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	<title>Nazione Indiana &#187; Add new tag</title>
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		<title>Trip Tryque Trac</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 11:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg"></a><br />
 immagine: <strong>Botti di Fine anno</strong></p>
<p>ovvero dei tre movimenti (e dei suoi autori)</p>
<p><em>Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino. </em><br />
<strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato?</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/31/trip-tryque-trac/">Trip Tryque Trac</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg" alt="" title="tonneaux" width="500" height="210" class="alignnone size-full wp-image-12978" /></a><br />
 immagine: <strong>Botti di Fine anno</strong></p>
<p>ovvero dei tre movimenti (e dei suoi autori)</p>
<p><em>Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino. </em><br />
<strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato? Ma poi, usato da chi?</em><br />
<em><strong>Gianni Campi</strong></em></p>
<p><em>Uno tenta sempre di fare il meglio e di essere al meglio – poi c&#8217;è tutto un mondo intorno e le cose migliori possono diventare impossibili</em><br />
<strong>Guido Tedoldi</strong><br />
<span id="more-12928"></span></p>
<p><strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Rosse: le vetrine, le tovaglie, le foglie.<br />
Pulsano le strade, le vene nel ventre.<br />
Volteggiano gambe di plasma e voluttà.<br />
Sinistre ministre delle pari opportunità</em>. </p>
<p>Il Pandino ruggine di Nino digrigna le gomme contro l’asfalto e caracolla sotto lumi pulsanti d’auguri. Come tradizione, il giorno della festa si va alla Marina a fare il giro delle Nere.<br />
Nino passa da casa mia e andiamo verso il mare, l’addome rigonfio d’antipasti e dolci. Giunti al parcheggio, abbassiamo il finestrino. Aspettiamo una carezza, lingua tra le labbra, mugolii da rievocare per eccitazioni solitarie.<br />
Il cielo rossastro si vela di grigio, quando Nino, senza una parola, infrange il classico rituale, apre lo sportello e scende. Lo seguo,  automa imbottito di cibo, tra la bruma del terreno cespuglioso. Ci addentriamo nella terra proibita che separa il parcheggio dai megaliti del porto e siamo subito circondati da trecce corvine, narici guerriere, pizzi luccicanti e curry. </p>
<p>Rimango immobile, inadeguato alla contrattazione. Le Nere bisbigliano, squittiscono, ululano: amore, bello, tesoro mio. Io non riesco ad articolare suono, continuo a ciondolare la testa, mentre il cielo diventa più scuro. Nino si muove rapido, parla con tutte, chiede il nome e la provenienza: Cindy, Terry, Michel, Rosie, Camerun, Senegal, Ciad.<br />
Rosie è la più bella, mi avvicino, le chiedo da quanto sia in città.<br />
“Poco, stata Milano, Firenze…”<br />
Le chiedo se le piace Firenze; lei dice vagamente di sì. Poi mi chiede, per la seconda volta, se voglio fare l’amore. Io annuisco, domando se le piace stare alla Marina. Rosie sorride, gli occhi d’amazzone, le labbra languide: “Secondo te, amore?” Mi prende sotto braccio e mi porta verso il mare.</p>
<p>La sagoma di Nino spunta da dietro una palma nana. La Nera è piegata e lui spinge con l’anca, fissa estasiato l’orizzonte.<br />
Io e Rosie raggiungiamo il piccolo fuoco attorno cui si radunano le altre. Nessuna di loro viene avanti per corteggiarmi; mi sento un ospite adesso. Chiedono il mio nome e sghignazzano felici, perché nella loro lingua, mi spiega Rosie, quel suono vuol dire “pollo”.<br />
Poi Claire, il viso d’ossidiana, le spalle rotonde, prende a cantare una canzone di Phil Collins e le altre fanno il coro. Cindy saltella sulle scarpe da tennis e intona l’altra strofa con voce di soprano. L’eburneo inglese, a quanto pare, è l’idolo della Marina.</p>
<p>Nino alza i pantaloni dal terreno freddo e ci raggiunge raggiante, mentre la sua Nera accende una sigaretta e dirotta i tacchi verso il parcheggio.<br />
Dal mare s’alza una tiepida brezza. Cindy m’obbliga a cantare, poggiandomi sulle spalle i seni imbottiti. Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino.<br />
All’improvviso, s’agitano ombre. Strilli, fischi, braccia a sventolare.<br />
Rosie mi sorride, sussurra “ciao, tu bravo… ritorni” e corre verso le giostre, dietro alle altre.<br />
Nino e io scappiamo nella direzione opposta.</p>
<p>Dopo qualche istante, le sirene squarciano il cielo e due minigonne rosse sono caricate su una gazzella. Guardiamo la scena da lontano, i movimenti severi delle guardie.<br />
Strisciamo dentro il Pandino, Nino mi chiede se ho scopato. Annuisco anche a lui.<br />
Accende il motore e partiamo senza frizione. Un traffico assonnato serpeggia per le strade della festa.<br />
“Voglio andare a Dakar” dico.<br />
“Chissà che fine fanno queste nere?” fa Nino con una voce triste, commiserazione e indifferenza.<br />
“Speriamo che le lascino in pace”<br />
“A momenti arrestavano pure noi…” </p>
<p>Io e Nino non parliamo più. Passiamo sotto l’ennesima luminaria e ci fermiamo al rosso dell’incrocio. Sopra le nostre teste un immenso cartellone: la donna in lingerie ammicca a Babbo Natale. Fisso con ribrezzo i suoi occhi cospiranti, stelle spente, sana schiavitù. </p>
<p><em><strong>Gianni Campi</strong></em></p>
<p>Rivenditore: &#8211; Astrologari strologanti! Antiquitari oracolanti! Per le necessità tutte!<br />
Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, non Le pare che questi prodotti non siano beni di prima necessità? che queste cose che desidera vendere siano un po’, come dire, superflue, inutili, senza alcuna necessità, o, quanto meno, fuori dal comune?<br />
Rivenditore: &#8211; Se pur fossero robe estravaganti dalla tradizione comunitaria, non potrebbe dirsi altresì che il negro semen, oh! capovolta nemesi d’i imaginaria!, vi  si insemini, incolto nel colto, immondo nel mondo, impuro nel puro?<br />
Passante: &#8211; Che linguaggio da imbonitore, così esclamativo: le parole che usa non Le pare siano in qualche modo strane?<br />
Rivenditore: &#8211; Se pur fosse una estravagante lingua morta, o soltanto stranitae straniera, non potrebbe dirsi comunque che non sia estrema, o che non siaalla ricerca d’un punto di contatto del contrasto di tra l’esiziale esistenza e la vitale inesistenza.<br />
Passante: &#8211; I Suoi modi di dire son certamente curiosi.<br />
Rivenditore: &#8211; Abbecedari usati! Abbecedari logori! Abbecedari laceri! Non Le necessitano analfabetici abbecedari?<br />
Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato? Ma poi, usato da chi?<br />
Rivenditore: &#8211; Forse è un libercolo antiquo, e mai usato, forse è un trattatello distratto di geometria o retorica, di figure sfigurate, di forme difformi, che non contenga contenuto d’alcunché: al suo interno potransi  ammirare imagini d’un immaginario morto, parole desuete, inuse, dismesse. O forse è stato<br />
usato, sì, ma senza aprirlo, a uso e consumo proprio improprio, usato dunque quale controparte per aprirsi al gran teatro del distolto, dell’inconsueto, del disuso: il gran teatro pien di vuote meraviglie!<br />
Passante: &#8211; Lei parla senza venire al dunque. Lei divaga, Lei è quanto mai vago. Lei ancora non ha detto da chi sia stato usato.<br />
Rivenditore: &#8211; Se le dicessi chi, Lei non potrebbe crederci, Lei non potrebbe credere più a niente.<br />
Passante: &#8211; Me lo dica comunque. Per capire. Per capirsi. Per capirci.<br />
Rivenditore: &#8211; Pinocchio.<br />
Passante: &#8211; Pinocchio?<br />
Rivenditore: &#8211; Ha visto?<br />
Passante: &#8211; Cosa?<br />
Rivenditore: &#8211; Non è che incredibile quel che non è da credere, quel che non ha credito né credo, ma solo e soltanto discredito e dubbio. Ma non dubiti dei debiti. Né ne sia certo. Tutti i libri sono un unico libro, che si scrive, che ci scrive.<br />
Passante: &#8211; Non La seguo.<br />
Rivenditore: &#8211; Per seguire l’esser pinocchio, Le necessita appunto l’analfabeto, in cui colui che segue precede: la nota frase ignota della verità della menzogna, della follia ragionevole, dell’errore esatto; la morte viva, la vita morta, là, dove dovunque, quando quandunque, come comunque, quanto quantunque.<br />
Passante: &#8211; Lei è proprio matto!<br />
Rivenditore: &#8211; Forse l’abbecedario ha solo e soltanto di coteste pagine matte, dai mille millanta colori appunto non lucidi, sì ben ludici.<br />
Passante: &#8211; Lei gioca con le parole, e con le frasi, senza farsi capire, senza dir<br />
niente, senza significare niente<br />
Rivenditore: Forse l’abbecedario non è altro che un lunario, un enigmatico lunario labirintico, una summa sottratta al senno, le di cui pagine sian state scompaginate, in cui vi si possa trovar di tutto senza che niente si perda.<br />
Passante: &#8211; In verità, pare proprio il contrario: non vi si trova niente, e si perde tutto.<br />
Rivenditore: &#8211; Forse è perdendosi che ci si trova, non trova?<br />
Passante: &#8211; Se ci si perde, come ritrovarsi? Parlare con Lei è proprio tempo perso.<br />
Rivenditore: &#8211; Forse non si ha più tempo da perdere: nessuno ha più tempo da perdere. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da fare, per non essere che un nulla facente. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da dire, e nulla, nulla da dare.<br />
Passante: &#8211; Le ho dato tutto il mio tempo. Ora non me ne resta più. Questo tempo non si ritroverà più.<br />
Rivenditore: &#8211; E pure, se solo offrisse quattro soldi per cotesto abbecedario lunambolo, per cotesto lunario analfabetico, magari potrebbe venire a conoscenza del luogo dove ritrovare il tempo.<br />
Passante: &#8211; Un luogo dove ritrovare il tempo?<br />
Rivenditore: &#8211; Un luogo di ritrovo.<br />
Passante: &#8211; Un luogo di ritrovo? Ma che dice?<br />
Rivenditore: &#8211; Non è forse un luogo di ritrovo il luogo ideale della realtà oggidiana? Lei non cercherà certo un luogo reale per l’ideità!<br />
Passante: &#8211; Ma di che parla? Lei non sa più nemmeno parlare.<br />
Rivenditore: &#8211; Non si sa che dire per parlare, non si sa di che parlare per dire.<br />
Passante: &#8211; Ormai sono senza parole.<br />
Rivenditore: &#8211; Tutti si è senza parole: un sòno senza parole. Ecco, si sente una musica. Ecco, lo spettacolo del gran teatro sta per finire. Le ultime battute, questi colpi di gran cassa, ora. E la danza, ora. Ecco, il gran ballo, il ballo finale. Lo spettacolo è finito. Giusto in tempo per la fine del tempo.<br />
Per la fine dei tempi. Lo spettacolo sta per cominciare. Giusto in tempo per l’inizio del tempo. Per l’inizio dei tempi. Ecco, arrivano buone nuove! Nove lune, Signore, novissime! Nove novità, Signore? Non Le necessitano delle buone nuove?<br />
Passante: &#8211; Buone nuove per l’anno nuovo? Finalmente un auspicio!<br />
Rivenditore: &#8211; No, Signore.<br />
Passante: &#8211; Come no? E allora a che le nuove? Non ci sono buone novelle? Eppure, la vita è bella, non è così?<br />
Rivenditore: &#8211; Felicità! – disse Pinocchio. – Non è così?</p>
<p><strong>Guido Tedoldi</strong> </p>
<p> C&#8217;è questo giornalista, italiano. Mi ha anche detto come si chiama, ma vatti a ricordare, alla mia età&#8230; Dito&#8230; Dito qualcosa, boh. Mi ha mandato la sua letterina, come fosse un bambinello alle prime armi, invece è un adulto. Potrei evitare di rispondere. Ma adesso che la notte di Natale è quasi finita e ho portato i doni a tutti i bambini del mondo, mi rimane il dubbio di non aver fatto appieno il mio mestiere se non gli rispondo. Io regali agli adulti non ne faccio. Non sanno sognare. Ok, alcuni lo sanno fare, ma anche loro non mandano più le letterine a me. Non sognano più ME. Pensano di essere abbastanza esperti per sapere che non esisto. </p>
<p>Questo qua invece&#8230; vi leggo la sua letterina:  <em>Egregio Babbo Natale, ho una sola richiesta da farLe: un&#8217;intervista. Non sono sicuro che il mio direttore accetterebbe di pubblicarla, nel caso sapesse che Le ho fatto questa richiesta, e poi lavoro in un piccolo giornale di provincia per cui non posso garantirLe una grande audience. Ho qualche conoscenza in redazioni più grandi, anche nazionali, magari posso passar loro il materiale. In ogni caso sappia che quest&#8217;intervista interessa a me, e che un modo per scriverla lo troverò. Se Lei non mi farà questo regalo, capirò. Non sono stato granché buono nel corso dell&#8217;anno. E non Le prometto che sarò migliore l&#8217;anno prossimo, o mai. Uno tenta sempre di fare il meglio e di essere al meglio – poi c&#8217;è tutto un mondo intorno e le cose migliori possono diventare impossibili. La notte di Natale L&#8217;aspetterò a casa mia. Spero Lei verrà. Cordiali saluti Ugo Ditoleddi </em></p>
<p> Sono entrato in casa sua senza far rumore, ho spiato un po&#8217; in giro. Lui è concentrato nel fare qualcosa al computer. Le mie renne sono irrequiete, non amano lavorare dopo il sorgere del sole e temono che io faccia tardi. Ditoleddi sente il suono strano dei loro finimenti e guarda fuori dalla porta finestra. Le vede, poi si volta verso l&#8217;interno di casa e vede me. «Oh cazzo, Lei è venuto davvero», dice. Poi mi domanda se voglio un caffè. Rispondo di sì.  «Come ha cominciato?», mi domanda. Siamo seduti nel suo salotto, io su una poltrona lui al tavolo. Ha preso un bloc notes e una penna, ha anche acceso un registratore mp3 ma non penso gli servirà molto, di solito io non vengo registrato dagli strumenti. Gli domando a mia volta se vuole la storia vera oppure quella che qualcuno molto tempo fa ha cominciato a raccontare in giro e che di bocca in bocca è stata distorta fino a diventare lo standard accettabile. «Possibilmente la verità», dice, «se non è troppo&#8230; insomma, se non rivela cose che magari lei preferisce tener nascoste». Non me l&#8217;ha mai chiesta nessuno, la verità. </p>
<p>Con il tempo mi sono fatto l&#8217;idea che la verità su di me non sia importante, che la gente preferisca un certo mito e che non ha nesuna voglia di vederlo danneggiato. Comincio a raccontargli che ero bambino e che&#8230; Ditoleddi sembra colto da una sincope. È bloccato e inebetito. Solo un attimo, per fortuna. «Lei è stato bambino», dice, con un soffio di voce. Mmh, chi pensava che fossi? Certo che sono stato bambino. Sono un tipo un po&#8217; strano, lo ammetto, ma non COSÌ strano. Non mi domanda quando e dove io sia stato bambino, per cui non glielo dirò. Gli dirò invece dei miei compagni di scuola, del fatto che io ero figlio di un uomo ricco e andavo a scuola con la slitta condotta da un servo mentre i miei compagni di classe del villaggio erano poveri e ci andavano a piedi, alcuni con gli zoccoli tanto che il maestro li sistemava su una panca davanti alla stufa e ordinava loro di stare lì fino a metà mattina, o anche fin quasi alla fine della lezione. «State lì fino a quando non sentite che i vostri piedi siano diventati caldi», diceva. Ma loro tentavano di non spostarsi più perché un caldo così, d&#8217;inverno, a casa non lo sentivano mai. Il maestro era un grande, sapeva tutto, e spiegava in modo che tutti capissero. Non lasciava indietro nessuno. </p>
<p>A costo di ripetere tre volte, o quattro. Sembrava sempre sul punto di arrabbiarsi, ma non lo faceva mai. Spiegava e spiegava e spiegava ancora. Per lui non esistevano bambini intelligenti o ignoranti, e i ricchi erano uguali ai poveri. Io che ero quello vestito meglio non avevo per questo nessun privilegio. Sedevo in un banco in mezzo alla classe – vicini alla stufa quelli che avevano più freddo, lontani quelli che avevano più caldo.  «Una bella scuola di uguaglianza», dice Ditoleddi. Ha questo modo di far domande senza fare domande, buttando lì un commento come fosse la sbadata naturale prosecuzione del concetto in corso. «Come ci si regolava con i regali natalizi, a quell&#8217;epoca? Voglio dire, se Lei non aveva ancora cominciato&#8230; be&#8217;, c&#8217;era qualcun altro?». Non c&#8217;era nessuno. Alcuni bambini ricevevano regali, altri no. Mio padre, che era ricco, tornava spesso a casa la sera con qualcosa per me. Cioè, le sere che c&#8217;era. I miei genitori avevano una vita sociale molto attiva, erano spesso via. Sono cresciuto con le balie, la casa era piena di servi. La preoccupazione di mia madre, invece, era che io fossi sempre ben vestito. il mio guardaroba era in costante rinnovamento, diceva che diventavo grande troppo in fretta. Per i miei compagni di scuola non c&#8217;era nessuno in grado di badare a certe quisquilie. Il concetto di fare a se stessi o ad altri un regalo soltanto per sentirsi meglio non aveva mai attraversato le loro menti. Molti dei loro genitori lavoravano per mio padre, nei campi oppure in una delle fabbriche, e non avevano mai soldi, dicevano. Anche mio padre non aveva mai soldi, diceva. Usavano le stesse parole, ma intendevano cose diverse. Io comunque quando andavo a scuola perdevo le cose. Il cappello, per esempio. La mattina ce l&#8217;avevo, il pomeriggio quando tornavo no. Mia madre si preoccupava, mi rimproverava perché ero uno sbadato e perché la costringevo a comprarne sempre di nuovi (cosa che le dava grande gratificazione, peraltro). I genitori dei miei compagni di classe, invece, non chiedevano da dove venissero i cappelli che indossavano. O, se chiedevano, ricevevano risposte vaghe, tipo che li avevano trovati per strada. </p>
<p>Anche le bambine portavano cappelli di foggia maschile senza provocare scalpore.  «C&#8217;era il bullismo già allora&#8230;», commenta Ditoleddi. Non ha capito. Mica mi costringevano. Era una mia scelta. Mi sentivo bene, intimamente bene, a regalare le cose. Un giorno che c&#8217;era una bufera di neve, un bambino entrò in classe e aveva le orecchie così rosse che sembravano doversi staccare da un momento all&#8217;altro. Il maestro lo fece sedere vicino alla stufa, ma il bambino si mise a frignare perché sentiva male, le orecchie gli bruciavano e non si scaldavano. «Gli servirebbe un cappello», disse il maestro. E io mi feci avanti per dargli il mio. Il giorno dopo io avevo un nuovo cappello, per cui non chiesi indietro quello che avevo dato al bambino. Io potevo averne quanti ne volevo, i miei compagni di scuola invece no. Io potevo avere tutte le mantelline e le giacche e le scarpe che volevo, loro no. Fu una grande lezione. Dopo qualche volta che succedeva, non dovevo nemmeno più aspettare che il maestro mi desse il suggerimento, capivo io di cosa c&#8217;era bisogno e in che modo.  «Nella sua famiglia cosa dicevano? Non si accorgeva nessuno delle frequenti sparizioni di abiti?». No. Be&#8217;, forse sì&#8230; mi spariva così tanta roba che era impossibile non accorgersi. Però non mi diceva niente nessuno. Forse avevano capito e mi lasciavano fare. In effetti sarebbe bastato chiedere al servo che mi portava a scuola con la slitta e tornava a riprendermi, lui vedeva subito se c&#8217;erano differenze tra il mio vestiario del mattino e quello del pomeriggio. Ma non credo che il servo, pur nella condizione di farlo, avrebbe mai fatto la spia. Era complice. </p>
<p>Un giorno mi diede un pacchetto prima che entrassi in classe, conteneva pane e formaggio. Io gli dissi che avevo già la mia merendina per l&#8217;intervallo, ma lui mi invitò a non preoccuparmi, di prendere anche la sua che tanto la cuoca di casa nostra gliene avrebbe dato ancora se l&#8217;avesse chiesto. Io già normalmente dividevo la mia merendina con i compagni, perché a casa potevo averne quanta volevo. Quella mattina e altre simili avrei semplicemente diviso più cibo.  «Quindi non c&#8217;era niente di speciale legato al Natale», dice Ditoleddi. Be&#8217;, per me Natale era una festa. Per i miei amici era, più o meno, un giorno senza scuola. Un anno capitò che il numero dei regali che ricevetti – dai miei genitori ma anche dagli zii, dai nonni, da altre persone – fu davvero esagerato. Non avevo idea che intorno alle famiglie ricche ci fossero così tante persone desiderose di far regali. È una cosa che ho imparato meglio in seguito. C&#8217;erano giocattoli di tutti i tipi, capi di vestiario, dolci, denaro. Solo con un grande sforzo sarei riuscito a usare tutto, ad apprezzarlo davvero. In casa mia fu una festa sensazionale, come non ne avevo mai viste. Soprattutto i giochi mi sembrarono diversi, ben più divertenti di quelli che conoscevo. Mio padre disse che si trattava dei prodotti di una nuova fabbrica di cui era diventato socio. Io cominciai a pensare che di tutta quella roba, nel corso delle settimane successive, avrei saputo cosa fare. Come avevano reso felice me, potevano fare con i miei amici. Ma con il passare delle ore quel pensiero si andava precisando. Mi sembrava contenesse qualcosa di bello e grande, e cercavo di capirlo esplorando da molti punti di vista. Alla fine ero sicuro che, come quel giorno era stato una festa per me, sarebbe dovuto esserlo anche per i miei compagni di classe. E be&#8217;&#8230; così ho fatto per la prima volta quello che poi in seguito, negli anni a venire, avrei fatto sempre, e sempre più in grande.  «Cioè? La slitta, il vestito rosso, il saccone di regali&#8230;?». </p>
<p>Sì, tutte quelle cose. Sapevo che i miei genitori non sarebbero stati in casa quella notte, allora andai dal servo e gli dissi di preparare la slitta con la muta di renne più robusta e veloce che avevamo, perché dovevamo fare tutto alla svelta. Mi fece notare che nevicava, e che ero un bambino, e un po&#8217; di altre cose che di solito fanno passare la voglia. Non mi ricordo cosa gli dissi io, ma fui convincente. Il vestito rosso era un regalo che mia madre mi aveva fatto quel giorno, dicendo che era così sgargiante e unico nel suo genere che non potevo riuscire a perderlo&#8230; ma anche se l&#8217;avessi fatto qualcuno l&#8217;avrebbe certamente ritrovato e riportato. D&#8217;altra parte, chi oltre me avrebbe avuto il fegato di vestirsi così?  Il sacco non lo trovai. Non avevo idea di dove potesse essercene qualcuno in casa, e quindi portai a braccia tutti i pacchi dal salone di casa alla slitta parcheggiata fuori. Feci tutto da solo, in un numero di tappe che mi parve esagerato, ma non chiesi aiuto a nessuno della servitù perché meno gente sapeva meglio era. Qualcuno in casa mi vide, ma spiegai che stavo portando la mia roba nella mia cameretta, e contro tutte le aspettative mi credettero. All&#8217;epoca non ero ancora esperto di certe cose, e rischiai di rovinare l&#8217;impresa per inadeguatezza di mezzi, invece riuscii nel mio intento. Con il tempo sono diventato bravissimo, e ne vado orgoglioso. Il tocco da maestro fu mascherarmi con una finta barba bianca, così nessuno mi avrebbe riconosciuto  «E i suoi compagni di scuola, La ringraziarono?». Ditoleddi da qualche minuto ha un&#8217;espressione enigmatica. Forse pensa che non gli stia dicendo la verità. I miei amici non sapevano che avevo organizzato tutto io. Feci in modo che non mi vedessero. </p>
<p>Quando tornarono a scuola erano tutti contenti, e si raccontavano questo evento straordinario, e comparavano tra di loro il bendidio che avevano inaspettatamente ricevuto. Cioè, pensavo di aver fatto tutto con cura, ma qualcuno doveva avermi visto perché nei giorni successivi cominciarono a circolare delle voci su un certo tizio vestito di rosso. Una la sentii anch&#8217;io, e contribuii ad alimentarla: una dama di compagnia di mia madre disse alla cuoca che una sua amica non aveva visto direttamente però sentito da fonte affidabilissima che il tizio in rosso fosse alto due metri e mezzo, e che le renne della sua slitta erano così voraci che si erano mangiate l&#8217;intero tetto in paglia di una capanna mentre il loro padrone era dentro a&#8230; be&#8217;, fare le sue faccende, qualsiasi essere fossero. Io intervenni dicendo che il maestro a scuola ci aveva parlato di certe renne enormi che vivono su a nord, vicino al polo, e che sono capaci di ingoiare un intero albero in pochi istanti. La cuoca fece un risolino di circostanza, perché come volete che si possa credere a un bambino che parla di cose mai viste? Il giorno dopo, però, la sentii dire al venditore di olio che il maestro le aveva fatto vedere i disegni delle renne giganti che vivono al polo, le quali notoriamente mangiano in quantità smodata.  Ditoleddi soffoca una risatina. Fuori le mie renne sono in agitazione, agitano i finimenti per farmi capire che sta venendo mattina. Meglio che vada. Mi alzo di scatto dalla poltrona, le mie vecchie giunture emettono scricchiolii. Si alza anche il giornalista, e le sue giunture sono quasi più rumorose delle mie. Mi offre dell&#8217;altro caffè, dice che posso portarlo via nel termos. Gli dico che non posso accettarlo, perché se lo facessi dovrei tornare a riportarglielo. «Quando Lei vuole, con comodo», mi dice. Vorrà dire che tornerò.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/31/trip-tryque-trac/">Trip Tryque Trac</a></p>
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		<title>Una lettera (a Nicola, non a nessuno)</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2008 15:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Questa mia- come si dice- si aggiunge a uno scambio di lettere fra Nicola Lagioia e Antonio Moresco che potete trovare <a href="http://www.ilriformista.it/blog/Dibattiti/1/entries/18/">qui</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1251.html">qui</a> e-commentabile- pure <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/12/10/caro-antonio-caro-nicola/">qui</a>. Se ci saranno nuovi interventi, vedrò di aggiornarvi. hj</em></p>
<p>Caro Nicola,<br />
ti scrivo sebbene alla tua lettera abbia già risposto Moresco stesso, perché quel che vorrei tentare a proposito di <em>Lettere a Nessuno </em>è una riflessione rivolta a qualcuno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/13/una-lettera-a-nicola-non-a-nessuno/">Una lettera (a Nicola, non a nessuno)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Questa mia- come si dice- si aggiunge a uno scambio di lettere fra Nicola Lagioia e Antonio Moresco che potete trovare <a href="http://www.ilriformista.it/blog/Dibattiti/1/entries/18/">qui</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1251.html">qui</a> e-commentabile- pure <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/12/10/caro-antonio-caro-nicola/">qui</a>. Se ci saranno nuovi interventi, vedrò di aggiornarvi. hj</em></p>
<p>Caro Nicola,<br />
ti scrivo sebbene alla tua lettera abbia già risposto Moresco stesso, perché quel che vorrei tentare a proposito di <em>Lettere a Nessuno </em>è una riflessione rivolta a qualcuno. Dico qualcuno e intendo una persona di cui conosca la voce e la faccia, uno scrittore che abbia letto ed apprezzato, qualcuno, in breve, a cui rivolgermi non sia un espediente retorico astratto per allestire un gioco di posizioni opposte, ma un discorso che ti farei davvero se ti avessi davanti.<span id="more-12238"></span> Prima che tu scrivessi la tua lettera, mi era capitato di vedere il breve commento tranchant di Nico Orengo su Tuttolibri e di essere inciampata in un’espressione, sebbene fosse assolutamente prevedibile: “narcisismo sfrenato”. Mi sono chiesta se quell’espressione non ne implichi un’altra, un narcisismo non sfrenato, bensì arginato, imbrigliato, addomesticato, dissimulato in tanti modi. E mi sono chiesta come mai in un mondo dove i camorristi visti in Gomorra frequentano i centri estetici o i protagonisti dei romanzi di Walter Siti si autodistruggono pur di conservare il lustro delle loro carozzerie corporee, &#8211; unica cosa che sono e che hanno &#8211; , riesca ad urtare ancora così tanto l’esibizione di una ferita e il bisogno di riconoscimento di uno scrittore. Perché se quello che emerge nelle <em>Lettere a Nessuno </em>può essere chiamato narcisismo, allora lo è di questo genere, ossia quello che ti fa vedere tutto in trasparenza, sino alla propria origine. Che è appunto una ferita, un vuoto da colmare disperatamente per tutta la vita, e che, malgrado tutto, rimarrà incolmabile. E qualcosa di brutto e doloroso e affacciarvisi come a uno specchio non è piacevole. Anche perché Moresco non è Leopardi, noi non sappiamo se sarà dimenticato o consacrato dai posteri, se possa diventare l’ennesima success story postuma e nutrire i sogni degli aspiranti scrittori. Noi dobbiamo decidere ciascuno quanto valga per noi Moresco, ma credo che la posizione più interessante e onesta per leggere <em>Lettere a nessuno</em> sia quella che faccia a meno di formulare questo giudizio. Quindi ci troviamo davanti alla testimonianza di un uomo che ha sempre scritto e soprattutto si è sempre sentito uno scrittore al pari dei grandi scrittori che ha letto e amato. Che per la prima metà della sua vita riceve solo rifiuti e poi, dopo essere diventato un autore pubblicato, incontra oscillazioni fra l’essere acclamato e respinto che nuovamente lo feriscono. Insomma questo scrittore sta lì, dentro la sua scrittura che è la cosa che lo espone al dolore e insieme lo difende, la cosa più importante per lui, quella con cui cerca di guadagnarsi la propria cittadinanza nel mondo. Chi legge questo libro – tra l’altro scritto in gran parte con una prosa piana, a volte comica, a volte capace di estrema delicatezza &#8211; penso non possa fare a meno di credere che per Moresco la sua vicenda di scrittore sia davvero una questione di vita o di morte. E questo ha qualcosa di intollerabile. Ma guarda tu questo chi si crede di essere! E quali sentenze si arroga di sparare sulle persone dell’ambiente che lo hanno deluso, senza fare il minimo sforzo di oggettivare, di pensare che magari davvero la sua scrittura non piace e non convince. Ma lui, l’idiota di famiglia, non lo fa. Non esce mai dalla sua soggettività, dal proprio punto di vista. Nicola, ti propongo un gioco. Mi sono chiesta come avrei retto io nella stessa situazione di Moresco. Mi sono detta che la forza per continuare in tale condizioni debba davvero essere enorme. Magari sei veramente solo un pazzo che lotta contro mulini a vento, una figura patetica e ridicola, chi te lo potrà mai dire, ma è giusto, è necessario che per andare avanti tu debba sentirti cavaliere. Proprio perché Moresco non è nessuno, proprio perché le persone con cui si incontra e si scontra non sono nessuno nemmeno loro – rispetto, per esempio, a Goethe che disconosce Hoelderlin &#8211; il suo libro ci dimostra che partita crudele e ad alto rischio sia sempre in fondo la letteratura. Che pratica imbarazzante e disdicevole. E quanto, per questo gioco di carta, ci si possa fare male veramente, cosa che vale anche per le ferite riportate dai destinatari delle sue lettere. Poi dentro agli occhi miastagmatici di Moresco passa in visione laterale anche quel che è stata l’Italia e la cultura italiana in questi anni. Ma la cosa per me più importante di questo libro è la sua capacità di allargare uno scenario insignificante e piccolo quanto la misera corte delle lettere nostrana a una dimensione di esemplarità nuda e cruda. E proprio nel rappresentare il senso di sé di uno scrittore, essere talmente aderenti a sé stessi da diventare perfettamente demistificanti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/13/una-lettera-a-nicola-non-a-nessuno/">Una lettera (a Nicola, non a nessuno)</a></p>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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		<title>Da una foto di Francesca Woodman</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2007 18:44:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong> </p>
<p>Pelle immaginaria è il tuo amore</p>
<p>scoperto sulle colpe.</p>
<p>Folletti subacquei aprono e chiudono gli occhi</p>
<p>buchi grigi tra i corpi distesi.</p>
<p></p>
<p>L’anima si scompone, scompare</p>
<p>correndo nella voce.</p>
<p>Tu volti la nuca – hai la bocca</p>
<p>piena di sputo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/da-una-foto-di-francesca-woodman/">Da una foto di Francesca Woodman</a></p>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong> </p>
<p>Pelle immaginaria è il tuo amore</p>
<p>scoperto sulle colpe.</p>
<p>Folletti subacquei aprono e chiudono gli occhi</p>
<p>buchi grigi tra i corpi distesi.</p>
<p><span id="more-3702"></span></p>
<p>L’anima si scompone, scompare</p>
<p>correndo nella voce.</p>
<p>Tu volti la nuca – hai la bocca</p>
<p>piena di sputo.</p>
<p>Si espelle da dentro il cuore, poi s’allunga –</p>
<p>un vortice nero d’anguilla.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/da-una-foto-di-francesca-woodman/">Da una foto di Francesca Woodman</a></p>
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