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	<title>Nazione Indiana &#187; anarchia</title>
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		<title>anarco test</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg" alt="" title="domanda-300x201" width="300" height="201" class="alignnone size-full wp-image-40935" /></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?</p>
<p>□ può essere □ è una cazzata □ non so<br />
<span id="more-40934"></span><br />
2) Non è forse vero che, per farsi acquisire da tale stato mentale è opportuno sognare in grande, se devo sognare sogno in grande fin da principio, fin qui è normale pure un banchiere ci arriva, se uno fin dal principio si mette in testa di vedere dio, la faccia che ha, invece dell’idraulico per forza ha piú probabilità, con tutto il rispetto, se uno, solo per un esempio è nato che il mondo gli pare suo, ecco che ha molte ma molte probabilità, poi dopo può provare a pensarla al contrario, la pratica ostinata dell’inversione di valori può esser utile, fin qui pure un adolescente ci arriva, fin qui va bene ma poi c’è bisogno di allenamento, per fallire, perché se è vero che non occorre arte nella caduta, che la forza si trova da sé al termine di ogni faccenda, qui si tratta di corteggiare il fallimento non di buttarsi a terra tra l’immondezza, e per fallire è necessario esser falliti già all’inizio, e se questa pare una contraddizione vuol dire che non si è raggiunto lo stato mentale anarchico, che invece s’allena tutti i giorni sapendo solo che deve morire, si allena a vuoto come un pignone scatenato, però in un modo che s’è inventato lui e non glielo passa qualcun altro, e man mano scopre che un’intelligenza gli cresce che non si immaginava, quella che sgorga e tiene vivi, mentre se c’è lo scopo a portata di mano si declassa e rapidamente s’affloscia?</p>
<p>□ c’è del vero □ non è intelligente □ non so</p>
<p>3) Non so se vi ricordate che un politico nostrale di cui non facciamo il nome perché ci interessa niente, durante una visita in Chiapas ha avuto in regalo dal sub-comandante Marcos una copia del Chisciotte con la dedica tipo, Manuale di strategia politica moderna, ed è una vera intuizione!, perché tutti i libri importanti sono manuali di sopravvivenza tantopiú se ci insegnano a disimparare, si mette sempre l’accento sul fatto di imparare e sarà pure vero, ma ci sono cose che dobbiamo assolutamente disimparare tipo il servilismo e la seduzione per il potere soprattutto, lo stato servile della mente, quella sí è una malattia che ce l’hanno tutti pure chi pensa e dice di no, chi urla e sbraita in primo luogo, è una malattia endemica e capillare che se uno non se la cura in prima persona atomizzandola e distruggendola giorno per giorno tutto quello che fa va in fumo, vale meno di niente, e lui diventa in poco tempo l’ennesimo tentacolo pure se non se ne accorge, anzi oggi soprattutto se non se ne accorge, oggi non c’è peggior fascista di chi non sa di esserlo, di chi urla e sbraita e fa proclami e ci costringe in vita a vedere due milioni di volte lo stesso film dove c’è un perdente che vince, si fa strada, diventando quindi potente si vede costretto a difendersi con la forza, censura e omertà soprattutto come è piú adatto all’oggi, senza che mai si riesca a immaginare qualcosa di diverso, divertente, delinquente?</p>
<p>□ però c’è del vero □ non la finisce piú con le cazzate □ non me lo ricordo</p>
<p>4) Quindi, non è forse vero che, mettendo per forza l’anarchia a disposizione il mondo, bisognerà ascoltare tutti tranne i maestri vivi, nessun vivo può ammaestrare giacché solo in via di fallimento, se vi togliete il tappo dei maestri vivi praticamente tutto al mondo diventa utile insegnamento, da mattina a sera e da sera alla mattina, mentre i sedicenti maestri tocca guardarli da sotto in su con danni alla lunga alle cervicali, coi cosiddetti s’impara solo la postura della soggezione e lo strappo verso la trascendenza, insegnano che prima devi essere dopo puoi non essere, prima il successo poi la libertà, prima a scuola poi fai quello che vuoi, prima ti fai ricco e ti togli il pensiero, il senso di realtà cioè l’ipocrisia insegnano, per far parte del mondo devi accettare chi ti ruba, che una volta imparate vi confezionano come servo vita natural durante, invece le uniche leggi sono generate dall’interdipendenza necessaria e universale e si chiamano regole da-che-mondo-è-mondo, presempio troppe leggi moltiplicano i criminali dice Thoreau che è morto, questo sia chiaro, quindi per prima cosa toccherà sviluppare il fiuto utilizzando i maestri, abituarsi a sniffarli come cani anti-droga, evitarli al momento giusto, cosa che verrà utile dopo, una volta liberati dall’influenza dei maestri conclamati o peggio quelli occulti, quando si sentiranno persino le parole della natura che stanno dappertutto, che l’uomo è un incidente e a volte un accidente si impara, e alla fine si scopre che non è la libertà ha un prezzo la schiavitù è gratis, siccome costano quasi uguale non è forse meglio far bella figura, di fronte al fatto sicuro che devi morire?</p>
<p>□ c’è del vero □ è un provocatore senza dubbio □ non so</p>
<p>5) Non sarà che, se storicamente la differenza sostanziale tra comunisti e anarchici è che i primi pensano che l’uomo è fetente di natura bisogna stanarlo e educarlo, i secondi che è buono di natura bisogna lasciarlo stare a decantare, mentre l’anarchia odierna considera irragiungibile tale scienza se è fetente o buono da principio, ma credere il secondo magari è eccesso d’amore ma piú conveniente per fallire, considera, non sarà che per fallire bisogna essere spontanei, per essere spontanei bisogna perdere i pezzi inutili, per perdere i pezzi inutili bisogna sgangherarsi, per sgangherarsi basta lasciare le cose come stanno, che la prima cosa nell’arte del fallimento è imparare a lasciare le cose come stanno, perché sarà pure difficile capirlo a chi non dotato di stato mentale anarchico, ma da-che-mondo-è-mondo unica chance di cambiamento radicale sta nel lasciare le cose come sono, è il primo atto o meglio prologo, finché non si riesce a farci bastare quello che abbiamo, a essere almeno un po’ contenti di dove siamo, allenarsi a non agire per forza, saremo sempre in balìa della convenienza, sembra strano ma è vero, e come tutto quello che pare strano ma vero c’è poco da fare, voler essere in altro posto uccidere il posto dove ci si trova, cosí invece cambia la prospettiva, so di non sapere tanto per dirne una?</p>
<p>□ qualcosina di vero c’è □ è una cazzata madornale □ non so</p>
<p>6) Non so se sapete che a Phoenix (Arizona) c’è una caserma di pompieri dove hanno festeggiato una centenaria, una lampadina sta accesa ininterrottamente da cent’anni, mentre a noi ci danno quelle che scoppiano a comando, a orologeria, obsolescenza programmata si chiama, la fabbrica Telefunken è fallita perché faceva cose che duravano, potremmo avere accessori durevoli invece li programmano per rompersi a comando, e il tempo è sempre meno sennò non si va avanti, e allora io dico si può immaginare un futuro per una comunità mondiale che deve far cose sempre piú scadenti in senso letterale, pena il corto circuito economico, e poi ci si stupisce se la mondezza s’accumula e certe zone del mondo vengono vendute dai governanti per pattumiera, perfino il pane ci abituano che dura tre ore mentre da sempre croccava per settimane, ci sono dubbi ancora da dove viene la mondezza se non dal pensare che la sete di sapere muova un gargarozzo piú nobile che la sete di soldi, presempio, che i muscoli del cervello sono diversi se si vuole conoscere a tutti i costi o dominare, che la smania di viaggiare presempio non è la stessa identica di quella del potere, come già dicevano gli stoici che sono morti e Leopardi pure, e sta tutto lí il senso anarchico d’allenamento?</p>
<p>□ potrebbe essere □ è un ignorante □ non so</p>
<p>7) Secondo voi è la proprietà un furto come raccontano gli invidiosi, i pigri o invece la ricchezza, sempre, non lasciamoci ingannare che ci sono ricchi scesi dall’incubatrice e non hanno fatto niente, perché il furto l’ha fatto il padre o il nonno, poi per fartelo scordare dicono che lavorano, fanno l’economia per tutti, mentre oggi soprattutto o è la borsa o è la vita, questo sia chiaro, e l’economia vera la fanno i parsimoniosi, oggi esser parchi non è virtù come fino poco a fa ma un crimine quasi, forma moderna di luddismo che può scardinare la società fatta da pigri dritti in avanti, e per esser parsimoniosi veri bisogna esserlo senza volontà, sforzo o esercizio di virtù, essere generosi non avari, coltivare la filosofia delle cose che costano niente, se spendi poco ti piacciono di piú le cose è regola da-che-mondo-è-mondo, un’altra è la legge del minimo mezzo, cioè ottenere il massimo da ogni attività, ingrediente, ogni pensiero senza depredare le risorse però, lasciar crescere quello che è, e allora basta essere un po’ poveri e viene tutto meglio, si è parchi cioè luddisti senza saperlo e non solo, siccome oggi la galera dice McLuhan che è morto è fatta di comodità, allora basta mettersi un po’ scomodi, allenarsi a faticare, perché se alla vita togli la fatica è come l’acqua senza una valenza d’idrogeno, anche qui senza saperlo quasi, ché senza saperlo vengono meglio le cose se uno è un libertario, uno che fa una cosa alla volta, uno che sa mollare la presa che stringi stringi ti ritrovi in mano un pugno di mosche, molli invece e hai a disposizione tutte le mosche dell’universo pure senza esser bacato in testa, uno che si riallaccia alla tradizione che c’è da quando è nata la prima micragnosa sanguisuga?</p>
<p>□ questo può esser vero □ lo dice perché gli rode l’invidia □ non so</p>
<p>8) Non è forse vero che, se il futuro ci riserba i ladri sempre piú ricchi, la demarcazione sempre piú netta, per cui la maggior parte prova a diventar ricco o almeno famoso per dimenticare che è lusso da ricchi, mettersi al riparo dove è tutto deresponsabilizzato che è il modo sicuro di perpetuare il meccanismo infame, questo succede in ogni parte del mondo con le risorse che scompaiono, ma non sarà forse che la linea sempre piú netta tra chi sta Dentro e chi Fuori non è solo questione monetaria, che qui fuori insieme a una montagna di derelitti c’è chiunque è portatore di un minimo di pensiero originale, ogni piccolo ambito di pensiero indipendente viene messo al bando perché sennò dimostra che si può avere, che non importa tanto cosa si pensa ma come, e se è uguale all’oppressore non c’è scampo, cosí chi vuol star dentro d’una sola cosa può esser sicuro che è un fesso portatore di Pensiero Unico, altrimenti detto indifferente o rassegnato, che sta dentro sí ma a una Caserma pure se urla e sbraita di no, e magari l’entrismo cosiddetto in qualche caso sarà pure utile ma in questo momento è deficiente?</p>
<p>□ a farci caso è vero □ lo dice perché lui è fuori □ non so</p>
<p>9) Non so se sapete di un tale microbiologo giapponese, Fukuoka si chiamava perché è morto, che ha dedicato la sua vita a dimostrare coi fatti però che per fare l’agricoltura bisogna fare niente, ci ha messo vent’anni per portare il terreno alle qualità originarie e da allora per trent’anni a coltivare riso o frutta doveva fare un bel niente di niente, stava lí a guardare, nemmeno l’acqua gli dava al riso tanto per dire, faceva raccolti di gran quantità e soprattutto qualità superiore a quelli degli altri e per questo veniva cacciato dai congressi e tv, perché dimostrava che ci hanno raccontato 3000 anni di fandonie, la tristezza delle loro fatiche di miglioratori di futuro ci hanno raccontato, di vigliacchi esagitati, mentre pure certi indiani americani non facevano un bel cazzo di niente per coltivare, poi sono arrivati gli innovatori che hanno immiserito la terra e i raccolti li hanno resi intensivi, faticosi, laboriosi, anticrittogamici, ogm per poi distruggerli se no non guadagnano le multinazionali, e perché dimostrava Fukuoka che la vita c’è solo dove il dare eccede il prendere quindi noi non siamo messi male ma peggio, e invece si può sempre rivedere tutto e del tutto, ha pure dimostrato Fukuoka sopra ogni cosa, si può far piazza pulita in ogni momento, adesso riprendere i contatti, ora non domani mentre se si continua a vagheggiare una decrescita si diventa solo calvi?</p>
<p>□ interessante □ sono casi isolati □ non so</p>
<p>10) Essendosi che tutte le vite sono occasioni perse da qui si può cominciare, da qui la vita pare sontuosa, da difendere a ogni costo in quanto battaglia persa comunque, per statuto, per regola da-che-mondo-è-mondo, il nostro scopo nella vita non è riuscire ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni diceva Stevenson che lui pure è morto, e allora è la perfezione per chi ha lo stato mentale anarchico, allora difendere la vita è l’esercizio principale che racchiude tutti gli altri, cosí però rischia d’essere imputato di molti reati, tipo stalking per il mondo o spia come diceva di sé Diogene che è morto, vale a dire non esser lasciato in pace da un mondo di pazzi che dicono sempre sono serio, sono io e resto cosí è il motto dei morti o meglio fantasmi, sono lucidissimo è normale, del tutto, il mio stato mentale, che se dicessero non sto del tutto bene, forse non sono responsabile del tutto del mio stato mentale forse si potrebbe tentarla la guarigione, ma se dicono di essere seri ecco lí la pazzia incurabile, soprattutto che quel po’ di libertà è diminuire si scopre nello stato mentale anarchico, da-che-mondo-è-mondo libertà è perdere, disimparare, no come dicono i funzionari non aver regole, non è una licenza militare!?</p>
<p>□ non è pazzo come sembra □ è pazzo □ non so</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>Se prevalgono le risposte 1: con ogni probabilità siete un fallito per cosí dire culturale, una persona dabbene a cui piacciono le trafile e la ricerca del ragionevole, vale a dire siete una vittima designata, forse colta, disposta a farsi gabbare dalle facce belle e la ricchezza del linguaggio, siete pronti per crescere, fare il militare, trovare un posto da piccolo funzionario, separarsi ma prima sposarsi e fare dei figli che viene sempre di moda, andare a votare e magari morirci in cabina, quindi nella condizione privilegiata di chi può usufruire dello stato mentale anarchico, all’inizio nel suo piccolo, poi allargando il cerchio del buon senso comune, quello che oggi è annientato come snob o demodé, pian piano ce la potete fare.</p>
<p>Se prevalgono le risposte 2: è quasi sicuro che siete un fallito del tipo per cosí dire naturale, e ci resterete vita natural durante, ancorati ai distinguo, coi denti affondati nei cavilli interpretativi che scambiate per serietà, sono io e resto cosí è il vostro motto a vita quasi, gli obiettivi per voi devono essere concreti nemmeno belle teleologie, non avete altra strada che farvi strada coi mezzucci i ricatti il peso politico e gli scambi di favori, calcolare e calcolare, azzannare il risaputo, lo stantio, adocchiare ad ogni istante chi secondo voi è il piú debole cioè meno protetto, finché se siete fortunati finirete vecchio e dimenticato quindi in condizione previlegiata per usufruire dello stato mentale anarchico, almeno per qualche anno e, com’è naturale, prima di morire e magari lasciarci il ricordo che tutto è possibile.</p>
<p>Se prevalgono i non so delle risposte 3: se avete letto la maggior parte delle domande senza sapere di che si tratta, siete il tipo di fallito molto vicino allo stato mentale anarchico, lo avete a portata di mano perché refrattari si nasce forse, ma è molto probabile, dicono i refrattari che hanno un po’ di maledetta esperienza, dicono che si vede già da presto, certi pure da piccoli si vede che saranno refrattari a vita, succeda quel che succeda, non conta se sei nato ricco o diseredato, e noi può essere che siamo d’accordo su questa diciamo cosí fortuna, perché un refrattario nato o pasciuto che obiettivo vuoi che abbia nella vita?, quello di tirarsi fuori dalla condizione fortunata cosa che non gli riuscirà mai, quindi lui sta già a posto e non deve fare altro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Armand Gatti a Udine</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/10/armand-gatti-a-udine/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 08:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo e foto <strong>di Danilo De Marco</strong> (+ un ritratto di <strong>Altan</strong>)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2.jpg"></a>Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: <em>«La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» </em>- <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Armand_Gatti">Armand Gatti</a> rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato da una squadra «Pinkerton», detective privati; chiuso in un sacco, pugnalato per 22 volte e gettato nel lago di <em>Khicago, </em>come usavano chiamarla gli emigrati italiani.  Le pugnalate strappano il sacco e Augusto si salva.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/10/armand-gatti-a-udine/">Armand Gatti a Udine</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto <strong>di Danilo De Marco</strong> (+ un ritratto di <strong>Altan</strong>)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38981" title="Armand Gatti341 copy prova" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" /></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38984" title="!cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: <em>«La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» </em>- <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Armand_Gatti">Armand Gatti</a> rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato<span id="more-38977"></span> da una squadra «Pinkerton», detective privati; chiuso in un sacco, pugnalato per 22 volte e gettato nel lago di <em>Khicago, </em>come usavano chiamarla gli emigrati italiani.  Le pugnalate strappano il sacco e Augusto si salva.</p>
<p>In Italia  non può tornare essendo ricercato dalla polizia del governo di Mussolini come pericoloso sovversivo. Si ferma a Monaco, nel Principato, dove Letizia, la madre, lo raggiunge con difficoltà dopo che i compagni  fanno colletta per pagarle il viaggio fino a Ventimiglia.</p>
<p>«Mio padre Augusto &#8211; dice Armand &#8211; a Monaco lavorava come spazzino, militando sempre  nelle fila anarchiche, in un gruppo dove c&#8217;erano anche dei sopravvissuti di Kronstad.  Aveva una  sua dimensione del mondo: lui era il vero poeta, l&#8217;inventore di immagini. Aveva idee a dismisura.</p>
<p>Per questo lo hanno ucciso. Lo hanno trovato una mattina presto con la testa fracassata accanto al   carretto delle immondizie. Dava fastidio perché difendeva la natura; piantava alberi attorno al casinò dove invece la speculazione edilizia voleva costruire e disboscava, per lasciare aria libera ai ricchi per il loro divertimento del tiro al piccione. Lui piantava alberi. Per questo lo hanno ucciso».</p>
<p>Fin dall&#8217;infanzia a Dante Sauveur Gatti, chiamato Armand, sua madre ricordava che doveva essere il più bravo della classe, soprattutto in lingua francese; essere meglio di loro sul loro stesso terreno. Così fin da piccolo la lingua diventa la sua arma di combattimento ma anche il suo primo amore.</p>
<p>«L&#8217;arma decisiva della guerriglia è la parola. Io ero figlio di emigranti poveri. Mi difendevo nelle strade e mi battevo. A scuola ho scoperto che la mia vera arma di combattimento doveva essere solo la parola, nella lingua francese, che io già divoravo in tutte le sue forme. Entrai in seminario, ma dopo una crisi mistica&#8230; via alla scoperta di Rimbaud. Scoperta che mi fece cacciare ben presto perché la parola, la poesia di Rimbaud, erano proibitissime.</p>
<p>Inizialmente fu una storia di ortografia e di grammatica ma poi fu quel mio tuffo tra la gente del porto&#8230; a inghiottire il verbo in quella dimensione totale, dove entrava di tutto: un&#8217;esperienza che nessuno aveva ancora esplorato.  E&#8217; così la lingua è diventata più che una famiglia, più che un paese, è diventata la mia esistenza stessa. Annotavo e annotavo sul mio quaderno blu; e poi io, il quaderno e la parola, naturalmente, non potevamo non entrare nel <em>maquis</em>, nella Resistenza”.</p>
<p>La casa di Armand è a Montreuil, un tempo periferia operaia di Parigi.  Più che una casa è il luogo della <em>Parola errante</em> dove fanno capo anche molte associazioni. Dietro la casa uno spazio di 800 mq &#8211; lo stesso spazio dove nel 1895 i fratelli Lumière proiettarono i primi secondi di un film in movimento «L&#8217;arrivo del treno» &#8211; risistemato e dedicato al teatro e alle esposizioni. Ma anche rifugio estremo durante le repressioni della polizia, o luogo di accoglienza per clandestini in difficoltà.</p>
<p>Nel corridoio d&#8217;ingresso della casa, subito due file dense di libri alle pareti. Salendo le scale per raggiungere Armand al secondo piano, dei fogli con frasi/citazioni che coprono completamente le pareti. Poi, un piano ancora sopra, una lunga frase &#8211; <em>Gatti è Mao che attraversa lo Tsé Kiang &#8211; </em>a mo&#8217; di fregio in alto alle pareti, ricordo degli anni &#8217;50, quando faceva il giornalista e incontrò due volte Mao in Cina. Poi inviato in America Latina; Guatemala, ma soprattutto Cuba, dove  incontra Fidel Castro agli inizi degli anni &#8217;60. Ma già aveva lasciato per strada la sua vecchia pelle diventando regista cinematografico. Il suo film «L&#8217;otro Cristobal» rappresentò Cuba al festival di Cannes del 1963, e lo accompagnava come fotografo di scena Paolo Gasparini, friulano di Gorizia partito per <em>le americhe</em> giovanissimo.</p>
<p>“Ti aspettavo” – dice Armand –  allargando e alzando le sue lunghe braccia; tentacoli che si staccano da una  figura massiccia e che potrebbero contenere una galassia. Anzi due.</p>
<p>Tutt&#8217;attorno libri, quaderni, fogli volanti, manifesti serigrafati: immagini di suo padre Augusto, di Gramsci, di Rosa Luxemburg, di Joyce, Cafiero&#8230; e in un apparente disordine totale, disegni, marionette, sculture di animali in legno coloratissime realizzate con vecchi strumenti di lavoro, un bellissimo orologio che segna il passare del tempo cinguettando come l&#8217;usignolo. Quegli stessi usignoli che Rosa Luxemburg e Karl Liebkneht ascoltavano  nel giardino botanico di Berlino la notte della rivolta spartachista.</p>
<p>I suoi libri sono editi, oltre che in francese, in spagnolo, tedesco&#8230; ma non in italiano. Alla parete una giacca di pelle nera; all&#8217;occhiello un distintivo con impresso il volto di Bonaventura Durruti:&#8230;è la giacca che aveva comperato e dimenticato per fretta Durruti nel suo ultimo viaggio a Parigi &#8211; dice con aria sicura ma da gran burlone Armand &#8211; quando, accompagnato dall&#8217;anarchico spagnolo Cipriano Mera e da quello ucraino Nestor Makno, dovette correre in Spagna richiamato dai primi sussulti di guerra.</p>
<p>Entrando nella grande stanza, si ha la sensazione di entrare in una fiaba, o dentro uno schizzo di matita impazzito; un mosaico d&#8217;oggetti e di idee del mondo. Tutto è possibile in quello spazio.</p>
<p>E&#8217; come camminare dentro un grande quadro di Paul Klee, al muro appeso l&#8217;Angelo Novus, dove tutte le direzioni sono possibili contemporaneamente.</p>
<p>Grande drammaturgo, Armand, si immerge e immerge la  parola nella poesia, nella fisica quantica, nella matematica, nella politica, nella filosofia che diventano assolutamente sinonimo di  amore, lotta, resistenza, libertà, ricerca, identità&#8230;Un tuffo nel tutto.</p>
<p>“Ti aspettavo” è una frase importante per Armand. E&#8217; legata alla sua fuga dal campo di concentramento di Linderman nel nord della Germania, vicino a Amburgo. Poi per sei mesi a camminare  per raggiungere Bordeaux.  «Si, io non lo sapevo, ma poi scoprii che feci lo stesso tragitto di Hölderlin quando era partito verso il sole, dal mar Baltico all&#8217;Atlantico. Lui non trovò il sole e io non trovai quello che cercavo. Con i miei 48 chili di carne sfiancata, non mi restava altro  che ritornare verso la fattoria di Berbeyrolle, in Corrèze; alla fattoria del père Elie. Tra quei boschi, dentro il nostro buco, la tana della nostra r-esistenza, avevamo la nostra biblioteca immaginaria. Leggevamo Michaux&#8230; e Antonio Gramsci agli alberi che ci ascoltavano sotto il peso della neve; e come armi una sola pistola 6,35 con sei pallottole&#8230; quando ci hanno preso.</p>
<p>Quando ritornai dal campo di concentramento il <em>père Elie</em> mi disse senza minimamente stupirsi:</p>
<p>«Ti aspettavo. Ora riposati e dammi il tempo di riprendere i contatti». Quel &#8211; <em>ti aspettavo</em> &#8211; dopo tutti i tormenti passati in prigionia, è stato per me come  ridare voce alle possibilità della parola. E&#8217; stato coscienza che zampilla dalla terra ».</p>
<p>Gatti ha messo la sua scrittura, il suo teatro a disposizione delle persone che si sono trovate forzatamente  in difficoltà escluse, imprigionate. Ed è proprio nel quadro dell&#8217;esclusione che il suo teatro ha un ruolo rivoluzionario: «Una società che consideri  finita ogni rivoluzione  mi sembra una società totalitaria. Se il linguaggio marcisce la rivoluzione marcisce».</p>
<p>Ridare speranza agli esclusi; rimetterli attraverso la loro stessa partecipazione sulla scena, in un processo di riabilitazione sociale, non sociologica, in quanto persone e ancor di più nel momento in cui queste persone ritrovano l&#8217;espressione su loro stesse e sulla società.</p>
<p>Un lavoro di intervento e interrogazioni certamente anche teoriche, ma sempre dentro, nella carne viva. Per questo a Gatti, San  Franceso d&#8217;Assisi è così caro: «&#8230;perché sempre dalla parte della vita. Anche in punto di morte ha chiamato Clara ed è morto in piena apoteosi».</p>
<p>Gatti allora si mette in azione nelle strade, con i diseredati; nelle fabbriche con Karl Marx; nelle prigioni con Ulrike Meinhof; negli ospedali psichiatrici con Carlo Cafiero. Un vero e proprio teatro di agitazione.</p>
<p>“Le parole mi leggono” dice sovente. Una parola non arriva per cancellare la precedente, ma per arricchirla. E&#8217; così che l&#8217;erranza continua. «Nella  parola, come nell&#8217;atomo c&#8217;è un&#8217;equivalenza: la particella (la sillaba) è la stessa cosa che la sua onda, nel senso che l&#8217;accompagna. La frase così diventa il legame tra la fisica quantistica e l&#8217;ideogramma&#8230;». Conclude dicendo «Non scrivo mai <em>su</em> qualcosa ma <em>con</em> qualcuno».</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato, in versione più estesa, sul "Gazzettino" del 08.05.11]</em></p>
<p><em>["La parola errante" di Armand Gatti sarà letta a Udine, in presenza dell'autore,  l'11 maggio alle 20,30, nell'ambito di "<a href="http://www.ilfriuli.it/uploads/ilfriuli/docs/15070.pdf">vicino/lontano 2011</a>":</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38988" title="invito-Gatti_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p><em>Armand Gatti parteciperà poi al dibattito, assieme a Lucio Urtubia, "Tre anarchici: il rivoluzionario, il falsario, il poeta", il 14 maggio alle 10, all'Oratorio del Cristo di Udine, con Marco Cicala e Vittorio Giacopini.]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/10/armand-gatti-a-udine/">Armand Gatti a Udine</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lucio Urtubia, anarchico e falsario</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 08:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Intervista di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p><em>“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’</em> afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel<em>,</em> epica leader<strong><em> </em></strong>libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/">Lucio Urtubia, anarchico e falsario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36627" title="Lucio interno207 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a></p>
<p>Intervista di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p><em>“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’</em> afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel<em>,</em> epica leader<strong><em> </em></strong>libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.</p>
<p><em>“Durante una trasmissione televisiva </em>- continua Lucio &#8211; <em>ho  sentito Henry Cartier-Bresson dichiarare a gran voce il suo sentirsi  anarchico. L’ho cercato immediatamente. Sua moglie, Martine Frank, altra famosa fotografa,  mi impediva sempre di parlare direttamente con lui. Cercava di proteggerlo, immagino. Ma poi un bel giorno ecco che risponde proprio lui in persona. In un attimo, quattro parole ben assestate e appuntamento fissato per vedere lo spazio. Alcuni mesi dopo inaugurammo l’esposizione. Insomma dal Louvre all’Espace Louise Michel: che ci vuole!”</em>.</p>
<p>In questo edificio &#8211; Lucio abita al piano superiore con la moglie Anne che da anni collabora  con Médecins du Monde &#8211; si svolgono incontri, dibattiti, esposizioni <span id="more-36585"></span>sempre naturalmente in sintonia con un’idea antisistema. Lucio Urtubia è un uomo umile ma dotato di una particolare arguzia schiettamente popolare e di rapido istinto. Il tutto condito da una franchezza diretta e disarmante, condizioni connaturate che l’hanno protetto anche quando la sua situazione sembrava disperata.<em> “Ho sempre creduto che nella vita  nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome.  Ignoriamo ancora  del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore &#8211; ben misere cose il denaro e il potere -  e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere&#8230; come ora io e te qui a bere una birra sotto un cielo azzurro. Assieme a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lucio Urtubia nasce nel 1931 a Cascante, villaggio sperduto nella cattolicissima e carlista Navarra, <em>“ho sempre avuto un po’ di rammarico per questa terra così poco rivoluzionaria”,</em> da una famiglia povera e socialista. <em>“Poveri e per di più socialisti allora era come essere marcati a fuoco</em> <em>come animali.</em> <em>Eravamo sei fratelli. Mangiavamo tutti assieme dallo stesso piatto</em>. <em>Una fortuna questa, essere nato così povero, perché non ho dovuto fare nessuno sforzo per perdere il rispetto verso tutte le istituzioni: per la proprietà,  per la chiesa  e per lo Stato”. </em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta1.jpg"><br />
</a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36628" title="Lucio Urtubia colore interno182 copia CARTA_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a><br />
</em></p>
<p>Rivendica, con un colorito immaginario assai fosforescente, il suo essere stato nel contempo muratore, clandestino, falsario, ladro:<em> “I più grandi ladri che esistono sono gli istitui bancari, protetti per di più  dalle leggi del sistema. Son los  ladrones los mas grandes! Cosa potevamo fare per aiutare i prigionieri del franchismo e le loro famiglie: gli anarchici non hanno industrie né tantomeno deputati o ministri con portafogli&#8230; Rubare alle banche, che reputo un atto rivoluzionario, è stato il maggior piacere, o quasi, che ho avuto nella vita. L’ho fatto come potevo e come mi veniva e tutta la mia esistenza, a riguardarla ora, è qualcosa di inimmaginabile di cui  io stesso a volte dubito”.</em></p>
<p>A 17 anni, attraversando i Pirenei, inizia la sua prima attività: il contrabbandiere. Occupazione che viene interrotta solo dall’obbligo di leva militare. Diretto e persuasivo, Lucio riesce a farsi dare un incarico presso i magazzini della caserma dove c’era ogni ben di dio:<em> ”Ho capito immediatamente che era tutta merce da poter vendere facilmente al mercato nero.”</em> Con la sua astuzia non ebbe certo difficoltà a rubacchiare e far uscire dalla caserma tanto materiale da mettere quasi in condizioni fallimentari l’intero presidio. <em>“La mia più grande soddisfazione era ingannare i superiori. Quei militari, quella gentaglia che aveva partecipato al colpo di stato contro la Repubblica assassinando chissà quanta gente. Quando la  Guardia Civil scoprì i furti e iniziò un’inchiesta sul materiale mancante io ero in permesso e, certo, non mi passò neppure un istante l’idea di rientrare nei ranghi”.</em></p>
<p>Nella notte del 24 agosto del 1954 il disertore Urtubia attraversava il fiume che segna la frontiera tra Spagna e Francia. Senza intenzioni di ritornare.</p>
<p>A Parigi<em> </em>inizia per Lucio la vita<em> </em>senza gloria degli emigrati. Capace e intelligente riesce a farsi assumere senza grandi difficoltà dopo pochi mesi e, per apprendere il francese, frequenta una scuola gratuita e autoditatta di giovani libertari. Partecipa alle conferenze di Breton, Camus, Lanza del Vasto, Daniel Guérin: incontra Georges Brassens e Léo Férre. Tutto nella vecchia storica sede libertaria al 24 di rue Sainte Marthe.</p>
<p>Diventa un fine muratore e installatore di <em>azulejos</em><em>, ma per la sua</em> indole irrequieta e ribelle non è certo sufficiente. Fa assumere nel cantiere dei preti operai militanti, dimostrando un’attitudine innata da sindacalista solitario, tanto da incuriosire i compagni di lavoro, in maggioranza spagnoli, che gli chiedono quali siano le sue idee politiche. <em>“Comunista!</em> <em>Mi sentivo comunista perché in Spagna incolpavano sempre i comunisti di tutto quello che accadeva. Tutti si misero a ridere. Tu non sei comunista. Sei un  anarchico: mi dissero”.</em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36629" title="Lucio Urtubia colore interno183 copia CARTA_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" /></a><br />
</em></p>
<p>La fiducia verso Lucio si forgiò in una sorta di cenacolo da carbonari dell’utopia, tra discorsi libertari, la sua attitudine sul cantiere, dove, oltre ad essere un ottimo lavoratore qualificato, non esitava a fare bottino di qualche cassa di materiale necessario alla causa.</p>
<p><em>“Basta tribunali, proprietà privata, religione, sfruttamento&#8230; l’uomo sarà libero e si autogestirà. Muratori, imbianchini, elettricisti&#8230; non abbiamo bisogno di uno stato. Era come se queste cose io le avessi già tutte dentro di me</em>. <em>Poi un giorno,</em> <em>essendo tra i rari libertari del gruppo ancora incensurati, mi chiedono di ospitare in casa un clandestino catalano. Un fuggitivo dal regime franchista. Mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti Francisco Quico Sabaté, il nemico numero uno del franchismo, ricercato in tutta la Spagna. Quico era una leggenda&#8230; il Cartouche degli anarchici” </em>( “E venne il  giorno della vendetta”, del 1964, con Gregory Peck, Anthony Quinn, Homar Sharif).</p>
<p>Quico Sabaté, già combattente in Spagna nel fronte di Aragon e successivamente nella “Columna de Durruti”, diventa un modello e un secondo padre per Lucio. Quando El Quico cade sotto i colpi della polizia franchista nel 1960 <em>“Lucio si ritrova drogato. Fatto dall’odore della polvere da sparo che emanava Sabaté” </em>scrive Bernard Thomas nella biografia “Lucio l’irréductible’<strong> </strong>edizioni Flammarion”.</p>
<p>El Quico<em> </em>lascia in eredità a Lucio una mitraglietta Thompson e una pistola 11.43. Si improvvisa rapinatore di banche, <em>“espropriazioni”</em> in Spagna, Francia, Olanda, distribuendo puntualmente il denaro per la causa antifranchista &#8211; aiutare la resistenza, far uscire in libertà provvisoria dei compagni incarcerati, farli espatriare, sostenere le loro famiglie. <em>“Entravamo nelle banche a viso scoperto: non c’erano telecamere, né porte blindate, né vigilantes. Ogni volta facevo pipì nei pantaloni per paura di essere ucciso o di ritrovarmi a dover sparare. Non è certo divertente mettere una mitraglietta sotto il naso di qualcuno. E come si fa a non sentirsi male in tali situazioni quando per di più non ci si sente criminali? Troppa violenza. Non faceva per me. Falsificare documenti era una buona alternativa.” </em></p>
<p>Talentuoso anche in questo mestiere, conosciuto grazie al preziosissimo aiuto datogli da un industriale antifranchista e anarchico, Pierre Dupien &#8211; “<em>chi ha mai detto che gli industriali non possono essere anarchici”</em> &#8211; di giorno muratore sempre puntuale e di notte tipografo, organizza un’equipe di falsari in un piccolo laboratorio rudimentale: passaporti, patenti, carte d’identità. Trova il modo di intestare delle buste paga a persone inesistenti, sorta di anime morte alla Gogol, con le quali bastava presentarsi agli sportelli della banca e incassare. <em>“Falsificare alcuni di questi documenti era come duplicare dei biglietti per entrare allo stadio e permetteva a tutti quelli che erano clandestini di poter fare una vita quasi normale: camminare per strada, trovare lavoro, casa, sposarsi, perfino aprire un conto in banca”.</em></p>
<p>Grazie all’intervento personale di Rosa Simeon, ambasciatrice cubana a Parigi rimasta affascinata da questo muratore deciso e pieno di inventiva, incontra all’areoporto di Orly il Comandante Ernesto Che Guevara, ai tempi direttore della Banca Nazionale di Cuba e Ministro dell’Industria.  <em>“Gli dissi della mia passione per la rivoluzione cubana e specialmente per Camillo Cienfuegos -<strong> </strong>il suo assassinio fu una delle prime sciagurate operazioni del castrismo -<strong> </strong> e poi, con un campione alla mano, spiegai la mia idea di inondare il mondo di dollari falsi. </em> <em>Avevamo riprodotto la moneta verde con una perfezione unica. Ci voleva solo uno Stato audace e deciso che si incaricasse di stamparli in grande. E chi se non Cuba poteva fare questo come risposta all’embargo? Quale azione di guerra più potente che seppellire il grande capitale sotto una cascata di dollari falsi? Quando Fidel disse no al comunismo e no al capitalismo per una rivoluzione del colore delle palme&#8230; Sognavo la bandiera rossa e nera nella Sierra Maestra&#8230; A quei tempi</em> <em>avrei dato la mia vita per Cuba. Poi non se ne fece nulla e Fidel diventò un diavolo”.</em></p>
<p>Alcuni anni dopo, Lucio viene inquisito e imprigionato con sua moglie Anne, per implicazioni nel sequestro di Balthasar Suarez, direttore della Banca di Bilbao a Parigi <em>“Mi accusarono di sequetro, estorsione, ma io non ne sapevo nulla. Quella fu un’azione  mediatica per mettere in allerta l’opinione pubblica sulle terribili condizioni in cui si trovavano i prigionieri politici e farla finita con le esecuzioni capitali. I responsabili di quel sequestro &#8211; so per certo che mai mangiò una paella così buona come durante il suo sequestro &#8211; trattarono il banchiere con la più grande delle civiltà, visto che già la detenzione in se è un atto di una violenza inammissibile”. </em>Dopo il sequestro Suarez non ci furono più esequzioni capitali  in Spagna, e al momento del processo né Balthasar Suarez né il suo avvocato si presentarono in aula come parte lesa. <em> </em></p>
<p><em>“I travellers-chèques U.S. della  First National City Bank</em> <em>erano certamente più difficili da imitare ma ci permetteva di pensare in grande e con una clientela globale. Bastava acquistare dei veri travellers-chèques e duplicarli in migliaia di copie</em>. <em>Ci volle quasi una anno</em> <em>per mettere a punto l’operazione”. </em>Migliaia di travellers-chèques falsi invadono il mercato mondiale. Una specie di ‘Word Revolution Business’ con presidente finanziario il muratore Lucio Urtubia. <em>“Una rete di persone nei quattro angoli del mondo si metteva in azione più o meno nello stesso momento, visto che gli chèques da 100 dollari portavano lo stesso numero e quindi andavano cambiati in uno stretto giro di tempo.</em> <em>Ero io il capo: ho stampato gli assegni, li ho distribuiti e li ho incassati. E poi il denaro andava dove doveva andare. Nessuna delle persone a cui è stato consegnato il denaro si è arrichita. Nessuno. Al massimo ci comperavamo un paio di pantaloni quando non ne avevamo più di decenti o ci permettevamo  un pranzo in una trattoria”. </em>Una specie di Stato nello Stato. Moneta stampata e documenti di identità che venivano distribuiti e usati anche da molti movimenti  armati: Tupamaros, Montoneros, Prima Linea, Brigate Rosse, Action Directe, ETA&#8230;</p>
<p><em>“Era una grande soddisfazione per me far pagare ad una delle più grandi banche americane le spese per la lotta contro le dittature dell’America Latina”. </em>Il nome di Lucio appare anche nel rapimento del nazista Klaus Barbie in Bolivia, nella fuga di Eldridge Cleaver leader delle Black Panthers, nelle mediazioni di Javier Rupérez  e del caso Albert Boadella&#8230;</p>
<p>Mentre la situazione per la   City Bank diventa critica, la polizia francese segue una pista: un muratore emigrato spagnolo. <em>“La polizia può sbagliare mille volte ma a te non è concesso il minimo errore”. </em>Lucio Urtubia viene fermato con le mani nel sacco -una 24ore zeppa di assegni falsi &#8211; mentre sta facendo una transazione con veri dollari al caffé Le Deux Magos.  Ma ahimé, questa volta, con un infiltrato della polizia.</p>
<p>Alla City Bank di New-York si tira un respiro di sollievo e grande voglia di rivincita. <em>“Mi denunciarono chiedendo 5 anni di carcere più il rimborso della somma sottratta -si parlava allora di almeno 15 milioni di dollari- e danni relativi”. </em>Gli avvocati di Lucio<em> “&#8230;anche un muratore può avere le sue relazioni” </em>il fior fiore del Foro francese dell’epoca tra cui Roland Dumas avvocato di Picasso, futuro ministro degli esteri e presidente del Consiglio Costituzionale, assieme a Thierry Fagart sostenuti da Louis Joinet, consigliere di Mitterand e da sempre impegnato a combattere le dittature, dichiarano ai legali della City Bank che<em> “&#8230;non si trattava di una truffa comune, di una gang di piccoli malfattori, ma era qualcosa di politico</em>”. Chiedono di andare a patti con Lucio Urtubia, ritirando naturalmente la denuncia e i diritti a qualsiasi rimborso. “<em>Con il mio fermo pensavano di aver risolto il problema;  invece lo smercio continuava alla grande in tutto il mondo”. </em>Nella cittadella del dio dollaro a New York,<em> </em>il presidente della City Bank, Walter Wriston, va su  tutte le furie al pensiero di dover sedersi ad un tavolo di trattativa con un muratore. Ma la situazione era catastrofica e la  City Bank si trovava ai limiti della bancarotta.</p>
<p><em>“Proposi uno scambio sulla parola come si usa tra gentiluomini: le matrici in cambio di  una valigetta bella colma di soldi buoni. Altrimenti io me ne restavo tranquillo in prigione, e loro continuavano a perdere milioni”. </em>Accordo raggiunto, l’avvocato di Lucio consegna le matrici e ritira la valigetta, mentre Lucio brucia tutto il rimanente già stampato. Nel giro di qualche tempo gli assegni falsi scompaiono e Lucio viene reintegrato: <em>“per la mia messa in libertà ricevetti perfino le felicitazioni cordiali della First National City Bank”. </em></p>
<p>Intanto gli anni passavano e i Paesi dell’America Latina avevano imboccato la via della democratizzazione come anche la stessa Spagna e il compito che Lucio si era dato in fase di esaurimento. Ma uno come Lucio non poteva certo restare con le mani in mano.   Frequentando molti ex-prigionieri politici di varie nazionalità bisognosi di guadagnarsi da vivere, gli viene l’idea di metterli assieme e fondare una cooperativa edile. Detto fatto, ecco nato <em>l’Atelier 71 in onore alla Comune di Parigi </em>e, come prima commessa, una ristrutturazione con i fiocchi, nientidimeno che per Paco Rabanne.</p>
<p>“<em>Saper lavorare duro e bene è un altra cosa. Essere rivoluzionari  e intellettuali non bastava. Insomma fu un disastro. Ricordo che l’uruguaiano Gino, alla fine della prima settimana mi disse che aveva lavorato più in quei giorni che in tutta la sua vita. Dovetti sciogliere la cooperativa e mio malgrado diventare padrone per poter onorare l’impegno preso. Non sono, evidentemente, un partigiano del lavoro per il lavoro, ma per vivere e forgiare l’esistenza è certamente necessario. Il meno possibile e il meglio possibile”. </em></p>
<p>Lucio Urtubia, questo maestro dell’essenziale oggi ottantenne&#8230;<em> “quando sono arrivato a Parigi non sapevo nulla, nemmeno lavarmi la faccia. E’ il mestiere di muratore che mi ha insegnato ad aggiungere qualcosa all’impresa delle nostre generazioni precedenti; a conoscere gli esseri umani, a saper usare i materiali&#8230;.”</em>, lavora tutti i giorni al suo tavolo, sotto gli sguardi  inquisitori dei ritratti di Luise Michel e Jules Vallès.</p>
<p>Un righello, una penna stilografica e numerosi fogli scritti con una calligrafia che si intuisce ostinata, lenta e ordinatissima. Troppa la curiosità per non chiedere cosa stia scrivendo. Un sorriso, mentre una luce illumina i suoi occhi: <em>“Al di là di quello che è un pensiero comune sui libertari, violenti e terroristi, anarchia vuol dire responsabilità; lavoro, creazione e azione. Certo anche nessun  timore nel combattere per distruggere le regole ingiuste. Non sono nemmeno contro la ricchezza, ma contro la maniera in cui la si usa, e mi piange il cuore a scoprire che ancora non ci siamo. Possiamo contare solo su noi stessi per abbattere questo mondo insopportabile. Penso con ostinazione che l’autogestione sia l’unica  strada per una migliore convivenza e responsabilità individuale e collettiva. Cosa sto scrivendo mi avevi chiesto:  scrivo qualcosa che avrà probabilmente come titolo ‘Il possibile dell’impossibile’. Com’è stata la mia vita”. </em>Facendo attenzione, come gli ricorda spesso con una punta di ironia la moglie Anne, a non diventare una leggenda.</p>
<p>Luois Joinet, che è uno dei massimi magistrati francesi, non senza gusto del paradosso, pensando a Lucio Urtubia afferma: “<em>Lucio rappresenta più o meno quello che io avrei voluto diventare nella vita”.</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta.jpg"><br />
</a>[Il ritratto di Urtubia e le fotografie scattate nello "Spazio Culturale Louise Michel" sono di De Marco]</p>
<p><strong>[Il 22 settembre, alle 18.00, l'associazione culturale Pabitele coordinerà un incontro conversazione con Lucio Urtubia in Sala Ajace a Udine, con interventi di Luciano Rapotez dell'ANPI e di Marco Puppini, storico dell'AICVAS. Sempre a Udine, alle 21.00, al Circolo Casaupa, in cia Val d'Aupa 2, sarà proiettata la versione integrale del film "Lucio" di A. Arregi e J.M. Goenaga, alla presenza del protagonista]<br />
</strong></p>
<p><strong><em><span style="font-size: medium;"><br />
</span></em></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/">Lucio Urtubia, anarchico e falsario</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>assAlto al cielo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 06:21:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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 di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p><em>La casa editrice Eleuthera ha pubblicato </em><strong>A-cerchiata. Storia veridica ed esiti imprevisti di un simbolo</strong><em>. Una storia per immagini di un segno forte, recente (nasce nel 1964 a Parigi) eppure di una potenza quasi archetipica. Un libro fatto di bellissime immagini e fotografie (il progetto fotografico e il design sono di Gianluca Chinnici), e di contributi testuali di natura differente (storici, scrittori, grafici, semiologi, artisti, critici&#8230;): di fatto, una traversata nell&#8217;immaginario contemporaneo. <a href="http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=245">Qui </a>la scheda.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/assalto-al-cielo/">assAlto al cielo</a></p>
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<div><span> </span>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<p><em>La casa editrice Eleuthera ha pubblicato </em><strong>A-cerchiata. Storia veridica ed esiti imprevisti di un simbolo</strong><em>. Una storia per immagini di un segno forte, recente (nasce nel 1964 a Parigi) eppure di una potenza quasi archetipica. Un libro fatto di bellissime immagini e fotografie (il progetto fotografico e il design sono di Gianluca Chinnici), e di contributi testuali di natura differente (storici, scrittori, grafici, semiologi, artisti, critici&#8230;): di fatto, una traversata nell&#8217;immaginario contemporaneo. <a href="http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=245">Qui </a>la scheda. Di seguito, il mio breve contributo.</em></p>
<p>E&#8217; una grafia sghemba, la mia, che fa sempre una distratta violenza ai contorni del mondo. Come per anticiparlo, per ritrovarsi sempre giusto davanti a lui, anche solo un passo. E&#8217; una grafia che affretta il compimento – o almeno lo vorrebbe. Che le cose si chiudano, se lo devono.</p>
<p>E&#8217; una volontà manifesta nel cerchio della A (ho davanti agli occhi le mie A cerchiate, d&#8217;un tempo, e di adesso). Non è un cerchio, tracciato da me, ma un ovale. Come a stringere i tempi, a prendere una scorciatoia – se l&#8217;anello deve chiudersi, che si chiuda prima. Tanto quell&#8217;anello dovrà essere sfondato, e allora che importa se non è davvero un cerchio. Ciò che conta, di quell&#8217;anello imperfetto, è ciò che lo sfonda. E&#8217; quella A che lo sfonda dal basso, incuneandosi con la punta nel suo vuoto, e lo trapassa, emergendo in alto. E allora la A sì che è perfetta. E&#8217; la A il vettore del movimento. Quella A che è la figura perfetta dell&#8217;assalto al cielo.<span id="more-10042"></span></p>
<p>La A cerchiata è stata il mio primo riconoscimento (e io mi riconosco in quella grafia sghemba, contorta, frenetica). Quando, nell&#8217;adolescenza, si prende coscienza e ci si rischiara – se è vero che rischiaramento significa uscita dallo stato di minorità. A cerchiata come affermazione di sé – ma un&#8217;affermazione labile, un puro contorno, una traccia: A che è alfa privativa, in due direzioni: da una parte, sottrarsi alla condizione imposta dal mondo, quella condizione che non si è scelta, che ti è accaduta in sorte, per la famiglia in cui sei nato, per l&#8217;educazione che hai scelto, per il nome hai preso; e dall&#8217;altra, designare un altrove, un altro luogo dove iniziare daccapo, dove essere madri di se stessi.</p>
<p>La A cerchiata, dunque, è una soglia – un puro transito &#8211; a nulla rimanda, ma designa la volontà di &#8220;farla finita&#8221;, e insieme di &#8220;fare daccapo&#8221;. Designa il luogo del puro (ri)cominciamento: il cerchio è la stasi del nulla, e la A che lo sfonda l&#8217;estasi della creazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/assalto-al-cielo/">assAlto al cielo</a></p>
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