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	<title>Nazione Indiana &#187; Andrea Inglese</title>
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		<title>Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">qui</a>, facevo sopratutto riferimento a forme di narrazione audio-video tipiche del documentario. Caminiti prende invece in considerazione un ampio spettro di letteratura di finzione. ]</em></p>
<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>* Nella <em>Compagnia degli uomini</em>, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. <span id="more-41573"></span>Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è <em>Il mercante di Venezia</em> di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?</p>
<p>* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto <em>Too big to fail</em>, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del <em>quantitative easing</em>, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.</p>
<p>Anche <em>Margin call</em>, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di <em>Americani </em>[<em>Glengarry Glen Ross</em>, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c&#8217;è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.</p>
<p>Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è <em>Wall Street</em> di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con <em>Wall Street. Il denaro non dorme mai</em>, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la <em>greed</em>, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.</p>
<p>*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello <em>The Corporation</em> [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente <em>anche</em> sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, <em>si capisce narrativamente come non succede altrimenti</em>.</p>
<p>Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di <em>La 25<sup>a</sup> ora</em> di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.</p>
<p>* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. <em>Inenarrabile</em>. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò <em>Cosmopolis</em>, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, <em>overnight</em>] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.</p>
<p>In un testo su «Die Zeit», <em>La fine del capitalismo</em>, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola <em>Crisi finanziaria</em>». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.</p>
<p>* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare <em>qualcosa</em>, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?</p>
<p>Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.</p>
<p>* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma <em>delle misure varate dai governi europei contro la crisi</em>. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell&#8217;intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos <em>per uscire</em> dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], <em>The Global Minotaur</em>. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una <em>Modest proposal for overcoming the euro crisis</em>. Il titolo <em>Modest proposal</em> è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.</p>
<p>* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della <em>controcrisi</em>. Sembra quasi la stessa cosa, ma <em>in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso</em>. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per <em>convenzione narrativa</em>, essi incarnano la soluzione del problema, sono la <em>riforma</em>. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.</p>
<p>Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.</p>
<p>In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla <em>controcrisi</em>, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente <em>credibile</em>. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?</p>
<p>* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una <em>situazione altamente narrativa</em>. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.</p>
<p>* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della <em>lectio</em>, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di <em>ragionevolezza</em>, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.</p>
<p>La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’<em>insourcing</em>, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come <em>salvezza</em> le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.</p>
<p>La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito <em>Manhattan Transfer</em> di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?</p>
<p>* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in <em>Sunset Park</em>.</p>
<p>Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha <em>già</em> parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – <em>Storie della mia gente</em> – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. <em>La dismissione</em> il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. <em>Il declino dell&#8217;impero Whiting</em> [<em>Empire Falls</em>] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?</p>
<p>* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’<em>Arcipelago Gulag </em>o a <em>Una </em><em>giornata di Ivan Denisovič</em> di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.</p>
<p>Viviamo già in questa impossibilità?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Da &#8220;Di fronte al pubblico&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 08:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Evans]]></category>
		<category><![CDATA[poesia irlandese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premio ciampi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Martina Evans</strong></p>
<p><em>Traduzione di Daniela Sandid</em></p>
<p>IL RAGAZZO DI DURRAS</p>
<p>Sì, è così, i Tans prendevano i bambini<br />
e tu sai bene perché, no?<br />
Cercavano informazioni.<br />
Ora ti dirò qualcosa in segreto<br />
e qui in giro non troverai nessuno<br />
che te ne parli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/30/da-di-fronte-al-pubblico/">Da &#8220;Di fronte al pubblico&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Martina Evans</strong></p>
<p><em>Traduzione di Daniela Sandid</em></p>
<p>IL RAGAZZO DI DURRAS</p>
<p>Sì, è così, i Tans prendevano i bambini<br />
e tu sai bene perché, no?<br />
Cercavano informazioni.<br />
Ora ti dirò qualcosa in segreto<br />
e qui in giro non troverai nessuno<br />
che te ne parli. No, non aprirebbero bocca.<br />
Nei dintorni di Durras fu preso un ragazzetto.<br />
L&#8217;avevano mandato fuori dalla casa.<br />
Direi che aveva appena dodici o tredici anni,<br />
non di più, l&#8217;avevano mandato alla bottega per delle commissioni.<br />
E i Tans lo presero, gli dettero un passaggio fino alla bottega.<span id="more-41039"></span><br />
Se disse qualcosa o meno nessuno l&#8217;ha mai saputo.<br />
Chiedermelo non serve a nulla<br />
e qui in giro non troverai nessuno che te ne parli.<br />
Quella notte fu attaccata una casa sicura dell&#8217;IRA, e comunque<br />
un autocarro carico di Ragazzi fu portato alla caserma di Bandon.<br />
Be&#8217;, mica volevi essere arrestato dal Reggimento Essex<br />
nossignore, le unghie strappate e una morte lenta al fuoco della caserma -<br />
quelli avevano un debole per l&#8217;attizzatoio rosso rovente, gli Essex.<br />
Il ragazzo gli ha fatto una soffiata? Nessuno lo sa.<br />
Qui in giro non troverai nessuno che oggi te ne parli.<br />
E sono passati settant&#8217;anni.<br />
No, dal paese venne una folla intera per il ragazzo.<br />
I genitori non poterono salvarlo, fu legato al cavallo<br />
di un carro e trascinato, sì la stessa identica cosa che i Tans<br />
avevano fatto a quel prete nei dintorni di Dunmanway, fu trascinato<br />
fino a Dromore prima che si fermassero.<br />
Io direi che sono almeno quaranta miglia.<br />
E non ti scordare che da me non hai sentito nulla.</p>
<p>*</p>
<p>THE BOY FROM DURRAS</p>
<p>Yes, that&#8217;s right, the Tans picked up children<br />
and you know why of course, don&#8217;t you?<br />
They were looking for information.<br />
I&#8217;ll tell you something now on the quiet<br />
and you&#8217;ll get no one round here<br />
to talk about it. No, they wouldn&#8217;t open their mouths.<br />
There was a young fellow picked up outside Durras.<br />
He was sent down from the house.<br />
I&#8217;d say only about twelve or thirteen,<br />
not much more, set down to the shop to get the messages.<br />
And the Tans picked him up, gave him a lift to the shop.<br />
Whether he said something or not was never known.<br />
There&#8217;s no point in asking me<br />
and you won&#8217;t get anyone round here to talk about it.<br />
There was an IRA safe house raided that night, anyway<br />
a truck load of the Boys taken to Bandon Barracks.<br />
Well, you wouldn&#8217;t want to be arrested by the Essex Regiment<br />
no sir, fingernails pulled off and a slow death by the barracks fire -<br />
they were very fond of the red hot poker, the Essex were.<br />
Did the boy give them a tip-off? No one knows.<br />
You&#8217;ll get no one round here to talk about it today.<br />
And it&#8217;s seventy years on.<br />
No, a crowd from the village came for the boy.<br />
The parents couldn&#8217;t save him, he was tied to a horse<br />
and cart and dragged, yes the very same the Tans<br />
done to that priest outside Dunmanway, he was dragged<br />
as far as Dromore before they stopped.<br />
I&#8217;d say that&#8217;s a distance of about forty mile.<br />
And don&#8217;t forget that you never heard this from me.</p>
<p>* * *</p>
<p>RAPPRESAGLIA</p>
<p>Mai fidarsi di un Palatinato né di un Bastardo -<br />
e il Vecchio Fritz era entrambe le cose.<br />
Quando i Ragazzi andarono dal Vecchio Fritz<br />
a pretendere i loro fucili in nome della Repubblica Irlandese -<br />
<em>ve le do io le munizioni</em> fa il Vecchio Fritz,<br />
spianando il fucile fuori della finestra.<br />
Freddò Joe Bennett con un colpo.<br />
Bang. Nemmeno fosse un cane.<br />
Avvolsero il corpo in un lenzuolo<br />
e lo buttarono in un fosso a due miglia da dove abitava<br />
perché i Tans erano già sulla strada di casa sua.<br />
I Bennett ammazzarono un maiale, facendo finta di nulla -<br />
se avessero trovato un cadavere i Tans<br />
li avrebbero ridotti in cenere.<br />
La signora Bennett se ne stava lì a riempire salsicce<br />
mentre il corpo del figlio diciassettenne giaceva in un fosso.<br />
Nemmeno fosse un cane.<br />
Quei tipi che giravano intorno alla casa<br />
infilando dappertutto le loro baionette.<br />
E il Vecchio Fritz? Be&#8217; lui non usciva di casa<br />
per paura dei Ragazzi, due anni interi a farsi<br />
portare tutto e tutti che ridevano<br />
di quella sua grossa testa dietro le finestre.<br />
Ovviamente lo presero,<br />
non doveva forse uscire di casa per il funerale della sorella?<br />
Tutti i signorotti raccolti laggiù nel cimitero di Askeaton.<br />
Bang. Nemmeno fosse un cane.<br />
Quattro cavalli neri con i pennacchi che vanno da una parte<br />
e il carro funebre che va dall&#8217;altra.</p>
<p>*</p>
<p>REPRISAL</p>
<p>Never trust a Palatine or a Bastard -<br />
and Ould Fritz was both.<br />
When the Boys went to Ould Fritz<br />
demanding their guns in the name of the Irish Republic -<br />
I&#8217;ll give you ammunition says Ould Fritz,<br />
sticking his gun out of the window.<br />
He shot Joe Bennett stone dead.<br />
Bang. No more than he was a dog.<br />
They wrapped his body in a sheet<br />
put it in a ditch two miles from his home place<br />
because the Tans were down to the house straight.<br />
The Bennetts killed a pig, letting on nothing -<br />
if the Tans found a corpse<br />
they&#8217;d be burnt to the ground.<br />
Mrs Bennett, standing there, stuffing sausages<br />
her seventeen-year-old son&#8217;s body lying in a ditch.<br />
No more than he was a dog.<br />
Those fellas going round the house<br />
sticking their bayonets into everything.<br />
Ould Fritz? Well he didn&#8217;t leave his house<br />
for fear of the Boys, two whole years getting<br />
everything delivered and everyone laughing<br />
at the big head of him inside the windows.<br />
Of course they got him,<br />
didn&#8217;t he have to leave the house for his sister&#8217;s funeral?<br />
All the gentry assembled below in Askeaton Graveyard.<br />
Bang. No more than he was a dog.<br />
Four black horses with feathers going one way<br />
and the hearse going the other.</p>
<p>* * *</p>
<p>OMAR KHADR</p>
<p>Esiste una prova video di Omar a dodici anni,<br />
che collega esplosivi sistemati come torte<br />
su una tovaglia, la sua faccia bruna<br />
giovane e serena sotto il kufi bianco,<br />
le dita piccole di ragazzo che avvolgono il cavo,<br />
e i denti bianchi che mordono il filo<br />
prima di essere catturato<br />
a quindici anni, nella polvere di biscotto sbriciolato<br />
all&#8217;uscita di un baraccamento afgano saltato in aria<br />
sul suo petto ferite sparse<br />
e rosse come papaveri in fiore.<br />
Non gliele cureranno le ferite<br />
finché non parla, per le torri gemelle<br />
qualcuno deve cantare e il Canada<br />
non lo estraderà, la sua famiglia un imbarazzo<br />
nazionale, con la madre jihadica<br />
e la sorella che parlano dal loro panno nero corvo<br />
e ribadiscono quello che ogni ragazzo dovrebbe imparare –<br />
<em>nuotare, fare il cecchino, e cavalcare</em>.<br />
A Guantánamo, sono sevizie, tute<br />
arancioni, interroganti che con calma lo registrano<br />
che grida per avere sua madre.<br />
Quando alla fine gli chiedono se vuole qualcosa<br />
lui dice riviste di auto, album da colorare,<br />
matite, e qualsiasi tipo di succo<br />
purché sia davvero strano.</p>
<p>*</p>
<p>OMAR KHADR</p>
<p>There is video evidence of Omar at twelve,<br />
wiring explosives laid out like cakes<br />
on a tablecloth, his brown face<br />
young and clear under his white kufi,<br />
little boy fingers winding the wire,<br />
white teeth biting the thread<br />
before he was captured<br />
at 15, in the broken-biscuit dust<br />
of a blasted Afghan compound<br />
exit wounds on his chest spreading<br />
and red as blooming poppies.<br />
They won&#8217;t treat his wounds<br />
until he talks someone has to sing<br />
for the twin towers and Canada won&#8217;t<br />
extradite him, his family a national<br />
embarrassment, Jihadic mother and<br />
sister speaking out of raven black cloth,<br />
ticking off what every boy should learn -<br />
swimming, sniping, and horseback riding.<br />
In Guantánamo, it&#8217;s stress positions, orange jump<br />
suits, interrogators calmly recording him<br />
crying out for his mother.<br />
When he&#8217;s finally asked what he wants<br />
he says car magazines, colouring books<br />
and pencils, any kind of juice<br />
as long as it is really weird.</p>
<p>* * *</p>
<p>LA MIA ULTIMA CONFESSIONE</p>
<p>Non era uno che ti saresti fermato a guardare -<br />
peli arancioni spruzzati in una folta barba<br />
sulla sua veste marrone e sparsi sulle dita<br />
nei sandali di cuoio francescani -<br />
ma a noi convittrici diceva<br />
che eravamo angeli incompresi<br />
e che le suore non capivano nemmeno lui.<br />
Certo che dovevamo avere il permesso di bere il vino sacramentale<br />
confessarci apertamente senza restrizioni<br />
nella biblioteca.<br />
Pensavo che fosse lo zio emancipato che non avevo mai avuto<br />
così quando mi chiese di sedermi sulle sue ginocchia<br />
fui sinceramente dispiaciuta di non poter obbedire.<br />
<em>Sono troppo pesante</em> confessai.<br />
<em>Stai benissimo</em> disse lui sommessamente.<br />
Non so quante volte lo ripeté -<br />
<em>Ma stai benissimo, stai benissimo,</em><br />
<em> in nome di Dio</em><br />
<em> non ti sto dicendo che stai benissimo?</em> -<br />
e alla fine arrivò a dirlo quasi urlando.<br />
Io rimasi in ginocchio.<br />
<em>Perdonami padre perché ho peccato</em><br />
è stato undici anni prima che me ne ricordassi -<br />
e mi colpì<br />
mentre camminavo per Charing Cross Road,<br />
che una volta, per dieci minuti nel 1977<br />
Dio possa aver vegliato su di me.</p>
<p>*</p>
<p>MY LAST CONFESSION</p>
<p>He wasn&#8217;t what you&#8217;d want to look at -<br />
orange hair sprayed in a thick beard<br />
over his brown robes and in between the toes<br />
of his Franciscan leather sandals -<br />
but he told us boarders<br />
that we were misunderstood angels<br />
and that the nuns didn&#8217;t understand him either.<br />
Of course we should be allowed to drink altar wine<br />
confess openly away from restraints<br />
in the library.<br />
I thought he was the liberated uncle I never had<br />
so when he asked me to sit on his lap<br />
I was genuinely sorry that I couldn&#8217;t oblige.<br />
I&#8217;m too heavy I confessed.<br />
You&#8217;re grand he said softly.<br />
No matter how often he repeated it -<br />
You&#8217;re grand, you&#8217;re grand, you&#8217;re grand<br />
in the name of God<br />
aren&#8217;t I telling you you&#8217;re grand? -<br />
and he was nearly shouting in the end.<br />
I stayed on my knees.<br />
Bless me father for I have sinned<br />
it was eleven years before I remembered -<br />
and it struck me<br />
as I walked down Charing Cross Road,<br />
that once, for ten minutes in 1977<br />
God might have been watching over me.</p>
<p>* * *</p>
<p>CADERE</p>
<p>a Catherine Maxwell</p>
<p>Ho nove anni mentre piagnucolo<br />
fuori della porta sul retro di Deane<br />
i lucidi ciottoli dello scuro novembre piovigginoso<br />
appaiono marroni alla luce del cortile<br />
e Mamma è caduta di nuovo<br />
rompendosi il gomito stavolta.<br />
Sempre cadute, finire bocconi<br />
trotterellando fino al prossimo incidente.<br />
Non era sposata da molto quando Papà<br />
le chiese se non fosse <em>un po&#8217; difettosa di gambe</em>. -<br />
<em>Come se si fosse ritrovato con una cattiva puledra!</em><br />
rideva lei. Ma lei stessa si spaventava<br />
come adesso mi spavento io.<br />
Novembre, mese di Ognissanti,<br />
vado giù ogni attimo più spesso.<br />
Nemmeno un attimo per piangerla o ricordarla<br />
tranne quando il mio ginocchio sbatte<br />
sul focolare di pietra, e ricorro barcollante<br />
al balsamo di limone, o quando i miei tacchi consumati<br />
mi fanno andare in ginocchioni<br />
sulla Kingsway.<br />
Un uomo con un anello d&#8217;oro<br />
ad ogni dito mi aiuta a togliere<br />
i miei fogli sparpagliati dal marciapiedi bagnato.<br />
Vincendo l&#8217;impulso a farmi il segno della croce<br />
ringrazio lui e tiro a dritto.</p>
<p>*</p>
<p>FALLING</p>
<p>for Catherine Maxwell</p>
<p>I am nine, half crying<br />
outside Deane&#8217;s back door<br />
the rainy dark November shiny<br />
cobbles brown in the yard light<br />
Mammy&#8217;s down again<br />
cracked her elbow this time.<br />
Always falling, getting to her feet<br />
cantering to her next accident.<br />
Not long married when Daddy<br />
asked her if she wasn&#8217;t a bit false in the legs -<br />
As if he&#8217;d been landed with a bad filly!<br />
she laughed. But she frightened<br />
herself too as I frighten myself now.<br />
November, month of the Holy Souls,<br />
down I go time after time.<br />
No time to grieve or remember<br />
her only when my knees slaps<br />
on the stone herth, I stagger back<br />
into the lemon balm, or my worn heels<br />
bring me to my knees<br />
on Kingsway.<br />
A man with a gold ring<br />
on every finger helps me to peel<br />
my scattered papers from the wet pavement.<br />
resisting the urge to bless myself<br />
I thank him, walk away.</p>
<p>***</p>
<p>EROI DEL WEST</p>
<p>Stanno sotto John Wayne,<br />
Henry Fonda, Warren Oates,<br />
orecchie sottili e obbedienti, occhi grandi<br />
affondati sotto morbide frange,<br />
nitriscono trottano e galoppano<br />
e cavalcano e si impennano<br />
quando viene richiesto<br />
attraversano il Rio Grande, rotolano sotto<br />
gli Apache, cadono con le controfigure<br />
giù dal ponte in <em>Mucchio selvaggio</em>,<br />
resistono alle pistolettate, alle micce esplosive<br />
ai messicani, alle impennate di Steve McQueen<br />
ne<em> I magnifici sette</em>,<br />
alla Guerra Civile in <em>Shenandoah</em>,<br />
alla bellezza, il terrore e la bava,<br />
all’odore di cavallo sudato<br />
ai popcorn salati annaffiati con la Coca Cola.<br />
Questi tipi conoscono il suono<br />
di una Winchester 73<br />
o di una Colt 45 altrettanto bene<br />
che il suono scandito dai propri zoccoli<br />
e continuano a galoppare<br />
nuvole di polvere ora attraverso la Monument Valley.<br />
Senza mai perdere l&#8217;equilibrio.</p>
<p>*</p>
<p>WESTERN HEROES</p>
<p>They sit under John Wayne,<br />
Henry Fonda, Warren Oates,<br />
thin obedient ears, large eyes<br />
pooled under soft fringes,<br />
they whinny and trot and gallop<br />
and canter and rear<br />
when it&#8217;s called for<br />
swim the Rio Grande, roll under<br />
Apaches, fall with the stunt riders<br />
off the bridge in The Wild Bunch,<br />
endure pistol shots, sizzling explosives,<br />
Mexicans, the prancing of Steve McQueen<br />
in The Magnificent Seven,<br />
the Civil War in Shenandoah,<br />
the beauty, the terror and foam,<br />
smell of horse sweat<br />
and salty popcorn washed down with Coke.<br />
These fellows know the sound<br />
of a Winchester 73<br />
or a Colt 45 as well as they know<br />
the sound of their own hoof beats<br />
and they keep galloping<br />
clouds of dust now across Monument Valley.<br />
They never loose their balance.</p>
<p>*</p>
<p>Martina Evans, <em>Di fronte al pubblico</em>,<a href="http://valigierosse1.jimdo.com/poesia/">Valigie Rosse</a>, 2011 (premio internazionale di poesia &#8220;Piero Ciampi&#8221;).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/30/da-di-fronte-al-pubblico/">Da &#8220;Di fronte al pubblico&#8221;</a></p>
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		<title>Su &#8220;Coffe-table book&#8221; di Alessandro Broggi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 06:38:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Alessandro Broggi fa parte di quel drappello di autori che, in questi ultimi anni, hanno riflettuto criticamente sulla nozione di genere poetico e hanno approntato delle strategie per neutralizzare molte delle sue pretese tematiche, stilistiche e lessicali. Broggi, per utilizzare una metafora del poeta e teorico francese Jean-Marie Gleize, è uno scrittore intento ad “uscire” dalla poesia. Questa scelta appare già evidente nella predilezione per le prose brevi, che costituiscono, ad oggi, la parte più cospicua della sua opera edita. <span id="more-41351"></span>L’immagine dell’uscita dal genere si attaglia al lavoro di Broggi, anche perché implica una preventiva interiorità, ossia l’essere familiari con la tradizione e le caratteristiche di genere, ma suggerisce anche un percorso non costruito per contrasto e fratture, come accade invece in forme di scrittura che si riallacciano all’esperienza delle avanguardie letterarie del secolo scorso. Broggi non è mosso da una semplice attitudine polemica nei confronti della dimensione lirica. Non costruisce, insomma, il suo itinerario testuale per semplice opposizione nei confronti del genere. A lui interessa, semmai, esplorare dei territori che sono trascurati sia dalla poesia che dalla narrativa contemporanea.</p>
<p>Questa attitudine rende il lavoro di Broggi di difficile assimilazione nello spettro delle posizioni riconoscibili all’interno del campo poetico. Della postura del poeta, portatore di un’intima e rara verità, Broggi fa tabula rasa: sparisce la nozione di voce autentica, di tesoro autobiografico e di stile personale. Simultaneamente, Broggi azzera anche le pretese della visuale avanguardista: trasgredire la lingua, per trasgredire la realtà. Non c’è in lui né vitalismo rivoluzionario né convinzione di realizzare, nell’ambito della scrittura, una privilegiata esperienza di emancipazione. Questo volontà di smarcarsi da due delle posizioni più redditizie nell’ambito del campo poetico, non gli precludono però una specifica capacità <em>critica</em>. La scrittura per lui è una forma di critica nei confronti delle istituzioni letterarie e, più in generale, delle aspettative comuni, che governano la fruizione di un prodotto culturale.</p>
<p>Se molta poesia persegue ancora il fantasma di un’esperienza autentica e singolare, Broggi allestisce il suo laboratorio nel cuore dell’industria dello spettacolo, laddove le strategie di mercificazione giungono ad investire persino la sfera dell’intimità. (Fredric Jameson parlava all’inizio degli anni Ottanta di “colonizzazione dell’Inconscio”, riferendosi alla diffusione dei media generalisti e dell’industria pubblicitaria). Egli opera prevalentemente su materiali preesistenti, che sono caratterizzati dalla serialità e inautenticità tipica della produzione giornalistica, televisiva, cinematografica e digitale di massa. Ma tali materiali non sono trattati attraverso tecniche di montaggio o <em>cut up</em>, con lo scopo di creare effetti d’incongruenza e sorpresa. Essi, al contrario, subiscono quasi un processo di depurazione, manifestandosi in una sorta di asettica e levigata compiutezza. È quanto avviene nell’ultima plaquette di versi intitolata <em>Coffe-table book</em>, uscita nel 2011 nella collana “Inaudita”, per Transeuropa. Qui l’autore raccoglie ventisei quartine, che fungono da teche linguistiche, per un’archeologia critica della lingua contemporanea. Ogni verso esibisce un sintagma nominale, che sta in un rapporto vago con gli altri tre della quartina. Due esempi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>girotondo di luce</p>
<p>quel che resta del mare</p>
<p>la quiete tra le pietre</p>
<p>la forza del destino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la cronaca del paesaggio</p>
<p>dentro il calore dei giorni</p>
<p>grandezza del quotidiano</p>
<p>tra l’astratto e la figura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo così l’esempio di una modularità e serialità del verso aberranti, nel contesto di una lingua che si vorrebbe poetica, ossia originale e individuale. Il lettore si trova confrontato a precipitati di lingua-merce, presentati in una fase intermedia del ciclo di vita del prodotto linguistico, tra lo stoccaggio delle componenti elementari e l’assemblaggio finale. Ovviamente Broggi non preleva alla fonte, dagli stampi linguistici, come se si potesse accedere a un fantomatico laboratorio della produzione massificata, ma compie un rigoroso lavoro di decantazione dell’italiano attuale, allo scopo di rendere questi sintagmi orecchiabili, perfettamente oscillanti tra significazione elementare e radicale insignificanza.</p>
<p>Il risultato di un tale lavoro ha spinto alcuni critici a parlare di un’assenza di <em>differenzialità</em>, che renderebbe indistinguibile la lingua letteraria da quella non letteraria. Secondo, ad esempio, Paolo Zublena, ciò che caratterizza la scrittura di Broggi, oltre che quella di Bortolotti, Giovenale e Zaffarano, è “la revoca in dubbio dell’esistenza stessa di qualcosa come un testo letterario (e quindi di un oggetto d’arte) quale ente distinto dal non letterario (dal non artistico)” [postfazione a Marco Giovenale, <em>Quasi tutti</em>, Polìmata, 2010]. Credo che questa distinzione concettuale sottolineata da Zublena sia indispensabile, per meglio apprezzare e comprendere il lavoro di questi autori. D’altra parte, penso che l’assenza di differenzialità sia un procedimento <em>interno</em> alla scrittura letteraria così come è interno alla pratica artistica. La non differenzialità non può acquisire senso e forza che a partire da alcune convenzioni proprie all’ambito letterario ed artistico. Si tratta, quindi, di una tensione irrisolvibile, che qui è radicalizzata in modo consapevole, ma è in qualche modo già costitutiva del paradigma lirico della modernità, dal momento che quest’ultimo si definisce, soprattutto nel Novecento, a partire non solo dalle “periferie antiliriche” – come ben le ha chiamate il critico Guido Mazzoni – ma anche dall’intrusione continua del non poetico (l’oralità, i linguaggi tecnici, la prosa, ecc.) nella lingua poetica.</p>
<p>In ogni caso, nelle prose come nelle poesie di Broggi vi è un esplicito sforzo, per eliminare dal testo tutte le marche tipiche della letterarietà. Questi procedimenti, però, non sono fini a se stessi, e vanno compresi alla luce di quelle che sono le tematiche privilegiate dall’autore. Nella poesia, l’autore sembra concentrarsi – stando a <em>Cofee-table book</em> – sulle formule verbali della felicità, che paiono inesauribili, in quanto come una sorta di flusso ininterrotto devono fare da supporto alla merce, sono il mezzo dentro cui la merce trascorre, sostenuta e nutrita. Per quanto riguarda le prose, invece, Broggi è interessato principalmente alla sfera delle relazioni umane, di potere e d’affetto, familiari e sociali. Egli esplora questi ambiti, a partire da quel deposito di stereotipi che penetrano capillarmente ogni forma di narrazione quotidiana. Nel fare questo, Broggi si caratterizza per una metodicità e radicalità fuori dal comune. Egli non si limita a giocare ironico o compiaciuto con gli stereotipi, come tanti scrittori fanno ai giorni nostri; li tratta semmai con occhio clinico, impietoso: li allestisce in piccoli ritagli testuali, che non concedono nulla al gusto del lettore colto. Siamo così confrontati al fascino enigmatico dell’<em>anodino</em>. I racconti per schegge e segmenti di <em>Quaderni aperti</em> e di <em>Nuovo paesaggio italiano </em>sembrano interrogarci sulle possibilità residue di significazione di una lingua incolore. Eppure, in questo lavoro rigoroso, Broggi si mostra perfettamente padrone dei suoi mezzi di poeta e riesce a trasferire con grande efficacia la cura per il ritaglio verbale, la scansione strofica, la sospensione del senso, su materiali narrativi usurati e poveri stilisticamente. In questo modo, ci permette una sorta di esercizio della vigilanza nei confronti dei territori più intimi, familiari, apparentemente spontanei e singolari, della nostra lingua quotidiana. Il suo corpo a corpo con gli stereotipi mostra che, nonostante tutto, è possibile guadagnare una posizione di esteriorità rispetto alle produzioni e ricombinazioni seriali di enunciati, che transitano nei flussi dei media di massa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/su-coffe-table-book-di-alessandro-broggi/">Su &#8220;Coffe-table book&#8221; di Alessandro Broggi</a></p>
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		<title>I delitti efferati (1 prosa comoda)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 06:00:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p> Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni di bilancio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/i-delitti-efferati-1-prosa-comoda/">I delitti efferati (1 prosa comoda)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p> Certo, i giornali molto parlavano di delitti, e codesti delitti erano non solo in aumento, ma pareva aumentare di giorno in giorno la loro efferatezza, mentre le vittime perduravano vittime, ostinatamente sprovvedute e docili. Quanto alla polizia, quando uno ne ha bisogno davvero per ragioni securitarie, mancano poi gli effettivi per ragioni di bilancio. Quindi non c’era da stare allegri. Chi aveva un bambino o una bambina, se li godeva finché poteva, notte e giorno, tenendoli sempre svegli, per via del delitto incombente, sempre nell’aria, e per via del carnefice, che ogni volta risultava essere una persona educata e puntuale nei pagamenti. <span id="more-41287"></span>Nonostante, quindi, l’ira dei pediatri, i bambini giravano stravolti e imbambolati per le scuole materne, i genitori bloccavano il traffico, addormentandosi in auto ai semafori, e le mamme, che la strada aspra dell’emancipazione aveva portato infine a posti di comando, davano ordini alla cieca, combattendo i colpi di sonno con pastiglie eccitanti, e ritrovandosi a giornata lavorativa conclusa con gli occhi vitrei, colmi di visioni raccapriccianti.</p>
<p>I rapitori di bambini, intanto, a fronte dell’enorme imbroglio in cui si era trasformato l’agire sociale, inceppato costantemente dal potere nefasto dei genitori insonni, entravano nelle scuole elementari con maschere di Goebbels ed asce a tracolla, senza minimamente destare sospetto nel clima ovattato che vi regnava, e si servivano con grande cura nelle classi, di fronte a insegnanti con il capo ciondolante o posato sulla cattedra. Non è, poi, che questi rapitori fossero divenuti più crudeli di prima, e fossero riusciti a superare se stessi in efferatezza, semplicemente, a differenza di genitori e bambini, si godevano sonni di dodici ore, ed erano quindi baldanzosi ed efficaci nella realizzazione dei delitti. Di tanto in tanto, però, ai rapitori veniva guastata la festa. Gruppetti di persone, costituiti da coloro che avevano figli ormai grandi o da coppie sterili, libertini indomiti, scapoli e zitelle, si gettavano feroci e prestanti su qualche mostro presunto. Gli bastava vedere qualcuno con la maschera di Goebbels aggirarsi presso i giardinetti, per scatenare un linciaggio in stile sudista.</p>
<p>Così, i delitti dei giustizieri, legittimati dall’inefficienza globale delle istituzioni, gestite in modo troppo assonnato per ben funzionare, controbilanciavano i delitti dei mostri rapitori. Se dobbiamo, però, mettere nel conto anche i delitti involontari prodotti da automobilisti in sonno REM, farmacisti in trance, chirurghi appisolati in sala operatoria, il numero globale di delitti, volontari o no, legittimati o meno, cresceva smisuratamente. Per questo motivo, dopo un periodo storico alquanto buio, le mamme e i papà rinunciarono a godersi i bambini anche di notte. Sui giornali, si continuava ad annunciare un incremento di delitti sugli innocenti, e un acuirsi della loro efferatezza, ma globalmente l’età dei grandi e diffusi massacri sembrava ormai trascorsa. Le autostrade tornarono ad essere soprattutto luoghi di circolazione delle auto, e non grandi piattaforme per autoscontri mortali, così come negli ospedali si tornava a curare piuttosto che amputare e avvelenare. I rapitori di bambini lasciarono a casa maschere ed asce, e dovevano agire con maggiore sollecitudine e previdenza. I bambini ripresero a gettare per aria i giocattoli a disposizione delle scuole materne, e la loro motricità ritornò, con grande soddisfazioni dei pediatri, ai valori usuali: quelli che rendono sconcertati gli adulti adibiti alla loro cura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/i-delitti-efferati-1-prosa-comoda/">I delitti efferati (1 prosa comoda)</a></p>
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		<title>I Novissimi, tra esotismo e trauma</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 06:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Potrei narrare la scoperta dell’antologia dei <em>Novissimi, </em>come Proust narrava i primi passi del protagonista della <em>Recherche </em>nel salotto della duchessa di Guermantes. Il poeta novizio che compie le sue prime letture dei novissimi. Sono incontri circonfusi di fantasie e miraggi, di meraviglie e malintesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/03/i-novissimi-tra-esotismo-e-trauma/">I Novissimi, tra esotismo e trauma</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Potrei narrare la scoperta dell’antologia dei <em>Novissimi, </em>come Proust narrava i primi passi del protagonista della <em>Recherche </em>nel salotto della duchessa di Guermantes. Il poeta novizio che compie le sue prime letture dei novissimi. Sono incontri circonfusi di fantasie e miraggi, di meraviglie e malintesi. Gli autori sono immaginati come eroi che tutto sanno e hanno visto, comprimendo nello stemma del nome proprio intensità di vissuti e vastità di conoscenze. <span id="more-41215"></span>La mia prima lettura risale probabilmente agli anni Ottanta, quando a Milano gli apprendisti del verso tendevano a orientarsi verso gli autori della <em>Parola innamorata</em> e, in particolare, verso Milo De Angelis, che era un personaggio carismatico, dalla scrittura affascinante e con una discreta vocazione di <em>talent-scout</em>. L’incontro con i Novissimi mi proiettò in tutt’altra atmosfera. La macchina del tempo invertiva l’andamento cronologico: chi era venuto prima (1961) sopravanzava chi era venuto dopo (1978), in quanto si presentava molto più carico di promesse, suggerimenti, ipotesi di lavoro. Insomma, al di là del calendario, i “Novissimi” erano miei <em>contemporanei</em>, molto di più di quanto lo fossero Cucchi, Pontiggia o lo stesso De Angelis. Certo, l’antologia di Giuliani aveva per me, innanzitutto, i caratteri dell’esotismo. Mai avevo trovato catalizzati intorno alla figura del poeta tanti valori differenti: intelligenza, strumentazione critica e teorica, sguardo sociologico, gesto politico, audacia formale, ironia e gioco, erudizione e irriverenza. Insomma, di colpo la poesia diventava un’attività complessa, che non si riduceva a una postura esistenziale, a una stranezza di abitudini e ragionamenti, ma implicava l’apporto della riflessione, dello studio, di una curiosità onnivora, di una passione della conoscenza, di un particolare senso della storia. Attraversando l’antologia dei “Novissimi” si poteva poi sbucare ovunque, come uscendo da un ampio e trafficato crocevia: verso le avanguardie storiche, o le sperimentazioni statunitensi ed europee degli anni Sessanta, verso Bourroghs o Fluxus, verso Denis Roche o Beckett.</p>
<p>Ora posso guardare a quell’antologia con occhio disincantato, ma essa costituisce un momento cruciale nella mia comprensione dell’attività poetica e dei suoi orizzonti di possibilità. Per questa stessa ragione trovo che i critici universitari, che più si vogliono fare custodi della memoria del gruppo ’63, rischiano ogni volta la tassidermia, seppellendo quell’evento nel preciso contesto storico e culturale in cui si è prodotto. Quando, oggi, sarebbe forse più utile delineare la storia delle diverse ricezioni, delle imprevedibili occasioni di lettura che, di decennio in decennio, hanno scandito il sempre rinnovato divenire <em>contemporanei</em> dei Novissimi con molti autori delle generazioni successive. Ma una storia delle ricezioni dovrebbe fare posto anche a un lungo capitolo dedicato all’irruzione del gruppo ’63 come <em>evento traumatico </em>centrale nell’evoluzione della poesia italiana, dal secondo Novecento ai giorni nostri. Questo trauma, infatti, è vivo tutt’oggi: mai del tutto metabolizzato, elaborato, guarito. Anche tra i poeti più giovani, se non tra i giovanissimi, non è raro riscontrare un perdurante risentimento nei confronti delle neoavanguardia, come se fosse sempre possibile una sua ulteriore e perniciosa incarnazione. La poesia neoavanguardista – quella sperimentale, irreverente, ludica, innovativa, estremista dei Novissimi – non può, se non con gran rischio dell’istituzione tutta, costituire un’eredità plausibile per poeti che scrivono oggi. (Poeti, per altro, che la sottoporrebbero, così come sempre avviene, a filtri, mediazioni, tradimenti, innovazioni.) Per questo motivo, qualsiasi segno di presenza di quella eredità nelle scritture attuali è percepito come ritorno catastrofico di un’egemonia poetica e culturale. L’eterna “moda” dell’innovazione formale, del poeta teorico e critico, del nichilismo ideologico.</p>
<p>È fin troppo evidente che, date le condizioni attuali dell’industria culturale, un’egemonia come quella realizzata per un certo tempo dai Novissimi – un drappello di semplici poeti – sull’intero campo letterario non sarebbe oggi immaginabile. Eppure la ferita è sempre aperta, quell’eredità, per quanto elaborata, è un marchio infamante, di degenerazione, sterilità, impotenza creativa. E un pericolo per tutti.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo pezzo è apparso sul n° 47  de "il verri" (ottobre 2011), in risposta alla domanda "Avete letto i Novissimi?" indirizzata a un gruppo ristretto di giovani poeti.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/03/i-novissimi-tra-esotismo-e-trauma/">I Novissimi, tra esotismo e trauma</a></p>
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		<title>Il concorsone definitivo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 05:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p><em></em>Sì, ero presente all’Hotel Ergife di Roma, nei giorni 2 e 5 dicembre. Ho partecipato anch’io alle prove di lingua, che dovrebbero valutare la mia competenza del francese, e in seguito a ciò l’accesso eventuale ad un’ambita graduatoria, che potrebbe darmi la possibilità, un giorno, di insegnare in un liceo all’estero, per nove anni, e con un stipendio doppio di quello usuale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/16/il-concorsone-definitivo/">Il concorsone definitivo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em></em>Sì, ero presente all’Hotel Ergife di Roma, nei giorni 2 e 5 dicembre. Ho partecipato anch’io alle prove di lingua, che dovrebbero valutare la mia competenza del francese, e in seguito a ciò l’accesso eventuale ad un’ambita graduatoria, che potrebbe darmi la possibilità, un giorno, di insegnare in un liceo all’estero, per nove anni, e con un stipendio doppio di quello usuale. Tutti questi condizionali non mi hanno impedito di inscrivermi al concorso indetto dal Ministero degli Affari Esteri e di accettare la mattanza economica del viaggio in aereo, con il volo di ritorno spostato all’ultimo momento, con esborso di sopratassa, quando ho saputo dei ritardi spettacolari, dei tumulti e delle prove annullate. Come me, d’altra parte, hanno fatto 36999 colleghi, venuti da tutta Italia, e alcuni con proporzionata spesa di trasporto, vitto e alloggio. Il calendario del concorso è stato infatti pensato per nuocere il più possibile alle tasche dei concorrenti non romani e per favorire, almeno nell’arco di un fine settimana, l’economia turistica della capitale. Invece di concentrare le varie prove relative a una stessa lingua in una sola giornata, sono state distribuite su più giorni, in modo da garantire ai concorrenti una permanenza prolungata in città.<span id="more-41033"></span></p>
<p>Arrivato puntuale alla prova pomeridiana di venerdì, mi è stato subito fatto capire da alcuni veterani, resi esperti da un’intera e precedente giornata d’incazzature, che la situazione era ampiamente fuori controllo. L’agenzia a cui il Ministero aveva affidato le gestione del concorso era un ente privato, la Formez Italia, che molti sostenevano fosse “l’azienda della moglie di Brunetta”. Comunque sia, per aver organizzato le cose in modo così capillarmente inefficiente, doveva aver ricevuto senz’altro una gran quantità di denari. Mi hanno raccontato, poi, che la prova del primo giorno era stata annullata: alcuni insegnanti, in nome di un principio di equità improvvisamente scoperto, avrebbero deciso che i tempi dell’esame erano insufficienti, e che dovevano essere negoziati da un’assemblea costituente. Il presidente di commissione, però, dopo essersi contraddetto varie volte, aveva infine chiamato la polizia, per un democratico sgombero.</p>
<p>L’Ergife, pur essendo designato sulla carta come luogo del concorso, era in realtà inaccessibile. Tutto si è svolto in catacombali interrati raggiungibili da una rampa contigua al parcheggio dell’hotel. I concorrenti in attesa avevano improvvisato bivacchi alla Woodstock nello spiazzo davanti al parcheggio e in una sorta di giardinetto con panchine, che emanava un misterioso odore di carciofini rancidi sott’olio. Al sound dei Jefferson Airplane si erano sostituite litanie di frasi idiomatiche e declinazioni di congiuntivi. A poche centinaia di metri l’Aurelia trafficata, con i suoi distributori di benzina e i concessionari d’auto. Il bar più vicino era uno stanzone spoglio, con un unico cesso apocalittico. “In questi giorni, non sto vedendo che cose brutte”, mi ha detto un amico. L’argomento che ritornava più spesso nelle conversazioni riguardava il fantomatico librone dei quiz, che pareva fosse già stato fotografato il giorno prima, e anche trafugato, fotocopiato, diffuso in rete, e imparato a memoria da quasi tutti. Conteneva 4000 domande a risposta multipla in francese, inglese, tedesco e spagnolo.</p>
<p>Alla fine mi sono incatacombato anch’io, con gli altri similfrancofoni. Ci hanno distribuito i fogli, le matite copiative, le buste, e dopo un’ora finalmente la lista delle 40 domande che dovevamo scovare nel librone. Alle sette di mattina avevo studiato in aereo l’accordo dei participi passati, uno dei punti grammaticali più controversi e disperanti della lingua francese. Dieci ore dopo dovevo leggere istruzioni sul montaggio di un tritaverdure e rispondere in modo pertinente a domande imbecilli sul posizionamento delle lame e sulla quantità di carote da infilarci dentro. A completare il tutto, la constatazione stravolta di un gruppo di secchioni, che a conclusione della prova avevano scoperto che tre dei quesiti comportavano solo delle risposte sbagliate, insomma erano errati, falsi, irreali. Ho capito, quindi, quale chiave di lettura fosse più adatta per decifrare quel Concorsone definitivo. Non la commedia all’italiana, con la sua allegra e turpe faciloneria, ma una sommaria distopia alla Philip Dick: un residuo di Stato – ormai solo un paravento – ingrassava le casse di un’azienda privata, che in suo nome gestiva Concorsi neurolettici, per categorie di impiegati statali demotivati e sull’orlo dell’ammutinamento, affinché si creassero delle interminabili graduatorie-zombie, rinnovabili con la stessa periodicità stringente dei provvedimenti climatici (2014… 2020… 2037). Ci saremmo trovati tutti quanti felici, abilitati a centinaia <em>ex-aequo</em>, per insegnare all’estero in una probabile quarta età post-pensionistica.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito il 15/12/2011 su "il manifesto"]</em></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/16/il-concorsone-definitivo/">Il concorsone definitivo</a></p>
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		<title>Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 05:28:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Consensus versus canea</em></p>
<p>C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington <em>consensus</em>”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Consensus versus canea</em></p>
<p>C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington <em>consensus</em>”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.</p>
<p>Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: <em>a chi</em> stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una <em>crisi privata</em>. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi <em>cosa loro</em>, anche se ormai ne parlano in pubblico, a <em>noi</em>, ai profani.<span id="more-40994"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Gesticolazione e stasi</em></p>
<p>C’era una volta la politica, con le sue mancanze di volontà, ma anche con i suoi conflitti da mediare, il confronto ideologico, lo scontro sociale, le alleanze e le lotte tra i partiti, i negoziati tra le parti sociali. C’erano i decisori (eletti) che dovevano comporre con difficoltà i contrastanti interessi del popolo sovrano. Poi c’erano gli esperti, i tecnici, gli specialisti, svincolati da ideologie e partiti, che studiavano i fatti, e soprattutto le tendenze profonde, delineando i confini del possibile, di ciò che si può o non si può fare. E costoro, con gran sollievo dei decisori, servivano a conciliare d’un colpo il dibattito, tacitarlo con la forza indiscutibile della perizia. Oggi, però, questa ordinata concatenazione di dispute e silenzi, di volontà e necessità, di desideri e destini, è stata bruscamente interrotta. I fatti sono esplosi, i decisori sono afoni, le perizie divergono. La contesa è scivolata nel campo delle leggi di natura e dei fatti evidenti. E sui politici ricade intatta la responsabilità della deliberazione senza più alibi tecnocratici. Il loro potere riacquista un carattere arbitrario e incerto. Per salvare la faccia, si danno a grandi gesticolazioni, ma il risultato è quella di una marcia sul posto. La celebre “volontà politica” torna in agenda, ma più spesso in forma di rito o sceneggiata propiziatoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Rappresentanza e rappresentazione</em></p>
<p>Non c’è bisogno di intervistare un politologo o di compulsare le statistiche sull’astensionismo, per avere notizie sullo stato di salute della rappresentanza. Uno sguardo a cosa accade nelle piazze sarà più eloquente. Qualcuno ancora si lamenta, per la quantità di movimenti di protesta carenti di partito, bandiere, gerarchie e burocrazie precise. Senza parlare dei saccheggiatori, che non si degnano neppure di utilizzare qualche ingenuo ma promettente slogan millenaristico. Certo, ci vorrebbero dei decisori più decisi e degli esperti meno imperiti. Nel frattempo, però, la fiducia nei gesticolanti è scarsa e la rabbia cresce.</p>
<p>D’altra parte, perché sia possibile immaginare una risposta democratica alla crisi, la semplice revoca delle deleghe o la volonterosa mobilitazione dei cittadini non sono sufficienti. È necessario porre anche il problema della <em>rappresentazione</em>, ossia di come sia possibile fare della crisi una <em>cosa pubblica</em>, strappandola alle cerchie che, attraverso il loro stili e vocabolari, la <em>privatizzano</em>. Senza la possibilità di comporre un mondo comune, di presentarlo in una forma estetica adeguata, non si dà neppure la possibilità di una disputa politica[1]. In che modo, quindi, si elabora un racconto della crisi? Attraverso quali forme, generi, tecniche artistiche, e mettendo ordine in quale materiale? Procedimenti artistici e generi narrativi svolgono funzioni cognitive indispensabili, anche per la loro capacità di ricondurre versioni sofisticate e contrastanti del mondo al “senso comune”, ossia alla sensibilità e al giudizio di un soggetto non teorico, ma pratico, inserito in forme di vita determinate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La costruzione di un discorso appropriabile </em></p>
<p>La crisi è reale, e agisce sulla realtà: provoca sofferenze, disordini, reazioni. La crisi, inoltre, esiste nei discorsi esperti, in analisi dettagliate e discordi che cerchie ristrette di persone portano avanti. La crisi esiste infine come enigma, quesito, all’interno della sfera pubblica. Si manifesta come minaccia prossima ed evidente, e al contempo come evento spettrale, d’altri mondi. Chimera costituita da mutamenti tangibili del nostro quotidiano e da astratte profezie, essa attende di <em>adattarsi</em> alle nostre comuni forme narrative. La preoccupazione principale non riguarda allora la possibilità di adeguare la crisi reale a un supposto discorso <em>vero</em>, bensì la possibilità che esista un discorso sulla crisi in grado di essere compreso e trasmesso, di cui un ascoltatore qualsiasi si possa quindi appropriare dopo averlo ascoltato – laddove il discorso esperto rimane per il profano irripetibile e intraducibile. Un tale discorso non esiste, finché qualcuno non l’abbia costruito artificialmente. È questo il lavoro di artisti, scrittori, fotografi, cineasti, ecc. Si potranno poi istruire processi sulle inesattezze, esagerazioni, verità fattuali, congetture, ma intanto è fondamentale che un intreccio e una visione abbiano preso corpo pubblicamente, e permettano ad ognuno di formulare dubbi, giudizi, domande. La democrazia ha bisogno di un meccanismo di rappresentanza, ma anche di rappresentazione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Suscitare interesse, muovere affetti</em></p>
<p>Una riflessione sulla divulgazione è importante, ma non sufficiente. Uscire dal discorso esperto, non vuol dire semplicemente approntare una forma di traduzione, che faciliti la circolazione tra i profani della crisi come <em>res</em> davvero <em>pubblica</em>. Semplificare non basta, bisogna suscitare <em>interesse</em>. Siamo in un ambito politico, non scientifico: la conoscenza qui non è disinteressata, spassionata, prodotta da un fantomatico soggetto incorporeo. Perché le persone orientino la loro attenzione su un determinato ambito, è necessario muovere in esse degli affetti. (Dire che le conseguenze della crisi riguardano tutti, oggettivamente, non equivale a dire che la crisi provochi, in tutti, l’urgenza di comprenderne natura e meccanismi. Posso essere affetto da una malattia gravissima, senza per forza avere interesse a conoscerne prognosi e eziologia.)</p>
<p>Frédéric Lordon, economista spinoziano, collaboratore di “Le Monde diplomatique”, ha realizzato una trasposizione teatrale della crisi in alessandrini (<em>D’un retournement l’autre. </em><em>Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatres actes, et en alexandrins</em>, Seuil, 2011). Il risultato estetico è poco convincente, ma i motivi di una tale esercizio sono da considerare con attenzione. Li esprime in « Surréalisation de la crise », il saggio che chiude il volume. I discorsi veri, le analisi corrette non hanno mai, <em>per forza propria</em>, guidato il mondo, nonostante alcuni universitari siano portati a credere il contrario. “Dovranno quindi arrendersi all’idea che, di tutti i discorsi, quello dell’astrazione è fin dall’inizio il meno <em>capace</em>, proprio perché si svolge in un’atmosfera povera di affetti – constatazione che non toglie nulla alla fondatezza di questi sforzi, ma chiede semplicemente di rivedere al ribasso le aspettative pratiche e politiche”. Se la verità non è portata dalla passione, essa rimane inefficace, fluttuante come un sogno, incapace di radicarsi nelle attitudini. “Il capitalismo non resiste forse all’oltraggio abnorme della crisi presente, non si mantiene in piedi nell’inverosimile sprofondamento intellettuale e morale che dovrebbe inghiottirlo? Contro i vantaggi inerziali della dominazione, tutti i mezzi sono buoni, tutto va preso in considerazione, cinema, di finzione o documentaristico, letteratura, foto, fumetti, istallazioni, tutti i procedimenti vanno considerati per poter realizzare delle macchine produttrici di affetti.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ragion pura finanziaria e sublime</em></p>
<p>Porre la questione estetica della crisi vuol dire chiedersi quale narrazione sarà in grado di darle consistenza e senso. Chi voglia narrare la crisi, innanzitutto, dovrà eludere le aporie della ragion pura finanziaria, dentro cui si dibattono discorsi esperti e divulgazioni. I mercati si autoregolano durante le crisi o sono rimessi in sesto da interventi esterni? La crisi nasce da una necessità economica o da una scelta politica? Va compresa come un fenomeno atmosferico o un piano ordito da una banda di criminali? Come una lotta tra paradigmi intellettuali o l’esito di puri rapporti di forza tra gruppi sociali? È un’impersonale concatenazione macchinica o una microfisica del potere, a cui ognuno contribuisce? Le risposte verranno dalle scienze dell’economia o dall’economia politica?</p>
<p>A questa difficoltà, se ne aggiunge un’altra, che possiamo ricondurre alla tradizionale tematica del <em>sublime</em>: com’è possibile manifestare in un artefatto artistico finito una realtà esorbitante, infinita, che trascende l’intendimento e la sensibilità umana? Come può una narrazione di tipo letterario o cinematografico, per articolata che sia, includere una realtà globalizzata come il capitalismo finanziario, che coinvolge miliardi di comparse e migliaia di protagonisti, istituzioni complesse come le banche d’investimento, oltreché una legione di oggetti non ben identificati come i Cdo (Obbligazioni collaterali di debito)?</p>
<p>In altri termini, chi vuole raccontare la crisi in modo che diventi davvero di pubblico interesse, deve innanzitutto trasporre fenomeni impersonali e entità astratte in un mondo di azioni e di agenti, che presentino a noi cittadini comuni i caratteri dell’intelligibilità e della verosimiglianza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’incarnazione dei subprime</em></p>
<p>Le opere che, dallo scoppio della crisi ad oggi, hanno contribuito maggiormente a costruirla come “cosa pubblica” e “discorso appropriabile” sono probabilmente alcuni documentari. Penso in modo particolare a <em>Cleveland versus Wall Street</em> dello svizzero <strong>Jean-Stéphane Bron</strong> (produzione francese, 2010), a <em>Debtocracy</em>, dei giornalisti greci <strong>Katerina Kitidi</strong> e <strong>Aris Hatzistefanou</strong> (autofinanziato e pubblicato gratuitamente in rete nel 2011[2]) e soprattutto a <em>Inside Job</em>[3] prodotto, scritto e diretto da Charles Ferguson nel 2010 e Oscar per il miglior documentario nel 2011.</p>
<p>Se considerati nell’ottica del semplice discorso critico sul genere del documentario, ognuno di questi lavori può prestare il fianco a diversi rimproveri od elogi. Qualcuno criticherà il carattere partigiano, che governa la selezione e l’esposizione dei fatti; altri, evidenzieranno approssimazioni, forzature, inesattezze. Altri ancora, considereranno l’approccio politico come ciò che valorizza e contraddistingue queste opere. Pochi, però, noteranno un fatto fondamentale: opere simili contribuiscono innanzitutto a portare la crisi dentro il <em>nostro mondo</em>, non per frammenti irrelati ed enigmatici, ma per articolazioni portatrici di senso, che ci permettono di sollevare delle domande specifiche su di essa, al di fuori della tutela degli esperti.</p>
<p>Il film di Bron mette in scena una <em>class action</em> promossa dalla città di Cleveland contro 21 banche di Wall Street, accusate di aver affibbiato in modo scorretto mutui subprime a un gran numero di cittadini. Nella realtà, le banche ottennero un rinvio <em>sine die</em> del processo, che Bron decise allora di svolgere davanti alle telecamere, coinvolgendo tutti i protagonisti reali in un animato dibattimento. Qui siamo al di là di ogni chiara categoria di genere: il film di Bron non documenta un vero processo, né ne propone la ricostruzione fittizia. Egli ha filmato delle persone che testimoniano, dibattono e giudicano sulla base della loro effettiva esperienza <em>come se</em> il processo fosse reale.</p>
<p>In questo modo, <em>Cleveland versus Wall Street</em> permette che siano formulate le domande fondamentali di pubblico interesse: chi sono le vittime, chi i colpevoli della crisi finanziaria? Ma l’importanza sta meno nella risposta netta che uno spettatore potrebbe trarre dalla visione del film, che dal mutamento di sguardo che egli porterà sulla crisi. Egli assiste, ad esempio, a un fenomeno inconsueto, ossia l’incarnazione del termine tecnico <em>subprime</em>, di cui avrà letto una definizione in qualsivoglia glossario divulgativo sulla crisi. Questo famigerato virus finanziario è ricondotto a una configurazione di relazioni tra persone concrete: il mutuatario, con la sua storia lavorativa precaria, il basso livello d’istruzione, un passato di insolvenze e il mediatore creditizio, giovane e aggressivo, motivato dalle commissioni che ricava sui mutui a rischio concessi per conto delle grandi banche. Di colpo gli eterei mercati finanziari si popolano di biografie innumerevoli e i suoi prodotti appaiono la scia astratta di relazioni asimmetriche tra persone. Un mondo complesso comincia a prendere consistenza laddove regnavano le ombre delle transazioni finanziarie e gli stemmi delle agenzie di credito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La democrazia delle due ore</em></p>
<p>Un dibattito politico intorno alla crisi ha diritto d’esistenza solo nel momento in cui essa può venir imputata all’azione inadempiente o malevola di gruppi o persone, e non invece al caso o a necessità naturali. La domanda che verte sui responsabili è dunque centrale, in quanto permette poi di valutare i danni, di avanzare richieste di riparazione, ecc. Ciò che rende “politico” un documentario sulla crisi non è allora un documentario che risponde in modo univoco e definitivo a domande del genere. Se così fosse, il documentario piuttosto che favorire le condizioni di un dibattito politico democratico, le cancellerebbe, ponendosi come perizia e sentenza definitiva. Con questo non si vuol dire che il documentarista non debba avere un’intenzione o una propria convinzione politica, ma il carattere propriamente politico della sua opera sta altrove.</p>
<p>Nel pressbook ufficiale di <em>Inside Job</em>, l’autore, <strong>Charles Ferguson</strong>, scrive: “Questo film è un tentativo di offrire un quadro esaustivo di un tema estremamente importante e attuale: la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande depressione (…). Era una crisi completamente evitabile (…). Io spero che questo film, in meno di due ore, dia al possibilità a tutti di comprendere la natura e le cause fondamentali del problema”. Ciò che rende politico un tale lavoro è: 1) lo sforzo per restituire una totalità, senza troncarla o rimuoverne degli elementi cruciali; 2) porre la questione delle responsabilità umane – eventi non accaduti per caso o necessità, ma per scelta o omissione; 3) assemblare tutti questi elementi in un prodotto della durata non superiore alle due ore. L’ultimo punto, che appare il più ovvio, è per certi versi quello decisivo in termini politici. <em>Inside Job</em> non è l’unico prodotto culturale che è stato in grado di fornire un quadro esaustivo della crisi, stabilendone natura, cause e responsabilità. Diversi studi, inchieste, libri hanno realizzato questi obiettivi. Ma difficilmente questi prodotti sono fruibili nell’arco di due sole ore, ossia in quell’intervallo di tempo che una persona qualsiasi è abituata, nel tempo del non lavoro, a dedicare allo svago o a particolari interessi. (Assemblare due ore d’informazioni, in modo approssimativo, arbitrario e caotico, è un esercizio giornalistico molto diffuso; fare la medesima cosa, in modo scrupoloso ed efficace, implica un non comune talento artistico e intellettuale.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Architetti e guardiani di mondi</em></p>
<p>Che cosa s’intende per quadro esaustivo? Se il discorso esperto, immergendosi nella foresta dei dettagli tecnici, analizza e disarticola, il documentarista politico sintetizza e articola. Detto più precisamente, allestisce il <em>mondo</em>, che ha permesso a determinati attori di compiere determinate azioni. Non è sufficiente sbattere un Madoff o un Kerviel o qualche altro trader diabolico davanti alle telecamere e dire: abbiamo il peccato e pure il peccatore! Ciò che viene rimosso in queste esibizioni dei grandi colpevoli è proprio il tipo di mondo in cui essi hanno potuto agire, nel quale sono maturate le loro azioni, si sono formati i loro desideri.</p>
<p>Non è sufficiente additare, da un punto di vista politico, l’azione avida, l’agente senza scrupoli. Bisogna delineare un intero mondo, per comprendere come, nel corso del tempo, siano maturate le condizioni di una tale crisi. Ed è quello che <em>Inside Job</em> riesce a fare, permettendo di vedere quali statuti sociali, CV, discorsi ipocriti, stili di consumo, astuzie legali, tracotanze di classe, sotterfugi intellettuali, strumenti scientifici o pseudo tali, alleanze politiche, conflitti d’interesse siano necessari per preparare un crollo mondiale del sistema finanziario.</p>
<p>Ma nel momento in cui un Ferguson riesce a evocare lo specifico mondo che ha prodotto la crisi, anche ci permette di seguire la pista politicamente più feconda: l’individuazione di quelli che, con<strong> Frédéric Lordon</strong>, potremmo chiamare <em>architetti </em>e <em>guardiani</em> di mondi. Scrive Lordon: “Dobbiamo assolutamente distogliere lo sguardo dagli individui, considerati unici autori dei loro atti e desideri, per cogliere quelle che sono le strutture che configurano, (…) definiscono gli interessi degli agenti e fissano il margine di manovra concesso loro per perseguirli. (…) Poiché, se incriminare la responsabilità degli agenti una volta che sono inseriti nelle strutture è perfettamente vano, ben diversamente risulta la questione della responsabilità di coloro <em>che hanno installato le strutture</em> e di coloro c<em>he hanno lavorato alla loro eternità</em>”[4].</p>
<p>Gli architetti della crisi, allora, sono innanzitutto i responsabili della deregolamentazione, coloro che a partire dagli anni Ottanta, hanno contribuito a eliminare istituti e norme che permettevano allo stato di porre limiti e controlli al potere finanziario. La deregolamentazione è una storia di attori politici che cedono a pressioni di lobby economiche e una storia di autorevoli esperti che forniscono legittimazioni ideologiche a questi cedimenti, permettendo che non vengano successivamente messi in questione. Le banche non hanno conquistato il mondo da sole, così come il potere economico non domina su quello politico per intrinseca superiorità: nell’arco di un trentennio, è possibile ricostruire negli Stati Uniti un deliberato ripiegamento del potere politico a favore di quello economico, ossia il passaggio da un regime imperfettamente democratico a un regime quasi perfettamente oligarchico. La deregolamentazione, anche se avviene attraverso piccole e discrete mosse d’ingegneria tecnocratica, è un’opera resa interamente possibile da chi detiene il potere politico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Necessità dei mondi comuni</em></p>
<p>Nel 2010 è stato pubblicato in Francia, il <em>Manifeste des économistes atterrés</em> (Manifesto degli economisti sconcertati), firmato da 630 economisti, mobilitati per proporre delle alternative alle politiche di austerità varate in Europa. Nell’introduzione si legge: la scienza economica “deve anche ricordarsi che appartiene ai cittadini, non agli esperti, di determinare in comune, attraverso la deliberazione democratica, gli obiettivi dell’azione economica, i criteri della sua efficacia e i mezzi per approssimarsi ad essa”. Parole sacrosante. Ma politici ed esperti potranno parlarsi tra di loro, e parlare al popolo sovrano, solo in virtù della necessaria collaborazione di artisti, scrittori, registi, che concorreranno a costruire mondi comuni, a partire dai quali abbia senso avviare il dibattito democratico.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Non faccio qui che seguire un ragionamento del sociologo francese Bruno Latour : “<em>composizione progressiva del mondo comune </em>è il nome che attribuisco alla politica”. Si veda in particolar modo<em> </em>“From Realpolitik to Dingpolitik or How to Make Things Public”, in <em>Making Things Public. Atmospheres of Democracy</em>, a cura di Bruno Latour e Peter Weibel, Exhibition at the ZKM – Center of Art and Media Karlsruhe, 2005.</p>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Si può vedere anche qui : www.alfabeta2.it/2011/06/22/debtocracy-sul-debito-greco/.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Disponibile da settembre 2011 nella collana « Real Cinema » di Feltrinelli, che associa al DVD un volume di materiali diversi, tra cui una guida per gli insegnanti.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Frédéric Lordon, <em>La crise de trop. Reconstruction d’un monde failli</em>, Fayard, 2009, pp. 37-38.</p>
<p>*</p>
<p><em>Questo articolo è uscito sul n° 15 di &#8220;alfabeta2&#8243;</em></p>
</div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia</a></p>
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		<title>C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/ce-la-crisi-ma-abbonatevi-a-murene/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 05:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1.jpg"></a> SPUTA SU HEGEL, SCRIVI SU MARX, ABBONATI A MURENE! OGGI CONVIENE!</p>
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<p>Vorremmo raccontarvi che cosa ha significato, sino a oggi, per noi di Nazione Indiana una scommessa che si chiama “Murene”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/ce-la-crisi-ma-abbonatevi-a-murene/">C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40992" title="i_told_you red" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> SPUTA SU HEGEL, SCRIVI SU MARX, ABBONATI A MURENE! OGGI CONVIENE!</p>
<p>PER <strong>2</strong> ABBONAMENTI SOLO <strong>30</strong> EURO. <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/products-page/">ABBONATI</a> E REGALA UN ABBONAMENTO!</strong></p>
<p>Cari abbonati e abbonate di Murene, e cari lettori e lettrici indiani,</p>
<p>Vorremmo raccontarvi che cosa ha significato, sino a oggi, per noi di Nazione Indiana una scommessa che si chiama “Murene”. Noi siamo soprattutto una realtà elettronica, informatica, virtuale, ma abbiamo voluto vagabondare anche nei luoghi fisici, nei locali e nelle librerie, nei castelli e nei circoli ARCI, abbiamo voluto incontrare altri autori, altri lettori, degli amici, dei curiosi, altri appassionati. La letteratura non è stata mai per noi un porto franco, al riparo dal caos epocale che stiamo attraversando, con le sue miserie in grande stile, le sue ottusità di gran formato. Per cui andiamo e veniamo da e verso la letteratura, che vuol poi dire da e verso la realtà.<span id="more-40989"></span></p>
<p>E mentre stiamo preparando progetti di e-book, abbiamo voluto lanciare una collana di libri, in carta e colla. Lo abbiamo fatto perché amiamo il libro, amiamo questo incastro tra la realtà della letteratura e la realtà del libro, come oggetto d’uso quotidiano, ma anche feticcio ipnotico, piattaforma di lancio onirico, di tuffo esploratore.</p>
<p>Ma per noi i libri di “Murene” sono stati e saranno un po’ come gli “oggetti transazionali”, un modo concreto di passare dalla grandi (onnipotenti) aspettative al reale rapporto di fiducia con dei lettori-abbonati. Non perché noi si creda di poter inventarci una qualche “comunità” privilegiata, ma perché “Murene” è la prova di una passione condivisa e di una fiducia nata dal dialogo intorno a questa passione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo quasi raggiunto la quota di 200 abbonamenti, grazie ai quali dovremmo rientrare nelle spese vive di stampa e spedizione. Il lavoro redazionale, grosso e serio che c’è stato, è parte di quel lavoro quotidiano che facciamo attraverso NI. Ed è questo sì un lavoro militante, pensato come nostro contributo a un mondo meno gretto e carogna, meno autodistruttivo e più cooperativo.</p>
<p>Questi 200 abbonati hanno davvero avuto fiducia in una sorta di intimo scambio: hanno, in qualche modo a scatola chiusa, accettato un prodotto librario semiartigianale, pensato e curato in tutti i suoi dettagli. (E abbiamo la fortuna di avere traduttori-viaggiatori-scrittori, come Andrea Raos, Stefano Zangrando, Massimo Rizzante, e grafici-artisti come Mattia Paganelli, e supervisori rigorosissimi come Domenico Pinto, ecc.).</p>
<p>Per noi si è trattato e si tratta di vincere questa scommessa: la letteratura esiste, quale che sia la condizione della grande, media o piccola editoria. Sappiamo che esiste perché le dedichiamo tempo, vita. Esiste come tutte le cose umane più importanti, senza confini netti e fondamenta certe. Noi sappiamo anche che la letteratura esiste, perché siamo sempre alla ricerca di scrittori che siano in grado di decifrare la realtà o di sfidarla, di irriderla. E questi scrittori, spesso, li incontriamo nei nostri vagabondaggi, direttamente o indirettamente, su uno scaffale di libreria o via mail, in un bar o ad una lettura. Noi sappiamo che la letteratura esiste, perché con voi e grazie a voi, riusciamo a farla apparire concretamente, nella forma-libro, e a farla circolare, nuovamente viva e contagiante.</p>
<p>Questa è quindi l’intimità propria di una collana come “Murene”. Essa ha bisogno di fiducia, della vostra fiducia di abbonati, ma anche e soprattutto vuole dare fiducia, sul fatto che si possa segnalare la potenza della letteratura anche dai luoghi più impervi e imprevisti. “Murene” è uno di questi luoghi, è una di queste azioni di guerriglia editoriale.</p>
<p>Per questo motivo vi invitiamo a farla esistere ancora, ad abbonarvi, a regalare l’abbonamento a qualche amico o amica, parente o serpente, vicino di casa rassicurante o psichedelico. Mostrateci che la scommessa era giusta, e che ha senso rilanciare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/ce-la-crisi-ma-abbonatevi-a-murene/">C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Importanza di un’opera</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 05:21:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/">Importanza di un’opera</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio. Non pretendo che il genere poetico sia l’unica forma di scrittura letteraria in grado di fare questo, ma mi sembra che in ciò consista la sua caratteristica e l’eredità, quindi, che si assume chi perviene al genere e dentro vi lavori in modo sempre diverso. (Perché la lingua di cui si vuole <em>sospendere </em>l’uso non è la lingua di ieri, ma quella di oggi, dei parlanti, e bisogna agire attraverso di essa in una maniera che non ha precedenti.)<span id="more-40982"></span></p>
<p>L’importanza dell’opera poetica di Giuliano Mesa si misura, dunque, sulla capacità che ogni suo verso esprime di ricondurci al linguaggio, che è <em>storicamente </em>il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico. Nel corso di questo smarrimento sono poi delle elementari figure dell’umano, straziate e strazianti, che emergono. Quelle figure che le narrazioni dell’attualità tendono per lo più a reificare, quando non le occultano o semplicemente dimenticano.</p>
<p>Conta poco, allora, che quest’opera importante, tra le pochissime che si collochino esemplarmente sul finire del novecento, pur aprendo al secolo successivo, non sia disponibile in quelle due o tre collane di poesia che ogni libreria italiana continua ad esporre sugli esigui scaffali dedicati al genere; conta poco se le pagine culturali dei quotidiani italiani, che generalmente disconoscono – a ragion veduta – un genere letterario che sospende l’ovvietà della comunicazione, non avranno dedicato a Mesa neppure un trafiletto necrologico – nonostante sia questo il genere pubblicistico che esse considerano più idoneo alla poesia; conta poco, infine, che tra quegli autorevoli critici che (ancora) scrivono di poesia, pochi fossero al corrente dell’esistenza di tale opera o ad essa abbiano dedicato un qualche lavoro consistente.</p>
<p>L’opera di Giuliano Mesa, infatti, nonostante la distrazione di alcuni, è da anni letta e commentata da altri, ha esercitato ed esercita, soprattutto sulle generazioni dei nati dai Sessanta in poi, un indubbio e prezioso magistero, come l’ha esercitata la figura libertaria, discreta e intransigente del suo autore. Che una tale opera abbia conquistato un tale spazio al di fuori delle marche più evidenti dell’ufficialità, è questo un problema che non la riguarda, ma su cui dovrà semmai interrogarsi quella generazione di addetti ai lavori che si pretendono in qualche modo responsabili di tale ufficialità.</p>
<p>*</p>
<p>[Questo pezzo è uscito sul n° 13 di "alfabeta2", nel supplemente "alfalibri"]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/">Importanza di un’opera</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>2 prose comode</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/2-prose-comode/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 08:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa comoda]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/asphaltes-8-2.jpg"></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p align="center"><strong>La politica della pergamena</strong></p>
<p>La pergamena era stata protetta da un circuito a doppia entrata. Giaceva come inavvertita sulla soglia del vestibolo, laddove i questuanti sessuali passavano e ripassavano con dita spellate e palpebre azzurre. Se qualcuno osava utilizzarla per stilare un osceno e disperato graffito – un pene ramificante o un culo-baule, con stemma numerico breve (codice di cittadinanza socio-psichiatrico) – dall’altro capo della Residenza si consentivano transazioni illimitate a suo discapito, fino al prosciugamento delle bacheche di credito individuale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/2-prose-comode/">2 prose comode</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/asphaltes-8-2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40895" title="asphaltes 8 2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/asphaltes-8-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p align="center"><strong>La politica della pergamena</strong></p>
<p>La pergamena era stata protetta da un circuito a doppia entrata. Giaceva come inavvertita sulla soglia del vestibolo, laddove i questuanti sessuali passavano e ripassavano con dita spellate e palpebre azzurre. Se qualcuno osava utilizzarla per stilare un osceno e disperato graffito – un pene ramificante o un culo-baule, con stemma numerico breve (codice di cittadinanza socio-psichiatrico) – dall’altro capo della Residenza si consentivano transazioni illimitate a suo discapito, fino al prosciugamento delle bacheche di credito individuale. Era un sistema a strappo: chi nuoceva su di un punto preciso, dimezzava di peso sociale. Niente più guanti e giacche a vento comunali, niente più psicologi nelle ore vuote, niente più gommapiuma tra bancale e pagliericcio. La pergamena era una strategia governativa: costava il sistema di sicurezza, la posa vestibolare, e la lavorazione in montagna. Ma riduceva il numero di assistiti tra i questuanti sessuali e le persone senza lavagna magica. Il furbo, però, che sempre alligna nella più ordinata tribù, vandalizzava indenne. Scioglieva un favo di fuliggine nell’aria, e se ne andava con passo calmo, insospettabile, mentre la pergamena anneriva come scarabocchiata da un carboncino invisibile. E i vigili, all’alba, astiosi e ridicolizzati, rimediavano in ginocchio con il secchio e la spugna.</p>
<p><span id="more-40867"></span></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong>La bistecca</strong></p>
<p>Restava il problema di come vedere la bistecca alla luce del giorno, perché anche di domenica, quando si sedeva a tavola, e sotto il pergolato, nella bella stagione, si metteva a soppesare coltello e forchetta, in attesa della bistecca messa a disposizione degli affamati, anche in quel frangente così rassicurante, popolato di bambini, suocere, giardinieri, vicini, cani da slitta, ebbene dentro quel rimestare umano accomodato, la bistecca finalmente in rada nel piatto, grazie al lavoro allegro della moglie e della cugina più anziana, che distribuivano e ammiccavano, ebbene lì, sotto i tiri della forchetta e gli affondi del coltello, la bistecca mostrava un profilo ambiguo, oscurato, nebbioso. Come se un’ombra perpetua, frutto di disagi alimentari dei bovini, o di strategia sbagliate d’allevamento, o per via dei radiodrammi radioattivi, sempre oscillanti tra l’acceso e lo spento, avessero guastato irrimediabilmente qualcosa, come se insomma fosse notte sempre fonda e sempre intorno alla bistecca, non da cruda, ma appena cotta, grigliata, persino a bagno maria, una povertà di luce e contorni, uno sfaldarsi dei dettagli, anche spiando da presso, come faceva lui, ormai, munito di una torcia elettrica tascabile: “Queste bistecche maledette hanno mantenuto il gusto e l’odore, ma quasi non si vedono più. È un supplizio insopportabile, mangiare e non sapere esattamente cosa mangi.” Gli altri ci avevano fatto caso, e poi c’avevano fatto il callo. Perché quello era il minore dei mali, visto il rumore elettrico, gracchiante, che ormai emettevano i fagiolini, le catalogne, le zucchine, i cavolfiori, le lattughe, le mele e addirittura le fragole, e quasi tutte le tipologie ortofrutticole, una volta che colte, lavate, tagliate a rondelle, crude o cotte, approdavano pure loro nel piatto: visibili, ma stonate, rumorose, irritanti durante l’intera masticazione.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Foto dell'autore in sembiante di sacco]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/2-prose-comode/">2 prose comode</a></p>
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		<title>Discorsi di dominazione trattati con pietas e rigore</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 10:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Si è svolto a Genova tra il 18 e il 20 novembre un convegno dal titolo <a href="http://www.sies-asso.org/pdf/autres/convegno_sil_personagge_genova_programma_laboratori.pdf">"Io sono molte. L'invenzione delle personagge"</a>. Il 17 sul "manifesto", assieme a un articolo di Francesca Serra, è apparso anche questo breve contributo.]</em></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Nel testo di presentazione del convegno “L’invenzione delle personagge” si legge: “Insomma, sono anni che le personagge – vogliamo chiamarle così, con un gesto di arbitrio creativo della lingua – della letteratura come del teatro e del cinema sono state decostruite, pezzo per pezzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/discorsi-di-dominazione-tratti-con-pietas-e-rigore/">Discorsi di dominazione trattati con pietas e rigore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si è svolto a Genova tra il 18 e il 20 novembre un convegno dal titolo <a href="http://www.sies-asso.org/pdf/autres/convegno_sil_personagge_genova_programma_laboratori.pdf">"Io sono molte. L'invenzione delle personagge"</a>. Il 17 sul "manifesto", assieme a un articolo di Francesca Serra, è apparso anche questo breve contributo.]</em></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Nel testo di presentazione del convegno “L’invenzione delle personagge” si legge: “Insomma, sono anni che le personagge – vogliamo chiamarle così, con un gesto di arbitrio creativo della lingua – della letteratura come del teatro e del cinema sono state decostruite, pezzo per pezzo. Osservarle quasi con una lente d’ingrandimento in una sorta di laboratorio della lettura e della scrittura, ha svelato come in uno specchio molti misteri dell’identità femminile, compresa una possibilità di liberazione non sempre evidente (…)”. L’occasione mi pare talmente importante e proficua, che vorrei rivolgere un invito particolare alle animatrici di un tale laboratorio sul “personaggio-donna” o, come qui si dice, sulla “personaggia”. Il tema scelto e il taglio dato a questi incontri permettono anche di toccare un discorso di metodo e soprattutto di ampliare la visuale angusta di cui molta critica letteraria accademica è vittima, quando tratta del rapporto tra letteratura e ideologia, o tra paradigmi narrativi e identità sociali. È proprio la vicenda del personaggio-donna che richiede di compiere questo passo radicale dal punto di vista teorico. <span id="more-40827"></span>Non è necessario attendere l’apporto della letteratura secondaria degli studiosi di narrativa, poesia, teatro o cinema, per cominciare a decifrare l’evoluzione dell’identità femminile, tra immaginario e denuncia, tra autobiografia e trasfigurazione utopica. Questo è già il lavoro che scrittrici e scrittori compiono, dal momento che sono i paradigmi narrativi per primi che hanno la capacità di disarticolare le identità sociali e il loro cemento ideologico. Con un enorme vantaggio, rispetto alle pretese decostruttive del discorso teorico-critico e del discorso politico, chi scrive, elaborando un punto di vista o una voce narrante, non ha la necessità di poggiarsi su un punto archimedeo che si trovi al di fuori del discorso di dominazione a cui è sottoposto il suo personaggio-donna. Ciò che la letteratura propriamente ci insegna è che una vera strategia di liberazione non può passare che attraverso l’assunzione consapevole del discorso che ci domina e che innanzitutto ha costituito, socialmente, la nostra identità come circostanza data, trasmessa inconsciamente come le condotte corporee più irriflesse. (Se qualcosa anche gli uomini hanno imparato dalle personagge è il peso che il discorso di dominazione esercita anche su coloro che si trovano socialmente nel ruolo di dominanti. A noi uomini, sono state le donne, per prime, a farcelo vedere chiaramente quanto sia tirannico essere degli affidabili, rassicuranti, maschi eterosessuali, sorridenti nel proprio ruolo. E questo non certo per indulgenza “materna”, ma per finezza di analisi.)</p>
<p>Quando si leggono romanzi come <em>L’altra Estzer</em> di Magda Szabó, <em>Trois femmes puissantes</em> di Marie NDiaye o <em>L’arte della gioia</em> di Goliarda Sapienza quello che ci sorprende è la consapevolezza e il rigore con cui viene trattato il discorso di dominazione. A differenza di quello che avviene nella vita e nel carattere, dove l’impulso immediato è quello di negare la parte più schiava e passiva di sé, queste scrittrici hanno studiato con distacco estetico la voce che le ha animate o che ha animato le loro coetanee o semplicemente le loro madri. Ma il distacco estetico, a sua volta, non può che presupporre un passaggio per la <em>pietas</em>, per questa compassione di sé, della parte peggiore o più odiata di sé, che consente di ascoltare lo specifico tono, ritmo e timbro della dominazione. La critica non passa qui per quella negazione del nemico interno, che pretende spesso di saltare fuori dalla propria condizione, salvo poi ritrovarsi schiavi di essa nel modo e nel momento più inaspettato. D’altra parte questa critica che fa leva sulla <em>pietas</em> neppure può sfociare in quell’odio per la propria emancipazione, che molte donne esprimono nei confronti di altre donne, rendendosi, nell’intimità domestica, le prime e a volte peggiori carceriere delle loro figlie, parenti o amiche più prossime.</p>
<p>Con questo non si vuole assolutamente svalutare la portata propriamente liberatoria di molti personaggi-donne della letteratura contemporanea. Ma questa liberazione, in figure come Estzer o Modesta, passa per la tortuosa orbita del desiderio maschile, conferendo loro una conoscenza complessa dell’umano, in cui la determinazione della propria identità si realizza sempre in un conflitto intimo con la visuale dell’altro da sé. In ciò emerge il doppio vantaggio che oggi presenta la frequentazione delle personagge: esse dispongono di una superiorità conoscitiva – conoscono il loro e l’altrui mondo – e hanno un’ironica capacità di uscire da sé. E possono formulare frasi come “Tutta la mia vita sono stata una donna”, che è anche il titolo di un libro della poetessa francese Leslie Kaplan. Noi uomini abbiamo molta meno distanza da noi stessi, per renderci conto che tutta la nostra vita siamo stati degli uomini.</p>
<p>*</p>
<p>[Ne approfitto qui per ringraziare Gina, perché mi fece conoscere<em> L'Arte della Gioia</em> di Goliarda Sapienza]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/discorsi-di-dominazione-tratti-con-pietas-e-rigore/">Discorsi di dominazione trattati con pietas e rigore</a></p>
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		<title>Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall&#8217;altro.</p>
<p>Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un&#8217;alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La &#8220;pacifica Europa degli affari&#8221; potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.<span id="more-40670"></span></p>
<p>In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una <em>alternativa </em>politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’<em>ipocrisia</em> del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.</p>
<p>Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici <em>apolitici</em> e <em>anazionali</em>. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.</p>
<p>Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.</p>
<p>Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.</p>
<p>Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)</p>
<p>Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, <em>realisticamente</em>, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi <em>non vogliono pagare</em>, e nel mondo attuale <em>hanno tutti gli strumenti</em> per non pagare.</p>
<p>Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.</p>
<p>Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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		<title>Notorietà del vuoto 4</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>5.<br />
<em>Tum porro locus ac spatium, quod inane vocamus,</em><br />
<em> si nullum foret, haud usquam sita corpora possent</em><br />
<em> esse neque omnino quoquam diversa meare;</em><br />
(I, 426-428)</p>
<p>Se non fosse il tuo posto, un falso posto,<br />
un porto illusorio, un utero bucato, un miraggio,<br />
ci potresti anche stare, giacere, a carponi,<br />
a quattro zampe, in piedi, come un obelisco,<br />
una statua, lo status, in una gerarchia mentale<br />
e senza tempo, ma perché tu ci metta<br />
piede, qualcosa deve farti passare,<br />
ma anche accoglierti, e poi lasciarti<br />
andare, tirarti dentro, per poi cacciarti<br />
fuori, questa cosa che ti tradisce<br />
così bene, lo chiamiamo vuoto, e Lucrezio<br />
<em>inane</em>, che è vocabolo vasto d’ombre<br />
e riverberi, sogni e simulacri,</p>
<p>ma anche d’evidenza e miseria, inospitale<br />
lato del mondo: quello nudo, spoglio,<br />
come la casa, quando è stata razziata,<br />
la nave, quando è scarica e deserta,<br />
o il sepolcro, privato della spoglia,<br />
o il cavallo senza il cavaliere,<br />
o la lettera non interessante,<br />
o l’uomo vano, spogliato di tutto,<br />
o le mani, che di tutte le umane forme<br />
portano maggiormente il vuoto,<br />
perché sempre se ne vanno se ne vengono<br />
tutti a mani che il vuoto avvolge, nude,<br />
evidenti, ma più di tutti è vuoto il corpo<br />
quando la voce e il gesto non lo scuotono:<br />
è cadavere, tutto pieno, deposto, arenato<br />
nel suo lugubre resto d’atomi, pasto<br />
comunque di vento, da tumulare invano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/notorieta-del-vuoto-4/">Notorietà del vuoto 4</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>5.<br />
<em>Tum porro locus ac spatium, quod inane vocamus,</em><br />
<em> si nullum foret, haud usquam sita corpora possent</em><br />
<em> esse neque omnino quoquam diversa meare;</em><br />
(I, 426-428)</p>
<p>Se non fosse il tuo posto, un falso posto,<br />
un porto illusorio, un utero bucato, un miraggio,<br />
ci potresti anche stare, giacere, a carponi,<br />
a quattro zampe, in piedi, come un obelisco,<br />
una statua, lo status, in una gerarchia mentale<br />
e senza tempo, ma perché tu ci metta<br />
piede, qualcosa deve farti passare,<br />
ma anche accoglierti, e poi lasciarti<br />
andare, tirarti dentro, per poi cacciarti<br />
fuori, questa cosa che ti tradisce<br />
così bene, lo chiamiamo vuoto, e Lucrezio<br />
<em>inane</em>, che è vocabolo vasto d’ombre<br />
e riverberi, sogni e simulacri,<span id="more-40557"></span></p>
<p>ma anche d’evidenza e miseria, inospitale<br />
lato del mondo: quello nudo, spoglio,<br />
come la casa, quando è stata razziata,<br />
la nave, quando è scarica e deserta,<br />
o il sepolcro, privato della spoglia,<br />
o il cavallo senza il cavaliere,<br />
o la lettera non interessante,<br />
o l’uomo vano, spogliato di tutto,<br />
o le mani, che di tutte le umane forme<br />
portano maggiormente il vuoto,<br />
perché sempre se ne vanno se ne vengono<br />
tutti a mani che il vuoto avvolge, nude,<br />
evidenti, ma più di tutti è vuoto il corpo<br />
quando la voce e il gesto non lo scuotono:<br />
è cadavere, tutto pieno, deposto, arenato<br />
nel suo lugubre resto d’atomi, pasto<br />
comunque di vento, da tumulare invano.</p>
<p>*</p>
<p>6.<br />
<em>Servitium contra paupertas divitiaeque,</em><br />
<em> libertas bellum concordia, cetera quorum</em><br />
<em> adventu manet incolumis natura abituque,</em><br />
<em> haec soliti sumus, ut par est, eventa vocare.</em><br />
(I, 455-456)</p>
<p>Tutto quello che oltrepassa la soglia dei sensi, che è visibile e udibile, che può essere assaggiato, annusato, toccato, colpito, abbracciato, raccolto, tutto ciò che penetra lo spazio del senso, e che può essere nominato, detto, raccontato, spiegato, diviso e moltiplicato, tutto quanto vibra e traversa, e tesse la stoffa delle narrazioni, di cui le vite sono fatte, tutto questo è poco, non fa resto nella durata e nel peso, perché cresce soggetto al disastro, nei grandi insiemi che si sfaldano, non permane la storia del bisnonno in guerra, né la lunga guerra, né i cadaveri di trincea e i crateri dell’obice, non permangono le carte dei comandi, le cartoline a casa, i cartoni con dentro gli stivali, il tabacco infangato tra le mani, non permane, qui, oggi, che quanto non si tocca e non si vede, ciò che non fa senso, non ha intreccio inizio e fine, non permane che un fondo mai sfiorato, uno scorrere di materia ondulare granulosa intermittente a fascio, non permane che il desiderio tangibile, nelle viscere nostre, di permanere come un seme indistruttibile, elementare, eterno.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/notorieta-del-vuoto-1/">Spunto 1</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/15/notorieta-del-vuoto-2/">Spunti 2 e 3</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/notorieta-del-vuoto-3/">Spunto 4</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/notorieta-del-vuoto-4/">Notorietà del vuoto 4</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 09:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[altre scritture]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[libreria Tadino]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[paolo giovannetti]]></category>
		<category><![CDATA[Quando Kubrick inventò la fantascienza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1.jpg"></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>14 ottobre 2011, ore 21.00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Libreria Popolare<br />
via Tadino 18, Milano</p>
<p style="text-align: center;">Alessandro <strong>Broggi</strong> e Paolo <strong>Giovannetti</strong><br />
presentano:</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Quando Kubrick inventò la fantascienza.</strong></em><br />
<em> Quattro capricci su 2001 Odissea nello spazio</em></p>
<p style="text-align: center;">di Andrea <strong>Inglese</strong></p>
<p style="text-align: center;">(La camera verde, Roma, 2011)</p>
<p style="text-align: center;">Sarà presente l&#8217;autore.</p>
<p><em>L’AUTORE</em></p>
<p><strong></strong>Andrea Inglese<strong> </strong>(1967) vive a Parigi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/">Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40339" title="M1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/M1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>14 ottobre 2011, ore 21.00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Libreria Popolare<br />
via Tadino 18, Milano</p>
<p style="text-align: center;">Alessandro <strong>Broggi</strong> e Paolo <strong>Giovannetti</strong><br />
presentano:</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Quando Kubrick inventò la fantascienza.</strong></em><br />
<em> Quattro capricci su 2001 Odissea nello spazio</em></p>
<p style="text-align: center;">di Andrea <strong>Inglese</strong></p>
<p style="text-align: center;">(La camera verde, Roma, 2011)</p>
<p style="text-align: center;">Sarà presente l&#8217;autore.<span id="more-40338"></span></p>
<p><em>L’AUTORE</em></p>
<p><strong></strong>Andrea Inglese<strong> </strong>(1967) vive a Parigi. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo <em>L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo</em> (2003), i libri di poesia <em>Prove d’inconsistenza</em>, in <em>VI Quaderno italiano</em> (Marcos y Marcos, 1998), <em>Inventari</em> (Zona 2001), <em>Colonne d’aveugles</em> (Le Clou Dans Le Fer, 2007), <em>La distrazione </em>(Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), le raccolte di prose <em>Prati / Pelouses </em>(La Camera Verde, 2007) in parte confluite<em> </em>nel volume collettivo <em>Prosa in prosa </em>(Le Lettere, 2009) e <em>Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001</em> (La Camera Verde, 2011)<em>. </em>Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, <em>Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 </em>(Metauro, 2009). È uno dei fondatori del blog letterario <em>Nazione Indiana </em>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/">www.nazioneindiana.com</a>) ed è redattore di <em>GAMMM</em> (gammm.org). È stato il curatore di <em>Per una critica futura. Quaderni di critica letteraria</em>, sul sito di Biagio Cepollaro (<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm">www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm</a>). È nel comitato di redazione di “alfabeta2” e cura il sito <a href="http://www.alfabeta2.it/">www.alfabeta2.it</a>. Per l’anno 2010-2011 è stato scrittore residente a Parigi con una borsa del Conseil Régional d’Île-de-France.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/12/per-un-uso-forsennato-poetico-di-kubrick/">Per un uso (forsennato) poetico di Kubrick</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 05:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[delegittimazione politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia liberale]]></category>
		<category><![CDATA[editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Urbinati]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>S’intitola <em>Il pericolo del doppio populismo</em>, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/">Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>S’intitola <em>Il pericolo del doppio populismo</em>, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Noi tutti lo conosciamo bene, è quello che ha avuto un grande successo per quasi un ventennio, con il binomio Berlusconi-Lega, sperimentandone tutte le sfumature. Da oggi, però, c’è una “nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale”. L’operazione ideologica è compiuta: lineare e grosso modo efficace.<span id="more-40294"></span></p>
<p>Ciò a cui si assiste, nelle piazze, nelle mobilitazioni spontanee, nei movimenti trasversali ai gruppi e alle categorie sociali, non è la reazione tardiva, ma sana e giusta, di una democrazia malata, corrotta, sull’orlo del tracollo economico e sociale. No, quello che si vede è una <em>minaccia</em> per la democrazia. Le classi dirigenti, e chi parla a loro e in nome loro, hanno sempre brillato nella capacità di <em>delegittimare</em> un’azione di natura politica. Si tratta di un’operazione meramente <em>discorsiva</em>: si prende una certa cosa e la si cambia di nome. Ciò che davvero inquieta sempre e comunque le classi dirigenti, e i loro portavoce, sono i gruppi di persone poco disponibili a farsi dirigere. Oggi sappiamo che le classi dirigenti più che dirigere qualcuno, esortano soprattutto a non fare nulla, come a seguito di un violento incidente. “Non toccate nulla, non spostate nulla. Aspettate sul posto. (Qualcosa succederà.)”</p>
<p>Le classi dirigenti hanno contribuito a sfasciare le istituzioni di quello stato democratico di cui erano responsabili, e adesso predicano clemenza, calma, e silenzioso patimento, a coloro che, in prima persona, ogni giorno soffrono per le conseguenze di questo sfascio. Dal momento, però, che non vi è nessun ragionevole motivo per rimanere inermi e paralizzati in una situazione di grande pericolo, le persone si muovono. E si muovono per prime quelle più esposte, i giovani.</p>
<p>In passato, le operazioni discorsive erano diverse a seconda delle circostanze e più o meno crudeli, ma sempre prendevano un certa cosa e le affibbiavano un nuovo nome. Prendevano una rivolta di disoccupati e la trasformavano in un’azione criminale, in vandalismo. Prendevano una rivolta di persone senza partito e la trasformavano in un gruppo di anarchici. Prendevano un gruppo di anarchici e li trasformavano in fuorilegge. Prendevano dei fuorilegge e li trasformavano in terroristi. Le vie della delegittimazione politica sono infinite.</p>
<p>La delegittimazione sancita dall’editoriale di Nadia Urbinati non è neppure delle più crudeli. Trasforma qualcosa di sano e vitale in qualcosa di malato e pericoloso. Trova modo di creare un parallelo tra cose antitetiche: il populismo della destra, che è una delega ancora più incondizionata e cieca all’uomo forte e falsamente vicino al popolo, e la revoca della delega parlamentare, attraverso una sorta di servizio attivo nei confronti della democrazia.</p>
<p>Certo, questi movimenti scarseggiano di capi che possano essere facilmente cooptati. Certo, si respira un’attitudine libertaria, poco propensa all’indottrinamento gerarchico, caro anche a tanta tradizione leninista. Certo, usano forme di democrazia partecipativa che non piacciano ai sostenitori della democrazia liberale. Stranamente poi, ma questo Nadia Urbinati non lo dice, molti di questi movimenti entrano nel merito delle questioni, portano avanti rivendicazioni precise, vivono una fase di discussione ed elaborazione propriamente politica. Ma l’unico ritornello sui cui potrete contare nell’editoriale-matrice è quello relativo alle nuove tecnologie della comunicazione. Il<em> medium </em>da solo riassume un programma politico, un dibattito, una ricerca collettiva. Non si parla mai dei contenuti politici dei movimenti, ma sempre dei social network utilizzati.</p>
<p>Comunque ora lo sappiamo. Siamo avvisati (studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ, ecc.). Il nome che ci daranno è questo: “populisti”. E con questo vorranno dire: “Dietro la vostra urgenza di cambiare, non c’è nulla di nuovo: solo un vecchio rifiuto, sterile e improduttivo”.</p>
<p>Nadia Urbinati, però, a bene guardare, non è riuscita ad approntare fino in fondo un oliato e coerente editoriale-matrice. E questo immagino per sua onestà intellettuale.</p>
<p>Dopo aver, infatti, compiuto la delegittimazione politica dei movimenti, definendoli come pericolosi fenomeni populisti, rimane incagliata, nella seconda parte dell’articolo, ad elencare tutti quei diversi (e ormai noti) fattori che hanno portato a questa crisi della rappresentanza politica. Finisce anche con lo scrivere: “Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette”. E dopo un compendio di tristissime notizie sullo stato dell’odierna democrazia parlamentare, l’autrice conclude così il suo articolo: “È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni”.</p>
<p>Purtroppo manca lo spazio per un’ulteriore colonna di 6000 battute, dove magari avrebbero potuto essere delineate le costruttive proposte della Urbinati, per realizzare questa benedetta “Restituzione dell’Efficacia” del voto democratico.</p>
<p>Ma anche l’Urbinati, in perfetto stile classe dirigente inizio XXI secolo, preferisce dire: “Non funziona un tubo, dovrebbe invece funzionare tutto. Ma state tutti tranquilli. Non spostate niente.”</p>
<p>Sinceramente, con tutto il rispetto per la competenza degli editorialisti di “Repubblica”, tra il pericolo del “pensiero-zero” – “Tutto crolla, ma voi state fermi” – e quello dell’opposizione “senza collegamento costruttivo con le istituzioni”, preferisco di gran lunga quest’ultimo. Almeno la gente si muove. E qualcosa d’imprevisto, addirittura di democratico, potrebbe accadere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/">Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Notorietà del vuoto 3</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/notorieta-del-vuoto-3/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/notorieta-del-vuoto-3/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 08:09:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[riscritture]]></category>
		<category><![CDATA[vuoto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40250</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em> 4.</em><br />
<em> Inter saepta meant voces et clausa domorum</em><br />
<em> transvolitant, rigidum permanat frigus ad ossa,</em><br />
<em> (I, 354-355)</em></p>
<p>Ora che senti le voci, che non puoi<br />
non sentire le voci, sempre le voci<br />
si fanno sentire, nei muri le voci<br />
di nuovo tornano udibili, attraverso<br />
tutta la fasciatura d’intonaco, la fibra<br />
di mattone, di ghiaia, di calce, persino<br />
il cemento pieno, armato di ferro<br />
in trame parallele, lascia scivolare<br />
le voci, sono quelle sottili che passano<br />
comunque, latenti, a giacimento,<br />
come se non fossero che bocche<br />
a infrangere i muri, portando quasi<br />
senso, baluginanti, rotte, smorzate,<br />
con delle storie, soprattutto i lamenti,<br />
i vocativi, le minacce, la nenia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/notorieta-del-vuoto-3/">Notorietà del vuoto 3</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em> 4.</em><br />
<em> Inter saepta meant voces et clausa domorum</em><br />
<em> transvolitant, rigidum permanat frigus ad ossa,</em><br />
<em> (I, 354-355)</em></p>
<p>Ora che senti le voci, che non puoi<br />
non sentire le voci, sempre le voci<br />
si fanno sentire, nei muri le voci<br />
di nuovo tornano udibili, attraverso<br />
tutta la fasciatura d’intonaco, la fibra<br />
di mattone, di ghiaia, di calce, persino<br />
il cemento pieno, armato di ferro<br />
in trame parallele, lascia scivolare<br />
le voci, sono quelle sottili che passano<br />
comunque, latenti, a giacimento,<br />
come se non fossero che bocche<br />
a infrangere i muri, portando quasi<br />
senso, baluginanti, rotte, smorzate,<br />
con delle storie, soprattutto i lamenti,<br />
i vocativi, le minacce, la nenia.<br />
<span id="more-40250"></span><br />
Salgono dalle fondamenta o piovono,<br />
voci mai registrate eppure dal passato<br />
in un continuo vagito, andante musicale,<br />
oscillando, in onde, bolle, eclissi,<br />
le voci che volevi e non volevi<br />
ascoltare, dietro i muri, dentro<br />
le pareti più interne, quando invece,<br />
come fossero armi da taglio, bucano,<br />
fendono la filatura di particelle, le voci<br />
volano, infilano tutti gli intervalli,<br />
scolano nei vuoti, prendono posto<br />
nel tuo vuoto, fai cassa armonica,<br />
risuoni, vibri, di tutte le voci passate,<br />
che passano, impazienti, non volute,<br />
che nessuno orecchio è stato preparato<br />
a udire, per cerimonia o dovere o amore,<br />
siccome il vuoto le conquista, tu ne sei<br />
ricettacolo, hai troppe distanze da colmare<br />
per ascoltare solamente la tua di voce.<br />
Insonorizzàti o meno, esili o medievali,<br />
i muri hanno bocche parlanti, vocianti,<br />
tutto quel fluire nel vuoto che assorda,<br />
che impregna, come un’aria fredda<br />
le ossa, macilenti voci nei pensieri<br />
che vogliono monologanti zittire<br />
un vociare di vicini: la pazza, l’iracondo,<br />
i due bambini, la coppia, i sei africani,<br />
i brasiliani travestiti, la bionda di Riga,<br />
il vecchio omosessuale con il cancro,<br />
i molti malati, gli afflitti, il ragazzo stanco,<br />
l’attore, il fabbro, l’ostetrica e il suo uomo,<br />
la televisione del cinese, le voci-radio,<br />
le animali, le sottovoci dei visi<br />
immobilizzati altrove, in altri anni,<br />
continenti, mondi, le voci vuote<br />
libere comunque nei vuoti, il muro<br />
come grande ricevitore, padiglione<br />
auricolare di ogni vita periferica, nascente.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/notorieta-del-vuoto-1/">Spunto 1</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/15/notorieta-del-vuoto-2/">Spunto 2 e 3</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/notorieta-del-vuoto-3/">Notorietà del vuoto 3</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L’ambigua familiarità del &#8220;Libro dell’inquietudine&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/29/l%e2%80%99ambigua-familiarita-del-libro-dell%e2%80%99inquietudine/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 00:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p><em>Il libro dell’inquietudine </em>di Bernardo Soares, libro postumo e incompiuto, scritto durante l’intera esistenza letteraria di Pessoa, costituisce oggi, indubitabilmente, uno dei grandi monumenti della letteratura della modernità, assieme al <em>Castello </em>di Kafka e all’<em>Uomo senza qualità</em> di Musil.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/29/l%e2%80%99ambigua-familiarita-del-libro-dell%e2%80%99inquietudine/">L’ambigua familiarità del &#8220;Libro dell’inquietudine&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Il libro dell’inquietudine </em>di Bernardo Soares, libro postumo e incompiuto, scritto durante l’intera esistenza letteraria di Pessoa, costituisce oggi, indubitabilmente, uno dei grandi monumenti della letteratura della modernità, assieme al <em>Castello </em>di Kafka e all’<em>Uomo senza qualità</em> di Musil. Parlo di modernità, non di modernismo, che riguarda invece l’esperienza di un altro degli eteronimi, Alvaro de Campos, voce importante nel sistema polifonico di Pessoa, ma inevitabilmente più circoscritta di quella di Soares. La portata dell’esplorazione condotta nel <em>Libro dell’inquietudine</em> investe gli ideali e le disillusioni dell’individualismo, ossia di quell’ideologia che si è affermata in Occidente in concomitanza con le forme di vita materiali della modernità, in un arco di tempo compreso grosso modo tra due secoli, tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XX(1). Se la voce di Soares giunge a noi così cristallina e familiare, è perché la cartografia dell’io autonomo che delinea – sciolto dalla società, dal mondo e da ogni al di là – costituisce anche i confini della nostra dimora: tutti quanti abbiamo edificato la nostra esperienza del mondo e dell’identità personale sulle orme di Soares.<span id="more-40225"></span></p>
<p>Vagabondando in rete, ce ne si può rendere conto con facilità. Brani dell’<em>Libro dell’inquietudine</em> si trovano sparsi in ogni tipo di blog, amatoriale o specialistico. Vi è quasi un effetto kitsch in questo citazionismo svagato delle parole di Soares. Noi, venuti dopo le tragedie e l’orrore del Novecento, al suo crepuscolo, tra industria dello spettacolo e miti post-moderni, siamo familiari con il carattere <em>poroso</em> dell’io, non temiamo la natura liquida dell’identità personale, la debolezza dei legami d’appartenenza. Siamo eredi disillusi di tutti i miti dell’interiorità: la macchina mediatica produce in serie quelle fantasmagorie che i moderni, da Rousseau in poi, hanno con così tanta cura e passione nutrito nella sfera dell’intimità. La radicalità solitaria e clandestina di Soares è oggi ripercorsa con leggerezza. Le sue frasi tremende, da finimondo, emergono nei “diari in pubblico” della rete con l’evidenza rassicurante di proverbi. Questo, in fondo, non deve stupirci. La peculiarità del<em> Libro dell’inquietudine</em> consiste nel voler essere l’<em>autobiografia di ognuno</em>. Per questo motivo se Soares è uno degli ulteriori eteronimi di Pessoa, è anche quello più inconsistente, il punto zero dell’invenzione stilistica e biografica, lo spazio vuoto che permette la circolazione costante tra il Pessoa autore e le sue finzioni, i suoi doppi, le sue proiezioni parziali.</p>
<p>La difficoltà di quest’opera sta, allora, nella possibilità di leggerla, distruggendo la patina di ovvietà che l’accompagna, e considerandola, invece, una delle grandi imprese conoscitive avviate dalla letteratura intorno alle caratteristiche di un soggetto umano in via di ridefinizione. Bernardo Soares si chiede che cosa sia (diventato) l’uomo <em>nella forma</em> dell’individuo moderno, ossia di una coscienza priva di mondo e di garanzie metafisiche, teologiche o soprannaturali. Soares assume fino in fondo, con spirito oltranzista, le promesse dell’individualismo. E ne brucia anche, con chiaroveggenza, tutti i miti. Ma nel corso di questo itinerario impietoso e dissolutivo sembra poter attingere ad una sorta di saggezza. L’identità, riesce a dirci a volte Soares, non è un progetto, una costruzione, un controllo, seppure parziale, del mondo, né un’impresa di dominio sugli altri, una collezione di ricordi, conservati nelle ordinate bacheche del senso: l’identità è una polvere di percezioni, istantanee, senza scopo e fine, che possono persino solidificarsi nel loro carattere elementare: ombre di oggetti, gesti isolati, frasi sospese, sbalzi di temperatura, diversa intensità della luce. Sono questi i <em>residui di ogni storia</em>, piccola e grande, sia nazionale che biografica, sia politica che economica. Sono residui che non si sommano né si lasciano intrecciare in qualche racconto. Non contribuiscono a edificare identità individuali o collettive. Non sono neppure al servizio di una dottrina religiosa o di una teoria etica. Non sono né puri fatti del mondo né puri moti della coscienza. Costituiscono una sorta di corrente molecolare, gratuita e insensata, che attraversa la vita di ognuno. Un fiume clandestino nel quale, però, è salutare bagnarsi. Proprio grazie a una tale immersione nella non permanenza e nel non-senso, possiamo, noi individui, prigionieri della nostra piccola coscienza e di tutte le sue pretese, liberarci un poco, godere senza avidità del mondo, privi di eternità che non sia il presente. Nulla si può edificare su un tale magro tesoro, se non un libro senza trama e senza il cristallo dei versi.</p>
<p><em>Il libro dell’inquietudine</em> ha, quindi, questo duplice e contradditorio profilo: da un lato, costituisce una sorta di enciclopedia dei luoghi comuni dell’interiorità moderna; dall’altro, di questa interiorità l’opera ci permette di cogliere l’aspetto contingente, la sua configurazione più carica, densa, e già in procinto di esplodere, vanificarsi. Pessoa, attraverso Soares, ha fatto con l’io puntiforme dell’individualismo moderno tutto quanto era possibile fare. Qualcosa di simile ha fatto Valéry, con i propri <em>Quaderni</em>. (E Pirandello, con i romanzi e i drammi teatrali.) Ma Pessoa è stato più radicale, in virtù di una risoluta asistematicità. Il rovello illuminista di Valéry è vanificato dal fatto che <em>Il libro dell’inquietudine</em> rifiuta radicalmente l’idea del metodo, della ricerca, della progressione, dell’articolazione per materie e argomenti. Pessoa non pretende di indagare il funzionamento della propria coscienza, come se si potesse edificare intorno ad essa un laboratorio sufficientemente solido. È la coscienza di Soares che funge da campo di esplorazione. La finzione è già penetrata negli strumenti di misurazione. I microscopi di Pessoa sono, a differenza di quelli di Valéry, già truccati, sono giocattoli, arnesi per ingrandimenti immaginari, forse per deliberate allucinazioni. Quanto a Pirandello, egli ha voluto calare la sua esplorazione dell’io in una veste sapientemente letteraria. In lui, nonostante le grandi innovazioni e le rotture dei codici di genere, prevale l’idea di lavorare dentro i confini di un prodotto letterario, per anomalo e provocatorio che sia. In Pessoa è presente qualcosa dell’esploratore folle, che è capace di sacrificare ogni idea di ritorno, di resoconto compiuto, a favore di un’erranza sempre rinnovata. Forse, più semplicemente, Pessoa era consapevole che <em>Il libro dell’inquietudine</em> si spingeva in una zona estrema della letteratura, in cui la logica stessa della finzione e dei suoi generi veniva messa in scacco. Per certi versi, Pessoa scriveva il romanzo di un diarista solitario, Soares, mettendo a frutto tutto il suo talento letterario, la sua sensibilità e immaginazione, la forza delle sue metafore. Nel contempo, però, egli era anche coinvolto in una sorta di esperimento antropologico serio e difficile, consistente nel riattualizzare, ma secondo procedure private e incerte, l’esperienza – comune a tante società pre-moderne – della dissoluzione dell’identità sociale della persona. Nelle società tradizionali è la pratica rituale e collettiva della <em>festa</em> ad approntare tale spazio di dissoluzione, attraverso le esperienze della trance, della danza o dell’assunzione di droghe. Nel mondo moderno, come l’antropologo  ricorda, la letteratura ha spesso raccolto il testimone di queste pratiche sociali destinate a produrre esperienze limite, di rottura e ricostituzione dell’ordine vigente. Scrive in un saggio del 1977, intitolato <em>Il dono di niente. Saggio sull’antropologia della festa</em>: “Ciò che per l’analisi è più difficile da cogliere è la natura di questi stati ‘destrutturati’, di queste ‘zone d’ombra’ che la letteratura con maggior forza ha tentato di sperimentare. Qui non si tratta più di segmenti di realtà collettiva compresi nell’esercizio del sacro, ma di rotture momentanee del “corso delle cose” e per la quali è necessario definire una durata originale e una percezione originale dello spazio”.</p>
<p>Una tale prospettiva sembrerà senz’altro aberrante a uno studioso accademico di letteratura, ma credo che sia del tutto pertinente per cogliere l’importanza di un’opera come <em>Il libro dell’inquietudine</em>, strappandolo a quel carattere innocuo e familiare, di cui parlavo all’inizio. Non che tale facilità di lettura non sia giustificata, anzi. Ma in essa di celano ancora svariati e abissali sottofondi dell’umano.</p>
<p>*</p>
<p><em>Nota</em></p>
<p>1) Le periodizzazioni sono una brutta bestia. Per ciò vanno prese per le corna.</p>
<p><em>[Questo intervento, sollecitato da Antonio Fournier, apparirà sulla rivista "Submarino" n°0,  Scritturapura, Asti, aut. 2011]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/29/l%e2%80%99ambigua-familiarita-del-libro-dell%e2%80%99inquietudine/">L’ambigua familiarità del &#8220;Libro dell’inquietudine&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 05:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/P1040382.jpg"></a>&#160;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Inutile trattarle con ironia o condiscendenza, le narrazioni esistono nel frantumato mondo della sinistra italiana, ed esistono ancora prima che qualcuno come Vendola ne denunci l’insufficienza o la mancanza. Avranno perso la maestosità novecentesca, ma pur diminuite e rabberciate affiorano nelle discussioni pubbliche o private, in bocca a dirigenti di partito o nei messaggi in rete tra militanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/19/di-certe-narrazioni-della-sinistra-euforiche-o-saturnine/">Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/P1040382.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/P1040382-300x225.jpg" alt="" title="P1040382" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-40122" /></a>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Inutile trattarle con ironia o condiscendenza, le narrazioni esistono nel frantumato mondo della sinistra italiana, ed esistono ancora prima che qualcuno come Vendola ne denunci l’insufficienza o la mancanza. Avranno perso la maestosità novecentesca, ma pur diminuite e rabberciate affiorano nelle discussioni pubbliche o private, in bocca a dirigenti di partito o nei messaggi in rete tra militanti. Ve ne sono due almeno, tra le più ricorrenti e sclerotizzate, che varrebbe la pena di evocare. Una coesiste grosso modo con la dirigenza del PD ed è un racconto di opportunità da cogliere e di buon governo. Ha come protagonisti i membri della classe media e come grande nemico il mefistofelico Berlusconi. L’altro è un racconto di contestatori che si vogliono lucidi e irriducibili, e ha come protagonisti piccoli gruppi di militanti calati nelle trincee. Il nemico, in questo caso, è l’onnipotente e pervasiva macchina del potere capitalistico; da essa si dà una sola opportunità di scampo: <em>la Rivoluzione</em> mondiale, ad orologi sincronizzati.<span id="more-40116"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tecnocrazia contro populismo</em></p>
<p>Il PD ha messo al centro del suo racconto quello che nel modello attanziale di Greimas si chiamerebbe l’<em>opponente</em>: Berlusconi. C’è un soggetto ben intenzionato, il partito di centro sinistra, che ha un oggetto, ossia uno scopo per il Paese: buone istituzioni, civismo e buona politica. Berlusconi è il malefico ostacolo alla realizzazione di questo scopo. L’Unione Europea e, più precisamente, il cerchio venerabile di esperti che ne governano le istituzioni, costituiscono gli aiutanti, coloro che possono riportare, assieme al PD, l’Italia sul cammino del progresso. Che siano poi i ministri delle Finanze della zona euro a determinare la direzione di questo cammino, è un dato scontato, sul quale la narrazione non indugia. Tutto si gioca sulla contrapposizione tra “un buon governo”, in grado di difendere i valori liberali della tolleranza, e un governo corrotto, autoritario e populista, capace solo di alimentare il cinismo della popolazione. In questo scenario, ci può essere forse spazio per qualche monito contro gli effetti peggiori del neoliberismo, ma non per una considerazione delle crescenti diseguaglianze sociali nelle democrazie occidentali. Avendo evacuato dal proprio racconto ogni riferimento al conflitto di classe, il PD ha rinunciato a svolgere quella funzione se non di guida, almeno di traduzione in vocabolario politico della sofferenza e della rabbia dei ceti popolari. Ci ha pensato invece la destra, tempestivamente, a riconoscere le frustrazioni sociali, offrendo nemici prossimi, poco attraenti e sufficientemente fragili (immigrati, piccola criminalità, giovani contestatori), tali da offrire gratificazioni a buon mercato. D’altra parte, è forse proprio questa identità di classe priva di tensioni, ormai libera dai richiami alla responsabilità diretta della lotta, a incontrare il favore elettorale di una parte del ceto medio che crede, a torto o ragione, di poter salvaguardare il proprio livello di vita e i propri diritti fondamentali senza modificare le proprie abitudini in direzione di una rinnovata militanza. Non è solo la dirigenza del PD a temere ogni richiamo a forme di democrazia partecipativa; anche una parte del suo elettorato predilige, al di fuori dell’esercizio del voto, occuparsi di carriera, consumi e famiglia, salvo indignarsi nel salotto di casa per l’ennesima sparata del capo del governo.</p>
<p>Al racconto populista di Berlusconi, il centro sinistra ha contrapposto un racconto di tipo paternalistico e tecnocratico. In questo conservando, nonostante tutte le esibite metamorfosi, alcuni geni dell’antico PCI: la catechesi leninista delle masse e l’associazione d’origine illuminista tra scienza e progresso. Se questa narrazione ha riscosso successo in chi gode di sufficienti garanzie contrattuali per sentirsi al riparo dalle tempeste, ciò non accade nella fascia del ceto medio costituita dalle nuove generazioni. Quest’ultima, direttamente colpita dalla regressione sociale, sta dimostrando poca propensione ad ascoltare prediche sulla <em>governance</em> globale. Il PD ha avuto buon gioco, finché tutto si svolgeva nei confini di casa, ad opporre la professionalità politica dei quadri di partito al populismo di varia natura (berlusconiano, leghista, di Grillo). Ma di fronte alle mobilitazioni spesso apartitiche – radicali nelle rivendicazioni e libertarie nel metodo – che stanno moltiplicandosi in Europa contro le politiche d’austerità, l’intreccio narrativo del centro sinistra si è indebolito ulteriormente. E ciò a fronte di un comportamento del suo personale politico che, nei fatti, poco corrisponde a quella gestione tecnocratica “pulita”, che dovrebbe distinguere la civile opposizione dalla barbarie di governo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Teologia della cattività</em></p>
<p>Se la narrazione tecnocratica gira a vuoto, ha però una tonalità euforica, in quanto distende i suoi episodi in un’atmosfera quasi priva di gravità. La narrazione di cui voglio parlare ora, invece, ha tonalità del tutto opposte: saturnine e livide. Essa circola tra alcuni inflessibili frazionisti della sinistra radicale, che possono dirsi adepti di una battuta tratta da un film distopico di Kathryn Bigelow (<em>Strange days</em>, 1995): “il problema non sta nell’essere paranoici, ma nel non esserlo abbastanza”. Non nego che questa sia una massima alquanto saggia, ma il suo abuso può produrre alcuni effetti indesiderabili come l’autoreclusione e la paralisi. Una narrazione che si basa su questi presupposti tende a vedere il mondo con occhio medusesco, come un panorama pietrificato, in cui ogni partita è persa in partenza, e l’unico vantaggio che il perdente ha sul vincitore è la lucidità dello sguardo, la coscienza dettagliata della sua prigionia, il numero esatto di passi che la sua invisibile cella gli concede.</p>
<p>In questo racconto, la minoranza avida e cinica del pianeta ha nelle proprie mani tutti gli strumenti che le assicurano un controllo capillare sulla maggioranza impotente. Ciò che è decisivo, infatti, non è la contrapposizione manichea tra i pochi criminali e i tanti innocenti, ma l’idea gnostica di una corruzione pervasiva dell’intero universo storico-politico. Non solo vigono, di norma, complotti, ricatti, manipolazioni di massa, infiltrazioni, ma tutte queste pratiche tendono a realizzarsi in modo infallibile. E laddove il potere sembra mancare il proprio bersaglio o uscire sconfitto da una battaglia, ciò è frutto di una semplice diversione, di una variante calcolata. Nulla, insomma, può accadere per caso.</p>
<p>Una tale concezione “religiosa” del potere si sposa con una corrispondente concezione della lotta per il suo sovvertimento. Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria. La rivoluzione, infatti, non è di questo mondo, se per “questo mondo” s’intende un insieme di condizioni storiche e geografiche ben definite, che fanno di una rivoluzione qualcosa di specifico e irripetibile. Non è un caso, infatti, che nessuna delle rivoluzioni arabe abbia passato i severissimi test dei militanti inflessibili, che hanno lamentato ovunque errori, debolezze, perversioni (gli insorti hanno peccato d’improvvisazione, di abuso dei mezzi tecnologici, hanno scelto parole d’ordine squalificate come “democrazia” e “libertà”, sono stati burattini nelle mani dell’esercito, controfigure pilotate dalla CIA, folle sottoproletarie mosse dalla fame e non dalla teoria marxista, sparavano con armi occidentali e non usavano lance artigianali, ecc.).</p>
<p>Diverse sono le matrici ideologiche di tale teologia della cattività, se ci volgiamo almeno al novecento. Uno degli esempi più pertinenti è forse quello rappresentato dalla critica dello spettacolo di Debord. Se nella <em>Società dello spettacolo</em>, Debord aveva lasciato un ridotto, ma ben definito spazio di manovra per l’azione politica, concependo i Consigli operai come la sola forma legittima di potere rivoluzionario (§ 117), nei <em>Commentari </em>ogni margine di resistenza nei confronti della strategia globale dello “spettacolare integrato” pare essersi dissolta. In questo passaggio tra il primo e il secondo Debord avviene qualcosa di significativo: a mano a mano che l’analisi critica si fa più radicale, la capacità di reazione rispetto all’ideologia dominante perde di consistenza. Tutto finisce per giocarsi nella coscienza, che si trova alla fine presa in una lotta estenuante per non farsi ingannare dal demone maligno dello spettacolo.</p>
<p>Diverse sono le esperienze della sinistra radicale in Italia, ma molte di esse rischiano di inserirsi “naturalmente” in questa cornice narrativa, che privilegia una sorta di militanza <em>testimoniale</em>. Di fronte alla macchina onnipotente della repressione, della manipolazione e della falsificazione, il dissenso non può assumere che l’espressione di un rituale identitario, di cui solo una ristretta cerchia sacerdotale possiede le chiavi. Questo rituale riconosce di primo acchito la propria impotenza politica, l’inefficacia della propria azione, ma ne vuole preservare tutta la sua carica profetica, di testimonianza. Il militante testimoniale non è minimamente interessato a sviluppare una narrazione molteplice e inclusiva, che si muova nel senso dell’aggregazione dei soggetti e della pluralità delle loro concrete esperienze. Egli è convinto di essere il custode, in carne ed ossa, della <em>autentica</em> soggettività rivoluzionaria, che va soprattutto preservata da commistioni con il nemico o con le soggettività alienate degli altri sfruttati.</p>
<p>Entrambe queste narrazioni, la tecnocratica e paternalista, e l’inflessibile e frazionista, ignorano il tesoro dell’esperienza politica che, nata a Seattle, è stata sfigurata tre anni dopo a Genova dalla violenza poliziesca. Tale esperienza si era data, tra gli altri, il nome di “movimento dei movimenti”. Oggi i movimenti riappaiono nella loro pluralità e nella volontà d’intervenire contro le politiche nazionali o sovranazionali. Ancora non emerge, però, una narrazione che si voglia inclusiva, capace di promuovere un intreccio tra queste diverse esperienze nell’ottica di una perdurante dialettica tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa. Ciò non comporterebbe solamente la fine del mito tecnocratico, ma anche l’abbandono di un modello unico di soggettività rivoluzionaria, per aprirsi all’incontro e alla collaborazione tra soggettività diverse, in divenire e mai completamente riconducibili ad una prospettiva dottrinaria ed etica omogenea. La narrazione che ci manca è una narrazione polifonica, in grado innanzitutto di accogliere e articolare tra di loro le molteplici voci della sofferenza e della frustrazione sociale, invece di denigrarle in nome della superiore competenza degli esperti o dei rivoluzionari autentici.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questa è la versione ultima e riveduta di un pezzo che per un disguido editoriale è apparso in una versione precedente, e meno buona, su "alfabeta2" di settembre]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/19/di-certe-narrazioni-della-sinistra-euforiche-o-saturnine/">Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)</a></p>
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		<title>Notorietà del vuoto 2</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 15:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[De rerum natura]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>2.<br />
At nunc per maria ac terras sublimaque caeli<br />
multa modis multis varia ratione moveri<br />
cernimus ante oculos, quae, si non esset inane,<br />
non tam sollicito motu privata carerent<br />
quam genita omnino nulla ratione fuissent,<br />
undique materies quoniam stipata quiesset.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/15/notorieta-del-vuoto-2/">Notorietà del vuoto 2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>8 spunti lucreziani</em></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>2.<br />
At nunc per maria ac terras sublimaque caeli<br />
multa modis multis varia ratione moveri<br />
cernimus ante oculos, quae, si non esset inane,<br />
non tam sollicito motu privata carerent<br />
quam genita omnino nulla ratione fuissent,<br />
undique materies quoniam stipata quiesset.<br />
(I, 340-345)</em></p>
<p>Si vede, nel video, come se ne vanno,<br />
come vengono, e partendo ritornano,<br />
e poi lasciano, si ritrovano, convergono<br />
in altri moti divaganti, sparpagliati<br />
o compatti, sono masse fluenti, sono<br />
flussi umani, ma senza salvifica<br />
orbita, ognuno abbandona il posto<br />
proprio per uno più in basso o in alto.<br />
Lo spazio c’è, vuoto, per passare, le soglie<br />
non fanno inciampo, neppure le frontiere<br />
di mare tengono fermo l’ammarato<br />
che sconfina, tutto gonfio d’acque,<br />
a Porto Palo, e sotto l’onda, obliqui,<br />
scorrono, oscuri, oltrefrontiera i neri<br />
tra una terra e l’altra, le correnti portano<br />
via ininterrotte, anche senza un porto,<br />
una bara stagna, un buco di sepoltura.<span id="more-40106"></span></p>
<p>Tutti all’inesausta traversata, chi nell’aria,<br />
dentro una carlinga lucidata, con l’aria<br />
temperata, le pagine di borsa, il succo<br />
d’aranciata, chi sulla zattera affollata,<br />
per mare piatto, affocata, dove l’urina<br />
si beve centellinata, tutti atterriti<br />
all’avanzata, nella vuota mira<br />
d’un paradiso fiscale o di qualche<br />
soldo da spedire, chi sull’auto d’alta<br />
cilindrata, chi nei vani motore, vivo<br />
imballo, segreta merce che respira<br />
tra pianale e paracarro.</p>
<p>Su trampoli, a cavallo, rasoterra,<br />
come scalciati, trainati, se ne vanno,<br />
toccata la sponda tornano, nel video<br />
si vedono, insonni, a tagliare<br />
nel vago: nulla li frena, li calma,<br />
nel loro quotidiano capofitto.</p>
<p>*</p>
<p><em>3.<br />
Praeterea quamvis solidae res esse putentur,<br />
hic tamen esse licet raro cum corpore cernas.<br />
(I, 346-347)</em></p>
<p>Se dio esistesse, avrebbe, come ogni fattore che si rispetti, tenuto le cose e tutti quanti al loro posto, ogni cosa nella sua guida, ogni corpo dentro l’uniforme, un presepe saldo, lustro, definitivo, costituito di una materia immane, quasi immateriale, completamente levigata, traslucida, piena, che nessuna ruggine o crepa intacca, come il bene di cui almanacca Agostino, al di fuori del quale il male è nulla, pura deficienza d’essere, ma è questo il punto: l’essere ondeggia, slitta su se stesso, sbanda, sfarina, cade in pezzi. Se dio esistesse, pur nel suo indecifrabile disegno, qualcosa almeno sarebbe chiaro: l’incolumità dei viventi e della vasta mole delle loro suppellettili, ma <em>si evince copiosamente che nulla è impenetrabile nelle cose</em>, il rimescolamento regna, e l’infiltrazione, il contagio, l’osmosi, poiché ogni recipiente, piano d’appoggio, muro di protezione e sostegno, è predisposto a divaricazione, curvatura, piegamento, guasto, decomposizione, schianto, rovinosa sparizione.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/notorieta-del-vuoto-1/">Spunto 1</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/15/notorieta-del-vuoto-2/">Notorietà del vuoto 2</a></p>
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		<title>Notorietà del vuoto 1</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 05:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[De rerum natura]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[riscritture]]></category>
		<category><![CDATA[vuoto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>8 spunti su Lucrezio</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>1.<em><br />
Nec tamen undique corporea stipata tenentur<br />
omnia natura; namque est in rebus inane.</em><br />
(I, 329-330)</p>
<p>Nella cosa c’è il vuoto, il difetto, lo strappo.<br />
C’è il tappo, lo scolo, il beccuccio, il forato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/notorieta-del-vuoto-1/">Notorietà del vuoto 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>8 spunti su Lucrezio</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>1.<em><br />
Nec tamen undique corporea stipata tenentur<br />
omnia natura; namque est in rebus inane.</em><br />
(I, 329-330)</p>
<p>Nella cosa c’è il vuoto, il difetto, lo strappo.<br />
C’è il tappo, lo scolo, il beccuccio, il forato.<br />
C’è la porta, la finestra, l’uscita e l’entrata.<br />
C’è il vano, la fessura, l’oblò, il cassetto.<br />
C’è il buco del cesso, la crepa murale,<br />
la falla nel sistema nervoso centrale.<br />
C’è il baco di Palo Alto<br />
nella rete telematica mondiale.</p>
<p>C’è quella cosa che fa male<br />
anche nel bunker della merce:<br />
la feritoia fatale, carnale,<br />
una bocca da riempire<br />
di voce da sputare.</p>
<p>Non basta stipare la stiva<br />
di spesa, qualcosa, nell’angolo,<br />
rimane da colmare,<br />
qualcosa dentro<br />
la maglia stretta dei tessuti<br />
che sempre se ne scappa. Si comincia<br />
a morire.<span id="more-40078"></span></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Nota</em></p>
<p style="text-align: left;">Questa serie di testi nasce da un&#8217;idea di Giancarlo Alfano, che ha coinvolto diversi altri poeti, sollecitando un attraversamento del <em>De Rerum Natura</em> (una riscrittura, un commento, una nuova traduzione). Io ho deciso di lavorare sul primo libro e sui versi che dimostrano la realtà del vuoto. Ho così scelto otto passaggi, alcuni nodali, altri secondari, del discorso di Lucrezio, utilizzandoli come inneschi, spunti, occasioni scatenanti.</p>
<p style="text-align: left;">[Da <em>La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio</em>, a cura di G. Alfano, Perrone Editore, 2011]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/notorieta-del-vuoto-1/">Notorietà del vuoto 1</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Una poesia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/27/una-poesia-2/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/27/una-poesia-2/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Aug 2011 05:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[facce]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/P1010934.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non cedo nulla, anzi quasi niente,<br />
non bisogna cominciare mai, da nessun punto,<br />
cedo al massimo l’acido cianidrico<br />
e qualche altra bruttura, la rotaia guasta,<br />
se cedessi anche un solo sapore, gli spinaci freddi,<br />
senza olio, o una noce secca, con il gheriglio<br />
sui bordi atrofizzato, qualcosa comunque<br />
cedo ancora, la tapparella che s’inceppa,<br />
e anche – ora che ci penso – quella luce grigia<br />
che filtra di mattina, e il mattino, quello buio,<br />
invernale, con il cielo senza zone, interrato,<br />
cedo il cielo, l’aria che non circola, la mia gamba<br />
che magra non s’appaia con il torso,<br />
e non trova la giusta curva nell’immagine allo specchio<br />
e l’albero nervoso, il registratore di cassa<br />
delle forme: cedo anche la matassa morbida nel cranio,<br />
e il contratto stesso di cessione, totale,<br />
non rimanga neppure quello<br />
ad ingombrare nel vuoto<br />
del cedimento perfetto</p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: right;">.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/27/una-poesia-2/">Una poesia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/P1010934.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39932" title="P1010934" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/P1010934-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non cedo nulla, anzi quasi niente,<br />
non bisogna cominciare mai, da nessun punto,<br />
cedo al massimo l’acido cianidrico<br />
e qualche altra bruttura, la rotaia guasta,<br />
se cedessi anche un solo sapore, gli spinaci freddi,<br />
senza olio, o una noce secca, con il gheriglio<br />
sui bordi atrofizzato, qualcosa comunque<br />
cedo ancora, la tapparella che s’inceppa,<br />
e anche – ora che ci penso – quella luce grigia<br />
che filtra di mattina, e il mattino, quello buio,<br />
invernale, con il cielo senza zone, interrato,<br />
cedo il cielo, l’aria che non circola, la mia gamba<br />
che magra non s’appaia con il torso,<br />
e non trova la giusta curva nell’immagine allo specchio<br />
e l’albero nervoso, il registratore di cassa<br />
delle forme: cedo anche la matassa morbida nel cranio,<br />
e il contratto stesso di cessione, totale,<br />
non rimanga neppure quello<br />
ad ingombrare nel vuoto<br />
del cedimento perfetto</p>
<p><span id="more-39928"></span><em></em></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>foto dell&#8217;autore in sembiante subacqueo</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/27/una-poesia-2/">Una poesia</a></p>
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		<title>Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Aug 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Mesa, è apparso sul n° 3 di "<a href="http://www.attimpuri.it/">Atti impuri</a>"]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi?</p>
<p>Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/23/voce-e-paesaggio-su-giuliano-mesa/">Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Mesa, è apparso sul n° 3 di "<a href="http://www.attimpuri.it/">Atti impuri</a>"]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi?</p>
<p>Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove. Qualsiasi titolo e trofeo, vanno vagliati con cautela. Nella narrativa, almeno, il successo commerciale permette di squadernare evidenze, che possono poi essere confutate da evidenze d’altro genere, quali il giudizio del critico. In poesia tutto si decide tra pochi, endogamicamente, con grande rischio. A volte, persino, non si decide un bel niente: ognuno nutre semplicemente, nel cantuccio proprio, nella chiesuola d’appartenenza, le proprie chimere. L’opera di un poeta può esserci, straordinaria, ma risulta magari invisibile o dispersa dal punto di vista editoriale, mentre altri libri di nessun pregio, per ragioni estrinseche, girano per librerie, biblioteche e premi.<span id="more-39901"></span></p>
<p>Proverò, quindi, nel poco spazio che mi è concesso, a fornire degli argomenti, delle prove, a sostegno del mio giudizio.</p>
<p>1) L’opera di un poeta è importante, quando essa è in grado di manifestare ancora una volta le ragioni estetiche e conoscitive del genere poetico. Detto in altri termini, è importante ogni opera poetica che ci permetta di leggere il destino umano attraverso un’ottica peculiare, non traducibile in forme artistiche e culturali che non siano quelle della poesia stessa. La poesia di Mesa riesce a fare questo, innanzitutto perché si presenta come opera, ossia itinerario complesso, sviluppo di temi e forme, di possibilità sintattiche e di famiglie lessicali, di ritmi e partiture grafiche. Ogni libro appare come un ripensamento, come la crisi o la radicalizzazione del precedente. Nel contempo, però, i rimandi interni sono fitti, a ribadire una coerenza d’insieme, una fedeltà nel tempo alle proprie ossessioni.</p>
<p>2) Quest’opera è oggi accessibile al lettore, grazie al lavoro rigoroso della casa editrice La Camera Verde di Roma, che nel 2010 ha raccolto in volume, a cura del critico Alessandro Baldacci e con la supervisione dell’autore, tutte le poesie fino ad ora pubblicate in volume. <em>Poesie 1973-2008</em> contiene <em>Schedario </em>(1973-1977), <em>Poesie per un romanzo d’avventura</em> (1985-1995), <em>Da recitare nei giorni di festa</em> (1996), <em>Quattro quaderni</em> (1995-1998), <em>chissà</em> (1999), <em>Tiresia</em> (2000-2001), <em>nun</em> (2002-2008). Anche se i volumi della Camera Verde non sono presenti nelle librerie, come non lo sono la maggior parte dei volumi di poesia delle piccole e medie case editrici, l’opera poetica di Mesa è oggi interamente disponibile per chi la voglia conoscere. È sufficiente ordinarla, recandosi sul sito dell’editore (<a href="http://www.lacameraverde.com/">www.lacameraverde.com</a>). Insomma, chi davvero ami la poesia, ha tutte le opportunità per misurarsi con l’opera di questo autore.</p>
<p>3) Proverò a dire, ora, di cosa parla la poesia di Mesa. Ad una prima approssimazione, i motivi che appaiono più costanti sono quelli della <em>voce</em> e del <em>paesaggio</em>. Si tratta non di due figure distinte, ma di un’articolazione fondamentale che assume la scrittura poetica: quest’ultima “chiama”, fa sorgere, una voce al cospetto di un paesaggio. Voce e paesaggio affiorano assieme, si definiscono per esplosione e rimbalzo. La voce permette al paesaggio di apparire, anche se il paesaggio precede silenziosamente la voce. Nell’incontro tra voce e paesaggio è la figura dell’umano che emerge, ma un umano primordiale, oscillante tra preistoria e dopo-storia, privo di ogni sostegno istituzionale, ossia senza funzione sociale, legittimazione ideologica, identità storica. Il tema della voce-paesaggio è un tema ben presente nella poesia novecentesca, basti pensare al caso del “vocativo” zanzottiano. Ma in Mesa il paesaggio non ha una radicamento storico-geografico su cui far leva per sprigionare senso, valore, narrazioni possibili, seppure nella forma aurorale e innocente del balbettio. È un paesaggio di rovine e detriti ai margini di ogni civiltà possibile; un paesaggio sconquassato dai cataclismi storici delle guerre, delle spoliazioni, dei campi di prigionia e di sterminio. Vi è come l’ombra apocalittica di Celan a perturbare in modo sinistro il vocativo di Zanzotto. (Ma bisogna tener conto anche della baldanza tragi-comica di Beckett, che è in grado di rovesciare di continuo la gravità del dettato celaniano in un insolente falsetto, in una voce stridula, da autoparodia.)</p>
<p>vento, che smuove le tegole bisunte, cremose,<br />
di sterco dei piccioni e di fuliggine,<br />
e sfoglia molte epidermidi, dal vero,<br />
crespe come un fritto di mare, un rimasuglio,<br />
stantio e disoliato,<br />
oh l’ora è inclemente,<br />
brillii alogeni, cappi di neon,<br />
e sbraita chi briga per riandare nel buio, nel pesto,<br />
pigiare tutto nel buio, fare un furioso<br />
amplesso di mandibole<br />
oh se ossuti e burrosi,<br />
solvibili, insolventi, dal vento impollinati,<br />
e poi a sgravarsi, tutti quanti,<br />
di altre prede preziose</p>
<p>[da <em>I loro scritti</em></p>
<p>4) Ciò che però davvero conta, non è né il soggetto spettrale che fa da supporto alla voce né le caratteristiche del paesaggio, che questa voce tende, come fatalmente, a rivelare. La voce, che il verso di Mesa “mette in scena”, rompe il silenzio, e ogni volta “vuole dire”, annuncia e insegue un senso, raccoglie – tra il corpo che la lascia vibrare e il mondo in cui si diffonde – dei significati. Ma questi significati, in virtù della regia ritmica e grafica della scrittura, non sedimentano, scorrono in continua permutazione, contraddizione o sviamento, senza mai acquisire <em>l’autorità per permanere</em>.</p>
<p>occorrerà affrettarsi<br />
perché rimanga solo il vero<br />
e dunque nulla, forse –<br />
forse soltanto il movimento,<br />
verso</p>
<p>anche a ritroso:<br />
via, e vai</p>
<p>[da <em>Quattro quaderni</em></p>
<p>L’<em>incipit</em> presenta un verbo di necessità, declinato al futuro, con un soggetto impersonale che ben corrisponde alla “neutralità” della voce. Il “vero” qui evocato, come resto finale e scopo del discorso, funge da paradigma di tutti i possibili “significati”, ossia qualcosa che la mente può definire e di cui può affermare l’esistenza. Solo che questo vero si rovescia in “nulla”, come se ciò fosse un passo logico conseguente. (D’altra parte, la verità, come gli stessi corpi, è soggetta al tempo e all’annichilimento.) L’introduzione dell’avverbio “forse”, seguito da un tratto orizzontale, blocca e svia il proseguimento del discorso. E, dopo questo salto, il “nulla” è ridefinito come “movimento”. Ma il “movimento” è un significato che espone una duplice e problematica natura: è movimento “verso” ma “anche a ritroso”, in definitiva un “via, e vai”, tradimento della formula comune “via vai”. Ed è su questa imprevista esortazione, che chiude il testo, che s’arresta la voce. Siamo agli antipodi dell’amore novecentesco per le chiuse gnomiche che fanno precipitare il senso, concentrandolo e facendolo così risuonare in modo ampio. La maggior parte delle chiuse di Mesa sono della anti-chiuse, mostrano appunto l’impossibilità di chiudere in termini semantici e discorsivi; esibiscono, anzi, l’illusione e l’artificio della chiusura compositiva, dal momento che la vita continua, avulsa, remota, dopo la cristallizzazione della traccia poetica. Ciò che chiude è solo la musica, il battito, l’atomo grammaticale, il segno grafico. Ma si tratta in realtà di un rinvio, di un differimento, di un’ulteriore apertura. Il “vero” è appunto questo: il dover ogni volta dire, senza mai afferrarlo, senza mai esserne padrone, un qualche significato, come se fosse quello buono, quello definitivo, quello <em>vero</em>. E per un carattere profondamente libertario come Mesa, non è causale questa corrispondenza tra biografia ed opera: si può essere padroni <em>del ritmo</em> delle nostre catastrofi di senso, ma non padroni <em>del senso</em>, che ci promette riparo dalle catastrofi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/23/voce-e-paesaggio-su-giuliano-mesa/">Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa</a></p>
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		<title>La stanza</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 05:54:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alternative]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Asphaltes-12-a.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Furibarza era entrata nella grande stanza, da cui era impossibile uscire. Chi entrava interamente dentro la grande stanza, non aveva più vie di uscita, salvo riguadagnare il cammino all’indietro, con astuta precisione, in modo da uscire laddove era entrato, in quanto questa possibilità non era esclusa dalla logica, a meno che la porta non si fosse chiusa alle sue spalle o un guardiano nerboruto e con armi da taglio non gli sbarrasse il passo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/25/la-stanza/">La stanza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Asphaltes-12-a.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39637" title="Asphaltes 12 a" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Asphaltes-12-a-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Furibarza era entrata nella grande stanza, da cui era impossibile uscire. Chi entrava interamente dentro la grande stanza, non aveva più vie di uscita, salvo riguadagnare il cammino all’indietro, con astuta precisione, in modo da uscire laddove era entrato, in quanto questa possibilità non era esclusa dalla logica, a meno che la porta non si fosse chiusa alle sue spalle o un guardiano nerboruto e con armi da taglio non gli sbarrasse il passo. Quindi pure Furibarza tentò il cammino a rovescio, con cura e metodo, cercando di capire al più presto se la porta si fosse già chiusa o un guardiano fosse già apparso. In realtà la porta era rimasta aperta e nessun guardiano era giunto minaccioso a bloccarle la via. <span id="more-39635"></span>Dentro la grande stanza circolava aria fresca e la temperatura era gradevole. Fuori dalla porta si scorgevano le fiamme di un immenso incendio. L’aria era irrespirabile a causa dei fumi tossici. Dentro la grande stanza, la tavola era apparecchiata per una persona e lungo le pareti erano raccolti scatoloni di cibo precotto o da cuocere. Fuori, ciò che era sfuggito alle fiamme, giaceva senza vita, devastato dalle epidemie, scarnificato dalle piogge acide, rinsecchito dalla carestia. Dentro, un maggiordomo alto, bello e completamente nudo, suonava con notevoli doti ritmiche e armoniche un banjo. Fuori, correvano qua e là uomini e donne con il cranio in fiamme, emettendo raccapriccianti suoni, che solo vagamente assomigliavano a grida di dolore. Furibarza capì che dalla grande stanza era impossibile uscire. Nessuna ferrea volontà le avrebbe permesso di realizzare questo sogno. D’altra parte, il sogno di uscire all’aperto, per farsi soffocare dai fumi tossici, o devastare dai batteri sopravvissuti al calore, o aggredire dalle fiamme, non era che un’evidente idiozia. Il maggiordomo aveva forse urgenza di abbandonare la grande stanza? Si torceva dalla rabbia, per non poter attraversare la porta, nonostante fosse ancora aperta e non sbarrata da guardie armate? Il maggiordomo, anzi, la guardava con sollecitudine. E il pene eretto sembrava accompagnare il suo sguardo.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;"><em>[Foto dell'autore in versione kopakabana]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/25/la-stanza/">La stanza</a></p>
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		<title>Nuove antologie, vecchi criteri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/18/nuove-antologie-vecchi-criteri/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 05:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Con questo articolo, apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/07/07/sommario-del-n°-11-luglio-2011-sommario-alfalibri/">numero 11</a> (luglio 2011) di "alfabeta2", s'inaugura sul sito omonimo la rubrica "Confluenze" (diversi interventi </em><em>su</em> o <em>a partire</em> <em>da un medesimo libro). Tema: la poesia francese contemporanea, ma non solo. Per iniziare, <a href="http://http://www.alfabeta2.it/2011/07/18/promemoria-sommario-di-traduzioni-italiane-di-scritture-francesi-recenti/">una sitografia ampia</a>,  che possa mettere in contatto il lettore  con un campione notevole di  testi già tradotti dal francese in  italiano e disponibili sul web, e <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/07/17/gammm-e-la-weltliteratur-2-0/">un intervento di Gherardo  Bortolotti </a>sui rapporti tra la  pratica di </em><em>GAMMM, blog letterario di ricerca, e il concetto di </em><em>Weltlireratur.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese </strong>e<strong> Andrea Raos </strong></p>
<p>[Su <em>Nuovi poeti francesi</em>, a cura di Fabio Scotto, traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla, Torino, Einaudi, 2011, pp.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/18/nuove-antologie-vecchi-criteri/">Nuove antologie, vecchi criteri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Con questo articolo, apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/07/07/sommario-del-n°-11-luglio-2011-sommario-alfalibri/">numero 11</a> (luglio 2011) di "alfabeta2", s'inaugura sul sito omonimo la rubrica "Confluenze" (diversi interventi </em><em>su</em> o <em>a partire</em> <em>da un medesimo libro). Tema: la poesia francese contemporanea, ma non solo. Per iniziare, <a href="http://http://www.alfabeta2.it/2011/07/18/promemoria-sommario-di-traduzioni-italiane-di-scritture-francesi-recenti/">una sitografia ampia</a>,  che possa mettere in contatto il lettore  con un campione notevole di  testi già tradotti dal francese in  italiano e disponibili sul web, e <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/07/17/gammm-e-la-weltliteratur-2-0/">un intervento di Gherardo  Bortolotti </a>sui rapporti tra la  pratica di </em><em>GAMMM, blog letterario di ricerca, e il concetto di </em><em>Weltlireratur.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese </strong>e<strong> Andrea Raos </strong></p>
<p>[Su <em>Nuovi poeti francesi</em>, a cura di Fabio Scotto, traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla, Torino, Einaudi, 2011, pp. 311, 16 euro.]</p>
<p>Un’antologia di poesia francese contemporanea era molto attesa in Italia, per diversi motivi. Innanzitutto, una scarsa conoscenza da parte anche del pubblico specializzato della poesia francese contemporanea al di là dei pochi nomi che in Italia, per motivi non sempre facilmente comprensibili, hanno riscosso una perdurante popolarità critica ed editoriale. (Tra il 2004 e il 2005, la rivista <em>Po&amp;sie</em> fece uscire due numeri dedicati alla poesia italiana. Uno di essi includeva un questionario sulla poesia francese proposto a un certo numero di poeti italiani. I nomi che ritornavano più spesso erano Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet. Ciò indicava una ricezione della poesia francese perlomeno fossilizzata.) <span id="more-39591"></span>La grande visibilità offerta da un editore a diffusione nazionale a territori letterari sostanzialmente sconosciuti, la conseguente speranza che taluni temi e autori ricevessero finalmente la meritata attenzione, che tanto o poco si spostassero i fuochi del discorso, non facevano altro che accrescere le aspettative.</p>
<p>Un secondo motivo è di carattere critico-teorico: era urgente parlare della poesia francese degli ultimi trent’anni, in quanto tra gli anni Ottanta e oggi è andato prendendo corpo in Francia un paesaggio poetico che ha senza dubbio le caratteristiche della novità. Una costellazione vivace di riviste ha valorizzato poi, oltre alla pratica poetica, una produzione teorica notevole, capace di riflettere criticamente sull’eredità delle avanguardie, sui rapporti con le altre arti, su certe esperienze della poesia statunitense, per giungere a ridefinire i confini stessi del genere “poesia”. In ciò, alcuni autori francesi costituiscono un’autentica sfida per l’universo poetico italiano, ma più in generale un’occasione di ripensamento delle stesse categorie critiche che determinano la cartografia di tale universo. Insomma, un tale movimento poetico, articolato e certo non riconducibile a una semplice tendenza o poetica, esigeva di per sé un lavoro antologico capace di abbracciare l’intero spettro delle questioni teoriche, delle scelte poetiche, delle pratiche culturali e politiche che accompagna tale paesaggio, dando spazio anche a un lavoro genealogico, per poter rendere espliciti al lettore italiano i fattori di continuità, oltre a quelli di rottura..</p>
<p>A questo proposito, si osserva che il lavoro di ricostruzione compiuto da Scotto nella sua Introduzione, sostanzialmente corretto, omette di citare almeno il lavoro antologico compiuto dal poeta Jean-Michel Espitallier (<em>Pièces détachées. </em><em>Une anthologie de la poésie française aujourd&#8217;hui</em>, 2000) e l&#8217;altrettanto interessante corollario teorico alla stessa antologia (<em>Caisse à outils. Un panorama de la poésie française aujourd&#8217;hui</em>, 2006). Va sottolineato che, al di là delle scelte specifiche, il grande merito dell&#8217;antologia di Espitallier è quello di esplorare a tutto campo i vari filoni – e sono davvero molti – della poesia che in Italia si definirebbe, con un certo schematismo, sperimentale. Più che di tassonomie stilistiche, Espitallier s’interessa di procedimenti, indagandone le ragioni estetiche, ma soprattutto conoscitive.</p>
<p>Alcuni dei poeti antologizzati da Espitallier, Scotto non ha potuto non includerli nella sua antologia, per l’importanza riconosciuta che il loro lavoro ha acquisito in Francia. Ma quando deve presentare autori come Hocquard, Gleize, Quintane o Cadiot, il suo discorso critico diventa stucchevole, manualistico, privo di forza esegetica. Tra questi autori, Scotto si muove su un terreno che gli è estraneo, che fatica a comprendere, per scarsità di strumenti teorici, familiarità con i testi e anche spontanea partecipazione. Un vero peccato, considerando che un fitto dialogo esiste già da anni tra questo versante della poesia contemporanea francese e una parte della nostra poesia italiana attuale. Di questo scambio, noi firmatari dell’articolo siamo parte in causa. Ma non siamo ovviamente gli unici. Chi più ha lavorato, traducendo testi e brani teorici, sugli autori della “costellazione Espitallier”, è stato probabilmente Michele Zaffarano, anch’egli poeta, e attivo attraverso il blog <em>GAMMM</em>, le edizioni Arcipelago di Milano e La Camera Verde di Roma. L’elenco dovrebbe poi includere tutti i redattori di <em>GAMMM</em> (http://gammm.org) che di questi autori francesi hanno approfondito le ragioni teoriche. E proseguire con critici e scrittori come Alessandro De Francesco. Il nostro intento non è però quello di fornire qui un panorama esaustivo di tutti coloro che, in Italia, hanno esplorato questo versante della poesia francese. Il nome di <em>GAMMM</em> deve fungere soprattutto da sineddoche di una critica militante estremamente attiva in rete e nelle piccole case editrici, anche se misconosciuta dal mondo accademico. D’altra parte tale mondo, come dimostra il caso di Scotto, sconta non pochi ritardi.</p>
<p>La scelta di Scotto è stata quella di una ricognizione unanime, non tacciabile di essere partigiana dal punto di vista delle poetiche o delle tendenze, come se tale neutralità possa costituire un titolo di merito. Noi riteniamo invece che sia proprio questa pretesa neutralità a costituire il limite più grave dell’operazione; avremmo preferito piuttosto che Scotto assumesse fino in fondo le sue preferenze, i suoi partiti presi poetici, con quel di inevitabilmente dogmatico ciò comporta. Avrebbe così potuto rendere maggiore giustizia, ad esempio, al panorama dei poeti più lirici, sviluppando un discorso sistematico sulla tradizione lirica francese, la sua specificità rispetto a quella italiana, e i suoi innovatori. Purtroppo, però, l’idea di assumere un’attitudine comparatista, e conscia eventualmente dei propri presupposti militanti e di poetica, pare non avere legittimità in Italia in operazioni antologiche come questa. Sono davvero tempi lontani quelli in cui, per la stessa collana Einaudi, Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset coniugavano i loro talenti alfine di presentare al pubblico italiano un’antologia di alcuni dei poeti legati alla rivista “Tel Quel” (<em>Poeti di Tel Quel</em>, Einaudi, 1970). In loro, prevaleva l’idea dell’intervento militante, ma anche l’ottica comparatista, in grado di mettere in parallelo le esperienze della neoavanguardia italiana con quelle coeve della nuova avanguardia francese.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/18/nuove-antologie-vecchi-criteri/">Nuove antologie, vecchi criteri</a></p>
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		<title>TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Inglese</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 07:09:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Sognai che ero una farfalla</em></p>
<p><em>che d’esser me sognava</em></p>
<p><em>guardava in uno specchio</em></p>
<p><em>ma nulla ci trovava</em></p>
<p>-Tu menti-</p>
<p>gridai</p>
<p>si svegliò</p>
<p></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>morii.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>R.D. Laing</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>.<br />
</strong></p>
<p style="text-align: right;">
</p><p style="text-align: right;">
</p><p style="text-align: left;"><strong>TQ, qualche buona ragione per un laboratorio politico e culturale</strong></p>
<p style="text-align: left;">di</p>
<p><strong>Andrea Inglese </strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/30/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-inglese/#footnote_0_39465" id="identifier_0_39465" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Dopo Andrea Libero Carbone ,&#160;Simone Barillari e Andrea Cortellessa, ho chiesto ad Andrea Inglese di intervenire con una sua nota condivisa    nella discussione in atto dei TQ.  effeffe">1</a></p>
<p>Trovo che l’iniziativa avviata dall’incontro di più di un centinaio di scrittori sotto la sigla di TQ presenti alcune caratteristiche che ricordano la celebre Azione Parallela, in cui il protagonista de <em>L’uomo senza qualità </em>di Musil si trova coinvolto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/30/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-inglese/">TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Inglese</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_38951" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto.jpg"><img class="size-medium wp-image-38951" title="pistoletto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Performance di Michelangelo Pistoletto</p></div>
<p style="text-align: right;"><em>Sognai che ero una farfalla</em></p>
<p><em>che d’esser me sognava</em></p>
<p><em>guardava in uno specchio</em></p>
<p><em>ma nulla ci trovava</p>
<p>-Tu menti-</p>
<p>gridai</p>
<p>si svegliò</p>
<p></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>morii.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>R.D. Laing</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>.<br />
</strong></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;"><strong>TQ, qualche buona ragione per un laboratorio politico e culturale</strong></p>
<p style="text-align: left;">di</p>
<p><strong>Andrea Inglese </strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/30/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-inglese/#footnote_0_39465" id="identifier_0_39465" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Dopo Andrea Libero Carbone ,&nbsp;Simone Barillari e Andrea Cortellessa, ho chiesto ad Andrea Inglese di intervenire con una sua nota condivisa    nella discussione in atto dei TQ.  effeffe">1</a></sup></p>
<p>Trovo che l’iniziativa avviata dall’incontro di più di un centinaio di scrittori sotto la sigla di TQ presenti alcune caratteristiche che ricordano la celebre Azione Parallela, in cui il protagonista de <em>L’uomo senza qualità </em>di Musil si trova coinvolto. Da anni, abbiamo sperimentato in Italia tutte le virtù e i limiti dell’intelligenza solitaria e di piccolo gruppo. Quanti di noi non conoscono le miserie e i trionfi dell’essere minoritari? Sulle solitudini, i malintesi, le impotenze, le velleità, le intransigenze sappiamo quasi tutto. Diciamo che il motto, per molti di noi, in questi anni, è stato: “meglio soli che mal accompagnati”. E a ragione. Di grandi motivi per comunioni generazionali io non ne ho mai visti molti. I conflitti si sono sempre giocati sia dentro che fuori il gruppo dei coetanei, per quanto mi riguarda. E non tutte le solitudini erano dello stesso colore. Alcune erano costruite in funzione della carriera e richiedevano risparmio di energie e rovello tattico. Altre erano frutto d’incompatibilità con stili di vita, di pensiero e di scrittura, che erano in larga parte accettati dal maggior numero come ovvi. Quale che fosse, insomma, la forma delle solitudini, generosa o cinica, ribelle o opportunista, la sostanza di esse è una certa tristezza, un senso di amputazione.</p>
<p><span id="more-39465"></span></p>
<p>Costituire gruppi, anche piccoli, per affinità elettive e per temperamenti etici e politici, è stato inevitabile, un riflesso di sopravvivenza. (E ogni volta che si accendeva la televisione, tutto sembrava, dalla nostra parte, avere la consistenza della cartapesta.) Queste nostre trincee, questi rifugi, queste postazione di “resistenza”, come spesso si è amato chiamarle, sono divenute anche della trappole, per un perverso rovesciamento dei fini. Da mezzi e veicoli di salvezza si sono a volte trasformati in gabbie, luoghi di prigionia. Rallentavano ogni condivisione, ogni ragionamento spregiudicato, che si muovesse non secondo i codici dell’appartenenza e i segnali gregari, ma per il valore intrinseco delle singole affermazioni, dei gesti, delle proposte. In tutto questo, tra solitudini o fragili comunità, nessuno credo sia davvero sfuggito del tutto alle compensazioni del narcisismo. Il mondo intellettuale, inteso in senso lato, è in qualche modo, per condizione storica, votato al narcisismo: i suoi strumenti di analisi e comprensione del mondo sono, infatti, inversamente proporzionali alla sua capacità d’intervento sul mondo. Da qui l’inevitabile piega autoriflettente che assumono tanti enunciati, quasi a consolare l’enunciatore della loro labile incidenza sul reale.</p>
<p>Ora, l’iniziativa di TQ, rispetto a quanto si è visto e fatto in questi anni, sembra segnare davvero una svolta. E come ha ricordato, tra gli altri, Andrea Cortellessa, questa svolta è data dal suo procedere in modo risoluto per inclusione e condivisione, abbandonando la logica solitaria e del piccolo gruppo. Questo partito preso, per nebulosi che ne siano i motivi, ha senz’altro il pregio di mettere in moto un processo collettivo, di cui nessuno può con troppa sicurezza anticipare gli esiti e tanto meno controllarli. Siamo, insomma, all’azione parallela di Musil, che è un modo di evocare le imprevedibili potenzialità del gruppo numeroso su quelle del singolo individuo. Dalla riunione di personalità poco originali può nascere qualcosa di molto originale, così come dalla somma di idee mediocri può scaturire la visione geniale. Similmente, il connubio di grandi intelligenze può sempre partorire il loro idiota topolino. Il fatto che gli scrittori si sentano chiamati ad operare uno sconfinamento incerto, mettendo almeno un piede fuori dai confini della propria corporazione, mi sembra di per sé un segnale positivo. Tutti i fiaschi e le farse sono possibili. Ma quelli li viviamo comunque su scala minore, di piccolo gruppo o individuali.</p>
<p>La grande novità dei TQ è quella di mettere da parte le preoccupazioni estetiche – leggi: le questioni di poetica, di stile e di gusto – che in genere dominano i moti aggregativi e dissolutivi del campo letterario, per far spazio a preoccupazioni di carattere politico. Questo naturalmente è un <em>errore</em>. Ma, vorrei aggiungere, un errore <em>necessario</em>. Non perché io pensi che l’estetico sia di per sé politico, ma perché l’estetico esercita una sua forma di provocazione salutare nei confronti del politico. Ed è quindi sul terreno propriamente estetico che si misura la forza e l’efficacia di questa provocazione. Quando si dice che lo scrittore è innanzitutto responsabile per ciò che scrive, si dice il vero. D&#8217;altra parte, non si dice tutto. Ci sono casi, in cui, allo scrittore è richiesto un altro tipo di responsabilità, ma ineludibile. Quella politica. Contro tutti i rischi di fraintendimento, questo è un principio che da tempo difendo e su cui sono intervenuto più volte su Nazione Indiana. In un pezzo , <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš</a> apparso nel gennaio del 2010,  che assieme a quello di Helena Janeczek avviò il dibattito sulla responsabilità dello scrittore, scrissi questo:</p>
<p>In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave. “La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente. (…) E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica. Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>Ecco, io penso che i TQ abbiano deciso di non sottrarsi alle “quotidiane bassezze della politica”, costituendosi come gruppo non tanto sui presupposti astratti di una qualche identità generazionale, ma su quelli concreti di una qualche emergenza storica. Io rovescerei il punto di vista espresso da Scurati, e sostenuto anche da altri, ossia l’idea che ciò che dovrebbe accomunare la generazione dei trenta o quarantenni è qualche assenza di trauma. Innanzitutto, come per i privilegi, così per le assenze di traumi, ognuno parli per sé. Chi voglia parlare a nome di altri, lo faccia in virtù di sofferenze che siano fonte di aggregazione e solidarietà. Sono, dunque, dei traumi che ci chiamano, in quanto TQ, ad abbandonate il terreno molteplice e conflittuale delle poetiche e delle forme di scrittura, per aggregarci intorno a possibili ipotesi di lavoro culturale e intervento politico. Che tutto ciò possa produrre qualcosa di nuovo e migliore nel nostro paese, a partire da quel terreno di macerie che è la cultura, è tutto da dimostrarsi. Ma delle ragioni di scommettere su un tale spostamento a mio parere ci sono.</p>
<p>Proprio partecipando a dei gruppi di discussione nati all’interno di TQ, ho avanzato una schematica definizione di quelli che sono a mio parere i “traumi” storici di cui i trenta-quarantenni sono i primi, in termini generazionali, a prendere coscienza. La giusta grandezza di scala per cogliere la specificità di questi traumi mi sembra il continento europeo: allargando troppo la visuale si rischia di sfociare nello sguardo medusesco, succube degli ubiquitari processi di globalizzazione; stringendo alla sola Italia, si rischia l’ottimismo. Da noi, infatti, è d’uso considerare Berlusconi come l’alfa e l’omega dei guasti del paese, dando così ad intendere che via lui tutto tornerà a fiorire.</p>
<p><strong>Deficit di democrazia</strong></p>
<p><em>questione politica</em></p>
<p>A livello europeo e poi nazionale, a causa dello scollamento tra classi dirigenti e società civile, tra politiche economiche improntate all’austerità e alla compressione dei salari e esigenze dei ceti medi e popolari sempre più minacciati di impoverimento e di uno stato di regressione psicologica; mi riferisco, a livello internazionale, alle politiche di austerità avanzate da governi di sinistra e governi di destra, e che rispondono ai dettami del contenimento del debito decisi da organi europei non elettivi; tali politiche si scontrano con la volontà di ampi strati della popolazione, in particolar modo delle nuove generazioni; deficit di democrazia su scala nazionale è dovuto al monopolio dell’informazione del partito azienda berlusconiano, ma più in generale a uno scarto tra il dinamismo e la vivacità della società civile e del mondo associativo, da un lato, e l’impermeabilità delle classi dirigenti di destra e di sinistra, che hanno finito per escludere dal mondo produttivo e politico almeno due generazioni di cittadini, dal’altro.</p>
<p><strong>Rottura del patto sociale</strong></p>
<p><em>questione sociale</em></p>
<p><em> c</em>he ha garantito dal dopoguerra fino ad oggi un rapporto diretto tra crescita del livello d’istruzione e crescita del reddito; le nuove generazioni si trovano ad affrontare un mercato del lavoro sempre più liberalizzato, e in una situazione di disoccupazione, precarietà e bassi salari che mina profondamente l’identità delle persone, la loro coesione sociale, la possibilità di proiettarsi nel futuro; questa condizione dovrebbe riavvicinare ceti medi e ceti popolari, in ragione del loro comune destino sociale.</p>
<p><strong>Svalutazione della cultura</strong></p>
<p><strong> </strong><em>questione culturale</em></p>
<p>intesa come dotazione condivisa di strumenti di decifrazione della realtà e di analisi critica (ossia auto-correttiva) rispetto alle forme di vita e di pensiero collettive, e alle istituzioni che tali forme sostengono e veicolano. Tale svalutazione particolarmente evidente in Italia si realizza attraverso due criteri:<em> il criterio della semplicità contro la complessità</em>, che è direttamente funzionale, sul piano politico, alla manipolazione delle masse da parte di oligarchie politiche ed economiche, l’altro è <em>il criterio della quantità contro la qualità</em>, che è direttamente funzionale a realizzare all’interno dell’industria culturale gli alti profitti che le imprese, nella fase dell’attuale capitalismo, perseguono con particolare intransigenza.</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Non  ho ovviamente preteso di esaurire con queste indicazioni la molteplicità delle questioni in campo, che ci si ponga a livello europeo o solamente italiano. Quello che mi pare importante è verificare la capacità di TQ di porsi all’altezza di queste questioni, riuscendo ad articolarle tra di loro e ipotizzando delle forme concrete d’intervento sulla realtà. Se TQ vorrà muoversi entro un orizzonte di questioni più ristretto e più apparentemente concrete, il rischio che tutte le energie mobilitate ricadano a favore di pratiche corporative ed esclusivamente infra-letterarie è altissimo.</p>
<p>Qualcuno potrà poi sostenere, facendo riferimento agli animatori del progetto TQ, che non sono persone prive di certi privilegi e che ciò li renderebbe più solidali dei ceti medi più fortunati economicamente e professionalmente, quelli che oggi sono popolati, nel mondo intellettuale, sopratutto dai cinquanta-sessantenni. Ma è anche risaputo che chi vive sotto la continua incertezza economica e il continuo ricatto professionale difficilmente dispone di quella distanza sufficiente ad avviare una critica dell’esistente.</p>
<p>Insomma, ciò su cui dev&#8217;essere valutata l’ipotesi TQ non sono i generici presupposti del progetto, ma i percorsi di lavoro e intervento collettivi che riusciranno, nel migliore dei casi, a rendere possibili.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/30/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-inglese/">TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Inglese</a></p>
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