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	<title>Nazione Indiana &#187; animalità</title>
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		<title>Quando mi innamorai di un orso polare</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 09:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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</p><p>di <strong>Francesca Matteoni </strong></p>
<em>la forma dell’amore&#8230;</em>
 
Mai fidarsi delle apparenze. Questa è la prima regola che si impara frequentando il mondo della fiaba. L’assiduo lettore saprà presto che una casetta di cioccolato nel bosco non è tanto un invito a banchettare con le sue tegole, quanto uno specchietto per allodole, che nasconde qualche strega cannibale pronta a mangiarsi lo sprovveduto Hansel del caso; che il modo più veloce di superare le nuvole non è prendere un aereo, ma piantare un seme di fagiolo; che una mela rossa al giorno leva il medico di torno, eliminando alla radice il problema della salute; e soprattutto che l’amore si traveste: è grottesco, ostile, terribile al suo apparire.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/quando-mi-innamorai-di-un-orso-polare/">Quando mi innamorai di un orso polare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>
<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2007/04_03/1arcticRTRS_468x598.jpg" alt="" /></span></span></em></div>
<div><em></em></div>
<p>di <strong>Francesca Matteoni </strong></p>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">la forma dell’amore</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Mai fidarsi delle apparenze. Questa è la prima regola che si impara frequentando il mondo della fiaba. L’assiduo lettore saprà presto che una casetta di cioccolato nel bosco non è tanto un invito a banchettare con le sue tegole, quanto uno specchietto per allodole, che nasconde qualche strega cannibale pronta a mangiarsi lo sprovveduto Hansel del caso; che il modo più veloce di superare le nuvole non è prendere un aereo, ma piantare un seme di fagiolo; che una mela rossa al giorno leva il medico di torno, eliminando alla radice il problema della salute; e soprattutto che l’amore si traveste: è grottesco, ostile, terribile al suo apparire. È la pelle del totalmente altro che tocchiamo sfidando il senso comune, il pericolo, il pregiudizio. Noi troviamo un amore, entriamo in un corpo. Chi dice che l’amore libera è impreciso: ci spinge semmai in una forma che non può essere standardizzata &#8211; quando avviene l’amore è già altrove, viaggia nella nerezza del sangue, dove germinano i sogni e le illusioni. Le fiabe abbondano di amori intrappolati o racchiusi nei luoghi più improbabili, una melagrana, una torre senza porte, ma soprattutto una pelliccia animale che rende difficile il riconoscimento. <span id="more-16119"></span></span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><br />Di queste una delle fiabe che preferisco è senz’altro la norvegese, <em><a href="http://www.surlalunefairytales.com/eastsunwestmoon/index.html" target="_blank"><strong>A oriente del sole, a occidente della luna</strong></a>,</em> dove i temi dell’amore e della metamorfosi si presentano in una variante nordica di Eros e Psiche. È una sera d’autunno nel settentrione. Immaginate: la pioggia incessante che fa del cielo una foschia, i laghi stagnati nelle foglie, nel primo strato di ghiaccio percorso da linee irregolari come vecchi volti eternati, il verde scuro ed il legno della taiga che emergono tra funi d’acqua grigia. Tra poco sarà inverno - la neve compatta sulle cose, qualche scia leggera di sangue che indicherà una lotta: una lince che raggiunge la preda stremata. Ma per ora è il vento a regnare, separando le luci dei focolari nelle rare abitazioni sparse nella sera. Alla finestra di una casa modesta di un taglialegna, con troppi figli a cui provvedere, si sente bussare tre volte. Tutta la famiglia è raccolta attorno al fuoco, in attesa forse di una storia da ascoltare. Il padre esce per vedere chi mai sia, là fuori nell’uragano, chi ha attraversato la foresta, la terra artica e perfino il mare per giungere alla sua porta. Davanti a sé trova l’<em>isbjörn</em>, un enorme, imperscrutabile orso bianco. L’orso, come se fosse la più naturale delle azioni, parla,  chiedendo all’uomo di dargli la più giovane delle sue figlie come sposa in cambio di ricchezza e benessere. Tornerà la prossima settimana per sapere cosa è stato deciso. Dopo un iniziale, comprensibile, rifiuto, la ragazza accetta per il bene dei suoi cari, lava e rammenda i suoi vecchi vestiti, raduna i pochi possedimenti ed il giovedì seguente esce dalla casa paterna, per avventurarsi nel mondo con il misterioso compagno. Le porte non vanno in nessun luogo, ma una volta varcate il mondo non è più lo stesso.  La ragazza non ha più niente tranne la concretezza dei suoi stracci, della pelliccia della bestia a cui tenersi. Ora la casa è scomparsa, è già un altro io che si appiattisce sul fondo del pensiero. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">la malinconia dell’orso</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://www.surlalunefairytales.com/illustrations/eastsunwestmoon/images/ford_east1.jpg" alt="" /></span></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Quando ebbero percorso buona parte della strada, l’Orso Bianco disse:</span></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“Hai paura?”</span></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“No, non ne ho”, disse la ragazza</span><a name="_ftnref1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn1"><span><span><strong><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[1]</span></span></strong></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">.</span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Nel libro dove ho conosciuto questa fiaba, <span style="color: #0000ff;"><strong><em>The Blue Fairy Book</em></strong> </span><span style="color: #000000;">(il</span> primo dei dodici volumi arcobaleno del folklorista <strong>Andrew Lang), </strong>compare a questo punto una delle illustrazioni in bianco e nero di Henry Ford: la ragazza seduta sull’orso che avanza sul limitare di un bosco, poco lontano un gregge e la figura stilizzata di un pastore rivolta verso l’insolita coppia. Un’aria di malinconia pervade l’immagine, riempie il silenzio dei due protagonisti. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’orso, come osserva lo storico Michel Pastoureau, è l’animale malinconico per eccellenza. Di tutti gli animali d’Europa il più solo. Il più simile all’uomo. Animale archetipico delle culture boreali, antenato mitico capace di sostenere la posizione eretta, venerato in ere primitive nel continente e ancora investito di una certa sacralità nella tradizioni sciamaniche dell’Eurasia, l’orso fu detronizzato durante l’Alto Medioevo, messo alla berlina e considerato l’esempio più aberrante di bestialità a partire dagli esponenti della Chiesa cristiana, che stabilendo il primato dell’uomo, a immagine e somiglianza di Dio, non poteva tollerare culti ursini. Eppure anche alle origini della lingua volgare scritta sta un orso: il <strong><span style="color: #800000;">Beowulf</span></strong> dell’omonima epopea anglosassone è, etimologicamente, il “lupo delle api”, “uno dei soprannomi talvolta attribuiti all’orso dai Germani, per i quali pronunciare il vero nome dell’animale costituiva un tabù.”</span><a name="_ftnref2" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn2"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> L’immagine possente del guerriero scandinavo corazzato, capace di strappare nello scontro un arto al mostruoso Grendel, è probabilmente un’antropomorfizzazione dell’orso, capace di usare le zampe anteriori come braccia umane. Svilito e perseguitato l’orso assume su di sè i tratti dell’umore malinconico: ignoranza, nostalgia di un passato di potenza ormai perduto, stoltezza in ugual misura alle sue proporzioni. Abita un mondo di brutalità ed inganno, la mente rabbuiata dalla sua apparente parentela con l’uomo, una demoniaca perversione. In questo “errore”, che ne determina la natura, non è raro che egli si innamori di una donna umana, la rapisca, possa avere da lei una progenie ibrida. Attraverso i simboli della ferocia, le passioni insane e promiscue, ma più di tutto il suo corpo straordinario - quasi un uomo gigantesco rivestito di pelo spesso, con occhi piccoli e muso che si affila - il pericolo che l’orso ha incarnato per l’Europa cristiana è evidente: il sospetto troppo vivo che sia piuttosto vero il contrario &#8211; non l’orso è come l’essere umano, ma quest’ultimo, infine, non è altro che una delle tante variazioni possibili nel regno animale. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">D’altra parte era un uso antico travestirsi da animale, indossandone la pelle, o berne il sangue e mangiarne la carne per impadronirsi della sua forza. “Le saghe e i racconti della mitologia nordica ci presentano infatti guerrieri che andavano a combattere indossando la pelle dell’animale che avevano ucciso. Era quel rivestimento peloso che conferiva lor poteri della bestia, li proteggeva dalle avversità e donava loro un vigore straordinario.”</span><a name="_ftnref3" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn3"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Quando l’orso parlante ritorna nella fiaba è sempre una maschera che chiude l’uomo dentro la pelliccia, una cucitura magica, una zip invisibile, che solo il coraggio o l’amore di una donna potrà aprire. Così ad esempio in quella che forse è la fiaba ursina più famosa, <em>Fiocchin di Neve e Rosardente</em> dei <strong>Grimm</strong>, dove figura come il migliore amico delle due sorelle ed è in realtà un principe vittima di un sortilegio. Non è tuttavia imponente, triste e irresistibile come il gigante polare di questa storia. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Perché l’orso di cui parliamo qui non ha nulla di comune: ha in sé, senza l’aiuto di particolari incantesimi, tutto il fascino ed il richiamo di una terra di confine, lontanissima.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’Europa occidentale non seppe dell’orso bianco fino al tardo Medioevo. Una creatura enorme, familiare e straniante nel suo biancore, la dimensione degli arti. Un ritratto scritto appare nella seconda metà del sedicesimo secolo, nella <em><span style="color: #003366;"><strong>Historia de Gentibus Septentrionalibus</strong></span></em> (il primo libro a tentare una descrizione esaustiva delle terre nordiche e dei loro abitanti), opera di <strong>Olaus Magnus</strong>, l’ultimo vescovo cattolico di Uppsala, in esilio a Roma. Probabilmente Olaus non aveva mai visto un orso bianco nel suo ambiente naturale, ma già li aveva rappresentati, galleggianti sugli iceberg, tra i mostri meravigliosi della sua <a href="http://mappingthemarvellous.files.wordpress.com/2007/06/olaus-magnus-carta-marina.jpeg" target="_blank"><span style="color: #008080;"><strong><em>Carta Marina</em> </strong></span></a>(1539). Nella <em>Historia </em>lo presenta come un animale islandese: “Grandi, potenti orsi bianchi si trovano in Islanda, un’isola che ho avuto spesso occasione di nominare. Rompono il ghiaccio con i loro artigli e fanno molti buchi, attraverso i quali s’immergono nel mare per catturare i pesci sotto il ghiaccio. Li trascinano fuori e li portano a riva, poiché questo è ciò di cui si nutrono per vivere, e ripetono l’azione ogni volta che ne hanno bisogno, per provvedere a se stessi e ai loro cuccioli.”</span><a name="_ftnref4" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn4"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[4]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">In realtà l’orso bianco vive centinaia di kilometri più a nord,  ma può talvolta apparire sulle coste islandesi, grazie alle sue doti di forte nuotatore o viaggiando su di un iceberg. L’orso che arriva così a sud generalmente si è perso, anche se in periodi recenti, è la fame, lo scioglimento dei ghiacci, la necessità di adattarsi alla nuova difficile situazione a condurlo in terre a lui straniere, abitate dall’uomo. Da dove viene allora l’orso bianco della fiaba norvegese? Dove conduce la ragazza? Probabilmente dalle isole Svalbard, le “coste fredde”, a 1000 kilometri dal polo. Isole remote e ostili all’essere umano; avamposto polare dell’Europa: le terre marginali del regno in dissolvenza, di cui l’orso è sovrano. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">È lì che stanno andando. Alla fine del mondo, dentro una montagna magica, che è in realtà un castello d’oro e d’argento, i colori della luce, una casa dell’immaginario, resistente all’esplorazione. Coloro che credono che non vi siano più spazi da scoprire sulle rotte terrestri si sbagliano: ne esiste almeno uno, ancora, che si incontra nelle zone estreme, quando non è possibile spingersi oltre, avvertendo allo stesso tempo una vastità senza demarcazioni e la propria ineluttabile finitezza. Allora siamo dove l’essere umano conosce il suo nulla, immerso nel paesaggio: un luogo traumatico ed esaltante, di cui non impariamo mai abbastanza. Qui il destino umano torna del tutto simile a quello dell’animale, anzi, l’uomo fa esperienza addirittura di terre che gli sono precluse, non addomesticabili, della sua più grande paura &#8211; non di morire, ma di svanire. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’animale che vive in questi luoghi dovrà essere quasi soprannaturale. Racconta un mito <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yupik" target="_blank">Yupik</a></strong> che un cacciatore persosi sul pack, affrontò e sconfisse un orso polare che correva su ben dieci zampe! Quando lo ebbe ucciso le tagliò, riportandole nel villaggio, ma nessuno volle credere che appartenessero ad un solo orso. La creatura dagli arti molteplici è un’incredibile visione della fine, che il singolo nel suo intimo tenta di sconfiggere, annullare, mentre la comunità dichiaratamente rifiuta. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Il <em>mio </em>orso bianco è il protagonista di una vicenda più complessa di quella del suo cugino nordamericano. Ha infatti un non indifferente problema di identità: vive in una fiaba che non ne riconosce più la forza, ma solo il mistero e la tristezza; vuole ‘riscattarlo’ per sempre in una forma umana. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">orso di giorno, di notte essere umano</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">La vita nel castello scorre serena, se non fosse che ogni notte, quando la ragazza si ritira nella sua stanza e l’orso scompare, un estraneo viene a dormirle accanto nel buio più assoluto e se ne va prima che ritorni la luce del giorno. Il lettore attento avrà già capito che sussiste un legame tra l’orso e l’ospite misterioso, ma forse si chiederà anche perché questa situazione di incertezza, di possibile pericolo e di costante dubbio non spinga la ragazza a fare domande, a tentare di scoprire la magia dell’orso e del castello. La risposta non è difficile: non c’è niente di così vivo e vitale in noi come l’inquietudine, non esiste stato di pace raggiunto che non sia presto scosso da altri desideri o soffocato nella noia. L’altro, anche quando è un conforto, mantiene sempre un aspetto indecifrabile, qualcosa di segreto che potrebbe portarlo a mutare d’improvviso, così come in noi resiste sempre al fondo un io incomunicabile a chi ci è accanto. Noi possiamo interrogarci sul significato delle nostre relazioni, ma raramente troveremo una soluzione esaustiva, fuori da quelle dettate da modelli sociali prestabiliti e costrittivi, così come all’intensità del pensiero non è necessario che segua una verità d’approdo. Dunque la ragazza non fa domande, finché non sopraggiunge la nostalgia dei familiari e l’orso acconsente a riaccompagnarla per un breve periodo alla casa paterna, raccomandandosi di non parlare a nessuno di ciò che avviene nel castello. Ma ovviamente la promessa sarà infranta. Convinta dalla madre, che teme il visitatore notturno sia una creatura mostruosa, un orribile ‘troll’, accetta la candela che le viene donata, per illuminarne il volto nella notte.  Tornata al castello e tormentata dalla nuova curiosità, attende che il compagno si addormenti ed accende la candela per scoprire accanto a sé un bellissimo principe. Dimentica di tutto vorrebbe baciarlo, ma è allora che tre gocce di cera cadono sulla camicia dell’uomo, scottandolo e svegliandolo.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“Che cosa hai fatto? disse lui; “hai portato la sciagura su di noi! Se avessi resistito per un solo anno io sarei stato libero. Ho una matrigna che mi ha gettato un incantesimo così che sono un orso bianco di giorno ed un uomo di notte; ma ora è tutto finito tra me e te, e devo lasciarti e andare da lei. Vive in un castello che si trova a est del sole e ad ovest della luna, e là c’è anche una principessa con un naso lungo un metro e dieci, che ora dovrò sposare.”</span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Per quanto poi lei pianga e supplichi, al mattino si ritrova sola dentro una fitta foresta: l’orso, il principe, la montagna – tutto scomparso, risucchiato nel regno che sorge prima dell’alba e dopo il tramonto della luna.  Un luogo impossibile, oltre l’orizzonte dove abita una principessa troll, che è pari al protagonista solo nel rango, ma non nell’aspetto e nel carattere essendo una creatura ctonia, dal corpo sgraziato e di scarsa intelligenza. Il naso abnorme è un attributo piuttosto comune dei <a href="http://www.satsdunkensgang.no/images/Trolltegninger/kattens-far-moter-trollet.jpg" target="_blank">troll norvegesi</a>: nelle illustrazioni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Theodor_Kittelsen" target="_blank"><strong>Theodor Kittelsen</strong></a> essi appaiono chiaramente come esseri grossolani, quasi formati dal fango, dalla materia lacustre assemblata in fretta nei corpi, lontano dal sole che li pietrifica. Ma la mostruosità non ha il solo compito di spaventare o disgustare: indica soprattutto che stiamo abbandonando il mondo conosciuto, che entriamo nei territori della morte, dove tutto è capovolto. Allora l’orso è anche questo: una guida, lo psicopompo, lo spirito <em>animale</em> contenuto nell’<em>anima</em>, che chiude il cerchio, ci toglie tutto quello che noi crediamo umano: parola, proprietà, conoscenza, illusioni – ci riconsegna al tempo. Nella pelliccia dell’orso un essere vivente, ormai oltre la definizione di specie, attraversa l’artico, scompare. Dentro questa fragilità la morte ritrova il suo vecchio fratello amore, non per esserne sconfitta, ma, piuttosto, compresa. Perché l’amore non eterna niente - ripete semmai di volta in volta la storia di esseri che imparano i sogni dalle macerie. Ci dice che conoscere l’altro (e l’altro in noi) è infine questo: sapere che non lo si potrà mai interamente possedere. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Mentre la ragazza cerca il principe orso, spingendosi in un luogo che non c’è, anche l’amato ha un suo proprio rinnovamento: è nascosto, non più orso né uomo, dove si sgretola la forma esteriore, <em>si dimentica</em>, resta l’essenza degli uguali, priva di passato.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://www.touchstonemag.com/archives/darius/images/illustrations/15-01-041-10.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">correre sul vento</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Lungo il sentiero sono tre vecchie sorelle, con tre cavalli magici, le prime aiutanti della protagonista. Le tre dame della sorte con tre doni per quando arriverà a destinazione. Il cavallo della più anziana delle tre la condurrà dai venti, i nomadi immateriali della terra, che possono a volte raggiungerne la fine, dove precipita la materia e sopravvive poco più a lungo il soffio dell’intuizione. Questo è l’ultimo luogo dell’esperienza e anche il meno descrivibile. Quando il vento del nord vi arriva, portando la ragazza in volo, è stremato, capace solo di muovere una foglia e posarsi. Immagino che tutto e tutti, tranne i troll, qui siano vento. Nell’aria isolati e scomposti &#8211;  senza suono, contorni, capacità di presa sugli ogetti: attendono di divenire, di tornare nel limite del corpo, omologandosi ad un modello diffuso oppure scegliendo di essere qualcosa d’altro, del tutto autonomo e indipendente. Il paese dei troll, come le isole delle fate, la casa dell’orco, i boschi di altre fiabe, è un luogo di passaggio, dove l’essere vivente non può sostare a lungo. Luoghi che ci ricordano che tutto viene consumato e noi non possiamo testimoniare di ciò che avviene dopo la fine: possiamo solo averne percezione in quella natura a cui le creature magiche sono generalmente associate, come resiste ed esiste oltre di noi, come noi costantemente la miniamo a forza di inventarci eterni. Nel testo reale della fiaba, che nasce dall’ibridazione ed il sovrapponimento di materiali e credenze attraverso il succedersi delle epoche, le cose stanno diversamente. I troll sono demonizzati, una manifestazione del disordine pagano a contrasto con la morale cristiana che porterà all’esito positivo. Dopo essersi introdotta nel castello, comprando l&#8217;avida  principessa con i doni delle tre sorelle, la ragazza apprende dall’amato che c’è un unico modo per liberarlo dalla sposa mostruosa: sfidarla in una gara di bucato, nel giorno fissato per le nozze. La donna e la principessa troll dovranno lavare via dalla camicia del principe la macchia di cera, causata dalla curiosità della protagonista nella notte in cui è scomparso l’orso. Essendo la candela un simbolo della luce che sconfigge la tenebra, della purezza cristiana contro l’ottusità e l’ignoranza di un mondo ferino, la principessa non potrà raschiare via la cera, ma solo peggiorare la macchia, allargandola per tutto il tessuto, mentre la ragazza ci riuscirà con una sola immersione nell’acqua. Lavando via la macchia è l’incantesimo che si spezza ed è anche l’orso che viene per sempre annullato nelle fattezze dell’uomo. È a questo punto che la fiaba non mi appartiene più. I due amanti perdono tutta la loro originalità e bellezza, si confondono nell’insieme indistinto delle coppie umane sul pianeta. Avrei preferito, confesso, un individuo in cui l’orso e l’uomo fossero finalmente riuniti, in cui la pelliccia non fosse una maledizione magica, ma un aspetto dell’io: quello indomabile, inquieto, votato all’estinzione, finalmente lasciato emergere.  O una versione della storia in cui l’animale fosse, invece che sconfitto, accettato nella stessa terra della compagna. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">nel paese sotto il ghiaccio</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Altrove, in una tradizione lontana da quella europea, presso gli Inuit dell’artico, gli animali nelle fiabe hanno la loro società e le loro dimore, proprio come gli esseri umani, e come loro hanno sentimenti. Non esiste tra il gruppo umano ed i gruppi animali un rapporto pacifico - l’uno o l’altro sono infatti preda o cacciatore -, ma piuttosto paritario davanti ad un comune destino. L&#8217;uomo spesso impara dall’animale cose straordinarie sullo spirito e sulle tecniche di sopravvivenza. Nelle fiabe Inuit abbondano gli orsi polari che si sposano o si innamorano di donne e uomini, ma pur essendo pieni di magia non sono vittime di qualche incantesimo che li abbrutisce. Ce n’è in particolare una, dove l’orso polare è la sposa di un cacciatore umano timido e solitario.</span><a name="_ftnref5" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn5"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[5]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> La incontra durante il periodo di caccia, mentre siede nella sua capanna di zolle e d’erba in cima ad una collina. Entra come una donna, ma ben presto, quando i genitori di lui si fanno troppo curiosi, fugge verso la fine del ghiaccio e l’acqua, tuffandosi in forma d’orso e rivelando allo sposo la sua origine. L’uomo la segue tra la sua gente, che ha doppia natura: umana e animale. Le pellicce usate come <em>parka</em> permettono la mutazione e la convivenza delle due forme. La pelle dell’orso conferisce poteri eccezionali e anche il protagonista, raggiunta la sposa nella sua terra natale, può indossarla, diventando l’animale polare. Nel paese della ragazza gli abitanti chiamano se stessi uomini, ma come orsi cacciano e si affrontano in duelli magici. Tra i due modi di essere non c’è confine preciso né una forma è migliore dell’altra: rispondono semplicemente ad esigenze diverse e non esiste un riscatto che cancella uno dei due sembianti. Ciò che fa fuggire la donna-orso polare sono appunto le domande dei suoceri sospettosi, la loro richiesta implicita di sottostare al loro mondo. Ciò che la fa tornare è la scelta dello sposo di seguirla, di affrontare il più potente e crudele degli uomini-orso polare per lei, di vivere, anche se temporaeamente la sua condizione. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><br />Allora l’amore ha davvero un potere autentico di trasformazione che avviene all’interno della persona ed ha a che fare con il <em>vedere</em> in sé e nell’altro tutto ciò che è indice di differenza, che nella sua singolarità è inadeguato alla legge della maggioranza, fragile, portato ad estinguersi – e tuttavia protetto da chi ama, lasciato essere, andare. </span></div>
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<p> </p>
<hr size="1" />
<div id="ftn1">
<div><a name="_ftn1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref1"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[1]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Andrew Lang, <em>The Blue Fairy Book</em>, (New York: Dover Publications, 1965), p. 20</span></div>
</div>
<div id="ftn2">
<div><a name="_ftn2" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref2"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Michel Pastoureau, <em>L’orso</em> (Torino: Einaudi, 2008), p.95</span></div>
</div>
<div id="ftn3">
<div><a name="_ftn3" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref3"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Michel Pastoureau, <em>L’orso</em>, pp. 46-47</span></div>
</div>
<div id="ftn4">
<div><a name="_ftn4" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref4"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[4]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Olaus Magnus, <em>Historia de Gentibus Septentrionalibus</em> (Roma, 1555), Vol. XVIII, Cap. XXIV</span></div>
</div>
<div id="ftn5">
<div><a name="_ftn5" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref5"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[5]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> L’uomo che sposò la donna-orso polare (Inuit alaskani) in <em>Il tamburo magico. Miti e leggende dei popoli artici.</em> A cura di Mario Marchiori (Milano: San Paolo, 1997)</span></div>
</div>
</div>
<p><em>Immagini di Henry Ford e Kay Nielsen </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/quando-mi-innamorai-di-un-orso-polare/">Quando mi innamorai di un orso polare</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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