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	<title>Nazione Indiana &#187; Alessandro Raveggi</title>
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		<title>una questione di qualità</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv-242x300.jpg" alt="" title="gv" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40560" /></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a></sup><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.</em><br />
<span id="more-40559"></span><br />
Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.<br />
A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero <a href="http://www.ilfiloonline.it/">Albatros/IlFilo</a>, una delle principali vanity press, e <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/">ilmiolibro.it</a>, leader del print on demand in Italia. </p>
<p>Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, <a href=" http://www.youtube.com/watch?v=DeXeco68szM">disponibile su YouTube,</a> organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di <a href="http://www.writersdream.org/">Writer’s Dream</a> e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.</p>
<p>Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”</p>
<p>Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.<br />
ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale? </p>
<p>È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network” . Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare. </p>
<p>La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.<br />
“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.</p>
<p>Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.<br />
E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “<a href="http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/futuro_editoria_self_publishing170811.html">Io Scrittore”</a> , <a href="http://www.primaonline.it/2011/07/21/95112/addio-editore-crudele/">Roberto Cavallero</a>, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori , la mette in questi termini: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”. </p>
<p>Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.</p>
<p>Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza. L’alternativa al <strong>Diventa anche tu un Autore!</strong> è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del <strong>Prova anche tu a diventare un autore</strong>, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.</p>
<p>Pubblicato sul <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Manifesto</a> di oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40559" class="footnote">Documento letto in occasione del <a href="http://www.forumdellibro.org/projects.php?id_prog=20">Forum del libro di Matera.</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>In giro per Città del Messico, “paradiso” per rabdomanti</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 06:39:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
Il viandante dell’antichità, a seguito di faticosi valichi esistenziali, per riaversi dal cammino assegnato dal fato o dalla propria comunità, avrebbe voluto forse trovare ristoro in una fonte dell’eterna giovinezza, come quella celata nelle terre del Prete Gianni o nella Florida di qualche secolo successivo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/in-giro-per-citta-del-messico-%e2%80%9cparadiso%e2%80%9d-per-rabdomanti/">In giro per Città del Messico, “paradiso” per rabdomanti</a></p>
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<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
Il viandante dell’antichità, a seguito di faticosi valichi esistenziali, per riaversi dal cammino assegnato dal fato o dalla propria comunità, avrebbe voluto forse trovare ristoro in una fonte dell’eterna giovinezza, come quella celata nelle terre del Prete Gianni o nella Florida di qualche secolo successivo. Il viandante d’oggi, poco avvezzo a soglie e sacrifici del viaggio arcaico, si ristorerà più volentieri in fonti effimere: nell’acqua tonica di uno smunto frigobar in un Holiday Inn della California, oppure nella minerale di un bar veneziano, tanto fresca da illudersi d’acclimatarsi col solo sorso, per poi venir beffati dalla zampata dello scontrino. Per non parlare del sollievo di una doccia bollente a Berlino, dopo deragliamenti notturni al freddo di strada, o di quello di togliersi quell’indefinibile patina, sostanza aristotelica con attributi di più scomparti, nazionalità attigue, salviette, contenitori di cibi, che lasciano sulla pelle i voli intercontinentali, appena arrivati dopo un lungo viaggio in direzioni australi. Le acque, da antico principio bifido di rigenerazione e catastrofe, di purificazione e annientamento, paiono sempre più acque inscatolate, plasticate, intubate, eterne quanto gli scatti di un gettone sul lungomare.<span id="more-40220"></span></p>
<p>Se penso però al mio arrivo a Città del Messico e alle sue acque, una rabdomanzia di viaggio non sarà facile, e le soglie rituali, ovvero le sorgenti nascoste e ambigue, riaffioreranno. L’accoglienza che la megalopoli mi ha offerto non è stata infatti solo quella di una tiepidezza di clima quasi edenica, col fresco e il soleggiato che dura la maggior parte dell’anno, ma si è anche manifestata col bisogno insistente d’idratazione, per l’estrema asciuttezza della sua aria. E l’arsura ha persino prodotto una piaga orrenda: l’innaturale perdita di sangue dal naso, tanto che un sudario maculato ha riempito le mie tasche per giorni. Colpa dell’inquinamento, dicono in molti. Ma se il rabdomante in città laverà i suoi calzettoni di viaggio, in poche ore questi saranno brutalmente asciutti come sotto l’azione di un’asciugatrice. Avrà poi il tempo d’osservare che le pozzanghere hanno la tenuta massima di un’ora, se viaggia in città da luglio a settembre. Nel tardo pomeriggio cadono giù muri brevi ma intensi di piogge tropicali, che a volte lasciano stranamente ben poco effetto sull’asfalto e sui palmizi dal bavero ingiallito di alcune <em>avenidas</em>, ma che, in molti casi, sommergono dal nulla interi quartieri.</p>
<p>Le acque di Città del Messico, più che con l’inquinamento, complottano così col clima e l’altitudine di oltre 2000 metri per fare della città un’ardente casa degli specchi, labirintica di rovine odierne e antiche che si sorvegliano riflesse l’una sull’altra, con riverberi di fulgore e vegetazione quasi preistorica, ma anche disposta a ricevere l’influsso di acque reali o originarie e a trasformarsi in bacino, in vasca bigia, in scolo: i palazzi fascinosamente crepati e <em>belle époque</em> della zona centrale della città si ammuffiscono, i grattacieli della carpenteriana Santa Fé rifrangono il sole o sgrondano acqua come i canyon sopra i quali tentennano, e i resti della un tempo vermiglia capitale degli aztechi nel Centro Histórico si impolverano, ma anche rendono onore al dio della pioggia, nel Templo Mayor che conserva l’altare dedicato a Tláloc: divinità della pioggia, sciamano capriccioso protettore del cielo, del mais e dei monti, assimilabile a Shenlog, il dio dragone cinese. E c’è da ricordare come la zona metropolitana di oggi sia nata da un piccolo accampamento di nomadi venuti da nord (da un’altrettanto mitica Aztlán) su di un’isoletta predestinale, posta nel mezzo dell’ampio paesaggio lacustre del Valle de México, e che presto si diramò come la letterale Venezia delle Americhe: navigabile, percorribile su zattere, fornita di un formidabile sistema di dighe disegnato dal sovrano ingegnere-poeta Nezahualcóyotl, oggi forse troppo dimenticato nelle diatribe sulla gestione colabrodo dell’acqua pubblica in città, come nel caso del chiamato Sistema Cutzamala.</p>
<p>Al rabdomante col sangue al naso verrà così prima di tutto da chiedersi: perché sanguino sopra questo lago fantasmatico? C’è acqua solo nelle vasche specchiate dei giardinetti davanti alle brasserie di Polanco? Stagna solo negli smeraldini laghetti del Parque de Chapultepec, dove i messicani pomiciano, sfregando l’uno contro l’altro i corpetti di salvataggio sui loro pedalò? Viene domata solo dai giardinieri artisti di forme perfette delle regge e delle ambasciate fortificate di Palmas? Il rabdomante dovrà intraprendere la sua ricerca in una megalopoli che si sommerge ed emerge polverosa, a tappe, per prove, e che galleggia come su d’uno spettro d’origine prosciugata e intubata, e per questo condannata a sprofondare di qualche centimetro ogni anno verso sotterranei cavi o fangosi. Dove il legame con l’acqua è perciò sofferto e desiderato, ballato persino in danze della pioggia in alcuni festival musicali che in primavera invocavano nei loro manifesti i generosissimi rovesci estivi; maledetto dagli abitanti delle zone di arretratezza, abusivismo e fognature intasate di sozzura, come la Valle de Chalco, che nelle inondazioni del 2010 terrà testa alla Louisiana del 2005 o al Pakistan dimenticato d’oggi.</p>
<p>L’arsura a Città del Messico, quella che ti fa sanguinare all’inizio, rivela quindi l’umido scacco col passare del tempo: se si osservano le cartografie cittadine, come quella mappa vertiginosa del 1522, una rosa atlantidea tracciata per conto di Cortés, o come quelle nel museo celebrativo del Castillo de Chapultepec, reggia-roccaforte di Massimiliano d’Asburgo, passando immaginativamente dal XVI al XIX secolo ci si accorge che non varino solo le tinte, gli orditi e la toponomastica, ma soprattutto il paesaggio di quel complesso lacustre dominato dal lago Texcoco, trasformato adesso in una spianata secca, ma non per questo totalmente arida, per giunta contornata da vulcani (forse) inattivi e vette spesso innevate, che si ergono su d’un cielo stereoscopico e leggerissimo, alpino. Una città dove però ai fiumi si sono sostituiti i viali, dove i fiumi sono stati intubati, inquinati, dissipati in principi termodinamici spinti da motori Gm. Il Viaducto, il viale un po’ desolante che l’attraversa fino all’aeroporto, nasconde per esempio il soffocato Rio de la Piedad.</p>
<p>Il rabdomante d’acque dovrà quindi affrontare varie prove che lo assimileranno ad un viandante antico: pronto a meravigliarsi, a sbagliarsi, a cercare l’acqua, ad affogarci. Appena giunto in città per stabilirmi, nel caloroso marzo del 2009, oltre ai fiotti di sangue al naso, sono stato avvertito del fatto che l’acqua del rubinetto non sarebbe stata assolutamente potabile: era da evitare non solo di bere bicchieri d’acqua senza previa bollitura, ma anche cercare di dissetarsi con granite di piccoli barrocci di <em>raspados</em>, che agognavo smanioso come le urla degli uccelli selvatici del Parque México della Colonia Condesa o in una Coyoacán danzante di bellezze locali e organetti un po’ stonati – <em>raspados</em> che, a pensarci adesso, non ho mai provato. Se si ripiega poi per la più comune acqua in bottiglia, i problemi saranno molteplici. Il costo è superiore a quello di una Coca-Cola delle stesse dimensioni, abusata in città tanto quanto la benzina delle auto; è poi molto più facile incontrare, nelle piccole <em>fondas</em>, le cucine o mense a conduzione familiare per pranzi economici, una <em>agua de sabores</em>, un succo annacquato di limone, arancia, tamarindo e altra frutta più o meno esotica. Se chiederete al cameriere di portarvi un’alternativa “pura” a quell’acqua fruttata a volte dolcissima, allibirà.</p>
<p>Finito il marzo dalla sete, arriverà l’aprile ancor più riarso, e sarà un aprile di perlustrazione, tra le camminate nei parchi come il Parque Hundido, punzecchiato dalle incursioni di frastuono degli <em>ejes</em> principali, o della prospiciente Avenida de los Insurgentes, e le affannose camminate sotterranee in una metropolitana di dodici linee che accoglie ogni giorno fino a otto milioni di persone, creando vagoni di coltivazione batterica molto avanzata e sostegni untuosi al tatto, che richiameranno continuamente a un’idratazione e detersione impellenti. A fine aprile, verrò persino sorpreso da un’epidemia contagiosa, la adesso arcinota “febbre suina”, che trasformerà la città in uno scenario desolato di quarantena, molto asettico e straniante per un viaggiatore chiuso in casa in cerca di sorgenti, ma anche di radici. In quarantena, preserverete le vostre vie respiratorie sanguinanti, vi laverete costantemente le mani e sostituirete l’acqua insaponata con un “liquido spermatico” normalmente usato in condizioni d’eccezione: il gel antibatterico, una delle fortune degli ultimi tempi delle ditte farmaceutiche messicane, venduto in ampolline sempre in tasca pronte a strizzarsi tra le dita all’occorrenza. Il suono squittente del dosatore dell’ampolla che fa entrare aria e dona lo “sperma” battericida riempirà le strade semi-deserte, prive ora di altri rabdomanti stranieri, bloccati ai propri check-in d’origine dall’Organizzazione mondiale della Sanità.</p>
<p>Transiterà anche l’apocalisse e scemerà un po’ il sangue dalle narici. Città del Messico è infatti città d’apocalissi in transito più che città dell’apocalisse tout court, città delle piaghe ricorsive con lunghe pause salvifiche, più che di giudizi universali. Per questo, è piena di un’umanità tenace. In maggio, visito una delle attrazioni della città: il parco fluviale Xochimilco, dove i canali ricordano l’antica rete navigabile della città, anche per flora e fauna. Il parco, a sud, è percorso tutto il dì da colonne di <em>trajineras</em>, gondolone simili a carri carnevaleschi con nomi di donna apposti in testa, manovrate da taciturni <em>mestizos </em>dei dintorni. Le <em>trajineras</em> hanno un tettino che le copre dal sole e un tavolo per accogliere passeggeri che vogliano ingozzarsi di alcool. Gli adolescenti più ormonali della città vanno infatti a consacrarsi a quel tavolo d’alcolista, alcuni formano battelli danzanti di musica monocorde, tutti stretti in una <em>trajinera</em> che forse affonderà. Ne passano altre, una di mariachi che strimpellano singhiozzanti ballate messicane, alcune invece paradossali di casalinghe con fornelli a gas che ti vendono questuanti <em>quesadillas</em>, quando le acque di Xochimilco con apatia lacustre fanno emergere anche una fauna sgradevole, poco autoctona: sacchetti di plastica, pellicole e bolle untuose, rigurgiti di turisti. Ciononostante, l’umanità è pronta subito a ritornare con una ventata nell’afrore, tuffandosi verso di me, che scruto le case fantasma stile Mississipi che si incontrano negli isolotti lungo il tragitto, sotto le forme pingui dei bambini locali: si lanciano provocatori verso la nostra barcarola, giocando a schizzarci. Riemergendo tra sacchetti di plastica, si spintonano accompagnati da cani randagi e bambine, sguaiati come in un chiamato Sábado de Gloria, il sabato precedente la Pasqua, quando si lanceranno gavettoni in una sorta di Ferragosto.</p>
<p>Giugno è invece un fazzoletto fresco e bianco di bagliore diurno, senza più sangue al naso, adatto per farsi una domenica nel Centro – oggi decentratissimo rispetto alla macchia urbana – con un buon paio d’occhiali scuri per il riverbero del sole. Vado al mercato di chincaglierie nella Alameda, davanti al cupolone arancione fiammante del Palacio de Bellas Artes, per calle Madero ci sono famiglie in gita domenicale con i tipici bicchieroni di succo di arancia gustosissimo, ma anche nefaste e immancabili Coca-cola. Arrivo fino al Zócalo, la piazza principale che verrà a breve occupata dai sit-in permanenti del sindacato degli elettricisti, davanti alla Catedral dal suo tono affumicato come un vascello appena tirato su da fondali marini. Il rabdomante che sono passerà poi alla deliziosa terrazza della Libreria Porrúa e, asciugandosi la fronte per un ritrovato sudore italico scordato da alcuni mesi, scorgerò la Torre Latinoamericana, che offre una vista panoramica della città dall’alto e che per costruzione pare uscita da <em>A come Andromeda. </em>Da dietro la struttura balistica della torre, camminano però delle nuvole inaspettate, srotolate come dai monti, cucite nell’inverno dallo stregone con la faccia fatta di serpenti, Tláloc.</p>
<p>Perché siamo quasi in luglio, e quello sciamano programma la sua lunga parata di piogge col timer, a comando: da’ un occhio all’orologio, e osserverai che il suo rubinetto mitico si aprirà alla stessa ora. L’effetto non è in realtà alleviante: la pioggia è verace e fitta, diversa dall’annaffiamento paranoico che dura mesi a Firenze, la vegetazione abbondante della città respira, ma qualche fiore di buganvillea o <em>floripondio</em> si inzuppa, marcisce e scola fino alle fogne, intasandole. Le acque ristoratrici cominciano così ad annoiare il cammino del rabdomante, fanno saltare la luce almeno una volta al giorno, le strade s’addensano tenebrose con le fiammelle dei fuochi delle <em>taquerias</em> accese e i fischi dei parcheggiatori abusivi. Acque purificatrici, quindi, ma anche acque insalubri, nocive. Come scriveva Durán, la laguna di México era in origine divisa in due: una centrale, di acqua salata, <em>amarga</em><em>y pestilifera </em>e una di acqua <em>dulce y buena</em>, florida di pesci, che si trovava a lei esterna, superiore in altezza. Peste e dolcezza che incontro anche oggi, in vasi comunicanti.<br />
Agosto e settembre sono infine mesi di piogge che inondano viali e sottopassaggi della città, rallentando il procedere già faticoso della metropoli. Ma anche i mesi delle campagne comunali contro la siccità: sembra di stare in un paese mediterraneo di fronte all’emergenza estiva! Un busillis, per me rabdomante ora colpito da fin troppe acque – riposta idealmente la mia bacchetta biforcuta, ben adatta per comprendere i risvolti delle sorgenti impure della città – e che quasi ogni venerdì colmo una grande bacinella d’acqua della doccia, perché il portiere del mio condominio chiude il rifornimento idrico fino al lunedì successivo. Strane misure d’emergenza del Messico, che reprime le sue fonti originarie per recuperarne le più nefaste conseguenze, che intuba e perde parecchia acqua nel cammino.</p>
<p>Un cammino rapido nel ritornare all’inizio di questa rabdomanzia, quando il rabdomante, tollerante della asciuttezza dell’aria o del timer delle piogge, vive da ottobre a marzo in un autunno e inverno soleggiati, che riservano però ancora sorprese: torna l’arsura a mezzogiorno quando le vette si innevano, le bevande gelate e l’aria condizionata non sono solo una mania da <em>frigidarium</em> americano, ma nemmeno le sciarpe al mattino. Tláloc, il cui nome significa beffardamente Colui Che È Fatto di Terra o Colui che Viene dalla Terra, ti adocchia da quel cielo alpino e attende nuovi sacrifici di viaggiatori rabdomanti che arrivano all’Aeroporto Benito Juarez, insanguinando i fazzoletti. Sono necessari pare, quei sacrifici di sangue, per consentire il suo metodico lavorìo dell’estate.</p>
<p>Le mie mucose rigenerate possono però ora sottrarsi alle sue stregonerie, e dirigersi verso gli odori idiosincratici dei mercati. Dal naso si passa alla lingua, una lingua anch’essa biforcuta, mentre lappa le contraddizioni di una megalopoli come Città del Messico, un labirinto che per due anni e mezzo è stata una splendida casa degli specchi: una casa con quel giorno d’apocalisse amara e non potabile alla settimana, che ti mantiene vivo nella dolcezza altrettanto nociva di acque dolci e fruttate.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/in-giro-per-citta-del-messico-%e2%80%9cparadiso%e2%80%9d-per-rabdomanti/">In giro per Città del Messico, “paradiso” per rabdomanti</a></p>
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		<title>Il grande regno dell&#8217;emergenza</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/">Il grande regno dell&#8217;emergenza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.culturaitalia.it/pico/system/galleries/pics/alkacon-documentation/4_Affresco_SaffoNA.jpg" class="alignnone" width="264" height="269" />di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere. Betta avrebbe potuto sottrarsi da sola alle macerie, almeno per stavolta, con l&#8217;aiuto delle sue braccine violacee. Sarebbe stato un segno di maturità. Avrebbe sporto il capetto da tartarughina troncando un coccio più friabile, stirato il muso in una ruga, scostatasi di dosso una doccia di calcinacci. Solo dopo aver fatto scorrere fuori dal cumulo le sue poppe asciutte, avrebbe steso l&#8217;obiettività della sue gambe mozze. In aria, in un luogo neutro, simile a quello dell&#8217;edificio, ma senza strozzatura e gravità. <span id="more-35039"></span><br />
I bambini erano invece pesanti, tesi alle spalle, geroglifici, annodatissimi nel risveglio di quelle urla sfasate, anche se Ruberti li scioglieva e cercava d&#8217;animare. Gli avrebbe fatti anche cantare in coro per poter assorbire le urla che puntellavano ogni angolo dell&#8217;edificio. O avrebbe dovuto, a mali estremi, fare alla svelta quel sogno spugna, quel sogno aspirante, quella visione rastrello, che ripulisse il mondo da quella catasta di scaglie, di calcina e ferracci ossidati, con Betta ficcata sotto, che poi rispunta su ogni volta, monca. Farla magari nel bagno dell&#8217;edificio segnalato in verde al secondo piano, la proiezione liberante, senza additivi o barbiturici, tenendosi le meningi come i superuomini, che cambiano in un vortice mentale le crettature. In un angolo piastrellato di rivincita personale, ingolfettato, con la pancia dura che si protende dalla cinghia di finta pelle. Prodigioso e focalizzato come una lettera di rettifica al Provveditorato agli Studi. Invece stava lì a zampettare su e giù per tutte le scale, spoglio di visione e scisso come tra gli scomparti di una storia inconciliabile, trafelato a distribuire i suoi alunni dentro e fuori le stanze, come risciacquando dei panni, a cercare un punto d&#8217;equilibrio per le loro schiene, che non fosse troppo compromettente. Era lontano anche dall&#8217;ipotesi di una salvezza, se ne prendeva gioco. Si era persino alleato con alcuni più bolsi e cinici, cisposi in viso, poco compassionevoli, in atteggiamento di perenne scherno. Anche lui, il maestro Ruberti con addosso l&#8217;indifferenza inquieta di quelli, la fissità della cellulina di gesso con gli occhietti vispi sulla lavagna, con cui aveva spiegato la meiosi in mattinata.<br />
Era il sogno del gesso, quello redimente, che aveva già percorso. Ed era un sonno perenne, sotto una coltre, abraso. Ricco di occhietti, palpebre sulle celluline della lavagna. Se fai il maestro, aveva pensato prima di fare la Domanda, se ti vuoi far spiegare invece di spiegarti, hai l&#8217;opzione d&#8217;una provincia disposta a cullarti, una cuccia periferica di feltro grezzo, che ti va giusta addosso. Da decenni ha fatto il maestro di Scienze, parlando con analogie buffe, questo per non agire sui corpi altrui, nella speranza di salvarli, o magari, doverli terminare: salvarli altrimenti. L&#8217;alleanza con la scienza degli occhietti di gesso, dei diminutivi. Come antidoto contro il sogno ricorsivo di Betta, e i suoi moncherini al cielo, intamponabili nella Bologna scolorata.</p>
<p>Ogni stanza dell&#8217;edificio che passavano in rassegna di fretta, era una solitudine ridotta all&#8217;osso: nella prima stanza all&#8217;ultimo piano, ricomposto a caso quel plotone di alunni in una boscaglia sbilenca di umori acidi, non c&#8217;era Betta, ma un pelato, infarinato in viso. Aveva preso un pennello, forse dai suoi attrezzi, stava spingendolo sulle pareti in frantumi, circoscrivendo dei concetti ridondanti, per ricomporre il discorso ora ai minimi termini sulla sua lingua siciliana per schiocco. Rapido, proprio, allegorico, venuto dal futuro a recriminare contro l&#8217;accidia umana, forzando sulle ginocchia. L&#8217;inchiostro si dosava grumoso dall&#8217;orlo del gomito spezzato dal pennello. Ruberti, tenendosi sullo stipite, s&#8217;invaghì ancora della sua, d&#8217;ideologia, mentre il pelato si consumava sulla propria. Si tese in alto, contandosi le pulsazioni al collo: salvare e non salvare dipendevano entrambi dal caso, la stessa sabbia che ti fischia tra le dita ritornando nell&#8217;indistinto, a mano aperta, o a pugno chiuso, che sia. Il caso impone una scelta inutile. Ma, o scegli la scelta, e allora ti devi scontrare con la catastrofe ricorrente, oppure hai il sedativo: il diminutivo, il vezzeggiativo. Ruberti ha scelto il sedativo più di dieci anni fa, la mano aperta, davanti a Betta monca, alla sua visione dove tutto crollava vestito di grigio, addosso al suo corpicino friabile. E tutto quel grigio dipendeva dallo sguardo, dal sapersi fissare, da un&#8217;ipotesi di salvezza che Ruberti inseguiva, per trattenerla, e ora non più&#8230; Se lui faceva sbocciare gli occhi alle soglie del primo incubo, il cascame iniziale del suo appartamento si spalancava in un esclamativo sonoro, e lui si trovava a scendere le scale della Facoltà. Passeggiare poi per i portici deserti di Bologna. Col camice ancora addosso. Non proprio passeggiare. Incespicare con un magnetismo alieno. Un filo invisibile che si scuciva tra i pantaloni di flanella. I portici ansimavano in parallelo. Nascosti dietro di essi tutti i cittadini, immersi nell&#8217;odore della mortadella che corteggiava il pane oleoso, gli bisbigliavano “Bån dé Dotor Ruberti, Cum stèt? Bån dé. Vlair un cafè? Ch’al scûṡa, mo la fè le appendiziti, Dotor Rubé?”. Presto i portici vennero giù agitandosi come costole sui polmoni. Incrinati da tutti i cittadini cambiati di segno, in una tagliola al cuore. Centro di quella vertigine che aveva sentito prima dell&#8217;esplosione in aria. E del tremore a tamburo. Quindi l&#8217;asse terrestre giù a scivolo. Era finita così, la prima visione. L&#8217;occhio sbocciato e sudato sulla carta da parati svedese della sua camera. </p>
<p>La seconda stanza: una solitudine ennesima, tra le scosse, per i suoi alunni pietosi in caduta libera, che lui cercava d&#8217;affrancare. Percorso il passaggio congestionato dall&#8217;ultimo al piano inferiore, Ruberti c&#8217;arrivò trasportando il gregge come profeta, smagliato il viso itterico, levitando sui corpicini verdognoli e catalettici. Le finestre di legno erano spalancate, ampi fianchi di un grosso animale strozzati a dei ganci. Si sentiva come la parete lattea esterna del sole venisse bucata e succhiata dal frastuono della piccola città inodore, riversata tutta per strada a zampettare. I bambini volevano uscire, si slargavano alternativamente la bocca e il collo del golf, in piccole voragini sbavate, ma volevano anche vedere, ancora vedere, ancora. Altri imploravano solo l&#8217;uscita a mani giunte, strette sulle labbra. Ruberti non poteva salvarli: questo era contrario al suo lavoro, e da oramai vent&#8217;anni.<br />
Un giovane macilento con i pantaloni quasi alle ascelle, delle bretelle finissime e un pizzo a saetta, mimava a stento nella seconda stanza il braccio d&#8217;un giradischi, il giradischi sconnesso che aveva proprio sotto il suo, di braccio, in bilico sopra un piedistallo sopravvissuto all&#8217;esplosione che gli aveva fatto la morte silenziosa attorno e una speranza d&#8217;amplificazione. La registrazione era sciupata, cominciava a slabbrarsi e scampanellare senza più melodia, in un ventriloquismo roco tra il giovane, il giradischi, e, pareva, tutte le voci vicine e lontane della sua famiglia. Doveva essere friulano, per le palpebre piccole, rosee e contuse, occhi minimi e questuanti, che però ondulavano in un liquido giallastro alle risposte del sisma collettivo, scossoni alle sue pretese, a quelle delle sua famiglia. Si protese, sicuro per essere salvato, e Ruberti si voltò verso il corridoio, per non rischiare di doverlo salvare, anche solo con la lacca indulgente di uno sguardo. Il ventriloquo ricominciò tutto mogio a fare lo stesso di prima. Ruberti disse ai suoi alunni che era meglio affrettarsi. Quella stanza era ancora priva di Betta, i suoi occhi a mandorla che gli facevano sfuggire le iridi fin nell&#8217;oscurità delle orecchie, quando strusciava sul ginocchio di lui, e si sdilinquiva tutta di tremori naturali.<br />
Una catastrofe è sempre una vertigine personale, una maniera di non sentirsi partecipi al mondo, volendolo pur amare, pensò Ruberti, mentre guardava insistentemente la porta del bagno appena intercettata, e si domandava del contro-sogno per Betta, il sogno mirino e spatola, tutto focalità e prodigio. Una questione di solitudine estrema, la catastrofe, bizzarro idealismo. Si sentì di giocare come a rimpiattino con i suoi allievi, spingendoli dal sedere, scacciandoli come galline nel corridoio, schizzando poi lui a placcarli, per non sentirsi spaiato. Scivolò su quel pavimento maculato di pietre, facendo gincana tra le lettighe che già erano entrate in azione tra una stanza e l&#8217;altra, grazie a dei tipi concentratissimi, svizzeri. Un&#8217;allieva particolarmente adulta di testa, per non dire mortalmente noiosa, si aggrappava al margine di una porta come a tenerlo. Gli squadernò una facciaccia malevola, e lo redarguì a tenere concentrazione sulla nuova stanza, dove era appena avvenuta una detonazione: che lì sì che avevano bisogno di attenzioni, di viveri, trasfusioni mentali.<br />
“Io a te sicuro non ti salvo” le disse Ruberti, avvicinandosi con un dito, terrorizzandola. </p>
<p>“Parli con dignità” gli aveva smaniato Betta, tutta pubica nel letto al pomeriggio bolognese, mentre la mano di Ruberti le perlustrava a inventario i peletti irsuti di una coscia. Il fiato di lei sapeva di amarena viziata, succhiata dal ghiacciolo.<br />
“Parli come riparlassi ad eco, dal punto fisso, vecchione.”<br />
“Hai il doppio della mia età, e non hai ancora fatto carriera. Vecchione!”<br />
Ma se nel primo sogno, nella matrice che veniva spinta giù a battere il grugno burbero, un vuoto coerente aveva dominato, nel secondo lei era spuntata con la sua testolina, grattando un angolo sfuocato dell&#8217;attenzione di Ruberti, vicino ad una fontana di cui si vedeva solo la illesa vaschetta superiore con lo zampillo essiccato. Era quella una mattina riscaldata come dallo sbuffo di una vacca, quasi umana, anche se, per il corpo opaco di Ruberti, che suonava l&#8217;incubo nelle viscere, era una notte prosciugata, dopo la sera in cui Betta si era dileguata di nuovo, con l&#8217;attitudine del suo pube, sempre esposto oltre le mutandine troppo strette, a prendere il volo su quella fionda verso le mani di lui. E nel terzo sogno lei le aveva ripetute al contrario, quelle tre frasi secche, le tre linguette adesive, prima di abbandonarlo ancora, da sotto le macerie che conquistavano la città rendendola totalmente appenninica, rocciosa e restia.</p>
<p>Non c&#8217;era molto da vedere, nella stanza indicata dalla facciaccia dell&#8217;allieva saputella, dopo quel botto: se non la danza intermittente di una serie di arti, gomiti e legamenti che si mostravano e nascondevano da dentro una nube soffice, come pezzi di feti involuti che uscivano dal bozzo di verme. Tutti i bambini vennero attratti immancabilmente da quell&#8217;orrore fatto arte, sorprendendo ancora il maestro, nonostante il tempo e gli spazi stessero terminando, Ruberti stesse cercando di razionalizzare, e alcuni fossero già deboli, sfiancati. Quel talco denso e uggioso era forse, per loro, viatico della tanto agognata uscita. Ruberti li placò mettendosi davanti, quasi eroicamente, e s&#8217;incipriò il naso, guardando dentro se poteva esser tale, l&#8217;uscita, così eclatante. Sollievo che non spuntò la testolina di Betta da quella spuma soffice. Sentì solo un accento campano che uggiolava come sirena senza pile nel mezzo della nube, qualche tosse sforzata, e il dolore acuto e caldo del manrovescio involontario che gli fece perdere l&#8217;equilibrio, complice il pavimento che tremava da tempo. Cadde di groppa al suolo, interrompendo la corale dei crolli.<br />
Nel quarto sogno, o era il quinto o sesto, Betta si era tirata un tanto su con le braccia, mentre l&#8217;attenzione di Ruberti s&#8217;avvicinava ancora come uno strillo al cinema, fatto a imbuto. Lei aveva poi osteso i due moncherini, un&#8217;inferriata riversa lì vicino le aveva tranciato le gambe dal ginocchio in giù, ma lei ghignava tranquilla e diceva ancora Vecchione, e Parli come&#8230;. Al contrario, il discorso era diventato melanconico, irreversibile, “Vecchione” aveva un punto d&#8217;interrogazione, era un invito ad entrare con lo sguardo, e non a serrare, nel suo vortice di parole rotanti. Prima duro, poi melanconico, scaduta l&#8217;ironia. E nel settimo o ottavo sogno, Ruberti era una specie d&#8217;occhio prensile, senza più camice e incespicare, non sapeva se salvare o meno, se operare o meno, con quelle mani sfarfallanti attaccate ai bordi della pupilla, inservibili. Sbatté ogni notte, nei successivi, con quella mostruosità gigante sui quei tranci rossastri, come una mosca su di un vetro. La Betta si mostrava contenta, mordeva le labbra all&#8217;amarena, pronunciava le tre frasi linguetta, il suo pube, senza mezze gambe, era puro e protagonista. Lei, sulle sue gambe intere, sarebbe ritornata il giorno dopo, a svegliare il cagnone umido di Ruberti nel letto, avrebbe fatto crollare tutto di nuovo a suon di grida poco credibili, e avrebbe rimostrato i moncherini la notte, nel giogo metallico diurno e notturno della colpevolezza, se solo lui si fosse trastullato ancora con l&#8217;idea, l&#8217;ipotesi di una salvezza.<br />
Ruberti si riprese tra le manine dei suoi alunni, che lo stavano rianimando a pizzicotti, e alcuni, si accorse, pure a sputi caduti lenti e pastosi. Attorno facce di altra gente, affaticata e tesa, che poteva avere tratti simili ai suoi operandi di un tempo. Li scrutò bene, nell&#8217;intermittenza dei loro fischi del petto. Fu contento di aver scelto la soluzione. La soluzione precedente i vezzeggiativi di gesso, gli occhietti sulle cellule, fu lasciare i guanti al Dipartimento di Chirurgia, appassiti su di un tavolo da operazione, nonostante tutto quello che si presentasse ad un chirurgo trentenne con un cognome propulsivo, che indossa serietà come il camice stirato maculato di sangue, e per quello deve nascondere la relazione con una quindicenne. Fare finta che a ricevimento passi una cuginetta, alla quale si può dare un pizzico sulle poppe solo dopo aver socchiuso la porta. Mentre lui dentro suda freddo alla scrivania, e butta giù il groppo in gola, perché si è reso conto che non può vedere più corpi devastati, da scoperchiare o chiudere, da salvare, non più, dopo che Betta gli mostra i moncherini, ripetutamente, in uno spazio desolato composto delle sue costole crollate sul cuore. Un cuore-bulbo che non desidera altro che ritornare a quella smania, e non poterci fare. Tutti quei corpi slabbrati erano la sua colpa, avevano la faccia ovale di Betta quando entravano e uscivano dalla sala operatoria. Aveva provato anche col tiopentale, anestetico a lento recupero, per rientrare furtivo con tutto il tempo adeguato nella visione deteriore, lui redimente, in punta di piedi. Ma non ci si entra a volontà, ma sotto una coperta provinciale ci si può sonnecchiare bene, senza crettature: e così aveva fatto, prendendo il gessetto in mano, disegnando occhietti alle celluline nello spazio sicuro di una lavagna nera.</p>
<p>Un altro tonfo richiamò l&#8217;attenzione su di un&#8217;altra stanza, i bambini si precipitarono a falcate impostate, da bambini, distolti dalla mancata uscita e dal corpo di quel leader solidale, che intanto si era rialzato. La calce scodò fuori in un lembo, poi si aspirò di scatto e quella stanza si presentò protesa verso il fuori, e dentro cominciò come a nevicare a fiocchi grossi. Ruberti, appena arrivato, pensò che non c&#8217;era comunque niente da vedere, e la neve era un palliativo, anche se c&#8217;era una schiera di angeli, con occhiaie azzurrate e ali troppo estese, prostrate di neve. Gli angeli si toccavano spaesati dietro le spalle il punto dove l&#8217;ala si stava piegando, e lamentavano in coro “Fate presto”. Più che angeli parevano anfibi spogliati del loro habitat. Ruberti rimase lì davanti stecchito, stringendosi la giacca sulla pancia esposta, mirando oltre la schiera, spolverandosi, mordendosi le guance sotto i denti. “Fate presto”. Guardò verso l&#8217;architettura della stanza, retta solo dalla parete della porta d&#8217;entrata e da due esili strappature di muro ai lati. La parete esterna esplosa mostrava ora lo scorrere di molti lampi, ricordi estratti degli angeli-anfibi bruciati, come lembi di carta in una cenere, in una visione aerea della bragia dove cadevano. Non vi riconobbe Bologna, non vi riconobbe la fontana di via San Giovanni, non vi riconobbe il punto esatto dove il capetto della Betta spuntava ogni notte, rompendo il coccio, mostrando il moncherino.<br />
Fu spintonato da uno che s&#8217;era messo in precedenza sulla sua scia. L&#8217;uomo entrò nella stanza con un lungo pastrano un po&#8217; macchiato di neve sporca sulla coda, una sorta di detective dal passo un po&#8217; bigotto, cautelare, la testa riccia, piccoli denti tesi che valutavano lo spazio, le infossature degli occhi non livide, ma cave, da calavera messicana. La schiera degli angeli-anfibi si serrò, oscillò ubriaca, per quanto poteva per il peso della neve, oscillò in un “Noi sappiamo” contro il Rappresentante: così lo nominò Ruberti in testa, per via dei denti piccoli, telegrafici e l&#8217;aria da officiante. L&#8217;uomo alzò il braccio destro e, piegando il dito in aria, come piegando un grilletto, spense lo spazio agli occhi dei bambini. Spense tutto.</p>
<p> Gustare il piano terra: l&#8217;oscenamente confortevole. Un po&#8217; di acqua, qualche merendina, cibo o chewing gum, tirare fuori dalla stagnola il panino con la frittata. Vennero quasi placcati davanti al banco caotico del bar da un tizio in tunica romana, che coi suoi sandali squittenti cercò di sedurli in un balletto barocco, incrociando i talloni. Dietro di lui, c&#8217;era la sua stanza, l&#8217;ultima per ordine d&#8217;apparizione, vicino ai magazzini, in un senso anacronistico di quella catabasi, la <em>Pompei anno 63-anno 79 d.c.</em>. Che nessuno doveva aver visitato di frequente: la catastrofe lì era diventata storia trionfale, belletto. Ruberti inciampò nel tranello e si sporse: non era troppo male quella lava che colava da una parete come pelle di dragone fibrillante, col solito effetto di agonia spasmodica del suolo delle stanze, che in quella cigolava un po&#8217;, forse dimostrazione d&#8217;una antichità involontaria. Ma niente, niente moncherini, niente Betta, niente pube in aria e niente cocci in terra, solo la lava che smerigliava tra due colonne doriche, e il soffitto che si illuminò di rosso intenso sulla testa del pompeiano con le guance truccate da pupazzo beone. Faceva molto caldo per i faretti filtrati e cominciò a proporsi puzza di bruciato. Non male quella stanza, ripensò Ruberti, peccato per la sua posizione fuori dal tutto, fuori tempo massimo, a mo&#8217; di souvenir.<br />
“Chissà cosa diranno i politici di tutti questi effettoni, no?” disse poi alla cassiera.<br />
“Può trovare la lista dei finanziatori dall&#8217;altra parte, all&#8217;entrata, signore” le rispose lei a testa bassa, mentre contava dei soldi con il tocco del pollice.<br />
“No, per amor di Dio. Tornare indietro, tzé. Faccio un buon lavoro. Buona giornata.”<br />
“Come, scusi?” gli disse lei da dietro il vetro, con una mazzetta in mano.<br />
“Faccia. <em>Faccia</em>, volevo dire. A presto.”<br />
Si lasciò alle spalle il cartello <em>Museo Memoriale delle Catastrofi Naturali</em>. Quando Ruberti era passato lì davanti con l&#8217;A112, aveva implorato, picchiando quasi la fronte sul volante, che non venisse assegnato per una gita in quella nuova attrazione coscienziosa in città, narrazione museale di ogni terremoto rilevante della storia italica. All&#8217;inizio, quell&#8217;assegnazione l&#8217;aveva presa come un&#8217;assegnazione del destino. Poi s&#8217;era ricordato del sedativo, del vezzeggiativo, di quella coperta grezza e coerente che era la provincia, e la scuolina nel suo centro esatto, come il palo centrale di una tenda da camping. Perché il destino si poteva trovare in quel tepore, ed era sempre buono: ti salvava senza chiedertelo, senza guardare pietosamente dove avesse gettato la coperta di un aiuto, senza preferenza, sottraendoti da quel grande regno dell&#8217;emergenza, singolare e colpevole, di cui Betta era diventata la regina monca e lui lo schiavo bulbo, il creatore ubbiato e il pernio storto. Stavolta ce l&#8217;aveva fatta, s&#8217;era annoiato e sguaiato come un bambino. Era sicuro che quei quindici anni di pube e occhi a mandorla, di linguette di parole vuote e giochi con lo sperma tra le dita, non sarebbero apparsi più, a rosicare l&#8217;osso del piede della sua solitudine che tremava con la terra.<br />
“Che fine hai fatto, Betta? Ti si son cicatrizzati i tuoi moncherini? Sei anche tu ora <em>vecchiooooona</em>!?” si disse fra sé Ruberti, ridacchiando un po&#8217; sadicamente, mentre montava in macchina, dopo essersi gingillato con la solidità dell&#8217;asfalto e la liberazione dei bambini verso padri e madri. Si strofinò la faccia con la salvietta umidificata che l&#8217;addetta in tailleur gli aveva donato all&#8217;uscita. Salutò qualche genitore più alleato, strizzando gli occhi assieme allo stomaco affamato, raccolse i compitini -non poteva chiamarli che così, vista la loro semplicità didascalica- i compitini sulla mitosi, caduti in fondo al retro del sedile, senza farsi vedere dai suoi alleati. Non poteva permetterselo. Avviò la macchina e si rimise sotto la coperta grezza, sotto il suo tunnel soffice che non raccoglieva la gravità delle scorie. Fino a che un genitore con un gilet ridicolo non gli si buttò quasi sotto le ruote della A112, risvegliandolo, battendo poi con la nocca sul vetro.<br />
“È convinto che avrà imparato qualcosa della miseria umana?” gli domandò il genitore, baffoni alla tedesca e bocca rosa, mentre trascinava dietro di sé il figlio come un trolley.<br />
“Quello che basta. Faccio un buon lavoro” rispose Ruberti, facendo cigolare il vetro con l&#8217;azione della manovella. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/">Il grande regno dell&#8217;emergenza</a></p>
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		<title>Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 15:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>giovedì 1 aprile 2010</strong></p>
<p><strong>presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.<br />
FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. </strong></p>
<p><strong>IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE </strong>di <strong>Enzo Fileno Carabba</strong><br />
<strong>UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON </strong>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
</p>
<p>Presentazione dei primi due titoli della <strong>nuova collana di ZONA Novevolt</strong>, a cura di <strong>Alessandro Raveggi </strong>e <strong>Enrico Piscitelli</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/">Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>giovedì 1 aprile 2010</strong></p>
<p><strong>presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.<br />
FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. </strong></p>
<p><strong>IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE </strong>di <strong>Enzo Fileno Carabba</strong><br />
<strong>UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON </strong>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<span id="more-32473"></span></p>
<p>Presentazione dei primi due titoli della <strong>nuova collana di ZONA Novevolt</strong>, a cura di <strong>Alessandro Raveggi </strong>e <strong>Enrico Piscitelli</strong>. </p>
<p>Intervengono, con gli autori e i curatori della collana, <strong>Vanni Santoni </strong>e <strong>Jacopo Nacci</strong>. </p>
<p><strong>Vernissage della mostra &#8220;Sad Plants&#8221; di Jonathan Calugi, illustratore delle copertine di Novevolt</strong></p>
<p><em>Da marzo in libreria, i primi due libri della collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, per Zona editrice. </p>
<p>Volta al rilancio della qualità nel panorama nazionale, Novevolt propone piccoli gioielli di stile: di autori affermati e giovani promesse, sfidando le leggi del mercato e rivolgendosi ai lettori con arditezza e complicità, senza contraffazioni e specchietti per le allodole. Per questo i Novevolt sono libri piccoli, densi, coinvolgenti, tascabili: unici. Oasi temporanee per ridare libertà, libertà a chi scrive, libertà a chi legge.</em></p>
<p>SCHEDE COMPLETE DEI LIBRI: <strong><a href="http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/">http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/</a></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/">Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Licantropop</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/30/licantropop/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 15:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi e <a href="http://despairs-online.blogspot.com/">Despairs!</a></strong></p>
<p><a href="http://www.sendspace.com/file/1r3w4n">Traccia Audio: Licantropop</a></p>
<p><em><strong>Colapso Calypso</strong></em></p>
<blockquote><p>A Manuel Vázquez Montalbàn<br />
Granada, già 2003</p></blockquote>
<p>La missione si chiama:<br />
POLVO ESTELAR<br />
le autorità hanno aperto<br />
un’indagine meschina<br />
<em>Disección de un alma errática</em><br />
milioni di ecologisti hippie<br />
richiedono di conseguenza<br />
un poliziotto compromesso<br />
malauguratamente<br />
a guardia<br />
<br />
l’altro giorno in un ristorante<br />
il criminale detenuto<br />
da Carmen Sevilla<br />
la donna freschissima<br />
gelosa di se stessa<br />
più grande del mondo<br />
physique du rôle imbarazzante<br />
(una familiare, eterogenea<br />
molto pulita e convenzionale<br />
<em>el Civic IMA es un coche ecológico</em>)</p>
<p>il criminale aveva rubato<br />
le briciole della Cometa<br />
<em>Para optimizar su autogobierno</em><br />
ed il resto del pulviscolo disperso in:<br />
Londra 3 giorni Hotel Majestic<br />
furto di chiavi obiettivi incompiuti<br />
<em>La habitación era limpia<br />
la espuma de la cerveza<br />
otra salmonelosis:</em><br />
ché poi mi ritirerò<br />
<em>– Fa come che va e poi torna!</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/30/licantropop/">Licantropop</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://media.delcinema.it/images/2007/10/30/big_un_lupo_mannaro_americano_a_londra.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi e <a href="http://despairs-online.blogspot.com/">Despairs!</a></strong></p>
<p><a href="http://www.sendspace.com/file/1r3w4n">Traccia Audio: Licantropop</a></p>
<p><em><strong>Colapso Calypso</strong></em></p>
<blockquote><p>A Manuel Vázquez Montalbàn<br />
Granada, già 2003</p></blockquote>
<p>La missione si chiama:<br />
POLVO ESTELAR<br />
le autorità hanno aperto<br />
un’indagine meschina<br />
<em>Disección de un alma errática</em><br />
milioni di ecologisti hippie<br />
richiedono di conseguenza<br />
un poliziotto compromesso<br />
malauguratamente<br />
a guardia<br />
<span id="more-13706"></span><br />
l’altro giorno in un ristorante<br />
il criminale detenuto<br />
da Carmen Sevilla<br />
la donna freschissima<br />
gelosa di se stessa<br />
più grande del mondo<br />
physique du rôle imbarazzante<br />
(una familiare, eterogenea<br />
molto pulita e convenzionale<br />
<em>el Civic IMA es un coche ecológico</em>)</p>
<p>il criminale aveva rubato<br />
le briciole della Cometa<br />
<em>Para optimizar su autogobierno</em><br />
ed il resto del pulviscolo disperso in:<br />
Londra 3 giorni Hotel Majestic<br />
furto di chiavi obiettivi incompiuti<br />
<em>La habitación era limpia<br />
la espuma de la cerveza<br />
otra salmonelosis:</em><br />
ché poi mi ritirerò<br />
<em>– Fa come che va e poi torna!</em><br />
dicono gli inquirenti –<br />
<em>– Così i membri di una comunità ancestrale<br />
porterebbero sempre due nomi?<br />
– Dobbiamo ispezionare<br />
i suoi propositi nucleari!</p>
<p>¿Hasta dónde quiere llegar?</em></p>
<p>Negozi CHICCO<br />
che coprano il 25 % della popolazione:<br />
un anno di prigione<br />
e torna ad essere un pargoletto<br />
(il meraviglioso viaggio<br />
di violenza e terapia delle prigioni!)</p>
<p>Fa’ da patrigno a un bambino<br />
un fandango di idee<br />
Collabora –<br />
Dagli del futuro –<br />
e di regalo<br />
un avveniristico cesso automatico<br />
con sette marce<br />
così che possa sentirsi lindo<br />
come di regalo<br />
a tutti quelli che andarono<br />
in pensione in anticipo coi tempi<br />
si danno tanghi<br />
tanghi e boleri<br />
che consentono di godersela di più<br />
e riducono lo sforzo<br />
al conduttore<br />
(<em>Así cierro las puertas al pasado</em>)</p>
<p><em>¿Hasta dónde quiere llegar?</em></p>
<p>Un testamento di fronte alla Storia<br />
senza scontri<br />
con ultrà –<br />
di fuoco le sue parole<br />
così come si marcò la Torà nel cielo<br />
provocando il tipico odore bruciaticcio<br />
dell’umanità.</p>
<p>Di regalo<br />
lui richiede in verità<br />
<em>POLVOS</em> (SCOPATE.)<br />
<em>Pide cita. Madrid.<br />
Envía CLARA 5646.</em><br />
Incontri occasionali<br />
per un’insaziabile creatura.<br />
Che assumano<br />
significati contrastanti.<br />
A contatto con il bruciaticcio<br />
dell’umanità.</p>
<p>Alla vista del panorama<br />
sottile tortino di tonno<br />
le irregolarità però<br />
balzano al piatto<br />
le cronache locali<br />
non dedicano pagine<br />
alla missione:<br />
“Stiamo pagando questa fiacchezza<br />
perché i giocatori del Real hanno detto:<br />
BISOGNA IMPEGNARSI<br />
NELLA CHAMPIONS?”</p>
<p>Negli ultimi trecento metri<br />
d’investigazione<br />
inavvertito come alito di Godzilla<br />
nella ripresa<br />
viene fuori che un enorme niveo<br />
cane poliziotto volante<br />
decifra il monologo impattante<br />
di Orson Welles in <em>Mody Dick</em><br />
con meno di 6 giorni<br />
a Pechino<br />
(759 Euro):<br />
“ha commesso pubblicamente<br />
i peccati che gli Stati Uniti<br />
gli accusavano di commettere in privato<br />
nella notte de <em>Los Reyes Magos</em>”:</p>
<p>Si muove allora Bastian<br />
avvinghiato a quella enormità<br />
il testardo ben ravviato<br />
che si arroga il diritto<br />
di riscattare le lande di Fantàsia<br />
dalla mancanza di infrastrutture<br />
e di avvocati del lavoro<br />
intrepidi e sportivi<br />
senza alcuna insufficienza cardiaca.</p>
<p><em>Testo tratto da </em>Alessandro Raveggi, <em>Disney contro le Metafisiche,</em> (ZONA, 2008 + Cd di Despairs!, con post-fazione di Cecilia Bello Minciacchi)</p>
<p><em>Immagine: Un lupo mannaro americano a Londra (John Landis)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/30/licantropop/">Licantropop</a></p>
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		<item>
		<title>Habeas corpus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 07:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Nodo Sottile 3]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro dell'Esausto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/licenziamento.bmp" title="licenziamento.bmp"></a></p>
<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ketchup.bmp" title="ketchup.bmp"></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p><em>A perpetual holiday is a good working definition of hell</em><br />
<em>(G. B. Shaw)</em></p>
<p>*</p>
<p>Perdere occasione di<br />
è ovunque un perdere<br />
del tempo per,<br />
per tempo si è fatto o almeno<br />
pareva il tempo di farlo<br />
di disfarlo<br />
il gioco della girandola<br />
senza sosta per<br />
la mitica mitologia del tempo<br />
e del guadagno, mitico!: accumulare,<br />
accatastare l’attimo, di gran<br />
lena, se sottrai un tassello,<br />
crolla tutto, attento!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/">Habeas corpus</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/licenziamento.bmp" title="licenziamento.bmp"></a></p>
<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ketchup.bmp" title="ketchup.bmp"><img width="431" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ketchup.bmp" alt="ketchup.bmp" height="262" style="width: 382px; height: 261px" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p><em>A perpetual holiday is a good working definition of hell</em><br />
<em>(G. B. Shaw)</em></p>
<p>*</p>
<p>Perdere occasione di<br />
è ovunque un perdere<br />
del tempo per,<br />
per tempo si è fatto o almeno<br />
pareva il tempo di farlo<br />
di disfarlo<br />
il gioco della girandola<br />
senza sosta per<br />
la mitica mitologia del tempo<br />
e del guadagno, mitico!: accumulare,<br />
accatastare l’attimo, di gran<br />
lena, se sottrai un tassello,<br />
crolla tutto, attento!<br />
crolli tutto.<span id="more-5692"></span></p>
<p>*</p>
<p>Devi essere pazzo,<br />
devi credere agli ufo,<br />
per sorbirti questa roba<br />
tutta d&#8217;un fiato:<br />
l&#8217;opinione fluttuante è<br />
la tua, tuo corpo, tua melma,<br />
grammatica fallace,<br />
tuo l&#8217;accostamento d&#8217;immagini,<br />
una dopo l&#8217;altra ti prendono<br />
l&#8217;anima, della carcassa<br />
da espungere, rimane solo il<br />
midollo, o ti rimane la soglia, dove<br />
sostare, devi essere pazzo<br />
per stare, per credere<br />
di lavorare qui, all’erta,<br />
nella scialuppa<br />
di salvataggio.</p>
<p>*</p>
<p>Hai il tuo bianchetto,<br />
puoi correggere la storia,<br />
col liquido bianco,<br />
nidificato tra le dita,<br />
tutto è reversibile,<br />
basta scegliere il lato<br />
giusto dove installarsi,<br />
e succhiare<br />
dal tubo bianco.</p>
<p>*</p>
<p>Si muove sgangherato,<br />
immobile.<br />
Lo indicherebbero<br />
come santo o mistico.<br />
Ne ha le stimmate,<br />
ma non gli<br />
agganci giusti,<br />
possono vederlo<br />
giustamente<br />
solo i creduli.<br />
Non ha condanna,<br />
fa vanto, di condanna,<br />
l’onesta stazza di portarsi<br />
quel bagaglio di conoscenze,<br />
tante da non saperne<br />
cosa farne e dove.</p>
<p>*</p>
<p>Preparato per la battaglia,<br />
faticato molto, addestramento<br />
a reni spezzate nel vuoto,<br />
pane acqua e botte,<br />
l’unica dritta che<br />
manca è il nemico,<br />
sceverare ciò che è là dentro,<br />
il suo stomaco, ruggisce<br />
e vuole rimanere fresco<br />
(ha i suoi sessanta anni, il nemico,<br />
questo si dà per certo.)</p>
<p>*</p>
<p>Preparato ancora al peggio,<br />
non sa che farsene<br />
del bene e del male,<br />
la causa, l’effetto per lui<br />
sono gingilli elettronici<br />
in cui rimane inghippato<br />
per mandare un messaggio<br />
al mondo che lo circonda,<br />
ossessivamente, con<br />
le sue richieste di sconto,<br />
da scontare.</p>
<p>*</p>
<p>Gli viene quasi la voglia<br />
di prestare fede ad<br />
un insostenibile<br />
creazionismo,<br />
puzzolente di creature<br />
e genitali allo sbaraglio<br />
di una notte miserrima.</p>
<p>*</p>
<p>Può dire il vero,<br />
ma il suo invecchia come<br />
falso storico,<br />
dillo col cuore!<br />
Soffia nei ventricoli<br />
come fossero zufoli da arcadia!<br />
L’hanno già detto i cantautori,<br />
ora hanno una macchina per<br />
rompere il ghiaccio,<br />
un macchina lunga<br />
per una donna intercambiabile,<br />
che copra le spalle ad<br />
altre mille in agguato,<br />
prese con un autografo.<br />
Facci una firma pure tu,<br />
assicurati il futuro,<br />
su quella chiappa sacra,<br />
risorta in pompa magna in tv.</p>
<p>*</p>
<p>Nella pellicola,<br />
volano sempre più maghi<br />
e draghi, volanti infanti,<br />
stregacce fiche<br />
butterate nel trucco<br />
che interrompono la corsa,<br />
nel momento buono,<br />
della catarsi, del fotofinish<br />
spasmodico,<br />
la malvagità ha<br />
la sua compassionevole<br />
conservazione,<br />
la combustione:<br />
non puoi trovarti<br />
occhialini sul naso<br />
a pronunciare il tuo<br />
abracadabra<br />
lo scilinguagnolo,<br />
timido<br />
senza le spalle parate<br />
dalla produzione,<br />
per niente al mondo,<br />
anche nel tuo mondo,<br />
di fiaba immateriale,<br />
pelle di cipolla, Enrichetto.</p>
<p>*</p>
<p>Giganti goffi<br />
sopra nani, di giganti<br />
maturati a suon di<br />
ristampe dello spirito,<br />
freaks buttati via<br />
a calci dal circo<br />
perché non intercettano più<br />
il pubblico, imbellettati<br />
per l&#8217;editore in voga.<br />
Bene, troppo bene per essere<br />
scarto della storia,<br />
e suo combustibile.<br />
Ingolfano il sistema.</p>
<p>*</p>
<p>Credi nelle otto ore?<br />
Sì, nei ticket restaurant, nelle piadine<br />
formaggio e spinaci, per star leggero,<br />
per stare in una<br />
pausa perdurante.</p>
<p>Credi nei blockbuster?<br />
Sì, nelle occasioni da prendere al volo,<br />
di scatto, slogandoti orgoglioso,<br />
nelle avventure di ruolo.</p>
<p>Credi nelle divagazioni notturne?<br />
Sì, nei sabati sera<br />
della zona a traffico limitato,<br />
al caldo ghiaccio industriale,<br />
ai castelli di plastica.</p>
<p>Credi nella grossa Coalizione?<br />
Sì, un giorno vedrò la mia specie<br />
per il mondo, a vendere pacchi<br />
a domicilio, enciclopedie infinite<br />
per i vecchi della domenica.</p>
<p>Credi in quello che ti si dice?<br />
Sì, ho smesso di fidarmi così<br />
ciecamente delle Seconde Navigazioni.</p>
<p>Credi in quello che ti dicono Te Stesso?<br />
Sì, il mio cuoio capelluto è brillante,<br />
forte, durerà, non trovi, ho<br />
delle belle mèches.</p>
<p>Credi di avere la chiave?<br />
Sì, o almeno ho trovato un crack<br />
estone in mezzo a pop-up sconvenienti,<br />
(ha certe piccole implicazioni,<br />
ma a livello di software,<br />
un contratto a termine).</p>
<p>Allora vai fuori,<br />
e goditi i lividi, figliolo,<br />
la vita, intendo.</p>
<p><strong>Alessandro Raveggi </strong>(Firenze, 2 giugno 1980) scrive poesie, racconti e testi teatrali. Dottore di ricerca in Estetica, ha pubblicato la raccolta <em>L’Evoluzione del Capitano Moizo</em> (ZONA, 2006 — prefazione di Tommaso Ottonieri), <em>A party, a song for Leo: Doppelgänger</em> (Titivillus, 2003), <em>Vs.</em> (e-book, Poesia Italiana E-Book a cura di Biagio Cepollaro, 2006), <em>Foie-gras </em>(parz. In “Quad. Antologia di drammaturgie contemporanee”, La Camera Verde, di prossima uscita) ed altri testi su <em>Semicerchio</em>, <em>Nazione Indiana</em>, <em>Le Voci della Luna</em>, <em>L’Ulisse</em>, <em>Almanacco Odradek 2007</em>, <em>Estetica</em>, <em>Terranullius</em>, oltre ad essere presente in alcune antologie di poesia, prosa e teatro come <em>Nodo Sottile 3 </em>(Crocetti, 2002) e <em>Il Sapore del Fumo</em>(Effequ, 2005). È finalista del Premio Riccione per il Teatro 2007, del Premio Dante Cappelletti 2005 e del Premio Nazionale I misiotis 2005 della casa editrice d’if. Attualmente lo trovate  <a href="http://nellavascadeiterribilipiranha.wordpress.com"><em>Nella Vasca dei Terribili Piranha </em></a><em> </em>dove raccoglie materiali per il suo primo romanzo omonimo e inserisce vari assaggi della raccolta di racconti inediti <em>Turismo Consigliabile</em>. Altrimenti lo trovate in scena con la sua compagnia Teatro dell’Esausto. Altrimenti non lo trovate.</p>
<p>(Immagine di Chris Woods)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/">Habeas corpus</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 04:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Lisa]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di <strong>Alessandro Raveggi</strong> e <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>(<a href="http://www.teatrodellesausto.org/omero.html">qui</a> il programma completo)</p>
<p>alla <a href="http://www.lacitelibreria.info/">Libreria Café La Cité</a></p>
<p>via Borgo San Frediano 20R</p>
<p>sabato 12 aprile 2008 &#8211; ore 19<br />
presentazione di alcune pubblicazioni di<br />
<strong>Biagio Cepollaro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Andrea Raos</strong><br />
e dei progetti letterari on-line &#8220;Nazione Indiana&#8221; e &#8220;<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm">Poesia Italiana E-book</a>&#8221;</p>
<p>introducono <strong>Tommaso Lisa</strong> e <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
seguiranno performance e letture degli autori</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/">Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di <strong>Alessandro Raveggi</strong> e <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>(<a href="http://www.teatrodellesausto.org/omero.html">qui</a> il programma completo)</p>
<p>alla <a href="http://www.lacitelibreria.info/">Libreria Café La Cité</a></p>
<p>via Borgo San Frediano 20R</p>
<p>sabato 12 aprile 2008 &#8211; ore 19<br />
presentazione di alcune pubblicazioni di<br />
<strong>Biagio Cepollaro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Andrea Raos</strong><br />
e dei progetti letterari on-line &#8220;Nazione Indiana&#8221; e &#8220;<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm">Poesia Italiana E-book</a>&#8221;</p>
<p>introducono <strong>Tommaso Lisa</strong> e <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
seguiranno performance e letture degli autori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/">Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>DO YOU SPEAK ENGLISH?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/14/do-you-speak-english/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/14/do-you-speak-english/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 06:35:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/01/13/do-you-speak-english/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Hanno quel non so che dell’umanità, e degli ispettori dell’autobus sulla cinquantina facilmente individuabili tra la folla, per un certo qual modo inappropriato e rigido di portare Fruits of the Loom sotto giubbetti da giovanotti e coppole da golfista a righe cremisi e verde.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/14/do-you-speak-english/">DO YOU SPEAK ENGLISH?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Hanno quel non so che dell’umanità, e degli ispettori dell’autobus sulla cinquantina facilmente individuabili tra la folla, per un certo qual modo inappropriato e rigido di portare Fruits of the Loom sotto giubbetti da giovanotti e coppole da golfista a righe cremisi e verde. Ma manipolano la serratura argentea, che si incastona come un monile nello spesso portone verde scuro, come se operassero un innesto in una fragile pianta, una pianta odiosa che produce fiori minuscoli solo dopo una lunga dedizione. Sono dentro, abbastanza rapidamente da far trasparire un certo nervosismo, tanto che inciampano l’uno sull’altro. Nessuno però li ha visti, dalla strada, nonostante sia ancora ora di mercato. Bert manda a quel paese Gil, fa come per tirargli uno schiaffo. Chiudono la porta rimasta leggermente aperta. Bert accenna col mento a Gil verso la porta, che, muto, chiede spiegazioni shakerando le mani.<br />
<span id="more-3126"></span><br />
– Hai chiuso?<br />
– Sì.<br />
– Sicuro?<br />
– Sì, t’ho detto di sì.<br />
– Chiuso <em>chiuso</em>?<br />
– Porca troia, Bert, non è la prima volta che mi trovo di fronte certi lavorettini… – e con le mani gesticola come fosse in una televendita di gioielli.<br />
– Non hai capito. Hai <em>chiuso</em> quella cosa di cui stavamo parlando prima, fuori?<br />
– Che?<br />
– Nicla.<br />
– Parli della storia con Nicla. Mm.<br />
– Beh, che fai, ci devi pensare?<br />
Gil assaggia la stuoia davanti alla porta di casa, una stuoia con su disegnati omini di neve natalizi, con la suola dei suoi consunti scarponcini scamosciati, si gratta il collo del piede destro col sinistro. Si guarda attorno. Sorride, e sorridendo, sprizza fuori il suo dente dorato che si è fatto impiantare per sembrare più sordido e malvagio, nonostante gli amici gli abbiamo consigliato più volte di rinunciarci. L’appartamento ha un suo certo gusto, anche se pare preparato apposta per un ciak cinematografico ed ha un’aria secca, di mandarino sintetico. Gil ondula la testa, pensandoci su.<br />
– Non so come spiegartelo, Bert. Non ne abbiamo parlato spesso. Quelle notti, quelli notti in cui stiamo abbracciati, coi brividi, finestre semiaperte, sono fin troppo veloci. Che ne so… Io le accarezzo i fianchi molli, poi arrivo ai capelli, quella chioma rossa così accattivante, le prendo le ciocche in bocca per gingillarmela un po’, lei mi dice, con quella stessa vocetta con cui mi ha… ingabbiato, “voglio stare abbracciata, nient’altro. Per favore, stiamo abbracciati…”<br />
Bert ridacchia sfottendo Gil, tirando su le folte sopracciglia ingrigite. Si inoltrano nell’androne della casa, passando le dita sugli eleganti mobili lucidati. Su questi, oltre a vari bouquet rinsecchiti, invitanti mazzi di chiavi, una scatola di cerini, un pacchetto di carte da gioco, e la foto di alcuni genitori abbracciati su un dondolo dallo stile pomposo, si trovano diversi manuali dai titoli incomprensibili, di un inglese tecnico, aziendale, manuali d’istruzione con orecchie alle pagine e segnalibri colorati. </p>
<p>Gil col suo dito incappa nel telefono, di quelli chiari e snelli, a toni, e attiva la segreteria. Bip. Dopo qualche secondo di meccanismi inceppati, testine sporche e l’avvolgimento del nastro, si sente quanto segue: <em>Ehi, dove stai? È successo qualcosa oggi alla mia bambolina?&#8230; Suvvia, dì un po’ a Willy: what’s happened? Mi spieghi una cosa: perché non hai voluto consumare il tuo ultimo pasto, sul treno di ieri sera, di ritorno da Costanza? Quei broccoletti, eh? Quei broccoletti erano tanto acidi, eh? Lasciami pensare… Stop, stop, stop, ho capito. So come ti senti. È un mondaccio… là fuori. Ne parlavo giusto ieri col Dottor Adams. Dirai: Chi è il Dottor Adams? Come chi è il Dottor Adams? Quell’ometto ricciolo, faccia da irlandese, che è venuto a prendere un caffè un mesetto fa, a casa. È patetico, lo so. Vedi, lui crede che adesso gli arrida il successo. Pensa che un buon vestito firmato, dei bei denti puliti, il fiato che puzza di mentolo e ingenti disponibilità monetarie facciano il tutto. Sai, sono convinto che Adams abbia avuto molte spinte per la sua carriera. Prima o poi, queste “spinte” vorranno in cambio qualcosa. Non crederà che azioni disinteressate piovano dal cielo, eh?&#8230; Come? Hai tirato su? Hai farfugliato qualcosa?&#8230; Tesoro… qualcuno sull’altra linea. Richiamerò. Ma tu fatti trovare a casa… ti prego. Un bacio.</em><br />
Termina la telefonata. Rumore meccanico e impacciato della segreteria.<br />
– Bene – fa Gil – il padrone di casa è fuori per un lavoro assai remunerato. La mogliettina è a fare compere collo stipendio del marito, e riempie il suo carrello di voglie e schifezze.<br />
Gil si mostra soddisfatto. Bert mostra il grugno.<br />
– Gil, su, vai avanti. Va’ al sodo… – si lamenta Bert, mentre passa in rassegna la rubrica telefonica accanto al telefono, e un paio di biglietti da visita schizzano fuori.<br />
– No, non siamo arrivati ad una conclusione. Chiuderò io il rapporto. Gente che parla addosso e, lo sai, il suo uomo è uno… con i controcazzi. Uno in alto, da come lei ne parla. Uno per questo genere di posti, c’è d’averne paura… Ehi, balordo quel cristallo…<br />
Nell’altra stanza, nel salotto in penombra, in una credenza chiusa a vetri, campeggia un cristallo non raffinato, sulla cui superficie la luce che trapela dalle serrande provoca strani riflessi violacei.<br />
– La sai la storia dei nazi e del cristallo, Bert?<br />
Bert fa segno di no, con la testa, svogliato. Adesso non è interessato alla storia dei nazi, non vuole perdere tempo con una storia di nazi. Sta chinato sulle ginocchia, aperta un’anta del piccolo mobile in mogano del telefono, e scartabella vecchi elenchi del telefono ingialliti, buste con tabulati, archivi di fatture, alla ricerca indefinita di qualcosa, o forse più per gusto personale, per creare scompiglio nei documenti.<br />
– Una storiella che girava da queste parti nel ’50 o nel ‘60, almeno credo. Si racconta che dei gerarchi nazisti ottennero un’ingente quantità di cristallo. Cristallo da sfoggiare alle feste da ballo, in cambio di dieci baldracche tutte rigorosamente col pedigree ebraico, le quali per un circa un mese si prostituirono nel retrobottega dell’artigiano, l’artigiano che aveva procurato ai gerarchi il quantitativo… e poi, ovviamente, furono bruciate… Pochi giorni dopo, si dice, quattro bavaresi tutti seriosi e azzimati andarono a fare violentemente toc toc sulla porta dell’artigiano, commissionandogli a forza un posacenere della forma di un piccolo laghetto… Con al centro… uno splendido cigno, in quel momento così aggraziato in cui spicca il volo, piegando il collo, così…<br />
Gil mima il verso del cigno mentre spicca il volo, in punta di piedi.<br />
– …E proprio su quel collo fecero incidere la scritta… Aiutami col tedesco…<br />
– Non so un’acca di tedesco, gonzo…<br />
– Qualcosa del tipo Amore… sì… Amore, io brucio per te, ma in tedesco. Balorda come frase, no?<br />
– Balorda… ma banale. Manca di una certa… vertigine poetica. Ovvio… Ovvio che se spengi su di un cigno una sigaretta, quello spicca il volo. Ma se sei uno di una certa tacca, di un certo livello, un bel balordo, in una festa da ballo, mica ti si gira contro. Piuttosto ti dice Amore, fai pure. Mi bruciacchi il culo, ma fai pure… E spicca il volo! – Bert ridacchia.<br />
– Le voci che correvano… dicevano che persino Hitler in persona avesse spento qualche sigaretta in questo capolavoro d’artigianato…<br />
Gil segue Bert che gli fa cenno di passare nell’altra stanza, in salotto, un salotto perfetto, due lampade ai lati, tubolari, che emanano un biancore gradevole appena vengono accese. Bert si sistema comodamente sul divano, un confortevole divano verde acqua, non consunto dalle unghie feline di certi appartamenti della media borghesia, un divano a due posti, perfetto come levigato da pietra pomice. Davanti al divano, sotto un tavolinetto in vetro che ospita un plotone di liquori pregiati, è disteso un tappeto persiano dove Bert si pulisce senza riguardi le sue ginniche sporche da una cacca pestata sul marciapiede fuori, borbottando “…’sto stronzo di cane, ma guarda te, ‘sto infame luridissimo…”<br />
– Magari è una balla… – dice Bert alzando le braccia, per poi concentrarsi su di un piccolo bicchierino sul cui fondo è depositato il residuo di qualche liquore passato. Tenta di tirare giù il contenuto, ma non ci riesce. Infila la sua grossa lingua di bue a stento nel bicchierino, per lambire il fondo gelatinoso.<br />
– Tutti ne parlavano nel ’50 e mica tutti si erano bevuti il cervello.<br />
– É una balla la storia di Hitler. Hitler non fumava – fa Bert, dopo aver rinunciato all’impresa colla lingua, commentando fra sé e sé “ma che è disegnata ‘sta cosa?” al riguardo del fondo scuro e immobile.<br />
	– Lo sai forse per certo? – risponde Gil, guardandolo presuntuoso negli occhi.<br />
– Si dicevano tante cose su Hitler. Persino che fosse un sadomasochista esperto o un maniaco della pedicure. Ma nessuno che dicesse che Hitler aveva il vizio del fumo!<br />
– Okay. Bene… – risponde mogio Gil, facendo spallucce.<br />
Suona il telefono. Si girano verso il ripetitore. Scatta la segreteria. Lasciano un messaggio, è la voce leggermente squillante, ma sicura di sé, del marito della signora: <em>Ripensavo alla tua osservazione di ieri, tesoro&#8230; Hai ragione. È parecchio che Daddy non lo si vede bene&#8230; Da quando è morta Mommy, Daddy si è comprato una bella barca e una colf, una colf a quattro stelle e se ne sta tutto il giorno in giro… E… E… volevo dirti, riguardo ai tuoi dubbi… Certo! Ma certo che Daddy ama l’Argentina. Una terra viva, piena di brio e attrazioni, ogni giorno una festa. E poi la gente, calorosa! Pensa che i vicini se lo sono preso in simpatia e ogni giorno portano a Daddy una crostata fumante e altre specialità del luogo. Beh, me lo ha confidato in tutta segretezza, non dirgli niente…</em><br />
Attimo di silenzio, si sente il fruscio del nastro che registra. Poi riprende: <em>Sì, è proprio… fuori di dubbio, fuori di dubbio che ami l’Argentina. Viste poi le sue noie con la legge, non poteva permettersi di arrovellarsi il fegato nel Vecchio Continente… Non più. Lo sai, svolgere la professione di medico chirurgo come la svolgeva lui… e solo lui!&#8230;. è spesso… controproducente. Realizzare esperimenti innovativi in nome del sacrosanto progresso non è sempre indicato. La ricerca, si sa, vive sulle alzate di genio dei ricercatori. Anche se poi… divieni inviso alla… comunità. E così ti dicono che i tuoi test sarebbero immorali o addirittura razziali… La tua organizzazione sta lì a tutelarti, certo… ma più di tanto non può, quando decine di altre organizzazioni, fondazioni, nazioni intere si muovono contro di te, contestando i tuoi risultati, puntandoti il dito contro. Non ti resta allora che prendere baracca e burattini, ritirarti altrove, passando il tuo tempo al circolo per gli anziani a giocare a dama, ad aspettare che il carro funebre faccia benzina e poi passi a prenderti suonando il clacson. É una cosa sconvolgente lasciarsi andare alla vecchiaia, non trovi? Come dire: scivolare giù nel fondo… Ma Daddy questo non lo fa. Daddy se ne sta tutto il giorno in giro… colla sua pellaccia chiara, – beh un po’ maculata dal sole, sai, quegli scompensi di melanina di Daddy… –  e la scriminatura perfetta in testa. E se non ci fosse lui, per Tommy…</em><br />
Di nuovo una pausa. Il fruscio del nastro che registra sembra più insistente. Poi riprende: <em>Hm. Dicevo: Adams. Il Dottor Adams, detto fra noi, amore, è come un criceto in gabbia che gira a cinque dollari. Fatica, fatica, ma sono altri che hanno in pugno i suoi bigliettoni verdi e se lo possono comprare e scambiare… Hm. A proposito, vuoi sbellicarti? Ho una VHS fresca fresca dell’ultimo briefing, dove, davanti agli altri, esalto le doti di quell’Adams. Veramente da sbellicarsi… L’ho lasciata… </em>Bert si alza e riattacca il telefono di scatto. </p>
<p>Si lanciano, tirandosi a fatica su coi reni, come bimbi esagitati alla ricerca della VHS tra gli scaffali, vicino al diamante, tra le costole dei libri, scostando e facendo franare anche una fila di matriosche di vario genere e fattura. Gil si ferma a raccattare all’impazzata le matriosche, a infilarne una dentro l’altra, senza troppa cura nella matrice di provenienza. Bert trova la VHS su di un vassoio di porcellana riempito con caramelle al miele, sul secondo scomparto del basso tavolino di vetro dei liquori. La infilano nel videoregistratore. Si tratta a tutti gli effetti di una riunione. L’immagine è a bassa definizione, proveniente da una telecamera che pare nascosta dietro le spalle dei presenti attorno al tavolo, ma si muove a scatti zoommando sugli stessi, esaltandone i difetti, le orecchie a sventola, la cravatta mal acconciata, il mangiarsi le unghie, come sotto controllo di una regia. Nella registrazione, in cui spiccano, nel contrasto esasperato della bassa definizione, camicie chiare e gelatina per capelli, vestiti di gessato e le tende crespe della stanza, una serie di impiegati prendono appunti su dei fogli di carta intestata, mentre un uomo sui trentacinque anni, faccia oblunga e capelli tirati indietro, sta in piedi a capotavola, parlando e indicando di volta in volta alle sue spalle delle diapositive, dei grafici, mai inquadrati. E l’uomo dice: <em>Veniamo alle regole. Credo che siano poche… Sì, le regole sono poche e essenziali… </em>Gil e Bert, seppur l’audio frigga, riconosco la voce<em>… Molto importante seguirle con zelo. Primo: i vetri dell’ufficio sempre puliti così che possa entrare la luce perfetta. Secondo: i vetri dell’ufficio sempre chiusi così che non entri aria cattiva. Terzo: il disordine uccide il business. L’ordine è il pensiero. Il disordine il soprappensiero…</em><br />
Suona nuovamente il telefono. Lo lasciano suonare, dalla segreteria la voce precedente, la stessa dell’uomo nel video, fa di sottofondo “Mi hai riattaccato? Hai buttato giù? Perché hai buttato giù al tuo William? Ehi, su… rispondi… va così… vedi adesso quando torno… alle otto sono lì, e vedi!”. E, intanto, prosegue la VHS, con Gil e Bert che guardano uno seduto accanto all’altro colle mani sulle cosce, attenti come studenti da primo banco… <em>Quarto: Se una donna fa la donna, battila. Se una donna fa l’uomo, accoglila… perché non sarà che una nullità da sfruttare. Settimo: i cessi… non devono odorare di cesso. Ottavo: se qualcuno o qualcosa contrasterà l’impresa, verrà… stri… stritolato… per così dire… da una quantità immane di cavilli burocratici a nostro favore… Capito tutto?</em> Una decina di teste annuiscono. Il loro leader sorride felice. Spenge con un telecomando la proiezione dei grafici. Vi<em> adoro. I grafici hanno mostrato che l’impresa sta costruendo un cammino proficuo verso un trionfo scontato e questo grazie agli accorgimenti del consulente Adams. Consulente Adams, si alzi.</em> Uno del gruppo, coi riccioli rossi, allampanato, si alza in piedi, con una cartellina sottobraccio. Applausi per il consulente Adams. Gli altri rimasti a sedere applaudono con forza, tanto che l’audio della VHS satura fastidiosamente, Adams li invita a smetterla, con modestia. <em>Nell’esprimerle i nostri riconoscimenti, Signor Adams, vorrei riassumere ai presenti in breve il suo curriculum, così che possa essere da esempio per quanti ancora non si trovano nella retta via o per alcuni ottusi che non ne abbiamo capito appieno il senso&#8230; </em>Il leader controlla dei fogli sul tavolo davanti alla sua postazione vuota. <em>Lei esce da Harvard passando per la porta di un prestigioso college londinese dove le hanno insegnato che calcoli, disciplina e una buona costituzione sono quanto di più si possa prediligere in un essere umano. Ad Harvard, i suoi studi proseguono proficuamente. E sì che di difficoltà ne deve avere passate, eh. Nonostante tutto, alle prime angherie cittadine nei confronti di questo giovane figlio di… mi permetta il termine… di con–ta–di–ni, quest’uomo è riuscito a rispondere e a metterlo in quel posto a chi in precedenza voleva fotterlo, non è vero forse signor Adams?</em> Adams fa segno che più o meno le cose stanno così. Bene. L’uomo tira su dal tavolo un bicchiere di liquido bianco e tira giù una sorsata. Poi fa un respiro e riattacca… <em>Dicevo, il signor Adams qua…</em> e punta il dito con insistenza su Adams<em>… a quindici anni potevate trovarlo, ad esempio, con una canottiera tutta patacche, ai bordi di un fiumiciattolo, novello Tom Sawyer, con la sua cannetta di bambù, in cerca di lucci e una striscia di moccolo che cade dal naso o… Per esempio, a inseguire lucertole fino al granaio adiacente la casuccia in legno dei suoi… Mi permetta queste invenzioni, Dottor Adams… Mica si starà offendendo?</em> Adams fa come se non ci fossero problemi (ha una mano sullo schienale della sua sedia, come se si sentisse a disagio e avesse la smania di rimettersi a sedere). <em>O, peggio, potevate trovarlo a piangere come una bambina sul suo letto trapuntato del college… perché un suo compagno di studi gli ha magari riempito le lenzuola di escrementi animali di varia e dubbia provenienza. Oggi, vestito di Gucci… con un diavolo di sesto senso formidabile, simile ad un… come dire… come si chiamano… un rabdomante, sì, un rabdomante in cerca di possibili prede nel grigiore quotidiano che ci precede ogni giorno, per le strade… Oggi quei compagni così divertenti e spiritosi, quei saltimbanchi che si permettevano di denigrarlo semplicemente per la sua provenienza campagnola… oggi, sono sicuro, sputano sangue misto a birra nel lavandino di un pub con l’insegna rossa ad intermittenza… in attesa del prossimo buco.</em> Si nota una certa indisposizione di alcuni astanti, per questa chiusa, si muovono sulle sedie come avessero le pulci. …<em>Mentre… Dio santissimo, il Signor Adams corre, corre, corre verso il successo come un predestinato. Un predestinato risorto dalle prevaricazioni come ogni buon predestinato!</em> L’uomo sulla quarantina allarga le braccia. La telecamera nascosta zoomma su di lui come ad esaltarne i connotati, affilati, con una bocca quasi da donna, due orecchie piccolissime. Finisce la registrazione, schermo blu per alcuni istanti</p>
<p>– Continua.<br />
– Credo sia finita, no?<br />
– Continua tu, balordo! – fa Bert con insistenza girandosi verso Gil, che ha gli occhi grandi e grigi che lo contraddistinguono velati come da pianto per lo sforzo della visione.<br />
– Hm. Okay. Io la lascio perché…perché non è più interessante come una volta. Ho perso quel senso di… sfida, che vedevo in lei. Lei era come la donna in fuga trascurata dal marito che si consola nella piena clandestinità dal giovane incontrato al bar…<br />
Bert mostra perplessità: Gil non è quello che si possa dire un “giovane”, con quella pancia grinzosa da pensionato che fuoriesce dalla Fruits of the Loom slabbrata e la faccia da mastino, nella quale la forza di gravità pare provocare un andamento uniforme verso il basso delle rughe.<br />
– …Uh, uh… Niente polvere. Basilare. Nelle giornate di pioggia puoi fare anche bella figura con la polvere sugli scaffali. Ma quando fuori è soleggiato, è problematico nascondere la polvere, dentro. Quando la stanza è inondata dalla luce la polvere brilla e viene fuori insidiosa. Sulle coppe vinte ai tornei di tennis, sulle porcellane cinesi comprate di seconda mano, sulle copie di Monet e Pisarro, viene fuori come una… terribile peste… Qua invece, ecco, fanno un buon lavoro. Ogni colore vive limpido in questa stanza. Nota come sono messe le poltrone, poi. Né troppo vicine al tavolino perché un ospite importante ci batta gli stinchi, né troppo lontane perché un vecchio collega anchilosato si spezzi la schiena, prendendosi il suo bicchierino di Cointreau…<br />
Bert si disinteressa, si alza, percorre il cammino a ritroso con passi felpati e prosegue dall’ingresso verso delle scale. Suppone che la porta alla sua destra sia quella di cucina, quella alla sua sinistra del bagno. Indica il ragionamento con le dita. Le scale porteranno nei dormitori… Come lui li chiama, squallidamente, i dormitori. Quasi in senso dispregiativo, non stimando affatto la monogamia, il matrimonio, la domesticità, il tepore di un focolare, neppure quello di un riscaldamento centralizzato. Gil, rimasto solo, si alza e torna nell’ingresso. Vede la massa tozza di Bert che sale faticosamente le scale come un grosso elefante che sta lentamente morendo, con la riga del culo che si intravede dai pantaloni di lino calanti e  il largo collo taurino imperlato di sudore.<br />
– Quando si perde il senso di una relazione con una donna è meglio concludere! – vocia dall’ingresso Gil rivolto a Bert, che ormai ha voltato l’angolo delle scale e ha quasi raggiunto il primo piano – …per evitare strascichi, è meglio concludere… no?<br />
Non ottiene risposta, né assenso. Sente solo i passi scricchiolanti di Bert al piano di sopra, una porta che si apre. Bert si morde il labbro, e alza gli occhi al cielo, stufatosi delle chiacchiere di Gil. Con cautela si muove sino a una stanza da letto, dai coloro accesi, con un copriletto floreale e un ventilatore che muove a bassissima velocità le sue pale. Il sudore in viso gli si ghiaccia per l’impercettibile ricircolo d’aria. Una piccola abat–jour accesa sul comodino immerge la stanza di un colore giallastro.<br />
– E comunque… – continua a gridare Gil dal piano di sotto – …Mi sono stufato di abbracciarla… nelle notti, di dover compensare tutta la sua mancanza d’affetto. Sai, in effetti, il cinquanta percento delle volte in cui parla… non l’ascolto nemmeno. Attacca con i suoi discorsi sulla solidarietà…<br />
Bert è sullo stipite della porta della stanza da letto. Ma si gira di scatto, corre di sotto affannato, la testa incassata nelle grosse spalle, dà uno scapaccione violento a Gil, che se l’è visto arrivare come un bufalo imbestialito giù per le scale.<br />
– Vuoi abbassare la voce? Che pensi, che siamo al club degli alcolisti anonimi? Che devi raccontare le tue storie sentimentali fallite a tutti? – gli sputa in faccia afono Bert, mostrandogli il pugno.  </p>
<p>Gil è di ghiaccio, si sistema la coppola… Suona nuovamente il telefono, il rumore fastidioso nelle orecchie di Bert, che si avventa sull’apparecchio e riattacca di botto. Poi Bert torna al piano di sopra con la stessa lentezza, dopo aver maledetto Gil, che lo segue a distanza, come impensierito da un possibile prossimo schiaffo. Risuona il telefono, quello che si presume essere l’uomo del video registra un nuovo messaggio in segreteria: <em>Ma io dico, sei lì con qualcuno? Cristo, chi ti credi di essere, puttanella,? Adesso lo vedi, cosa ti faccio, quando torno, lo vedi! Tirerò fuori i miei soliti tric–e–trac e vedrai… </em>Dall’altro capo sbattono poi il telefono con violenza. Si spegne la segreteria in un bip inquietante e profondo. Bert e Gil sono sulla porta, sul copriletto floreale stanno delle riviste avvizzite. Un armadio color avana è aperto, si intravedono dei vestiti, delle giacche, alcune vestaglie brillanti, da donna, due scarpiere. Gil si stende sul letto, prima palpandolo poi accomodandosi, cogli occhi segue il volteggiare delle pale, sbuffa e tira il fiato, scostando le riviste. Bert si piazza davanti all’armadio, tira giù dalle grucce delle giacche, le seleziona come valutandone la fattura, alcune se le sistema piegate sul braccio. Gil sfoglia una rivista con alcune donne di altri tempi che strizzano gli occhi appesantiti dal rimmel e fanno intravedere dei capezzoli interessanti dai loro vestiti semitrasparenti. Gil nota come il modello di posa preferito sia quello a gambe strette, mani sulle ginocchia, leggermente di profilo rispetto all’obbiettivo, che le rende, allo stesso tempo, disponibili e impenetrabili, enigmatiche e sbarazzine. Continuando a sfogliare incappa in un set rasatura e igiene personale tutta al maschile, con un ricorrente colore marrone spento che caratterizza l’oggettistica, dal rasoio elettrico agli asciugamani, deturpati oltretutto da un logo prepotentemente incassato in ogni affare, simile ad una ataut. Poggia al suo fianco la rivista, con una torsione del busto si allunga verso il comodino, lo apre, all’interno trova alcuni romanzi gialli e una scatola di profilattici. Bert intanto si è sbottonato i pantaloni, sta in mutande, tanto che Gil lo guarda di sbieco, accorgendosi di quella tozza presenza, le gambe pelose e le cosce flaccide e abbondanti da calciatore in pensione. Bert sta scegliendo dei pantaloni da uomo dall’armadio.<br />
– Dicevo… – riprende Gil – lei attacca coi suoi discorsoni balordi sulle popolazioni indigene devastate dal fiume straripante dell’occidente… sull’emancipazione… e io mi limito a bofonchiare qualcosa di conveniente alle sue domande retoriche…<br />
– Tutto qua? – fa Bert, abbottonandosi a fatica l’ultimo paio di pantaloni gessati che ha tirato fuori, tirando il fiato per la pancia e scuotendo la testa, paonazza per la fatica, colle vene che si ingrossano sulla calvizie centrale e i due ciuffetti bianchi di capelli ai lati, che sembrano gonfiarsi.<br />
– Una volta, una di queste notti, si è drizzata su col busto, mi ha preso le mani, ha iniziato una sparata micidiale sui diritti umani, le nefandezze del neoliberismo, sui pasti precotti… Sbraitava come una di quelle femministe che vedi ancheggiare ai cortei, nella sola ricerca di maschi e idee oziose per starsene tutto il giorno in panciolle… parlando delle condizioni delle donne in Afghanistan, del commercio delle vittime umane tra i potenti del mondo, degli enormi guadagni dei fabbricatori di kalashnikov e bombe sofisticate all’ultimo grido, che non sarebbero altro poi &#8211; secondo lei &#8211; che opulenti padroni di prodotti alimentari con la fissa dell’import-export. La cosa più esagerata che ha detto è quella de “il sotterraneo legame tra istituti di credito e fabbricatori di morte”&#8230;<br />
– Guarda qui…<br />
Bert ha aperto la scarpiera, per terminare il completo… Tra alcune scatole Tod’s spiccano altre, grigie, sigillate, un po’ ammaccate agli angoli, senza marca, piene, certo non di scarpe, ma come imbottite. Bert si perita con una sua unghia particolarmente lunga nell’eludere i sigilli. Sul retro delle scatole nota dei nomi, su etichette: KOZYI (2003), BARBIE (2002), RAUCH (1999) KVATERNIK (2001), RAUFF (2003), STANGL (1988), VON ALVENSLEBEN (2006), scritti a inchiostro. Una scatola adesso è aperta. Della polvere biancastra riempie completamente l’interno della scatola. Bert ci ficca un dito, con cui tira su un po’ di materiale, e lo lecca. Lo assapora colla lingua sul palato. Un sapore neutro, un po’ salato.<br />
– Non mi dire… Coca? – fa Gil, che si è alzato dal letto, strappando di mano una scatola a Bert, ancora intento a testare il contenuto. Gil agguanta queste scatole grigie con le etichette e le mette sul letto, per aprirle una ad una.<br />
– No. Non pare… E questo… – osserva una delle etichette sul fondo esterno delle scatole.. – questo Barbie… non era uno di quei…  – risponde, mentre i pantaloni sbottonati gli stanno calando giù dalle anche. Gil, avuto il dissenso, smette di aprire le scatole colle unghie.<br />
– Sarà una scatola di bambole della bambina… dei due di questa casa… no? – risponde Gil, dopo pochi attimi in cui a rimuginato il nome “Barbie”. </p>
<p>Dal piano di sotto sbatte la porta d’ingresso. I due si irrigidiscono, aggrottano la bocca, allarmati. Bert, tirandosi su i pantaloni e ficcando alla rinfusa i vestiti sottratti all’armadio, fa cenno a Gil di nascondersi sotto il letto. Si acquattano sotto, il letto è rasente al suolo tanto che rimangono incastrati uno accanto all’altro, colla faccia compressa sulle doghe che sanno di nocciolo lucidato. Respirano a stento. Da sotto guardano verso la porta. Passi lenti sulle scale. La figura che sale si ferma sul terz’ultimo scalino, alla vista della stanza da letto accesa col ventilatore a pale azionato. Bert e Gil intravedono la faccia. Una faccia bianca, con un muso vecchio da tartaruga, un giubbotto di pelle nera abbottonato fino al collo come un motociclista, tutto fibbie e cerniere. Ha un sacchetto di plastica rosa penzoloni dalla mano destra, forse all’interno un pollo ancora vivo, che si agita, muovendo gli arti. Un pollo spennato, forse. La figura strizza gli occhi per vedere bene. Emette degli strani vagiti, a bocca serrata. La faccia bianca è ticchiolata da alcune macchie. La figura si fa avanti, non è più visibile dai due, terrorizzati, ansimanti. Nemmeno il sacchetto rosa è più visibile. Solo dal polpaccio in giù, dei consumati sandali chiusi marroni che camminano attorno al letto, agitati. Il vecchio tartaruga pare mormora qualcosa. Sta togliendo le scatole da sopra il letto, lo si sente, apre l’armadio. Emette ancora strani vagiti, suoni striduli.<br />
All’improvviso, accanto ai sandali marroni, fermi davanti all’armadio, piombano, dall’alto, due piccoli piedini, due piccole scarpe da tennis da bebè. Si muovono a stento attorno al letto, Bert e Gil che seguono le scarpine frenetiche da una parte e dall’altra, i sandali marroni ancora fermi. Si chiude lentamente l’anta dell’armadio. I piedini si fermano. Scompaiono.<br />
L’essere, un nuovo essere, come nato da mitosi col vecchio, l’essere dalle scarpine da tennis,<br />
 sta adesso zompando sul letto, su e giù. Rimbalza sopra la pancia di Gil, anzi sopra le parti basse di Gil, schiacciate dalle doghe. Gil si lamenta, trattenendosi. Si ruotano i sandali marroni, si fanno da parte, una vecchia mano nodosa bianca come di un cadavere scosta il copriletto e la testa di tartaruga fa capolino. Incontra la faccia di Bert, che, in una situazione del genere, cogli arti immobilizzati, incastrato là sotto, non può che sfoderare una faccia esageratamente aggressiva. La vecchia tartaruga, gli occhi azzurri chiarissimi, un po’ velati, fa un sorrisone in cui mostra la sua dentiera smaltata, pare grugnire. Al suo fianco, curiosa, la facciona di un bimbo, che ricorda un po’ il vecchio, abbozza anch’egli un sorriso, senza denti, producendo quel suono dei palloncini gonfiati quando sono strizzati tra le mani.<br />
Si accende la luce al piano terra, visibile dalle scale come un taglio di lama su di una parete. Si avverte un rumore di tacchi che sbattono sul pavimento di ingresso. Una donna canticchia, è una canzone cubana di altri tempi. Aziona la segreteria, deve avere delle vigorose unghie smaltate di rosso, per il tono di voce. Manda indietro svogliata canticchiando a tratti e ascolta l’ultimo messaggio nel momento in cui… <em>Adesso lo vedi, cosa ti faccio, quando torno, lo vedi! Tirerò fuori i miei soliti tric–e–trac e vedrai…</em> La vecchia tartaruga si tira su in una smorfia di dolore e scatta a chiudere la porta. La donna nel piano di sotto pare avvertire il cigolio che la porta della camera da letto produce. Comincia a urlare “William! Sei qui? Perché tesoro, perché? Me lo vuoi spiegare…” e attacca a piagnucolare. Sale di fretta le scale. Apre le porte delle altre stanze, poi prova ad aprire quella della camera da letto. La faccia da tartaruga, adesso seduto sopra il letto, come premendo violentemente su Bert e Gil che stanno senza fiato, e il bambino sulle ginocchia come una madonna, deve avere chiuso la porta a chiave con un rapido scatto. Se ne sta tranquillo. La sua faccia deve essere immobile, strizzerà gli occhi di tanto in tanto, si toglierà una cispa. Il bambino se ne sta tranquillo, non mugola più. La donna comincia a sbattere le nocche sulla porta. Comincia a urlare “William! William! Aprimi… Lo so… ti ho delusa, l’altro giorno al lago… Lo so… apri!”. I colpi sulla porta si moltiplicano, deve star usando anche i piedi. Si ferma. La faccia di tartaruga ha un sospiro di sollievo che Gil e Bert percepiscono per una leggera variazione della pressione sul loro corpo da parte della vecchia carcassa dell’uomo tartaruga, sommata a quell’insignificante sacchetto di ossa deboli del bambino con le scarpe da tennis.<br />
– È per quei dubbi su tuo padre? – continua lei, da dietro la porta, disperata.<br />
– Dimmelo, è per quei dubbi… ho pure lasciato che affidassi Tommy tutti i pomeriggi a tuo padre… Se non mi fidassi… – grida ancora con isteria.<br />
C’è un attimo di pausa. Gil, nella frignata isterica della donna, riconosce la voce e sgrana gli occhi.<br />
– Quei modi, per favore, no… quei tuoi strumenti, no… Okay, ho fatto ritardo… ma, perché reagire così?&#8230; – riprende dopo un respiro la donna, quasi senza voce, ormai prosciugata nel pianto, completamente inaridita.<br />
– William… – e pare aver ritrovato una certa saldezza sia nella voce che nel respiro – … D’accordo. Sono d’accordo. Mi senti. Bene. Sposiamoci. È giunto il momento di sposarci.<br />
La donna dietro la porta assume presto una sicurezza allucinata, come profetica.<br />
– Sarò la tua brava mogliettina, la tua mogliettina adorata, quella che ti aspetta seduta alla finestra, scorrendo i riflessi dei fari delle macchine che passano sul vetro… La tua venuta sarà accolta da un bel letto caldo di attenzioni… Curerò il suolo che calcherai, marito mio… Le forchette che succhierai… Ricorderò delle tue medicine, senza lasciarle sbadatamente marcire nella scatoletta bianca… e così il tuo paio di mutande preferito, il sapone che fa la schiuma giusta per la tua vasca da bagno… E poi i cataloghi, le bollette, la fedeltà, i parenti, tuo padre, sì, tuo padre, accoglierò tuo padre, potrà venire qui quando vuole… e poi le immancabili difficoltà, ah, le immancabili difficoltà!” e simula un sospiro di sollievo, ma forzatamente, per disperazione.<br />
– William? – chiede nuovamente con flebile voce, rotta dal principiare di un nuovo pianto.<br />
– William?… William…<br />
Nessuna risposta. Silenzio. Si sente il rumore dei suoi tacchi che si muovono verso le scale. Che scendono le scale instabilmente, producendo un ritmo sconnesso. La porta di casa si chiude. Gil e Bert, quasi soffocati, con scarsa autonomia d’ossigeno nei polmoni, attendono qualcosa. Il peso sopra di loro si alza, come ci si poteva aspettare. I due respirano, completamente mezzi di sudore. Sul letto il vecchio sta, a quanto pare, sistemando le scatole. Si sente il rumore di plastica stropicciata. Sta infilando le scatole grigie in un sacchetto che si è portato appresso. Gil e Bert si immaginano che stia come infilando le scatole nella tutina rosa del bambino, quel suo bambino, suo perché dai tratti estremamente simili, sua riproduzione mignon, un bell’esempio di eredità genetica. I sandali marroni e le scarpine da tennis si muovono poi verso l’uscita, non prima che il vecchio tartaruga abbia chiuso le ante dell’armadio e fatto tintinnare un mazzo di chiavi, tirandolo fuori da una tasca dei pantaloni in pelle. Si sente poi il rumore della porta di casa che si chiude.<br />
Il Dottor M. balza sull’auto, una chevrolet, si stringono, stridono, guaiscono le cerniere del giubbotto in pelle nera. Sfreccia per le strade di B., guarda donne ancheggiare alla primavera, una primavera calda e umida, e le pensa come senza volto, tornate da un weekend al lago. Il cielo è bianco chic, pop. I crani dei bambini che giocano a pallone, un pallone rattoppato, sono così lucidi al sole. Tommy, appollaiato al suo fianco, mangiucchiando la cintura di sicurezza coi suoi dentini, si diverte a ruotare a caso la manopola della radio, che, tra le interferenze, annuncia, bassissima: <em>Hi-tech… disinfestazione… prede… Bisbigliare… latte in polvere… claustrofobia… flat… beatificazione… do you speak english?&#8230; gran finale&#8230; sei un figliol prodigo… autogrill con sapone verde menta… giochi di società… crani, molti crani si intravedono&#8230; questo è un luogo comune… un ombrello grande quanto il cielo… politically correct… il destino porco… condoglianze a mo’ di risa… uscite preferenziali&#8230; un’armonia sussurrata dalla metropolitana… una forte diarrea cronica… un passato passato nell’esercito… diciamo che Platone incontra Schopenhauer e gli dà un pugno… un po’ di rumba… la telefonata passala in diretta… dottori tedeschi in Argentina, le cui spoglie mortali… la dentiera del vicino è sempre più bianca… conclusioni affrettate… come una sorta di covo en plein air, che tutti conoscono, ma non vogliono vedere…</em></p>
<p>Il Dottor M. parcheggia l’auto davanti ad uno shopping mall dal nervoso stile post-modern. Il bambino rimane nell’auto a trastullarsi colla manopola. La porta scorrevole dello shopping mall si apre al livello terra, su offerte speciali, pasti sotto vuoto spinto, uno scaffale di remake patetici sulla Guerra Fredda. Il Dottore agguanta un po’ di collante per dentiere, cioccolata amara, latte in polvere. Prosegue al primo piano, ed ordina un grande schermo ad innumerevoli pollici, da appendere al soffitto sopra al letto – come specifica al commesso –  più tre telecamere portatili ed un cavetto di connessione. Lo attende una fila ossessiva, alla cassa 5. Fuori dal reparto hi–fi, si rivolge per dodici rose rosse al fioraio sull’angolo della galleria maggiore del centro, che non intende l’inglese perfetto del Dottore. Inutile, inutile l’invito a comportarsi diversamente. Decisioni risolute lo indirizzano poi in un bookstore, dove tira giù dagli scaffali una dissertazione sul Teeteto di Platone ed un manuale per giovani manager, introduttivo alla new economy. Nella vetrina di un negozio di animali lo attrae un piccolo criceto che gira sulla sua ruota di plastica. È tentato dall’acquisto. Balza in macchina, rosicchiando la barretta di cioccolata amara, lanciando rose, libri, criceto in gabbia e sacchetti con gli acquisti sul sedile posteriore. Il bambino al fianco si volta ad osservare il criceto spaventato e emette quel suo suono da palloncino pressurizzato. L’allettante cinquantenne colla sua permanente fresca di giornata lo accoglie sulla porta del miniappartamento vicino al centro. Consegnate le rose e il criceto, il Dottor M. se ne va ridendo. L’odore di bruciato che emana il microonde è insostenibile. Tommy guarda il Dottor M., mentre si trastulla ancora con la manopola della radio.<br />
– Le hai dato un calcio in bocca?<br />
– L’ho spinta nel letto, tenendole le spalle premute sul cuscino, le ho detto “Giovane boccone dei tuoi desideri repressi, sì, ma comunista… cazzo, No!”<br />
Bert e Gil sono fuori dalla casa, a mani vuote, facendo finta di niente, da esperti, colle mani in tasca, come se aspettassero quell’autobus dove avrebbero racimolato la paga mensile stilando multe agli studenti. Decidono di andarsene. Bert pesta la medesima cacca in cui è incappato poche ore prima, pare non curarsene. Si trattiene dal commentare.<br />
– E Lei?<br />
– Beh, muta. Raggelata, come un cadavere. Le volte successive non ha parlato. Mi chiamava al telefono a voce bassa. Diceva che non poteva parlare troppo perché di là… di là c’era suo marito. Ci davamo appuntamento, ci spogliavamo, non consumavamo. Poi lei se ne andava. Stop.<br />
Bert ci pensa su. Ci sono attimi di silenzio.<br />
– Devi lasciarla, questa Nickla. È una marxista problematica che vuole sentirsi solo in colpa e tornare dal marito autoritario. Classico, lo diceva pure Freud. Freud o Flaubert? Flaubert forse. Bah. Balordissimo…<br />
– Hai ragione. Devo chiudere i ponti con questa tizia. Non provo più gusto a stuzzicarle la passerina.</p>
<p>*</p>
<p>“Do you speak english?” è tratto da “Topi su Marte”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/14/do-you-speak-english/">DO YOU SPEAK ENGLISH?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cadiz</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/08/cadiz/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2005 16:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p><em>A Mariangeles Piña Batista,</em></p>
<p>Tuttavia il<em> Littré</em> non lo spiega<br />
perché per dove si giunse fino Cadiz,<br />
lunga playa ardente,<br />
con codesto gorro nefasto<br />
sulla bocca sdrucita,<br />
a captare i deserti del Maghreb:<br />
<br />
fu che avevamo, di qua e di là, da le parti,<br />
di ricchezze e scaltrezze, a milioni,<br />
a milioni di windsurf frastornati in Tarifa,<br />
così come coltivaste siringhe dall’altro lato,<br />
capolavori di drogati a Tangeri, William,<br />
herpes fioriti a milioni,<br />
piante carnivore che si spiluccano esse stesse,<br />
che veramente non ci andammo,<br />
in quell’<em>altro</em>, di lato<br />
(ci fummo:<br />
trascinati, da quel rombo di grazia scema,<br />
e siringhe),<br />
che veramente mai ci bagnammo le dita<br />
con elisir aromatizzati, in calumet della pace,<br />
se non qua, a Cadiz, vi bagnaste le scapole<br />
nel primo Atlantico, pensandolo il più puro,<br />
il purissimo (falsa falsissima prospettiva colombina),<br />
a milioni, scalfiti pezzi da mozaico dal tramonto<br />
che trattiene un tuorlo d’uovo all’orizzonte,<br />
leggemmo scandendo bene<br />
<em>A vostro rischio e pericolo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/08/cadiz/">Cadiz</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/490_3.jpg" border="0" alt="490_3.jpg" hspace="4" vspace="2" width="220" height="167" align="left" /><br />
di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p><em>A Mariangeles Piña Batista,</em></p>
<p>Tuttavia il<em> Littré</em> non lo spiega<br />
perché per dove si giunse fino Cadiz,<br />
lunga playa ardente,<br />
con codesto gorro nefasto<br />
sulla bocca sdrucita,<br />
a captare i deserti del Maghreb:<br />
<span id="more-825"></span><br />
fu che avevamo, di qua e di là, da le parti,<br />
di ricchezze e scaltrezze, a milioni,<br />
a milioni di windsurf frastornati in Tarifa,<br />
così come coltivaste siringhe dall’altro lato,<br />
capolavori di drogati a Tangeri, William,<br />
herpes fioriti a milioni,<br />
piante carnivore che si spiluccano esse stesse,<br />
che veramente non ci andammo,<br />
in quell’<em>altro</em>, di lato<br />
(ci fummo:<br />
trascinati, da quel rombo di grazia scema,<br />
e siringhe),<br />
che veramente mai ci bagnammo le dita<br />
con elisir aromatizzati, in calumet della pace,<br />
se non qua, a Cadiz, vi bagnaste le scapole<br />
nel primo Atlantico, pensandolo il più puro,<br />
il purissimo (falsa falsissima prospettiva colombina),<br />
a milioni, scalfiti pezzi da mozaico dal tramonto<br />
che trattiene un tuorlo d’uovo all’orizzonte,<br />
leggemmo scandendo bene<br />
<em>A vostro rischio e pericolo. Bevete con cura.<br />
Tiene 40° questo J&amp;B – questo J&amp;B non é il solito<br />
specchietto per le allodole del vostro fegato,</em></p>
<p>fu pertanto che ci scolammo<br />
circostanziati schifi anfibi<br />
la totalità delle riserve di J&amp;B della zona<br />
fino alla 6ª ora, dormendo fino alla 4ª<br />
in carta igienica e braghe della 2ª Guerra,<br />
ed alla 5ª risorgemmo, a milioni di cialtroni,<br />
crociati di niente, scudati di smanie,<br />
consumando l’amore,<br />
di quello svelto,<br />
degli insetti, che è quello delle mamme,<br />
che si svegliano anch’esse,<br />
a milioni, origlianti sulla porta,<br />
azteche professionali strutture sacre di fango,<br />
le spalle coperte nell’indagine<br />
dal volume contrito di una telenovela,</p>
<p>d’altronde tu dove stai?<br />
Dove stai?<br />
se non a fare <em>quell’</em>amore<br />
in un poema automatico,<br />
la .48 magnum ghiaccia<br />
che sa <em>calientarse</em>,<br />
a cui non credesti affatto,<br />
che tratta d’altro che di coagulato <em>sangre</em><br />
(o forse lo vede, lo indica, la verginella assassina lungimirante),<br />
eppure come vuoi,<br />
te la prometto,<br />
la tenerezza, le golosità toffee,<br />
lo spessore delle meringhe, nella Poesia:</p>
<p>che tanto avremo, avremo, a milioni,<br />
di ricchezze e scaltrezze, vicino Malaga,<br />
milioni di pasti e sposalizi di pizzi sollazzi smanazzi<br />
in quindici giorni e basta.</p>
<p>Vuoi? Vuoi eh? Allora le vuoi queste caramelline,<br />
da ciucciare con cura,<br />
vestite strette e soffocate da gitana,<br />
snocciolate come roventi rosari<br />
nella <em>Procesion de El Cristo?</em></p>
<p><strong>Alessandro Raveggi</strong> è nato a Firenze, nel 1980. Ha pubblicato poesie su &#8220;Nodo Sottile 3&#8243; (Crocetti, 2002). Nel 2003 è uscita la sua drammaturgia &#8220;A party, a song for Leo DOPPELGANGER&#8221; (Ed. Titivillus) ed alcuni cortometraggi curati assieme al video-maker Graziano Staino. Nel 2000 ha fondato la compagnia teatrale “Istituto Charenton”. E’ curatore, assieme a Tommaso Lisa, della rivista &#8220;RE:&#8221;.</p>
<p>(immagine: <em>Cremaster 1</em> Matthew Barney)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/08/cadiz/">Cadiz</a></p>
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