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	<title>Nazione Indiana &#187; albert dubout</title>
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		<title>Lettere a chiunque- Ivan Arillotta</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Soffrire nei soliti posti</strong><br />
di <strong>Ivan Arillotta<br />
</strong><br />
Bisogna scrivere. Scrivere sempre. Provare a raccontare fino alla fine. Rendersi conto, in tutta onestà, di non essere riusciti a dire nulla. Bestemmiare e ricominciare da capo. Riuscire a dire esattamente niente. Rendersi conto, con la stessa onestà di prima e accresciuta tristezza, di non aver aggiunto altro che una buona parola, una parola blasfema.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/lettere-a-chiunque-ivan-arillotta/">Lettere a chiunque- Ivan Arillotta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_40772" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout-300x292.jpg" alt="" title="dubout" width="300" height="292" class="size-medium wp-image-40772" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine di Albert Dubout</p></div>
<p><strong>Soffrire nei soliti posti</strong><br />
di <strong>Ivan Arillotta<br />
</strong><br />
Bisogna scrivere. Scrivere sempre. Provare a raccontare fino alla fine. Rendersi conto, in tutta onestà, di non essere riusciti a dire nulla. Bestemmiare e ricominciare da capo. Riuscire a dire esattamente niente. Rendersi conto, con la stessa onestà di prima e accresciuta tristezza, di non aver aggiunto altro che una buona parola, una parola blasfema. Ricominciare da capo, persino più stanchi, umiliati come bestie: uomini, mai. Rendersi conto di essere muti e capire che tutto questo silenzio non è un caso, e se anche fosse un caso si tratterebbe di un caso estremamente fortunato. L&#8217;unico caso. Prendere la penna e ricominciare da capo, muti e immobili. Alla fine, in qualche modo e in qualche posto, ci siamo.<br />
<span id="more-40771"></span><br />
Una bestemmia ci definisce, trovata per strada. Siamo una maledizione che parla di sé, e che parla da sola. Ma nessuno si dà da fare, nessuno parla e nessuno scrive. Ci abbiamo provato. Rendersi conto di averci provato con la forza di mille muti. Bisogna scrivere sempre, non c&#8217;è altro da fare. Muoversi, e bestemmiare di nuovo. Ci torna la voce, la mano si scuote; si parla, più basso, si bestemmia, più piano, si scrive, peggio. Si vive così. Ma il senso del mondo ci aspetta. Rendersi conto di avercela quasi fatta. E chi lo vuole il senso del mondo. Sputare, bestemmiare e scrivere entrambe le cose. Finalmente scriviamo qualcosa. Riuscire a dire meno di niente. Ricominciare da capo. Invecchiare di dieci anni ogni volta e sperare in un uomo decrepito. La fatica si sente, l&#8217;inchiostro si vede: forse ci siamo. Ricominciare da capo. Scrivere. Perdere i figli, i capelli, le mogli, la penna, le speranze. Solo il dolore resta, nessuno lo tocca. Rendersi conto di essere soli. Ricominciare da capo. Provare a scrivere la paura, così com&#8217;è. Nessun problema, nessuno leggerà. Scrivere in silenzio, bestemmiare sulla carta e soffrire nei soliti posti. Rendersi conto di non avere aggiunto altro che un morto, ucciso dai crampi e dal troppo pensare. Rendersi conto, in piena coscienza, di essere morti. Ricominciare da capo. Capire l&#8217;errore, bruciare i fogli, abbellire il cadavere, rendersi conto di essere soli, un po&#8217; alla maniera di dio. Scrivere in silenzio, bestemmiare sui fogli bruciati e soffrire nei soliti posti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/lettere-a-chiunque-ivan-arillotta/">Lettere a chiunque- Ivan Arillotta</a></p>
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		<title>A gamba tesa/Louis Ferdinand Céline</title>
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		<pubDate>Sun, 27 May 2007 10:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert dubout]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' title='ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg'></a><br />
disegno di Albert Dubout per PANTAGRUEL, GARGANTUA</p>
<p>Erano giorni, mesi, anni, e qualche settimana fa ne avevo parlato su, <a href="http://www.georgiamada.splinder.com/">http://www.georgiamada.splinder.com/</a>, che volevo ritrovare un testo di Céline. Letto anni prima sul Magazine Litteraire e che da solo sarebbe bastato a dare un calcio in culo alle finte polemiche critico letterarie che riempiono il vuoto delle terze pagine dei nostri quotidiani, con altro vuoto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/">A gamba tesa/Louis Ferdinand Céline</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' title='ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' alt='ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' /></a><br />
disegno di Albert Dubout per PANTAGRUEL, GARGANTUA</p>
<p>Erano giorni, mesi, anni, e qualche settimana fa ne avevo parlato su, <a href="http://www.georgiamada.splinder.com/">http://www.georgiamada.splinder.com/</a>, che volevo ritrovare un testo di Céline. Letto anni prima sul Magazine Litteraire e che da solo sarebbe bastato a dare un calcio in culo alle finte polemiche critico letterarie che riempiono il vuoto delle terze pagine dei nostri quotidiani, con altro vuoto. Del resto a colpi di vuoti la politica nostrana pretende di essere vestita di tutto punto, quando invece <strong>il re è nudo</strong>, e come se non bastasse non da affatto un bello spettacolo di sè. -Tutti a vuotare!- si dirà, dimenticando ogni centimetro di lotta, di sangue versato che sono stati necessari per esercitare un altro tipo di diritto, quello alla vita politica. E alla fine l&#8217;ho trovato, l&#8217;articolo, cercando tutt&#8217;altro &#8211; per i libri si sa è come in amore, conta l&#8217;odore e quello non lo programmi- alla librairie Voyelles di Torino. Si intitola <em>Le style contre les idées</em>(Editions Complexe,1987). Per Nazione Indiana farò una traduzione proponendone subito una versione  che editerò da me &#8211; perchè esiste anche l&#8217;autoediting e non è meno severo- nelle ore a seguire. Post post.<br />
ps<br />
<strong>Quella che segue è una versione leggermente editata, da me, grazie anche alla gentilezza e alla grazia di una commentatrice, tale Emma, che pur apprezzando la gratuità del gesto, del tradurre, segnalava alcune inesattezze particolarmente imbarazzanti ai fini della comprensione del testo e del pensiero celiniano. Invito allora la redazione di Libero, che  a mia insaputa l&#8217;ha pubblicato qualche giorno fa , a prendere i  provvedimenti del caso. Ringrazio, invece il commentatore Carlo che ha messo su la versione originale &#8211; avevo lavorato sulla versione cartacea &#8211;  permettendo ai francofoni di accedere senza alcuna mediazione al testo di Céline. <em>Vive Rabelais! </em> </strong></p>
<p><strong>Rabelais ha fallito</strong><br />
di<br />
<strong>Louis Ferdinand Celine</strong><br />
<em>traduzione di Francesco Forlani</em><br />
<span id="more-3930"></span><br />
Volete che vi parli di Rabelais? Bene, ho rovistato stamattina ancora tra le pagine dell&#8217;Encyclopédie, e adesso so. Tutto è laddentro, nella Grande Encyclopédie. Si possono fare carriere formidabili con quella. Ecco perché ho cercato alla  voce Rabelais.<br />
Capite, con Rabelais, si parla sempre di ciò di cui non si dovrebbe. Si dice, si ripete ovunque:<br />
&#8221; E&#8217; il padre delle Lettres françaises&#8230;&#8221; E poi c&#8217;è dell&#8217;entusiasmo, ci sono degli elogi, si va da Victor Hugo a Balzac, a Malherbe. <em>Il padre delle Lettres françaises</em>, ah la la! Mica semplice.</p>
<p>In verità Rabelais ha fallito. Si, ha fallito. Non ce l&#8217;ha fatta. Quel che voleva fare era un linguaggio per la gente, uno vero. Voleva democratizzare la lingua, una vera battaglia. La Sorbonne, era contro, i dottori e tutto il resto. Tutto quanto fosse acquisito e stabilito, il re, la chiesa, lo stile, lui era contro tutto.No, non è stato lui a spuntarla. E&#8217; Amyot, il traduttore di Plutarco : lui ha avuto, nei secoli che seguirono, molto più successo di Rabelais. E&#8217; su di lui, sulla sua lingua, che ancora oggi si campa. Rabelais aveva voluto far passare la lingua parlata nella lingua scritta. uno scacco totale. Mentre invece Amyot, la gente vuole ancora e sempre dell&#8217;Amyot, dello stile accademico. <strong>Questo è scrivere della m..: </strong>un linguaggio imbalsamato. Le colonne di un gran quotidiano nazionale, che si vanta di avere redattori che scrivano bene, ne sono piene. Ne risulta <em>una cloaca a verbi </em>ben condotti, a frasi ben intrecciate con, nel finale, una piccola astuzuia innocente. Affatto pericolosa, non troppo forte per non spaventare il pubblico. Qui sta lo scacco di Rabelais e l&#8217;eredità di Amyot. <em>Della vera m&#8230;</em>. Andiamo avanti.</p>
<p>Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma gli altri, tutti, l&#8217;hanno castrata, questa lingua, al punto di renderla piatta. Così oggi scrivere bene, significa scrivere come Amyot, ma <em>sta roba </em>, non resterà che una lingua di traduzione.<br />
Uno quasi celebre  dei nostri contemporanei, ha detto una  volta leggendo un libro: <em>Ah che bello che è da leggere, la si direbbe una traduzione!- </em> tanto per intenderci. </p>
<p>Quest&#8217;è la peste moderna del francese: fare e leggere delle traduzioni (non la mia,NDT), parlare come nelle traduzioni. A me, c&#8217;è della gente che m&#8217;è venuta a chiedere se non avessi preso questo o quel passaggio dei miei libri, da Joyce. Ebbene sì, me lo hanno domandato! Ovvio, visto che l&#8217;inglese è di moda. Parlo inglese perfettamente, come il francese! Figuratevi, andare a prendere qualcosa da Joyce! No, come Rabelais ho trovato tutto nel francese.</p>
<p>Lanson dice: &#8220;Il francese non è molto artista&#8221;. Niente poesia in Francia, tutto troppo cartesiano.. Ovviamente ha ragione, Amyot, ecco un pre-cartesiano, ed è così che tutto è stato rovinato.Ma non era il caso di Rabelais; lui si che era un artista.<br />
Rabelais sì, ha fallito e Ayot ha vinto. La posterità di Amyot, sono tutti questi piccoli romanzi castrati che sono pubblicati ai nostri giorni nelle migliori case editrici. Migliaia all&#8217;anno. Però di romanzi così, io posso farne uno all&#8217;ora.</p>
<p>Ecco, non si pubblica che questo, e dove sarà finita la posterità di Rabelais, la vera letteratura? Sparita. La ragione è chiara. Bisognerà capire una volta per tutte ( basta con la pudibonderia)che il francese è una lingua volgare, da sempre, dalla nascita al trattato di Verdun. Solo questo, e non si vuole accettarlo e si continua a disprezzare Rabelais.<br />
Ah, è <strong>Rabelesien</strong>. si dice a volte. Il che vuol dire; attenzione, non è delicato, quella roba lì, manca di correzione. E il nome di uno dei nostri più grandi scrittori è servito a foggiare un aggettivo diffamatorio. Mostruoso! <strong>Perché</strong> era forte come tipo, Rabelais, scrittore, medico, giurista&#8230;ha avuto delle noie, il poveretto anche da vivo: passava il tempo a trovare il modo di non essere messo sul rogo.</p>
<p>No, la Francia non può più capire Rabelais: è diventata troppo delicata. La qual cosa è terribile se pensi che sarebbe potuto accadere il contrario, ovvero, che la lingua di Rabelais potesse diventare la lingua francese. E invece  non ci sono ormai che tirapiedi, che stanno a sentire il padrone e vogliono parlare come lui. Viva l&#8217;inglese, il piatto tono.<br />
Con Rabelais, mi direte, si sente un <strong>po&#8217;</strong> il sistema: si cosa?, <em>sto tipo</em>, è stato braccato dalla persecuzione cattolica, faceva breccia tra i potenti. Si si sentiva il sacchetto di m&#8230;, ecco quello che faceva subodorare.</p>
<p>Qui sta l&#8217;essenziale di quanto volevo dire. Il resto (immaginazione, potere di creazione, il comico ecc) tutto questo, non me ne frega niente. La lingua, nient&#8217;altro che la lingua. Ecco l&#8217;importante. Tutto quello che di diverso si possa dire si trascina ovunque.  Nei manuali di letteratura e poi leggete l&#8217;Encyclopédie. Se volete saperne di più andate a chiederlo a tutti questi grandi scrittori che , loro, hanno delle idee su Rabelais. Ah sapeste quanti ne conosco che si metterebbero la testa fra le mani per dirvi con tono serio: <em>Rabelais, che <strong>prodigioso </strong>inventore di parole!</em>Sono solo dei chiacchieroni.</p>
<p>Tenetevi piuttosto a quanto vi sia di più interessante in Rabelais: l&#8217;intenzione un <strong>po&#8217; </strong>demagogica di attirare il pubblico parlando come lui, questo lo capisco io, era medico e scrittore, come me. E si vede, la giusta crudezza. Era un buon anatomista, del resto e, cosa prodigiosa per l&#8217;epoca, operava già. Da vivo ha perfino inventato un apparecchio chirurgico.<br />
Non doveva credere troppo in Dio, ma non osava dirlo. Del resto, non gli è andata male, non ha avuto supplizi. Il supplizio è venuto dopo,  quando si è accademizzata la lingua francese che lui parlava per farne una letteratura da liceali, da licenza elementare.</p>
<p>Come dice Robert Poulet, si è fatto un francese smilzo quando c&#8217;era un francese grasso. Peggio: scheletrico. Nemmeno Balzac l&#8217;ha resuscitato. E&#8217; la vittoria della ragione.<br />
La ragione! Bisogna essere pazzi!  Non si può fare niente così, tutto effeminato. Mi fanno ridere. Guardate cosa li indispone: non si è mai riusciti a fare &#8220;ragionevolmente&#8221; un bambino. Niente da fare. Ci vuole un momento di delirio per la creazione.<br />
Ma no, in letteratura, bisogna restare puliti. Allora oggi si mettono delle file di puntini sospensivi quando sta per accadere qualcosa e poi continua molto tranquillamente: <em>l&#8217;indomani erano tutti e due invitati al ricevimento della duchessa</em>. </p>
<p>Oh! non è che raccomandi l&#8217;erotologia, la cosa mi disgusta ma la vera cosa terribile è un linguaggio troppo ben educato. Di buono in  Rabelais c&#8217;era  che metteva la sua pelle sul tavolo. Lui rischiava, La morte gli faceva capolino, il che ispira a morire! E&#8217; perfino la sola cosa che ispiri, lo so, quando lei è là, proprio dietro di te. Quando la morte è furibonda. Non era affatto un <em>bon vivant</em>, Rabelais, si dice ed è falso, Lui lavorava. E come tutti quelli che lavorano, era un forzato del lavoro.Lo avrebbero volentieri accoppato, condannato. Altre ristrettezze, quelle del papa, la cosa è successa, è vero. E allora, gente, bisognava che remassero, che ramassassero come direbbe M.Duhanel.<br />
Perfino Bardamu , il  protagonista del <em>Viaggio in fondo alla notte</em>, direbbe così. Ah gli imperfetti del congiuntivo!<br />
Ho avuto nella mia vita lo stesso vizio di Rabelais. Ho trascorso anch&#8217;io il mio tempo a mettermi in situazioni disperate. Come lui, non ho niente da aspettarmi dagli altri, come <strong>per</strong> lui non v&#8217;è nulla di cui possa pentirmi.</p>
<p><strong>Rabelais, il a raté son coup</strong><br />
di<br />
<strong>Louis Ferdinand Celine</strong></p>
<p>Vous voulez que je vous parle de Rabelais ? d’accord, j’ai fouillé ce matin encore l’Encyclopédie, alors maintenant je sais. Y a tout là-dedans, la Grande Encyclopédie. On fait des carrières formidables avec ça. Justement, j’ai cherché au mot “Rabelais”.<br />
Voyez-vous, avec Rabelais, on parle toujours de ce qu’il faut pas. On dit, on répète partout : “C’est le père des lettres françaises”. Et puis il y a de l’enthousiasme, des éloges, ça va de Victor Hugo à Balzac, à Malherbe. Le père des lettres françaises, ha là là ! c’est pas si simple. En vérité Rabelais, il a raté son coup. Oui, il a raté son coup. Il a pas réussi.<br />
Ce qu’il voulait faire, c’était un langage pour tout le monde, un vrai. Il voulait démocratiser la langue, une vraie bataille. La Sorbonne, il était contre, les docteurs et tout ça. Tout ce qui était reçu et établi, le roi, l’Église, le style. il était contre.<br />
Non. c’est pas lui qui a gagné. C’est Amyot, le traducteur de Plutarque : il a eu, dans les siècles qui suivirent, beaucoup plus de succès que Rabelais. C’est sur lui, sur sa langue, qu’on vit encore aujourd’hui. Rabelais avait voulu faire passer la langue parlée dans la langue écrite : un échec. Tandis qu’Amyot, les gens maintenant veulent toujours et encore de l’Amyot, du style académique. Ça c’est écrire de la m… : du langage figé. Les colonnes d’un grand quotidien du matin, qui se flatte d’avoir des rédacteurs qui écrivent bien, en est plein. Ça donne un cloaque à verbe bien filé, à phrases bien conduites, avec, à la fin de l’article, une petite astuce innocente. Pas dangereuse, pas trop forte, pour ne pas effrayer le public. C’est ça l’échec de Rabelais, c’est ça l’héritage d’Amyot. De la vraie m…., je continue.<br />
Rabelais a vraiment voulu une langue extraordinaire et riche. Mais les autres, tous, ils l’ont émasculée, cette langue, jusqu’à la rendre toute plate. Ainsi aujourd’hui écrire bien, c’est écrire comme Amyot, mais ça, c’est jamais qu’une “langue de traduction”.<br />
Une de nos contemporaines presque célèbre a dit une fois en lisant un livre : “Ah ! que c’est beau à lire, on dirait une traduction ! ” voilà qui donne le ton.<br />
C’est ça la rage moderne du français : faire et lire des traductions, parler comme dans les traductions. Moi, y a des gens qui sont venus me demander si je n’avais pas pris tel ou tel passage de mes livres dans Joyce. Oui, on me l’a demandé ! c’est logique, parce que l’anglais. c’est à la mode. Moi je parle l’anglais parfaitement. comme le français. Aller prendre quelque chose dans Joyce ! Non, comme Rabelais, j’ai tout trouvé dans le français même.<br />
Lanson dit : “Le français n’est pas très artiste”. Pas de poésie en France ; tout est trop cartésien. Il a raison, évidemment, Amyot, voilà un pré-cartésien, et c’est ainsi que tout a été gâché. Mais c’était pas le cas de Rabelais : un artiste.<br />
Rabelais, oui, il a échoué. et Amyot a gagné. La postérité d’Amyot, c’est tous ces petits romans émasculés qui paraissent de nos jours dans les meilleures maisons d’édition. Des milliers par an. Mais, des romans comme ça, moi j’en fais un à l’heure.<br />
Or, on ne publie que cela, où est la postérité de Rabelais, la vraie littérature ? disparue. La raison en est claire. Il faudrait comprendre une fois pour toutes (assez de pudibonderie !) que le français est une langue vulgaire, depuis toujours, depuis sa naissance au traité de Verdun. Seulement ça, on ne veut pas l’accepter et on continue de mépriser Rabelais. “Ah ! c’est rabelaisien ! ” dit-on parfois. Ça veut dire : attention, c’est pas délicat, ce truc-là, ça manque de correction. Et le nom d’un de nos plus grands écrivains a ainsi servi à façonner un adjectif diffamatoire. Monstrueux. Car c’était un type très fort, Rabelais, écrivain, médecin, juriste… Il a eu des embêtements, le pauvre, même de son vivant : il passait son temps à essayer de ne pas être brûlé.<br />
Non, la France peut plus comprendre Rabelais : elle est devenue précieuse. Ce qui est terrible à penser, c’est que ça aurait pu être le contraire, la langue de Rabelais aurait pu devenir la langue française.<br />
Mais il n’y a plus que des larbins, qui sentent le maître et veulent parler comme lui. Vive l’anglais, la retenue plate !<br />
Rabelais, me direz-vous, ça sent bien un peu le système : oui quoi, ce type, il a été traqué par la persécution catholique, il battait en brèche les puissants. Oui, ça sentait le fagot, ce qu’il faisait.<br />
Voilà l’essentiel de ce que je voulais dire. Le reste (imagination, pouvoir de création, comique, etc.) ça ne m’intéresse pas. La langue, rien que la langue. Voilà l’important. Tout ce qu’on peut dire d’autre, ça traîne partout. Dans les manuels de littérature, et puis lisez l’Encyclopédie. Si vous en voulez plus, allez demander à tous ces grands écrivains qui, eux, ont “des idées sur Rabelais”.<br />
Ah ! que j’en connais qui se prendraient la tête entre les mains et vous diraient avec sérieux : “Rabelais, quel prodigieux inventeur de mots ! ” Ce ne sont que des bavards.<br />
La raison ! Faut être fou. On peut rien faire comme ça, tout émasculé. Ils me font rire. Regardez ce qui les contrarie : on n’a jamais réussi à faire “raisonnablement” un enfant. Rien à faire. Il faut un moment de délire pour la création.<br />
Mais non, en littérature, faut rester propre. Alors on met aujourd’hui des lignes de points de suspension quand il se passe quelque chose et puis ça continue bien tranquillement : “le lendemain ils étaient tous deux invités à la réception de la duchesse”. Oh ! je ne recommande pas l’érotologie, ça me dégoûte, mais ce qui est terrible c’est ce langage trop poli.<br />
Ce qu’il y a en effet de bien chez Rabelais, c’est qu’il mettait sa peau sur la table, il risquait. La mort le guettait, et ça inspire la mort ! c’est même la seule chose qui inspire, je le sais, quand elle est là, juste derrière. Quand la mort est en colère.<br />
Il était pas bon vivant, Rabelais, on dit ça, c’est faux. Il travaillait. Et, comme tous ceux qui travaillent, c’était un galérien. On aurait bien voulu l’avoir, le condamner. Autres galères, celles du pape, ça a existé, c’est vrai. Et là, les gars, il fallait qu’ils rament, qu’ils ramassent, comme dirait M. Duhamel.<br />
Bardamu aussi, mon héros dans le Voyage, il dirait ça. Ah ! les imparfaits du subjonctif… J’ai eu dans ma vie le même vice que Rabelais. J’ai passé moi aussi mon temps à me mettre dans des situations désespérées. Comme lui, je n’ai rien à attendre des autres, comme lui, je ne regrette rien.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/">A gamba tesa/Louis Ferdinand Céline</a></p>
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