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	<title>Nazione Indiana &#187; andrea bosich</title>
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		<title>Una madre che piange, o il suo Spettacolo</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile. Quando hai davanti una madre che piange l&#8217;irredimibile assenza del figlio, è come smisurata. Non sai neppure come potresti abbracciarla. Ti pare di avere davanti il dolore infinito, infinito e informe, e nessun abbraccio potrebbe contenerlo. Stai a distanza, allora. Qualsiasi contatto sarebbe fonte di dolore ulteriore. Potresti sfregare quell&#8217;infinita ferita. Chi sei tu, per provarci.</p>
<p>Prendi invece una madre in televisione. Contenuta la mattina tra una canzonetta e un gioco a premi. Resa oggetto di una morbosità che ne fa oggetto di estrazione di dolore per convertirlo in ascolto, in dati di audience. Per convertirlo dunque in pubblicità, in merce.<span id="more-4711"></span></p>
<p>Andrea Bosich, di Novi Ligure, è morto il 29 gennaio 2004. A trentanove anni. Lavorava in un&#8217;azienda di carpenteria pesante. Dove informalmente lavorava anche il padre della titolare. Mica era un gruista lui, solo che era in pensione, e dava un mano alla figlia. O meglio, la ditta era intestata alla figlia, e lui portava avanti il lavoro di una vita. Già una volta aveva causato un incidente. Manovrando una gru aveva fatto cadere un disco di alluminio, novanta chili, sul piede di Andrea. Che al pronto soccorso non aveva detto la verità, “mi è caduto addosso un pezzo” aveva detto, e poi era tornato in ditta perché era stato lui a iniziare un lavoro e voleva finirlo, i suoi genitori gli avevano detto di stare a casa, ma era un piacere che voleva fare al proprietario. Ne aveva ancora per poco, il contratto era a tempo determinato, scadeva a febbraio. Ancora tre settimane di lavoro, dunque, e poi si sarebbe cercato un altro impiego. Se non fosse stato, ancora, per la gru, e per il suo manovratore. Un intero carico di dischi stavolta, per un totale di novecento chili, si sgancia dalla gru mentre stanno caricando un camion e gli piomba addosso. E&#8217; un attimo. Si saprà, dopo, che la gru non veniva revisionata da più di dieci anni. Il procuratore è stato rapido, rispetto al solito, e al processo ha condannato sia la titolare che suo padre. Un anno e quattro mesi, senza la condizionale. Non accade mai che in questo tipo di cause la condizionale venga sospesa. Il fatto è stato giudicato clamoroso dal giudice, un giudice che evidentemente ne ha abbastanza di certe impunità. Gli imputati sono stati condannati a pagare una provvisionale ai familiari – che però non hanno visto niente, dopo tre anni, in virtù di una nullatenenza dichiarata dai titolari. L&#8217;assicurazione, poi, rimborsa solo i danni causati dai dipendenti in regola, e il padre della titolare non lo era. I condannati, in ogni caso, sono ricorsi in appello, la pena gli è parsa troppo grave. Nel frattempo c&#8217;è stato l&#8217;indulto, che ha fatto lo sconto di tre anni anche sulle pene inflitte per gli omicidi colposi sul lavoro. Padre e figlia, dunque, continuano a lavorare come sempre, e come sempre nessuno pagherà pegno.</p>
<p>Anna Maria, la madre di Andrea, mi dice che parlare le fa male. Sono passati tre anni, non me la sento. Mi basta andare dall&#8217;avvocato e entro in crisi. Ancora non riesco a farmene una ragione. Sono passati tre anni, e riesco a parlare di mio figlio solo con gli amici, con i parenti, e ancora mi commuovo, e ci commuoviamo.</p>
<p>Dico alla madre di Andrea di quelle madri che si organizzano per far sì che le storie che le hanno toccate non abbiano a ripetersi. Lei risponde che capisce, che è giusto. Ma io non ce la faccio, non ne ho la forza. E poi sono una nonna a tempo pieno, mi devo prendere cura dei miei nipoti. Uno di nove anni, uno di otto, uno di quattro. L&#8217;ultimo era nato da pochi mesi quando è morto suo padre. Non posso fare altro che questo. E ancora, la sento commuoversi.</p>
<p>La commozione, fatto privato. Ma non è egoismo, il suo, o semplicemente un ripiegamento sul proprio dolore. Certo, il dolore prostra. Ma si tratta di non esibire, oscenamente, qualcosa che appartiene alla tua intimità. Mi hanno chiamato a raccontare la mia storia in tv, dice, Ma io non vado. Non mi piace mescolare il mio dolore alle barzellette di un comico e a un balletto. E non mi piace andare a piangere davanti a tutti. Anna Maria ha ben chiaro davanti a sé il significato di “spettacolo”. Il divenir-merce di ogni cosa, il degradare di cose incomparabili a equivalenza, a pura scambiabilità, in un grande, immenso blob. Un blob che sa usare le vittime, e coloro che con le vittime hanno un rapporto affettivo, per spremerne lacrime. Perché il cuore resta pur sempre la più intima cavità umana, e dunque un serbatoio straordinario cui attingere per fare ascolto. Un ascolto fine a se stesso, che torna su se stesso e ripiega su un&#8217;impasse, fino a formare la figura di un vicolo cieco, a dare il senso di un&#8217;assoluta impossibilità di cambiare le cose. Una madre che piange è la cosa più oscena, se non si coglie il senso di quelle lacrime, se non si comprende che quelle lacrime chiedono di essere raccolte, e possono essere raccolte solo con una condivisione vissuta, con una pratica reale. Una pratica <em>religiosa</em> &#8211; nel senso etimologico di <em>re</em>-<em>ligare</em>, raccogliere insieme. Laddove, invece, i mass media ci inondano di pianto, un pianto che cresce nel chiuso di uno studio televisivo, del tubo catodico, di un appartamento, e così facendo si autoalimenta, è un circolo vizioso &#8211; e non c&#8217;è modo di asciugarlo, quel pianto, quel pianto <em>irreligioso</em>, di disseccarlo al sole dell&#8217;aperto, dove può scorrere liberamente, e sublimarsi in azione. Ché solo il fare è l&#8217;alchimia del dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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