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	<title>Nazione Indiana &#187; Territorio</title>
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		<title>La più grande nevicata dal 1956</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/neve-2/" rel="attachment wp-att-41646"></a></p>
<p>&#160;</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: right;">Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che<br />
l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:<br />
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è<br />
acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi.<br />
<em>Julio Cortazar</em></p>
<p>&#160;</p>
<p>Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; così dopo avere battuto le molteplici piste della crisi economica e del naufragio della nave da crociera, vengo urgentemente spedito nelle estreme ramificazioni montane della regione Lazio, questa volta oltre Frosinone, per intervistare gli abitanti di Ripi, un pugno di case e capannoni sommerso dalla neve.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/">La più grande nevicata dal 1956</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/neve-2/" rel="attachment wp-att-41646"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41646" title="NEVE" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/NEVE1-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che<br />
l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:<br />
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è<br />
acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi.<br />
<em>Julio Cortazar</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; così dopo avere battuto le molteplici piste della crisi economica e del naufragio della nave da crociera, vengo urgentemente spedito nelle estreme ramificazioni montane della regione Lazio, questa volta oltre Frosinone, per intervistare gli abitanti di Ripi, un pugno di case e capannoni sommerso dalla neve.</p>
<p>Con i ragazzi della troupe, un operatore, un fonico, siamo partiti in fretta e furia da Roma.</p>
<p>Abbiamo infilato l&#8217;autostrada, ci siamo persi ripetutamente dentro Frosinone &#8211; un posto lievitato rispettando le ferree regole del cemento, del disordine, dell’arroccamento &#8211; abbiamo imboccato la Casilina verso Napoli, l&#8217;abbiamo persa credendo di averla smarrita per sempre, per poi riprenderla senza consapevolezza dopo qualche chilometro, consegnando i nostri destini nelle mani della provvidenza, cioè don Sergio, un prete dei paesini a sud-est di Frosinone, la nostra guida in queste terre sconosciute.</p>
<p>Don Sergio ha i capelli a scodella, il pizzetto da maresciallo, lo sguardo opaco ma vivo, l&#8217;aria stazzonata da curato di campagna – l’avevo già visto in una versione spenta e bidimensionale seguire e dialogare in studio lungo il lento monotono fluire di una diretta, ma qui i suoi globuli rossi sussultano di un’energia che non sospettavo, tutt’altro che il classico vaso di coccio in mezzo ai più classici vasi di ferro. Insieme alle pecorelle smarrite, ha spalato la neve dalle strade per giorni. Mi mostra il palmo delle mani, e i segni sono tutti evidenti. Come sono evidenti i segni dell&#8217;isolamento sulla pelle della prima coppia che mi presenta, due vecchi contadini con i figli lontani e una quasi centenaria a carico &#8211; una signora ischeletrita, gli occhi due biglie lucide, le narici infilate dai tubicini di plastica trasparente attaccati a una bombola di ossigeno, che appena ci vede entrare con la telecamera a tracolla rintocca il suono acuto di due parole, ammutolendo subito, non fiatando più per tutto il tempo, come se si fosse esposta oltre misura davanti a dei perfetti sconosciuti, Aiutatemi aiutatemi, o Salvatemi salvatemi, non ricordo se l&#8217;una o l&#8217;altra, non vorrei aggiungere ulteriore dramma.</p>
<p>Piazziamo le luci e la telecamera &#8211; e Silvana, una signora con le ciocche più nere dell’attaccatura dei capelli, due maglioni uno sull’altro, la divisa ufficiale di chi calpesta lo sfrigolio di queste terre congelate, dietro l&#8217;incalzare del punto interrogativo dei miei quesiti televisivi, mi racconta che per cinque giorni la cosa più terribile di tutte non è stato il traboccare della neve per strada e la campagna, né la più immacolata prigionia tra le mura sterminate della neve cresciuta intorno di sessanta centimetri, quanto la mancanza di corrente, senza corrente elettrica in un attimo si è avverato il grado zero della civiltà umana, si è lavata con la neve bollita, ha cucinato con la neve disciolta, ha acceso un fuoco di carta per sghiacciare l’acqua dal serbatoio, ha impastato pane e pizza per sé e i vicini con la farina rimasta, ha percorso tre chilometri con la neve al ginocchio per andare a comprare le medicine in paese per la madre quasi centenaria che ora ci fissa come se non capisse niente e allo stesso modo comprendesse l’origine remota di questo dolore, stretta stretta nelle coperte come un involtino: è così che finiscono i vecchi, involtini nell&#8217;involuzione del tempo precipitato nei corsi e ricorsi della storia, senza luce acqua gas. Alla fine dell&#8217;intervista, Silvana ci offre il caffè e la crostata alla marmellata, ed è buona, e io la bacio ringraziandola prima di uscire, così come stringo la mano del marito di Silvana che si è appena tagliato la sommità del naso con un pezzo di ghiaccio staccatosi da un cornicione, mani grandi calde enormi, mani dalla pelle ruvida e screpolata &#8211; un tessuto che ricopre le mani di altra gente che poi incontrerò per strada, il rivestimento consumato dei contadini del basso Lazio.</p>
<p>Usciamo fuori, completamente esposti alle spirali del gelo e del disastro, e il marito di Silvana indica una casa: guardate, quelle finestre, dice, anche loro sono andati avanti con le candele accese. Da qui cerchiamo di riprendere quel lumicino e custodirlo nello scrigno di un beta, ma ci riusciamo a stento, poi desistiamo.</p>
<p>Don Sergio dice che ci stanno aspettando. E noi seguiamo la sua macchina con la nostra, infiliamo le strade perforando con i fanali il nero delle strade deserte e il bianco di cumuli di neve spettrale, fino ad arrivare su uno spiazzo davanti ad una casa dove si sono dati appuntamento un paio di famiglie al completo, uomini donne ragazzi vecchi, una trentina di persone in tutto. Prima di intervistarli, don Sergio, senza alcuna precauzione, mi passa il telefonino. La voce di un uomo padre di famiglia di un bambino piccolo e di uno piccolissimo mi precipita dentro le ansie di questi giorni nevosi, e prima di qualsiasi cosa si scusa di non poter essere tra le altre persone, per poi rivelare anche dal suo particolare punto di vista la condizione di un essere umano assalito dalla natura e abbandonato dalla protezione civile. Cerco di essere più gentile e comprensivo che posso, dicendogli che proveremo a raccontare tutto, anche se ho a disposizione un servizio di appena due minuti.</p>
<p>Don Sergio taglia la telefonata, e io assumo il ruolo del regista. Scruto la corteccia del viso dei vecchi, l’operatore mette in spalla la telecamera, il fonico direziona l’asta del microfono. Dico a trenta persone mai viste prima di disporsi a semicerchio sotto la luce del neon &#8211; da dieci minuti è tornata la corrente &#8211; e loro annuendo e sfidando il freddo e rendendo silenzioso tributo non all&#8217;autorità del ruolo che incarno, ma alla telecamera accesa, si allineano muti, senza fare rumore, come se decina centinaia migliaia di programmi televisivi subiti dalla più tenera età avessero tracciato da qualche parte all’interno delle loro calotte craniche le istruzioni per disporsi perfettamente preparati e utili davanti al mio preparato e utile cospetto.</p>
<p>Con il microfono acceso, tutto si fa pulito. Prendono parte uno a uno, sgrammaticano l’italiano senza complessi, parlano accordando i toni e i semitoni dell’amarezza &#8211; della rassegnazione nessuna traccia, dietro il canneto fitto delle loro parole non tramonta mai l’ambizione, a tratti gioiosa e spensierata, di un’esistenza governata dalla giustizia. Più che la loro storia – i raccolti distrutti, i capannoni sventrati, la carne sghiacciata e persa, il bagno di neve sciolta bollita davanti al camino, il sonno condiviso nell&#8217;unica stanza riscaldata, l&#8217;agonia dei malati di ulcera e diabete, la carenza del sale per sciogliere la neve, i lunghi percorsi con la neve abbondantemente oltre le caviglie &#8211; mi sorprende la forma degli esseri umani qui riuniti, tutti robusti e rotondetti, la pelle rossa non per il freddo ma per furibonda irrorazione sanguigna, contadini e figli di contadini che non credo sappiano quanto incidano lo spread e le agenzie di rating sulle loro risorse, né quanta parte del loro immaginario sia formulato da gente che ruota la propria età intorno ai capisaldi del brunch e del briefing, uomini donne ragazzi che trascinano la vita oltre l&#8217;asticella di questi tempi disastrosi, riscoprendo il senso primo della comunità, la condivisione materiale dei beni e la condivisione immateriale del calore, un calore buono giusto umano, il calore fisico tutto terreno della parola amore, almeno fino a quando la neve non finirà di crollare dal cielo e il sangue non si stabilizzerà su temperature quotidiane.</p>
<p>Fino allo scorso Natale, quando giocavano a tombola, i vecchi pescando dal mucchio tiravano fuori il 56, la neve a Roma, riferendosi all&#8217;anno del millenovecento più prolifico in fatto di neve e ghiaccio e fratture scomposte. Forse non realizzano ancora, quel numero si è convertito nel 12 degli anni duemila, ma questa ultima cifra fatica a cristallizzarsi tra i ricordi &#8211; nelle prossime ore è annunciata un&#8217;altra nevicata, e il cielo non è altro che la superficie bianca minerale su cui ognuno può distinguere le previsioni del proprio oroscopo.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/">La più grande nevicata dal 1956</a></p>
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		<title>Irpinia tumefatta</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"><img class="alignleft  wp-image-41462" title="latouche_disegno" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" /></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.<br />
<span id="more-41461"></span><br />
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.</p>
<p>Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.</p>
<p>L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.</p>
<p>Insomma, caro Latouche,<br />
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.<br />
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.</p>
<p>Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.</p>
<p>Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.<br />
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre-197x300.jpg" alt="" title="romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre" width="297" height="400" class="aligncenter size-medium wp-image-41460" /></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo. E’ quanto sta accadendo con lo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” in programmazione al Teatro Franco Parenti di Milano: un’orchestrata campagna di minacce e di anatemi lo ha preceduto nel tentativo, sfacciatamente dichiarato, di non farlo andare in scena. Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola, pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti. Tanto meno indifferenti nel momento in cui l’offensiva integralista contro lo spettacolo ha rivelato la sua vera natura investendo la persona della direttrice del Franco Parenti André Ruth Shammah  con le espressioni dell’antisemitismo più classico ed abietto.  Non si tratta di scegliere tra chi dice di aver scritto il suo spettacolo come una preghiera e chi, senza averlo visto, lo accusa di essere blasfemo (due cose che in molte opere d’arte del novecento si sono spesso confuse senza che questo generasse guerre di religione). Si tratta semplicemente di garantire a Romeo Castellucci la prima ed essenziale libertà di ogni arte e di ogni artista: quella di essere compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio di un manipolo di fondamentalisti che agita la fede in Cristo come una clava identitaria. Chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile, di non lasciare Romeo Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” deve andare in scena.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
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		<title>La rivoluzione “silenziosa” che ha salvato l&#8217;Islanda</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Benigni]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Corrado Benigni</strong></p>
<p>Luogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/">La rivoluzione “silenziosa” che ha salvato l&#8217;Islanda</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/reportage9-724x10241-212x300.jpg" alt="" title="reportage9-724x1024[1]" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41424" />di <strong>Corrado Benigni</strong></p>
<p>Luogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica. Guardando l’Islanda dall’alto, un’isola sola nell&#8217;Atlantico, sfigurata da fessure da cui sono eruttate immense colate laviche, viene da chiedersi com’è possibile che la crisi economica mondiale sia partita da qui, da questa frazione di territorio grande un terzo dell’Italia, abitata da sole 320mila anime, un luogo che sembrerebbe lontano da ogni presenza umana, innocente, incontaminato, quasi inaccessibile a parole come spread, crack, rating. Eppure, il rischio-default che in questi mesi spaventa l’Europa intera ha avuto inizio proprio qui, con l’indebitamento delle banche islandesi verso i paesi esteri, Inghilterra e Olanda, soprattutto. Tre anni fa la situazione era estremamente delicata ed è stata necessaria una “rivoluzione silenziosa” per evitare un disastro sociale. Opponendosi all’ipotesi di un salvataggio da parte della Bce e dell’Fmi, o a cessioni della propria sovranità a nazioni straniere, gli islandesi sono riusciti a convincere le istituzioni che il debito non è un’entità sovrana in nome della quale è legittimo sacrificare un’intera nazione e che i cittadini non dovevano pagare per gli errori di un manipolo di finanzieri. Questo ha portato alle dimissioni del governo e alla nazionalizzazione della maggioranza degli istituti bancari, oltre all’arresto dei banchieri che avevano spinto il paese alla bancarotta. </p>
<p>Atterrati al piccolo aeroporto Keflavik, a pochi chilometri dalla capitale Reykjavik, noleggiamo un fuoristrada per muoverci sulle strade sterrate dell’isola. Il paesaggio è lunare: pietre laviche ovunque e fumi di gas che salgono da terra; non c’è un solo albero, solo linee essenziali con geometrie senza angoli che salgono e scendono dolcemente. Il metro di misura è l’infinito. Siamo sulla Ring Road, la strada principale dell’Islanda, l’unica interamente asfaltata, che percorre ad anello l’intera isola e sembra attraversare un paesaggio preistorico. Lungo la strada, tuttavia, in mezzo ad ammassi di rocce scure, appaiono grandi tubi metallici che viaggiano paralleli a noi sputando vapore acqueo. Sono le condutture di una delle tante centrali geotermiche islandesi, precisamente quella di Svartsengi, una delle più importanti, vicino al complesso termale Blue Lagoon: una piscina naturale all’aperto, contornata da nere rocce laviche, frequentata ogni anno da migliaia di visitatori convinti di uscire ringiovaniti da quelle acque minerali dense di silice scivoloso. Incontreremo spesso queste centrali, con quei tubi lucidissimi che sembrano eliminatori di scorie radioattive, ma che in realtà producono solo energia naturale.<br />
   Colpisce il contrasto tra la dimensione primordiale della natura e l’avanzatissima tecnologia di cui dispone l’Islanda, che da decenni è riuscita a sfruttare al meglio le risorse della propria terra, senza per questo compromettere l’equilibrio ambientale. L’energia geotermica è una risorsa fondamentale, grazie alla quale quest’isola minuscola, che confina con il circolo polare artico, è diventata uno dei Paesi più ricchi al mondo: dopo lo spaventoso default finanziario, l&#8217;indipendenza energetica ha contribuito ad avviare quella rapida ripresa economica che sta diventando un modello per tutto l’Occidente. </p>
<p>Un altro aspetto che colpisce è il legame sottile e profondo che unisce la natura di questo luogo con lo spirito di chi lo abita. Thomas Mann scriveva che la patria ideale del sentimento era “nordica”, ritrosa interiorità sensibile capace di raccogliersi nel minimo e nel vicino, nell’intimità della casa sperduta in un paesaggio solitario. E l’Islanda è proprio questo: una terra che insegna a svuotare la vita di ogni superfluo, a toglierle ogni oncia di grasso sentimentale. Un luogo, in particolare, sembra riassumere questo spirito, uno dei più misteriosi dell’Islanda: il lago glaciale dello Jökulsárlón, dove gli iceberg si staccano ripetutamente dal fronte del Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa. Ci arriviamo percorrendo la Ring Road, a sud dell’isola, poco distante dalla cittadina di Höfn. Massi di ghiaccio si schiantano in acqua spostandosi inesorabilmente verso il mare. La vista lascia senza fiato: una specie di laguna fredda, scura, senza vegetazione. È come se un pezzo di Polo Nord si fosse staccato e avesse deciso di stabilirsi qui. Architetture poliformi abitano questo luogo, il ghiaccio si colora di azzurro quando la luce lo attraversa con una certa angolazione e si annerisce quando la lava entra negli interstizi. Gli iceberg, sospinti dal vento fortissimo, si muovono in continuazione. Si ammassano insieme, collidendo e assestandosi, oppure si sparpagliano all’interno dello Jökulsárlón. È uno spettacolo che rivela tutta la forza misteriosa della natura: un’immensità che sembra <img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ghiacciaio-300x225.jpg" alt="" title="Ghiacciaio" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-41425" /> volerci risucchiare dentro le sue fauci. Non a caso Leopardi, nel suo famoso “Dialogo”, fa incontrare la Natura al suo islandese, raffigurandola come una figura femminile di enormi proporzioni “di volto mezzo tra bello e terribile”, indifferente all’inerme viaggiatore.<br />
   Ai piedi del Vatnajökull la temperatura è polare. Saliamo su una specie di anfibio, ovvero un grosso camion che, a contatto con l’acqua, non usa più le ruote ma pinne retrattili. L’aria è tersa, i colori incredibili. L’acqua vira al turchese, dà un’impressione di assoluta trasparenza. Il camion diventato barca sfiora gli iceberg, alcuni raccolti l’uno accanto all’altro come per proteggersi. Questi massi di ghiaccio, visti da vicino, assumono i colori e le forme più diversi: un bianco folgorante, con profili che ricordano le montagne himalaiane, frastagliati, tozzi, appuntiti e grandiosi. Dall’acqua ogni tanto fanno capolino testoline scure di foche che riposano sulla costa vicina. Benché possa sembrare un prodotto dell’ultima glaciazione, la laguna si è formata soltanto 75 anni fa e cresce a ritmi consistenti a causa del repentino ritirarsi del ghiacciaio. La laguna è piena di turisti, segno che la ripresa economica è in atto, dopo la grande crisi. È come se gli abitanti avessero deciso di uscire dalle difficoltà economiche  con il bene più prezioso di cui dispongono, la natura.</p>
<p>   Non a caso, qualche mese fa la popolazione è insorta contro un magnate immobiliare cinese che aveva offerto l’equivalente di circa 70 milioni di euro per acquistare 300 chilometri quadrati di deserto islandese: il suo obiettivo era la costruzione di un gigantesco resort fatto di ville, alberghi e campo da golf. Il progetto non è andato in porto. Ma l’Islanda sa che deve tenere sempre la guardia alta: la sua è una posizione strategica, soprattutto a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che aprono nuove vie marittime e rendono le risorse minerarie della regione più accessibili. Molti Paesi, in particolare la Cina, vedono nell’Islanda un potenziale hub per il commercio globale delle merci, soprattutto asiatiche. Questo è un altro dei possibili rischi del disastro economico che ha investito l’Islanda: la svendita del patrimonio naturale “per fare cassa”. Ma questo è un Paese abituato alle bufere e ai terremoti e i discendenti degli esploratori vichinghi hanno temprato il loro coraggio e la loro saldezza aggrappandosi a questa terra rude, superando con tenacia colonizzazioni, carestie ed eruzioni. Di recente qualcuno ha definito l’Islanda la “nuova Atene” (paragonandola alla capitale della grande civiltà antica, non certo alla Grecia di oggi), per la straordinaria rivoluzione democratica e pacifica che ha intrapreso, un Paese in cui la nuova carta costituzionale è stata scritta con il coinvolgimento di tutti gli abitanti, usando come mezzo anche i social network: su Facebook, il lavoro della Commissione Costituzionale è stato vagliato, discusso e modificato grazie alla partecipazione attiva dei cittadini che potevano esprimere la loro opinione liberamente. “Ho capito per la prima volta cosa davvero significa la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio, mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”, dice una ragazza, dal nome impronunciabile, incontrata in uno dei tanti locali della capitale Reykjavik.<br />
   Gli investitori internazionali sono tornati ad avere fiducia in questo Paese, a dimostrazione che le linee economiche dettate da Fmi e le analisi delle società di rating non sono dogmi. In fondo quest’isola, squassata da terremoti e scolpita dalle eruzioni è la terra più giovane del mondo e non ha cessato di ingrandirsi in balia della tettonica e dell’espansione dei fondi oceanici. E i suoi abitanti sono consapevoli di appartenere a un mondo imperfetto, tanto che sono loro stessi i primi a dire di essere solo al quinto giorno della creazione, geologica quanto civile, di quest’isola incompiuta.</p>
<p><strong><em>Articolo apparso su <a href="http://www.ilreportage.eu/">&#8220;Il Reportage”, numero 9, gennaio-marzo 2012</a> ora nelle librerie. </em></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/">La rivoluzione “silenziosa” che ha salvato l&#8217;Islanda</a></p>
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		<title>nel buio ogni cosa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41335" title="monastero_di_torba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/monastero_di_torba-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.</p>
<p>Un impatto immediato con quella che sembra essere la storia; un intreccio di vite e di vicende che ruotano attorno ad un ateneo del nord. I protagonisti sono due ragazzi, non più giovani, più verso i quaranta che i trent’anni, che si vedono costretti a combattere con le baronie da cui la nostra università è sopraffatta. Sembra un racconto delle ingiustizie che i due ricercatori subiscono nel loro ateneo, per poi essere scalzati da qualcuno raccomandato, ai quali non viene riconosciuta la evidente competenza nelle loro materie. Una storia del precariato nella generazione di mezzo. Medievista lui alla cattedra di Storia dell’arte, ricercatore alla sola età di 33 anni, associato a 37 anni,  e “precaria contrattista” lei nello stesso campo, vivono una situazione al limite del paradosso, dovendosi fare largo attraverso un mondo accademico viziato dallo strapotere del rettore dell’Università, Gianandrea Zentilomo, e dei suoi adepti. La storia inizialmente sembra raccontare questo. Ma già dalle prime pagine c’è dell’altro; il racconto si distende attraverso eventi che nessuno si aspetterebbe di trovare in un romanzo che appare di denuncia.</p>
<p>I due protagonisti Luca e Manuela (Manu), sposati da qualche anno, combattono per la loro affermazione, non nel mondo scientifico, perché da tutti sono riconosciuti come intelligenti e preparatissimi ma, in quello delle carriere facili senza titoli accademici e competenze. Luca poliglotta e studioso capace, Manuela donna intelligente, studiosa attenta e raffinata, hanno una padronanza delle loro materie profonda; nell’Università che, anziché appoggiarli e sostenerli, li tratta come docenti di serie b, tentano un percorso naturale: lui come professore ordinario, lei come ricercatrice scontrandosi con la protervia dei più forti.</p>
<p>E’ qui che il romanzo prende una strada inaspettata: Giovanni D’Alessandro, con la sua scrittura colta, accompagnata alla passione per la storia, interseca due mondi apparentemente diversi e lontani: l’attuale e il Medioevo: lo fa con un racconto che diventa quasi psicologico, attraverso l’estraneazione dal contesto del XXI secolo. Due storie vissute dagli stessi protagonisti ma che hanno risvolti completamente diversi; è da quando i ragazzi salgono sul Monte Monaco, luogo vicino L’Aquila, dove sorge un monastero solitario, per degli studi commissionati loro dal professore Sinibaldi, titolare della cattedra di storia dell’arte medioevale, ed escluso dai giuochi di potere dell’ateneo, che il romanzo diventa forte, immaginifico, trascinante; non perde un colpo D’Alessandro, mentre accompagna il lettore in un altro tempo, dove altre verità alloggiano.</p>
<p>Un mondo che si avverte in maniera strisciante sin dall’inizio del romanzo; c’é un’inquietudine sotterranea, preludio di quello che sarà il cuore del racconto. Un filo rosso che sottende e trattiene il lettore in una sorta di allerta continua. I sensi rimangono vivi nella lettura, mai c’è un calo d’interesse, anche nelle pagine nelle quali D’Alessandro, con estrema cura e puntualità, si lascia andare a descrizioni tecniche di affreschi e reperti storici, entrando nella specificità delle materie studiate ed insegnate dai due protagonisti e dal loro mentore.</p>
<p>Le scene di vita si intrecciano con un cambio di paesaggio continuo; la storia che D’Alessandro ambienta nel Medioevo, epoca storica cara ai due protagonisti e al professor Sinibaldi, loro alleato, ha il volto della Madonna Triste; ma non venga tratto in inganno il lettore dalla definizione che viene data del soggetto dipinto negli affreschi che Luca e Manu vanno a visionare sul Monte Monaco, perché la Madonna Triste ha il volto di una madre; la storia è pulsante. Le descrizioni sono vertigini di dolore, che attraversano i protagonisti e il lettore, uno strazio che avvolge e accomuna gli uomini di oggi e quelli di dieci secoli prima. I colori vivaci degli affreschi si miscelano con quelli cupi, la solitudine di quei luoghi, lontani secoli dal nostro tempo, si diffonde nelle pagine del libro e come una macchia d’olio si allarga sino a permeare i giorni a noi prossimi.</p>
<p>Ed è facile per il lettore entrare ed uscire da secoli così diversi, come nella strada a curve che i due ragazzi percorrono per arrivare al Monastero. La speranza, la compassione, la <em>pietas</em>, sono i sentimenti che affiorano e si intrecciano nel racconto; quando poi si corre velocemente verso le pagine conclusive del romanzo, per sfuggire alle immagini cupe e dolorose, si ha l’impressione di stare all’interno di un’arena dove lo scontro tra i protagonisti e i baroni dell’Università diventa dialettico; presente e passato combaciano attraverso il riscatto di Luca e Manu; viene spontaneo fare il tifo per loro e per il professor Sinibaldi.</p>
<p>Riaffiorano nello scontro tra cattedratici del XXI secolo, le figure rarefatte che abbiamo trovato nel tempo Medioevale.</p>
<p>Ritorna D’Alessandro con questo romanzo ad incantare il lettore; si ha la sensazione che i protagonisti che si affacciano e compaiono nell’ambientazione del Medioevo, siano stati sempre presenti nelle pagine del libro; anche una volta finito di leggere il romanzo, si avverte una sorta di vivida presenza, come se il lettore stesso fosse entrato in quei luoghi e in quelle situazioni descritte. Il pragmatismo degli avvenimenti universitari si miscela con gli eventi metafisici, che attraverso lo studio degli affreschi dell’oratorio di Monte Monaco, dove si recano i due studiosi Luca e Manu per fare le loro ricerche storiche, si frappongono tra la vita reale e la vita percepita, forse anch’essa vissuta ma in un altro tempo.</p>
<p>Giovanni D’Alessandro sonda il bene e il male, ce li sbatte in faccia con ferocia ma anche con garbo, in questo modo permette a ciascuno di noi di avventurarsi nel proprio abisso al quale mi piace dare il nome di inconscio con un artificio molto astuto: il buio di un pozzo che segna il punto di non ritorno. “<em>La luce si ritirava piano piano dalla parete più alta delle pareti del pozzo. Tra un po’ sarebbe scomparsa del tutto e avrebbe fatto ricadere nel buio ogni cosa</em>”.</p>
<p><em>Soli </em>riporta al secondo romanzo dello scrittore abruzzese, I fuochi dei Kelt, uscito per Mondadori nel 2004, altra ambientazione sempre storica, la guerra tra i Celti e i Romani vista da un auriga al servizio del cugino di Vercingetorige, dalla parte dei celti, che scava nell’umanità dei protagonisti, e nelle loro sensazioni di uomini, se pur guerrieri e in una ferocia per noi inusitata.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/san_paolo_-_soli/" rel="attachment wp-att-41334"><img class="alignnone size-medium wp-image-41334" title="san_paolo_-_soli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/san_paolo_-_soli-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. D&#8217;Alessandro, <em>Soli</em>, San Paolo (2011), pp. 328, 18 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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		<title>il principe è morto cantando</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Caterini</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che la critica fosse a modo suo un’irrimediabile autobiografia. Penso anzi che il critico letterario sia inguaribilmente malato di autobiografia, poiché non essendo in grado di parlare di sé sa che il solo modo per farlo è tentare di leggere, quindi conoscere, e successivamente scrivere di quei libri che il sé glielo svelano di volta in volta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/">il principe è morto cantando</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/giuseppearcimboldo-vertumnus_rudolfii/" rel="attachment wp-att-41328"><img class="alignnone size-medium wp-image-41328" title="Giuseppe+Arcimboldo+-+Vertumnus_+Rudolf+II" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Giuseppe+Arcimboldo+-+Vertumnus_+Rudolf+II-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Caterini</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che la critica fosse a modo suo un’irrimediabile autobiografia. Penso anzi che il critico letterario sia inguaribilmente malato di autobiografia, poiché non essendo in grado di parlare di sé sa che il solo modo per farlo è tentare di leggere, quindi conoscere, e successivamente scrivere di quei libri che il sé glielo svelano di volta in volta. Questo non significa che il critico sia una personalità più complessa dello scrittore primario (quello cosiddetto d’invenzione) – tutt’altro; è perlopiù una persona impacciata, poco abile nell’esprimere ciò che di sé più lo farebbe esporre al mondo – per questo parla di altri e attraverso altri. È costretto a raccogliere l’espressione altrui e farla propria; meglio, si serve di altre espressioni per capire la sua, quindi per capire cosa e chi è. È certamente una questione mimetica, ma sarebbe meglio dire che si tratta d’un vero e proprio nascondimento. Non so, parlo attraverso la mia esperienza, ma non credo sia così distante dalle motivazioni che spingono ogni critico a fare quello che fa – nonostante la mia esperienza abbia così poca storia, a dire la verità.</p>
<p><span id="more-41326"></span><br />
Lo dico solo tra parentesi, con spirito di divagazione e senza difendere la legittimità di una generazione di stare al mondo ed esprimersi; legittimità che del resto non può concedergli nessuno (come sembrano pensare alcuni) fuorché una legge inconoscibile e primordiale che appartiene alla natura delle cose. La mia generazione (quella dei nati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) è sospesa a quel bilico che se da una parte si vede finalmente svincolata da quegli ideologismi che avrebbero potuto schiacciare la sua libertà espressiva, dall’altra fa più fatica a trovare i suoi maestri, i suoi padri, poiché questi, troppo spesso delusi dal fallimento di quelle stesse ideologie, hanno deliberatamente estromesso ogni possibilità di parentela con le generazioni future. Chiudo qui la parentesi. Se parlo di malattia autobiografica, non intendo un disinteressamento dello scrittore subordinato (il critico letterario appunto) alla vita degli altri, anche a quella del personaggio di un romanzo. Dico che proprio l’incapacità a saper esprimere la propria vita attraverso la vita di qualcun altro (un personaggio immaginario che non è meno reale di un individuo in carne e ossa) è l’ossessione principale di ogni critico. Cosa vuole scoprire lo scrittore subordinato quando fa le pulci ai libri e alle vite degli altri se non il modo migliore di mimetizzarsi in esse, farsene carico, accoglierne il destino, ammettere che quelle vite appartengono in fondo alla sua per una legge per così dire ance- strale, come se la natura consegnasse ad alcuni la capacità di inventare vite diverse dalla propria e ad altri quella di farsi carico della vita altrui per capire la propria? L’autobiografia quindi, non come scelta di una forma o di un genere, ma come ineludibile vizio individuale. Il critico fa autobiografia perché non sa inventare altre vite all’infuori della sua.</p>
<p>Questo mi sembra il punto di partenza che più efficacemente pone le basi di ogni successiva discussione intorno alla critica e alla sua necessità; prima ancora insomma, di invocare tutti i modelli e i valori che ha perduto. È successo proprio qualche tempo fa (aprile 2010) sulle pagine del «Corriere della Sera» per iniziativa di Franco Cordelli, che dalla lettura di un libro di Giulio Ferroni (Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero), face- va notare come la sua generazione di intellettuali – nativi dei Quaranta –, formatasi sotto le stelle polari di Adorno e Benjamin, non possa più servirsi di quei modelli per analizzare libri contemporanei e quindi attraverso loro capire il mondo, la realtà, perché questo è il tempo in cui tutto è eccesso e pure i giudizi non appartengono più ai singoli individui ma a tribù (siano esse di scrittori o di semplici individui). essendo nato e cresciuto in un tempo nel quale le ideologie si erano già incenerite sotto la brace della storia, sono portato a credere che questa assenza sia pure un’occasione di vitalità da sfruttare al meglio. Se dunque non esistono più metodi dettati da un pensiero ideologico sulla realtà, perché non sfruttare la propria singolarità – che a suo modo costituisce a sua volta un altro metodo –, che è in ultimo il dettato della verità di noi stessi (e sotto questo aspetto un lavoro critico ha davvero lo stesso valore umano di un lavoro primario e solo così un giudizio può davvero influenzare ed essere determinante per la vita altrui, proprio perché nato da una necessità e un desiderio di relazione e di scontro con l’altro e la realtà – mettendo pure in pericolo ciò che credevamo d’essere, in nome di un bene più grande; dico proprio la fedeltà a noi stessi, a ciò che abbiamo visto e sappiamo essere vero e inderogabile). Il maggior difetto dei libri di critica contemporanea è dovuto al fatto che non si lasciano leggere più con lo stesso interesse di un romanzo o di una raccolta poetica: sono perlopiù noiosi.</p>
<p>Questo è potuto avvenire però, proprio per quell’inconsapevolezza di fondo, per quella rimozione autobiografica, che se da un lato è scaturita proprio da quel troppo seguire ideologie confezionate e pronte a farsi metodo, dall’altro quello stesso metodo ha schiacciato quel desiderio, quel bisogno primordiale e unico di attraversamento dell’opera che è per il critico la naturale, ma pure fortemente immaginata – e quindi assolutamente reale e vissuta – ricerca d’espressione del sé. Ma è vero pure che dai metodi preconfezionati ci si può far schiacciare e imprigionare solo nel momento in cui, per invidia si direbbe, si vuole spaccia- re quella che è un’incapacità creativa (appunto quella di non saper inventare vite fuori dalla propria) per una scelta di genere. È lì che la critica diventa noiosa e inefficace; lì che ha davvero scelto di non farsi più leggere con interesse perché non più rive- latrice di una unicità, ma sterile punto di vista, che per quanto intelligente e approfondito, non muove di un millimetro la sensibilità del lettore.</p>
<p>Mario Praz scrisse in una lettera a T.S. Eliot, che gli chiedeva consigli per un libro di saggi che stava preparando, che alla fine di tutto non erano tanto gli studi sugli scrittori seicenteschi inglesi a interessargli, quanto piuttosto la “storia della sua mente” – proprio quella di Eliot – che attraverso quel libro ne sarebbe uscita fuori. Enzo Siciliano, nei suoi diari (Diario italiano 1997- 2006) commentava quella lettera scrivendo che «La mente è cosa più ricca, ferita, ricettiva, creativa, che non l’hortus conclusus, simbolo di puro gioco in difesa [...]». Certo, se Praz scrive quella frase lo fa pensando solo alla mente di eliot e a quella di nes- sun altro. ma sarebbe possibile prenderla in prestito come modello della nostra indagine? Perché in quella affermazione di Praz, appunto la critica come «storia della mente» dell’autore che è chiamato a giudicare e a discernere, è già contenuta una dichiarazione che non riguarda solo gli intenti di uno specifico lavoro critico, quanto piuttosto la consapevolezza che non può esistere critica letteraria che non sia la storia – e quindi la vita in tutta la sua complessità immaginifica ed espressiva – del critico stesso.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/cover_caterini/" rel="attachment wp-att-41331"><img class="alignnone size-medium wp-image-41331" title="cover_caterini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/cover_caterini-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a><br />
<strong><br />
A. Caterini, <em>Il principe è morto cantando. Una autobiografia letteraria attraverso l&#8217;analisi critica del personaggio</em>, Gaffi (2011), pp. 141, 11 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/">il principe è morto cantando</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Chi salverà i pastori?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista. Miraggi continui e cadenzati. Il Gorzano è un monte arcaico, poco frequentato, che ha un tanfo di muschio simile a quello dello scatolone del presepe in cantina. Si supera un gradone e si comprende che la vetta è ancora lontana, è una montagna che ti prende per scoramento. Tra un gradone e l&#8217;altro incontriamo Romeo, un giovane pastore macedone. Ci segue da un po’, cerchiamo di evitarlo ma conosce palmo a palmo le traiettorie di chi cammina su questo suo giardino stagionale.</p>
<p>Romeo ha voglia di parlare perché da maggio a settembre non vede anima viva, fatta eccezione per gli altri pastori del rifugio e del capò, il vecchio che dorme in quota con loro per seguire le operazioni e controllare l&#8217;operato. Romeo racconta che per tre mesi porta a spasso le pecore e ha una radiolina che porta con sé per compagnia. È felice dell&#8217;incontro e vuole assolutamente che restiamo a dormire. &#8220;Ammazziamo una pecora, ce la mangiamo sul fuoco&#8221;. Io sono restio, Romeo è insistente, ci ha seguiti per un&#8217;ora e l&#8217;insistenza mi infastidisce. Ho in mente certe storie sui pastori e cerco una via di fuga ma il mio compagno d&#8217;escursione vede nell&#8217;invito una rara possibilità di applicare gli studi di antropologia. Accettiamo, mio malgrado. Romeo felice trotterella fino allo stazzo: &#8220;Devo chiedere il permesso al vecchio&#8221;. Aspettiamo osservando il ragazzo che scende fino al rifugio. Torna dopo poco, con la faccia grave. &#8220;Dovete andarvene&#8221;, ci dice. Siamo perplessi, la faccia non ha più l&#8217;entusiasmo dell&#8217;incontro, l&#8217;espressione è seria e risoluta. Prendiamo la strada verso la vetta. Vediamo che dal rifugio in basso qualcuno ci fissa. È il vecchio: controlla che ci allontaniamo.</p>
<p>Torniamo al rifugio in autunno, quando i macedoni sono ripartiti e il vecchio è tornato a casa, in qualche paese della provincia teramana.</p>
<p>Il rifugio è chiuso malamente con una catena. Entriamo. La stanza è di circa 4 metri per 3. In poco più di 12 mq ci sono tre materassi, coperte di lana ed un pitale, un secchio di latta da 10 litri, sporco di escrementi.</p>
<p>È autunno, facciamo un giro verso Valle Piola, sopra Torricella Sicura. Il borgo, fino a poco tempo fa era in vendita. Ci sono: una chiesa, un casale a due piani ristrutturato e riabbandonato, una specie di scuola più o meno degli anni 60 ed alcune piccole case da contadino, quelle con la stalla al piano terra e le stanze sopra. Qui i pastori stanno fino all&#8217;inverno perché non siamo in quota. Venendo abbiamo visto due ragazzi dell&#8217;est con le pecore ed un pick-up salire da basso. Il pick-up di solito è il mezzo dei titolari delle pecore o comunque di coloro che salgono a prendere il latte e controllare l&#8217;operato dei macedoni. Facciamo un giro nell&#8217;edificio di quella che sembra una scuola, la porta è aperta, la struttura sembra reggere. Non ci sono luce e acqua corrente. In una stanza c&#8217;è un grosso camino, c&#8217;è legna bruciata, asciutta perché il fuoco è recente. C&#8217;è una porta chiusa, entriamo. Due bottiglie di pomodoro, un fiasco di vino a metà, dieci litri d&#8217;acqua nei fiaschi, un pitale sporco al centro della stanza, due brandine con materassi sottili di lana a righe &#8211; quelli che si usavano una volta dalle nostre parti. Fa molto freddo, le tavelle del soffitto hanno il cemento sbrecciato, alcune sono fracassate. Il freddo è pungente, le finestre non chiudono bene. Una stanza ha la porta chiusa a chiave, sentiamo un rumore dentro e ce ne andiamo. Dallo spiazzo dove abbiamo lasciato la macchina si vede una delle finestre della stanza chiusa, è buio e non si vede niente, ma forse da dentro vedono.</p>
<p>Ripartiamo ed incrociamo il pick-up a mezza via. I due proprietari stanno parlando con i due pastori, ci guardano con la faccia seria, come se volessero appuntarci sulla testa un&#8217;espressione minacciosa. &#8220;Da queste parti non siete desiderati&#8221;, questo dicono quelle facce.</p>
<p>Nella Val Chiarino ci sono due rifugi, uno per gli appassionati di montagna, l&#8217;altro per i pastori che ci fanno il cacio. Sono dell&#8217;est pure loro. Due miei amici hanno pernottato al rifugio di sopra. I due pastori li hanno seguiti per un po&#8217;. Si sono fermati a chiacchierare, tante domande, voglia di comunicare. Uno dei pastori è ubriaco, è il suo compleanno. Invita i due amici ad entrare per un bicchiere nel loro rifugio. Una stanza, due brandine con materasso, coperte. Da un lato c&#8217;è l&#8217;attrezzatura per fare il cacio, il resto del latte lo vengono a caricare per portarlo a valle. Dal lato opposto del rifugio, c&#8217;è un pitale di latta, l&#8217;odore si mischia a quello forte del formaggio di pecora. Il tizio ubriaco è insistente, i miei amici sono una coppia, forse in virtù del compleanno si è messo strane idee in testa. Tornano al loro rifugio e si chiudono dentro che non si sa mai&#8230;</p>
<p>O una volta in Valle Vaccara, raccoglievamo “mazze da tamburo”. Veniva sempre un pastore, ci aiutava a raccogliere, anni fa. In cambio chiedeva monete per telefonare, ne aveva un sacco pieno, ci parlava di un vecchio che dormiva con lui, un capo. Il vecchio non voleva che il pastore telefonasse in Romania e non dava soldi al ragazzo fino a che la stagione non era finita. In buona sostanza gli avevano pagato il viaggio dalla Romania all&#8217;Italia, quando era arrivato aveva lasciato i documenti a casa del vecchio ed era salito alla prima quota del pascolo. Una volta a settimana il vecchio veniva col pick-up e lo portava a valle con l&#8217;altro pastore per fargli comprare il pane e qualcos&#8217;altro, allora il ragazzo cercava di chiamare in Romania perché la giovane compagna era incinta. &#8220;Perché il vecchio non vuole che telefoni?&#8221;, cambiava faccia.</p>
<p>A ritroso. È aprile 2009, a L&#8217;Aquila c&#8217;è stato il terremoto. L&#8217;Esercito e la Protezione Civile hanno montato le tende, la confusione sta scemando e hanno cominciato a censire la popolazione. È sera, è passata più o meno una settimana dal sisma. L&#8217;autostazione di Teramo è piena di ragazzi dell&#8217;est, vestiti male e con le facce distrutte, le scarpe logore.</p>
<p>È strano che ci sia tanta gente dell&#8217;est, sopratutto è strano in questo momento di confusione, i teramani riempiono le piazze con le macchine piene di piumoni, i posti pubblici sono affollati di famiglie terrorizzate dal sisma. In mezzo ad un tale caos, un assembramento come quello dell&#8217;autostazione passerebbe inosservato, se non fosse per i vestiti logori. Mi siedo accanto ad uno molto giovane. Racconta che stava in montagna, sopra L&#8217;Aquila, dopo il terremoto lui ed altri non sapevano che fare, se scendere a valle dai proprietari del gregge. Alcuni allora sono scesi nei campi e rimasti fino a che non è iniziato il censimento. Poi sono scappati e hanno avvertito gli altri. I documenti qualcuno ce li aveva pure ma li aveva lasciati al proprietario del gregge. Nell&#8217;autostazione ci sono almeno 100 persone, ci sono ancora le vecchie panche di legno al piazzale. Chiedo quante persone ci saranno sparse per le montagne&#8230;sgrana gli occhi, alza la fronte come se fosse una domanda sciocca: &#8220;Pieno, pieno&#8221;.<br />
Qualche tempo fa in provincia di Teramo è morto un giovane pastore, quasi un ragazzino. L’hanno trovato sulla brandina, morto di freddo. Il vecchio proprietario delle pecore, il datore di lavoro, è una brava persona, un lavoratore, quella vita da bestie l’ha fatta pure lui da giovane. Adesso quella vita la fa fare ad altri. Queste cose non si sanno oppure si ignorano, perché quelli lassù non sono uomini, sono pastori.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-41324" title="Campo Imperatore, Abruzzo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-1024x489.jpg" alt="" width="700" height="334" /></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Campo Imperatore, Abruzzo</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
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		<title>Nuove prose a Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 13:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[libreria Tadino]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center">a Milano, lunedì <strong>16 gennaio</strong> 2012 &#8211; ore <strong>21:00</strong></p>
<p align="center"><strong>Libreria Popolare</strong> (via Tadino 18)</p>
<p align="center">READING NON ASSERTIVO</p>
<p align="center">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p align="center">nuova prosa</p>
<p align="center"> Lettura di testi inediti di</p>
<p align="center"> Daniele <strong>Bellomi</strong> Alessandro <strong>Broggi</strong> Marco <strong>Giovenale</strong> Manuel <strong>Micaletto</strong> Michele <strong>Zaffarano</strong></p>
<p align="center"> il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati,</p>
<p align="center">in vendita a prezzo popolare per la</p>
<p align="center"><strong>LIBRERIA POPOLARE<br />
di </strong>via Tadino 18<br />
20124 Milano</p>
<p align="center">tel.             02-29513268</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">a Milano, lunedì <strong>16 gennaio</strong> 2012 &#8211; ore <strong>21:00</strong></p>
<p align="center"><strong>Libreria Popolare</strong> (via Tadino 18)</p>
<p align="center">READING NON ASSERTIVO</p>
<p align="center">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p align="center">nuova prosa</p>
<p align="center"> Lettura di testi inediti di</p>
<p align="center"> Daniele <strong>Bellomi</strong> Alessandro <strong>Broggi</strong> Marco <strong>Giovenale</strong> Manuel <strong>Micaletto</strong> Michele <strong>Zaffarano<span id="more-41319"></span></strong></p>
<p align="center"> il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati,</p>
<p align="center">in vendita a prezzo popolare per la</p>
<p align="center"><strong>LIBRERIA POPOLARE<br />
di </strong>via Tadino 18<br />
20124 Milano</p>
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		<title>Pistoia ripudia il fascismo. Giornata di mobilitazione</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Oggi, 7 gennaio 2012, dalle 17 in poi</strong>&#8230;</p>
Il 13 Dicembre Gianluca Casseri, un militante di Casa Pound, a Firenze ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre, ree soltanto di avere la pelle di un colore diverso dal suo e di essere venute in Italia alla ricerca di miglior sorte.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/pistoia-ripudia-il-fascismo-giornata-di-mobilitazione/">Pistoia ripudia il fascismo. Giornata di mobilitazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Oggi, 7 gennaio 2012, dalle 17 in poi</strong></p>
<div id="id_4f07a00ba7c7e1401945900">Il 13 Dicembre Gianluca Casseri, un militante di Casa Pound, a Firenze ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre, ree soltanto di avere la pelle di un colore diverso dal suo e di essere venute in Italia alla ricerca di miglior sorte. A seguito di quel tragico evento abbiamo avviato una serie di mobilitazioni che hanno come obbiettivo la chiusura del covo fascista di Via S. Marco.</div>
<div></div>
<div>Non lasceremo che la memoria si affievolisca, e non lasceremo il quartiere finché quel ricettacolo di vecchie ed aberranti idee verniciate di nuovo non vedrà abbassato per sempre il suo bandone.</div>
<div></div>
<div>ORE 17,10: AnThéfascista!</div>
<div>Degustazione di tè davanti al covo di Via S. Marco (se vuoi porta la tua tazza ed il tuo tè preferito)</div>
<div>ORE 18,00: Bastasvastica</div>
<div>Spettacolo teatrale per il quartiere ad opera di Ultimo Teatro.</div>
<div>ORE 20 (Circa): Cena e DjSet</div>
<div>Presso la Libera officina Primo Maggio, in Via Argonauti 10</div>
<div><strong>Ritrovo ORE 17 </strong></div>
<div><strong>presso la Libera Officina Primo Maggio</strong></div>
<div></div>
<div>L&#8217;evento su facebook, <a href="http://www.facebook.com/#!/events/205326222892808/">qui</a></div>
<div></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/pistoia-ripudia-il-fascismo-giornata-di-mobilitazione/">Pistoia ripudia il fascismo. Giornata di mobilitazione</a></p>
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		<title>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito. Se così non fosse ci voteremmo alla decadenza, alla morte per inanità. Le città vivono nel loro continuo mutare e nella capacità di assorbire il passato, rivitalizzandolo. Così, nella dialettica fra Storia e Contemporaneità, si definisce l’identità di un luogo e il suo destino.<br />
Quindi, signor Sindaco, non sono mai stato e non sarò mai, un propugnatore della museificazione delle città. Il “nuovo” &#8211; antica tradizione della nostra città &#8211; mi affascina ed entusiasma. Dunque questa mia lettera sconsolata, scritta di getto nel cuore della notte, come se fosse una angosciosa impellenza alla quale non posso sottrarmi, non è la lettera di un passatista nostalgico.<br />
Sento l’esigenza di parlarne a qualcuno. A lei, Signor Sindaco.<span id="more-41226"></span><br />
Esattamente di fronte ad uno dei nostri monumenti più insigni, il Cimitero Monumentale, presente in molte guide straniere come sito irrinunciabile per ogni visita alla nostra città, ai margini di uno dei quartieri dove il palinsesto urbano ha lasciato più e più segni negli ultimi due secoli, un quartiere di una complessità e qualità innegabili, un progetto di riedificazione dell’area, dopo un lungo iter burocratico iniziato sotto l’amministrazione che l’ha preceduto, in questi giorni ha avuto da parte di questa giunta comunale, &#8211; quella che io ho votato e per la quale mi sono speso durante le elezioni dello scorso anno &#8211; il placet alla sua realizzazione. L’ho scoperto ieri, per caso, leggendo <a href="http://areaxenel.com">l’appello accorato</a> di un gruppo di residenti della zona.<br />
Quel progetto è semplicemente scandaloso.<br />
Il lotto attualmente occupato dall’edificio storico dell’Enel, che ha una qualità e una evidenza storico-architettonica lampante, verrà raso al suolo per essere sostituito da un volume edilizio che ne rioccupa lo stesso sedime, ma che, con la sua esasperante e sorda volumetria, parodizza la memoria storica, annichilendola. Quello che deprime di questo progetto è la totale mancanza di coraggio. Non è semplicemente un brutto edificio, è la sublimazione della mediocrità. L’esaltazione della rendita fondiaria fatta mattoni, intonaci, balconi, serramenti. Tutta una edilizia che ha impestato in questi ultimi decenni dapprima la profonda provincia, la Brianza velenosa, la Pastrufazio gaddiana, e che poi è tracimata con tutta la sua volgarità, fatta di particolari costruttivi obsoleti e soluzioni insediative deliranti, dapprima nelle nostre periferie (a confronto inizio ad avere nostalgia per l’architettura sociale tanto vituperata degli anni ’60) e infine, piano piano, fino nel cuore storico della città.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41227" title="appartamenti" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/appartamenti.jpg" alt="" width="640" height="434" /></p>
<p>Avere a disposizione un volume sul fronte urbano come quello occupato ora dallo storico edificio dell’Enel e non concepirlo come l’occasione per una progettazione ardita, che sappia conservare il patrimonio della memoria e al contempo riconvertirlo alle esigenze della modernità è la dimostrazione di una totale mancanza di coraggio da parte dei proprietari dell’area. Ma molto peggio è aver accettato supini, da parte della amministrazione comunale, tale operazione, per poter, probabilmente, battere cassa.<br />
Signor Sindaco, lo sappiamo da soli, le casse del Comune sono vuote. Per come la vedo decidere di aumentare il costo del biglietto dei mezzi pubblici è fare politica. È una decisione dolorosa, che coinvolge tutti, ma che ha delle ripercussioni minime e che &#8211; laddove si risolva diversamente &#8211; può essere capovolta. Qualunque sia la giunta che la succederà ha, dalla sua, la reversibilità della opzione in campo. Invece lasciar intaccare in modo così radicale il centro abitato, lasciare che il mercato autoreferenziale ponga le mani sul tessuto urbano con ludibrio, violentando la città a questo modo, non è politica, è connivenza. Ciò che si sta perpetrando ai danni del nostro territorio è irreversibile, prendiamone atto. Appena verrà innalzata la staccionata del cantiere la ferità non sarà più rimarginabile.<br />
Io, non da suo elettore ma da cittadino, non voglio, non posso essere connivente di questo scempio.<br />
Esattamente affianco a tale operazione fondiaria accade ancora di peggio. Demolito il recinto murario e tutti i corpi di fabbrica compresi che definiscono il lotto fra via Niccolini e via Bramante, il piano immobiliare prevede l’edificazione di un albergo di nove piani fuori terra, arretrato rispetto il fronte stradale, lasciando una zona di rispetto (la giusta distanza di legge nei confronti del Cimitero, suppongo) che dovrebbe essere trasformata in una piazza.<br />
Ebbene: non ci vuole un urbanista raffinato, né uno storico delle città, per capire che questo segno nel tessuto è di una violenza senza pari. I due elementi, l’albergo e la piazza, sono &#8211; dai rendering che ho avuto modo di consultare &#8211; di una piattezza creativa senza pari. Se proprio devo incidere il corpo urbano che almeno il risarcimento sia proficuo! Vedere innalzarsi di fronte al Cimitero Monumentale un volume che ha la stessa grazia di un oscuro ministero della Corea del Nord, la stessa polverosa prevedibilità, la stessa noiosa monumentalità d’accatto è disarmante. Neppure in una esercitazione del primo anno alla facoltà di architettura del nostro Politecnico si potrebbe presentare un progetto di tale fattura, senza rischiare lo sbeffeggio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41228" title="albergo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/albergo.png" alt="" width="640" height="433" /></p>
<p>Più ancora del parcheggio di 240 posti, sotto la piazza, con un illogico ingresso dall’imbuto di via Fioravanti, più che le evidenti ragioni di interesse privato che neppure voglio discutere (c’è davvero bisogno di un altro albergo in una zona già abbondantemente servita?), ciò che davvero lascia attoniti, è la totale mancanza di visione progettuale. Ciò che disarma, per capirci, è la mediocrità fatta sistema. La mediocrità del progetto e la mediocrità di un’impresa edilizia e finanziaria (neppure so chi sia, neppure conosco gli addentellati politici che la sorreggono) che ancora oggi, all’alba del 2012, agisce sul territorio con una totale incapacità di lungimiranza: possibile che non c’era modo di affidare un segno di tali dimensioni nelle mani di un progettista con uno spessore intellettuale e progettuale più solido? Possibile non comprendere che sulla qualità dell’edificato si gioca anche la fortuna economica e finanziaria di una operazione di queste dimensioni?<br />
Ma su tutto: cosa ci guadagna la città?<br />
Volete farmi credere, signor Sindaco, signori della giunta comunale, che quello spiazzo insulso, deprimente, quel vuoto che non riuscirà mai a diventare piazza vivibile, luogo condiviso dalla cittadinanza, sia un risarcimento degno per noi cittadini? Gia mi figuro lo spaccio di sostanze stupefacenti in quel nulla urbano, già mi vedo le lastre della pavimentazione divelte, le panchine scardinate, gli alberi scorticati. Quella che vedo sulla carta, signor Sindaco, non sarà mai una piazza, ma solo un luogo di desolazione, di abbrutimento. Ne vale la pena?<br />
Certo, potrebbe dirmi, non c’è solo questo. C’è il recupero dei capannoni di via Bramante che verranno trasformate nella sede espositiva dell’ADI. Ma mi chiedo: può una carezza risarcire uno stupro?<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-41229" title="perrotta 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-1.png" alt="" width="300" height="270" /> Il progettista di tutto ciò ha un nome e un cognome, non nascondiamoci dietro il non detto, non ho interesse ad essere bene educato: Giancarlo Perotta. La sua biografia parla per lui. Non voglio neppure entrare nelle vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto negli anni di Tangentopoli, non faccio gossip. Mi voglio soffermare sulla sua carriera di professionista. Perotta è l’autore della peggiore architettura milanese degli ultimi 30 anni. I due grattacieli di fronte alla stazione Garibaldi, per dire, erano concettualmente già vecchi mentre venivano edificati negli anni rampanti della Milano da bere. Talmente inadeguati che non hanno retto il volgere di neppure due decenni, subendo, in questi ultimi anni, un (fortunatamente) inevitabile restyling radicale. E, a cascata: la Stazione Bovisa, l’Ospedale San Paolo, la villa urbana in via Legnone, il complesso residenziale in via Sesia, etc. etc… una pletora infinita di segni raffazzonati, una male orecchiata idea di tipologia, di modernità, di progettazione urbana, una concezione stereometrica dell’edificato ai limiti dell’autistico. Un’idea di architettura che è una continua emulazione fallita di modelli incompresi e irraggiungibili. “Trash” per definizione filosofica. Perotta è il campione indiscusso della mediocrità progettuale meneghina. È questa la cosa che lascia senza fiato: Milano, che si picca di essere una metropoli internazionale, dove vivono e operano più architetti che a Parigi, che ha indicato la rotta all’intera Nazione, nello scorso secolo, grazie all’opera di progettisti di levatura internazionale, oggi accetta supina che la sua identità, che il suo volto, che la sua forma, sia definita da imprenditori fondiari pavidi e progettisti mediocri. Più che di una metropoli, sembriamo abitanti di una soffocante e retriva provincia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41230" title="perrotta 3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-3.jpg" alt="" width="640" height="480" /></p>
<p>Sia ben chiaro, signor Sindaco, ho la fortuna di poter scrivere queste cose scevro da dietrologie insulse. Non sono un abitante del quartiere, non sono un indignato nimby, non ho mire economiche su quell’area, non ho la più lontana possibilità che io possa intervenire come progettista. Scrivo queste righe notturne, ora, non da architetto, né da intellettuale o scrittore. Le scrivo da cittadino.<br />
Abbiamo chiesto durante le elezioni amministrative, a gran voce, un segno concreto di discontinuità dal passato. Se lei ora è il nostro sindaco lo è perché abbiamo creduto fosse capace di interpretare questa idea profondamente etica di comunità.<br />
La logica degli oneri di urbanizzazione a scomputo che ha retto il mercato immobiliare di questi ultimi decenni, è stata una iattura per l’intera Nazione. È ora di cambiare filosofia, di cambiare politica. Anzi, di fare politica per davvero. Mettere l’interesse pubblico di fronte a quello privato, innanzitutto. Stimolare le iniziative di riordino fondiario senza subirle passivamente, prevedere, anche su aree private, l’obbligo di un concorso ad inviti per lotti di tali dimensioni, rendere partecipi gli abitanti della zona.<br />
Io scrivo libri, signor Sindaco. Anche se fossi il peggior narratore d’Italia, e anche se trovassi un grande editore che non ostante ciò, per pura inerzia, continuasse imperterrito a pubblicarmi, i miei concittadini avrebbero in ogni caso la libertà di non leggermi. Ma noi tutti, l’intera comunità meneghina, non ha alcuna voce in capitolo se qualcuno deturpa la forma della città dove si è deciso di vivere, lavorare, sognare.<br />
Fare politica urbana significa ragionare a lunga gittata, essere consapevoli di ciò che si eredita e di ciò che si vuole lasciare in eredità. Vogliamo farci ricordare dai nostri figli come i costruttori di questa città senza nerbo, signor Sindaco?<br />
Lo chiedo a lei e non solo.<br />
Lo chiedo al mio assessore alla cultura, sempre così esuberante in questi pochi mesi di giunta: non reputa, architetto Boeri, che questa sia una battaglia da combattere per davvero nel nome della cultura cittadina, piuttosto che perdersi nel decidere dove esporre il Quarto Stato?<br />
Lo chiedo ai docenti del Politecnico: è questa l’idea di architettura che vogliamo insegnare ai nostri studenti? Non dovreste, a questo punto, annullare i vostri corsi, dichiarare il default cognitivo?<br />
Lo chiedo ai designer, ai creativi, ai soci dell’ADI: nel nome di una nuova sede espositiva siete pronti ad accettare un tale scempio urbano? Cosa farete quando andrete a godere dei vostri autoreferenziali oggetti da museo? Chiuderete gli occhi, colpevoli, quando passerete in quel vuoto urbano che fronteggia l’albergo?<br />
Lo chiedo alle imprese che vogliono costruire nel nostro territorio: non avete ancora capito che è solo con la qualità progettuale che diverrete davvero competitivi? Siete consapevoli che le logiche che hanno retto le vostre fortune sono ormai alle spalle? Che siete destinati a soccombere se non renderete etico il vostro agire?<br />
Lo chiedo al FAI, a Italia Nostra, alle associazioni locali, alla cittadinanza. Pasolini si domandava: non sarebbe davvero rivoluzionario un popolo che si ribella nel nome della bellezza?<br />
Lo chiedo alla politica, tutta, di destra e di sinistra: cosa muove, per davvero, le vostre scelte? Siete consapevoli del bene e del male che avete fatto e continuate a fare al corpo sfinito di una metropoli che da troppo tempo sogna di rialzarsi ma che subisce di continuo la zavorra del vostro scarso coraggio?<br />
Cui prodest?</p>
<p>Edit: Questa è l&#8217;area interessata dall&#8217;intervento, tra le vie procaccini, Niccolini e Bramante a Milano:<br />
<iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>[<em>questo appello è pubblicato anche su</em> <a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia">Doppiozero</a> <em>nella versione dimezzata che è apparsa sulle pagine milanesi del </em>Corriere della sera <em>il 3 gennaio</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 05:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di DOMENICO CIPRIANO</p>
<p>NOVEMBRE</p>
<p><em>In luogo di discorsi, questa</em><br />
<em> è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono</em><br />
<em> ma ormai diverse dalle prime</em><br />
Natan Zach</p>
<p>1.</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/">IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di DOMENICO CIPRIANO</p>
<p>NOVEMBRE</p>
<p><em>In luogo di discorsi, questa</em><br />
<em> è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono</em><br />
<em> ma ormai diverse dalle prime</em><br />
Natan Zach</p>
<p>1.</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde<br />
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato<br />
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole<br />
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco<br />
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema<br />
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.<span id="more-40995"></span></p>
<p>4.</p>
<p>le notizie frammentate, le persone conosciute<br />
le visite inaspettate nella stessa notte, i ponti<br />
caduti, le nuove scosse, i falò accesi. il pianto<br />
le grida erano di un altrove sconosciuto<br />
e io ero la coperta di lana, i racconti<br />
cambiati e ripetuti. altrove erano i corpi<br />
senza vita.</p>
<p>6.</p>
<p>non fu la pace della neve la tregua, ma il suo freddo.<br />
fu così anche nell’81 (ottantuno), la neve ci zittiva<br />
dopo che si era risvegliata la paura, e della neve<br />
accettavamo il freddo, nelle auto parcheggiate<br />
sopra i campi, ci stringevamo per proteggerci<br />
il sonno vinceva le parole e la terra trema ancora<br />
fragile, senza cure.</p>
<p>8.</p>
<p>solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti<br />
il gioco nel vivere insieme in un non-luogo.<br />
i grandi si adattano ma non comprendono<br />
la semplicità da cui riaffiora la vita. ci si abitua<br />
ad altro dall’alto dei cumuli di stracci e ritorna<br />
il bisogno di farsi spazio e sgomitare per i soldi<br />
e il potere nella farsa di non dimenticare.</p>
<p>9.</p>
<p>la vita tra le intercapedini dei muri diventa<br />
meno artificiale. bastano parole poche e gesti<br />
per riempire le giornate. le notizie tra le attese<br />
alimentano la parte inafferrabile di ogni labile<br />
esistenza. poi tutto si ricompone stringendosi<br />
ai residui della vita: il confine è già segnato<br />
e nulla ti riporta indietro.</p>
<p>14.</p>
<p>«di chi è la colpa per queste viscere<br />
contorte di cemento e ferro, se<br />
le voragini nelle pietre hanno tranciato<br />
i corpi – chiedi a me che ho occhi<br />
di bambino e ascolto – non credo<br />
che la terra sola abbia inghiottito tutto<br />
se il sangue a fiotti bagna sopra questi lutti».</p>
<p>16.</p>
<p>le pietre saranno risalite per ripetere<br />
monumenti e campanili. si baratta<br />
il dolore per le cose perdute, si riparte<br />
per chi non ha avvistato il miraggio<br />
americano, i parenti lontani. i progetti<br />
sono nelle fabbriche che salderanno<br />
la terra. ma le crepe non sono nella terra.</p>
<p>Guida all’ascolto: “Blood”<br />
(Annette Peacock)<br />
from the album M. Crispell,<br />
G. Peacock, P. Motian, Nothing ever<br />
was, anyway (ECM, 1626/27)</p>
<p>(Transeuropa edizioni, 2010)</p>
<p>Il terremoto e la poesia irpina<br />
(di Antonio La Penna)</p>
<p>1. Il terremoto del 23 novembre 1980, che sconvolse e in buona parte distrusse Campania e Basilicata, ha lasciato molte tracce nella letteratura irpina degli ultimi decenni: fu un’esperienza traumatica incancellabile nella memoria; in certi casi sembra una ferita aperta. Ricordo ancora una bella raccolta di poesie in dialetto di Raffaele Salvatore, di Carife, che uscì, con una mia introduzione, pochi mesi dopo il cataclisma. Tracce profonde e dolorose si trovano nelle poesie di Franco Arminio, di Bisaccia, e, più che nelle poesie, nelle prose (talvolta prose liriche), specialmente nel racconto di viaggio intitolato Viaggio nel cratere, dove i paesi distrutti dell’Alta Irpinia sono evocati, uno per uno, in quadri minuti e sconvolgenti.<br />
Quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario di quella calamità. Domenico Cipriano è uno scrittore giovane, ma non agli esordi: in altre raccolte di poesie, a cominciare da Il continente perso (Roma, Fermenti Editrice, 2000) ha dimostrato la ricchezza della sua vena e la sua originalità; ora in questo Novembre si conferma come uno dei migliori e più robusti poeti dell’Irpinia. La rievocazione si rifà ad un’esperienza diretta e viva. Veramente Guardia dei Lombardi (cioè dei Longobardi) non subì i danni peggiori: appollaiata su una cima appenninica a circa mille metri, è attaccata saldamente alla roccia, cosicché le scosse non furono micidiali; ma da centri vicini, quasi completamente distrutti, come Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, arrivavano notizie fitte del disastro e di singole tragedie di famiglie e di persone. Oggi quelle notizie tornano ad affollarsi nella memoria del poeta, che nell’anno della calamità aveva solo dieci anni e costituiscono la prima fonte di un poemetto lirico, in cui si scorge una trama epica: già l’architettura dell’opera è di un’affascinante originalità.</p>
<p>2. Dopo una breve introduzione la prima strofa, in versi epici di ampio respiro, rievoca lo scoppio del cataclisma:</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde<br />
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato<br />
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole<br />
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco<br />
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema<br />
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.</p>
<p>Il termine rievocazione è inadeguato: il contatto con le forze spaventose della terra sembra ancora immediato e schiacciante. Colpisce l’incalzarsi asindetico dei verbi: un cumulo espressionistico per un grande quadro apocalittico. Colpiscono anche le metafore. Di solito vediamo il sisma come scatenarsi di una violenza meccanica; qui la violenza sembra animale: la terra “geme &#8230; lotta, sussulta, avviluppa &#8230;”.<br />
La violenza espressionistica continua anche nella seconda strofa:</p>
<p>non era tuono di bombe che arroventò<br />
le grida gli occhi di polvere spalancati &#8230;</p>
<p>È implicito il confronto con i bombardamenti apocalittici della seconda guerra mondiale. Quadri espressionistici abbozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza della materia bruta: per es. “queste viscere / contorte di cemento e ferro” (strofa 14). La difesa contro la violenza della natura dà luogo a scene di umanità, di pietà inattesa; arrivano gli sciacalli nelle case distrutte, ma troviamo anche un carcerato che strappa una benda dal suo pigiama e tampona la ferita di uno sconosciuto a lui vicino (strofa 11; dal Cipriano so che la scena si colloca a Sant’Angelo dei Lombardi).<br />
In altra occasione ho parlato di una recente rinascita del barocco nella letteratura campana, aggiungerei ora questo espressionismo di Domenico Cipriano.</p>
<p>3. Dopo la scossa distruttiva le persone scampate cercano i vicini, si abbracciano, c’è una spinta ad unirsi contro il nemico oscuro: “ci stringevamo per proteggerci” (strofa 6). Intanto dai borghi vicini arrivano notizie di distruzione e di morte. I primi rifugi sono le automobili; accampamenti si formano lontano dalle case. Suggestivo è il quadro del silenzio che torna, per la stanchezza, sotto la neve e il gelo, nelle automobili parcheggiate nei campi (strofa 6). Si comincia a tornare, con paura, nei pianterreni delle case; si distribuiscono i pacchi arrivati grazie ai soccorsi, ma è sempre vivo il grido della notte orrenda (strofa 13). Nei quadri, che si susseguono, è evocato con grande efficacia il mescolarsi della fatica del ritorno alla vita col persistere di un orrore che non si cancella. La vicenda di distruzione e di morte e poi di ripresa lunga e faticosa è illuminata in qualche punto dalla luna, che in questi quadri appare benigna e consolatoria, non indifferente e spietata (strofa 2):</p>
<p>&#8230; uscivamo come formiche disorientate:<br />
guardavo i volti tumefatti delle cose<br />
la luna ne illuminava i cumuli grigi.</p>
<p>Riappare nella strofa 18: “quando la luna velava la consolazione”; c’è anche una “luna artificiale”, alla cui luce “si concima la pietra” per la ricostruzione (strofa 21); ma la luce più consolatoria in questi quadri dominati dalla morte o dalla memoria traumatica della morte è portata dal gioco dei bambini (strofa 8):</p>
<p>solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti<br />
il gioco a vivere insieme in un non-luogo.</p>
<p>Un idillio che sembra assurdo nel paesaggio di morte. Per Cipriano, ragazzo di dieci anni, il terremoto è stato una terribile scuola, che l’ha fatto crescere rapidamente in forza e pazienza; comincia a pensare di sfidare la natura e a vagheggiare progetti di ricostruzione (strofa 7).</p>
<p>4. L’evento apocalittico e la ricostruzione non restano al di fuori della storia dell’Irpinia; per quanto evento eccezionale, il terremoto si colloca come evento terribile in una serie di calamità e di sofferenze della nostra gente, che subisce il suo destino, non lo decide (strofa 15):</p>
<p>spettatori: prima la guerra poi la terra<br />
che trema ancora il lutto per i morti di sempre<br />
i figli lontani la casa perduta. il benessere portato<br />
da lontano va conservato intatto e si continua<br />
a vivere di orgoglio e stenti. sopra i morti<br />
crescono case bianche e vuote, tutte uguali.<br />
leggi sui giornali i conti di geometri e ingegneri.</p>
<p>La ricostruzione è stata, comunque, benefica, ma gli scrittori irpini non se ne mostrano entusiasti. La ricostruzione ha dato un colpo decisivo per la scomparsa della civiltà contadina. Il tema lirico è uno dei fili conduttori negli scritti di Franco Arminio sull’Irpinia; riappare con evidenza in una delle più incisive strofe (la 17) di questa melopea di Cipriano:</p>
<p>erano quattro pietre senza strade, si dormiva<br />
con le pecore e il mulo. poi il progresso<br />
dove tutto è permesso, dalle case agli americani<br />
assenti, alle ville grasse agli amministratori: muta<br />
il ceto sociale con l’economia di scala e dall’altezza<br />
del suo terzo piano la vecchia lamenta la stanza<br />
perduta, i centimetri quadrati non ricostruiti.</p>
<p>Questa vecchia è un simbolo storico. Nell’elegia della civiltà contadina tramontata si corre il rischio di dimenticare la miseria, la mancanza di igiene, diciamo pure le condizioni schifose dei tempi in cui “si dormiva / con le pecore e il mulo”.<br />
Il racconto, che incomincia con un quadro parossistico di violenza, si chiude con un quadro di contrasto, melanconicamente illuminato da una meditazione silenziosa (strofa 23):</p>
<p>la morte ha soggiornato per anni<br />
ora le nostre case hanno bisogno<br />
di respiri, abbandonate come sono<br />
al silenzio &#8230;</p>
<p>5. Nelle opere di Domenico Cipriano si trova una varietà notevole di stili. Non poca parte della sua lirica nasce dalla vita del suo borgo, che, dall’alto del suo monte, domina una zona dell’Alta Irpinia, o, meglio, dalla solitudine melanconica del borgo; sia pure in rari casi, la sua poesia è melodica, cantabile; generalmente, però, il suo tessuto stilistico dimostra cultura, elaborazione, finezza; insieme dimostra misura, lontana da complicazioni e da ostentazioni. In questo poemetto, costellato, come ho detto, da alcune punte espressionistiche, l’elaborazione mi pare più impegnativa e approda a risultati originali: mi riferisco specialmente alle metafore e a non poche iuncturae difficili. Diciamo pure che questa poesia non è affatto facile; ma la fatica del lettore è largamente ricompensata. Queste mie affermazioni avrebbero bisogno di analisi attente, che qui non è possibile condurre; ma non si può fare a meno di segnalare la singolare architettura del poemetto, che l’autore ha illustrata chiaramente in una nota alla serie lirica. I numeri dei versi corrispondono a un jeu de chiffres: le strofe sono 23, perché la data del terremoto è il 23 novembre; ciascuna strofa è di 7 versi e il prologo è di 34, perché il terremoto scoppiò alle 7 e 34; l’introduzione poetica è di 11 versi, perché novembre è l’undicesimo mese dell’anno. Credo che sia ben difficile trovare, nella poesia di oggi, qualche cosa di analogo o affine. Senza avviarci in una ricerca di esito incerto, diciamo che l’architettura è una traccia paradossale del terremoto, che di architetture ne ha distrutte moltissime. Più rischioso sarebbe interpretarla come un segno di fiducia nella ricostruzione.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Il libro ha in allegato il CD di Pippo Pollina: Ultimo Volo. Orazione civile per Ustica.</p>
<p>La guida all’ascolto è un invito “stilistico” ad affiancare un brano ideale che emotivamente si lega ai testi.</p>
<p>Domenico Cipriano. Nasce nel 1970 a Guardia Lombardi (AV). Vive e lavora in Irpinia.<br />
Ha pubblicato la raccolta di poesie Il continente perso (Fermenti, 2000 &#8211; premio Camaiore proposta) prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo Fresu. Nel 2004, con l’attore Enzo Marangelo e i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, ha realizzato il CD di jazz e poesia JPband: Le note richiamano versi (Abeatrecords). La raccolta Novembre (Transeuropa 2010), prefazione di Antonio La Penna, è stata inclusa nella rosa finalista del premio Viareggio-Répaci 2011. È redattore di Sinestesie ed ha collaborato con artisti di vario genere; si ricordano tra gli altri, oltre a quelli già citati, gli attori: Alessandro Haber, Norma Martelli, Paila Pavese; i pittori: Silvano Braido, Fabio Mingarelli, Prisco De Vivo, Eliana Petrizzi; i fotografi: Eric Toccaceli e Federico Iadarola; la videomaker Anna Ebreo. È del 2010 il progetto Lampioni, per la sua voce e le musiche degli “Elettropercutromba”. Altre informazioni: www.domenicocipriano.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/">IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;amica geniale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elena ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[l'amica geniale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"><img class="size-medium wp-image-40938 alignleft" style="margin: 6px;" title="2_g.20091209221925" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925-300x240.jpg" alt="" width="283" height="226" /></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità. Si tratta di una sorta di «catafania», ovvero di discesa nei recessi insondabili dello stato solido dell’universo volta al disvelamento della sua agghiacciante insensatezza al di fuori di una mente pensante, capace di incardinarne le casuali conformazioni in rigide coordinate di senso. I suoi lettori più affezionati ricorderanno, ne <em>L’amore molesto</em>, la liquida consistenza umorale di Delia, che impediva alla donna di vivere una sessualità normale, disciplinata da una riconoscibilità fisica dei corpi che ne rendesse possibile una mescolanza; oppure, ne I giorni dell’abbandono, l’incapacità di Olga di distinguere – nel momento della sua massima confusione – tra l’impalpabilità delle parole solamente pensate o dette e la ruvida consistenza dei fatti reali; o, ne <em>La figlia oscura</em>, la simbologia dei frutti troppo maturi, l’ambiguità della cicala che cela al di sotto di un esoscheletro chitinoso la consistenza molliccia del ventre, l’immagine suggestiva della manna della corteccia. La cosa più inquietante è che tali sfaldamenti non sembrano legati a fattori contingenti – di tipo storico o socio-economico – che pure si percepiscono sullo sfondo dei suoi libri. Essi riguardano la dimensione assolutamente imprescindibile della materia stessa, che da accidente diviene sostanza, e che con il suo subitaneo sgretolamento appare minacciare la stessa trascendenza dell’Essere.<br />
<span id="more-40937"></span><br />
Ne <em>L’amica geniale</em>, l’ultimo romanzo dell’autrice napoletana, gli sfasamenti improvvisi della materia vengono denominati «smarginature». Il libro – che a quanto si legge nella quarta di copertina costituisce il primo volume di «un vasto progetto di scrittura» – narra le vicende di un quartiere di Napoli negli anni Cinquanta, durante un periodo che passa per le difficoltà dell’immediato dopoguerra e per l’euforia economica della prima fase della ricostruzione. Tra i numerosi personaggi che gremiscono l’affollato rione partenopeo, Ferrante racconta, a partire dall’infanzia, l’amicizia tra Elena Greco – l’io narrante della storia – e Lila Cerullo, connotata per la sua scontrosa cattiveria e la sorprendente genialità.</p>
<p>L’attitudine più sorprendente di Lila è la sua capacità di apprendere e di inventare, la capacità di spingersi oltre il retaggio di una tradizione popolare antiquata e oppressiva per scoprire nel presente nuove e più proficue opportunità. Lila impara a fare velocemente qualunque cosa, ma solo per curiosità; quando ne comprende bene il funzionamento e si rende conto di essere diventata brava, se ne allontana in cerca di nuovi stimoli. Con questo spirito, prima impara da sola il latino e il greco per aiutare l’amica Elena nello studio, e in seguito coinvolge Rino, il fratello più grande, e poi anche il padre, in una coraggiosa impresa economica, trasformando la piccola azienda di famiglia da semplice bottega da calzolaio nell’ambizioso calzaturificio Cerullo. È Lila a disegnare i modelli di scarpe e a realizzarne il prototipo di nascosto insieme al fratello, contro l’iniziale volere del padre. Fino a quando un giorno non si trova a indossarne realmente un paio da lei stessa disegnate: «Sono brutte», afferma ridendo nervosamente. «I sogni della testa sono finiti sotto i piedi». È questo il destino dei sogni quando discendono dall’astrazione di un modello nella fallibilità della materia. La forma, pensata alla luce dell’intelligenza, definita con la pazienza dell’analisi, concepita grazie all’intuito del genio, di punto in bianco perde la forza aggregante che la tiene insieme, e all’improvviso si sfascia, perde ogni traccia di coerenza.</p>
<p>Come sperimenta Lila una sera, quando, rimasta alzata da sola per lavare i piatti, d’improvviso sente un boato assordante alle sue spalle: «S’era girata di scatto e s’era accorta che era esplosa la pentola grande di rame. Così, da sola. Era appesa al chiodo dove normalmente si trovava, ma al centro aveva un grande squarcio e i bordi erano sollevati e ritorti e la pentola stessa s’era tutta sformata, come se non riuscisse più a conservare la sua apparenza di pentola… “È questo tipo di cose” concludeva Lila, “che mi spaventa… E sento che devo trovare una soluzione, se no, una cosa dietro l’altra, si rompe tutto, tutto, tutto”». È per questo che Lila accetta, seppur temporaneamente, di entrare nelle forme tradizionali che aveva sempre rifiutato, nella speranza che cedendo a tale detestabile ricatto avrebbe trovato finalmente riposo alla faticosa e metamorfica irrequietezza della storia. Pur essendo sempre stata scontrosa e schiva, accetta di fidanzarsi con un uomo che non la merita; pur avendo sempre disdegnato le apparenze, inizia a vestirsi in modo elegante e raffinato; pur avendo un’intelligenza che le avrebbe consentito di affermarsi in qualsiasi lavoro avesse voluto scegliere, accetta di sposarsi giovanissima rinunciando a ogni tipo di ambizione professionale.</p>
<p>Ma nella notte di Capodanno del 1959 Lila vive per la prima volta un’esperienza di smarginatura: «Fu come se in una notte di luna piena sul mare, una massa nerissima di temporale avanzasse per il cielo, ingoiasse ogni chiarore, logorasse la circonferenza del cerchio lunare e sformasse il disco lucente riducendolo alla sua vera natura di grezza materia insensata». Il disco lunare è allo stesso tempo semplice forma – ovvero materia grezza, priva di significato – e fonte di luce, necessaria al disvelamento delle altre forme, fluido potenziale ermeneutico, gravido di interpretazione. In un certo senso è una metafora dell’uomo, inteso come essere materiale e insieme pensante: da un lato dotato di intelligenza, capace di imparare, di formulare astrazioni, di proiettare i dati grezzi dell’esperienza in raffinate categorie conoscitive che ambiscono alla permanenza; dall’altro composto di materia caduca, debole, destinata a una penosa e inevitabile consunzione. Nel momento in cui il suo aspetto luminoso – in grado di rivelare i contorni delle forme e dunque dare senso all’universo – viene oscurato dalla prepotenza della mediocrità, dalle tempeste dell’esistenza, dal ricatto dei vincoli antropologici e della tradizione, si sgretola improvvisamente il presupposto metafisico sul quale si basa ogni pretesa umana di persistenza; e insieme alla metafisica perde vigore l’ermeneutica che sempre a essa è sottesa: le forme, percepite e divulgate come sofisticati catalizzatori di senso, si rivelano sterili aggregazioni di materia grezza, un inutile monumento al nonsenso che sta lì a rammentare solamente l’insidioso ingombro della mortalità.</p>
<p>In attesa del prossimo romanzo, nel quale scopriremo come si evolveranno le vicende di Elena e Lila, questi due personaggi indimenticabili, una cosa l’autrice ce la anticipa già: «che nessuna forma avrebbe mai potuto contenere Lila e che presto o tardi avrebbe spaccato tutto un’altra volta».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale.jpg"><img class="size-medium wp-image-40939 aligncenter" title="amica_geniale" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a><br />
<strong> Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>, e/o (2011), pp. 336, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
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		<title>l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 08:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-40942" title="-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte. L&#8217;invecchiamento senza passaggio dall&#8217;età adulta lo ha reso creatura inutile. Un vero peccato. Vero? Aveva una faccia simpatica. Sembrava promettere meglio. Da troppe intemperie è stato funestato. Ho messo questa foto della mia infanzia nel mio profilo di Facebook, sperando di farti pietà, ma tu non hai commentato. Tanti hanno commentato, anche femmine pedofile, è una foto commovente. Tanti hanno espresso simpatia per l&#8217;operazione. Non tu. Lui è il moccioso originale, precedente ad ogni mutazione. È lui che hai ferito a morte, puttana, il mio nucleo centrale, la mia parte pulita e indifesa. Come hai potuto non aver alcuna pietà di lui? Proprio tu che mi dicevi Io non sono come te, sterile egoista, io con il Promesso Sposo avrò dei figli. Storpi, poco muscolati, mi auguro. E molto pelosi fin dalla tenera età.<br />
A guardar meglio l&#8217;immagine il moccioso sembra sul punto di piangere. Forse una favola gli ha profetizzato della maledizione Baronale di Terronia. Fiabe nere. Dove nessuno visse felice e contento.<br />
Nemmeno tu.<br />
<span id="more-40936"></span><br />
Sulla tua pagina di Facebook hai postato 86 nuove foto. Tu e il Promesso cardiochirurgo vi siete concessi una settimana di vacanza a Parigi. Perché in questa fase della tua vita non vuoi oscenità, sesso estremo, ma rivendichi pulizia, nello spirito e nel corpo. È il resoconto del peggio turismo di massa. Monumenti, giardino zoologico, locali dove alzate il bordo di un piatto tipico per mostrarlo all&#8217;obbiettivo. Cose che danno un po&#8217; di fuoco ai vostri occhi spenti. Ma io mi sono preso il tempo di guardare bene quelle foto. Baronessina, il tempo non mi manca, i giorni senza te non hanno né capo né coda, sono interminabili.</p>
<p>Nelle coppie esauste in vacanza la gastronomia è sempre molto importante, il cibo è il surrogato di tutto. Le discussioni vertono sulla scelta del ristorante e su poco altro. L&#8217;appetito salva dalla noia, ma per poco. Quando si è sazi i problemi di fondo tornano al contrattacco, se poi si sbaglia locale il clima si guasta, il sistema nervoso non tollera un rapporto qualità prezzo svantaggioso. Poi le intossicazioni alimentari sono in agguato. Spero vi siate portati l&#8217;Enterogermina. Spero vi serva. Spero non sia sufficiente. Io per ritorsione nella mia bacheca ho messo la foto parigina di alcune vite fa. Era il 1984. Ero bello e dannato. Balle. Ero in un baratro di sfiga cosmica senza ritorno, ma nella foto sono piuttosto credibile in questo ruolo. A me allora importava solo dell&#8217;hashish marocchino comprato sotto il grattacielo di Montparnasse e di rendere omaggio alla tomba di Jim Morrison. Leggere la sua biografia mi aveva definitivamente dissestato l&#8217;esistenza. Nessuno uscirà vivo da qui dovrebbe essere vietato alla lettura adolescenziale. Io mi ero beccato un&#8217;epatite virale B alla tenera età di 16 anni, dimostrandone 12. In quelle pagine avevo trovato una legittimazione alle mie pessime abitudini di vita. Non volevo morire giovane. Piuttosto la morte non mi faceva nessuna paura. Questa immagine ha una sua estetica che solo la mia onestà intellettuale si permette di sgretolare. Qualunque sostanza mi apprestassi a fumare, sembrava essere la cosa più importante al mondo. Null&#8217;altro esiste. Non c&#8217;è passato, né futuro. C&#8217;è l&#8217;accendino. Barbara alle mie spalle attende un mio commento, un segno di vita. C&#8217;è l&#8217;accendino e i polmoni giovani ben disposti a corrompersi. Solo questo, non c&#8217;è nulla da mitizzare. Non cantavo, non suonavo la chitarra o la batteria, scrivevo poesie orrende solo se ero triste. Più triste del solito.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2.jpg"><img class="size-medium wp-image-40943 alignleft" style="margin: 6px;" title="-2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2-205x300.jpg" alt="" width="238" height="348" /></a><br />
Ma tutto è meglio del vostro turismo di massa. Hai fotografato la vetrina di un pornoshop, su fili stesi orizzontali sono appesi preservativi di buffe fogge, per mostrare la forma sono riempiti d&#8217;acqua. Una tua amica idiota ha commentato Bello quello a forma di coccodrillo. Rispondi alla sua idiozia Tornerei a comprartelo. Ricorda piccola idiota, il sesso e l&#8217;ironia non sono parenti mai. Il sesso non è gioia di vivere, leggerezza. Il sesso è parente stretto della morte. Solo in questa condizione esso potrà essere sublime.</p>
<p>È la solo foto vagamente trasgressiva. Nelle altre giocate con gli animali del giardino zoologico. Tu che accarezzi una lucertola enorme. Laghetti e barchette. Sembri una bambina sulla tua bicicletta in affitto. Tu sorridi. Guancia guancia al tuo promesso in autoscatto. Tu sei sempre in posa. Lui ti fotografa spesso. È fiero di te. Ma vorrei avere dei file audio, sentire le vostre parole, le pause soprattutto, i vostri silenzi tesi. Io non stavo mai zitto, era uno spettacolo di narrazione il senso delle nostre serate insieme.</p>
<p>A Parigi, due anni prima esatti dalla tua nascita, mangiavamo nei primi fast food globalizzati, in quell&#8217;anno erano la vera novità in Europa. In realtà al tempo non me ne fregava un cazzo di quello che mangiavo. Baronessina a te non ti salvano nemmeno le brasserie à la page. In fondo a quegli occhi verdi c&#8217;è un baratro che la tua idiozia non può colmare. Certo aiuta, ma hai flash di consapevolezza, e metti in conto che stai sbagliando tutto. E le foto aiutano a questa comprensione, se le fissi per ore iniziano a parlarti. Di certo la numero 19 e la numero 86 che naturalmente ho salvato in una cartella. Il tuo Promesso ha un sorriso malinconico, ti è fedele, è il migliore tra le persone di cui ti circondi, già ebbi modo di dirtelo, ma non ti basterà mai, e scappare in una città straniera non allenta la morsa in gola. Vorrei avere dei documenti filmati dei vostri rapporti sessuali, non per dare benzina alla mia frustrazione, sarebbe una semplice curiosità. Mi dicevi che il sesso non è importante. Ma il tuo corpo non aveva dubbi, progetti, paure. Non sa nulla di palazzi barocchi in Terronia, di nozze tra casate nobili, di shopping con Baronessa Mammà. La tua fichetta reagisce a stimoli precisi. Aveva scelto me. Mi stai dicendo che sbaglio? Vuoi dirmi che sei invece felice? Non pensarla nemmeno la parola Felicità. Non ti appartiene. Non riesco a odiare l&#8217;uomo che sarà tuo marito, come scritto nei Sacri Testi conservati alla Biblioteca di Palermo. La sua inconsapevolezza me lo rende fanciullo. Ti scopa poco, circa per sette minuti e trenta secondi ogni quarantacinque giorni. Come faccio a esserne geloso? Lo sono piuttosto verso certi bellimbusti che sulla tua pagina di Facebook si presentano con le credenziali pseudo artistiche con le quali mi presentai io. Il tuo Promesso dedica tutto se stesso a lavoro e studio, ha un progetto chiaro, anche tu in fondo. Quando sarete superlaureati e lanciati nelle vostre rispettive professioni penserete a sposarvi. Sarà un matrimonio favoloso, fuochi d&#8217;artificio sul Castello di Carini, in Terronia si parlerà per anni delle seicento portate a base di carne e pesce, del corteo nuziale aperto da saltimbanchi, nani e majorettes, pentiti di mafia, cavalli berberi dono di Gheddafi montati da amazzoni puttane.</p>
<p>Il tuo Promesso farà del bene, diventerà un grande cardiochirurgo, già ora tiene conferenze all&#8217;estero, e io ebbi modo di approfittarne. Lui è il vero bambino prodigio.<br />
Tu Baronessina sei della mia razza bastarda.<br />
Ci siamo trovati perché siamo due persone indecenti e oscene.<br />
Ci siamo persi per la stessa ragione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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		<title>&#8220;Atti impuri&#8221; alla Trebisonda di Torino</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/atti-impuri-alla-trebisonda-di-torino/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 20:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Il racconto per testimoniare e ingannare il mondo</em></p>
<p style="text-align: center;">Martedì <strong>29 novembre</strong>, ore 21</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Libreria Trebisonda</strong>, via Sant’Anselmo 22, <strong>Torino</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sparajurij</strong> e la redazione della rivista &#8220;Atti Impuri&#8221; incontrano</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giorgio Falco</strong> e <strong>Piergianni Curti</strong></p>
<p>Giorgio Falco ha pubblicato la raccolta di racconti “Pausa caffè”<br />
(Sironi, 2004), il romanzo “L’ubicazione del bene” (Einaudi, 2009) e<br />
il recente “La Compagnia del corpo” (:duepunti, 2011).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/atti-impuri-alla-trebisonda-di-torino/">&#8220;Atti impuri&#8221; alla Trebisonda di Torino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Il racconto per testimoniare e ingannare il mondo</em></p>
<p style="text-align: center;">Martedì <strong>29 novembre</strong>, ore 21</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Libreria Trebisonda</strong>, via Sant’Anselmo 22, <strong>Torino</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sparajurij</strong> e la redazione della rivista &#8220;Atti Impuri&#8221; incontrano</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giorgio Falco</strong> e <strong>Piergianni Curti</strong></p>
<p><span id="more-40881"></span>Giorgio Falco ha pubblicato la raccolta di racconti “Pausa caffè”<br />
(Sironi, 2004), il romanzo “L’ubicazione del bene” (Einaudi, 2009) e<br />
il recente “La Compagnia del corpo” (:duepunti, 2011). Collabora con<br />
il quotidiano La Repubblica. Su Atti Impuri, vol. 1 si può leggere:<br />
“Box”.</p>
<p>Piergianni Curti è poeta, scrittore, drammaturgo, regista, attore,<br />
matematico, ha insegnato e ha diretto compagnie teatrali e teatri. Ha<br />
pubblicato un libro di poesie, “Qzearas”, per le mitiche edizioni<br />
Pitecantropus. Ha vinto nel 2003 il Gran Giallo di Cattolica con il<br />
racconto “Pink Moon” (Mondadori). E’ uno dei sei autori selezionati<br />
quest’anno dal progetto Roland – Scritture Emergenti. Su Atti Impuri,<br />
vol. 1 si può leggere: “Il cane quotidiano”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/atti-impuri-alla-trebisonda-di-torino/">&#8220;Atti impuri&#8221; alla Trebisonda di Torino</a></p>
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		<title>Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 05:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><strong>ASSEMBLEA APERTA</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center">i lavoratori delle biblioteche e degli archivi</p>
<p style="text-align: center;" align="center">discutono con le associazioni culturali</p>
<p style="text-align: center;" align="center">e la società civile</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>30 novembre</strong> 2011 : ore <strong>15,30 &#8211; 18,30</strong></p>
<p style="text-align: center;">      Aula Magna  <strong>Biblioteca Nazionale</strong> di Roma</p>
<p style="text-align: center;">*</p>

<strong>UN PAESE SENZA MEMORIA È UN PAESE SENZA FUTURO&#8230;</strong>
.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/">Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>ASSEMBLEA APERTA</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center">i lavoratori delle biblioteche e degli archivi</p>
<p style="text-align: center;" align="center">discutono con le associazioni culturali</p>
<p style="text-align: center;" align="center">e la società civile</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>30 novembre</strong> 2011 : ore <strong>15,30 &#8211; 18,30</strong></p>
<p style="text-align: center;">      Aula Magna  <strong>Biblioteca Nazionale</strong> di Roma</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
</div>
<div style="text-align: center;"><strong>UN PAESE SENZA MEMORIA È UN PAESE SENZA FUTURO</strong></div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div><strong>Contro il declino di bilioteche e archivi discutiamone:</strong></div>
<div>i lavoratori, l&#8217;Associazione italiana biblioteche, l&#8217;Associazione forum del libro, i lavoratori del Teatro Valle, la generazione TQ, esponenti del mondo della cultura, la SLC CGIL e la CGIL di Roma e Lazio.<span id="more-40847"></span></div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div>Un paese senza memoria è un paese che non investe in cultura, che non apre i luoghi di cultura ai cittadini, che non qualifica i propri servizi culturali, che non dà occupazione di qualità nei settori della conoscenza.</div>
<div style="text-align: right;">.</div>
<div>La <strong>FP CGIL</strong> ha indetto una assemblea dei lavoratori  impiegati nel settore delle Biblioteche e degli Archivi per discutere e confrontarsi con le associazioni professionali e con la società civile sulla grave situazione di crisi di queste funzioni vitali per la conservazione della memoria collettiva e per la crescita culturale e sociale dell’Italia.</div>
<div>
<p>La faccia dura della crisi ha prodotto abbassamento nella qualità  dei servizi, ha ridotto spese e investimenti del 60%, ha tagliato i fondi sull’informatizzazione, ha  compresso in modo ingiustificato i livelli occupazionali, ha favorito l’emergere di lavoro precario, diffuso e incontrollato, senza diritti né tutele  e con  bassi salari.</p>
<p>Noi crediamo, invece che la crisi possa mutare in una opportunità di crescita, a patto che  la cultura sia assunta come priorità e le attività culturali, di conseguenza, diventino volano di crescita socio-economica e culturale.</p>
<p>Noi vogliamo cambiare questa situazione, vogliamo che il sistema delle Biblioteche e degli Archivi divenga il centro di un progetto che ne riaffermi la centralità come servizio pubblico.</p>
<p>E pensiamo ad un progetto che trasformi Biblioteche e Archivi in luoghi vivi ed al servizio dei cittadini, nei quali si abbattano barriere burocratiche tristi ed autoreferenziali e si determinino luoghi di incontro, di scambio, di confronto, di fruizione, di riconoscibilità sociale e territoriale.</p>
<p>Luoghi utili a coniugare il divenire della conoscenza con il progresso sociale: le Biblioteche e gli Archivi  come bene comune al servizio dei cittadini, punto di riferimento vitale per il territorio, luogo dei diritti di cittadinanza.</p>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/25/assemblea-aperta-contro-il-declino-delle-biblioteche-30-novembre-a-roma/">Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)</a></p>
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		<title>L&#8217;abitare collettivo a Milano il 16 novembre alle 18,30</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 06:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/abitarecollettivo.jpg"></a><br />
<br />
Nell&#8217;ambito della mostra di Giovanni Hänninen <strong>Rendering the City</strong> ASSAB ONE ha il piacere di ospitare</p>
L&#8217;abitare collettivo
una discussione attorno a condivisione abitativa e città contemporanea
<p>introducono e coordinano:</p>

Giovanni Hänninen, fotografo
Angelo Sampieri, Politecnico di Torino

<p>illustrano i loro studi e le loro esperienze:</p>

Roberta Mastropirro e Lara Weisz, Stessotetto, Milano
Annalisa Cimmino, Cohousing Urban Village Bovisa,
Federica Scaringella e Andrea Paoletti, The Hub, Milano
Lina Scavuzzo, Politecnico di Milano

<p>commenta:</p>

Camilla Perrone, Università degli Studi di Firenze

<p><a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=482&#38;action=incorso&#38;l=it">Rendering the City</a> di Giovanni Hänninen fa parte della mostra Frammenti di città cui partecipano Eithne Jordan con<a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=483&#38;action=incorso&#38;l=it"> Street Stills</a>, Loredana Longo con <a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=488&#38;action=incorso&#38;l=it">DEMOLITION#1 squatter</a> e Fausta Squatriti con <a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=484&#38;action=incorso&#38;l=it">Ascolta il tuo cuore, città</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/labitare-collettivo-a-milano-il-16-novembre-alle-1830/">L&#8217;abitare collettivo a Milano il 16 novembre alle 18,30</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/abitarecollettivo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40674" title="abitarecollettivo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/abitarecollettivo.jpg" alt="" width="450" height="672" /></a><br />
<span id="more-40666"></span><br />
Nell&#8217;ambito della mostra di Giovanni Hänninen <strong>Rendering the City</strong> ASSAB ONE ha il piacere di ospitare</p>
<h2>L&#8217;abitare collettivo</h2>
<address>una discussione attorno a condivisione abitativa e città contemporanea</address>
<p>introducono e coordinano:</p>
<ul>
<li>Giovanni Hänninen, fotografo</li>
<li>Angelo Sampieri, Politecnico di Torino</li>
</ul>
<p>illustrano i loro studi e le loro esperienze:</p>
<ul>
<li>Roberta Mastropirro e Lara Weisz, Stessotetto, Milano</li>
<li>Annalisa Cimmino, Cohousing Urban Village Bovisa,</li>
<li>Federica Scaringella e Andrea Paoletti, The Hub, Milano</li>
<li>Lina Scavuzzo, Politecnico di Milano</li>
</ul>
<p>commenta:</p>
<ul>
<li>Camilla Perrone, Università degli Studi di Firenze</li>
</ul>
<p><a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=482&amp;action=incorso&amp;l=it">Rendering the City</a> di Giovanni Hänninen fa parte della mostra Frammenti di città cui partecipano Eithne Jordan con<a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=483&amp;action=incorso&amp;l=it"> Street Stills</a>, Loredana Longo con <a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=488&amp;action=incorso&amp;l=it">DEMOLITION#1 squatter</a> e Fausta Squatriti con <a href="http://www.assab-one.org/home_assabone.php?n=484&amp;action=incorso&amp;l=it">Ascolta il tuo cuore, città</a>.</p>
<p>Mercoledì 16 novembre tutte le mostre saranno aperte fino alle ore 21<br />
Ingresso ad ASSAB ONE con tessera associativa valida un anno dalla data di emissione (5 euro)</p>
<p>ore 18,30</p>
<p>&#8211;<br />
ASSAB ONE<br />
associazione promozione arte contemporanea<br />
Via Assab, 1<br />
20132 Milano<br />
tel +39 02 2828546 &#8211; + 39 348 2925085<br />
fax +39 02 26111752<br />
info@assab-one.org<br />
<a href="http://www.assab-one.org">www.assab-one.org</a></p>
<p><iframe src="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Via+Assab,+1,+milano&amp;aq=&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=38.554089,86.572266&amp;vpsrc=6&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Privata+Assab,+1,+20132+Milano,+Lombardia,+Italia&amp;ll=45.498789,9.237649&amp;spn=0.03339,0.084543&amp;t=m&amp;z=14&amp;output=embed" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" width="425" height="350"></iframe><br />
<small><a style="color: #0000ff; text-align: left;" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Via+Assab,+1,+milano&amp;aq=&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=38.554089,86.572266&amp;vpsrc=6&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Privata+Assab,+1,+20132+Milano,+Lombardia,+Italia&amp;ll=45.498789,9.237649&amp;spn=0.03339,0.084543&amp;t=m&amp;z=14">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>foto: Giovanni Hänninen</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/labitare-collettivo-a-milano-il-16-novembre-alle-1830/">L&#8217;abitare collettivo a Milano il 16 novembre alle 18,30</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 00:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1.jpg"></a><br />
&#160;</p>
<p><strong>Le confessioni di Antonio Iovine </strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/#footnote_0_40571" id="identifier_0_40571" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Pubblicato sul Mattino il 29 ottobre">1</a></p>
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<p>Parla da capo, rivendica il suo ruolo di mediatore di conflitti, si dichiara disponibile a parlare di cose che conosce e poi infila una lunga serie di «non lo conosco», negando accuse, conoscenze, frequentazioni mafiose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/">Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40575" title="iovine1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/iovine1-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a><br />
&nbsp;</p>
<p><strong>Le confessioni di Antonio Iovine </strong><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/#footnote_0_40571" id="identifier_0_40571" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Pubblicato sul Mattino il 29 ottobre">1</a></sup></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parla da capo, rivendica il suo ruolo di mediatore di conflitti, si dichiara disponibile a parlare di cose che conosce e poi infila una lunga serie di «non lo conosco», negando accuse, conoscenze, frequentazioni mafiose. Si mostra gentile e aperto al dialogo, non dice nulla ma in qualche caso allude. Per esempio, quando parla della rete di protezione che gli ha garantito quindici anni di tranquilla latitanza. È un assolato e caldissimo giorno di agosto, il 3 per la precisione, quando per la prima e unica volta Antonio Iovine, uno dei capi del cartello casalese, incontra il suo accusatore, il sostituto procuratore Antonello Ardituro. Un faccia a faccia da lui stesso richiesto per raccontare alla maniera dei mafiosi i retroscena di una vicenda minima, se vogliamo, che lo vede protagonista e imputato: l’usura in danno di un odontotecnico. A offrire il pretesto per squadrarsi e studiarsi vicendevolmente è l’avviso di chiusura delle indagini. Anche in caso di condanna, nulla cambierebbe per il Ninno bello, ergastolano con sentenza passata in giudicato. Ma l’elegante e raffinato camorrista, l’uomo delle lunghe vacanze a Parigi e delle serate al Gilda che iniziò a sparare e uccidere quando era ancora un ragazzino, non ha saputo resistere alla tentazione di guardare negli occhi il magistrato che era riuscito a interrompere la sua lunga e placida fuga.<br />
<span id="more-40571"></span></p>
<p>Dunque, l’interrogatorio: in una saletta del carcere di Rebibbia, presenti l’avvocato di fiducia &#8211; Paolo Caterino &#8211; e un paio di ispettori della penitenziaria. Inizia alle 10,30 e si conclude quando mancano quattro minuti alle 13. Il verbale che lo riassume, secretato fino a ieri, quando è stato depositato nella cancelleria del giudice Antonio Cairo, occupa poco più di duecento righe dattiloscritte, cioè tre paginette e qualche spicciolo. Ed è un piccolo capolavoro di linguaggio mafioso, nel quale l’orgoglio del ruolo si sovrappone alla necessità difensiva. Ci tiene molto, Iovine, a vantarsi dei suoi successi di capo: nell’evitare un omicidio, nello scongiurare un suicidio, nel mettere a disposizione la sua influenza per ripianare un debito.</p>
<p>Parla anche delle ultime ore della sua latitanza, finita il 18 ottobre dell’anno scorso, quando la polizia lo trovò in casa di un muratore di Casal di Principe, Marco Borrata. Ufficialmente seguendo le tracce di un panettone. Introduce il racconto con una dichiarazione spontanea, perché nulla in merito gli era stato chiesto: <em>«Ritengo che Borrata Marco mi abbia aiutato per sdebitarsi nei miei confronti in quanto tanti anni fa gli diedi un grosso aiuto e in particolare poiché egli stava avendo una brutta discussione con persone di Casale che si trovavano con lui a Modena, discussione che rischiava di portare delle brutte conseguenze per il Borrata. Io intervenni per tutelare la sua incolumità fisica»</em>. Poi, sibillino, aggiunge: «<em>Posso dire che al momento dell’intervento per il mio arresto io ero lì lì dall’andare via da quella casa»</em>.<br />
Parlando della storia per la quale è imputato, si presenta come un benefattore, solerte e affettuoso pater familias di tal Domenico Picone, odontotecnico nello studio di Vincenzo Corvino, sindaco a Casal di Principe all’epoca del Grande Blitz di Spartacus, pure lui imputato nello stesso processo.</p>
<p>Racconta Iovine: <em>«Certo, ho conosciuto Picone Domenico nella fine dell’anno 1995</em> (il capo casalese era latitante da una ventina di giorni, ndr) <em>per un problema di denti che avevo. Egli lavorava presso lo studio dentistico del dr. Vincenzo Corvino in Casal di Principe»</em>. E aggiunge: <em>«Non so specificare bene il periodo ma ricordo che un giorno mi fu recapitato, anzi trovai un biglietto proveniente da Picone Domenico nell’abitazione ove mi nascondevo durante la mia latitanza. (&#8230;) In questo bigliettino era scritto da parte del Picone che egli si trovava in forti difficoltà economiche e che chiedeva il mio aiuto altrimenti avrebbe pensato al suicidio. Il bigliettino mi impressionò molto e decisi di incontrare il Picone per verificare se potevo dargli un aiuto. Fu così che lo incontrai nella casa di Diana Camillo e in quella occasione il Picone mi rappresentò i problemi economici con il Corvino ed anche alcuni problemi familiari che aveva con la moglie».</em> Ed ecco la mediazione: «Io dissi al Picone che doveva stare tranquillo ed evitare di pensare a questi gesti insani perché altri erano i problemi. Lo rassicurai dicendogli che avrei potuto parlare con il Corvino dicendogli di mostrarsi disponibile con il Picone per risolvere al meglio questa situazione». Un interessamento bonario, specifica, facendone un punto d’onore, <em>«esclusivamente nel tentativo di dare conforto a questa persona che mi appariva disperata».</em></p>
<p>Qualche riga più giù, ecco un altro accenno alla sua latitanza e al «dispositivo» di protezione. Arriva in riferimento al documento d’identità che dalle mani di Picone era arrivato nelle sue. Antonio Iovine nega la circostanza e si concede un’altra allusione: <em>«Sul punto devo dire che io avevo caratterizzato la mia latitanza su una estrema discrezione e mai mi sarei potuto procurare il documento con quelle modalità mettendo a rischio la tenuta stessa del dispositivo che avevo creato intorno a me».</em></p>
<p>Poi, dopo l’apparente disponibilità a parlare, il lungo elenco di risposte elusive. Per esempio: <em>«Non intendo rivelare i nomi delle altre persone che in qualche modo sono stati interessati per questa vicenda». </em>Oppure: <em>«Ebbi la sensazione ad un certo punto che aveva timore a continuare ad avere rapporti con me tanto che lo lasciai perdere</em>». E ancora: non lo conosco, non lo conosco direttamente, lo conosco perché è un mio paesano, non ricordo di averlo conosciuto, non ricordo di averlo incontrato recentemente. Salvo poi far mettere a verbale: <em>«Sono disponibile a fornire qualsiasi chiarimento sulle vicende di cui in qualche modo posso essere a conoscenza».</em><br />
Nelle carte non è scritto, ma s’immagina che abbia accompagnato l’ultima nota con un sorriso sarcastico e un ghigno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/">Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40571" class="footnote">Pubblicato <a href="http://www.ilmattino.it/">sul Mattino</a> il 29 ottobre</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>l&#8217;ultimo giorno di ottobre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/lultimo-giorno-di-ottobre/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/lultimo-giorno-di-ottobre/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 00:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>I<br />
<em>io qui ho un solo nervo<br />
un solo ramo<br />
a cui sto appeso<br />
in attesa della fucilata.<br />
cinguetto, scuoto le ali<br />
non scendo a terra e non volo<br />
in cielo.</em></p>
<p>II<br />
<em>la piazza coi denti<br />
presidiata<br />
dal popolo fallito<br />
è insolente<br />
mi mastica il dito.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/lultimo-giorno-di-ottobre/">l&#8217;ultimo giorno di ottobre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg"><img class="size-full wp-image-40573 alignleft" style="margin: 8px;" title="incubo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg" alt="" width="199" height="369" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>I<br />
<em>io qui ho un solo nervo<br />
un solo ramo<br />
a cui sto appeso<br />
in attesa della fucilata.<br />
cinguetto, scuoto le ali<br />
non scendo a terra e non volo<br />
in cielo.</em></p>
<p>II<br />
<em>la piazza coi denti<br />
presidiata<br />
dal popolo fallito<br />
è insolente<br />
mi mastica il dito.</em></p>
<p>III<br />
<em>siamo qui a cercare<br />
chi ci loda<br />
in questo spazio senza capo<br />
né coda.</em><br />
<span id="more-40572"></span></p>
<p>IV<em><br />
quando avevo i tuoi occhi<br />
non me ne accorgevo.</em></p>
<p>V<br />
<em>notizia del giorno:<br />
uno che si è impiccato a un albero<br />
vicino alla fermata degli autobus<br />
ed è rimasto lì per tre giorni.<br />
</em><br />
VI<br />
<em>abbracciami con cautela<br />
sono il tuo arcobaleno.</em></p>
<p>VII<br />
<em>senza di te<br />
le cose che vedo<br />
non ci sono.</em></p>
<p>VIII<br />
<em>era piena di farfalle<br />
l&#8217;aria che ti usciva dalla bocca.</em></p>
<p>IX<br />
<em>quando mia madre<br />
mi tolse il seno<br />
misi in bocca la punta<br />
del mio cuore.</em></p>
<p>X<br />
<em>ogni cosa è di nuovo rovesciata<br />
come negli anni in cui non ti ho baciata.</em></p>
<p>XI<br />
<em>hai avuto bisogno di molti uomini<br />
per arrivare a me.</em></p>
<p>XII<br />
<em>domani è il giorno dei morti<br />
quando arriva il giorno dei vivi?</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">[l'immagine in apice è di <a href="http://www.dinovalls.com/"><span style="color: #0000ff;">Dino Valls</span></a>]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/lultimo-giorno-di-ottobre/">l&#8217;ultimo giorno di ottobre</a></p>
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		<title>la modesta proposta</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 10:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Draghi ha ribadito che la crisi “ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa delle risorse fra le diverse generazioni rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/la-modesta-proposta/">la modesta proposta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-40521" title="1_rind-3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg" alt="" width="418" height="278" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Draghi ha ribadito che la crisi “ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa delle risorse fra le diverse generazioni rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche”. Penso che Draghi abbia ragione sacrosanta e da vendere e che la mia generazione, oramai non più esattamente giovane ma molto responsabilizzata, e le successive, debbano contribuire in misura molto, molto maggiore al restauro delle pubbliche finanze. Per questo – avendo frequentato una scuola pubblica che ancora consentiva i tempi, i modi e gli strumenti per leggere Swift – avrei una modesta proposta per evitare che i precari e i figli di coloro che posseggono una o alcuna casa di proprietà siano un peso per lo Stato e per i loro genitori, e per renderli un beneficio per la comunità. Penso che questi giovani in particolare possano fornire un enorme contributo non tanto a Draghi, quanto al governo in perenne aria di riforme. Questi giovani potrebbero essere venduti al mercato della carne appena conclusa l’università. La loro carne non sarebbe certo tenera come quella di un infante, ma amabilmente massaggiata per almeno tre mesi come quella dei manzi di Kobe, fornirebbe una reale alternativa al manzo di Kobe stesso ed eviterebbe di certo la sovrappopolazione e l’inflazione del mercato del lavoro e, alle famiglie, il costo del mantenimento fisico e intellettuale di questi borghesi-ultimo-atto che si ostinano a dissipare soldi e risorse in master, dottorati di ricerca o altre vanità del genere. I genitori poi, già integrati in un sistema sociale immobile, potrebbero felicemente rimanere al loro posto di lavoro e ritardare ulteriormente la riforma delle pensioni, sollevando il governo dalla soluzione di un altro enorme problema.</p>
<p><span style="color: #008000;">[da l'Unità del 27 Ottobre 2011]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/la-modesta-proposta/">la modesta proposta</a></p>
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		<title>Vocabolario</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p>[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40408" title="colle panestra numero civico" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente. <em>Terracarne</em> di Franco Arminio (Mondadori, 2011) è un caleidoscopio di sud e di particolari. Perché il sud è particolare e perché molti particolari, minuzie, scarti, aberrazioni visive sono a sud, dove le cose possono giacere non viste per anni e dunque marcire, disseccarsi, ma pure fiorire. <em>Vocabolario</em> è uno dei pannelli di cui si compone <em>Terracarne</em> che è un libro nel quale i particolari fioriscono sempre, almeno per me. Questo è il giardino. (cv)]</span></p>
<p><em>Appennino</em><br />
L’Italia ha una lunghissima colonna dorsale che sta perdendo poco a poco la sua linfa. La gente sceglie di abitare nelle città e, quando sceglie i paesi, ha sempre cura che siano comodi e pianeggianti. Nessuno vuole stare nei luoghi più impervi, quelli dove gli inverni sono lunghi e non passa nessuno. L’Appennino è l’Italia che avevamo e che rischiamo di perdere per sempre. La gente ci ha vissuto per millenni consumando quel poco che bastava a sostentarsi. Penso all’Appennino come alla vera cassaforte dei paesi, una cassaforte piena di monete fuoricorso. Ci sono zone in cui il paesaggio è ancora incontaminato ed è come deve essere: solitario e sprecato. Cosa augurarsi per queste terre? Più che chiedere politiche d’incentivazione, verrebbe voglia di incentivare l’esodo, in maniera tale che tornino le selve, che la natura riassorba le folli smanie cementizie che non hanno edificato niente di bello e che non hanno portato reddito. Una nazione con un filo di montagne disposto in tutta la sua lunghezza dovrebbe ricordarsi più spesso di questa sua geografia. Io credo che sia arrivato il tempo di considerare l’Appennino come il luogo in cui si raccoglie la forza del passato e quella del nostro futuro. Dalla Liguria alla Calabria, adesso, è tutta una storia di frane e spopolamento, di vecchi dismessi e di scuole che chiudono, di paesi allungati, spezzati, deformati. È una storia che non esiste perché non fa notizia.<br />
<span id="more-40406"></span><br />
<em>Bar</em><br />
Un paese per essere definito tale deve possedere almeno un bar. È quella la cellula di base, il luogo in cui si può sempre entrare, come il Municipio e il cimitero. Prima si poteva entrare anche nelle scuole, adesso sono chiuse, devi suonare il campanello. I bar sono la più preziosa fonte di informazione sulla vita di un paese, anche se bisogna stare attenti a non farsi sviare. Ci sono alcune scene fisse, tipo il giornale sul banco dei gelati, ci sono quelli che d’estate stazionano seduti o in piedi, ci sono quelli che giocano a carte e quelli che guardano. È una specie di banca dei luoghi comuni. È raro che al bar venga un’idea nuova, si va per rimestare nelle vecchie. Si va per ascoltare il mormorio del paese che in molti casi è finito. E allora vedi persone silenziose vagare come in un acquario. Ecco che il bar diventa un’altra cosa, da punto di raccolta della vita comunitaria a punto di rottura. Si va al bar per capire che non ha più senso uscire e se si continua a farlo è perché è ancora più assurdo rimanere a casa.</p>
<p><em>Contadino</em><br />
“Contadino” è una parola poco amata perché è ancora legata a una storia di grandi fatiche e di piccoli guadagni e lo stesso vale per il pastore, occupazione ben più antica e ancora più ammirevole. Non è un caso, credo, che oggi molti di quelli che lavorano in campagna amano definirsi “imprenditori agricoli”. Si dice spesso che l’Italia non è più un paese di contadini e questa è una grave inesattezza. I contadini ci sono ancora. C’è ancora chi lavora la terra nonostante decenni di politiche che hanno messo al centro del nostro modello di sviluppo l’automobile al posto dell’albero, il cemento al posto della zolla di terra. Adesso che questo modello di sviluppo è palesemente e forse irrimediabilmente in crisi, sarebbe il caso di rimettere in circolazione la parola “contadino” e di assegnare a essa un nuovo prestigio. Curiosamente sono i ricchi i più accesi fautori del ritorno alla terra, sono quelli che meno hanno vissuto i disagi della campagna a farsi venire la fregola di fare l’olio o il vino, anche se spesso si limitano a mettere il loro nome sulle bottiglie e mandano nei campi i giovani extracomunitari. Il segnale è comunque incoraggiante. Non mi stancherò mai di ripeterlo, l’Italia non ha più molto suolo agricolo. È tutto un brulicare di case, capannoni, officine. È il momento di usare la gomma più che la matita, ridare alla terra spazio e respiro. Intanto si tratta di difendere con le unghie e con i denti quelli che alla campagna ancora si dedicano. Altro che calciatori, politici e veline, bisogna dare onore a chi sta nelle stalle, nelle vigne, a chi semina, a chi raccoglie le olive e le castagne. Bisogna organizzare una campagna pubblicitaria non per un prodotto, ma per chi lo produce. Altro che Mulino Bianco, fateci vedere lo sterco e il fango, fateci vedere i contadini.</p>
<p><em>Desolazione</em><br />
I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa storia è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a tentare di far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di voltare le spalle al paese e di farsi la casa in periferia. Così quando arrivi al centro sei dentro un curioso effetto vuoto. Oggi i paesi hanno il buco al centro, il buco nero della desolazione.</p>
<p><em>Emigranti</em><br />
Quando si parla della grande emigrazione degli italiani all’estero di solito si omette di ricordare che non si partiva dalle città, ma dai paesi. Sicuramente chi è partito ha migliorato le sue condizioni, ma il prezzo è stato altissimo. E in questo prezzo bisogna includere anche il dolore di chi è rimasto. Quando uno della famiglia partiva, per un po’ di giorni non si cucinava, proprio come accadeva dopo un lutto. Io sono nato in coincidenza con la partenza per l’America di tutta la famiglia di mia madre. E mia madre da allora vive nelle spire di una perenne tristezza. Qualche anno fa sono andato a Vancouver in Canada a trovare i miei zii. I ricchi di Vancouver stavano in una zona della città molto lontana dalle case degli italiani. Non mi pare che i miei zii abbiano vinto nessuna sfida. A uno è capitato di morire in un ospedale canadese dove senza tanto garbo gli hanno comunicato che aveva pochi mesi di vita. Lui ha fatto prima, ha smesso di mangiare, se n’è andato in quindici giorni. I suoi coetanei che non sono partiti sono morti o stanno moribondi sulle panchine. L’emigrazione non ha mandato via solo facce e valigie di cartone. Da qui è andata via l’allegria e non è più tornata. L’emigrazione è sempre un affare per i luoghi in cui i migranti arrivano, mai per quelli di partenza.</p>
<p><em>File</em><br />
Le file non sono un’invenzione recente e non sono una peculiarità metropolitana. Una volta nei paesi si faceva la fila davanti alle fontane, si aspettava a lungo dentro il forno per fare il pane. Ma in realtà a nessuno veniva in mente che stava perdendo tempo. Si stava lì e si ascoltavano i racconti. Una trama infinita che proseguiva nei giorni successivi, quando bisognava prendere altra acqua e fare altro pane. Adesso, dopo un’assenza decennale, le file sono tornate. Anche i paesi, nella loro corsa a prendere il peggio delle città senza poterne avere il meglio, adesso hanno le loro file, sono le file agli uffici postali. Da un po’ di anni nelle Poste non si assume e si offrono più servizi. Il risultato è che per fare una raccomandata bisogna perdere almeno una mezz’ora. Non si tratta di un tempo lieve, passato a dirsi qualcosa con gli altri astanti. Anzi, c’è un silenzio rancido, lievemente rancoroso, al massimo qualche informazione sui reciproci malanni. Tra il vecchio che deve ritirare la pensione e la giovane che deve mandare la domanda per un concorso non c’è dialogo, né sguardo. Tra la tribù dei brufoli e quella dei bastoni si è aperto un baratro che sembra incolmabile.</p>
<p><em>Geografia</em><br />
Sono sempre stato curioso di sapere come se la passano gli altri, come si sentono veramente, che sapore ha la loro vita oltre la buccia di parole piena di pesticidi che ci sputiamo di bocca in bocca. Da un po’ di tempo ho spostato questa curiosità verso i luoghi. Vado nei paesi per capire come se la passano. Ma prima ancora ci vado per capire dove sono, sopra una montagna o un altopiano, dentro una valle o in pianura. I paesi parlano, come ogni cosa, e parlano innanzitutto con la geografia. Sono terra da leggere anche se hanno perso molte parole, e da scrivere.</p>
<p><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali, ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p><em>Irpinia</em><br />
L’Irpinia è in mezzo al Sud, tra la pianura campana e quella pugliese. In Italia ci sono differenze tra un paese e l’altro oppure tra città molto vicine, e dunque non ha molto senso parlare di un carattere irpino. Province e Regioni raccolgono luoghi molto diversi tra di loro. Le suddivisioni amministrative ingannano. Il mio paese c’entra pochissimo con Napoli e c’entra poco anche con Avellino. Ogni zona dell’Irpinia somiglia alla zona con cui confina, Puglia, Sannio, Napoli, Lucania, Salerno. Insomma, i luoghi in cui viviamo quasi mai corrispondono ai nomi che portano. La mia zona si chiama Alta Irpinia. Io le ho dato un altro nome: Irpinia d’Oriente. Chi ci ha chiamato Alta Irpinia? Evidentemente chi sta in basso, Avellino o Napoli, e giustamente guarda ai nostri luoghi come luoghi alti. Irpinia d’Oriente è un nome che ribalta il punto d’osservazione. Siamo noi che guardiamo dove siamo e capiamo che siamo a oriente rispetto ad Avellino o Napoli. Basta guardare le fotografie dei nostri anziani di un secolo fa per vedere profili balcanici, in molti casi addirittura asiatici. La definizione Alta Irpinia è imprecisa anche dal punto di vista geografico e climatico. L’Appennino campano corre all’altezza di Avellino, noi siamo a oriente delle catene montuose. Il clima di Bisaccia è molto più simile a quello dei Carpazi che a quello di Napoli. Nel proporre il nuovo nome ho sempre pensato che Irpinia d’Oriente contenesse anche suggestioni antropologiche ed economiche. In un mondo in cui le cose avvengono in basso, chiamarsi Alta Irpinia significa già essere fuori gioco, percepirsi come luogo delle mancanze più che delle presenze. Per me Irpinia d’Oriente è un rovesciamento che aiuta anche a cambiare molti dei paradigmi che hanno condizionato la nostra vita. Considerando che da noi la modernità e la crescita ci hanno raggiunto nei loro aspetti più deteriori, ecco che sarebbe il caso almeno di immaginare nuove vie, stando attenti anche qui a dare i nomi giusti. Io la nuova via non la chiamo decrescita, importando ancora una volta il nome da occidente, ma la chiamo “umanesimo delle montagne” e quindi pongo l’accento su una via che nasce da noi stessi fin dal nome che le diamo.</p>
<p><em>Luoghi</em><br />
Camminavo per Venezia. Mi chiedevo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. La verità delle cose è nella letizia e nella lotta per dare luce alle capitali dello sconforto, ai luoghi dismessi, agli spiriti sconvolti, più che nell’allinearsi alla gigantesca impresa di pompe funebri a cui si riduce la società dello spettacolo.</p>
<p><em>Morti</em><br />
Nei paesi morire è molto più facile che nascere. I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso. In quel caso il morto ravviva il paese, gli regala qualche ora di commozione e fa sentire tutti più cauti, meno aggressivi. Il paese esce in piazza e parla a bassa voce.</p>
<p><em>Neve</em><br />
È difficile pensare a un paese dove non nevica. La neve è il simbolo dell’inverno e l’inverno è la stagione dei paesi. Io, quando viene un’annata con poca neve, mi sento come se mi fosse mancato qualcosa. La neve dà alle mie alture un rigore, uno stile che i luoghi caldi hanno perduto.</p>
<p><em>Ozio</em><br />
Il paese è considerato il luogo dell’ozio e dell’accidia. Anche se non è così (in realtà è un luogo che non concede tregue, sei sempre di fronte alla tua vita, non c’è modo di distrarsi) al mio paese è nata la libera università degli accidiosi (www.unibis.org) e io lì sono docente di una delle tante discipline improntate all’ozio. La mia si chiama “teoria e tecnica della passeggiata” ma ci sono anche “ergonometria della panchina”, “scienze dell’inutilità”, “etiche dell’incanto” e “antropologia del distratto”. Ovviamente è un’università abbandonata, un esempio di rudere mediatico.</p>
<p><em>Piazza</em><br />
Quella del mio paese è un luogo difficile, lievemente efferato, se sei fuori posto, la piazza te lo rivela immediatamente. Non focolare e grembo di tutti, ma luogo dei rancorosi, dei passeggiatori inaciditi, luogo di proliferazione e tutela di ogni maldicenza, di ogni sfinimento. Adesso le piazze sono in crisi, la diserzione dai paesi comincia dalla diserzione delle loro piazze. Abbiate cura di vederne tante, godetevi questo cinema naturale prima che il proiettore si spenga.</p>
<p><em>Qui</em><br />
Qui non c’è niente. Ecco una frase che ho sentito migliaia di volte, come se mi fossi rivolto non a delle persone ma a una segreteria telefonica.</p>
<p><em>Rancore</em><br />
Sono cose che accadono ovunque, si dice. Non è così, dove vivo io la faccenda ha una tipicità particolare. Il rancore per noi è come il radicchio a Treviso o la cipolla a Tropea. Il nostro è un rancore doc, non va confuso con il blando rancore che si trova ovunque nel mondo. È in esercizio perenne, un fuoco amico, e quando pure trovi riparo dal rancore che viene da fuori, ti accorgi che provi rancore per te stesso, che devi annoverarti tra i tuoi nemici. Questo è il motivo perché ritengo queste zone non più arretrate come da sempre sono state considerate, ma zone d’avanguardia. Nel momento in cui il mondo diventa una comunità di astiosi, è naturale considerare l’Irpina d’Oriente una delle capitali di questo mondo.</p>
<p><em>Silenzio</em><br />
Ogni paese ha il suo silenzio. Dipende dalla forma. Il silenzio di un paese concavo, appoggiato in una valle, è diverso dal silenzio di un paese convesso che sta in cima a una montagna. E poi c’è la disposizione delle case, la presenza della vegetazione, l’esposizione geografica, il fatto di essere a nord o a sud, la vicinanza o meno a una città, perfino il reddito ha influenza sul tipo di silenzio che percepisci dentro un paese. Girando per i posti più affranti e sperduti immagino di essere diventato un esperto di silenzio. Quello di Cairano non è come quello di Montaguto, penso a due luoghi della mia Irpinia. E perfino nello stesso paese il silenzio subisce numerose variazioni, quello estivo non è come quello invernale, quello del mattino non è come quello della sera, quello di un giorno in cui è morto un giovane è diverso da quello di un giorno in cui è morto un anziano. Queste sono ipotesi paesologiche. Di una cosa sono sicuro però: il silenzio vissuto per un giorno è assai diverso da quello che si vive ogni giorno. Il silenzio che sente la vedova nel suo vicolo, col figlio a Torino e il marito al cimitero, con le vicine di casa deportate al paese nuovo, è un silenzio cattivo, che fa tanto male. È il silenzio delle porte chiuse, delle case abitate solo dai ragni e dalle faine, dei pochi giovani che passano senza nemmeno salutare. Non basta tenere la televisione accesa tutto il giorno per arginare questa valanga di silenzio che sommerge ogni cosa. La vedova era abituata a vivere in un paese che era una trama di racconti e di storie. Al forno, davanti alle fontane, vicino al camino, ogni occasione era buona per farsi compagnia con le parole. E quando non si parlava comunque potevi sentire il rumore di chi lavorava. Adesso non si sente il martello del fabbro, non si sente la sega del falegname, non si sentono nemmeno i versi degli animali. Chi viene dalla città e arriva nel paese per qualche ora, trova un silenzio che gli fa tanto bene, un silenzio che gli fa credere di essere in un luogo di pace e tranquillità. Non è affatto vero, il paese, oggi, è un luogo snervante, in cui non è per niente facile rilassarsi. I motivi sono tanti, compreso il silenzio e il suo perenne rimandarci alle cose che ci mancano, che non ci sono più. A me questo non dispiace. Giro per i paesi proprio per le cose che non ci sono più. In fondo le delusioni, le mancanze sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.</p>
<p><em>Terra</em><br />
Disteso sotto il sole pancia a terra in un campo di grano appena mietuto a un certo punto stavo per sentire la terra, mi stava arrivando qualche notizia dal profondo, ho avuto paura e mi sono messo a raccontare la sensazione solo intravista. Così si sfugge alla vita, dovremmo stare molte ore al giorno con la pancia per terra e aspettare che la terra si faccia viva da sotto, aspettare che si accorga di noi e ci parli.</p>
<p><em>Urbanistica</em><br />
Ci sono paesi in fuga dalla loro forma e paesi chiusi nella loro forma. È il momento di costruire paesi aperti nella loro forma, ma non è impresa per architetti, geometri e ingegneri.</p>
<p><em>Vecchi</em><br />
Per me, andare in certi paesi è come visitare un reparto di geriatria all’aria aperta. In certi paesi del Sud la gente diventa decrepita, sembra che la vecchiaia sia un pozzo senza fondo. Eppure gli anziani che abbiamo ora sono gli ultimi in circolazione. Hanno tratti forti, facce lungamente esposte alla fatica, al freddo e al sole. I giovani di adesso, quando saranno vecchi non avranno queste facce, questi corpi contorti dall’artrosi, questo modo di conversare che non è mai concitato, che è un parlare senza animosità, lento, lievemente ipnotico, circolare. Un parlare appreso quando vivere in un paese significava stare con gli altri e sentirsi insieme agli altri. Forse le cose stanno così: una volta si era tristi tutti insieme, adesso ognuno è triste per conto suo. Ora si esce a prendere un poco di luce, per la vecchia abitudine di stare in mezzo agli altri, ma non c’è più nessuno. I giovani si muovono nelle macchine, sono indaffarati o comunque cercano di mostrarsi indaffarati. Gli anziani sono gli ultimi relitti rimasti a galla di una civiltà che affonda nella marea del consumo. Hanno tutti una lingua, uno stile, non sono mai sgraziati, sono innocenti. Non era così quando erano giovani. La civiltà contadina era una civiltà offesa e per questo non sempre capace di gentilezze e di garbo. I vecchi e le vecchie che vediamo adesso con la loro aria smarrita, sono stati genitori oppressivi, si sono concessi e hanno concesso poco. Andate nei paesi e provate ad ascoltare gli anziani, a far loro compagnia. Provate a praticare una nuova forma di turismo, il turismo della clemenza. Facilmente vi potrà capitare di essere trattenuti per un braccio da un anziano che ancora vi vuole parlare, perché oggi per loro il male più grande è non trovare ascolto, non poter raccontare una vita che era epica anche quando era banale. Andate a vedere la ragnatela delle rughe, gli occhi su cui campeggiano le grandi impalcature della morte. La vita non è uno show televisivo e gli anziani sono qui a ricordarci l’eroismo e la miseria di stare al mondo.</p>
<p><em>Zappa</em><br />
Dopo il terremoto in ogni paese c’erano vicoli e case sventrate. Dimore per topi e per ladruncoli in cerca di qualcosa di prezioso. Io e i miei amici giravamo spesso per queste case abbandonate, andavamo a vederle prima che ne abbattessero i muri, il pavimento, il cuore. Non sempre i proprietari si erano preoccupati di svuotarle, oppure avevano portato via solo le cose importanti. Spesso si trovavano bottiglie, vecchie pentole, libri di scuola. Una volta in una casa non c’era più niente, avevano rubato perfino le ceramiche della fornacella. Era rimasta solo una zappa.</p>
<p><span style="color: #666699;">[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.paesiapuani.it/colle%20panestra%20casa%20trescola%20casa%20bovaio.htm"><span style="color: #666699;">qui</span></a>, che però è un altrove]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-40407" title="terracarne1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png" alt="" width="216" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Arminio, <em>Terracarne</em>, Mondadori (2011), pp. 360, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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		<title>Milano, trasformazioni contemporanee</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/milano-trasformazioni-contemporanee/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 05:11:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.hanninen.it/">Giovanni Hänninen</a>, fotografo, insieme a Massimo Bricocoli e Paola Savoldi, docenti presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano, parleranno delle trasformazioni urbanistiche di Milano <strong>giovedì 20 ottobre</strong> alle 21,30 presso <a href="http://www.lascighera.org/dove_siamo">la Scighera</a>, in Via Candiani 131, nel cuore del quartiere Bovisa di Milano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/milano-trasformazioni-contemporanee/">Milano, trasformazioni contemporanee</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40354" title="38_milanoup-2968" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg" alt="" width="450" height="299" /></a></p>
<p><a href="http://www.hanninen.it/">Giovanni Hänninen</a>, fotografo, insieme a Massimo Bricocoli e Paola Savoldi, docenti presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano, parleranno delle trasformazioni urbanistiche di Milano <strong>giovedì 20 ottobre</strong> alle 21,30 presso <a href="http://www.lascighera.org/dove_siamo">la Scighera</a>, in Via Candiani 131, nel cuore del quartiere Bovisa di Milano.</p>
<p>I lettori attenti ricorderanno bene il trio Bricocoli/Hänninen/Savoldi per il loro libro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/08/un-libro-e-una-mostra-fotografica-per-capire-la-milano-downtown/">Milano Downtown</a>, di cui abbiamo scritto su Nazione Indiana, ed il saggio <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/04/19/fare-citta-fare-democrazia/">Fare città, fare democrazia</a> su alfabeta2.it.</p>
<p><em>[La fotografia di Giovanni Hänninen è della serie <a href="http://www.hanninen.it/index.php?/architecture/milano-up/">Milano Up</a>. S ullo sfondo, il Monte Rosa, credo. JR]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/milano-trasformazioni-contemporanee/">Milano, trasformazioni contemporanee</a></p>
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		<title>l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 09:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/17/limperatore-degli-stati-uniti-damerica/">l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-40259" title="1-6 Norton" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg" alt="" width="306" height="512" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia è, infatti, presa a modello da molti sedicenti sovrani. Non sono in molti a saperlo, ma la patria di Washington e Lincoln, culla dei principi repubblicani, ha avuto per vent’anni un monarca.<br />
<span id="more-40258"></span><br />
Meglio conosciuto come Norton I, Joshua fu infatti il primo – e per altro unico – imperatore degli Stati Uniti d’America. Nato a Londra nel 1819, dopo aver trascorso infanzia e giovinezza in Sudafrica, a trent’anni emigra negli Stati Uniti, a San Francisco, cercando la sua strada negli affari. Appena sbarcato in California dispone di una discreta cifra donatagli dal padre, 40 mila dollari, che riesce a far fruttare fino al 1953, quando incappa in un investimento sbagliato. Quell’anno la Cina aveva bloccato le esportazioni di riso a causa di una carestia, con l’effetto che il prezzo del riso si era decuplicato. Così quando Norton apprende che nel porto di San Francisco sta per approdare una nave di ritorno dal Perù carica di riso, decide seduta stante di acquistare l’intero carico. Ma subito dopo aver firmato il contratto, molte altre navi cargo tornano dal Perù con partite di riso, e il prezzo torna immediatamente al livello precedente. Joshua è rovinato, ma non si dà per vinto: intraprende una causa legale che andrà avanti fino al 1957 per rendere nullo il contratto, portando come giustificazione il fatto che la qualità del riso non era quella pattuita e che quindi il venditore lo avrebbe ingannato. Ma la corte gli dà torto. Ormai senza più un soldo, Joshua si allontana da San Francisco per una sorta di esilio volontario. Farà ritorno in città nel 1959, in evidente stato di confusione mentale. Persi i suoi averi, quello che un tempo era stato un rampante imprenditore entra ora a far parte della schiera dei poveri e dei disadattati che affollano le strade della città. Ma nel suo breve esilio Joshua ha maturato – anche a causa della sua vicenda personale – una visione precisa sull’inadeguatezza del sistema giudiziario americano e sull’ingiustizia degli organi politici del suo paese. Così, presa carta e penna, scrive ai giornali cittadini una risoluzione in cui si proclama imperatore degli Stati Uniti. È il 17 settembre del 1959, e la lettera recita così:</p>
<p><em>«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Norton I, imperatore degli Stati Uniti»</em></p>
<p>Ovviamente il proclama viene in larga parte ignorato, ma non dal San Francisco Bullettin, il cui direttore decide di pubblicarlo con intento satirico. L’effetto che produce, tuttavia, va ben al di là delle sue previsioni. La gente comincia a rivolgersi a Norton, che sta spesso per le strade della città dispensando ai passanti i suoi proclami e i suoi consigli, con il titolo imperiale che gli spetta. Ben presto Joshua diventa per tutti l’Imperatore Norton. Joshua si procura un uniforme blu con delle decorazioni dorate, e porta a mo’ di sciabola un bastone con il quale si aiuta a camminare. Ora la sua figura è riconoscibile a tutti, e il novello imperatore si tuffa con entusiasmo nelle sue funzioni di governante: comincia un’autonoma attività di ispezione dei cantieri navali, delle condizioni di lavoro e delle strutture pubbliche, e prosegue con i suoi proclami dichiarandosi anche Protettore del Messico. Joshua comincia persino a stampare delle note di credito, generalmente da 50 centesimi, ma anche da 5 e 10 dollari, che presenta ai negozi come forme di pagamento – e che questi accettano di buon grado. Insomma, la cittadinanza di San Francisco asseconda le sue eccentricità, e così “sua eccellenza” per il resto della sua vita non pagò mai i mezzi pubblici e fu spesso ospitato gratis da molti dei principali ristoranti della città. Chi ha avuto modo di conoscerlo, tuttavia, non lo descrive come un pazzo o una persona inferma di mente, ma come un uomo colto, davvero convinto del proprio ruolo di imperatore. Tra questi c’è Mark Twain, che abita vicino alla pensione dove risiedeva Norton, e spesso prende le sue parti.</p>
<p>Dopo la morte dell’imperatore, Twain modellerà il personaggio del “Re” ne «Le avventure di Huckleberry Finn» proprio su di lui. Ma anche Robert Luis Stevenson e Herbert Asbury lo citeranno nelle loro opere letterarie. Intanto l’attività legislativa di Norton I prosegue negli anni con rinnovata passione. Tra i proclami più noti c’è quello del 1859 con cui ordina di sciogliere il Congresso, a causa delle seguenti motivazioni: «Ci è evidente che si abusa del suffragio universale; che la frode e la corruzione impediscono l’espressione giusta e corretta della pubblica opinione; che si verifica costantemente un’aperta violazione delle leggi a causa di folle, partiti, fazioni e dell’indebita influenza politica delle sette […]». Ovviamente l’ordine non sortisce alcun effetto, e per questo Norton ordina successivamente all’esercito di intervenire. Nel 1860 prosegue la sua opera di demolizione di un sistema ormai corrotto, e per tanto dichiara sciolta la Repubblica in favore della monarchia assoluta (la sua). Nel 1862 licenzia Abraham Lincoln, e nel 1868 ordina l’arresto del suo successore Andrew Johnson, condannandolo a pulire gli stivali dell’imperatore. Nel 1869 ordina lo scioglimento dei partiti Repubblicano e Democratico. Oggi i suoi proclami – quelli ritenuti autentici, perché si verificarono alcuni casi di falsificazione – sono custoditi presso il Museo cittadino di san Francisco.</p>
<p>Nel 1867 l’imperatore Norton è protagonista di una disavventura che dà la misura della popolarità e benevolenza che aveva maturato presso la sua città. Un agente di polizia di nome Armand Barbier decide di arrestarlo per affinché venga sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio per presunti disturbi mentali. L’arresto scatena lo sdegno della cittadinanza e una serie di articoli e lettere sui principali quotidiani di san Francisco, finché il capo della polizia Patrick Crowley non decide di scarcerarlo e di presentare delle pubbliche scuse per il comportamento della polizia. Norton si dimostra magnanimo, e perdona pubblicamente il giovane agente che lo aveva arrestato. In fondo non sapeva con chi aveva a che fare. Da quel momento in poi tutti i poliziotti di San Francisco cominciarono a fare il saluto all’imperatore ogni volta che lo incontravano per la strada. La popolarità di Norton era tale che, verso la fine della sua vita, fu oggetto di leggende vere e proprie che lo volevano parente dell’imperatore Luigi Napoleone Bonaparte, prossimo sposo della regina Vittoria – peraltro già maritata – e ci fu persino chi affermava che in realtà l’imperatore era immensamente ricco, ma viveva da povero a causa della sua avarizia.</p>
<p>Chi può affermare davvero che Joshua Norton fu una persona con disturbi mentali piuttosto che un vero imperatore? La sua città lo trattava come tale, e lui come tale visse. È vero che i suoi proclami non avevano effetto, ma c’è chi fa notare che molte altre leggi “reali” subiscono lo stesso destino. Alcuni dei suoi dettami, per altro, ebbero un effetto per così dire “postumo”: più volte Norton si pronunciò per la costruzione di un ponte che collegasse la baia, e oggi il Golden Gate è uno dei simboli di San Francisco. E inoltre la sua figura era veramente in grado di esercitare un ascendente sulla popolazione, almeno quella di San Francisco. Eclatante fu il caso di una manifestazione anti- cinese – se ne verificavano molte negli anni sessanta e settanta dell’Ottocento a San Francisco – che stava per sfociare nella violenza; l’intervento di Norton, che si interpose fisicamente tra le fazioni, riuscì a smorzare gli animi. Insomma, Norton I fu considerato su sovrano dai suoi concittadini, e non soltanto visse come tale, ma come tale morì. Nel 1880 ai suoi funerali si radunò una enorme ingente, di oltre 30 mila persone, su una popolazione che allora non superava le 230mila unità. Le spese per il funerale furono coperte alla città di San Francisco. Le sue spoglie mortali, seppellite nel cimitero massone, furono riesumate nel 1934 e spostate nel Woodlawn Cemetery di Colma, dove si trovano tutt’ora. A segnare la sua tomba è stata posta una grande pietra dove è stato scolpito il suo nome: Norton I, imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/17/limperatore-degli-stati-uniti-damerica/">l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</a></p>
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		<title>Come è andata a finire &#8220;Carta batte forbice&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 22:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40356</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>[Per chi volesse conoscere l'esito dell'<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/“carta-batte-forbice-–-contro-i-tagli-alla-cultura-–-per-le-biblioteche-come-bene-comune-–-per-una-rivolta-del-sapere”/">assemblea pubblica</a> convocata alla Biblioteca Nazionale di Roma l'11 ottobre]</em></p>
<p>di <strong>Nicola Lagioia<br />
</strong></p>
<p>Ieri pomeriggio, a Roma, Castro Pretorio, intorno alle 17.00, una signora di circa sessant’anni, impermeabile beige e sigaretta mezzo consumata tra le dita, ripeteva stupefatta: “mi ricordo gli scontri degli anni Settanta, ma i poliziotti che chiudono la Biblioteca Nazionale non li avevo ancora visti”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/come-e-andata-a-finire-carta-batte-forbice/">Come è andata a finire &#8220;Carta batte forbice&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Per chi volesse conoscere l'esito dell'<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/“carta-batte-forbice-–-contro-i-tagli-alla-cultura-–-per-le-biblioteche-come-bene-comune-–-per-una-rivolta-del-sapere”/">assemblea pubblica</a> convocata alla Biblioteca Nazionale di Roma l'11 ottobre]</em></p>
<p>di <strong>Nicola Lagioia<br />
</strong></p>
<p>Ieri pomeriggio, a Roma, Castro Pretorio, intorno alle 17.00, una signora di circa sessant’anni, impermeabile beige e sigaretta mezzo consumata tra le dita, ripeteva stupefatta: “mi ricordo gli scontri degli anni Settanta, ma i poliziotti che chiudono la Biblioteca Nazionale non li avevo ancora visti”.</p>
<p>Continua <a href="http://www.generazionetq.org/2011/10/12/una-cronaca-di-nicola-lagioia-della-manifestazione-carta-batte-forbice/">qui.</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/come-e-andata-a-finire-carta-batte-forbice/">Come è andata a finire &#8220;Carta batte forbice&#8221;</a></p>
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		<title>Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 09:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1.jpg"></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>14 ottobre 2011, ore 21.00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Libreria Popolare<br />
via Tadino 18, Milano</p>
<p style="text-align: center;">Alessandro <strong>Broggi</strong> e Paolo <strong>Giovannetti</strong><br />
presentano:</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Quando Kubrick inventò la fantascienza.</strong></em><br />
<em> Quattro capricci su 2001 Odissea nello spazio</em></p>
<p style="text-align: center;">di Andrea <strong>Inglese</strong></p>
<p style="text-align: center;">(La camera verde, Roma, 2011)</p>
<p style="text-align: center;">Sarà presente l&#8217;autore.</p>
<p><em>L’AUTORE</em></p>
<p><strong></strong>Andrea Inglese<strong> </strong>(1967) vive a Parigi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/">Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40339" title="M1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>14 ottobre 2011, ore 21.00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Libreria Popolare<br />
via Tadino 18, Milano</p>
<p style="text-align: center;">Alessandro <strong>Broggi</strong> e Paolo <strong>Giovannetti</strong><br />
presentano:</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Quando Kubrick inventò la fantascienza.</strong></em><br />
<em> Quattro capricci su 2001 Odissea nello spazio</em></p>
<p style="text-align: center;">di Andrea <strong>Inglese</strong></p>
<p style="text-align: center;">(La camera verde, Roma, 2011)</p>
<p style="text-align: center;">Sarà presente l&#8217;autore.<span id="more-40338"></span></p>
<p><em>L’AUTORE</em></p>
<p><strong></strong>Andrea Inglese<strong> </strong>(1967) vive a Parigi. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo <em>L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo</em> (2003), i libri di poesia <em>Prove d’inconsistenza</em>, in <em>VI Quaderno italiano</em> (Marcos y Marcos, 1998), <em>Inventari</em> (Zona 2001), <em>Colonne d’aveugles</em> (Le Clou Dans Le Fer, 2007), <em>La distrazione </em>(Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), le raccolte di prose <em>Prati / Pelouses </em>(La Camera Verde, 2007) in parte confluite<em> </em>nel volume collettivo <em>Prosa in prosa </em>(Le Lettere, 2009) e <em>Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001</em> (La Camera Verde, 2011)<em>. </em>Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, <em>Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 </em>(Metauro, 2009). È uno dei fondatori del blog letterario <em>Nazione Indiana </em>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/">www.nazioneindiana.com</a>) ed è redattore di <em>GAMMM</em> (gammm.org). È stato il curatore di <em>Per una critica futura. Quaderni di critica letteraria</em>, sul sito di Biagio Cepollaro (<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm">www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm</a>). È nel comitato di redazione di “alfabeta2” e cura il sito <a href="http://www.alfabeta2.it/">www.alfabeta2.it</a>. Per l’anno 2010-2011 è stato scrittore residente a Parigi con una borsa del Conseil Régional d’Île-de-France.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/">Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</a></p>
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		<title>“Carta batte forbice – contro i tagli alla cultura – per le biblioteche come bene comune – per una rivolta del sapere”</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/%e2%80%9ccarta-batte-forbice-%e2%80%93-contro-i-tagli-alla-cultura-%e2%80%93-per-le-biblioteche-come-bene-comune-%e2%80%93-per-una-rivolta-del-sapere%e2%80%9d/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 23:08:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca centrale di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[bibliotecari]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[Dal sito di <a href="http://www.generazionetq.org/">TQ</a>]</em></p>
<p><strong>Martedì 11 ottobre, dalle cinque alle dieci di sera, un’assemblea pubblica è indetta alla Biblioteca Nazionale di Roma.</strong></p>

<p>In una crisi politica e sociale ogni giorno più clamorosa, un’indifferenza feroce, una rabbia contro il valore stesso dello studio e della conoscenza, colpisce le biblioteche, le scuole, le università, l’editoria, i lavoratori della cultura, dello spettacolo, gli studenti, e tutti coloro che ritengono fondamentale la cultura per una comunità che vuole dirsi tale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/%e2%80%9ccarta-batte-forbice-%e2%80%93-contro-i-tagli-alla-cultura-%e2%80%93-per-le-biblioteche-come-bene-comune-%e2%80%93-per-una-rivolta-del-sapere%e2%80%9d/">“Carta batte forbice – contro i tagli alla cultura – per le biblioteche come bene comune – per una rivolta del sapere”</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Dal sito di <a href="http://www.generazionetq.org/">TQ</a>]</em></p>
<p><strong>Martedì 11 ottobre, dalle cinque alle dieci di sera, un’assemblea pubblica è indetta alla Biblioteca Nazionale di Roma.</strong></p>
<div>
<p>In una crisi politica e sociale ogni giorno più clamorosa, un’indifferenza feroce, una rabbia contro il valore stesso dello studio e della conoscenza, colpisce le biblioteche, le scuole, le università, l’editoria, i lavoratori della cultura, dello spettacolo, gli studenti, e tutti coloro che ritengono fondamentale la cultura per una comunità che vuole dirsi tale.</p>
<p>Per questo da mesi in Italia stanno sorgendo centinaia di iniziative tra studenti e lavoratori della conoscenza per chiedere non solo la difesa dei propri diritti, dell’articolo 3 della nostra costituzione (dove si scrive che l’istruzione è il motore fondamentale dell’inclusione sociale), ma per immaginare tutti insieme una grande cittadinanza attiva capace di pensare un futuro diverso.<span id="more-40334"></span></p>
<p>E per questo – in un paese dove si legge poco, dove ci sono ancora due milioni di analfabeti totali, e cinque di semianalfabeti – abbiamo scelto come luogo obbligato per un’assemblea pubblica aperta a tutta la cittadinanza la Biblioteca Centrale di Roma. Lo spazio che dovrebbe essere il cuore pulsante di una polis, un bene comune accessibile a tutti e che tutti abbiano a cuore, è oggi trattato dal governo come un ostacolo a quello che sembra un autentico progetto di desertificazione culturale.</p>
<p>Noi pensiamo che proprio le biblioteche e i luoghi pubblici della cultura possano essere i centri di una rivolta del sapere: perché le biblioteche pubbliche sono come le fontanelle, sono come i pronto soccorsi, sono come le caserme dei pompieri, sono come le scuole materne. Sono necessarie, e dovrebbero essere sempre di più spazi di partecipazione per tutti quelli che si riconoscono nel valore dei beni comuni, nel piacere dello stare insieme, nell’importanza di sentirsi cittadini.</p>
<p>Perché allora un luogo così importante chiude tutti i giorni alle 19 e il sabato alle 13.30, mentre, come invece accade in altri contesti felici, le biblioteche potrebbero restare aperte fino a mezzanotte, o ventiquattro ore, o la domenica, o l’intera estate, come è normale ad esempio a tutte le grandi biblioteche europee, piene degli studiosi che d’estate hanno tempo di consultare i libri per le loro ricerche? E perché i soldi che la Biblioteca Nazionale ha in dotazione sono un milione e trecentomila euro l’anno mentre, sempre per dire, alla British Library – pur con i tagli di Cameron – lo stato dà l’equivalente di 150 milioni di euro l’anno e alla Bibliotèque Nationale de France – pur con i tagli di Sarkozy – 200 milioni di euro l’anno?</p>
<p>Non ci piace parlare di emergenza, ci piace parlare di partecipazione attiva. Per questo abbiamo deciso per un giorno di trasformare la biblioteca in quello che dovrebbe essere tutti i giorni: un luogo restituito alla cittadinanza, una “fontanella” della cultura. E abbiamo indetto un’assemblea per tutti coloro che sono convinti che la cultura debba essere un bene comune.</p>
<p>Abbiamo raccolto gli ultimi dati che indicano la terribile crisi, di investimento e di progetto, che attraversa le biblioteche italiane; potete leggerne anche voi <a href="http://www.aib.it/aib/boll/2010/1001119.htm">qui</a></p>
<p>Abbiamo ripreso un decalogo di punti individuati da Antonella Agnoli nel libro Le piazze del sapere, il cui lavoro è un riferimento fondamentale per questa mobilitazione,e il cui link è <a href="http://www.scribd.com/doc/45260991/17-punti-da-non-dimenticare">qui</a>.</p>
<p>Abbiamo coinvolto quelli stanno facendo battaglie parallele alla nostra: gli archivisti che si mobiliteranno dal 12 al 15 ottobre: ne leggere <a href="http://www.anai.org/anai-cms/">qui</a>.</p>
<p>Abbiamo visto che anche altrove stanno protestando in un modo molto simile al nostro, per esempio <a href="http://falseeconomy.org.uk/blog/save-oxfordshire-libraries-speech-philip-pullman">qui</a>.</p>
<p><strong>Ma soprattutto abbiamo chiamato a raccolta tutti, i bibliotecari, i lavoratori della biblioteca, gli archivisti, gli utenti della biblioteca, gli scrittori, i redattori, i traduttori, i giornalisti, gli editori, i grafici, i ricercatori, gli insegnanti, i semplici lettori, e soprattutto i semplici cittadini, insomma voi: tutti coloro che – al contrario di questo governo rapace, cinico e triste – sperano che la cultura per una volta possa vincere contro i tagli, e che si possa trasformare un deserto in una sorgente. </strong></p>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/%e2%80%9ccarta-batte-forbice-%e2%80%93-contro-i-tagli-alla-cultura-%e2%80%93-per-le-biblioteche-come-bene-comune-%e2%80%93-per-una-rivolta-del-sapere%e2%80%9d/">“Carta batte forbice – contro i tagli alla cultura – per le biblioteche come bene comune – per una rivolta del sapere”</a></p>
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