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	<title>Nazione Indiana &#187; alessandro busi</title>
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		<title>Le ore d&#8217;aria</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 08:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/477px-vincent_willem_van_gogh_037.jpg"></a>di <strong>Alessandro Busi</strong> e <strong>Piero Bocchiaro</strong></p>
<p>1<br />
L’azione crudele viene comunemente ricondotta a una <em>personalità cattiva</em>, una scorciatoia mentale, questa, che in alcuni casi si rivela del tutto infondata. Esistono infatti contesti estremi in cui persone comuni possono agire in maniera malvagia perché prese da un vortice di forze esterne al quale non riescono a ribellarsi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/le-ore-daria/">Le ore d&#8217;aria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/477px-vincent_willem_van_gogh_037.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29012" title="477px-vincent_willem_van_gogh_037" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/477px-vincent_willem_van_gogh_037-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Alessandro Busi</strong> e <strong>Piero Bocchiaro</strong></p>
<p>1<br />
L’azione crudele viene comunemente ricondotta a una <em>personalità cattiva</em>, una scorciatoia mentale, questa, che in alcuni casi si rivela del tutto infondata. Esistono infatti contesti estremi in cui persone comuni possono agire in maniera malvagia perché prese da un vortice di forze esterne al quale non riescono a ribellarsi. Il carcere è uno di questi contesti, un microcosmo rigido, basato su rapporti di potere impari e indiscutibili, in grado di ridefinire l’identità di chi vi agisce fino a farla aderire a quella del gruppo di appartenenza.</p>
<p>2<br />
Michele era alla sua prima ora d’aria. Sembrava triste, anche più dei detenuti che aveva accompagnato ai passeggi. E in effetti lo era, un po’ per la lontananza da Catanzaro e da Rita, un po’ per gli amici e per il volontariato alla Croce Rossa. Rinunce dure per un lavoro nuovo.<span id="more-29011"></span></p>
<p>Seduto nell’ufficio della quarta sezione mandò un messaggio alla madre, alzando gli occhi di tanto in tanto per vedere cosa stesse facendo il collega. Continuò a scrivere, stavolta a Rita. Gli mancava e avrebbe voluto abbracciarla forte; aggiunse però che non stava male: <em>il mio compagno di stanza</em> <em>è un bravo ragazzo</em>, digitò. <em>Ti racconto tutto stasera… ti amo</em>, chiuse.</p>
<p>La prima notte in carcere era appena terminata per Andrea. Gli altri sette della cella non l’avevano neanche salutato quando era stato portato dentro, alle tre e tre quarti. La mattina, nonostante il loro fracasso, aveva finto di dormire aprendo gli occhi alle undici — sicuro di averli sentiti uscire. Era rimasto solo un ragazzo marocchino a guardare la tv. Andrea si alzò e andò in bagno, poi preparò il caffè.</p>
<p><em>Grazie</em>, disse il compagno.<br />
Andrea gli rivolse uno sguardo, ma l’altro sembrava ipnotizzato dallo schermo; riempì a metà un bicchiere e glielo porse, poi si mise alla finestrina a fumare. Con la mano destra si teneva le tempie per alleviare il mal di testa. Una doccia l’avrebbe aiutato, si disse, così chiese come funzionasse per lavarsi.<br />
Devi gridare forte assistente, doccia, disse il ragazzo marocchino. Poi sorrise e con un cenno chiese una sigaretta.<br />
Andrea gli passò il pacchetto e si affacciò al blindo. Allungò le braccia fuori dalla cella iniziando a gridare.</p>
<p>Michele fu bloccato.</p>
<p><em>Lasciali stare, falli prima stancare un po’</em>, disse il collega mettendogli una mano sulla spalla.Lasciali stare. Falli prima stancare. Erano frasi incomprensibili per lui, come il mezzo sorriso sulla faccia dell’altro. <em>Lasciarli stare, ma perché?</em>, si chiedeva senza trovare una</p>
<p>Per un attimo pensò anche che delle semplici guardie carcerarie non possono cambiare così le regole, eppure. Eppure si sorprese del suo silenzio, ma pensò che non era il caso di stare a chiedere troppe spiegazioni, o di rompere le palle fin dal primo giorno. Era meglio evitare di farsi prendere per il culo, o peggio di essere rifiutato dai colleghi. <em>E poi io devo ancora capire come funziona qui,</em> si disse. Rimase seduto e continuò ad ascoltare la richiesta urlata, che ogni volta diventava un po’ più energica della precedente. Finalmente andò ad aprire il blindo.</p>
<p>Andrea entrò in doccia ringraziando a testa bassa. <em>Danvi e stari assai mali stu figghiolu</em>, pensò veloce Michele. Vide la stanchezza della notte insonne in quegli occhi, e abbassò i suoi.</p>
<p>3</p>
<p>Gli psicologi sociali hanno studiato a fondo il potere delle situazioni e oggi sono in grado di decodificare le forze psicosociali maggiormente responsabili delle condotte deviate. Qui ne analizzeremo brevemente tre: <em>conformismo</em>, <em>deumanizzazione</em> e <em>deindividuazione</em>.</p>
<p>Conformarsi vuol dire allineare il proprio comportamento, in maniera più o meno consapevole, ai criteri stabiliti da altri. L’influenza esterna è particolarmente forte nelle situazioni nuove e ambigue (poiché non si sa come muoversi) e/o quando si teme l’esclusione da un gruppo considerato importante. Se torniamo a Michele, il suo contesto iniziale è decisamente critico: è il nuovo arrivato, non conosce bene regole e codici, e (per ovvie ragioni di convenienza) non vuole inimicarsi i colleghi. Questi rappresentano per lui gli esperti ma anche coloro i quali ne decreteranno l’ammissione nel nuovo gruppo.</p>
<p>4</p>
<p>Durante le ore d’aria aveva preso l’abitudine di ritagliarsi cinque minuti per un sms a Rita, alla quale, l’ultima volta che era tornato in Calabria, aveva chiesto di sposarlo. Stamattina le scriveva che l’aveva sognata. L’aveva sognata mamma, a guardare la tv di domenica pomeriggio insieme al loro futuro figlio.</p>
<p>Quel giorno — erano passati due mesi da quando aveva iniziato a lavorare in carcere — Michele era in turno con Antonio, un napoletano sui cinquanta che ogni tanto faceva delle imitazioni che, <em>oh, meglio del Bagaglino!</em>, aveva detto una volta a suo padre. Alle dieci e tre quarti erano entrambi in ufficio, a discutere dell’imminente Juventus-Napoli. Qualcuno urlava di voler andare in doccia.</p>
<p>Michele non lo sapeva, ma quel detenuto, Adil, era entrato la sera prima in seguito a una rissa per questioni di droga. Lo lasciò urlare una decina di minuti almeno, poi prese le chiavi controvoglia e si diresse verso le celle.</p>
<p><em>Bravo, vai tu che sei giovane</em>, disse il collega. <em>Che cazzo guardi?</em>, gli disse,<em> Spogliati o ti riporto dentro così non rompi più i coglioni</em>.<em> </em>Si sentiva bene, Michele, perfettamente a suo agio nel ruolo di guardia carceraria e specialmente fiero del potere e dell’impunità che<em> </em>gli regalavano quella divisa. Forte ma anche certo di poter dividere, in qualsiasi momento, con colleghi e superiori, la responsabilità di ogni sua azione.</p>
<p>Durante il tragitto, il suo pensiero era per Rita e per il sogno della notte prima. Pensava che non la vedeva da tanto e che voleva stringerla e strizzarle le chiappe grosse mentre immergeva la faccia nella sua quarta di reggiseno. Dal corridoio vide le braccia brune, piene di lividi e cicatrici, del detenuto che urlava. Ne sentì la voce, fastidiosa, sempre più vicina.</p>
<p>Davanti al blindo, lo guardò pensando che erano veramente tutti uguali, tutti scarti umani. Non colse lo sconforto di chi mai avrebbe pensato che in Italia sarebbe finito in carcere; disse solo, <em>si dice</em> <em>doccia</em>, <em>non</em> <em>duccia</em>, <em>cazzo</em>! L’altro gli rispose, <em>si va bene</em>, mentre Michele continuava a pensare al corpo nudo di Rita. <em>Dillo bene</em>,<em> </em>gli ripeteva. Odiava la remissività e lo sguardo triste dei maghrebini, molto meglio i cinesi. <em>Fammi vedere come ridi, dai. Ridi ti ho detto! Daaaii!</em></p>
<p>Deumanizzare vuol dire categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana, fino ad assimilarlo a un essere inferiore o a un oggetto. Gruppi o singoli individui diventano così selvaggi, bestie, insetti o topi. Cedono dunque gli standard morali e l’azione crudele sul bersaglio non provoca più sensi di colpa. La deumanizzazione tende a emergere particolarmente in contesti come quelli carcerari, favorita dai numeri identificativi assegnati ai detenuti. Non più esseri umani allora, non più meritevoli di rispetto e cure.</p>
<p>L’altro avrebbe voluto con tutto il cuore sputargli addosso. <em>Magari lo ribeccassi fuori</em>, pensò nella sua lingua. Strinse invece i pugni nelle sbarre, sorrise umiliandosi e disse piano, <em>doccia</em>. Michele gli aprì e lo seguì due metri dietro. Si poggiò al muro e rimase a fissarlo mentre l’altro iniziava a spogliarsi, incapace di comprendere le ragioni di tanta cattiveria.</p>
<p>È questa la deindividuazione. Alcune situazioni spogliano dell’identità personale fino a far sentire anonimi. Succede a Michele, in un contesto in cui gli agenti non possiedono un nome e agiscono come parte di un gruppo. Questo stato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul <em>qui e ora</em>, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali. Laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, come accade in carcere, un tale assetto mentale pone le premesse per la sua messa in atto.</p>
<p>Adil sentì i brividi. Si sentì impotente e fragile, e doveva pure spogliarsi nudo davanti a un uomo. Andò sotto la doccia e si insaponò. Le lacrime che scendevano fuori dal suo controllo lo facevano stare sempre peggio perché da adulto non aveva mai pianto.</p>
<p>Intanto Michele pensava all’amore che provava per Rita. Pensava che le avrebbe scritto qualcosa, forse una poesia come quelle che le regalava ai tempi della scuola. Poi, quando il detenuto uscì dalla doccia, lo riaccompagnò in cella e se ne tornò in ufficio.</p>
<p>Il vociare delle tv accese rimbombava nel corridoio vuoto, ma lui non se ne accorse nemmeno, intento com’era a pensare al suo amore.</p>
<p>Le forze situazionali sono difficili da contenere e relativizzare. Come suggerito dal costruzionismo, il contesto dà significato alle azioni dei singoli attraverso le regole e la cultura che lo caratterizzano. Queste, man mano, non appaiono più come produzione umana, ma come qualcosa di ontologicamente dato, quindi indiscutibile. Se ciò può essere valido nella quotidianità, lo è ancora di più in una struttura come quella carceraria, fondata su una serie di assunti imprescindibili (ad esempio la presenza stessa di agenti e detenuti).</p>
<p>Michele è dunque vittima di queste forze situazionali che, unite, lo orientano verso condotte estreme e sempre più crudeli, delle quali non si sente in colpa. È come se convivessero, a questo punto, due identità: con divisa e senza. Quest’ultima non smette un momento di pensare al proprio amore e tutti i giorni scrive alla famiglia, ne sente la mancanza, e sogna di poterne fare una propria. La prima, invece, è completamente plasmata dal sistema carcere, ragiona in maniera categoriale e vede davanti a sé detenuti e non più persone.</p>
<p>Attenzione però a non ricorrere a un giustificazionismo affrettato. È certo vero che le dinamiche psicosociali possono predisporre al male, ma rimane il fatto che una condotta riprovevole è stata messa in atto e che condannarla è doveroso. Sono, perciò, le dinamiche e la persona che necessitano di essere studiate se si vogliono comprendere tanto queste situazioni estreme quanto i nostri comportamenti quotidiani.</p>
<p>***</p>
<p><em>Alessandro Busi, laureato in psicologia, collabora con la rivista carceraria Ristretti Orizzonti e scrive narrativa in parte raccolta nel suo blog: http://lagentestamale.wordpress.com/</em></p>
<p><em>Piero Bocchiaro, research fellow presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, è autore di articoli scientifici e del recente <strong>Psicologia del male</strong> (Laterza, 2009).</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/le-ore-daria/">Le ore d&#8217;aria</a></p>
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		<title>Uno nessuno sessantacinquemila</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 07:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p align="justify">di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p align="justify">Una volta un agente, giovane, poco più vecchio di me, mi si mette di fianco, mentre ci passavano davanti i detenuti di ritorno dall’aria, e mi fa: <em>non senti come puzzano? </em>Io attivo le narici e tiro su due volte, ma niente, <em>no, sinceramente no</em>, gli dico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/uno-nessuno-sessantacinquemila/">Uno nessuno sessantacinquemila</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p align="justify">di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p align="justify">Una volta un agente, giovane, poco più vecchio di me, mi si mette di fianco, mentre ci passavano davanti i detenuti di ritorno dall’aria, e mi fa: <em>non senti come puzzano? </em>Io attivo le narici e tiro su due volte, ma niente, <em>no, sinceramente no</em>, gli dico. Allora lui mi guarda come a dire che certo, che è ovvio, tanto per chi entra da volontario quelli sono tutta brava gente, che non odora nemmeno, poi chiude, <em>madonna, e come se puzzano. Si lavano tre volte al giorno e puzzano. Sono delle bestie, delle bestie.</em></p>
<p></span></p>
<p align="justify">Ora, io non credo che quel ragazzo fosse particolarmente cattivo, sinceramente penso piuttosto che, quando ci si rapporta per tutto il giorno con altre persone, all’interno dei giochi di forze che contraddistinguono il carcere, disumanizzare l’altro sia normale. <span id="more-26395"></span>Uno degli effetti delle categorizzazioni assolute, come possono essere quella del <em>detenuto</em>, o del <em>malato mentale</em>, o del <em>clandestino</em>, infatti, è la disumanizzazione. In un blocco della narrazione, dove le persone smettono di raccontarsi, ma vengono sempre e solo raccontate da apposite equipe, queste persone perdono la propria umanità, diventando qualcosa di diverso, degli oggetti senz’anima, le cui uniche caratteristiche personali corrispondono esattamente con quelle che contraddistinguono le loro categorie di riferimento. Proprio per questo meccanismo, quindi, quando muore in carcere un detenuto, non succede che è morta una persona, un singolo, ma succede che si è ridotta di una unità, un nessuno qualunque, il numero complessivo.</p>
<p align="justify">Ciò nonostante, ultimamente si è fatto tanto parlare di carcere e soprattutto di violenza intramuraria. Il caso Cucchi, <em>deo gratias</em>, ha colpito molti, perché ha permesso di immedesimarsi emotivamente e sentirsi vicini al dolore di questo evento. Vedendo questo interesse, la mia speranza era quella che, finalmente, si stessero accendendo i riflettori della società civile sulle galere, troppo spesso vissute come una sorta di discarica sociale, rispetto alla quale pararsi gli occhi anche quando ci si passa davanti in macchina. Con un tono profetico, però, l’altro giorno, S. della redazione di <em>Ristretti orizzonti</em>, mi diceva che secondo lui questa cosa non sarebbe durata altri due giorni. In realtà, devo dire che si sbagliava, ma fino ad un certo punto. Si sbagliava nel dire che i mass media non avrebbero più parlato di questa storia, perché i servizi giornalistici sulle vicende giudiziarie non si sono fermati; mentre non si sbagliava nel dire che i riflettori sul carcere si sarebbero spenti. Come previsto, infatti, pochi continuano a parlare del sistema carcere, mentre la maggior parte racconta delle presunte deviazioni di questo sistema che hanno portato al caso Cucchi.</p>
<p>Per questa ragione, penso io, perché ormai gli sguardi sono tutti puntati sul caso singolo e non più sul collettivo, ormai assolto, la storia di Massimo Gallo non è balzata selle prime pagine dei giornali, né dei telegiornali, né delle radio. Nel migliore dei casi se ne può leggere qualche articolo di cronaca sulle edizioni online dei giornali locali, ma nulla di più. Eppure, anche questa storia puzza di strano, di suicidio condito, diciamo.</p>
<p>Andiamo per punti.</p>
<p>Massimo Gallo era un detenuto di 43 anni, con una storia di abuso di sostanze stupefacenti, condannato per tentato furto, che avrebbe finito di scontare la propria pena nel 2011. Il giorno 13 novembre alle ore 15, durante l’ora d’aria, è stato trovato impiccato nel sottoscala che conduce al cortile dei passeggi del carcere di Vercelli. Dalla versione archiviata come ufficiale, sembra che Massimo si sia impiccato legando il lenzuolo ad un’inferriata di un cancello inutilizzato nel sottoscala, ovvero sembra che Massimo Gallo sia il primo detenuto nella storia delle carceri italiane che si impicca fuori dalla propria cella. Per chi non ne sapesse nulla, chiaramente, tutto ciò sarebbe possibile. <em>Perché no? in fin dei conti c’è sempre un primo, no?</em>, si potrebbe pensare. Eppure, se si uscisse dal contesto carcerario, la storia di Massimo Gallo potrebbe essere ri-raccontata in questo modo:</p>
<p>un uomo esce di casa con una corda, arriva in aeroporto e passa i controlli senza che nessun agente gli dica nulla. Nonostante in aereo non si possa portare nemmeno l’acqua, a quest’uomo nessuno pone alcuna domanda riguardo alla corda che si porta dietro. Alla fine, una volta dentro la fusoliera, l’uomo con la corda si impicca in mezzo a tutti e, non solo i passeggeri non se ne interessano, ma sembra che le hostess e gli stewards non l’abbiano proprio nemmeno visto.</p>
<p>In questo modo, credo che il tutto assuma un che di diverso, di atipico, quindi torniamo alla storia di Massimo Gallo.</p>
<p>Questa mia reinterpretazione della vicenda nasce dall’analisi proposta da Francesco Morelli, curatore del <em>Dossier suicidi</em>di <em>Ristretti orizzonti</em>, secondo il quale ci sono tre punti, per così dire, strani in questa storia:</p>
<p>1. Quando un detenuto va ai passeggi viene sempre perquisito. Gli agenti devono assicurarsi che nessuno, infatti, possa portare con sé oggetti che possano ledere sé stesso o gli altri.</p>
<p>2. In genere, le impiccagioni vengono messe in atto nelle ore notturne, oppure quando il compagno di cella è ai passeggi, e si predilige come luogo il bagno, dove si può ottenere un’intimità, seppure relativa.</p>
<p>3. Di solito, le impiccagioni intramurarie, diciamo così, non causano una morte istantanea, perché, a differenza di quelle realizzate col <em>patibolo</em>- il corpo del condannato cade finché la corda non si tende e lo strappo provoca la frattura delle vertebre -, chi si impicca con le modalità possibili in carcere muore piuttosto per soffocamento, l&#8217;agonia può durare anche 10 minuti ed è accompagnata da rantoli, scosse e convulsioni.</p>
<p align="justify">Per capire questa analisi, però, bisogna conoscere un paio di meccanismi specifici del carcere:</p>
<p align="justify">- in carcere, il principio massimo è <em>non rompere le palle</em>. Su tutti i versanti, quello che conta è che i detenuti non rompano, che stiano tranquilli, che facciano la loro galera senza pensarci troppo. Per questo, anche solo una persona che decide di concludere la propria vita, può essere un problema, perché poi iniziano ad esserci ricerche, visite dei medici, magari gli altri detenuti si agitano…quindi, meglio prevenire. Ecco allora spiegato perché, quando un detenuto minaccia di volersi uccidere, non succede che, per esempio, gli vengano intensificati gli incontri con lo psicologo, ma semplicemente viene messo in una cella priva di tutto: priva di ogni possibilità di suicidio (Es. con i muri lisci). Per questo stesso principio, è stata messa la tv in ogni cella, non per fare diventare il carcere un albergo a 5 stelle, come si usa dire, ma per limitare le ore di socialità dei detenuti, ovvero le ore di possibili litigi e casini. Sempre per la stessa ragione, quindi, c’è l’obbligo di perquisizione prima di scendere ai passeggi. Mantenute le sole 4 ore d’aria, infatti, è importante impedire che durante queste possano nascere risse, o aggressioni.</p>
<p align="justify">- Una delle peculiarità della detenzione, in Italia, è la perdita dell’intimità. Senza voler toccare la questione delle <em>stanze dell’affettività</em>- quelle stanze dove poter fare l’amore con la propria moglie o compagna, oppure dove, perché no, cucinare una pasta da mangiare con i propri figli, e che sono presenti in quasi tutto il mondo tranne che negli Stati di forte impronta religiosa come l’Italia -, quello che intendo è che nel nostro paese la detenzione corrisponde al completo annullamento dell’intimità, perché anche il bagno ha un buco nel muro attraverso il quale gli agenti possono guardare ciò che fanno i detenuti. Diciamo che da noi, il principio panottico è portato alle estreme conseguenze, tanto che perfino l’Unione Europea avrebbe detto che, se un detenuto, quando è in bagno, copre con della carta quel buco, l’agente non deve fargli rapporto, e anche se glielo fa, questo rapporto non deve <em>più</em>essere tenuto in considerazione per giudicare la condotta del detenuto in questione. Detto tutto questo quindi, è facile capire che, per chiunque voglia togliersi la vita in carcere, rimangono poche possibilità locative e il posto in cui è possibile ritagliarsi la maggiore solitudine resta comunque il bagno, diventata per questo la stanza eletta per i suicidi.</p>
<p align="justify">- Com’è facilmente prevedibile, in carcere, non si può avere tutto. Moltissimi prodotti, alimentari e non, sono vietati. In genere il criterio per il divieto è questo: una volta un detenuto nel carcere <em>x</em>ha lanciato una mela contro un agente? Allora le mele, da quel giorno, in quel carcere <em>x</em>, saranno vietate. Ora, io non so se le corde un tempo si potessero avere o meno; fatto sta che ad oggi l’unico modo per impiccarsi è utilizzare il lenzuolo, quindi procurandosi una morte per soffocamento, perciò lenta, dolorosa e visibile.</p>
<p align="justify">Per queste ragioni possiamo dire che la storia suicidaria di Massimo Gallo fatica a stare in piedi, o, quantomeno, possiamo dire che richiederebbe che venissero date le risposte a due domande: come ha portato il lenzuolo ai passeggi? Come è possibile che nessuno, nel luogo panottico per eccellenza, dove perfino andare in bagno deve essere visibile agli agenti, si sia accorto per almeno dieci minuti di questo uomo appeso ad un lenzuolo che agonizzava?</p>
<p>Probabilmente, però, queste domande non verranno mai poste e nessuno si curerà di darvi risposta. Tutto ciò credo accada, non per cattiveria, o per complottismo, ma piuttosto perché Massimo Gallo, dal giorno in cui è entrato in carcere, è stato disumanizzato, tanto dagli agenti quanto da grandissima parte della società civile, che, smettendo di vederlo come <em>uno </em>degno di umano rispetto, l’ha trasformato in una delle tante unità che vanno a comporre quei <em>sessantacinquemila nessuno </em>che affollano le celle italiane.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/uno-nessuno-sessantacinquemila/">Uno nessuno sessantacinquemila</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Errore di sistema</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 12:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro busi]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[omicidi di stato]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Cucchi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p>La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto:<br />
<em>Cosa c’è da dire Ale?</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/">Errore di sistema</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p>La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto:<br />
<em>Cosa c’è da dire Ale? In carcere queste cose sono normali. Infatti, io non capisco tutta questa attenzione da fuori, ‘sto giro.</em></p>
<p><strong>1</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi è stato questo: sangue nel suo stomaco e nella vescica, un vasto edema cerebrale, ecchimosi sul volto, traumi plurimi e due vertebre rotte (la terza lombare e la sacrale).<br />
Ora, ciò che succede in questi giorni, è che giustamente la famiglia vuole sapere la verità di quanto accaduto a Stefano. Chi gli ha fatto queste lesioni, perché, perché nessuno li ha informati, perché gli hanno proibito di vederlo in quei giorni…La famiglia chiede tutto questo, perché è disumano quanto è stato fatto a lui e a loro, quindi vogliono sapere chi sono i responsabili. Ovviamente, anche la società civile si mobilita di fronte a questo fatto. I giornalisti si indignano, i politici si impegnano a fare interrogazioni parlamentari e la gente si costerna: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi… A questo punto, quindi, la macchina è partita e procede per un percorso che, personalmente, trovo prevedibile e divisibile in due blocchi, in due fasi.<span id="more-26153"></span><br />
Per ora siamo nella prima fase, quella della difesa, quella della negazione ad oltranza, anche di fronte all’evidenza. Per ora, siamo nella fase in cui lo Stato – uso il termine Stato per prenderla larga e non dare responsabilità personali a nessuno – si comporta come un marito violento: che sbadata che è la mia signora, è caduta dalle scale di nuovo. Infatti, nemmeno a farlo apposta, la prima risposta su come Stefano si sia procurato quelle lesioni è stata: “è caduto”. Che io dico, se devi inventare un alibi su una violenza, almeno usa la fantasia, non usare sempre quello solito, che poi, ovviamente, vieni stanato subito, ma come mi spiegavano alcuni detenuti la settimana scorsa, la caduta è un’antica usanza anche in ambito penitenziario. E poi forse è meglio così, almeno non si fa fatica a capire che è una copertura e si può passare alla seconda fase.<br />
La seconda fase è una fase strana. È una fase che tenta di accontentare un po’ tutti, nel panorama politico. In genere funziona così. Una volta che si è capito che la moglie non è caduta, ma che è il marito che l’ha picchiata, allora succede che il sistema mariti allontana il colpevole e ne prende le distanze. In genere, quindi, alla faccia dei numeri statistici che magari affermano che questo tipo di eventi sono molto comuni, si procede ad una salvaguardia del sistema dicendo che, che ne so? <em>La famiglia è sacra, è buona, è bella, è bene, ma le mele marce, i mostri, i devianti…si annidano anche nelle migliori situazioni</em>. Questo processo, chiaramente, porta alla condanna della persona specifica che, da questo momento, non fa più parte del gruppo buoni, ma entra di diritto a fare parte della categoria malvagi.<br />
Ora, se questo processo succede ogni volta che un qualunque gruppo sociale si vede sotto un possibile attacco, nel momento in cui il gruppo in questione ha un’identità forte, la quale identità, in più, si basa sul fatto che la sua stessa presenza nella società è l’emblema del bene contro il male, allora questa reazione di rifiuto del deviante deve essere ancora più forte, perché il deviante andrebbe a minare l’esistenza stessa del sistema interessato.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#footnote_0_26153" id="identifier_0_26153" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Per la precisione, bisogna dire che nel caso delle forze dell&rsquo;ordine, se da un lato si rinnega il deviante, dall&rsquo;altro si arriva per&ograve; ad una condanna meno forte rispetto alla norma, cosicch&eacute;, vedendosi aiutato dal suo essere stato appartenente, il reietto non abbia voglia di vendicarsi, magari raccontando cose riguardanti il gruppo dal quale &egrave; stato escluso.">1</a></sup></p>
<p><strong>2</strong><br />
Secondo Piero Bocchiaro, autore de <em>La psicologia del male</em>, il male, ovvero quel qualcosa che arreca danno e dolore ad un’altra persona, non viene fatto da soggetti geneticamente cattivi, ma è il frutto della situazione. La visione dicotomica bene-male, perciò, non è utilizzata per capire la realtà sociale che ci circonda, ma per far sì che noi che ci inscriviamo nella categoria dei buoni, non percepiamo alcuna vicinanza con quella dei cattivi, ai quali affibbiamo caratteristiche psichiche e talvolta addirittura fisiche,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#footnote_1_26153" id="identifier_1_26153" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009, Laterza Bari, pp. 88-97.">2</a></sup> strutturalmente differenti dalle nostre. In questo modo, quindi, il sistema sociale non viene mai messo in discussione, perché la causa prima per cui certe persone compiono atti malvagi, è da ricercare nella malvagità genetica delle persone in questione.<br />
A sostegno della propria tesi, Bocchiaro porta vari esempi. Uno di questi è il noto Esperimento carcerario di Stanford di Philip Zimbardo. In questo esperimento, Zimbardo aveva preso un gruppo di studenti universitari e li aveva divisi, tramite il lancio di una monetina, in guardie e detenuti, utilizzando come prigione gli interrati dell’università. Bene, dopo soli tre giorni, molti carcerieri avevano iniziato ad avere comportamenti sadici verso i carcerati (i detenuti venivano svegliati nelle ore notturne per le perquisizioni, talvolta gli veniva impedito di utilizzare i servizi igienici, poi erano costretti a cantare, ridere a comando, insultarsi, fare Frankenstein, pulire il bordo del water a mani nude, lustrare gli stivali delle guardie…), tanto che l’esperimento fu interrotto con nove giorni di anticipo.</p>
<p>Da questo esperimento, quindi, si può vedere che: primo, tutti potremmo comportarci in modo cattivo in una determinata situazione; secondo, è il sistema stesso, basato sulla presenza di carcerieri e carcerati, quindi su categorie spersonalizzanti e rapporti di forza a dir poco impari, che genera comportamenti di sadismo, di violenza e di rivalsa dei primi verso i secondi. Bisogna poi pensare, che questa appartenenza categoriale, nella quotidianità, è molto rinforzata rispetto alla situazione sperimentale, grazie la presenza di alcuni piccoli importanti particolari. In carcere, per esempio, gli agenti perdono i propri nomi e cognomi, e diventano, o “collega”, quando parlano tra parigrado, oppure “appuntato”/“agente”, quando sono i detenuti che devono richiamare la loro attenzione. Questo modus operandi, ovviamente, viene giustificato con ragioni di sicurezza e privacy per gli agenti stessi, ma è innegabile che porti anche all’annullamento della persona come singolo, in favore della sua totale aderenza al gruppo di appartenenza, con le conseguenze che abbiamo visto prima.<br />
Con questo, chiaramente, non voglio dire che tutti gli agenti, in quanto tali, facciano violenza su tutti i detenuti, ma semplicemente che il sistema carcere inserisce gli uni quanto gli altri, in una gabbia di rapporti di forza nella quale entrambi rimangono reclusi.</p>
<p><strong>3</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi lascia pensare ampiamente che sia stato vittima di un pestaggio, a dir poco violento. Il fatto che sia stato impedito ai parenti di vederlo e di parlargli, porta a pensare inoltre, anche che lui avrebbe potuto dire qualcosa a riguardo, quindi, che fosse meglio non farli incontrare, per coprire.<br />
Ora come ora, però, queste sono tutte ipotesi, perché siamo ancora nella fase delle indagini, delle interrogazioni parlamentari e, riprendendo la metafora iniziale, della moglie caduta dalle scale. Questa fase, però, prima o poi finirà. Personalmente, non so se il sistema Stato sarà abbastanza forte da difendere l’ipotesi dell’incidente, oppure se si passerà alla fase due. Ciò che posso anticipare con una certa sicurezza, invece, è che comunque giustizia non ci sarebbe. Presumibilmente, infatti, ci sarebbe un processo dalla durata infinita, seguito dall’esclusione dal gruppo dei buoni degli agenti coinvolti, i quali, magari, verrebbero poi messi in un qualche ufficio a fare timbri a centinaia di chilometri di distanza dall’accaduto.</p>
<p>Detto tutto questo, però, giustizia non ci sarebbe.<br />
Giustizia non ci sarebbe perché, nel frattempo, il sistema carcere sarebbe ancora lì, intaccato ed intoccabile, senza che nessuno si interroghi su come sia questo stesso sistema a produrre certi risultati. Anzi, probabilmente, molti che adesso si sbracciano per il disumano trattamento che gli agenti potrebbero aver avuto verso Stefano, non vedrebbe male gli stessi agenti diventare carcerati, quindi diventare dei possibili Stefano. Sì, perché quanto è accaduto a Stefano Cucchi, come mi aveva detto F., non è un qualcosa di anomalo, ma, dico io, è solo ed esclusivamente un errore di sistema. Uno di quelli che in informatica, si chiamano bug: un errore di scrittura, all’interno di un vocabolario e di una sintassi già consolidata.<br />
Fondamentalmente, questo bug si articola su due punti:</p>
<p>• primo: la scelta. In carcere ci sono, dai dati ufficiali del “dossier suicidi” di Ristretti Orizzonti, due omicidi accertati,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#footnote_2_26153" id="identifier_2_26153" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&Egrave; importante sottolineare il termine accertati, perch&eacute;, per ora anche la morte di Stefano Cucchi non &egrave; un omicidio accertato.">3</a></sup> e sottolineo accertati, all’anno, su centocinquanta morti<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#footnote_3_26153" id="identifier_3_26153" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Da gennaio ad ottobre 2009, ci sono gi&agrave; state 146 morti, di cui 59 suicidi. Fonte: http://www.ristretti.it/.">4</a></sup> di media. Ora, quando si uccide una persona, bisogna stare bene attenti a chi si uccide. Se si uccide una persona in vista, un vip, si va sui giornali. Se si lascia morire di fame un clandestino senza famiglia, si può riuscire a tenerlo nascosto anche alla propria moglie. Detto questo, bisogna pensare che Stefano Cucchi, ovvero un normalissimo ragazzo di trent’anni con alle spalle una famiglia, è una sorta di vip, se lo si rapporta con il quadro sociale rappresentato nelle carceri. Per questa ragione, la “scelta” è stata sbagliata, perché in questo caso la vittima, non era il maghrebino, o il nigeriano di turno che, in quanto clandestino e senza documenti, non pone nemmeno il problema di avvertire la famiglia, ma era un ragazzo con una rete sociale normale alle spalle;</p>
<p>• secondo: la morte. Come abbiamo visto nel brevissimo accenno all’esperimento di Zimbardo, è insito nel sistema carcere il sadismo dei carcerieri verso i carcerati. È un po’ come succede da piccoli, quando ci si diverte a torturare le formiche, o le lucertole. Nel momento in cui si apprende che si ha un potere immenso su quell’altro essere, si prova piacere ad esercitarlo. Viene naturale. In più, oltre alla situazione sterile proposta da Zimbardo, bisogna pensare che il nostro sistema carcere si compone di turni di guardia lunghissimi, agenti sempre sotto personale, detenuti ben oltre il numero regolamentare<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#footnote_4_26153" id="identifier_4_26153" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="A fine ottobre siamo arrivati a 65.000 detenuti su una capienza regolamentare di 43.327.&hellip;">5</a></sup>. Chiaramente, questo mix di elementi, non può fare altro che creare una pentola a pressione gonfia, che sfiata come riesce. E allora su chi sfogarsi? Su chi è sotto, sulle formiche. Ma quali sono le formiche dei carcerieri? I carcerati. Questo è ciò che porta alla situazione assurda della detenzione – attese di ore per fare una doccia, telefonate che, se di diritto sono una volta a settimana, diventano per grazia ricevuta, una volta ogni tanto… – ma questo è anche l’humus nel quale, esagerando, può nascere l’omicidio di Stefano Cucchi. Perché magari era uno che aveva rotto un po’ le palle, o magari era il solito tossico che bisogna fargli capire come funziona il carcere appena entra.</p>
<p>Quindi, uscendo dalla schematica, sono questi elementi che hanno generato il bug Cucchi: il fatto di aver esagerato con la persona sbagliata.<br />
Per questo, sono convinto che anche se si passasse in fase due e anche se succedesse che, per assurdo, ad un paio di agenti venissero dati vent’anni di carcere, non ci sarebbe giustizia, ma solo l’addizione di altri due potenziali Stefano Cucchi, perché è il sistema che ha generato quella morte, non solo le peculiarità di chi vi ha partecipato.<br />
Allora, io penso che se è legittima e va appoggiata l’azione legale della famiglia, questa non può essere sufficiente a livello di società civile.<br />
In questo secondo livello, infatti, io credo che una giustizia ci sarebbe se si iniziasse a riflettere su quanto sia deleterio il carcere, sia per i detenuti, sia per gli agenti, e sulle sue possibili alternative. Credo che giustizia ci sarebbe se si abbandonasse, a livello politico, il giustizialismo che contraddistingue entrambe le parti rappresentate in parlamento, dove l’unica lingua che si sa parlare è quella della pena. Credo che giustizia ci sarebbe, se si abbandonasse la visione manichea bene-male, nella quale ci assolviamo da un male che consideriamo come altro da noi, ma si iniziasse, di fronte ad ogni reato, ad interrogarsi sulla cultura, sul contesto e sulla situazione nelle quali il reato stesso si è generato, nelle quali ha preso forma e che tutti, chi più, chi meno, abbiamo co-costruito.<br />
Personalmente, quindi, credo che queste sarebbero le vie per far avere giustizia a Stefano Cucchi, perché, se si vuole veramente che la sua morte non sia stato solo un inutile errore di scrittura del programma, non si può fare altro che partire da qui, per tentare di modificare il programma stesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/">Errore di sistema</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_26153" class="footnote">Per la precisione, bisogna dire che nel caso delle forze dell’ordine, se da un lato si rinnega il deviante, dall’altro si arriva però ad una condanna meno forte rispetto alla norma, cosicché, vedendosi aiutato dal suo essere stato appartenente, il reietto non abbia voglia di vendicarsi, magari raccontando cose riguardanti il gruppo dal quale è stato escluso.</li><li id="footnote_1_26153" class="footnote">P. Bocchiaro, <em>Psicologia del male</em>, 2009, Laterza Bari, pp. 88-97.</li><li id="footnote_2_26153" class="footnote">È importante sottolineare il termine <em>accertati</em>, perché, per ora anche la morte di Stefano Cucchi non è un omicidio accertato.</li><li id="footnote_3_26153" class="footnote">Da gennaio ad ottobre 2009, ci sono già state 146 morti, di cui 59 suicidi. Fonte: <a href="http://www.ristretti.it/">http://www.ristretti.it/</a>.</li><li id="footnote_4_26153" class="footnote">A fine ottobre siamo arrivati a 65.000 detenuti su una capienza regolamentare di 43.327.…</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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