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	<title>Nazione Indiana &#187; adorno</title>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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		<title>Lettera agli amici italiani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/24/lettera-agli-amici-italiani/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 13:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>Cari amici<strong>:</strong> Giovanni cattivo (quello di Porto Torres),  Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel,</p>
<p>posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia?</p>
<p>50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/24/lettera-agli-amici-italiani/">Lettera agli amici italiani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Karl Betz</strong></p>
<p>Cari amici<strong>:</strong> Giovanni cattivo (quello di Porto Torres),  Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel,</p>
<p>posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia?</p>
<p>50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia. Là vive, sposata con un greco, John Anagnostou. Sono sempre stato orgoglioso di avere uno zio greco, anche se acquisito, perché il greco, al liceo, è sempre stata la mia materia preferita. Quei due zii però, non li ho mai conosciuti personalmente. Parlando al telefono con  zia  Rosl si sente ancora chiaramente lo spiccato dialetto francone (della zona di Würzburg), frammisto all&#8217;accento inglese.</p>
<p>Tra vecchie carte, pagelle scolastiche ecc, zia Rosl ha scoperto un documento che per me possiede un alto valore sentimentale.  Ora me lo ha spedito per raccomandata dalla Tasmania:</p>
<p>Si tratta dell&#8217;<em>Entlassungsschein</em> (foglio di scarcerazione) di mio padre <strong>Alphons Betz</strong>, dal campo di concentramento di Dachau, reparto prigionieri politici.<span id="more-6502"></span></p>
<p>In una trattoria di Monaco  aveva inveito ad alta voce contro Hitler. Poi sentì una mano stretta sulla spalla<strong>:</strong> &#8220;Mi segua!&#8221;. Fu messo dentro per tre mesi. E pensare che si era agli inizi, nel 1934!  Se avesse espresso le stesse critiche un paio d&#8217;anni dopo, al più tardi dopo il 1939, sarebbe stato senz&#8217;altro ammazzato. Anche il Centro di Commemorazione del campo di concentramento di  Dachau mi ha fatto pervenire copia della lista dei detenuti.  Mio padre aveva il numero 4871.</p>
<p>Mio padre era un beone ed un furfante fortunato. Ma adesso ho almeno qualcosa  per  cui  posso essere fiero di lui. Morì giovane d&#8217;infarto, a soli 48 anni, domenica 13 agosto 1961, giorno in cui fu eretto il muro di Berlino.</p>
<p>Se permettete, vi allego copia dell&#8217;<em>Entlassungsschein. </em>È firmato dall&#8217;allora comandante del campo, Mutzbauer.  Ecco!</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1.jpg"><img class="size-medium wp-image-6504 aligncenter" title="1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p align="center"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--><img src="file:///C:/DOCUME%7E1/miku/IMPOST%7E1/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image001.jpg" alt="" width="542" height="364" /></p>
<p>Passo bruscamente ad altro<strong>:</strong> in Germania c&#8217;è da un paio d&#8217;anni un ben noto moderatore televisivo di nome Johannes B. Kerner<strong>:</strong> tipo leccato, beniamino di tutte le suocere, sempre grondante correttezza politica. Onnipresente. Impossibile sfuggirgli.</p>
<p>Nel 2007 nel suo talk-show mise in scena uno spettacolo decisamente di dubbio gusto.</p>
<p>Aveva invitato una scrittrice di grido, tale Eva Herman <em>(Das Eva Prinzip)</em> per cacciarla poi di scena a telecamere accese, con un grande effetto di pubblico, mettendosi così in mostra quale sincero antifascista e democratico. Eva Herman propugna un&#8217;immagine della donna rivolta al passato, a cui si orientava in parte il modello femminile dell&#8217;epoca nazista. Con ciò  &#8211; chiaro! chiaro! &#8211;  Eva Herman giustifica anche l&#8217;eccidio di milioni di ebrei e di zingari, l&#8217;aggressione alla Polonia e alla Russia e tutti gli altri efferati delitti.</p>
<p>Vergognosamente devo, miei cari amici, riconoscere di essere anch&#8217;io nazista<strong>:</strong> amo Mozart (lo suono anche molto volentieri). Anche Heinrich Himmler amava Mozart, anch&#8217;io dunque sono nazista.</p>
<p>In Germania abbiamo più che mai bisogno di  Hitler;  perché  effettivamente, a sentire quel che dice Willi Winkler, giornalista della Süddeutsche Zeitung:<strong> &#8220;Hitler è particolarmente adatto per le confessioni prive di conseguenze e per far continua mostra di principi profondamente antifascisti&#8221;. </strong>Ecco il lato piacevole della cosa<strong>:</strong> oggi l&#8217;antifascismo lo si  può avere gratis.</p>
<p>Un comico tedesco, Harald Schmidt,  ha presentato nella sua trasmissione televisiva un apparecchio da lui chiamato <em><strong>nazimetro</strong>. </em>Per mezzo di un nazimetro sarebbe stato possibile, secondo lui, provare la tendenziosità politica e morale delle parole.</p>
<p>L&#8217;apparecchio reagì prontamente alle parole &#8220;cucina a gas&#8221;, naturalmente anche alla parola &#8220;autostrada&#8221;. Con la costruzione di autostrade Hitler aveva infatti rimesso in moto l&#8217;economia nazionale ed eliminato nel corso di pochi anni la grave disoccupazione.</p>
<p>Ovviamente politici e dirigenti televisivi si mostrarono subito indignati nei confronti del nazimetro.</p>
<p>Per favore, mi si permetta ancora un breve sguardo retrospettivo sul mio mestiere, il concertista<strong>:</strong> i nazisti avevano condannato/proibito l&#8217;arte contemporanea, sia nella musica che nella pittura, indipendentemente dal talento dell&#8217;artista.</p>
<p>Trovarsi però nella stessa barca insieme ad illustri artisti, come per esempio Paul Cézanne, significava per molti, dopo il 1945, la possibilità di un riconoscimento tardivo e di una fama inaspettata, anzi insperata.</p>
<p>La discriminazione da parte dei nazionalsocialisti non è certo prova di qualità per l&#8217;artista discriminato. E invece proprio questa fu l&#8217;argomentazione: &#8220;I nazisti mi hanno rifiutato, tu mi rifiuti, quindi tu sei nazista&#8221; (cfr. Heinrich Himmler amava Mozart, io amo Mozart, quindi sono nazista).</p>
<p>In un modo veramente insopportabile sono state saldate fra loro, in un&#8217;equazione, cose che non avevano nulla a che fare l&#8217;una con l&#8217;altra. L&#8217;equazione dice:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>atonale o rispettivamente astratto/informale =  democratico e progressista</strong></p>
<p><strong>tonale o rispettivamente concreto/formale =  fascista e reazionario.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nessuno e tantomeno un artista che volesse aver successo, avrebbe potuto permettersi di trovare orribile un quadro astratto o un brano di musica atonale.</p>
<p><strong>Una professione di fede per la musica seriale o rispettivamente per la pittura astratta era diventata il banco di prova dei principi democratici.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Grande influsso sulla generazione dei sessattottini ebbe Theodor Adorno, il più importante sociologo del dopoguerra. L&#8217;eccentrico gergo ieratico e arzigogolato  di quest&#8217;uomo è stato fatale per un&#8217;intera generazione di studenti.</p>
<p>Nel 1934 aveva recensito nella rivista Melos un ciclo di  poesie messe in musica (<em>La bandiera dei perseguitati</em>) di Baldur von Schirach, <em>Reichsjugendführer </em>(capo della gioventù del Reich), lodandone il suo &#8220;chiaro marchio nazionalsocialista&#8221;. Nello stesso articolo Adorno rievoca l&#8217;immagine di un nuovo Romanticismo nei sensi del &#8220;Romanticismo d&#8217;acciaio&#8221; del Ministro del Reich Joseph Goebbels.</p>
<p>La data di questa dichiarazione di sudditanza è importante<strong>:</strong> 1934. Un paio d&#8217;anni dopo, altri dovettero fare simili dichiarazioni per salvare sé stessi o la loro famiglia. Nel 1933/34 non era ancora necessario. Chi già nel 1934 volle accattivarsi i nazisti lo fece per opportunismo o per effettiva convinzione.</p>
<p>Dopo la guerra Adorno divenne il Grande Inquisitore dell&#8217;arte moderna. Di pittori non astratti fece tutt&#8217;un mazzo definendoli sarcasticamente <em>Lega di pittori di quadri per alberghi</em></p>
<p>Certo, ci sono anche tali pittori, ma valeva la pena di parlarne?.</p>
<p>Si potrebbero citare innumerevoli altri nomi<strong>:</strong> signori, spesso i più influenti nella vita culturale della Repubblica Federale, che qualche anno prima erano stati strumenti in mano all&#8217;ideologia nazista sostenendola contro il &#8220;bolscevismo culturale&#8221; nella musica e contro l&#8217;<em>entartete</em> (degenerata) pittura, ora invece si prostravano riverenti, trasformatisi in ferventi e zelanti propugnatori dell&#8217;arte moderna,  dinnanzi a qualsiasi rete metallica dadaista.</p>
<p>Torno ancora una volta a Johannes B. Kerner ed instauro un rapporto fittizio tra lui e la mia nonna materna (nata nel 1894) che, essendo morta nel 1986, Johannes B. Kerner purtroppo non poté conoscere.</p>
<p>Mia nonna, Margarete Buchner, sarebbe stata clamorosamente cacciata fuori da un talk show del signor Kerner. Le sue massime reazionarie avrebbero fatto rizzare i capelli a chiunque. Però questa stessa persona nella primavera del 1945 nascose un fuggiasco dal campo di concentramento di Dachau, gli salvò la vita, rischiando la sua, sinché   &#8211; finalmente &#8211;  arrivarono gli americani. &#8220;Li riconoscerete dai loro frutti!&#8221;.</p>
<p>Il nascondiglio era una capanna nel bosco esattamente nel luogo dove ora sta la mia casa (dal territorio del campo di concentramento di Dachau  a casa mia ci sono 30 km).</p>
<p>Georg Buchner, mio nonno, nato nel 1890, mastro fornaio, proibì espressamente a sua figlia Lydia, mia madre, di iscriversi al BDM (Lega delle ragazze tedesche).</p>
<p>Era inusitato, inaudito<strong>:</strong> tutti i ragazzi (tranne i ragazzi ebrei) erano membri di una qualche organizzazione giovanile nazista, sia che fosse la HJ (Gioventù hitleriana) o appunto il BDM.</p>
<p>La ragione per cui mio nonno potesse permettersi una tale resistenza ha cause diverse<strong>: </strong>era un veterano invalido della Grande Guerra (occhio di vetro); le autorità naziste locali erano state suoi compagni di scuola;  godeva di alta stima in paese.</p>
<p>Avvenne un fatto che fu sulla bocca di tutti in paese, creando scandalo<strong>:</strong> tutte le compagne di scuola di mia madre erano allineate in fila per l&#8217;appello dell&#8217;alzabandiera, quando mia madre passò in bicicletta con la racchetta da tennis nel portapacchi.</p>
<p>Certo, non si può chiamare mio nonno un resistente, ma il suo atteggiamento era almeno coraggioso, quasi altrettanto coraggioso quanto le fervide dichiarazioni di Johannes B. Kerner e di altre personalità contro il fascismo e a favore della democrazia.</p>
<p>Con suo figlio Karl, nato nel 1921, mio nonno ebbe minor fortuna. Mio zio si presentò volontario e cadde, diciannovenne,  nel 1941 durante l&#8217;aggressione alla Polonia, a Lemberg.</p>
<p>Io  nacqui  sei anni dopo e mi fu imposto il nome Karl in sua memoria.</p>
<p>Al funerale di mio nonno, nel marzo del 1968, il parroco Lorenz Grimm di Pfaffenhofen/Ilm tenne l&#8217;orazione funebre. Davanti alla fossa aperta disse  &#8211; davvero &#8211;  <em>&#8220;</em>&#8230; e suo figlio Karl sacrificò la sua giovane vita nell&#8217;eroica lotta contro il bolscevismo&#8221;.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Avevo pur sempre 21 anni e fino ad oggi non riesco a perdonarmi di non aver tappato la bocca a quel signore venerando.</p>
<p>Permettetemi, per favore, di allegare una foto di mio zio del 1940.</p>
<p align="right"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021.jpg"><img class="size-medium wp-image-6506 aligncenter" title="clip_image0021" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" /></a></p>
<p>Nato sei anni dopo la sua morte, non l&#8217;ho mai conosciuto.</p>
<p>Purtuttavia, sempre, fin dall&#8217;infanzia, ne ho sentito, struggente, la mancanza.</p>
<p>Vi saluto molto cordialmente, il vostro KARL,</p>
<p>Lunedì,  7 &#8211; 7 &#8211; 2008  (5° compleanno del signorino Carl Emilio Betz).</p>
<h5>KARL BETZ, pianista, è nato a Monaco di Baviera nel 1947. Dal 1979 numerose registrazioni presso tutte le emittenti radiofoniche tedesche e molte straniere. Nello stesso anno ha avvio un&#8217;attività concertistica di livello internazionale. Le sue  interpretazioni di Liszt e di Schubert ottengono notevole risonanza. Dal 1980 al 1986 docente incaricato al Richard-Strauss Konservatorium di Monaco.  Nel 1986  professore  alla Hochschule für Musik  di  Freiburg. Dal 1994 è professore ordinario di pianoforte alla  Hochschule für Musik  di  Würzburg. Karl Betz vive  con  la  sua  famiglia  nelle vicinanze  di  Pfaffenhofen/Ilm.</h5>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/24/lettera-agli-amici-italiani/">Lettera agli amici italiani</a></p>
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		<title>Hölderlin, una veduta</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 09:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dario Borso]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/der-holderlinturm.jpg" title="Hölderlinturm"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/pauli.jpg" title="pauli.jpg"></a></p>
<p>LA VEDUTA</p>
<p>Quando la dimorante vita degli umani va lontano,<br />
dove lontano brilla il tempo della vite,<br />
lì appresso è pure il campo vuoto dell’estate,<br />
il bosco appare nel suo scuro tono.</p>
<p>Che natura completi il quadro delle stagioni,<br />
ch’essa ristia, quelle scivolino via velocemente,<br />
viene da perfezione; la sommità del cielo splende<br />
agli umani allora qual fiorame che alberi incoroni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/">Hölderlin, una veduta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/der-holderlinturm.jpg" title="Hölderlinturm"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/der-holderlinturm.thumbnail.jpg" alt="Hölderlinturm" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/pauli.jpg" title="pauli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/pauli.thumbnail.jpg" alt="pauli.jpg" /></a></p>
<p>LA VEDUTA</p>
<p>Quando la dimorante vita degli umani va lontano,<br />
dove lontano brilla il tempo della vite,<br />
lì appresso è pure il campo vuoto dell’estate,<br />
il bosco appare nel suo scuro tono.</p>
<p>Che natura completi il quadro delle stagioni,<br />
ch’essa ristia, quelle scivolino via velocemente,<br />
viene da perfezione; la sommità del cielo splende<br />
agli umani allora qual fiorame che alberi incoroni.</p>
<p>Con umiltà<br />
Scardanelli<br />
24 maggio 1748</p>
<p><span id="more-5720"></span></p>
<p>DIE AUSSICHT</p>
<p>Wenn in die Ferne geht der Menschen wohnend Leben,<br />
Wo in die Ferne sich erglänzt die Zeit der Reben,<br />
Ist auch dabei des Sommers leer Gefilde,<br />
Der Wald erscheint mit seinem dunklen Bilde;</p>
<p>Daß die Natur ergänzt das Bild der Zeiten,<br />
Daß die verweilt, sie schnell vorübergleiten,<br />
Ist aus Vollkommenheit, des Himmels Höhe glänzet<br />
Dem Menschen dann, wie Bäume Blüht’ umkränzet.</p>
<p>Mit Untertänigkeit<br />
Scardanelli<br />
d.24 Mai1748</p>
<p>***</p>
<p>LA PRIMAVERA</p>
<p>Il sole fa ritorno a nuovi incanti,<br />
il giorno appare in strali, come i fiori,<br />
l’ornato di natura appare ai cuori<br />
come un comporsi di canzoni e canti.</p>
<p>Viene dai fondivalle il nuovo mondo,<br />
e sereno è il mattin di primavera;<br />
dai picchi splende il giorno, la vita della sera<br />
è data al meditare di un senso più profondo.</p>
<p>Con umiltà<br />
Scardanelli<br />
20 genn.1758</p>
<p>DER FRÜHLING</p>
<p>Die Sonne kehrt zu neuen Freuden wieder,<br />
Der Tag erscheint mit Strahlen, wie die Blüte,<br />
Die Zierde der Natur erscheint sich dem Gemüte,<br />
Als wie entstanden sind Gesang und Lieder.</p>
<p>Die neue Welt ist aus der Tale Grunde,<br />
Und heiter ist des Frühlings Morgenstunde,<br />
Aus Höhen glänzt der tag, des Abends Leben<br />
Ist der Betrachtung auch des innern Sinns gegeben.</p>
<p>Mit Untertänigkeit<br />
Scardanelli<br />
d.20 Jan.1758</p>
<p>***</p>
<p><em>I testi qui raccolti risalgono agli ultimi giorni di vita del poeta, che morì a Tubinga il 7 giugno 1843. Da più di trent&#8217;anni abitava presso la famiglia Zimmer che lo accudiva, da una ventina non usciva di casa limitandosi a guardare fuori il paesaggio e a ricevere le rare visite di giovani ammiratori, da almeno due era Scardanelli. Dal contenuto traspare lo stesso spinozismo che aveva infiammato Hölderlin studente, solo che esso coincide qui con la struttura formale, perfetta al punto da inverare il miraggio schilleriano di una poesia ingenua. Che poi tale </em>adaequatio <em>concida a sua volta con la psicosi è cosa che avrebbe meravigliato forse Spinoza stesso.Inevitabile perciò che i testi (e soprattutto l&#8217;ultimissimo, composto a pochi giorni dalla morte) siano stati una </em>crux <em>della critica novecentesca. E se si pensa che Heidegger a più riprese vi ha sviscerato il tema del misurare senza però mai indagare il metro, che Jakobson vi ha colto un nulla di comunicazione quando sono tutti su commissione, che Adorno li ha costretti alla paratassi benché sorretti da una sintassi spesso ferrea, l&#8217;impressione è che ci sia ancora molto da fare (e da tradurre, se l&#8217;ultimo italiano, e primo a tentar la rima, dice di averlo fatto &#8220;naturalmente al prezzo di una inevitabile alterazione del lessico&#8221;). </em></p>
<h4>[Versione e nota sono tratti da: Scardanelli, <em>Stagioni</em>, trad. di Dario Borso, Quaderni di Orfeo, Milano 2004.]</h4>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/">Hölderlin, una veduta</a></p>
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		<title>Media e mediatori</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/03/26/media-e-mediatori/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2003 09:10:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>“Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>”.<br />
<br />
Cosa si aspetta dalla produzione artistica odierna tutta la grande schiera dei mediatori che opera nel mondo della cultura?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/26/media-e-mediatori/">Media e mediatori</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>“Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>”.<br />
<span id="more-7"></span><br />
Cosa si aspetta dalla produzione artistica odierna tutta la grande schiera dei mediatori che opera nel mondo della cultura? Cosa si aspettano dalla letteratura coloro che selezionano i cavalli da ammettere alla corsa, e su cui poi loro stessi, oppure altri, fanno le loro puntate, recensendoli bene o male a seconda di come gli va meglio per continuare a gestire il loro piccolo potere di mediatori? Quelli che trattano la scrittura contemporanea come una scacchiera su cui mettere la propria bandierina?</p>
<p>Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>. I media non sono un canale fluido, le loro operazioni non sono senza soggetti. Il canale è popolato di figure il cui ruolo è appunto quello di creare un’interfaccia tra la produzione culturale-artistica e… stavo per dire il pubblico. Ma no, <strong>non è al pubblico dei lettori</strong> che si rivolgono i mediatori! Sì, certo, si rivolgono anche ai lettori, ma come ultimo anello della catena. Prima del pubblico vengono tutti gli altri mediatori. I mediatori si parlano fittamente tra di loro.</p>
<p>Prendiamo i <strong>critici teatrali</strong>. Sappiamo bene quale sia il potere delle loro recensioni. Ce l’aveva del resto già descritto Balzac nelle <em>Illusioni perdute</em>. Da allora a oggi non è cambiato molto. Il loro ruolo è lo stesso. C’è però una cosa che invece è cambiata enormemente. Il giornalista che scriveva nella Parigi dell’Ottocento si rivolgeva soprattutto a chi lo spettacolo sarebbe andato a vederlo. La sua recensione faceva o non faceva affluire pubblico. Oggi la recensione del mediatore fa piuttosto avere dei finanziamenti ministeriali, date in altri teatri, presenze ai festival ecc. I mediatori odierni quindi parlano prima di tutto ai direttori dei teatri pubblici d&#8217;Italia, che selezioneranno gli spettacoli da mettere in cartellone, alle commissioni ministeriali, agli organizzatori di festival, ecc. Parlano insomma ad altri mediatori.</p>
<p>Cose analoghe succedono in letteratura e in altri campi della produzione artistica e di pensiero.</p>
<p>Quando si parla di mediatori la prima cosa che viene in mente sono i giornalisti culturali, i critici d’arte, i critici teatrali, i critici letterari, cinematografici, ma sarebbe semplificante vederla solo così. E’ una macchina molto più estesa, che, a seconda dei campi, può inglobare i consulenti, i distributori, le giurie dei premi, i consigli d’amministrazione, i curatori di festival, di mostre, gli animatori culturali, i creatori di eventi, i venditori di poetiche (quelli che per esempio appiccicano le etichette agli scrittori: “gruppo 93”, “parola innamorata”, “cannibali”, “avant-pop” ecc., cioè gli costruiscono addosso una poetica che funziona esattamente <strong>come un logo</strong>), e poi i cacciatori di tendenze, quei critici cioè che vanno a caccia di nuove tendenze nei territori dell’arte per trasformarle in poetiche-logo, così come quei nuovi operatori del marketing chiamati <em>cool hunter</em> vanno nel territorio metropolitano, nelle discoteche, per le strade e là dove si producono eventi, a caccia di <em>stili</em> di vita all’avanguardia, da trasformare in capi d’abbigliamento ecc.</p>
<p>I mediatori sono tutti legati, nel senso che si vincolano l’un l’altro. E ciò che la macchina richiede loro è di produrre semplificazioni. Sono obbligati a semplificare per poter tradurre in pillole, oppure in etichette, in poetiche, in stili, in logo, e così rendere facilmente comunicabili, i pacchetti di cultura o di valore estetico che mettono in circolo.</p>
<p>C’era una volta l’industria culturale di cui parlavano i critici della cultura. Oggi quell’“industria” è diventata qualcosa di molto diverso da come l’aveva descritta Adorno. E’ una macchina diffusa, che opera in modo diverso, sul <em>territorio</em>, con piccoli poteri da gestire: è una <strong>rete di micropoteri</strong>, quasi diventati invisibili ai nostri occhi. Ed è fatta anche di prebende e di divieti introiettati, dai mediatori stessi e anche, spesso, dagli scrittori. Questi mediatori sono poi diventati quasi una casta di intoccabili. Perché la loro attività, così come si è specializzata dentro al circuito, è autoreferenziale, le loro operazioni, scollate dalla realtà culturale viva, si autoconvalidano: per il fatto stesso di mediare essi sono continuamente riconfermati mediatori.</p>
<p>Su questo circuito si inseriscono poi i <strong>rapporti di potere trasversali</strong>, quelli dei clan, delle famiglie, delle piccole o grandi lobby, dei piccoli e grandi <em>do ut des</em> che, soprattutto in Italia, sono il pane quotidiano dei più. Ho detto “si inseriscono”, ma forse bisognerebbe dire che coincidono, o che non sono separabili. Anche questi sono parte integrante della macchina, che agisce elargendo visibilità, identità e mediazioni. Eppure non vengono quasi mai messi a fuoco come rapporti di potere. Si tende a farne astrazione.</p>
<p>Si denuncia magari la mercificazione dell’arte, le spietate leggi del mercato, lo strapotere dei media, descrivendoli come dei mostri anonimi e perfetti, a cui ci dovremmo rassegnare, facendo quel poco che si può, cioè quello che è <em>opportuno</em> (l’opportunismo, del resto, è l’eterno correlato della rassegnazione). Invece non vengono descritti tutti questi vincoli che imbrigliano molti – che imbrigliano spesso anche coloro che si chiamano pomposamente gli “intellettuali”, compresi quelli di sinistra che firmano appelli contro il restringersi della libertà di espressione nel nuovo regime che si sta delineando in Italia. Anche loro talvolta sono imbrigliati in rapporti di potere di tipo personalistico, quasi clientelare, che limitano la loro libertà di parola, la quale ovviamente può esistere solo se è totale.</p>
<p>Credo quindi che questo convegno sarà un ottimo momento di confronto se si fa subito fuori questa idea di un idillico picnic nel <strong>parco della letteratura</strong> contemporanea, dove tutti noi parliamo in libertà delle cose che vorremmo crescessero in quel parco, e mangiando tartine. Innanzitutto questo parco non esiste. Non esiste questo parco in cui noi che siamo così diversi facciamo finta di porre lo stesso tipo di domande alla letteratura. Non esiste per fortuna nemmeno questa astrazione insiemistica che chiamiamo letteratura. Anche questa è una semplificazione prodotta dalla macchina astratta. Per questa industria culturale ogni cosa che si scrive dovrebbe trovare tranquillamente il suo posto qui dentro, per la gioia dei mediatori che appunto qui si riproducono. E dovrebbe anche essere contenta di starci, ad occuparsi di finzioni, di stili, di linguaggio e di tutte quelle altre cose specializzate che essa sa fare bene.</p>
<p>Non esiste questo parco in cui si fa finta che non vi sia il potere.</p>
<p>I mediatori dicono che nel parco ci sono solo due cose: da un lato gli scrittori, specializzati appunto in produzione di finzioni, di rappresentazioni artistiche del mondo, di uso figurale del linguaggio, di valore poetico, di stile ecc.; dall’altro ci sono loro, gli specialisti in scrittori.</p>
<p>I mediatori prosperano sulle specializzazioni, sulle <strong>gabbie</strong>. Poi dicono che dentro di esse tutto è aperto e che vi si può fare di tutto. Ma non è vero che si può fare di tutto nelle gabbie predisposte per fare di tutto. Per esempio non si può uscire dal parco. Nel parco i mediatori hanno il loro ruolo. E così vorrebbero che ce l’avessero anche gli scrittori. Qui nel parco ogni cosa è specializzata, con il suo bravo ruolo già fissato, persino la scrittura lo è.</p>
<p>Perciò quando sento dire “cosa ci aspettiamo dalla letteratura contemporanea” e vedo tutto questo accordo nel rispondere (sì, sì, diciamoci cosa vogliamo: tu vuoi la realtà? io voglio lo stile? tu vuoi il linguaggio? io la verità?), senza nemmeno chiedersi se forse, nel fare questo, non stiamo per caso già assecondando la logica della specializzazione di cui si alimentano i poteri nella società contemporanea, io mi allarmo.</p>
<p>So bene che le singole domande possono essere interessanti e importanti. Ma è la domanda globale che mi pare falsa, soprattutto se ce ne resta opaca la premessa. Non c’è in questo modo di porsi di fronte alla produzione contemporanea qualcosa che la immiserisce, che la rende inerte e già morta in partenza? Non sentite il recinto? Non è un po’ come chiedere ai consumatori che cosa vorrebbero da una lavatrice, per poi dire, ecco abbiamo prodotto la lavatrice che meglio risponde alle esigenze del 75% degli italiani?</p>
<p>E’ come dire a chi scrive: “Ecco, tu fai parte di un settore particolare della produzione contemporanea, a cui noi esprimiamo i nostri <em>desiderata</em>: questa è la tua specializzazione, questo è il tuo recinto. Fa’ il tuo meglio lì. Tu hai questo compito. Lo puoi fare come preferisci. Ma qui stai. E da lì non esci. Tu stai in questo parco in cui noi ora siamo venuti a fare un picnic, per parlare liberamente di ciò che vorremmo che in questo parco crescesse. Intanto mangiamo panini.”</p>
<p>E anche quelli che chiedono alla letteratura di sorprenderli, a me pare che finiscono per recintarla ancor più. E’ come dire: “Tu sei specializzata nella produzione di sorpresa, di spaesamenti”. – “E come la misuri la tua sorpresa?”, gli chiede lo scrittore. “Dal fatto che tu mi darai cose che non mi aspetto” – “E tu cosa ti aspetti?” – “Mi aspetto che tu mi sorprenda&#8221; – “Beh, allora qualunque cosa faccio avrai quel che ti aspetti. Qualunque cosa faccio esiste già!”</p>
<p>Ma perché ci piace tanto mettere la scrittura contemporanea e il pensiero dentro al suo bravo recinto? Come mai siamo così contenti di poter imbrigliare, semplificare, impacchettare e mediare? E perché lasciare fuori dal nostro campo visivo il fatto che, probabilmente, questo sfera specializzata e regolamentata su cui prosperano i mediatori è già in sé un’azione del potere?</p>
<p>Io allora non voglio nulla dalla letteratura italiana contemporanea. Ragionare con queste astrazioni, con queste coperture, a me sembra abdicare al pensiero. C’è chi ha abdicato al pensiero, e per questo a volte ne ha anche paura. E c’è invece chi pensa e non vuole smettere di farlo. Nonostante quella macchina astratta, autoreferenziale abbia invaso il campo della cultura (purtroppo anche della cultura all&#8217;opposizione), nonostante questa macchina abbia prodotto attorno a sé un vuoto culturale e spirituale spaventoso, io credo che dappertutto vi sia del pieno. E per quanto questa macchina abbia prodotto negli anni una stratificazione di divieti introiettati che fanno sì che molte persone non si ritengano libere, io credo invece che siamo tutti molto più liberi di quel che immaginiamo.</p>
<p><em>Parte di un intervento letto al convegno “Che cosa ci aspettiamo dalla letteratura”, organizzato da Radio Popolare, Milano, giugno 2002.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/26/media-e-mediatori/">Media e mediatori</a></p>
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		<title>Un calcio alla guerra</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2003 14:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.<br />
<span id="more-6"></span><br />
Il titolo principale in prima pagina della Gazzetta dello Sport di ieri 22 marzo 2003 era: “Notte da grandi”. L’aggettivo era da intendersi al femminile: “le” grandi erano le squadre del Milan e della Juventus, che stavano per affrontarsi quella sera stessa. A sinistra, in posizione di editoriale, sotto l’occhiello con la dicitura “Tempo di guerra” e il piccolo titolo “Lasciateci il giocattolo”, un quadratino ospitava l’inizio di un articolo del giornalista e romanziere Gianni Riotta.</p>
<p>Ne riporto le prime righe, giusto il pezzo che appariva in prima pagina:</p>
<p>“Il calcio al tempo della guerra. Come occuparsi del litigio tra Hector Cuper e Bobo Vieri quando la polemica tra il presidente americano George W. Bush e il suo collega francese Jacques Chirac lacera il nostro mondo? E’ possibile concentrarsi sulla rivalità sportiva tra Marcello Lippi e Carlo Ancelotti, mentre la coalizione angloamericana si impegna per liberare l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein?”</p>
<p>Domande retoriche, Riotta: quaranta pagine di Gazzetta dello Sport dimostrano che è possibile eccome concentrarsi su Milan e Juve mentre la coalizione angloamericana “si impegna” eufemisticamente a “liberare l’Iraq”.</p>
<p>Riassumo la parte centrale del pezzo: Riotta rileva che gli appassionati di calcio, abituati agli schemi di gioco, in questi giorni vedono lo stesso genere di disegnini impiegati per indicare non dribbling e azioni di gioco ma manovre territoriali degli eserciti. Termini come “attacco, difesa, vittoria e sconfitta” non sono più metafore. Non si combatte più per guadagnare tre punti in classifica, la posta in gioco è “la vita di innocenti civili irakeni, la sorte dei figli di mamma adolescenti americani, la libertà di Bagdad, la scelta unilaterale degli americani, il prezzo di un barile di petrolio, il destino dei rifugiati, la stabilità del mondo.” Riotta è disturbato dal fatto che alcuni commentatori politici incitano al combattimento come se esortassero una squadra di calcio a vincere. La guerra fa rimpiangere le polemiche da bar, le discussioni sulla moviola, le liti scherzose fra tifosi.</p>
<p>Trascrivo la parte finale del pezzo di Riotta:</p>
<p>“La nostra vita quotidiana, di cui lo sport è tanta gagliarda parte, si ferma davanti al rischio della morte, dei massacri, dei bombardamenti, del terrorismo. Ricordiamocene. Ricordiamo come le piccole cose che diamo per scontate, gridare gol!, accendere la tv, comprare un giornale, siano ancora negate in tanta parte del pianeta. Molto giocatori irakeni hanno raccontato di essere stati imprigionati e torturati da Uday, il figlio di Saddam Hussein che presiede il comitato olimpico in Iraq, per una partita perduta. Questo è il mondo che non vogliamo.<br />
Nello stadio di Santiago del Cile, 1973, il dittatore Pinochet rastrellò gli oppositori. Nello stadio di Kabul, pagato con i soldi di noi europei, i Talebani fucilavano alla nuca le donne. Un mondo in cui negli stadi si giochi solo al pallone ci pare, ogni lunedì, normale, ed è invece straordinario. Ricordiamocene, in attesa di una prossima partita Usa-Iraq, con applausi e scambi di maglia tra giocatori”.</p>
<p>Cari menefreghisti che non volete che una guerra guasti la vostra serata di calcio, state tranquilli: il calcio è il simbolo della libertà, nei paesi liberi si gioca a calcio, nelle dittature si torturano i calciatori. Anche stasera iniettatevi con la coscienza pulita la vostra dose di calcio, che è dose quotidiana di civiltà. Non sentitevi in colpa, oggi, nel leggere le quaranta pagine di questo giornale, perché un giornale come questo si trova solo nelle edicole dei paesi liberi. Vi si parla per 24 pagine di calcio, 3 di ciclismo, 4 di automobilismo, 1 di basket, 6 di altri sport, e, a pagina 39, la penultima, sopra il prospetto dei programmi televisivi, si dedicano 133 righe alla situazione bellica in Iraq.</p>
<p>A me pare che impiegare tali callide argomentazioni per giustificare il totalitarismo monoteista calcistico del lettore della Gazzetta sia uno degli esempi più clamorosi di prostituzione dell’intellettuale.</p>
<p>Che cos’è lo sport, oggi?<br />
Se nelle cose che accadono distinguiamo fra eventi e prodotti, lo sport fa parte degli eventi che vengono regolamentati e prodotti. Per capirci: è un evento cinematografico il fatto che sia girato e proiettato nelle sale un capolavoro, mentre è un prodotto che ogni anno siano assegnate le statuette degli Oscar, gli Orsi d’argento, i Leoni d’Oro. Per spiegarmi ancora meglio: anche se ogni anno in Italia vengono comunque assegnati i premi Strega, Viareggio e Campiello, non è detto che ogni anno in Italia vengano pubblicati capolavori.</p>
<p>Lo sport sostituisce gli eventi del mondo con una serie di eventi-prodotti, eventi che vengono prodotti da una serie di regole ludiche e da una macchina economico-spettacolare che li rende visibili e li commercializza.</p>
<p>Nella Gazzetta dello Sport e nei giornali sportivi il mondo è “non pervenuto”. E’ molto divertente (è molto tragico) confrontare la prima pagina dei giornali con quella della Gazzetta ogni giorno: alluvioni al sud?, crescita dell’inflazione?, una ragazza ha fatto fuori la sua famiglia?, gli Usa attaccano l’Iraq? “Non mi risulta”, dice la Gazzetta dello Sport, “a me risulta che stasera il Milan deve giocare contro la Juve”.</p>
<p>Si potrebbe obiettare che è ingenuo scandalizzarsi, perché questo fa parte della regola del gioco dell’informazione, che si specializza in settori e generi di eventi, al punto che la Gazzetta stessa dichiara con molta onestà la sua natura tutta peculiare, addirittura stampando le sue notizie su una carta di colore diverso. Vorrei far notare tuttavia che mentre in tutti i giornali generalisti lo sport occupa ormai una notevole quantità di pagine quotidiana, il contrario non avviene: in altre parole: per i giornali lo sport fa parte del mondo, per la Gazzetta dello Sport, quotidiano diffuso ogni giorno in mezzo milione di copie e presente capillarmente nelle edicole e nei locali pubblici di tutta Italia, il mondo non fa parte dello sport.</p>
<p>Tutto questo può sembrare irrilevante. Può darsi.<br />
Il nostro capo del governo ha basato una parte della sua popolarità sui successi sportivi come presidente del Milan, e continua a riferirsi ancora oggi al suo ingresso nella politica partitica con la metafora calcistica “sono sceso in campo”, e ha dato il nome al suo partito con un sintagma esortativo preso dagli striscioni che si espongono negli stadi: “Forza Italia!”</p>
<p>Vuole la leggenda che quando l’industriale automobilistico statunitense Henry Ford venne in visita a Torino, Giovanni Agnelli senior lo portò allo stadio a vedere una partita della Juventus: gli operai, gli immigrati, gli impiegati della fabbrica tifavano con tutta la loro passione per la squadra del padrone. Ford trovò questa tattica populistica geniale, e la esportò negli Stati Uniti fondando squadre di basket e baseball.</p>
<p>La retorica calcistica mi ha sempre interessato. Mi concedo il permesso di ricopiare qui un paragrafo che faceva parte di una vecchia versione di un mio racconto. Il narratore protagonista a un certo punto se ne usciva con questa sparata:</p>
<p>“Io ho capito perché la gente legge la Gazzetta dello Sport. Quando gioca la nazionale, il giorno dopo sulla Gazzetta ci sono delle parole mai viste. Per esempio eroismo, storico, leggenda, epico, gloria, se ha vinto. Disperazione, vergognoso, disastro, farabutti, disgrazia, se ha perso. Queste parole sono in coma per tutto l’anno, sono depresse, nessuno le usa mai, di rado, pochissimo. Poi un giorno gioca la nazionale, arriva il direttore della Gazzetta e fa entrare nei discorsi queste parole che nessuno ha il coraggio di usare, mai. Certe volte le mette grandi come tutta la pagina, grassissime, con l’inchiostro obeso, i punti esclamativi, perfino. È come fare una festa dove inviti un re o una principessa, ma non vestiti in giacca e cravatta o in tallieur, proprio con lo scettro e la corona di brillanti. A proposito, lo scettro e la corona di brillanti sarebbero i punti esclamativi. Alle feste aziendali non si possono invitare un re o una principessa. D’accordo che non verrebbero loro per primi, ma non andrebbe bene anche se venissero, è esagerato. Ci sono queste popolazioni aristocratiche di parole depresse, ma la gente ha bisogno di queste parole nella vita. Sono le belle addormentate delle parole, o anche le brutte addormentate, e solo la Gazzetta dello Sport le fa svegliare, sa qual’è il momento giusto per dare il bacio anti-sonnifero. Io nella mia vita non le ho incontrate spesso, e non so se vorrei una vita dove ce ne sono molte di parole così. Ma ogni tanto sì, ce n’è bisogno.”</p>
<p>In uno scatolone dove conservo un fascio di giornali c’è la Gazzetta dello Sport del 19 giugno 2002.<br />
Il titolo recita: “Vergogna!” a caratteri enormi. Il 18 giugno 2002 l’Italia era stata eliminata dai Mondiali perdendo con la Corea del Sud, anche grazie al fazioso arbitraggio dell’arbitro ecuadoriano Aldemar Byron Ruales Moreno.</p>
<p>Trascrivo l’incipit dell’articolo in prima pagina di Candido Cannavò, intitolato “L’infamia e il peccato”:</p>
<p>“Alla fine della storia, dopo aver sfogato ira, collera, sdegno, dopo aver gridato all’ingiustizia, alla vergogna e coperto d’insulti questa porca organizzazione mondiale fondata sull’affarismo, dopo esserci liberati di tutti i rospi….”</p>
<p>In seguito, l’articolo metteva in fila termini come: “famigerata, mostro, paura, killeraggio, popolo ferito, fiume dell’infamia, ammorba, diritto di verità, di cronaca e di storia” eccetera. Mi sono limitato a raccogliere queste parole dalle righe in prima pagina, anche se il climax retorico raggiunge il suo orgasmo nella continuazione dell’articolo, a pagina 13: “In una visione biblica, il nostro calcio ha scontato, dinanzi al mondo, i suoi tanti anni di peccati: arroganza, immoralità, superficialità, odi e risse tra dirigenti, squallidi tradimenti, congenite incapacità”.</p>
<p>Niente di sorprendente, si dirà, questi sono giornalisti che fanno il loro mestiere. Ma gli intellettuali tout court prestati al giornalismo, e i giornali non specializzati in cose sportive, come si comportano quando parlano di calcio?</p>
<p>Nei miei vecchi file c’è uno sfogo, una lettera non inviata alla redazione dell’Unità, scritta quasi un anno fa in seguito a un articolo del critico letterario Massimo Onofri che commentava il derby Roma-Lazio. Ve la ricopio:</p>
<p>Scusa, Massimo Onofri, ma ho letto su “l’Unità” di lunedì 29 aprile 2002 “La partita delle partite si approssima all’epica”, questo articolo di un tuo omonimo, e mi è venuto spontaneo segnalartelo perché tu andassi a leggerlo.</p>
<p>A dire la verità, la prima cosa che ho pensato è che fosse ironico, ma è chiarissimo che non lo è: non sei mai stato così serio e letterale. La seconda cosa che ho pensato è che esistono pirati informatici che riescono a entrare nei computer dei giornali e a inserire nell’impaginazione di un quotidiano “di sinistra” articoli di sabotaggio, un po’ come si diceva succedesse al quotidiano “La Notte” che, poche settimane prima di chiudere, usciva in edicola con un sacco di parolacce infilate a caso tra le frasi. Poi mi sono rassegnato all’evidenza, e la altre cose che ho pensato te le scrivo.</p>
<p>Probabilmente succede così: l’essere umano in certi campi si trattiene. Il superego e i doveri professionali gli impediscono di lasciarsi andare (nella critica letteraria, per esempio). Lo stesso essere umano, però, appena fa una gita fuori dai suoi soliti discorsi professionali, getta la maschera, si mette a nudo e balla scosciato dimenando tristissimi scroti.</p>
<p>Lo spurgo mitografico che sei riuscito a farti pubblicare dall’“Unità” sul derby Roma-Lazio è più enfatico persino dei pensierini naif di Candido Cannavò: candido davvero, al tuo confronto, il Cannavò, un innocuo bassotuba scoreggione. Nei suoi editoriali sulla “Gazzetta”, Cannavò mette furbescamente in fila flatulenti folate di parole che in altri contesti sono ritenute impronunciabili: “gloria”, “eroismo”, “epopea”.</p>
<p>Quando leggo Cannavò sulla Gazzetta dello Sport, mi sembra di capire che il calcio è soprattutto questo: ha la capacità di produrre discorsi magniloquenti, è una zona iperretorica, eroga paroloni. Nel Discorso-Calcio hanno corso parole che si ha pudore a usare altrove. Addirittura si gridano, parole che in altri contesti ci si vergognerebbe a sussurrare, si scrivono in corpo tipografico enorme parole che altrove si metterebbero fra mille virgolette.</p>
<p>Non c’è più eroismo, non c’è più gloria, non c’è più epopea: che ci sia almeno nel campionato più bello del mondo: questo è l’avvilito dogma che predicano e razzolano gli ideologi del calcio, i talebani del pallone gonfio dei loro fetidi miasmi. Cupa antropologia: presuppone un’idea di essere umano che necessiti di idoli, e che questi idoli sia disposto a vederli e costruirli a qualsiasi costo, impastandoli di nulla. Presuppone una vita di merda, cieca all’eroismo, alla gloria, all’epopea dell’esistenza reale.</p>
<p>Complimenti per la tua apologia dell’ineluttabile violenza tribale ematospermatica, congratulazioni per la tua broda mitologica in cui (ti cito) “l’odio fratricida è più forte di tutto”.</p>
<p>“La logica del calcio &#8211; e del derby &#8211; è bellica, non può che odorare di polvere da sparo” scrivi: sembri uno dei peggiori fautori della “bella morte” ritratti da Furio Jesi in <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Ti invito a rileggere le graziose espressioni che hai ammassato in una sequenza vertiginosa: “atroce fraticidio”, “Roma, caput mundi”, “una folta schiera di popoli”, “eroi del passato”, “il derby ci sospinge nel pantheon delle sacre memorie”, “s’approssima all’epica”, “e più fulgidamente risplendono nel cielo del mito le imprese del tempo che fu”, “ogni saga di dei e di semidei ha le sue liturgie di sangue, i suoi ganimedi strappati alla vita e alla gloria nel fiore dell’età, le sue morti attonite e illacrimate, tanto furono atroci e improvvise” … Sono appena a metà del tuo articolo, ma le mie dita si rifiutano di ricopiare oltre.</p>
<p>Ci credo che per il calcio valga la pena di sgozzare e stuprare, spargere sangue e sperma: se il calcio è quello che tu decanti, e alla quale entusiasticamente aderisci, perché non si dovrebbe sprangare, spaccare, ammazzare e violentare per un mito così lussureggiante?</p>
<p>Non è innata la logica tribale del calcio. Non è irrelato il suo paesaggio antropologico e sociale. Non è un irrimediabile e fatale surrogato “là dove tutte le ideologie latitano, là dove i valori declinano”.</p>
<p>Oggi più che mai, il calcio è uno strumento di propaganda e manipolazione delle masse, sfrutta la debolezza del sistema simbolico individuale e collettivo ormai completamente fottuto da decenni di pseudocultura pop (prevalentemente anglofona) e di idolatrie dell’effimero, titilla il suo godimento perverso, incita le sue oscene leggi non scritte, blandisce l’immoralità del maschio occidentale, sistematicamente e scientificamente reso immorale dal pieno (non dal vuoto!) di valori occidentali nazipoptelevisivi: il conflitto di classe traslocato e mascherato nel conflitto fra tifoserie, negli scontri tra ultrà e carabinieri, il mito del successo, i compensi folli a calciatori, i giornalisti sportivi televisivi esperti di puttanate (i nuovi intellettuali organici!), le fighette di contorno felici di leggere la classifica del campionato per guadagnarsi un’inquadratura e un ingaggio senz’altro più succulento di una coetanea professoressa di matematica: la nuova nomenklatura di facce di culo.</p>
<p>Altro che “logica tribale”! Sveglia, intellettuale Onofri! A ritroso, devo essere io a strofinarti sul muso le pagine di Zizek, Foucault, Adorno, Canetti, Arendt, Bataille, Weil, Gramsci, Simmel? Il calcio non è il rigurgito gutturale di una tribù di fratricidi, è un raffinatissimo leviatano.</p>
<p>Il calcio è sommamente funzionale al potere. Gli fa gioco, è il suo gioco. Devo ricordarti io i nomi dei presidenti delle squadre di serie A di tutta Europa e le loro carriere politiche? Devo ricordarti io quanto pervade ogni giornata, ogni serata dei palinsesti esistenziali europei? Quanti milioni di dollari e di anime fattura?</p>
<p>Qualsiasi manifestazione “politica” viene repressa con ben maggiore severità dei pazzeschi scontri fra tifosi che mettono a ferro e fuoco interi quartieri, e che il giorno dopo lasciano tante graziose tracce, fra le quali ci sono le simpatiche scritte che ti fanno sorridere col compiacimento del critico letterario che plaude alla loro sagacia aforistica.</p>
<p>Il calcio è talmente epico ai tuoi occhi che fa diventare epici, per magia di contatto, anche la letteratura, anche scrittori che in sede di critica letteraria non sembravano procurarti altrettanto godimento. Ecco infatti che Aurelio Picca, in quanto racconta di calcio, nel tuo articolo improvvisamente appartiene alla “nobiltà volsca”. Incredibile: se si tratta di calcio, il critico Massimo Onofri gode persino con la letteratura contemporanea!</p>
<p>Così si chiudeva la mia lettera mai inviata alla redazione dell’Unità.</p>
<p>Per chiudere questo mio intervento, invece, riferisco una cosa che mi hanno detto l’anno scorso in uno dei miei giri di letture di poesia. Dove? In Italia.</p>
<p>“Qui siamo circa sessantamila abitanti, tutto sommato questa non è una città piccolissima. Alle ultime elezioni comunali si sono trovati con questo giovane di ventisette anni che aveva avuto uno sproposito di voti, i pezzi grossi del partito erano in imbarazzo, gli hanno dovuto dare per forza una carica nella giunta, lo hanno fatto Assessore alla Cultura con la delega allo Sport e ai Giovani. Sai com’è, con la Cultura fai meno danni, è un assessorato secondario… Il problema è che qualche incarico glielo dovevano pur dare, questo qua aveva fatto il pieno di preferenze, era il capo della curva degli ultrà della squadra di calcio”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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