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	<title>Nazione Indiana &#187; aldo nove</title>
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		<title>La vita oscena</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Aldo Nove</strong>, <em>La vita oscena</em>, Einaudi, 2010, 111 pag.</p>
<p>Perdere tutto in una età, l’adolescenza, dove invece si ha bisogno di tutto per costruire una propria identità stabile. Perdere il padre e la madre nel giro di pochi mesi, e poi la casa dove si è vissuti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/26/la-vita-oscena/">La vita oscena</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg" alt="" title="la-vita-oscena" width="158" height="249" class="alignnone size-full wp-image-38875" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Aldo Nove</strong>, <em>La vita oscena</em>, Einaudi, 2010, 111 pag.</p>
<p>Perdere tutto in una età, l’adolescenza, dove invece si ha bisogno di tutto per costruire una propria identità stabile. Perdere il padre e la madre nel giro di pochi mesi, e poi la casa dove si è vissuti. Perdersi, di conseguenza, nella disperazione e nell’apatia. Questo il filo conduttore di un libro, <em>La vita oscena</em>, dal peso specifico elevatissimo che riesce a condensare nel volgere di poco più di un centinaio di pagine una storia drammatica, anzi di più, tragica, quella dell’autore stesso, Aldo Nove.<br />
<span id="more-38874"></span><br />
Nove con la sua storia sbaraglia un decennio di rassicuranti auto-fiction, dove l’eroe è e non è il protagonista, dismettendo le maschere della narrazione e raccontandoci il dolore della realtà, senza sconti, la vita nuda senza pudori e senza autocompiacimenti. Non so neppure se <em>La vita oscena</em> sia un romanzo (nel caso sarebbe un romanzo di deformazione). È &#8211; sa essere anche – poema in prosa, operetta morale, digressione filosofica, confessione notturna. La struttura si frammenta, insiste negli a capo, come a cercare insistentemente dove stia il limite della prosa, chiedendosi quanto ci voglia a farsi verso. </p>
<p>Solo oggi Nove ha saputo raccontare tanto dolore. L’abisso dove è sprofondato, fatto di alcool, droghe, pornografia e sesso estremo, alla ricerca di una morte che dia senso all’insensatezza dell’esistenza. Temi che solo i grandi romanzi e i grandi scrittori sanno manipolare. Ha messo tempo fra sé e quel ragazzo. Ha messo maturità espressiva, evitando così di impastare malamente tanta vischiosa esistenza, evitando di farne l’ennesimo giovanil-vitalistico cascame romantico.</p>
<p><em>La vita oscena</em> è un libro maturo e innocente. Puro. Sincero. Il racconto del dolore come unico maestro, l’umiliazione come modo per smascherare se stessi, la morte come ossessione vitalistica. Il decennio letterario del nuovo secolo si chiude con una perla scaturita dallo guano crudele della realtà, noi non possiamo far altro che ringraziare Nove per avercela regalata. E sentirlo fratello.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 6, 8 febbraio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/26/la-vita-oscena/">La vita oscena</a></p>
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		<title>La vita impersonale di Aldo Nove</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 15:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Il lettore che avesse seguito la carriera di Aldo Nove fin dal suo esordio con <em>Woobinda</em>, nel 1996, e col suo incipit ormai divenuto proverbiale: “Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure &#38; Vegetal.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/la-vita-impersonale-di-aldo-nove/">La vita impersonale di Aldo Nove</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Il lettore che avesse seguito la carriera di Aldo Nove fin dal suo esordio con <em>Woobinda</em>, nel 1996, e col suo incipit ormai divenuto proverbiale: “Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure &amp; Vegetal. // Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal. // Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto. // Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo. // Quel cavallo era la libertà. // Volevo che tutti fossero liberi. // Volevo che tutti comprassero Vidal”; e che lo avesse poi accompagnato nei suoi sviluppi successivi, da <em>Puerto Plata Market</em> (1996) a <em>Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese</em> (2006), passando per <em>Amore mio infinito</em> (2000) e <em>La più grande balena morta della Lombardia</em> (2004); quel lettore dovrebbe guardarsi, dopo aver terminato questo suo ultimo <strong>La vita oscena</strong> (Einaudi, 111 pagg, 15, 50 euro), dall’esclamare: a-ha, ora ho capito, ecco cosa c’era dietro. Quel mondo esilarante e desolato, quelle gag tragicomiche, quel linguaggio che nelle sue espressioni più riuscite è la perfetta mimesi del balbettare di un idiota, non era solo un artificio letterario. C’era una storia dietro, un grumo di realtà incistato, dolorante e inesauribile che comandava con la sua regìa ferrea la lingua e i personaggi di Aldo Nove. La letteratura era vita; basta quindi con l’ammirazione diffidente e il riso a mezza bocca, e benvenuto a Nove nel mondo sudaticcio dei sentimenti “autentici” e del “provare sulla propria pelle” ciò di cui si scrive e si legge.<span id="more-37938"></span></p>
<p>Dovrebbe guardarsene, il lettore, perché mai come in questo libro in cui ha raccontato senza travestimenti comici e generalizzazioni sociologiche la propria tragica, dolorosissima esperienza personale, Nove ha puntato tutte le sue carte sulla letteratura. Sulla letteratura, ovvero su quella possibilità di mettere da un canto, fino a ridurlo a una funzione del linguaggio tra le altre, il proprio io biografico. A parlare di sé son buoni tutti. Parlarne fino a cancellarsi, a scomparire dal quadro, a farsi frase, periodo, dettato, stile, questo invece è letteratura.</p>
<p>E infatti. Di cosa parla questo libro? In apparenza, dell’infanzia infelice dell’autore. Morte dei genitori, solitudine, disagio, tentativi di suicidio, una casa che esplode per errore, e poi ospedali, psicofarmaci, il tentativo di sprofondare in un gorgo di abiezione fatto di cocaina e compulsive visite a ogni sorta di prostitute e prostituti. Tutto vero? Può darsi, non possiamo e non ha senso controllare, anche perché le vie dell’autofinzione, come ormai tutti sanno, sono infinite. Ma non importa. Perché quello che emerge da queste pagine non è il ritratto di un personaggio, una psicologia, un destino individuale e irripetibile che rende chi racconta diverso da tutti gli altri. Al contrario. Protagonista di <em>La vita oscena</em> non è un individuo ma la vita impersonale, il dolore senza nome, ciò che a rigore non potrebbe essere detto non perché di per sé vergognoso (figurarsi: oggi che non si vergogna più nessuno) ma perché in quanto sopra o forse meglio infraindividuale non può mai essere narrato senza la mediazione di un io, di un carattere, di un centro aggregatore di personalità, idiosincrasia, fierezza, non foss’altro della propria degradazione.</p>
<p>E’ questo che Nove riesce a evitare. Ciò che parla nella sua lingua è invece la vita stessa, la vita fisica, il corpo comune che rimane dopo che la mente ha smesso di esercitare il suo orgoglioso compito di rappresentante del principio di individuazione. A una tragedia individuale, il protagonista reagisce scegliendo di diventare pura carne, sofferenza senza volto, godimento senza desiderio, evento senza significato. Questo è l’abisso, altro che la droga o le puttane: ti aspetteresti una psicologia e ti si mostra una tumefazione. Sei abituato per antica convenzione letteraria a veder trasfigurato il dolore in maturità, saggezza, riflessione, e Nove te lo espone invece in tutta la sua tetragona, indecomponibile, eroica idiozia. La lingua, letteraria e no, non è solita a questo trattamento. Per leggere <em>La vita oscena</em>, il lettore deve dimenticare molte sue abitudini. Per questo d’altronde quella vita è appunto oscena, ovvero, alla lettera, fuori scena, non adatta e anzi refrattaria ad essere rappresentata.</p>
<p>Solo chiarito ciò diventa lecito, a quel lettore, azzardare una retrospezione sulla produzione precedente dell’autore. E riassestare il suo giudizio, e sciogliere i suoi dubbi: per esempio sul fatto che ci fosse un bel po’ di maniera (o peggio ancora di populismo) nella sua scelta di rappresentare il mondo intero sotto le spoglie dell’idiozia, della pochezza di linguaggio, della condanna al non sapersi esprimere e a essere invece espressi, vedi l’incipit di <em>Woobinda</em> succitato, dal linguaggio reificato e impersonale delle merci. Ecco infatti in <em>La vita oscena</em> una riflessione del protagonista all’ospedale, occasionato da una bibita da poco, povera imitazione della Coca Cola: “Le merci mi intenerivano fino a farmi soffrire, fino quasi a strapparmi dalla mia condizione, le merci e il loro povero portato di felicità mercantile, e per un attimo sentii che la capacità di soffrire in vista di un male minore era il senso della vita che mi stava sfuggendo, e il refrigerio di una bibita apparteneva a quei mali minori di cui ci riempiamo per fare la vita, costruirla nei giorni”. Non è un messaggio, non è un precetto di saggezza, non è la traccia umile ma concreta di una possibile speranza. Al contrario. Ma è la nostra vita, la vita che condividiamo, al netto dell’orgoglio individuale, con i nostri congeneri in una società che ha fatto della merce il suo sovrano, il suo farmaco, il suo paradiso. Oscena perché non può parlare di sé se non per bocca dell’impersonale che la nutre e la pervade per intero. Dolorosa perché senza pensiero, alternative, finzioni riparatrici o identitarie.</p>
<p>A questo fondo indistinto è sceso, pur parlando di sé, Aldo Nove. Come scrittore, non si sa se augurarsi che risalga: questo voleva e ci è riuscito. Come lettori e come esseri umani sì, e ovviamente non da solo.</p>
<p><em>(pubblicato su Alias, 22/1/2010)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/la-vita-impersonale-di-aldo-nove/">La vita impersonale di Aldo Nove</a></p>
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		<title>La vita oscena, la lingua arsa</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 09:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/nove.jpg">&#8230;</a>
&#8220;Solo la prova asfissiante, impossibile dona all&#8217;autore il mezzo di spingere lontano la sua visione, di andare incontro all&#8217;attesa del lettore stanco dei limiti angusti imposti dalle convenzioni. Come si può perdere tempo su libri alla cui creazione l&#8217;autore non sia stato manifestamente costretto?&#8221;.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/la-vita-oscena-la-lingua-arsa/">La vita oscena, la lingua arsa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/nove.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-37394" title="nove" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/nove.jpg" alt="" width="150" height="236" /></a></div>
<div>&#8220;Solo la prova asfissiante, impossibile dona all&#8217;autore il mezzo di spingere lontano la sua visione, di andare incontro all&#8217;attesa del lettore stanco dei limiti angusti imposti dalle convenzioni. Come si può perdere tempo su libri alla cui creazione l&#8217;autore non sia stato manifestamente costretto?&#8221;. Così Georges Bataille nel 1957. Ho pensato a questo, leggendo &#8220;La vita oscena&#8221; di Aldo Nove. Un libro estremo, nel senso pieno e forte del termine, dove è l&#8217;estremità del senso a compiersi, rovesciandosi nell&#8217;oscena oscurità dell&#8217;insensato. Aldo Nove espone in questo breve romanzo &#8211; e tanto più breve quanto più intenso &#8211; il “trascendentale” delle sue differenti scritture precedenti, la loro condizione di possibilità: ovvero il suo porsi <em>all&#8217;altezza della morte</em>. E&#8217; un’autobiografia adolescenziale, che parte dal suo vissuto, e un romanzo di formazione: dalla morte dei genitori agli attraversamenti dei territori ossessivi-compulsivi del sesso e della droga, territori dove si cerca e si trova lo spossessamento da sé, e dove &#8220;io non è più di me&#8221;. <span id="more-37393"></span>E’ una storia dove il protagonista, per prendere congedo dai fantasmi dei suoi lutti, deve prendere congedo da sé, fino in fondo, fino all’abiezione, farsi cosa senza coscienza, un oggetto senziente e vibrante, reticolo di nervi e sensazioni, “un cubo di fuoco senza finestre”. Consegnarsi al mutismo dell’indifferenza. Dirsi addio. “Prima che non ci fosse che silenzio io compivo diciassette anni e il mio unico pensiero era quello di morire il più presto possibile”: l’impossibile <em>serietà </em>dei diciassette anni, come per Rimbaud. La cocaina, allora, un’overdose di cocaina come aveva fatto Trakl per morire (la natura imitativa di ogni desiderio, anche questo ricorre in questa storia). Ma la morte si prolunga in un’oscena via crucis per appartamenti dove si incontrano prostituti e prostitute, etero, gay, casalinghe, mistress sadomaso, trans. Una morte estenuata. E in quell’addio infinito messo in scena, al fondo del fondo, inattesa, l’immagine-limite, la Visione finale che libera: finalmente tutto è compiuto, è una nuova nascita, e l’inferno si rivela guarigione.</div>
<div id="_mcePaste">Ma ci sono molti altri snodi nel libro. Per esempio, il fatto che l’oscenità di cui racconta Aldo Nove è diventata l’oscenità della società intera, senza resti, installata al suo cuore, ovvero nel consumo di massa, nella mercificazione assoluta: e stavolta è una morte–in-vita, che si scambia per vita e invece è morte. La merce appare come surrogato di una verità insostenibile, basandosi anch’essa sulla produzione del desiderio e sul consumo che rende cosa: “noi stessi cose tra cose”. Memorabile segno di questo cortocircuito l&#8217;episodio in cui il narratore si commuove alla vista di una bevanda, imitazione da discount della coca cola.</div>
<div id="_mcePaste">Per raccontare tutto questo, occorre una lingua a quell’altezza. Una lingua che si fa scarna nei luoghi <em>separati </em>(sacro, separazione): la rarefazione dell&#8217;aria delle vette fa percepire l&#8217;essenzialità delle parole, fuori dalla chiacchiera del quotidiano, così come nell&#8217;oscurità delle caverne una parola risuona diversamente, nella sua pienezza e verità. In situazioni estreme occorre precisione, aderire al rischio mortale senza scarti, pena soccombervi. La potenza del libro allora è la sua lingua secca, che schiocca: una lingua, letteralmente, <em>arsa</em>. Salvo poi d&#8217;un tratto, da quel rigore, e dagli interstizi della pagina bianca che fanno da cornice sacra al testo, sprigionano cateratte di parole, come se in un solo istante &#8211; osceno, fuori del tempo, sacro &#8211; si dovessero addensare tutte le verità raccolte nel corso del tempo.</div>
<div><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 5/12/2010)</em></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/la-vita-oscena-la-lingua-arsa/">La vita oscena, la lingua arsa</a></p>
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		<title>Tra zero e due meno meno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 15:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/">Tra zero e due meno meno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</span></p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando con la brutalità indispensabile all&#8217;operazione di tirare le somme) dell&#8217;inchiesta pubblicata sull&#8217;ultimo numero di «Allegoria». Nel saggio che la introduce, il co-curatore (assieme alla sottoscritta) <strong>Raffaele Donnarumma</strong> cerca di incrementare questo zero, di portarlo almeno a due meno meno, salvando una parte buona degli scrittori, che consiste in ciò che concretamente scrivono, a danno di una cattiva, che è ciò che invece dichiarerebbero per gusto del paradosso o per insufficienza teorica.<span id="more-10362"></span> Così <strong>Nicola Lagioia</strong>, uno degli intervistati, in <em>Occidente per principianti</em> raccontava la storia <em>buona</em> di un giovane precario, ma poi nell&#8217;intervista <em>sbaglia</em> a dire che della realtà lui si disinteressa completamente, visto che gli piacciono solo i libri che lo fanno «inginocchiare e piangere di gioia», come quelli di Faulkner. <strong>Aldo Nove</strong>, che l&#8217;anno scorso ha pubblicato l&#8217;inchiesta sul precariato <em>Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni, guadagno 250 euro al mese</em>, scrive invece che la realtà non è altro che «cattiva letteratura». E <strong>Laura Pugno</strong>, che ritorna poi a parlare di realtà nella contro-inchiesta sullo stesso tema pubblicata dallo «Specchio +», dice che la scrittura è il miglior modo che conosce per occuparsi del mondo: di che modo si tratti lo esprime meglio delle dichiarazioni di programma <em>Sirene</em>, il suo primo romanzo, in cui si allevano e si ammazzano le bestie ibride del titolo in un mondo futuribile. Per chiudere sulle essenziali, a dir poco, risposte di <strong>Vitaliano Trevisan</strong> alle sollecitazioni sull&#8217;impegno, sul ritorno della letteratura ai temi sociali, sull&#8217;impatto dell&#8217;11 settembre nelle narrazioni occidentali, risposte tutte più o meno a calco del tipo tra il serafico e lo schizoide: &#8220;io? ma quando mai?&#8221;.</p>
<p>Ma la sorpresa vera viene dall&#8217;inchiesta sul cinema, che non reagisce compattamente all&#8217;input di <strong>Giovanna Taviani</strong> sul ritorno al documentario, e, in alcuni casi specifici, questo debito col documentario come forma privilegiata di indagine sulla realtà, rinnega o misconosce. Leggo dalla risposta di <strong>Saverio Costanzo</strong>: «Se dovessi indicare un film che quest&#8217;anno a mio parere ha raccontato meglio il nostro contemporaneo, citerei <em>Grindhouse-Death Proof-A prova di morte</em>, di <strong>Quentin Tarantino</strong>, e credo difficile trovarne uno più lontano dal documentario di denuncia alla <strong>Moore </strong>o dal pedagogico film di Al Gore». Gli fa eco <strong>Gaudioso</strong>, per il quale esistono «solo buoni e cattivi film», per tacere poi di <strong>Crialese </strong>che «fugge la realtà come la peste» (né ci si poteva aspettare altro, a pensare anche solo a <em>Nuovomondo</em>).</p>
<p>A rincarare la dose, gli editor di narrativa segnalano per gli anni a venire un incremento ancora maggiore del disinteresse ai temi sociali: il successo editoriale dei &#8220;numeri primi&#8221; di Giordano sta incoraggiando una generazione di venticinque-trentenni bellettristi tornati paciosamente a guardarsi l&#8217;ombelico.</p>
<p>Il reale, la realtà, non interessano dunque a nessuno?</p>
<p>Interessano ai critici, se ne nasce appunto la controinchiesta di «Specchio+», in cui le posizioni (schematizzate anche qui con l&#8217;accetta) sono le seguenti: <strong>Giglioli </strong>dice che il trauma è altrove, e inattingibile, come la donna sulla spiaggia del <em>Candide</em> per l&#8217;eunuco. <strong>Scurati </strong>che ha inventato (ma <strong>Cortellessa </strong>gli ricorda che prima di lui fu <strong>Benjamin</strong>, accidenti) l&#8217; «inesperienza», ci racconta il suo personale momento di <em>Erscheinung</em>, e cioè di quando guardava le bombe in televisione sorseggiando della birra fredda. Cortellessa e <strong>Pedullà </strong>vogliono leggere libri e non reportage. Pur essendo due militanti a pieno titolo, editori o consulenti editoriali, della realtà come impegno a tutti i costi non saprebbero come fare letteratura, se non quando appunto questa realtà <em>è</em>, <em>si fa</em> racconto, letteratura (Cortellessa inventò una volta la categoria critica dello «stato di grazia»: parlava dei racconti non ricordo se di <strong>Raimo </strong>o di <strong>Meacci</strong>).</p>
<p>A me pare che la verità stia nel mezzo. Che «Allegoria» abbia liquidato (mea culpa) troppo frettolosamente, con la scusa del provincialismo, una serie di autori meglio rappresentativi del nostro presente, autori che praticano sì un iper-sperimentalismo oltranzista, ma non per questo si collocano (tanto programmaticamente quanto negli esiti) fuori dal reale. Penso al <strong>Pincio </strong>di <em>Cinacittà</em> (meno sperimentale che in precedenza, certo, e forse però addirittura per questo meno convincente), che racconta una Roma travestita da città orientale che è sempre più la città in cui viviamo tutti, cinesi e soli, senza stagioni e (apparentemente) senza storia. Penso all&#8217;<strong>Ottonieri </strong>de <em>Le strade che portano al Fucino</em>, che squarcia in un videogame memoriale le ferite della terra, lasciandone emergere racconti di vicende storiche recenti e personali. O all&#8217;<strong>Aldo Nove</strong> di <em>Indeepandance</em>, progetto multimediale (con videoartisti, musicisti) che riscrive il presente per slogan (da &#8220;Pietro Maso fan club&#8221; a &#8220;Money doesn&#8217;t buy happiness&#8221; a &#8220;Roberto Saviano&#8221; a &#8220;Io non ho paura&#8221;) proiettati su quattro enormi schermi posti all&#8217;interno di una cattedrale-discoteca, ripercorrendo, insieme, attraverso immagini cosmiche e suoni da trance, la storia del pianeta e dell&#8217;uomo.</p>
<p>D&#8217;altro canto «Specchio +» secondo me, anche a voler prescindere dalle birre di Scurati, si arrocca su una posizione snobisticamente <em>fuori</em>, che poi non rende nemmeno giustizia dell&#8217;impegno attivo (e quanto) nel presente di tutti i critici coinvolti.</p>
<p>Infine, quello che manca alla generazione dei trentacinque-quarantacinquenni di oggi, non è tanto l&#8217;impegno nel presente e dunque l&#8217;interesse per la realtà, quanto la capacità di trovare delle occasioni (questa inchiesta col relativo dibattito forse lo è stata, tra le rare) di confrontarsi apertamente pur partendo o anche rimanendo su posizioni diverse e diametralmente opposte. Scannarsi, anche, come facevano ai tempi della neovanguardia, l&#8217;epoca in cui, mi viene in mente, le battaglie tra impegno e disimpegno, mimesi e deriva iper-reale erano state più accese, prima dell&#8217;ondata postmoderna che ha messo tutti dentro e tutti d&#8217;accordo (almeno così pareva).</p>
<p>A emergere dalle interviste di «Allegoria» non è tanto, io credo, una contrapposizione tra autori realisti e no, per dirla così, ma tra autori che rifiutano (perlomeno nominalmente) l&#8217;ideologia, e autori che invece ne fanno una chiave di accesso primaria (vedi <strong>Barilli </strong><em>vs</em> <strong>Sanguineti</strong>, ai tempi). E, in secondo luogo, proprio tra autori che si accomodano sotto l&#8217;egida della neoavanguardia e autori che sdegnati la rifiutano. Di nuovo Aldo Nove, da una parte, e Nicola Lagioia, dall&#8217;altra. E dunque, se si deve ripartire proprio da lì, dalla neoavanguardia, come si affrontava allora il problema della realtà, dopo che Sanguineti aveva declassato i narratori tradizionali al ruolo di &#8220;Liale&#8221;? Nel dibattito sul romanzo, al convegno del &#8217;65, <strong>Balestrini </strong>ricordava ai suoi sodali l&#8217;imperativo di «tagliare i fili con la realtà» e, nel frattempo, di quella stessa realtà a lui contemporanea, non solo non si disinteressava (vedi, poi, non per caso, i libri a venire sugli operai, sui tifosi, sui camorristi), ma, soprattutto, cominciava a fiutare precocissimo le possibilità formali, tanto che il<em> Tristano</em> del &#8217;66 così come l&#8217;aveva immaginato, in una serie di copie uniche aumentabili all&#8217;infinito, si è potuto concretamente realizzare soltanto nel 2007. E non come esercizietto sperimentale, ma come modo concreto per contrapporsi a un mercato che macina le opere in un amen, alla ricerca perenne di novità: <em>Tristano</em> sarà sempre nuovo, visto che le copie sono tutte diverse una dall&#8217;altra.</p>
<p>«Quale realtà», si chiedeva poi Sanguineti nel &#8217;64, in un saggio sul <em>Trattamento del materiale verbale nei testi della neoavanguardia</em>, rimasto emblematico di quella stagione: «in che senso parliamo di realtà, di modi del reale, di fronte a un organo dell&#8217;immaginazione?». Peraltro in straordinaria consonanza con quanto accadeva fuori d&#8217;Italia: nel <em>Romanzo come ricerca</em>, dal <em>Repertorio di Studi e conferenze</em>, <strong>Butor </strong>si era già precocemente interrogato sul problema dell&#8217;invenzione formale, che «ben lungi dall&#8217;opporsi al realismo come troppo spesso immagina una critica miope, è anzi una condizione <em>sine qua non</em> di un realismo più radicale».</p>
<p>Il problema cruciale rimane ancora quello delle forme (Gabriele Pedullà in «Specchio+» dice lo «stile»), che ci si è posti ad esempio &#8211; se si procede oltre l&#8217;inchiesta, nello stesso numero di «Allegoria», fino alla rubrica <em>Il libro in questione</em> &#8211; rispetto a <em>Gomorra</em> di <strong>Saviano</strong>. Un problema che riguarda evidentemente anche il cinema, il quale comunque, come ripeto, nell&#8217;inchiesta ha dato di sé un quadro più vario dell&#8217;atteso. Se, indubbiamente, negli ultimi anni il cinema italiano ha smesso di essere il &#8220;cinema degli stenditoi&#8221; e ha preso a interrogarsi su fenomeni sociali come la camorra o il governo democristiano, <em>come</em> però lo faccia, è tutto da dire o da ridire. Gli ultimi film di <strong>Sorrentino </strong>e di <strong>Garrone</strong>, a Cannes passati praticamente per neorealisti, guardano più a <em>Le iene</em> che a <em>Ladri di biciclette</em>: in entrambi i casi la traduzione delle storie reali nei modi iper-reali del presente non dico che ritorni al postmoderno, ma di certo non lo rinnega del tutto, come forse si era un po&#8217; troppo definitivamente ipotizzato. Il discorso sulla rappresentazione del reale, magari è proprio da qui che deve ripartire, se vuole stare nel presente e interrogarsi su di esso senza pregiudizi. Voler cambiare la realtà, intervenirvi, impegnarsi in essa implica un&#8217;operazione preliminare: ri-conoscere la realtà. Nei suoi modi di espressione, innanzitutto, e nei suoi linguaggi, che non sono orpelli accessori, se molti di noi continuano a preferire <em>Gomorra</em> ai documentari televisivi, e forse anche (adesso internatemi!), il <em>Sandokan </em> di Balestrini a <em>Gomorra</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/">Tra zero e due meno meno</a></p>
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		<title>Reale, troppo reale</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere tutto l'inserto <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa" target="_blank">qui</a> DP]</span></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, <strong>Thomas Eliot</strong> (si veda <em>Burnt Norton</em>, primo dei <em>Quattro quartetti</em>). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive <strong>Antonio Scurati</strong>, a un <em>apprendistato all’irrealtà</em>. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, non era troppo diverso da quello formulato da <strong>Walter</strong> <strong>Benjamin </strong>nel celebre saggio sul <em>Narratore</em> di <em>Angelus Novus</em>. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile».<span id="more-10225"></span> Solo che l’<em>ora </em>di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di <em>quella</em> narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di <em>quei </em>veti, i nostri sono barzellette. <em>Quel </em>silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo.<br />
E allora l’<em>inesperienza</em> di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin. Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il figlio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di <em>traumatizzati senza evento traumatico</em>: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di <strong>Andrea Bajani</strong>, il dente che ci duole davvero è quello che <em>ci hanno già tolto</em>: l’arto fantasma.<br />
È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro <em>Il poeta postumo</em> di <strong>Franco Cordelli</strong> appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iper-realismo». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze. Proprio come dice <strong>Daniele Giglioli</strong>: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se <em>va</em>, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffici del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, <em>A sangue freddo</em> di <strong>Truman Capote</strong> e <em>Guerre politiche</em> di <strong>Goffredo Parise</strong> (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più o meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, <em>Mondo cane</em>, di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) <strong>William Vollmann</strong> o <strong>Michel Houellebecq</strong>. Per non parlare di <strong>Jonathan Littell</strong>.<br />
Il punto è che tutto questo, in sé, non né un bene né un male. Il punto è <em>cosa succede</em> quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeurs, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è <em>davvero </em>conoscitivo? <em>Incide </em>sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro. È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a <strong>Gabriele Pedullà</strong>, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo <em>stile</em>, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo <em>rétro</em>.<br />
Dice bene <strong>Tommaso Ottonieri</strong>: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’<em>astanza </em>del Reale. Provate a dire, di fronte a un <em>Sacco </em>di <strong>Burri</strong>, che «non è realistico»: <em>è lì</em>. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo <em>davvero</em>. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci <em>tocchino</em>. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a <em>Gomorra </em>di <strong>Matteo Garrone</strong>, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di <strong>Saviano</strong>. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <em>ora</em>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <em>sempre</em>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti.<br />
Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di <strong>David Foster Wallace</strong> è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare <em>un’enorme differenza</em>. Mi sono riletto quel che DWF scrisse di <strong>David Lynch</strong>, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DWF era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo <em>come </em>Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DWF. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivincita dell’inatteso</strong></p>
<p>È come con la crisi finanziaria. Non si può dire non ce ne fossero indizi, eppure ha preso tutti di sorpresa. Anche in letteratura è successo un po’ lo stesso. Era un po’ che se ne stava lì in latenza, inibito, ogni tanto qualche timido tentativo di sortita. E poi, un giorno, eccolo improvvisamente tornato parola d’ordine. Quale? Il caro vecchio <em>realismo</em>, certo. L’industria culturale ha sempre bisogno di formule semplici da ridurre a slogan. È già pronta la saga: <em>Il ritorno del realismo</em>, Il realismo colpisce ancora, Il realismo contro tutti. Invocare il realismo – mai specificando di <em>quale realismo si tratti</em>, cioè di quale livello di realtà sia chiamato a dar conto – ha fatto sempre gioco alle rivincite del buon senso.<br />
Prima è venuto il cinema, rispolverando l’album di famiglia del neorealismo delle annate buone. Poi l’invasione degli scrittori, all’ammasso dell’eterna fame di <em>storie</em>, fame di identificazione, fame di <em>fatti</em>. Basta con l’autoreferenzialità, l’intellettualismo, il bellettrismo di modernità e posmodernità per una volta unite nell’esecrazione. La pressione sociale sugli autori è massima. Qualche indizio, a un livello un po’ più sofisticato? Qualche settimana fa a Sarzana <strong>Walter Siti</strong> legge un suo testo sul realismo, lo riprende «Il Foglio», gli rispondono <strong>Alfonso Berardinelli</strong> e altri. Poi la rivista «Allegoria» esce con un questionario sul tema <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>. Il postulato è che alla fine degli anni Novanta sia emersa una generazione di scrittori che «hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo». Il curatore dell’inchiesta, <strong>Raffaele Donnarumma</strong>, sa di usare a sua volta l’accetta ma non rinuncia a infarcire il suo intervento di slogan come i seguenti: questi scrittori riscoprono «personaggi credibili […]. Le loro storie vanno prese per buone, cioè per vere – anche se sappiamo bene che si tratta di finzioni»; bisogna «scavalcare la prigione del linguaggio». Punti di riferimento sono individuati nello stesso Siti, in <strong>Antonio Franchini</strong>, in <strong>Mauro Covacich</strong>, ovviamente in <strong>Roberto Saviano</strong>: il quale, brandendo lo stemma di Pasolini, «rivendica una parola diretta».<br />
Conosco Donnarumma, so che non è tipo da falò di Borges in piazza del Campo; però quando leggo che «il realismo è serietà del quotidiano» cioè una «misura di igiene», un certo sentore di <em>arte degenerata</em> non riesco a non avvertirlo. Più che altro mi pare strano questo discorso su una rivista che si chiama <em>Allegoria</em>. Se la pensano così, mi dico, dovrebbero cambiare nome in <em>Tautologia</em>. Poi però vedo che gli scrittori, a questo discorso, non ci stanno proprio. C’è chi è simpatico e chi decisamente meno, ma insomma «la fine del postmoderno è, in realtà, una ripresa lisergica del moderno e della storia, in un’assenza di dimensioni e appiattita sul presente» (<strong>Aldo Nove</strong>); «la vera resistenza oggi è nello stile» (<strong>Antonio Pascale</strong>)… <strong>Vitaliano Trevisan</strong> rivendica addirittura, impavido, la «fuga dalla realtà» (dato il contesto, lo abbraccerei). Certo, c’è <strong>Giuseppe Genna</strong> a spiegarci che «la letteratura è sempre fantastica», mentre per <strong>Nicola Lagioia</strong> «ogni romanzo che ha qualcosa da dire si occupa della realtà» (si vede che qualche tautologo c’è pure da queste parti).<br />
Non starò a ripetere il mantra di Barthes, Baudrillard, Gentile, Cabrini ecc. (Donnarumma – che come s’è visto propone categorie di radicale innovazione – avrebbe buon gioco a definirli «motivi francamente datati»), piuttosto prendo il numero di «Riga» che <strong>Marco Belpoliti</strong> e <strong>Marco Sironi</strong> hanno dedicato a <strong>Gianni Celati</strong>. Uno che non so quanto sia considerato serio e credibile, igienico poi… (però posso testimoniare che a 72 anni ha un aspetto invidiabilmente sano). Fra l’altro c’è un’intervista a Sarah Hill sul documentario (Celati da qualche anno sembra preferire la macchina da presa a quella da scrivere, i precedenti illustri com’è noto non mancano); mi spavento, mi dico, certo che se pure Celati si butta da questa parte siamo al regime, è di nuovo tempo di Ždanov… invece lo sguardo «documentaristico» dei grandi neorealisti, per lui, è la capacità di «guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento». In otto pagine d’intervista la parola <em>realtà </em>viene pronunciata cinque volte, e sempre in accezione negativa. All’inizio la «realtà» è quella guardata alla televisione negli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq («una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente»). Poi: «non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti  la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata» (ecco, è precisamente questo che mi succede quando leggo uno scrittore vero – più o meno celebre, sia egli Walter Siti o <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Franco Arminio</strong> o <strong>Leonardo Pica Ciamarra</strong> o, si vedrà fra poco, <strong>Francesco Pecoraro</strong> – che mi racconta <em>la sua realtà</em>). Al posto di realtà, parola equivoca fra tutte anche senza le virgolette di Nabokov, Celati preferisce usare una ben differente categoria, <em>contingenza</em>: «questa mi pare l’essenza stessa del documentario: l’esposizione all’inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell’inconscio», insomma «qualcosa che allarghi il pensiero». <em>Contingente</em>, <em>inatteso</em>, altre volte Celati ha predicato l’<em>impensato</em>. Sono tutte forme di contatto, nel suo stile certo, con quella cosa che <strong>Lacan </strong>chiamava <em>Reale</em>, di cui <strong>Hal Foster</strong> già a metà anni Novanta constatava il <em>ritorno </em>(sottotitolo: <em>L’avanguardia alla fine del Novecento</em>). Si capisce che non è ciò che già sappiamo; non è quello che ci hanno raccontato secoli di realismo. Senz’altro non ha niente a che fare con ciò che ci ammanniscono industrie culturali e uffici di propaganda. Al contrario è proprio quello che <em>ancora non sappiamo</em>. Che magari non avremmo alcuna intenzione di sapere. Ma che sta lì, sulla pagina. Se apri il libro, <em>quel </em>libro, lo sai che sei perduto. D’altra parte è proprio per questo che lo hai scelto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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		<title>Ancora &#8220;no reply no party&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 22:09:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mercoledì 11 giugno, Ore 19.00 &#8211; 23.30, al <a href="http://www.goganga.it/">Goganga</a>, Via Cadolini 39 Milano</p>
<p><a href="http://www.noreply.it/"><strong>No Reply</strong></a> insieme a <strong>Marco Travaglio</strong>, <strong>Aldo Nove</strong>, <strong>Marco Rossari </strong>e (<em>forse</em>) <strong>Gianni Biondillo</strong> (<em>dipende se mi libero in tempo da un impegno preso precedentemente</em>), e alla musica di <strong>Cinemavolta </strong>e <strong>KnK </strong>presentano</p>
<p><em><strong>NO REPLY NO PARTY</strong></em></p>
<p>Dagli organizzatori di <em>La Biblioteca in Giardino</em> una grande festa di interazione tra set acustici, dibattiti e reading per una serata tra parole e musica, impegno e divertimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/08/ancora-no-reply-no-party/">Ancora &#8220;no reply no party&#8221;</a></p>
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<p><a href="http://www.noreply.it/"><strong>No Reply</strong></a> insieme a <strong>Marco Travaglio</strong>, <strong>Aldo Nove</strong>, <strong>Marco Rossari </strong>e (<em>forse</em>) <strong>Gianni Biondillo</strong> (<em>dipende se mi libero in tempo da un impegno preso precedentemente</em>), e alla musica di <strong>Cinemavolta </strong>e <strong>KnK </strong>presentano</p>
<p><em><strong>NO REPLY NO PARTY</strong></em></p>
<p>Dagli organizzatori di <em>La Biblioteca in Giardino</em> una grande festa di interazione tra set acustici, dibattiti e reading per una serata tra parole e musica, impegno e divertimento.</p>
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		<title>Balestrini / Niblock</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2007 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Teatro i</p>
<p><strong>giovedì 22_11  20:30</strong><br />
LETTURA SCENICA di GLI INVISIBILI di NANNI BALESTRINI<br />
voci NANNI BALESTRINI e SERGIO BIANCHI<br />
percussioni GIANLUCA RUGGERI</p>
<p>La lettura scenica sarà preceduta da un dialogo tra Aldo Nove e Nanni Balestrini</p>
<p>Ingresso gratuito</p>
<p><br />
***</p>
<p><strong>sabato 24_11  21:00</strong><br />
<a href="http://www.phillniblock.com/">PHILL NIBLOCK</a><br />
Concerto in due set<br />
sound+video PHILL NIBLOCK<br />
video KATHERINE LIBEROVSKAYA<br />
una collaborazione/co-produzione O’artoteca, L.A.B., <a href="http://www.die-schachtel.com/">Die Schachtel</a>, con la partecipazione di Teatro i</p>
<p>Ingresso<br />
intero                                 14 euro<br />
convenzionati                     12 euro<br />
ridotti over 65 e studenti      10 euro<br />
iCard 5 ingressi a scelta      45 euro</p>
<p>info +39 02 8323156 &#124; <a href="mailto:info@teatroi.org">info@teatroi.org</a> <a href="http://www.teatroi.org/newsletter">www.teatroi.org/newsletter</a></p>
<p>Teatro i<br />
via Gaudenzio Ferrari 11<br />
20123 Milano<br />
02/8323156<br />
<a href="mailto:info@teatroi.org"> info@teatroi.org</a><br />
<a href="http://www.teatroi.org">www.teatroi.org</a></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/22/balestrini-niblock/">Balestrini / Niblock</a></p>
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]]></description>
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<p><strong>giovedì 22_11  20:30</strong><br />
LETTURA SCENICA di GLI INVISIBILI di NANNI BALESTRINI<br />
voci NANNI BALESTRINI e SERGIO BIANCHI<br />
percussioni GIANLUCA RUGGERI</p>
<p>La lettura scenica sarà preceduta da un dialogo tra Aldo Nove e Nanni Balestrini</p>
<p>Ingresso gratuito</p>
<p><span id="more-4812"></span><br />
***</p>
<p><strong>sabato 24_11  21:00</strong><br />
<a href="http://www.phillniblock.com/">PHILL NIBLOCK</a><br />
Concerto in due set<br />
sound+video PHILL NIBLOCK<br />
video KATHERINE LIBEROVSKAYA<br />
una collaborazione/co-produzione O’artoteca, L.A.B., <a href="http://www.die-schachtel.com/">Die Schachtel</a>, con la partecipazione di Teatro i</p>
<p>Ingresso<br />
intero                                 14 euro<br />
convenzionati                     12 euro<br />
ridotti over 65 e studenti      10 euro<br />
iCard 5 ingressi a scelta      45 euro</p>
<p>info +39 02 8323156 | <a href="mailto:info@teatroi.org">info@teatroi.org</a> <a href="http://www.teatroi.org/newsletter">www.teatroi.org/newsletter</a></p>
<p>Teatro i<br />
via Gaudenzio Ferrari 11<br />
20123 Milano<br />
02/8323156<br />
<a href="mailto:info@teatroi.org"> info@teatroi.org</a><br />
<a href="http://www.teatroi.org">www.teatroi.org</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/22/balestrini-niblock/">Balestrini / Niblock</a></p>
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		<title>Al di qua del libro: sulla figura dell&#8217;editor-letterato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/10/al-di-qua-del-libro-sulla-figura-delleditor-letterato/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 19:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Piero Sorrentino</strong> intervista <strong>Andrea Cortellessa</strong> e <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><strong>23 gennaio 1954. In occasione dell’uscita nei <em>Gettoni </em>einaudiani di <em>Memorie dell’incoscienza </em>di Ottiero Ottieri, Vittorini scrive a Calvino: “ (…) E quanto al discorso sui trent’anni dei giovani – sarà vero che noi li invitiamo a riscrivere i loro libri – ma perché accade che i loro libri non siano mai pubblicabili come ce li presentano a tutta prima?”.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/10/al-di-qua-del-libro-sulla-figura-delleditor-letterato/">Al di qua del libro: sulla figura dell&#8217;editor-letterato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Piero Sorrentino</strong> intervista <strong>Andrea Cortellessa</strong> e <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><strong>23 gennaio 1954. In occasione dell’uscita nei <em>Gettoni </em>einaudiani di <em>Memorie dell’incoscienza </em>di Ottiero Ottieri, Vittorini scrive a Calvino: “ (…) E quanto al discorso sui trent’anni dei giovani – sarà vero che noi li invitiamo a riscrivere i loro libri – ma perché accade che i loro libri non siano mai pubblicabili come ce li presentano a tutta prima?”. Vittorini non era un editor accomodante – penso anche alla bandella con cui, proprio nei <em>Gettoni</em>, stroncò <em>La Malora</em> di Fenoglio. È ancora pensabile un atteggiamento così energico, a tratti anche rude, per un responsabile di una collana che si occupa prevalentemente di giovani o esordienti, oggi, come i <em>Gettoni </em>allora?</strong></p>
<p><span id="more-2707"></span></p>
<p><strong>Aldo Nove</strong> Si parte da un situazione più stregata dal marketing, ma di ciò si è consapevoli e di fronte al lavoro vero e proprio di redazione, quando il libro di tratta di farlo, gli atteggiamenti rimangono dati caratteriali che valgono trent’anni fa come oggi.</p>
<p><strong>Andrea Cortellessa</strong> In questi mesi di lavoro a <em>Fuoriformato </em>non posso negare di aver letto con occhi diversi – fatte, come si dice, le debite proporzioni – le lettere di lavoro di Calvino e Vittorini. Quella che citi era già nota ma io l’ho letta in quel vero e proprio tesoro che è il nuovo volume dell’edizione einaudiana, curata da Esposito e Minoia, delle Lettere di Vittorini (che copre proprio gli anni “caldi” dei <em>Gettoni</em>). In genere si parla di Vittorini editor come di uno scrittore dalla forte personalità che in nome della propria poetica non si faceva scrupoli a prevaricare autori magari suoi pari, se non a lui superiori (i casi di Fenoglio e Lampedusa sono quelli sempre citati). Ma se si guarda al catalogo dei Gettoni si scopre che le “tendenze” erano le più diverse, e per lo più assai distanti dalla ricerca che Vittorini scrittore andava compiendo, in parallelo, per suo conto. Basti pensare che fra i primissimi autori, nel ’51, figuravano Lalla Romano e Franco Lucentini (al cui riguardo rimando all’eccellente studio di <strong>Domenico Scarpa </strong>che di recente ha riproposto quell’esordio, <em>I compagni sconosciuti</em>). La prima lettera del volume che citavo è indirizzata ad Anna Maria Ortese, e Vittorini vi bada subito a smentire un pregiudizio – molto simile al nostro, a ben vedere – nutrito dalla scrittrice: “io non ho la minima prevenzione contro il cantato o l’infantile” (per aggiungere che uno dei racconti destinati a entrare nel Mare non bagna Napoli, un Gettone del ’53, gli pare pecchi “semmai”, il corsivo è suo ed è sintomatico, “in un senso naturalistico”). Vittorini dunque faceva le sue “puntate” (prendendo anche, si capisce, le sue legittime cantonate) non in base alla sua poetica (il che sancirebbe un’imperdonabile confusione di ruoli fra scrittore e editor) ma in base a un progetto. Dopo lunga eclissi le poetiche dei singoli autori, per fortuna, oggi mi pare tornino in auge; mentre pare fuori da ogni agenda l’idea di progetto di un intellettuale come Vittorini. Non c’è troppo bisogno di spiegare perché. È l’idea di un progetto sociale e politico – che quello letterario sottendeva e metaforizzava – a essere divenuta, oggi, qualcosa di impronunciabile. Ciò che un non-autore come me invidia a un autore a pieno titolo qual era Vittorini è, in ogni caso, lo sguardo “dall’interno” che egli sapeva rivolgere al processo creativo di scrittori da lui così diversi. Me ne sono reso conto in questi mesi. Seguire due scrittori fra loro antitetici come Franco Arminio e Sara Ventroni, discutere con loro cosa, nella compagine del testo, fosse bene accogliere e cosa tenere fuori, è stato un’esperienza preziosa anche per la mia attività “parallela”, quella di critico. Se sia risultato di una qualche utilità, il mio lavoro, lo sanno solo loro. Spetta ai lettori, invece, giudicare autori e testi prescelti; non ti nascondo che spero molto nella loro risposta.</p>
<p><strong>A proposito di progetto, non sembra che a <em>Fuoriformato </em>manchi appunto un’idea di costruzione del catalogo, di visione chiara di cosa si vuole e, soprattutto, non vuole fare: attenzione alla scrittura prima ancora che all’intreccio, predilezione per le forme brevi, recupero di testi dispersi o dimenticati, allegati cd e dvd… (di recente hai ricordato un Manganelli 1985 che sosteneva che “in generale, rendere difficile il lavoro del tipografo è sempre una buona cosa”).</strong></p>
<p><strong>Cortellessa </strong>L’idea di <em>fuoriformato</em>, sin dal titolo, è quella di debordare dai codici che il pensiero unico del mercato, oggi, tende a farci considerare una seconda natura. I generi letterari e i format, invece,  non sono altro che solidificazioni storiche, e dunque transeunti, di una sostanza, la scrittura, quella sì eterna e inestinguibile – anche se in perenne modificazione. Prendiamo Circo dell’ipocondria, il secondo lavoro in prosa di Franco Arminio (dopo  l’eccezionale <em>Viaggio nel cratere</em> uscito in quella che è oggi di gran lunga la migliore – perché la più “inclusiva” – fra le nostre collane letterarie, quella diretta da Giulio Mozzi per Sironi). Non saprei davvero dire a quale “genere” appartenga. È narrazione? Sì, anche se i nuovi credenti della “frontalità” non mancheranno di evocare il solito ombelico dello scrittore. Sono aforismi? Sì, ma del tutto fuorvianti: per la loro misura, anzitutto (carattere, questo, della migliore aforistica italiana), e poi per il modo in cui eludono ogni possibile “verità” ultima o ultimativa. Forse l’unico genere al quale mi sentirei di ricondurlo è la saggistica. Certo, a patto che di “saggistica” si recuperi l’ètimo di “tentativo”, e dunque di genere-non genere, di rete di pensiero e scrittura che modifica il proprio statuto formale e conoscitivo, per così dire, a ogni oggetto che le capiti di intercettare.<br />
In <em>Circo dell’ipocondria</em> è compreso, in dvd, un documentario di Arminio sulla sua terra, l’Irpinia («questa artificiosa terra-carne», come dice Zanzotto in <em>Vocativo</em>, è matrice assoluta del suo immaginario): esempio di fuoriuscita dai confini tipografici, altro contrassegno di fuoriformato. La scrittura, dicevo, resta; ma non la si può concepire immune dal contagio con le altre forme espressive del suo tempo. In passato, infatti, non lo è mai stata. <em>Fuoriformato </em>vuole esaltare il primato di una scrittura che sappia “orchestrarsi” con le immagini, la musica e quant’altro.</p>
<p><strong>Credi che una figura di editor-letterato (prima abbiamo citato Vittorini, ma penso anche a Vittorio Sereni e alla sua straordinaria, quasi maniacale cura del lavoro editoriale che faceva in Mondadori) possa ancora trovare posto in un&#8217;editoria sempre più (ma non solo, certo) stretta tra, come dicevi tu, marketing e mercato?</strong></p>
<p><strong>Nove </strong>A questo punto sono le responsabilità dei singoli e le passioni ad entrare in gioco. Marketing e mercato orientano gli obiettivi del prodotto, ma non la qualità di ogni singola scelta editoriale, e di fronte a un abnorme produzione letteraria il compito dell&#8217;editor è proprio quello di dare un senso alla produzione. Credo che gli spazi ci siano. Il problema è, paradossalmente, che c&#8217;è troppo spazio, e si rischia di perdersi nel flusso eccessivo e indifferenziato di informazioni e carta.</p>
<p><strong>Nelle schede di presentazione di <em>neon!</em> e <em>Fuoriformato </em>si avverte una nemmeno troppo celata insofferenza per la forma-romanzo, come fosse una vescica sgonfia che ormai non riesce più a riempirsi di immagini, e immaginario, e immaginazione. </strong></p>
<p><strong>Nove</strong> <em>neon!</em> non ha affatto preclusioni nei confronti del romanzo.  E non sono d’accordo sul fatto che non riesca più a riempirsi di immaginario e immaginazione, almeno non diversamente da altre forme. neon! predilige il romanzo. Nelle redazioni arrivano tantissime poesie, tanti racconti e pochissimi romanzi semplicemente perché il romanzo richiede più cura, specialmente in termini di tempo, rispetto a forme meno strutturate. E il romanzo è struttura inclusiva, dove chi ne è capace può farci rientrare di tutto. Penso a lavori anomali e bellissimi come quelli di Vonnegut, ad esempio. Altro discorso è un mercato che propone romanzi fatti a misura su stesso. </p>
<p><strong>Cortellessa </strong>Sì, penso che l’editoria odierna sopravvaluti alquanto (anche in senso commerciale) le residue potenzialità della forma-romanzo. Questo, beninteso, se del romanzo continuiamo ad avere la concezione un po’ inerte, passiva, mostrata dai maggiori cataloghi di narrativa nel nostro paese. Se il romanzo ha registrato nel Novecento autentici trionfi è, invece, per la sua spregiudicata inclusività. L’hanno mostrato Debenedetti e Bachtin: il romanzo è una forma aperta, capace di fagocitare tutti gli altri generi, tutte le modalità discorsive possibili. È un po’ come uno squalo: se non va avanti a fauci spiegate, muore. E oggi la maggior parte dei prodotti in circolazione mi paiono appunto morti, stereotipati, legati a un’idea ottocentesca di romanzo (un’immaginaria “media” ottocentesca, peraltro, contraddetta da tutti i capolavori dell’Ottocento…), artificialmente tenuto immune dalle profonde mutazioni subite dal genere durante il Novecento. In questo senso <em>Santa Mira </em>di Gabriele Frasca, che è un importante poeta e saggista, si pone apertamente in controtendenza: caso assai raro, oggi, di romanzo concettualmente e linguisticamente in grado di assorbire imponenti materiali critici, teorici, diciamo pure politici. Questa sostanza traumatica del mondo, tuttavia, non è meramente giustapposta alla “pura” fiction, diciamo, come vediamo in molti esempi di romanzo-saggio, pur interessanti, degli ultimi anni; essa si incarna compiutamente e senza residui, invece, nelle figure e nelle vicende dei personaggi, nei volumi spaziali e temporali di una città immaginaria e insieme verissima. Siamo insomma di fronte a un’imponente costruzione allegorica: come appunto nei grandi precedenti novecenteschi (sino alle imponenti, mega-inclusive maccheronee di Thomas Pynchon). Di romanzi così sono il partigiano più entusiasta!</p>
<p><strong>Ci puoi anticipare le prossime uscite (quelle imminenti e quelle alle quali stai lavorando) ?</strong></p>
<p><strong>Nove  </strong>Ora siamo concentrati sui primi tre titoli della collana. Posso anticipare la quarta uscita. E&#8217; un volume di racconti brevissimi intitolato <em>Lenin </em>e scritto a quattro mani da una ragazza russa e da un ragazzo italiano in Russia da parecchi anni. E&#8217; una ricostruzione, attraverso &#8220;fotografie&#8221; narrative, di un mondo, quello che è stato l&#8217;Unione sovietica e adesso è la Russia, cambiato per sempre, e sulla pelle dei protagonisti. Sulla pelle e sulla lingua. I due autori scrivono direttamente in italiano, un italiano che vuole testimoniare come, nel tempo, cambino le cose. E cambia la lingua.</p>
<p><strong>Cortellessa </strong><em>Fuoriformato </em>manterrà il suo doppio passo. Da un lato autori relativamente nuovi come Arminio (che è già, a suo modo, scrittore di culto) oppure tali in senso assoluto come Sara Ventroni, che attorno al suo poemetto <em>Nel Gasometro</em>, nello spirito di quella che non è una collana di poesia (come non è di narrativa o saggistica), ha costruito una ramificata rete verbovisiva (racconti, saggi, foto, disegni…). La prossima epifania è quella di Laura Pugno, nota come narratrice ma che nasce come poetessa. Ogni sua scrittura, infatti, parte da un nucleo radiante, diciamo pure “lirico”, di immagini. Immagini e versi che splenderanno anche nel libro al quale sta lavorando.<br />
Dall’altro lato continueremo a risalire il corso del secondo Novecento, terra letteraria ancora viva (in tutti i sensi, perché i suoi autori sono in piena attività e perché le sue problematiche e i suoi stimoli restano ineludibili) eppure già “mitica”. In particolare gli anni Settanta mi paiono ancora tutti da elaborare. Al “recupero” di un autore sommerso come Vittorio Reta, che si suicidò nel ’77 (corpus testuale e percorso esistenziale ricostruiti da Cecilia Bello Minciacchi, con un omaggio musicale in cd di Stefano Scodanibbio), seguirà quello di testi parimenti “maledetti” di autori che invece da quel tempo si sono salvati e che oggi consideriamo dei maestri, cioè Gianni Celati e Franco Cordelli. <em>Alice disambientata</em>, che Celati raccolse dai materiali suoi e dei suoi allievi di allora, e Il poeta postumo, che a sua volta Cordelli assemblò registrando le vociferazioni del tempo, sono due libri in molti sensi paralleli, entrambi pubblicati nel ’78 da piccole sigle di culto (<em>l’Erba Voglio </em>di Elvio Fachinelli e la <em>Lerici </em>di Walter Pedullà) ed entrambi cronache live di “intensità pubbliche” che attraversarono quella stranissima terra che era l’Italia nel ’77: l’occupazione all’Università di Bologna e le prime letture poetiche underground, a Roma. Questi testi mostrano due cose. Da un lato la capacità della scrittura “saggistica” di andare, in certe condizioni, davvero fuoriformato: occupandosi di tutto, invadente impicciona e irriverente come solo lei sa essere. Dall’altro che quel tempo non fu solo piombo, come oggi piace ripetere, ma anche rose. Immaginazione, cioè. Generosità illimitata, liberazione dei corpi, fosforescente ebollizione degli spiriti. Tutte cose di cui oggi possiamo fare tranquillamente a meno, no?</p>
<p><em>(l&#8217;intervista, in una forma ridotta, è stata pubblicata su </em><em>stilos</em>, 7/11/06)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/10/al-di-qua-del-libro-sulla-figura-delleditor-letterato/">Al di qua del libro: sulla figura dell&#8217;editor-letterato</a></p>
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		<title>L&#8217;elettrica solitudine di Voce</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Sep 2006 14:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Il <em>Cristo elettrico</em> di <strong>Lello Voce</strong> è il libro che sigilla il ricordo di una generazione fiorita negli anni Ottanta e in quegli anni dispersa, magistralmente raccontata da uno dei più grandi poeti italiani. E’ un romanzo aspro, refrattario a ogni possibile forma di occhieggiamento a un pubblico che non si dà a priori, dando così espressione (a partire dall’introduzione, scritta su calco manzoniano, rivolta ai 25 lettori a cui ironicamente parlava il grande Lombardo) a un pessimismo che sfiora l’autoreferenzialità per mera conseguenza storica: quella di un isolamento assoluto dell’individuo di fronte all’avvenuto crollo di ogni illusione di collettività fattiva.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/11/lelettrica-solitudine-di-voce/">L&#8217;elettrica solitudine di Voce</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Il <em>Cristo elettrico</em> di <strong>Lello Voce</strong> è il libro che sigilla il ricordo di una generazione fiorita negli anni Ottanta e in quegli anni dispersa, magistralmente raccontata da uno dei più grandi poeti italiani. E’ un romanzo aspro, refrattario a ogni possibile forma di occhieggiamento a un pubblico che non si dà a priori, dando così espressione (a partire dall’introduzione, scritta su calco manzoniano, rivolta ai 25 lettori a cui ironicamente parlava il grande Lombardo) a un pessimismo che sfiora l’autoreferenzialità per mera conseguenza storica: quella di un isolamento assoluto dell’individuo di fronte all’avvenuto crollo di ogni illusione di collettività fattiva.<br />
<span id="more-2424"></span><br />
L’Enrico, il protagonista, si trova in carcere per avere ucciso una donna. Ma quell’omicidio cela altro. Svela un amore impossibile. Impossibile non certo nella peculiarità della vicenda ma come emblema di uno status sociale (quello del tossico dopo le ideologie) che è come negato, cancellato dal nuovo ordine. Un fantasma che non a caso ha come interlocutore principale uno scarafaggio (in una sorta di straziante ma anche sarcastico rovesciamento kafkiano: lo scarafaggio è l’altro, e l’altro umano) e inconsapevolmente, quanto rabbiosamente, riflette l’ordine di valori a cui vorrebbe sottrarsi: un immenso narcisismo, anche se “negativo”. Quasi una televisionizzazione <em>ante litteram</em> della scimmia di <strong>William Burroughs</strong>, nei meandri di un sub-mondo che svanisce progressivamente prendendo allo stesso tempo forma, pagina dopo pagina, nel <em>Cristo elettrico </em>(No Reply, pag.224, euro 14,00). </p>
<p>Se <strong>Marco Philopat</strong>, con <em>Costretti a sanguinare </em>(recentemente riproposto da Einaudi) ci ha fatto rivivere il passaggio dal decennio dei Settanta agli Ottanta con gli ultimi rigurgiti di un orgoglio generazionale antagonista, con Voce “regrediamo” a qualche anno più tardi, dove non è rimasto più nulla. Se non i diversi ego. Quelli insufflati di ormoni delle palestre, come quelli, residuali e narrati in questo romanzo, di chi ha scelto (o si è fatto scegliere da) l’eroina, la “bianca-buona”, feticcio di una fuga lisergica verso paradisi esauriti da anni.<br />
L’Enrico (con l’articolo, come usa Voce) è un antieroe, e pure antipatico. Come nei neoproletari di <strong>Ken Loach </strong>non è mai il carattere dell’individuo a ispirare l’identificazione (anzi, spesso si crea il processo opposto), ma la condizione esistenziale. Quella di un’infinita solitudine. Ma senza nessun autocompiacimento nichilista: piuttosto, una sorta di tronfio donchisciottismo di questo “tossico letterato” (splendida e attuale metafora dell’intellettuale oggi, bizzarra merce umana in esubero, incollocabile e oscena) che scrive alla madre lettere dalle sue prigioni prive in tutto di qualunque possibilità di dialogo effettivo. L’Enrico è solo e fino in fondo vuole esserlo. La madre, l’interlocutore, è un po’ come il lettore, non può comprendere, troppo colma la distanza tra il tempo attuale e le caratteristiche del tempo della narrazione e il mittente (affettivo, editoriale). </p>
<p>La scrittura &#8211; caustica, abrasiva, ricca di contaminazioni mai gratuite ma perfettamente controllate a esprimere la vivacità di un linguaggio che mischia mitologie a idioletti &#8211; preannuncia, nei tipi sociali ma anche nei primi effetti di un’immigrazione che nel mondo carcerario ha sempre avuto un triste quanto efficace laboratorio, il miscuglio di idiomi dei luoghi dell’attuale marginalità sociale, agli antipodi dell’agente normalizzatore televisivo (quello sapientemente, tristemente descritto, ultimamente, dal <strong>Siti </strong>di <em>Troppi paradisi</em>). E’ anche un libro di azione, <em>Il Cristo elettrico</em>, e sa far ridere fino alle lacrime che diventano lacrime di sconforto. Il tossico ex rivoluzionario asservito al mercato della “merda” (l’eroina, rovesciata per fenomeno retorico ma ancor prima psicoanalitico dal sublime all’infimo assoluto) agisce come un burattino violento per necessità e per necessità vende corpo, valori e affetti. Fino a quando, in un allucinatorio momento di vittoria (di pace, di normalità), proprio quando tutto sembra andare bene, arriva la catastrofe finale. E il motore del romanzo è ormai avviato, inarrestabile.</p>
<p>(pubblicato su <em>Liberazione</em>, 9/9/06)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/11/lelettrica-solitudine-di-voce/">L&#8217;elettrica solitudine di Voce</a></p>
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		<title>A Gamba Tesa / Quiero No Quiero/Lettera aperta a(d) Aldo Nove</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Apr 2006 11:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>di<br />
Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>- Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni e guadagno 250 euro al mese &#8211; scrive lei<br />
- Va bene! rispondo io. E allora?</em></p>
<p>Cioè non va bene per niente, pero&#8217; mi interrogo. Tralascio la questione letteraria e identifico un fatto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/29/a-gamba-tesa-quiero-no-quierolettera-aperta-ad-aldo-nove/">A Gamba Tesa / Quiero No Quiero/Lettera aperta a(d) Aldo Nove</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di<br />
Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>- Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni e guadagno 250 euro al mese &#8211; scrive lei<br />
- Va bene! rispondo io. E allora?</em></p>
<p>Cioè non va bene per niente, pero&#8217; mi interrogo. Tralascio la questione letteraria e identifico un fatto. Escono in Italia dei libri sul lavoro precario. Non sono in realtà dei libri sul lavoro, credo di capire, da quanto letto degli articoli reportage pubblicati su Liberazione, ma riflessioni su come sia cambiato oggi rispetto al passato il senso del lavoro. Del resto Aldo Nove, dovendo tracciare un denominatore comune tralascia, e a ragione, il tipo di attività, mettendo l&#8217;accento sulla busta paga. in altri termini sia che Roberta svolga una professione che le piaccia, sia che lei offra il proprio corpo a prezzi stracciati, tutto questo non interessa. Anzi vi diro&#8217; di più. Se di euro ne guadagnasse 4000 facendo pompini, per Aldo Nove sarebbe un mito. Per i 4000 euro o per i pompini? Lascio la questione aperta.<span id="more-2055"></span></p>
<p>Lo scandalo, per quanto riguarda i libri in questione, é nei 250 euro al mese. E nei quarant&#8217;anni. I primi.<br />
Tempo fa in treno, da Torino a Roma mi sono imbattuto in una banda di banlieusards, ed uno indossava una maglietta con la scritta : &#8220;jo no quiero trabajar/ quiero solo ganar dinero&#8221;. Non bisogna aver girato molto per incontrare in un numero sempre maggiore e nelle situazioni più disparate, persone che sembrano non amare il proprio lavoro. Cioè una società dove la busta paga non è sullo scambio simbolico il riflesso di un merito o di una gratifica &#8211; come l&#8217;amico che ti diceva e sembra un secolo fa, adesso vado a meritarmi da mangiare, insomma lo stipendio &#8211; il fine ultimo è il potere d&#8217;acquisto, ultimo a tal punto che potrei anche non lavorare ed essere felice, sembrano voler credere.</p>
<p>Tantissimi di quelli che non lavorano, e che sopravvivono grazie ai parenti, agli amici e quant&#8217;altro, felici non sembrano.  E  i lavoratori? Infelici anche loro. Sicuramente i &#8220;dipendenti&#8221; più di quanto non avvenga con gli indipendenti. Di quegli indipendenti  s&#8217;intende che non &#8220;dipende&#8221; dalle proprie origini, dalla propria classe sociale, dalla propria appartenenza a una lobby o peggio ancora a una casta.<br />
Allora perchè non dire che Roberta è piuttosto sfigata perchè l&#8217;Italia è una società tra le più arretrate al mondo in termini di mobilità sociale? Perchè non dire che in Italia la maggior parte dei dentisti ha un figlio dentista, spesso anche un nipote dentista da cui vanno il signor Rossi, il figlio del sig. Rossi, e anche il nipote del sig. Rossi? Che gli studi di avvocati che funzionano sono quelli che funzionarono un secolo prima e  che funzioneranno tra un secolo?E le università? Le università poi&#8230;</p>
<p>Che nei giornali italiani, anche e soprattutto in quelli  che si vogliono illuminati, i giornalisti trasmettono il proprio posto ai figli, ai nipoti, alle amanti. E le università? Perchè, e su questo non ci sono dubbi, per quella tradizione tutta italiana dei giornali di sinistra, in Italia c un giornalista free lance presso Liberazione, il manifesto,o l&#8217;Unità guadagna quanto in un call center, se guadagna, essendo giornalisti molto free e poco lance.<br />
Insomma diciamolo pure il nostro è un paese del cazzo, altro che coglioni! Insomma é un paese retrogrado, medievale nelle sue corporazioni &#8211; ma oggi restano solo corpi altro che mestieri, e<br />
con o senza Berlusconi .</p>
<p>Allora perchè cercare nella e dalla letteratura quello che la comunità non sa esprimere nei fatti? Ecco i libri   che trattano il mondo del lavoro senza alcuna pretesa di disinnesco di certi dispositivi, ma solo come cronaca, regalando l&#8217;illusione a una massa di giovani e meno giovani sfigatissimi che si parli di loro spingendone perfino alcuni a spendere anche dieci euro di quello sparuto budget, i famosi 250 euro, per acquistare il libro. Libri, sicuramente ben scritti ma   incapaci, come ha scritto Fofi nell&#8217;Internazionale, di produrre una mise en abyme di questi mondi. Anzi, e so che con questa frase mi faro&#8217; molti nemici, queste letture, Nove, Scarpa, Moresco, confortano nonostante i &#8220;programmi&#8221; radicali che si danno, quel mondo. Nulla di nuovo dal fronte occidentale. E&#8217; la società dello spettacolo, ragazzi allora sorridete! Non incazzatevi, per Dio! Do you remember Guy Debord? </p>
<p>La mia tesi è semplice. Non solamente questa letteratura non è pericolosa per la società, ma addirittura nefasta per gli altri, gli infelici. Ecco perchè in Italia puo&#8217; esistere il filone letterario dell&#8217;autore che non trova l&#8217;editore,  scritture di parole, o che un eccellente scriba come Genna possa produrre un reality show, suor Jo per la televisione di stato, e tanti di voi sorriderne come quando vi appare Moresco, nei panni di un improbabile Imam.  Scrittori finissimi animare atelier di scrittura nella più grande truffa letteraria, the great Ghost Writer Swindle che sono le scuole di scrittura. Ho visto le migliori menti della mia generazione scrivere dialoghi per un posto al sole!!! E a farci credere che siamo di fronte allo stesso caso dei grandi autori americani che scrivevano per Hollywood!!</p>
<p>Tempo fa un iluminato amico filosofo Michèa mi faceva notare come tutta la letteratura e i movimenti da essa provocata dal dopoguerra in poi sul modello di Emmaus, dell&#8217;Abbé Pierre, ovvero del volontariato dedito alla raccolta di fondi attraverso donazioni per i senza tetto o l&#8217;istituzione di mense popolari, servivano alla società ultraliberista per tenere buoni gli altri.</p>
<p>Ma chi sono gli altri? Altro è Andrea (non i nostri Inglese e Raos di nazione indiana) che di euro ne guadagna ottocento e che quindi non rompesse i coglioni se c&#8217;è Roberta che ne guadagna duecentocinquanta. Peggio per chi ne guadagni mille cinquecento come i professori di liceo che sbarcano nelle aule con dei musi lunghi e una voglia e un entusiasmo simile a quello mio quando leggo gli ultimi post sul nostro amatissimo blog.</p>
<p>La frase &#8220;mi chiamo Roberta ho quarant&#8217;anni e guadagno 250 euro al mese&#8221; dovrebbero allora stamparla a caratteri cubitali all&#8217;entrata dei licei, delle università, davanti agli uffici di collocamento, alle agenzie pubblicitarie, come un monito, qualcosa che suoni sinistro almeno quanto &#8221; meglio vivere un giorno da assicuratore, bancario, ricercatore universitario, consulente, che cento da Roberta. La povera Roberta, che in tutto questo non sa nè mai saprà che ci sono persone che stanno peggio di lei. Di lei che almeno puo&#8217; dire, perché ne ha il diritto: Basta!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/29/a-gamba-tesa-quiero-no-quierolettera-aperta-ad-aldo-nove/">A Gamba Tesa / Quiero No Quiero/Lettera aperta a(d) Aldo Nove</a></p>
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		<title>La prima generazione già nata disincantata</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2006 23:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian raimo </strong></p>
<p>Spiace parlare di più libri insieme, facendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese in questo tempo emerge proprio per il loro evidente individualismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/">La prima generazione già nata disincantata</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian raimo </strong></p>
<p>Spiace parlare di più libri insieme, facendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese in questo tempo emerge proprio per il loro evidente individualismo. Il loro essere isolati, un individualismo coatto, verrebbe da dire.</p>
<p><span id="more-1948"></span><br />
Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (Fazi, 13,50 e), Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori, 15 e), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… di Aldo Nove (Einaudi, 12,50 e) – ossia un libro di racconti, un romanzo e una raccolta di interviste – mettono tutti e tre in scena la piccola terra guasta d’Italia, un paesaggio umano spettrale – al limite del vivibile – raccontato con una consapevolezza che si fa di riga in riga più acuta, più dolorosa. Ecco, a lettura finita – e ognuno di questi libri è una discesa in un limbo terribile ancora più perché mai diventa infernale –, la coscienza esattissima di questo disagio sembra l’unico bene in possesso dai personaggi che abitano queste pagine, veri o fittizi. Coloro che dovrebbero immaginare, se non costruire, il futuro fanno fatica, una fatica enorme, impossibile, persino a curare il rapporto di sanità mentale con se stessi e a gestire dignitosamente una sopravvivenza privata.<br />
Nati già disincantati, senza modelli di padri da uccidere, vendicare, o imitare, a passeggio tra le macerie di tradizioni ideali, politiche, di senso, di cui neanche hanno assistito alla rovina, questi scrittori non sono – come pure vorrebbero le esigenze del mercato editoriale – degli scrittori sintomatici: degli scrittori che danno una semplice testimonianza di se stessi come osservatori/vittime del proprio tempo. Non fanno parte di quella massa sovrabbondante di cronisti che pare non sappiano raccontare altro che le difficoltà di una gioventù espansa (dai venti ai cinquanta anni) insicura, instabile, infantile. Non sono per dire i beceri cantori del nuovo personaggio feticcio, Mister Precarietto. Tedoldi. De Siati, Nove sono scrittori che credono nella possibilità di redenzione di cui è capace la letteratura, che credono nella verità. Sono scrittori che sanno che questa possibilità passa per un’elaborazione interpretativa del reale, che deve essere spietata e pietosa. E sanno anche che c’è un unica pratica etica che spetta a chi scrive ed è il lavoro penetrante sulla lingua.<br />
Eppure. Eppure c’è qualcosa che lascia più freddi dopo averli letti. C’è un grado di temperatura che si abbassa. Sembra che questi scrittori rimangano soli. Semiatrofizzati nella possibilità di scorgere una dimensione incantata, bloccati nel trasformare il disincanto in rabbia, disillusi nel trovare una forma di condivisione che non sia rispecchiamento.<br />
Ma questo non è un giudizio di valore negativo, perché ognuno è a suo modo eroico, ossia sincero. Ognuno si orienta come scrittore verso una prospettiva di sguardo che rompa l’insipida narratività che “puzza di fiction”.<br />
De Siati lo fa con un romanzo-diario, una vita agra senza pirelloni da far saltare in aria, senza sezioni di partito in cui ubriacarsi, senza toni caustici. Aderente a una realtà di formazione di un giovane italiano qualsiasi: quasi cronachistico, esplicito/denunciante fino al didascalismo, con i nomi veri, i tic, le piccolissime mode, le esperienze minori, la scempiaggine, i prezzi delle cose, la quotidianità più inutile, la lingua più impastata, desiderosa di un riscatto a cui avrebbe un diritto come dire sindacale. Anche le metafore devono essere trasparenti. Forse l’esposizione di sé, almeno l’esposizione di sé, avrà un valore politico. (“È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l’effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l’acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo”).<br />
Tedoldi usa invece la mossa del cavallo. Evita a piè pari ogni compito di impegno civile, ogni desiderio di autorevolezza, ogni senso di responsabilità rispetto al mondo che attraversa, e anche – ed è per questo nobile – ogni ironia. Crede nella letteralità dei sentimenti. Crede che la tristezza si chiami disperazione e non anedonia o anaffettività. È un archeologo che scopre una civiltà sull’orlo dell’estinzione. Uno scrittore moderno, che ha vissuto su di sé l’estenuazione della nostalgia per la modernità, ma che non si abbandona alle consolazioni del postmoderno: un europeo del primo Novecento che si ritrova tra i pub e i cinemini di Roma. Ed è per questo che sa che seppure le personalità diventano maschere, quelle maschere/marionette/macchiette hanno una loro dignità complessa e assoluta. I personaggi del suo libro si chiamano Il Vigliacco, La Butterata, Campanellino, Capitano Uncino&#8230; hanno crisi di pianto improvvise, decidono e rinunciano nello stesso minuto, sono riccastri e poveracci, hanno scatti di orgogli ridicoli e umiliazioni coraggiose, agiscono in maniera così sghemba e scoperta che sono atti d’accusa viventi, scudi umani contro la condizione di deserto etico, politico di un Occidente piccolo come una camera d’albergo.<br />
Da fratello maggiore, Aldo Nove rinuncia a se stesso come scrittore. Diventa reporter, intervistatore, giornalista. Dopo aver provato la compassione mimetica come tentativo di racconto del disastro, si ritira a far domande e traccia – statisticamente – una mappa fenomenologica agghiacciante dell’Italia contemporanea. Ne esce fuori un’intera generazione, generazione per modo di dire, un’intera schiera di solitudini di “tamburi di latta”, di freak sociali, abbarbicati alla propria dignità culturale (la scuola dell’obbligo, l’università, l’autoironia, la “sinistra”) per non scivolare nel buco nero di un futuro che non c’è mai stato.<br />
Sono tre libri importanti questi, e proprio per tale ragione gli si vorrebbe chiedere ancora qualcosa. Da una parte il desiderio di un affratellamento, che la coscienza così acuta del male dell’individuo, dell’isolato, porti a una coscienza non dico di classe, parole impronunciabili?, ma di umanità. E dall’altra parte la ricerca di un pensiero forte, un tentativo di interpretare il mondo, già il mondo, che non scavi solamente la superficie ma porti alla luce la struttura carsica di un malessere pandemico. La mancanza di fascino della dimensione politica. La depressione come seconda malattia invalidante in Europa. Il disagio di una lingua logorata, abbrutita. Questi sono i dati da cui partire. Da qui partiamo anche noi?</p>
<p><em> apparso il 28 marzo su &#8220;Liberazione&#8221; </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/03/29/la-prima-generazione-gia-nata-disincantata/">La prima generazione già nata disincantata</a></p>
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		<title>Ma il cielo è sempre più blu</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/02/23/ma-il-cielo-e-sempre-piu-blu/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2005 16:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>[Alcuni giorni fa, Lello Voce segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo <a href="www.lellovoce.it">sito</a> di un'antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e Aldo Nove. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di <a href="http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/blog">Loredana Lipperini</a>).<br />
Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il messaggio di Voce.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/23/ma-il-cielo-e-sempre-piu-blu/">Ma il cielo è sempre più blu</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Alcuni giorni fa, <b>Lello Voce</b> segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo <a href="www.lellovoce.it">sito</a> di un'antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e <b>Aldo Nove</b>. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di <a href="http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/blog">Loredana Lipperini</a>).<br />
Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il messaggio di Voce. Quanto a me, ho esitato a pubblicarlo per due motivi : il primo era un istintivo (nonché un po'  infantile, lo riconosco) imbarazzo, dato che sono fra gli antologizzati. Il secondo è lo choc che mi ha procurato apprendere un fatto che ignoravo, cioè che, in vista dell'eventuale pubblicazione, era stata commissionata un'indagine di mercato per testare la vendibilità del prodotto. Questa notizia mi ha spinto a iniziare la scrittura di una riflessione sulle forme e le possibilità "alternative" per l'editoria di poesia contemporanea, che spero di ultimare in tempi brevi. Nel frattempo, ecco il testo di Voce. a.r.]<br />
<span id="more-975"></span><br />
Questa e&#8217; la storia di un&#8217;antologia rifiutata. Un&#8217;antologia poetica, curata da Lello Voce e Aldo Nove, che raccoglie testi di 45 autori. Fra gli altri, Gabriele Frasca, Mariano Baino, Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Isabella Santacroce, Giulio Mozzi, Gian Mario Villalta, Aldo Nove, Lello Voce, Biagio Cepollaro, Elisa Biagini, Florinda Fusco, Tommaso Ottonieri, Giuliano Mesa, Rosaria Lo Russo, Fabrizio Lombardo, Christian Raimo, Sara Ventroni, Frankie Hi NRG, Elio e Le Storie Tese, Stefano Raspini, Tommaso Labranca, Marco Berisso, Paolo Gentiluomo, SparaJurij Lab, Giuseppe Caliceti, ecc.<br />
E&#8217; costruita in questo modo: &#8220;Pur essendo, a conti fatti, la prima antologia di poesia del nuovo millennio, in realtà si tratta di un testo costruito in modo molto particolare e che poco ha a che fare con il modello tradizionale di un&#8217;antologia di poesia. Diviso in dieci capitoli tematici (Le rovine, I ruoli, Il lavoro, La discoteca, Il sesso, La memoria, La violenza, L&#8217;amore, Le merci, La lingua ) preceduti da un&#8217;introduzione di Nove e Voce, il volume riunisce i testi dei poeti collegandoli tra loro grazie a una serie di inserti in prosa dei curatori, facendo in maniera tale che le singole poesie si integrino in un discorso collettivo (in una &#8216;storia&#8217;) senza perdere nulla dei propri caratteri individuali&#8221;.<br />
E&#8217; stata, si diceva, rifiutata piu&#8217; volte. Spiega Lello Voce: &#8220;Il mensile Kult mi chiese nel 2001 di curare un&#8217;antologia poetica che avrebbe dovuto uscire come supplemento del mensile. Io invitai Aldo ad unirsi all&#8217;impresa e concepimmo l&#8217;idea di fare un&#8217;antologia che fosse anche una fotografia del presente italiano, al di là di stili e poetiche&#8230;Terminato il lavoro (che è stata un&#8217;esperienza indimenticabile per intensità) iniziano le disdette. Kult perde improvvisamente lo sponsor che garantiva l&#8217;uscita del supplemento. L&#8217;operazione si blocca, ma la Direzione, generosamente, stampa comunque 500 copie del libro per permetterci di distribuirlo durante il festival &#8220;romapoesia&#8221;. Metà delle copie è però fallata da errori marchiani di impaginazione ed è da buttare.  Cerchiamo allora di proporla ad altri. Tutti sono interessatissimi (contattiamo Mondadori, Sironi, Einaudi Stile Libero) ma alla fine, chi per una ragione, chi per un&#8217;altra, tutti si tirano indietro.<br />
Tento allora la carta dei quotidiani: creo una joint-venture tra Unità e Sossella editore. Il coraggiosissimo Sossella tratta per mesi, vengono fatti sondaggi (tutti ultra-positivi) per verificare la vendibilità del prodotto, viene anche realizzata una prova grafica del libro, davvero bellissima &#8230; Tutto inutile. Anche quella strada, inspiegabilmente si chiude e Sossella deve ritirarsi dall&#8217;impresa. L&#8217;antologia viene allora presa da Testo Immagine, ottimo editore torinese. Purtroppo, da un momento all&#8217;altro, la proprietà cambia, e con lei anche la politica editoriale. L&#8217;antologia viene nuovamente rifiutata. Siamo a fine 2004. La storia finisce qui&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/23/ma-il-cielo-e-sempre-piu-blu/">Ma il cielo è sempre più blu</a></p>
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		<title>Dieci modeste proposte ai massimi dirigenti Rai</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2005 08:26:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>“Il bello non è che il tremendo al suo inizio”, scriveva il poeta <strong>Rainer Maria Rilke</strong> che molto se ne intendeva di angeli e di decadenza della borghesia agli inizi del Novecento ma non aveva mai avuto la fortuna di assistere a un <strong>reality show</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/24/dieci-modeste-proposte-ai-massimi-dirigenti-rai/">Dieci modeste proposte ai massimi dirigenti Rai</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ristor.jpg" border="0" alt="ristor.jpg" hspace="4" vspace="2" width="224" height="158" align="left" />“Il bello non è che il tremendo al suo inizio”, scriveva il poeta <strong>Rainer Maria Rilke</strong> che molto se ne intendeva di angeli e di decadenza della borghesia agli inizi del Novecento ma non aveva mai avuto la fortuna di assistere a un <strong>reality show</strong>. Ed essendo questo nostro nuovo, novissimo mondo agli albori del nuovo millennio, potremmo tranquillamente rovesciare la frase di <strong>Rilke</strong> e costruirne una nuova più adatta ai nuovi tempi: “Il tremendo non è che il bello al suo inizio”. Chi ce lo dice, poi, che nell’escalation mistica di sublimi atrocità dei vari <strong>Grandi fratelli</strong>, <strong>Isole dei famosi</strong>, <strong>Fattorie</strong>, <strong>Case Pappalardo</strong>, <strong>Ristoranti</strong> e quant’altro non vi sia il segno di una nuova era? Certo non è il sol dell’avvenir, ma con l’avvenire c’entra. Piuttosto oscuro come avvenire all’apparenza ma si sa, le cose cambiano, evolvono.<br />
<span id="more-875"></span><br />
Bisogna avere fiducia.</p>
<p>“L’ottimismo – dice <strong>Tonino Guerra</strong> in ginocchio davanti a un ipermercato – è il profumo della vita”, e il profumo che olezza dal ristorante per antonomasia, quello che la televisione generalista ci propone il martedì sera in pompa magna e tutti i giorni in sintesi, potrebbe essere l’inizio di una nuova era. Avanzo quindi alcune proposte ai dirigenti <strong>Rai</strong>, a mo’ di <strong>Swift</strong> ai suoi governanti, per rendere sempre più ineffabile, in un vertiginoso crescendo di qualità, la questione massima dei <strong>reality</strong>.</p>
<p>Già che ci siamo, andiamo fino in fondo.</p>
<p>Verso nuovi ineffabili approdi:</p>
<p><strong>1.</strong><br />
<strong>Nuovi ricchi e nuovi poveri</strong>.<br />
Presentato dal noto, quasi omonimo quartetto (già protagonista del reality <strong>Music Farm</strong>), mettere nello stesso appartamento un gruppo di precari e co.co.co e uno di figli di attori e/o figli di industriali e/o insomma di figli di (ma non escluderei, di questi tempi, gli idraulici, almeno quelli che vengono a casa mia e mi chiedono 200 euro in nero per sostituire un galleggiante del water) e lasciarli discettare di varia umanità con la regola che per tutta la durata della serie i ricchi hanno a disposizione il loro solito budget mentre i precari lo stesso. Le prove consistono nel mettere a confronto <strong>chi vive con 700 euro al mese</strong> con chi ne può spendere, nello stesso lasso di tempo, <strong>30 mila</strong>. I telespettatori avranno il piacere e l’emozione di eliminare di volta in volta il precario maleducato, che ruba il cibo al ricco, o il ricco spocchioso, che non si fa pena di scartare le alghe che ricoprono il sushi davanti al co.co.co che sta morendo di fame.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
<strong>L’isola degli annegati</strong>.<br />
Non dovrebbe essere difficile recuperare una ventina di disoccupati e trasportarli in uno degli atolli resi deserti dallo tsunami. Osservare le loro tecniche di sopravvivenza, selezionare i più meritevoli e resistenti alla morte darebbe vita a un reality show efficace e convincente.</p>
<p><strong>3.<br />
Casa Bondi</strong>.<br />
Un gruppo di aspiranti famosi vengono accolti nella casa del portavoce di <strong>Forza Italia</strong> e ne dividono con lui la giornata, tra un culto shintoista al <strong>Silvio</strong> nazionale e uno sproloquio anticomunista. Chi ne esce vivo, vince.</p>
<p><strong>4.<br />
Essere don Mazzi</strong>.<br />
Un finto studio televisivo accoglie giovani e meno giovani volenterosi pronti a imitare fino all’ultimo battuta d’oratorio il prete più presenzialista d’Italia. Vince chi nel corso delle settimane non impazzisce, e delizia lo spettatore sulla valenza umana dei reality show purché nessuno, tra un inssulto e l’altro, tra una bruttura e una degradazione umana, esibisca le tette al pubblico.</p>
<p><strong>5.<br />
Magica Africa</strong>.<br />
Venti sudanesi, scelti digiuni già da alcune settimane, sono lasciati liberi di procurarsi il cibo a mani nude fino a quando i membri della troupe non gli sottraggono qualunque genere alimentare (vegetale, animale), provocando in loro risentimenti razziali e religiosi e fornendoli di armi. Vince chi sopravvive.</p>
<p><strong>6.<br />
Quella villetta in Brianza</strong>.<br />
Un leghista doc viene convinto ad accogliere nella sua villetta un gruppo di extracomunitari che, lavandogli gratuitamente la casa, fornendogli prestazioni sessuali gratuite e procacciandogli soldi, dovrà convincerlo ad abiurare al credo leghista. Vince chi non viene sprangato dal padrone di casa. O il padrone di casa, se alla fine resiste solo lui.</p>
<p><strong>7.<br />
La pazza, pazza giornata dei cadaveri</strong>.<br />
All’interno di un certo numero di bare di morti famosi vengono installate delle telecamere che permettono ai telespettatori di assistere ai processi putrefattivi dei loro idoli e di decretarne, in base a criteri estetici o d’opinione, la vittoria. La morbosità del pubblico dovrà supplire alla staticità delle immagini, ed il presentatore, come si usa in programmi tipo <strong>Uno Mattina</strong>, intratterrà il pubblico con discorsi sui massimi sistemi intervallati da spot pubblicitari.<br />
<strong>8.<br />
Dead Men dancing</strong>.<br />
Otto condannati nel braccio della morte di un carcere americano dovranno, inquadrati ventiquattrore su ventiquattro, esibirsi in numeri di trapezismo, ventriloquismo, danza del ventre e spogliarello. Il più simpatico verrà scarcerato ed invitato come ospite da <strong>Mara Venier</strong>.</p>
<p><strong>9.<br />
Il grande vecchio</strong>.<br />
Un gruppetto di ottantenni con la pensione minima viene assoldato per vivere, nella solitudine dei propri monolocali, le loro tristi ultime ore. Una volta alla settimana, in diretta con <strong>Antonella Clerici</strong>, si potranno esibire in partite a solitario, scivolate nel bagno e tutto quanto fa anziano abbandonato non in grado di pagarsi una badante. Vince chi fa più ridere o suscita la maggiore pena.</p>
<p><strong>10.<br />
Iperreality</strong>. Il non plus ultra. Prendere tutti i vincitori, i presentatori e gli opinionisti dei reality fin qui svolti e murarli vivi. Vince il pubblico.</p>
<p>Sono solo dieci umili proposte, ma sappiamo bene che la fantasia dei dirigenti televisivi ne avrà in serbo già ben altre, cariche di pathos, tensione e straboccanti reali valori umani. Tipo <strong>L’allegra infermiera</strong> (vince chi fa fuori “per sentirsi importante” più pazienti), o chissà cos’altro ancora. A noi resta la capacità di distinguere ancora telegiornale da <strong>reality</strong>, trasmissione d’intrattenimento e speciale sulle catastrofi mondiali. A noi spegnere per sempre la tele e uscire di casa, incontrarci o tornare ad utilizzare ad esempio per diletto quegli oggetti, i libri, che al di là di quanto la televisione stessa ci continua a dire non sono solo raccolte di barzellette dei comici di <strong>Zelig</strong> o marchette di <strong>Bruno Vespa</strong>. Ce ne sono alcuni che fanno bene e fanno arrabbiare. Molto. Anche tanto da reagire. Libri che Citati non legge. Ma è la biologia. Perché <strong>Schnitzler</strong> diceva che “<strong>I morti tacciono</strong>”, ed è tuttora vero. Anche se ogni tanto, capita, espettorano sul <strong>Corriere della Sera</strong>.</p>
<p>_________________________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>Liberazione</strong>, gennaio 2005.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/24/dieci-modeste-proposte-ai-massimi-dirigenti-rai/">Dieci modeste proposte ai massimi dirigenti Rai</a></p>
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		<title>Scritto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/14/scritto/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2005 08:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Aldo Nove</p>
<p>Non ho capito perché abbiamo questi buchi dove le persone entrano nella forma più scurrile di loro padre e escono se stessi. Deve essere la vita. Io comunque non ci penso sempre, alla figa, vado in giro per la mia città e guardo le strade che crescono di volume, o altre cose ugualmente confuse che avevo in mente prima di iniziare a scrivere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/14/scritto/">Scritto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Aldo Nove</b><img alt="ditticosecondo2.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ditticosecondo2.jpg" width="182" height="349" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=right/></p>
<p>Non ho capito perché abbiamo questi buchi dove le persone entrano nella forma più scurrile di loro padre e escono se stessi. Deve essere la vita. Io comunque non ci penso sempre, alla figa, vado in giro per la mia città e guardo le strade che crescono di volume, o altre cose ugualmente confuse che avevo in mente prima di iniziare a scrivere.</p>
<p>Però il romanticismo che c’è nel baciarsi quando si è innamorati è meglio di morire dimenticati da tutti nella stanza di un motel che costa poco, con i calzini rossi in un letto freddo ad aspettare la morte è terribile, meglio baciarsi e incontrare le lingue.</p>
<p>Secondo me, che sono già arrivato all’inizio del terzo paragrafetto di questo scritto, l’amore e la guerra sono la stessa cosa nel senso che tutti ne parlano e tutti li fanno perché entrambi permettono di non pensare perché pensare fa più male di morire, è pensando che la morte iniza a raccontarti questo e quello, che poi alla fine è tutto uguale, questo e quello sono sempre lei, che è la morte pensata.<br />
<span id="more-848"></span><br />
A causa di ciò, assieme ai miei genitori, che sono morti, ho aperto un ristorante dove tutti possono mangiare gratis, a patto che non esistano. Non viene mai nessuno a questo ristorante che ho aperto assieme ai miei genitori.</p>
<p>Per vivere, mi uccido in un serial televisivo che conto di proporre a un amico che ha dei contatti con la televisione, anche per darmi un motivo da raccontare a quelli che mi telefonano per le indagini di mercato e mi chiedono cosa faccio per vivere.</p>
<p>Io, per vivere, innanzitutto quando mi sveglio vado avanti, vado in bagno. Mi fa ridere che uno si sveglia e va indietro, va nei sogni. Nei sogni ci sono un sacco di scemenze. Per esempio i morti vanno in discoteca, e fumano sigarette. Ma</p>
<p>io lo so che i morti non vanno in discoteca, e che in discoteca è vietato fumare. Mi ricordo che un tempo si poteva fumare, questo sì, in discoteca, ma i morti non ci andavano comunque, ed ecco che mi sono incasinato di nuovo con il pensiero, che allaccia le parole a casaccio e tu gli vai dietro a capirle anche se non vogliono dire mai niente ed è questo il segreto del sesso,</p>
<p>Mi piacerebbe che questo scritto parlasse del sesso, una storia, con le parole infilate nel buco del culo di una bellissima protagonista o anche di un bellissmo protagonista, per non fare uno scritto scorretto, un scritto che fa differenze sessuali e si crei un’aurea negativa, una vibrazione che lo fa restare isolato nel vuoto mentre gli altri</p>
<p>Scritti che parlano anche loro della stessa storia, ma senza discriminazioni sessuali, senza paragrafetti difficile, anche se per esempio c’è scritta la parola “sborra”, come nei libri di Henry Miller, o altri scritti ma belli, di qualità, non mi ricordo più cosa stavo dicendo, questa frase via.</p>
<p>Dicevo che non ho capito perché abbiamo questi buchi dove le persone entrano nella forma più scurrile di loro padre e escono se stessi. Questi buchi, che sono le fighe delle donne, e ciascuno sa di cosa stiamo parlando perché ci è stato almeno una volta, è inutile cincischiare o fare finta di esserci dimenticati l’argomento di quello</p>
<p>Che stavamo dicendo all’inizio della storia dell’universo, che poi nel caso umano coincide sempre con questo uscire da lì, con il nascere ogni giorno di un puttanaio di persone, io ne ho conosciute molte, ad esempio mio padre, che adesso è morto, anche lui allo stesso modo e improvvisamente è uscito da lì e era troppo piccolo per farmi ed infatti ha</p>
<p>Aspettato i suoi venticinque anni ed è entrato dentro mia madre e dopo un po’ sono uscito io e ho pensato che uno dei motivi per cui forse è proibito l’incesto è che se uno scopa con sua madre magari poi come conseguenza nasce suo padre di nuovo, come per restituire lo scherzo io questo sinceramente non lo so.</p>
<p>Non mi piacciono gli scritti con troppe descrizioni di porte, come è fatta la serratura e via di questo passo. Certamente ci sono serrature migliori delle altre, non sto qua a discuterlo, ma è che non è di questo che</p>
<p>Voglio parlare andando a capo qui. Voglio parlare della vita e intendo farlo. Non so se avete presente quello che ci sta accadendo.</p>
<p>Io no. In generale, quello che succede nel mondo. Ci penso e non capisco. Ho paura della morte, dico il rosario a tutto spiano recito le preghiere buddiste facendo in modo che se è vera la religione cattolica non si sappia che recito le preghiere buddiste e viceversa anche nella consapevolezza che se non è vera nessuna delle due è tutto tempo sprecato, farei meglio a mettermi a scrivere </p>
<p>Uno scritto assurdo, tipo che c’è una ragazza che corre attraverso una foresta dove al posto delle piante ci sono dei robot di cartapesta e poi nulla, e poi soltanto vento, e la cernita che l’autunno fa delle spore, fungo a fungo, nell’ottobre di qualunque allucinazione, a rasoterra. Però non so cosa vuol dire, anche se è una</p>
<p>storia che ho inventato io, supposto che io esista. A parte che non c’è nulla da perdere, in generale, e sarebbe un discorso troppo lungo da fare adesso, ma sono profondamente convinto che uno dei motivi per cui all’inizio abbiamo aderito tutti allo stesso patto, ma uno dei motivi più importanti, forse il più importante in assoluto, è lo stesso per cui ci stiamo cercando di convincere che quello che stiamo facendo,</p>
<p>anche leggere uno scritto, o scriverlo, o rilleggerlo, è privo di moralità. Vabbé. So che non mi credete. E fate bene. Ma io tengo duro. Come mio padre. A furia di provarci. Con mia madre. Ce l’ha fatta. Lei gliel’ha data e adesso eccomi qui, esattamente come voi anzi, esattamente come noi. Anche se ciascuno con</p>
<p>I suoi padri, le sue madri, e dal tempo che io non so che questa cosa continua a succedere, è tutto così simultaneamente</p>
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		<title>Affittasi lavoro</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/11/affittasi-lavoro/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2005 07:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><br />
<strong>Cilia</strong> (questo è il suo secondo vero nome, e ci tiene molto ad usarlo) ha lavorato per anni per una delle più grosse agenzie interinali italiane. Forse c’è ancora qualcuno che non sa esattamente che cosa sia, un’<strong>agenzia interinale</strong>, o per quale motivo piacciano così tanto ai padroni ed abbiano così successo da diventare il simbolo di un’economia che sta scoppiando nell’irrealtà della sua fuga da sé stessa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/11/affittasi-lavoro/">Affittasi lavoro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/callcenter.jpg" border="0" alt="callcenter.jpg" hspace="4" vspace="2" width="257" height="228" align="left" /><br />
<strong>Cilia</strong> (questo è il suo secondo vero nome, e ci tiene molto ad usarlo) ha lavorato per anni per una delle più grosse agenzie interinali italiane. Forse c’è ancora qualcuno che non sa esattamente che cosa sia, un’<strong>agenzia interinale</strong>, o per quale motivo piacciano così tanto ai padroni ed abbiano così successo da diventare il simbolo di un’economia che sta scoppiando nell’irrealtà della sua fuga da sé stessa. Un’economia che vive di artifici studiati ad hoc per gli interessi padronali, per rendere il lavoratore pura merce di scambio… Ma facciamoci raccontare le cose direttamente da <strong>Cilia</strong>…<br />
<span id="more-838"></span><br />
________________________________</p>
<p>La prima agenzia interinale l’ho vista nel 2000. Sembrano passati millenni. Eppure si tratta di quattro anni fa. Da fuori mi sembrava un po’ una lavanderia. Ricordo nella mia città le vetrine di questi negozi che vendevano offerte di lavoro. Era strano, per me, come credo lo fosse per tutti. Da bambina nelle vetrine dei negozi c’erano la frutta, la carne, i giocattoli. Adesso le proposte di lavoro. Una strana merce.</p>
<p><strong>Che effetto ti ha fatto, la prima volta che ci sei entrata? </strong></p>
<p>Di spaesamento totale. Piccoli uffici tutti uguali, nella sostanza, dove una signorina ti fa compilare dei moduli promettendoti di richiamarti per offrirti un lavoro “consono alle tue capacità e aspirazioni”. E poi bla bla sul fatto che lavorare è importante, perché ci si mette a posto, si può farsi una famiglia…</p>
<p><strong>Quasi fosse un optional, il lavoro…</strong></p>
<p>Sì, un articolo in vendita. Con le promozioni, i saldi di fine stagione… Erano ancora i tempi della new economy. Quel “new” rappresentava e rappresenta una novità confusa che le agenzie interinali rappresentavano in modo molto colorato, televisivo, efficiente.</p>
<p><strong>Hai trovato subito lavoro, con l’agenzia? </strong></p>
<p>No. Il lavoro l’ho trovato tramite un’inserzione sul Corriere della Sera. Una sedicente ditta leader del mercato delle comunicazioni cercava impiegate per un call-center. Contratto a collaborazione coordinata continuativa. Mi sono presentata…</p>
<p><strong>E cosa è successo? </strong></p>
<p>Mi sono trovato di fronte a un gruppo manageriale costituito da ragazzi neolaureati, sui venticinque anni, e un sacco di donne e di ragazze alla ricerca di un’occupazione. Di qualunque occupazione.</p>
<p><strong>E nel vostro caso di cosa si trattava? </strong></p>
<p>Di contattare aziende per proporre loro appuntamenti con degli agenti che gli avrebbero spiegato i vantaggi dei nostri servizi di telefonia. Cablaggio linee ottiche e cose di questo genere. Erano i tempi in cui il duopolio Omnitel-Vodafone non si era ancora consolidato del tutto, e la concorrenza appariva reale ed agguerrita… Ho fatto un colloquio, una prova ed ho subito cominciato. Contratto a due mesi. Ovviamente, con promesse di imminente assunzione a tempo indeterminato, e stipendi sempre più alti. C’era un clima frizzante, almeno nei padroni.</p>
<p><strong>Com’era l’ambiente di lavoro? </strong></p>
<p>Una ventina di donne, ognuna con la sua postazione telefonica, le pagine gialle come oggetto di consultazione e delle lastre di metallo che separavano gli spazi tra le lavoratrici. Dovevamo telefonare a aziende di medio livello, con dotazione informatica e telefonica  media, e proporre i nostri servizi. Oviamente, anche perché non c’erano sistemi di controllo reale del nostro lavoro, fatto il numero di telefonate necessario ci si occupava anche di altro.</p>
<p><strong>Ad esempio? </strong></p>
<p>Una delle costanti erano le ricerche in Rete su Brad Pitt e altri fighi.</p>
<p><strong>Interessante. E poi? </strong></p>
<p>Facevamo le nostre telefonate, private. Io avevo uno specchio in cima alla lastra di metallo di cui ti ho parlato prima che mi permetteva di vedere se arrivava qualche dirigente. Allora improvvisamente iniziavo a parlare in gergo tecnico, chi era dall’altra parte della cornetta capiva e la telefonata finiva lì.</p>
<p><strong>Mi hai detto che eravate tutte donne. Com’era il rapporto tra di voi? </strong></p>
<p>Pessimo. Era importante creare il più alto numero possibile di contatti, e quindi eravamo in qualche modo tutte nemiche. Poi ognuna aveva la sua storia, il suo caso.</p>
<p><strong>Me ne descrivi qualcuno? </strong></p>
<p>C’era la ragazza del sud, laureata in Scienze Politiche, sposata, che per cinque anni aveva fatto semplicemente la moglie. Era di destra. Diceva che quelli di sinistra non combinano niente. Glielo diceva suo marito.</p>
<p><strong>Molto profonda. Altre colleghe? </strong></p>
<p>C’era la quarantenne con due figli che ogni giorno si faceva sessanta chilometri per venire e sessanta per tornare, per cercare i piazzare prodotti di cui non sapeva nulla e che nulla le interessavano. E tutto in questo senso costante di precarietà. E c’era pure la venticinquenne con apparenti problemi di stomaco che ogni mezz’ora andava in bagno. Abbiamo scoperto dopo che in borsa aveva la bottiglia di whiskey. E poi la diciottenne che parlava solo di profumi e vestiti.</p>
<p><strong>Tra di voi parlavate di politica? </strong></p>
<p>Quasi mai. Erano quasi tutte di destra. E grandi utenti di telenovele. Comunque, il lavoro è presto peggiorato.</p>
<p><strong>Cosa è successo? </strong></p>
<p>Era evidente che i super progetti di espansione erano una bufala. Quindi, quando le cose si sono messe male, al posto del contratto a tempo indeterminato ci è stato proposto di essere assunte tramite agenzia interinale.</p>
<p><strong>Cioè? </strong></p>
<p>Noi rimanevamo al nostro posto, ma  a questo punto affittate da un’agenzia esterna. Con contratti trimestrali. Secondo loro era un’idea stupenda, che avrebbe migliorato le nostre condizioni di lavoro nel giro di breve tempo. Fino a quando si fosse superato quel breve periodo di impasse e ci avrebbero assunte a tempo pieno.</p>
<p><strong>E qua subentra l’agenzia interinale. </strong></p>
<p>Sì. Noi rimanevamo al nostro posto di lavoro, ma a occuparsi del nostro trattamento lavorativo, della nostra posizione previdenziale e di tutte queste cose era un’agenzia esterna. Questo concedeva ai padroni un grande vantaggio. Innanzitutto di non doversi assumere nessuna responsabilità diretta. Inoltre di ridefinirci come merce lavoro assolutamente interscambiabile, pur entro condizioni contrattuali studiate appositamente a loro vantaggio. Inoltre, la nostra presenza non intaccava in alcun modo il loro fondo liquidazioni, che sul piano aziendale è un fattore molto importante… Per il loro bilancio.</p>
<p><strong>Sul piano personale è cambiato qualcosa? </strong></p>
<p>No. Ma il datore di lavoro non era più il mio datore di lavoro. Un gioco di prestigio. Inoltre, era evidente che il contratto a tempo indeterminato si allontanava sempre di più. Anzi. Diventava una pura utopia prima e poi una vera menzogna. Le cose andavano sempre peggio…</p>
<p><strong>Come mai? </strong></p>
<p>Ommnitel e Vodafone hanno capito che c’era una potenziale concorrenza minore e si sono date presto da fare per spazzare via gli antagonisti al duopolio. Le nostre offerte erano sempre meno concorrenziali.</p>
<p><strong>E cosa è successo? </strong></p>
<p>C’era molta tensione. La “bolla”, nel giro di qualche mese stava scoppiando. E me ne sono andata via prima che fossi licenziata. Come è successo di punto in bianco a tutte le altre dipendenti dell’azienda.</p>
<p><strong>E poi cosa hai fatto? </strong></p>
<p>C’è un altro episodio che vorrei raccontarti, prima. Il rapporto diretto con i nostri “capi”, che poi erano dei ragazzini. Un giorno uno è venuto da me e diceva che dovevamo rendere di più perché l’averci (ri)assunte tramite agenzia interinale a loro costava molto, era stato un grosso sforzo per migliorare la nostra condizione. Ero furiosa. Era evidente che giocasse sulla mia totale incoscienza della mia posizione. Un paternalismo padronale falso dalla testa ai piedi. E meno male che mi ero informata. Che non avevo voluto essere pura merce. Gli ho spiegato che quello che mi diceva erano solo falsità. E l’ho zittito. Anche lui, in fondo, non è che ne sapesse molto più di me. Arrivavano i dettami dall’”alto”. L’alto non sapevamo che cosa fosse. Neppure i nostri “capi”.</p>
<p><strong>E così ti sei licenziata. </strong></p>
<p>Di nuovo senza lavoro. E quindi daccapo. Di nuovo all’agenzia interinale. La seconda esperienza è stata forse ancora più folle.</p>
<p><strong>Di cosa si trattava? </strong></p>
<p>Dovevo coordinare un’agenzia di distribuzione volantini. Stavo in un ufficio e avevo a che fare con il lavoro di un gruppo di “padroncini” (possessori di auto) tutti extracomunitari con la partita iva, che ogni giorno raccoglievano un po’ di compaesani e, pagandoli in nero, li mandavano in giro a distribuire questi volantini. Quindi una struttura gerarchica apparentemente regolare, dove c’era un gruppo dirigente, delle impiegate, dei liberi professionisti che svolgevano il loro lavoro in realtà subaffittandolo a dei poveracci letteralmente trattati come degli schiavi.</p>
<p><strong>Quanto è durata, questa esperienza? </strong></p>
<p>Il tempo di capire di cosa si trattasse. Una settimana. Poi me ne sono andata. Ho anche partecipato a un processo…</p>
<p><strong>Un processo? </strong></p>
<p>Un processo in cui uno dei “liberi professionisti” alle nostre dipendenze (ma ti immagini, tra l’altro, un extracomunitario che non sa neanche l’italiano, che deve aprirsi una partita iva e gestirsela?) era stato accoltellato da uno dei suoi “lavoratori”. Un’esperienza orribile. Credo che la fantascienza reale si trovi nelle mille diramazioni del mondo del lavoro. Anche se uno finisce per conoscere solo quelle in cui incappa. Anche se quando si ha bisogno di soldi per vivere non si ha il tempo necessario per capire e rivendicare più di tanto le proprie posizioni. Specialmente in un sistema studiato per mettere tutti contro tutti. Specialmente quando hai bisogno di soldi e non puoi permetterti di guardare troppo per il sottile, e ti devi adeguare. Mi fa un po’ senso, oggi, l’immagine dell’operaio, inteso come elemento di una classe, che rivendicava i propri diritti. Recentemente ho visto un bellissimo film.</p>
<p><strong>Quale? </strong></p>
<p><em>La classe operaia va in paradiso</em>. Che mi ha ricordato, per altri versi, <em>La califfa</em>. Quello che contraddistingueva quei film era che c’erano dei padroni. Oggi non ci sono più. Ci siamo noi. Ma quel noi è fatto di singole unità. Di produzione. Tutto qui. E allora, cosa fare?</p>
<p><strong>Tu cosa hai fatto? </strong></p>
<p>Ho trovato lavoro come speaker in una radio. E’ durato poco. Gli intenti della radio erano puramente commerciali, e una radio che fa solo pubblicità non serve a nulla, anche se potrebbe essere un ottimo modello di radio verità… Nel frattempo facevo anche un altro lavoro. Lavoravo per le Pagine Gialle. Vendevo spazi pubblicitari per loro. Sempre tramite agenzia interinale. In questa fase della mia vita mi trovavo, sul piano lavorativo, divisa in due. Da una parte ero libera professionista, con partita iva aperta, dall’altra dipendente di un’agenzia interinale.</p>
<p><strong>Un quadro molto complesso. </strong></p>
<p>Complesso e insostenibile. Ma la cosa più difficile è che è dura da raccontare. Specialmente quando ci sono persone che sono messe peggio di te. Che fanno quattro o cinque lavori al giorno per tirare avanti, che non hanno il tempo materiale per dire a nessuno come fanno, a tirare avanti, anche perché a nessuno interessa.</p>
<p><strong>E’ il nuovo miracolo italiano. </strong></p>
<p>Forse. Di miracoloso ha che si riesce ad andare avanti lo stesso. Comunque, la mia vita ha avuto un cambio netto quando ho seguito il mio fidanzato, ricercatore universitario, in Inghilterra. In Inghilterra esistono i “Job Center”, e sono molto efficienti”…</p>
<p><strong>In pratica, i corrispettivi dei nostri uffici di collocamento. </strong></p>
<p>Sì, sarebbe proprio la traduzione letterarale di “ufficio di collocamento”. Solo che in Italia non ho capito bene a cosa servano. A me non risulta nessuno che sia stato chiamato per un lavoro da un ufficio di collocamento. Quando mi iscrissi, dopo il diploma, mi fecero un libretto con scritto “impiegata di concetto”. Gli ho chiesto cosa voleva dire. Mi hanno detto che si scrive così.</p>
<p><strong>Bellissima risposta. Torniamo in Inghilterra. </strong></p>
<p>Come ti dicevo, in un “job center”, nel corso di una settimana, ho trovato lavoro. E non ho mai avuto problemi, da questo punto di vista. In Inghilterra esiste un’estrema flessibilità. Ma è molto tutelata. C’è il sussidio di disoccupazione per chi il lavoro non ce l’ha, e c’è la possibilità reale di cambiare lavoro con estrema facilità, addirittura “scegliendo” quello che ti piace di più. E questo per un’italiana, come me, che con l’inglese non se la cavava benissimo.</p>
<p><strong>In Inghilterra esistono le agenzie interinali? </strong></p>
<p>Certo. Ma funzionano benissimo le agenzie di collocamento.</p>
<p><strong>Cosa consiglieresti a un giovane in cerca del primo lavoro? </strong></p>
<p>Di stare molto attento a quello che gli propongono, a cosa firma, di guardare la “sostanza” e non le promesse di guadagni mirabolanti. Questo è quello che oggi rimane, per me, di una coscienza politica individuale che non sia chiacchiera televisiva.</p>
<p><strong>A proposito, politicamente come ti schieri? </strong></p>
<p>Sono di sinistra e lo sono sempre stata. Voto i Verdi anche se non condivido tutte le loro posizioni, come forse è naturale per una persona che pensa. O no?</p>
<p><strong>Certo. Cosa ne pensi di Rifondazione? </strong></p>
<p>Mi ha molto ferito ai tempi del “salto nel buio”. Il governo Prodi era un’esperimento di governo di centrosinistra che meritava una chance. Molto di più di quell’incubo del governo D’Alema, che non reputo di sinistra, con Cossiga e quegli altri personaggi che hanno aperto poi la strada al secondo governo Berlusconi.</p>
<p><strong>Cosa ne pensi dell’idea della Sinistra Europea? </strong></p>
<p>Mi sembra necessaria. Oggi più che mai. Ma mi auguro con tutta me stessa che in un modo o nell’altro la parola “comunista” non sparisca mai, perché è oggi è più che mai attuale. Perché è l’unico antidoto a figuri come Ignazio La Russa che stanno devastando l’Italia.</p>
<p>____________________________________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>Liberazione</strong>, gennaio 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/11/affittasi-lavoro/">Affittasi lavoro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Professione: promessa sposa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/09/professione-promessa-sposa/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2005 14:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><strong>Maria Giovanna</strong> è bella. Ha ventidue anni e una storia di lavori precari e improbabili. Miraggi di lavori. Miraggi di successo che l’hanno spinta da un piccolo paese della <strong>Sardegna</strong> alla grande metropoli del Nord. Questa è la sua storia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/09/professione-promessa-sposa/">Professione: promessa sposa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Herz.gif" border="0" alt="Herz.gif" hspace="4" vspace="2" width="120" height="96" align="left" /><strong>Maria Giovanna</strong> è bella. Ha ventidue anni e una storia di lavori precari e improbabili. Miraggi di lavori. Miraggi di successo che l’hanno spinta da un piccolo paese della <strong>Sardegna</strong> alla grande metropoli del Nord. Questa è la sua storia.<br />
<span id="more-829"></span><br />
<strong>Dopo il diploma…</strong></p>
<p>Dopo il diploma ho lavorato per un po’ come apprendista parrucchiera. Però non mi pagavano. Dicevano che intanto imparavo il mestiere, e che a diciotto anni non si può pretendere di guadagnare uno stipendio…</p>
<p><strong>E quale sarebbe l’età in cui si può guadagnare? </strong></p>
<p>Non lo so! Dovresti chiederlo a loro. Sicuramente spacciando pasticche si guadagna subito. E non è un mestiere difficile. Ma non mi interessa. Sono rimasta a casa per qualche mese. Aiutavo mia madre a fare le pulizie. Poi un giorno su un giornale femminile ho letto un’inserzione…</p>
<p><strong>Cosa diceva? </strong></p>
<p>A Milano cercavano ragazze di bella presenza per lanciarle nel mondo della moda e della pubblicità. Vantavano di essere la più grande agenzia milanese. Ho risposto all’inserzione mandando anche alcune fotografie.</p>
<p><strong>E cosa è successo? </strong></p>
<p>Mi hanno scritto una lettera dicendo che avevo un volto estremamente interessante e mi hanno fissato un appuntamento, a Milano. Era come un sogno. Dal paesino agli splendori della moda. Avevano scelto proprio me. A Milano ho una zia. Le ho chiesto se poteva ospitarmi per qualche tempo e così sono andata da lei.</p>
<p><strong>Come è stato l’impatto con la metropoli? </strong></p>
<p>Mi sembrava di essere in un videogioco. Tutto velocissimo. All’inizio la vedevo dall’esterno, come fosse un film. Mi sembrava che non ci potessi entrare, che potessi guardarla solo dall’esterno. Mi sentivo sola. In un paese è completamente diverso. Si conoscono tutti. Mia zia comunque è stata molto gentile. Lei abita lì da anni. Mi ha spiegato che anche lei all’inizio si sentiva smarrita. Ma poi con il tempo sono arrivati il lavoro, le amicizie…</p>
<p><strong>Già, il lavoro… Com’è andata con l’agenzia di moda? </strong></p>
<p>Terrificante.</p>
<p><strong>Perché? </strong></p>
<p>Perché era tutto falso!</p>
<p><strong>Cioè? </strong></p>
<p>Sembrava di essere dal dentista. Ma un dentista di lusso. Una vera e propria agenzia, con poster di modelle e modelle dappertutto. Con decine di ragazzi e ragazze da tutta Italia. Molti accompagnati dai genitori. Altri, come me, da soli. Seduti ad attendere il proprio turno. Come dal dentista, appunto. Uno ad uno ci chiamavano per compilare un modulo.</p>
<p><strong>Cosa c’era scritto sul modulo? </strong></p>
<p>Non lo ricordo bene. Però si alludeva al fatto che l’incontro non era in alcun modo impegnativo, e che era mia facoltà lasciare loro i miei dati per tenermi informata su altre iniziative.</p>
<p><strong>Altre iniziative? </strong></p>
<p>Altre opportunità di inserimento nel mondo della moda… Cose di questo genere. Comunque, ho compilato il modulo, l’ho consegnato, e dopo una mezz’ora mi hanno chiamata…</p>
<p><strong>E cosa è successo? </strong></p>
<p>Sono entrata in una stanzina, una signora mi ha fatto un paio di domande, mi ha misurato l’altezza e ha detto che ero troppo bassa per fare la modella. Però…</p>
<p><strong>Però? </strong></p>
<p>Però avrei potuto avere molte altre possibilità. Diceva che potevo esprimermi attraverso il corpo, esprimere il mio talento, perché la mia bellezza era particolare e meritava di essere valorizzata al meglio.</p>
<p><strong>E come? </strong></p>
<p>E qui sta la fregatura. Avrei dovuto iscrivermi a un corso dove mi avrebbero insegnato coreografia, portamento e non so cos’altro. Il corso costava qualcosa come millecinquecento euro e durava una settimana. La tipa mi ha dato tutti i documenti da compilare per iscrivermi e mi ha augurato di rivedermi al più presto.</p>
<p><strong>E tu? </strong></p>
<p>Ci sono rimasta malissimo, è ovvio. Ho parlato con altri ragazzi, un gruppo di diciottenni di Bari che aveva risposto al mio stesso annuncio e si era fermato a parlare fuori dall’agenzia. Anche loro con sottobraccio i moduli per iscriversi alla scuola del successo. Se non è una truffa questa! Ho buttato via tutto. Sono tornata a casa, da mia zia. La sera ho parlato con i miei genitori. Mi hanno chiesto se mi avevano “asssunta”. Ho dovuto rispondere la verità. Atroce. Anche perché loro mi avevano sconsigliato di partire. Perché non si diventa fotomodelle rispondendo a un annuncio, mi avevano detto. E avevano ragione loro. Da quel momento mi è sembrato tutto un incubo. Cosa ci facevo a Milano? Però volevo restare lì, volevo provarci. Ho fatto diversi colloqui, ho girato molto… Mi piaceva la metropolitana… Mi ricordo un cartello pubblicitario, in metropolitana…. Da quel cartello ho capito in che mondo mi trovavo…</p>
<p><strong>Cosa diceva? </strong></p>
<p>Era la pubblicità di una scuola che ti insegnava le tecniche per avre successo ai colloqui di lavoro! Non è folle? Rispondo a un annuncio di lavoro e mi propongono una scuola per potere avere delle possibilità di accedere al lavoro che mi avevano promesso. Me ne vado schifata. E poi in metropolitana vedo un cartello dove ti chiedono dei soldi per iscriverti a una scuola che ti insegnacome fare un colloquio. Ma che senso ha?</p>
<p><strong>Il senso di un’enorme finzione. </strong></p>
<p>Appunto. Intanto ero disoccupata in una città dove non conoscevo nessuno a parte mia zia, che mi consiglia di iscrivermi a un’agenzia interinale. Io non sapevo neanche cosa fosse, un’agenzia interinale. In pratica, un’agenzia interinale è un posto dove ti affittano a un padrone, così se c’è qualcosa che non va manca il rapporto diretto con il datore di lavoro, sei una cosa in prestito, se ho capito bene… Comunque vado lì, dò i miei dati e dopo qualche giorno mi chiamano dicendo che c’è un’agenzia matrimoniale che potrebbe avere bisogno di me…</p>
<p><strong>Un’agenzia matrimoniale? </strong></p>
<p>Un’agenzia matrimoniale. Non capivo assolutamente cosa volesse dire. Forse come segretaria. All’inizio ho pensato che dovevo fare la segretaria…</p>
<p><strong>E invece? </strong></p>
<p>E invece vado in questa agenzia, una signora esagitata mi spiega che un’agenzia matrimoniale è un servizio sociale, che serve a rendere felici migliaia di persone, mi sembrava un’invasata, parlava di missione, di una grande missione per rendere felice l’umanità.</p>
<p><strong>Addirittura! </strong></p>
<p>E non smetteva di parlare. Mi ha fatto una testa così. Mi ha detto che tutti, dai tempi di Adamo ed Eva, hanno diritto ad avere un compagno o una compagna, che c’è scritto anche nella Bibbia: “crescete e molteplicatevi”. Mi ha fatto una testa così! Ero letteralmente stordita.</p>
<p><strong>Ma il lavoro? </strong></p>
<p>Piano piano ci è arrivata. E non credevo alle mie orecchie.</p>
<p><strong>Di cosa si trattava? </strong></p>
<p>L’ha presa molto alla lontana, il lavoro che doveva propormi. Del resto era un’ora che parlava. Mi ha fatto tutto un pistolotto sulla crisi dei valori, sul fatto che oggi le persone badano più all’apparenza che alla sostanza…</p>
<p><strong>Alla sostanza? </strong></p>
<p>Alla sostanza dell’amore…</p>
<p><strong>Non ci capisco più niente. </strong></p>
<p>Non ci capivo nulla neanch’io! Però il suo discorso aveva una meta. Che era questa. Alla sua agenzia matrimoniale si iscrivono un sacco di uomini che, vivendo in un mondo effimero, hanno valori effimeri. E quindi badano all’apparenza. Però l’amore non è apparenza…</p>
<p><strong>E’… sostanza? </strong></p>
<p>Una cosa così. Al primo livello è apparenza. Poi è sostanza. Così diceva l’invasata.</p>
<p><strong>E tu, in tutto questo, cosa c’entravi? </strong></p>
<p>Io, è chiaro, dovevo fare l’apparenza.</p>
<p><strong>Cioè?! </strong></p>
<p>Essendo una bella ragazza, il mio compito era quello di uscire la prima sera con i clienti dell’agenzia, farli innamorare di me e poi sparire.</p>
<p><strong>Che senso ha? </strong></p>
<p>Secondo quella donna, un senso altamente morale. Superata l’illusione iniziale, l’ideale astratto, che poi sarei stata io, il cliente dell’agenzia avrebbe perso le pretese assurde di mettersi con una “bellona” e avrebbe valutato con più oculatezza le altre proposte dell’agenzia…</p>
<p><strong>E cioè? </strong></p>
<p>Donne di mezza età che come gli uomini si erano iscritti all’agenzia pagando per cercare un compagno… Il mio ruolo era quello di “fittizia”, o di “civetta”. Era ben remunerato e aveva un valore sociale. Per quella tipa. Ovviamente, c’erano i “fittizi” anche per le donne…</p>
<p><strong>Hai accettato? </strong></p>
<p>Sì. Avevo bisogno di soldi. Ho provato.</p>
<p><strong>E cosa è successo? </strong></p>
<p>Dopo due giorni mi hanno chiamato dall’agenzia e mi hanno detto che avrei avuto quella sera stessa un appuntamento a una certa ora in un certo ristorante. Lì avrei trovato un signore ben vestito, sui cinquant’anni, con la barba, stempiato, e un mazzo di rose rosa. Mi sarei dovuta presentare come Barbara e sedermi con lui.</p>
<p><strong>Cosa che è avvenuta. </strong></p>
<p>Puntualmente. In perfetto orario. Come a un appuntamento galante. Solo che era tutto finto. E appena ho visto quell’uomo mi sono sentita una schifezza.</p>
<p><strong>Perché? </strong></p>
<p>Perché lo stavo prendendo in giro. Perché ero peggio di una prostituta.</p>
<p><strong>Addirittura? </strong></p>
<p>La prostituta, in fondo, dà ciò per cui è pagata….</p>
<p><strong>In effetti…</strong></p>
<p>Comunque, siamo stati in silenzio per qualche minuto. Poi quell’uomo mi ha chiesto perché mi ero iscritta all’agenzia matrimoniale. Gli ho risposto con quello che mi avevano detto di riferire.</p>
<p><strong>Cioè? </strong></p>
<p>Che avevo avuto soltanto delusioni. E cercavo l’uomo giusto.</p>
<p><strong>E lui? </strong></p>
<p>Ha detto che si trovava nella stessa situazione. Mi faceva pena. Era gentilissimo. Continuava a versarmi da bere. Alla fine ero davvero ubriaca. E non ce l’ho fatta più. Gli ho raccontata tutta la verità.</p>
<p><strong>E lui? </strong></p>
<p>E’ sbiancato. Mi ha ringraziata. Mi ha abbracciata. Mi ha chiamato un taxi. Non credo che abbia continuato, con l’agenzia.</p>
<p><strong>E tu? </strong></p>
<p>Il giorno dopo sono tornata in Sardegna.</p>
<p><strong>E quelli dell’agenzia matrimoniale? </strong></p>
<p>Mai più sentiti.</p>
<p><strong>E l’agenzia interinale? </strong></p>
<p>Neppure. Come fosse stato tutto un sogno. Un brutto sogno.</p>
<p><strong>E adesso, cosa fai? </strong></p>
<p>Aiuto mia madre in casa. Cerco lavoro.</p>
<p>_________________________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>Liberazione</strong>, dicembre 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/09/professione-promessa-sposa/">Professione: promessa sposa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il presepe in una cozza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/il-presepe-in-una-cozza/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2004 00:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Non avevo mai riflettuto sul fatto che l’opposto di “<strong>consumatore</strong>” è “<strong>conservatore</strong>”, in uno psichedelico cozzo di campi semantici con conseguenti, oscene effrazioni ideologiche. Del resto, è anche un fatto d’identità: “La Coop sei tu: Chi può darti di più?”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/il-presepe-in-una-cozza/">Il presepe in una cozza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/presepcozza.jpg" border="0" alt="presepcozza.jpg" hspace="4" vspace="2" width="165" height="188" align="left" />Non avevo mai riflettuto sul fatto che l’opposto di “<strong>consumatore</strong>” è “<strong>conservatore</strong>”, in uno psichedelico cozzo di campi semantici con conseguenti, oscene effrazioni ideologiche. Del resto, è anche un fatto d’identità: “La Coop sei tu: Chi può darti di più?”. Ma parlando di presepi, all’identità tutto sommato massificante delle statutette della <strong>Coop</strong> il mondo della Rete sa dispiegare tutto lo spettro che l’attuale ontologia dei consumi ci permette di godere e finalmente di essere.<br />
<span id="more-798"></span><br />
<strong>www.glamouronline</strong> ci informa del presepe più figo dell’anno, quello allestito al museo delle cere di <strong>Madame Tussaud</strong>, con i coniugi <strong>Beckham</strong> che fanno <strong>Gesù</strong> e <strong>Maria</strong>, <strong>Blair</strong>, <strong>Bush</strong> e il <strong>duca di Edimburgo</strong> che fanno la parte dei <strong>Re Magi</strong>, <strong>Hugh Grant</strong> e <strong>Samuel L. Jackson</strong> sono i pastorelli mentre <strong>Kilye Minogue</strong> è un angioletto oltremodo sexy. Manca <strong>Berlusconi</strong>, che probabilmente fa direttamente Dio ed è quindi invisibile e sovra tutto sta e discetta.</p>
<p>Scendendo sul piano della realtà nostra fatta di acquisti e gioia immediata (da consumo), il sobrio e concreto <strong>eBay</strong> offre uno stupendo presepe portatile costituito da un tronco cavo d’albero all’interno del quale ci stanno <strong>Gesù</strong>, <strong>Giuseppe</strong> e <strong>Maria</strong>. Il prezzo d’asta è di soli sei euro.</p>
<p>Quella dei presepi portatili è un’ottima soluzione alle esigenze dell’uomo e della donna moderni. Finito il tempo dei telefoni fissi (o “stanziali”, come si dice oggi), ciascuno porta il proprio telefono con sé oppure, letteralmente, lo indossa, e lo stesso succede anche con il presepe, come nel caso del comodissimo “minipresepe” (20 euro) proposto da <strong>www.naturalgarden.com</strong>, alto 12 cm. E da tenere comodamente nella tasca della giacca, assieme al palmare.</p>
<p>Anche se il premio al presepe più portatile dell’anno va probabilmente al maestro <strong>Raffaele Tiscione</strong> di <strong>Napoli</strong>, che realizza presepi portatili di soli 3 cm e costruiti all’interno di una cozza (su <strong>www.presepiinminiatura.it</strong>).</p>
<p>Bello ma delicato da maneggiare è il presepe di vetro dentro palla di vetro soffiato con decorazioni in oro, ha un diametro di 8 cm. E costa solo 5,50 euro su <strong>www.regalicuriosi.com</strong>.</p>
<p>I più raffinati e tradizionalisti seguaci del presepe di dimensioni standard potranno invece godere quest’anno di tutta una serie di optional irrinunciabili, ad esempio il “variatore di luci in dissolvenza” (si compra su <strong>www.filcos.com</strong>) che altro non è che un impianto dotato di lampadine blu gialle e bianche che si accendono e spengono a seconda dell’ora del giorno del vostro presepe, consentendo tra l’altro ai più frettolosi di consumare la settimana santa nel giro di pochi minuti, come in un disco a 78 giri o in una pellicola d’inizio Novecento.</p>
<p><strong>www.sottocoperta.net</strong> ci consiglia invece come costruirci un presepe con i mattoncini del <strong>Lego</strong>, utilizzando come possibili varianti ai personaggi della natività cristiana i gloriosi giocatori del <strong>Subbuteo</strong> (anche se la <strong>Madonna</strong> crea qualche problema d’allestimento).</p>
<p>Svariati sono i libri che ci spiegano come si costruiscono i presepi con la carta (uno su tutti: <strong>Natale in origami</strong>, di <strong>Luigi Leonardi</strong> e <strong>Enzo Riuscitti</strong>, euro 15), meno quelli che ci calano nell’arte del presepio fatto di pasta salata (un titolo tra tutti: <strong>L’abc della pasta salata</strong>, di <strong>Patrizia Premoli</strong>, sempre 15 euro).</p>
<p>Personalmente, il presepe mi riporta indietro di trent’anni, quando all’ultimo momento ci si accorgeva che “bisognava fare il presepe” e lo si improvvisava nel modi più disparati. Mi piaceva, differentemente dai miei genitori, un presepe fantasioso e ricco di contaminazioni. E quindi, sul tappeto di muschio strappati dal muro del vicino di casa e attorno alla capanna comperata per seimila lire nella bottega della parrocchia, ci mettevo i soldatini atlantic e i tirannosauri in plastica, le riproduzioni di <strong>Topolino</strong> del formaggino Mio e usavo gli smarties come pietre decorative (da bambino pensavo che essendo il natale magico anche le pietre fosssero magiche nel luogo dove si è compiuto, quindi era normale che avessero il cioccolato dentro).</p>
<p>Ma i miei genitori non apprezzavano i miei sforzi di fantasia e buttavano via tutto. “Il presepe lo facciamo l’anno prossimo, quando sarai diventato normale come tutti gli altri bambini”. Dopo qualche anno ho lasciato perdere. Niente più presepi. Niente più infanzia. Niente più “normalità”. Specialmente quest’ultima. Che non ho mai capito cosa sia. Esiste, un “presepe normale”?</p>
<p>___________________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>l&#8217;Unità</strong>, 20 dicembre 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/il-presepe-in-una-cozza/">Il presepe in una cozza</a></p>
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		<title>Il Presepio di Manganelli</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2004 23:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giorgio Manganelli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><em>Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell’imminenza del Natale.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/il-presepio-di-manganelli/">Il <i>Presepio</i> di Manganelli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/0938_r.jpg" border="0" alt="0938_r.jpg" hspace="4" vspace="2" width="93" height="145" align="right" />di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><em>Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell’imminenza del Natale.</em><br />
<span id="more-797"></span><br />
<em>L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel sentimento, discontinuo durante tutto l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre. </em></p>
<p>Con questa sublime irruenza metafisica (“Sostenibile ancora?”, chioserebbe <strong>Rainer Maria Rilke</strong> di fronte ai suoi angeli di pura astrazione letteraria) inizia <strong>Il Presepio</strong> di <strong>Giorgio Manganelli</strong>, forse il più devastante trattato filosofico sull’<strong>horror vacui</strong> natalizio, e il più attuale, se ancora attorno a improbabili presepi si sono strette milioni di famiglie tre mesi dopo l’11 settembre 2001, se tutt’ogggi il presepe (o “presepio”, come <strong>Manganelli</strong> lo chiama) è una condensazione freudiana di spie di un teatro improvvisato con meticolosità sui bordi del nulla, e che nel nulla tracima gioiosamente, come in un’allegoria medioevale (s)finita in <strong>Odissea 2001 nello spazio</strong> di <strong>Kubrick</strong>.</p>
<p><strong>Manganelli</strong> (con <strong>Landolfi</strong>) è lo scrittore del nostro Novecento che più ha saputo scomporre l’empietà ideologica del linguaggio letterario in puro feticcio, in scarto residuale di umanità non più data, come disumano del resto è il suo “presepio” burroghsiano e organico, drogato e moribondo. Un viatico per la disperazione che è al contempo un sommo esercizio di retorica che è anche teologia senza seduzioni (come lo è la testa della <strong>Madonna</strong> corrosa dai vermi, il giorno dopo, <strong>The Day After</strong> il Natale), come già nelle pagine vertiginose di <strong>Dall’Inferno</strong> (dove il protagonista vagava nel Nulla con le viscere smangiate da una bambola pazza che gli abitava l’anima, sostituendola con escrementi), o nell’esplosione ineluttabile di <strong>Sconclusione</strong>, forse il più radicale tra i libri di Manganelli.</p>
<p>La vita (<strong>il pneuma</strong>) è l’ossessione di Giorgio Manganelli, e la sua raggelata messa in scena salvifica, il presepe, non può che esserne esiziale parodia. C’è un filo insospettabile che unisce la lamiere gaudenti di <strong>Ballard</strong> alla candida terracotta di Manganelli: la loro oscena fisicità, la presenza nel mondo e quindi l’ascrizione nel campo del Desiderio che il Natale vorrebbe sospendere in un museo merceologico (e mistico, feticistico) che il teologo (il coprologo, il leopardiano analista di scarti biologici rimasti a marcire sul mercato della cultura) Manganelli liquida per sempre, fino al presepe che diventa “muto”, quello che celebra, alla fine del mese, “l’eterna morte dell’anno” che non ha più nulla del dionisiaco folleggiare attorno all’eterno ritorno nietzschiano ma è soltanto il logo spento di una desolazione assoluta, quella “notte senz’anima” che <strong>San Giovanni della Croce</strong> celebrava come delizia estrema dei suoi tormenti e Manganelli butta nella spazzatura tra gli avanzi del cenone di Natale.</p>
<p>Una grande cena (<strong>The Last Supper</strong>?) acidamente contaminata, come in <strong>Wahrol</strong>, da marche di prodotti di largo consumo: fino all’apparizione, in controluce, del consumo ultimo, quello della morte che nel <strong>Presepio</strong> di Manganelli divora anche Dio, il libro stesso, l’autore, il Novecento, la nefasta decisione di affidare a un libro non certo la salvezza ma il proprio tempo, che Manganelli non sospende ma accelera. Come <strong>Leopardi</strong>, come <strong>Carmelo Bene</strong>. Come chiunque abbia saputo spazzare via i feticci anteposti al consumo inesorabile del tempo. Buon Natale.</p>
<p><strong>Giorgio Manganelli</strong>, <strong><em>Il Presepio</em></strong>, Adelphi, 1992.</p>
<p>_______________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>Liberazione</strong>, 19 dicembre 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/il-presepio-di-manganelli/">Il <i>Presepio</i> di Manganelli</a></p>
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		<title>Viaggio a Tokyo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/12/06/viaggio-a-tokyo/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2004 22:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong> L’impero dei segni è esploso. La grande bolla non c’è più, e la sua schiuma cola da tutte le parti, grassa di merci e corpi, immaginari o reali poco importa, vischiosa di immagini. Come un caleidoscopio impazzito, sottoposto alle maree del mercato, <strong>Tokyo</strong> combina i propri colori e li dissolve in infinite forme differenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/06/viaggio-a-tokyo/">Viaggio a Tokyo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong> <img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/tokio.jpg" border="0" alt="tokio.jpg" hspace="4" vspace="2" width="250" height="205" align="left" />L’impero dei segni è esploso. La grande bolla non c’è più, e la sua schiuma cola da tutte le parti, grassa di merci e corpi, immaginari o reali poco importa, vischiosa di immagini. Come un caleidoscopio impazzito, sottoposto alle maree del mercato, <strong>Tokyo</strong> combina i propri colori e li dissolve in infinite forme differenti. Tutte da desiderare. Tutte da comprare. E’ il mondo che è approdato al futuro e lieto di questo continua a proiettarsi le immagini di sé. E’ un mondo che ti schiaccia. Ti culla in una melodia fatta di milioni di note eseguite allo stesso momento. <span id="more-767"></span> <strong>Tokyo</strong> non si può capire. Non si può pensare che sia fatta in un modo o in un altro. Ce n’è troppa, di <strong>Tokyo</strong>. Lo vedi da subito, dalla foresta di cartelli che dappertutto ti rimandano a qualcos’altro.  Partiamo proprio da questi. Dalle segnalazioni. Da quelle scritte direttamente sulla strada. Mezza <strong>Tokyo</strong> ha dipinto per terra, sui marciapiedi, ogni dieci metri, una sigaretta sotto il simbolo del divieto. Vietato fumare. Vietato fumare per strada. Non tutte le strade. Ci sono <strong>strade per fumatori</strong> e non. Nelle <strong>strade per non fumatori</strong> ci sono locali dove è consentito gustarsi una sigaretta. Entri e delle ragazze ti consegnano volantini pubblicitari dove è spiegato che sì, fumare fa male, ma le sigarette del locale dove sei entrato fanno meno male delle altre. Ti siedi, fumi e guardi i video dei documentari che ti mostrano polmoni salutisti di fumatori delle sigarette pubblicizzate. Stai lì. Quando hai finito di fumare e hai imparato tutto sul fumo che fa male abbastanza, giusto quel tanto che ti consente di continuare a farlo, esci con il tuo volantino in mano e ti prepari a riceverne un’infinità di altri.  A <strong>Tokyo</strong> tutti ti danno volantini. Se sei straniero ti risparmiano quelli che propagandano commercio sessuale. I club erotici, le sterminate variazioni sul tema del legame tra commercio e sessualità sono negati agli stranieri. Dicono perché le ragazze giapponesi non vogliono avere a che fare con chi non mastica la lingua. La loro lingua. Torniamo ai volantini. Tutto è sempre in offerta speciale. Il mondo del futuro è speciale e costa poco. Questo dice di se stesso, il futuro. Quando si reclamizza. Bluffando come un governo italiano qualunque. Tecnologia a basso prezzo. Divertimento a basso prezzo. Carne a basso prezzo (la carne, in <strong>Giappone</strong>, costa moltissimo, specialmente quella di manzo, fatto ingrassare apposta a dismisura perché la cucina giapponese è da sempre povera di grassi).  A distribuire volantini sono spesso anziani. Sono ragazzi, ragazze, e vecchietti. Gli stessi vecchietti che trovi a frotte nei cantieri aperti ovunque. Fanno i lavori più umili. Il motivo è semplice. Se <strong>Tokyo</strong> è il futuro, come nel futuro che a noi ci attende e da loro è arrivato le pensioni non esistono più. Così a settanta anni ci si inventa un lavoro precario per tirare avanti. Futuro bellissimo. Futuro pieno di cartelli e di sconti. Di video pubblicitari e fame. Quando il mondo perde se stesso, quando la bolla esplode, quello che rimane è il racconto. Dirsi la propria magnificenza sull’orlo del baratro.  A accompagnarmi in questo viaggio nella Tokyo 2004 è Taro. <strong>Taro Okamoto</strong> ha 44 anni, ha tradotto in giapponese alcuni miei testi e parla un italiano fluente. Da poco ha pubblicato un libro di racconti sui modi di dire italiani che non hanno un corrispettivo in lingua giapponese. Taro è seduto con me ad un tavolino di <strong>Mister Donut</strong> a <strong>Shibuya</strong>, il quartiere di Tokyo a cui <strong>Ridley Scott</strong> anni fa si ispirò per il suo <strong>Blade Runner</strong>, e confronta con me la sua visione da giapponese innamorato dell’<strong>Italia</strong> con la mia concezione di Italiano curioso del Giappone.  Parliamo delle differenze culturali che ci distinguono, dalla politica ai costumi sessuali, dai rapporti con la tecnologia alle usanze gastronomiche. Si fa sera, a <strong>Shibuya</strong>. Io mangio una brioche ai fagioli dolci con un caffè lunghissimo, come si usa qua (il caffè più simile al nostro espresso lo si trova in prevalenza da <strong>Starbucks</strong>, multinazionale della pausa caffè che ha attecchito in tutto il mondo tranne che da noi, dove verrebbe subito stanato nel suo tentativo di imitare, in stile globalizzante, i caffé italiani). In strada si fa buio presto, alle cinque e mezza del pomeriggio è andato via e una marea di gente, in un carosello incessante di colori, ci passa davanti.  Innanzitutto, quindi, la politica. Il <strong>Giappone</strong> è incredibilmente conservatore. Da queste parti, la vittoria di <strong>Bush</strong> è stata salutata con grande calore. Ma poco di più. La politica non si critica apertamente. Se ne discute poco. Come in parte da noi in Italia negli ultimi oscuri anni. Il senso di impossibilità di un cambiamento reale, prossimo, il peggioramento continuo del senso di appartenenza sociale sono dei deterrenti notevoli al confronto. In Italia come in Giappone.  I giovani giapponesi sono troppo impegnati ad entrare in un sistema produttivo spietato, organizzato con sistemi gerarchici di matrice religiosa, per interessarsi di politica attiva. E’ una forma di lusso che è difficile concedersi in un paese dove la gente appena può si addormenta ovunque, in metropolitana, ai concerti, sulle panchine.  Eppure, nel crogiolo giapponese di realtà contrastanti, è in questo paese che resiste <strong>il più grande partito comunista del mondo</strong>, che ha sette milioni di voti ma è isolato e incapace di produrre alleanze. <strong>Pio D’Emilia</strong>, corrispondente del <strong>Manifesto</strong> e grande conoscitore del Giappone (si era impegnato, anni fa, a fianco di <strong>Naoto Kan</strong>, amico di <strong>Romano Prodi</strong>, nel tentativo di importare in Giappone un <strong>Ulivo</strong> del <strong>Sol Levante</strong>, fallito in un paese che del centrosinistra non riesce a digerire il concetto) mi raccontava dell’immobilismo del <strong>Partito Comunista Giapponese</strong>, del suo essere arroccato su posizioni nobili, riformiste realmente ma insensibili al dialogo con le masse sempre più grandi di precari, di giovani che non ce la fanno a tirare avanti e scelgono altre forme di cambiamento che con la politica non c’entrano nulla.  Ad esempio la scelta dell’<strong>eremitaggio</strong>. In casa propria. Da almeno in decennio in Giappone sono sempre di più i ragazzi che si rintanano nella loro cameretta e non escono più, per anni. Sono gli <strong>Hikikomori</strong>, i “<strong>rintanati</strong>”. Secondo le stime ufficiali, 70 mila. Secondo molti operatori sociali, molti di più. Le famiglie se ne vergognano e le istituzioni coprono per lo stesso motivo il fenomeno. Il mondo fuori e crudele e spietato e allora loro lo eliminano o meglio lo sublimano attraverso contatti più blandi, virtuali e meno intrusivi, essenzialmente il computer e il cellulare. Chattano per ore o meglio per anni. Fanno sesso virtuale su Internet. La mamma gli lascia il cibo fuori dalla camera. Loro escono il tempo di prendere il piatto e si rinchiudono nel mondo dell’irrealtà a consumare i pasti navigando come dei piccoli Ulisse senza futuro nella Rete. La grande illusione, la grande bolla esplosa.  Da <strong>Mister Donut</strong> la fauna umana è mista. Trionfano i piercing a fianco delle tradizionalissime, e per le istituzioni eccitanti, divise da marinaretta in minigonna delle studentesse. Chiedo a Taro di un altro fenomeno giapponese inquietante. L’aumento dei <strong>suicidi</strong>. In Giappone, ogni quindici minuti una persona si uccide. 30 mila persone all’anno. Il doppio di quelli che muoiono per incidenti stradali. Il triplo di quanti si ammazzavano negli Anni Ottanta, quando la bolla cresceva a dismisura e anche in Giappone tutti pensavano che saremmo diventati ben presto ricchi e felici.  Alle pendici del <strong>monte Fuji</strong> sono circa duecento i corpi senza vita che ogni anno vengono raccolti. Ora la polizia ha messo un sacco di cartelli con le scritte: “Non chiudetevi in voi stessi, parlatene con noi”, oppure “Pensate alla vostra famiglia”. Una delle ultime mode (oltre alle videoconferenze con il cellulare, un modo sempre più diffuso per incontrarsi con gli amici mentre ciascuno passeggia agli angoli più remoti della città) è il suicidio di coppia organizzato via internet. Si chiama “<strong>Shiniju</strong>” e gode di siti, sempre oscurati dalla polizia e sempre riaperti, dove si cercano partner non per incontri amorosi o sessuali ma per farla finita. Qua, uno dei bestseller è “<strong>Il manuale del suicidio</strong>” di <strong>Wataro Tsurumi</strong>. 83 ristampe, un milione e mezzo di coppie vendute. Giappone che soffre e non sa cosa farsene del proprio splendore.  Giappone che si vuol stordire nel godimento che assume forme sempre più paradossali e estreme, sfrenate ma insufficienti a arginare il proprio malessere in un edonismo di matrice anni Ottanta. Quei maledetti anni Ottanta dove ci siamo ubriacati di sogni guasti dai quali non riusciamo più a capire come svegliarci, in un coma politico che gonfia l’occidente di sogni che si consumano ogni giorno di più.  I giapponesi non hanno il senso del peccato ma vivono in modo molto forte il rispetto delle forme. Qua, se è difficile trovare due ragazzi che si scambiano effusioni per strada, nei “<strong>love motel</strong>” (alberghi a ore, spesso pacchianamente, disneylandianamente arredati per il sesso mordi e fuggi) come nelle migliaia di locali a tema specifico, accade di tutto.  I rapporti sadomaso, mi racconta <strong>Miko</strong>, ragazza giapponese che ha vissuto la maggior parte della sua vita a <strong>Milano</strong> con il padre, l’artista <strong>Katsumi Nakay</strong>, sono la norma. L’arte di legare il partner è una sofisticatissima parte del menage, quasi imprescendibile. Secondo Miko, il sesso sadomaso è un modo per sfogare la rigidità dei rapporti gerarchici in società. Le si prende dal capoufficio e si frusta la moglie. Mentre magari il capoufficio, per variare, si fa picchiare dalla prostituta di alto livello nei numerosissimi “<strong>dungeon</strong>” (saloni per giochi sadomaso, attrezzati con gogne, catene e aggeggi vari da gioiosa Santa Inquisizione) presenti in città.  Un&#8217;altra cosa che piace molto ai giapponesi è la pipì. E anche qualcos’altro. Di sadiana memoria. Tipo le gare di peti ed oltre. Di cui qui non parleremo. I numerosissimi sexy shop che affollano la città spesso si affiancano a templi shintoisti, senza che nessuno si turbi del blasfemo (per noi) accoppiamento. E una volta all’anno, a <strong>Jinia Mae</strong> (a tre ore di treno da Tokyo) c’è la festa del Fallo, il <strong>Matsuri</strong>. Un sacerdote benedice un immenso pene di legno che viene portato in processione per il paese, come una nostra Madonna, e le donne lo toccano, palpano, leccano. E’ un antichissimo rito di fertilità, rimasto immutato attraverso i secoli. L’anno scorso, sebbene l’ente nazionale del turismo tenda a pubblicizzarlo poco, ha visto affluirvi più di 100.000 persone in adorazione di fronte all’organo della riproduzione. Anche questo è Giappone.  C’è chi cerca di divertirsi e chi si uccide. Chi tira a campare e chi non riesce a farlo. Certo che la ricetta del liberismo selvaggio si rileva qui ancora più folle che altrove. Dalla vetrina di <strong>Mister Donut</strong> (dove gentilmente una cameriera mi riempie di nuovo la tazza del caffè che ho appena finito) si vedono passare anche gli homeless, i derelitti. Sempre più numerosi. Il lavoro è qualcosa di assolutamente effimero, qui. E’ facile perderlo. Ma anche trovarlo. E poi perderlo di nuovo. C’è chi non resiste a questi ritmi e a questa incarnazione costante, sulla propria pelle, della precarietà. Sono quindici milioni i giapponesi che vivono di “lavoretti”.  C’è un sistema di sovvenzione statale per la disoccupazione, ma è complesso e quasi inaccessibile, pochi ne riescono a usufruirne. Molti finiscono in mano alla mafia locali (gli <strong>Yakuza</strong>: paghe da miseria e 16 ore di lavoro al giorno, prestiti con interessi del 3000 per cento), altri scelgono di smetterla. Ad esempio quelli che ricorrono all’“evaporazione” (<strong>Johatsu</strong>): ci si mette in una scatola di cartone, vicino all’immondizia, e si attende. Quando arriva il carro per la raccolta dell’immondizia ci si lascia tritare, oppure all’ultimo momento si può sempre decidere di saltare fuori e ricominciare a provarci.  Si sono fatte le nove di sera. Vado in albergo. Domani torno in Italia. Torno alle vicende dei dissidi tra <strong>Follini</strong> e il <strong>Berlusca</strong>, all’epopea di <strong>Cogne</strong> e alle zuffe dell’“<strong>Isola dei famosi</strong>” commentate da <strong>don Mazzi</strong>. Questo mi aspetta. Mentre qui l’imperatore benedice l’Impero. Mentre si festeggia la vittoria di <strong>George Bush</strong>. Mentre la bolla esplosa colora il futuro di un’immensa, tutta terribilmente umana malinconia, nell’azzurrino elettrico che circonda i palazzi di ottanta piani, all’ombra del Sol Levante. Nel futuro che qui c’è adesso. Nel futuro che domani ci attende.  _____________________________  Pubblicato su <strong>Liberazione</strong>, 25 novembre 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/06/viaggio-a-tokyo/">Viaggio a Tokyo</a></p>
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		<title>I partigiani del conto in banca</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/30/i-partigiani-del-conto-in-banca/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2004 12:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Ciò che fa della <strong>Lega</strong> un’anomala forma di banditismo è il suo totale disprezzo delle istituzioni. <strong>Bossi</strong>, ai “suoi”, l’ha più volte ripetuto: “Andiamo al potere con la mafia perché così la possiamo combattere dal di dentro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/30/i-partigiani-del-conto-in-banca/">I partigiani del conto in banca</a></p>
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<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Calderoli.jpg" alt="Calderoli.jpg" align="left" border="0" height="135" hspace="4" vspace="2" width="100" />Ciò che fa della <strong>Lega</strong> un’anomala forma di banditismo è il suo totale disprezzo delle istituzioni. <strong>Bossi</strong>, ai “suoi”, l’ha più volte ripetuto: “Andiamo al potere con la mafia perché così la possiamo combattere dal di dentro”. Per <strong>Bossi</strong>, Berlusconi è un mafioso, oltre a essere un grande statista. E’ un mafioso di fronte alle masse di <strong>Pontida</strong>, è un grande statista quando si tratta di mantenere le poltrone della <strong>Lega</strong>.<br />
<span id="more-754"></span><br />
Alla base di tutto questo, c’è uno sprezzante rifiuto della storia, della giurisprudenza, della divisione dei poteri ed insomma di tutto quell’apparato di regole che fa di uno stato uno stato. Alla <strong>Lega</strong> non piace, lo stato. La sua “rivolta” ha attecchito negli strati più culturalmente arretrati di un nord crasso e bottegaio. E’ la rivolta degli ex poveri che hanno come valore lo schermo ultrapiatto e hanno abiurato qualunque ideale che non sia quello di richiudersi a casa protetti da una polizia che è meglio pagarsi da sé perché lo stato è mafia. Qualunque stato.</p>
<p>Come un virus lasciato libero dalle mancanze di difese immunitarie istituzionali, in questa Italia priva di punti di riferimento la <strong>Lega</strong> si ispira ai pionieristici tempi del west di <strong>John Ford</strong>, dove i bianchi sono i ricchi del nord e i pellerossa i poveri, dove ci si fa giustizia da sé perché non è possibile concepirne un’altra.</p>
<p>La taglia proposta da <strong>Calderoli</strong> per gli assassini di <strong>Lecco</strong> è l’ulteriore spia, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di che cosa questo governo rappresenti, raggruppando forze centripete che coesistono solo per non sparire sommersi dalle loro stesse menzogne, dall’allucinazione collettiva che chiamano governo. <strong>Forza Italia</strong> è un partito che fa gli interessi di un unico cittadino, <strong>Alleanza Nazionale</strong> gongola sull’immminente crollo del castello di menzogne costruite da quel singolo cittadino, per portare al potere il nuovo fascismo pragmatico e antisociale di <strong>Fini</strong>, mentre <strong>Follini</strong> occupa un brandello del potere democristiano che nella storia dell’Italia repubblicana per diritto quasi naturale sta lì, gonfio di sé.</p>
<p>Ma la <strong>Lega</strong> cosa c’entra? C’entra perché è proprio un governo delegittimato a darle forza. Appunto come un virus dentro un corpo malato. Un governo che vive di ricatti reciproci quotidiani, che si presenta agli italiani come una <strong>fiction</strong> dove gli aumenti fiscali sono storiche riduzioni delle tasse fa bene, alla <strong>Lega</strong> delle forche e delle taglie. E’ il mondo delle villette con gli antifurti, unità di desolazione sociale dove la famiglia agguerrita contro tutto ciò che attenti al proprio capitale, al valore postreligioso del proprio capitale, è il <strong>Male</strong> con la emme maiuscola.</p>
<p>Il male con la emme maiuscola non lo può combattere lo stato, specialmente quando è delegittimato a priori dall’ideologia che in questo caso lo ha creato. Il male lo si combatte di propria iniziativa, come fanno gli americani del medioevo bushiano attuale. A ciascuno il suo fucile, a ciascuno la libertà di farsi giustizia. Partigiani del proprio conto in banca, i leghisti alla <strong>Caldiroli</strong> sono pronti a una nuova resistenza per difendere i valori della cilindrata della propria macchina.</p>
<p>Complimenti allora a <strong>Silvio Berlusconi</strong> per come sostiene i propri interessi privati attraverso l’alleanza con questa presistorica, neopreistorica, indecente concezione della vita e della società. Complimenti ai nuovi cow-boys del Nord per sostenere a loro volta, come <strong>Bossi</strong> dice e stradice, il mafioso <strong>Berlusconi</strong>. Complimenti e felicitazioni reciproche. Gioia e storiche giornate che piovono su di noi fitte come i depistaggi del nuovo sedicente telegiornale di <strong>Rossella</strong>.</p>
<p>Va tutto bene, la giungla è arrivata, agli italiani piace e ce la tenianiamo stretta. A meno che qualcuno non decida di smetterla con i giochi da settimana enigmistica, intrattenendosi a margine della nazione sul valore rappresentativo degli acrostici, con quesiti che non interessano a nessuno del tipo “meglio <strong>Gad</strong> o meglio <strong>Alleanza</strong>?”.</p>
<p>A meno che qualcuno non si decida a fare sentire la propria voce con forza e unità. Subito. Ma subito. Adesso. E’ questo il dovere dei comunisti oggi.</p>
<p>E se la parola <strong>comunista</strong> può non piacere più a molti, la questione è irrilevante. Ripeto. Non è il tempo degli acrostici. I cowboys del nord sono armati fino ai denti. Ce l’hanno con chiunque non sia loro stessi. Come una falange di berluschini impazziti, difendono la loro proprietà a qualsiasi costo. Tutto il resto non conta, per loro. Per noi, il dovere è ricrearlo. Dalle fondamenta di uno stato che oggi non è più tale se non per residua, inerziale resistenza di condizioni stabiliti in altri, più civili tempi. Dobbiamo ricrearlo, lo stato, da una trasmissione televisiva che ha sostituito la realtà con i consigli per gli acquisti. Di armi. Per fare cerchio attorno alla propria villetta. Che fa cerchio attorno alla televisione. Che è il centro di questa Italia.</p>
<p>Pubblicato su <strong>Liberazione</strong> il 28.11.2004</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/30/i-partigiani-del-conto-in-banca/">I partigiani del conto in banca</a></p>
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		<title>Fast blood, il disco di Lello Voce</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/30/fast-blood-il-disco-di-lello-voce/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 30 Oct 2004 10:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Il destino nel nome (nel cognome, più esattamente). <strong>Lello Voce</strong> è poeta e performer (nonché straordinario romanziere), memore di altri tempi, nobili e tutt’altro che “moderni”: la lettura privata della poesia è del resto un fenomeno che ha meno di due secoli, è retaggio di quella concezione solipsistica, marginale, di derivazione tardo romantica e assurta poi a marchio di “genuinità”, di introspezione e insomma di nicchia e quindi di emarginazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/30/fast-blood-il-disco-di-lello-voce/"><i>Fast blood</i>, il disco di Lello Voce</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/fastblood.jpg" alt="fastblood.jpg" align="left" border="0" height="150" hspace="4" vspace="2" width="150" />Il destino nel nome (nel cognome, più esattamente). <strong>Lello Voce</strong> è poeta e performer (nonché straordinario romanziere), memore di altri tempi, nobili e tutt’altro che “moderni”: la lettura privata della poesia è del resto un fenomeno che ha meno di due secoli, è retaggio di quella concezione solipsistica, marginale, di derivazione tardo romantica e assurta poi a marchio di “genuinità”, di introspezione e insomma di nicchia e quindi di emarginazione.<br />
<span id="more-654"></span><br />
E c’è la tradizione anglosassone, quella della poesia letta in pubblico, declamata. C’è il rap, forse la più genuina espressione popolare contemporanea e globale di una parola che gioca (gioca, come giocava <strong>Palazzeschi</strong>, e giocavano <strong>Toti Scialoia</strong> ma anche <strong>Ungaretti</strong> e, molto prima ancora, <strong>Metastasio Teofilo Folengo Jacopone da Todi Anacreonte</strong>, tanto per dire, a ritroso sul serio) con il ritmo e le rime, lasciando che la densità si coniughi a una possibilità di “consumo” che è poi fruizione. Che è poi vita, e realtà.</p>
<p><strong>Lello Voce</strong> è stato uno dei primi, in Italia, a promuovere e a incarnare, con il suo lavoro, “l’<strong>avantpop</strong>”. Un’avanguardia popolare, di matrice statunitense, almeno nella sua genesi letteraria, che non accetta la dicotomia (snob quando non mossa da invidia) tra ricerca e godibilità. Lello Voce è stato il primo, in Italia, a divulgare i <strong>Poetry Slam</strong>, unico evento di poesia in cui i versi si mettono in gara, e con loro i poeti, in uno show dove pubblico e poesia sono un corpo solo, quel corpo gaudente di <strong>Duchamps</strong> in cui passano il linguaggio e i suoi equivoci. Nulla di più lontano dalla romita, ascetica, asettica idea di poesia che ancora oggi strenuamente permane.</p>
<p><strong>Lello Voce</strong>, infine, è un guastafeste. Se feste si possono definire quelle veglie funebri definite “letture di poesia” dove la profondità spirituale si confonde con la noia paludata delle occasioni mancate, e reiterate, e alle quali Lello Voce non parteciperà mai. Ed è un guastafeste pure perché la sua produzione poetica esce dagli schemi, si fa inafferrabile, rifiuta le regole, le sovverte e le ricrea. <strong>Fast Blood</strong> è un cd che contiene quattro lunghi rap. I testi sono gli stessi editi lo scorso anno (con il titolo “<strong>L’esercizio della lingua</strong>”) in occasione del Premio Delfini, che Lello Voce vinse.</p>
<p>Sono quattro “<strong>lai</strong>”. Arcaismo che sta per “lamentazione”. Lamentazioni rutilanti, “ragionari” che non lasciano spazio alla riflessione (intesa come meccanico prodotto della “poesia alta”, quella da degustare, pasolinianamente, carduccianamente, all’ombra di un albero, fronzuto o meno, feticcio di una natura che oggi, in poesia, è già da subito bozzetto di patetiche fughe dall’urbe globale) ma diventano azione. Poesie, lamentazioni che stridono, frenetiche. Che vanno diritte al cuore. Il cuore della contemporaneità. Ritmo dove la parola brucia e si consuma.</p>
<p>Scriveva anni fa <strong>Nanni Balestrini</strong>, uno dei primi a riconoscere lo straordianario talento di Lello Voce: “Dietro la pagina / un vuoto incolmabile / non mima niente / nel paesaggio verbale / l’arte dell’impazienza / sovrappone un’altra immagine / mentre passiamo bruciando”. Dunque una fretta. Ma “quel vuoto incolmabile”, quel “non mimare nulla”, per Balestrini come per Voce, altro non sono che l’invocazione di un sempre più refrattario presente. Un presente che Voce analizza con spietata lucidità. E ce lo vomita addosso – grazie alla collaborazione di musicisti del calibro di <strong>Paolo Fresu</strong>, <strong>Frank Nemola</strong>, <strong>Luigi Cinque</strong>, <strong>Luca Sanzò</strong> e di <strong>Michael Gross</strong>, ex tromba di <strong>Frank Zappa</strong> – sorretto da un tappeto sonoro in cui musica e parole diventano strumenti bellici (dell’unica guerra che non sia follia, quella culturale), si confondo all’attacco simultaneo della poesia come esilio dalla realtà e della realtà stessa.</p>
<p>Ecco come inizia il primo poemetto (il primo “rap”): “Così non va, non va, ti dico che così non va: come una supernova esplosa come un astro strizzato di fresco come la tua bocca stanca e tesa accelerata particella ora non so più nemmeno se sia una stella o invece pajette incollata allo sguardo scheggia di diamante che ti fora le pupille o desiderio di luce che sfarfalla all’orizzonte dell’ultimo oltremondo viaggio condanna che ci danna panna acida che ingozza la parola che ora già ci strozza perché così non va, non va”.</p>
<p>E poi: “(…) qui si muore di fame e d’obesità si muore di richezza e povertà, si muore di solitudine e rumore si muore in nome di Dio per liberarsi di Dio si muore per il solo gusto di farlo e sentirsi anche solo per un attimo Dio”… “Così non va”: era, questa frase, l’ossessione dell’ultimo <strong>Beckett</strong>, il cantore delle macerie e della loro persistenza. Su quelle macerie <strong>Lello Voce</strong> ha costituito la sua militanza, la sua poesia civile nonostante tutto (nonostante la profonda inciviltà dei tempi). Con un lessico e una sintassi di esorbitante efficacia, giocata su allitterazioni e brachilogie, scatti in avanti e deragliamenti ritmici, insolite fusioni (il <strong>Campana</strong> più musicale di <strong>Genova</strong>, ad esempio, ma anche il talento ritmico degli <strong>Articolo 31</strong>, forse <strong>tecnicamente</strong>, ma solo tecnicamente, il miglior gruppo rap italiano). E’ la velocità del sangue che scorre (al <strong>G8</strong> di <strong>Genova</strong>, di cui Voce è stato il più attento e fedele cronista poetico, e in ogni parte del mondo in cui continua a scorrere) a dettare il tempo di queste letture performate, o meglio di queste poesie che al contempo sono azioni, invettive e spronano all’azione.</p>
<p>Lello Voce ha il dono davvero eccezionale di scandalizzarsi quando tutti sembrano avere accettato la quiescenza, quando il <strong>Titanic</strong> affonda e i suonatori (e i versificatori) continuano indefessi le loro attività di “distrazione” estetica (fu proprio <strong>Hans Magnus Enzensberger</strong> a paragonare il nostro tempo alla vicenda del Titanic, al suo sfarsi in “vertiginosi souvenirs” di un’era allo sfacelo).</p>
<p>L’ascolto del disco (il primo di una collana dedicata a progetti simili) è accattivante e lascia un retrogusto di profonda inquietudine. Come se <strong>Voce</strong> “non ci avesse detto tutto” ma perché “dire tutto non si può” e Voce e forse oggi l’unico poeta italiano che a quel tutto si avvicina, lontano da qualunque “scarto minimo”, da qualunque leziosità che ci salvi lì, nella poesia, con la poesia.</p>
<p>Ma lasciamo parlare ancora Voce: “(…) c’è un’aria che spira un’atmosfera da strage un clima che intima gente che plaude prona s’inchina c’è chi dovrebbe opporsi pone domande e non ha risposte c’è che nessuno ha più speranze riposte ma solo azioni e buoni bontà in borsino e sentimenti in finanzieria c’è che è tutta una mal’aria tutta umida di violenza e senza ripari a cui correre né santi a cui ricorrere”… Quello che conta è non abiurare la lotta, la resistenza (“Piano piano anche tu ti sfilerai dalla stretta china della rivolta / per diventare un vecchietto che sgrana massine ottuse / la stolta vena dell’ottuso buonsenso”, scriveva anni fa <strong>Angelo Maria Ripellino</strong>, cito a memoria). I nemici ci sono ancora, come Lello Voce ci ricorda nella splendida chiusa dell’ultimo poema-rap, <strong>Lai del ragionare caotico (Black lai)</strong>: “uguali a oggi com’erano ieri uguali oggi a come saranno domani quando in fila a capo chino attenderanno lo schianto possente che li spazzerà lo schiaffo rude che ridendo lieto li annienterà”…</p>
<p><strong>Lello Voce</strong><br />
<em><strong>Fast Blood</strong></em><br />
CDAudio – 40’<br />
Musiche di Frank Nemola<br />
Con: Luigi Cinque, Paolo Fresu, Michael Gross, Luca Sanzò<br />
MRF5 – Absolute Poetry<br />
?. 8,30<br />
Distribuzione SELF – nei negozi di dischi e on line su www.self.it</p>
<p>____________________________________________________</p>
<p><strong>Absolute Poetry </strong>– una nuova collana di dischi di poesia e musica</p>
<p><strong>Absolute poetry</strong> è la nuova collana di poesia e musica, di parola sonora e musica attuale, prodotta e diretta  da <strong>Luigi Cinque </strong>e <strong>Lello Voce</strong>.<br />
L&#8217;etichetta di riferimento è la <strong>MRF 5</strong>, label indipendente da tempo presente nelle catene della distribuzione europea di musica nuova e poesia orale.<br />
Mancava in Italia un riferimento, un orecchio puntato, a quell&#8217;importantissimo fenomeno che è la nuova produzione di &#8216; spoken word&#8217; di parole dette in musica, un sentiero che  va ben oltre l’ hip hop, che parte dalla poesia &#8211; ed è dalla parte della poesia &#8211; e vede i poeti e in genere la nuova scrittura poetica impadronirsi della scena ufficiale della musica rock, tecno jazz e di frontiera, una nuova oralità che influenza già la nuova scrittura e che è poi la cronaca più autentica e pura del nostro tempo, un ritorno alla funzione primaria del poeta come cantore e della presenza della voce e del racconto in musica. Dopotutto la narrazione è sempre stata un evento di ritmo parola e musica.<br />
La collana, che vedrà collaborazioni di artisti importanti del rock, del jazz e della poesia internazionale, si propone come punto di riferimento del genere in Italia e sarà collegata al Festival  <strong>Romapoesia </strong>che è ormai uno dei maggiori eventi internazionali di poesia in Europa.<br />
La distribuzione sarà garantita da <strong>SELF </strong>- uno dei nomi prestigiosi del mondo della musica – che ne garantirà la presenza nei negozi di dischi, nei punti <strong>Ricordi/Feltrinelli </strong>e nelle <strong>Fnac</strong>.</p>
<p>Pubblicato su <strong>l&#8217;Unità</strong>, 25 ottobre 2004.<br />
___________________________________________</p>
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		<title>FOR THAT ORIGINAL BOURBON TASTE</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/25/for-that-original-bourbon-taste/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2004 10:55:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldo nove</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>in risposta alla politica provocatoria<br />
il video della decapitazione sarà emesso quanto prima<br />
con un coltello senza pietà<br />
contro i musulmani e le musulmane<br />
in risposta agli atti di stupro commessi<br />
<br />
in risposta all&#8217;attacco sanguinoso<br />
dopo i comunicati di minaccia dei mujaheddin<br />
commessi dalle forze della crociata sionista<br />
con un coltello senza pietà o compassione<br />
le teste delle due agenti criminali dello spionaggio italiano<br />
si divertivano e danzavano intorno a loro nelle prigioni irachene</p>
<p>apparsi su internet<br />
contro il popolo iracheno<br />
Torretta, sono state tagliate<br />
che si divertivano e danzavano<br />
di Nassiriya e in<br />
contro i</p>
<p>agenti criminali<br />
mujaheddin<br />
il popolo<br />
senza pietà<br />
Simona<br />
apparsi su internet</p>
<p>con un coltello<br />
dello spionaggio italiano<br />
nelle prigioni irachene<br />
le teste delle due<br />
quanto prima</p>
<p>senza pietà o compassione<br />
le teste delle due agenti criminali<br />
dello spionaggio italiano, Simona<br />
Pari e Simona Torretta, sono<br />
state tagliate con un coltello<br />
senza pietà o compassione</p>
<p>quanto prima<br />
in risposta alla politica provocatoria e arrogante di vanità e di indifferenza<br />
con un coltello<br />
contro il popolo iracheno della città di Nassiriya<br />
delle due agenti criminali dello spionaggio italiano<br />
Simona Pari e Simona Torretta</p>
<p>e<br />
Simona<br />
con<br />
delle<br />
alla quanto<br />
prima</p>
<p>risposta all&#8217;attacco sanguinoso<br />
in risposta alla politica provocatoria e arrogante di vanità<br />
senza pietà o compassione<br />
sono state tagliate<br />
si divertivano e danzavano intorno a loro nelle prigione irachene<br />
su internet</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/25/for-that-original-bourbon-taste/">FOR THAT ORIGINAL BOURBON TASTE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>in risposta alla politica provocatoria<br />
il video della decapitazione sarà emesso quanto prima<br />
con un coltello senza pietà<br />
contro i musulmani e le musulmane<br />
in risposta agli atti di stupro commessi<br />
<span id="more-583"></span><br />
in risposta all&#8217;attacco sanguinoso<br />
dopo i comunicati di minaccia dei mujaheddin<br />
commessi dalle forze della crociata sionista<br />
con un coltello senza pietà o compassione<br />
le teste delle due agenti criminali dello spionaggio italiano<br />
si divertivano e danzavano intorno a loro nelle prigioni irachene</p>
<p>apparsi su internet<br />
contro il popolo iracheno<br />
Torretta, sono state tagliate<br />
che si divertivano e danzavano<br />
di Nassiriya e in<br />
contro i</p>
<p>agenti criminali<br />
mujaheddin<br />
il popolo<br />
senza pietà<br />
Simona<br />
apparsi su internet</p>
<p>con un coltello<br />
dello spionaggio italiano<br />
nelle prigioni irachene<br />
le teste delle due<br />
quanto prima</p>
<p>senza pietà o compassione<br />
le teste delle due agenti criminali<br />
dello spionaggio italiano, Simona<br />
Pari e Simona Torretta, sono<br />
state tagliate con un coltello<br />
senza pietà o compassione</p>
<p>quanto prima<br />
in risposta alla politica provocatoria e arrogante di vanità e di indifferenza<br />
con un coltello<br />
contro il popolo iracheno della città di Nassiriya<br />
delle due agenti criminali dello spionaggio italiano<br />
Simona Pari e Simona Torretta</p>
<p>e<br />
Simona<br />
con<br />
delle<br />
alla quanto<br />
prima</p>
<p>risposta all&#8217;attacco sanguinoso<br />
in risposta alla politica provocatoria e arrogante di vanità<br />
senza pietà o compassione<br />
sono state tagliate<br />
si divertivano e danzavano intorno a loro nelle prigione irachene<br />
su internet</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/25/for-that-original-bourbon-taste/">FOR THAT ORIGINAL BOURBON TASTE</a></p>
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		<title>Pausa caffè</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/08/pausa-caffe/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2004 18:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldo nove</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Per parlare di un libro bellissimo e anomalo come <strong>Pausa caffè</strong> di <strong>Giorgio Falco</strong> voglio partire da lontano. Dall&#8217;epica. E&#8217; strano, il sentire comune sull&#8217;epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/08/pausa-caffe/">Pausa caffè</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/88-518-0030-8.jpg" alt="88-518-0030-8.jpg" align="left" border="0" height="186" hspace="4" vspace="2" width="138" />Per parlare di un libro bellissimo e anomalo come <strong>Pausa caffè</strong> di <strong>Giorgio Falco</strong> voglio partire da lontano. Dall&#8217;epica. E&#8217; strano, il sentire comune sull&#8217;epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione. Ma l&#8217;epica è innanzitutto l&#8217;inventario dei fatti o, meglio, delle divagazioni, che a partire da un mondo, da un&#8217;idea narrativa di mondo, lo saziano fino a dargli una forma che non ha centro, perché è un mondo e diviene. Un po&#8217; il contrario del romanzo tradizionale, dove è la retta che conduce la narrazione a delineare il tragitto, e nella fine si dispiega e congeda fissandosi.<br />
<span id="more-438"></span><br />
L&#8217;epos si muove invece a zig-zag, continua a indugiare sulle periferie, trova il proprio focus dove il romanziere rischierebbe di perdersi. In questo senso, tracce di epos persistono in tutta la tradizione letteraria occidentale fino a oggi. Epiche sono le digressioni infinite di <strong>Dostojevskij</strong>, epiche erano, alle origini picaresche del romanzo, le avventure di <strong>Don Chisciotte</strong>, i cataloghi di <strong>Rabelais</strong> come epiche hanno continuato a essere, nel nostro Novecento, le &#8220;sbandanti&#8221; esasperazioni sintattiche e lessicali di <strong>Gadda</strong> (e <strong>Manganelli</strong>) e gli inventari di cronaca di quattro decenni italiani di <strong>Nanni Balestrini</strong>.</p>
<p><strong>Giorgio Falco</strong> è l&#8217;attuale poeta epico del mondo del lavoro precario. Un mondo che unitario non è se non nel comune malessere. Un mondo dove non esistono <strong>categorie</strong> di lavoratori ma individui che vivono il loro personale dramma (la loro <strong>divagazione esistenziale</strong>) all&#8217;interno di una struttura esplosa in mille realtà. Se il liberismo estremo esalta l&#8217;individuo e le sue libertà, il lavoratore (il soggetto multiplo di <strong>Pausa caffè</strong>) è la pura esteriorità dell&#8217;individuo (un corpo, un fantoccio, una parvenza di ego aziendale camuffato attraverso una molteplicità di lemmi professionali o para-tali) e il suo tentativo di avere una voce. Un inventario dunque di tutto quel mondo sommerso (che è poi il mondo dei &#8220;giovani&#8221; di oggi, spesso quarantenni alla ricerca del primo lavoro &#8220;serio&#8221;, dove di serio c&#8217;è solo la speranza) che la televisione non racconta e i libri non descrivono, uniformati allo stesso modello di fiction.</p>
<p>Una recente, sterile e autoreferenziale polemica lamentava l&#8217;incapacità degli scrittori italiani di descrivere la realtà che ci circonda. Era una polemica tutta all&#8217;italiana, in cui ciascuno ritagliava il proprio spazio per dire, come chi l&#8217;aveva iniziata, che esisteva. Giorgio Falco a quella polemica non ha partecipato. L&#8217;ha letteralmente vanificata con un libro che con la lucidità di un provetto entomologo applicata al marasma sociale odierno ne fa l&#8217;autopsia. Come recita la quarta di copertina: &#8220;Pausa caffè è un tavolo anatomico. Sul quale sta distesa, in tutta la sua nudità, la vita dei lavoratori e delle lavoratrici precari, temporanei, interinali, a termine, a contratto&#8221;.</p>
<p>Come per un moderno <strong>Plauto</strong> che ha imparato la lezione di <strong>Ballard</strong> e l&#8217;ha ridotta a quella dell&#8217;Italietta nostra, mostruosa e pericolosa, nel teatro di Giorgio Falco si muovono esseri più reali che mai e che la letteratura di oggi (quella &#8220;che alza il tiro&#8221;, almeno in quanto a classe sociale di riferimento, e così il cinema che la promuove, dalla <strong>Mazzantini</strong> a <strong>Muccino</strong>: quella che va per la maggiore) ha schifo solo a immaginare.</p>
<p>Ed ecco in rassegna la guardia giurata che vive, in un monologo vertiginoso, la mancanza di senso del proprio lavoro, e che quando gli piglia il nervoso va a sparare alle nutrie. Ecco il delirio collettivo aziendale di chi lavora alla <strong>Omnitel</strong> poi <strong>Vodaphone</strong> e vive la scalata all&#8217;Olimpo dell&#8217;immaginario collettivo di <strong>Megan Gale</strong>, dea sudata del profitto con il segno del reggiseno in vista e il sorriso che è marchio di successo planetario. <strong>Giorgio Falco</strong> si riappropria magistralmente di un &#8220;noi&#8221; che è somma di zeri posti in coda ai profitti di una ditta, e ne esprime l&#8217;incongrua gioia, l&#8217;apoteosi del capitalismo che gira a vuoto, come nel momento di pura poesia del bambino che nel &#8220;tempo libero&#8221;, per tirare avanti, confeziona con la madre fischietti e poi come un bambino normale compra un pacchetto di patatine e trova un fischietto fabbricato da lui, finale agrodolce se non tragico di un corto circuito sociale dove non sono solo i cinesi della <strong>Nike</strong> a sopravvivere producendo merci a salari da prima della rivoluzione industriale. E c&#8217;è l&#8217;amore, quello impossibile del barista che ogni giorno vede la bella impiegata sorseggiare il cappuccino e ne recupera il numero di cellulare, la chiama e lei lo congeda per sempre e lui torna nel bancone del bar, si &#8220;passa le mani nei capelli, il gel ormai secco&#8221; e poi ritorna &#8220;nel retro, dove ha appena parlato con la ragazza. Accende nuovamente la luce, sale su una sedia, in punta di piedi, allunga le braccia e afferra un barattolo di olive verdi molto grandi, la superficie liscia, levigata, olive solide che galleggiano nell&#8217;acqua e si sfiorano caute tra loro&#8221;. Insomma, se non vi interessa niente di <strong>Elisa di Rivombrosa</strong> e volete capirci qualcosa di quello che in Italia accade adesso comprate, leggete, studiate <strong>Pausa caffè</strong> di <strong>Giorgio Falco</strong>.</p>
<p>Giorgio Falco, <strong>Pausa caffè</strong>, Sironi, pp. 343, 14 euro.</p>
<p>____________________</p>
<p>Pubblicato su &#8220;Ttl – La Stampa&#8221;, 8 maggio 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/08/pausa-caffe/">Pausa caffè</a></p>
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		<title>La merce invenduta piange</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/03/31/la-merce-invenduta-piange/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/03/31/la-merce-invenduta-piange/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2004 13:13:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo nove</strong></p>
<p></p>
<p>Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un bambino per esistere<br />
perché la merce invenduta piange<br />
e non capirei perché un bambino nella sua vita caga<br />
migliaia di pannolini ma non me<br />
che sono un pannolino normale come gli altri<br />
con il mio codice a barre normale<br />
sulla scatola.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/31/la-merce-invenduta-piange/">La merce invenduta piange</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/smrket.jpg" alt="smrket.jpg" border="0" height="110" width="380" /></p>
<p>Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un bambino per esistere<br />
perché la merce invenduta piange<br />
e non capirei perché un bambino nella sua vita caga<br />
migliaia di pannolini ma non me<br />
che sono un pannolino normale come gli altri<br />
con il mio codice a barre normale<br />
sulla scatola.<br />
<span id="more-349"></span><br />
E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio<br />
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò Pomodoro perché<br />
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio<br />
E starei male a essere messo in vendita<br />
Alla Stazione centrale di Milano<br />
In un angolino della vetrina del tabaccaio<br />
tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo stemma del Milan<br />
languendo per giornate deriso<br />
perché la merce invenduta piange.</p>
<p>Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura nascosti dietro le scope<br />
nel reparto casalinghi<br />
del supermercato, sacchi della spazzatura<br />
verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal comune e adesso<br />
negletti e impolverati, decaduti<br />
plastica più sola di un’anima a marcire.</p>
<p>E conosco quel senso così umano<br />
di imbarazzo solo nell’esserci, nell’invadere lo spazio<br />
dello sguardo di una casalinga frettolosa di certe<br />
imitazioni di creme per il volto famose<br />
che non sanno perché ancora stanno lì esposte<br />
come due anziani che si stringono su una panchina al parco<br />
il giorno prima di morire.</p>
<p>Io conosco il dolore della “gelatina per dolci<br />
<em>già detta</em> colla di pesce” sommersa<br />
da bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in scaglie per le guarnizioni.<br />
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché<br />
sono una “gelatina per dolci già detta colla di pesce”<br />
e non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola<br />
di mezzo chilo di mezze penne Barilla,<br />
di quelle che si vendono a migliaia<br />
nei supermercati di tutto il mondo.<br />
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere<br />
perché la merce invenduta piange<br />
e il suo dolore è tanto simile al nostro<br />
biologico stare sul mercato fino a che c’è domanda<br />
fino a che l’articolo che siamo non deperisce</p>
<p>come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro<br />
come un corridore automobilistico amputato</p>
<p>oppure esattamente come una ragazza in Giappone<br />
che a 25 anni nessuno l’ha sposata<br />
è fuori catalogo<br />
inutile<br />
imbarazzata sugli<br />
scaffali della vita raggelata miscela<br />
Leone scaduta nel reparto<br />
caffè o sugo di cinghiale con l’etichetta scollata,</p>
<p>scatola di sale dietetico schiacciata.</p>
<p>___________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Marzo 2004&#8243;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/31/la-merce-invenduta-piange/">La merce invenduta piange</a></p>
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		<title>LA SINISTRA CHE CAMBIA IN MEGLIO (Portobello remix)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/03/11/la-sinistra-che-cambia-in-meglio-portobello-remix/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/03/11/la-sinistra-che-cambia-in-meglio-portobello-remix/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2004 22:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p>Ma-ia-hii<br />
Ma-ia-huu<br />
Ma-ia-hoo<br />
Ma-ia-haa<br />
Alo, Salut, sunt eu, un haiduc,<br />
Si te rog, iubirea mea, primeste fericirea.<br />
Alo, alo, sunt eu Picasso,<br />
Ti-am dat beep, si sunt voinic,<br />
Dar sa stii nu-ti cer nimic.<br />
<br />
Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/11/la-sinistra-che-cambia-in-meglio-portobello-remix/">LA SINISTRA CHE CAMBIA IN MEGLIO (Portobello remix)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/festa3770_img.jpg" alt="festa3770_img.jpg" align="left" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="300" />Ma-ia-hii<br />
Ma-ia-huu<br />
Ma-ia-hoo<br />
Ma-ia-haa<br />
Alo, Salut, sunt eu, un haiduc,<br />
Si te rog, iubirea mea, primeste fericirea.<br />
Alo, alo, sunt eu Picasso,<br />
Ti-am dat beep, si sunt voinic,<br />
Dar sa stii nu-ti cer nimic.<br />
<span id="more-330"></span><br />
Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai.</p>
<p>Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai.</p>
<p>Te sun, sa-ti spun, ce simt acum,<br />
Alo, iubirea mea, sunt eu, fericirea.<br />
Alo, alo, sunt iarasi eu, Picasso,<br />
Ti-am dat beep, si sunt voinic,<br />
Dar sa stii nu-ti cer nimic.</p>
<p>Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai.</p>
<p>Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai.<br />
Ma-ia-hii<br />
Ma-ia-huu<br />
Ma-ia-hoo<br />
Ma-ia-haa</p>
<p>Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai.</p>
<p>Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei,<br />
Nu ma, nu ma iei, nu ma, nu ma, nu ma iei.<br />
Chipul tau si dragostea din tei,<br />
Mi-amintesc de ochii tai</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/11/la-sinistra-che-cambia-in-meglio-portobello-remix/">LA SINISTRA CHE CAMBIA IN MEGLIO (Portobello remix)</a></p>
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