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	<title>Nazione Indiana &#187; america</title>
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		<title>Io volevo andare a New York</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 18:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/">Io volevo andare a New York</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="225" height="144"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Be7T8CRC4TI&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Be7T8CRC4TI&#038;hl=en&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="225" height="144"></embed></object></p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.<br />
Sono arrivato negli Stati Uniti Venerdì 4 ottobre. Aeroporto O’Hare. Chicago. Prima di atterrare, sull’aereo <em>stewart e hostess </em>hanno distribuito ai passeggeri moduli bianchi e moduli verdi. Io ho compilato un modulo bianco. Proprio per aver compilato questo modulo, però, una volta arrivato all’aeroporto sono stato trattenuto alla dogana. Un agente messicano che mi parlava in portoghese mi ha spiegato che per dimostrare di essere un lavoratore e non soltanto un turista avrei dovuto mostrare alla dogana un documento che lo provasse. <span id="more-10070"></span><br />
Adesso che ricordo, quando mi sono seduto nell’ufficio dell’agente, le prime parole che ho ascoltato da lui sono state: “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni lei è costretto a ripartire entro domani”. Mi ero appena fatto nove ore e mezzo di volo senza <em>stopover</em>, avevo attraversato sette fusorari diversi, avevo cercato di dormire senza successo e avevo provato a guardare alcuni dei film che proiettavano a bordo senza riuscirci: George Clooney non mi piace e anche se Sarah Jessica Parker mi piace, non mi piace il film di <em>Sex&#038;The City</em>. Poi, visto che non sono abituato a viaggi come questo e per natura sono alquanto fifone ho avuto una gran paura che l’areo precipitasse da un secondo all’altro per quasi l’intera durata del volo, specialmente durante la manovra di atterraggio mentre il pilota aveva preso la decisione di far entrare l’aeroplano dentro a nuvole gigantesche e nerissime e un paio di volte l’aereo ha traballato che sembrava di essere su una giostra al luna park. Con tutto questo “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni deve ripartire entro domani” non mi è sembrata immediatamente una battuta di spirito.<br />
E, invece, la era.<br />
L’agente messicano dopo averla detta e aver osservato le mie reazioni è scoppiato a ridere e ha fatto scoppiare a ridere anche il  collega seduto alla scrivania di fronte alla sua  dicendo qualcosa in inglese che però non sono riuscito a capire. L’agente che se non ricordo male aveva appuntato il nome Dorfles sulla divisa mi ha spiegato la mia situazione. Mi ha detto che avevo tempo fino al 2 novembre per inviare a Washington la documentazione necessaria per provare che non avevo dichiarato il falso alla dogana degli Stati Uniti d’America. Io avevo lasciato il mio <em>Certificate of Eligibility</em> nel terzo cassetto nella stanza dove vivo da circa trent’anni in Italia. Pensavo che il passaporto e la Visa di sei mesi e soprattutto i soldi che avevo speso per farli e l’incredibile trafila burocratica per ottenerli presso il consolato americano a Milano bastassero.<br />
Comunque, avevo fiducia che l’Università di Grand Forks avrebbe risolto tutto senza problemi. Invece, quattro giorni più tardi, l’8 ottobre, mi sono presentato all’International Office dell’Università per chiedere che si inviassero a Washington il <em>Document of Eligibility </em>(il nome tecnico e’ SEVIS DS-2019) e il <em>Form</em> I-94 oltre al <em>Form </em>I-515 A e il Dr. William Young, un uomo corpulento come può essere corpulento un uomo americano ossia <em>decisamente molto </em>più corpulento di un uomo corpulento italiano, mi ha risposto di avere soltanto le copie e non gli originali – visto che come ho appena finito di scrivere gli originali li avevo io nel terzo cassetto della mia stanza in Italia. Dopo aver osservato per un po’ le mie reazioni il Dr. Young mi ha assicurato che comunque si sarebbe preso cura lui dell’intera faccenda e che non avevo nulla da preoccuparmi.<br />
 Adesso sono abbastanza tranquillo. Allo stato attuale non posso sostenere l’esame – scritto e pratico – per procurarmi la patente internazionale e guidare negli Stati Uniti – così almeno funziona nello stato del North Dakota – e inoltre non posso oltrepassare i confini del Canada, che sono molto vicini a Grand Forks o del Messico che sono molto lontani o di qualunque altro Stato al di fuori degli Stati Uniti d’America. Però sono lo stesso abbastanza tranquillo. Ad esempio una cosa la posso ancora fare: posso ritornare a casa. Con questo voglio dire che se non altro non mi trovo esattamente nella posizione del Victor Navorsky interpretato da Tom Hanks nel film <em>The terminal</em>, se si ha presente questo film curioso, paradossale e tremendamente ben fatto.<br />
Non sono imprigionato qui.<br />
Un altro effetto di questa situazione è che da quindici giorni giro con le tasche del giaccone piene di fotocopie di documenti e per tornare al punto da dove ero partito, quando mi sono presentato il 10 ottobre allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi al corso di inglese per immigrati, ho potuto mostrare soltanto una serie di fotocopie dei miei documenti e per questo mi sono sentito indirizzare dalla cancelleria qualche espressione che in italiano credo si potrebbe ben tradurre con un borbottante “E vabbe’… Fallo passare lo stesso…”.<br />
Grazie a fotocopie di documenti in viaggio verso Washington ho potuto risparmiare trecento dollari per iscrivermi a questa scuola. Per adesso sono molto contento di essermi iscritto. I miei <em>classmates</em> provengono dalle piu’ diverse zone del mondo. Sono simpatici. C’è Neena Thapa proveniente dal Nepal. C’è Lucky Wang proveniente da Pechino. C’è la dolcissima e ricchissima Maysun proveniente da Shangai. Dico che Maysun è ricchissima perchè suo marito l’ha portata in vacanza alle Hawai e mi è stato spiegato che in un posto come quello se si alloggia bene si spende molto. C’è Rabab dall’Iraq. C’è Liena che proviene dalla Russia – ma non so dire precisamente da dove. E poi ho molti <em>classmates</em> di pelle nera.<br />
A parte il clima da scuola elementare (l’altro giorno con la supplente Norma Erickson abbiamo fatto un dettato) la cosa che trovo interessante in una scuola come questa è la didattica. Ad esempio a ogni lezione Norma ci ha insegnato qualche espressione idiomatica. Nel mio quaderno ho appuntato espressioni come “Pinching pennies”, “Chase rainbows” oppure “Scratch my back”. Proprio ieri ho fatto il test per controllare il mio livello di inglese. Tra gli esercizi proposti c’era anche compilare un assegno, scrivere una lettera al proprietario di casa spiegandogli le ragioni del ritardo col pagamento dell’affitto e altri esercizi che mi sembravano studiati apposta per persone appartenenti al gradino più basso di una società occidentale. D’altra parte le stesse espressioni idiomatiche mi pare confermino queste impressioni. “Riparmiare soldi”, “Non mettersi in testa di poter acchiappare l’arcobaleno”, “Restituirsi un favore a vicenda”. Queste e altre mi sembrano espressioni da usarsi da parte di chi tiene pochi quattrini in tasca, ha pochi mezzi e poche possibilità. Insomma, l’impressione è che Norma allo Stanford Centre ci tratti come disperati e che la sua didattica si rivolga più che altro a emergenze sociali.<br />
Però, è divertente, istruttivo, e qualcosa imparo, anche se il grosso lo faccio con Elisabeth e studiando per conto mio.<br />
Ci sono molte cose che potrei scrivere, ma le opinioni che ho per adesso degli Stati Uniti cambiano di giorno in giorno. All’inizio desideravo tenere questo diario pubblicato da Francesca Matteoni su Nazione Indiana – che ringrazio e che spero per questo non venga radiata subito da Gianni Biondillo – in <a href="http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/18827729/About+United+States">lingua inglese</a>. Adesso, però, dopo essermi accorto di essere costantemente  tentato di fare generalizzazioni spaventose e di arrivare di continuo a conclusioni affrettate su costumi, filosofie, modi di fare, di dire, di essere, di tutto da quando sono arrivato qui negli States ho abbassato un po’ le mie ambizioni e ho deciso di scrivere nella mia lingua, anche perchè non mi sembra il caso di usare l’intero contenitore di Nazione Indiana – che dopotutto è un blog letterario importante – per registrare i miei progressi con l’american-english, cosa che in un primo momento, lo confesso, sono stato tentato di fare.<br />
Grazie per l’ospitalità.<br />
La prossima volta cercherò di parlare soprattutto del desiderio di comprarmi una bicicletta e di rivivere la mia adolescenza in una small town americana.<br />
Allora, good bye.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/">Io volevo andare a New York</a></p>
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		<title>Chi è al volante?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Sep 2003 08:35:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong><br />
<br />
Intervista allo storico  Giovanni Borgognone sui <em>neocons </em>statunitensi.<br />
<br />
<em>Cosa è il movimento</em> neoconservative <em>negli Stati Uniti?</em></p>
<p>I <em>neocons </em>si formarono come movimento intellettuale alla fine degli anni Sessanta. Non subito intorno al partito repubblicano, come si supporrebbe trattandosi di &#8220;conservatori&#8221;, ma partendo da quello democratico (ed ecco la ragione del &#8220;neo&#8221;).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/18/chi-e-al-volante/">Chi è al volante?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/strangelove.jpg" alt="strangelove.jpg" align="left" border="0" height="138" hspace="4" vspace="2" width="184" /><br />
Intervista allo storico  Giovanni Borgognone sui <em>neocons </em>statunitensi.<br />
<span id="more-124"></span><br />
<em>Cosa è il movimento</em> neoconservative <em>negli Stati Uniti?</em></p>
<p>I <em>neocons </em>si formarono come movimento intellettuale alla fine degli anni Sessanta. Non subito intorno al partito repubblicano, come si supporrebbe trattandosi di &#8220;conservatori&#8221;, ma partendo da quello democratico (ed ecco la ragione del &#8220;neo&#8221;). Irving Kristol, che è una sorta di padre fondatore del gruppo, li ha descritti come &#8220;liberals beffati dalla realtà&#8221;. Erano &#8220;new dealers&#8221;, difensori del welfare state, delusi, però, dalla versione &#8220;burocratica&#8221; dello statalismo emersa dal progetto della Great Society del presidente Johnson. Nel &#8217;72, pertanto, si opposero alla candidatura democratica di George McGovern, considerandolo troppo &#8220;di sinistra&#8221;, e preferirono la rielezione di Nixon. Nel corso della successiva presidenza Carter crebbe anche il loro dissenso sulla politica estera americana. Non apprezzavano le aperture al mondo arabo e l&#8217;idea, sostenuta da tutti i consiglieri del presidente con l&#8217;eccezione di Brzezinski, che ormai non fosse più necessaria una intensa politica antisovietica. Nel 1980, quindi, avvenne il definitivo approdo al partito repubblicano. I <em>new conservatives </em>appoggiarono la candidatura di Ronald Reagan. Alcuni di loro ebbero anche incarichi nella nuova amministrazione. In particolare, il principale discepolo di Kristol, Richard Perle, divenne sottosegretario alla Difesa per la politica di sicurezza nazionale. Elliott Abrams fu nominato, invece, sottosegretario di Stato per le organizzazioni internazionali (si fece conoscere dal mondo, poi, per lo scandalo &#8220;Iran-Contra&#8221;, il finanziamento dei contras nicaraguensi mediante la vendita di armi all&#8217;Iran). Di fronte al crollo dell&#8217;URSS, i <em>neocons</em>, ovviamente, videro premiata la loro scelta di appoggiare Reagan. Durante l&#8217;era Clinton nacque, per iniziativa di William Kristol (il figlio di Irving) e di Robert Kagan, il <em>Project for the New American Century</em>, ovvero l&#8217;accordo dei <em>neocons </em>sulla strategia per la politica estera del nuovo secolo (che comprendeva il bombardamento delle basi <em>hezbollah </em>in Libano, l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq, il sostegno alla repressione israeliana nei territori palestinesi e campagne militari contro Iran e Siria). Come è noto, nel 2000, con l&#8217;elezione di George W. Bush, sono tornati al potere.</p>
<p><em>Come sono presentati i neocons dai nostri media?</em></p>
<p>Il livello informativo dei media italiani sul neoconservatorismo americano non è certamente alto. Disponendo di poche informazioni, però, non hanno prodotto, in fondo, molte distorsioni. Sul &#8220;Foglio&#8221; di Giuliano Ferrara, il giornale che più di ogni altro continua ad occuparsi assiduamente dei <em>neocons</em>, sono stati presentati come se fossero passati da un estremo all&#8217;altro dello spettro politico: dal trockismo alla destra. Irving Kristol, effettivamente, era stato trockista in gioventù. In generale, però, il punto di partenza dei <em>neocons </em>fu il cosiddetto <em>vital center</em>, orbitante intorno al partito democratico. Erano dei <em>liberals</em>, che nella terminologia politica americana indica i &#8220;progressisti&#8221;, in contrapposizione da una parte con i conservatori e dall&#8217;altra con i <em>radicals</em>. Comunisti e trockisti, semmai, erano stati molti di coloro che sono diventati i &#8220;modelli&#8221; intellettuali dei <em>neocons</em>, vale a dire i <em>cold warriors </em>degli anni Cinquanta, come James Burnham, John Dos Passos, Will Herberg, William Schlamm, Frank Meyer. Costoro erano passati, effettivamente, dall&#8217;antistalinismo di sinistra a quello di destra, o più in generale dal radicalismo all&#8217;anticomunismo radicale.<br />
Un punto su cui, poi, forse, i media italiani, talvolta, non sono stati molto chiari è la differenza tra i &#8220;neoconservatori&#8221; e la &#8220;Nuova destra&#8221;. Mentre i neocons provengono sostanzialmente da circoli culturali progressisti (soprattutto da quello newyorkese), la New Right, anch&#8217;essa vicina, negli anni Ottanta all&#8217;amministrazione Reagan e oggi a quella di George W. Bush, è costituita dai cosiddetti &#8220;fondamentalisti cristiani&#8221; ed è guidata dai &#8220;telepredicatori&#8221;. Uno di loro, Jerry Falwell, subito dopo l&#8217;11 settembre 2001, spiegò la tragedia delle Twin Towers come una &#8220;punizione divina&#8221; nei confronti di omosessualità e aborto.</p>
<p><em>Citi i </em>cold warriors <em>degli anni &#8217;50. Potresti, come in un flash back, ritornare sulla loro parabola politica?  A me interessa soprattutto capire Dos Passos. Qualcosa continua a sfuggirmi di lui, come se qualche conto non tornasse.</em></p>
<p>Gli anni Trenta furono la &#8220;decade rossa&#8221; degli Stati Uniti. Dopo la Grande Depressione, l&#8217;idea che il capitalismo fosse in fase terminale fece sì che molti esponenti del mondo accademico e letterario aderissero al marxismo, esprimendo ammirazione per il modello sovietico oppure accostandosi al trockismo (questo soprattutto nella seconda metà del decennio, di fronte ai &#8220;processi di Mosca&#8221;). Pochi anni dopo, però, il patto Ribbentropp-Molotov, da molti interpretato non come una temporanea alleanza tra Germania hitleriana e URSS staliniana, ma come chiara dimostrazione della &#8220;consustanzialità&#8221; dei due regimi, rappresentò un duro colpo per i circoli della sinistra. Sia per quelli stalinisti, sia per quelli trockisti. Trockij, infatti, aveva difeso, contro ogni equiparazione dello stalinismo con i fascismi,  la &#8220;natura operaia&#8221; (derivante dalla Rivoluzione d&#8217;Ottobre), sebbene politicamente degenerata, dell&#8217;Unione Sovietica. Questa posizione provocò l&#8217;esasperazione dei dibattiti all&#8217;interno del Socialist Workers Party (il partito trockista), portando i contestatori alla scissione e, in alcuni casi, all&#8217;abiura del radicalismo. Tale fu il percorso che condusse James Burnham, il &#8220;padre&#8221; del conservatorismo della guerra fredda, dall&#8217;antistalinismo trockista all&#8217;anticomunismo maccartista (per una biografia politica di Burnham si veda il volume di Borgognone <em>James Burnham. Totalitarismo, managerialismo e teoria delle élites</em>, <em>n.d.r.</em>).</p>
<p><em>Che tipo di alleanza c&#8217;è, dunque, tra i </em>neocons <em>e la New Right? Secondo te è un frutto congiunturale oppure è una vicinanza salda e radicata?</em></p>
<p>Ciò che unisce <em>neocons </em>e New Right sono, genericamente, l&#8217;americanismo e la difesa dell&#8217;economia di mercato. La convivenza dei due gruppi, però, è piuttosto conflittuale. Le parole di Falwell sull&#8217;11 settembre, ad esempio, vennero severamente biasimate da William Buckley (il fondatore della &#8220;<a href="http://www.nationalreview.com">National Review</a>&#8220;, cattolico, ma assai lontano dalla retorica apocalittica dei fondamentalisti protestanti) e da molti neocons. Il neoconservatorismo è un movimento essenzialmente intellettuale, che ha le sue premesse nella vivacità letteraria e nella criticità della cultura newyorkese. La New Right, invece, potremmo dire che è maggiormente un fenomeno mediatico &#8220;di massa&#8221;. Si basa sul carisma dei telepredicatori e su organizzazioni e centri di culto protestanti (dotati di notevoli risorse, al punto da impiantare stazioni televisive e radiofoniche proprie).</p>
<p><em>Quindi l&#8217;equazione &#8220;intellettuale = intellettuale di sinistra&#8221;, che è data sovente come un dato di fatto, almeno nel caso dei </em>neocons<em> non regge per nulla.</em></p>
<p>Già la destra tradizionalista del secondo dopoguerra (Leo Strauss, Eric Voegelin, Russell Kirk, ecc.), che prendeva le mosse dalla critica dell&#8217;intellettualismo europeo e delle sue &#8220;devastanti&#8221; ideologie, era, in realtà, una destra dedita soprattutto alle idee e ai principi.<br />
L&#8217;anti-intellettualismo in America, comunque, non è patrimonio solo della destra. Anche la cultura della sinistra negli Stati Uniti del primo Novecento, infatti, ne fu intrisa. Il socialismo era giunto negli USA a metà Ottocento, con l&#8217;immigrazione di operai e intellettuali dall&#8217;Europa dopo il 1848. Soprattutto dalla Germania. L&#8217;America, così, aveva importato i dibattiti europei tra marxisti e lassalliani e poi tra marxisti e bakuniani. Ma il tutto era stato sostanzialmente limitato al mondo degli <em>alien proletarians</em>. La prima generazione di <em>radicals </em>(socialisti) <em>native American</em>, all&#8217;inizio del nuovo secolo, sentì immediatamente la necessità di trasformare il socialismo da prodotto di &#8220;importazione&#8221; in qualcosa di autenticamente &#8220;americano&#8221;. Gli ingredienti furono Whitman, Emerson, Thoreau, Veblen, Dewey. Ovvero emotivismo, individualismo, anticonformismo, efficientismo industrialista e pragmatismo. E a ciò si accompagnò una dura critica nei confronti del dottrinarismo europeo, erede dell&#8217;idealismo tedesco ottocentesco. Non a caso i <em>radicals </em>vollero correggere il marxismo con una versione particolare di freudianesimo (la conoscenza di se stessi come aspetto essenziale dell&#8217;evoluzione dell&#8217;individuo e dell&#8217;autorealizzazione) e con il recupero di Nietzsche (la sostituzione di una &#8220;aristocrazia naturale&#8221; a quelle false esistenti). Cercavano, così, di forgiare un&#8217;identità per la cultura della sinistra americana diversa da quella intellettualistico-ideologica europea. Quegli esperimenti, poi, naufragarono nel &#8217;17, a causa della repressione del pacifismo e, naturalmente, a causa del terremoto provocato dalla rivoluzione bolscevica (sulle origini della sinistra americana nel primo Novecento si veda il saggio di Borgognone: <em>Una sinistra culturale americana. &#8220;The Masses&#8221; 1912-1917</em>, in &#8220;Belfagor&#8221;, 31 gennaio 2002, pp. 1-18, <em>n.d.r.</em>).</p>
<p><em>A proposito di sinistra, come è composta oggi quella americana? Chi sono gli avversari dei </em>neocons<em>?</em></p>
<p>Gli avversari dei <em>neocons </em>sono in primo luogo, ovviamente, i <em>liberals </em>democratici. Vi è, poi, una sinistra erede della New Left degli anni Sessanta, che promuove l&#8217;<em>independent socialism</em>, o anche <em>socialism from below</em>, un socialismo che non vuole essere guidato &#8220;dall&#8217;alto&#8221;, dal potere, in modo da non degenerare come fecero quello marxista e quello sovietico. Vi sono, poi, naturalmente, numerose riviste radicali e progressiste. E ci sono Noam Chomsky, i cui libri riscuotono sempre un discreto successo, e Susan Sontag, la quale, dopo l&#8217;11 settembre, si spinse ad equiparare la politica estera americana a quella dei talebani. Infine si deve ricordare, naturalmente, il solito Gore Vidal, il cui saggio <em>La fine della libertà</em>, però, venne pubblicato in Italia da Fazi senza avere ancora trovato un editore negli Stati Uniti.</p>
<p><em>Che impatto ha avuto l&#8217; 11 settembre sulla riflessione progressista americana? Ho seguito un po&#8217; il dibattito che si è svolto all&#8217;interno della rivista <a href="http://www.dissentmagazine.org/">Dissent</a>, e mi pare che i problemi siano molti.</em></p>
<p>Il progressismo americano ha mostrato spesso una chiara inclinazione nazionalistica. Nello scenario della prima guerra mondiale, di fronte all&#8217;intervento deciso da Wilson, mentre i <em>radicals </em>optavano quasi compattamente per il pacifismo, i progressisti (si pensi a Walter Lippmann, alla cerchia di &#8220;New Republic&#8221; e a John Dewey) appoggiarono la guerra contro l&#8217;autocrazia tedesca (la guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre), sostenendo che questa condizione di emergenza avrebbe contribuito ad unire la nazione e, in questo modo, anche a riformarla.<br />
Tornando a oggi, Joseph Nye, sottosegretario alla difesa al tempo di Clinton, ha pubblicato un libro, <em>Il paradosso del potere americano</em>, edito da Einaudi, che è stato presentato come una critica delle modalità troppo arroganti della politica estera americana. Gli Stati Uniti, secondo Nye, non possono fare da soli. Non devono ricorrere meramente all&#8217;<em>hard power</em> (il potere dei carri armati, per intenderci), bensì devono saperlo miscelare saggiamente con il <em>soft power</em>, con la capacità di persuadere gli alleati, ecc. Ma qual è l&#8217;obiettivo dei suggerimenti di Nye? Fare sì che, usando le parole dell&#8217;autore, gli Stati Uniti restino &#8220;la potenza leader nella politica mondiale per tutto il XXI secolo o oltre&#8221;.</p>
<p><em>I</em> neocons <em>oggi al potere insieme a Bush che idea hanno dell&#8217;Europa?</em><br />
Sul confronto tra Stati Uniti ed Europa è incentrato il volume di Robert Kagan <em>Paradiso e potere</em>, edito qualche mese fa da Mondadori (recensito da Borgognone sull&#8217;&#8221;Indice&#8221; di settembre 2003, <em>n.d.r.</em>). Mentre l&#8217;Europa, anche a causa del proprio declino militare dopo la seconda guerra mondiale, sta diventando un &#8220;paradiso postmoderno di pace e benessere&#8221; e rifiuta l&#8217;uso della forza e del potere, concependo un mondo fatto solo di leggi e regole, gli Stati Uniti, secondo Kagan, si trovano ad esercitare da soli il controllo su un mondo anarchico e hobbesiano. Il loro uso del potere, però, garantisce all&#8217;Europa quell&#8217;ombrello protettivo grazie al quale essa può costruire il proprio &#8220;paradiso postmoderno&#8221;. Questa, in sintesi, è la visione che un <em>neoconservative </em>come Kagan ha dell&#8217;Europa. In fondo, ancora una volta, viene attribuita al Vecchio Continente una visione del mondo &#8220;ideologica&#8221; e, dunque, poco &#8220;pragmatica&#8221;.</p>
<p><em>Non è una domanda da fare a uno storico, ma comunque te la faccio: come procederà, secondo te, l&#8217;amministrazione americana nel prossimo futuro? Mi riferisco in particolare al medio oriente, certo, ma anche in generale.</em></p>
<p>Secondo un autorevole <em>neocon </em>come Michael Ledeen ora è arrivato il momento della resa dei conti anche con il regime di Teheran. Il teatro mediorientale, dunque, continua ad essere al centro dell&#8217;attenzione. Poi c&#8217;è la Corea del Nord, a proposito della quale i <em>neocons </em>non hanno mai condiviso l&#8217;atteggiamento di Bush, considerandolo troppo tollerante. Ovviamente, però, le future scelte dell&#8217;amministrazione americana dipenderanno da diversi fattori, e non solo dai progetti dei <em>neocons</em>. Conterà molto, in particolare, il tentativo di recuperare il consenso, che i sondaggi recentemente hanno dato in calo.</p>
<p><em>Tu prima citavi Chomsky, Vidal, Sontag. Voci importanti, voci di intellettuali. Ma non ti sembrano voci così isolate e individuali da sembrare quelle di profeti? E nessun profeta in patria&#8230;</em></p>
<p>Di fronte alla guerra in Iraq, come è noto, non sono mancati negli Stati Uniti i movimenti di protesta. Le librerie newyorkesi, poi, in questi ultimi mesi, straripano di libri più o meno seri contro Bush. Tuttavia l&#8217;orgoglio nazionalista e l&#8217;idea dell&#8217;America come il &#8220;paese della libertà&#8221; restano sempre elementi molto rilevanti nel discorso pubblico americano.<br />
Un fattore, infine, da non trascurare quando si prende in esame il livello di opposizione &#8220;interna&#8221; alla politica degli Stati Uniti è certamente il basso grado di conoscenza che gli americani hanno del resto del mondo. <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&amp;CPID=1790">Mark Hertsgaard</a>, nel volume <em>L&#8217;ombra dell&#8217;aquila </em>(Garzanti) , afferma che, significativamente, solo il 15 per cento degli americani possiede il passaporto e che Bush era stato appena tre volte all&#8217;estero prima di diventare presidente. Inoltre Hertsgaard ricorda un emblematico commento di Reagan al ritorno dalla sua prima visita in Sudamerica: &#8220;Voi non ci crederete &#8211; disse ai giornalisti &#8211; ma laggiù sono tutti singoli stati&#8221;.</p>
<p><em>Domanda allo storico, invece: che tipo di evoluzione sta subendo la struttura delle istituzioni democratiche negli Stati Uniti? In altre parole, a che capitolo siamo giunti di quella che <a href="http://www.donzelli.it/">Erich Foner </a>chiama &#8220;la storia della libertà americana&#8221;?</em></p>
<p>Nel volume di Alan Dahl Quanto è <em>democratica la Costituzione americana?</em> <a href="http://www.laterza.it/laterza/libri/fullsearch.asp,">Laterza</a>  (recensito da Borgognone insieme a quello di Kagan sull&#8217;&#8221;Indice&#8221;, <em>n.d.r.</em>), il grande politologo sottolinea come la Costituzione sia considerata negli Stati Uniti come un&#8217;icona sacra. Gli americani sembrano dimenticarsi, così, che quel documento fu il frutto di pochi uomini, molti dei quali, tra l&#8217;altro, erano proprietari di schiavi. Dahl, inoltre, osserva che, mentre gli americani credono che la loro Costituzione sia un modello per il resto del mondo, essa non è stata adottata da nessun paese oltre gli Stati Uniti.<br />
Indubbiamente in alcuni ambiti fondamentali vi sono stati degli aggiornamenti (specie in tema di suffragio e di diritti civili). Ma il sistema istituzionale americano continua a fare discutere per molti altri suoi aspetti. E in primo luogo per quelli plebiscitari. Il presidente degli Stati Uniti è un &#8220;principe democratico&#8221;. Regna grazie a quello che Dahl definisce il &#8220;mito del mandato presidenziale&#8221;. Nel giustificare l&#8217;uso del veto contro le maggioranze del Congresso, Jackson, ad esempio, affermava di essere lui l&#8217;unico a rappresentare &#8220;tutto&#8221; il popolo.</p>
<p><em>Vuoi aggiungere in conclusione un commento, magari non necessariamente da storico, ma un&#8217;opinione personale, qualche considerazione?</em></p>
<p>Più che un&#8217;opinione personale aggiungerei una considerazione sulla New Right che riprendo dal volume di <a href="http://www.saggiatore.it/index.php?page=boo.detail&amp;id=3246">Benjamin Barber</a>, <em>Guerra santa contro McMondo </em>(Tropea). Barber, come si evince dal titolo del suo volume, presenta una grande contrapposizione tra la civiltà globalizzata (il &#8220;McMondo&#8221;, l&#8217;&#8221;Hollymondo&#8221;, i parchi tematici, MTV, ecc.) e il vecchio mondo delle società tradizionali che rifiuta la &#8220;modernità&#8221; mondializzata e che tende, dunque, a una &#8220;ritribalizzazione&#8221;. I due poli, in altre parole, sono quello capitalista-universalista e quello particolarista, chiuso nella difesa delle identità. A questo secondo polo appartiene, naturalmente, la Jihad per antonomasia, ovvero il fondamentalismo islamico. E per comprenderne i caratteri basta ascoltare gli attacchi alle perversioni della &#8220;modernità&#8221; da parte di Hasan al-Banna, il fondatore della Fratellanza musulmana. Ma se si volge lo sguardo ai telepredicatori americani, che sono per un ritorno ai valori familiari dell&#8217;Ottocento, per la preghiera a scuola e, in generale, per la salvaguardia dell&#8217;America cristiana e tradizionale da ogni &#8220;contaminazione&#8221;, non si possono non notare notevoli somiglianze del fondamentalismo islamico con quello cristiano protestante. La Jihad, dunque, non è solo una caratteristica mediorientale. Non sono solo i musulmani e i sionisti a combattere per una Terra Santa. C&#8217;è anche una Jihad americana.</p>
<p>*****</p>
<p>Giovanni Borgognone è dottore di ricerca in Storia del pensiero politico all&#8217;Università di Torino. Ha pubblicato:<a href="http://www.editricestylos.it/schede/isbn88-87775-01-X.html"> <em>James Burnham: totalitarismo, managerialismo e teoria delle élites</em>, prefazione di Bruno Bongiovanni, Stylos, Aosta 2000</a>.<br />
Collabora a: &#8220;<a href="http://www.lindice.com/">L&#8217;Indice</a>&#8220;, &#8220;<a href="http://www.olschki.it/riviste/belfagor/inlibr.htm">Belfagor</a>&#8220;, &#8220;<a href="http://www.francoangeli.it/Riviste/Tp.asp">Teoria politica</a>&#8220;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/18/chi-e-al-volante/">Chi è al volante?</a></p>
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		<title>Pensieri neri/2: Agli americani</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Apr 2003 09:51:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/">Pensieri neri/2: Agli americani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato.<br />
<span id="more-20"></span><br />
Come so che solo una piccolissima parte di voi ha votato per la banda attualmente al potere nel vostro paese. Mi rivolgo a voi in quanto americani solo nell’assurda speranza di far arrivare al maggior numero possibile di persone la mia preoccupazione, la mia indignazione e il mio allarme.<br />
So bene di non essere niente, di non contare niente, di essere solo uno scrittore a voi sconosciuto che vive in un luogo periferico del vostro impero e che scrive in una lingua periferica del vostro impero. Ma mi permetto lo stesso di rivolgermi a voi che siete i cittadini del paese in questo momento più potente del mondo e di farvi molte, molte, molte domande.<br />
Io non sono antiamericano. C’è bisogno che vi dica che, come tanti altri, fin da ragazzo mi sono nutrito anch’io dei vostri miti e dei vostri spazi, dei vostri scrittori e delle vostre canzoni e dei vostri film e ho respirato i vostri stessi orizzonti? Anche se sapevo bene anche allora che nella vostra storia c’era nello stesso tempo il genocidio dei pellerossa, la sopraffazione, gli assassini politici, il maccartismo, il razzismo… Inoltre mi sono guadagnato sul campo e senza ombra di dubbio questa qualifica di non antiamericano quando, non più di un anno fa, sono stato aggredito su alcuni giornali del mio paese per avere espresso in un mio scritto questo rifiuto dell’antiamericanismo automatico all’indomani dell’attentato alle torri gemelle, e avere cercato di comprendere <em>tutte</em> le ragioni della vita, persino, in alcuni momenti, quelle della forza.<br />
Eppure quello che vedo adesso non mi piace per niente, mi fa orrore. L’immagine che state dando al resto del mondo, a chi non si accontenta delle vostre campagne pubblicitarie di copertura, fa orrore. Che cosa state combinando? Cosa state diventando? A quali logiche terminali vi state consegnando? Ma ve la bevete davvero questa farsa degli americani buoni e altruisti che vanno alla guerra per la libertà altrui? E, se non ve la bevete, perché la prendete per buona? Perché pretendete che la prendano per buona anche gli altri, e vi incazzate persino quando questo non succede? Certo, lo so anch’io come funzionano da sempre le cose, fin dai tempi di Omero e anche prima. Le popolazioni i cui capi mandano truppe sono consenzienti finché hanno l’impressione che il gioco valga la candela, di ricavarci qualcosa, di avere anche loro una piccola parte di briciole nella spartizione futura del bottino. Fino ad allora, finché gli sembrerà che il rapporto perdite-ricavi sia positivo, chiudono gli occhi su tutto il resto, agitano le bandierine. Ma guardate che, su questa strada, non è detto che, anche per voi, il gioco varrà la candela ancora per molto.<br />
Il vostro paese sta mostrando il volto ottuso e truce di chi si sente invulnerabile e impunito dentro il bozzolo della sua potenza tecnologica e del suo strapotere. Un volto odioso, protervo, arrogante, del tutto simile a quello di altri imperi che si sentivano al massimo della loro potenza. Ma su questa strada alla fine, state certi, cadrete! Non so come, non so a che prezzo, non so in quanto tempo, ma, seguendo questa logica cieca, sicuramente cadrete, come è successo a quel capitano privo di una gamba inventato dal più grande e profondo dei vostri scrittori, che vi conosceva bene e vedeva lontano. La caduta e il susseguirsi degli imperi non è cosa nuova. La cosa nuova è che ora, con i mezzi di distruzione di massa e di specie infinitamente più devastanti di cui disponete, il prezzo sarà tremendo per tutti, perché a quel punto, prima di andare incontro alla vostra sicura rovina, voi impiegherete ciò che di più orribile avete immaginato, fabbricato e immagazzinato in questi decenni, e allora sarà un disastro per tutti e per l’intero pianeta. Cosa diventerà il mondo, a quel punto? A quali rovine lo ridurrete?<br />
Ma veniamo all’oggi. Il cattivo di turno è caduto. Non avete ascoltato ragioni, non avete dato retta a nessuno: alleati, amici, organismi internazionali. Voi e i vostri complici e i vostri poveri servi dell’ultima ora. Siete andati avanti a testa bassa per la vostra strada, seguendo logiche geopolitiche e interessi di casta preordinati da tempo, nell’accecamento e nel delirio freddo della vostra tecnologia e della vostra forza. Come se non bastasse, avete preteso anche che tutti gli altri facessero buon viso a cattivo gioco e fingessero di prendere per buone le vostre assicurazioni non dimostrate e le vostre ragioni. Adesso volano giù le ennesime statue degli ennesimi tiranni che, dopo aver mandato i ragazzi al martirio, hanno pensato bene di tagliare la corda. Una parte, piccola o grande, dei poveri iracheni ora festeggiano, non possono che festeggiare il più forte di turno, come d’altronde hanno sempre dovuto fare finora. È una triste festa per tutti, non credete? Vi sentite più tranquilli adesso, perché un po’ di poveri ragazzi iracheni dalle teste rasate e dai piedi scalzi vi fanno questa triste festa? Credete che questo vi dia ragione? Perché non siete andati a farvi festeggiare dai poveri ragazzi cileni ammassati negli stadi, massacrati dagli squadroni della morte, oppure da quelli argentini torturati selvaggiamente dai generali golpisti vostri alleati? Almeno altrettanto miserabili e impresentabili di Saddam ma, si dà il caso, vostri amici, come d’altronde lo erano fino a poco fa anche Bin Laden, Saddam Hussein… Come mai allora andavano bene? Vi sembra bello vivere nell’ipocrisia e nella doppia verità? Certo, allora c’era l’Urss, mi direte, l’Impero del Male! C’è sempre qualche Impero del Male sulla vostra strada e nel vostro gioco, perché voi possiate fare la parte di quello del Bene! Adesso ci sono gli ultimi, piccoli tiranni che si oppongono alla vostra grande tirannide. In passato c’erano l’abominevole Reich nazista, il regime fascista, e noi vi dobbiamo la nostra libertà, anche se capiamo ogni giorno di più quanto in realtà sia vigilata e condizionata. Certo, lo so, non sono così ingenuo da pensare che anche allora abbiate agito per puro altruismo. Ma la vostra azione poteva fare almeno un tutt’uno con una nobile causa. Non era lo stesso di oggi il volto che presentavate al mondo, quando riuscivate ancora a farvi amare. Non credete, anche quelli che vi fanno festa adesso, persino i saltimbanchi che governano il mio paese, col loro servilismo e cinismo, la loro vertiginosa volgarità, insensibilità, pochezza e doppiezza, non vi amano certo. Non credete, è solo identificazione con il più forte, è solo opportunismo e paura. Non lo capite che qualsiasi cosa vi dicano, qualsiasi cerimonia vi facciano quelli che vi ruotano attorno, ormai state sulle palle a tutti? E non solo perché gli europei sono vecchi e codardi, gli arabi infidi ecc… Potete fare ormai quello che volete. Non pretendete anche di farvi amare.<br />
Fino a poco fa c’erano almeno motivazioni evidenti che sorreggevano e occultavano gli scopi reali delle vostre azioni: l’invasione del Kuwait, la pulizia etnica, l’attacco terroristico alle torri gemelle… Ora c’è solo la nuda evidenza di una forza usata selettivamente e secondo i propri puri interessi, che si avvale di operazioni mediatiche e pubblicitarie programmate per “vendere” al meglio il proprio piccolo, sporco prodotto. E bisognerebbe anche applaudire questo spettacolo? E volete oltre tutto che gli altri vi siano grati per questo? Provate a uscire un po’ dalle logiche dell’informazione pilotata e dallo spettacolo che ci è stato costruito attorno. Provate a guardarvi un po’ dal di fuori. Fate almeno lo sforzo! All’equililibrio del terrore si è sostituito lo squilibrio del terrore. Da bambinoni buoni siete diventati bambinoni cattivi, come in un romanzo di <strong>Stephen King</strong>. Ci sono sempre, anche a scuola, i più prepotenti della classe, quelli che vogliono avere sempre ragione, che vogliono comandare, quelli che prima o poi sbatteranno la testa contro qualcosa di grosso. Provate a guardarvi un po’ con gli occhi del resto del mondo. Mentre andate in giro con le vostre telecamere sui caschetti e le vostre bombe a grappolo in nome della democrazia. Ma vi rendete conto di come vi manda in giro vestiti la vostra mamma? Avete ancora i calzoncini corti e già quelle orribili teste da mosche d’acciaio!<br />
Cosa continuate a riempirvi la bocca con “Dio” e con “Cristo”? Che cosa c’entra Cristo con tutto questo? Gesù Cristo era un condannato a morte cui il vostro attuale presidente avrebbe negato la grazia. Un perdente, secondo i vostri parametri. Certo, lo so, si comportavano così anche i capi di stato e i missionari del Cinquecento, anche allora al seguito delle truppe dei conquistadores! Ma non erano meno orribili anche allora, e vedete poi che fine ha fatto anche il loro impero! La conoscete quella favola della rana che voleva diventare grande come il sole, e che si gonfiava, si gonfiava, si gonfiava, e che alla fine è scoppiata? Guardate che è così che cominciano a crollare gli imperi, la crepa inizia proprio quando si sentono al massimo della loro impunità e potenza e si lasciano accecare dall’immagine di se stessi che vedono dentro lo specchio! State tranquilli. Che siete i più forti salta agli occhi, l’abbiamo capito! È semmai qualcos’altro che dovreste dimostrare al mondo e a voi stessi, se volete durare! Guardate che il fatto di vincere non significa necessariamente avere ragione. Quante volte è successo, nel corso del tempo, che chi vinceva non avesse per niente ragione!<br />
Voi avete accumulato un enorme surplus tecnologico e militare da scaricare sui corpi e sulle menti delle persone del resto del mondo. Ma guardate che quando questa macchina spaventosa avrà annientato ogni altro avversario, o non ce la farà più ad andare avanti, si avventerà su di voi e vi schiaccerà.<br />
C’è un enorme, drammatico problema di democrazia, nel nostro mondo sovrappopolato. Non ce la passiamo bene anche noi nel nostro paese. Ma vi sembra davvero che ci sia democrazia nel vostro? Dove solo una piccola parte della popolazione vota e di quella piccola parte neanche la metà elegge – quando va bene – il candidato vincente. Dove rapaci gruppi economici finanziano uomini e partiti in questo gioco truccato per averne in cambio un apparato di potenza cointeressato e asservito. Vere e proprie gang mafiose, squali multinazionali e pesci siluro che si gonfiano a dismisura acquattati sotto il pelo dell’acqua e nel fango e mangiano tutto quello che incontrano. Vi sembra democrazia questa roba qui? Vi va bene così? È libertà, pari opportunità, gioco uguale per tutti, libero mercato ecc… come blaterano tutte quelle figure asservite della politica e dei media, ad uso e consumo di chi si ostina a vedere con un occhio solo, quando neppure con quello? Vi va bene tutta questa informazione-spettacolo manipolata che scatta ogni volta al comando di un’oligarchia e dei suoi fini? Pensate che su questa strada andrete lontano o invece verso la generale rovina? Pensate, per esempio, che ve ne verrà del bene a pretendere di essere superiori agli altri e a non assumervi le vostre responsabilità nella salvaguardia dell’ambiente, per l’ingordigia dei vostri padroni e dei loro servi politici? A ritenervi al di fuori e al di sopra delle leggi e dei tribunali e delle organizzazioni internazionali, che vi vanno bene solo quando obbediscono senza fiatare ai vostri diktat? Cosa diavolo volete che, in questa situazione, pensino di voi gli altri abitanti del pianeta? Io, per esempio, vivo in un paese dove, nei decenni che sono seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, avete fatto il bello e il cattivo tempo, manipolato, ingannato, operato attraverso omicidi politici e stragi di civili per condizionare il corso degli avvenimenti nella nazione da voi stessi liberata. A cui si aggiungono altre forme, palesi e occulte, di colonialismo e servitù politiche, economiche, militari e culturali di ogni genere e tipo. Vi piacerebbe se qualche altra nazione riservasse questo trattamento a voi stessi?<br />
Vi faccio un esempio, solo un piccolo esempio, il primo che mi viene in mente. Pochi anni fa un vostro aereo militare, partito da una delle vostre basi (si chiamano “servitù”) disseminate nel mio come in molti altri paesi del mondo, in uno delle sue irresponsabili acrobazie a bassa quota, ha tranciato il cavo di una funicolare e ha ammazzato venti persone in una località sciistica di nome <strong>Cermis</strong> (3 italiani, 2 austriaci, 7 tedeschi, 2 polacchi, 5 belgi, 1 olandese). L’unica preoccupazione del pilota e del secondo è stata quella di distruggere il nastro di una telecamera con la quale avevano ripreso tutte le pazzesche evoluzioni del loro aereo. Le autorità del vostro paese, con un gesto di arroganza e disprezzo, hanno preteso di sottrarre i colpevoli di questa strage alla giustizia del paese dove è stata commessa e che vi ospita. Non solo. Il processo militare, celebrato nel vostro paese, si è concluso con semplici sanzioni disciplinari, assoluzioni, patteggiamenti, due radiazioni. Uno solo, su quattro degli imputati, è stato punito con una pena detentiva (di soli sei mesi, ridotti poi a cinque per buona condotta!). Per una strage di 20 persone! Il tutto in un paese che si mostra in altri casi così inflessibile di fronte a singoli omicidi compiuti anche prima della maggiore età e dove vige la pena di morte! Fatti analoghi sono successi anche in altri paesi del mondo, in Corea, per esempio, e anche là non sono stati presi bene. Ora vi domando: cosa sarebbe successo se queste venti persone fossero state ammazzate negli Stati Uniti e fossero state del voltro paese? Se una cosa simile fosse successa a voi sul vostro territorio e il paese il cui aereo fosse stato responsabile della strage avesse imposto d’imperio il trasferimento del processo e una simile conclusione dello stesso, cosa avreste pensato, che sentimenti avreste provato nei suoi confronti? Perché trattate gli altri paesi e le altre vite come inferiori, e voi stessi come una razza superiore cui tutto è permesso? Pretendete con questo di farvi amare? E poi perché non potete neppure giudicare voi stessi e condannare i vostri militari quando commettono così palesi e gravi reati? Vi sembra di essere ancora un paese libero, solo perché fate pagare agli altri un prezzo più pesante per la libertà di quello che per il momento vi sembra di pagare voi stessi? Chi secondo voi comanda, adesso, veramente, nel vostro paese? Perché non potete più processare e condannare in modo proporzionato i vostri militari, anche quando commettono così gravi reati all’estero? Ve lo siete chiesto? Non è una domanda di poco conto. Dovreste farvela, per il bene vostro e di tutti. Cosa succederà se e quando gli ultimi rivestimenti democratici cadranno ed emergeranno nella loro nudità le strutture e le figure che comandano veramente, senza neppure più labili diaframmi politici, in un paese per di più dotato di una potenza tecnologica senza eguali nella storia e senza ritorno?<br />
La democrazia non c’è più, se mai c’è stata. Non solo. La democrazia non basta! Anche se veramente ci fosse, non basterebbe più, a questo punto, nella nuova situazione che sta vivendo il nostro mondo e la nostra specie. Qualcosa di nuovo deve essere assolutamente inventato, se no sarà un disastro per tutti, come hanno capito ormai molti gruppi umani che si muovono verso qualcosa che ancora non c’è, che non si sa ancora che cosa sarà.<br />
Sono molte, gravi e tremende le prove che ci attendono tutti quanti. Ma sarà tutto infinitamente più difficile e disperato se non ci si potrà liberare di strutture mentali e logiche di potere introiettate che tendono a riformarsi e a consolidarsi continuamente utilizzando e inglobando precedenti strutture nella loro folle corsa verso la potenza orizzontale e il guscio vuoto di quella cosa che un tempo era percepita come pienezza e potere.<br />
Come si potrà, in queste condizioni, senza prima aver reso almeno possibile una riapertura reale del gioco, affrontare il tremendo futuro che ci aspetta?</p>
<p>Se mi sono permesso di dirvi con franchezza queste scomode cose e di farvi queste domande è perché anch’io evidentemente mi aspetto ancora qualcosa da voi e dal vostro senso di libertà. Perché dentro le forme viventi c’è anche e sempre qualcosa che non si arrende e che non si piega e perché c’è ancora e sempre nelle loro possibilità e potenzialità anche quella di inventare e sognare qualcosa di imprevedibile e di inaspettato, di reinventare persino se stesse all’interno della faglia di questo movimento sognato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/">Pensieri neri/2: Agli americani</a></p>
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