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	<title>Nazione Indiana &#187; inediti</title>
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		<title>Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 17:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/khaled-khalifa.jpg" alt="" title="khaled-khalifa" width="202" height="267" class="alignleft size-full wp-image-41639" /> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em> G.B.]</p>
<p>Amici, scrittori e giornalisti di ogni parte del mondo, e specialmente voi che vi trovate in Cina e in Russia, vorrei mettervi al corrente del fatto che il mio popolo si trova a fronteggiare un genocidio.<br />
Da una settimana a questa parte le forze del regime siriano hanno intensificato i loro attacchi alle città insorte, e in particolare Homs, Zabadani, Rastan, la provincia di Damasco, Madaya, Wadi Barada, Figeh, Idlib e i paesini del Monte Zawiya. Durante questa settimana, e fino ad ora, mentre vi scrivo queste righe, sono caduti più di mille martiri, tra cui molti bambini, e centinaia di case sono crollate addosso ai loro abitanti.<br />
La cecità di cui soffre il resto del mondo ha incoraggiato il regime a cercare di far piazza pulita della rivoluzione pacifica in Siria con una brutalità senza eguali. L’appoggio di Russia, Cina e Iran, e il silenzio del resto del mondo nei confronti dei crimini perpetrati alla luce del sole, hanno consentito al regime di decimare il mio popolo durante gli ultimi undici mesi, ma in quest’ultima settimana, dal 2 febbraio a oggi, i segni della carneficina si sono fatti più evidenti.<br />
Quella delle centinaia di migliaia di siriani scesi per le strade delle loro città e dei loro paesi la notte del massacro di Khalidiyya, tra venerdì e sabato scorsi, con le mani alzate in preghiera, in lacrime, è una scena che spezza il cuore e richiama l’attenzione del mondo sulla tragedia umanitaria siriana. È altresì un’esternazione chiara, senza veli, del nostro sentirci orfani, abbandonati dal mondo, mentre i politici si limitano a vane parole e sanzioni economiche che non fermano gli assassini né trattengono i carri armati imbrattati di sangue.<br />
Il mio popolo, che ha affrontato la morte a torso nudo, armato di soli canti, in questo preciso momento si trova a fronteggiare una campagna di genocidio: le nostre città ribelli sono soggette a uno stato d’assedio senza precedenti nella storia delle rivoluzioni, un assedio che impedisce al personale medico di prestare soccorso ai feriti, mentre gli ospedali da campo vengono bombardati a sangue freddo e distrutti. Non è consentito l’ingresso alle organizzazioni umanitarie, le comunicazioni telefoniche sono interrotte, cibo e medicine sono bloccati, al punto che il contrabbando di una sacca di sangue o una compressa di paracetamolo nelle zone sotto assedio è considerato un reato punibile con la detenzione nelle carceri per prigionieri politici, teatri di torture i cui dettagli, se mai un giorno doveste venirne a conoscenza, vi impressionerebbero.<br />
Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.<br />
Il mio popolo è un popolo di pace, di caffè e musica che mi auguro un giorno possiate gustare anche voi, e di rose di cui spero possiate sentire il profumo, affinché sappiate che il cuore del mondo è oggi vittima di un genocidio e che il modo intero è complice nello spargimento del nostro sangue.<br />
Non riesco a spiegare nulla di più in questi momenti cruciali, ma spero di avervi esortati a mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni. So che la scrittura è impotente e nuda di fronte al frastuono dei cannoni, dei carri armati e dei missili russi che bombardano città e civili inermi, ma non mi va che anche il vostro silenzio sia complice dello sterminio del mio popolo.  </p>
<p><strong>Khaled Khalifa</strong> <em>è nato ad Aleppo nel 1964. È romanziere, poeta e sceneggiatore per la TV e il cinema. Nel 2008 il suo romanzo </em>Elogio dell’odio<em>, in Italia edito da Bompiani, è entrato a far parte della rosa dei finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento letterario nel mondo arabo. Il romanzo, censurato in patria, è stato tradotto in molte lingue.</em> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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		<title>Per Roberto Roversi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 06:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>&#160;</p>
<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca. Senza alcuna guida stavo colmando i vuoti, scovavo i libri come un rabdomante. Ad un tratto il tram si bloccò, si bloccarono tutti i tram di Milano e gli autobus e le macchine. Correvano solo le ambulanze. La gente dovette scendere e continuare a piedi, senza sapere perché. Si diceva di una fuga di gas, che fosse scoppiata una banca.<span id="more-41507"></span></p>
<p>La nostra memoria personale è connessa alla memoria collettiva per i tramiti più vari. Per me quel giorno <em><strong>è</strong></em> il libro di Roversi. Un libro sul quale sarei tornato tante volte negli anni successivi. Quella “liberazione” tradita: Campoformio come metafora della Resistenza scempiata&#8230;</p>
<p>Undici anni più tardi, nell’agosto del 1980, ero appena diventato ricercatore e mi trovavo in Inghilterra con un gruppo di studenti: nel cosiddetto long weekend stavamo visitando il Galles, ci trovavamo in un villaggio sopra una scogliera con l’intenzione di salire al castello. Al mattino, nel bed&amp;breakfast che ci accoglieva, ad un tratto vidi incupirsi lo sguardo del ragazzo che mi stava di fronte. Nei suoi occhi &#8211; come la sorella di Alice che negli occhi di Alice “vede” il sogno &#8211; vidi l’orrore. Si alzò di scatto. Il televisore muto gli rimandava dallo specchio sulla parete una cartina d’Italia, con una piccola stella rossa che si illuminava a intermittenza in mezzo all’Emilia-Romagna. Dopo qualche minuto ritornò: “Prof, se in Italia c’è il colpo di stato io resto in Inghilterra a fare l’esule”.</p>
<p>I treni partivano<br />
i treni arrivavano<br />
“al mare” dicevano i treni<br />
“alla montagna” dicevano i treni.<br />
I treni ridevano<br />
cantavano<br />
erano felici i treni.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Il cielo era con nuvole azzurre<br />
all’improvviso<br />
il cielo è diventato nero<br />
il cielo è diventato fuoco<br />
il treno non è più partito<br />
il treno non è più arrivato<br />
il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>A un tratto il cielo<br />
il cielo<br />
è diventato di fuoco<br />
i bambini piangevano<br />
le mamme gridavano<br />
stesi per terra in silenzio<br />
uomini donne bambine<br />
mentre il sangue cadeva dal cielo.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Le nubi non erano più bianche<br />
erano rosse di sangue<br />
erano nere di fumo.<br />
Poi il tempo è passato<br />
i morti sono ancora con noi<br />
con noi in partenza col treno<br />
al mare in montagna.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascolto<br />
ascolto<br />
ascolto<br />
Quello che vola lassù:<br />
ci porta in vacanza<br />
al mare o in montagna<br />
fra le nuvole bianche<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate guardate<br />
guardate la grande nave<br />
passare<br />
le onde<br />
le onde calde del mare<br />
nuotare<br />
andiamo al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate<br />
ascoltate<br />
guardate<br />
il treno<br />
che arriva a Bologna<br />
noi nella stazione aspettare<br />
allegri per correre al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Quando ascoltai questi versi &#8211; composti da Roversi per il trentunesimo anniversario della strage, e letti dal palco in piazza Medaglie d&#8217;oro a Bologna dall&#8217;undicenne Farhana e dal quattordicenne Marco, con ottantacinque ragazzi di Marzabotto che rispondevano gridando: &#8220;Mai più&#8221; &#8211; mi vennero subito in mente lo sguardo di quel mio studente in Galles e la sua frase. E mi chiesi: “Ma poi c’è stato, o non c’è stato, il colpo di stato in Italia?”</p>
<p>Certo, non c’è stato il colpo di stato con i carri armati, ma l’occupazione della Rai è avvenuta, quella del Quirinale è stata tentata, la volontà di sottomettere il giudiziario all’esecutivo è stata esplicitata, l’irrisione del legislativo è in atto&#8230; Con le proposte, i tentativi “ungheresi” di cambiamento della Costituzione, di trasformazione del XXV Aprile nella Festa della Libertà&#8230; per annacquarlo in una generica festa riecheggiante quel “Popolo delle Libertà” all’interno del quale sono confluiti i post fascisti&#8230;</p>
<p>Io sono nato nel 1948, ho l’età della Libreria Palmaverde. E della Costituzione Italiana&#8230; Ma quando anni fa un quotidiano mi chiese di scrivere dei versi sulla nostra Costituzione, mi sentii smarrito. Certo, l’idea mi attraeva, ma l’”ispirazione” era a zero. La nostra Costituzione, pensavo, non ci dà lo slancio di un “pursuit of happiness”, che da solo basta a sorreggere un bell’afflato poetico. La nostra Costituzione è pragmatica, rigorosa, responsabilizzante. Allora mi rifugiai in un vecchio Dizionario enciclopedico inglese d’epoca vittoriana, che qualche idea ogni tanto è ancora capace di darmela, e cercai la definizione di “costituzione”. Avevo compiuto un passo avanti, ma ancora la poesia non c’era. Poi pensai a qualcuno che sarebbe stato felice di leggerla, questa nostra Costituzione, e di vederla promulgata&#8230; La mia riflessione grata andò ad Amendola, a Matteotti&#8230; Poi, col pensiero a Gobetti, capii che ce l’avevo fatta. Perché Gobetti, che aveva lo stesso sguardo acceso di quel mio antico studente, nella sua breve vita e senza mezzi, prima che gli scherani fascisti venissero ad aspettarlo sulle scale per massacrarlo di botte, era riuscito ad essere anche editore&#8230; di poesia. Aveva pubblicato <em>Ossi di seppia</em>, Piero Gobetti.</p>
<p>Dedico dunque a Roberto Roversi, nel comune sentire civile, nella comune passione per la “decenza”, questi versi, ringraziandovi per avermi chiamato a partecipare a questo omaggio a lui e alla sua opera.</p>
<p><em><strong>Alla Costituzione Italiana</strong></em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
- La felicità degli uomini -<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>NOTA<br />
Roma, Salone Borromini, Biblioteca Vallicelliana, 26 gennaio 2012. Incontro su “Roberto Roversi: Poesia e passione civile”, organizzato da Federica Taddei e condotto da Massimo Raffaeli. Tra i partecipanti Antonio Bagnoli, Fabio Moliterni, Bianca Maria Frabotta, Davide Nota (il cui intervento verrà pubblicato su Nazione Indiana, mercoledì 15 febbraio).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
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		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[Inserto culturale La lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Nash]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/452988-35521-1/" rel="attachment wp-att-41583"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/452988-35521-1/" rel="attachment wp-att-41583"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1.jpg" alt="" title="452988-35521-1" width="340" height="258" class="alignleft size-full wp-image-41583" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em> “Leggilo –mi dice- è pieno di dati interessanti”.</p>
<p>Il testo, alle pagine 12-13, inizia così: “Nel 1990 l’editoria statunitense ha pubblicato 25.000 titoli. Nel 2010 ne ha pubblicati 2.800.000. Mentre la popolazione è cresciuta del 25%, i libri sono aumentati del 2.120%. Questo enorme aumento non comprende gli ebook, riguarda solo i libri stampati”.<br />
<span id="more-41581"></span></p>
<p>Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i numeri, le percentuali, le frazioni. Mi sembravano utilissimi per trovare la risposta a domande del tipo: “Se ieri in spiaggia avevo dieci biglie e ne ho perse due, più un’altra che si è rotta, e ogni biglia costa 50 lire, quanto dovrò chiedere alla mamma per avere 20 biglie?”. Da tempo non gioco più però mi è rimasto un sesto senso che mi dice quando i numeri stampati su un giornale o un libro sono sospetti. Nel caso dell’articolo di Nash anche le nipotine pesaresi avrebbero fatto una sonora pernacchia prima di finire di leggere il paragrafo.</p>
<p>Per esempio, è possibile che un paese dove si pubblicano 25.000 titoli passi a pubblicarne 2.800.000 nel giro di vent’anni? Cioè che l’industria editoriale americana di oggi sia oltre <em>cento volte</em> (per la precisione 112 volte) quello che era nel 1990? A me pare difficile, a lume di buon senso, ora vedremo perché. Prima di discutere di libri, ristampe, ebook e altre diavolerie vorrei però far umilmente notare al signor Nash (“un analista della transizione al digitale dell’editoria” lo definisce il “Corriere”) che se i suoi numeri di partenza sono giusti, passare da 25.000 titoli a 2.800.000 rappresenta un aumento non del 2120% bensì dell’11200%, come qualsiasi nipotino in possesso di matita e quaderno gli potrà confermare. Quindi, delle due l’una: o i titoli del 2010 <em>non </em>sono 2.800.000 ma, per esempio, il 2120% di 25.000, cioè 530.000 oppure i titoli sono davvero 2.800.000 ma rappresentano un aumento dell’11200% rispetto al dato di partenza del 1990 e allora bisogna spiegare il mistero di questa incredibile crescita.</p>
<p>Una rapida indagine in Rete (45 secondi circa) permette di scoprire che la seconda ipotesi è quella giusta: <em>in un certo senso</em> i libri pubblicati negli Stati Uniti due anni fa sono circa 2.800.000, come si può accertare <a href="http://www.bowker.com/index.php/press-releases/633-print-isnt-dead-says-bowkers-annual-book-production-report">qui</a>. Ma questa cifra cosa include? Nash implica che si tratti di libri nuovi (“10 mila nuovi titoli alla settimana sono una valanga” scrive più avanti nell’articolo) e in particolare romanzi, che “contengono tante informazioni ambigue da confondere qualsiasi metodo predittivo”. Infine, Nash conclude: “Dopo aver trascorso dieci anni a scoprire gli scrittori trascurati del XX secolo, sto ora cercando di aiutare tutti gli scrittori, pubblicati da qualsiasi editore, a farsi scoprire dai lettori” (facendo capire che sono “due milioni”).</p>
<p>Purtroppo le cose non stanno proprio così.</p>
<p>I 2.800.000 titoli citati da Nash esistono realmente ma non sono affatto “nuovi” libri se non nel senso che, appena usciti dalla legatoria, hanno un buon odore di carta, inchiostro e colla. Come scrive l’autorità mondiale nel campo del mercato librario americano, si tratta prevalentemente di libri “print on-demand” prodotti da aziende specializzate in titoli per i quali il copyright è scaduto. Quindi si pubblica un sacco di Shakespeare, Harriet Beecher Stowe, Dante e Platone in piccolissime tirature perché non ci sono avidi eredi da soddisfare e occhiuti avvocati  pronti a chiedere il pagamento dei diritti d’autore. Il fatto che si ripubblichino <em>Amleto</em> e la <em>Divina Commedia</em> o <em>La capanna dello zio Tom </em>fa certamente piacere, ma di lì a sostenere che il mercato editoriale è cresciuto dell’11200% in vent’anni ce ne corre.</p>
<p>Come scrive il sito Bowker.com, “These books, marketed almost exclusively on the web, are largely on-demand titles produced by reprint houses specializing in public domain works and by presses catering to self-publishers”. Traduzione: quando non si tratta di testi del passato molto passato, i titoli sono quelli stampati dalle cosiddette <em>vanity presses</em>, cioè tipografie mascherate da case editrici che stampano 300 copie delle poesie adolescenziali del signor Smith per permettergli di presentarsi come “poeta” ai cocktail della sua città. Magari ci sono anche i trattati di fisica che dimostrano come Einstein avesse torto, i romanzi erotici scritti da presidi in pensione e altri simili capolavori. Se non vado errato, Umberto Eco scrisse circa 40 anni fa (ovvero assai prima di Internet, dello Web 2, delle piattaforme di condivisione on line ecc.) della “editoria della quarta dimensione”, cioè di quei prodotti che non avevano i requisiti minimi di professionalità per stare sul mercato editoriale normale ma trovavano una loro circolazione sotterranea tra i familiari, gli amici e i sodali dei maestri di montagna, dei farmacisti di paese e dei commercialisti con velleità letterarie.</p>
<p>Ecco, adesso abbiamo la nuova editoria della quarta dimensione, che viene pudicamente definita “non-traditional sector” e rappresenta circa il 90% dei libri pubblicati, (per la precisione 2.776.260 contro i 316.480 dell’editoria tradizionale). Come si diceva, il “non-traditional sector” è composto prevalentemente da ristampe di opere fuori diritti e ciò che rimane non sono “nuovi scrittori” in attesa di essere scoperti (visto che le grandi case editrici sarebbero ben felici di accaparrarsi l’autore del prossimo bestseller) bensì i dilettanti allo sbaraglio che nessuno pubblicherebbe se non sborsassero di tasca loro i soldi necessari alle microtirature da inviare a parenti e amici. La differenza rispetto a 40 anni fa è soltanto che il volume di spazzatura è aumentato di oltre cento volte.</p>
<p>E’ comprensibile che Nash, che cerca di vendere i servizi della sua società Small Demons, inventi attraenti favolette per dare l’impressione al lettore che<em> proprio</em> <em>lui</em> potrebbe essere il prossimo scrittore scoperto da milioni di entusiasti della letteratura <em>underground</em> ma non necessariamente il “Corriere” ha interesse a stampare i numeri in libertà dell’intraprendente americano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nuovi autismi 14 &#8211; Gli scrittori</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/nolde_pferd_100901445-2/" rel="attachment wp-att-41552"></a>Gli scrittori sono dei gran bastardi e dei figli di buona donna, è risaputo. Se c’è una categoria che estrinseca gli istinti più bassi e l&#8217;intera nefandezza della specie umana, è proprio quella. Subito dopo i perpetratori di genocidi e i serial killer e gli stupratori di minorenni, vengono loro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/">Nuovi autismi 14 &#8211; Gli scrittori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/nolde_pferd_100901445-2/" rel="attachment wp-att-41552"><img class="alignleft size-medium wp-image-41552" title="Nolde_pferd_100901445" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Nolde_pferd_1009014451-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Gli scrittori sono dei gran bastardi e dei figli di buona donna, è risaputo. Se c’è una categoria che estrinseca gli istinti più bassi e l&#8217;intera nefandezza della specie umana, è proprio quella. Subito dopo i perpetratori di genocidi e i serial killer e gli stupratori di minorenni, vengono loro. Uno scrittore per definizione cova con tetra cupidigia il proprio successo immediato, o se va bene la gloria futura, e di tutto il resto non gli importa niente di niente. O meglio, per il successo immediato o la gloria futura è pronto a vendersi la madre, a recidere le carotidi delle sorelle, a pugnalare in piena pancia i figlioli. I familiari e gli amici più cari attorno a lui possono patire atroci dolori, dissanguarsi, suicidarsi, tutto ciò per lui è solo una inopportuna seccatura, un’enorme perdita di tempo. Quello che gli preme è poter tornare a scrivere senza che nessuno gli rompa l’anima, o anche solo andare a verificare l’andamento delle vendite dei suoi libri. I familiari e gli amici più cari sono per lui limoni da spremersi fino a che non rimane più nemmeno la buccia, perché nei suoi libri qualcosa deve pur metterci, e il materiale che ha sottomano è quello. Per uno scrittore un bambino che piange è solo una fonte come un’altra di inquinamento acustico, un vecchio che suppura un’immagine che può tornare utile, una carneficina raccapricciante una simpatica idea suscettibile di fornire una riuscita paginetta. Non sto dicendo naturalmente che i grandi scrittori, che sono notoriamente molto rari, non abbiano cuore, perché anzi ne hanno uno grandissimo, davvero enorme, spesso al servizio di una palpitantissima sensibilità, altrimenti non sarebbero imponenti scrittori, solo che tutto il loro immenso cuore finisce stampato nelle pagine, e per la vita di tutti i giorni non rimane più niente. Nella loro vita quello che conta è occuparsi del parto e del destino dei propri scritti, a costo di qualsiasi cedimento e compromesso, qualsiasi infedeltà. I più volonterosi provano un pochino a conformarsi, almeno per quanto riguarda le apparenze, fingono insomma di vivere, gli altri non ci provano nemmeno. Spesso ai famigliari e agli amici non resta appunto che sopprimersi, come dimostra l’altissimo tasso di suicidi tra i figli degli eccelsi scrittori. Io me ne sono accorto subito: il primo romanziere che ho conosciuto, che aveva un naso da uccello rapace e occhiali da ipermetrope, mentre preparavo la tavola in giardino ha inchiodato mia moglie in cucina, a freddo, e cincischiando con il suo naso e i suoi occhiali da ipermetrope ha cercato di baciarla appassionatamente. Certo se non fossi arrivato per prendere la carbonella l’avrebbe stuprata e forse anche trucidata. Per fortuna mia moglie non me l’ha detto subito, altrimenti lo avrei arrostito assieme alle salsicce, lui e il suo naso. Il secondo scrittore che ho conosciuto mi ha rubato i calzoni. Saltando addosso alla vicina di tavolo, che questa volta per fortuna non era mia moglie, si era fatto una vistosa macchia sui suoi, e io ho commesso la leggerezza di proporgli di prestargliene un paio, visto che avevo a portata di mano il mio borsone: più rivisti. Il terzo, noto per i suoi scritti pessimisti e nichilisti, martirizzava l’eroica moglie che lo manteneva e lo accudiva giorno e notte e gli instillava le idee per i suoi libri, umiliandola e dileggiandola in pubblico. Ma è inutile continuare, sono cose risapute. Quello che si dice meno è forse quanto gli scrittori siano invidiosi uno dell’altro: quando si parlano stringono gli occhi per carpirsi vicendevolmente informazioni, e soffrono orrendamente appena fiutano sentore di successo altrui. Se a uno gli va bene l’altro sfrigola di invidia, e dall’invidia che prova lo stecchirebbe seduta stante, se solo servisse a qualcosa, e non a aumentare ancora la sua notorietà. Ma non bisogna pensare che sia solo un effetto del cinismo dei tempi, o della mondializzazione letteraria: è sempre stato così, e probabilmente sarà sempre così. Pare che già gli scribi egiziani si girassero alla larga uno dall’altro, e quando ciò non accadeva venissero quasi sempre alle mani, come due galli nello stesso pollaio. Del resto non bisogna immaginarsi eroiche e ardimentose tenzoni, più spesso si tratta piuttosto di meschinità da asilo di infanzia. Una volta per esempio sono stato invitato a una televisione belga assieme a una scrittrice ispanofona mondialmente famosa. Prima della trasmissione la scrittrice ispanofona mondialmente famosa mi parlava con beccheggiamenti concitati del capo e sorrisi di bambina piccola, a dispetto dell’età avanzata: chiaramente era assai agitata, e le faceva bene parlare con me, voleva che la rassicurassi, come succede appunto agli scolari prima di un compito in classe. Mi sembrava evidente che le stavo proprio simpatico. Poi però durante tutta la trasmissione televisiva ha parlato solo lei, senza più alcuna trepidazione, e anche il presentatore sembrava ritenere normale che pontificasse da sola, vista la sua fama mondiale. Mettendo lì tra le altre cose un paio di considerazioni sul Belgio che le avevo insinuato io. Il mattino dopo l’ho incrociata nella hall dell’hotel, e mi ha guardato come si guardano le persone che proprio non ci si ricorda chi sono. Se uno scrittore mi propone di mangiare assieme, o insomma manifesta qualche segno di amicizia, io faccio finta di non cogliere. Dico che ho un impegno urgente, o che il mio gatto sta un po’ male, e me la do a gambe. E a scanso di equivoci dopo i dibattiti me la squaglio senza salutare nessuno. Soprattutto quando si tratta di buoni scrittori: tra quelli mediocri o pessimi invece qualche residua briciola di umanità talvolta la si può ritrovare, cercando bene. Non saprei dire però se sono peggio gli scrittorini di provincia o gli scrittori conosciuti. I piccoli scrittorini hanno il vizio di appiopparti i loro scritti illeggibili, ma la loro vanità ha un qualcosa di intonso e adamantino, di innocente, di arcaico: per certi versi è struggente. Quelli conosciuti invece ti guatano con occhi di ghiaccio, stremati in realtà dallo sforzo di dover nascondere la sete di indizi di encomio e riconoscimento, dei quali hanno bisogno come i pesci dell’acqua. Gli scrittori che hanno finalmente conseguito il successo che anelavano consumano le loro esistenze andando in giro a presentarsi a destra e a manca. Scendono dal treno o dall’aereo e si recano nella biblioteca o nella sala dove si svolgerà la presentazione, ascoltano con una espressione di sofferta modestia i complimenti del presentatore, con parole concentrate spiegano alle anziane signore presenti perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono con pause pregnanti e occhi condiscendenti a qualche domanda che non c’entra niente con quello che hanno detto e con il libro, firmano le copie di chi decide di comprarlo, vanno a cena con gli organizzatori, i quali cercano di appioppargli i loro dattiloscritti, ascoltano querimonie riguardanti il taglio dei fondi destinati alla cultura o altre beghe locali, si fanno riaccompagnare in albergo, dove solo di rado amoreggiano con un occhialuto addetto culturale. Poi il giorno dopo riproducono la stessa farsa in un’altra città: ascoltano con l’identica faccia crocefissa altri complimenti, spiegano di nuovo ad altre anziane signore perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono a altre domande che non si sa da dove cavolo saltino fuori, firmano altre copie con le stesse dediche, ascoltano analoghe lamentele e invettive da analoghi organizzatori, intascano analoghi libri pubblicati a proprie spese e analoghi manoscritti. A forza di frullare a questo modo molti scrittori finiscono per pensare che il mondo sia quello, lo si capisce dai loro nuovi testi. Pochissimi altri continuano invece a infilare imperterriti le loro perle sulla carta, ma non si capisce che rapporto abbiano queste ultime con le loro mimiche opache dietro ai microfoni, con quelle loro parole tese e approssimate, con quella loro malinconica urgenza di manifestarsi in pubblico. Ma stiamo parlando degli scrittori realizzati, i pochi fortunati. La maggior parte macerano piuttosto a fuoco lento nelle frustrazioni, accumulando risentimenti e asti, anelando riconoscimenti che mai potranno essere bastevoli, e soprattutto sfogando sui loro prossimi le rabbie e gli inappagamenti. E senz’altro andrebbero pensate delle norme legali per tutelare questi poveri innocenti, andrebbero previste delle strutture di aiuto e sostegno.</p>
<p><em>(Immagine: E. Nolde, &#8220;Pferd&#8221;, xilografia, 15,2 x 10,4 cm, 1910)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/">Nuovi autismi 14 &#8211; Gli scrittori</a></p>
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		<title>Zona Rossa</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/zona-rossa/">Zona Rossa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.<span id="more-41476"></span><br />
Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.<br />
Ma non è di questo che voglio parlarvi.<br />
La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.<br />
Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.<br />
Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!<br />
Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!<br />
L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?<br />
Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?<br />
E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…”, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.<br />
L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.<br />
I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Ricordo che mi sentivo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero disinibita e, al contempo, nervosa. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.<br />
Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.<br />
Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.<br />
Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.<br />
Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.<br />
Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?<br />
Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.<br />
Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.<br />
In questa carta c’è la svolta del nostro domani.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/zona-rossa/">Zona Rossa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;&#8230; è una bellissima aurora!&#8220;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/memorie-dell-olocausto-e-una-bellissima-aurora/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 19:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p></p>
<p align="center"><em>Liberazione dei bambini sopravvissuti<br />
Birkenau-Auschwitz 27 gennaio 1945</em></p>
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SONATA N.7 22 Agosto 1944</a><br />
scritta nel ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank"><em>Campo di Concentramento di Terezin </em></a></p>
<p><br />
&#160;<br />
<em>Or volge l’anno</em> che, consunta, smemorata a tratti, mia madre se n’è andata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/memorie-dell-olocausto-e-una-bellissima-aurora/">MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;<em>&#8230; è una bellissima aurora!</em>&#8220;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
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<p align="center"><small><em>Liberazione dei bambini sopravvissuti<br />
Birkenau-Auschwitz 27 gennaio 1945</em></small></p>
<p align="center"><script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.dcmusicaviva.org/recordings/ullmann_5.mp3" target="_blank"><small>VIKTOR ULLMAN V. Variazioni<br />
SONATA N.7 22 Agosto 1944</small></a><br />
<small>scritta nel ⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank"><em>Campo di Concentramento di Terezin </em></a></small></p>
<p><span id="more-41353"></span><br />
&nbsp;<br />
<em>Or volge l’anno</em> che, consunta, smemorata a tratti, mia madre se n’è andata. La smemoratezza dei vecchi non ha oblio, né dimenticanza: è piena di visioni. La memoria si adegua. Si ricompongono brandelli, si  cuciono al presente tasselli di passato, si vela con il non esser più se stessi il se stesso che svanisce, quel che non si vuol riconoscere come proprio del decadere del corpo e della lucidità, e si chiamano a raccolta per la veglia le ombre. Nell’ultima notte inquieta dell’ospedale, crocefissa ai suoi aghi e fili, aveva tanta sete,  e con quella sua così lombarda e civile indignazione, quella che le faceva dire <em>noi che abbiano fatto la Resistenza</em>, come fosse un ordine etico invisibile, protestava, la voce ancora alta e ferma. <em>Dottori&#8230; infermiere&#8230; a un essere umano si dà almeno un goccio d’acqua!</em> Mi dicono <em>Con una garza inumidita solo piccole gocce, mi raccomando.</em> Un nulla per la bocca arsa, ma l’unico gesto di sollievo della sofferenza che si potesse con sollievo fare. Il sollievo breve fra una goccia e l’altra. Aveva molto freddo. Mi chiamava&#8230; <em>mamma&#8230; Zia Alice&#8230; stai qui&#8230; dammi la mano&#8230; </em>Ero là.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ravensbrück_Konzentrationslager.jpg" alt="" title="Ravensbrück,_Konzentrationslager" class="alignleft" style="float:left; margin:25px 15px 0 0;"/><strong>Alice Ventura Battaglia</strong>, la zia che l’ha allevata e l&#8217;ha iscritta alla scuola di Ballo della Scala e poi non è più tornata dal Campo di Concentramento Femminile di Ravensbrück. Morta di consunzione, caricando sabbia sui vagoncini di ferro. Cenere per la palude, per la <em>terribile</em> colpa di aver prestato la sua tessera annonaria alla moglie incinta di un partigiano,  per la delazione di chi, allora, per 5000 Lire vendeva anime agli aguzzini. E come avrà vissuto, poi, con l’indegno segreto? Benissimo e assolto.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/portdebras.jpg" alt="" title="portdebras" width="208" height="260" class="alignright" />Le ho sempre tenuto le mani. <em>Che belle carezze&#8230; che mani calde hai zia Alice&#8230; </em>Le scaldo le mani. Belle e morbide dei <em>port de bras</em> aggraziati.<br />
<em>- Zia Alice portami un ago.<br />
- Un ago?<br />
- E del filo&#8230; molto filo&#8230;<br />
- Che cosa devi cucire?<br />
- Dobbiamo cucire, vieni, tutta questa tela bianca&#8230;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La vedi quanta tela zia Alice?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dobbiamo cucirla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Aiutami a infilare l&#8217;ago&#8230;</em><br />
&nbsp;<br />
Poi in questa visione di candore e di punti vicini e regolari si è assopita e se ne andata.<br />
&nbsp;<br />
Per lei, per essere stata io, nipote e figlia,<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/OLOCAUSTO.png" alt="" title="OLOCAUSTO" width="352" height="155" class="alignright size-full wp-image-41495"/> madre e zia di mia madre, per quei pochi attimi, come fosse tornata l’amata zia perduta, aspettata invano per anni dopo la fine della guerra, per la zia Alice, mai più ritornata, per tutti quelli che hanno  sopportato e sopportano questo dolore dell’Olocausto, che pare si trasmetta per una profonda inspiegabile genetica dei sentimenti per generazioni, per questa via matrilineare di sofferenza, son qui anche quest’anno a cucire, ad annodare parole e storie. E sono storie di donne, di adolescenti, di bambine, che, non lo si dimentichi, la popolazione effettiva e attiva dell&#8217;universo dei Lager era fatta da persone molto giovani, in età da essere carne da lavoro, sopravvissute spesso solo per la forza residua rimasta di questa gioventù. Le donne anziane, le madri con i bambini in braccio,  o per mano, nella spietata selezione all&#8217;arrivo dei trasporti venivano subito scartate e destinate all&#8217;eliminazione, o soccombevano prestissimo alla durezza delle condizioni di vita e di lavoro. La maggior parte dei bambini venivano eliminati subito, a meno che non fossero destinati a sperimentazioni mediche, soprattutto i gemelli. Alcuni, nella sezione femminile del campo di Birkenau, che erano stati lasciati con le madri, vennero trovati ancora vivi alla liberazione del campo. Braccini con il numero tatuato e occhi di una tristezza senza fondo.</p>
<p>Leggendo il libro che raccoglie le testimonianze di tre donne sopravvissute ad Auschwitz <em>Come un rana d&#8217;inverno</em> di <strong>Daniela Padoan</strong> BOMPIANI [2004], si chiarisce molto della sostanziale differenza fra l&#8217;esperienza femminile e quella maschile dei Campi. All&#8217;inizio della sua testimonianza <strong>Giuliana Tedeschi </strong>dice:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Sono convinta che fisicamente le donne abbiano subito traumi molto superiori a quelli sopportati dagli uomini. Provi a riflettere su una cosa banale, come il fatto di arrivare lì, ad Auschwitz, e perdere subito tutti i capelli, sentire quella macchinetta fredda che le solca il cranio. Credo che un uomo non ne possa rimanere altrettanto scosso. Per me è stato un dramma vedere i capelli in terra. E la nudità poi&#8230; Adesso le persone si denudano con molta più facilità, ma allora non era così. Noi ne soffrivamo profondamente. Quando ci hanno stipato nel locale delle docce, tutte nude, non ce n&#8217;era una che non tremasse all&#8217;idea di trovarsi in quello stato di fronte ad altre donne, figuriamoci poi quando passavano gli ufficiali tedeschi&#8230;</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Un&#8217;altro rovello per le donne, per la madri, era la divisione delle famiglie all&#8217;arrivo. La separazione dai figli, che sicuramente per un uomo è qualcosa di meno profondamente e visceralmente doloroso, era uno strappo difficile da sopportare.<br />
Ma, insieme a queste maggiori fragilità e vulnerabilità, <strong>Giuliana Tedeschi</strong> identifica nelle donne una particolare attitudine alla solidarietà reciproca e all&#8217;aiuto, alla capacità di comunicare, al bisogno di parlare, che ha fatto sì che, al contrario degli uomini, che allora, per educazione erano sicuramente più chiusi, meno portati a svelare la natura dei loro sentimenti con i compagni, anche in un contesto simile esse trovassero maggiore forza di resistere. Un resistere che era anche un appello alle proprie risorse interiori e intelletuali<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Soprattutto la musica. Proprio quando lavoravamo alle cave di sabbia, mentre  i sorveglianti per un attimo non badavano a noi, disseppellivamo dalla memoria un&#8217;aria, una sonata, o le pure voci di Bach. Avevamo la sensazione che tutto dovesse essere scavato a fatica dal nostro interno, proprio come con la pala scavavamo la terra, ma riscoprire in noi quella risonanza di un vita precedente ci dava un&#8217;esaltazione commossa. Erano dei concerti irreali, di cui fu testimone solo il grigio cielo di Polonia.</em><br />
[...]<br />
<em>Sentivamo il bisogno di estraniarci in quel modo, rifugiandoci nella cultura. Era quello che ci teneva vive. La cultura è un&#8217;estrema risorsa, perché ti fa vivere.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
A <strong>Giuliana Tedeschi</strong>, morta il 26 giugno 2010, a 96 anni, e che rilasciò questa sua testimonianza preziosa nel 2003, fra i molti commossi  sentimenti che hanno animato la stesura di questo scritto, va davvero un pensiero di gratitudine. Soprattutto perché per le donne fu difficile parlare e testimoniare la loro esperienza al ritorno. E il farlo in pubblico, nelle scuole, con le interviste, con la scrittura fu una decisione difficile e coraggiosa, che ogni volta rinnovava e riportava vive e devastanti le esperienze vissute. Ma senza la quale ora tutto sarebbe ancora di più dimenticato e rimosso. Per anni parlarono solo gli uomini e le donne tennero tutto dentro di sé. Cercarono attraverso la ricostruzione della loro vita, la famiglia, i figli, un recupero e un riscatto.<br />
&nbsp;<br />
Così successe a <strong>Nonna Lisowskaja</strong> [1925 - 2006], russa e non ebrea, le cui memorie sono uscite in America nel 2009, per sua espressa volontà solo due anni dopo la sua morte, e che nascose a suo marito, Henry Bannister, sposato dopo essere emigrata in America nel dopoguerra, e a tutta la sua famiglia il suo tragico passato per quasi cinquant&#8217;anni. Lavorando in segreto alla trascrizione e traduzione dei suoi ricordi e dei suoi diari, cominciati all&#8217;età di nove anni e scritti in almeno sei lingue, dal russo, allo yiddish, al tedesco.<br />
Una vicenda che dalla nativa Ukraina attraverso mezzo continente e quasi un intero secolo di storia arriva a noi attraverso le sue parole di ragazza, viva e vicina. Come accade per il diario di <strong>Anna Frank</strong>. Ma mentre le parole di Anna vengono troncate il giorno della scoperta del nascondiglio e dell&#8217;arresto. Nonna racconta a fasi alterne tutta la sua storia.<br />
La testimonianza di queste <em>ragazze degli anni quaranta</em> con il loro diario, con tutto il senso e il valore, ora perduto, di segretezza e insieme di confidenza che aveva tenere un diario, penna e carta, ha, anche dal punto di vista letterario, un valore unico, proprio come cosa scritta per non essere letta.<br />
Ne ho tradotto solo una piccola parte, le fatidiche <em>500 words</em> consentite come massima citazione dalla rigida legge americana sul copyright, ma con un click è facile avere, per esigua cifra, l&#8217;intero ebook e viaggiare fra i suoi ricordi della <em>vita di prima</em>, in una magica Grande Madre Russia fra cosacchi, tempeste di neve, samovar fumanti, Natali incantati da Babushka, la mitica nonna materna, comitive di cugini su slitte con i campanelli, corse sui pattini da ghiaccio, profumi di giardini dei ciliegi e biscotti di zenzero e vaniglia, nell&#8217;alone della sua calda e colta e sfortunata famiglia. Fino ad arrivare al nascere del regime stalinista e poi all&#8217;invasione nazista della Russia con tutte le loro, purtroppo condivise,  atrocità, antisemitismo compreso.<br />
Il <strong>7 Agosto 1942</strong>, da <strong>Konstantinowka</strong> in <strong>Ukraina </strong>sul treno che trasporta lei e la madre Anna in campo di lavoro in Germania, come operaie, schiave e prigioniere, dopo l&#8217;invasione nazista della Russia, <strong>Nonna Lisowskaja</strong>, allora appena diciassettenne, scrive le sue impressioni nel suo diario, che porta sempre con se nascosto in sacchetto di stoffa, legato in in vita sotto i vestiti.<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/nonna-e-la-sua-famiglia.jpg" alt="" title="nonna e la sua famiglia" width="632" height="500" class="aligncenter size-full wp-image-41360" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>1935 ultimo ritratto di famiglia<br />
Anatoly, Nonna, la madre Anna e il padre Yevgeny Lisowsky</em></p>
<p align="center"><script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://a.tumblr.com/tumblr_lxvp7zvegu1qa6c21o1_r1.mp3" target="_blank">DMITRIJ DMITRIEVIĈ ŠOSTAKOVIĈ<br />
V. Largo dal QUARTETTO N.8 in Do minore per archi [1960]<br />
dedicato <em>&#8220;alle vittime del fascismo e della guerra&#8221;</em><br />
non potendo egli dire <em>e dello stalinismo</em></a></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>The Secret Holocaust Diaries: The Untold Story of Nonna Bannister</strong><br />
di <strong>Nonna Lisowskaja Bannister</strong><br />
con Denise George e Carolyn Tomlin<br />
[2009] Tyndale House Publishers, Inc.<br />
&nbsp;<br />
da <strong>IL TRENO VERSO L&#8217;AGONIA</strong><br />
Capitolo primo<br />
<strong>Imbarco sul treno</strong><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>
<em>Mio Dio &#8211; non è proprio come ci immaginavamo che fosse questo viaggio! Siamo stipati come sardine in un barattolo nei vagoni bestiame del treno. Ci sono soldati tedeschi con i fucili con noi e la mamma è spaventata. (Io lo so che lei lo è.) La mamma s&#8217;illude ancora che noi si possa scendere dal treno e dimenticare il nostro bagaglio e andarcene a  casa.<br />
Giù c&#8217;è la nonna a circa venti passi, ci guarda così scioccata e sgomenta – sta piangendo &#8211; con le lacrime che le scorrono sul viso, mentre ci fa un cenno di saluto con la mano. In qualche modo io sento che non la rivedremo mai più. Il treno comincia a muoversi, mamma e io guardiamo la Nonna, finché non scompare alla vista. Alle ore 16:00 (4:00 p.m.) ognuno nel nostro vagone è molto quieto e nessuno sta parlando. Alcuni stanno piangendo sommessamente &#8211; e io sono felice di avere il mio diario e due matite.<br />
Mi sono rifugiata nell&#8217;angolo più lontano possibile, così era come se avessi una stanza per scrivere. Ora la porta del nostro vagone è aperta, ma io posso sentire dei rumori sopra il tetto. I soldati tedeschi si sono piazzati in cima al treno, e stanno parlando e cantando. Credo che stiano bevendo – mi sembrano ubriachi.<br />
È quasi mezzanotte – la luna è così grande &#8211; noi stiamo attraversando grandi campi. Ho bisogno di andare più vicino alla porta per respirare un po&#8217; d&#8217;aria fresca. Come mi avvicino alla porta aperta, vedo un paio di gambe con degli stivali neri a penzoloni proprio sopra la porta, poi una faccia si sporge in giù e il soldato grida, &#8220;Ciao, bella!&#8221; e io scappo via molto velocemente dalla porta. La mamma mi tira più vicino a lei, e sento che sto per addormentarmi.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
L&#8217;<strong>8 Agosto 1942 </strong> annota;<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Quando ci svegliamo, possiamo guardare l&#8217;orizzonte e vedere il sole che sorge dai bordi dei più grandi campi che io abbia mai visto &#8211; è una bellissima aurora! Dove siamo? Quanto siamo vicini a Kiev? Il treno sta rallentando come se ci dovessimo fermare.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Il <strong>10 Agosto 1942</strong> di fronte al tramonto che scorre via insieme al paesaggio al passare del treno, ci lascia questo denso e triste &#8220;addio&#8221;:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Non dimenticherò mai la vista dell&#8217;ultimo tramonto mentre stavamo lasciando Kiev. Il sole sembrava una enorme palla di fuoco rosso e arancione, e stava scendendo lentamente contro l&#8217;orizzonte alla fine dei campi senza fine. Era quasi come se il sole stesse dicendo, &#8220;Addio, cara, non ci rincontreremo mai più su questo suolo!&#8221; In piedi vicino alla porta del vagone continuai a guardare il sole finché non scomparve completamente. Poi mi sentii improvvisamente molto triste e sola. Era un &#8220;addio&#8221; che mi fece percepire che una parte di me era morta. Molti tramonti e aurore ci furono da allora in poi, ma mai nessuno così bello come il tramonto che vidi a Kiev.<br />
Ora so che stiamo per essere condotti in Polonia, e la mamma sta cominciando ad architettare piani per scappare quando faremo la prima fermata in Polonia. La prossima fermata dovrebbe essere per il pasto. Noi strisceremo sotto il vagone e aspetteremo che tutti siano risaliti, poi usciremo rapidamente e correremo verso il bosco. La mamma sta progettando.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Traduzione di Orsola Puecher [da <a href="http://www.google.it/url?sa=t&#038;rct=j&#038;q=the%20secret%20holocaust%20diaries%3A%20the%20untold%20story%20of%20nonna%20bannister&#038;source=web&#038;cd=3&#038;ved=0CD8QFjAC&#038;url=http%3A%2F%2Ffiles.tyndale.com%2Fthpdata%2FFirstChapters%2F978-1-4143-2546-0.pdf&#038;ei=RFEVT97BBKbm4QThqoXfAw&#038;usg=AFQjCNH71CgJE1oJ0IfxajdXL1QNhrWyUA&#038;cad=rja" target="_blank"><strong>qui</strong></a>]<br />
Copyright©2009 by NLB Partners. All rights reserved.</p>
<p>&nbsp;<br />
Gli episodi raccontati nei vari brevi capitoli sono scritti benissimo, con una capacità di visione, d&#8217;introspezione emotiva e narrativa davvero rara. Per uno strana necessità spazio temporale Nonna, a volte, mescola alle parole scritte nel passato il suo sguardo retrospettivo su di esse al momento della trascrizione. Ma sono brevi momenti di meditazione che nulla tolgono all&#8217;insieme della testimonianza.<br />
L&#8217;infanzia fatata, che sta lì a far da contrappunto salvifico alle varie tragedie, si interseca con episodi che vanno dalla partenza per l&#8217;Università del fratello, che Nonna non rivedrà mai più, all&#8217;uccisione del padre che si era nascosto in cantina all&#8217;arrivo dei Tedeschi, a cui dopo la cattura furono strappati gli occhi e che a questo sopravvisse solo pochi giorni,  alla successiva decisione della madre di accettare l&#8217;<em>offerta</em> dei Tedeschi che mascheravano una vera e propria deportazione in massa di schiavi con il miraggio di un fantomatico lavoro in Germania.<br />
Convogli di ebrei russi rastrellati e di lavoratori schiavi viaggiavano insieme verso un comune destino, che a poco a poco si delinea nella sua realtà nel racconto di Nonna.<br />
Dopo vari impieghi in fabbriche tedesche Nonna e la madre Anna trovano lavoro in un ospedale. Ma Anna per aver aiutato degli ebrei viene arrestata dalla Gestapo e finisce prima a Ravensbrück e poi a Flossemburg. Nonna si ammala di febbre reumatica con gravi complicazioni cardiache e si aggrava dopo le notizie sul destino della madre. In una lettera dal campo di Flossemburg ci sono le sue ultime parole per la figlia e quelle di una compagna che racconta che Anna, che era musicista, pianista e violinista, costretta dai nazisti a suonare per gli ufficiali nell&#8217;orchestra del campo, quando si rifiuta per via di una ferita a un braccio, causata da un caduta, non viene creduta e per punizione le vengono spezzate le braccia e le dita, con il seguito di una dolorosa e probabilmente irreversibile cancrena. La guerra finalmente finisce. Nonna dopo essere stata a lungo fra la vita e la morte, riesce a guarire, e cerca dovunque la madre, nei campi profughi, ma senza esito. Così, sfuggendo all&#8217;obbligo di tornare in Unione Sovietica, riesce a emigrare in America, dove si rifarà una nuova vita, felice e serena, nascondendo a tutti il suo segreto di inguaribile dolore.<br />
&nbsp;<br />
In onore di queste giovani scrittrici e delle loro memoria trascrivo questo pezzo del diario di <strong>Anna Frank</strong> che parla leggera, vivace e profonda del tragico destino della sua penna stilografica, come una premonizione.<br />
&nbsp;<br />
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<p align="center"><em>Anne Frank alla finestra della casa di Amsterdam in Merwedeplein 37/2</em></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Kyrie.mp3" target="_blank">JAMES WHITBOURN Kyrie da <em>Annelies</em> 2005<br />
Chamber Choir con Steve Duke, sax soprano</a></p>
<p>da <strong>IL DIARIO DI ANNA FRANK.</strong><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Cara Kitty,<br />
ho un bel titolo per questo capitolo:<br />
&#8220;Ode alla mia stilografica<br />
in memoriam&#8221;<br />
La mia stilografica fu sempre per me un prezioso possesso: l&#8217;apprezzavo molto, soprattutto per la sua grossa punta, perché io so scrivere bene soltanto se il pennino della stilografica ha la punta grossa. La mia penna ha una vita assai lunga e interessante, che ora ti racconterò in breve.<br />
Quando compii nove anni, essa mi arrivò avvolta di ovatta in un pacchettino, come &#8220;campione senza valore&#8221;, da Aquisgrana, dove abitava mia nonna, la buona donatrice. Ero a letto coll&#8217;influenza, mentre il vento di febbraio soffiava attorno alla casa. La gloriosa penna era in un astuccio di cuoio rosso e fu subito mostrata a tutte le amiche. Io, Anna Frank, fiera proprietaria di una penna stilografica.<br />
Quando ebbi dieci anni, potei portare la penna a scuola e la signorina mi permise di servirmene per scrivere. Quando ebbi undici anni dovetti riporre il mio tesoro, perché la signorina della sesta classe non ammetteva che penna e calamaio. Quando ne compii dodici e andai al Liceo ebraico, la mia stilografica si ebbe per maggior onore un nuovo astuccio in cui c&#8217;era posto anche per una matita e per di più munito di chiusura lampo. A tredici me la portai nell&#8217;alloggio segreto, dove percorre con me le innumeri pagine del diario. Ora sono arrivata a quattordici, ed è l&#8217;ultimo anno che la mia penna ha passato con me&#8230;<br />
Fu un venerdì pomeriggio dopo le cinque: io venivo dalla mia cameretta e volevo andarmi a sedere al tavolino per scrivere, ma fui rudemente spinta da parte e dovetti cedere il posto a Margot e al babbo che volevano fare i loro esercizi di latino. La stilografica rimase inutilizzata sul tavolo, mentre la sua proprietaria si accontentò sospirando di un angolino del tavolo e si mise a strofinare fagioli. &#8220;Strofinare fagioli&#8221; qui significa ripulire i fagioli ammuffiti. Alle cinque e tre quarti scopai il pavimento, raccolsi lo sporco e i fagioli marci in un giornale  gettai tutto nella stufa. Ne venne fuori un&#8217;enorme fiammata, e io fui contentissima di avere in tal modo ravvivato la stufa che pareva già quasi spenta. Tutto era di nuovo tranquillo, i latinisti avevano finito e io andai a sedermi al tavolo per cominciare, finalmente, a scrivere; ma la mia stilografica era irreperibile. La cercai dappertutto, la cercarono Margot, mamma, papà e Dussel, ma la penna era scomparsa senza lasciar traccia. «Forse è andata a finire nella stufa coi fagioli» insinuò Margot. «Ma no, assolutamente no» risposi io. La sera, però, la penna non era ancora ricomparsa e allora ci persuademmo tutti che era bruciata, tanto più che la celluloide è infiammabilissima.<br />
Ed effettivamente i nostri tristi sospetti furono confermati la mattina seguente, quando papà nel ripulire la stufa trovò fra le ceneri il fermaglio metallico. Ma del pennino d&#8217;oro non si trovò traccia. «Certamente dev&#8217;essersi cotto rimanendo appiccicato ad una mattonella» disse il babbo.<br />
M&#8217;è rimasta una consolazione, sebbene assai magra: la mia stilografica è stata cremata, proprio come vorrei io, a suo tempo.<br />
La tua Anna.</em></p></blockquote>
<p align="right">[<em>Traduzione di Arrigo Vita</em>]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>Considerate se questa è una donna,<br />
Senza capelli e senza nome<br />
Senza più forza di ricordare<br />
Vuoti gli occhi e freddo il grembo<br />
Come una rana d&#8217;inverno.</em></p>
<p><small><strong>P. Levi</strong> &#8220;Se questo è un uomo&#8221; 1947</small></p>
<p>[ <em>alla mia mamma Rosita Lupi Puecher che questo libro molto amava ]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/memorie-dell-olocausto-e-una-bellissima-aurora/">MEMORIE DELL&#8217;OLOCAUSTO &#8220;<em>&#8230; è una bellissima aurora!</em>&#8220;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/">L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Chibbaro</strong></p>
<p>Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art. 18 dello statuto dei lavoratori. Queste discussioni si svolgono all’interno di un più ampio dibattito a livello europeo incoraggiato dai grandi gruppi finanziari e industriali e ripreso nelle varie istituzioni che di fatto li rappresentano a livello politico, BCE, Commissione Europea, FMI (la Troika). Interventi in tal senso sono già stati realizzati nei paesi ora più indeboliti, quali Spagna (riforma del 2010: Ley n. 35/2010) e Grecia.</p>
<p>Inizialmente, queste riforme sono state difese da Confindustria e accoliti in quanto considerate necessarie per liberare un mercato descritto come eccessivamente rigido, e la cui rigidezza incideva in modo esiziale sulle capacità economiche del paese. Prescindendo dal fatto che la flessibilità del lavoro non è mai stata dimostrata essere un fattore né di crescita né di miglioramento della qualità della vita (almeno sul medio-lungo termine), questo quadro è smentito dai fatti e dai dati. La visione dei paladini del licenziamento è talmente grottesca e irrispettosa del dramma inflitto alla vita di migliaia di persone licenziate negli ultimi anni (senza che in alcun modo essi avessero una qualche colpa nel cattivo andamento economico) che anche gli ideologi più estremisti stanno cautamente abbandonando questa strada. Luciano Gallino (uno dei pochissimi studiosi con una certa visibilità rimasti a difendere la verità e i diritti dei lavoratori) ha descritto argutamente e in maniera stentorea, con chiare cifre, questa situazione in due recenti articoli su Repubblica (L. Gallino, I paladini dei diritti cancellati — 31 ottobre 2011; Licenziamenti falso problema — 05 gennaio 2012). Per essere più precisi ed esaustivi, ci si può riferire a documenti redatti da studiosi di diritto anche in merito all’annosa questione del “contratto unico”, e in particolare il <em>Seminario ELLN di Francoforte sul licenziamento individuale in Europa: una sintesi a cura dell&#8217;ufficio giuridico CGIL</em> che si può trovare in rete. Nella sintesi si sottolinea con chiarezza che l’Italia è uno dei paesi più flessibili d’Europa, superata praticamente solo dalla Danimarca (perciò presa a campione come modello d’eccezione). L’Italia risulta addirittura caratterizzata da un mercato del lavoro più aperto di paesi quali l’Ungheria, Repubblica Ceca e la Polonia! Dunque, la diffusa convinzione che quello italiano sia un regime iperprotettivo è totalmente smentita dai dati dell’OCSE; nonché dal licenziamento perentorio di centinaia di migliaia di lavoratori a causa di motivi economici avvenuti in questi ultimi anni. Questo spesso a fronte di enormi benefici per gli azionari alla fine dell’anno, sovente ottenuti proprio grazie ai licenziamenti.</p>
<p>La nuova tattica per ottenere l’eliminazione dell’art. 18 consiste nel sottolineare come tale articolo sia di fatto utilizzato in pochissime vertenze giudiziarie e sia un unicum italiano. Questi due punti sono stati drammaticamente integrati anche da parte del centro-sinistra.</p>
<p>Il secondo punto è semplicemente falso. In altri paesi europei il lavoratore può chiedere al giudice di reintegrarlo nel posto di lavoro a seguito di un giudizio “sommario” di bilanciamento degli interessi in gioco (così in Germania e, in termini simili, in Austria, Grecia, Belgio e Irlanda). In molti altri paesi questo non è possibile, ma delle tutele speciali sono previste contro il licenziamento illegittimo. Si legga la sintesi del seminario CGIL per informazioni più precise.</p>
<p>Il primo punto è più sottile. E’ vero che in pochi casi si fa riferimento all’articolo 18 in cause tra lavoratori e imprese e che talora, in Italia come all’estero, il procedimento di può concludere ugualmente con un indennizzo anche qualora il reintegro sia formalmente possibile. Ciò che si rileva, in realtà, è <strong>la funzione di deterrente </strong>che la sanzione della reintegrazione prospetta: e questa non appare diversa in Italia rispetto agli altri paesi che la prevedono. Al contrario ciò che è anomalo in Italia è la soglia che caratterizza le piccole imprese, la quale risulta ben troppo elevata: 15 dipendenti, cifra basata sullo stabilimento e non sull’intera impresa. Negli altri paesi questa soglia è o assente o molto inferiore, per esempio in Francia è 10, considerando l’impresa. Del resto, se veramente l’art. 18 non fosse che un orpello ideologico del sindacato vuoto di senso, perché tanto accanimento nel volerlo eliminare?</p>
<p>Riassumendo, le imprese in Italia hanno la possibilità di assumere in un mercato del lavoro tra i più flessibili dell’occidente, in cui il ricorso a contratti atipici è la regola dall’approvazione della cosiddetta “legge Biagi” 2003. I licenziamenti si fanno in maniera massiccia, sia grazie alle inesistenti coperture di legge sui contratti atipici, sia grazie ai motivi economici, veri o presunti tali.</p>
<p>Perché allora le istituzioni finanziarie, la Confindustria e i loro rappresentanti politici (governo Monti) continuano a martellare sulla necessità di eliminare l’articolo di 18?</p>
<p>Ecco la risposta. Una sola cosa, sostanzialmente, non è ancora possibile nella giungla del lavoro italiano,<strong> licenziare individualmente</strong>: nome e cognome.</p>
<p>E’ vero che questo <em>grande passo in avanti</em> sarebbe possibile grazie a quell&#8217;obbrobrio giuridico che è il famigerato art. 8 inserito nella c.d. manovra-bis di agosto (in tal senso, si veda il sempre lucido L. Gallino che riassume l’effetto di questo articolo con “<em>A ben vedere, il legislatore poteva condensare l&#8217;intero articolo 8 in una sola riga che dicesse &#8220;i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto del lavoro</em>&#8221; in “Come abolire il diritto del lavoro”, Repubblica 5 settembre 2011; si veda anche “La minaccia dell’articolo 8” Repubblica 15 settembre 2011). Tuttavia, tale norma rimane solo una bomba a orologeria, in quanto il suo impatto dipende dall’attuazione che di esso ne verrà data nelle singole aziende e nei singoli contesti territoriali. E le parti sociali con l’accordo del 21settembre 2011 hanno escluso di volere attuare la norma proprio in relazione a tale materia.</p>
<p>Quindi per il momento le aziende non possono licenziare tranquillamente un singolo individuo perché “rompiballe”, senza il timore di rivederselo tornare reintegrato da un bieco giudice. Questo è quanto è successo, per esempio, nel famoso caso dei tre operai sindacalisti dello stabilimento FIAT di Melfi. Si comprende allora il vero interesse intorno a tale questione. Pur in un momento di globale crisi della classe lavoratrice, con un arretramento continuo e, per ora, inesorabile delle condizioni di vita e di lavoro, alcuni sindacati e alcuni sindacalisti tentano di difendere quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori e aiutano i loro compagni a non piegarsi ai diktat delle aziende.</p>
<p>Eliminando l’art. 18, le imprese potranno finalmente “dar sfogo alla loro turpe voglia” e licenziare in tronco tutti gli operai ritenuti indomiti (sindacalizzati e non) per poi attuare una dura politica antisindacale; come del resto fanno le grandi aziende europee quando si trasferiscono in paesi dalla legislazione più arretrata, quali gli Stati Uniti. In tal modo avranno stroncato ogni tipo di residuale opposizione alla loro politica neo-schiavistica e la regressione a condizioni di lavoro da inizio 1900 sarà finalmente ultimata. Probabilmente con il plauso del Pd.</p>
<p><em>(Sergio Chibbaro è &#8220;Maître de conférences&#8221; all&#8217;Università &#8220;Paris 6&#8243;, e è delegato della Confédération Générale du Travail, CGT)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/">L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Scarpe rosse</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 14:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>Il mio lavoro di insegnante ha pochi piaceri. Uno di questi, lo ammetto, è dare vita alla scena che segue. Arriva sempre un giorno, di solito alla fine dell’anno scolastico, in cui decido di leggere alla classe <em><a href="http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/le_scarpette_rosse">Scarpette rosse</a></em>, la mia fiaba preferita di Andersen.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/scarpe-rosse/">Scarpe rosse</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>Il mio lavoro di insegnante ha pochi piaceri. Uno di questi, lo ammetto, è dare vita alla scena che segue. Arriva sempre un giorno, di solito alla fine dell’anno scolastico, in cui decido di leggere alla classe <em><a href="http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/le_scarpette_rosse">Scarpette rosse</a></em>, la mia fiaba preferita di Andersen. La prima volta che decisi di raccontarla le portavo proprio, le ballerine rosse (forse volevo inconsapevolmente incrementare l’effetto cruento). Dunque, quel giorno lessi la fiaba, e una bambina dal volto perfettamente innocente guardò il libro, poi guardò le mie scarpe ed esclamò, con aria di vero spavento: “Stai attenta, professoressa!”.</p>
<p>Questo per dire che da qualche anno a questa parte Scarpette rosse è la mia favola identitaria: mi identifico perfettamente in questa fiaba, e quasi solo in questa. La mia passione per questa storia ha un carattere maniaco ed esclusivo che per un certo periodo ha pressoché escluso che io potessi provare un interesse dello stesso genere per qualsiasi altra storia. Questa mia identificazione assomiglia alle convinzioni che ho formulato nel corso degli anni sulla mia natura e sul mio destino: incontrovertibili, a prova di esperienza, a volte incrollabili senza alcuna giustificazione. D’altra parte, non è così anche nelle fiabe? Per quale ragione una storia in cui una fanciulla si incapriccia di un paio di scarpe rosse e le indossa deve finire con un boia che le taglia i piedi? Non ha logica, eppure va bene così.</p>
<p>La fiaba inizia con una situazione di perfetta povertà in cui la fanciulla si sostenta a malapena ma c’è un principio femminile buono (la vecchia calzolaia) a darle il poco che le serve (le scarpe rosse goffe ma fatte a mano con i materiali a disposizione della vecchia). Una situazione di autarchia emotiva in cui il bisogno è sempre naturale, il corpo soffre per l’azione del vento e della pioggia, lo stomaco soffre la fame, ma esistono solo bisogni primari, che vengono soddisfatti in modo semplice e naturale, il desiderio è misura di se stesso e non si perde mai.</p>
<p>Tutto si ribalta (in questa fiaba di doppi opposti, o di personaggi che appaiono e ricompaiono all’improvviso, vagamente minacciosi, nella foresta o di fronte a una chiesa) allorché entra in scena la vecchia signora imponente e ricca; al desiderio-in sé subentra il desiderio fuori-di-sé, soddisfatto dall’esterno, dettato dal denaro. Non un  vero desiderio, piuttosto una sua contraffazione commerciale. La situazione cambia di segno: alla povertà si sostituisce la ricchezza, e la fanciulla, abbacinata dal nuovo, dimentica ciò che le era proprio e trascura il desiderio che le somigliava tanto. Attratta dall’idea di una vita facile in cui siano gli altri a provvedere alle sue necessità accetta di seppellire le scarpe vecchie e di lasciare agli altri la cura di sé.</p>
<p>Ma gli altri conoscono i suoi desideri? La fanciulla, che vede il luccichio della bellezza nello specchio che riflette la sua immagine, si illude di sì, crede a chi promette cibi sopraffini, si affida al baluginio della ricchezza. Il desiderio delle scarpette rosse, che le si accende nel cuore fino a sopraffarla, la porta fuori di sé e la spinge alla coazione del movimento. Se non puoi fermarlo, però, non può essere un movimento buono. Da un lato all’altro del piccolo mondo della fanciulla rimbalzano figure maschili vagamente demoniache: il boia, il vecchio soldato con le stampelle e la barba rossa che le fa i complimenti cercando una complicità fuori dall’umano (non è sano, non ti fidare, direbbe la vocina interiore, se la fanciulla la potesse sentire); in un’altra versione c’è addirittura un vecchio calzolaio zoppo (anche qui, la vocina dovrebbe suggerirle: come può un calzolaio zoppo fare scarpe in cui si cammina senza farsi del male?).</p>
<p>Per il tormentato Andersen la dismisura era peccato, dannazione, promessa di morte. Avrà pensato, il rosso può portarmi fuori di me e dalla grazia e farmi perdere per sempre la strada e la ragione, tanto che alla fine del viaggio non troverò più niente di familiare. Eppure, cos’è familiare? Cosa posso sopportare? Fin dove mi posso spingere? Cosa mi può realmente uccidere? Il tintinnio delle scarpette diaboliche riporta per un attimo sulla tomba della vecchia signora, che nel frattempo è morta. E in effetti come non danzare sulla testa dei morti? Come non festeggiare l’esultanza di essere vivi? E chi non ha mai danzato sulla testa di un cadavere non sa cosa voglia dire la colpa (la gioia è fatta sempre di piccole stringhe rosse).</p>
<p>Quando usciamo fuori di noi per incontrare il desiderio degli altri pensiamo: sarò forte abbastanza da sopportarlo, non mi ucciderà, imparerò a sopportare il dolore semmai, perché è così che si fa. Sopporterò i segni rossi che mi fanno le scarpe nuove, perché ballare mi piace troppo, e di ballare non posso fare a meno. L’ultimo pensiero che pensano i piedi prima di essere separati dal corpo e andare in giro come lucertole tagliate a metà, è un pensiero di forza, un’illusione di forza. Solo che Andersen lo sapeva, che superato il limite che le nostre stesse mani hanno stabilito possiamo solo rimanere schiantati.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/N9W9XTxbnWI" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>*****<br />
<strong>Scarpe rosse</strong></p>
<p>di<strong> Anne Sexton </strong></p>
<p><em>traduzione di</em><strong> Marilena Renda</strong></p>
<p>Abito nel cerchio<br />
della città morta<br />
e mi allaccio le scarpe rosse.<br />
Tutto ciò che era calmo<br />
è mio, l’orologio con la formica,<br />
le dita dei piedi, allineate come cani,<br />
il fornello, molto prima che bollisca il rospo,<br />
il salotto, bianco d’inverno, molto prima delle mosche,<br />
la cerva distesa sul muschio, molto prima della pallottola.<br />
Mi allaccio le scarpe rosse.</p>
<p>Non sono mie.<br />
Sono di mia madre.<br />
Sua madre prima di lei<br />
le lasciò come cimelio<br />
ma le nascose come lettere vergognose.<br />
La casa e la strada a cui appartengono<br />
sono nascoste e le donne, anche le donne<br />
sono nascoste.</p>
<p>Tutte quelle ragazze<br />
che indossavano scarpe rosse<br />
salirono su un treno che non si fermò.<br />
Le stazioni fuggirono come spasimanti e non si fermarono.<br />
Danzarono tutte come la trota all’amo.<br />
Furono tutte ingannate.<br />
Si strapparono le orecchie come spille da balia.<br />
Le loro braccia si staccarono e diventarono cappelli.<br />
Le loro teste rotolarono e cantarono per la strada.<br />
E i loro piedi – o Dio, i loro piedi al mercato –<br />
i loro piedi, due scarafaggi che corsero verso l’angolo<br />
e poi danzarono orgogliosi.<br />
La gente esclamava: sicuramente,<br />
sicuramente sono meccanici, altrimenti…</p>
<p>Ma i piedi andarono avanti.<br />
I piedi non si fermarono.<br />
Tesi, come un cobra che ti vede.<br />
Erano un elastico tirato,<br />
erano isole durante un terremoto,<br />
erano barche che si scontrano e affondano.<br />
Tu e io non contavamo.<br />
Non potevano ascoltare.<br />
Non potevano fermarsi.<br />
Quello che facevano era la danza della morte.</p>
<p>Quello che facevano li avrebbe ammazzati.<br />
<em><strong><a href="http://collettesimone.wordpress.com/2009/12/08/the-red-shoes-by-anne-sexton/">Qui </a></strong>l&#8217;originale.</em></p>
<p>*****<br />
<em>Altre fiabe</em></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/scarpe-rosse/">Scarpe rosse</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 09:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/dubuffet-jeux-3/" rel="attachment wp-att-41398"></a> Io per mestiere studio la terra. La terra sono le zolle lasciate dagli aratri e i campi desolati l’inverno, la  mota sotto le scarpe da lavoro, le pianure, le colline, i vigneti in pendenza, i fianchi delle montagne, i boschi, le torbiere d’altitudine, gli orti e i giardini: tutto quello che non è stato irrimediabilmente cancellato o abraso dall’uomo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/">Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/dubuffet-jeux-3/" rel="attachment wp-att-41398"><img class="alignleft size-full wp-image-41398" title="dubuffet-jeux" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/dubuffet-jeux2.jpg" alt="" width="117" height="150" /></a> Io per mestiere studio la terra. La terra sono le zolle lasciate dagli aratri e i campi desolati l’inverno, la  mota sotto le scarpe da lavoro, le pianure, le colline, i vigneti in pendenza, i fianchi delle montagne, i boschi, le torbiere d’altitudine, gli orti e i giardini: tutto quello che non è stato irrimediabilmente cancellato o abraso dall’uomo. È la terra che fa crescere le piante che mangiamo (noi mangiamo piante, <span id="more-41295"></span>o animali che hanno mangiato piante) o anche solo osserviamo per riposarci il cervello, è la terra che digerisce i residui della vita e li rutta nell’aria. Io nel mio piccolo mi occupo di questo. E quindi anche quando non lavoro appena arrivo in un posto per prima cosa guardo la terra, o insomma cerco di immaginarmi com’è, è inevitabile. Deformazione professionale. Cerco di capire se è leggera o densa, scura o slavata, l’odore che potrebbe avere, cosa potrebbe crescerci. Provo a capire se è malata, perché di questi tempi la terra ha tante magagne. Le terra è spesso sfiancata, o anemica, o intossicata, infettata. Certe malattie sono leggere, come banali raffreddori, altre sono gravissime, qualche volta addirittura mortali. La terra può morire. Anche nelle grandi città c’è terra, e spesso non se la passa molto bene, al pari degli abitanti, che soffrono di affezioni respiratorie e di altre patologie banali ma anche surretiziamente letali. Spesso nelle grandi città la terra è un mescolume disparato, proprio come i passanti, che sono di tutti i colori e hanno tutte le fisionomie. Se la terra sta molto male provo pena, come succede con tutti i malati gravi. Vorrei poter fare qualcosa per lei, ma naturalmente non posso niente, e anzi in una certa misura mi sento – so di esserlo, anche se certo indirettamente &#8211; responsabile. Mi immagino potenziali soluzioni, ben sapendo che sono solo mie fantasie individuali, arbitrarie e ininfluenti. Qualche volta la prendo in mano e la tocco, ma spesso mi basta guardarla. Trovo incredibile che nessuno guardi più la terra. È una cosa che mi ferisce nell’intimo, in particolare quando viaggio in treno. La terra è lì, bella e lustra, o anche cupa e taciturna, o solenne, o sfrontata, spesso enigmatica, e nessuno la degna di uno sguardo. Qualche volta vorrei invitare i miei vicini a guardare dal finestrino, invece di teledigitare parole vuote, invece di fissare autisticamente uno schermo. Guardate come è bella la terra, guardate come è essenziale, vorrei dire. Ma non dico niente, perché la considero una guerra persa, o forse anche per la mia notoria pavidità. Spesso arrivo in un posto e la terra non c’è più: tutti fanno come se niente fosse, o anzi decantano le attrattive balneari o architettoniche, e invece la terra proprio non c’è, è scomparsa nel nulla. Lo provano le rocce battute dal vento e dal sole, i fianchi brulli delle montagne su cui si riflette la luce metallica della luna. La terra non c’è più, e io provo un senso di sconfortante tristezza. Ho l’impressione di essere venuto a trovare un ricoverato che nel frattempo è deceduto: sono arrivato tardi, rimane solo il letto vuoto: un letto pulito pronto a ricevere un altro malato. Un paziente che tarderà qualche migliaio di anni. Ma più spesso, lo sappiamo tutti, la terra è stata semplicemente seppellita dal cemento e dall’asfalto. Siamo diventati specialisti nel seppellire la terra: per paura di essere sotterrati a nostra volta, per prendere le distanze dal nostro ineluttabile imputridimento, per non pensarci, seppelliamo la terra. La terra è esplosione di vita (in un granellino ci sono più esseri viventi che uomini nel mondo), mentre nel cemento e nell’asfalto non c’è vita. Il cemento e l’asfalto sono il contrario della vita: non morte &#8211; la morte è pur sempre vita -  ma assenza di vita. Io sono dalla parte della vita, anche se so che la vita è lotta inesorabile, è anche morte. Ma intendiamoci, sono un figlio dell’asfalto, so che forse dovrei essere riconoscente al cemento e all’asfalto. So che l’asfalto mi ha salvato: senza asfalto sarei già morto. Vorrei essere interamente dalla parte della terra, ma non ci riesco: mi preme la mia piccola e insignificante esistenza che abita il cemento e corre sull’asfalto. E anzi amo i riflessi liquidi dell’afa sulle strade, amo gli aloni di idrocarburi nelle pozzanghere, amo le geometrie del calcestruzzo metropolitano, amo le tenute sintetiche di certe passanti, e amo perfino alcune esalazioni pestilenziali della distruzione umana. Il mio senso estetico e i miei attaccamenti se ne fanno insomma un baffo dei moniti del mio emisfero cerebrale sinistro e delle mie intuizioni profonde. Quindi non mi faccio illusioni, sono cosciente che siamo su una brutta china. I nostri antenati si sono occupati della terra. E anzi proprio dove era più scarsa e stentata la hanno vegliata con più cura: sui versanti scoscesi hanno eretto muri a secco per contenerla, per farla sentire a suo agio. Come si appronta una cuccia per un animale che ci preme, come si rimboccano le lenzuola a un bambino. Certo l’hanno utilizzata e sfruttata, però anche nutrita e assistita. Ora le terrazze crollano e franano: la terra scompare, la vegetazione spontanea riprende possesso del pietrame che rimane. I nostri predecessori erano più saggi, o forse solo non avevano tra le mani gli attuali strumenti di sterminio: escavatori che con una cucchiaiata devastano il lavorio di millenni, autobetoniere dal ventre gravido, impaziente di partorire sterili creazioni, asfaltatrici come dee onnipotenti capaci di coprire con un velo nero le miserie umane. I nostri antenati non avevano questa nostra furia materialista, le loro superstizioni e credenze erano pur sempre un argine. Di fronte a questa hybris provo sconcerto e disagio. Ma non so con precisione perché ho questo legame con la terra. Certo anche perché da bambino, proprio quando cominciavo a essere un po’ autonomo, mia madre decise di andare a vivere nella casa padronale di mia nonna, in campagna. Per loro era un posto come un altro dove abitare. Per me invece era la terra bruna dei vigneti affacciati alla valle per i quali bighellonavo, l’odore di urina e di umido della terra battuta nel raggio di libertà dei cani alla catena, i pollai nei quali entravo, l’amaro dei roghi dei tralci di potatura, le mani grandi e dure come vecchi pneumatici dei contadini, i ragazzini della mia età che non parlavano la mia stessa lingua. Quindi venuto il momento mi è venuto naturale di andare verso le materie che mi sembravano più vicine a quel mondo arcano in via di estinzione, e poi per le solite apparenti casualità della vita sono finito a occuparmi proprio di terra. Ma ci sono certo anche altre ragioni più criptiche e forse ben più influenti che mi sfuggono, come sempre succede.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: J. Dubuffet, &#8220;Jeux et travaux&#8221;, 1953, litografia, 65,5 x 50 cm)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/">Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Su &#8220;Coffe-table book&#8221; di Alessandro Broggi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 06:38:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Alessandro Broggi fa parte di quel drappello di autori che, in questi ultimi anni, hanno riflettuto criticamente sulla nozione di genere poetico e hanno approntato delle strategie per neutralizzare molte delle sue pretese tematiche, stilistiche e lessicali. Broggi, per utilizzare una metafora del poeta e teorico francese Jean-Marie Gleize, è uno scrittore intento ad “uscire” dalla poesia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/su-coffe-table-book-di-alessandro-broggi/">Su &#8220;Coffe-table book&#8221; di Alessandro Broggi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Alessandro Broggi fa parte di quel drappello di autori che, in questi ultimi anni, hanno riflettuto criticamente sulla nozione di genere poetico e hanno approntato delle strategie per neutralizzare molte delle sue pretese tematiche, stilistiche e lessicali. Broggi, per utilizzare una metafora del poeta e teorico francese Jean-Marie Gleize, è uno scrittore intento ad “uscire” dalla poesia. Questa scelta appare già evidente nella predilezione per le prose brevi, che costituiscono, ad oggi, la parte più cospicua della sua opera edita. <span id="more-41351"></span>L’immagine dell’uscita dal genere si attaglia al lavoro di Broggi, anche perché implica una preventiva interiorità, ossia l’essere familiari con la tradizione e le caratteristiche di genere, ma suggerisce anche un percorso non costruito per contrasto e fratture, come accade invece in forme di scrittura che si riallacciano all’esperienza delle avanguardie letterarie del secolo scorso. Broggi non è mosso da una semplice attitudine polemica nei confronti della dimensione lirica. Non costruisce, insomma, il suo itinerario testuale per semplice opposizione nei confronti del genere. A lui interessa, semmai, esplorare dei territori che sono trascurati sia dalla poesia che dalla narrativa contemporanea.</p>
<p>Questa attitudine rende il lavoro di Broggi di difficile assimilazione nello spettro delle posizioni riconoscibili all’interno del campo poetico. Della postura del poeta, portatore di un’intima e rara verità, Broggi fa tabula rasa: sparisce la nozione di voce autentica, di tesoro autobiografico e di stile personale. Simultaneamente, Broggi azzera anche le pretese della visuale avanguardista: trasgredire la lingua, per trasgredire la realtà. Non c’è in lui né vitalismo rivoluzionario né convinzione di realizzare, nell’ambito della scrittura, una privilegiata esperienza di emancipazione. Questo volontà di smarcarsi da due delle posizioni più redditizie nell’ambito del campo poetico, non gli precludono però una specifica capacità <em>critica</em>. La scrittura per lui è una forma di critica nei confronti delle istituzioni letterarie e, più in generale, delle aspettative comuni, che governano la fruizione di un prodotto culturale.</p>
<p>Se molta poesia persegue ancora il fantasma di un’esperienza autentica e singolare, Broggi allestisce il suo laboratorio nel cuore dell’industria dello spettacolo, laddove le strategie di mercificazione giungono ad investire persino la sfera dell’intimità. (Fredric Jameson parlava all’inizio degli anni Ottanta di “colonizzazione dell’Inconscio”, riferendosi alla diffusione dei media generalisti e dell’industria pubblicitaria). Egli opera prevalentemente su materiali preesistenti, che sono caratterizzati dalla serialità e inautenticità tipica della produzione giornalistica, televisiva, cinematografica e digitale di massa. Ma tali materiali non sono trattati attraverso tecniche di montaggio o <em>cut up</em>, con lo scopo di creare effetti d’incongruenza e sorpresa. Essi, al contrario, subiscono quasi un processo di depurazione, manifestandosi in una sorta di asettica e levigata compiutezza. È quanto avviene nell’ultima plaquette di versi intitolata <em>Coffe-table book</em>, uscita nel 2011 nella collana “Inaudita”, per Transeuropa. Qui l’autore raccoglie ventisei quartine, che fungono da teche linguistiche, per un’archeologia critica della lingua contemporanea. Ogni verso esibisce un sintagma nominale, che sta in un rapporto vago con gli altri tre della quartina. Due esempi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>girotondo di luce</p>
<p>quel che resta del mare</p>
<p>la quiete tra le pietre</p>
<p>la forza del destino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la cronaca del paesaggio</p>
<p>dentro il calore dei giorni</p>
<p>grandezza del quotidiano</p>
<p>tra l’astratto e la figura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo così l’esempio di una modularità e serialità del verso aberranti, nel contesto di una lingua che si vorrebbe poetica, ossia originale e individuale. Il lettore si trova confrontato a precipitati di lingua-merce, presentati in una fase intermedia del ciclo di vita del prodotto linguistico, tra lo stoccaggio delle componenti elementari e l’assemblaggio finale. Ovviamente Broggi non preleva alla fonte, dagli stampi linguistici, come se si potesse accedere a un fantomatico laboratorio della produzione massificata, ma compie un rigoroso lavoro di decantazione dell’italiano attuale, allo scopo di rendere questi sintagmi orecchiabili, perfettamente oscillanti tra significazione elementare e radicale insignificanza.</p>
<p>Il risultato di un tale lavoro ha spinto alcuni critici a parlare di un’assenza di <em>differenzialità</em>, che renderebbe indistinguibile la lingua letteraria da quella non letteraria. Secondo, ad esempio, Paolo Zublena, ciò che caratterizza la scrittura di Broggi, oltre che quella di Bortolotti, Giovenale e Zaffarano, è “la revoca in dubbio dell’esistenza stessa di qualcosa come un testo letterario (e quindi di un oggetto d’arte) quale ente distinto dal non letterario (dal non artistico)” [postfazione a Marco Giovenale, <em>Quasi tutti</em>, Polìmata, 2010]. Credo che questa distinzione concettuale sottolineata da Zublena sia indispensabile, per meglio apprezzare e comprendere il lavoro di questi autori. D’altra parte, penso che l’assenza di differenzialità sia un procedimento <em>interno</em> alla scrittura letteraria così come è interno alla pratica artistica. La non differenzialità non può acquisire senso e forza che a partire da alcune convenzioni proprie all’ambito letterario ed artistico. Si tratta, quindi, di una tensione irrisolvibile, che qui è radicalizzata in modo consapevole, ma è in qualche modo già costitutiva del paradigma lirico della modernità, dal momento che quest’ultimo si definisce, soprattutto nel Novecento, a partire non solo dalle “periferie antiliriche” – come ben le ha chiamate il critico Guido Mazzoni – ma anche dall’intrusione continua del non poetico (l’oralità, i linguaggi tecnici, la prosa, ecc.) nella lingua poetica.</p>
<p>In ogni caso, nelle prose come nelle poesie di Broggi vi è un esplicito sforzo, per eliminare dal testo tutte le marche tipiche della letterarietà. Questi procedimenti, però, non sono fini a se stessi, e vanno compresi alla luce di quelle che sono le tematiche privilegiate dall’autore. Nella poesia, l’autore sembra concentrarsi – stando a <em>Cofee-table book</em> – sulle formule verbali della felicità, che paiono inesauribili, in quanto come una sorta di flusso ininterrotto devono fare da supporto alla merce, sono il mezzo dentro cui la merce trascorre, sostenuta e nutrita. Per quanto riguarda le prose, invece, Broggi è interessato principalmente alla sfera delle relazioni umane, di potere e d’affetto, familiari e sociali. Egli esplora questi ambiti, a partire da quel deposito di stereotipi che penetrano capillarmente ogni forma di narrazione quotidiana. Nel fare questo, Broggi si caratterizza per una metodicità e radicalità fuori dal comune. Egli non si limita a giocare ironico o compiaciuto con gli stereotipi, come tanti scrittori fanno ai giorni nostri; li tratta semmai con occhio clinico, impietoso: li allestisce in piccoli ritagli testuali, che non concedono nulla al gusto del lettore colto. Siamo così confrontati al fascino enigmatico dell’<em>anodino</em>. I racconti per schegge e segmenti di <em>Quaderni aperti</em> e di <em>Nuovo paesaggio italiano </em>sembrano interrogarci sulle possibilità residue di significazione di una lingua incolore. Eppure, in questo lavoro rigoroso, Broggi si mostra perfettamente padrone dei suoi mezzi di poeta e riesce a trasferire con grande efficacia la cura per il ritaglio verbale, la scansione strofica, la sospensione del senso, su materiali narrativi usurati e poveri stilisticamente. In questo modo, ci permette una sorta di esercizio della vigilanza nei confronti dei territori più intimi, familiari, apparentemente spontanei e singolari, della nostra lingua quotidiana. Il suo corpo a corpo con gli stereotipi mostra che, nonostante tutto, è possibile guadagnare una posizione di esteriorità rispetto alle produzioni e ricombinazioni seriali di enunciati, che transitano nei flussi dei media di massa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/su-coffe-table-book-di-alessandro-broggi/">Su &#8220;Coffe-table book&#8221; di Alessandro Broggi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il cinema indipendentissimo di Dal Bosco</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 10:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>(Dopo aver presentato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/06/lapocalisse-di-francesco-dal-bosco/">qui</a> un episodio del suo recente lungometraggio &#8220;Apocalisse&#8221;, ho proposto a Francesco Dal Bosco di intervistarlo, e ha accettato. GS)</p>
<p>&#160;</p>
<p>GS Come sei arrivato all&#8217;idea del tuo  “Apocalisse”?</p>
<p>FDB Qui a Trento, dove abito, mi capita di passare spesso in una zona “occupata” da vagabondi, senza casa, tossicodipendenti, alcolisti, anime abbandonate al loro destino, che non hanno più niente da perdere&#8230;</p>
<p>Ho cominciato a pensare che sarebbe stato bello, se proprio loro, gli ultimi, gli scarti della società, avessero avuto l’opportunità (e la voglia) di mostrare al resto del mondo, a noi, lo sfacelo morale nel quale ci troviamo a vivere&#8230;&#8230; e ho pensato che sarebbe stato bello che lo avessero fatto con le parole dell’Apocalisse, con quella violenza visionaria che hanno che solo certi cosiddetti “testi sacri”&#8230; Volevo che ci annunciassero la fine del mondo, come angeli dell’Apocalisse.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/15/intervista-a-francesco-dal-bosco-su-apocalisse/">Il cinema indipendentissimo di Dal Bosco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>(Dopo aver presentato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/06/lapocalisse-di-francesco-dal-bosco/">qui</a> un episodio del suo recente lungometraggio &#8220;Apocalisse&#8221;, ho proposto a Francesco Dal Bosco di intervistarlo, e ha accettato. GS)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Come sei arrivato all&#8217;idea del tuo  “Apocalisse”?</p>
<p>FDB Qui a Trento, dove abito, mi capita di passare spesso in una zona “occupata” da vagabondi, senza casa, tossicodipendenti, alcolisti, anime abbandonate al loro destino, che non hanno più niente da perdere&#8230;<span id="more-41318"></span></p>
<p>Ho cominciato a pensare che sarebbe stato bello, se proprio loro, gli ultimi, gli scarti della società, avessero avuto l’opportunità (e la voglia) di mostrare al resto del mondo, a noi, lo sfacelo morale nel quale ci troviamo a vivere&#8230;&#8230; e ho pensato che sarebbe stato bello che lo avessero fatto con le parole dell’Apocalisse, con quella violenza visionaria che hanno che solo certi cosiddetti “testi sacri”&#8230; Volevo che ci annunciassero la fine del mondo, come angeli dell’Apocalisse. Alla fine del film, nell’ultimo capitolo, si vedono in sovraimpressione, sul volto della ragazza che legge,  le immagini della “Notte dei morti viventi” di Romero, i morti che camminano di nuovo sulla terra, la Nemesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS E come lo hai realizzato?</p>
<p><em>FDB Sono andato a Roma, ho parlato con alcuni dirigenti della Caritas, che mi hanno introdotto all’ostello di via Marsala, accanto alla stazione Termini, dove vengono ospitati barboni, disperati, emarginati&#8230;. molti di loro, e questo si vede bene nel film, sono ormai quasi indistinguibili dai poveri che vivono con la pensione minima o fanno ogni tanto un po’ di lavoro precario&#8230; Ho girato anche nella casa famiglia di Villa Glori, sempre a Roma, un posto dove trovano rifugio i malati terminali di AIDS senza famiglia o con situazioni famigliari problematiche. Poi sono tornato su a Trento, al Punto d’Incontro, una struttura simile a quella di Roma Termini, solo più piccola. Infine, sono entrato nel carcere di Trento, quello vecchio, una delle peggiori strutture carcerarie d’Italia, una vergogna inenarrabile, dove ho girato alcuni capitoli del testo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Hai trovato facilmente delle persone disponibili, in queste strutture?</p>
<p><em>FDB Ho incontrato moltissime persone e ho sempre trovato una grande disponibilità. Lo spirito di questo progetto è stato recepito immediatamente. Sono rimasto molto sorpreso. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Lasciavi a ogni “attore” piena libertà o concordavi qualcosa?</p>
<p><em>FDB Loro leggevano, o stavano in silenzio,  e io li riprendevo. L’unica cosa che ho chiesto era di guardare in macchina alla fine della lettura. Volevo che lo spettatore si sentisse guardato negli occhi. Qualcuno ha imparato il testo a memoria, una cosa che mi ha fatto venire i brividi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Pensavi a qualcuno in particolare, mentre lo giravi? Quello che mi ha sempre colpito è che tu sei molto vicino e conosci bene il cinema e la letteratura americana, però poi per molti versi sei agli antipodi, hai una capacita incredibile di filmare i visi, cogliendo i minimi gesti e i minimissimi trasalimenti, nel registro cioè della più pura intimità.</p>
<p><em>FDB Mentre facevo questo film pensavo solo a trovare una relazione tra me, che avevo in mano la macchina da presa, e la persona che avevo davanti, che leggeva il testo. Uno sguardo un corpo, una voce formano un intreccio di enorme complessità&#8230; e poi c’è il testo&#8230; il suono della pioggia che continua a cadere, molto lontano&#8230; Certo, è vero: come molti altri della mia generazione (ma non così tanti come si crede) mi sono formato soprattutto nel cinema, nell’arte e nella letteratura degli Stati Uniti. Si vede che il mix tra Burroughs, John Ford e le mie radici trentine ha prodotto questo risultato.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Come ti sembra si inserisca questo lavoro nel tuo &#8220;percorso&#8221;?</p>
<p><em>FDB E’ stata un’esperienza molto forte. Questo film mi sembra riesca in qualche modo a illuminare anche le cose che ho fatto prima. Non so come spiegarmi meglio. Sono contento, e anche un po’ orgoglioso di essere riuscito a portarlo a termine, lavorando sempre da solo &#8230; </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Quella di girare da solo, di fare tutto da solo, è una scelta o un ripiego? Nel senso che tu hai anche esperienze di produzioni relativamente costose, mentre adesso sei tornato a un modo di lavorare più “artigianale”.</p>
<p><em>FDB Fare un film con una produzione, attori, tecnici, una troupe di 50 persone (come è stato per “Commesso viaggiatore”) è molto stressante, complicato. Può essere anche un’esperienza esaltante, ma devi sottostare  a tempi e modalità che spesso non puoi controllare e che non dipendono da te. Per quanto basso sia il budget, ci sono sempre in ballo un sacco di soldi. Comunque: ci sono progetti che vanno fatti in questo modo, non c’è un’altra possibilità. Se scrivi “Citizen Kane” e vuoi realizzarlo, devi trovare un produttore, un’organizzazione, il denaro necessario. I limiti, le restrizioni, i problemi che poi si creano sono parte del gioco e possono anche essere uno stimolo, una spinta positiva.</em></p>
<p><em>Lavorare da soli è un’altra cosa. Se ci riesci, ti dà un incredibile senso di libertà e, qualche volta, una sensazione molto vicina alla felicità.  Ma è molto difficile. E’ come il lavoro del pittore, dello scrittore. Bresson diceva che il cinema è una forma di scrittura e io sono d’accordo con lui. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Vuoi dire felicità durante le riprese stesse, nel ricostruire la realtà dietro la camera, o nel complesso di tutte le fasi?</p>
<p><em>FDB Penso soprattutto al montaggio, che è davvero qualcosa che ha a che fare con la scrittura &#8230; quando una sequenza, o un’inquadratura, entra in risonanza con quella successiva e nasce qualcosa di nuovo, c’è una specie di energia che comincia a fluire, qualcosa che prima, nella singola inquadratura, non c’era &#8230; E’ difficile da spiegare&#8230; c’è proprio una specie di contatto fisico con le immagini, con il supporto, anche con il montaggio elettronico&#8230;. qualche volta hai l’impressione di essere “dentro” l’immagine &#8230; </em></p>
<p><em>Mi viene in mente Stan Brakhage, che tagliava, dipingeva, incideva la pellicola, come uno scultore &#8230; era un grande artista, uno dei più grandi che l’America abbia avuto&#8230; un grande film maker solitario, che è morto quasi in povertà &#8230; se vedi Stan Brakhage al lavoro allora capisci cosa intendo quando parlo di felicità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Del resto, a proposito di scrittura, tu hai fatto un lunghissimo film su Attilio Bertolucci, no?</p>
<p><em>FDB Quello era un film “con” Attilio Bertolucci, visto che lui è sempre in scena, per tutte le nove ore del film, a leggere integralmente il suo poema “La camera da letto”. Quando ha visto il lavoro finito, l’ha definito “un film in versi”. L’abbiamo girato, io e Stefano Consiglio, in due settimane, nella casa di Bertolucci, a Casarola, un paesino dell’Appennino emiliano. Era l’estate del 1991. Ci sarebbe tanto da dire su quell’esperienza, ma soprattutto su Attilio. Adesso la Cineteca di Bologna ha deciso di realizzare un triplo DVD che dovrebbe uscire a primavera. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Sei riuscito a farlo girare, “Apocalisse”?</p>
<p><em>FDB È stato presentato a “Religion Today”, un piccolo festival a tematica religiosa, a Trento, nell’ottobre del 2010.  Poi è stato rifiutato da un numero veramente notevole di festival internazionali. Ho molta difficoltà a farlo vedere. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Intendi, più delle altre tue cose?</p>
<p><em>FDB Sì, più delle altre cose. Per qualche ragione questo film mi pare sia percepito come un oggetto misterioso, difficile&#8230; non so, è una mia sensazione. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GS Che rapporto ti sembra il tuo lavoro con il cinema indipendente italiano? (come dire, ti sembra di avere delle affinità con qualcuno &#8230;.)</p>
<p><em>FDB Affinità no, non sento di averne con nessuno. Magari mi sarebbe piaciuto averne, con qualcuno, magari con Fritz Lang, non so&#8230; E il cinema italiano&#8230;. per quanto ne so (non molto) il cinema italiano non sta attraversando un grande momento. Ma nemmeno quello europeo, se è per questo, per non parlare di quello americano. Sto parlando ovviamente del cinema come lo intende ad esempio Godard, cioè qualcosa che ti costringe a chiudere gli occhi e saltare nel vuoto. Per quanto riguarda l’intrattenimento, mi sembra che l’industria stia per lo più sfruttando sempre le stesse tre, quattro idee. E’ stupefacente quanto vengono pagate a Hollywood certe sceneggiature che sembrano scritte in stato di semi-incoscienza, per film costosissimi, che  magari poi non incassano niente. Anche in Italia non  mancano, gli sceneggiatori di questo tipo, anzi sono la maggioranza, ma almeno qui li pagano poco.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/15/intervista-a-francesco-dal-bosco-su-apocalisse/">Il cinema indipendentissimo di Dal Bosco</a></p>
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		<title>L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 13:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><em>(Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/larte-e-una-bestialita-una-lettura-de-i-musicanti-di-brema/">L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><em>(Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti. Li pubblicherò con cadenza spero settimanale, iniziando proprio con una storia dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Grimm">due fratelli dell&#8217;Assia</a>. f.m.)</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41264" title="rackham_bremen2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rackham_bremen2-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" /></p>
<p>Meno di cinquemila anime. Una chiesa parrocchiale. Un convento dei frati. Una piazza. Intorno, quasi dovunque, boschi. Qui è dove sono nata, un paese imborghesito della vecchia Emilia che fu contadina. Nella piazza, vicino a quell&#8217;edificio che viene chiamato “Torre del Fascio”, sta una biblioteca. Negli anni &#8217;80 era gestita, o meglio presidiata, da un signore che a noi bambini faceva un po&#8217; paura. Burbero, serio, sembrava che non fosse per niente contento quando entravi in biblioteca, come se lo distogliessi da qualcosa di molto importante che stava facendo. Non c&#8217;era, ho scoperto allora, una vera e propria catalogazione dei volumi. Anni luce dai software di prestito interbibliotecario venuti dopo. Il bibliotecario aveva un suo ordine, piuttosto creativo, e una sua modalità di catalogazione – ai più inesplicabile. In sostanza solo lui sapeva dove stavano i libri, quali erano presenti, quali erano in prestito, quali nel sottoscala degli uffici del Comune. Compilava delle piccole schede, come si faceva allora, con una BIC senza cappuccio, in una grafia chiara e minuta.</p>
<p>Mia madre mi aveva spiegato cos&#8217;è una biblioteca e siccome mi piaceva leggere  mi aveva accompagnato e mi era stato insegnato come chiedere in prestito i libri. Mi sembrò una grande scoperta e una incredibile invenzione. Il bibliotecario mi pareva un essere con un grande potere e che meritava tutto il mio reverenziale rispetto, sebbene nei primi tempi dovessi vincere la mia repulsione nell&#8217;avvicinarlo, visto l&#8217;evidente disprezzo che doveva avere per me in quanto essere umano e, per di più, infante.</p>
<p>Scartabellava in una cassettina piena di schede, estraeva la mia e, quando noleggiavo o restituivo un libro, si metteva a scrivere. Anni dopo avrei riletto quella stessa scheda, grazie a un amico che fu mandato a fare servizio civile in biblioteca (quando c&#8217;era ancora la leva obbligatoria, ulteriore retaggio di un altro secolo) e mi sarei stupita di non ricordare che pochissimi dei molti libri letti.</p>
<p>Quello che succede nell&#8217;infanzia è qualcosa che rimane e che continua a lavorare dentro per tutta la vita. Ti influenza, ti condiziona, ti tiene sotto scacco – perché da grande quasi nulla della magicità del mondo ti rimane, ti restano solo i gusci delle cose, diventati un groviglio inesplicabile, e ciò che da piccolo ti era amabilmente oscuro diventa un modo di affrontare le cose in cui cerchi riparo. Un riparo spesso fragile, che rende gli accadimenti della tua origine come delle specie di premonizioni.</p>
<p>Oggi più che mai, quando penso agli artisti che amo e al destino generale dell&#8217;arte, non posso che sentirmi vicina agli spelacchiati e negletti animali da cui rimasi tanto affascinata la prima volta che lessi “<a href="http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/musicanti-brema.htm">I musicanti di Brema</a>”, quando trovai le illustrazioni del libro preso in prestito alla spartana biblioteca di Porretta così diverse dalle colorate protagoniste delle serie giapponesi proposte da “Bim Bum Bam”. “Pìolo” Bonolis poco più che ventenne passava con noi i pomeriggi insieme a un pupazzo rosa shocking, presentandoci saghe di eroine orfane o comunque piene di drammi &#8211; “Georgie”, “Kiss Me Lycia”, “Lovely Sara” e tutte le altre – mentre in apertura Cristina D&#8217;Avena cantava garrula e rampante sigle a cui seguivano, dopo pochi minuti, pubblicità di prodotti come “Crystal Ball” e “Dolce forno”.</p>
<p>I disegni dei “Musicanti” invece erano in bianco e nero, direi inchiostrati a china, ombreggiati in una fitta texture che era spaventosa quanto il folto del bosco minaccioso in cui raminghi andavano i quattro disgraziati protagonisti, dei cui destini tremante e solitaria mi occupavo.</p>
<p>Leggere era diverso dal guardare i cartoni giapponesi, che pure ho molto amato. Leggere era come respirare, nel senso proprio fisico di sentire che qualcosa entra dentro di te e va in posti che tutto sommato non conosci. Forse la lentezza della lettura, o il lasciarti grande spazio per creare tu stesso tutto ciò che le parole non dicono, ha fatto sì che le <span style="text-decoration: underline;">fiabe</span> mi risultassero sempre molto più temibili e paurose del cartone più violento.</p>
<p>In particolare, i “Musicanti” mi fecero grande impressione e hanno probabilmente condizionato la mia affezione estetica per i cosiddetti <em>loser</em>. La mia solidale simpatia per Charlie Brown e il Monty di “Robotman” prima, e per Lebowski o Barney Panofski poi, credo abbia qualcosa a che fare con questa fiaba.</p>
<p>A rileggerla oggi, fa davvero impressione per le corrispondenze che ha con buona parte delle questioni attorno alle quali mi arrovello da anni.</p>
<p>Il tutto comincia con un asino che, dopo essere stato sfruttato per una vita, scappa dal suo padrone perché si rende conto che questi vuole farlo fuori visto che non è più in grado di lavorare tanto come prima. E già qui si potrebbe dare il via a infinite dissertazioni sociopolitiche e umanitarie. Ma non amo più di tanto questo genere di discorsi, in cui si rischia sempre – se non si è dei veri esperti, o dei pensatori raffinati, cosa che non sono &#8211; di fare la fine del personaggio di Jodie Foster in “Carnage”. Ti metti nei panni del poveraccio e finisci a parlare del terzo mondo, una cosa che non si può sentire.</p>
<p>Ma cosa pensa di fare l&#8217;asino, giunto a tale drammatica svolta della sua vita?</p>
<p>Nientepopodimeno che diventare un musicista. Che faccio, si dice, ora che non ho casa, né lavoro, né più niente? Vado a Brema, così posso entrare nella banda municipale.</p>
<p>La naturalezza e l&#8217;ingenuità con cui l&#8217;asino prende questa ferma decisione – mettendosi direttamente in marcia per Brema – è la fede nell&#8217;utopia propria dell&#8217;artista, di colui che non ha nulla da perdere pur perdendo tutto. Negletto per negletto, mendicante per mendicante, l&#8217;asino sceglie la banda municipale, certo che lo accoglierà. Non si fa domande, semplicemente prende e va, spedito, verso la banda intesa come una comunità che non esclude a priori qualcuno perché non è vincente, fatto di un&#8217;altra stoffa, o incapace di fare qualunque altra cosa all’infuori di quella.</p>
<p>Si potrebbe obiettare, a questo punto, che troppi, oggi, chiedono asilo nella banda, divenuta ormai <em>refugium peccatorum</em> di troppi sedicenti artisti. La questione è mal posta: entrare nella banda non significa poi poterci restare; talmente è dura la sua legge, che chi è un impostore se ne esce da sé sotto il peso della storia. È il piglio dell&#8217;asino, la sua risposta alla “chiamata” direbbe quello, il suo agire convinto che quella è la sua meta, a essere  interessante. Una meta su cui non spreca parole di desiderio, dubbio, o sogno: non “vorrebbe” entrare nella banda municipale. Lui ci va direttamente, perché quello è l&#8217;unico destino che riesce a pensare per sé.</p>
<p>E quindi eccolo per strada, verso Brema, dove mano a mano incontrerà altri disperati – che diventeranno suoi compagni di strada.</p>
<p>È da notare come per tutti costoro (l&#8217;asino, il cane, il gatto, il gallo) andare o no a Brema è una questione<em> di vita o di morte</em>. Gli uomini con cui questi animali vivevano li hanno tutti condannati al peggio: li vogliono accoppare, far fuori, cucinare magari. E questo perché loro, gli animali, sono adesso <em>inutili</em>. Non sono in grado di collaborare al procedere del sistema inteso come meccanismo produttivo. Quale più precisa metafora dell&#8217;artista nella società?</p>
<p>L&#8217;unico, è il gallo, che sarebbe buono da mangiare: ma questo canta e canta, strepita di protesta, non si piega all&#8217;idea di andare in pasto ai padroni. E alla fine si aggrega alla compagnia, dove anche i cliché su chi è amico e nemico, su cosa è vero o falso, sono rotti. Il cane e il gatto, con naturalezza, si sono uniti all&#8217;asino, che accoglie il gallo con lo stesso entusiasmo del naufrago: “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. Alla morte a cui condanna la società, si accosta e in un certo senso contrappone la bellezza, e via che vanno i quattro poveracci insieme.</p>
<p>La notte nel bosco non è semplice. Il bosco è tutto un fruscio, tutto una minaccia, un protendersi di rami e di presagi. Si accoccolano insieme, ma la paura è tanta. Dal ramo dell&#8217;albero il gallo vede in lontananza una luce.</p>
<p>La me bambina che leggeva, pensava che finalmente avrebbero trovato un riparo, una svolta nel loro destino tanto sfortunato, una casetta deliziosa come quella della “dolce signora Minù”.<img class="alignright size-medium wp-image-41265" title="george cruikshank_bremen" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/george-cruikshank_bremen-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></p>
<p>Ma chi ti trovano, spiando dalla finestra dentro la casupola che infine raggiungono (bellissima l&#8217;illustrazione degli animali uno sopra l&#8217;altro, in una piramide instabile e metamorfica)? Un bel covo di briganti che gozzovigliano. Amaro e pieno di insidie il destino di chi è in cammino.</p>
<p>Il desiderio di un posto dove stare, dove mangiare, fa vincere loro la paura. Uniti, traballanti ma collaborativi, riescono infine a mettere in fuga i banditi, venendo intesi come qualcosa di mostruoso e sconosciuto, forse ultraterreno (di nuovo, sembrerebbe l&#8217;effetto che fa l&#8217;artista a quelli del suo tempo). L&#8217;unico bandito che viene mandato indietro a vedere cosa è in realtà successo, pur ricevendo i graffi di un gatto, i morsi di un cane, i calci di un asino, riferirà che la casa è posseduta da qualcuno di molto potente – fatto di streghe, uomini, mostri e persino un giudice (così il bandito interpreta il canto del gallo, come le parole di un tribunale che lo accusano).</p>
<p>I musicanti non raggiungono mai Brema. Restano e abitano il piccolo spazio che si sono conquistati, e pur senza mai suonare nella banda municipale di Brema sono musicanti – perché hanno intravisto un altro mondo, di canto e musica, e scelto di mettersi in cammino per raggiungerlo, pur non raggiungendolo mai. Falliscono, in questo. E lo fanno meglio di tutti, per usare le parole di Beckett, come i veri artisti.</p>
<p>*****</p>
<div>
<p><em>Immagini di Arthur Rackham e George Cruikshank.</em></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a><em>Die Bremer Stadtmusikanten</em>, fiaba raccolta dai Fratelli Grimm</p>
</div>
</div>
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		<title>Cantico di stasi / 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cantico di stasi]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>1.<br />
in un ospizio di foglie<br />
la pigrizia dell’angelo.<br />
si secca la gioia di dio<br />
pertugio di lacrime.<br />
incline al giocondo arenile<br />
balbetta d’eco la conchiglia.<br />
in mano all’armonia dell’inguine<br />
resta la giara senza l’olio santo<br />
prosciugato dal resto del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/"><em>Cantico di stasi</em> / 2011</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>1.<br />
in un ospizio di foglie<br />
la pigrizia dell’angelo.<br />
si secca la gioia di dio<br />
pertugio di lacrime.<br />
incline al giocondo arenile<br />
balbetta d’eco la conchiglia.<br />
in mano all’armonia dell’inguine<br />
resta la giara senza l’olio santo<br />
prosciugato dal resto del mondo.<br />
mandami un calesse avrò già pianto<br />
nel dilemma scortese del fango.<br />
è tutta qui la resina del dubbio<br />
quando la casa crolla tutta sicura<br />
di stare in piedi. i duri fratelli<br />
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.<br />
in un tuono di vendetta la scaturigine<br />
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere<br />
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo<br />
spadroneggia sugli amanti senza riparo.<br />
2.<br />
quale imbrunire mi offuscherà la fronte<br />
nella schiera di nuvole nemiche<br />
scacchiere senza angeli di fianco.<br />
oggi il diverbio è pastore di se stesso<br />
quasi un convulso esodo di stasi<br />
verso l’ombra che per tutti c’è.<br />
in un buio di casale voglio l’occaso<br />
della pace. in primavera si addice<br />
la mia voglia di avverare aiuto<br />
almeno alle fontane senza acqua<br />
battesimali di cenere per sempre.<br />
la croce sulla fronte non basta<br />
il salario di essere felici, anzi<br />
la casta delle ronde tonifica il demonio.<br />
i prìncipi sono pochi e i sudditi<br />
immensi. così lo stato delle fosse<br />
vive, lo stato del dominio delle cose<br />
fatte ad arco per castigare meglio.<br />
3.<br />
posso dormire una notte di scalee<br />
quando le donne con lo strascico<br />
giocano a copiar principesse.<br />
presepe laconico guardarti<br />
dentro il cullare delle darsene oleose<br />
materne quanto un albero di riva.<br />
in mano alla questura di dare appello<br />
la turba che bada la scommessa<br />
di perire sasso senza turbe<br />
né baveri alzati da ubriaco.<br />
4.<br />
così si dice pianga la lucciola<br />
quando la manna si fa spazzatura<br />
presso la porta dorata del folletto.<br />
il bimbo gioca a se stesso da piccolo<br />
ma non lo sa e non è felice appieno.<br />
si sa che è uno zero lunatico questo<br />
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.<br />
nella sabbia che fatica le staffette<br />
corre la fiamma a cercar di amare<br />
le zuffe di ferrosi amanti.<br />
in un duetto di fragole di maggio<br />
invento le gole di fratelli golosi<br />
così noiosi da sembrar gemelli.<br />
l’arena di truppa non fa finir la guerra<br />
né la buona cucina invita qualcuno<br />
per esorcizzare il rantolo.<br />
la pagnottella con il prosciutto è leccornia<br />
da altare. tu inventa una steppa che<br />
sappia grilli parlanti come le gemme<br />
delle favole. dividi con me questo<br />
cimitero acquatico di fuoco. io non<br />
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.<br />
5.<br />
ho imparato a giocare con le statue<br />
in grandi mari a tuffarci insieme<br />
inguine di donna la marea<br />
sotto la guerra di perdere i bambini<br />
in preda alla resina dei barbari.<br />
in mezzo all’avarizia della bara<br />
sono rimasta cenere sgraziata<br />
dai sassolini dei venti più potenti.<br />
in mano alla paglia dei falò<br />
da viva imparai le ceneri<br />
le belle faville che non smettono.<br />
i cortili dei vivi avevano altarini<br />
acquitrini per i pesci rossi<br />
non peccatori i miti degli amori<br />
aperti a mo’ di libri sui davanzali.<br />
in barca sulla fronte dell’anarchia<br />
la chela del granchio non osò toccarla<br />
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.<br />
6.<br />
La finestra dello scontento</p>
<p>lungo le rotte del mio sacrificare<br />
la calca della palude. nell’interno<br />
del diamante vedo il cestino<br />
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire<br />
questo marziano d’ansia.<br />
indarno gli appunti non spiegano<br />
la disgrazia delle mosse senza rispetto<br />
le malizie che contengono l’arrivo<br />
sulle supplenze del vento sempre contro<br />
il beneficio del faro tutto stante.<br />
in gara con la rondine che vince<br />
si ritiri la noia che dà da piangere<br />
al cinereo bastone del basto dentro.<br />
qui si immola l’avarizia del contendere<br />
solo acquazzoni con le morse delle gocce.<br />
in mano alla pietà della risacca<br />
le scorie nelle mani sono l’affetto<br />
di gente morta nel giardino delle meraviglie<br />
così si dice nelle fole di vinti talami.<br />
la paura del soldato è lo steccato<br />
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare<br />
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.<br />
7.<br />
quale bistro truccherà il mio zaino<br />
in perla d’indovino finalmente<br />
per correre alla maniera dell’atleta<br />
con la lancia in resta e la corona in testa.<br />
nulla parlerà di regole oceaniche<br />
visto che lo stagno piange fanciullo<br />
e la pallottola ha trascorso la nuca.<br />
così morta la ciurma della ronda<br />
nulla potrà cantare alla madre del bivacco<br />
l’accomodo di dirle una pietà.<br />
alla cometa del rantolo maniaco<br />
si scomoda il respiro per spirare<br />
la corta moda di morire sùbito.<br />
in mano al dado del sicario<br />
si ottenebra la calce del loculo<br />
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.<br />
in mano alla caduta della rotta<br />
faccio ammenda di me nei secoli<br />
per le placente irrise che non ebbi.<br />
8.<br />
dio di cancrene stare zitto<br />
sul filo del rasoio come abaco<br />
atto al rasoterra. l’alone della terra<br />
è fiato smesso pronto per il sottomesso<br />
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto<br />
della conca in culmine di oceano. iddio<br />
canuto questo scempio fiumara di fumo.<br />
addio al sasso che giocò al vetro rotto<br />
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno<br />
l’alunno zoppo che non può scalciare<br />
contro la poca aureola del sogno.<br />
in lutto guarderò la sedia vuota<br />
dove rantolò la scherma di Ulisse<br />
il bel cerchio di restare vivi.<br />
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio<br />
di chiamarsi al dondolo. muore la spada<br />
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.<br />
oggi si accantona il bacio<br />
per un giro ancora.<br />
9.<br />
mi metterò l’occaso in riva al sangue<br />
e capirò perché la luna è piena<br />
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino<br />
della pena gravita una roccia. dove da oggi<br />
è turno di scempio prestare il rantolo<br />
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di<br />
omuncolo regalo assiomi miracolosi<br />
d’asma. eppur domani sia consono<br />
il re del soqquadro per la caligine<br />
del retro stato. un fato di nebbia<br />
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi<br />
un enigma se la storia è dio. è da sùbito<br />
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave<br />
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere<br />
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.<br />
e la darsena si acclude all’osso di sterco<br />
al comignolo che ottura il cielo<br />
verso la rottura col mito. in fase maschia<br />
non sarà riscossa espugnare il rantolo.<br />
10.<br />
finalmente avrò un bottone d’agio<br />
finalmente. e dietro l’ambito delle vene<br />
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine<br />
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli<br />
voglio andare dove la pena non è neppure<br />
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni<br />
resta l’odore della morte per il popolo dei<br />
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe<br />
quando nessuno si ricorda più<br />
di quali stati fu il cruciverba e la badata<br />
stasi di dormire raccolti in un apice<br />
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente<br />
con urli o silenzio secondo la paura.<br />
immersi in un letamaio di giullari<br />
si contamina restare stamberghe di sé.<br />
11.<br />
lasciami andare a un sinonimo di eclissi<br />
dove l’abaco conti solo miti<br />
e siluri di alfabeti miracolosi<br />
dove la cornucopia è sazia<br />
e la viltà non ha indici<br />
né sbagli di scommesse.<br />
intagli di meraviglie starti a guardare<br />
nell’eremo che soqquadra le pianure<br />
perdurando le eresie del bello<br />
sotto le cimase dell’esodo folclorico<br />
e le rotte evangeliche del sorriso.<br />
indarno il quadro scoppia di bellezza<br />
se questo deserto è prova di catrame<br />
e la trama del foglio perde la scrittura.<br />
il trono maniacale dell’estetica<br />
espunge il costato dell’arsura<br />
questa bravura di piangere per sempre<br />
nonostante le zeppe sotto la lavagna.<br />
il crudo amore inguaia la progenie<br />
misfatto editto per la solitudine<br />
tutte già belle le turbe delle spose.<br />
12.<br />
mia madre è morta di strano cuore<br />
una maretta intrisa di preghiera<br />
la mia di sapida bestemmia<br />
dove la pietà si annulla in urlo.<br />
in un covo di rettitudine blasfema<br />
ho sopportato l’agonia la gogna<br />
dell’attesa e il silenzio finale.<br />
con un pellegrinaggio di lenzuola<br />
la giornata si fa atroce come la purea<br />
di tutti i giorni e le cibarie pessime.<br />
escludo da me la veglia della gioia<br />
questa vanga di fanga e di gran fuoco<br />
quando i fiori si gettano per terra<br />
a piramide profumata. si toglie tutto<br />
anche la croce per la cenere maligna.<br />
resti o svapori poco importa alla baldanza<br />
di lucciole letargiche e fuochi fatui.<br />
i lavori degli uomini continuano<br />
a trasportare morti per furti futuri.<br />
si ruba ai morti tanto non costa niente<br />
e la baldoria non barcolla un attimo.<br />
13.<br />
l’arringa del salice piangente<br />
ingenera chissà quale soccorso<br />
verso il sudario della donna in lacrime<br />
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.<br />
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello<br />
del bosco? quale scoscesa realtà<br />
volle sedurti al panico? intùito vederti<br />
ormai che morta fu la nenia di<br />
baciarti oltre. così commosso l’antro<br />
del mio bene non trova strada sul dazio<br />
del sale. ora me ne andrò per far cometa<br />
il sogno. al vespro la madre non rincasa.<br />
tu sapevi che piangere è morire lungo<br />
la rotta del salario chiuso. misure d’asma<br />
non trovarla più.<br />
14.<br />
vado all’espatrio ogni notte<br />
con un tatuaggio nel cervello<br />
botta e risposta senza fine<br />
la mia carriera visitata da ferri<br />
arroventati. nei denti un faro<br />
di conchiglia. una perplessa<br />
aurora quanto un cimitero<br />
divelto. miserere del respiro<br />
continuare la scansione del<br />
tempo. vocativo d’estro volerti<br />
accanto. camminami sul petto<br />
abbi pietà del mito che ci rese<br />
fragili. passa la vendetta un canestrello<br />
di vespe. la grazia occulta della siepe<br />
è un buon cammino nonostante<br />
non sapere l’aldilà. incudine di putti<br />
verremo uccisi tutti.<br />
15.<br />
qui si sale in coda all’erba vinta<br />
alla riscossa che non sa di niente<br />
né di pane azzimo la scuola.<br />
il perno della foce è dietro l’angolo<br />
una madonna in estro di fallacia<br />
per un girotondo di perle senza<br />
viottolo. si sta conserti mappamondi<br />
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.<br />
16.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/"><em>Cantico di stasi</em> / 2011</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I delitti efferati (1 prosa comoda)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/i-delitti-efferati-1-prosa-comoda/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 06:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[delitti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori & figli]]></category>
		<category><![CDATA[prose brevi]]></category>
		<category><![CDATA[prose comode]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p> Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni di bilancio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/i-delitti-efferati-1-prosa-comoda/">I delitti efferati (1 prosa comoda)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p> Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni di bilancio. Quindi non c’era da stare allegri. Chi aveva un bambino o una bambina, se li godeva finché poteva, notte e giorno, tenendoli sempre svegli, per via del delitto incombente, sempre nell’aria, e per via del carnefice, che ogni volta risultava essere una persona educata e puntuale nei pagamenti. <span id="more-41287"></span>Nonostante, quindi, l’ira dei pediatri, i bambini giravano stravolti e imbambolati per le scuole materne, i genitori bloccavano il traffico, addormentandosi in auto ai semafori, e le mamme, che la strada aspra dell’emancipazione aveva portato infine a posti di comando, davano ordini alla cieca, combattendo i colpi di sonno con pastiglie eccitanti, e ritrovandosi a giornata lavorativa conclusa con gli occhi vitrei, colmi di visioni raccapriccianti.</p>
<p>I rapitori di bambini, intanto, a fronte dell’enorme imbroglio in cui si era trasformato l’agire sociale, inceppato costantemente dal potere nefasto dei genitori insonni, entravano nelle scuole elementari con maschere di Goebbels ed asce a tracolla, senza minimamente destare sospetto nel clima ovattato che vi regnava, e si servivano con grande cura nelle classi, di fronte a insegnanti con il capo ciondolante o posato sulla cattedra. Non è, poi, che questi rapitori fossero divenuti più crudeli di prima, e fossero riusciti a superare se stessi in efferatezza, semplicemente, a differenza di genitori e bambini, si godevano sonni di dodici ore, ed erano quindi baldanzosi ed efficaci nella realizzazione dei delitti. Di tanto in tanto, però, ai rapitori veniva guastata la festa. Gruppetti di persone, costituiti da coloro che avevano figli ormai grandi o da coppie sterili, libertini indomiti, scapoli e zitelle, si gettavano feroci e prestanti su qualche mostro presunto. Gli bastava vedere qualcuno con la maschera di Goebbels aggirarsi presso i giardinetti, per scatenare un linciaggio in stile sudista.</p>
<p>Così, i delitti dei giustizieri, legittimati dall’inefficienza globale delle istituzioni, gestite in modo troppo assonnato per ben funzionare, controbilanciavano i delitti dei mostri rapitori. Se dobbiamo, però, mettere nel conto anche i delitti involontari prodotti da automobilisti in sonno REM, farmacisti in trance, chirurghi appisolati in sala operatoria, il numero globale di delitti, volontari o no, legittimati o meno, cresceva smisuratamente. Per questo motivo, dopo un periodo storico alquanto buio, le mamme e i papà rinunciarono a godersi i bambini anche di notte. Sui giornali, si continuava ad annunciare un incremento di delitti sugli innocenti, e un acuirsi della loro efferatezza, ma globalmente l’età dei grandi e diffusi massacri sembrava ormai trascorsa. Le autostrade tornarono ad essere soprattutto luoghi di circolazione delle auto, e non grandi piattaforme per autoscontri mortali, così come negli ospedali si tornava a curare piuttosto che amputare e avvelenare. I rapitori di bambini lasciarono a casa maschere ed asce, e dovevano agire con maggiore sollecitudine e previdenza. I bambini ripresero a gettare per aria i giocattoli a disposizione delle scuole materne, e la loro motricità ritornò, con grande soddisfazioni dei pediatri, ai valori usuali: quelli che rendono sconcertati gli adulti adibiti alla loro cura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/i-delitti-efferati-1-prosa-comoda/">I delitti efferati (1 prosa comoda)</a></p>
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		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41271" title="psicodramma" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma. Lucia è una donna di circa quarant’anni che lavora nel servizio pubblico della sanità. <span id="more-41212"></span>Stava per descrivere – ma soprattutto per impersonare, interpretare, rivivere, com’è nella natura dello psicodramma – il suo cattivo rapporto coi genitori, in particolare con la madre. Si prospettava un lavoro impegnativo, sofferto. Però il conduttore prima di procedere le ha chiesto una premessa: “Vorrei che raccontassi un episodio positivo, almeno uno, della tua settimana.” Lo fa spesso, quando la cappa sta per calare su tutti noi. Sembra un luogo comune, ma è utile anche l’allenamento per imparare, o per accettare, il pensiero positivo. Lucia ci ha pensato un attimo, poi ha sorriso e ha detto: “sì, un episodio positivo, bellissimo, effettivamente ce l’ho.” Tutti noi del pubblico aspettavamo, con curiosità e interesse, perché avvertivamo la sua tensione e il suo entusiasmo. “Sono andata al concerto di Jovanotti a Milano. E’ venuto anche mio marito e ho portato i bambini (Lucia ha due figli maschi piccoli ndr). E’ stato stupendo, meraviglioso”. Esprimeva, anche fisicamente, tutte le emozioni che il ricordo del concerto, e l’atto di parlarne, le ispiravano. “Ho ballato tutta la sera, è stata una cascata di energia pura, due ore fantastiche. I bambini si sono divertiti un sacco, eravamo abbracciati e cantavamo, eravamo una cosa sola. <em>Persino</em> mio marito <em>ha dovuto ammettere</em> che gli piaceva.” Lucia ha già descritto, in un lavoro precedente, suo marito come “uno stoccafisso”, freddo, impassibile, che non si smuove di fronte a nulla e a nessuno. Mi ha ricordato il padre di Marcel nella <em>Recherche</em>, il dottore, nei rari accenni in cui compare non solo come “voce” nei dialoghi: una creatura imperturbabile, distante, una statua di marmo. Un essere totalmente anaffettivo. Il problema di Lucia è che ha cercato una coazione a ripetere col suo vissuto. Infatti varie volte ha descritto i suoi genitori come persone gelide, incapaci di dimostrare sentimenti di amore o di affetto. Per cui la sua scelta del partner si è indirizzata verso un uomo che in qualche modo la riportasse a quei tempi, o quanto meno non spezzasse il filo fantasmagorico col suo passato, l’unico che ha conosciuto quando l’età primordiale ancora non le permetteva di scoprire il mondo. E ha scelto un uomo che, in qualche modo, le richiamasse suo padre. Ovviamente questo è un procedimento psicologico che tutti noi, più o meno, utilizziamo.</p>
<p>Lucia ha continuato a descrivere con calore l’esperienza del concerto di Jovanotti, un evento “indimenticabile”. Quasi tutte le ragazze e le donne del pubblico condividevano in pieno questo entusiasmo, annuivano convinte, sorridenti, dicevano che Jovanotti è “un poeta” (<em>A te</em> è una poesia “meravigliosa”) che scrive canzoni “stupende”, che comunica “energia”, e ne citavano diverse. Noi del pubblico maschile invece eravamo a ranghi ridotti: oltre a me c’era un altro sopravvissuto che annaspa e boccheggia per stare a galla, e un ragazzo che segue certe cose new age degli indiani americani, i riti (tipo “la capanna del sudore”), i totem, la musica, la religione, e di Jovanotti non sanno nulla. L’altro ragazzo (a casa ammalato) è un tipo alternativo, indifferente a tutti i cantautori italiani. Io pensavo: vuoi vedere che queste ragazze leggono Fabio Volo? Non so perché, ma ho fatto un collegamento tra Jovanotti e Fabio Volo. Vuoi vedere, ho pensato, che mi trovo in piena full immersion nella cultura maggiore dura e pura?</p>
<p>Dopo il lavoro di Lucia, che è stato davvero coinvolgente, importante, angoscioso, abbiamo fatto una sosta per mangiare uno strudel e uno zelten che una ragazza aveva portato per il suo compleanno. Siamo passati nell’altra stanza, quella col tavolo lungo, e ci siamo seduti. Di fianco a me, sulla sinistra, c’era l’osservatrice, cioè la ragazza che non partecipa in maniera attiva ma prende appunti, evidenzia aspetti interessanti dei lavori. E’ una VT (ventenne-trentenne) laureata psicologa e specializzanda nella scuola post-universitaria che organizza i nostri psicodrammi. E’ una in gamba, lavora in un carcere come assistente psicologica per i detenuti. Non so perché, oppure non ricordo come è nato il discorso, fatto sta che ha detto: “Fabio Volo? Io lo <em>amo</em>. Ho letto tutti i suoi libri, è fantastico, è troppo simpatico, lo adoro.” Me lo aspettavo, come ho detto, ma non me lo aspettavo <em>veramente</em>. Diciamo che lo temevo, ma non solo. In realtà lo desideravo. Per avere una conferma. Per permettere al sopravvissuto che è in  me di chiudersi a riccio nell’atteggiamento di tipo inkazzoso-depressivo: ecco, vedete? Questa è la cultura maggiore, io non ne faccio parte, io sono altrove. Perché io sono <em>altro</em>. Che suona soprattutto: perché io sono <em>migliore</em>.</p>
<p>Le ho chiesto cosa ci trova nel libri di Fabio Volo (a mio modo di vedere intrecciati col personaggio, ma sia lei sia la ragazza che sedeva alla mia destra, che si è unita all’entusiasmo per Fabio Volo, hanno negato recisamente). Lei ha detto: “Mi piace perché dice le cose. Le dice davvero, senza fronzoli, con semplicità.” La ragazza alla mia destra ha confermato, ha detto: “quando fa una certa cosa te la fa sentire, la vedi, la vivi.” Hanno citato i libri che avevano letto, e hanno detto alcune cose ancora, ma non molte, perché nonostante le mie insistenze non sapevano spiegare il motivo del loro amore per Fabio Volo. Non serviva molto altro in realtà. “Dice le cose con semplicità” mi è sembrata una spiegazione ottima, e anche profonda. In Italia c’è bisogno di semplicità, di letteratura popolare, probabilmente Fabio Volo riempie un vuoto. Ovviamente era il sopravvissuto che è in me a parlare, perché non ho mai letto un libro di Fabio Volo in vita mia. Spiegavo, analizzavo, e giudicavo senza conoscere l’argomento.</p>
<p>Fatto sta che a un certo punto ho chiesto: “Per dire, vi piace anche Moccia?”. Volevo capire se il collegamento Jovanotti-Fabio Volo poteva essere allargato anche a Moccia. Le due ragazze sono immediatamente insorte e mi hanno detto, con enfasi e occhiatacce che significavano: <em>ma per ci prendi?: “</em>scherzi? Fabio Volo non c’entra nulla col trash di Moccia! Secondo me quello là non ha neanche tutte le rotelle a posto, perché uno di 50 anni che scrive quelle robe lì ha dei problemi.” Nessun collegamento quindi. Ci sono differenze nette nella cultura maggiore. Segmenti. Segni differenti. Volevo andare avanti, approfondire, citare altri scrittori, per esempio la Mazzantini e l’Avallone, e altri cantautori, perché ero sicuro che oltre a Jovanotti come minimo amavano Ligabue, e certamente Sting, o anche qualcuno di quei ragazzi di X-Factor, ma il conduttore è apparso dal nulla e ci ha richiamati.</p>
<p>Toccava alla ragazza che sedeva alla mia destra lavorare, e già si intuiva il suo sbocco emotivo, il suo dolore. La morte dei suoi genitori le ha lasciato un voto straziante e irrisolto, e quella riconciliazione che è necessaria a tutti noi per trovare un po’ di pace, per sfuggire alla morsa delle nostre solitudini interiori, per lei è più difficile. E mentre già iniziava a singhiozzare, e si apprestava a chiamare un ausiliario che avrebbe impersonato suo padre (e sarei stato io, perché mi chiama spesso), pensavo che volevo leggere almeno un libro di Fabio Volo. Ne abbiamo uno in casa, l’ha portato un’amica di mia moglie, una signora di circa cinquant’anni, perché Volo non lo leggono solo le ragazze giovani; è un fenomeno trasversale, lo leggono ragazze, donne di varie età (uomini, non saprei), e vorrei capire di cosa stavamo parlando. Vorrei capire, pensavo tra me, “quali sono i nuovi codici della letteratura maggiore, trovare pregi e difetti, imparare dove c’è da imparare.”</p>
<p>Questa, almeno, era la giustificazione ufficiale. Su quella più profonda e misteriosa, che ha a che fare con la sindrome del sopravvissuto cui parlavo, non ero in quel momento in condizioni di bucare lo smalto protettivo che la ricopriva.</p>
<p>Intanto, mentre mi alzavo tra gli applausi rituali che accompagnano sempre l’entrata in scena di un ausiliario, pensavo al mondo perduto del blues; pensavo alle ragazze innamorate di Jovanotti e di Fabio Volo, e mi è venuta in mente una frase bellissima della scrittrice ebrea Irène Némirovsky, posta sulla pagina bianca del romanzo <em>Les chiens et les loups</em> come un epitaffio, dopo una delle sue tirate lombrosiane antisemite: “Sono questi i miei; questa è la mia famiglia”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 12 &#8211; Requiem per la lettura</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 09:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La lettura è un’occupazione oltremodo faticosa, oltre che di comprovata inutilità sociale. Insomma, molto più faticosa di guardare per esempio nel vuoto, o di dormire, o di essere morti. Invece di oziare gli occhi devono mangiarsi interminabili file di parole e sputarle nel cervello.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/autismi-12-la-lettura/">Nuovi autismi 12 &#8211; Requiem per la lettura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La lettura è un’occupazione oltremodo faticosa, oltre che di comprovata inutilità sociale. Insomma, molto più faticosa di guardare per esempio nel vuoto, o di dormire, o di essere morti. Invece di oziare gli occhi devono mangiarsi interminabili file di parole e sputarle nel cervello. Deglutire parole e sputarle nel cervello, inghiottire frasi e spararle nel cervello, masticare paragrafi e vomitarli nella scatola cranica: è estenuante. Lo stesso cervello ha difficoltà a starci dietro e a non congestionarsi. Ma quel che è peggio sono i danni agli occhi e alla salute in generale. Io fin quasi a diciassette anni ero semianalfabeta, e ero perfettamente in forma. Poi a diciassette anni mi sono messo a leggere e a studiare, e subito sono diventato miope, sempre più miope: più mi alfabetizzavo e peggio ci vedevo. Adesso sono quasi cieco. E sono apparse anche tante altre infermità che sarebbe lungo elencare. Pure l’umore s’è degradato: mi s’è appiccicata addosso una semidepressione dalla quale a stare a quelli che mi frequentano non mi sono mai ben ripreso. Molti ci sono rimasti, e tuttora ci rimangono, a forza di leggere. Non per niente alcuni testi sono assurti nel guinness dei primati proprio per la cifra impressionante di suicidi che hanno provocato. C’è da rimpiangere i bei tempi andati: per due milioni di anni gli uomini non hanno letto nemmeno una riga: non sapevano leggere, e anche se avessero imparato non avrebbero avuto modo di esercitarsi: niente indicazioni stradali, niente pervasive pubblicità, niente libri e libretti, niente enigmatiche istruzioni in diciannove lingue del videoregistratore. Gli esseri umani guardavano nel vuoto, o cacciavano, o dormivano, o chiacchieravano, o morivano, e stavano benone così. È molto dopo che a qualcuno è saltato il ticchio di notare sull’argilla quante capre aveva, e in men che non si dica è diventata una moda: chi non andava in giro con una tavolettina di argilla era considerato un mezzo imbecille. I mercanti di tavolette di mota hanno fatto i soldoni, i vasai che le miglioravano tecnicamente erano considerati struggenti eroi. Quasi subito sono arrivate anche le argomentazioni, perché era importante per esempio non mischiare le capre con le pecore, o con gli dei, o anche solo con i cavoli, e non fare confusione tra le pecore del tizio e del caio, o insomma mettere i puntini sugli i su questo o quel problema. Poi un tipo un po’ fuori di testa invece di contabilizzare gli ovini sulla sua tavoletta ha inciso alcune frasi balorde (sempre sulle pecore), e così è nata anche la poesia. Dalle prime odi ovine ai poemi omerici e alle fanfaluche bibliche, una volta sciolto il freno alla fantasia, il passo è stato breve. Le civilizzazioni successive hanno insomma utilizzato le tavolette di argilla e i papiri e le pergamene per contabilizzare pecore e bighe e automobili, o i loro equivalenti valutari e finanziari, o appunto per propalare cantici e liriche e sonetti. O anche romanzi, che sono poesie più prosaiche e meno stucchevoli, con pecore e eroine più somiglianti a quelle in carne e ossa. Come anche per teorizzare, filosofare, divagare, delirare, indottrinare, conoscere, fantasticare, sfidare, relazionare esperimenti scientifici, dichiarare guerre e stipulare paci, confessarsi. Per qualche millennio le cose sono state sotto però controllo, e anzi in certi periodi più fiacchi si dilettavano quasi solo i preti e i frati. La stessa invenzione della stampa ha fatto molti meno danni, di per sé, di quanto si dia comunemente per scontato. È solo negli ultimi due secoli che il fenomeno ha preso dimensioni preoccupanti, fino a diventare una vera e propria addizione universale: tutti volevano imparare a leggere, tutti volevano leggere. Gli stessi governanti pensavano che i governati dovessero cimentarsi a tutti i costi nell’esercizio insano della lettura (in qualche caso l’hanno pagata cara). Di qui la banalizzazione degli istituti concentrazionari chiamati scuole, con la conseguente diffusione di parassiti e infermità di ogni tipo. E l’apparizione a ogni angolo di strada di chioschi che smerciavano fogli di carta rigurgitanti di frasi, e di empori stipati di quelle orde irreggimentate di parole chiamati libri. E di qui la foga prometeica degli scriventi, assetati di gloria, di immortalità, di proventi, o anche solo &#8211; quando prevaleva l’ingenuità &#8211; di verità e bellezza. Inutile dilungarsi sugli episodi depressivi di vario genere e gravità ascrivibili a tale collettivo invasamento. Molti individui della mia generazione e di quelle che l’hanno preceduta ne sanno qualcosa, sono stati i più masochisti e beoti: i più irrimediabilmente marcati. Tramite la lettura volevano a tutti i costi imparare, emanciparsi, peregrinare nel tempo e nello spazio, gongolare, sperimentare, struggersi, conoscere, cambiare il mondo, elevarsi, degradarsi, migliorarsi, sfidare la morte, amare, odiare, spiegare l’inspiegabile. Cercavano la verità e la bellezza nelle parole allineate le une dopo le altre, come i cinghiali grufolano lungo i sentieri per raccogliere le ghiande, come gli eroinomani si piantano gli aghi nelle vene. Inghiottivano giornali e riviste, opuscoli, manifesti politici e letterari, dizionari, volantini, enciclopedie, bigliettini nei cioccolatini, poesie d’amore e civili, romanzi epici, sociologici, sentimentali, epistolari, inamidati o sperimentali, magretti o imponenti, apocalittici o spiritosini, romanzi di ogni sorta, tonnellate di romanzi. Si sdilinquivano, si inorgoglivano, lacrimavano, andavano in estasi, si crogiolavano nell’illusione di edificarsi, di capirci finalmente qualcosa. Erano dei pericolosi drogati. La storia ha provato in modo inconfutabile che in quello stesso lasso di tempo l’umanità invece di perfezionarsi si è fatta più cinica e più scaltra, sfoderando inedite nefandezze. Per fortuna adesso i giovani si sono resi conto che era una follia. Stanno ben attenti a tenersi lontani da qualsiasi stringa troppo lunga di parole, girano alla larghissima dai libri cartacei e dai loro surrogati elettronici. Se ne stanno incollati agli schermi dei telefoni e dei computer, dove si rimpallano frasette più corte possibili, bocconcini che non danneggino gli occhi e il cervello. Giocano con le parole con la stessa grazia  e maestria con la quale si giocava un tempo a ping pong. Si capisce subito che non vogliono rimetterci la salute mentale e fisica. Se proprio devono smazzarsi un romanzo lo scelgono in modo che non provochi troppi sommovimenti nella materia cerebrale, come una barca che decida di uscire col mare piatto, o anche in un burrascoso oceano confezionato con il polietilene e gli effetti di luce. Del resto non è lontana un’interfaccia che legga al posto nostro, risparmiandoci fatica e crucci. I poeti e i romanzieri si riciclano allora nell’arte di riscaldare pappette arcinote e di raccontare bugie, e per certi versi non li si può biasimare. Hanno anche loro poco tempo, come tutti. Viviamo un soprassalto agonico, gli ultissimi rantoli che precedono il silenzio stampa. In men che non si dica quelli come me spariranno, un po’ alla volta gli abitanti della terra guarderanno nel vuoto, dormiranno, moriranno ancora di morte naturale o violenta, senza farsi martirizzare dalle parole e senza martirizzarle, proprio come nei primi due milioni di anni. Tutto scorre, tutto finisce.</p>
<p><em>[l'immagine: Henri Michaux]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/autismi-12-la-lettura/">Nuovi autismi 12 &#8211; Requiem per la lettura</a></p>
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		<title>Una poesia di Johannes Bobrowski</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/31/una-poesia-di-johannes-bobrowski/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Racca]]></category>
		<category><![CDATA[giona]]></category>
		<category><![CDATA[johannes bobrowski]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>traduzione di <strong>Davide Racca</strong></p>
<p>STAI. PARLA. LA VOCE</p>
<p>Stai. Parla. Non la voce<br />
che cantando,<br />
no. L’altra, che abbatte<br />
l’erba. L’insetto<br />
serra le sue ali<br />
in pieno volo,</p>
<p>fa vorticare una foglia. L’altra<br />
voce: vello di capra, corna,<br />
zoccoli. Cade<br />
la graticola sulla sabbia, la rupe<br />
spacca al suolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/31/una-poesia-di-johannes-bobrowski/">Una poesia di Johannes Bobrowski</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>traduzione di <strong>Davide Racca</strong></p>
<p>STAI. PARLA. LA VOCE</p>
<p>Stai. Parla. Non la voce<br />
che cantando,<br />
no. L’altra, che abbatte<br />
l’erba. L’insetto<br />
serra le sue ali<br />
in pieno volo,<span id="more-41183"></span></p>
<p>fa vorticare una foglia. L’altra<br />
voce: vello di capra, corna,<br />
zoccoli. Cade<br />
la graticola sulla sabbia, la rupe<br />
spacca al suolo.</p>
<p>Voce parlante. Dove paura<br />
fu sepolta, volano<br />
foglie venate<br />
con scheggianti fili, vola<br />
ghiaccio, una mano<br />
lo afferra in volo.</p>
<p>Amore aspro, disperde<br />
con la mano: il disegno,<br />
che non resiste alla pioggia,<br />
si fa pioggia, volando,<br />
si frantuma<br />
contro il vento.</p>
<p><span style="font-size: x-small;">VIENI GIONA</span><br />
<span style="font-size: x-small;">NOI PARLIAMO E PARLIAMO</span><br />
<span style="font-size: x-small;">DI’ A NINIVE</span><br />
<span style="font-size: x-small;">DICI DOMANI DOMANI DOMANI</span></p>
<p>_____________________________________</p>
<p>STEH. SPRICH. DIE STIMME</p>
<p>Steh. Sprich. Die Stimme<br />
nicht, die singende<br />
nicht. Die andere, die das Gras<br />
niederlegt. Das Insekt<br />
schließt seine Flügel zusammen<br />
mitten im Flug,</p>
<p>wirbelt, ein Blatt. Die andre<br />
Stimme: Wollflies, Gehӧrn,<br />
Klauen. Der Rost<br />
geht auf dem Sand, der Fels<br />
bricht aus dem Grund.</p>
<p>Redende Stimme. Wo Angst<br />
eingegraben war, fliegen<br />
Blätter, geädert<br />
mit splitternden Fäden, Eis<br />
fliegt, eine Hand<br />
fängt es im Flug.</p>
<p>Unwirsch Liebe, verwischt<br />
mit der Hand: die Zeichnung,<br />
die den Regen nicht übersteht,<br />
Regen wird, fliegend,<br />
aufschlägt<br />
gegen den Wind.</p>
<p>JONA KOMM<br />
WIR REDEN UND REDEN<br />
SAG NINIVE<br />
SAG MORGEN MORGEN MORGEN</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/31/una-poesia-di-johannes-bobrowski/">Una poesia di Johannes Bobrowski</a></p>
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		<title>DUE PIEGHE E UN RITORNO</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 10:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mario Perniola]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Davide Nota</strong></p>
<p>«Il Barocco non connota un’essenza, ma una funzione operativa, un tratto. Il Barocco produce di continuo pieghe. […] Il suo tratto distintivo è dato dalla piega che si prolunga all’infinito.» (Gilles Deleuze, La piega).</p>
<p>L’alternarsi di un metro classico composto di settenari, endecasillabi ed alessandrini può consentirci lo svolgimento potenzialmente infinito della piega.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/">DUE PIEGHE E UN RITORNO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Nota</strong></p>
<p>«Il Barocco non connota un’essenza, ma una funzione operativa, un tratto. Il Barocco produce di continuo pieghe. […] Il suo tratto distintivo è dato dalla piega che si prolunga all’infinito.» (Gilles Deleuze, La piega).</p>
<p>L’alternarsi di un metro classico composto di settenari, endecasillabi ed alessandrini può consentirci lo svolgimento potenzialmente infinito della piega.<br />
La riconquista metrica, o di ciascuna variante di linearità ritmica, è la funzione espressiva di uno sguardo obliquo, che attraversa con naturalezza le dimensioni e i piani sovrapposti di un’esperienza storica e personale di passaggio (la fine della fisica moderna, la crisi dell’economia capitalistica, lo smottamento produttivo verso oriente, le premesse ad una New economy o a una guerra mondiale) che da traumatica e rimossa, rigettata come corpo estraneo, deve tornarci limpida e sentimentale.</p>
<p>Il tratto classico è lo sguardo dell’esperienza umana, in cui i generi letterari e gli ambiti della conoscenza (le filosofie decostruzioniste, il neo-positivismo, la fisica quantistica, la semiotica della comunicazione, le scienze politiche, la storia, le esperienze umane e del vero personale, il sogno e l’archetipo, il senso religioso o del sacro) non sono più percepiti come aree separate e non comunicanti ma come regioni di una stessa avventura.<span id="more-41120"></span><br />
Gli oggetti del dissidio, separati e in conflitto, si incontrano in un unico sentiero. Ma questo “unico” non è il pantano consolatorio del “disordinismo” (definizione di Mario Perniola, in Contro la comunicazione), l’indistinto e pseudo-esoterico lago della pacificazione degli opposti nel Bello che si ha in molta letteratura neoorfico-performativa degli ultimi anni, dove la voce si dilata bulimicamente per amare e riconoscere ogni cosa allo stesso modo, e cioè per non amare né riconoscere niente.<br />
La lingua poetica sarebbe altrimenti un paradigma del linguaggio della comunicazione di massa e in particolare una funzione della sua religiosità “New age” volta ad un’estensione orizzontale di un neutralismo nei confronti della vita e dei suoi conflitti, cioè a quella amputazione dell’umano e censura della dimensione storica che è stata l’estetica attigua alla dottrina della “Fine della Storia” degli anni ’90 ma che a dieci anni dall’11 settembre, una volta esplosa la grande bolla speculativa di Fukuyama (The End of History, 1992), non ha più senso né mandato.</p>
<p>Nel movimento della piega non si dà armonia ma una “continuità della discontinuità”, in cui ogni verso chiama al successivo e in cui ogni fine chiama al quanto non è dato e che manca.<br />
All’interno di questa “piegatura” l’opposizione può esplodere nella sua durezza naturale. Il lavoro di cut-up, indispensabile, serve a trarre dalla melassa della decorazione moderatrice, dalla placenta del caos che ci circonda e ci inonda come una sordina cognitiva, gli oggetti crudi da esporre ad un confronto immediatamente diretto.<br />
Per questo, anche, la geometria del dittico, o del trittico o, nella strofa, la divisione in quartine, terzine e distici, e in generale ogni reiterazione ritmica e formale, sono funzioni di questo confronto finalizzato al conflitto, che può avvenire solo all’interno di un ordine come logica di relazione.</p>
<p>Ora la necessità non è quella di parlare di un contenuto rispetto ad un altro. Il metodo estetico può essere riferito a qualunque oggetto, perché è esso in sé che ci interessa e coinvolge in un mutamento.<br />
Certamente la “piegatura” implica la presa visione di una moltitudine di materiali visivi e linguistici forniti sia dalla realtà (da ogni sfumatura di essa) che dall’artificio culturale tramandato.<br />
Essa cioè non è più inibita dal bipolarismo estetico del Novecento che limita l’espressione a biforcarsi nelle categorie di poetico ed impoetico, lirico e narrativo, personale ed impersonale o diretto e mediato. Senza preferenze di sorta la piega si svolge obliquamente, cogliendo da ciascuna di queste diversità ciò che può servirle a proiettare altrove (in una differenza) il proprio orizzonte e scopo.</p>
<p>Il ritorno (Dittico)</p>
<p>I.</p>
<p>Non sono molte le estati della vita.<br />
Si risorge<br />
col sapore dell’acqua assopita<br />
nel guscio verde e ardente della borraccia.<br />
Ditela<br />
la traccia da seguire, senza ritegno dite<br />
il disegno che si nutra di invenzioni puerili<br />
come il gabbiano stanco che tracolla sulla riva<br />
cercando una vista nuova, una prospettiva mobile<br />
che il crollo naturale renda idoneo al passaggio,<br />
all’ampliamento cognitivo.</p>
<p>Perché le estati che ci restano<br />
non sono molte, ditelo<br />
che lo sguardo si impesta di putredine,<br />
che si incrosta il coraggio nell’evocazione di un miraggio<br />
defunto e tu che resti<br />
nella casa guardami<br />
allo specchio o nello schermo acceso e dimmi<br />
se eravamo nati proprio a questo<br />
sfiorire. Gridalo</p>
<p>che il sole brucia sulle vesti come un Dio ci chiama<br />
madre dell’amore gridalo<br />
in silenzio ad occhi chiusi a strette mani o nell’oblio ricordati<br />
di tutto ciò che dovevamo dirci<br />
e non ci siamo neanche sussurrati<br />
perché non eri tu ma un prodigio maggiore<br />
ad annunciarsi e l’hai tradito.</p>
<p>*</p>
<p>Dietro la curva i cani, il doloroso<br />
amico devoto al perdono.<br />
Non più bisogno c’è di luce ed ordine.<br />
La carne si dissolve nello stagno.</p>
<p>La caffettiera è esplosa. Un mazzo di chiavi<br />
si era perso nei secoli, nei corridoi.<br />
Salvano il fiume i rovi, gonfi di more.<br />
I bivi sono entrambi percorsi.</p>
<p>Io tra non molto cesserò, dovrò restare<br />
in questo albergo spettrale<br />
pieno di ganci e cavi elettrici e visioni<br />
scoscese.</p>
<p>Nessuno mi conosce o sa chi sono e donde<br />
vengo e quale fu<br />
la mia missione nell’infanzia tardiva<br />
di abeti verdi e mantidi religiose.</p>
<p>Ho voglia di viaggiare, ho voglia di restare immobile.<br />
Ho voglia di cambiare, ho voglia di<br />
restare me.</p>
<p>Era un segreto, un passo falso. Era un cancello, un cortile.<br />
Era le chiavi, erano perse. Era una donna, era sul nespolo.<br />
Era un cassetto, era nell’ombra. Era un giardino sconnesso.<br />
I gerani sono rossi. Tu ora sanguini dal naso.</p>
<p>Questa mattina è bianchissima<br />
come uno sguardo tradito.<br />
Le soldatesse sono in fuga.<br />
Forse cercano qualcuno.</p>
<p>II.</p>
<p>È un sole che non dice niente, un sole tossico<br />
che sfiora solamente l’ora di mezzogiorno.<br />
Una ghiandola lo espelle come il sudore addosso<br />
tra la schiena e le ascelle, se c’hai freddo e fa caldo.</p>
<p>È un sole di ringhiera, di stazione costiera.<br />
È un sole di sbigozzo e culo sporco.<br />
È il sole dell’infame, delle lame nel cruscotto.<br />
È il sole tutto apposto ci si becca in giro.</p>
<p>Nel parcheggio il polacco apre il cofano dell’auto.<br />
Ci stanno le bottiglie in una busta di plastica.<br />
Ne porta due al tavolo di pietra nel giardino<br />
dove ci sta l’amico che guarda il culo di una.</p>
<p>[2 luglio – 24 dicembre 2011]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/">DUE PIEGHE E UN RITORNO</a></p>
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		<title>TRISTI CONFRONTI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 08:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Due notizie &#8211; naturalmente ignorate da Raiset &#8211; che contemporaneamente ci giungono da Australia ed Equador ci fanno ulteriormente toccare con mano il degrado civile e l’arretratezza politica in cui giace il nostro paese.<br />
A Sydney il ministro australiano delle Finanze Penny Wong ha annunciato la nascita di una bambina dalla compagna Sophie Allouache, dopo una gravidanza ottenuta per fecondazione in vitro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/tristi-confronti/">TRISTI CONFRONTI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Due notizie &#8211; naturalmente ignorate da Raiset &#8211; che contemporaneamente ci giungono da Australia ed Equador ci fanno ulteriormente toccare con mano il degrado civile e l’arretratezza politica in cui giace il nostro paese.<br />
A Sydney il ministro australiano delle Finanze Penny Wong ha annunciato la nascita di una bambina dalla compagna Sophie Allouache, dopo una gravidanza ottenuta per fecondazione in vitro. La neonata, di nome Alexandra, è nata domenica scorsa ad Adelaide e pesa oltre tre chili. La coppia ha diffuso una foto e un comunicato esprimendo la propria gioia. Penny e Sophie conoscono il padre biologico e hanno annunciato che lo faranno conoscere alla figlia, ma anche che il suo nome non sarà reso noto ai media.<br />
Grazie alle leggi introdotte dal governo laburista, Wong è legalmente riconosciuta come genitore della bambina con tutti i diritti di un genitore biologico: &#8221;Non vi è nulla da temere dall&#8217;uguaglianza di diritti&#8221;, ha dichiarato il Ministro.<span id="more-41108"></span><br />
Da Quito invece apprendiamo che l&#8217;Istituto ecuadoriano di sicurezza sociale (Iess), con funzioni simili al nostro Inps, ha riconosciuto a Janneth Peña, una donna di 50 anni, la pensione di reversibilità in seguito alla morte della compagna Thalìa Alvarez. Un risultato storico reso possibile dalla nuova Costituzione fortemente voluta dal presidente Rafael Correa e promulgata nel 2008, nonostante la strenua opposizione della Chiesa cattolica.<br />
Una costituzione che, come ha scritto Tancredi Tarantino su Certi Diritti, “oltre a riconoscere il diritto umano all&#8217;acqua, restituire dignità ai popoli indigeni, considerare la natura un soggetto di diritto e dichiarare l&#8217;Ecuador territorio di pace, assimila le coppie di fatto a quelle unite in matrimonio e va anche oltre, garantendo alle coppie omosessuali gli stessi diritti riconosciuti alle unioni tra persone di sesso diverso”.<br />
&#8220;Non è stato facile portare avanti questa battaglia senza Thalìa”, racconta commossa Janneth. Ha espresso la propria soddisfazione anche il direttore dello Iess, Ramiro Gonzales, per il quale il riconoscimento concesso a Janneth segna &#8220;una svolta decisiva nell&#8217;uguaglianza di genere e nella tutela dei diritti umani&#8221;.<br />
Quando l’Inps italiano si adeguerà non già a quello olandese o danese, ma a quello equadoregno? Che ne pensa l’ineffabile Governo di Vaticalia?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/tristi-confronti/">TRISTI CONFRONTI</a></p>
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		<title>Senza utopia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/25/senza-utopia/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 08:11:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[buon natale]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[utopia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong> Alessandro Broggi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>a R.K.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Imprevedibili rimbalzi trarranno forza come processi di purificazione planetaria. Sfrenate manipolazioni delle loro attrattive si svolgeranno in assenza. Non esisteranno livelli di riferimento. Rappresentazioni astratte dell’abbondanza inghiottiranno immagini e confessioni. Come se nulla fosse convincente al di fuori di un’assoluta assenza di dettagli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/25/senza-utopia/">Senza utopia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong> <img class="alignleft  wp-image-41105" title="utopia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/220px-Isola_di_Utopia_Moro.jpg" alt="utopia" width="176" height="248" />Alessandro Broggi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>a R.K.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Imprevedibili rimbalzi trarranno forza come processi di purificazione planetaria. Sfrenate manipolazioni delle loro attrattive si svolgeranno in assenza. Non esisteranno livelli di riferimento. Rappresentazioni astratte dell’abbondanza inghiottiranno immagini e confessioni. Come se nulla fosse convincente al di fuori di un’assoluta assenza di dettagli.<span id="more-41102"></span><br />
Un’infedeltà parallela sostituirà la gerarchia con l’accumulo. Ne saranno prova i registri emotivi chiamati in causa. Una trama opportunistica di interessi acquisiti trarrà ispirazione da dati spremuti fino all’ultima goccia di senso. Un parossismo di prosperità prosciugherà e verrà in cambio prosciugato.<br />
Una grande utopia potenziale sarà diventata un congegno organizzativo, un residuo. Forse sarà solo un offensivo scherzo dell’evoluzione. Ampie distese di reticenza monumentale fronteggeranno le attrezzature del nuovo in una inquieta situazione di stallo. La soglia infinita dell’esporre renderà la loro voluta serietà istantaneamente sfuggente. Un destino manifesto soddisferà l’impulso a sbarazzarsi di ogni sorpresa.<br />
Legalità deboli coesisteranno in rapporti flessibili. Le loro insegne saranno sgargianti ma non memorabili. Il dominio di un ordine finito simulato sopravvivrà nella tensione verso la radicale indeterminatezza. Una tautologia senza crepe sarà, dopo tutto, la sua stessa ragion d’essere. La stabilità del clima sarà una sanzione definitiva.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/25/senza-utopia/">Senza utopia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sulle ossa di Pasolini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alberto sonego]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Sonego</strong></p>
<p>Ho scelto il 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque.<br />
Il forte vento della mattina, nel pomeriggio si placa, ed è possibile intravedere nell&#8217;aria gli odori dei piatti serviti caldi sulle tavole di quel lembo di terra dove vivo, tra Pordenone e Cordenons.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/">Sulle ossa di Pasolini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Sonego</strong></p>
<p>Ho scelto il 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque.<br />
Il forte vento della mattina, nel pomeriggio si placa, ed è possibile intravedere nell&#8217;aria gli odori dei piatti serviti caldi sulle tavole di quel lembo di terra dove vivo, tra Pordenone e Cordenons. Rincaso tardi al sabato, ma stavolta la tavola era già apparecchiata e le bistecche si stanno cuocendo sul fondo bollente della padella. Mia sorella è di fretta, non ha quasi nemmeno il tempo di salutare che è già di sopra a sistemarsi: alle due e mezza va ad Udine, con amici. Io lentamente appoggio lo zaino, mi levo le scarpe, ed infilato un paio di pantofole mi abbandono tra i braccioli di una poltrona troppo comoda per ritrovar la forza di alzarsi, quando mia madre mi avrebbe chiamato a tavola.<br />
Chissà perchè si agitava tanto quella signora, che nell&#8217;auto dietro alla mia, al volante, sembrava impazzire. <span id="more-41060"></span>Più volte aveva tentato di superarmi sulla destra, sulla sinistra, poi di nuovo sulla destra&#8230; senza successo. Eravamo imbottigliati nel traffico, perchè non riusciva a capacitarsene? Aveva gli occhi arrossati, iracondi: li riuscivo a scorgere oltre il vetro posteriore appannato, dal riflesso sullo specchietto retrovisore.<br />
Spero sia arrivata a casa sana e salva.<br />
Sento delle pentole agitarsi, ed il rumore della televisione calare&#8230; ma oltre a delle voci, non sento parole. L&#8217;orologio del dvd player segna: 13:45, ed intanto i passi di mia sorella, dal piano superiore, indicano il nascente affrettarsi collettivo. Le bistecche vengono calate sui piatti bianchi; la bottiglia d&#8217;acqua messa a centrotavola; il cane fatto entrare, l&#8217;odore di cibo liberato dalle finestre; le tende scostate; le voci e le grida; le andature più svelte. I capelli rossi di mia sorella rallentano sulle sue spalle: ora siamo tutti seduti attorno al tavolo.<br />
Ho scelto il giorno 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque. Ma forse proprio per la sua casualità mi ha investito di una dolce e triste aurea nostalgica.<br />
Ieri si era rifatta viva la Diva, mi aveva chiesto un incontro, almeno per scambiarci qualche parola sugli ultimi fatti delle nostre vite. Un caffè amichevole, e come potevo rifiutare? Era previsto per la serata, ma poi mi ha dato buca. Me lo dovevo aspettare da lei, tuttavia che potevo dirle?<br />
Uno scacco alla noia di essere uguali tra gli uguali, ecco cos&#8217;è stato il 4 dicembre. Diversamente uguale: ecco come voglio definirmi. Addentando la carne rossa che ancora spandeva qualche goccia di sangue, mi sono reso conto di essere diventato cannibale di me stesso, ma divorando i pezzetti di grasso cotto ho riflettuto sui miei programmi per l&#8217;immediato domani. Solo allora mi sono reso conto che se non l&#8217;avessi fatto oggi non l&#8217;avrei fatto più, e la mia domenica si sarebbe bloccata ed avrebbe assunto soltanto i ripetitivi retroscena di una serata tra amici. Avrei solo accumulato altre ore di sonno da recuperare, e poi che altro? Una svogliata ripetizione di biografie d&#8217;autori, probabilmente seduti al tavolino di un bar, infiacchito dal mio stesso modo di parlare piatto, scollato, mancante. Sarebbe stata una domenica di ulteriore noia, ed il lunedì sarei tornato a scuola con la stessa casacca invisibile, nuovamente uguale tra gli uguali.<br />
Eppure la parte vicina all&#8217;osso era così succulenta, piacevole al tatto oltre che al gusto, e la serravo gelosamente tra le mani, ancora parlando e riflettendo allo stesso tempo due ragionamenti differenti.<br />
Dovevo evadere dal sabato sera.<br />
Dovevo evadere da quel rito orgiastico ripetuto con cadenza frequente e puntuale, o almeno provarci. Dovevo riuscire a credere al di là della morte, per garantirmi una vita priva di peccati. Perchè la mia follia non la ricavo dal vino, ma dalla liberazione di ogni mio istinto più mascherato, avendo compreso di essere in realtà contro ciò che è contro l&#8217;etica dei benpensanti spie.<br />
Ho scelto il 4 dicembre, sperando che la gelida brezza della mia emotività ormai frantumata potesse in un qualche modo assiderare anche i sospiri nostalgici del mio spirito, ed ho scelto una data qualunque per onorare la mia stessa anonima morale.<br />
Riorganizzando in fretta e furia l&#8217;acconciatura e con un trucco appena accennato sul viso, mia sorella era pronta per partire. Toccava a me portarla in stazione, ma già da dieci minuti la attendevo accanto alla mia macchina, e nel frattempo le due sigarette che avevo scroccato a mio padre si erano volatilizzate tra i miei polmoni e la lastra di vetro lucido dell&#8217;auto. Era una linea sottile, una bianca lucentezza a separare il finestrino dalla lamiera, e la cenere ci danzava attraverso, colpendolo con sporadiche smorfie di disgusto e disprezzo.<br />
Sul viale di Sclavons non passava nessuno, e non fu difficile ingranare la terza, facendo scalare il cambio sul mio palmo asciutto, quindi accelerare voracemente, divorando la gomma degli pneumatici. Superata la prima curva la mia espressione si iniziò a rivolgere verso il basso, a seguire un tracciato invisibile fatto di percorsi ripetuti quotidianamente, a velocità più o meno istantanee a seconda dei ritardi. Mia sorella mi intimava di spingere il pedale dell&#8217;acceleratore. &#8220;I punti della patente sono i miei, decido io cosa farne&#8221;, le rispondevo. Intanto anche il primo semaforo era passato, a luce gialla lampeggiante. Strano, non ricordavo nessun temporale. Un guasto tecnico, ecco cos&#8217;era. Adesso un autobus fa segno di voler accostare. Lo supero, e sono già di fronte alle scuole medie di Torre, ed è la pelliccia sul cappuccio del cappotto di mia sorella che mi indica l&#8217;osteria lì vicino, dove i miei mi hanno detto si mangia molto bene.<br />
Tutto il tragitto è quello che di solito intraprendevo per andare a Conegliano, ma la noia è cambiata, è più contenuta. La stazione di Pordenone si staglia fiera preceduta dal capolinea delle corriere. Qui al sabato pomeriggio ce ne sono poche, ed i rari studenti con lo zaino in spalla non si affrettano più scavalcando con un balzo solo le alture dei marciapiedi.<br />
Rido in faccia al segnale &#8220;dare precedenza&#8221;, mi immetto a gran velocità sulla corsia che incanala gli automobilisti che si dirigono all&#8217;ingresso della stazione. Un vecchio signore che porta una borsa in spalla ed un baule appeso al tremore delle sue mani mi ricorda me stesso, quando ero ancora vecchio: simile ad un anziano indugiavo ad abbottonare il kimono dell&#8217;inverno greco.<br />
Non c&#8217;è la polizia, sebbene di solito un&#8217;auto sia sempre appostata davanti al lungo cancello verde che si affaccia sui binari. Anche pochi giubbotti neri di stranieri che sperduti marciano con passo cadenzato. L&#8217;odore di fumo dell&#8217;abitacolo pervade anche l&#8217;esterno quando arrestato il mezzo, mia sorella scende trascinando con sè le ceneri del Friuli: il trucco è respinto dal clima vivace e giocosamente ribelle, le spalle sono strette in un&#8217;improvvisa morsa.&#8221;Mi aspettano nell&#8217;atrio&#8221; mi dice, e scompare saltando alla Fosbury il logorato kimono del vecchio.<br />
Più tardi avrei scoperto che quella unta ed appiccicosa stazione fu sputata sulla carta del 1855, quando ancora l&#8217;Unità d&#8217;Italia non c&#8217;era, e qui era l&#8217;impero austro-ungarico a levigare le acque del Noncello con le prue delle sue barche.<br />
Ma al di là della sua biografia mi sembrava consumata ieri, quel 4 dicembre scelto a caso tra i tanti.<br />
La mia macchina prese una direzione spontanea, verso i campi che circondano la mia casa: ritornare per prendere il mio taccuino, perennemente in lotta col pc, e quella macchina fotografica digitale che da tempo aveva sostituito i rullini, i negativi e le giornate dal fotografo a far sviluppare le pellicole. Un bel duello continuo, quello che il mio computer combatteva con il quadernetto Quo Vadis, l&#8217;uno forte del nuovo, l&#8217;altro certo delle sue pagine ideate ancora quando c&#8217;era solo il papiro. Me li immaginavo &#8211; e non ero neanche all&#8217;altezza della rotonda di via Revedole- che si affrontavano piegandosi ed accendendo ogni spia, come del freno a mano, della riserva e delle frecce direzionali sul mio quadrante. Lampeggiavano ognuno con boati diverso, e chi si chiudeva, chi si sfogliava, chi singhiozzava un processore tremendo, chi sbriciolava dell&#8217;altro copertina o plastica nera. Traballavano passando da un tetto all&#8217;altro delle auto che scorrevano sul tratto di Pontebbana che dovevo attraversare, poi si staccavano dirigendomi un soffio, e la luce verde del semaforo si accendeva.<br />
Mi accompagnarono così fino all&#8217;incrocio di via Nogaredo, lì dove sotto il grande noce era già stato fissato un presepe  fatto da bimbi ed educatori, poi mi lasciarono proseguire da solo.<br />
Fu in quel momento che scelsi, e scelsi il 4 dicembre. Alla partenza dalla mia via mi soffermai ad osservare il profilo delle montagne, che innevate facevano capolino oltre la sagoma degli alberi, sul vial di Sclavons. Parevano guardare al Tramit. O forse al Pasch?<br />
D&#8217;altronde io Cordenons l&#8217;ho sempre conosciuta così: un elenco di quartieri (avevo imparato i loro nomi assistendo alle sedute del consiglio comunale) che però non ero (e non sono tutt&#8217;ora) in grado di collocare geograficamente. Di ognuno di essi posso accennare ad un raro dettaglio (un luogo o un nome), dettare una sconnessa indicazione, tanto che spesso fingo di essere foresto qualora un passante mi domandi un&#8217;indicazione. Ed allo stesso modo, quel paesaggio di fondo non sapevo dove guardasse, o cosa scrutasse del mio paese. Che fosse la punta del campanile della piazza a solleticarlo? Oppure il rumore di palle da basket che rimbalzano al centro sportivo di via Pasch?  &#8220;Forse niente di tutto questo&#8221;, mi dissi arrendendomi. Forse quelle montagne rimanevano lì allacciate alla dura roccia coperta di neve, ed aspettavano. Probabilmente attendevano un esploratore che sorvegliasse i loro boschi, oppure si dolevano per le lame degli sci per le quali rischiavano terribili cicatrici.<br />
Avevano smesso l&#8217;abito verde dei prati, le montagne. Con un cappuccio bianco canticchiavano lo Jodel nelle menti dei bambini, eppure per me erano meno attraenti vestite con fiocchi e rami secchi, sepolti.<br />
Erano come un poster steso a coprire un muro sconquassato, perchè il palazzo che era loro più vicino non assomigliava essere pervaso dal gelo, ed il suo mantello stonava col profumo tenue delle nubi acquerellate.<br />
Avendole davanti, ero già sull&#8217;estuario, alla foce di un piccolo rigagnolo tra le acque dell&#8217;asfalto. Svoltai a destra appena il traffico me lo consentì.<br />
Non riuscivo ancora a credere a quello che stavo facendo: andare a rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini. Un sabato all&#8217;inizio dell&#8217;inverno, declinando inviti ad aperitivi o incontri solitari al Primavera.<br />
Per lui stavo intraprendendo quella in molti mi avrebbero indicato come atto di follia&#8230; follia pura follia vera! D&#8217;accordo ubriacarsi ed inventare scuse con i vigili per poi scappare via; d&#8217;accordo scommettere con il proprio amico di farsi un tot numero di ragazze; va bene rischiare il come etilico in discoteca; più che accettabile suonare ai campanelli delle case per poi andarsene.<br />
Ma rendere omaggio alla tomba di un autore&#8230;! Vera follia insomma.<br />
Guardo il Noncello che mi passa vicino, scende da sinistra, s&#8217;infila sotto il ponte , e risbuca quando con la mia auto sono già lontano. Non ho tempo di notare il suo modo di adagiarsi sulle grate dell&#8217;allevamento di trote, sono a 70 km all&#8217;ora.<br />
Mi ero davvero slegato dalla ripetitività del sabato? Un giorno scelto a caso. Ma forse, non del tutto a caso.<br />
Con la mia macchina fotografica immortalavo le più bizzarre espressioni del cielo, per non dimenticarle. &#8220;Per quelle pagine che a lungo mi sono ripromesso di scrivere&#8221;, pensavo. Ora ce le ho qui, una ad una le faccio scivolare dentro e fuori dallo schermo, e l&#8217;Audi A4 ad un certo punto si tramuta in un prato verde, scolorito. Eppure il tramonto rimane lontano.<br />
Questa parte di Cordenons la conosco molto bene: spesso me ne andavo con la canoa risalendo il fiume. Là sotto c&#8217;è lo stesso pontile che usavo da tramite per comunicare con la barca&#8230; piano la accarezzavo, come per prenderci confidenza, ed inarcavo il bacino accucciandomi fino a sfiorare con le ginocchia le tavole lì fissate. Una gamba e poi l&#8217;altra: così iniziavo a scalare la corrente. Il cemento del ponte mi scuriva lo sguardo, perchè mi sembrava di entrare in una galleria buia, senza torce nè lampade; poi ricominciava il sereno, che erano gli pneumatici di gomma dura fissati al lato di due rocce. Qui l&#8217;acqua era più violenta, tanto che spesso la prua del kayak dondolava indecisa prima di affossare la plastica nel minuscolo vortice della sponda. Mancava solo un altro gradino per restare come nell&#8217;olio e pagaiare tranquillo, ma ormai giunto alla rotonda che porta oltre via Bellasio dovevo pensare alla strada migliore da seguire.<br />
Sebbene fossero le rosate nuvole dell&#8217;orizzonte a catturare la mia attenzione (quella sfumatura arancione involontaria, che al mio ritorno si sarebbe rivelata in un arcobaleno) capii di dover virare, sfrecciando con la mia Ka grigia come con un mulo scapestrato, cavalcando l&#8217;asfalto che mi faceva sussultare. Da qui, oltre una piattaforma di morena, guardavo le stamberghe e le ville dei contadini, gli stessi che siedono in piazza il sabato pomeriggio.<br />
E quante se ne raccontano, su di loro! C&#8217;è chi dice che fino a cent&#8217;anni fa si appostassero poco lontano da dove abito (sul confine tra i due comuni), e quando calava la sera impugnavano i forconi, per impedire che la gente di Pordenone salisse, a mettere incinta la loro donne. Anche loro, in un modo più particolari, cultori della razza &#8220;perfetta&#8221;, del &#8220;sangue puro&#8221;, tanto che chiamavano meneghei quelli che nei primi anni Sessanta si trasferivano a Cordenons, provenendo da altre zone della Regione.<br />
Non mi facevano paura, quei contadini, perchè sapevo bene che oggi ormai hanno perso il loro potere, o quantomeno il loro prestigio. Ormai sono soltanto addetti a coltivare numerosi acri di terra, e sebbene la posseggano questo non fa di loro delle persone autorevoli.<br />
Ad esempio quel granaio bianco: sono sparite le riunione durante le quali ognuno parlava degli affari altrui; e pure sono scomparsi metaforici roghi, ai quali i ribelli erano plebiscitariamente condannati. No, non mi fanno più paura i contadini: le loro famiglie non si reggono più agli aratri ed ai trattori, le loro donne non so o più picchiate. E se Dio vuole, oggi i confini sono aperti.<br />
Ma il sommerso è vanescente, e già sulla Pontebbana mi interrogo su quanto il nuovo possa essere effettivamente salvato. Pregando i miei dèi, sono già al quinto scatto, e da Fiume Veneto a Poincicco sono descritte solo celle d&#8217;erba, separate da filoni di capannoni chiari. Non sono lontano da Casarsa, ma anche casa mia mi sembra vicina&#8230; che sia questa terra ciò che in realtà mi è familiare? I freni del camion davanti a me stanno zitti, ed all&#8217;improvviso squillano i fari. Orcenicco inferiore, accendo la radio. Attorno a me si fa sera, ma non è ancora scuro: posso intravedere con relativa facilità le indicazioni, e poi la diramazione che più celermente mi condurrebbe a San Vito.<br />
Ricordo lassù, sopra al bar, il vecchio appartamento di un&#8217;amica. Allora era questo il paese? Non gliel&#8217;avevo mai chiesto, mi importavano solamente direzioni meccaniche a partire dal bar Primavera.<br />
Quante cose non conosco. Già me ne sorpresi navigando lo stradone fin dopo l&#8217;Emisfero, e qui volteggiando fino ad imboccare uno svincolo, dopo la rotonda. Ripensavo a quei contadini, che forse come Ippolito avevano intuito il progressivo disgregarsi di un&#8217;età dell&#8217;oro ancora fresca, di neanche cinquant&#8217;anni fa.<br />
Ma io non potevo parlare a nessuno, se non ad una coscienza già marcia, perchè è per me impossibile cogliere le stesse sfumature di un vecchio.<br />
Non ebbi il tempo di finire di contemplare le onde dei cieli, quando nuove indicazioni mi si pararono davanti: sbagliai strada più volte, finchè il mio sguardo abbandonò gli insensati incroci ed i semafori, e si posò su degli alti cipressi, in lontananza. Piano, sterzando accuratamente ad ogni curva, arrivai alle porte del cimitero di Casarsa, e lì, prima dell&#8217;ingresso, i posteggi attendevano la mi auto a poggiarsi sulle loro strisce bianche (le pericolosa vernice che nemmeno un anno fa aveva fatto scivolare il mio scooter). Mi fermai, feci qualche manovra per piazzarmi bene, poi spensi il motore. Appoggiai la mano sulla portiera&#8230; no. La ritraggo. Guardo fuori dal finestrino del passeggero: le nuvole non si sono ancora acquietate, e sento delle voci giungere da dentro il cimitero.<br />
E se non fossi riuscito a trovare la lapide? Cosa avrei fatto? Di chiedere a quella gente (chiunque fossero) non se ne parlava: sono sempre stato timido, e poi non mi sembrava il caso di fare la figura del pazzo (non credo siano in molti a domandare, quasi fosse un indicazione, &#8220;scusi, per la tomba di Pasolini&#8230;?). &#8220;Sono già abbastanza pazzo per conto mio&#8221;, mi ripetevo, non riuscendo ancora a credere di aver davvero fatto tutti quei kilometri per dondolare i miei pensieri sul sepolcro di un poeta.<br />
E se mi avessero visto vagare per il cimitero? Mi avrebbero forse fermato, mi avrebbero chiesto &#8220;chi stai cercando&#8221;? No, no davvero: sarebbe stato indelicato fare questioni sull&#8217;identità del morto desiderato. Ancora qualcosa mi frenava&#8230;<br />
Avevo chiesto a mio padre se era possibile fare delle foto, in un cimitero. Lui sorpreso mi rispose di sì, &#8220;perchè non si potrebbe?&#8221;, fece. Beh, non lo so neanche io&#8230; fatto sta che mi assicurai di aver la macchina fotografica ben nascosta nella tasca interna del giubbotto. Ma allo stesso tempo mi sentivo in colpa.<br />
Verso chi, verso cosa? Probabilmente era un riflesso condizionato da tutti coloro che al mio ritorno (al solito meeting dei sabato sera), saputo della mia visita, mi risero in faccia. Mi è sempre stato così difficile assorbirmi in una mia identità, avvolgermi calorosamente in uno scialle di ricordi e di morali&#8230; questa terra può aiutarmi a farlo?<br />
Intanto stavo ancora lì, in macchina, facendo attenzione che non passassero tipi loschi (non ho ben chiaro come si facciano a bloccare le porte dall&#8217;interno).<br />
Mi decisi ad entrare nel cimitero fumando l&#8217;ennesima sigaretta e cuocendo un po&#8217; i miei occhi alla spettrale luce del tramonto. Quindi chiusi la macchina, misi le chiavi in tasca, mi abbottonai il giubbotto, ed a passo lento varci la porta piccola di destra dell&#8217;ingresso, l&#8217;unica aperta. Mi sorpresi di non trovare la ciotola d&#8217;acqua santa, ma può essere benissimo che non la vidi. Feci il segno della croce, da buon cristiano, e mi soffermai un attimo lì, sul ciottolato che rivestiva il perimetro delle lapidi, ne tracciava quasi un confine perchè uno potesse distinguere il mondo dei vivi da quello dei morti. Gettai un&#8217;occhiata più in fondo, notando una piccola chiesetta (non era esattamente una chiesa, non so il nome preciso) e colombaie di recente costruzione.<br />
Qui vicino scorsi una giovane donna che teneva per mano una bambina, sua figlia (la sentivo chiamare &#8220;mamma mamma&#8221;), e facevano su e giù da un lato nascosto, portano ogni volta ad un&#8217;effige fiori di diversi colori. &#8220;Fa&#8217; che non sia il marito, fa&#8217; che non sia il padre&#8221; pregai, ad occhi chiusi.<br />
Cercai a lungo la tomba dell&#8217;artista, scoprendo che Colussi (il nome della madre, accanto alla quale aveva espressamente fatto richiesta di essere seppellito) era un cognome molto diffuso, a Casarsa. Decisi, dopo un giro andato a vuoto, di individuare le lapidi più grandi, o i mausolei, e setacciarli: Pasolini sarà in uno di quelli. Ma neanche a metà giro mi accorsi che le personalità di spicco (tali dovevano essere, perchè fossero deposte lontane dai loro cari ma celebrati con corone e bouquet) che giacevano tra le cappelle ed i pini erano per me perfetti sconosciuti. Pensai alla chiesetta laggiù, in fondo al camposanto&#8230;<br />
No, c&#8217;avrei scommesso qualunque cosa mi avessero chiesto: non si trovava là. Scoraggiato, mi apprestai a compiere l&#8217;ennesimo giro di ricognizione, stavolta passando in rassegna lapide dopo lapide.<br />
Non mi importava se avessi dovuto perdere tutto il pomeriggio: a cose iniziate non mi tiro indietro. La mia follia non era completa&#8230; avrei fatto davvero una figura barbina a tornare a casa, ed a domanda rispondere &#8220;non l&#8217;ho trovato&#8221;.<br />
Eppure qualcosa veleggiava sulla destra: un altro Colussi. Ormai disincantato mi spostai sul nome di battesimo: Susanna. Susanna Colussi. Più a destra, sovrastato da un ramo d&#8217;alloro, leggo la scritta:</p>
<p>PIER PAOLO PASOLINI</p>
<p>1922-75</p>
<p>L&#8217;avevo trovato.<br />
Il suo corpo l&#8217;avevano scaricato lì sotto, a pochi centimetri dai miei piedi&#8230; sotto metri di terra. Murato vivo.<br />
Quell&#8217;incisione suonò come in un eco di 35 anni, ma non invocava nomi, non chiamava a raccolta&#8230; i cipressi iniziarono a scavare il cielo quasi trivellando anche il mio respiro strozzato.<br />
Sul suo corpo cresce un&#8217;edera che si confonde con le macchie di muro, ed una piantina d&#8217;alloro è l&#8217;unico segno della sua vita&#8230; guardo a terra. Un pezzo di carta sotto un sasso. E&#8217; tutto bagnato, sgualcito.<br />
Sulle prime mi allarmo: che sia un messaggio di odio che quelli che in vita lo tormentarono gli avevano lasciato ad eterna memoria sopra la bara? Infuriato lo raccolgo, e sono pronto a strapparlo quando (aprendolo pian piano) leggo pochi versi in friulano, forse di una di quelle poesie che compose quando viveva a Casarsa. Lo ripiego pallido, e lo ripongo sotto quello stesso sasso, nello stesso punto.<br />
Quasi mi sembra d&#8217;aver profanato qualcosa&#8230;<br />
Cos&#8217;ho fatto?<br />
Un vortice di pensieri indescrivibile si riversa sul mio taccuino, e quella sera mi bastava il focolare della sala per distrarmi, immaginandomi di essere ancora accanto a te, nel cimitero.<br />
Avevo scelto un giorno a caso, un 4 dicembre pescato dal calendario. Ma non l&#8217;ho lasciato a caso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/">Sulle ossa di Pasolini</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 11 &#8211; La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/17/autismi-11-la-superiorita-intrinseca-di-taluni-critici-letterari-e-di-altri-individui/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 09:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/michaux.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41027" title="michaux" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/michaux-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> Talvolta le persone si credono superiori. Tu gli parli, e cerchi i loro occhi più o meno alla tua altezza, ma è evidente che loro ti guatano e ti parlano dall’alto di un loro elevato o anche elevatissimo piedestallo mentale. Tutte le loro mimiche e parole presuppongono un’arcana e non negoziabile superiorità, e sono comprensibili solo alla luce di tale inesorabile egemonia. A me, forse proprio perché ho un’apparenza e un eloquio un po’ dimessi, e perché in fondo non ho nulla contro le gerarchie qualitative, capita spesso. Devo confessare che per qualche verso mi piace, o comunque non mi dispiace. Come dire, almeno i ruoli sono chiari. È come indugiare accanto a un arcigno vigile urbano: si sa che lì il codice stradale – che pur sempre legge è, con le sue approssimazioni e ingiustizie &#8211; verrà rispettato, non avverrà niente di aberrante. Mi capita soprattutto nelle faccende letterarie, come si può immaginare, essendo io un impresentabile bifolco (per certi versi quasi minorato),<span id="more-41025"></span> che porta sulle spalle le proprie vicissitudini editoriali come un’anacronistica fascina di legna da ardere. Dalla mia ho solo le qualità  intrinseche – ammesso che allignino davvero &#8211; dei testi che ho scritto: pochissima cosa. La superiorità assume certe volte le sembianze di un critico al contempo giacobino e di grido, persuaso – per quanto incredibile possa apparire &#8211; che la critica letteraria sia più fervida e vivida della letteratura stessa, o che la letteratura contemporanea si riduca a un unico autore di valore, quello da lui scoperto. O di un internauta fondamentalista, di uno scrittore di provincia con sornione deglutizioni, del vanaglorioso presidente della società cittadina di lettori. In ogni caso so già in anticipo che le mie parole sono destinate a sfracellarsi e a scivolare verso il pavimento, come gocce d’acqua su una superficie impermeabile. Ma anche nel mio indaffararmi tecnico e scientifico ho a che fare assai spesso con individui che si congetturano superiori. Anche qui la cosa è per moltissimi versi comprensibile: i miei sodali di debutto sono ormai professoroni e alti dirigenti, hanno cariche e famiglie, e invece io sono un incancrenito precario, e non posseggo nemmeno un telefono portatile. È quindi pertinente che mi trattino dall’alto in basso. Io stesso in loro presenza chino un po’ la testa, in modo da facilitare le cose. Del resto è normale che le persone si reputino superiori. Tutti abbiamo bisogno di considerarci più essenziali dei nostri simili, tutti noi proviamo una struggente necessità di pensarci al centro della nostra esistenza e del mondo, se vogliamo sopravvivere. Facendo leva su peculiarità anche infime, come la predisposizione alla fabbricazione delle pallottoline di mollica alla fine dei pasti, o alla bonifica della tazza del cesso con l’apposita spazzola dopo la defecazione, ma pur sempre idonee a distinguerci dai sette miliardi di umani, tutti drammaticamente simili, che fiatano al nostro fianco. A ben vedere coloro che mi parlano dall’alto di un piedistallo non sono che dei fanatici dell’esistenza, degli incorreggibili ingenui. Devo confessare che io vengo da una famiglia nella quale tutti si sentono intrinsecamente superiori, quindi ho tesaurizzato fin dall’infanzia una caleidoscopica esperienza in materia di stechiometrie umane. Mia madre si è sempre sentita superiore a me come al resto dell’universo (tuttora nonostante l’età iperbolicissima qualche volta le scappa una asseverazione del suo incolmabile vantaggio), così come sua madre si credeva superiore a lei, e avanti così risalendo le altezzose generazioni. Ma anche mio padre si considerava, seppure per ragioni diverse, che avevano a che fare con il vitalismo fascista e l’ardimento guerriero, superiore a me. Forse proprio per questa mia dimestichezza con le estrinsecazioni più varie del predominio sono così a mio agio nelle paludi limacciose della soggezione. Sono insomma un bastian contrario (se non addirittura un perverso). Come tutti sanno la forma di preminenza che va per la maggiore ai giorni nostri, in attesa dell’implosione risolutiva del sistema capitalistico, è quella pecuniaria. Uno si erge sul proprio mucchio personale di banconote e di balocchi di valore (o più spesso sta semisdraiato, per evidenziare l’invidiabile conforto), e da quella cima ventosa contempla con commiserazione i bassifondi del mondo. Ma il piedistallo può essere costituito anche solo dalla nomea mediatica, dalla prestanza calcistica o natatoria, da una carica politica, o semplicemente dalla gradevolezza fisica. Anzi, spesso i più implacabili superioroni sono proprio i belli: ogni loro sospiro o sguardo esprime l’inarrivabile supremazia. Per quanto mi riguarda, oltre a preferire le persone brutte, non mi preoccupo troppo degli aspetti tassonomici: di qualunque specie si tratti, trovo riposante scivolare sugli specchi ben lucidati dell’autostima altrui. Amo l’ebbrezza del trascinamento gravitazionale, amo non dovermi mettere in gioco. Certo però quando la cosa è troppo smaccata un po’ di fastidio lo provo. Non sopporto i critici letterari che, dopo averli travisati per manifeste aridità e rozzezze immanenti, sprezzano con induzioni volgari i miei testi, gli editori che mi parlano allungati con le mani annodate dietro la nuca, i commentatori digitali che zampillano rancorosa saccenza. Però sono eccezioni, di solito mi garba essere guardato dall’alto, come da una pendice si scruta un modesto avvallamento sprovvisto di attrattive.</p>
<p><em>[l'mmagine: H. Michaux, "Par des traits", 1984]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/17/autismi-11-la-superiorita-intrinseca-di-taluni-critici-letterari-e-di-altri-individui/">Nuovi autismi 11 &#8211; La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#footnote_0_41009" id="identifier_0_41009" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LA POSSIBILIT&#201; D&#38;#8217;UN VOYAGE
Louis Ferdinand C&#233;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&#38;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&#231;ais
venerd&#236; 16 dicembre &#38;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &#38;#8211; tel. 011 4429836">1</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#footnote_0_41009" id="identifier_0_41009" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LA POSSIBILIT&Eacute; D&amp;#8217;UN VOYAGE
Louis Ferdinand C&eacute;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&amp;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&ccedil;ais
venerd&igrave; 16 dicembre &amp;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &amp;#8211; tel. 011 4429836">1</a></sup></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-41010" title="390_1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg" alt="" width="295" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma. Scene indipendenti in cui, per una sera, protagonista fu la main coupée di Blaise Cendrars. Perché nello spettacolo uno dei tre atti era dedicato a un episodio raccontato da Blaise Cendrars in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/per-una-storia-della-sbronza-blaise-cendrars-e-amedeo-modigliani/">Bourlinguer</a> e che narra l&#8217;amicizia del poeta con Amedeo Modigliani. Ieri, in un incontro con i ragazzi di un istituto professionale di Aosta, dove tra gli altri ho utilizzato alcuni materiali di Nazione Indiana a cura di Orsola Puecher, sono partito proprio da qui, da questo racconto.<br />
Per chi non volesse rileggerselo, ma sarebbe un peccato, Blaise Cendrars racconta di una sbronza consumata lungo la Senna insieme all&#8217;amico italiano. Provocato dalle lavandaie di un bateau-lavoir che è giusto di fronte, Modì tenta di raggiungere la prescelta, &#8220;la più brutta&#8221;, per darle un bacio sulla bocca in cambio di una bottiglia. Il tentativo di camminare sulle acque evidentemente fallisce e il nostro, non sapendo nuotare, cola rovinosamente a picco rischiando di annegare. A salvarlo, ovvero a dargli una mano, è proprio Cendrars, che però nel momento cruciale realizza la propria condizione di &#8221; manchot de la main droite &#8220;, mano perduta in guerra.</p>
<p><em>&#8220;Quando lo afferrai per i capelli, mi trovai impacciato non avendo che un solo braccio. Un vigoroso colpo di talloni mi fece risalire in superficie, e il padrone del lavatoio, che era saltato su una barchetta ci ripescò.&#8221;</em> Scrive Cendrars.<br />
Il momento secondo me più emozionante di questo racconto che peraltro ci informa del fatto che Modì odiasse essere chiamato per nome, Amedeo, è quando il poeta descrive l&#8217;amico ormai salvo e disteso al suo fianco.</p>
<p><em>&#8220;Modigliani nudo come una mano e bello come un San Sebastiano, vuotava la bottiglia che non aveva mollato e parlava già di come ritentare l’impresa.&#8221;</em></p>
<p>&#8220;Nudo come una mano&#8221; capite? (Intanto si associano in mente due distinte fotografie di Man Ray, di due mani che sembrano dialogare fra loro)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41015" title="hands" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
<p>Leggendo e rileggendo due straordinarie Memoires di Blaise Cendrars, Bourlinguer (1948) e Le lotissement du ciel (1949), entrambi non tradotti, a mia conoscenza, in italiano, mi sono imbattuto in un <em>&#8220;je ne sais quoi</em>&#8221; che mi ha aperto, tutto ad un tratto un vero e proprio mondo fino ad allora su un secondo piano ma che a mio parere meritava di essere esplorato, riportato in superficie.<br />
Del secondo colpiscono le note ad un ignoto lettore, (pour le lecteur inconnu) che ritroveremo anche in Bourlinguer, in cui si sente la profonda consapevolezza di uno scrittore pre-postumo, una consapevolezza quasi divertita che gli farà scrivere proprio dopo la pubblicazione di questo libro dal titolo a dir poco fantastico, &#8220;La lottizzazione del cielo&#8221;:</p>
<p><em>&#8221; Le lotissement du ciel est le livre qui a fait taire la critique. Pas un seul grand ténor n&#8217;a donné. Ce n&#8217;est pas un mince résultat.&#8221;</em> (<em>un libro che ha zittito la critica</em>)</p>
<p>In Bourlinguer, quel che ha attirato la mia attenzione è stato invece il &#8220;segno&#8221; che Blaise Cendrars lascia in due casi, accanto alla dedica riportata in esergo di ogni capitolo. La formula riporta la dicitura : <em>ma main amie au deporté de Lipari</em> (Malaparte), <em>avec ma main amie</em> (Henry Miller).<br />
Di quale mano parla? Della destra, coupée-coupable, ovvero della mano colpevole che in guerra serviva a premere il grilletto della mitragliatrice, a lanciare granate, spesso vittima proprio del fuoco amico, dell&#8217;esplosione dell&#8217;arma, della macchina, al momento dell&#8217;esplosione o di quell&#8217;altra che rendeva incerta la scrittura, della mano sinistra che suppliva la mancanza?</p>
<p>Grazie a una studiosa di Cendrars, Viviana Gregotti incontrata proprio ad Aosta ho potuto vedere la cartolina che la vedova del poeta le aveva regalato durante una sua visita a Lausanne, in cui è riprodotto il ritratto di Cendrars realizzato da un amico pittore. Il poeta è sdraiato sul letto, quasi seduto e sulla sua destra, appoggiato sulla coperta c&#8217;è un libro. Rispetto a molte fotografie in cui quasi non si vede il vuoto lasciato dal braccio amputato all&#8217;altezza del gomito a causa delle ferite di guerra, nel ritratto quel vuoto è quasi in primo piano, è tangibile. E quel vuoto è in grado di reggere un libro, sfogliarlo, afferrarlo, altrimenti non si capirebbe perché si trovasse proprio lì, ovvero nel posto più scomodo rispetto all&#8217;unico braccio, all&#8217;unica mano in grado di farne qualcosa. E il pensiero questa volta corre all&#8217;Hidalgo, a Cervantes, che aveva subito lo stesso destino.</p>
<p>Sono andato così a riprendermi un libro che per i miei quarantanni, Gabriella, della libreria francofona Voyelles di Torino, mi aveva regalato. Una bellissima edizione Buchet-Castel, delle fotografie di Doisneau consacrate a Cendrars. La prima cosa che salta agli occhi è una lettera che il poeta invia all&#8217;amico e che si conclude con il rituale saluto, <em>ma main amie, Blaise Cendrars</em>.<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-41017" title="9782283020722FS" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS-237x300.gif" alt="" width="237" height="300" /></a></p>
<p>Riguardando le foto, che all&#8217;epoca in cui viviamo avrebbero certamente suscitato uno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/03/a-gamba-tesa-ma-non-troppo/">scandalo</a> visto che nella maggior parte di esse, compresa quella in copertina, il nostro ha una sigaretta fra le labbra, mi sono imbattuto su un testo tratto da &#8220;la mano mozza&#8221; e che mi ha lasciato senza parole. In appena due pagine stabiliva un lien, una connessione a dir poco illuminante.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-41016" title="9788882462383g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a><br />
« Mais le cri le plus affreux que l’on puisse entendre et qui n’a pas besoin de s’armer d’une machine pour vous percer le cœur, c’est l’appel tout nu d’un petit enfant au berceau : « Maman ! Maman ! » que poussent les hommes blessés à mort (…) et ce petit cri instinctif qui sort du plus profond de la chair angoissée et que l’on guette pour voir s’il va encore une dernière fois se renouveler est si épouvantable à entendre que l’on tire des feux de salve sur cette voix pour la faire taire (…) par pitié…par rage…par désespoir…par impuissance…par dégoût…par amour, ô ma maman ! ».</p>
<p>Le urla più insostenibili, spaventose, terribili, ci dice Cendrars, erano quelle dei feriti a morte che gridavano &#8220;Mamma, mamma!&#8221; che paragona a quelle dei piccoli nelle culle. Grida a cui i soldati nelle trincee, scrive, tendevano l&#8217;orecchio per vedere se si fossero ripetute ancora, per un&#8217;ultima volta e così spaventose che si sparava su quelle voci per farle zittire.</p>
<p>Allora <em>ô ma maman, ma main,</em> mano mia, ci verrebbe da aggiungere.<br />
Così potremmo parlare del secondo capitolo di Bourlinguer, intitolato <em>Naples,</em> in cui Cendrars si definisce <em>napoletano d&#8217;occasione</em> e dove si racconta come all&#8217;età di quattro anni avesse pianificato con la complicità di un mozzo di bordo, napoletano, Domenico, il proprio rapimento per fuggire a New York. E quasi ci crede fino a quando il marinaio non lo consegna, alla fine della traversata proprio a colei da cui voleva fuggire, sua madre. Ma questa è un&#8217;altra storia. Blaise Cendrars a New York ci ritornerà giovanissimo per scrivere uno dei suoi più straordinari poemi, <em>Les Pâques à New York</em> , di cui Orsola vi darà notizia su Nazione indiana.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41009" class="footnote">LA POSSIBILITÉ D&#8217;UN VOYAGE<br />
Louis Ferdinand Céline e Blaise Cendrars<br />
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani<br />
In collaborazione con l&#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Français<br />
venerdì 16 dicembre &#8211; ore 21.00<br />
Biblioteca civica Centrale<br />
via della Cittadella 5 &#8211; tel. 011 4429836</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>UNA BATTAGLIA CULTURALE</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[studentessa ravenna]]></category>
		<category><![CDATA[ufficio scolastico Emilia-Romagna]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40997</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come di “una malattia”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/">UNA BATTAGLIA CULTURALE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come di “una malattia”.</p>
<p>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/23/irc-e-omofobia/#comments</p>
<p>Poiché nel thread al post apparve chiaro che alcuni commentatori non sanno cogliere la portata della battaglia culturale in corso in Italia tra la visione antropologica vaticana (e dunque abramitica) e quella della modernità (e dunque europea: es. art. 13 Trattato di Amsterdam), riporto qui la conclusione della vicenda, che per una volta fa onore alle autorità scolastiche italiane.<br />
Nei giorni scorsi è stata infatti resa nota la decisione dell&#8217;ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, dopo un&#8217;ispezione che ha comportato l&#8217;audizione di quaranta persone, fra studenti e genitori. <span id="more-40997"></span>«Un errore educativo», è stata definita la lezione tenuta quel giorno dall’insegnante di IRC, nominata dal vescovo e pagata dal contribuente italiano. Mentre il suo “stile” è stato giudicato «imprudente». Una constatazione che comporta un richiamo disciplinare e che soprattutto crea un precedente nel mondo scolastico italiano.<br />
Una decisione niente affatto scontata. Il Dirigente scolastico infatti sulle prime aveva tentato di difendere la docente facendo ricadere sulla studentessa la colpa di quanto avvenuto: “Poteva chiedere l&#8217;esonero dalla materia e invece ha preteso che l&#8217;insegnante di religione fosse a favore dei gay”.<br />
Grande soddisfazione per il richiamo disciplinare è stata espressa da Arcigay, che aveva seguito la vicenda stigmatizzando in particolare la frase usata dall&#8217;insegnante per difendersi: «Per non essere discriminati credo ci si debba omologare», aveva detto.<br />
Oggi gli omosessuali come si dovrebbero omologare secondo questa insegnante di religione cattolica? Diventando eterosessuali? Rimanendo silenziosi e invisibili nel loro piccolo ghetto segreto, così da non infastidire i pregiudizi dei &#8220;normali&#8221; e l’omofobia dei cattolici?</p>
<p>P.S. Ricordo che l’Insegnamento della Religione Cattolica è un prodotto del Concordato stipulato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, nel 1984. L’insegnamento è presente in tutte le scuole statali, da quelle dell’infanzia alle superiori. In Italia, secondo il Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2009-10 erano in servizio 26.326 insegnanti di religione a carico dello Stato, per un costo annuale di circa 800 milioni di euro. Questi insegnanti, selezionati dall’autorità ecclesiastica, in virtù della legge 18 luglio 2003, n. 186, sono stati assunti a tempo indeterminato nei ruoli della scuola di stato italiana. Ad essi è inoltre consentito, su semplice domanda, di “passare” ad insegnare Storia e Filosofia, permettendo così ai vescovi di nominare un nuovo insegnante di Religione Cattolica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/una-battaglia-culturale/">UNA BATTAGLIA CULTURALE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>NUOVI INQUADERNATI 7.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/11/nuovi-inquadernati-7/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/11/nuovi-inquadernati-7/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 04:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Frungillo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>VINCENZO FRUNGILLO</strong></p>
<p>La fine di Lucrezio</p>
<p>&#8220;Sed ne mens ipsa necessum<br />
intestinum habeat cunctis in rebus agendis<br />
et devicta quasi cogatur ferre patique,<br />
id facit exiguum clinamen principiorum<br />
nec regione loci certa nec tempore certo&#8221;.</p>
<p>Finire non è uscire dalla vita,<br />
ma è restare per sempre<br />
nella sua scena madre,<br />
è un difetto della vista,<br />
che non si sceglie, si subisce,<br />
e vede solo chi sa guardare<br />
la nostra ferita mortale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/11/nuovi-inquadernati-7/">NUOVI INQUADERNATI 7.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>VINCENZO FRUNGILLO</strong></p>
<p>La fine di Lucrezio</p>
<p>&#8220;Sed ne mens ipsa necessum<br />
intestinum habeat cunctis in rebus agendis<br />
et devicta quasi cogatur ferre patique,<br />
id facit exiguum clinamen principiorum<br />
nec regione loci certa nec tempore certo&#8221;.</p>
<p>Finire non è uscire dalla vita,<br />
ma è restare per sempre<br />
nella sua scena madre,<br />
è un difetto della vista,<br />
che non si sceglie, si subisce,<br />
e vede solo chi sa guardare<br />
la nostra ferita mortale.</p>
<p>La pausa al crollo verticale<br />
piega ogni scoperta ad una luce esterna:<br />
la ragnatela dietro la porta,<br />
il ragno ipnotizzato dalla preda,<br />
rispondono ad una sola regola:<span id="more-40478"></span><br />
la luce, quindi la luce,<br />
è il culmine della specie<br />
e la luce non è fonte naturale,<br />
anche se è l’occhio che vede<br />
la nebulosa di cenere sul cratere,<br />
è la parola del poeta<br />
che ne cattura ogni particella.<br />
Sarebbe polvere lunare<br />
senza il suono della sua voce.<br />
È lei che scopre l’origine,<br />
l’atomo che esita prima di cadere;<br />
vede il vuoto e l’elementare<br />
formare il bivio mortale,<br />
il dubbio d’Eracle,<br />
la Y della decisione;<br />
a quella fionda dona potenza,<br />
a quella croce il dolore.<br />
Il sublime è la precisione.</p>
<p>Ma adesso, cosa avrò da dire,<br />
cosa avrò da raccontare,<br />
come rivelare il sublime,<br />
l’iridescenza del clinamen!<br />
Dopo aver visto la vista,<br />
non mi resta che tacere.<br />
Materia prima è la stoffa<br />
che asciuga la parola del poeta,<br />
questo tessuto di pergamena<br />
trattiene il canto delle cicale<br />
dall’incavo delle loro larve,<br />
quando ai piedi degli ulivi<br />
tutto diventa pace; la morte<br />
è lì presente, ma il frinire<br />
delle loro ali già riprende.<br />
Sapersi mutazione costante,<br />
oltre la divisione delle caste,<br />
anche se il mondo, orfano del sublime,<br />
vede ogni cosa senza la sua fine.</p>
<p>Disegna sul foglio una sfera,<br />
prova ad intaccarne la forma,<br />
perde sangue la materia,<br />
quest’atomo spera<br />
in una fusione che non s’avvera.</p>
<p>Dio tace.<br />
Saperlo assente è la prova vincente!<br />
Niente mi costringe ad educare<br />
questa pioggia sottile, saperla già salva<br />
dal pantano delle strade<br />
e la cenere che minaccia di fossilizzare<br />
in un calco eterno il lupanare.</p>
<p>Adesso sento crescere la materia<br />
sotto la punta della penna a sfera,<br />
sento la parola graffiare la pergamena,<br />
la semiosi concreta che ridesta.<br />
Perché non c’è un uscire dalla vita<br />
che non sia pure un entrare<br />
nella piega mortale del clinamen.</p>
<p>Intorno è un tamburellare di strade.<br />
C’è una sola voce che sale.<br />
Il polipo verace pende dalle canne,<br />
la sua ventosa sembra portare<br />
sulla terra ferma il litorale.<br />
La battigia tocca le case.<br />
Un altro mercante vende uova fresche.<br />
Il nucleo è sospeso nel suo albume.<br />
L’analogia ci pervade.</p>
<p>Gallina, carne, lubrificazione<br />
della vagina che attrae<br />
il pene in erezione su fino alle ovaie<br />
il seme sale, l’utero paziente attende…<br />
(il gallo nasce non dall’uovo<br />
non dalla gallina, ma dal piacere,<br />
da un momento di sospensione).<br />
Venerea influenza della specie<br />
la ferita genera latte e urina,<br />
infetta la nostra anima latina.<br />
Bellezza, certezza della vita estrema,<br />
salire di schiena al tempio della dea,<br />
la Venere etrusca, padrona della fiera,<br />
non regala una sola misura,<br />
ad ogni corpo affida la sua caduta.</p>
<p>Memmio, mio figlio,<br />
mio unico allievo,<br />
mio solo consiglio,<br />
prima degli altri l’hai capito,<br />
solo tuo il messaggio,<br />
nella casa del maestro<br />
hai distrutto il peripato,<br />
il giardino sterminato<br />
dalla tua giovane mano.<br />
Non vedrai le loro chiacchiere<br />
crescerti nel petto,<br />
come larve di mosche<br />
invecchiare il tuo aspetto.<br />
Resterai immutato nel tempo,<br />
rifrazione di luce, un solo spettro.</p>
<p>Una<br />
è la regola,<br />
ma varia la misura,<br />
tornano i corpi verso la fonte,<br />
poi se ne allontanano per repulsione,<br />
così gli astri, così la luce, così il sole<br />
ripetono la rivoluzione, la regola prima della generazione<br />
e anche se alla fine il vulcano mi darà ragione,<br />
tutto intorno sarà solo cenere e distruzione,<br />
io non voglio la fine d’Empedocle,<br />
ma la vita degna d’Iperione.<br />
Perché la regola è una,<br />
ed unica è la fonte<br />
guarda, Memmio,<br />
il sole.</p>
<p><strong>Vincenzo Frungillo</strong> nasce nel 1973 a Napoli. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo libro di versi Fanciulli sulla via maestra (Palomar, Bari). Nel 2007 è stato finalista del Premio Delfini con Ogni cinque bracciate. Un estratto. Nel 2009 pubblica Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, (Le Lettere, collana Fuori Formato, con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis). Un piccolo estratto del libro è stato tradotto in Germania, una parte più ampia è in corso di traduzione negli Stati Uniti. Nel 2011 è tra gli autori di La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (Perrone). Parte del primo capitolo del romanzo inedito Il genio degli avanzi verrà pubblicato in dicembre per La Libellula. Rivista di italianistica. E&#8217; redattore di Puntocritico e Absoluteville.</p>
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