma non è tranquillo. Quel parco per lui è diventato un posto poco sicuro, ha paura che l’episodio possa ripetersi e teme le minacce lanciate contro il suo compagno. Così, dopo aver consultato un’associazione per la difesa dei gay, il giorno dopo fa un reclamo ufficiale al comando della polizia dicendo che i suoi diritti di minoranza non sono stati sufficientemente tutelati.</p>
<p>E il bello arriva ora. Non passano 24 ore che viene chiamato da un’altra donna poliziotta, la gay and lesbian officer, responsabile dei reati di discriminazione. La quale si fa spiegare meglio l’accaduto e il motivo del reclamo. Dice che farà degli accertamenti. Non passano altre 24 ore che Vullo riceve una telefonata della responsabile. Ha rintracciato le due poliziotte, le ha interrogate e sono già state ammonite perché dovevano procedere all’arresto immediato dell’aggressore e perché non hanno registrato l’incidente come reato.</p>
<p>Ma la parte più incredibile, almeno per noi abituati alle Mussolini e ai Calderoli, è l’epilogo della vicenda: una lettera formale della London Metropolitan Police dove l’agente anti-discriminazione si scusa ufficialmente a nome del corpo municipale perché il servizio offerto a un cittadino omosessuale vittima di un crimine omofobo non è stato abbastanza buono. Nella lettera si legge che la gente deve imparare quali sono le conseguenze delle proprie parole, non solo delle azioni, e che il primo obiettivo delle due poliziotte doveva essere quello di tutelare il rispetto e la dignità della vittima, non certo dirgli di raccogliere la cacca e permettere all’omofobo di andarsene. Che le due non si sono rese conto di quanto è offensivo un commento omofobico e dovevano anzi indagare oltre e capire che per aver dato del frocio a un omosessuale l’aggressore doveva essere arrestato. Poi si dice che non è ancora troppo tardi per perseguire il criminale e se Vullo vuole può fare un reclamo diretto contro le poliziotte. E mi raccomando: se va al parco non parli con il tizio e se la minaccia ancora ci chiami immediatamente. Cordiali saluti eccetera eccetera.</p>
<p>Per la cronaca Pierluigi Vullo ha 43 anni, vive in Inghilterra da 16, ha due lauree, ha fondato un’azienda di ricerche di mercato in campo farmaceutico che lavora in 31 paesi nel mondo e impiega 50 persone (14 fissi e una trentina di collaboratori). “Tutto questo in Italia non sarebbe possibile”. Tutto cosa, l’azienda o la vicenda del parco? “Tutto”.</p>
<p>Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2011</p>
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		<title>ERRORE DI SISTEMA</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 16:04:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Dario Accolla</p>
<p>Leggendo le maggiori testate italiane, i blog e i commenti sulle bacheche dei social network, è singolare vedere come si identifichino due aspetti tra loro speculari nel caso Breivik, che però non vengono focalizzati fino in fondo. Da una parte, infatti, si parla di radicalismo xenofobo e di integralismo religioso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/26/errore-di-sistema-2/">ERRORE DI SISTEMA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Dario Accolla</p>
<p>Leggendo le maggiori testate italiane, i blog e i commenti sulle bacheche dei social network, è singolare vedere come si identifichino due aspetti tra loro speculari nel caso Breivik, che però non vengono focalizzati fino in fondo. Da una parte, infatti, si parla di radicalismo xenofobo e di integralismo religioso. E tutti &#8211; con l’eccezione di Borghezio e di qualche altro leghista &#8211; sono pronti a giurare sul razzismo e sul fanatismo religioso del “terrorista” norvegese.<br />
D’altra parte, però, ora per ingenuità, ora per interesse specifico, non si mettono in relazione questi due mali moderni con quello che è un errore di sistema. In altre parole: Breivik è un folle esaltato per ciò che ha fatto, ma non è un caso isolato a livello ideologico, cioè per ciò che crede. Moltissima gente, in Europa (e in Italia) la pensa esattamente come lui.<span id="more-39634"></span><br />
Nel mondo occidentale questi istinti hanno trovato un’elaborazione politica specifica. Non è un caso che in Europa le destre estreme, in alcuni casi divenute di governo (Italia, Austria, Olanda), abbiano abbandonato la mitologia tradizionale di svastiche, fiamme e fasci littori per reinventarsi una sub-cultura iper-identitaria: si è bianchi, ricchi e cristiani; il resto è visto come nemico.<br />
Crocifisso, denaro e pelle bianca: la nuovissima trinità. Se manca anche uno solo di questi ingredienti scatta l’allarme.<br />
In Italia tali istanze sono state recepite in due modi apparentemente opposti, ma di fatto contigui: l’antagonismo dei movimenti autonomisti, da una parte, e il radicalismo confessionale travestito da moderatismo parlamentare, dall’altra. A fasi alterne e/o combinate. I protagonisti politici di questo pensiero vedono nella salvaguardia della “tradizione occidentale” la salvezza dalla disgregazione di nuovi modelli invasori, religiosi e sociali.<br />
Il linguaggio di partiti nostrani come la Lega Nord e l’Unione di Centro è assai uniforme. Si reagisce alla sfida della modernità con la chiusura. Il nuovo, che sicuramente va affrontato, assimilato (almeno culturalmente) e regolato (giuridicamente), viene accusato di volere e potere dissolvere ciò che rimane di un’antica un’identità.<br />
Un’identità in negativo che, almeno nel caso italiano, ha bisogno del sangue degli immigrati rispediti in Libia e abbandonati nel deserto, delle coltellate ai gay che si baciano per strada e del bisogno di identificarli con i nuovi mostri moderni (frequente è il paragone con la pedofilia) in un processo di disumanizzazione continua. Lo stesso che altrove, mutatis mutandis, crea altri mostri (Breivik, appunto) e annientamento di altre umanità.<br />
Credo sia nostro dovere sconfiggere questa sub-cultura con la creazione di un’identità nuova, un nuovo concetto di essere italiani, basato sulla condivisione delle responsabilità e l’apertura critica a ciò che non si conosce ma che è presente nella vita quotidiana. Strada lunga e in salita. Ma d’altronde la democrazia è difficile. Di contro la strada verso l’abisso &#8211; certi nostri politici ce lo dimostrano ogni giorno &#8211; è per sua natura rivolta verso il basso.</p>
<p>www.Elfobruno.com</p>
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		<title>Tradurre Omero &#8211; Il ritmo del racconto.</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 08:14:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Nove mesi fa è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/for-a-new-italian-epic/" target="_blank">una nuova traduzione dell'</a><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/for-a-new-italian-epic/" target="_blank">Iliade</a></em>. Nessun giornale, nessuna rivista, che io sappia, ha finora reso conto di questa impresa. La sua importanza storica è stata però riconosciuta da Franco Buffoni, che ha assegnato all'opera, in qualità di presidente della giuria, il <a href="http://www.fondazionemarazza.it/web/media/press/comunicato_premiomarazza2011.pdf" target="_blank">Premio Marazza</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/11/tradurre-omero-il-ritmo-del-racconto/">Tradurre Omero &#8211; Il ritmo del racconto.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><small>[Nove mesi fa è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/for-a-new-italian-epic/" target="_blank">una nuova traduzione dell'</a><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/for-a-new-italian-epic/" target="_blank">Iliade</a></em>. Nessun giornale, nessuna rivista, che io sappia, ha finora reso conto di questa impresa. La sua importanza storica è stata però riconosciuta da Franco Buffoni, che ha assegnato all'opera, in qualità di presidente della giuria, il <a href="http://www.fondazionemarazza.it/web/media/press/comunicato_premiomarazza2011.pdf" target="_blank">Premio Marazza</a>. Nel saggio che segue Daniele Ventre lascia aperto il suo laboratorio. DP]</small></p>
<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Cuore, cuore – ti sconvolgono pene intollerabili –<br />
sorgi, opponiti ai nemici, mostra il petto e affrontali,<br />
preparandoti allo scontro, tu nei ranghi sèrrati<br />
saldo. Hai vinto? Non mostrare gioia troppo esplicita.<br />
Sèi sconfitto? Non gettarti dentro casa a gemere:<br />
delle gioie sii felice, delle pene affliggiti,<br />
ma non troppo<em>: intendi quale ritmo regge gli uomini.</em><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn1"><em><strong>[1]</strong></em></a></p>
<p>Quale ampiezza di senso abbia il <em>rhythmòs</em> nell’arcaismo greco emerge con grande immediatezza da questo famoso frammento di Archiloco. Quello a cui il poeta di Paro allude è ovviamente il ritmo delle vicende umane fra felicità e angosce, fra vittorie personali e sconfitte: un ritmo da gestire nella misura del “non troppo”, secondo il canone apollineo della sapienza delfica. Nel sistema di simboli che costituisce il mito, questo ritmo era in potere delle tre Moire. Platone, che non ha mai pienamente inventato i suoi miti, ma li ha piuttosto adattati al contesto opportuno a partire dalle tradizioni arcaiche<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn2">[2]</a>, le immagina sedute sulle ginocchia della Necessità loro madre, intente a far rotare il fuso dell’universo, tessendo e insieme cantando il presente, il passato e il futuro degli uomini “secondo l’armonia delle Sirene” (<em>Respubl.</em> 617c). Questo tessere-cantare il ritmo e la trama dei destini appaia le Moire alle Muse<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn3">[3]</a>, tre secondo la tradizione più arcaica, testimoniata da Pausania (1, 2, 5; 9, 29, 2) – oltre che alle Sirene, che delle Muse sono “parodia” negativa<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn4">[4]</a>.<span id="more-39528"></span> Se ne ricava una concezione per cui mito, racconto, <em>fabula</em>, intreccio, trama sono essi stessi il tessuto del reale: a un livello più umano l’uso artistico della parola, per usare un’espressione cara a Walter Ong<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn5">[5]</a>, si presenta <em>ipso facto</em> come tecnologia vocale, in particolare come <em>textus</em>, tessitura, tessuto, testo, secondo una metafora che spazia dallo <em>hymnon hyphainein</em> (“tessere l’inno”) degli aedi greci al <em>f</em><em>áig ferb</em> (“intessé parole”) dei bardi antico-irlandesi, passando per l’avestico <em>vacas-tashti –</em> “inno” (letteralm. “struttura, tessuto, di parole, voci”) – e non è un caso che la nascita di forme metriche regolari e definite sia collegabile al progredire della cultura materiale associata all’attività del tessere<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn6">[6]</a>. Il quadro della situazione non è però completo se non si tiene presente che nell’economia dell’<em>oral poetry</em> ogni “parola” di cui il canto è tessuto è costituita da un intero verso: per il cantore orale un solo termine ricopre infatti i significati  di “racconto epico”, “articolazione vocale” “unità metrica”, il che sottende un’intima e ancora non problematica coincidenza fra contenuto, espressione e ritmo: tale è appunto la valenza del greco <em>epos</em> (“parola”, ma anche “epopea” ed “esametro”), singola articolazione di quella <em>Ossa</em>, “voce”, divina che porta la fama (<em>kleos</em>)<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn7">[7]</a>. Inscindibile dall’<em>epos</em>, “parola-verso”, è ovviamente la formula, espressione fissa impiegata sempre sotto le stesse condizioni metriche per identificare un’idea essenziale, secondo la ben nota definizione di Milman Parry<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn8">[8]</a>. A quest’orizzonte di tecnologia verbale primaria, in cui non si concepisce racconto strutturato se non come tessuto ritmico di parole-versi intrecciate di formule fisse, appartiene la poesia di Omero, ossia la tradizione che il suo nome fittizio di eroe dei cantori e dei rapsodi rappresenta<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p>Da quanto detto finora, si comprende quale grado di coesione antropologica, ancor prima che artistica, possegga la forma poetica dell’epopea, in cui racconto, atto retico, ritmo sono concepiti come un’unità indissolubile, fatta di strutture ricorsive, componenti irrinunciabili di quello stile formulaico che è la <em>dictio</em> epica: un <em>Wiedergebrauchsrede</em>, cioè un “discorso di riuso”, sempre rifruibile –e teoricamente aperto nella sua modularità – atto a celebrare, codificare ed evocare situazioni tipiche, e pertanto del tutto opposto al semplice<em> Verbrauchsrede</em>, “discorso di consumo” di impiego quotidiano e occasionale, veicolatore dei significati ordinari del linguaggio ordinario<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn10">[10]</a>. Chi si ponga l’obbiettivo di tradurre l’<em>Iliade</em> o l’<em>Odissea</em> non può non tener conto di questa dimensione originaria del testo che ha di fronte, pena il potenziale decadimento dell’<em>epos</em> a  testo di consumo, non troppo dissimile dal para-mito del <em>fantasy</em> deteriore o dalla para-storia del cosiddetto <em>new epic</em>, pur apprezzabile, quest’ultimo, come letteratura “d’evasione” –e paragonabile al romanzo greco tardo-ellenistico, che è da considerarsi almeno in parte una forma prosasticizzata dell’epica<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn11">[11]</a>. Di qui, a mio parere, l’ambiguità pericolosa di quelle operazioni di traduzione che sostituiscono il vero e proprio verso (quale che esso sia) con la prosa o con il dinoccolato stico prosastico, avendo la pretesa di ribadire implicitamente che “se un uomo dei nostri tempi si ferma&#8230; a ripassare le parole – prive di suono, ormai – di un antichissimo poeta, non lo fa&#8230; per amore di belle frasi, di sonorità efficaci, di sapienti architetture verbali, di preziose invenzioni e ardimenti dell’espressione: tutto un giuoco che gli appare più ossessivo che affascinante, e comunque vano. L’ideale stesso della bellezza formale caro agli antichi, lo trova scettico: non crede che valga la spesa del suo tempo”. Questa presa di posizione appartiene alla veneranda Rosa Calzecchi Onesti, che la riferisce alla sua versione alineare di Virgilio – ma si attaglia altrettanto bene agli stichi prosaici del suo Omero<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn12">[12]</a>. E di fatto celebra la morte dell’epopea: si intenda, non una morte iniziatica preludio di una rinascita metamorfica, né tantomeno la più lapalissiana morte della forma in quanto storicamente superata, ma la sua estinzione come identità di genere poetico perfino in quei testi antichi che sono più propriamente epici, in quanto appartengono all’aurora della civiltà letteraria occidentale, a quella transizione mediale fra oralità e scrittura che trasformò l’arte verbomotoria della tessitura di parole in embrione di testualità. Nasconde questo pericolo di banalizzazione mortale anche la ben più nobile e criticamente fondata proposta “di un mimetismo più sostanziale” del traduttore che scivola “a livello metrico sul verso libero, fino a slittare nella prosa ritmica&#8230;”<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn13">[13]</a>: una soluzione certo agevole, per il degno filologo in cerca di una fedeltà di servizio che è però destinata a restare utopica, come è vero che l’opera di poesia, come ogni altro ente del mondo reale, non permette interpretazioni neutrali, così che le traduzioni di servizio rischiano di rendere alla poesia un servizio peggiore della meno fedele delle traduzioni “ritmiche”<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p>Qualcuno potrebbe certo obbiettare che una simile presa di posizione sarà altrettanto rischiosa, o che l’<em>epos</em>, fattosi parola scritta e fissata da che era semplice parola improvvisa e fluida, nel farsi prosa si adatterebbe ora a una nuova forma. L’<em>epos</em> ha certo mutato forma di tempo in tempo, ma non per mutarsi in materia priva, in tutto o in parte, di forme. Il canto di corte improvviso d’età micenea, forma disciplinata che si sviluppò, nei palazzi dell’età del bronzo tardo-elladica dotata di scrittura, a partire dall’oralità primaria dei protogreci – e somigliava forse, in parte, per dinamiche di compresenza fra improvvisazione e scrittura, all’ “inutile, maraviglioso mestiere” degli improvvisatori settecenteschi<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn15">[15]</a> – era con tutta verosimiglianza affine per forma e struttura metrica alle più tarde odi celebrative di poeti eolici come Saffo e Alceo ed era più vicino, sia per caratteristiche formali (probabile isosillabismo) sia per strutture semiologiche, alle origini indoeuropee del canto epico<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn16">[16]</a>.  Il crollo dei micenei e l’avvento di nuove stirpi e di nuovi dialetti (dorico, ma soprattutto eolico e ionico), trasformò la tradizione epica, ripiombandola in una condizione di oralità primaria, vi aggiunse nuove componenti e memorie culturali, ne mutò la forma: intorno all’XI-X sec. a.C. l’esametro, con le sue strutture caratteristiche e la connessa dizione epica necessaria a padroneggiarlo, si veniva già a grandi linee delineando a partire dall’adattamento della versificazione tardo-micenea. Il retaggio dell’epos, passando dagli eoli agli ioni, assunse infine la lingua e la forma che contraddistinguono i due poemi omerici<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn17">[17]</a>. Infine, intorno alla metà dell’VIII sec., la tradizione orale si fissò su papiro o forse su pelle, in particolari circostanze politiche e culturali, e cominciò un nuovo cammino come ibrido mediale aperto fra  oralità e scrittura. Di tempo in tempo, l’avvento di una nuova dimensione culturale impose una ricodificazione dell’<em>epos</em>. Si dice sovente che la traduzione è tradimento. Nel caso di Omero la tradizione è stata anche traduzione, nel senso più ampio del termine, di trasferimento di una forma poetica da una cultura all’altra, attraverso dinamiche di autoadattamento e ricodifica. Una traduzione dell’<em>Iliade</em> o che voglia sperare di riuscire, almeno in parte, a compensare le perdite con i guadagni, deve tener conto di questo continua <em>tra-ductio</em> che è stata la <em>tra-ditio</em>. E non può cedere, in nome del presunto “servizio” al testo, sul fattore formale fondativo del ritmo e dello stile, pena una ricodificazione monca, più che in perdita, con buona pace del severo editto di André Lefevere e dei suoi astratti <em>blueprints</em>, i quali, nonostante l’impegno teorico profuso e le ottime premesse generali, sembrano sancire, in definitiva, una strategia del non tradurre, o del tradur pigro<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn18">[18]</a>. Tutte le motivazioni antropologiche e poetiche qui sommariamente ripercorse mi hanno in pratica indotto, nell’affrontare ancora una volta la traduzione dell’<em>Iliade</em>, a ritentare l’altra possibilità che Giovanni Cerri prospettava, nella già citata introduzione alla sua versione dell’<em>Iliade</em>: il “rispetto dell’omoritmia dei versi italiani”: in altre parole, il ritorno a un qualche tipo di verso narrativo cadenzato, di esametro ritmico, nei modi che ora cercherò di illustrare.</p>
<p>Da quanto abbiamo appena detto, traspare intanto una verità essenziale. Nel suo disperato e disperante <em>nachleben</em> (rivivere il testo, e farlo in qualche modo rivivere), di fronte al testo omerico il traduttore si trova a dover recuperare una dimensione cognitiva e una tradizione, ancor prima di una singola opera. L’<em>epos</em> è una forma letteraria in cui il diaframma che separa l’autore dal lettore è poroso e nello stesso tempo rigidissimo: l’autore, l’aedo, è infatti anonima espressione del suo contesto tribale, ma nello stesso tempo è <em>sacer</em> (nel senso positivo) e distinto dagli altri; la sua è una dimensione comunicativa sì popolare, ma anche codificata in una lingua tradizionale che spesso, accanto a dinamiche comunicative di interazione e permeazione tra fruitore e racconto, pone vere e proprie barriere di intellegibilità, per l’ambiguità di certe espressioni ed epiteti formulari. Il tutto è veicolato da un ritmo che per il greco antico era un letto di Procuste: per averne un’idea, si pensi che le odiate sequenze di sillabe lunghe, che il poeta esametrico deve limitare il più possibile, specie in chiusa di verso, occorrono in un testo ametrico nel 20% delle clausole di frase e periodo, e un restante 20-25% è dominato da sequenze di giambi e trochei, totalmente estranei al ritmo dattilico, confinato nel 6% scarso delle occorrenze. Improvvisare migliaia di esametri su un canovaccio commissionato dall’uditorio era dunque, per l’aedo, un vero <em>tour de force</em> verbale, che solo un’arte consumata e un bagaglio di quattro secoli di tradizione potevano permettergli di affrontare con successo ad ogni <em>performance</em>.</p>
<p>La possibilità di recuperare una simile tradizione, fatta di ritmo e formule, all’interno di una traduzione isometra, parrebbe a tutta prima chimerica. Eppure un metodo di approccio non troppo scorretto al folle volo esiste. Come già accadde su più larga scala per gli albori degli studi oralistici, che presero le mosse dallo studio di Mathias Murko sui bardi serbo-croati<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn19">[19]</a>, l’aiuto, ancora una volta, viene dalla slavistica. Su un modo peculiare di tradurre, insieme a una traduzione, anche una tradizione e un ritmo, si è espresso infatti Giuseppe Ghini, nella sua analisi delle versioni ritmiche di Puškin da parte di uno dei traduttori “classici” delle versioni novecentesche dei russi, Renato Poggioli<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn20">[20]</a>. Certo, Poggioli a suo tempo criticava le versioni esametriche pascoliane di Omero<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn21">[21]</a>. D’altro canto la percezione delle forme metriche nella tradizione letteraria italiana, rispetto ai tempi di Poggioli, è mutata. Nel dilemma fra equivalente funzionale ed equivalente metrico del ritmo dell’originale, nessuno se la sentirebbe oggi di dire che l’endecasillabo sciolto (quello di un Caro o di un Pindemonte) è naturalmente al suo posto nella versione di un poema classico, non a valle dell’evoluzione formale che ha fatto dell’endecasillabo stesso un verso sempre più schiettamente lirico-discorsivo. Inevitabilmente, la scelta ricade su un certo tipo di verso lungo, narrativo, che costituisce un esperimento non canonico, ma certo abbastanza centrale nella poesia contemporanea: un esperimento, riconoscibile nell’opera di un Pavese  (le cadenze anapestiche di <em>Lavorare stanca</em>), o prima ancora di un Thovez (i doppi ottonari dattilici del <em>Poema dell’adolescenza</em>), alla cui radice rinveniamo pur sempre il cosiddetto esametro “barbaro” di carducciana e pascoliana memoria. L’esametro stesso è stato oggetto, peraltro, di una rivisitazione da parte di un poeta come Toti Scialoja, in raccolte come <em>Rapide e Lente Amnesie</em> e <em>Costellazioni</em>. L’esametro di Scialoja è un verso tendenzialmente isosillabico, tratto comune a tutti i versi tradizionali italiani, ma non all’esametro barbaro di Carducci e all’esametro “neoclassico” alla tedesca di Pascoli. Rispetto all’esametro di Pascoli nella sua forma base di diciassette sillabe, il verso di Scialoja appare alquanto liberalizzato (meno dattilico) dal punto di vista degli accenti, ma più rigido dal punto di vista della tipologia metrica, che ne fa quasi un verso doppio, con regole <em>in der Masse</em> piuttosto definite circa la posizione della cesura fra i due emistichii. Tenendo conto di questa tradizione novecentesca, si è scelto pertanto di assumere come misura ritmica portante della nuova versione dell’<em>Iliade</em> le diciassette sillabe dell’esametro accentuativo di Scialoja, il quale ha di fatto creato un verso isosillabico analogo, per struttura, a versi come l’endecasillabo o il doppio settenario. Su questo verso isosillabico si è agito ripristinando  l’andamento dattilico dell’ottonario e l’andamento anapestico del novenario, ed evitando il più possibile la soluzione ottonario tronco + decasillabo. Si è così ricostituita una sequenza esadattilica con una tipologia metrico-verbale propria, in parte autonoma rispetto all’esametro greco, ma compatibile con la tradizione metrica italiana otto-novecentesca. Questo scopo lo si è realizzato cercando di restituire il ritmo <em>dall’interno</em> della struttura del verso, evitando, per usare una definizione del Contini di <em>Varianti e altra linguistica</em>, l’influsso del tutto esteriore, di puro calco, della metrica classica<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn22">[22]</a>. Il verso che ne deriva è in tutto e per tutto un punto di equilibrio fra il verso lungo narrativo novecentesco, l’isosillabismo tradizionale e il filone della vecchia metrica barbara, che pure in apparenza sembra riprendere da vicino. All’aspetto strettamente metrico si mescola poi il tentativo, ancora più marcato che negli esperimenti pascoliani, di riesumare le figure di suono del testo (allitterazioni, omeoteleuti) nella posizione e nella funzione demarcativa dei tempi del dialogo e della narrazione, di diaframma fra <em>récit</em> e <em>discours</em>, che esse verosimilmente avevano<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn23">[23]</a>, nonché lo sforzo di seguire il dipanarsi del discorso poetico dell’originale, con tutti gli <em>enjambements</em> e le simmetrie che lo caratterizzano.</p>
<p>È questo un ritmo che a ben vedere riesce ostico all’italiano, tanto quanto l’esametro risulta alieno alla prosodia ordinaria del greco. Perciò diviene inscindibile dalla restituzione del ritmo la restituzione della formularità del testo omerico, del suo discorso di riuso, dei suoi moduli ricorrenti secondo la via di un parryismo “elastico”<a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftn24">[24]</a>, al fine di ricreare davanti al lettore i parallelismi spontanei che la dizione epica instaura nel corso della narrazione. Un’attenzione particolare si è data poi alla resa di epiteti formulari (come quelli delle divinità principali) in cui i nodi della tradizione si addensano: traduzioni al limite dell’espressionismo, come “occhi-di-strige” (“di civetta”) per <em>glaukopis</em>, epiteto di Atena, o “radioso”, con ripresa di uno stilema del Pavese dei <em>Dialoghi con Leucò</em>, per <em>Phoibos</em>, epiteto di Apollo, rispondono all’esigenza di recuperare il più ampio materiale possibile, in termini di basi totemiche, tabuiche e uraniche delle divinità greche evocate dall’<em>epos</em>. Si è così cercato di ricreare in piccolo una dizione epica, fatta di stilemi presi dalle precedenti traduzioni, così come dalla storia della poesia italiana considerata nel suo sviluppo, al fine di ricostituire l’equivalente di un linguaggio che era sì fatto per  la <em>performance</em> popolare del rapsodo, ma aveva anche, come si è detto, componenti che lo stesso aedo o rapsodo riadattava, faticando a comprenderle.</p>
<p>Tali i mezzi che si sono dispiegati nel tentativo di restituire al fruitore italiano del testo omerico un’<em>Iliade</em> che avesse credibilità come poema epico fissato nella scrittura, ma con un forte retaggio di oralità. Fino a che punto l’impresa sia riuscita, o abbia almeno dato vita a un’opera plausibile dal punto di vista della sua coerenza interna, lo deciderà il tempo.</p>
<hr size="1" /><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref1">[1]</a> Archiloco, fr. 128 West –traduzione mia.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref2">[2]</a> Giorgio de Santillana &amp; Hertha von Dechend, <em>Il Mulino di Amleto – Saggio sul mito e sulla struttura del tempo</em>, ed. ital. Milano, 203, p. 358.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref3">[3]</a> Non solo poetico-divulgativa è l’intuizione di Robert Graves, <em>La dea bianca</em>, ed ital. Milano, 2009, p. 263</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref4">[4]</a> Domenico Musti, <em>I telchini, le sirene<strong> &#8211; </strong></em><em>Immaginario mediterraneo e letteratura da Omero e Callimaco al romanticismo europeo</em>, Pisa, 1999, p. 101.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref5">[5]</a> Il riferimento è ovviamente a Walter Ong, <em>Oralità e scrittura – Le tecnologie della parola</em>, ed ital. Bologna 1986.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref6">[6]</a> Cfr. Calvert Watkins, <em>How to Kill a Dragon – Aspects of Indo-European poetics</em>, New York-Oxford 1995, p. 14. Per le connessioni fra tessitura, motivi di ricamo e nascita di strutture metriche regolari nelle società primitive, cfr. Anthony Tuck, “Singing The Rug: Patterned Textiles and the Origin of Indo-europaean Metrical Poetry”, <em>American Journal of Archaeology</em>, 110 (2006), pp. 539-550.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref7">[7]</a> Cfr. John Miles Foley, <em>The Singer of Tales in Performance</em>, Bloomington, Indiana, 1995, pp. 2 s.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref8">[8]</a> Milman Parry, <em>L’épithète tradionelle dans Homèere. Essai sur un problème de style homèrique</em>, Paris, 1928, p. 16.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref9">[9]</a> A tal riguardo cfr. Marcello Durante, <em>Il nome di Omero</em>, in <em>Sulla preistoria della tradizione poetica greca</em>, vol. I, Roma, 1976, p.185-203 e Gregory Nagy, <em>Homer’s name revisited</em>, in <em>La langue poétique indoeuropéenne</em>, eds. George-Jean Pinault et Daniel Petit, Louvain-Paris 2006, pp. 317-330.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref10">[10]</a> <em>Heinrich Lausberg,</em> “<em>Rhetorik und Dichtung”</em>, <em>Der Deutschunterricht Jahrgang,</em> 18 (1966) 6, pp. 47-93.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref11">[11]</a> Cfr. Otto Weinreich, “La fortuna di Eliodoro”, in P. Janni, <em>Il romanzo greco. Polifonia ed eros</em>, Venezia, Marsilio, 1989, p. 106.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref12">[12]</a> Virgilio, <em>Eneide</em>, Torino, Einaudi, 1979, trad. e introd. di Rosa Calzecchi Onesti, p. VII.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref13">[13]</a> Cfr. Omero, <em>Iliade</em>, introd. di Wolfgang Schadewalt, trad. di Giovanni Cerri, comm. Di Antonietta Gostoli, Milano, Rizzoli, 1999, p. 95 s.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref14">[14]</a> Un esempio in tal senso è dato dall’analisi comparata, da parte di Susan Bassnett (<em>La traduzione – Teorie e Pratica</em>, ed ital. Milano 1999, pp. 115-121) di diverse traduzioni italiane del sonetto XXX di Shakespeare.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref15">[15]</a> Ci riferiamo qui allo studio di Alessandra di Ricco, <em>L’inutile e maraviglioso mestiere</em> <em>–Poeti improvvisatori di fine Settecento</em>, Milano, 1990.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref16">[16]</a> Cfr. Martin L. West, “Greek Poetry 2000-700 B.C.”, Classical Quarterly 23 (1974), pp. 179-92, e soprattutto    Gregory Nagy, <em>Comparative Studies in Greek and Indic Meter,</em> Cambridge, Mass, 1974, p. 8 ss.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref17">[17]</a> Per i diversi strati e la storia della lingua omerica, dal miceneo all’influsso delle redazioni della prima età attica, basterà qui l’ovvio riferimento al monumentale Pierre Chantraine, <em>Grammaire homérique</em>, Paris, 1963-1972.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref18">[18]</a> Ci riferiamo qui specificamente all’André Lefevere di <em>Translating Poetry, Seven Strategies and a Blueprint</em>, Van Gorcum, Amsterdam. 1975 pp. 39-42 e alla sua proscrizione nei confronti delle traduzioni metriche.  Secondo Lefevere, la traduzione metrica sarebbe schiava di un solo aspetto del testo, trascurandone l’organicità. Tenendo presente l’antropologia del ritmo che innerva le culture poetiche orali-aurali, e continua a persistere anche dopo che Calliope apprende l’alfabeto (per dirla con l’Eric Havelock de “La musa impara a scrivere”, ed ital. Bari, 2005), si può capire quanto sia per molti aspetti fallace questa prospettiva, rispetto al problema di tradurre Omero. Si apre qui uno spazio di riflessione sulla traduzione letteraria in genere, ma non è questo il momento di dipanarne i nodi fino in fondo.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref19">[19]</a> Cfr. Mathias Murko, <em>La poésie populaire épique en Yougoslavie au début du XXe siècle</em>, Paris, 1909, che ispirò Antoine Meillet, <em>Les origines indo-européennes des mètres grecs</em>, Paris, 1923, p. 61, passo che è pietra miliare della fondazione degli studi oralistici su Omero.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref20">[20]</a> Giuseppe Ghini, “Tradurre il ritmo del poeta: Puškin nelle versioni ritmiche di Poggioli”, <em>Studi Slavistici</em>, 2 (2005), pp. 81-96.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref21">[21]</a> Renato Poggioli, “Note su alcune versioni italiane della poesia di Pushkin”, <em>Letteratura</em>, 1 (1937), 3, pp. 133 ss.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref22">[22]</a> Cfr. Gianfranco Contini, <em>Innovazioni metriche italiane fra Otto e Novecento</em>, in <em>Varianti e altra linguistica</em>, Torino, Einaudi, 1970, pp. 596 ss.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref23">[23]</a> Da questo punto di vista abbiamo seguito, per quanto possibile, la falsariga stabilita da Mario Cantilena<em>, Sul discorso diretto in Omero</em>, in Franco Montanari –Paola Ascheri (a cura di), <em>Omero tremila anni dopo</em>, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2002, pp. 21-39.</p>
<p><a href="file:///C:\DOCUME~1\miku\IMPOST~1\Temp\Tradurre%20il%20ritmo%20di%20Omero%20-%20Domenico.docx#_ftnref24">[24]</a> Sull’uso elastico della formula, cfr. A. Hoekstra, <em>Homeric Modification of Formulaic Prototypes. </em><em>Studies in Development of Greek Epic Diction</em>, Amsterdam, 1965 e J. B. Hainsworth<em>, The Flexibility of the Homeric Formula</em>, Oxford, 1968.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/11/tradurre-omero-il-ritmo-del-racconto/">Tradurre Omero &#8211; Il ritmo del racconto.</a></p>
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		<title>SATANISMO SUL WEB</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 21:08:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/satanismo-sul-web/">SATANISMO SUL WEB</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi.<br />
&#8220;In effetti &#8211; spiega don Gabriele Nanni, sacerdote che ha praticato esorcismi per molti anni e in varie parti del mondo &#8211; fino a non molto tempo fa questo era un fenomeno di nicchia. Con l&#8217;avvento di Internet e soprattutto dei social network, il fenomeno si è diffuso tra gli adolescenti e ormai il diavolo viene evocato anche attraverso il web&#8221;.<br />
Chi sono, mi domando, questi adolescenti italiani? Non sono forse stati educati con l’ora di catechismo di stato dalla prima elementare alla terza media, e magari anche con un supplemento annuale di due ore settimanali di “dottrina”, a dieci anni di età, in preparazione alla cresima e alla prima comunione? Ore durante le quali è stato loro insegnato che:<br />
- si può nascere da una vergine<br />
- si può essere figli di un dio<br />
- si può risorgere dopo la morte<span id="more-39506"></span></p>
<p>E’ stata pertanto decisa, continua l’articolo di Repubblica, l&#8217;istituzione di più corsi, presso l&#8217;Ateneo Pontificio romano Regina Apostolorum, per i sacerdoti esorcisti con l&#8217;obiettivo di sconfiggere le &#8216;demoniache presenze&#8217;. Il diavolo, rivela don Gabriele Nanni, ha una diffusione che varia a seconda della geografia, nel senso che ci sono paesi più colpiti di altri da Satana. &#8220;Ci sono paesi &#8211; spiega don Gabriele &#8211; dove il contatto satanico è più diffuso per antica tradizione o per una nuova stagione di contatti&#8221;. I più colpiti &#8220;sono quelli che lottano contro il maligno perché chi vive nella fede è anche il maggior antagonista del diavolo&#8221;.<br />
&#8220;C&#8217;è un&#8217;alta percentuale di chiamate che arrivano in vicariato a Roma in cui si chiede l&#8217;intervento dell&#8217;esorcista&#8221;, dice padre Cesare Truqui, veterano tra gli organizzatori dei corsi per esorcisti. L&#8217;argomento è talmente sentito che la diocesi di Frascati ha stilato addirittura un vademecum per difendersi da Satana. In esso, si spiega che ci sono preghiere da recitare &#8220;in casi di minore influsso del demonio&#8221;. Si tratta, spiegano, di &#8220;una raccolta di preghiere da recitarsi privatamente da parte dei fedeli, quando essi sospettano con fondatezza di essere soggetti ad influssi diabolici&#8221;.<br />
La diocesi ragguaglia anche sulle modalità di azione del diavolo. Di solito, spiegano, “sul web opera attraverso la tentazione e l&#8217;inganno; è mentitore. Può ingannare, indurre all&#8217;errore, illudere. Come Gesù è la Verità, così il diavolo è il bugiardo per eccellenza&#8221;. Nel dubbio sulla presenza di un influsso diabolico, &#8220;è necessario rivolgersi prima di tutto al discernimento dei sacerdoti esorcisti e ai sostegni di grazia offerti dalla Chiesa soprattutto nei Sacramenti&#8221;.</p>
<p>Se penso a questi adolescenti che si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.<br />
Invece dell’ora di catechismo di stato &#8211; promulgato da insegnanti scelti dai vescovi e pagati dal contribuente italiano, aventi anche la possibilità, su semplice richiesta, di “passare” ad insegnare storia e filosofia &#8211;  sono favorevole all’insegnamento di un’ora di etica, basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura &#8211; intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna &#8211; e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.<br />
Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche, satanismo e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.<br />
Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica. Laica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/satanismo-sul-web/">SATANISMO SUL WEB</a></p>
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		<title>I BAMBINI</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 17:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Sciltian Gastaldi</p>
<p>I bambini. Tantissimi i bambini. Ecco qual è l’aspetto che più mi ha colpito dell’Europride 2011. Il più partecipato Gay Pride della storia d’Italia.<br />
Vado al Gay Pride dal 1994, ossia da quando se ne organizzano in Italia (a parte l’anteprima dell’associazione Fuori negli anni Settanta a Torino), e ho visto crescere e cambiare questa manifestazione di anno in anno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/13/i-bambini/">I BAMBINI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Sciltian Gastaldi</p>
<p>I bambini. Tantissimi i bambini. Ecco qual è l’aspetto che più mi ha colpito dell’Europride 2011. Il più partecipato Gay Pride della storia d’Italia.<br />
Vado al Gay Pride dal 1994, ossia da quando se ne organizzano in Italia (a parte l’anteprima dell’associazione Fuori negli anni Settanta a Torino), e ho visto crescere e cambiare questa manifestazione di anno in anno. All’inizio eravamo quattro gatti, per lo più terrorizzati dalle telecamere e dalle macchine fotografiche dei giornalisti presenti alla manifestazione. Eravamo adolescenti, o comunque giovani. Molti di quei quattro gatti non avevano fatto alcun coming out (il dire di sé al mondo) con le proprie famiglie, e farlo sapere alla mamma e al papà tramite il Tg1 non sembrava il modo migliore di mettere in tavola il discorso. <span id="more-39279"></span>Poi, col tempo, quella paura è stata dissolta dai coming out che abbiamo faticosamente costruito. Coming out attraverso lettere, libri, film, canzoni, chiacchierate, telefonate, con l’aiuto di amici, consulenti, fidanzati o parenti in grado di intermediare.</p>
<p>Dal 1994 al 2011 sono passati 17 anni, la manifestazione è  diventata quasi maggiorenne. Caspita, se ne sono cambiate di cose! Nel 1994 la Destra di Fini faceva coretti stonati in tv contro “i froci”, nel 2011 ha sfilato con le sue bandiere chiedendo pari diritti per i gay. E’ una vittoria del Gay Pride, ma è anche una vittoria dell’Italia come Paese. Così come è una vittoria di tutti vedere sfilare uno dietro l’altro lo stendardo della Chiesa Valdese e poi le bandiere di Democrazia Atea, lo striscione dei Gay Credenti di Nuova Proposta e quello  dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti. Tutti insieme in una stessa marcia politica: non si tratta forse di un miracolo laico?</p>
<p>Già da alcuni anni ero rimasto favorevolmente colpito dalla presenza di tanti bambini e tanti under 20 alla marcia che rivendica il concetto più semplice al mondo: “uguali tasse, uguali diritti”. Però rispetto anche alle marce degli anni più recenti, la manifestazione del 2011 si è caratterizzata per la partecipazione di famiglie con due papà o due mamme all’interno del vastissimo corteo e non solo, organizzate nello splendido trenino dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che rappresenta appunto lo spicchio più militante e determinato di questa bella realtà italiana.</p>
<p>L’Europride del 2011 è diventato per la prima volta una manifestazione di popolo. Un popolo fatto di famiglie semplici, magari omosessuali oppure eterosessuali, scese coi passeggini a conquistare le strade di Roma dai quattro angoli d’Italia e d’Europa. Genitori in genere sui trentacinque-quarant’anni, che hanno finalmente realizzato il sogno di una vita: mettere su famiglia assieme alla persona che amano, fregandosene di ciò che gli integralisti sostengono. Perché come hanno capito i Parlamenti di quasi tutto l’Occidente tranne quello di Roma, “famiglia” è là dove due persone adulte sono unite da un legame d’amore, da un progetto di vita. “Famiglia” è la coppia etero con o senza figli. “Famiglia” è la coppia di lesbiche con o senza figli. “Famiglia” è la coppia di gay con o senza figli. Figli biologici, figli da inseminazione eterologa, figli da inseminazione omologa, figli adottivi,  comunque: figli.</p>
<p>La presenza di queste famiglie gay con figli è un’affermazione politica intrinseca: il governo dice che noi non esistiamo, eppure noi esistiamo. E mi domando cosa potranno fare un Giovanardi, un Buttiglione o un Bagnasco davanti a questo tipo di realtà, così diversa e colorata da quella che loro vorrebbero. Ma, appunto, una realtà concreta, e sempre più numerosa in Italia come in Europa.</p>
<p>L’altro aspetto che mi ha colpito di questo Europride sono le migliaia di coppie eterosessuali, di tutte le età, solo in piccola parte all’interno dell’applauditissimo spezzone dell’Agedo, l’Associazione genitori di omosessuali o dell’Arcietero, gli “eterogenei in favore dei diritti degli omosessuali”. Queste coppie eterosessuali che marciano al Pride stanno diventando di anno in anno sempre più numerose. Hanno capito che il Gay Pride non è “solo” la marcia per i diritti delle persone Lgbt (lesbiche, bisessuali, gay e trans) per commemorare la rivolta di Stonewall, ma anche una marcia politica che riguarda la loro libertà: la libertà di tutti di amare e di poter essere ciò che si è alla luce del sole, e con tutti i diritti civili del caso. Sì, il Gay Pride è cresciuto in questi 17 anni, ed è cresciuto anche a Roma, sotto al Cupolone del reazionario Ratzinger, che pure proprio negli ultimi giorni – tomo tomo, cacchio cacchio – sta offrendo al mondo un’interpretazione diversa di ciò che la Chiesa cattolica ufficiale intende col concetto di “natura”, e scusate se è poco.</p>
<p>Al termine, si è tenuto l’intervento di Lady Gaga, portata incredibilmente a Roma dal Circolo Mario Mieli e dall’ArciGay, con la complicità dell’Ambasciata Statunitense in Italia e l’aiuto del Dipartimento di Stato americano. Lo ammetto: non conoscevo l’icona pop del XXI secolo. La musica pop e l’industria che le gira intorno non sono il mio campo e tendo a essere molto ignorante sulle sue mode. Però bisogna dire che prima di cantare – benissimo: altro che Madonna! – Lady Gaga ha messo insieme un discorso politico molto più coerente di tanti discorsi sentiti da parte di politicanti di professione. Ha parlato di cose semplici quali l’importanza dell’amore e il concetto di uguaglianza. Cose semplici ma non banali, non almeno nel Parlamento di Roma, che ancora non ha approvato né una legge contro l’omofobia, né una legge sulle unioni civili, né una legge sul matrimonio per tutti, né una legge per estendere l’adozione di figli ai single e alle coppie dello stesso sesso.</p>
<p>Allora, adesso che la marcia è finita, occorre che quello stesso Parlamento di Roma si dia una svegliata, e incominci a fare il suo dovere: legiferare per cambiare le cose, sui diritti civili come in campo socio-economico. Per avere quello che manca al popolo Lgbt, ma anche quello che manca ai milioni di precari, agli inoccupati, ai disoccupati, ai cassaintegrati, alle donne, ai disabili, agli immigrati, ai professori di liceo, agli studenti, ai lavoratori a progetto o a chiamata, a chi è dovuto tornare a emigrare per trovare una strada. Che questo Europride diventi per una volta la marcia per i diritti di tutti: per il diritto ad avere un futuro, a poter progettare, a poter essere felici a prescindere dal proprio orientamento sessuale. L’Unione Europea ha indicato la strada: che la legge sia – veramente – uguale per tutti.</p>
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<p>Facebook Gruppo AntiOmofobia</p>
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