<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<?xml-stylesheet href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/rss2italianfull.xsl" type="text/xsl" media="screen"?><?xml-stylesheet href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css" type="text/css" media="screen"?><rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" version="2.0">

<channel>
	<title>Nazione Indiana</title>
	
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione 2.0</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 21:14:59 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.6.1</generator>
	<language>en</language>
	<xhtml:meta xmlns:xhtml="http://www.w3.org/1999/xhtml" name="robots" content="noindex" />
		<atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" href="http://www.nazioneindiana.com/feed/" type="application/rss+xml" /><feedburner:feedFlare href="http://www.newsgator.com/ngs/subscriber/subext.aspx?url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2Ffeed%2F" src="http://www.newsgator.com/images/ngsub1.gif">Subscribe with NewsGator</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.bloglines.com/sub/http://www.nazioneindiana.com/feed/" src="http://www.bloglines.com/images/sub_modern11.gif">Subscribe with Bloglines</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.netvibes.com/subscribe.php?url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2Ffeed%2F" src="http://www.netvibes.com/img/add2netvibes.gif">Subscribe with Netvibes</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://fusion.google.com/add?feedurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2Ffeed%2F" src="http://buttons.googlesyndication.com/fusion/add.gif">Subscribe with Google</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.pageflakes.com/subscribe.aspx?url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2Ffeed%2F" src="http://www.pageflakes.com/ImageFile.ashx?instanceId=Static_4&amp;fileName=ATP_blu_91x17.gif">Subscribe with Pageflakes</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://add.my.yahoo.com/content?lg=it&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2Ffeed%2F" src="http://eur.i1.yimg.com/eur.yimg.com/i/it/my/mioya1.gif">Subscribe with Mio Yahoo!</feedburner:feedFlare><feedburner:browserFriendly>Se vuoi conoscere meglio Nazione Indiana, puoi iscriverti al nostro feed per seguire con comodo le nostre attività. Cè anche una piccola &lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/netiquette/iscriviti/"&gt;guida sui feed&lt;/a&gt; che spiega tutto.</feedburner:browserFriendly><item>
		<title>Commiato</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/371277036/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/commiato-2/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 21:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[indiani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7497</guid>
		<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar
Con il presente post, l&#8217;ultimo, annuncio la mia uscita da Nazione Indiana. E&#8217; stata un&#8217;esperienza per me importante, a volte addirittura esaltante. Ma se è vero che sul web il tempo marcia molto velocemente, più velocemente che &#8220;fuori&#8221;, la stanchezza, ora come ora, ha preso il sopravvento.
Colgo l&#8217;occasione per ringraziare Tiziano Scarpa, che [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Commiato&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fcommiato-2%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Con il presente post, l&#8217;ultimo, annuncio la mia uscita da Nazione Indiana. E&#8217; stata un&#8217;esperienza per me importante, a volte addirittura esaltante. Ma se è vero che sul web il tempo marcia molto velocemente, più velocemente che &#8220;fuori&#8221;, la stanchezza, ora come ora, ha preso il sopravvento.<br />
Colgo l&#8217;occasione per ringraziare Tiziano Scarpa, che mi volle nella &#8220;squadra&#8221; nel dicembre del 2004, e tutti gli Indiani, nessuno escluso. Con molti di loro ho condiviso idee, parole, moti di affetto sincero e vera amicizia. Nazione Indiana mi ha dato la possibilità - rara - di conoscere persone eccezionali, e di farmi conoscere, di uscire dall&#8217;isolamento di cui sono preda, per varie ragioni, gli scrittori. Nazione Indiana è una bella realtà, e io ne sarò sempre un &#8220;tifoso&#8221; sfegatato, un sostenitore e, se possibile, un fiancheggiatore. Troppi i ricordi e gli affetti che mi legano a questo &#8220;organismo letterario vivente&#8221;. Ma è venuto il momento di mettersi da parte, almeno per me. Non c&#8217;è un motivo particolare, in questa mia decisione, se non stanchezza, una parola che racchiude molte cose: e comunque, è meglio ritirarsi quando va ancora tutto bene, credo. Sono in programma alcuni post per i giorni successivi, fino alla fine di agosto. Dopodichè, tornerò ad essere lettore e commentatore soltanto.<br />
Un grande augurio a tutti gli Indiani di buon lavoro, e un saluto e un grazie ai lettori e ai commentatori.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/commiato-2/" >Commiato</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=kU1uhK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=kU1uhK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=3Q0iXk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=3Q0iXk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=LzDZYK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=LzDZYK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/371277036" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/commiato-2/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fcommiato-2%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/commiato-2/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>I pod, You tube, He/She lost control</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/371241043/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/i-pod-you-tube-heshe-lost-control/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 20:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[carte]]></category>

		<category><![CDATA[i-pod]]></category>

		<category><![CDATA[marino niola]]></category>

		<category><![CDATA[Massimo Maugeri]]></category>

		<category><![CDATA[rolling stone]]></category>

		<category><![CDATA[you-tube]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7449</guid>
		<description><![CDATA[
Sul suo blog l&#8217;amico Massimo Maugeri  ha lanciato una sfida ai lettori invitandoli a votare il migliore singolo e album della storia del Rock, sulla falsa riga della Top 100 proposta dal Magazine Rolling Stone.
In tantissimi hanno così lanciato le proprie proposte ( per quanto mi riguarda ho votato Sympathy for the devil e [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=I+pod%2C+You+tube%2C+He%2FShe+lost+control&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fi-pod-you-tube-heshe-lost-control%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/170707_23.jpg" ><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/170707_23-267x300.jpg" alt="" title="170707_23" width="267" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7481" /></a></p>
<p><a href="http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/08/16/eleggiamo-la-miglior-canzone-e-il-miglior-album-di-tutti-i-tempi/#comments" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/letteratitudine.blog.kataweb.it');">Sul suo blog</a> l&#8217;amico Massimo Maugeri  ha lanciato una sfida ai lettori invitandoli a votare il migliore singolo e album della storia del Rock, sulla falsa riga della Top 100 proposta dal Magazine <a href="http://www.rollingstone.com/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/www.rollingstone.com');">Rolling Stone</a>.<br />
In tantissimi hanno così lanciato le proprie proposte ( per quanto mi riguarda ho votato <a href="http://it.youtube.com/watch?v=pc3f8L7Ruuk" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/it.youtube.com');">Sympathy for the devil </a>e <a href="http://it.youtube.com/watch?v=nrlx6l0C4Ts" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/it.youtube.com');">Quadrophenia</a>) e nel lunghissimo thread eccellentemente moderato da Gea ed Enrico, una giovane (presumo) commentatrice, Miriam, ha fatto un&#8217;osservazione che non solo mi pareva azzeccata ma che ha scatenato in me un&#8217;altra serie di interrogativi a cui ho provato a dare una risposta.<br />
Miriam suggeriva infatti in po&#8217; a tutti di non limitarsi a fare citazioni, riportare link a Youtube o Myspace, ma di tentare una sorta di cartografia affettiva delle canzoni cercando di trasmettere ai lettori non solo l&#8217;informazione ma anche l&#8217;emozione che aveva portato a quella scelta. Nel blog troverete ovviamente la formulazione originaria e vi invito a leggerla. Qui invece riporto la mia prima riflessione sperando con voi di trovare una risposta alla &#8220;chose&#8221;.<br />
<strong><br />
Postato Martedì, 19 Agosto 2008 alle 8:10 pm da effeffe</strong></p>
<p><em>Cara Miriam,<br />
era da un po’ di tempo che mi interrogavo su questa storia delle playlist. Sono stato tra i primi partizan dell’I-pod per puro caso.<br />
<span id="more-7449"></span><br />
Costretto a lasciare case e cose era l’unico modo per portare via tutta la discografia (le copertine, i libretti, le macchie sarebbero rimasti dov’erano) anche se immateriale, ovvero tracce mp3. E così mi è capitato di incontrare altri ipodisti nella mia lunga fuga (che ancora dura e sono passati più di tre anni) e di aver sperimentato quella cosa tradotta in dialoghi tipo: dai adesso mettiamo il mio ipod, no no, ho ancora due pezzi, si ma è mezz’ora che ci hai il tuo ipod collegato al mixer, è il mio turno. ..ecc. Eppure quel far ascoltare la playlist o un pezzo in particolare non produceva nell’altro emozione, proprio come nel tuo caso. In altri termini tutto il mondo che l’Ipodista aveva trasmesso a quel pezzo, il pezzo non lo trasmetteva ad altri. Banale no?</p>
<p> Eppure una spiegazione c’è, un’ipotesi ce l’ho. L’emozione (il discorso vale sia per l’ipod che per gli indirizzi youtube che ci si sta passando qui in questo post) non passa perché non c’è un racconto. Chi fa radio (io ne faccio un po’ con un <a href="http://cocinaclandestina-cocinaclandestina.blogspot.com/2008/03/dicono-di-lororassegna-stampa.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/cocinaclandestina-cocinaclandestina.blogspot.com');">programma</a> in Piedmont) sa che il radioascoltatore si fa ammaliare dalla storia, dall’aneddoto, e il rock si sa si è sempre nutrito di aneddoti. Ma non solo. Un pezzo, traduce anche un tempo e la mitologia che lo presuppone. La canzone “</em><em>Je ne regrette rien</em> “di <a href="http://it.youtube.com/watch?v=kFRuLFR91e4" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/it.youtube.com');">Edith Piaf</a> va di paro paro con il lancio dei paracadutisti in Algeria,(la cantante aveva dedicato alla legione Straniera impegnata all&#8217;epoca nella Guerra d&#8217;Algeria, la registrazione del brano) o la canzone <a href="http://it.youtube.com/watch?v=aCUQtbZ3Tbs" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/it.youtube.com');">The end</a> dei Doors che ognuno di noi dopo Apocalypse now associa al bombardamento al napalm in vietnam. Il rock produce narrazioni (ricordate la storica sfida alle bacchette tra i due batteristi, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=EnQuuDnkeJ8" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/www.youtube.com');">Carl Palmer</a> (Emerson Lake and palmer) e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=mAnKyR3MQHw&#038;feature=related" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/www.youtube.com');">Keith Moon</a> (The who)e chi ama il rock si narra anche attraverso quel tipo di racconto. Un amico antropologo Marino Niola <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/26/io-il-tu-dell-umanita-comunicante.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/ricerca.repubblica.it');">faceva notare</a> come le nuove tecnologie si declinino attraverso i pronomi. I (io) pod, You (tu) tube. A me sembra che manchi ancora a questo stadio di riproduzione, (I pod, You Tube) la dimensione del noi che poi non è altro che la condivisione dell’esperienza, e dell’emozione.</p>
<p>Ecco perchè a mio avviso si affaccia sulla scena la parola share, condividere, in questi ultimissimi tempi. Lo share televisivo era <em>n’ata cosa</em>. Chi non viene da quel mondo (ex noi) c’entrerà da solo, non attraverso le “piste” che i genitori o i <em>frati</em> più grandi daranno. E allora si, che ogni nuova canzone (nuova di trent’anni fa dialogherà con quella che ha pochi giorni di vita). Così i concerti in sale microscopiche, o negli stadi dove si vedono sempre più ragazzi e ragazze.  Scusa allora, Miriam, se non ci si trova ora, perché già so che ci si ritroverà più tardi, e magari avrai tra le mani un disco che uno dei più grandi fumettari italiani, <a href="http://cgi.ebay.it/Ivan-Graziani-:-Lugano-addio---Copertina-di-Liberatore_W0QQitemZ230265199101QQcmdZViewItem?IMSfp=TL080625091a25189#ebayphotohosting" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/cgi.ebay.it');">Tanino Liberatore,</a> aveva realizzato per quel grande cantautore italiano che è stato Ivan Graziani…<br />
scusate il papiello</p>
<p>effeffe</p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>Segue testo dell&#8217;articolo di Marino, a parer mio imprescindibile.</p>
<p><strong>L&#8217; IO E IL TU DELL&#8217; UMANITÀ COMUNICANTE</strong><br />
<em>Repubblica — 26 luglio 2008   pagina 35   sezione: CULTURA</em><br />
di<br />
<strong>Marino Niola</strong></p>
<p>IPod, YouTube: prima e seconda persona singolare dell&#8217; individualismo di massa. L&#8217; io e il tu dell&#8217; umanità comunicante, i pronomi personali dell&#8217; interlocuzione globale. Nomi brevi, assonanti, allusivi. Misteri etimologici, nuovi mondi da scoprire e da nominare. Sono questi i miti d&#8217; oggi, le bussole che aiutano l&#8217; homo tecnologicus a navigare nel mare del presente, a esplorare, più che a spiegare, una realtà in perpetua, rapidissima trasformazione. Che è poi da sempre la funzione del mito: traghettare il senso negli stretti insidiosi che separano un mondo che scompare e quello nuovo che si profila in forme sconosciute, enigmatiche, inquietanti. Il mito è una parola scelta dalla storia, diceva Roland Barthes nei suoi Miti d&#8217; oggi.</p>
<p> Un libro che quando uscì, nel 1957, fece epoca, perché riepilogava il presente in poche parole, lo riassumeva in un glossario fatto di alcuni termini chiave - oggetti simbolo - che sintetizzavano la mutazione antropologica della società che usciva dalla guerra. La bistecca e le patate fritte, lo strip-tease, la due cavalli, il vino rosso, i detersivi, la Guide bleu, il Tour de France, Brigitte Bardot. Passioni-ossessioni della prima società dei consumi, che si era appena lasciata la miseria alle spalle e sognava cose concrete, solide, di sostanza. Un simbolismo nutriente, addirittura ricostituente, tutto il contrario del nostro ascetico immaginario a cristalli liquidi, immateriale, vuoto, mobile, virtuale. Perché quando la storia supera un tornante la macchina del mito si resetta. E fabbrica nuove icone. è in questo senso che iPod e YouTube sono entrati nella mitologia contemporanea. Come ologrammi che condensano in un oggetto lo spirito di questo tempo.</p>
<p> Nato come merce, l&#8217; iPod (ma anche l&#8217; i-phone) è diventato improvvisamente significato. E in questa metamorfosi c&#8217; è la chiave della consacrazione di un semplice lettore di musica e video a emblema di uno stile di vita hi-tech. Simbolo di identità e perciò stesso rivendicazione di una differenza. A caratterizzare i prodotti contrassegnati con la i e i soggetti che li scelgono è proprio il non essere come gli altri. IPod non è un walkman, come i-book non è un pc e come i-phone non è un telefonino. In un mondo spersonalizzante, competitivo, minacciosamente tecnocratico, gli strumenti con la i diventano il nostro io tecnologico, incarnano il volto umano della mobilità, permettono insomma una sostenibile leggerezza dell&#8217; essere. Bianco, elegante, levigato, minimale, il design stesso realizza l&#8217; utopia di un nuovo modo di vivere la tecnologia che ne fa una seconda natura, senza la discontinuità robotica dell&#8217; informatica ancien régime. IPod replica con mimetismo ibrido, più che animale meno che umano, lo scorrere ininterrotto e trasversale dei flussi della nostra memoria. </p>
<p>Senza scatti per passare da una traccia all&#8217; altra, un panta rei digitale che sembra riprodurre l&#8217; anatomia stessa del ricordo. Nelle play list che costruiamo e che scambiamo con altri - dando vita a forme inedite di comunità estetiche, di reti armoniche - la musica registrata perde, infatti, il suo carattere esterno, oggettivo, impersonale, archivistico per trasformarsi in ricordo, in qualcosa della nostra soggettività che viene condiviso. L&#8217; oggetto diventa così un prolungamento di noi stessi, realizzando la mutazione antropologica della tecnologia. Con l&#8217; effetto di una naturalizzazione del digitale che smette di essere una protesi elettronica per trasformarsi in organo pulsante, attaccato alla pelle al punto da diventare me. Digito ergo sum. è il motto di uno spostamento progressivo dal tecnologico al biologico, dall&#8217; avere all&#8217; essere, dalla terza alla prima persona. Il che consente all&#8217; informatica di realizzare la promessa contenuta nel suo nome e di diventare pura sinapsi, materia subtilis, funzione senza peso. IPod, letteralmente io-piede, o in senso figurato io-cammino, o ancora io non resto fermo.</p>
<p> Come dire la mobilità in un nome che, non a caso, evoca il movimento, il camminare poiché deriverebbe dalla parola piede. Esattamente come Edipo, il più mitico dei nomi. L&#8217; etimologia, lungi dall&#8217; essere certa è tuttavia piena di verità. Una verità di ordine simbolico e non di ordine logico o filologico. L&#8217; autenticità dei miti, infatti, sta tutta nel valore condiviso che essi assumono e la loro forza sta nella capacità di orientare il senso comune: il mito funziona come una bussola e non come un microscopio. La parola mitica è sempre un concentrato di senso, o meglio di sensi. è significato ad altissima densità iconica. Per esempio il nome Edipo, che significa letteralmente &#8220;piede gonfio&#8221;, rende il gonfiore dei piedi universalmente significativo, ne fa il simbolo di uno zoppicamento del mondo, di un cattivo andamento della realtà che precipita tragicamente, come una persona che cade in disgrazia. E le fatali Sirene hanno già nel nome - dalla radice sir che vuol dire canto - sia l&#8217; incantesimo del suono che il grido dell&#8217; allarme. Il pensiero mitico trasforma dunque un nome comune in un nome proprio di cui tutti riconoscono il senso a prima vista e che applicano alla realtà come un cifrario, come una chiave d&#8217; interpretazione.</p>
<p> Ecco perché iPod diventa la personificazione di un&#8217; azione, l&#8217; iconizzazione di una funzione, la sua sacralizzazione laica. Al fondo del nostro linguaggio di ogni giorno giace una sterminata mitologia, un infinito catalogo di significati virtuali che di volta in volta le correnti epocali e le onde emotive disincagliano facendole venire a galla, passandoci sopra un colpo di evidenziatore collettivo. Proprio come nel web dove si parla di far galleggiare l&#8217; informazione, di linkarla. In fondo i miti, di ieri e di oggi, sono proprio dei link che fanno affiorare le parti nascoste della realtà, gli strati giacenti del linguaggio, richiamando alla superficie le profondità inesplorate dell&#8217; essere che emergono dalla quotidianità della parola stessa. Potenza di un piede. Talmente iconico da figliare parole nuove come podcasting - composta da pod e da broadcasting, ovvero condivisione di file audio - eletta parola dell&#8217; anno 2005 dal New Oxford Dictionary celebrando di fatto la metamorfosi della funzione tecnica in indicazione mitica.</p>
<p> Se iPod è insieme anima e mente dell&#8217; individuo di massa - contrazione egocentrica, quasi autistica della propria interiorità, del proprio mondo, delle proprie preferenze e passioni in pochi grammi di guscio - YouTube rappresenta invece l&#8217; interlocuzione globale all&#8217; ennesima potenza. Che fa di ciascuno la seconda persona di un tu per tu planetario tra immagini. E dunque la relazione con l&#8217; altro appare totalmente oggettivata, quasi anatomizzata. La rete funziona da lente d&#8217; ingrandimento che mostra a una velocità vertiginosa - ogni giorno cento milioni di video visionati e sessantacinquemila nuovi filmati aggiunti - l&#8217; umanità ridotta ai suoi minimi particolari, spesso i più bizzarri, mostruosi, paradossografici, rendendola di fatto estranea, mero oggetto di visione posto a distanza telescopica. E proprio telescopio significa in antico slang il termine tube. Ciascuno è voyeur ed entomologo di una realtà ancora in frammenti: una zoologia imperfetta fatta di individui non ancora raggruppati in specie. è la vera Naturalis historia dell&#8217; immaginario globale, fatta di eccezioni di cui è difficile trovare la regola. Un&#8217; umanità singolare che sembra uscita dalla penna di Erodoto o di Plinio. Ma attende ancora un Linneo che metta ordine nel suo caos e ci insegni a leggerne le figure. </p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/i-pod-you-tube-heshe-lost-control/" >I pod, You tube, He/She lost control</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=rfD7QK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=rfD7QK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=1uwH7k"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=1uwH7k" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=a2fKjK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=a2fKjK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/371241043" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/i-pod-you-tube-heshe-lost-control/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fi-pod-you-tube-heshe-lost-control%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/i-pod-you-tube-heshe-lost-control/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/370792466/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 09:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[carte]]></category>

		<category><![CDATA[indiani]]></category>

		<category><![CDATA[1968]]></category>

		<category><![CDATA[Angelo MAria Ripellino]]></category>

		<category><![CDATA[Brežnev]]></category>

		<category><![CDATA[Ceauşescu]]></category>

		<category><![CDATA[Dubček]]></category>

		<category><![CDATA[Hitler]]></category>

		<category><![CDATA[Masaryk]]></category>

		<category><![CDATA[Praga]]></category>

		<category><![CDATA[primavera di praga]]></category>

		<category><![CDATA[repressione]]></category>

		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

		<category><![CDATA[unione sovietica]]></category>

		<category><![CDATA[Zamjatin]]></category>

		<category><![CDATA[Čapek]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7446</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Maria Ripellino

[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio Dietro il muro di Praga («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973). A cura di Antonio Pane, Le Lettere, [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Ai+miei+amici+patrioti+che+sono+stati+messi+in+carcere&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg" ><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg" alt="" title="primavera-di-praga" width="500" height="375" class="alignnone size-full wp-image-7453" /></a></p>
<p><small>[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/www.lelettere.it');">L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973).</a></em> A cura di Antonio Pane, Le Lettere, Firenze 2008. ] </small></p>
<p>Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza. Tanto più amaro è il mio ritorno in quanto questo magnifico popolo è stato offeso e schiacciato dall&#8217;esercito di un altro paese, della cui letteratura io sono da lunghi anni testimonio ed amico in scritti e lezioni. È tempo di liberarsi ormai di tutte le illusioni e di tutti gli inganni nei riguardi della Russia. È chiaro che la presente avventura sovietica, coperta del solito leucoplasto ideologico, con le sue brutalità e i suoi colpi di teatro, questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile e come se i cecoslovacchi fossero i tartari della città di Kazan&#8217;, da lui conquistata.<br />
Del resto sia pure così: Kazan&#8217;, dicono le cronache del Cinquecento, era una marmitta dentro cui il popolo ribolliva come acqua.<span id="more-7446"></span><br />
Ho trascorso dunque questi due mesi nel Castello degli Scrittori vicino Praga, in continuo contatto coi redattori di <em>Literární Listy</em>, e devo dire che, nonostante l&#8217;ottimismo di alcuni corrispondenti occidentali, le brevi schiarite non hanno mai dissipato dagli animi cecoslovacchi la pesante inquietudine, specie dopo il prolisso ed ambiguo documento di Bratislava. Un orecchio attento coglieva nel tono vagamente rassicurante dei discorsi di Svoboda, Dubček, Smrkovský reticenze e circonlocuzioni pervase di angoscia. Ci si aspettava da un giorno all&#8217;altro l&#8217;invasione, e lo scetticismo non si offuscò nemmeno quando fu annunziato dalla stampa che le truppe straniere venute per le manovre se ne erano andate definitivamente. Ci pareva, la notte, riuniti nella sala da pranzo del Castello, di udire un infausto rotolìo di carri armati nel silenzio sulla provinciale che lo costeggia. Specie dopo il 18, quando si sparse la voce che i cosiddetti ‘alleati&#8217; preparavano nuove manovre in territorio cecoslovacco, eravamo certi che una notte ci avrebbe svegliati una nera realtà senza scampo.<br />
E infatti così è avvenuto: nella notte tra il 20 e il 21, appena si seppe che lo straniero avanzava con tutta la sua mostruosa ferraglia e calava dal cielo sull&#8217;aeroporto praghese, gli amici mi convinsero a partire in fretta, prima che fosse troppo tardi, e a dirigermi per strade marginali e poco battute verso il valico di Rozvadov, che porta a Norimberga. Mi dissero: vattene subito, è meglio per tutti noi, potrai meglio aiutarci di fuori che restando qui, in gabbia.<br />
Sembra di fare del pathos, ma il congedo dagli scrittori che erano allora al Castello in subbuglio, pieni di astio per la tracotanza dei falsi ‘alleati&#8217;[<em>,</em>] è stato infinitamente triste, e indimenticabile. In soli trent&#8217;anni la seconda occupazione, con lo stesso fragore di carri pesanti e la stessa tecnica che russi e tedeschi si trasmettono in una gara di emulazione, e questa volta in nome di una ‘fratellanza&#8217;, su cui è ormai posta dai cecoslovacchi una croce. Fratelli: ho finito per odiare questa parola. Correndo in macchina tra le fitte spalliere di boschi della Boemia occidentale, ripensavo alle lunghe, estenuanti discussioni al Castello, durante le quali cercavamo di spiegarci l&#8217;insania sovietica; ripensavo agli intellettuali a me cari, che avrebbero ora subìto nuove persecuzioni; ripensavo alla solitudine di questo popolo nel cuore dell&#8217;Europa, spezzata in due da una lacerazione irrimediabile. Mi tornava in mente un passo di Jan Procházka nel libro <em>Politica per ognuno</em>, uscito da poco: «Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l&#8217;Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, diritti e liberi, possiamo esser buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».<br />
Ma a che è servita questa ininterrotta sequela di assicurazioni, di formule cerimoniali, di asserzioni di fede, di ammansimenti? Tutta questa strategia di cautele e di attese e di reiterate profferte di amicizia? Aveva avuto ragione il caricaturista di <em>Literární Listy</em> a raffigurare, in un disegno non pubblicato, Brežnev come un rapace Nembo Kid, che si avventa su Praga. Con la ripresa degli attacchi sui giornali della Santa Alleanza marxista si erano accresciute la diffidenza e l&#8217;inquietudine. Il giorno prima dell&#8217;invasione correvano oscure notizie sui movimenti degli aggressori ai confini e sul fatto che Dubček era stato convocato d&#8217;urgenza da Brežnev e che gli alleati tornavano a esigere che il governo cecoslovacco imbavagliasse la stampa e la televisione, spauracchi dei miopi gerarchi, persuasi che l&#8217;umanità debba essere una torpida accolta di servi. È ricominciata, affermavano gli amici, la politica dello spianatoio e del ferro da stiro che livella tutto, risparmiando magari gli anticomunisti, per dissolvere i comunisti dissidenti.<br />
Ciò nonostante, e con l&#8217;ansia di far presto, mi ero ingegnato di avere un incontro col capo del governo Černík, e questi mi aveva promesso di concedermi un&#8217;intervista per <em>L&#8217;Espresso</em>. E una vaga promessa avevo ottenuto anche dal segretario di Dubček per un colloquio, se Dubček, dopo la partenza di Ceauşescu da Praga, avesse avuto un momento di calma. A Černík il suo consigliere culturale, uno studioso mio amico, aveva trasmesso le quattro domande che qui riporto, come testimonianza di un&#8217;intervista mancata:<br />
1. Ho ascoltato alla tv alcuni suoi discorsi, signor Primo Ministro, e ne ho ammirato la tagliente freddezza e il tono concreto. Eppure molti documenti cecoslovacchi di questi mesi peccano di vuota fraseologia. Non le sembra, signor Primo Ministro, che uno dei principali problemi della nuova società cecoslovacca sia quello di liberarsi dalle vuote frasi roboanti?<br />
2. Gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in luce le connessioni europee della Cecoslovacchia. Qual è la sua opinione, signor Primo Ministro, sul problema Cecoslovacchia-Europa?<br />
3. Dallo scorso gennaio il socialismo cecoslovacco sembra riprendere i temi masarykiani dell&#8217;umanità e della tolleranza. Vede lei, signor Primo Ministro, un nesso tra la dottrina di Masaryk e il nuovo corso?<br />
4. Durante la prima Repubblica i rapporti culturali tra Cecoslovacchia e Francia furono più intensi che tra Cecoslovacchia e Italia, soprattutto a causa del fatto che nel nostro paese regnava il fascismo. Pensa, signor Primo Ministro, che la rinnovata Repubblica, nel clima di libertà, cercherà un avvicinamento più stretto con la  Repubblica italiana?<br />
Come sembra ozioso tutto questo dinanzi al precipitare delle circostanze. Del resto tutti sentivamo nell&#8217;aria che le cose stavano precipitando. Tra i ‘misteri&#8217; della città d&#8217;oro c&#8217;è anche questo: che le notizie e gli indizi vi si diffondono magicamente, in un attimo. Si sussurrava che i russi, aizzati da Ulbricht e da Gomułka avrebbero fatto di tutto per ostacolare il congresso straordinario del partito. Ci  si lamentava che Dubček, troppo fiducioso, non curasse di più la sua incolumità personale: quando si recò a Čierna, gli fu chiesto da redattori della tv di farsi proteggere, date le tradizioni sovietiche, ma egli rispose che gli sembrava superfluo, era pronto a tutto. E come lui il popolo, quasi per scaramanzia, voleva evitare ogni misura precauzionale. D&#8217;altronde la coscienza del pericolo non è mai così assoluta, da cancellare del tutto la speranza di salvezza.<br />
Ora lo sdegno verso i russi (gli altri occupanti sono considerati cani al guinzaglio) avrà toccato le stelle. Ma già negli ultimi giorni della mia permanenza in Cecoslovacchia si veniva mutando in sordo astio l&#8217;indignazione del popolo, sospeso nel vuoto dopo il documento di Bratislava ed esposto, come su un calvario, a salve di calunnie e menzogne. E l&#8217;indignazione è macchina di saldezza per questo popolo, un tempo considerato un&#8217;accolta di piccoli uomini birrosi e tranquilli, da Biedermeier, di figurette da racconti di Čapek, e oggi interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della difesa non violenta. Un popolo che gli aggressori tenteranno di sfaldare, giuocando sui vecchi rancori di famiglia tra cechi e slovacchi, rancori che tuttavia si sono assopiti d&#8217;incanto nell&#8217;ora della minaccia.<br />
Ricordo alcune conversazioni del giorno 20, le ultime. Un amico scrittore paragona il comunismo sovietico a una cipolla: «L&#8217;abbiamo sfogliata per vent&#8217;anni, nonostante il cattivo odore e fingendo che fosse un aroma paradisiaco, nella speranza di giungere un giorno al bulbo, poiché sotto le apparenze negative volevamo toccare la sostanza. E alla fine, con le lacrime agli occhi, ci accorgiamo che anche il bulbo è rozzo e disgustoso». Un romanziere asserisce: «Non tarderanno a lungo, vedrai. Gli ultimi articoli nei loro giornali sono trombe di guerra. Del resto il meccanismo della dittatura totalitaria non ha altra via d&#8217;uscita. Un regime-laboratorio che estingue l&#8217;intelligenza, riducendo l&#8217;uomo a un numero obbediente, come nel romanzo utopistico <em>Noi</em> di Zamjatin, non può consentire che un piccolo popolo, pur restando fedele al socialismo, deragli dai dogmi e dagli schemi di pietra. E, presumendo di essere l&#8217;eletto, manipola la verità a suo piacimento e offende ogni diritto e vuol essere per di più riconosciuto protettore e fratello. Che differenza c&#8217;è tra Brežnev e Hitler? Ti dirò di più: Hitler ha appreso la tecnica da loro, dai sovietici, i quali furono i primi ad aprire i lager e a far professione di intolleranza».<br />
Un poeta mi espone nervosamente una sua forse assurda teoria: «Non mi garba», dice, «questo andirivieni dei capi di paese in paese; questa continua locomozione non promette nulla di buono. Finiranno col prendersi noi e la Jugoslavia e la Romania, giungendo sino ai confini albanesi. Risolveranno tutto in una volta. E sarà la loro fine». Un altro scrittore mi cita un passo profetico d&#8217;un giornalista ceco del secolo scorso, Hubert Gordon Schauer, il quale, chiedendosi che cosa sarebbe avvenuto se l&#8217;impero austriaco si fosse frantumato e se i tedeschi avessero minacciato la Boemia, scrisse nel 1886 le parole seguenti: «Molti dicono che ci salverebbe la Russia. Ma la Russia è davvero uno Stato amico, sono i russi davvero nostri fratelli, disposti a difenderci ad ogni costo? E se invece ci sacrificassero al germanesimo, se ci barattassero con assoluta freddezza in cambio della Galizia o dei Balcani? E se, per un curioso corso della sorte, fossimo loro assegnati e, come fanno ora coi polacchi, ci russificassero o, come coi bulgari, ci privassero dell&#8217;autonomia politica? So che vi sono alcuni, i quali gioiscono a questo pensiero, ma altri che rifuggono dalla russificazione così come dal germanismo, e per i quali il giogo fraterno è altrettanto sgradevole e forse anche più ripugnante di quello straniero. Vi sono uomini i quali, se si presentasse il dilemma: tedeschizzarsi o russificarsi, rifletterebbero con sangue freddo da qual parte verrebbe maggior giovamento culturale&#8230;».<br />
Il problema è certo cambiato e, dopo l&#8217;invasione sovietica, si pone in termini nuovi: né con gli uni né con gli altri. Ecco perché dall&#8217;inizio delle manovre e ancor più negli ultimi giorni i cecoslovacchi, con risoluzioni e dibattiti, insistono sulla totale neutralità del paese. Fatto è che per almeno cento anni il ricordo dei russi (per non parlare dei bulgari e dei polacchi) sarà equivalente a quello dei nazisti, e la stella rossa uguale alla croce uncinata: l&#8217;inconsulta goffaggine dell&#8217;impero sovietico, che si regge sui cingoli e sui cannoni, fingendo di essere eternamente insidiato da eterne controrivoluzioni, ha messo in forse l&#8217;esistenza stessa del comunismo in un paese che poteva diventare il modello di una moderna società comunista. A meno che non si debba concludere che democrazia e comunismo siano inconciliabili.<br />
Ma, in questo duello tra Davide e Golia, la corazzata ottusità dei sovietici si è scontrata con l&#8217;inerme tenacia di un popolo che sa essere saldo e compatto come un muro di piombo, uno dei più caparbi popoli della terra, che non tornerà indietro in nessun caso. C&#8217;è da augurarsi che il Golem sovietico dai piedi ferrati abbia il buon senso di ritirarsi e che non perda del tutto la ragione. Se lo straniero dovesse restare nel territorio cecoslovacco, si troverà come nel deserto: la capacità di sabotaggio e di difesa passiva della nazione cecoslovacca è infinita.<br />
Siamo agli inizi di una nuova resistenza: scioperi, ostentato disprezzo per gli occupanti, caccia spietata ai collaborazionisti, proliferazione di libere trasmittenti. Una resistenza che si vale delle risorse dei tempi dell&#8217;Austria e del periodo del protettorato nazista e si arricchisce di nuovi trucchi e di strabilianti invenzioni, come il colloquio coi carristi stranieri, per insinuare nei loro animi il dubbio, la distruzione di sigle, targhe, numeri e nomi di strade e cartelli, la segnalazione delle auto degli agenti segreti, e riesce talvolta, con una tecnica collaudata nei giorni del nazismo, persino ad avvisare coloro che stanno per essere arrestati. Nella sua <em>Idea di uno Stato austriaco</em> lo storico ceco Palacký (1865) affermò: «Siamo stati prima dell&#8217;Austria, saremo ancora dopo di essa». Potremmo sostituire alla parola ‘Austria&#8217; la parola ‘Unione Sovietica&#8217;.<br />
E tutta la fede nella durata e nella rinascita di questo paese, che non vuol vivere, come diceva Masaryk, «sul conto degli altri, dell&#8217;altrui coscienza», non attenua l&#8217;angoscia per una situazione che, se durasse troppi anni, farebbe della Cecoslovacchia una muta ombra, uno stagno insidioso ma spento, riducendo la sua vita a parvenza di vita, tarpando i suoi impulsi e immiserendo ancor più la sua economia già immiserita da vent&#8217;anni di disastri. Senza pensare ai massacri che deriverebbero da eventuali scoppi di disperata rivolta. Ascoltando ora ogni sera la meravigliosa catena di stazioni cecoslovacche che oppongono la voce della libertà a quella nauseante delle stazioni ‘collaborazioniste&#8217; e ‘piratiche&#8217;, ripenso agli amici[<em>,</em>] alle loro parole: «Tu tornerai in Occidente, ma noi&#8230; chissà che cosa ci aspetta». Vorrei nominarli ad uno ad uno, tutti coloro vicino ai quali ho trascorso i mesi più caldi della loro rivoluzione, giornalisti e scrittori, quelli che già lavorano nel sottosuolo e organizzano la lotta clandestina e quelli che sono stati rapiti con metodi da Gestapo. Vorrei rassicurarli del nostro affetto e della nostra ammirazione, dir loro: voi siete la coscienza del mondo. Ma so che le parole, guaste e caricate da troppi abusi, non valgono più nulla.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/" >Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=O7Md6K"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=O7Md6K" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=7ul4wk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=7ul4wk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=WGgLWK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=WGgLWK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/370792466" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 4</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/370742538/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 08:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[diari]]></category>

		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>

		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>

		<category><![CDATA[Lettere alle Reinserzione Culturale del Disoccupato]]></category>

		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7395</guid>
		<description><![CDATA[
[18 immagini + lettere invernali per l'estate; 1, 2,
3...] 
di Andrea Inglese
Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
le mie relazioni sociali esistono
posso stare tranquillo
quando mi capita di pensarci
nel loro insieme tutte quante
senza neppure soppesarle da vicino
le relazioni – mi dico – ci sono
ed è sufficiente questo: un pensiero
(l’insieme delle mie esistenti relazioni
sociali) e sono invaso
da un senso [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Lettere+alla+Reinserzione+Culturale+del+Disoccupato+4&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Flettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/dscf3976.jpg" ><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/dscf3976-300x225.jpg" alt="" title="dscf3976" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-7400" /></a></p>
<p><em>[18 immagini + lettere invernali per l'estate; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/29/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-1/" >1</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/04/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-2/" >2</a>,<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/11/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-3/" >3</a>...] </em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,</p>
<p>le mie relazioni sociali esistono</p>
<p>posso stare tranquillo<br />
quando mi capita di pensarci<br />
nel loro insieme tutte quante<br />
senza neppure soppesarle da vicino</p>
<p>le relazioni – mi dico – ci sono<br />
ed è sufficiente questo: un pensiero<br />
(l’insieme delle mie esistenti relazioni<br />
sociali) e sono invaso<br />
da un senso di tranquillità</p>
<p>e non le conto neppure non voglio<br />
considerarle con eccessiva<br />
precisione – sotto un aspetto globale<br />
così è sufficiente: sono relazioni di società<br />
tanto evidenti che esistono<br />
tutte quante assieme<br />
per la mia tranquillità<br />
<span id="more-7395"></span><br />
quando mi muovo con mezzi<br />
pubblici di trasporto ad alta velocità o su auto<br />
guidate da privati anche fortemente lanciate<br />
lungo rettilinei d’autostrada o al di sopra<br />
di morbidi tappeti di nuvole volando<br />
anche non aprendo bocca guardando<br />
assente fuori dall’oblò o dal finestrino<br />
le mie relazioni sociali perdurano intatte<br />
come se il mio movimento il mio silenzio<br />
la mia totale assenza d’intenzioni o ricordi<br />
non potesse intaccare minimamente<br />
la loro superficie globale come se<br />
esse vivessero la loro esistenza di relazioni sociali<br />
completamente al di fuori di me<br />
in totale autonomia senza bisogno<br />
della mia piccola esistenza da qualche parte<br />
per esistere</p>
<p>lasciando solo un pensiero<br />
per me<br />
di assoluta tranquillità</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4/" >Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 4</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=RiNhgK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=RiNhgK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=bLFdWk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=bLFdWk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=eZ7xFK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=eZ7xFK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/370742538" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Flettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/lettere-alla-reinserzione-culturale-del-disoccupato-4/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/370664079/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 06:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[carte]]></category>

		<category><![CDATA[famiglia]]></category>

		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>

		<category><![CDATA[loris righetto]]></category>

		<category><![CDATA[racconto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7298</guid>
		<description><![CDATA[
di Loris Righetto
Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=La+mia+famiglia+%C3%A8+un+caravanserraglio+di+tricicli+rotti&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fla-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd.jpg" ><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd-300x300.jpg" alt="" title="familyfeuddvd" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7301" /></a></p>
<p>di <strong>Loris Righetto</strong></p>
<p>Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro. Mi è difficile guardare indietro senza provare tenerezza, nostalgia addirittura, anche per tragici eventi come quello del triciclo che mio padre portò una volta a casa. Disse che potevamo giocarci tutt’ettré, ma la priorità d’uso spettava al più piccolo dei suoi figli. Non intendeva dire che Riccardo era il suo prediletto, quanto che Gianluigi ed io dovevamo lasciargli spazio di crescita. Protestai, perché la priorità ce l’aveva lui e non qualcun altro? Ad esempio io?<span id="more-7298"></span></p>
<p>Recentemente ho fatto un sogno in cui un Riccardo adulto in uno scenario dell’infanzia mi vuole uccidere.<br />
-Perché?, -ho il tempo di chiederegli nel sogno.<br />
-Perché voi avete sempre avuto più giocattoli di me.<br />
-non è vero, -protesto. Poi gli frego la carta di credito e vado a sbancomattare per la città; lui per ripicca sgattaiola in camera mia e mi nasconde una bomba sotto il letto.<br />
-Ho paura che mio fratello nutra ancora del rancore infantile nei miei confronti, -ho detto alla mia ragazza, dopo averglielo raccontato. Sotto le lenzuola giocherellava con le dita della mia mano.  Ho delle dita a salsicciotto e ne sono un po’ complessato e lei io la amo perché mi dice che invece sono carine, sono a stella marina. Comunque,  -Sei tu che distorci, -mi ha detto a proposito del sogno.<br />
-Sono io che distorco?<br />
-A volte lo fai anche quando discutiamo. Distorci i fatti per darti ragione.<br />
-Guarda che mi ricordo come sono andate le cose, non ho mica l’Alzheimer<br />
-E come fai a ricordarti se sono passati vent’anni da allora?<br />
-Se lo ricorda bene il mio sedere!, -ho detto, -E un sedere non distorce affatto. Un sedere non può mentire!<br />
-Vedi che stai distorcendo?</p>
<p>Comunque c’ha pensato Gianluigi, mio fratello più grande, a metterci tutti in pari. Lui ha avuto sempre queste grandiose reazioni tipo elefante che avvista un topo. Un giorno che Riccardo era stato spedito a trovare la nonna, ha preso il triciclo e l’ha sfasciato. Quella scena io l’ho vista in diretta, perché sono uscito in cortile proprio mentre con le sue gambe da undicenne, su quel triciclo stile verdi anni d’asilo, ci faceva la figura di un clown in un arena deserta.<br />
Com’è che iniziano le discordie tra i fratelli? Incomincia che tu pretendi il tuo giro. E tuo fratello te lo nega. Tu ti metti a frignare. E lui afferra il giocattolo della discordia, lo solleva sopra la testa e l0 scaraventa sul cemento. O almeno, questo è quello che è successo tra me e Gianluigi. Sulla forcella, tra i rottami, la ruota più grande sembrava una girandola.<br />
Ho detto: -E adesso?<br />
Gianluigi ha risposto la stessa cosa che avrei risposto io nelle sue scarpe da ginnica, e cioè:- Non è stata colpa mia.<br />
Gli ho creduto. Già allora ero un bambino con un debole per le storie incredibili. Ha una fantasia molto sviluppata, diceva mia madre quando ne parlava con sua sorella, -Se lo lasci andare ti racconta di quelle storie, ma di quelle storie…<br />
Me lo diceva accarezzandomi i capelli, quasi ne fosse fiera.<br />
L’alunno distorce la realtà, diceva la maestra. Ma la maestra e mia ragazza si sbagliano. Raccontare storie non è distorcere la realtà, ma mettere ordine nella realtà secondo la personale percezione. Gli ho creduto, comunque. È l’empatia dei fratelli: dicendo “non è stata colpa mia”, Anselmo non intendeva negare l’evidenza. Intendeva che c’era un solo triciclo per tre figli, di quattro, sette e undici anni. Intendeva che era il tipico triciclo irrispettoso degli standard CEE. Un triciclo arrivato in Europa dentro un container con su scritto “China Shipping”. Con tutta probabilità il subdolo tentativo di una multinazionale asiatica di minare alla base la società occidentale.<br />
-Me lo giuri che non lo dici alla mamma?<br />
Gianluigi me l’ha chiesto con certi occhi, certi occhi che lui solo sa fare, certi occhi tipo cucciolo di foca inseguito da un manipolo di eschimesi con un randello  in mano. Mio fratello non è cattivo, è solo un po’ maldestro. E poi di fronte a quegli occhi lì, come fai, gli dici di sì. Ma prima gli ho fatto giurare che per un mese lui si mangiava al posto mio la verdura cotta della nonna, peperonata, ravette e catalogne comprese. Mio fratello ha avuto un moto d’orgoglio.<br />
No, ha detto, le catalogne no.<br />
Liberissimo, ho detto io, e ho fatto per andarmene, ma lui mi ha trattenuto per la maglia.<br />
Ok, ha detto, Ok, anche <em>le maledette catalogne</em>.<br />
Siamo andati da mia madre per raccontarle l’incredibile storia di come tornati da una passeggiata nel bosco avevamo trovato il nuovo triciclo fatto misteriosamente a pezzi. Mia madre stirava in ripostiglio e solo a guardarci deve aver annusato la tipica puzza da pannolino sporco. Con un repentino <em>coupe de theatre </em>Gianluigi mi ha bruciato sul tempo e puntato il dito contro di me ha gridato: -Lui, lui! È stato lui! Ha rotto lui il triciclo nuovo! L’ho visto io!<br />
Mamma andava fiera della mia fantasia ma a volte la mettevo in imbarazzo. Una volta siamo andati a trovare sua sorella e la zia mi ha chiesto:<br />
-Ma bravo, cos’hai imparato oggi a scuola?<br />
-Lo sai che è nato un bambino con tre teste?<br />
-Eh?<br />
-Sì, zia, ti giuro di sì. Una donna ha partorito un bambino con tre teste. E una era la testa di un gatto.<br />
Non è neanche così improbabile che mamma abbia creduto a Gianluigi. Secondo me è più improbabile che lo scorso natale Gianluigi abbia “dimenticato” aperto sul desktop del computer del salotto dei miei genitori un file di testo. Una lettera. Prima di pranzo mi sono seduto lì e non ho potuto non leggerla. Si trattava di una mail alla sua ragazza, dove si lamentava che nutro un complesso di superiorità nei miei confronti. <em>Mi sottovaluta</em>, diceva Gianluigi alla sua ragazza, <em>E viene in cerca di me solo quando ha bisogno di qualcosa. E poi secondo me è gay</em>.</p>
<p>La mia ragazza sostiene che sotto uno strato di macerie ho un dolore fossile, e dovrei schizzarlo fuori, come un brufolo, e possibilmente piangere per il dolore che ho somatizzato. A sentire lei dovrei gridare. Lei lo chiama <em>Urlo Primordiale. Urlo Primordiale Del Mio Culo</em>, minimizzo io.<br />
-Ridi, ridi, -dice lei e mi lascia la mano, -E intanto sei lì che mastichi e rimastichi i sentimenti contradditori che da vent’anni nutri per tuo padre e tuo fratello!<br />
-Quali sentimenti contradditori?, -mi difendo, -Per la mia famiglia io provo affetto.<br />
-No, invece. Stai solo cercando di proteggerti. E così non li metti di fronte alle loro responsabilità.<br />
La mia ragazza non concepisce perché a prendersi la sculacciata al posto di Gianluigi sia stato io. Ad onore del vero devo dire che non è stata una vera sculacciata, giusto una decina di carezze ad alta velocità su fondoschiena smutandato. Certo non violente. Certo non intenzionate ad arrecare lesioni gravi. Direi piuttosto un onesto esercitare la pedagogia patriarcale del <em>Risparmia il Bastone E Vizierai Il Fanciullo</em>. </p>
<p>-Volevate il triciclo? Dovevate pedalare, invece di romperlo, -ha detto mio papà durante il pranzo di natale, quando ridacchiando ho riesumato l’aneddoto. E credo che con questo non intendesse dire che mal che si vuole non duole. No, intendeva che tutti le abbiamo prese da qualcuno. Io le ho prese da mio padre, mio padre le ha prese da suo padre, e questo network di legnate potrebbe risalire al giorno in cui il Macacus Rhesus ha smesso di essere solo un Macacus Rhesus e ha fatto uno scatto avanti verso l’umanità. Ma allora com’è che vent’anni dopo, seduti attorno ad una tavola troppo piccola, Gianluigi si è preso il pezzo di pane croccante che mi ero preparato io, e senza nemmeno chiedermi per favore? Guardalo come se lo sgranocchia. Nemmeno se ne accorge che ha sconfinato nel mio territorio. Ed io, io senza pensarci mi sono seduto al posto che storicamente appartiene a Riccardo, che fa finta di niente, ma ha sbuffato: di qui la tv si vede molto meglio. Di fianco a me la mia ragazza ha osservato il siparietto, e mi lancia sguardi, eloquenti frecciatine come a dire: <em>la tua famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</em>. Il fatto è che lei  è figlia unica e non capisce. Che nonostante i limiti evidenti queste ipocrisie protettive sono necessarie. L’altra notte ho sognato che con una gomitata accidentale le rompevo un dente. Nel sogno mi scusavo e tentavo di riparare offrendole da bere. Questo sentirsi forzati dalle decisioni incerte di chi viene prima di te, questo assorbire gli sbalzi d’umore di chi ti cresce troppo vicino, questo elaborare gli schiaffi e le carezze e rifilare il benservito a chi viene dopo, tutto ciò ai miei occhi non è che un  effetto collaterale. La mia ragazza ancora non sa, non l’ha capito che l’amore, per come lo so io, è un cuscino che serve a proteggere le persone che amo da me.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/" >La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=BSVDGK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=BSVDGK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=CQ0Z7k"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=CQ0Z7k" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=u3AjSK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=u3AjSK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/370664079" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F21%2Fla-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Roma</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/369832429/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/roma/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 09:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>

		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>

		<category><![CDATA[passato]]></category>

		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<category><![CDATA[presente]]></category>

		<category><![CDATA[roma]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7420</guid>
		<description><![CDATA[
di Franco Buffoni
 
Da dove la balaustrata prende il mare
Sfiorando con disperata vanità
D’Ostia gli scavi,
I resti oggi si scorgono di quello
Che potrebbe definirsi un edificio
Abitativo urbano di vaste dimensioni,
Una cafonata imperiale con disegni
Geometrici a mosaico e in marmo policromo,
Opus alexandrinum a confrontarsi
Con l’opus novum di un odierno
Evasore totale.
 
*
 
Com’era il mondo dove sbarcò Enea
Al di sotto del [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Roma&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Froma%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/este_07140820_44240.jpg" ><img class="alignnone size-medium wp-image-7422" title="este_07140820_44240" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/este_07140820_44240.jpg" alt="" width="200" height="149" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Da dove la balaustrata prende il mare</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Sfiorando con disperata vanità</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">D’Ostia gli scavi,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">I resti oggi si scorgono di quello</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Che potrebbe definirsi un edificio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Abitativo urbano di vaste dimensioni,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Una cafonata imperiale con disegni</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Geometrici a mosaico e in marmo policromo,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Opus alexandrinum a confrontarsi</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Con l’opus novum di un odierno</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Evasore totale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"><span id="more-7420"></span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Com’era il mondo dove sbarcò Enea</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Al di sotto del piano di campagna?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Rimosso lo strato di cenere compatta</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Appaiono ambienti d’epoca ellenistica</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Già nel 79 dopo Cristo abbandonati</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Per precedenti terremoti e inondazioni…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Erano tante Rome disperse nei villaggi,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Varrone già lo scrive col tono del racconto:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Mons Capitolinus era chiamato un tempo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Il colle di Saturno, e cita Ennio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Come in una favola, sul colle</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Saturnia era detta la città…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E presso Porta Mugonia al Palatino</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Dalla casa dei Tarquini</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Nel passaggio sotterraneo che conduce</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Al santuario di Vesta</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Scava ancora l’équipe per dimostrare</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Come vuole il professore</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Il legame tra i poteri:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Solo al re un diretto accesso era permesso</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Al sacro fuoco.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Roma, Roma che ci scherzi ancora.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Negli Horti Caesaris il dittatore ospitò Cleopatra,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">A Villa Torlonia Mussolini, Hitler.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Quattro intestini ancora impauriti</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Per le dimensioni dell’Oceano Esterno</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Da placare con sacrifici.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Da questo selciato composto</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Di basoli in pietra calcarea</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Si accedeva alla fortezza con funzioni di culto</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E rifugio in caso di guerre: all’interno </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Le tre nicchie con volte a botte per i sarcofagi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Aveva diciott’anni Antonio Bosio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Nel 1593</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Quando, entrato per un piccolo forame</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Serpendo e col petto per terra,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Si ritrovò in santa Domitilla…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<div class="MsoNormal"><span style="font-family: Arial;"> </span></div>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">“Sodomito”, vergò un giovane collega</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Sotto una volta della Domus Aurea</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Accanto al nome Pinturicchio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Autografo, come la sua invidia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Vi si calavano i giovani pittori</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E poi strisciavano fino a quei colori</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E rilievi con stucchi. Lavoravano</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Per ore con poca luce e pane</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Tra serpi civette barbagianni</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E poi vergavano la firma.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Erano accesi i loro sguardi vigili</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E sguaiati. Erano maschi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Nel momento del massimo fulgore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Siamo tutti un po’ gibollati all’Ardeatina</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Su cinque corsie dove al massimo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Dovrebbero starcene due</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Senza caffè alle sette di mattina,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Alcuni furono finiti col calcio del fucile</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Sono stati trovati col cranio sfondato</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Erano ubriachi alla fine gli assassini</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">E sbagliavano la mira</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Uno era qui accanto all’uscita ostruita</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">Si era trascinato in agonia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 113pt; text-indent: -56.3pt;"><span style="font-family: Arial;">*</span></p>
<div class="MsoNormal"><span style="font-family: Arial;"><em> </em></span></div>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Sembra persino educata </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">La gente in centro al mattino </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Che si è appena alzata </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">Coi silenzi dei rumori</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm;"><span style="font-family: Arial;">E i pudori del cielo che si muove.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Qui in via dei Portoghesi te ne accorgi dai passi, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Che alle sette sui sampietrini</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Risuonano come silofoni</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Scossi da lievi mazzuoli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">E una volta scendendola ho scoperto</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Che era via Rasella</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">La mia scorciatoia mattutina al Quirinale,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Poi vi ho cercato lapidi segnali. Nulla,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Fuor che nero fumo vecchie insegne</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Imposte del tempo dell’agguato,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 2cm; margin-right: -16.7pt;"><span style="font-family: Arial;">Qualche ciottolo scheggiato.</span></p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/roma/" >Roma</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=AwS9fK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=AwS9fK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=nhlP6k"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=nhlP6k" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=vjgMsK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=vjgMsK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/369832429" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/roma/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Froma%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/roma/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Kafka e il porno</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/369825266/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 09:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[carte]]></category>

		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>

		<category><![CDATA[james hawes]]></category>

		<category><![CDATA[klaus wagenbach]]></category>

		<category><![CDATA[max brod]]></category>

		<category><![CDATA[vito punzi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7287</guid>
		<description><![CDATA[



di Vito Punzi
Ci sarebbe solo da sorridere, visto il tema (Franz Kafka lettore di rivista “pornografiche”) e la superficialità con la quale le presunte scoperte del signor James Hawes (pubblicate nel suo libro Excavating Kafka, uscito in questi giorni in Inghilterra) circa il “Kafka’s porn” hanno trovato spazio su alcuni quotidiani italiani. Avessero usato il [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Kafka+e+il+porno&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fkafka-e-il-porno%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="field field-type-text field-field-body">
<div class="field-items">
<div class="field-item">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/playboy-dec-1972.jpg" ><img class="size-medium wp-image-7288 aligncenter" title="playboy-dec-1972" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/playboy-dec-1972-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Vito Punzi</strong></p>
<p>Ci sarebbe solo da sorridere, visto il tema (Franz Kafka lettore di rivista “pornografiche”) e la superficialità con la quale le presunte scoperte del signor James Hawes (pubblicate nel suo libro <em>Excavating Kafka</em>, uscito in questi giorni in Inghilterra) circa il “Kafka’s porn” hanno trovato spazio su alcuni quotidiani italiani. Avessero usato il tempo speso per la lettura del “Times”, del “Guardian” o di “Die Welt” per prendere il mano le lettere che Franz e l’amico Max Brod si scambiarono per una vita (<em>Max Brod-Franz Kafka. Un altro scrivere. Lettere 1904-1924</em>, Neri Pozza 2006), i nostri avrebbero evitato a se stessi il ruolo di banale ed acritica eco a qualcosa che assomiglia molto a scandalismo giornalistico (questo sì pornografico),  più che a una rigorosa ricerca storico-letteraria.<span id="more-7287"></span></p>
<p>In Germania si sono fatti più o meno tutti una grassa risata, anche perché Hawes sostiene di aver scoperto, con i suoi ritrovamenti, nientedimeno che “la verità sull’intera opera letteraria” dello scrittore praghese. Klaus Wagenbach, storico biografo del giovane Kafka, accusato di non aver specificato nella sua pur esaustiva biografia kafkiana in cosa consistessero quelle riviste edite da Franz Blei (“Der Amethist” e “Die Opale”) che pure il praghese leggeva e sfogliava con tanto interesse, dopo aver lanciato il sospetto che Hawes non sia in grado leggere il tedesco, ha confermato al “Tagesspiegel” di aver consultato a suo tempo entrambe le riviste e ha ricordato come esse proponessero testi letterari accompagnati da opere grafiche, senza foto, e che da sempre sono state considerate da storici e cultori come pubblicazioni erotiche, non pornografiche.</p>
<p>Quanto al complesso rapporto tra Kafka e le donne, bisognerà pur ricordare che il giovane Franz, spesso insieme all’amico Max Brod, è stato un assiduo frequentatore di bordelli. Altrettanto noto è quanto sia stato assiduo, e non solo in età giovanile, il suo interesse per l’erotismo. Nel citato scambio epistolare alla data 4 ottobre 1917 si legge per esempio Max consigliare a Franz la lettura del saggio <em>Il ruolo dell’erotismo nella società maschile</em>, di Hans Blüher, che lo stesso Brod giudica “un inno alla pederastia, da cui ci si attende ogni progresso culturale”. Dopo circa un mese, ricevuto il libro, Kafka confessa all’amico: “Sono caduto nel mezzo del libro di Blüher. […] Mi ha agitato per cui ho dovuto interrompere per due giorni la lettura. Del resto ha in comune con tutto ciò che è psicanalitico il fatto che il primo momento sazia in modo stupefacente, ma subito dopo si ha di nuovo la stessa vecchia fame”.</p>
<p>Da ultima la questione del cassetto dell’appartamento di famiglia, nel quale il giovane Franz, secondo Hawes, avrebbe chiuso a chiave le riviste incriminate perché i genitori non le scoprissero. Ancora una volta si prenda l’epistolario, edito, ma evidentemente ignorato. In una lettera di metà agosto del 1907 Kafka scrive all’amico Brod quanto segue: “Certo se avessi anche gli «Ametyste» ti copierei le poesie, ma sono rimaste a casa nella libreria e la chiave l’ho qui con me perché non scoprano un libretto di risparmio di cui nessuno sa nulla a casa e che determina per me la mia posizione in famiglia. Se dunque non hai tempo fino al 25 agosto, ti spedisco la chiave”. Problemi di soldi, con la famiglia, altro che preoccupazione di nascondere le riviste agli occhi dei genitori! La confidenza esistente tra i due giovani, d’altra parte, era tale che difficilmente si possono immaginare finalità inespresse.</p>
<p>In virtù di quanto trapelato dall’Inghilterra, questo di Hawes sembra essere davvero un grande bluff. Serva almeno da incoraggiamento a qualcuno per andarsi a rileggere le opere di Kafka.</p>
<p><strong><em>Questo articolo è apparso, il 10 agosto, sulla rivista</em> L&#8217;Occidentale. </strong></div>
</div>
</div>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/" >Kafka e il porno</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=JDZi0K"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=JDZi0K" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=jpGhhk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=jpGhhk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=JKOEPK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=JKOEPK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/369825266" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fkafka-e-il-porno%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Dimmi che non vuoi morire</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/369715381/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 06:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>

		<category><![CDATA[fumetto]]></category>

		<category><![CDATA[Igort]]></category>

		<category><![CDATA[Massimo Carlotto]]></category>

		<category><![CDATA[Michele R. Serra]]></category>

		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6314</guid>
		<description><![CDATA[  di Michele R. Serra
Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori
La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Dimmi+che+non+vuoi+morire&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fdimmi-che-non-vuoi-morire%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/coverimage.jpg" alt="" title="coverimage" width="200" height="278" class="alignnone size-full wp-image-6315" /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori</em></p>
<p>La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non sembrano essere compartimenti stagni – rappresenta un piccolo evento.<br />
<span id="more-6314"></span><br />
<em>Dimmi che non vuoi morire</em> rappresenta un&#8217;operazione certamente più rischiosa per lo scrittore padovano, che non per il <em>cartoonist </em>cagliaritano. Per la prima volta infatti, i personaggi che lo hanno reso famoso – il trio di improvvisati investigatori privati composto da Marco Buratti detto &#8220;L&#8217;alligatore&#8221;, Max La Memoria e Beniamino Rossini – acquistano un volto definito: nel corso di cinque romanzi, l&#8217;Alligatore non era mai stato descritto, e questo gratificante compito era stato lasciato esclusivamente in mano al lettore. Dunque, a Carlotto va il merito di aver avuto fiducia in Igort; a quest&#8217;ultimo, quello di non averla tradita. </p>
<p>Il disegno schizzato a matita con tratteggi sottili e le tavole in bicromia blu e grigia sono straordinariamente adatti all&#8217;atmosfera – più crepuscolare che notturna – delle avventure dell&#8217;Alligatore. Si dice che alcuni film in bianco e nero (inevitabile pensare all&#8217; Antonioni degli anni Cinquanta) abbiano una ricchezza cromatica maggiore di qualsiasi <em>technicolor</em>; allo stesso modo, si può dire che questa bicromia virata in blu riesce a raccontare in modo straordinario tutti i colori di Cagliari, di Parigi, del veneto: i luoghi della narrazione prendono vita sulla tavola, si uniscono di fronte agli occhi del lettore in uno scenario di grande compattezza, pur se ognuno mantiene ben precisa la propria identità.<br />
Sardegna e Francia sono terreno comune per gli autori: Igort è nato sull&#8217;isola e ora vive in continente, oltre le alpi; Carlotto ha compiuto il percorso inverso, lasciando la terra francese che lo aveva adottato per stabilirsi in Sardegna. Dunque, in fondo non stupisce che questi luoghi siano così accuratamente rappresentati, così vissuti, protagonisti del racconto tanto quanto l&#8217;Alligatore e i suoi compagni di avventure.</p>
<p>Già, il racconto. Ruota intorno a una donna fatale, psicopatica; una cantante che cerca di annullare il suo aspetto fisico, per farlo aderire completamente all&#8217;ideale rappresentato dalle sue artiste preferite, Patty Pravo prima e Anna Oxa poi. Un personaggio affascinante, disperato e ironico, capace di fare da centro di gravità di questa piccola storia ignobile popolata di criminali di basso profilo e <em>loser </em>di ogni sorta, protagonista compreso. &#8220;Portami al mare, fammi sognare&#8230;&#8221;, cantava la Pravo nella canzone che dà il titolo al libro (scritta non da lei, ma da Vasco: altra strana coppia); in <em>Dimmi che non vuoi morire </em>c&#8217;è poco spazio per i sogni, sempre infranti dalla violenza che domina sulla vita dell&#8217;uomo.  </p>
<p>Il libro si legge d&#8217;un fiato: inevitabile soffermarsi sulle pagine del &#8220;making of&#8221; in fondo al libro, dopo aver terminato la lettura. Contenuti speciali, come e meglio che in un dvd.<br />
La soddisfazione degli autori per la buona riuscita dell&#8217;esperimento è tale che si ipotizza perfino di continuare a raccontare le avventure dell&#8217;Alligatore esclusivamente a fumetti, abbandonando per sempre la dimensione del romanzo tradizionale. Per ora è solo un ipotesi, certo. Eppure, non si può evitare di rilevare che si tratterebbe di in caso di spostamento da un medium all&#8217;altro neppure immaginabile fino a pochi anni fa: dalla nobiltà della letteratura alla miseria del fumetto, un passaggio davvero improponibile! Ecco dunque un altro segno. I tempi (fortunatamente) stanno cambiando. </p>
<p>[<em>precedentemente pubblicato su</em> Linus<em>, settembre 2007</em>]</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/" >Dimmi che non vuoi morire</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=S4X6cK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=S4X6cK" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=MntWxk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=MntWxk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=VBA4ZK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=VBA4ZK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/369715381" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fdimmi-che-non-vuoi-morire%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Grande Caucaso</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/369625784/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/grande-caucaso/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 04:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mattia paganelli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>

		<category><![CDATA[caucaso]]></category>

		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>

		<category><![CDATA[georgia]]></category>

		<category><![CDATA[ossezia]]></category>

		<category><![CDATA[russia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7374</guid>
		<description><![CDATA[

immagine tratta da
http://www.monde-diplomatique.fr/cartes/IMG/jpg/GrandCaucase-b.jpg
a
Grande Caucaso
<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Grande+Caucaso&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fgrande-caucaso%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/grandcaucase-b.jpg" ><img class="aligncenter size-medium wp-image-7373" title="GrandCaucase3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/grandcaucase-b-300x262.jpg" alt="" width="300" height="262" /></a></p>
<p><span id="more-7374"></span></p>
<p>immagine tratta da</p>
<p><a href="http://www.monde-diplomatique.fr/cartes/IMG/jpg/GrandCaucase-b.jpg" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/www.monde-diplomatique.fr');" target="_blank">http://www.monde-diplomatique.fr/cartes/IMG/jpg/GrandCaucase-b.jpg</a></p>
<p>a</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/grande-caucaso/" >Grande Caucaso</a></p>
<div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=6Eti8K"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=6Eti8K" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=TqVsak"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=TqVsak" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?a=77eOJK"><img src="http://feeds.feedburner.com/~f/NazioneIndiana?i=77eOJK" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/369625784" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/grande-caucaso/feed/</wfw:commentRss>
		<feedburner:awareness>http://api.feedburner.com/awareness/1.0/GetItemData?uri=NazioneIndiana&amp;itemurl=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F20%2Fgrande-caucaso%2F</feedburner:awareness><feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/grande-caucaso/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Sera di festa</title>
		<link>http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~3/368939704/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/19/sera-di-festa/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 11:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[carte]]></category>

		<category><![CDATA[antonio scavone]]></category>

		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>

		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>

		<category><![CDATA[racconto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7275</guid>
		<description><![CDATA[
di Antonio Scavone
Mbà! ’Mbà! ’Ndun-’ndù! ’Ndun-’ndù! ’Mbà! ’Mbà!… E zio Guido annuisce come farebbe un ramo di baobab, morbido e nodoso, sotto i colpi del vento: approva il ciondolìo ritmato di Mariano, curando di seguire nello specchio la lama del rasoio che scivola luccicante sulla sua pelle scura, tenera come una duna. “Che guardi?”, mi [...]<p><a href="http://sharethis.com/item?&#038;wp=2.6.1&#38;publisher=fd8f4016-feed-4598-9a79-bf1e7258dbb4&#38;title=Sera+di+festa&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com%2F2008%2F08%2F19%2Fsera-di-festa%2F">ShareThis</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/lucianorondinella-loro-di-napoli.jpg" ><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-7278" title="lucianorondinella-loro-di-napoli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/lucianorondinella-loro-di-napoli.jpg" alt="" width="333" height="266" /></a></p>
<p>di <strong>Antonio Scavone</strong></p>
<p><em>Mbà! ’Mbà! ’Ndun-’ndù! ’Ndun-’ndù! ’Mbà! ’Mbà!… </em>E zio Guido annuisce come farebbe un ramo di baobab, morbido e nodoso, sotto i colpi del vento: approva il ciondolìo ritmato di Mariano, curando di seguire nello specchio la lama del rasoio che scivola luccicante sulla sua pelle scura, tenera come una duna. “Che guardi?”, mi chiede senza girarsi, tirando la guancia dal mento fin sotto l’orecchio, preparandosi a falciare di contropelo le chiazze cespugliose della sua fitta barba nera.<span id="more-7275"></span></p>
<p>Mariano guarda me, con i suoi piccoli occhi di madreperla e la bocca aperta in un’estasi di attesa, senza paure e senza speranze.<br />
- Zio, lo sai che Faulkner chiese, un giorno, al suo editore di stampare con inchiostri diversi le diverse fasi di un suo libro?<br />
- E chi era questo signore?<br />
- Uno scrittore americano.<br />
- E allora?<br />
- Credi che sia possibile anche nella vita di tutti i giorni? Non dico stampare, ma parlare con…<br />
- …Con colori diversi?! Cioè io, per esempio, sono arrabbiato e parlo verde, sono felice e parlo blù?!<br />
- Ho capito, non è possibile.<br />
- Ma no, Bruno, lo facciamo già, parliamo già con colori diversi anche se poi i colori non si vedono. Passami l’asciugamano.<br />
Zio Guido si sciacqua il volto poi si guarda allo specchio girando la testa, di qua e di là: infossa le guance, le gonfia, atteggia il viso a quelle due-tre smorfie di prova – il sorriso, la cupezza, il disincanto – e infine si asciuga come tamponando l’acqua, facendola aderire come un velo sulla pelle, imprimendola tra le rughe ai lati della bocca e sotto il mento, lasciando così una fragranza sottile.<br />
C’è la stessa freschezza – impalpabile, odorosa – anche nel resto della camera che non è propriamente una stanza da bagno: è la cucina, larga e spaziosa come si usavano una volta, che accoglie e isola l’angolo improvvisato del <em>boudoir</em>, come nella cabina di una nave.<br />
Le piastrelle ai muri sono linde e avvolgenti, ancora integre, e anche loro brillano di quel bianco che si rispecchia negli appendiabiti di porcellana, nel manico di porcellana del rasoio di zio Guido, nel bacile di porcellana che raccoglie i cascami di schiuma trapuntati dal merletto nero dei peli.<br />
A guardarli, zio Guido e Mariano, sembrano fatti di un medesimo materiale nobile, appena screziato come si conviene ai marmi di pregio. Mariano, ormai famoso nel palazzo dei Gradini Mancinelli a Salvator Rosa per la sua condizione di down, allude – e non potrebbe far altro che alludere – ai tratti diciamo così estemporanei di zio Guido mentre del padre, zio Davide, non riflette alcunché, o almeno così sembra.</p>
<p>Zio Guido ha un solo figlio (“Ma neanche Giacomo è buono”, si premura di aggiungere con un seme di rimpianto) ma a nessun altro che a se stesso ha dedicato la sua vita tra donne e piaceri, tra questa accuratissima rasatura, che prelude ad un appuntamento “orizzontale”, e la vestizione che ne seguirà, come al solito sgargiante e impeccabile. Mariano replica col suo <em>’Mbà! ’Mbà!</em>, cantilenando con una indecifrabile allegria, come se avesse captato un’altra delle mie strabilianti intuizioni narrative e se ne appropria con fervore, affannandosi a battere il ritmo coi piedi, martellando con questo tam-tam di gioia l’eccitante frenesia per quanto mi appresto o mi apprestavo a fare.<br />
L’intuizione narrativa, però, è la stessa dell’inizio, non si è evoluta: me la ritrovo attestata nella magica esaltazione dell’approccio, quando le cose da dire sembrano più importanti o intriganti del modo di esporle, sicché l’incipit è diventato subito culmine di se stesso sgonfiandosi, esaurendosi e, devo ammetterlo, mi ha sviato svuotandomi.<br />
Mi affaccio al balcone della camera da pranzo – che zia Maria, la madre di Mariano, chiamava con orgoglio “il salone” – e guardo il panorama che giace sul fondo di questo largo imbuto tra palazzi, conventi e chiese: c’è il baobab che mi è servito per la similitudine della barba di zio Guido, c’è una siepe altissima di oleandri, c’è una porzione di sottobosco, una porzione di immondezzaio, una porzione di silenzio che resta infisso alla terra, al dirupo ormai consolidato di case vuote e scalcinate. Il traffico di Salvator Rosa non lo avverti, non ti arriva: solo gli uccelli, qualche canarino isolato oppure il merlo indiano della signora D’Avanzo, scappato di nuovo dalla gabbia.<br />
Mariano mi raggiunge e mi tira per i calzoni: i suoi occhi celesti sprizzano domande, mi invogliano a rispondere: gli dico che ci vuole ancora un po’ di tempo prima di raccontare, a lui come agli altri, le prime pagine di questo bizzarro resoconto familiare sulla festa che si celebrerà stasera e gli dico anche che dovrei essere aiutato da loro, che non posso e non voglio inventarmi tutto da solo e che lui, per esempio, dovrebbe decidersi a parlare per bene, ma Mariano mi risponde sbrigativamente con un <em>’Mbà!</em> di fastidio.</p>
<p>- Zio, non credi che prima o poi dovremmo tradurre il <em>’Mbà!</em> di Mariano?<br />
- E perché? Si capisce tutto, che vuoi tradurre?<br />
- Ma lui lo fa apposta, la lingua ce l’ha, perché non parla?<br />
- Mariano è quello che è: a volte parla e a volte no. E poi, scusa, tocca a te parlare, anzi scrivere il… come si chiama? Ah, sì, il resoconto della festa di stasera, perciò datti da fare. Passami la cravatta.<br />
Gli passai la cravatta, quella a righe gialle e blu-maré e cercai di imparare quel suo modo personalissimo di annodarsela, un gioco di prestigio, un fiore che sboccia dal nulla e lo guardai a lungo, così com’era, mezzo vestito: la cravatta, la camicia dai doppi polsi, le mutande a calzoncini di un bianco terso, che sembravano di cartone per la loro rigidezza, le calze nere fin sotto al ginocchio e quei mocassini “tubolari” che solo zio Guido sapeva dove comprare, da Tradate a Toledo, all’inizio di ogni autunno.<br />
Mariano, intanto, era rimasto al balcone, ad un altro appuntamento, quello proibito come gli avevamo insegnato. A quell’ora del pomeriggio, la signora D’Avanzo, quella del merlo indiano, era solita compiere una passerella da un balcone all’altro di casa sua, ricoperta solo dal lenzuolo di spugna, corto abbastanza per cogliere le forme delle sue cosce, del culo e lo straripante seno che, sia pure a distanza, sembrava di ricotta, candido e ondeggiante. Zio Guido definiva quel seno “saporitissimo”, come avrebbe detto di un pasticcino alla crema e tutti sapevamo che zio Guido l’avesse anche manipolato e assaggiato, quell’invitante raffjuolo di Natale. Zio Davide sosteneva, invece, che la D’Avanzo fosse semplicemente una strega, una di quelle donne che chiedono tutto e non dànno nulla oppure che cercano ma senza avere la smania di possedere. “Strana, però” provavo a ribattere ma zio Davide non accettava il dialogo perché, come eravamo soliti chiosare, sapeva il fatto suo.<br />
Questa cosa del “fatto suo” era ovviamente un modo di dire ma serviva a denotare una dignità solitaria e ferita, un sussulto di carattere alle molteplici disgrazie che avevano afflitto la sua vita. Si era ritrovato vedovo nel pieno della maturità – a trentotto anni – con Mariano “così”, come veniva pudicamente presentata la condizione del figlio, ed aveva istruito una sua salomonica e disperata teoria dell’esistenza: “Che faccio? Mi risposo? E chi potrebbe dividere la sua vita con me e questo ragazzo? Una donna giovane amerebbe me e non lui, una vecchia non sopporterebbe né me né lui”, per cui aveva deciso di lasciar perdere ogni altra velleità nuziale, dedicandosi alla sua materia preferita – il gioco – che gli occupava tempo e riflessioni, sogni e desideri. “Per il resto si vedrà”, diceva con quel sorriso amaro sotto i baffi spioventi da sciamano, con le guance lunghe come quelle di un mastino denutrito, con i capelli cinerini che lo rendevano, a tratti, ancora spensierato. “Davide è rimasto quello che era, un ragazzo vecchio!” e non potevo non concordare con il giudizio di zio Armando, detto da sempre, e chissà perché, semplicemente Tattà.</p>
<p>“Guarda, guarda… oggi s’è messa il reggicalze! Guarda, Mariano, guarda!” e Mariano guarda con un occhio solo, per pudore.<br />
Zio Guido si infila i pantaloni, le bretelle e il bocchino con la Turmac ovale, tondeggiata all’occorrenza prima di essere accesa.<br />
“Pure quella c’è nel resoconto che vuoi scrivere?” e per me risponde Mariano, <em>’mbàando</em>. “E a che serve? È un tocco di colore?!”. Mi guarda a lungo, giudica il mio lieve imbarazzo, ne ride con uno dei suoi soliti mugugni e poi depone il bocchino con la Turmac su un vecchio posacenere di alluminio della Flotta Lauro per ammassare con le palme delle mani i capelli sulle tempie, per stirarli con dolcezza, secondarne il verso.<br />
Come faccio a confidargli l’ultima delle mie trovate narrative, quel colpo di fulmine che illumina un pomeriggio passato sul letto ad almanaccare, traguardando per esempio il debole fruscìo delle tende socchiuse davanti a quest’altro balcone in una circostanza di vita che nulla divide con quella che non riesco ad evocare? L’ultima delle mie invenzioni narrative poteva essere davvero eccezionale, forse sublime: non il ripescare storie passate, non il riprendere storie interrotte, insomma fare a meno delle storie, affidarsi ai racconti personali e tirare avanti solo con i narratori: tu, tu, tu e tu… “Occupato!” dice Mariano, giustamente, senza ridere.<br />
Zio Guido, intanto, invagina lentamente i bottoni nelle asole, lentamente tende le bretelle fino a farle schioccare sul torace poi spegne la Turmac e si dà degli schiaffetti sulle guance – “Per cacciar fuori il fumo residuo dalla bocca” – quindi indossa il panciotto, se lo aggiusta, regolando la piccola martingala di seta sulla schiena e, finalmente, si rinchiude in quella sua giacca di grisaglia che emana un distintissimo profumo di stoffe buone e di buone manifatture. Ecco, è pronto: un figurino!</p>
<p>- Dove vai stasera?<br />
- Al bar, in giro, con gli amici: poi si vede.<br />
Lo trattengo per un braccio e con un sorriso alla Mariano gli rivolgo di nuovo l’invito a collaborare a questo resoconto, a fare la sua parte di narratore. “Ma non saprei che dire. Magari stasera mi fai leggere quello che hai scritto…”.<br />
- Ma non ho scritto niente, zio, e niente voglio scrivere. Vorrei raccogliere testimonianze, memorie, sensazioni ma di quello che avete visto voi, che avete vissuto voi nella nostra famiglia, in questa casa, escludendo per principio la mia mediazione…<br />
- Bruno, è molto semplice: abbiamo vissuto e viviamo quello che c’è da vivere. Questa non è una casa, è l’albergo della nostra famiglia: tanti anni fa ospitavamo studenti e studentesse, ricordi? Poi pensammo bene che era meglio ospitare noi stessi, per cui viviamo tutti insieme separazioni, fantasie, dolori… Ecco, ho fatto la mia parte di resoconto. Ciao.<br />
E se na va, al suo solito: fatuo, vanesio, scettico. Passando davanti allo specchio dell’ingresso, furtivamente, dà un’occhiata a se stesso, all’aplomb, ai dettagli: sfodera un’altra Turmac ovale, la accende e si guarda fumare, si riassesta qualche pelo dei baffi, si annusa le dita, si ricompone quell’onda fittizia che ha sempre cercato di ricreare nei suoi capelli crespi, apre la porta e scompare nel pianerottolo.<br />
Ascolto i rintocchi dei suoi passi sulle scale, lenti e cadenzati, come per far sentire agli altri inquilini che l’appuntamento è rispettato anche questo pomeriggio: sono le cinque e alle cinque Guido Marra è pronto per un’altra serata di sesso, o di “diversivo”, come dice lui. Richiudo la porta e penso che forse ha ragione: che senso ha fargli dire - a lui come agli altri zii - le cose che hanno vissuto o visto quando ancora le stanno vivendo e vedendo? In fondo, l’idea che ho avuto - di convincerli a raccontare un momento della nostra vita in comune - è dilettantistica; si consuma solo come proposito più o meno nobile ma mi sfugge l’aura di valore che dovrebbe appunto nobilitare il progetto. Sarebbe come chiedere a un delfino di raccontare le sensazioni che prova quando salta sull’acqua e di esporle come se la sua vita fosse solo un interminabile caracollare tra le onde senza scopo.</p>
<p>Ritorno nel salone, vado a sedermi davanti al balcone, nella direzione del baobab, tra i richiami queruli del merlo indiano e mi perdo in questa cartolina sfrangiata che il panorama offre. Gli ultimi piani dei palazzi dalle altezze disuguali sono splendenti: il sole sta calando all’orizzonte lasciando tuttavia una striscia di lucentezza indefinibile, dal colore giallo paglierino che tende a sfaldarsi, a sparire. Tra un po’ dovrei sentire la voce di zia Ester, dovrebbe chiedermi se Guido è uscito e cosa aveva indosso; poi dovrebbe chiedermi di aiutarla a ripiegare le lenzuola ormai asciutte, ma soprattutto di aiutarla a preparare la festa di stasera. E infatti mi chiama.<br />
- Che c’è, zia?<br />
- Guido è uscito, vero?<br />
- Sì.<br />
- S’è vestito al suo solito?<br />
- Sì…<br />
Eccola: è una donna incantevole, dallo sguardo dolcissimo, dal sorriso ammaliatore. Le proporzioni del suo corpo, prorompenti e vistose, si confondono e contrastano con quelle del carattere, remissivo e tollerante. Zia Ester sa che il marito la tradisce ma non se ne adonta, lo considera come un accidente inevitabile, forse normale. Eccola entrare nel salone col fagotto delle lenzuola arrotolate che le pendono dai fianchi ricoprendola come un peplo, eccola sistemarsi dietro l’orecchio destro quella ciocca bizzosa dei suoi capelli biondi, ricomporsi nella tenuta casalinga che prevede però, immancabile, quella collana di corallo che le regalò il marito al ritorno dal viaggio di nozze. Eccola, Ester: si muove come una regina detronizzata, è languida nei gesti che compie, tutti misurati e docili; si impone come una figurina delicata (figurino Guido, figurina lei), con la bocca dello stesso colore della collana, con le labbra semichiuse che tutti vorrebbero baciare o solo sfiorare.</p>
<p>- Mi aiuti?<br />
Prendo i due capi del lenzuolo e indietreggio per stenderli a distanza, lei ne ride perché sto per finire nel corridoio. “Tira, tira!” e tiro le lenzuola, la osservo desiderandola: non si può non desiderare Ester.<br />
- Chi sarà, questa volta? Tu la conosci? Te ne ha parlato?<br />
- No, zio Guido non parla delle sue&#8230;<br />
- …delle signore che incontra, è vero.<br />
Viene verso di me e celebriamo il minuetto abituale con i capi del lenzuolo riunito in quattro falde, poi in due e infine in una sola stola, come un sudario, perché in fondo anche quel lenzuolo è un cimelio, una ricchezza, oltre che un ricordo. Zia Ester ripiega il lenzuolo sul tavolo, chinandosi, flettendosi: sembra già stirato, già pronto per essere riposto nel cassetto del trumeau, quello di palissandro, quello che ora sta nell’ingresso e raccoglie le bollette del telefono e le riviste di moda e di attualità. È come una macchia d’ambra, Ester: di una bellezza che puoi solo ammirare ma che non sapresti come godere. Ancora non riesco a spiegarmi perché abbia così signorilmente abdicato alla sua felicità, lasciando che Guido la tradisse, che le chiacchiere sul suo conto avessero sempre il tono della compassione, che niente riuscisse davvero a smuoverla.<br />
- Zia, te la sentiresti di raccontare questo momento, questa situazione?<br />
- Quale situazione?<br />
- Questa.<br />
- Questa, quale?! E poi che vuoi dire con “raccontare”? Come si racconta un romanzo?!<br />
- No, un romanzo è un’opera letteraria. Come raccontare un episodio della propria vita, un aneddoto, un fatto insomma. Perché festeggiamo zio Armando?<br />
- Perché è il suo compleanno, perché è tornato a casa, perché è l’ultimo dei fratelli. Lo avremmo fatto anche con tuo padre, se non ci avesse lasciati così presto.<br />
Sbàm! Sbàm!&#8230; Così si tirano i panni: con forza e rudezza, come per stracciarli. Dovrebbe o potrebbe fare la stessa cosa con se stessa: stenderli, allungarli, espellere dai suoi panni ogni traccia di acido fissante, ogni residuo di acqua superflua, farli vivere, dilatarli fino a stemperare qualsiasi maldicenza, o cautela. Tra poco la vedrò piangere mentre ripiega le camicie di Guido e non dirò nulla.<br />
Si siede, si ravvìa la ciocca ribelle, cava dall’orlo della manica un minuscolo fazzoletto di mussola e fa scivolare quella stilla che le ornava l’angolo dell’occhio, la comprime docilmente nel fazzolettino fino a nasconderla, poi si rialza, senza guardarmi, e riporta il fagotto dei panni asciutti e ripiegati in camera da letto.</p>
<p>Trilla il campanello, è zio Vittorio, il primo dei miei zii, il primo dei fratelli Marra, il più importante. “Vedi com’è discreto, Vittorio? Potrebbe aprire con la sua chiave ma non lo fa mai”, mi dice zia Ester con quel suo sorriso dolce come per farmi capire che, pur apprezzandole, non ha mai incoraggiato le silenziose lusinghe di Vittorio. “Vai ad aprire, corri! Sicuramente avrà portato le cozze!” e spalanca la porta della cucina: la sento parlare e scherzare con Mariano, elencare l’ordine delle pietanze e una serie infinita di <em>&#8216;Mbà</em> e <em>Uàuu</em> che suggella tutte le meraviglie di Mariano.<br />
Ed ecco zio Vittorio: l’uscio di casa viene ingombrato dalla sua figura imponente, dai suoi modi sicuri e travolgenti, dalla sua andatura pesante, robusta. È vestito per l’occasione, zio Vittorio, la giacca nocciola, la camicia azzurra e la cravatta rossa; mi tacita subito con un “Tu non studi mai”, poi va in cucina, saluta con un piccolo inchino zia Ester, abbraccia Mariano e mette sul fuoco la pentola con le cozze, suscitando la gioia di Mariano che snocciola una serie alternata di <em>’Mbà</em> e <em>Cozz</em>. Zio Vittorio guarda zia Ester, sorride e poi torna nel salone, al suo posto, a capotavola, a celebrare l’irrinunciabile appuntamento quando l’attesa o la solitudine si protraggono più del dovuto.<br />
Il suo passatempo preferito sono i cruciverba de La Settimana Enigmistica e la compitazione dei giochi o dei rebus si manifesta come un rituale che non può essere né interrotto né, tanto meno, favorito da occasionali suggerimenti. Zio Vittorio, infatti, apre la rivista sul cruciverba appena iniziato, forse già sull’autobus, e lentamente ma con sicurezza lo esaurisce. Poiché non bisogna disturbarlo, mi trattengo da qualsiasi commento ma resto impietrito da una questione che non mi sarei aspettato di udire dalle sue labbra: “Ho sentito di questa storia del resoconto. Di che si tratta?”. La sorpresa mi ha pure inorgoglito, lo confesso, ma non riesco a trovare parole che giustifichino una risposta intelligente e persuasiva. Mi avvicino al tavolo come uno studente impreparato raggiunge la cattedra e, come un insegnante, zio Vittorio attende che io parli e continua a scrivere col suo maiuscoletto arabeggiante, con quella penna stilografica dal cappuccio dorato, con la mano grossa e larga come quella di un Atlante.<br />
La penna si stacca dal foglio, viene rinchiusa nel cappuccio e riposta nel taschino; le mani si congiungono, giacciono su se stesse mentre mi seggo all’altro capo del tavolo, di fronte a lui.<br />
- II resoconto di che? Di questa festa?!<br />
- Sì&#8230;<br />
Si toglie gli occhiali dal naso, ripiega le stanghette, poi sguaina di nuovo la penna, aggiunge casualmente sul cruciverba da poco risolto una grazia ad una consonante priva di rifinitura e poi sorride, ammiccando bonariamente.<br />
- Un resoconto per che cosa? A quale scopo?<br />
- Per avere una memoria, una testimonianza.<br />
- Della nostra vita, della nostra famiglia?<br />
- Sì…<br />
- E che abbiamo di speciale, noi?<br />
- Viviamo tutti in questa casa, tutti insieme.<br />
- Chi comincia?<br />
- Tu sei il primo, il più grande.<br />
- E il più vecchio&#8230;<br />
- Guarda, zio, che non c’è un ordine&#8230;<br />
- Sì, sì, ho capito: è tutto alla rinfusa. Anche tu sei alla rinfusa, cerchi qualcosa, un po’ come tuo padre. Avrebbe potuto fare grandi cose, Mario, se solo avesse voluto. Tu gli somigli, hai la volontà di riuscire ma finora non hai realizzato molto.<br />
- Ho ancora una vita davanti.<br />
- La vita non sta davanti a noi, sta intorno a noi… Da dove si parte?<br />
- Da te e zia Ester.<br />
- L’immaginavo. Credi che la moglie di mio fratello Guido sia la mia amante?<br />
- No, ma ho sempre pensato che tu l’amavi, che tu l’ami ancora, anche se forse non è mai…<br />
- No, non è successo. Quando mia moglie se ne andò, pensai che la colpa fosse soltanto mia, che non fossi stato capace di pensare a un’altra donna e vivere qui, in questi undici anni, è stato ed è bello e difficile, come se dovesse passare ancora del tempo. Certe volte le emozioni si consumano e certe volte no… Che ne pensi?<br />
- Non lo so, zio. Devo farmene un’idea.<br />
- E non te la sei fatta?<br />
- Sì e no…<br />
Zio Vittorio non replica, riprende la stilografica, apre la rivista su un cruciverba ancora vergine e ricomincia a compitare come un alunno che torni malvolentieri al suo esercizio di ricopiatura. Non mi pento di averlo fatto parlare ma non saprei come farlo parlare di più.<br />
La verità è che zio Vittorio non abbandona il suo ruolo di patriarca, di colui che aveva provveduto allo studio e al mantenimento degli altri fratelli col suo lavoro di intagliatore di pelli, senza diventare mai pellicciaio, mai padrone (“Per forza! Come può diventare padrone un comunista?!”) e, forse per questo, mai ricco, mai consapevolmente ricco della ricchezza che avrebbe potuto produrre - parlo come Mariano, ripetendo le parole. Tutti i fratelli, da Guido fino a mio padre, gli hanno sempre conferito e confermato questo primato di guida e sostegno, anche quando il lavoro di intagliatore cominciò a essere declassato (“Per colpa dei tuoi compagni animalisti!”).</p>
<p>La chiave nella toppa cigola e si impunta lamentandosi: è zio Davide che torna a casa. Mariano gli corre incontro e poi si ferma accanto allo stipite della porta, come una sentinella per il presentat-arm. Zio Davide entra, preceduto da una nuvola di fumo, abbraccia e bacia il figlio, depone a terra la valigia di rappresentante e si slaccia la cravatta che gli pendeva già sfatta sulla camicia sbottonata.<br />
- Allora siamo pronti per la festa di Armando?<br />
Mariano fa spallucce e ride: anche Davide scrolla le spalle grottescamente e scompare nella cameretta che occupa col figlio, canticchiando una vecchia canzone sudamericana. Solamente una vez, con quella zeta allungata e sibilante, diventa una marcetta da circo di periferia e Mariano si inventa un passo doppio per tenere il tempo, seguire il ritmo.<br />
“Chi mi aiuta a imbandire la tavola?” e reca la tovaglia come un vassoio d’argento: zio Vittorio richiude la sua rivista, si rialza a fatica e si dilegua in cucina a preparare la sua famosa impepata di cozze. Ester mi chiede con lo sguardo cosa sia successo, le rispondo vagamente e lei, con civetteria, mi apostrofa: “Non gli avrai propinato uno dei tuoi soliti interrogatori?!”. Dico di no e mi accingo ad aiutarla.<br />
Il campanello suona molte volte: sono i fornitori che consegnano fagotti di pasticceria, liquori, frutta secca, noccioline, tartine, pizzette, arancini, frittatine di maccheroni, il bendidìo che piace a Mariano. In casa non è stato preparato nulla, solo un sontuoso arrosto di vitello: zia Ester non aveva voglia di cucinare per tante persone, anche perché avrebbe dovuto farlo da sola. La festa, dunque, comincia: prima di sciogliere la tovaglia di lino, ricamata come le altre dalla giovane Esterina, e di farla planare sulla tavola, Ester mi chiede di accendere la radio o di mettere un disco, “di quelli d’atmosfera”.<br />
Passo davanti alla cucina, scorgo zio Vittorio chino sull’acquaio, scelgo il disco e tutto il resto - gli uccelli, il baobab, i panni stesi - è risucchiato dal buio, messo da parte, per far da sfondo al mio resoconto, ai loro racconti, alle storie e ai personaggi che si amano ma non s’incontrano, che s’intendono senza capirsi.</p>
<p>Un colpo sulla spalla - è zio Davide - mi distoglie da questa piccola ricerca sui significati che non riesco ad evocare e fare miei.<br />
- Come va il tuo racconto?<br />
- Non è il mio racconto, è il vostro…<br />
Dal salone ci arrivano i rumori dei preparativi, la musica latino-americana, i passi di Ester, la vocina di Mariano che ha sostituito per l’occasione l’indefinibile <em>&#8216;Mbà</em> con il più frizzante <em>Vez</em>.<br />
- Questa Vez durerà per un mese, vedrai. Mariano si innamora dei suoni: questo dev’essere più forte di <em>’Mbà</em>, più deciso. Scommetto che il tuo resoconto non va avanti per colpa di zio Vittorio.<br />
- Zio Vittorio dice che, in pratica, non so quello che faccio, che non l’ho capito ancora, che sono come staccato.<br />
- Staccato da chi? Da noi?!<br />
- Forse da tutto.<br />
- E perché noialtri che siamo? Siamo una famiglia di staccati.<br />
- Ma non l’abbiamo mai spiegato, l’abbiamo accettato e basta.<br />
- È una parola! Davvero pensi che parlandone, cioè raccontando le cose, riusciremo poi ad attaccarci, a sentirci uniti?! La vita non l’ha inventata uno solo, ce la inventiamo tutti come sappiamo: piuttosto dovremmo chiederci se funziona. Sai che significa questo? Che non ci siamo staccati da niente, che la vita ci ha un po’ divisi singolarmente, ognuno per proprio conto, ma poi in fondo siamo rimasti tutti qua. Perfino Armando è tornato!<br />
- Già, perfino Armando.<br />
La tavola è imbandita, ricca di ogni accessorio, sfolgorante per i metalli, i vetri, le ceramiche, le stoffe. Sono esposte tutte quelle pietanze che si preparano solo per una festa e solo per una festa straordinaria: Ester contempla con tenero abbandono questa città luccicante di piatti, di bicchieri, di posate, di bottiglie che ha architettato con quel suo stile delicato, che saggiamente spartisce e sposa il fasto con la modestia, il gusto con la maniera. Questa tavola è una sua creatura, il tocco esemplare della sua presenza su questo mondo e tutti ne restiamo abbacinati, catturati dallo splendore, come davanti ad una bacheca di museo, stimolati e raggelati da una magnificenza che non riusciamo a deglutire, a mandare giù, a sentire come nostra. Siamo tutti schierati in ossequio davanti alla tavola: zio Vittorio approva compiaciuto in silenzio; zio Davide è quasi sull’attenti, con gli occhi sperduti in uno sguardo senza mete; Mariano è attonito, non sa cosa guardare o blandire e si decide di commentare con una raffica di <em>’Mbà</em> sparata a bocca chiusa, come farebbe un pesciolino rosso in un’ampolla dall’acqua stagnante.<br />
L’estasi per la tavola e per Ester si conclude con l’arrivo degli ospiti che straripano in casa coi loro regali, i cappotti, le sciarpe, gli ombrelli, il chiasso, l’allegria, quella patina di vento e di aria fresca che solo la strada plasma sui volti e nelle voci.<br />
Ci sono tutti: amici, conoscenti, signore, signori. Si presentano con sorrisi melensi le amiche di Ester, quelle che hanno goduto di maggiori fortune, che hanno sposato uomini più ricchi, avuto figli più saggi: le signore Palladino, Rossetti, Cerullo, Martucci, Ognibene. I loro mariti stendono le mani macchiate dai nei dell’incipiente vecchiaia, si ravvìano i capelli sulle fronti lucide e abbronzate, si toccano e si lisciano baffi, barbe, capelli lunghi oppure stretti nei codini, anelli alle dita, distintivi sui baveri, qualche sparuto orecchino, camicie di seta, cravatte di seta, fazzoletti di seta.<br />
Si sprecano gli auguri e i rimproveri amichevoli per i contrattempi che hanno diradato appuntamenti e incontri, familiarità e modi di dire. La signora Cerullo, che lavora nella stessa agenzia di Guido, porge il suo regalo a Tattà ma lo consegna a Ester perché Tattà non si è ancora fatto vedere. Mi occupo di cambiare i dischi, di alternare le musiche preferite, di intrattenere amici che non conosco sulla vecchiezza del nostro palazzo, sul giardino del baobab, sul fatto che viviamo ancora tutti insieme, sul merlo indiano che sembra impazzito e che sicuramente avrebbe ispirato Gozzano col suo canto da prigioniero.</p>
<p>Mariano corre verso di me, mi indica la porta, è arrivata la signora D’Avanzo! Ester non si perde d’animo, saluta con affabilità la signora D’Avanzo che si scusa per essere venuta “a mani vuote”, ma non sapeva che la festa fosse per Armando, pensava a un’occasione come un’altra, tanto per riunire un po’ d’amici.<br />
Ed ecco finalmente il festeggiato: Armando Marra, cinquantenne, detto Tattà. Entra nel salone come un commesso da poco promosso capo del personale: stringe le mani, ringrazia, sorride, si lascia andare a brevi commenti, a questa circostanza allegra che neanche lui sa perché sia stata celebrata. E anche noi sembriamo i suoi ospiti, visto che lo conosciamo così poco: gli anni della Francia vengono evocati ora come un esilio, ora come una necessità, ma nessuno dice o sceglie quale, fra le due ipotesi, possa essere la più giusta o la più degna: insomma non sappiamo perché stiamo festeggiando Tattà, perché zia Ester si sia così prodigata ad organizzare questa serata.<br />
E infatti non si festeggiava Tattà, lo sapevamo, ma ci eravamo messi d’accordo, e tacitamente, che qualcosa bisognava organizzare per riprendere o interrompere il cammino della nostra unione familiare, di quella casa ai Gradini Mancinelli a Salvator Rosa.<br />
Tattà si prestava, perché ultimo dei fratelli, a questa generale e generica ricognizione degli intenti e delle scelte compiute. Sapevamo che zio Vittorio avrebbe dichiarato una volta per tutte il proposito di andarsene, di lasciare quella casa; che zio Guido stava sul punto di decidersi, anch’egli, sulla vita da svolgere senza Ester; che zio Davide aveva preso contatti con un’altra azienda, si sarebbe trasferito, cambiando città, abitudini, tavoli da gioco; che Mariano non se la sentiva di seguire il padre, voleva restare là davanti al suo <em>’mbao-’mbab</em> e che Ester aveva chiesto a Tattà di tenersi la casa, lei se ne sarebbe andata da una sorella che non vedeva da anni, a tirare avanti da sola, senza il marito, senza il figlio, senza rimpianti. Si festeggiava una serie di addii.</p>
<p>Imponderabile&#8230; questa la parola sulla quale siamo pesantemente sprofondati, dopo aver volato a vuoto in uno spazio senz’aria, come tra le stelle, annaspando, spostati e disorientati da quella che pensiamo sia la realtà sopra o sotto i nostri piedi, dentro o fuori le nostre emozioni&#8230;<br />
Mariano, involontario artefice dell’imponderabile, mi chiama per una delle sue piccole disgrazie - un bottone scucito - e mi conduce nella camera da letto che divide col padre, alla ricerca di ago e filo, che però non troviamo. Sopraggiunge Davide e nemmeno con lui scoviamo quello che ci serve: Mariano diventa furioso, si sente mutilato per quel bottone che manca, ulteriormente mutilato e scoperto e dobbiamo alleviare sul nascere la sua piccola crisi. Ci raggiunge Vittorio, che ha udito qualche grido soffocato di Mariano, e si aggrega anch’egli al nostro smarrimento, ricordandosi di avere quanto occorre in camera sua ma, per fare questo, bisogna passare per il salone e Mariano si rifiuta di farsi vedere dagli altri con il bottone staccato. Serve ben poco la pazienza di Vittorio: Mariano è irremovibile, addirittura velenoso quando Tattà, richiamato dal trambusto, gli consiglia di togliersi il giaccone e di indossare una maglia: ne ricava un insulto e un pugno, come può darlo un ragazzo di tredici anni che non sa regolare la forza e l’equilibrio. Tattà si ferisce a un labbro e Mariano cade a terra, piangendo, disperandosi. Qualche invitato fa capolino in camera, chiede ragguagli, osserva, è un medico e si offre per dare un’occhiata al ragazzo e allo zio, ma non c’è verso di convincere Mariano a fare una cosa o un’altra, si raggomitola come un riccio e scalcia, arrossando di lacrime quei suoi occhi celesti che si gonfiano, dilatandosi negli spasmi della collera.<br />
Davide si accovaccia accanto a lui, gli asciuga gli occhi e lo accarezza senza parlare; Vittorio è in ginocchio, pronto ad intervenire per altre e più imprevedibili necessità; Tattà riesce ad allontanare il medico dalla stanza e poi ritorna con un bicchiere d’acqua ma Mariano non vuole bere, vuole vedersi il suo bottone attaccato al giaccone, tutto qui. Vittorio si rialza e gli tende una mano e una speranza: nella camera di Ester c’è senza dubbio il cofanetto dell’ago e del filo. Di colpo Mariano non piange più, si scioglie, dipana il groviglio del suo corpo e si affida alla mano di zio Vittorio con una ritrovata incredulità, quasi stordito da una soluzione che gli deve sembrare miracolosa. È contento ma cauto, ci passa in rassegna con uno sguardo lento e minuzioso come per reprimere all’istante parole inopportune e consolatorie. Nessuno si sognerebbe di tradirlo, proprio ora, e infatti formiamo un piccolo corteo alle loro spalle. La processione serve anche da scudo per Mariano quando passiamo nel corridoio, sotto gli occhi degli invitati e di Guido che è rincasato prima del previsto e che non perde tempo a intuire il senso e il peso di quella domestica via crucis: anche Guido si aggrega al gruppo e tiene lontani quegli invitati che si erano già lasciati andare a commenti e opinioni su “altri” limiti di “altri down”.</p>
<p>Arriviamo finalmente alla camera di Ester e Mariano sembra ancora più bambino di quello che è: gli occhi brillano di nuovo, quieti e appagati, solo le lacrime hanno lasciato i segni della tragedia sfiorata. E tranquilli e soddisfatti restiamo anche noi soprattutto quando zio Guido apre la porta della camera e troviamo Ester a letto, seminuda, accanto al marito di una sua amica, un uomo dai capelli brizzolati e dalle pelle olivastra.<br />
Ester giace sul letto con le braccia al seno, le gambe divaricate, sdraiata si direbbe su se stessa, come chi indugia a levarsi e attende ancora un po’, non ancora sazia del piacere di stare lì con un uomo che non poteva essere Guido e non è Vittorio.<br />
Non riusciamo a dare forma e intenzione a nessuno dei pensieri che pure si pre