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	<title>Nazione Indiana &#187; alpinismo</title>
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		<title>UN LOGO PER LE DOLOMITI</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-logo-delle-dolomiti/">UN LOGO PER LE DOLOMITI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37415" title="Logo-Dolomiti-Unesco" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg" alt="" width="226" height="172" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti o meno noti, sono insorti. Il presidente della Associazione Italiani Pubblicitari ha dichiarato che la valutazione delle quattrocento proposte è stata fatta da persone che di grafica non ci acchiappano nulla, la magagna sta lì. E quindi propone che la sua Associazione, di cui en passant ci ricorda la certificazione (ISO 9001), abbia voce in capitolo. Io non sarei così certo <span id="more-37410"></span>che sia solo una questione di dimestichezza con le tecniche e i saperi dei grafici, certificati o meno. Il problema di fondo, mi sembra, è capire cosa significano per noi queste benedette rocce che alla bella età di duecentotrenta milioni di anni, portati superbamente, hanno ricevuto la consacrazione olimpica dell’Unesco. O meglio, provare a metterci d’accordo su cosa sono. A dire la verità non mi sembra un’impresa facilissima.</p>
<p>Le Dolomiti non sono un posto dove si va a abitare, dove ci si stabilisce. Grappoli di giovani europei saturi di urbanità migrano verso l’Ardèche e altre aree ad alta naturalità, dove allevano capre e fanno spuntare cavolfiori biologici, non verso le Dolomiti. Coppie di anziani nordici mettono le infreddolite radici nell’Algarve o in Provenza, non sulle Dolomiti. La gente scappa anzi da molte contrade dolomitiche, come da tante altre zone delle Alpi: più sono piccoli, più i paesini si svuotano (a rigore di logica dovrebbe essere il contrario: il valore aggiunto dovrebbe essere maggiore), più agonizzano. Troppo isolati, troppo carenti di infrastrutture, troppo lontani dalle città (le dirette antagoniste!). Nemmeno le droghe e l’alcolismo, entrambi molto diffusi, riescono a fare barriera. Resistono beni i centri più grandi e più opulenti, quelli che di dolomitico non hanno in fondo proprio niente, che sono anzi una caricatura a fini turistici delle Dolomiti. Se si leva lo sci invernale, che di dolomitico sensu strictu ha solo i fondali, in molte zone tira aria di crisi. Crisi anche esistenziale, non solo economica. E in fondo perfino il grande alpinismo, che le ha tanto corteggiate e vezzeggiate in passato, contribuendo a costruire poco a poco l’immagine attuale, le vede al meglio come una magnifica palestra, con quel rispetto vagamente sufficiente per le donne che da giovani sono state molto belle, e che hanno ora forse troppi amichetti. Adesso i migliori scalatori migrano stagionalmente sull’Himalaya, dove le sfide mantengono il carattere epico che qui s’è perso. A ben guardare le pareti dolomitiche le attaccano oggi gli alpinisti non tanto bravi, i dilettanti. I vorrei ma non posso.</p>
<p>Come tutte i beni di questo nostro mondo che sembra aver seppellito per sempre gli afflati collettivistici e egualitari, anche le Dolomiti sono in vendita. Possiamo per esempio comprarcene, se ce lo possiamo permettere, un pezzetto di una settimana. In estate, o in inverno, in quota o più bassini, come preferiamo. Senza vista, se siamo un po’ tirati. Se invece siamo dei ricconi sfondati possiamo metterci in tasca un’invidiabile fettona, sotto forma di una villaccia a Cortina, dove a ogni vacanza potremo frequentare i prestigiosi proprietari delle adiacenti villacce (tutti vestiti da montagna, come in una festa in maschera a tema). Se siamo messi molto peggio non ci resta che ripiegare su frammentini più risicati: un fine settimana in rifugio, o magari in tenda, qualche istantaneo mordi e fuggi. Per chi abita nei paraggi, è ancora un’ottima soluzione. Se siamo degli immigrati non ci restano, temo, che le cucine e i locali delle scope, sperando di non essere pagati in nero. Fermo restando che possiamo incolonnarci pur sempre anche noi nei serpenti estivi di veicoli che scavallano a passo d’uomo (quando va bene) i passi più famosi. Anche quello è un modo di conoscere e di amare le Dolomiti, è anzi quello di gran lunga più popolare. Chi può dire che scollinare su un torpedone a due piani o sul proprio veicolo sia meno emozionante che arrivare boccheggianti su una cengia, che sorseggiare un salatissimo (parlo del costo) e affollato cappuccino sia meno struggente di un desueto pranzo al sacco con le uova sode? Se vogliamo essere coerenti, e applicare gli stessi criteri che usiamo per esempio per i libri e i programmi televisivi, dove a decidere sono ormai solo le classifiche delle vendite e l’Auditel, quello è anzi il modo migliore, il più auspicabile.</p>
<p>Certo ci sono ancora frotte di puristi che affrontano le Dolomiti con l’austera costanza immagazzinata nelle gambe e nelle braccia, insofferenti degli eccessi di rumorosità e degli sfoggi vestimentari, e più che perplessi degli arroganti carosellamenti sciistici, non voglio dire il contrario. Io stesso ne faccio parte. Immaginiamoci però di mettere uno di questi ascetici atleti, arrivato pur sempre non lontanissimo dalle vette con un mezzo climatizzato e provvisto di sistema di georeferenziazione satellitare, e foderato di ogni ben di dio tessile e microelettronico, di fronte a uno qualsiasi dei suoi antenati, che usavano salpare dalle città pedemontane a piedi o in bicicletta, con pesantissime corde di canapa attorcigliate al costato: ci farebbe la figura di un viziato damerino, incapace di battersi a armi pari. Si sa, tutto è relativo.</p>
<p>Per certi versi potremmo dire – talmente sono diversi i modi che abbiamo di percepirle e di rapportarci con esse – che le Dolomiti non esistono. E invece esistono eccome, e abbiamo tutti bisogno, ciascuno a modo suo, che esistano: le amiamo. Sono come Pompei, la pizza, Babbo Natale. Sono insomma un mito, e come tutti i miti hanno una natura intrinsecamente vaga, e quel che è peggio alla mercé dei tempi. Questo mito, ci insegnano gli specialisti, ha una nascita piuttosto recente &#8211; soprattutto se rapportato all’età geologica delle interessate -, ha avuto una crescita lenta e costante, fino arrivare ai fasti attuali. E adesso, proprio mentre riceve la consacrazione dell’Unesco, constatiamo noi, vive forse un po’ troppo sugli allori passati. Lo troveremo un logo che lo rappresenti, un logo che ci metta tutti d’accordo? Un logo che parli – l’etimologia greca della parola viene da lì &#8211; in qualche modo di un futuro possibile? L’autobus a due piani che si disgaggia a fatica da un ingorgo alpino? Una funivia con sullo sfondo un aeroplano low cost? Un pacchetto di euro che scivola leggero sulla neve? Quel che è certo che lo struggente scarpone di cuoio e la stella alpina, che molti di noi hanno nel cuore, sono ormai improponibili.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani "Trentino" e "Alto Adige" del 05.12.10]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-logo-delle-dolomiti/">UN LOGO PER LE DOLOMITI</a></p>
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		<title>TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 2 parte</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 08:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Arnoldi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi22.jpg"></a></p>
<p>[il passo riportato, come <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini/">i due precedenti</a>, è tratto da <em>Tristi montagne</em> <em>(guida ai malesseri alpini) </em>di Christian Arnoldi, Priuli &#38; Ferlucca, 2009]</p>
<p><strong>La montagne maudite</strong></p>
<p>Il lavoro di selezione e di integrazione di immagini appena visto ha avuto come effetto l’esclusione e la rimozione di taluni elementi interpretativi e di talune visioni alpine che per tutto il periodo romantico erano andate di pari passo con quelle della <em>belle montagne</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini-2/">TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 2 parte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Arnoldi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi22.jpg"><img class="size-full wp-image-35811 aligncenter" title="arnoldi2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi22.jpg" alt="" width="290" height="260" /></a></p>
<p>[il passo riportato, come <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini/">i due precedenti</a>, è tratto da <em>Tristi montagne</em> <em>(guida ai malesseri alpini) </em>di Christian Arnoldi, Priuli &amp; Ferlucca, 2009]</p>
<p><strong>La montagne maudite</strong></p>
<p>Il lavoro di selezione e di integrazione di immagini appena visto ha avuto come effetto l’esclusione e la rimozione di taluni elementi interpretativi e di talune visioni alpine che per tutto il periodo romantico erano andate di pari passo con quelle della <em>belle montagne</em>. La poetica del sublime percepiva le Alpi come un ambiente incontaminato e quindi anche selvaggio, minaccioso, rischioso, pericoloso. Esse erano per eccellenza il luogo sia della meraviglia, sia del terrore. Ricordiamo per esempio le impressioni riportate da Chateaubriand in occasione del suo viaggio sul Monte Bianco nel 1805. Egli ne rimase profondamente deluso e turbato tanto da scrivere, nel suo <em>Voyage au Mont Blanc,</em> che le descrizioni delle montagne apparse nella letteratura di quegli anni travisavano oltremodo la realtà. Egli descriveva le Alpi e in particolare il massiccio del Bianco in tutt’altra chiave: <span id="more-35710"></span>«Le nevi in fondo al Glacier des Bois, mescolate con la polvere di granito, mi sono sembrate simili a cenere; in molti punti si potrebbe scambiare la  Mer de Glace per una cava di calce o di gesso […]»; e ancora «[…] nei famosi chalets trasfigurati dall’immaginazione di Rousseau non sono riuscito a vedere altro che stamberghe piene di letame delle greggi, dell’odore dei formaggi e del latte fermentato; come abitanti, vi ho trovato solo miserabili montanari che si considerano in esilio e aspirano a scendere a valle».</p>
<p>Oppure, arrivando alla creazione letteraria vera e propria, ricordiamo le celebri pagine del capolavoro di Mary Shelley, <em>Frankenstein</em>, nelle quali sono descritti con grande enfasi gli spaventosi e sublimi orrori della montagna: «[…] il silenzio solenne di questa gloriosa sala delle udienze della imperiale Natura era rotto solo […] dal fragore tonante delle valanghe o dallo schiantarsi, riecheggiato da tutte le montagne, degli ammassi di ghiaccio che per l’opera silenziosa di leggi immutabili, di tanto in tanto si crepavano e si spaccavano come fossero stati giocattoli nelle loro mani».</p>
<p>L’<em>invenzione</em>, invece, ha utilizzato e alimentato esclusivamente le immagini e gli elementi simbolici paradisiaci rimuovendo accuratamente ogni riferimento a ciò che poteva sembrare pauroso, sproporzionato, squallido o brutale. Essa ha cancellato ogni nesso con le interpretazioni demoniache e inquietanti, legate al caos, all’entropia, alla rovina, alla perdita e alla morte. Nonostante ciò, questo tema è rimasto clandestinamente attivo e produttivo sino ai nostri giorni; e ha generato un insieme stratificato di interpretazioni e di rappresentazioni: una vera e propria struttura immaginaria che da un lato comprende le letture e le visioni generate nel silenzio dall’arte e dalla scrittura; dall’altro lato quelle elaborate nella solitudine e nell’anonimato di miriadi di esistenze vissute in montagna.</p>
<p>In termini ancora molto approssimativi, riprendendo le analisi di Pietro Bellasi, che a loro volta rinviano direttamente alle intuizioni di Bachelard, potremmo dire che fanno parte di questo sotto-immaginario quelle interpretazioni sorte a partire dagli elementi materiali della montagna; cioè dalla materia, dal granito, dai calcari e in modo particolare da una delle loro caratteristiche elementari, vale a dire <em>la fragilità</em>, la propensione alla frantumazione, alla polverizzazione, allo sbriciolarsi, allo sfaldarsi, insomma alla distruzione. Del resto il paesaggio alpino e le sue forme, come dimostra anche John Ruskin, derivano proprio dalla fragilità della materia, dal suo punto di rottura; sono il risultato di una lotta senza quartiere tra durezza e fragilità, dove l’epilogo varia a seconda si tratti di graniti, di calcari o di materiali composti. Nell’ambiente alpino le forme mutano e variano seguendo il carattere sostanziale della materia, si plasmano seguendo le nodosità e le porosità della roccia. Contrariamente alle credenze comuni, il destino delle montagne non è legato ad un processo di elevazione bensì a quello di erosione, di appiattimento; ad una continua azione abrasiva e di modellamento della materia. Lo stesso Ruskin in <em>Modern Painters</em> sosteneva che il destino della montagna è l’orizzontalità dei deserti; e che ogni elemento dell’ambiente d’alta quota lavora incessantemente per raggiungere questo obiettivo. A suo dire, la forma delle montagne «[…] è <em>quella</em> di un decadimento eterno. Nessuno sguardo retrospettivo può elevarle dalle loro rovine, o preservarle dalla legge del loro destino perenne. […] la <em>loro</em> storia ha un tono uniforme di resistenza e distruzione».</p>
<p>Allora proprio <em>la fragilità</em> e <em>la pesantezza della materia</em>, l’azione invariabile dei grandi determinismi naturali e la loro forza danno corpo ad una visione cosmica della montagna elaborata in certa pittura ottocentesca e novecentesca e in certa letteratura. I massicci montuosi, privi della loro aura mistica, appaiono simili a meteoriti; hanno un aspetto lunare, evocano pianeti disabitati, inospitali, pericolosi. Sono luoghi <em>in</em>-umani nel senso dell’inutilità e dell’accessorietà della presenza umana. I segni eventuali di tale intromissione, i frutti della lotta per la sopravvivenza – case, baite, fienili, villaggi, strade, sentieri, alpeggi, pascoli, campi – sono in balìa del cosmo, delle materie e delle loro forze; sono epifanie momentanee, provvisorie, destinate a scomparire, ad essere travolte, distrutte e inglobate dalla natura.</p>
<p>Si tratta di una visione tragica, o meglio disincantata, che mette a nudo gli aspetti più inquietanti e spaventosi, ancorché banalmente «naturali» ed evidenti, di questo ambiente. Pensiamo alle frane, agli smottamenti, ai crolli devastanti, alle valanghe, alle alluvioni e alle distruzioni. La storia di ogni montagna e di ogni valle è costellata da eventi più o meno catastrofici di questo genere, non soltanto nel passato ma anche nei tempi più recenti. Ricordiamo l’enorme quantità di roccia e di detriti precipitati nel 2007 a seguito del distacco di una guglia di Cima Una, in Sud Tirolo, sulle Dolomiti di Sesto Pusteria, e la conseguente nube di polvere che ha completamente oscurato la Val Fiscalina; oppure la recente colossale frana che nel 2008 si è staccata dal pilastro Castiglioni nel gruppo delle Pale di San Martino, nel Primiero, in Trentino. Questi fenomeni hanno interessato e colpito l’immaginazione di alcuni pittori e più in generale di artisti, non solo del passato ma anche del presente. Tra quelli più noti del periodo romantico ricordiamo William Turner che nel 1810 dipinse <em>La Chute</em><em> d’une Avalanche dans Les Grisons. </em>Un dipinto apocalittico, che mostra la potenza di una valanga in atto, il cielo oscurato, l’atmosfera satura di polveri, di vapori, di nevischio; massi di ogni dimensione rotolano a valle travolgendo e spazzando via ogni cosa.</p>
<p>&#8230;..</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini-2/">TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 2 parte</a></p>
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		<title>TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 1 parte</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 08:00:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Arnoldi</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi1.jpg"></a></p>
<p>[i due passi riportati sono tratti da <em>Tristi montagne</em> <em>(guida ai malesseri alpini) </em>di Christian Arnoldi, Priuli &#38; Ferlucca, 2009; un libro che mancava, e che permette di capire molto meglio la completa schizofrenia e i conseguenti pervasivi malesseri delle vallate alpine, e forse anche la crisi "strutturale" dello stesso turismo di montagna]</p>
<p><strong>La belle montagne</strong></p>
<p>Nella seconda metà del XVIII secolo la produzione immaginaria ha alimentato una serie di differenti approcci alla natura quali ad esempio il viaggio, la marcia, la salita, l’arrampicata, la raccolta di materiali, la misurazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini/">TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 1 parte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Arnoldi</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-35718" title="arnoldi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/arnoldi1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>[i due passi riportati sono tratti da <em>Tristi montagne</em> <em>(guida ai malesseri alpini) </em>di Christian Arnoldi, Priuli &amp; Ferlucca, 2009; un libro che mancava, e che permette di capire molto meglio la completa schizofrenia e i conseguenti pervasivi malesseri delle vallate alpine, e forse anche la crisi "strutturale" dello stesso turismo di montagna]</p>
<p><strong>La belle montagne</strong></p>
<p>Nella seconda metà del XVIII secolo la produzione immaginaria ha alimentato una serie di differenti approcci alla natura quali ad esempio il viaggio, la marcia, la salita, l’arrampicata, la raccolta di materiali, la misurazione. Queste attività, intraprese dai cittadini europei, si sono poco a poco codificate e cristallizzate in due modalità stereotipate di rapportarsi alla montagna: l’alpinismo e il turismo. Tali modalità, strutturatesi nel corso degli ultimi due secoli, hanno messo in movimento la totalità della società, ogni sua dimensione, da quella economica a quella politica, da quella organizzativa a quella legislativa, da quella materiale a quella estetica. Hanno portato cioè alla composizione di gruppi e di cerchie, al formalizzarsi di organizzazioni (i Club alpini nazionali e regionali) e di agenzie come quelle per la preparazione dei viaggi, alla precisazione di piani, di programmi e di attività, alla designazione di ruoli, di compiti e di missioni; alla scoperta oppure alla progettazione di vie di comunicazione (sentieri e tracciati che portano alle vette, teleferiche, funivie, seggiovie), alla costruzione di nuove strutture abitative in alta montagna (grandi hotel, alberghi, rifugi, bivacchi, seconde case, villaggi), all’inaugurazione di un particolare sistema economico che ha smantellato e sostituito quello precedente. Alpinismo e turismo hanno contribuito alla formazione di un sistema geo-politico esteso ai crinali delle vette più alte d’Europa e all’innesco persino di una guerra d’altitudine; <span id="more-35572"></span>alla cristallizzazione di un’etica condivisa (regole per praticare la montagna, l’etica dell’alpinista), alla definizione di norme, di statuti, di leggi per la disciplina dei rapporti sociali in quota, per la difesa della natura; all’elaborazione di una produzione estetica (pittura, letteratura, manifesti, documentari, fotografia, cinema).</p>
<p>Ciò che qui ci interessa mettere in evidenza è la nascita di questi due vettori di trasformazione delle Alpi e in particolare i modi di considerare e di interpretare la montagna che essi hanno introdotto: modalità che come vedremo tra poco possono essere ricondotte a pieno titolo a uno dei due immaginari di cui abbiamo parlato e nello specifico a quello paradisiaco.</p>
<p>Cominciando dall’alpinismo, senza volerne fare una storia, ricordiamo che esso nacque sul Monte Bianco e poi si estese nell’arco di un secolo circa a tutte le Alpi e a tutte le montagne del pianeta: dal Caucaso, all’Himalaya, alle Ande. Le due prime ascensioni alla vetta più alta d’Europa, quella di Paccard e Balmat e la successiva di De Saussure, ebbero una risonanza enorme in tutto il continente, tanto che le Alpi divennero in poco tempo meta privilegiata di scienziati, viaggiatori, esploratori e letterati. Nel giro di pochi anni, l’elenco di coloro che si lasciarono contagiare dalla inusitata e bizzarra mania di scalarne le vette e le pareti divenne lunghissimo e ciò provocò via via anche il mutamento dello spirito che animava le ascensioni. De Saussure volle a tutti i costi raggiungere la vetta del Monte Bianco spinto da un forte interesse scientifico. Egli desiderava verificare le sue ipotesi sulla formazione geologica della crosta terrestre; riteneva che fosse un punto privilegiato di osservazione delle catene alpine circostanti e di rilevazione di dati sulla temperatura, sulla composizione dell’aria e sulla pressione atmosferica; un luogo adatto per la raccolta di campioni di rocce e per l’osservazione dei ghiacciai. Le ascensioni che seguirono invece affermarono piuttosto il piacere dello scalare, il divertimento a esso connaturato, la ricerca di avventura, le sfide con la natura e con se stessi.</p>
<p>Persino alcuni famosi geologi e glaciologi dell’epoca, Hugi, Agassiz, Tyndall, non disdegnavano il richiamo dell’avventura e il piacere prodotto dal paesaggio d’alta montagna, al punto da trasformarsi in accaniti esploratori delle Alpi occidentali. In quei primi anni del XIX secolo, sino agli anni Sessanta circa, si era proceduto ad una sorta di «conquista» sistematica delle vette alpine, passando dall’una all’altra senza sosta, cercando di incrementare il proprio medagliere e la propria fama.</p>
<p>L’alpinismo godeva di grande favore, tanto che nella seconda metà del secolo in molte capitali e in diverse città europee furono fondati i Club alpini. Il primo fu inaugurato a Londra nel 1857 e raccoglieva numerosi aristocratici e borghesi anglosassoni appassionati delle Alpi. In seno a queste organizzazioni nacquero i primi giornali che raccoglievano e divulgavano gli scritti dei viaggiatori, le loro impressioni, i resoconti delle scalate, le difficoltà e i pericoli affrontati, le descrizioni dei paesaggi. Il primo volume, intitolato Peaks, Passes and Glaciers, fu pubblicato nel 1859 a cura di John Ball, primo presidente del Club. Esso era uno strumento fondamentale per far conoscere le Alpi ad un pubblico sempre più vasto, per diffondere le nuove idee sulla pratica alpina, per aggiornare e approfondire il dibattito sulle ascensioni e, inevitabilmente, per creare e propagare visioni della montagna. Tra i numerosi membri del neonato Club Alpino Inglese che pubblicarono sulla rivista vi fu anche lo scrittore Leslie Stephen, uno dei padri spirituali, un vero ideologo dell’alpinismo moderno. Attorno agli anni Sessanta del XIX secolo egli scalò alcune tra le vette più alte e raccolse i resoconti delle ascensioni assieme ad altri scritti in un allora famosissimo libro, pubblicato a Londra nel 1871, dal titolo The Playground of Europe. Egli fu, tra l’altro, fra i primi ad intendere l’alpinismo alla stregua di uno sport in cui si può vincere o perdere: «[...] andare in montagna, per come lo intendo io, è uno sport. Uno sport che, come la pesca o la caccia, porta a contatto con gli aspetti più sublimi della natura. [...] Si vince quando, nonostante tutte le difficoltà, si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi».</p>
<p>L’opera di Leslie Stephen, così come quelle altrettanto famose di Edward Whymper, Scambles amongst the Alps in the Years 1860-1869 e The ascent of the Matterhorn, fu pubblicata diversi anni dopo le tragiche vicende legate alla conquista del Cervino (luglio 1865), quando ormai le polemiche si erano affievolite. Questo testo, assieme agli altri, contribuì a definire e a formalizzare la concezione alpinistica che si era manifestata per la prima volta in quei giorni del luglio 1865. Se da un lato l’alpinismo acquistava definitivamente la dignità di sport o di gioco, dall’altro lato si arricchiva di nuove attribuzioni di senso e di significato. Divenne tra l’altro una pratica di lotta per l’affermazione delle identità nazionali in gestazione e le vette un vero e proprio campo di battaglia, con i suoi martiri ed eroi. La montagna, soprattutto per la borghesia europea, rappresentava un luogo nel quale riscattare le proprie esistenze all’ordinarietà, alla banalità, all’anonimato della vita cittadina, caricandole di epicità.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>La concezione e la visione delle Alpi messa in cantiere in Europa a partire dal XVII e XVIII secolo era strettamente legata, tra l’altro, anche alla tradizione del <em>Grand Tour</em>, ovvero del viaggio che molti nobili e aristocratici facevano attraverso le corti europee. In particolare il lento e progressivo cambiamento delle mete di questo viaggio che portò un numero crescente di persone a contatto con l’ambiente alpino, fu il primo passo per il consolidarsi di quell’abitudine che più tardi sfociò nel fenomeno turistico. Le prime destinazioni montane coincidevano con le mete alpinistiche e cioè con le località e i villaggi alle pendici dei ghiacciai e delle vette più alte: Grindelwald, Lauterbrunner, Zermatt, Interlaken e naturalmente Chamonix. A quell’epoca i tour erano delle vere e proprie odissee, avventurosi e imprevedibili come i viaggi verso i continenti lontani: non solo per il tempo necessario a raggiungere i massicci alpini, ma anche perché questi ultimi rappresentavano delle autentiche scoperte sia dal punto di vista geologico-naturalistico, sia dal punto di vista antropologico. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, i forestieri continuavano ad arrivare sempre più numerosi; anche De Saussure sottolineava il grande afflusso di stranieri che aveva interessato Chamonix durante gli anni Settanta e Ottanta del Settecento: «[…] questo viaggio è diventato gradualmente così alla moda che i tre grandi e buoni ostelli che vi sono stati successivamente aperti sono sufficienti a malapena a contenere gli stranieri che vi vengono d’estate da tutti i paesi del mondo».</p>
<p>Per avere un’idea delle dimensioni di questo flusso ricordiamo che verso il 1780 proprio Chamonix ospitava, nel periodo estivo, una trentina di forestieri al giorno. In quel periodo l’organizzazione e la progettazione dei viaggi si basava esclusivamente sulle informazioni raccolte attraverso i racconti di amici e conoscenti oppure lette nei resoconti e nei diari dei pionieri. Dal nostro punto di vista la proliferazione e la sedimentazione della documentazione di viaggio potrebbe essere considerata il primo lavoro svolto dall’<em>invenzione</em> sulle rappresentazioni della montagna prodotte e raccolte dai viaggiatori; al quale seguì naturalmente l’elaborazione progressiva di topografie sempre più definite, sino ad arrivare alle mappe e agli itinerari proposti dalle prime guide turistiche, quelle pubblicate a Londra e a Ginevra nel 1788, l’anno seguente in Germania, nel 1791 in Francia e nel 1793 ancora in Svizzera, destinate ai nobili e agli aristocratici.</p>
<p>Le zone alpine nella bella stagione, si popolavano di un nuovo gruppo sociale, di una nuova cerchia, i cosiddetti «villeggianti», scarsamente interessati all’alpinismo e alla geologia. La maggior parte dei nuovi arrivati era motivata da inediti desideri e interessi: amava passeggiare nei boschi alle pendici delle montagne e attorno ai villaggi, salire sui declivi più dolci, soggiornare sulle rive dei laghi, intrattenersi nelle sale da pranzo o da ballo degli alberghi, conoscere altri nobiluomini o nobildonne, raggiungere i punti panoramici e i belvedere più famosi. Durante gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento queste nuove pratiche della montagna divennero le abitudini preferite della nascente borghesia, una vera e propria moda, tanto da richiedere la pubblicazione di altre guide di viaggio, aggiornate e ampliate, come quelle di Karl Baedeker del 1836 e di John Murray del 1838 dedicate alla Svizzera.</p>
<p>Il meccanismo dell’<em>invenzione</em> stava cominciando a dare consistenza alla <em>realtà turistica</em>; si definivano e si diversificavano gli itinerari differenziando le mete in base ai gusti e alle esigenze; si creavano i servizi minimi, alberghi, rifugi, locande; si strutturava una certa organizzazione in grado di supportare e di intrattenere il turista, pensiamo alla compagnia delle guide di Chamonix. Inoltre si cominciavano a produrre anche immagini più complesse, quelle che abbiamo definito di secondo livello, vale a dire <em>riti</em> e <em>miti</em> che scandivano e davano senso alla permanenza dei forestieri in montagna. Per mettere a fuoco tutti questi elementi potremmo fare riferimento alla letteratura dell’epoca, pensiamo, soltanto per citare qualche titolo, alle famose <em>Impressions de voyage en Suisse</em> di Alexandre Dumas, pubblicate in Francia in vari volumi tra il 1833 e il 1838, a <em>Dix mois en Suisse</em> di Aglaé de Corday, pubblicato nel 1839 e a <em>Voyages en zig-zag</em> di Rodolphe Töpffer del 1844.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/tristi-montagne-guida-ai-malesseri-alpini/">TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 1 parte</a></p>
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		<title>L’ossessione dell’Eiger</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/">L’ossessione dell’Eiger</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/copertina.jpg" alt="" title="copertina" width="120" height="188" class="alignnone size-full wp-image-13004" />  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi. Era il giugno del 1941 e Vittorini disse all’uomo officina della Einaudi che occorrevano tre o quattro libri così all’anno per sfatare tutti quei pregiudizi secolari  posti alla base dei falsi libri.<br />
Se c’è un libro di montagna bello ed assoluto, per l’anno 2008, è questo. La storia di John Harlin e della sua famiglia narrata in prima persona dal figlio Junior. <span id="more-13003"></span><br />
Non è un libro di ricordi classico. Non ci sarebbe stato posto per un uomo come John Harlin. Amico di Gary Hemming, audace fino alla sconsideratezza, ardito quanto inquieto, uomo di punta di una nuova visione della montagna negli anni ’60. Scala per primo la parete sud del Fou e poi fa due vie dirette sulla Ovest del Dru. Si allontana poi da Hemming e comincia a sognare soltanto l’Eiger, la montagna più problematica ed interiore di tutte le Alpi. L’Eiger è una montagna assoluta, dove salgono soltanto gli dei o gli sciamani. Non gli alpinisti normali chè ci possono morire. Per questo motivo Harlin se ne innamora perdutamente. E’ un amore sventurato, il suo. Coinvolge da vicino ed anzi travolge tutta la sua famiglia. La moglie Marilyn Miler, ed i due bambini, John ed Andréa.<br />
“Subirete enormi pressioni per conformarvi agli altri, per cambiare il vostro percorso con un altro, per seguire quello più comodo. Non fatelo. Siate sempre fedeli ai vostri sogni”. Questo è quanto ricorda di John Harlin padre, detto il Dio Biondo, Bruce Bordett, un suo allievo di quando faceva l’insegnante di educazione fisica a Leysin in Svizzera.<br />
Fu per questo motivo che John Harlin non rinunciò mai all’Eiger. A costo della sua vita e del suo sogno.<br />
La parte dedicata ai suoi rapporti con Hemming è spassosa come è giusto che sia stata la vita dei primi alpinisti americani a tutto tondo negli anni 60’ in un parco a dismisura come quello delle Alpi. Sembravano una coppia di coniugi in perenne lite e tormento. Tranne unirsi come fanno tutte le coppie di età quando le difficoltà lo richiedono. Hemming rimproverava ad Harlin i ceppi del matrimonio e della vita borghese nonchè il fatto che non arrampicasse secondo una tecnica impeccabile su roccia. Harlin, invece, gli rimproverava la sua inesperienza ed il fatto che Hemming non fosse a suo agio sulla neve e ghiaccio. Di sicuro c’è che quei due americani, così diversi fisicamente ma così affini nel profondo della loro interiorità consumata da un drago in perenne estasi, portarono una vita nuova sulle Alpi durante gli anni ’60. Il loro fu un alpinismo magico, intriso di una ricerca del bello e della novità in senso assoluto. Harlin voleva scalare l’Eiger con la tecnica della “goccia d’acqua”. Una via diretta in maniera perfetta. Un capolavoro sulla roccia dell’impossibile. Una camminata sulla gola dell’assoluto guardando la morte negli occhi verdi che le sorridono quando ti piglia per la gola.<br />
Quando si ruppe la corda, nel 1966, Harlin lasciava una moglie bellissima, e due figli bambini. John aveva nove anni.<br />
Da questo momento il libro si incardina dentro un viaggio interiore che non ha eguali e non trova coincidenza alcuna in altri libri di montagna. Di qui inizia la strada verso la ricerca di cosa spinga un uomo a mettere in pericolo la propria vita. E di cosa ci sia dopo, per chi resta.<br />
Nell’introduzione al libro, tradotto da Mirella Tenderini con un italiano brillante come stelle su ghiaccio, la traduttrice ci dice che è forse la prima volta in cui un alpinista faccia <em>outing </em> in questo senso. Il termine è brutto, suona ancora meno bene ma può far capire la forza dirompente di una rivelazione fuori dai canoni a cui ci hanno abituati.<br />
Harlin Jr. ci porta per mano, senza paura di soffrire, all’interno della sua vita familiare. Quella dopo la tragedia. La madre e la sorella vengono viste senza veli. In presa diretta anche se con tatto e dolcezza psicologica. Ciò non toglie che Harlin ci dica come sia andata. Ci dice che le sue donne non hanno mai accettato la morte del marito e del padre. E che questi sembrava continuare a vivere insieme a loro. Soprattutto la sorella visse la morte del padre come un tradimento. Grande rabbia e grande amarezza per essere stata abbandonata a metà del guado.<br />
John Jr. sembra vivere in maniera più preziosa la morte del padre. Fa tesoro di quello che gli può avergli lasciato. Comincia a sciare, partecipa tante volte al trofeo Topolino, e cerca di prendere la montagna alla lontana. Cerca di capire perché suo padre fosse un animale assetato di montagna tanto da giocare con delle sirene che possono apparire fari assurdi agli altri uomini. Fari senza luce. A quelli di pianura che non conoscano la “fratellanza della corda”.<br />
Capisce crescendo che la sua catarsi interiore, la sua definitiva liberazione, non avrebbe mai potuto prescindere dalla scalata dell’Eiger, quella maledetta montagna che aveva disarticolato il padre. Spaccandone il corpo e maciullandolo come una marionetta di carne trafitta da milleduecento metri di caduta verticale. Ironia della sorte, a goccia d’acqua.<br />
Un’eredità pesantissima da trasportare sulla propria vita. E’ come l’anello di Frodo. Sai di portare addosso un tesoro che ti perderà se non saprai liberartene al momento giusto.<br />
Comincia quindi ad arrampicare in Nord America, dove si pensa che le vette siano meno acuminate delle Alpi. Cerca sempre di circumnavigare la sospettosità e l’inquietudine di sua madre già bruciata una volta come un’indiana dal fuoco.<br />
Comincia anche a scrivere. Oggi John Harlin Jr. dirige l’Alpine American Journal, la bibbia delle riviste di montagna americane. Anche per le dimensioni da <em>infolio</em>. E’ strano che la scrittura sia così compagna ed ancora più sorella di cordata dell’alpinismo. Forse perché lo scrivere equivale sempre a compiere un viaggio dentro quello che di più antico e primitivo si cela dentro alcuni anfratti interiori. Difficili da raggiungere come alcune vette innevate.<br />
Per Harlin Jr. scrivere diventa quindi un’occupazione fissa, un lavoro retribuito ed un modo per gettare un ponte sicuro e professionale tra la scalata e la vita di tutti i giorni. Un modo per distillare l’incubo quotidiano di una perdita costante. Una forma di antidoto capace di mitridatizzarla ogni giorno. La grande capacità terapeutica della scrittura a muso duro. Quel calarsi dentro di noi senza corde e con uno scheletro accanto.<br />
L’alpinismo è una delle manifestazioni nobili dell’uomo. L’ascensione è ascesa verso l’alto, è ascesi liberatoria. Forse è per questo che Harlin Jr. riesce a mettere in luce, isolandola, la definizione più toccante e più vera dell’alpinista in due pagine secche come ghiaccioli d’inverno: “Il vero alpinista segue il canto delle sirene perché ama danzare con loro e si illude di poter sfuggire alla loro stretta”.<br />
L’illusione è forse ciò che suo padre non riuscì a vincere. Fu una sirena talmente dolce da farlo perdere. Ma Harlin Jr. – e qui sta la bellezza del libro – ci dice anche che c’è un altro modo per diventare alpinisti: la passione per la bellezza della natura.<br />
E’ quella pulsione lontana e vicina per cui l’alpinista vuole a tutti i costi trovarsi al centro della natura per toccarla. Non vuole guardarla dalla finestra di uno chalet, vuole scalarla, la Natura. Ma c’è anche un mucchio di divertimento.<br />
La vita di Harlin Jr. sembra condannata ad essere soltanto quella del figlio del vero John Harlin. La IMAX, però, società che ha creato uno spettacolo originale consistente nella proiezione su maxi schermi di filmati d’avventura girati alla bisogna, gli commissiona la scalata dell’Eiger.<br />
E’ il momento verità che un uomo aspetta per una vita intera.<br />
Harlin Jr. si rende conto che ormai non può più rifiutare quello spettro ed accetta dopo aver superato la madre e la moglie ed i loro sentimenti di paura, terrore puro, ed amore ancora una volta ferito. La salita deve essere compiuta in sicurezza assoluta ed anzi avrà la piccola figlia Siena come spettatrice.<br />
Il figlio si libera del mostro scegliendo di guardare dentro gli occhi che videro il padre cadere. E’ una liberazione, un salto definitivo verso la luce e sopra un mondo folto di un buio denso come liquido.<br />
E’ il segno che un’attesa di vita si è consumata in bene e che il liquido denso della paura si trasformerà in una sostanza volatile. Infinitamente più leggera da portare.<br />
Scrive il libro e sembra che le sirene della montagna gli abbiano indicato una via di luce misteriosa. Quasi una fonte miracolosa da cui prendere a piene mani. Ciò che fa di questo libro un pezzo unico resta però quel dramma interiore vissuto per una vita. Sempre con un pensiero condiviso da una famiglia e subito da alcuni. Questo è un libro confessione. Una denuncia di ciò che l’alpinismo chiede a chi sta vicino alla persona che avverte le sirene dentro di sé. Una vita di sacrificio e di attesa.<br />
<em>L’ombra della montagna</em> non è un concetto astratto.<br />
E’ una realtà di vita che non lascia scampo a chi subisce una certa scelta e non ha armi per rifiutarla o in qualche modo cercare di batterla. Non c’è razionalità che tenga per i compagni dei fratelli di cordata. C’è attesa, malinconia serale continua, e poche cose da dire ai bambini quando le sirene si tramutano in orchi esigenti.<br />
Di solito un alpinista si dice sia un grande, inguaribile egocentrico. E questo è il dilemma. A volte è difficile perdonare una passione che non guarda in faccia alla famiglia. Qui Harlin Jr. ci lascia una grande testimonianza di verità senza timori e scacciando tutte le paure dell’alpinista moderno. Che non è più soltanto quella di cadere e morire. E’ quella di lasciare la famiglia nuda, spoglia di un padre e di un marito. Questo seme di dubbio comincia a dirci che una rivoluzione profonda è ormai sorta nell’alpinismo attuale. Lo spostamento verso il compagno ed i figli. Il tentativo difficile da morire di far coesistere una passione che divora i suoi figli ed il senso caloroso della famiglia. E’ la fissazione di un principio che prima nessuno ha mai avuto le palle di mettere sotto processo, o di denunciare pubblicamente. E’ un maledetto rovello, il vero problema dell’alpinista, quello che forse non si riuscirà mai a risolvere se non a prezzo di sacrificare l’alpinista all’uomo che preferisce scrivere e vivere in sicurezza assoluta ciò che può donargli una quiete silenziosa come certe vette soltanto. Lassù in alto c’è il vento. Ma l’uomo sa imparare. Anche a costo di uccidere le sirene.<br />
Però questo vale forse soltanto per chi ha udito le sirene uccidergli un padre. E per la sua vita – dopo – ha voluto crearsi una giustificazione capace di farlo dormire al riparo da quei canti così insidiosi. Soprattutto di notte. C’è voluto tutta una vita. La montagna è comunque sempre, per chi la pratica e per chi gli è compagno, una lunga attesa.</p>
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		<title>Il giorno della valanga</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 06:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/</guid>
		<description><![CDATA[<blockquote><p>Chi disse &#8220;preferisco aver fortuna che talento&#8221; percepì l&#8217;essenza della vita (Woody Allen &#8211; Match Point).</p></blockquote>
<p>Quante volte un minuscolo evento casuale può cambiare il corso della nostra vita? Come la pallina da tennis che prende il nastro può ricadere indifferentemente al di qua o al di là della rete, determinando l&#8217;esito della partita, così un minuto, un centimetro, una parola, a volte sono la differenza tra riuscire o fallire,vincere o perdere, vivere o morire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/">Il giorno della valanga</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Chi disse &#8220;preferisco aver fortuna che talento&#8221; percepì l&#8217;essenza della vita (Woody Allen &#8211; Match Point).</p></blockquote>
<p>Quante volte un minuscolo evento casuale può cambiare il corso della nostra vita? Come la pallina da tennis che prende il nastro può ricadere indifferentemente al di qua o al di là della rete, determinando l&#8217;esito della partita, così un minuto, un centimetro, una parola, a volte sono la differenza tra riuscire o fallire,vincere o perdere, vivere o morire.</p>
<p>Certo, il blocco di neve che si stacca proprio quel giorno, proprio in quel momento, proprio in quel punto, non lo posso considerare un evento fortunato. Sarebbe bastato un altro minuto, forse mezzo, e sarei stato oltre. Se solo non mi fossi attardato a sistemami la linguetta dello scarpone, o avessi adottato un&#8217;andatura un po&#8217; meno turistica. E d&#8217;altro canto se sono qui a scrivere, anche se un po&#8217; acciaccato, è solo per un insieme di circostanze talmente fortunate da far pendere il bilancio della giornata decisamente a mio favore.<br />
<span id="more-10224"></span><br />
Innanzitutto il mio compagno più vicino, pochi metri avanti a me, per fortuna (sua e mia) viene coinvolto solo marginalmente ed ha, evidentemente, l&#8217;autosoccorso nel sangue. L&#8217;istante in cui mi sento toccare la gamba destra è per me il segno che la pallina da tennis è finita dall&#8217;altra parte.<br />
Prima non avrei scommesso un euro sulla mia sopravvivenza.</p>
<p>E poi il fatto di essere l&#8217;unico travolto di un gruppo numeroso, esperto ed attrezzato che può dedicare, e le dedica, tutte le sue energie al mio disseppelimento. Fossimo finiti sotto in tanti, o fossimo stati in pochi, chi può dire come sarebbe andata.</p>
<p>Forse anche la polizza sulla vita sottoscritta poche settimane prima. Avevo insistito perchè fosse rimossa una clausola relativa al caso di morte per congelamento. Metti che finisco sotto una valanga, avevo scherzato con l&#8217;assicuratore. Chissà che faccia avrebbe fatto!</p>
<p>Ma bando alle ciance, non voglio dilungarmi sulla cronaca, tutto sommato scontata. L&#8217;evento valanga, pur con tutta la sua drammaticità, non è descrivibile a parole senza cadere nel banale. Vorrei solo mettere nero su bianco le risposte ad alcune domande che, per il semplice fatto che mi sono state rivolte da più persone, ritengo di possibile interesse comune.</p>
<p>Se ho provato a scappare, per esempio. Certo, appena ho visto il distacco, che pure all&#8217;inizio sembrava cosa da poco, ho cominciato a risalire il versante opposto con tutta la lena possibile. Ma è questione di secondi, non è che di strada se ne può fare tanta. Magari in fase di discesa ci si può mettere a uovo e tentare una libera alla Hermann Mayer, ma in salita, con le pelli ai piedi, il raggio d&#8217;azione è veramente risibile.</p>
<p>Se ho provato a nuotare, come suggeriscono di fare. No, non ci ho provato. O meglio, non sono neanche  riuscito a pensare di ipotizzare di tentare di provarci. L&#8217;onda d&#8217;urto che precede la massa valanghiva non ha nulla a che vedere con il vento, neanche con la Bora a centodieci che pure ho provato a Trieste, anni fa, e che mi faceva barcollare, è vero, ma non mi sollevava mica da terra! Dopo lo schiaffo dello spostamento d&#8217;aria, con relativo atterraggio scomposto, è difficile fare qualunque cosa. E poi la valanga, la mia valanga almeno (di altre non ho esperienza), non ha niente a che vedere con l&#8217;acqua.<br />
E&#8217; come trovarsi all&#8217;interno di una gigantesca betoniera: lo stile libero riesce malissimo. La massa ti avvolge, ti impasta, ti disarticola. Già mantenere una congruenza morfologica è un&#8217;impresa impossibile, coordinare dei movimenti è pura teoria. Forse varrebbe la pena togliersi gli sci e rannicchiarsi per cercare di salvare gli arti, ma non è detto che così non si finisca più sotto. Comunque, pensare di riuscire a dominare in qualche modo la situazione è per lo meno illusorio.</p>
<p>Se ho provato a crearmi uno spazio, una nicchia, una bolla d&#8217;aria per poter respirare. Sì, ci ho provato. No, non ci sono riuscito.<br />
Per un attimo ho creduto di avercela fatta.<br />
Quando mi sono fermato ce l&#8217;avevo. Poi è arrivato il resto della neve con il suo dolce peso da ippopotamo. Non solo si è ripresa tutti gli spazi disponibili: si è anche piazzata sul mio sterno rendendomi la respirazione complicata a prescindere dall&#8217;aria disponibile.</p>
<p>Se si ha cognizione del sopra e del sotto. No, per niente. Non avrei mai detto di essere praticamente a testa in giù. Dicono di usare la saliva per orizzontarsi, ma questo ha senso solo se hai a disposizione dello spazio per fare qualcosa. Quando sei imbalsamato in un pilone di cemento non è che ti serva molto sapere dove sta il sopra.</p>
<p>Se c&#8217;è luce. Sì, almeno, giurerei di sì. Non che ci sia molto da vedere, ma la mia impressione è quella che i cristalli di neve davanti ai miei occhi fossero visibili.</p>
<p>Se si sentono i suoni. Sì, benissimo anche. Anche da un metro e mezzo sotto sentivo tutto quello che si diceva fuori. Non viceversa, nel senso che fuori non sentivano niente di quello che urlavo io.<br />
Strano effetto monodirezionale della propagazione del suono.</p>
<p>Se fa freddo. Probabilmente sì, ma almeno nei primi minuti è l&#8217;ultimo dei problemi. Poi sì, un freddo becco, ma per fortuna ero giá fuori.</p>
<p>Se mi è passata davanti tutta la vita. No, francamente no. L&#8217;impressione è quella di non avere pensato quasi niente. Per un po&#8217;, forse un minuto, ho creduto di essere spacciato, ma non c&#8217;è stato molto oltre questa lungimirante osservazione.<br />
L&#8217;immagine confusa di mia moglie che spiega ai bambini il perchè e il per come il papà non tornerà più, con l&#8217;assurdo sollievo di non essere io a doverlo fare. Un inizio di rassegnazione forse. Poi il tocco magico sullo scarpone e la certezza immediata che ce l&#8217;avrei fatta. Da lì tutti gli sforzi si sono concentrati sullo stare calmo, sul respirare piano, sul consumare il meno possibile, sullo stare vivo. Per la proiezione completa della mia vita non c&#8217;è stato proprio tempo.</p>
<p>Se, infine, tornerò in montagna dopo questa singolare esperienza. E&#8217; la domanda più difficile. Sono talmente lontano dalle condizioni fisiche minime anche solo per salire sul monte San Primo che non provo nessuna pulsione, nè di ritorno nè di ritiro.<br />
Cosa mi verrà voglia di fare, quando potrò farlo, non riesco a immaginarlo. Mi si fa notare che si è trattato di un evento non provocato, del tutto casuale, una vera sfiga come si suol dire, e che non posso rimproverarmi nessuna negligenza, nessun azzardo. Cosa vera in gran parte. Certo, se avessi scelto di uscire dal traccione e di passare più sulla sinistra&#8230; beh, avrei vinto il premio Nobel della premonizione, ed è solo uno scrupolo di coscienza che, di fronte al danno, mi porta ad interrogarmi sulle scelte improbabili che avrebbero potuto evitarlo. Tuttavia, forse proprio questa valutazione di ineluttabilità mi disturba. Fosse successo mentre, come tante volte, mi assumevo un rischio più o meno calcolato, potrei sempre pensare che, con una condotta più prudente, sarei in grado di aumentare a mio piacere il livello di sicurezza. Se fai una cazzata, dice il saggio, puoi sempre riprometterti di non cascarci più. Invece mi trovo, come unica consolazione, quella di pensare che una sfiga del genere non può capitarmi due volte, cosa del tutto falsa, come il calcolo delle probabilità insegna.</p>
<p>Questo per quanto riguarda i motivi per non tornarci. La paura. Poi ci sono i motivi per tornarci. Il divertimento. Fino ad oggi ho sempre vissuto la montagna con serietà ma anche con spensieratezza. Un grande, immane, incommensurabile divertimento.<br />
Riuscirei a divertirmi come prima sapendo che a casa c&#8217;è una famiglia che conta i minuti alla fatidica telefonata, ok, tutto bene, siamo alla macchina? Fino ad oggi la mia attività montanara è stata, per la mia famiglia, un mero problema di assenza.<br />
Ora potrebbe diventare un grosso motivo di stress. Insomma, dobbiamo guarire in quattro da questa faccenda.</p>
<p>In conclusione, l&#8217;epilogo.<br />
Come recitano i sacri testi, la probabilità di sopravvivere sotto una valanga è più del novanta per cento nei primi cinque minuti.<br />
Mai tempo fu calcolato con più giudizio.<br />
Quando vedo un guanto che spazzola gli ultimi strati di neve davanti alla mia faccia sono passati esattamenti cinque minuti, e la mia impressione è che non avrei retto il sesto.<br />
Forse solo una sensazione, nessuno potrà mai dirlo. L&#8217;immensa goduria di respirare è solo parzialmente mitigata da un dito che mi viene prontamente infilato in bocca alla ricerca di corpi estranei, come da procedura.</p>
<p>Pare che la mia prima richiesta sia stata quella di levarsi dai testicoli, non in senso figurato ma strettamente fisico. D&#8217;altro canto non dev&#8217;essere facile capire come sono posizionato, mezzo Heather Parisi e mezzo Misery Non Deve Morire. A partire dalle angolazioni improbabili degli arti inferiori i miei testicoli potrebbero trovarsi dovunque, dunque è ragionevole che qualcuno, nell&#8217;ansia totalmente condivisibile di salvarmi la pellaccia, ci si sia piazzato sopra. Vedo facce di compagni che credevo molto più indietro. Avranno preso uno skilift, viceversa non mi spiego come possano essere già qui.<br />
Il resto è un walzer di scavi archeologici, teli termici, elicotteristi acrobatici, medici sans frontier, barelle, ambulanze, freddo, felicità, dolore fisico come non mai. Mi concentro sulla linda stanza d&#8217;ospedale dove, prima o poi, dovrei approdare per un meritato riposo sotto cospicua dose di antidolorifici. Un miraggio per il quale ci vogliono circa quattro ore, in gran parte spese per tirarmi su la temperatura da trentuno ai trentasei e mezzo regolamentari. Quando alla fine mi sparano nel calcagno il ferro per la trazione mi avvisano che mi farà un po&#8217; male, ma a me sembra poco più di una puntura di insetto. Ormai ho la soglia del dolore tra Rambo e l&#8217;Uomo Chiamato Cavallo.</p>
<p>Finalmente, verso le quattro, il sogno si avvera: sono in una linda stanza di ospedale con una pera di allucinogeni da 500cc appesa alla gruccia della flebo e non sento alcun dolore. E&#8217; il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Da quest`anno, per me, non solo dai Nazisti.</p>
<p><strong>Roberto Cotti</strong> (Rolly)</p>
<p>——————————————————————</p>
<p>&#8220;È successo davvero, non è la solita esercitazione&#8221;, questo il primo pensiero che elaboro quando il flusso di neve si ferma e mi rendo conto che non mi può più raggiungere. Ho visto due dei nostri catturati dall&#8217;onda di piena della valanga, cento metri più avanti. Lo scenario non rientra nei canoni ai quali siamo preparati. Non è un distacco provocato, un lastrone con un fronte più o meno ampio. Piuttosto una maxi-valanga spontanea, di quelle che si vedono nei filmati e non si commentano nemmeno perché se ti prende una cosa del genere&#8230;</p>
<p>Ci troviamo a centro metri di dislivello dal <a title="carta geografica" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=rifugio+Bezzi+in+Valgrisenche&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=45.014453,89.648437&amp;ie=UTF8&amp;ll=45.551473,7.021637&amp;spn=0.009226,0.021887&amp;t=h&amp;z=16&amp;g=rifugio+Bezzi+in+Valgrisenche&amp;iwloc=addr">rifugio Bezzi in Valgrisenche</a>, nell&#8217;ultimo tratto della valle che conduce al rifugio, dove è più stretta. È mezzogiorno, siamo lì con il corso regionale lombardo di scialpinismo e il corso di snowboard alpinismo di cui sono il direttore. Il tempo è bello, non troppo caldo. Sono tre giorni che si è sistemato, dopo le nevicate della settimana precedente. Il bollettino segnala un rischio 3 marcato, in diminuzione. La valanga si stacca almeno 400 metri (di dislivello) alla nostra destra, dalle pendici della Becca di Suessa esposte a est. Sembra un modesto scaricamento, distante. Alcuni di noi lo fotografano perfino, ma la neve non si ferma, saltando da una balza rocciosa all&#8217;altra acquista massa e impeto.</p>
<p>Quando la valanga entra nella valle è come un fiume in piena; risale sul versante opposto, dove passa la traccia di salita.<br />
Neve pressata, a blocchi, pesante come cemento.<br />
In mezzo alla valletta, nel posto sbagliato momento sbagliato, si trovano Roberto e Alessandro. Alcuni di noi sono più avanti e più in alto, altri dietro nel piano dove la valanga si arresta.</p>
<p>Non abbiamo parlato, non abbiamo nominato un direttore della ricerca, assegnato incarichi. È scattata una reazione automatica, più che un autosoccorso da manuale. Del resto sarebbe stato una perdita di tempo ed eravamo troppo pochi e sparpagliati per agire diversamente. Siamo semplicemente corsi lì, chi dall&#8217;alto, chi dal basso, chi gli sci chi senza. Quando sono arrivato io, Roberto era stato già localizzato.</p>
<p>A trovar è stato Alessandro che, sfiorato dalla valanga, ha avuto la prontezza e la bravura di dedicarsi subito alla ricerca del compagno. Uno scarpone affiorante dalla neve ha significato molto. Per Roberto che da sotto ha sentito che l&#8217;avevano raggiunto e anche per noi che lo cercavamo con il cuore in gola.<br />
Alternandoci nello scavo, in quattro minuti abbiamo raggiunto la sua testa. Non è stato immediato capire in che posizione si trovasse e come fare per arrivare alla bocca. Quando gli abbiamo liberato la faccia e l&#8217;ho sentito dire &#8220;Mi state sui coglioni!&#8221; non ho pensato che avesse un brutto carattere. Ma che era vivo e noi gli stavamo schiacciando delle parti delicate.</p>
<p>Poi ce la siamo presa con più calma.<br />
Abbiamo liberato il resto del corpo e le gambe. Una evidentemente spezzata all&#8217;altezza della tibia, l&#8217;altra dolorante.<br />
L&#8217;abbiamo mosso pochissimo, isolato dalla neve e coperto. Roberto rispondeva alle nostre domande, ci rassicurava sulle sue condizioni. Nel frattempo abbiamo fatto una verifica su tutta l&#8217;area della valanga per eventuali altri dispersi, magari appartenenti ad altri gruppi. Altri 15 minuti ed è arrivato un bellissimo elicottero. C&#8217;era un cavo sospeso vicino a noi e temevo complicasse le operazioni.<br />
Senza fare un piega, il pilota è atterrato sulla valanga a dieci metri dal ferito.<br />
Caricato sulla barella il nostro amico ha preso il volo verso l&#8217;ospedale di Aosta, dove giovani e sapienti infermiere si sono prese cura di lui. Su quest&#8217;ultimo particolare non ci giurerei, essendo Roberto sotto morfina.</p>
<p>Questa la cronaca di quella mattina del 25 aprile 2008.<br />
Quale lezione o insegnamento si può ricavare da questa vicenda?<br />
Dirò qualcosa di già sentito: in montagna si rischia sempre qualcosa. Questo rischio a volte non lo vediamo o forse richiede uno sguardo più acuto del solito. Ma esiste. A volte gli diamo un nome diverso: destino, caso, fatalità. Si tratta comunque di qualcosa che non potevamo o sapevamo riconoscere.<br />
Non avrei mai immaginato che potesse colpirci una valanga di quelle dimensioni in quel punto. Stavamo salendo divisi in gruppi, ogni istruttore con due o tre allievi, in un clima rilassato senza particolari patemi. Lungo la traccia c&#8217;era qualche piccolo valanga a pera, di quelle provocate dal caldo. Eravamo distanziati, ma più per ragioni didattiche che di sicurezza. La traccia che sale al rifugio era già segnata e percorsa da decine di persone.</p>
<p>Sarebbe consolante pensare che sia stato un evento &#8220;sfortuito&#8221; ed eccezionale. Ma non ci credo completamente. Una guida ci ha detto che l&#8217;anno scorso lì è morto un suo collega. Nelle ore successive su quella tranquilla traccia di salita si sono scaricate altre valanghe da entrambi i versanti, anche se meno mastodontiche.</p>
<p>Significa che quella valle, in certe condizioni, anche dopo tre giorni di bel tempo può essere una trappola. Siccome il rifugio Bezzi è una meta molto frequentata e accoglie oltre cento persone e molte scuole nei weekend primaverili buoni, vorrei che questa informazione circolasse.<br />
Quel pericolo noi non l&#8217;avevamo previsto e non penso che sarò in grado di fare analisi e previsioni così lungimiranti in futuro. E se fossi in grado di farle, resterei quasi sempre a casa, preoccupato da un rischio latente che vedrei ovunque.</p>
<p>Mi dispiace molto per Roberto, che è ancora alle prese con una riabilitazione complessa dopo la frattura alla gamba. La valanga l&#8217;ha preso, l&#8217;ha stritolato un po&#8217; e poi ce l&#8217;ha restituito malconcio ma vivo. È stata benevola con lui. Avrà capito che è una persona con una grande forza e tranquillità d&#8217;animo, che a casa l&#8217;aspettavano due bambini?</p>
<p>È stato prima molto sfortunato, poi molto fortunato. In questo ci rappresenta in pieno. Una valanga di quelle dimensioni poteva fare strike con un gruppo numeroso come il nostro.<br />
Mi tornano in mente i versi di una poesia di Montale. &#8220;E&#8217; scorsa un&#8217;ala rude, t&#8217;ha sfiorato le mani, ma invano: la tua carta non è questa&#8221;.</p>
<p><strong>Guido Fossati</strong></p>
<p><em>Pubblicato su <a href="http://caisem.org/public/Sezione/LaTraccia/LaTraccia%2053%20-%20settembre%202008.pdf">LaTraccia n. 53</a> &#8211; Settembre 2008 Notiziario della <a href="http://www.caisem.org">SEM &#8211; Società Escursionisti Milanesi</a>. </em>Vedi anche:<a href="http://caisem.org/4s-index.asp">Scuola di Alpinismo e Scialpinismo &#8220;Silvio Saglio&#8221;</a></p>
<p>Link:</p>
<p><a href="http://www.cai-svi.it">SVI Servizio Valanghe Italiano</a></p>
<p><a href="http://aineva.it/">AINEVA</a></p>
<p><a href="http://aineva.it/">Meteomont</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/">Il giorno della valanga</a></p>
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		<title>Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 05:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong><br />
Milano, 12 aprile 2008, ore 9:30 &#8211; 18:00<br />
Aula Magna dell&#8217;Università degli Studi di Milano <a href="http://http://maps.google.it/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Via+Festa+del+Perdono+7+milano&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=13.565,29.882813&amp;ie=UTF8&amp;s=AARTsJqu9k_y8I3FKAxqDWp_-JLNovWGuQ&amp;view=map&amp;z=16&amp;iwloc=addr" title="indirizzo e cartina per arrivare">Via Festa del Perdono 7</a><br />
Ingresso libero.</p>
<p><em>La giornata è dedicata a Marcello Meroni, collega di lavoro, alpinista con cui ho condiviso molte importanti esperienze, scomparso lo scorso 14 dicembre 2007. JR</em><br />
<span id="more-5628"></span></p>
<p>C&#8217;è spesso un percorso comune tra chi si dedica alla scienza e chi alla montagna, per professione o per passione. E&#8217; vero per tanti fisici/astrofisici illustri che hanno segnato tappe fondamentali della conoscenza in fisica e astronomia: tra gli altri basti citare Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Giuseppe Occhialini, Bruno Rossi, fisici ma anche capaci alpinisti.</p>
<p>La conferenza porterà le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi: buchi neri, stelle di neutroni e altri oggetti saranno uno degli argomenti della giornata. Ma si parlerà anche del ruolo che la scienza gioca nella pratica dell&#8217;attività alpinistica, in particolare per la sicurezza; di ambiente, territorio e clima con geologi e meteorologi; della risposta dell&#8217;organismo umano alle situazioni estreme con i fisiologi. Ascolteremo appassionanti esperienze di alpinisti, che scalano e hanno scalato le splendide vette del nostro pianeta&#8230;. e scaleremo virtualmente le ben più alte vette del Sistema Solare (come il Monte Olimpo, 24.000 m, su Marte) o le cascate di ghiaccio di Europa, satellite di Giove.</p>
<p>Promotori:<a href="http://www.unimi.it" title="il sito dell'ateneo">Università degli Studi di Milano</a> e <a href="http://caisem.org" title="il sito della SEM, sezione del CAI">Società Escursionisti Milanesi</a> (SEM) sezione del Club Alpino Italiano.</p>
<p>Tutte le informazioni sulla conferenza sono sul sito  <a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">www.perasperaetastra.unimi.it</a></p>
<h4>PROGRAMMA</h4>
<p>9:00-9:30 Registrazione dei partecipanti<br />
9:30-10:00 Indirizzi di saluto<br />
Gianpiero Sironi Pro Rettore alla Ricerca &#8211; Università degli Studi di Milano<br />
Enrico Tormene Presidente CAI-SEM (Club Alpino Italiano &#8211; Società Escursionisti Milanesi)<br />
Pasquale Tucci Storico della Fisica, Direttore Museo Astronomico di Brera &#8211; Università degli Studi di Milano</p>
<h5>10:00-13:00 Interventi</h5>
<p>Chairman Fabio Palma Alpinista e scrittore</p>
<p>Mestiere di fisico e pratica dell&#8217;alpinismo: effetto collaterale o deformazione professionale?<br />
Gianni Battimelli Università di Roma La Sapienza</p>
<p>Veri e falsi strati nella crostra terrestre<br />
Guido Gosso Università degli Studi di Milano</p>
<p>Influenza in Alpinismo della tecnica sull&#8217;etica<br />
Maurizio GiordaniAlpinista, membro del CAAI, del GHM e di Mountain Wilderness, guida alpina</p>
<p>L&#8217;essere umano in alta montagna: modificazioni fisiologiche e acclimatazione<br />
Fabio Esposito Università degli Studi di Milano</p>
<p>La sicurezza in montagna fra scienza e tecnica: certezza o utopia?<br />
Elio Guastalli Alpinista, UNICAI, Presidente Commissione Lombarda Materiali e Tecniche del CAI, CNSAS</p>
<p>Andar per montagne nel Sistema Solare<br />
Andrea Bernagozzi Osservatorio Astronomico della Valle d&#8217;Aosta</p>
<p>13:00-14:1 Pausa pranzo</p>
<h5> 14:15-16:45 Interventi</h5>
<p>La cultura del limite: insegnamenti alpini per la pianura energivora<br />
Luca Mercalli Meteorologo e Presidente Società Meteorologica Italiana</p>
<p>Panorami invisibili nel Cosmo<br />
Andrea Possenti INAF &#8211; Osservatorio Astronomico di Cagliari</p>
<p>Quando i buchi neri collidono<br />
Monica Colpi Università degli Studi di Milano-Bicocca</p>
<p>Lungo i sentieri dell&#8217;armonia: ritorno alla lentezza<br />
Fausto De Stefani Alpinista, naturalista, fotografo, Presidente di &#8220;Mountain Wilderness&#8221; sezione Italia</p>
<p>Ghiacciai a rischio?: la crisi attuale di una importante risorsa<br />
Claudio Smiraglia Università degli Studi Milano</p>
<p>16:45-18:00 Tavola rotonda</p>
<p>La scienza per la montagna, la montagna per la scienza: circolo virtuoso o promessa mancata?<br />
Partecipano: Claudio Smiraglia, Andrea Possenti, Fabio Esposito, Fausto De Stefani, Guido Gosso<br />
Chairman:</p>
<p>Ore 18:00 Chiusura dei lavori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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		<title>Touching the void</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2005 07:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni maderna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni maderna]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Giovanni Maderna</p>
<p>Nelle sale c&#8217;è in questi giorni un bel film-documentario. Lo segnalo così, giusto perché un film guardabile è diventato nel circuito di prima visione una rarità, uno bello poi&#8230;<br />
Si tratta di &#8220;La morte sospesa&#8221; (Touching the void), tratto dal romanzo di Joe Simpson che racconta la sua impresa alpinistica sulla vetta del Siula Grande (Perù).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/04/04/touching-the-void/">Touching the void</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Giovanni Maderna</b></p>
<p>Nelle sale c&#8217;è in questi giorni un bel film-documentario. Lo segnalo così, giusto perché un film guardabile è diventato nel circuito di prima visione una rarità, uno bello poi&#8230;<br />
Si tratta di &#8220;<b>La morte sospesa</b>&#8221; (Touching the void), tratto dal romanzo di <b>Joe Simpson </b>che racconta la sua impresa alpinistica sulla vetta del <b>Siula Grande </b>(Perù). Una docu-fiction che con asciuttezza britannica racconta né più né meno come andarono le cose e riesce, senza retorica, a parlare della vita, della morte e della verità. Niente meno. La voce narrante del protagonista verso la fine afferma &#8220;<b>quando ho sentito che al mio grido non rispondeva nessuno, in quei secondi di silenzio, lì ho perso qualcosa. Ho perso me stesso.</b>&#8221;<br />
E&#8217; un film che in una scalata di 7 giorni racconta il viaggio al termine della notte di un uomo di 25 anni, un uomo che dopo quella impresa non ha mai smesso di fare l&#8217;alpinista, un uomo che sembra ricordarci, come Céline, che &#8220;la verità della vita è la morte&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/04/04/touching-the-void/">Touching the void</a></p>
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