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	<title>Nazione Indiana &#187; alessandra galetta</title>
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		<title>La scelta  </title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 04:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
		<category><![CDATA[La scelta]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/"><strong>Alessandra Galetta</strong></a><br />
Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta fradicia di umidità e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante. L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile, a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/28/la-scelta-%e2%80%a8/">La scelta  </a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/"><strong>Alessandra Galetta</strong></a><br />
Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta fradicia di umidità e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante. L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile, a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.  Dopo aver verificato che il locale fosse vuoto, l’uomo sollevò il viso verso l’alto, notò che la  telecamera era in funzione e si domandò se la sua immagine fosse andata in onda o fosse stata archiviata insieme alle centinaia di altre che erano state riprese in quei minuti. Alla fine concluse che se pure uno dei vigilanti l’avesse guardato non avrebbe avuto sospetti: era un impiegato qualunque che aveva appena pisciato e soprattutto era in orario. Il pavimento di plastica  grigia  era lucido d’acqua, ma c’era qualche tratto già asciutto su cui spiccavano impronte di diverse dimensioni.   Poggiando i piedi su quelle, l’uomo &#8211; che si chiamava Tonino Pinna ed era  impiegato alla fabbrica Motori&amp;Co, il luogo  da dove comincia questa storia – si avvicinò al lavandino con l’intenzione di sciacquarsi la bocca, ma la sua mano si fermò poco prima di arrivare al rubinetto: c’era un capello, lungo e nero sulla ceramica giallognola.  Il capello aveva la forma di un  punto interrogativo. A pochi centimetri di distanza ne individuò altri due, corti, spessi e di colore più chiaro, che parevano le setole di un il maiale.  Tutti riescono a rubare qualcosa in questo luogo in putrefazione, persino nell’anticamera di un cesso, tranne io, sussurrò fissandoli come se potessero rivelargli a chi appartenessero e quali azioni avessero compiuto i loro proprietari poco prima. <span id="more-17159"></span></p>
<p>Poi si ricordò di nuovo della telecamera, si schiarì ancora la voce, e si chiese se fosse stato visibile il movimento delle labbra.  Cazzate! Imprecò nel pensiero. Questo posto mi stimola sempre più la paranoia e sto prendendo l’abitudine di bisbigliare a me stesso, come i matti.  Avvicinò il viso allo specchio quadrato, sbeccato negli angoli,  ma quello che vide non gli piacque e si ritrasse di scatto.  Se almeno non fossi costretto a radermi tutte le mattine! Potrei mimetizzare meglio  questo colorito da limone e tutto quello che c’è sopra!  Si tolse gli occhiali, di una montatura sottile e metallica, e si avvicinò ancora.<br />
Gli occhi di Tonino Pinna erano verdi,  di un verde intenso piuttosto inusuale, con il contorno che sfumava nel  nocciola. Anche del naso si considerava soddisfatto: non imponente ma nemmeno minimo, con un’incurvatura lieve che gli conferiva personalità, ma da lì in giù iniziava la catastrofe che aveva segnato il suo destino.  La bocca aveva la forma di un uovo, la grandezza di un uovo di quaglia per la precisione, con labbra carnose e lucide per la sua mania di bagnarle in continuazione con la punta della lingua, ma a rovinare  la sua immagine era soprattutto il mento, curvo come una virgola.  Durante gli anni del liceo era stato perseguitato con il soprannome di Grande Scucchia e anche il giorno dell’uscita dei risultati degli esami di quinta, quando si erano salutati con grida gioiose, promesse d’incontrarsi ancora, ma ansiosi di lasciarsi alle spalle quella scuola di preti, c’era stato un coro di &#8220;Ciao grande Scucchia&#8221; anche se il tono era ormai affettuoso più che canzonatorio.  Grande per la triste allusione alla sua statura che misurava ora che era un uomo adulto centosessantotto centimetri e che con le scarpe col tacco che aveva cominciato a portare a un certo punto della sua vita impiegatizia, svettava a centosettantatre.  Sollevò le labbra e scoprì i denti.  Denti dritti, candidi, leggermente aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano il suo cavallo di battaglia, ma si possono fare conquiste grazie alla dentatura se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E come se non bastasse si era trovato una donna che gli faceva crescere il complesso pure per ciò di cui avrebbe dovuto essere fiero.</p>
<p>Accadeva, infatti, che sua moglie  nei momenti intimi si lasciasse andare senza più la vergogna iniziale, purtroppo però nel manifestargli la sua passione gli sussurrava nelle orecchie, procurandogli per giunta un fastidioso solletico, una frase che lo raggelava: il mio squaletto. Il mio squaletto d’oro.  Allo specchio, dimenticandosi della telecamera, Tonino Pinna sillabò la frase.  Già se non l’avesse deformata con un diminutivo, la parola squalo, sarebbe stata meno mortificante. Perché quell’allusione a piccolo lo riportava al passato, a quella piccolezza che gli aveva avvelenato l’adolescenza. Sì, tutto era ripetitivo.  Lui stesso lo era. Ripetitivo nel cervello e nelle azioni, non nelle parole però, alle parole si sforzava di stare attento, dentro e fuori, e pretendeva, almeno dalla donna che l’aveva convinto a sposarsi davanti a un altare, la stessa attenzione.<br />
Aveva pensato di spiegarle quanto lo infastidisse. Ci aveva pensato piùvolte durante il tragitto in pullman, era un viaggio prolifico di riflessioni oltre che di angustie, quello, ma a freddo non ce la faceva ad affrontare l’argomento.  Magari è un’abitudine passeggera, si diceva, che prima o poi sostituirà con un&#8217;altra, e a caldo, quando cominciavano le procedure che li avrebbero portati all’amore, scappava da quel discorso come si fugge da una malattia contagiosa perché aveva un effetto nefasto sulla libido, e il suo Piero, come gli aveva insegnato a chiamarlo sua madre, non rispondeva più ai comandi.  Proprio quella notte, dopo due settimane di rifiuti ostinati, Antonella aveva acconsentito con un sospiro, anzi con un prender aria su cui ci sarebbe stato da indagare, ma lui, Tonino Pinna, invece di chiedere: &#8220;sei sicura, ne hai voglia, perché se non ne hai voglia non insisto&#8221; l’aveva ignorato, aveva esagerato il suo desiderio e aveva proseguito e quando stavano per compiere l’atto finale, lei aveva soffiato fuori quella frase odiosa e Piero e il suo  proprietario si erano afflosciati drammaticamente, senza possibilità di recupero. Dopo un paio di secondi c’era stato il clic dell’interruttore e  Antonella con gli occhi spalancati, un’espressione da pesce di tre giorni, aveva domandato: che succede?  E lui che finalmente poteva liberarsi di quelle due parole insopportabili, aveva balbettato: scusa, è il caldo e la stanchezza insieme. Non riusciva più a opporsi perché era immerso nella depressione fino al collo, ecco che gli succedeva. Amava sua moglie, certo non con l’intensità di quando erano fidanzati, ma era un effetto, quello, che capitava a tutte le coppie e dunque nella norma. A questo si aggiungeva che ogni volta che si deprimeva, cominciava a macerarsi sulle donne che non aveva avuto proprio a causa di quella sua faccia e altezza del cazzo.<br />
Aprì il rubinetto e osservò il capello mentre perdeva la sua forma.  Un punto interrogativo. Non credeva in dio, non aveva fede o fiducia in nulla e nessuno, a  eccezione di una forza misteriosa che si sprigionava dalla natura e dagli oggetti e che, a volte, si manifestava attraverso dei segni per aiutarlo a correggere la rotta. Come adesso.  Quel segno, concluse con un singhiozzo e un rigurgito amaro, lo invitava a riflettere e a prendere una decisione.  Andarsene da questo posto, per esempio.<br />
Sbuffò, esasperato.  Mi devo calmare, si disse, ma mentre cercava di rallentare il respiro, nello specchio gli apparvero le luci al neon, i muri macchiati dall’umidità, le poltrone sbilenche, gli scaffali infestati da zanzare, i computer che ronzavano come elicotteri, gli impiegati che si urtavano uno con l’altro come topi impazziti. E poi ancora: i progetti annullati dal capo o soffiati dal collega che prendeva il suo posto senza guardarlo in faccia, e i sussurri nella stanza delle fotocopie e nei pressi del distributore di caffè. Sussurri malevoli, cinici, irriverenti per l’individuo.  Al fiele, come il contenuto del suo stomaco.<br />
E scendendo più giù, fino a rintracciare il punto di partenza: la morte del suocero, l’unica persona degna di stima della famiglia Losanga  e il conseguente trasferimento della suocera nella sua casa, un soggiorno che sarebbe stato &#8220;breve, brevissimo!&#8221; e che durava da quattro mesi ormai.<br />
E il bisbiglio di Antonella sotto le lenzuola: facciamo un figlio Tony! Facciamo un figlio con milleduecento euro al mese? Come lo nutri questo figlio con il latte del seno fino a vent’anni?<br />
E quella strega della suocera  che di notte dimenticava le luci accese quando andava a pisciare? E sempre lei, la suocera, che la domenica mattina s’appostava davanti alla loro stanza da letto e camminava avanti e indietro per settemila volte? Aveva provato a farglielo notare  bonariamente: &#8220;ehi, suocera le sentinelle stanno sull’attenti, mica passeggiano&#8221;. E per quella frase scherzosa era stato accusato di averla chiamata passeggiatrice ed era una settimana che lo fissava con la fronte aggrottata e gli occhi piccoli da topo, occhi che gli si piantavano nella mente quando si lavava i denti e gli rendevano difficile prendere sonno.  E il giorno prima, quando si era messo a riordinare i cassetti dell’armadio e aveva ritrovato l’attestazione con cui l’esercito americano rendeva onore a Cesare Losanga per aver salvato tre soldati inglesi. Aveva sospirato, s’era alzato rovesciando la sedia, aveva preso un martello e un chiodo e aveva attaccato sulla parete il ricordo di colui che gli aveva trasmesso la passione per la storia. Era rimasto a contemplarla, commosso. Aveva pensato che era il momento di bersi un tè e un po’ smarrito si era diretto in cucina appena in tempo per catturare questa frase: ogni azione che compie   sfida contro di me. Anche il quadro di Cesarino l’ha attaccato lì apposta, per lanciarmi il messaggio: lui era grande, tu non vali niente.  Era circondato dal pettegolezzo e dalla maldicenza, dentro e fuori, ovunque si trovasse!  Certi momenti, se abbassava le palpebre, rallentava il respiro, gli pareva che il brusio di parole malevoli, di frasi inutili concepite solo con lo scopo di ferire l’altro o di ricavarne un beneficio personale s’alzasse in volo come uno sciame compatto e l’avvolgesse e lo comprimesse. E quello sciame non si quietava fino a che del suo corpo non rimaneva nulla. All’inizio, per liberarsi di questa immaginazione era sufficiente raggiungere un lavandino e sciacquarsi la faccia per essere di nuovo in grado di rientrare in pista, di solito la pista che lo riconduceva alla sua scrivania del quinto piano, la sesta sulla destra. Ultimamente, invece, l’angoscia era divenuta così profonda che sempre piùspesso la nausea era seguita dal vomito.  Questo accadeva proprio a lui, a Tonino Pinna l’ingegnere, e il suo orgoglio gli impediva di confidarsi con qualcuno, persino con sua moglie.<br />
Ogni problema ha una soluzione. Ogni problema razionale ha una soluzione, si correggeva con un sospiro. E aveva cominciato anche a parlarsi dentro la testa. Un’altra fissazione, e le fissazioni sono pericolose perchÈ  stai fermo sempre sullo stesso punto, ignori il resto e vai fuori dalla realtà.  Eppure, ne era sicuro, tutto dipendeva da una serie di elementi che si erano combinati sfavorevolmente insieme, bastava eliminarne uno e avrebbe ripreso a vivere senza dolore. Oppure liberarsi di tutti in un colpo solo.  Andarsene dalla fabbrica, da quella casa, dall’Italia.  Un cambiamento radicale, altrimenti avrebbe continuato a vomitarla la sua vita infelice, tutte le mattine. Spinse il bottone del distributore di caffè e, un poco confortato dalla conclusione dei suoi ragionamenti e dal tepore del bicchierino di plastica, con la faccia rivolta al pavimento, si avviò alla sua scrivania.</p>
<p><em>(Il brano è tratto dal romanzo La scelta, capitolo 1  )</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/28/la-scelta-%e2%80%a8/">La scelta  </a></p>
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		<title>Quella volta che la miccia si spense</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 17:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/">Alessandra Galetta</a></p>
<p>Enzo Nobile era nervoso.<br />
Nervosissimo.<br />
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.<br />
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.<br />
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/">Quella volta che la miccia si spense</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/">Alessandra Galetta</a></p>
<p>Enzo Nobile era nervoso.<br />
Nervosissimo.<br />
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.<br />
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.<br />
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.<br />
La maestra &#8211; una con il corpo a pera e lui aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma – stava per telefonare a Silvana, la sua ex moglie. Proprio a quella che nel primo anno di separazione lo ricattava con il ritornello: Ti faccio vedere  mia figlia solo se mi paghi una bolletta o mi regali questo.<br />
<span id="more-9689"></span>Da un mese si era tranquillizzata però. Aveva l’uomo, l’infingarda. Ecco perché faceva la buona. Dopo aver scoperto la tresca si era appostato sotto casa della moglie per verificare se quell’essere lungo e secco &#8211; tutto uno scrocchio doveva essere a letto,mamma mia con chi si era andata a mettere quella scema! &#8211; si trattenesse a dormire lì.<br />
Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché potevano scattare i presupposti per una riduzione degli alimenti., ma purtroppo lo scrocchio, poco prima di mezzanotte, usciva dal portone, gli trafiggeva il cuore con il  tic  del telecomando e decollava su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro, un mistero dei pieghevoli dell’ikea. E come se non bastasse possedeva una Porche Cayenne che usava la domenica per portare la sua ex al mare.<br />
Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammetterlo gli bruciava un po’, riusciva a vedere sua figlia senza salassi o ricatti. Anzi la bilancia era piombata drammaticamente dall’altra parte. Era tutto un chiedere con un filo di voce e labbra in fuori: la tieni tu, stasera? <br />
Per questo si era innervosito quando la donna-pera aveva sollevato la cornetta per chiamarla. Sapeva già quello che avrebbe risposto: sua moglie si scusa ma per un improrogabile impegno non può venire.<br />
Invece stava con lo spilungone, altroché!<br />
E come parlava elegante! Merito dello scrocchio?<br />
Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre.<br />
L’avrebbe capita.<br />
Una madre è sempre una madre per quanto puttana.<br />
Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì la nonna, la madre di Silvana, di professione sarta,  a cui erano saltati tre denti di recente per una sberla che aveva rimediato dal suo convivente che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco (o troppo? Quando immaginava la scena lo stomaco gli si mangiava dentro) profescional la patta dei pantaloni a un cliente.<br />
Ma si può? A sessant’anni?<br />
Aveva subito informato l’avvocato, così tanto per verificare  se si trovasse qualche appiglio. Ma non aveva potuto fare nulla, l’avvocato, perché pareva che la nonna prendesse le misure quando la nipote era all’asilo.<br />
E va bene: anche stavolta gli era andata male.<br />
E va bene: avrebbe continuato a pagare gli alimenti a Silvana senza possibilità di sconti, e a fare una vita di doppi turni senza poterne scorgere la fine.  </p>
<p>Intanto sua figlia continuava a strillare e a lui era salito il tremore alle mani..<br />
Vuoi che andiamo a trovare nonna Gina? Chiese allora, sistemandosi il ciuffo per fare il disinvolto davanti alla maestra  che con gli occhi gli stava facendo la radiografia.<br />
E le chiediamo di prepararci la sua torta speciale?.<br />
Nonna  Gina è cattiva! Rispose la bambina, con uno sguardo che lo appiccicò al muro.<br />
E chi te l’ha detto questo? La mamma, per caso?<br />
La mamma e anche la nonna quando…<br />
Non la lasciò terminare, afferrò la mano di sua figlia, grugnì qualcosa alla maestra, e se la tirò dietro.<br />
Le urla della piccola s’impadronirono del corridoio, facendogli vibrare nervi e  timpani.<br />
Le propose un gelato, un giocattolino, le giostre, un giro in moto, proposta di cui si pentì subito, ma non c’era nulla che la calmasse. Oltretutto aveva modificato il ritornello e tra i singhiozzi diceva: voglio nonna Cesarina.<br />
Se avesse avuto davanti a lui quella vecchia gengiva l’avrebbe presa a pugni con gusto, ma non si sarebbe accontentato di rompergli i denti, le avrebbe staccato la mascella. Ecco! Già così andava meglio. Chissà come la viziava per aver creato quel legame. Chissà la cioccolata che le dava, le promesse che le faceva, le ore di televisione che le propinava per tenerla tranquilla pomeriggi interi mentre imbastiva orli e attaccava bottoni.<br />
Se non fosse stato per quella condanna di sei mesi che gli oscillava sulla testa per aver pestato quegli scorpioni maledetti!<br />
Per un po’ le orecchie e la mente di Enzo si staccarono dalle urla.<br />
Le sue labbra si distesero e si ricomposero in un sorriso.<br />
Non se lo aspettavano quei bastardi marocchini che uno dal fisico così sottile potesse essere un lottatore di quel livello. In quel periodo s’allenava tutte le sere in palestra, ma anche adesso, se gli fosse capitata una situazione critica se la sarebbe cavata alla grande. Anche adesso! Imparare a darle era come guidare la macchina: non ti dimentichi più.<br />
Una frattura scomposta al polso di quello che aveva tentato di parare il suo gancio destro. Un pezzo d’orecchio che non era stato possibile ricucire e una mascella da risaldare all’altro,  a cui erano saltati anche due denti d’oro.<br />
E che schifo quelle capsule dorate e insanguinate. Che disgusto!<br />
Non ti muovere! disse a sua figlia che aveva modificato le urla in un lamento.<br />
Papà monta il seggiolino con i topolini, stai tranquilla qui.<br />
Aprì il portabagagli della Lancia Y, afferrò il seggiolino e si accorse che le cinghie erano aggrovigliate. Sospirò di tristezza: non ne poteva più di questo traffico del martedì e del giovedì, degli alimenti che l’affogavano, di Silvana che faceva i suoi comodi con il riccastro ossuto, della pena per sua madre che soffriva  per il divieto di vedere la nipote. Nella sentenza di separazione c’era scritto: la bambina non può stare da sola con la nonna paterna in quanto alcolizzata.<br />
Ma scherziamo? Avevano dato a retta a due o tre voci invidiose di una donna che non aveva voluto un altro marito e che aveva messo su un bar senza l’aiuto di nessuno e non gli era venuto in mente che potevano essere fasulle?<br />
E che se una  si sorseggia una sambuchina per conciliarsi il sonno o un Fernet per digerire, si chiama alcolizzata?<br />
E che una può diventare alcolizzata a settanta anni? <br />
Mentre alle puttane si perdona tutto, anzi vengono pure compatite.<br />
“La donna non deve subire violenza!” .<br />
Ma che valore ha una precisazione del genere se il giudice che l’ha pronunciata  è donna? <br />
Non può essere libera di giudicare per un conflitto d’interessi! E che solo Berlusconi non deve avere il conflitto?  Vale anche per il giudice allora!<br />
E poi lo sapeva lui da cosa scaturiva quell’ affermazione. Altro che diritti da rispettare! Quella, la giudicessa, era un’ affamata di sesso che non tratteneva lo sguardo di un uomo su di lei nemmeno per un secondo tanto era brutta. Un’altona che se la osservavi di spalle pareva proprio una di quelle russe che tiravano il giavellotto alle olimpiadi, o uno di quegli schifosi trans &#8211; se fosse dipeso da lui tutti li avrebbe fucilati &#8211; e siccome nessuno voleva farci qualcosa con questo scorfano con la vestaglia nera, s’era messa a svolgere un lavoro da maschio, e per compensare il corpo e il lavoro, s’era legata ai principi femministi.<br />
Per poi scontrarsi un giorno con lui, Enzo Nobile, e sgretolargli la vita, attraverso un patto d’alleanza con l’avvocatessa della moglie che s’era messa a rovistare nel suo passato, e a dare retta alle voci malevoli sul suo conto.<br />
E alla conclusione delll’indagine era stato bollato come un criminale violento!<br />
Se avesse saputo la quantità di bugie che la gente avrebbe tirato fuori,  avrebbe dato il consenso per la separazione immediatamente! Peccato per l’avvocatessa però: se non fosse stata dalla parte del nemico, un approccio l’avrebbe azzardato volentieri.<br />
A lui con la pupa piaceva stare, era un amore di figlia, per carità, ma quando era a casa tranquilla,  tutta profumata dopo il bagnetto, a giocare con le barbie, dodici ne aveva con i capelli arruffati. E come si rilassava a guardarla disegnare, a riflettere su quanto fosse cresciuta e che presto sarebbe diventata una signorinella da vegliare e controllare, ma non gli piaceva recuperarla all’asilo perché usciva  nervosa e quella furba di Silvana non ci andava per lo stesso motivo, e prima tirava su la scusa della ricerca di un lavoro a tempo pieno, prima ancora ne aveva un’altra, la sua ex era la regina delle scuse e allora ci spediva la vecchia quando era di turno lei,  e chissà che strategia che utilizzava quella puttana per tenere tranquilla la nipote.<br />
Quel giovedì avrebbe potuto starsene con Cinzietta, che per un’incredibile coincidenza aveva preso un permesso.  Avrebbero potuto fare le cosette loro, una passeggiata,  ancora un’altra cosetta, mangiarsi una pizza, purché si dividesse il conto in due perché lui; Enzo Nobile, il lusso di offrire non poteva più permetterselo.<br />
E poi la doccia e di nuovo in sella al bolide per il turno di notte.<br />
L’immagine delle cosce da valchiria della segretaria Cinzia Nocetta gli procurò una fitta alla pancia che  non seppe distinguere se fosse di piacere o di dolore: invece di scopare era costretto a fare il baby sitter,  a trascinarsi dietro un lamento e a districare lacci aggrovigliati.</p>
<p>Alla fine le sciolse, quelle maledette cinghie, chiuse il cofano e stava per aprire la portiera  quando un’auto sgangherata, una di quelle che se gli soffi contro si accartocciano come lattine di birra, gli urtò il gomito con lo specchietto retrovisore.<br />
Poi si fermò due metri più avanti.<br />
Oh! Ma dico! Mi stavi per ammazzare! Urlò mentre il collo raggiungeva la dilatazione massima.<br />
Dalla scatoletta uscì fuori un cinese, uno di quei cinesi scheletrici che impestavano il lungomare di Ostia vendendo patacche argentate che spacciano per autentiche. Uno di quei cinesi che s’erano sparsi in tutta la città con quei localetti  puzzolenti di cibo spacca fegato, che erano sciamati come le cavallette occupando l’intero quartiere intorno alla Stazione Termini. S’erano impadroniti di tutto, come al Monopoli, mancavano solo gli alberghi: per quelli doveva passare ancora qualche turno.<br />
Uno di quei musi gialli lo stava per ammazzare con la sua macchinetta del cazzo.<br />
Ed era sceso dall’auto persino, e lo guardava con la faccia da sfida.<br />
E se aveva un coltello? Se aveva un coltello e glielo lanciava, infilzandolo senza pietà?<br />
Si sarebbe accasciato senza suoni sulla strada in quel giovedì orribile. Ma non gli avrebbe permesso di tirarlo. Lo avrebbe sventrato di botte. E mentre muoveva il primo passo verso lui, quello come un lampo gli fece il segno del dito, montò in macchina e partì con un’accelerata impensabile per quel catorcio.<br />
Un cinese con una macchina truccata: è proprio un malvivente! E il segno del medio a lui! Enzo Nobile! Una cosa del genere non era successa. Mai!<br />
Balzò in macchina con un ruggito di godimento e spinse sull’acceleratore.<br />
Lo avrebbe affiancato, superato, costretto a inchiodare, agguantato per quella coda di capelli lunga e liscia, pareva il mocio con cui il bidello della scuola, quando non giocava a carte, lavava il pavimento, e quando l’avrebbe avuto tra le sue mani finalmente,  gli avrebbe chiesto, calmo, anzi finto calmo: sai perché mi chiamano il Miccia? <br />
E a quello doveva essere salita una paura del diavolo perché premeva il pedale dell’acceleratore di quel catorcio fino all’inverosimile, passava i rossi, scartava a destra e a sinistra come una formica, s’insinuava tra le macchine come una schifosa biscia. E lui sempre dietro, non lo mollava mica, questo ci voleva per dar senso a questa giornata noiosa, già lo vedeva il sangue del cinese che colava sul marciapiede, mentre lo implorava: ti prego non mi ammazzare, e se arrivavano i poliziotti, con i suoi precedenti poteva avere dei guai, poteva, ma non con un cinese armato di coltello, che lo stava per colpire e allora spiegava che si era dovuto difendere, e dov’era il coltello? il coltello l’avrà buttato da qualche parte, che ne so, ma certo glielo avrebbero trovato: i cinesi hanno sempre una lama con loro.<br />
Oppure avrebbe potuto ammazzarlo schiacciandolo addosso alla sua macchina, che fine terribile che sarebbe stata: lui appiattito tra le lamiere come il pezzo di carne nel panino del Mac, carne sanguinolenta: calda e puzzolente, la puzza del sangue versato è terribile, peggiore del fetore della merda!<br />
La faccia gialla era determinata a sfuggirgli: guarda come s’infila il bastardo, che ti credi una perla, eh? tu non sai chi ti insegue! Già sento il crepitio della camicia strappata, ti spetalo come una margherita io, ma invece di dire m’ama non m’ama, ti urlo: Ti ammazzo, non ti ammazzo con una voce da orco!<br />
La macchina mi avrebbe ridotto in poltiglia, la mia auto si sarebbe ammaccata, la sua sarebbe stata pronta per lo sfasciacarrozze, la massa di ferro con me all’interno morto stecchito si sarebbe spostata verso il marciapiede dove tranquilla, come gli avevo ordinato, se ne stava la mia pupa che…</p>
<p>Inchiodò di colpo Enzo Nobile, in azione Miccia. Mentre un rivolo gelato di sudore si formò sul collo e scese giù per la schiena, usando le vertebre della spina dorsale come fossero i gradini di una scaletta.<br />
Sua figlia non era con lui. Se ci fosse stata non avrebbe avuto il coraggio di buttarsi in  un inseguimento. C’èra il seggiolino che aveva gettato nel sedile anteriore durante i momenti di concitazione di quando era salito. Quel maledetto seggiolino a cui si ingarbugliavano sempre le cinghie.<br />
E sua figlia era rimasta  sul marciapiede.<br />
Da sola.<br />
Non pensò più nulla dopo l’inversione di marcia. Rimase incollato a quel volante con le dita che s’intorpidivano.</p>
<p>Ed eccola lì la bambina, dove le aveva detto di restare.<br />
Due lacrime s’affacciarono sui suoi occhi sbarrati,  umidificandogli i bulbi oculari rigidi come sanpietrini.<br />
Tirò il freno a mano e scese.<br />
La bambina aveva lo zainetto aperto e un cellulare nella manina.<br />
Enzo la prese tra le braccia e se la strinse al petto. Aveva smesso anche di piangere.<br />
Sei grande! Grande pupa del papà suo! Papà voleva catturare un pericoloso assassino, però sono tornato subito: non potevo mica lasciarti sola!<br />
E questo giocattolino dove l’hai preso? Te l’ha prestato un’amichetta?<br />
E’ di nonna Cesarina. Dovevo chiamarla solo in caso di bisogno. Sta venendo qui adesso con la Panda. Eccola!<br />
Ecco la panda celeste della vecchia ed ecco la vecchia che scendeva dalla macchina come una regina dalla carrozza.<br />
Martina bella! Dio che spavento!<br />
E gliela strappò via come fosse stata un fagotto.<br />
Ehi giù le mani, disse Enzo tirandosi indietro.<br />
Lascia la bambina o chiamo i vigili!<br />
Non litigate papà e nonna, per favore.<br />
Non litighiamo, no, risposero entrambi.<br />
Parliamo, disse la suocera.<br />
Parliamo, ma di che? chiese lui.<br />
Come di che? Hai abbandonato la bambina per strada, non sei affidabile. Chiamerò i vigili e poi l’avvocato. Minacciò la vecchia senza alzare la voce.<br />
Enzo notò che le si era ingrandita il neo sul mento. Notò i peli sotto il naso, per la prima volta. Notò anche che contorceva le labbra in modo da nascondere la dentatura.<br />
L’azione che hai commesso oggi potresti non dimenticarla più per tutta la vita. Il giudice, con  i tuoi precedenti, non crederebbe che è stata una distrazione. Penserà che si ripeterà ancora.<br />
Non mi rovini, così la prego.<br />
Ti posso concedere un’altra prova di fiducia, ma se non la superi, squillo all’avvocato.<br />
Sì, per favore.<br />
Gli occhi di Enzo si bagnarono di ringraziamento.<br />
Ho dato retta a una voce sbagliata, pensò. Magari è proprio  la stessa voce che ha raccontato all’avvocatessa che mia madre ha il vizio dei liquori. Qualcuno odia la nostra famiglia e la vuole affondare nella discordia. Come se non fosse già alla deriva.<br />
Sai che sono caduta dalle scale? Disse Cesarina sollevandosi il labbro superiore.<br />
Enzo alla visione della gengiva gonfia e vuota della ex suocera, avvertì un moto nello stomaco, distolse perciò lo sguardo e lo abbassò su sua figlia che giocava con il cellulare. Accidenti! E’ un modello della Mobilik! Costerà almeno duecento euro. A cucire orli si ricavano tutti quei soldi?<br />
E di nuovo la sua attenzione tornò alla vecchia.<br />
Lei che aveva intuito il succo di quei pensieri attraverso lo spostamento dei suoi occhi, precisò: Bello, vero? L’ho avuto raccogliendo bollini al supermercato. Comunque non mi far perder tempo, aggiunse.<br />
Quando la pupa mi ha telefonato, ho lasciato un cliente con un abito pieno di spille addosso per correre da lei. Nemmeno le scarpe mi sono infilata.<br />
Cesarina portava infatti un paio di pianelle di gomma, era senza calze e le dita dei piedi, distorte dall’artrosi, si raccoglievano in un groviglio informe. Parevano dei vermi che si divoravano a vicenda.<br />
L’ondata di nausea fu intensa ed Enzo fu costretto ad appoggiarsi al cofano della sua auto per non perdere l’equilibrio.<br />
Con la separazione noi non siamo più parenti e se manteniamo un legame è solo per questa creatura, continuò Cesarina indicando la nipote.<br />
Se dipendesse da me, non te la farei vedere più. Però non dipende da me e allora ci vuole una punizione esemplare in modo che se tu continui a portare tua figlia a spasso, ti ricordi che se sbagli, patisci.. Mi rendo conto che se ti impedissi di vederla, squillando all’avvocato e raccontandole l’accaduto, farei del male anche a mia nipote, perché in fondo un padre e sempre un padre anche quando è una bestia.<br />
Sì, disse Enzo, tanto per dire. E pensava: è giusto che sopporti la predica.<br />
D’altra parte spiegarti quanto è stato pericoloso il tuo comportamento…<br />
Sì…<br />
Sarebbe inutile. Tu capisci solo di soldi e di botte per questo ti sei accoppiato con Silvana: lei è come te. <br />
Sì&#8230;<br />
Ora cominciava a spazientirsi.<br />
E quindi devo trovare una punizione che sia legata a loro.<br />
A loro chi? Ma che beveva, la vecchia, oltre a fare i pompini mentre imbastiva gli abiti ai clienti?<br />
L’ ex suocera alzò le spalle e continuò: il preventivo che mi ha fatto il dentista per la protesi è di settecento euro, mi servono per domani mattina.<br />
Vecchia p…<br />
Stai zitto. Lo interruppe, pronta. Altrimenti squillo!<br />
Si vede che non sono più un ragazzo, pensava più tardi ingranando la prima.<br />
Si vede che non sono più degno nemmeno del mio soprannome: invece di staccarle i denti superstiti, le ho chiesto come un imbecille: perché la pupa  non fa i capricci con te  quando la vai a prendere all’asilo?<br />
Gli piacciono i congegni elettronici, ecco perché. Così se avessi fatto più attenzione alle inclinazioni di mia figlia a quest’ora non mi sarei ritrovato con un debito! Io quasi quasi mi vendo la macchina. A lavoro ci vado con il bolide e all’asilo con il tram, così mi libero anche di quel maledetto seggiolino che solo la vista di quei topolini sulla fodera mi alza lo stomaco. E mi resta anche qualche euro per comprare una play e un bel video game delle barbie. Sarà una vita più tranquilla.<br />
Sulla rubrica del cellulare cercò il numero di Cinzia, ma lei era irraggiungibile.<br />
Alzò le spalle: tanto la voglia d’amore gli era passata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/">Quella volta che la miccia si spense</a></p>
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		<title>Prima che la storia finisca</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 06:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com"><strong>Alessandra Galetta</strong></a><br />
<strong>Uno</strong></p>
<p>Si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato.<br />
Aveva superato l’attraversamento del deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa, ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già in una fabbrica a scaricare pacchi di abiti usati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/prima-che-la-storia-finisca/">Prima che la storia finisca</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com"><strong>Alessandra Galetta</strong></a><br />
<strong>Uno</strong></p>
<p>Si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato.<br />
Aveva superato l’attraversamento del deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa, ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già in una fabbrica a scaricare pacchi di abiti usati. E la notte disteso su un materasso con cinque euro in tasca e la pancia che se la sfioravi con un ago scoppiava come uno di quei palloni appesi al filo.<br />
In due mesi aveva messo da parte cinquanta euro: venti li teneva nel portafoglio e trenta li conservava suo cognato in un luogo sicuro, per spedirli a casa. Non poteva proprio lamentarsi.<br />
Ma la mattina del ventitre dicembre precipitò tutto: suo cognato fu investito da un pirata della strada.<br />
Camminavano l’uno a fianco all’altro, chiacchierando del Nigeriano, del lavoro e di Roma, e l’auto comparve all’improvviso, sbandando da una curva, veloce come una pallottola.<br />
Lui, Akan, schizzò in avanti qualche istante prima, suo cognato, Mabili, rimase immobile a fissare con gli occhi dilatati il mostro di metallo che si avvicinava.<br />
Salta! Gli gridò, ma ormai il suo tempo era concluso.<br />
<span id="more-4694"></span>Ci fu una frenata assordante che gli massacrò i timpani e la ragione, poi Mabili venne sollevato in aria di un paio di metri come un pallone da calcio per ricadere spiaccicato sui sampietrini rattoppati, senza un lamento.<br />
Akan Kappa cercò un albero e ci si appoggiò addosso, respirando forte. Ripeteva tra un ansimo e l’altro: è caduto come un pallone sgonfio, senza un rimbalzo.</p>
<p>La gente circondò il corpo sanguinante e scomposto fino a che due poliziotti lo coprirono con un telo, ma un piede sbucava oltre la plastica, un piede che, dalla posizione dove si trovava, gli pareva vivo, allora abbandonò il tronco, s’infilò nella folla e notò un altro particolare: quella mattina suo cognato s’era tagliato le unghie.<br />
Su questo particolare avrebbe pianto a lungo: tra tutte le cose che aveva vissuto con Mabili, avrebbe pensato sempre a questa immagine nel ricordarlo. Proprio la notte precedente, infatti, avevano parlato dell’importanza di curare il corpo, di tenerlo pulito, e Mabili aveva quelle orribili unghie lunghe che spuntavano dai calzini.<br />
Se avesse potuto comprargli una tomba, ci avrebbe fatto scrivere: qui riposa un uomo che tutti stavano a sentire.</p>
<p>Senza di lui, senza posto letto, senza i tre biglietti da dieci.<br />
Camminava per la città come se gli avessero sbattuto la testa su una pietra.<br />
Al primo internet point si tuffò dentro. Diede i venti euro al tipo che lo gestiva e gli disse: quando sono finiti stacca la linea. Chiamò il gestore di un bar della zona dove viveva ad Accra e gli chiese di rintracciargli qualcuno della famiglia, ché di lì a quindici minuti avrebbe telefonato ancora.<br />
Prima venne all’apparecchio sua sorella, poi sua madre.<br />
Sua sorella ascoltò senza fare domande, sua madre pianse e urlò talmente forte che a un certo punto il tipo le tolse la cornetta.<br />
Me la stava riempiendo di saliva, disse. E dopo non funziona più.<br />
Ma non si espresse in questo modo perché fosse indifferente all’accaduto, tutt’altro, prendeva solo tempo per inghiottire l’emozione: Mabili era uno molto benvoluto nel quartiere.<br />
Vuoi spiegare a me come è accaduta la disgrazia? Così potrò raccontarlo a tutti quelli che vorranno sapere. Chiese dopo un po’ con una voce che pareva a un centimetro da lui.<br />
E lui raccontò, descrisse quel corpo che rimbalzava e la faccenda delle unghie tagliate. Poi la linea s’interruppe.<br />
Agganciò il ricevitore come se fosse una bomba a cui era stata tolta la sicurezza e a passi strascicati si diresse verso l’uscita.<br />
Il tipo lo seguì con una piccola bottiglia di spumante in mano.<br />
Ehi, friend, non ho capito che cosa ti è successo, ma qualcosa di brutto di sicuro. Prendi questa, offre l’internet point, cioè io.<br />
Akan Kappa avrebbe ripreso a raccontare da capo, ma il tipo, uno magro, con un viso appuntito e un paio di occhiali con le lenti scure, s’era già voltato indietro e con un balzo era scomparso all’interno del negozio.<br />
S’infilò la bottiglietta in tasca &#8211; portava un impermeabile grigio con tasche sformate in cui sarebbe potuto entrare il contenuto di una casa &#8211; e cominciò a camminare.<br />
Raggiungerò il fiume, si disse.<br />
Scendo le scale, trovo un posto tranquillo e me la bevo lì. L’acqua scorre dappertutto, potrei anche essere giù, in Ghana, se guardo solo il fiume.<br />
Aprì la piantina che gli aveva dato Mabili appena arrivato a Roma e osservò il Tevere che tagliava la città.<br />
C’erano una luce azzurra e il sole discreto di un bel pomeriggio d’inverno.<br />
Almeno il tempo sta dalla mia parte, si disse per tirarsi su.</p>
<p><em>[Un altro brano tratto dal capitolo nove lo puoi trovare <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/20/afia/">qui</a> mlv]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/prima-che-la-storia-finisca/">Prima che la storia finisca</a></p>
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		<title>Il lavavetri</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2007 09:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="lavavetri" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/lavavetri-200x150.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Alessandra Galetta</strong></p>
<p>Ero contento quella mattina che mi diede il biglietto.<br />
Ora sono di cattivo umore invece.<br />
Avevo le scarpe sporche di fango che non ero  riuscito a pulire con uno straccio bagnato, così ho cercato di grattarlo via con un coltello, ma sulla punta di una si è aperto un buco grande quanto una moneta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/31/il-lavavetri/">Il lavavetri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="lavavetri" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/lavavetri-200x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/lavavetri-200x150.thumbnail.jpg" alt="lavavetri" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandra Galetta</strong></p>
<p>Ero contento quella mattina che mi diede il biglietto.<br />
Ora sono di cattivo umore invece.<br />
Avevo le scarpe sporche di fango che non ero  riuscito a pulire con uno straccio bagnato, così ho cercato di grattarlo via con un coltello, ma sulla punta di una si è aperto un buco grande quanto una moneta.<br />
Sono le scarpe da corsa che mi regalò mia madre prima che me ne andassi da Algeri. <span id="more-4378"></span><br />
E mi è dispiaciuto che si sia spaccata perché  ha gli intarsi di vera pelle e invece qui, per  la somma a cui le aveva comprate lei, se ne trovano solo con i fregi in plastica. Quando mi succede una cosa così mi viene voglia di prendermela con qualcuno e per calmarmi corro e corro fino a quando l’irritazione mi abbandona perché  divento così leggero che mi sembra di volare.<br />
Ho due lavori e devo  cercare di ricordarmelo nei momenti di tristezza o quando mi assale la voglia di fare a botte.<br />
C’è sempre il rischio che mi fratturi qualcosa e non posso andare in ospedale perché potrebbe comparire un poliziotto e saltare fuori che non ho il permesso di soggiorno. Oppure dovrei fare come Aziz che si è tenuto il naso rotto e ora  respira con un sibilo che urta i nervi a chi dorme con lui.<br />
Al mio semaforo, il pomeriggio, ci vado correndo. Così mi alleno e risparmio con l’autobus. Quelli che stanno lì mi considerano uno scemo. Dicono che do nell’occhio con questo fatto della corsa. Invece non mi hanno fermato mai. Perché io corro come uno che corre non come uno che scappa.<br />
Il secchio e la spugna li tengo nascosti dentro un cespuglio. Se non dimostri che sei un  duro ti possono rubare qualsiasi cosa, persino le scarpe che porti, ma nessuno ti prenderà gli oggetti che usi per tirare avanti, anche se manchi per giorni, ci sono gli uomini di Tre Sputi che sorvegliano.<br />
L’incrocio dove lavoro mi piace perché  è ai piedi di una collina  piena di alberi e chi si ferma a questo semaforo è più ben disposto verso noi scorpioni. Ne ho sentiti alcuni chiamarci così per via dell’associazione deserto- scorpione – arabo, per il fatto che ci considerano pericolosi.<br />
Il posto che ti assegnano è determinante. Se ti mandano su una strada dove le macchine procedono lente, hai, all’inizio, l’illusione di avere più clienti, ma poi ti accorgi che gli automobilisti riversano su di te l’esasperazione di stare nel traffico e se t’ostini a pulire un vetro, ti può arrivare uno schiaffo o una spinta. In questo caso non devi reagire, l’unica possibilità che ti conviene è schivare quello che ti arriva e di chiedere scusa. Sei fai così si calmano. Non si mena qualcuno che non reagisce.<br />
Altrimenti se lo restituisci arriva la polizia e per te è finita.<br />
Queste è una delle condizioni per lavorare per Tre Sputi. Gli aggressivi sono quelli che non hanno un capo, e vanno a finire male in un modo o in un altro.<br />
Io di solito fisso gli automobilisti negli occhi. Mi basta un attimo per capire se posso procedere con il lavaggio. Non sbaglio quasi mai: tutt’ al più rifiutano con un gesto che significa che non hanno monete e allora stringo le spalle, continuo a lavare il vetro e dico: fa niente, me li dai la prossima volta. Ed è un investimento per il futuro perché qualcuno, se ripassa, si ricorda e mi dà i soldi.<br />
                                             <br />
                                             **************<br />
Da due mesi vendo un quotidiano. Guadagno di meno  rispetto al pomeriggio, ma non è umiliante perché non devi chiedere.<br />
Questi lavori qui hanno il difetto che non impegnano il cervello e quando piove sono costretto a restare sul  materasso o a girare per la città. Non posso passeggiare nei parchi: nessuno degli emigrati lo fa e sarei visibile e sospetto. Anche le strade del centro mi sono precluse  perché circola più polizia.<br />
Così vado a sedermi su un gradino davanti al convento da cui mi procuro i vestiti. Lì nessuno fa caso alla mia presenza, solo ogni tanto qualche matto ospitato dalle suore mi parla un po’. Trascorro tutto il tempo sotto la tettoia  a guardare la pioggia e la testa vola via come sta succedendo adesso. Si ferma sui momenti  brutti che ho passato da quando sono arrivato qui, a Roma. E questi momenti girano davanti a me come se fossero le scene di un film dove il protagonista non sono io.<br />
                                          <br />
                                            **************<br />
Era quasi l’ora di cena ed ero alla stazione. C’erano algerini e tunisini, e c’era Tre Sputi.<br />
Tre Sputi l’avevo conosciuto una decina di giorni prima mentre dormivo in un angolo della stazione. Con la punta del bastone  su cui s’appoggia quando cammina  mi sfilò il cappello che avevo sulla faccia e mi domandò se avessi bisogno di un letto.<br />
Quella sera c’era uno,  piccolo e magro, con una cicatrice profonda che partiva dal mento e terminava sotto l’occhio destro, che si vantava del suo lavoro di scaricatore ai mercati generali. Cominciava alle due di notte e alle sette di mattina era libero.<br />
Alla fine del suo racconto s’interruppe, si tolse la giacca e ci mostrò i muscoli del braccio. Aspettò che tutti  ne verificassimo la consistenza prima di infilarsela di nuovo.<br />
Disse che per ottenere quel lavoro dovevi dare una certa somma al guardiano del mercato che ti segnava su una lista e dopo qualche settimana, se eri fortunato, iniziavi. Lui non aveva pagato però, e quando gli chiesi, senza riflettere, se gli avesse dato qualche altra cosa in cambio, mi guardò fisso, senza muoversi, solo un muscolo della guancia si contrasse gonfiando la cicatrice.<br />
Con la vendita della roba ci si può arricchire, aveva detto Tre Sputi a quel punto.<br />
Lui, continuò, poteva presentarci uno importante, ma prima dovevi superare tre prove: dimostrare di saper usare il coltello, essere bravo con i pugni e correre veloce.<br />
Si girò verso il tipo con la cicatrice e gli  fece un cenno. Lui, rapidissimo, mi afferrò per una spalla e mi assestò un paio di colpi allo sterno.<br />
Caddi sulle ginocchia. Il dolore e l’umiliazione m’immobilizzarono per qualche minuto, ma non mi lasciai vincere dalla rabbia e non perché avessi paura delle botte che avrei preso, ma perché non volevo tornare a dormire sulla strada.</p>
<p>                                            ************</p>
<p>Quella notte è stata la notte della fame. Ce ne sono state anche altre in cui lo stomaco voleva mangiarsi da solo, ma quella è stata la prima e non ero preparato.  <br />
Ero a digiuno da due giorni perché pioveva da due giorni e io all’inizio lavavo solo i vetri. E se piove non lavi e non mangi. Poi avevo dovuto pagare il materasso in anticipo. Giravo senza una ragione. Per strada non trovi il cibo e non conoscevo ancora la mensa. Quando decisi di dormire il cielo s’era schiarito. Camminavo trascinando i piedi vicino ai muri dei palazzi e immaginavo una pentola in cui sfrigolava un pezzo di carne con le patate e non feci caso a una macchina che aveva rallentato. Quando la notai sarei potuto fuggir via mettendomi a correre nel senso opposto: in un attimo sarei scomparso, corro velocissimo con le mie scarpe oppure chiedergli aggressivo cosa volesse da me, ma ero troppo avvilito per qualsiasi  tipo di reazione. Dopo qualche minuto mi fermai e lo stesso fece la macchina.<br />
Per un po’ non accadde nulla.<br />
La macchina ferma con il motore acceso e io fermo con le spalle attaccato al muro di un palazzo ad ascoltare il ronzio del motore e il mio respiro.<br />
Poi il finestrino si abbassò e apparve una mano con delle vene in rilievo che mi fece segno d’avvicinarmi.<br />
Al volante c’era un vecchio, che mi parlò per tutto il tempo che passammo insieme in francese, con una pelle molto bianca, come se ci avesse passato della farina sopra.<br />
Senza lasciargli il tempo di dire una parola gli chiesi:mi compri un panino e mi dai cinquanta?<br />
Stava lì a fissarmi come se non avesse capito la domanda.<br />
Il panino subito e le cinquanta dopo? Insistei.<br />
A quel punto fece segno di sì con un movimento della testa e salii.<br />
Mangiai in macchina mentre lui leggeva il giornale, bevvi una lattina di coca cola  in un unico sorso e a quel punto sarei ancora potuto fuggire e invece rimasi lì e siccome il vecchio continuava a sfogliare le pagine ignorandomi, attaccai una canzone che avevo imparato a scuola. Continuai a cantare anche quando lui mise in moto e m’interruppi solo quando si fermò davanti a una pensione.<br />
All’ingresso c’era un travestito con degli enormi sandali  bianchi che  gli diede una chiave.<br />
Facemmo quella cosa, in piedi, davanti a un muro su cui sembrava fosse dipinta una luna gigantesca e invece era una macchia di umidità. Poi mi pagò.<br />
Ci rivediamo? mi chiese mentre prendevo i cinquanta.<br />
Non hai paura di me? risposi guardando la banconota alla luce del lampadario come se m’intendessi di denaro fasullo.<br />
No, affatto rispose, sorridendo.<br />
Era seduto su una poltrona troppo piccola per lui e cercava qualcosa nella tasca interna della giacca.<br />
Sta prendendo la pistola, pensai e non trovai saliva da inghiottire. Mi sembrò anche di vederla: piccola, argentata e con l’impugnatura adatta alla grandezza della sua mano,  invece  tirò fuori il contenitore di un sigaro.<br />
Quando l’aprì ci fu uno schiocco secco, come quello prodotto da un’arma a cui viene inserito il caricatore e, dopo che ebbe aspirato la prima boccata,  gli domandai:<br />
E se avessi un coltello e ti tagliassi la gola?<br />
Non lo hai il coltello. S’interruppe per soffiare via il fumo. La bocca, spinta in avanti, si trasformò in  un buco nero.<br />
 E se ne hai uno, lo usi per aprire i cartoni del latte.<br />
O del vino, aggiunse, lanciandomi un’occhiata con cui mi pesò il corpo.<br />
Cosa apri con quel coltello? mi chiese con un tono curioso.<br />
Il latte, risposi a bassa voce.<br />
Bravo: il latte dei cartoni non è male, il vino invece è di cattiva qualità.<br />
Le pieghe  della sua pancia affioravano tra i lembi della camicia non abbottonata, e sussultavano a ogni frase. Pensai che qualcuno potesse provare affetto per quella carne morbida.<br />
Quel pensiero m’irritò.<br />
Allora mi sedetti. Se fossi restato in piedi avrei cominciato a insultarlo e mi sarebbe venuta voglia di colpirlo. Sarei potuto andar via, il nostro accordo s’era concluso invece rimasi.<br />
Cominciò a parlarmi di tutte le fasi che occorrono all’uva per trasformasi in vino. Poi si dilungò tra le differenze di vino tra l’Italia e la Francia.<br />
Fu in quel momento che pensai  di rubargli il portafoglio.<br />
Era sulla scrivania vicino alle chiavi della macchina e al cellulare.<br />
Lui continuò a fumare guardando me e l’enorme macchia di umidità sulla parete,  dicendo di tanto in tanto il nome di un vino e pian piano la sua voce assunse il tono di una cantilena. Mi vidi mentre incidevo con un coltello quel collo bianco e mollo e il rosso che sarebbe colato giù.  A un certo punto smise di parlare e s’addormentò. Gli sfilai il sigaro che teneva ancora  tra le dita e l’appoggiai sul posacenere senza spegnerlo.<br />
Presi il portafoglio e l’aprii: all’interno c’era un altro biglietto da cinquanta.<br />
Andai via senza respirare e ancora ci penso. Perché non avesse  paura di me e perché sia rimasto lì ad ascoltarlo.<br />
                                                 <br />
Con l’italiano seguito a far progressi. Non è una lingua difficile: è molto simile a quella francese. Quando andiamo a prendere i giornali alle sei, leggo ad alta voce alcune frasi e l’autista del pulmino che li distribuisce mi corregge quando sbaglio la pronuncia.<br />
La sera mangio alla mensa del Colle Oppio.<br />
La fame non l’ho sofferta più.<br />
Cerco sempre di ritardare il momento di tornare alla casa perché non riesco ad abituarmi alla puzza. C’è uno che si cambia, se si ricorda, solo il martedì, quando ritira i vestiti dalle suore. Si ubriaca tutte le sere e si vomita addosso. Così c’è sempre questo odore che predomina sugli altri. Ma da quando la porta del bagno è venuta giù la puzza di fogna vince su tutte. Un gioco che faccio quando non riesco ad addormentarmi è identificare il tipo di odore e chi l’ha prodotto. Nella casa soffriamo tutti di dissenteria.<br />
Dormo nel corridoio su un materasso ammuffito, senza lenzuola, ma sono riuscito a uccidere tutti gli insetti con un disinfettante. Ne potrei comprare uno nuovo, ma sarebbe un acquisto da scemi perché lo venderebbero quando non ci sono. I soldi che non spedisco a mia madre non li porto con me. Li nascondo sotto una pietra dalle parti del semaforo  quando i lavavetri se ne vanno.  Mi incammino con  loro e quando stappano le birre e aprono i cartoni del vino io rallento e torno indietro.<br />
Non mi sento tranquillo a lasciarli sotto quel sasso,  ma non mi è venuto in mente un altro posto.<br />
Avevo pensato di sotterrarli tra i cespugli di un giardino, ma ho cambiato idea quando ho visto che i bambini ci scavano con le palette.</p>
<p>                                        ***************</p>
<p>Scatta il verde, le auto schizzano  via, infilo la mano in tasca e accarezzo il biglietto.<br />
Penso a quando l’ho ricevuto.<br />
Ero contento perché indossavo dei  pantaloni e un maglione, dono dalle suore che stanno sulla collina, praticamente nuovi.<br />
Una mano  esile mi trattenne il braccio mentre gettavo il giornale sul cruscotto.<br />
Rimasi colpito da quel gesto perché mi aveva toccato.<br />
Lei disse: Oggi no. Non ho soldi.<br />
Io risposi: Fa niente me li dai domani.<br />
È stato allora che mi sono accorto che mi vedeva. Vedeva uno con un paio di pantaloni e una felpa blu, gli zigomi sporgenti, e gli occhi troppo grandi per quella faccia. Io ero da tanto che la guardavo. Dalla prima volta che m’hanno dato quel semaforo.<br />
Indossa giubbotti, giacche o  cappotti. Ma ha sempre una camicia bianca sotto. E i suoi capelli sono morbidi e puliti, riconoscibilissimi anche se cambia spesso il colore. E ha un neo sotto il labbro inferiore, un neo piccolo, quasi invisibile. E le dita senza anelli, con le unghie lucide. E gli occhi sono verdi. Però se  ci sono le nuvole allora hanno un colore più scuro.<br />
Mi trattenne il braccio come fa chi vuole parlare, ma non riesce a trovare le parole e allora mantiene un contatto per aiutarsi a tirarle fuori, ma poi il semaforo segnò il verde, premette l’acceleratore e  si confuse nel flusso.<br />
Il giorno successivo non l’ho vista e il giorno dopo ancora ha piovuto e non ho lavorato né la mattina, né il pomeriggio.<br />
Quella sera mi confidai con un amico, un egiziano. Mi disse: se la rivedi corteggiala, senza esporti. La guardi, ma per poco. Gli sorridi, ma solo un attimo.  Così immaginai che mi chiedeva di aiutarla a spostare dei mobili e poi ce ne stavamo un po’ a chiacchierare e poi.<br />
E poi a un certo punto del sogno  mi arrabbiai. Finisce sempre che mi arrabbio quando faccio questo sogno. E che sogno è? I sogni dovrebbero far bene non male. Mi arrabbio perché è un sogno da stupido, ecco perché.<br />
Smise di piovere. La sua macchina si accostò al marciapiede e lei mi fece cenno d’avvicinarmi. Mi chiese: Ti va di farti intervistare?<br />
Non conoscevo il significato di quella parola, allora, ma risposi di sì, mi tese un biglietto su cui c’era un indirizzo e un numero di telefono.<br />
“Ci vediamo alle sei, oggi,  se ritardi o se cambi idea, chiamami verso le due a questo numero. Però, per favore, vieni!<br />
Sul cartoncino era stampato il suo nome, l’indirizzo e con la penna era scritta l’ora dell’appuntamento.<br />
Si chiama Liliana. <br />
                                  <br />
                                        ******************         </p>
<p>Malgrado la sua precisazione arrivo in ritardo.<br />
Oltre a conoscere il significato della parola intervista ne ho imparato anche un sinonimo.<br />
Se farà domande su di me non parlerò delle condizioni della casa in cui passo la notte e dell’angoscia che mi rubino le scarpe quando dormo. Voglio raccontarle di quando ero uno studente e andavo con i miei fratelli alla moschea, a correre sulla spiaggia, di  come sappia riconoscere l’età degli alberi e il loro nome. Voglio parlarle della tolleranza che ci ha insegnato mio padre prima che morisse, ucciso da una bomba, poco lontano dalla nostra casa.<br />
C’è un cancello, un palazzo, dei corridoi.<br />
Mostro il biglietto, e mi appuntano un cartellino sul cuore. Un uomo piccolo, calvo, mi dice di seguirlo. Passiamo porte e camminiamo ancora. Alla fine dice: ecco, siamo arrivati.<br />
È come se dicesse una parola magica perché si materializza lei, Liliana.<br />
Ha la camicetta bianca e una minigonna nera. Delle calze sottili nere e le scarpe con il tacco. È alta come me.<br />
Entriamo in una stanza piena di luci.<br />
Mi fa piacere che sei venuto, quello dietro la telecamera è quello che manderà la tua faccia in televisione.  Quello con la barba vestito come un barbone, è Luca che si occupa delle luci. Quella signora un po’ robusta è Elena, la truccatrice. La tua faccia va bene così, no? O vuoi cambiarla un po’?<br />
No, rispondo. Va bene così.<br />
Nella stanza ridono tutti. Il tipo che ha definito un barbone, la donna un po’ robusta.<br />
Immagino che anche quello dietro la telecamera rida o sorrida.<br />
Io senza Elena e senza Luca, sarei un mostro. Ma uno mi piazza la luce giusta, l’altra mi dipinge un po’ e divento quasi bella.<br />
Bene, Samir. Mi ha detto che ti chiami, Samir, giusto? Senti come facciamo. Adesso ci racconti quello che ti viene in mente.  Vai a ruota libera. Hai presente una gomma di una macchina che rotola giù per una collina? Sì? Fai così. Parli allo stesso modo. Non è difficile. Poi se non funziona, ricominciamo da capo e magari ti faccio delle domande. Tu non aver paura di sbagliare. <br />
Mi appendono un microfono dietro la schiena, mi siedo su una poltrona sopra a cui c’è  una lampada accecante e l’intervista comincia.<br />
Lei accavalla le gambe che sono lunghe e magre e penso che assomigliano alle mie mani.<br />
Attacco un discorso in cui non respiro e dico quello che avete letto finora.<br />
Bè, non proprio esattamente così. Qualcosa cambio. L’uomo che ho incontrato la notte della fame diventa una donna vecchia, il portafoglio lo apro, ma poi lo rimetto al suo posto, senza rubare nulla. Tre Sputi non si chiama Tre Sputi e il nome di Liliana diventa Giorgia. Come la cantante.</p>
<p>Poi quello che manderà la mia faccia in televisione spegne la telecamera, sbadiglia e si stira. Allunga le braccia e le gambe. E sospira.<br />
Caffè, dice.<br />
Lei dice: Samir sei stato grande. Davvero. Dopo la riguarderemo con calma, ma credo proprio che ne trasmetteremo dei pezzi interi. Io farò un’introduzione, ma per quella non è necessario che tu sia presente. Poi quando passo al semaforo ti faccio sapere quando la mandiamo in onda.<br />
Però io volevo parlare ancora. E mi aspettavo le domande.<br />
Dicono tutti così quando la telecamera si spegne. Prima si ha paura di mostrarsi, poi ci si vorrebbe far vedere per sempre. <br />
Liliana parla e parla. Di televisione, di programmi, del ciclo di interviste che sta facendo, di quello che farà dopo questo. I suoi denti sono bianchi come la sua pelle e la sua camicetta. Profuma di menta, di una gomma alla menta, e il neo sotto al labbro diventa minuscolo o più grande a seconda di come muove la bocca.<br />
Ma non mi vede più. Lo so.<br />
Insomma Samir, dice alla fine, cosa volevi raccontare ancora alla tivù?<br />
Volevo parlare di più dell’invisibilità, rispondo io.  Delle mia invisibilità davanti alle persone a cui lavo i vetri della macchina.<br />
Ma io ti ho visto, no? E ora ti vedranno anche gli altri.<br />
Caffè! Piagnucola l’operatore.<br />
Va bene. Dice lei.<br />
Ora devo andare. Tu però prima devi firmare la liberatoria per mandarla in onda. Va bene? Mi strizza l’occhio.<br />
Compare quell’uomo piccolo che m’aveva accompagnato.<br />
Mi porge un foglio e una penna. <br />
Liliana dice: ciao, allora! Poi ti avviso quando vai in tivù.<br />
Ed esce dalla stanza con l’uomo che mi manderà in televisione, con quello delle luci e con quella che recupera le facce.<br />
Lei avanti e loro dietro.<br />
Firmo il foglio, senza leggere. Poi lui mi dà una busta.<br />
Quando sono fuori dal palazzo la apro. Ci sono dentro quattro pezzi da cinquanta. Penso che devo cambiare il nascondiglio dei soldi. Poi tiro dei calci a un cassonetto della spazzatura.<br />
Una macchina della polizia rallenta e io raccolgo i sacchetti che sono caduti e li rimetto al loro posto.<br />
Riprendo a camminare con le spalle che scivolano, le mani in tasca, senza voltarmi indietro.</p>
<p>Settembre 1999 – Settembre 2002</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/31/il-lavavetri/">Il lavavetri</a></p>
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		<title>Oltre la storia, nulla</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jan 2007 10:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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<p>Ehi ciao! Mi dice un tipo con un giubbotto e un paio di pantaloni marroni.<br />
Nel paio di secondi che impiego a rintracciargli la faccia, registro che ha una valigetta e anche un cappello dello stesso colore, e che li tiene con la mano che sta dalla parte del cuore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/30/oltre-la-storia-nulla/">Oltre la storia, nulla</a></p>
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<p>Ehi ciao! Mi dice un tipo con un giubbotto e un paio di pantaloni marroni.<br />
Nel paio di secondi che impiego a rintracciargli la faccia, registro che ha una valigetta e anche un cappello dello stesso colore, e che li tiene con la mano che sta dalla parte del cuore.<br />
Ciao, gli rispondo.<br />
È il mio amico Edo. Non è un mio amico in effetti, ma un ex collega del Call Center dove lavoravo e con cui prendevo insieme il pullman che va su, a Frascati, per tornare a casa. Lui scendeva a Grottaferrata, però.<br />
<span id="more-3221"></span>Se non fossimo stati colleghi non avremmo mai parlato, credo, a meno che non l’avessi abbordato io e non perché sia uno timido o abbia timore d’apparire invadente, ma perché a lui, Edoardo Paletti, della gente non gliene importa un accidente. Di uomini e donne, indistintamente.<br />
Non è uno snob di tipo tradizionale, però.<br />
Non gira lo sguardo, non arriccia il naso, non storce la bocca e se ne infischia di status sociali, di carriere e di titoli.<br />
Il suo interesse può essere acceso, nella stessa misura, da un sorvegliante di un museo o da un presidente della repubblica se avessero partecipato entrambi alla seconda guerra mondiale.<br />
Edoardo Paletti è un appassionato di storia, e di politica in seconda battuta, e consuma il suo tempo libero, con altri fissati come lui, a giocare battaglie dove un quadratino giallo rappresenta la fanteria, uno rosso le truppe d&#8217;assalto, e così via. Fanno campagne che durano mesi, che richiedono ore di riflessioni, considerazioni, sospiri e bruciori di stomaco.<br />
Ha gli occhi tristi Edo. Non esprimono tristezza, però. Sono di un celeste che in natura non esiste, con gli angoli esterni che precipitano verso il basso.<br />
Le sue mani, alla fermata e durante il gioco, erano sempre in movimento a tormentare una pipa che non accendeva mai. Una volta la fumava, poi, per non compromettere la salute, ha smesso.<br />
Quel “ehi ciao” esclamativo mi sorprende, anche se è da due anni che non c’incontriamo, da quando mi sono trasferita a Roma e mi sono licenziata dal Call. In due mosse ho dato scacco matto alla noia, allo stress e l’ho piantata dal pormi mille domande sulla trasparenza della mia persona.<br />
Sono stata a Londra, gli dico dopo esserci sfiorati le guance.<br />
Solleva la mano sinistra e abbozza un gesto per interrompermi, ma la valigetta e il cappello gli imbrogliano il movimento.<br />
Sei mesi, a studiare l’inglese! Abito a Roma, ora, con un tipo. Al momento sono senza lavoro, ma sto facendo decine di colloqui e oggi è l’anniversario dei miei e li vado a trovare.<br />
Seguito a buttar fuori altre notizie anche se ha poggiato la valigetta sul marciapiede, si è schiacciato il basco in testa e ha posato la mano sulla mia spalla e con le dita fa una leggera pressione.<br />
E tu come stai? Continuo. Mio padre mi ha detto che hai lasciato il Call e importi aringhe dall’Olanda adesso. Fidanzato, sposato? Padre felice? Figli segreti?<br />
Curva il mento, costruisce un sorriso, e preme ancora di più le dita.<br />
Lo so, lo so. Mi risponde.<br />
L’ho affogato con tutte queste parole perché, quando aspettavamo il pullman, era sempre lui a seppellirmi di fatti storici, di date e di morti ammazzati, ma non sono la stessa di un paio d’anni fa e non voglio più farmi schiacciare da persone come lui.<br />
Togli la mano, gli dico, mi dà fastidio.<br />
Gli sorrido per spegnere la durezza della frase, e mi accendo una sigaretta.<br />
Stiamo per dar inizio a una grandiosa battaglia, dice con tono declamatorio. Settembre 1942- febbraio 1943! Russia contro Germania!<br />
La battaglia di Stalingrado. Sì, me la ricordo: mi rimase impressa quando la studiai a scuola perché ci morirono quasi un milione e mezzo di persone.<br />
Militari e anche civili, certo.<br />
Che poi sarebbero persone, insisto.<br />
Sono contento di averti incontrato, mi dice, perché avrei piacere che partecipassi anche tu.<br />
”Avrei piacere”. Edo parla così, da uomo d’altri tempi.<br />
Io? Ne sei sicuro? Quando giocavo con voi sostenevi che avevo un tipo di gioco troppo impulsivo, che non pesavo le mosse, che mi salvavo per la fortuna e alteravo la simulazione.<br />
Non sono più così purista. Ho cominciato anche a fumare adesso.<br />
La pipa? Gli domando. Hai ripreso a fumarla? E dov’è?<br />
Il sapore del tabacco che lascia la pipa è troppo forte, fumo una sigaretta dopo cena, per rilassarmi.<br />
Mi accorgo che i suoi occhi sono vivi, quasi gradevoli, della stessa vivezza di quando discuteva con i suoi amici di strategie o di quando ascoltava i ricordi dell’uomo che puliva i bagni del Call, che era stato ferito da bambino nel bombardamento del quartiere di San Lorenzo a Roma.<br />
Lo osservo.<br />
Ora che non ha più la pipa con cui giocare, si stropiccia le mani di continuo come se avesse della sabbia attaccata.<br />
M’irrigidisco. Non sono cambiata, penso. Se lo fossi per davvero non esiterei a chiedere quale accidenti di motivo abbia per essere contento.<br />
Bene, dico. Sta arrivando il pullman. Sei pronto per l’attacco?<br />
C’incontriamo il prossimo venerdì. Giochiamo nella cantina di Ferruccio, alle sette come sempre. Avremo l’onore della tua compagnia?<br />
Ti chiamo per una conferma, gli dico.<br />
Ah senti, un’altra cosa.<br />
Gli angoli degli occhi si sollevano di un centimetro. Sembra proprio un cinese strafelice, adesso. Se fossero sempre così, penso, qualche donna si innamorerebbe di lui di sicuro.<br />
Tuo padre mi ha raccontato la storia di tuo nonno che ha nascosto un soldato inglese durante la guerra e per cui ha ricevuto un riconoscimento dagli Alleati.<br />
Sì, è vero, rispondo io.<br />
Se potessi portare quel riconoscimento venerdì… I ragazzi e io ne saremmo felici!<br />
Certo, lo porto volentieri, se vengo.<br />
Le porte del pullman si aprono. Noi siamo nel mezzo del mare che sale.<br />
C’è una poltrona vuota in settima fila e mi siedo, lui deve proseguire e in fretta perché almeno una ventina di persone gli premono addosso.<br />
Altrimenti posso passare io da tuo padre uno di questi giorni…<br />
Ma sì.<br />
Ah giovanò che facciamo? Ci sono i lavori in corso? Gli dice una tipa appesantita da buste di plastica e da una pellicciona che pare tristemente autentica.<br />
Scusi, dice lui. Avanza nel corridoio e si accomoda due o tre file dopo di me.<br />
Prima che il pullman parta mi alzo per riporre la borsa sulla rastrelliera e incrocio il suo sguardo.<br />
Gli angoli esterni dei suoi occhi sono piombati di nuovo verso il basso, e ha una faccia da cinese triste.<br />
Hai imparato, poi, l’inglese.<br />
Lo dice con la stessa intonazione con cui uno sconosciuto in ascensore, per spezzare la monotonia dello scorrere dei piani, butta lì: che freddo che c’è fuori.<br />
Sorrido a me, e a lui.<br />
Ho passato una bella giornata oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/30/oltre-la-storia-nulla/">Oltre la storia, nulla</a></p>
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