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	<title>Nazione Indiana &#187; anna lamberti-bocconi</title>
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		<title>I mercoledì del CERIZZA</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em></em></p>
<p>a cura di <strong> </strong></p>
<strong>Francesca Genti</strong>, <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong>, <strong></strong>
<strong>Luciano Mondini</strong>
<h3 style="text-align: center;"><em>Circolo Romeo Cerizza</em> – via Meucci, 2 – Milano</h3>
<p>Per il terzo anno consecutivo la rassegna settimanale di poesia più  imperdibile di Milano riapre i battenti. Anna, Francesca e Luciano salutano con la mano sul cuore l&#8217;indimenticabile Circolo Sud, sede della rassegna l&#8217;anno passato, e il suo animatore, Rino, l&#8217;amico principesco che le logiche del mercato hanno costretto a chiudere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/20/i-mercoledi-del-cerizza/">I mercoledì del CERIZZA</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em></p>
<p>a cura di <strong> </strong></p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>Francesca Genti</strong>, <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong>, <strong></strong></h2>
<h2 style="text-align: center;"><strong>Luciano Mondini</strong></h2>
<h3 style="text-align: center;"><em>Circolo Romeo Cerizza</em> – via Meucci, 2 – Milano</h3>
<p>Per il terzo anno consecutivo la rassegna settimanale di poesia più  imperdibile di Milano riapre i battenti. Anna, Francesca e Luciano salutano con la mano sul cuore l&#8217;indimenticabile Circolo Sud, sede della rassegna l&#8217;anno passato, e il suo animatore, Rino, l&#8217;amico principesco che le logiche del mercato hanno costretto a chiudere. Raccogliamo idealmente la sua bandiera e andiamo avanti: abbiamo trovato un altro luogo bellissimo, il Circolo Cerizza, emblema anch&#8217;esso della Milano più autentica, e non vi diciamo di più perché &#8211; ci auguriamo &#8211; presto lo vedrete.<br />
Abbiamo cambiato giorno: ora l&#8217;appuntamento fisso è al terzo giorno della settimana, con &#8220;I mercoledì del Cerizza&#8221;. Quel che non cambia mai è la voglia di poesia a fiotto di qualità, di scambio fra poeti giovani e meno giovani, affermati e meno affermati, all&#8217;insegna dell&#8217;amicizia, dell&#8217;interesse autentico e della voglia di stare bene costruttivamente.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Ecco il calendario fino all’anno nuovo</span>:</p>
<h3 style="text-align: center;">20 ottobre     GRANDE INAUGURAZIONE</h3>
<p style="text-align: center;">Serata collettiva, festa della poesia, brindisi per tutti, dodici poeti ci leggono i loro lavori e poi succeda quel che succeda.<br />
<span id="more-36940"></span><br />
27 ottobre tre poete: DE LISI, SARACINO, GROSA</p>
<p><strong>Valentina De Lisi</strong> è nata a Palermo nel 1983 e vive a Torino. Pianista, ha svolto attività concertistica in Italia e negli Stati Uniti. Suoi testi sono apparsi su &#8220;Lo Specchio&#8221; della Stampa, &#8220;GQ Magazine&#8221;, &#8220;Absoluteville&#8221; e &#8220;Nazione Indiana&#8221;. Collabora con il compositore di musica elettronica Pietro Bonanno.</p>
<p><strong>Carla Saracino</strong> (1980) è di Maruggio (Ta).  Nel 2007 ha pubblicato I milioni di luoghi (Lietocolle, Premio Saba opera prima). Sue poesie sono apparse inoltre su &#8220;Nuovi Argomenti&#8221; (Mondadori), &#8220;Lo Specchio&#8221; della Stampa, &#8220;L’immaginazione&#8221; (Manni), &#8220;Tabula rasa&#8221; (Besa) e su varie antologie. Svolge lavoro di consulenza editoriale per la casa editrice Poiesis e di critica letteraria per le riviste &#8220;Le Voci della Luna&#8221; e &#8220;Geniodonna&#8221;. Nel 2009 ha pubblicato 14 fiabe ai 4 venti (Lupo). Insegna Lettere a Milano.</p>
<p><strong>Marinella Grosa</strong> è nata a Torino dove si è laureata in letteratura francese. Ha pubblicato le raccolte di poesia Geometrie dell’attesa (Campanotto 1996) e Lieto fine (Campanotto 2010). Oltre a essere poeta, è una raffinata astrologa.</p>
<p style="text-align: center;">3 novembre             LUISA PIANZOLA E MICHELANGELO COVIELLO</p>
<p><strong>Luisa Pianzola</strong> (Tortona 1960) si è laureata in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Genova e ha studiato visual design a Milano. Dopo due saggi sull’architetto Alberto Sartoris, ha pubblicato i libri di poesia Sul Caramba (Sapiens 1992), Corpo di G. (LietoColle 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), La scena era questa (LietoColle 2006, prefazione di Gianni Turchetta), Salva la notte (La Vita Felice 2010, note critiche di Gabriela Fantato e Mario Santagostini). Cocuratrice dell’edizione 2006 de Il Segreto delle Fragole (LietoColle) e coautrice del video poetico Bíos (2007), suoi testi sono apparsi in riviste, siti web e sono presenti nei volumi Senza Riparo. Poesia e Finitezza (Stefano Guglielmin, La Vita Felice 2009), Leggére variazioni di rotta (Le voci della luna 2008), La nebbia non si mangia. Dodici poeti alessandrini (a cura di Sandro Montalto, in uscita presso Manifattura Torino Poesia). È redattore della rivista di poesia “La Mosca di Milano”. Vive e lavora come giornalista freelance tra Tortona e Milano.</p>
<p><strong>Michelangelo Coviello</strong> (Agropoli, SA, 1950). Si è laureato in Filosofia nel 1974 presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1978 ha lavorato come copywriter pubblicitario per le seguenti Agenzie di pubblicità: Broucc, Idea 2, Ata Univas, M &amp; AD, New Information, Gorla &amp; Associati, Promoconvention. Nel corso di diversi soggiorni a New York ha frequentato i corsi di scrittura di Syd Field.<br />
Insegna ‘Tecniche e metodi della scrittura’ presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Design della Comunicazione e ‘Scrittura Creativa’ presso lo IED di Milano. Fa parte di ‘Creative Council’, società di formazione della comunicazione.<br />
Ha pubblicato i libri di poesia Indice (Feltrinelli 1976), Grossomodo (Savelli 1982), Dobbiamo vendere il cielo (Corpo 10 ed. 1992), Casting (Niebo 1999). Tra le sue prose più recenti, i romanzi Dee Jay (Edizioni D’IF 2005) e Inferno 28 (La vita felice 2009), i racconti News (Lietocolle 2006), e i saggi Il mestiere del copy (Franco Angeli 1998), La gamba del tavolo- Memoria, retorica, pubblicità (Book Time 2008), Figure retoriche e pubblicità (Franco Angeli 2009). Come traduttore ha curato la versione italiana di Drafts and Fragments di Ezra Pound, uscita presso l&#8217;editore Guanda col titolo Prove e frammenti.</p>
<p style="text-align: center;">10 novembre           MARIA ROSA PANTÈ</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Maria Rosa Pantè</strong> vive a Borgosesia ed è insegnante. Collabora a vari siti letterari e giornalistici. Ha pubblicato la raccolta di liriche L’amplesso retorico. Voci femminili dal mito (Campanotto 2004), e il libro di racconti Noi che non fummo Muse, (Manni 2006). Da quattro anni collabora con le rassegne di Teatro e Scienza. Nel 2009 ha collaborato alla scrittura del testo teatrale dello spettacolo dell’attrice Lucilla Giagnoni, Big Bang, che è in tournée in tutta l’Italia. La sua ultima pubblicazione è il romanzo Non ho l&#8217;età (0111 Editore 2010). Ha inoltre redatto una delle voci del libro antologico Animali della letteratura italiana, ed. Carocci, curato da Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi dell&#8217;università di Bologna.</p>
<p style="text-align: center;">17 novembre           UMBERTO FIORI</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Umberto Fiori</strong> (Sarzana, 1949) è insegnante, scrittore, poeta e musicista. si trasferisce giovanissimo a Milano, dove si laurea in filosofia e vive tuttora. Ha fatto parte come cantante, chitarrista e autore del popolare gruppo rock militante Stormy Six.<br />
Lasciato il mondo della musica nei primi anni ottanta, si è dedicato a tempo pieno alla poesia. Nel 1986 esce la sua prima raccolta, Case, alla quale seguono Esempi (1992), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (1996), Tutti (1998) e La Bella Vista (2002). Insegnante e saggista, ha collaborato come docente di letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Nel 2007 escono il suo primo romanzo, La vera storia di Boy Bantàm, e la raccolta di saggi La poesia è un fischio.</p>
<p style="text-align: center;">24 novembre           LUCIANO NERI</p>
<p><strong>Luciano Neri</strong> è nato il 5 giugno 1970 a Genova, dove vive e lavora. Ha pubblicato Dal cuore di Daguerre  (1997, Gazebo) con prefazione di Mariella Bettarini, e La spedizione del controtempo nel Nono quaderno di poesia italiana, a cura di Franco Buffoni e con introduzione di Fabio Posterla. E’ in uscita presso Puntoacapo editrice la sua ultima raccolta, Lettere Nomadi.</p>
<p style="text-align: center;">1 dicembre		GUIDO OLDANI</p>
<p><strong>Guido Oldani</strong> è nato nel 1947 a Melegnano (Milano, Italia), dove vive. Ha pubblicato sulle principali riviste letterarie, come &#8220;Alfabeta&#8221;, &#8220;Paragone&#8221;, &#8220;Il Belpaese&#8221;. &#8220;Poesia&#8221;. E’ del 1985 la sua raccolta &#8220;Stilnostro&#8221;, introdotta da Giovanni Raboni. Ha contribuito alla riscoperta del poeta vociano Clemente Rebora (1885-1957), curando, nel 1986, il volume unico della rivista &#8220;Psichopatology&#8221;, a lui dedicato. Il suo lavoro poetico si snoda essenzialmente attraverso gli annuari di poesia dell’editore Crocetti (1997-2000). E&#8217; presente in alcune antologie, &#8220;80 Poesia&#8221;,&#8221;Poeti d&#8217;inverno&#8221;, &#8220;Poesia 89&#8243; , &#8220;Poesia italiana&#8221; (1952-1988), &#8220;La via lombarda&#8221;. Negli anni novanta le riviste &#8220;Kamen&#8221; e &#8220;Block Notes&#8221; gli hanno dedicato l’intera sezione critica. Di lui hanno scritto, fra gli altri, Angelo Romanò, Mario Spinella, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Giancarlo Majorino, Tiziano Rossi, Giorgio Luzzi, Giuliano Gramigna e Roberto Sanesi. E’ stato invitato al festival internazionale &#8220;Milano Poesia&#8221; (1987) e nel 1988 vi ha presentato la delegazione dei poeti russi, ricevendo a sua volta l’invito per Mosca. Ha rappresentato l’Italia al convegno internazionale della Fondazione Vardo (Stoccolma – 1997). Ha fatto parte della delegazione dei poeti italiani a New York nel 1999. Collabora come critico letterario e conduttore di rubriche di poesia con il quotidiano &#8220;Avvenire&#8221;. Fa parte del comitato scientifico del mensile &#8220;Luoghi dell’infinito&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;">15 dicembre 		FRANCESCA MATTEONI</p>
<p>Francesca Matteoni è nata nel 1975 a Pistoia, ha svolto diversi lavori e ha conseguito un dottorato in storia moderna presso l’Università di Hatfield (UK). È nella redazione del blog letterario “Nazione Indiana” e della rivista romana “Metromorfosi”. Si interessa di molte cose tra cui le fiabe popolari, storie e tradizioni sugli animali e tutto quello che è nord. Tra le sue pubblicazioni: Artico (Crocetti, 2005), Appunti dal parco (Wizarts, 2008), Higgiugiuk la lappone, nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa, 2010).</p>
<p>Anna: 333 2876 930 &#8211; Francesca: 347 0500037 &#8211; Luciano: 340 7373 943</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/20/i-mercoledi-del-cerizza/">I mercoledì del CERIZZA</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il Canto di Anna</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 10:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/piazza-Aspromonte1.jpg"></a></p>
<p>Venerdì 16 e sabato 17 aprile, ore 20.45, al <a href="http://www.curtatone19.it/16_aprile.html">Circolo Curtatone</a>, via Curtatone 19, Milano, <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong>, accompagnata da <strong>Constantin Mihai</strong>, &#8220;violino clandestino&#8221; ci offriranno una lettura scenica (ingresso € 3,00, segue rinfresco) del <em>Canto di una ragazza fascista dei miei tempi</em> (Transeuropa, Massa, 2010), di cui potete vedete la copertina (estesa alla quarta, cliccare per ingrandire) in fondo al post.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/15/32886/">Il Canto di Anna</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/piazza-Aspromonte1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/piazza-Aspromonte1-300x200.jpg" alt="" title="piazza Aspromonte" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-32907" /></a></p>
<p>Venerdì 16 e sabato 17 aprile, ore 20.45, al <a href="http://www.curtatone19.it/16_aprile.html">Circolo Curtatone</a>, via Curtatone 19, Milano, <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong>, accompagnata da <strong>Constantin Mihai</strong>, &#8220;violino clandestino&#8221; ci offriranno una lettura scenica (ingresso € 3,00, segue rinfresco) del <em>Canto di una ragazza fascista dei miei tempi</em> (Transeuropa, Massa, 2010), di cui potete vedete la copertina (estesa alla quarta, cliccare per ingrandire) in fondo al post. A me il modo migliore di conoscere il libro sembra quello di intervistare l&#8217;autrice, e quindi ecco qua:</p>
<p><em>Antonio</em>: Cara Anna, da pochi giorni ho letto il tuo <em>Canto</em>, letto d&#8217;un fiato, perché non mi pare che si presti a molte interruzioni, e mi ha molto colpito. E allora mi piacerebbe parlarne con te, qui in pubblico: una recensione ‒ intervista con l’autrice: la prima domanda è quasi d&#8217;obbligo: c&#8217;è qualche elemento autobiografico nella storia, o meglio nelle storie, che compaiono in questo vero moderno poema epico?</p>
<p><em>Anna</em>: Più di uno. Innanzitutto per l&#8217;io narrante: se riguardo al mio libro precedente, <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788862220828/lamberti-bocconi-anna/rumeni.html">Rumeni</a></em>, ci tenevo a specificare che la protagonista mi somigliava ma non ero del tutto io, qui devo ammettere che il personaggio della poetessa è proprio un autoritratto, fa le cose che faccio io, gira da sola a piedi a tutte le ore, <span id="more-32886"></span>guarda tutto, interroga tutto, si siede sulle panchine, con quella libertà tra l&#8217;eroico e il trasognato di chi non ha più niente da perdere. Poi c&#8217;è Milano, il mio scenario d&#8217;elezione, una città che più autobiografica di così non si può. Al dritto e al rovescio, dal 1961 a oggi.<br />
Per quanto riguarda le storie, quella di Filippo e quella di Francesco sono tutte inventate, anche se,  per Filippo quando parla dell&#8217;alpinismo, mi sono ispirata a un paio di ragazzi di gran valore miei amici, entrambi &#8220;cuori neri&#8221;, che fanno scalate in solitaria e vivono questa pratica come una disciplina di elevazione spirituale, una sorta di arte marziale occidentale.<br />
Invece la ragazza fascista ha degli agganci abbastanza puntuali con cose realmente avvenute. Era decenni che mi portavo dentro il ricordo vago ma rilevante di una ragazza un po&#8217; più grande di me, la figlia di un collega di mio padre (per l&#8217;appunto, &#8220;un avvocato anni Sessanta&#8221;): un&#8217;adolescente difficile, prepotente, allo sbando per carattere, per famiglia, chi lo sa, che crescendo ha seguito davvero la parabola autodistruttiva che ho raccontato (anche se poi nel testo molte cose le ho aggiunte o le ho cambiate). Erano anni duri e io ero poco più che una bambina. Sai quando da piccoli si percepiscono delle cose ma senza capirle bene, e perciò rimangono nel mistero, si piantano a fianco della vita che passa, e acquisiscono persino un fascino, una teatralità laterale&#8230; Evidentemente questa immagine mi ha accompagnato in silenzio per tanti anni, e poi a un certo punto è venuto il momento di farla parlare.<br />
Infine vorrei aggiungere che, dal punto di vista della mia autobiografia psichica, tutte le passioni perdenti, anche quelle non vissute in prima persona, fanno da travi portanti; e non chiedetemi il motivo, perché non lo so. So solo che &#8211; da tutta la vita &#8211; quel che colgo attorno a me di acceso, convinto, romantico, sbagliato, sbaragliato, morale, immorale, sacrificale, mi si installa subito in animo e non mi molla più, diventa mattoni.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/Anna-Lamberti-Bocconi.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/Anna-Lamberti-Bocconi-300x224.jpg" alt="" title="Anna Lamberti-Bocconi" width="300" height="224" class="alignright size-medium wp-image-32905" /></a></p>
<p><em>Ant.</em>: sono sempre curioso di capire, se mai è possibile, la genesi di un&#8217;opera. Ti chiedo quindi se c&#8217;è o c&#8217;è stato qualche episodio, fatto, sfumatura, fantasia della tua vita recente che ha provocato la composizione del tuo poema.</p>
<p><em>Anna</em>: Certo, come no! Devo lo stimolo, la frustata decisiva al RicercaBo di novembre scorso, un convegno, festival, non saprei come definirlo, insomma un&#8217;iniziativa sulla letteratura di ricerca che si tiene a Bologna, con fantastici padroni di casa chiamati Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini. Sono stata invitata e ho portato la parte dell&#8217;opera fino allora esistente, quello che sul libro è il primo canto. L&#8217;accoglienza è stata ottima, e io felice, ovviamente. Poi mi si è avvicinato un bel tipo distinto, si è complimentato, io non lo conoscevo, lui si è presentato come Giulio Milani, il direttore editoriale di <em>Transeuropa</em> , e mi ha detto che voleva pubblicare il mio lavoro. Credevo, io, di cavarmela a buon mercato, di dargli quel breve poemetto, accompagnato dal resto delle mie poesie inedite&#8230; Eh no! Milani ha capito subito con chi aveva a che fare, e mi ha, come dici tu, provocato la composizione: &#8220;Lo voglio proprio, e te lo pubblico subito: ma tu mi scrivi un libro tutto intero, coi personaggi e con una storia. Altrimenti, nisba&#8221;. E questi sono i modi in cui si fa &#8220;produrre&#8221; la Lamberti-Bocconi. Mi sono sentita sfidata su una cosa che mi piaceva, e nell&#8217;arco di due-tre mesi l&#8217;ho portato a termine. </p>
<p><em>Ant.</em>: &#8220;Parliamo un po&#8217; di <a href="http://www.piazzaaspromonte.it/">piazza Aspromonte</a>, che anche a me è cara e che ho scelto per l&#8217;immagine di testa, con i suoi alberi e le sue panchine, e di Filippo bello biondo e vagabondo; ci sono dei versi che ogni tanto mi colpiscono più di altri, perché suscitano echi inaspettati, &#8220;<em>Volevo bere dove non si muore / dove scorrono i fiumi della stirpe, / al modo del cinabro celebrare / un ideale mistico e lucente</em>&#8230;&#8221;; qui c&#8217;è un&#8217;eco inaspettata di provenienza dannunziana, del resto coerente con l&#8217;ispirazione principale di Filippo, che ne dici? Quei &#8220;fiumi della stirpe&#8221; &#8230;, che, per inciso, a me suona molto bene, visto che, malgrado nella sinistra parlar bene di D&#8217;Annunzio suoni eresia, io ne apprezzo molte cose. Hai voglia di commentare su questo e su eventuali altre eco, più o meno coscienti, che riconosci nel tuo poema?&#8221;</p>
<p><em>Anna</em>: Mi chiedi di parlare di piazza Aspromonte? E io lo faccio con piacere! Come in buona parte della mia cara Città Studi, ci troviamo in un tessuto urbano compatto e integro, in stile primo &#8217;900; forse la Milano più amabile, quella storica un po&#8217; defilata, mai toccata da mode e corruzioni varie. In particolare, i giardinetti boscosi di piazza Aspromonte costituiscono un&#8217;area verde particolarmente bella, con alberi di pregio donati e piantumati all&#8217;epoca dai fratelli Ingegnoli, celebri agronomi di quella stirpe entusiasta, audace e creativa che ha fatto l&#8217;Italia. Pensate &#8211; divago un attimo &#8211; che c&#8217;è una lettera del 1888 indirizzata da Giuseppe Verdi ai fratelli Ingegnoli, i quali gli avevano mandato in omaggio sei esemplari di un frutto esotico di cui avevano appena iniziato in Italia la coltivazione: il caco! Il Maestro esprime grande entusiasmo per quella dolcissima delizia, e ne auspica la diffusione su tutto il territorio nazionale. Bene, tutto ciò per evocare le nervature storiche di una certa Milano, che è poi quella che metto in scena nei miei libri, impattata con la più dura contemporaneità. E dunque, capirai che mi ha fatto gioco il fatto che attualmente in piazza Aspromonte si trovi la sede di Forza Nuova&#8230; L&#8217;ambientazione ideale per il mio Filippo.</p>
<p>D&#8217;Annunzio: a me piace moltissimo. La sinistra, poveretta, lasciamo un po&#8217; che parli o non parli di quel poco che può&#8230; Te lo dice una che ha sempre votato PCI e poi querce, ulivi, pds, ds, pd, caparbiamente fino alla catastrofe odierna. Così approfitto anche per chiarire inizialmente, e semplicemente, quel che magari potrebbe ingenerare un equivoco: non sono fascista. D&#8217;Annunzio fu il Vate letterario di quel tipo di fascismo roboante e vitale che in effetti ispira l&#8217;estetica di quelli come Filippo, una &#8220;minoranza nobile&#8221; che a tutt&#8217;oggi fa proprie quel tipo di visioni. Io la sento come un&#8217;epoca, uno sfondo che da una parte sfornava fregi, proclami, opere ardite, fermento artistico, individui affascinanti e grandi realizzazioni, dall&#8217;altra forgiava un terrificante crogiolo di sangue e atrocità. Mi pare che nei quattro versi che hai citato ci sia una buona sintesi dell&#8217;utopia di questo stile. Il cinabro, poi, oltre a essere un vocabolo di bel suono e un minerale di uno splendido rosso, l&#8217;ho messo per richiamare il titolo, Il cammino del cinabro, dell&#8217;autobiografia spirituale di Julius Evola, il &#8220;loro&#8221; maggior filosofo. </p>
<p>Altre eco, vediamo un po&#8217;&#8230; Le lenzuola nere che appaiono verso l&#8217;inizio sono quelle, anch&#8217;esse sedimentate in me da tempi remoti, di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, uno dei miei film preferiti, dove Eros e Thanatos si intrecciano nelle fattezze di due grandiosi GianMaria Volonté e Florinda Bolkan. Per i dialoghi spezzati all&#8217;interno dei versi, che quando vengono bene mi danno un&#8217;immensa soddisfazione, riconosco come maestro Gozzano. Poi i fumetti: soprattutto il quarto canto, quello di Francesco, me lo vedrei bene sceneggiato da qualcuno in gamba, quelli giovani che non so neanche come si chiamano, tipo la rivista &#8220;Animals&#8221;, insomma. Anzi, mentre lo scrivevo lo immaginavo proprio visivamente. E infine: già per <em>Rumeni</em>, e poi anche per questo <em>Canto</em> (mi riferisco alla <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/04/10/anna-lamberti-bocconi-canto-di-una-ragazza-fascista-dei-miei-tempi/">recensione</a> di Nadia Agustoni su <em>La Poesia e lo Spirito</em>), più di una volta sono stata accostata a Pasolini. Beh, che questa eco risuoni o meno nei lettori, devo dire che è un onore talmente grande per me, che non ho la capacità di commentarlo. </p>
<p><em>Ant.</em>: Sì, Milano è indubbiamente lo scenario principale di tutto il poema; ma certi voli vanno ben più in là: “<em>Voi vivi, voi borghesi, voi distanti / voi padri e madri, voi giorni passati: / siete la fossa dove abbiam buttato / i soli cuori che ci avete dato</em>”, hai voglia di commentare questa quartina, tra l’altro da te corsivata, del quinto canto?</p>
<p><em>Anna</em>: Di fatto, la quartina che riporti ha un&#8217;importanza particolare. Oltre a costituire un inciso, un&#8217;altra voce rispetto a quella della poetessa, alla quale è affidato tutto il quinto canto, questi versi sono un po&#8217; la chiave di senso di tutto il libro: ecco i due motivi per cui la quartina è isolata e messa in evidenza dal corsivo.  Anche nella parte di Francesco c&#8217;è una quartina corsivata, ma in quel caso solo perché è una strofetta da stadio che il ragazzo sta canticchiando. Qui invece si tratta di ben altro. Questi versi sono da immaginare come il coro di tutti i protagonisti del libro, e di tutti quelli come loro: la sintesi del loro fato, il senso profondo e comune di vicende esistenziali con uno stesso nocciolo, benché tanto diverse le une dalle altre. Io immagino come un gruppo di giovani che viene avanti con passo scandito dal destino, inesorabile, senza scampo; una visione forte e cupa; una marcia funebre d&#8217;accusa. Accusa a che? O meglio, descrizione ineludibile di un fato, che nella sua nudità diventa accusa: allo spaventoso e ipocrita mondo &#8220;borghese&#8221;, l&#8217;insofferenza verso il quale è la molla di ogni ribellismo; alla sua povertà di cuore, alla sua freddezza e distanza, alla sua bassezza di orizzonti, alle sue messinscene, ai panni sporchi da lavare in casa; e soprattutto al sistema familiare, sua più compiuta macchina da tortura.</p>
<p><em>Ant.</em>: Il ritmo molto ben cadenzato dell’endecasillabo tiene tutto il poema, si spezza solo in alcune parti del quinto, e ultimo, canto, come mai? È una specie di congedo, è un rilassarsi dal rigore precedente?</p>
<p><em>Anna</em>: Certo, è un congedo: &#8220;Io ho scritto versi e versi, e tanti e tanti / e con loro vi voglio salutare&#8221;, dice la poetessa introducendo il finale. Ma non si tratta di un rilassamento, bensì di un gioco compositivo, col quale la poetessa-personaggio del libro e la poetessa vera Anna L.B. confluiscono &#8220;a vista&#8221; l&#8217;una nell&#8217;altra, creando un duplice livello di espressione: per questo il saluto con cui la poetessa si congeda dal pubblico dei lettori è costituito da quattro poesie &#8220;diverse&#8221;, come se fossero testi esterni al poemetto stesso, che lei prende dalle sue carte e inserisce dentro a scopo di congedo. Precisamente quel che ho fatto io: ho scelto dai miei quaderni quattro poesie che andavano bene per la mia conclusione, e le ho come &#8220;donate&#8221; al personaggio della poetessa. E non a caso l&#8217;unica altra poesia &#8220;mia&#8221; oltre alle quattro finali si trova nel secondo canto, quello più intimo, dove si parla delle madri. Una verità delicata ma esplicita, che chi vuol vedere potrà vedere benissimo. </p>
<p><em>Ant.</em>: Accenni a Gozzano, anche a me caro, e mi ci aveva fatto pensare soprattutto il dialogo dell&#8217;insegnante con Filippo. Ma è Gozzano, per me, anche la voce della città, con uno scarto di colore, di tono, anche se il verso ha una limpidezza paragonabile. Intendo dire che proprio quando la vicenda è calata dentro la città avverto all&#8217;improvviso una sensazione di estrema vicinanza e contemporaneamente di brutale allontanamento. La vertigine di un angolo imprevisto, vicino da sempre, mai scorto prima. E&#8217; voluto? E&#8217; una mia impressione?</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/Copertina_AnnaLB1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/Copertina_AnnaLB1-300x212.jpg" alt="" title="Copertina_AnnaLB1" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-32885" /></a></p>
<p><em>Anna</em>: Posso rispondere in breve? Sì, è voluto, e mi fa estremo piacere questa tua osservazione. Più il mio poemetto darà vertigine, più sarò contenta. Vuol dire che sono riuscita a esprimere quel che volevo. Grazie!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/15/32886/">Il Canto di Anna</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Di lunari e di streghe</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p></p>
<p>Nel 1988 compare nelle librerie italiane il romanzo <em>Felice anno vecchio</em> del brasiliano <strong>Marcelo Rubens Paiva</strong>, tradotto per Feltrinelli da <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong>. Non ho letto il romanzo, anche se mi ha colpito questa frase che ho trovato in una sua <a href="http://www.mood.com.br/literatura/9.asp">recensione</a>: «Na verdade, <em>Feliz Ano Velho</em> mostra toda a inquietação de um jovem que viveu plenamente, como se cada minuto de sua vida como se fosse o último.», ma Anna mi ha raccontato che è pieno di musica e questo è stato ciò che l’ha reso interessante nel momento in cui Anna, allora “ragazzina assoluta” (espressione da lei usata nel suo racconto) si è trovata a essere una fan di <strong>Ivano Fossati</strong> e a promettergli, avuta l’occasione di una parola al volo, di inviargli qualche bel regalo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/di-lunari-e-di-streghe/">Di lunari e di streghe</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
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<p>Nel 1988 compare nelle librerie italiane il romanzo <em>Felice anno vecchio</em> del brasiliano <strong>Marcelo Rubens Paiva</strong>, tradotto per Feltrinelli da <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong>. Non ho letto il romanzo, anche se mi ha colpito questa frase che ho trovato in una sua <a href="http://www.mood.com.br/literatura/9.asp">recensione</a>: «Na verdade, <em>Feliz Ano Velho</em> mostra toda a inquietação de um jovem que viveu plenamente, como se cada minuto de sua vida como se fosse o último.», ma Anna mi ha raccontato che è pieno di musica e questo è stato ciò che l’ha reso interessante nel momento in cui Anna, allora “ragazzina assoluta” (espressione da lei usata nel suo racconto) si è trovata a essere una fan di <strong>Ivano Fossati</strong> e a promettergli, avuta l’occasione di una parola al volo, di inviargli qualche bel regalo. Anna gli inviò il romanzo da lei tradotto e un po’ alla volta tra Anna e Ivano si instaurò un rapporto di amicizia e collaborazione musicale.<br />
Già all’epoca il demone della poesia possedeva Anna, e fu così che realizzò il suo sogno<span id="more-26739"></span> di fargli leggere le sue poesie – e quando Ivano lesse <em>Alla Luna</em>, chiese ad Anna di permettergli di inserirla in una sua canzone. Vi lascio immaginare la risposta di Anna. Ecco la poesia originale:</p>
<p><span style="color: #b812ec;"><strong>Alla Luna</strong></span><br />
<em> Ma tu chi sei, cos’hai, perché non parli,<br />
non argenti di stelle anche lo scialbo<br />
mattino? Sei tu stessa a incasellarli,<br />
gli astri lucenti, dentro il grande albo<br />
del cielo, o sei anche tu una figurina,<br />
senza potere, se non nelle notti<br />
di ferire gli amanti come spina?<br />
E quanto più sei gelida più scotti.<br />
Ahi, bella, se potesse tutto il male<br />
che mi consuma mutare la spada<br />
di luce tua in un giro di scale<br />
armoniche, ascendenti, in una strada<br />
che a te mi conducesse! Ma non vale<br />
niente che io faccia, che resista o cada.<br />
Tu non mi ami. E’ questo il grande lutto<br />
che oscura le mie vesti. Ma ora voglio<br />
dirti la verità del lato brutto,<br />
paradossale, a cui non si rimedia:<br />
tu non mi ami: questo è il grande male;<br />
io non ti amo: questa è la tragedia.</em></p>
<p>Testo che Anna poi inserì nella raccolta <em>Sale rosso</em>, uscita nel 1992 (Stampa Alternativa) e in <em>Il vino di quella cosa</em> (Campanotto 1995).</p>
<p>Per capire la canzone in cui Ivano Fossati inserì <em>Alla Luna</em>, occorre sapere la storia delle streghe di Nogaredo, che racconterei così, senza ovviamente tener conto di tutte le varianti esistenti nei documenti e nei racconti pervenutici e seguendo abbastanza fedelmente <a href="http://www.girovagandointrentino.it/puntate/2003/estate/rovereto/streghe.htm">questa traccia</a>:</p>
<p>Corre l’anno 1646: Galileo è morto da quattro anni e Newton balbetta le prime frasi, l&#8217;Europa è sconvolta e ormai stremata dalla guerra dei trent&#8217;anni, che si concluderà due anni dopo e che ha visto tra l&#8217;altro inasprirsi ancora i conflitti tra protestanti e cattolici.<br />
A <strong>Nogaredo</strong>, comune della Vallagarina, ora in provincia di Trento, dall’altra parte dell’Adige rispetto a Rovereto, una certa Mercuria accusa Domenica Chemelli di furto e stregoneria: a seguito di tale accusa, le due donne sono rinchiuse nelle carceri di <a href="http://www.comune.nogaredo.tn.it/storia_e_arte/castel_noarna.htm">Castel Noarna</a>, e vengono loro tagliati i capelli come segno delle accuse mosse nei loro confronti. Mercuria, che viene a sua volta accusata di stregoneria, afferma che sono state Domenica e la figlia Lucia a insegnarle come diventare una strega, trattenendo l&#8217;ostia consacrata sotto la lingua dopo la Comunione e imprimendole il marchio del demonio su una spalla. Anche Lucia e Domenica vengono quindi arrestate, rinchiuse nelle carceri del castello e sottoposte a varie torture.<br />
Mercuria, dopo le torture subite, ammette di essere una strega, di partecipare ai sabba e di aver praticato guarigioni con unguenti satanici e polvere di ossa di persone morte. Afferma inoltre di aver avuto rapporti con tale stregone Delaito. A seguito degli interrogatori, Mercuria venne rilasciata.<br />
Lucia invece, sempre sotto tortura, narra di quella volta in cui lei ed altre donne stregarono il signor Cristoforo Sparamani: una notte, trasformate in gatti, entrarono nella sua camera da letto e lo cosparsero con un unguento dato loro dal diavolo, poi, riprese le sembianze umane, festeggiarono con pane, formaggio e vino sottratti alla sua cucina. Spesso, durante questi festeggiamenti, il diavolo si univa a loro, sotto sembianze sia umane che animali (una capra).<br />
Successivamente, altre donne delle giurisdizioni di Castel Noarna e Castellano vengono arrestate per stregoneria. Domenica, Lucia e le altre donne, stremate dalla tortura, ammettono la loro stregoneria e narrano di sabba e pozioni magiche.<br />
Il processo, che si tiene a Palazzo Lodron, si protrae per un anno. Durante il processo, l&#8217;avvocato difensore delle imputate, Marco Antonio Bertelli di Nomi, dimostra come gli interrogatori non siano stati eseguiti correttamente e ottiene il permesso di far sottoporre a perizia medica le accusate. Dalla perizia risulta che le donne non portano segni diabolici sul corpo e l&#8217;avvocato – bontà sua – sostiene quindi come le loro colpe siano sempre inferiori in quanto le donne sono &#8220;fragili, imbecilli nell&#8217;intelletto, ignoranti, credulone e facilmente soggiogabili&#8221;.<br />
Nonostante le tesi sostenute dalla difesa, le donne vengono dichiarate colpevoli. Questo il testo della sentenza di condanna:</p>
<p style="padding-left: 50px;">SENTENZA di CONDANNA delle STREGHE del 13 APRILE 1647<br />
Noi Paride Madernino, Giudice Delegato, sentenziamo e codanniamo<br />
DOMENICA CHEMELLI &#8211; LUCIA CAVADEN &#8211; DOMENICA GRAZIADEI &#8211; CATERINA FITOLA &#8211; GINEVRA CHEMOLA &#8211; ISABETTA e PAOLINA BRENTEGANI<br />
che per mano del Ministro di giustizia, a tutte sopra le Giare, luogo a questo effetto destinato, gli sii tagliata la testa dal busto, a tale che se ne morino e le anime loro si separino dalli corpi; e inoltre gli cadaveri di quelle siino abbruciati e le reliquie sue in dette giare seppellite ad esempio d&#8217;altri.</p>
<p>Il giorno seguente, 14 aprile 1647, in località Giare, la sentenza venne eseguita dal boia Ludovico Oberdorfer di Merano: decapitazione e successivo rogo, alla quale dovette assistere tutta la popolazione, pena un&#8217;ammenda di 25 ducati a persona.<br />
Nel processo venne incriminato anche un uomo, Santo Graziadei, che morì in prigione nel 1651.</p>
<p>Ed ecco il testo della canzone che Fossati dedicò alla vicenda e che inserì nell’album &#8220;Discanto&#8221; del 1990:</p>
<p><span style="color: #b812ec;"><strong>Lunario di settembre</strong></span><br />
(<em>Il processo di Nogaredo</em>)<br />
(Fossati &#8211; Lamberti Bocconi)</p>
<p><span style="color: #b812ec;"><strong>L&#8217;Accusa</strong></span><br />
<em>Durante gli interrogatori è riuscito<br />
che le imputate<br />
in tempo di luna al primo quarto<br />
hanno rinunziato al sacramento<br />
del battesimo<br />
seducendosi l&#8217;una per l&#8217;altra<br />
a commettere tale mancamento<br />
permettendo per maggiore dannazione<br />
delle loro anime<br />
di essere ribattezzate<br />
con una nuova infusione d&#8217;acqua<br />
sopra il capo<br />
essendosi sottoposte a tal legame<br />
di obbedienza<br />
al Nemico del genere umano. </em></p>
<p><em>Che in tempo di luna piena<br />
a ore comode, ai malfatti propizie<br />
erano portate in aria<br />
invisibilmente<br />
in maledetti congressi<br />
dove venivano compiute<br />
diversità e quantità di incantagioni, sortilegi<br />
giochi bestiali ed ereticali. </em></p>
<p><em>Che in luna di ultimo quarto<br />
hanno esse confessato le violenze<br />
i venefici, i danni infiniti<br />
le infermità incurabili<br />
alle persone, agli animali. </em></p>
<p><em>In luna nuova di settembre<br />
la distruzione dei raccolti<br />
nelle campagne<br />
mediante la sollevazione<br />
di venti e tempi<br />
impetuosi. </em></p>
<p><span style="color: #b812ec;"><strong>Dialogo fra l&#8217;inquisitore e un&#8217;imputata</strong></span><br />
<em>Ma tu chi sei<br />
cos&#8217;hai perché non parli<br />
non argenti di stelle<br />
questo scialbo mattino<br />
non sei tu stessa<br />
a incasellarli<br />
gli astri lucenti<br />
nel grande albo del cielo<br />
o sei anche tu una figurina<br />
senza potere<br />
se non nelle notti<br />
di ferire i viandanti<br />
come spina. </em></p>
<p><em>Ahi signore<br />
se potesse tutto il male<br />
che mi consuma<br />
mutare la spada tua<br />
in un giro di scale armoniche<br />
ascendenti<br />
o in una strada<br />
che via mi conducesse.<br />
Ma non vale niente che io faccia<br />
che resista o che cada<br />
tu non capisci<br />
è questo il grande lutto<br />
che oscura le mie vesti<br />
ma voglio dirti la verità<br />
dal lato brutto a cui non si rimedia<br />
tu non capisci<br />
è questo il grande male<br />
io non ti amo<br />
è questa la tragedia. </em></p>
<p><span style="color: #b812ec;"><strong>La sentenza </strong></span><br />
<em>Visto il processo<br />
coi testimoni esaminati<br />
dove manifestamente si comprova<br />
il corpo dei diversi delitti<br />
per essere stati commessi<br />
viste le dottissime difese<br />
per parte delle dette rappresentate<br />
viste finalmente<br />
le cose che devono vedersi<br />
e considerate<br />
quelle che devono essere considerate<br />
avuto il parere decisivo<br />
dei molti illustri e chiari signori<br />
commissari di questa giurisdizione<br />
affinché non abbiano a gloriarsi<br />
delle loro pessime opere<br />
ad esempio di altri<br />
in via definitiva<br />
sentenziamo e condanniamo. </em></p>
<p><em>Il 14 aprile 1647, nel luogo designato<br />
davanti ai contadini obbligati ad assistere al supplizio vengono decapitate:<br />
Lucia Caveden, Domenica, Isabetta e Polonia Graziadei,<br />
Caterina Baroni, Ginevra Chemola e Valentina Andrei<br />
i corpi sono bruciati, i resti seppelliti alle Giarre in terra maledetta.<br />
I beni delle donne confiscati.</em></p>
<p>Per amor di precisione si può notare che Fossati cambia qualche parola rispetto al testo di Anna; forse il cambiamento più rilevante, oltre al salto del verso <em>E quanto più sei gelida più scotti</em>, è la sostituzione di “amanti” con “viandanti” e di “tu non mi ami” con “tu non mi capisci”, cambiamenti del resto coerenti con la logica e il contesto della canzone.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/di-lunari-e-di-streghe/">Di lunari e di streghe</a></p>
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		<title>VIOLA AMARELLI Notizie dalla Pizia</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 13:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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<p align="center"></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=594,height=600,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/APOLLO.jpg" target="_blank" rel="nofollow"></a></p>
<p align="center">[ fotografia di Orfeo Soldati ]</p>
<p>&#160;&#160;di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p>&#160;&#160;Per circa due millenni le Pizie “profetizzarono” in nome e per conto di Apollo nel tempio di Delfi, tempio peraltro che, secondo il mito, nell&#8217;era ancestrale del matriarcato  era custodito dal drago Pitone, figlio di Gea &#8211; la Terra, la Dea Madre, la più antica divinità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/15/viola-amarelli-notizie-dalla-pizia/">VIOLA AMARELLI Notizie dalla Pizia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/SMALL_APOLLO.jpg" style="border:70px solid #669999;"/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=594,height=600,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/APOLLO.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p align="center"><small>[ fotografia di Orfeo Soldati ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;Per circa due millenni le Pizie “profetizzarono” in nome e per conto di Apollo nel tempio di Delfi, tempio peraltro che, secondo il mito, nell&#8217;era ancestrale del matriarcato  era custodito dal drago Pitone, figlio di Gea &#8211; la Terra, la Dea Madre, la più antica divinità. Solo col trionfo del giovane dio Apollo, nume del Sole, che uccide Pitone e si impadronisce del tempio, il matriarcato finisce e si instaura la religione solare, che verrà poi spodestata dalla vittoria del cristianesimo la quale porrà fine anche alle profezie di Delfi.<span id="more-23832"></span><br />
&nbsp;&nbsp;Apollo nomina dunque sue profetesse le Pizie, ponendole a guardia ed esercizio del proprio culto vittorioso. E&#8217; tuttavia  curioso che il loro nome derivi proprio da quello dell&#8217;assassinato Pitone: vi si può individuare la traccia di un legame misterioso e non amputabile tra le epoche, di un passaggio sotterraneo tra i diversi culti; un&#8217;avventura dello spirito ove si conferma che nel mondo delle Madri, delle matrici umane, nulla ha davvero una fine e un inizio.<br />
&nbsp;&nbsp;Le Pizie diventano così un emblema della forza del mito; ma nello stesso tempo costituiscono una realtà storica attestata per circa duemila anni, forte e prestigiosa, che fu pilastro della religione e delle città-stato greche.<br />
&nbsp;&nbsp;E’  questa l’architettura che <strong>Viola Amarelli</strong> utilizza  per costruire <em><strong>Notizie dalla Pizia</strong></em>: un&#8217;opera radicata tanto nel mito quanto nella realtà storica passata presente e futura (il nostro oggi!), che formano due piani continuamente intersecantesi in piena compattezza. Le due coordinate del libro si delineano fin dall&#8217;inizio: da un lato il richiamo mitico-classico, che mette sul tavolo l&#8217;essenza immutabile del Tempo, dall&#8217;altro le calate  nella contemporaneità, a parlare di un tempo che invece trascorre, si accumula e si fa Storia. E tutto ciò si dispiega per  la lunghezza del libro in modo infallibile e amalgamato genialmente, sia nelle tematiche sia nel registro linguistico. Quest&#8217;ultimo è aulico ma non retorico (come si conviene a un linguaggio di creazione), sostanziato da una ferrea base culturale e da immagini splendenti quando la sua funzione è ricreare un mondo mitico e sovratemporale; mentre invece a varie ed efficacissime incursioni nel modo ironico è affidato il compito di insinuarsi con grande naturalezza nelle visioni classiche, attualizzandole e rendendo i testi taglienti. In questo modo è come se il canto composito delle Pizie provenisse da un fuoco prospettico non euclideo, che toglie centro di riferimento al lettore e pertanto crea continua sorpresa.<br />
&nbsp;&nbsp;Impagabile per esempio la naturalezza con la quale nel prologo il coro delle Pizie, citando l&#8217;antico e sfortunato guardiano dell&#8217;antro, subito dopo l&#8217;alto registro del verso<em> serpe suo figlio senza resurrezione ucciso</em> recita fra parentesi, in controcanto: <em>Pitone, un nome già sfigato</em>. A questo punto il lettore sensibile è già bell&#8217;e che servito, straniato quanto basta e pronto a continuare la cavalcata.<br />
&nbsp;&nbsp;Siamo partiti e annusiamo anche noi quei vapori ctoni che rendevano veggenti ed esaltate le signore Pizie, in equilibrio fra il mondo materico e originario della grotta ove il respiro natale della terra esalava allucinogeno da una fenditura sulfurea, e le parentesi con freccia puntata all&#8217;oggi, che col loro registro abilmente abbassato fanno da disicantato commento.<br />
&nbsp;&nbsp;Pagina dopo pagina sfilano dunque le profetesse e  indovine consacrate cantate da Viola &#8220;Pizia&#8221; Amarelli, ognuna individuata nell&#8217;onda collettiva di una civiltà: popolaresche o bambine, pragmatiche o stordite, come in uno Spoon River composto quasi sempre di persone, a volte di modi e di paesaggi, e accomunate da una veggenza tanto suprema quanto inutile a se stessa, da esercitare &#8211;  sottratte a una visione mediterranea intagliata nel sole e spruzzata dalle onde azzurre &#8211;  giù nella grotta, a conoscere il tutto e la vanità del sapere stesso, in un sommo di nichilismo fatale&#8230;<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><strong>II – La veggente</strong><br />
<em>So, i granelli di sabbia<br />
la misura dei mari,<br />
le direzioni d’aquile e di venti.<br />
So dove l’ali di farfalle ogni momento.<br />
So, l’urlo e il muto,<br />
quello che è stato come ciò mai nato.<br />
So, fatica di termiti<br />
lucertole al salice inseguite.<br />
So, che sapere non serve<br />
so l’infelice.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><script type="text/javascript" src="http://mediaplayer.yahoo.com/js"></script><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/La-veggente-Viola-Amarelli-.mp3" target="_blank"><strong>La veggente</strong></a></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;Congiunte alla terra in rituali di erotismo numinoso che danno il dono della profezia, fecondate di veggenza dall&#8217;insufflazione dei vapori, custodi magiche della conoscenza, stranamente appare anche normale che le Pizie mantengano lo stesso incarnato concreto e plebeo delle donne campane, o l&#8217;isteria delle tarantolate.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><strong><em>V – La ribelle</em></strong><br />
<em>Non mi domaron<br />
le provaron tutte<br />
le buone e le cattive, minacce con blandizie.<br />
Non era colpa mia, con le loro risposte<br />
peggiori di domande tra calcoli e papiri,<br />
politiche d’accatto.<br />
Avevo l’urlo, frantumato, urlavo<br />
e quelli, preti e fedeli,<br />
tutti,<br />
atterrivano d’Apollo, lo spietato.<br />
Mai l’ho rivelato, al crinale follia<br />
non c’era alcun Apollo,<br />
io sola il dio.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><script type="text/javascript" src="http://mediaplayer.yahoo.com/js"></script><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/La-Ribelle-Viola-Amarelli.mp3" target="_blank"><strong>La ribelle</strong></a></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;Riassumendo in aggettivi la galleria, ecco dunque le Pizie indomabili, selvagge, pratiche, scettiche, incredule, sgamate, astute, popolane, viscerali, intuitive, uterine, onfale, archetipe, ave delle tarantolate, delle indemoniate, delle epilettiche, guardiane di sapienza mestruale-ctonia, violenta, stregonesca: a loro, donne e fanciulle, spetta la materia pastosa e lucente della magia, mentre le azioni politiche e culturali si situano nella dimensione sacerdotale degli uomini.<br />
&nbsp;&nbsp;Consapevoli del proprio ruolo funzionale all&#8217;economia del mondo, le astute Pizie svolgono il compito loro assegnato, che è dare una linea al fato, tradurre in riga la parte indecifrabile del destino, quel buco misterioso dove la fine è uguale all&#8217;inizio.<br />
&nbsp;&nbsp;Questo si vuole da loro, nella ripetizione continua di previsioni che riportano all&#8217;unico luogo dove possono riportare.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><strong><em>X – I fedeli</em></strong><br />
<em>Dipende dalla domanda, parrebbe ovvio<br />
il responso, il più complicato è difatti<br />
capire che diamine vogliano.<br />
Eppure l’abbiamo anche scritto<br />
“conosci te stesso” e “ nulla di troppo”,<br />
ma insistono privi di logica<br />
a chiederla in metrica a un dio<br />
o meglio, per essere esatti,<br />
a un corpo, evidente, di donna<br />
ché ad ogni dilemma dal fondo insistente<br />
traspare illusoria la stessa speranza:<br />
che tutto risolva una ninna nanna.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;E anche dopo, quando tutto storicamente è finito, decaduto in siccità, niente è perso: benché nell&#8217;evidenza foucaultiana che di metamorfico e a tenuta perenne c&#8217;è solo il potere.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><strong><em>XXII – Finale di partita</em></strong><br />
<em>Muta la fonte, desolato il tempio,<br />
secco l’alloro<br />
il dio, deo gratias, non abita più qui<br />
chiusa la faglia rimane cicatrice<br />
lembo d’orgoglio, demone nutrice.<br />
Curiamo olivi, tenere le foglie<br />
spremiamo i frutti per addolcire i gironi<br />
alla brace rovente sotterranea<br />
liberamente scaldiamo figli e cuori.<br />
Più non sappiamo,<br />
ci dicono i ricordi che nulla è perso<br />
come mai nulla si perde, solo il potere<br />
è trasmutato altrove dove ugualmente<br />
nasce e, nel vivere, muore.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;Le cose sono le cose e la verità profetica è la loro verità, la nostra, più umana che divina, infine&#8230;<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 85px;"><strong><em>Postfazione</em></strong><br />
<em>Non aver dubbi, incertezze, non troppe<br />
certe domande senza risposta<br />
e un bimbo è un bimbo, rosa<br />
una rosa, sonno è il riposo<br />
l’aria è una grazia, la terra un sasso<br />
sempre in agguato costante il male<br />
forze coatte in tempo e spazio<br />
salvo poi esplodere in supernova<br />
come una gioia fusa energia,<br />
quello che vivi, le verità.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;Siamo di fronte, per concludere anche noi, a un libro speciale e davvero bello, portato in esaltazione dalla grande forza e persuasività estetica della lingua di Viola, e  da un corredo di splendide foto di statue classiche. Bravi tutti. Vale la pena.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ letture di <strong>Rita Bonomo</strong> ]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>Viola Amarelli</strong> <a href="http://www.lietocolle.info/catalog/images/big_amarelli.jpg"><img alt="" src="http://www.lietocolle.info/catalog/images/big_amarelli.jpg" class="alignright" width="165" height="233" /></a><br />
<em>Notize dalla Pizia</em><br />
Fotografie di Orfeo Soldati<br />
LietoColle 2009<br />
ISBN: 978-88-7848-484-9<br />
Prezzo: €13,00<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/15/viola-amarelli-notizie-dalla-pizia/">VIOLA AMARELLI Notizie dalla Pizia</a></p>
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		<title>“RUMENI” di Anna Lamberti-Bocconi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 09:11:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>STORIE CHE HANNO UN NOME</strong></p>
<p>di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/rumeni.jpg"></a>Un <em>romanzo di storie</em> così il sottotitolo di<em> Rumeni</em> di Anna Lamberti-Bocconi (Stampa Alternativa, 2009; pag. 114), libro che si legge con una certa sorpresa per le figure e le voci che sembrano venirci incontro dai nostri stessi giorni: dalla fermata dell’autobus al treno, dal bar a uno dei tanti luoghi delle città in cui viviamo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/02/%e2%80%9crumeni%e2%80%9d-di-anna-lamberti-bocconi/">“RUMENI” di Anna Lamberti-Bocconi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>STORIE CHE HANNO UN NOME</strong></p>
<p>di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/rumeni.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-20830" title="rumeni" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/rumeni.jpg" alt="rumeni" width="200" height="274" /></a>Un <em>romanzo di storie</em> così il sottotitolo di<em> Rumeni</em> di Anna Lamberti-Bocconi (Stampa Alternativa, 2009; pag. 114), libro che si legge con una certa sorpresa per le figure e le voci che sembrano venirci incontro dai nostri stessi giorni: dalla fermata dell’autobus al treno, dal bar a uno dei tanti luoghi delle città in cui viviamo. Ma per Anna Lamberti-Bocconi la città è Milano. In quasi tutte le storie sono le sue strade che incontriamo, il loro animarsi ed essere parte di un rito o di un carosello dove i volti sono singolarità e non maschere e i sorrisi pieni di luce.<br />
Ogni racconto ha un nome di persona: <em>Violeta, Cristina, Gigio, Marja</em> e altri e ogni storia ha il respiro corale di un mondo che si dà in modo integro, ma per un attimo solo e con una verità che è passione, presa in giro, gioco e tragedia.<span id="more-20829"></span></p>
<p>La scrittura di Anna Lamberti-Bocconi è nitida. Sapiente nel costruire i dialoghi, pulita nel restituire realtà alla memoria personale, sia questa un ricordo affettivo che diventa traccia, come in <em>Tiberiu</em>, di una  genealogia raccontata con leggerezza e un’ironia pungente, o che è come in <em>Madalina</em>, una nostalgia improvvisa davanti al mistero della morte, alla sofferenza che balza da dentro nel rammentare la perdita della madre.</p>
<p>Le voci del romanzo, perché di romanzo si tratta, per l’unità che la narrazione mantiene e per l’io narrante che non cambia e si mette costantemente in gioco, sono di un’umanità che ci appare timida o intimidita e un momento dopo strafottente Un’umanità varia e confusa, persa in una rabbia che è debolezza e che può esprimersi solo contro chi è più debole ancora. E’ per questo che la voce di chi racconta è voce di parte ed è sguardo che sa riconoscere il dolore di chi ha davanti e ne impara le parole che scappano via, lontano, anche quando aggrediscono.</p>
<p>Gli sradicati del libro di Anna Lamberti-Bocconi è come se cercassero, nel loro essere in transito, un esserci nel desiderio dell’altro. Questo è particolarmente evidente in <em>Mario, Gheorghe, Cesar</em>, dove l’incontro casuale in treno con l’io narrante donna, rivela il loro immaginario costruito tra arcaismi e pornografia e nello stesso tempo mostra la mancanza di autostima di cui uno solo di loro sembra consapevole. La mancanza di significato della  loro violenza si ripercuote sulle loro stesse vite. Li lascia vuoti di presente e di futuro. Così il ciao finale è anche il segno dell’impotenza a un vero confronto. Un ciao in cui la simpatia che affiora è subito sommersa. E la stazione in cui si lasciano è quasi il simbolo del vuoto pieno di cose in cui si muovono e ci muoviamo tutti.</p>
<p>Nell’ultima storia <em>Cristina</em> è il viaggio in Romania a dirci la solitudine di chi non ha più abitudini, ma solo giorni e notti in cui sopravvivere e a cui strappare qualcosa. E’ il tempo dell’ingiustizia che ci viene incontro, la nudità dell’ingiuria sui corpi dei bambini affamati che come cani si contendono il cibo e aspettano neanche la salvezza, ma solo un riparo, uno spazio in cui racchiudere la sofferenza, un crepuscolo infinito. Eppure, proprio in queste pagine, è come se ognuno fosse affidato solo alla luce. E’ il sorriso della bambina a ricordarci che l’innocenza è l’impotenza assoluta. L’esistere senza potere e avere la forza di chi: <em>ruba vita al sole, sfugge al branco e domina le traiettorie della sua città</em>. La città crepuscolare, in cui l’abbandono, il vuoto e l’affollarsi sembrano uguali, è la città provvisoria in cui ci si muove senza sonno, ma come nei sogni. E’ la città dove violenza e modernità si incrociano e si misurano nella cifra di un tempo che è assedio. Ed è la città dove una bambina a cui si chiede dove abita risponde semplicemente: <em>qui</em>.</p>
<p>In <em>Rumeni</em> c’è un senso di comunione, che ci lascia rabbiosi, un po’ delusi dall’impossibile gesto, che aspettiamo e immaginiamo, di salvare, di trarre in salvo. Questo ci ricorda la capacità grande di amore e il limite di ogni vita a non avere risposte. Sembra ormai che noi tutti siamo incapaci anche di domande, di esigere una severità da noi stessi che ci porti lungo la linea di questa frontiera italiana a interrogare, a chiedere conto dei morti e dei vivi, a dare alle nostre parole quella verità che la richiesta di <em>libertà, uguaglianza, fraternità</em> aveva in origine.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/16/da-rumeni/" target="_blank"><strong>Due racconti da “Rumeni”</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p><strong>GIGIO</strong></p>
<p>“Ma che accidenti…”. E’ più una sensazione che altro, una presenza dietro la schiena. Questione di riflessi: mi giro di scatto e lo becco con la mano nella mia borsa; quella mano gliela branco al polso e lui si immobilizza come una bestiola spaventata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/16/da-rumeni/">Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p><strong>GIGIO</strong></p>
<p>“Ma che accidenti…”. E’ più una sensazione che altro, una presenza dietro la schiena. Questione di riflessi: mi giro di scatto e lo becco con la mano nella mia borsa; quella mano gliela branco al polso e lui si immobilizza come una bestiola spaventata. “Ma che cazzo fai, stronzetto! Volevi derubarmi?”<br />
	Lui zitto, duro, rattrappito nelle spalle. Mi fissa con lo sguardo di un lanciafiamme. Gli spaccherei la faccia.<br />
<span id="more-18564"></span><br />
	Luogo: corso Buenos Aires verso Loreto, sette e mezza di sera. C’è in giro poca gente, una controra metropolitana, esistere è un po’ un arbitrio. Io stessa sono stata sputata dal marciapiede, per dire, una specie di protuberanza mobile con le caviglie dinoccolate.<br />
	“Ma che cazzo fai, stronzetto! Volevi derubarmi?”. E’ una marmotta, denutrito, pieno di rancore. Quindici anni a dir tanto, se va bene. Che cazzo faccio io. Ho le orecchie in fiamme, mi sono spaventata, le dita che gli stringono il polso mi fanno male da tanto chiuse, su su nei tendini dell’avambraccio sento il crampo.<br />
	“Adesso vieni con me”. Lo tiro per il braccio, lui segue. Ha paura, lo sento, e la cosa maledettamente mi dà soddisfazione, e nello stesso tempo mi fa venire da piangere.<br />
	Entriamo in un bar. “Ce li hai i soldi?”.<br />
	“Sì”. La prima voce che emette. Gutturale, profonda.<br />
	“Allora paghi da bere”.<br />
	Questa volta sta zitto. Insisto: “Cosa vuoi?”.<br />
	“Coca Cola”.<br />
	“Bene, allora chiedi due Coca Cole”.<br />
	Notare che lo tengo ancora stretto per il polso come un cane, ormai sono irrigidita fino alla spalla. Mollo piano piano.<br />
	Così lui dice “Due Coca Cole” al barista, con gli occhi bassi.<br />
	“Siediti”.<br />
	Ed eccoci a un tavolino di bar vuoto io e il ladruncolo rumeno, la vita come un otto di spade, con due coche davanti, lui che voleva derubarmi e adesso deve pagare, io nettamente malata, con la sindrome di Gesù Cristo, che voglio fare slittare le dimensioni, cambiare l’acqua in vino ma che sia il vino più buono. Che mentre lo punisco gli faccio vedere la mia amicizia.<br />
	“Come ti chiami?”<br />
	“Gigio”.<br />
	“Quanti anni hai?”<br />
	“Sedici”.<br />
	“Di dove sei?”.<br />
	“Romania”.<br />
	Ho esaurito le domande. Gigio sta al tavolo chiaramente costretto. Il mio assurdo sentimento affettivo scivola via dal ragazzo prigioniero come l’acqua dalla gomma lucida. Lascio che sul mio viso si modelli qualcosa di sorridente, un bene che non significa nulla; Gigio, inespressivo, mi sostiene lo sguardo e basta. Infine, non so da dove mi viene un’ultima domanda: “Ti piace questa avventura?”.<br />
	“No”.<br />
	Chissà io stessa cos’ho voluto dire. La tristezza di Gigio mi sta schiacciando. Mi viene in mente una figura vista su &#8220;Dylan Dog&#8221;, lo scheletro di un angelo morto, con le ossa delle ali.<br />
	Mi alzo, decido di liberarlo. “Andiamo”.<br />
	Mentre stiamo per uscire, però, ecco che entra nel bar un signore con un cagnolino, e la malinconia abissale di Gigio prende la forma di un sorriso. Il cagnolino è un cucciolo con le zampe grosse, uggiola e fa le feste a Gigio. Miracolo: la gabbia toracica cementata di dolore umano del ragazzo crolla come le sue ginocchia, si accuccia lì per terra anche lui, il cucciolo gli lava la faccia, e Gigio ride e ride dall’altro mondo dentro di sé, il mondo senza persone, senza violenza, il mondo senza il male dove un ragazzo è solamente cane fra cani.<br />
Questa felicità dura un minuto, forse meno, ma fa in tempo a scagliarlo molto più indietro dell’infanzia: ora lo vedo neonato, rugoso senza denti che ride così, alla vita, al latte, al non sapere parlare.<br />
	Un minuto, forse meno. Poi il lager della strada ritorna in messa a fuoco, Gigio si rialza, io sono lì di fianco e gli faccio l’ultima domanda perversa: “Sai leggere?”.<br />
“Sì”.<br />
	“Ecco allora, tieni”, e gli allungo un biglietto che ho scarabocchiato all’istante, mentre lui trasumanava col cane. C’è scritto: “Non derubarmi più”. Lui lo legge, capisce la frase ma non il gesto, mi guarda vuoto, io anche.<br />
	Ciao. Bau.</p>
<p>*</p>
<p><strong>KOSTEL</strong></p>
<p>Non pensavo che un ragazzo così bello facesse cilecca a letto. Venuto da un vicolo sul Mar Nero a una birreria di qui portando un sorriso spavaldo che apre tutte le porte, chi sei dentro, Kostel, quanta paura hai?<br />
	Mi sono incapricciata di te da quei tavoli della noia e della birra, non la mia noia e la mia birra: ma quella di tutti, che ognuno va a bere nel tardo pomeriggio, fra il primo e il secondo tempo del proprio horror. Fra il giorno e la sera per molti c’è in mezzo il bar.<br />
	Mi piacevano il tuo viso e il modo svelto con cui mi davi il bicchiere, soprattutto quando uscivi dal bancone per portarmelo. Ho gioito quando scherzando mi hai tenuto le mani e poi mi hai chiesto il numero di telefono, ed eri più sincero che sfacciato, mi è parso.<br />
	Allora questa sera esco con il barista rumeno. E poi ci baciamo. E poi viene a casa mia. Nell’urgenza che ha di spogliarmi si intuisce già la sua corsa. La bocca è virile ma l’animo è di un ragazzino, you kiss just a-like a man. A me convince la tua bellezza e commuove l’affermazione di vita, ma tu che cosa cerchi? Mi bruci addosso perché sai che bisogna scopare o perché non hai più una madre, un amico, né tantomeno hai mai avuto una donna intera? Per tutto ciò mi stringi come un assetato, mi guardi timido e pazzo, e metti il preservativo quasi con sollievo, così ti stacchi un attimo, come se fossi in autostrada, a guidare un camion, come se fossi padrone di te stesso.<br />
	“Piano Kostel, sei bello, ecco, così mi piaci…”. Non faccio fatica ad amarti nel minuto che dura questo lampo, questo quadratino di cioccolata liquefatto all’istante su una lampada accesa.<br />
	Kostel viene, ed è talmente cinto d’alloro dagli dèi del bello che non suda, non arrossisce, non si inturgidisce sul collo. Però è mortificato dalla brevità dell’atto, si arrabbia da solo, reagisce male. Offeso si gira, credo che finga di addormentarsi, oppure dorme davvero, per rabbia, per la fine troppo ansiosa del suo momento di riscatto.<br />
	Poi si sveglia o meglio si riscuote, fa un viso da duro e si tira su, senza una parola. I jeans, le scarpe da tennis, ultima una T-shirt carina grigia e rossa, probabilmente scelta con attenzione poche ore prima, quel secolo prima quando si preparava a uscire con me.<br />
	Così funzionò la mia prima volta con Kostel.<br />
	La seconda, cambio di campo, andai io da lui. Su su nel grande palazzo d’epoca, i passi sulle scale di pietra, bella però questa casa, la vecchia Milano che diventa una casbah. Kostel mi aspettava, si era appena alzato. Saranno state le nove e mezza di mattina, e io mi sentivo meglio di molti altri, ero sulla soglia del mio bel ragazzo rumeno che mi apriva la porta contento, calzoni del pigiama e canottiera. Nella piccola stanza c’era anche un altro rumeno, “un amico”, come di solito si usa presentare compari e paesani. Infatti quest’uomo malinconico con la barba malfatta, più vecchio di Kostel, fu amichevole e silenzioso, preparò il caffè, cercò lo zucchero, lo bevemmo insieme e poi se ne andò.<br />
	Kostel mi tirò sulla sua branda e per quanto mi riguarda era anche bello essere in due in un letto così piccolo, sentendosi un nucleo vitale di resistenza al vuoto, di desiderio. Anche se nervoso da sempre ora il ragazzo giocava in casa, era meno timido che da me. Mancavano a dargli soggezione o risentimento i miei libri, le mie tre stanze, la mia vita intera ferma dentro un appartamento. Facemmo colazione con la birra, poi me ne andai in lieve vertigine.<br />
Non lo sentii per diverso tempo, lui non mi chiamava e io non passai dalla birreria. Una notte dormivo profondamente e mi svegliò il citofono. “Fammi salire”.<br />
“Ma Kostel, sono le quattro!”<br />
	“Fammi salire, allora, ti ho detto!”<br />
	“Cosa vuoi?”<br />
	“Apri”.<br />
	Non ne avevo la minima voglia, mal di testa, alle sei mi dovevo alzare. Gli dissi di no e lui si attaccò al citofono. E trrr, e trrr, svegliava tutta la casa. Decisi di scendere a cercare di calmarlo. Così il buio divenne luce elettrica, la testa una palla d’acqua di stagno, questo essere umano giù sul marciapiede, io sulle scale desolanti. Lo vidi oltre il portone di vetro, come un forsennato, contratto a guardare i citofoni con lo sguardo esplosivo.<br />
Appena uscita mi abbracciò col disordine nel corpo, voleva baciarmi, voleva spingermi nell’atrio e intanto parlare, ma non aveva niente da esprimere tranne quell’urgenza di affermarsi. Al mio continuo rifiuto sbottò, e qui sì che le parole fluirono in urla da una voce non più di uomo ma di bambino disperato e violento, “Dimmelo!”, e mi stringeva e gridava, “Allora dimmelo in faccia! Dimmelo che non mi vuoi perché sono uno straniero di merda!”.<br />
Non era così. Non so se lo capì o no, anche perché era mezzo ubriaco. Comunque riuscii a tenerlo fuori dal portone, e poi alzarmi alle sei lo stesso, come un mulo.<br />
	Attualmente, sempre mezzo ubriaco, il bellissimo Kostel mi telefona ogni 31 dicembre chissà da dove, dopo la mezzanotte, a farmi gli auguri di buon anno nuovo. Ha lasciato la birreria; tutte le volte gli chiedo dove lavora adesso, ma non me lo vuole mai dire.</p>
<p>[Anna Lamberti-Bocconi,<em> Rumeni. Romanzo di storie</em>, Stampa Alternativa, 2009. Notizie sul libro, <a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-082-8/anna/rumeni.html">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/16/da-rumeni/">Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I giovedi di Turro (calendario di marzo)</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 04:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[incontri]]></category>
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		<category><![CDATA[presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Turro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;I GIOVEDI&#8217; DI TURRO&#8221;, rassegna di poesia organizzata dall&#8217;Associazione La Conta  in collaborazione con il  Circolo Arci Martiri di Turro e l&#8217;Associazione Le Belle Bandiere. Si tiene ogni<strong> giovedì</strong> alle ore <strong>21.00</strong>, al Circolo ARCI Martiri di Turro, <strong>Via Rovetta, 14</strong> a <strong>Milano</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/05/i-giovedi-di-turro-calendario-di-marzo/">I giovedi di Turro (calendario di marzo)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;I GIOVEDI&#8217; DI TURRO&#8221;, rassegna di poesia organizzata dall&#8217;Associazione La Conta  in collaborazione con il  Circolo Arci Martiri di Turro e l&#8217;Associazione Le Belle Bandiere. Si tiene ogni<strong> giovedì</strong> alle ore <strong>21.00</strong>, al Circolo ARCI Martiri di Turro, <strong>Via Rovetta, 14</strong> a <strong>Milano</strong>.  Ingresso gratuito con tessera ARCI.</p>
<p>I GIOVEDI&#8217; DI TURRO<br />
Uno spazio per condividere ascolto e partecipazione, perché Milano ha bisogno urgente di opportunità reali di espressione per tutti. Ne siamo convinti: apriamo quindi le nostre porte per lanciare la sfida di un appuntamento fisso settimanale in cui incontrarci a fare poesia e non solo, all&#8217;insegna dello scambio e del contatto umano. Saremo protagonisti e saremo pubblico. Cresceremo mese dopo mese anche grazie alle vostre idee.</p>
<p>Spesso reading: poeti giovani e meno giovani, noti e meno noti si alterneranno con le loro letture-spettacolo nella sala underground che già si candida a cuore pulsante della poesia a Milano. Altre volte letture aperte: dieci minuti ciascuno per ogni autore; per partecipare basterà presentarsi in sala mezz&#8217;ora prima dell&#8217;inizio della serata segnando il proprio nome sulla lista; una vera jam-session da club di lettura. Ogni tanto presentazioni di libri di poesia: gli autori verranno a parlarci dei loro lavori.</p>
<p>Gli incontri de &#8220;I giovedì di Turro&#8221; sono coordinati da <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong>.<br />
<span id="more-15284"></span><br />
MARZO 2009 &#8211; &#8220;ESSER UOMO TRA GLI UMANI, IO NON SO PIÙ DOLCE COSA&#8221; (UMBERTO SABA)</p>
<p><strong>5 marzo</strong>: serata collettiva<br />
Con la crème dei Giovedì di Turro: <strong>Giovanni Catalano</strong>, <strong>Manuela Dago</strong>,  <strong>Francesca Genti</strong>, <strong>Lorenzo Impalcature</strong>,<strong> Anna Lamberti-Bocconi</strong>, <strong>Alessandro Magherini</strong>, <strong>Ahmed Serag</strong>, <strong>Paolo Triulzi</strong> e altri a sorpresa.</p>
<p><strong>12 marzo</strong>: presentazione del libro di <strong>Andrea Inglese</strong> <em>La distrazione</em>, ed. Luca Sossella<br />
Classe 1967, poeta, saggista e traduttore tra i più apprezzati della sua generazione. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo e diversi libri di poesia. È uno dei fondatori del blog letterario Nazioneindiana. Con La distrazione la sua lucidissima poetica segna un punto in più sul contatore della qualità assoluta. </p>
<p><strong>19 marzo</strong>: <em>La Storia inizia indietro</em> degli OPM (Organismi Poeticamente Modificati) <strong>Mario Frighi</strong>, <strong>Giuliano Mori</strong>, <strong>Mauro Righi</strong> sono gli O.P.M., performatori poetici e musicali a tutela delle parole e a salvaguardia del gene della poesia, in un mondo che tende a mostrare sempre il lato esteriore dell’esistenza e a modificare geneticamente anche la verdura. Un nuovo reading-spettacolo per risalire all&#8217;indietro, dove si forma l&#8217;inizio delle storie di ciascuno, tra scelte, non scelte, momenti di lucidità.<br />
<strong><br />
26 marzo</strong>: reading di <strong>Mara Cantoni</strong><br />
Drammaturga, regista, attrice, poetessa, ricercatrice di musica popolare, autrice di canzoni e di video. Un personaggio di estrema finezza e profondità, un organo vitale nel corpo vivente della cultura milanese. Tra i suoi ultimi lavori poetici Si salva chi può (2004), Cantata per il mare (2005), Bianco Nero Piano Forte (1997), per le fotografie di Silvia Lelli e Roberto Masotti e la musica di Luigi Ceccarelli. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/05/i-giovedi-di-turro-calendario-di-marzo/">I giovedi di Turro (calendario di marzo)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>ANNA LAMBERTI-BOCCONI</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-anna-lamberti-bocconi/</link>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 16:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/lettura_di_anna_lamberti_bocconi_canto_di_una_ragazza_fascista_dei_miei_tempi1.mp3"><strong>CANTO DI UNA RAGAZZA FASCISTA DEI MIEI TEMPI</strong></a><br />
&#160;<br />
di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong></p>
<p>Bella ragazza, andavo male a scuola<br />
son fuori tempo, sono già partita,<br />
mio padre un avvocato anni Sessanta<br />
se fossi viva sarei non so cosa<br />
bruciavo come grano sulla brace<br />
non riconosco niente del 2000<br />
non ho strumenti, straccio la partita,<br />
la batteria rullata giù in cantina<br />
ricordo il giorno della bocciatura<br />
ci ho fatto un sole, un buco con il pugno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-anna-lamberti-bocconi/">ANNA LAMBERTI-BOCCONI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/lettura_di_anna_lamberti_bocconi_canto_di_una_ragazza_fascista_dei_miei_tempi1.mp3"><strong>CANTO DI UNA RAGAZZA FASCISTA DEI MIEI TEMPI</strong></a><br />
&nbsp;<br />
di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong></p>
<p>Bella ragazza, andavo male a scuola<br />
son fuori tempo, sono già partita,<br />
mio padre un avvocato anni Sessanta<br />
se fossi viva sarei non so cosa<br />
bruciavo come grano sulla brace<br />
non riconosco niente del 2000<br />
non ho strumenti, straccio la partita,<br />
la batteria rullata giù in cantina<br />
ricordo il giorno della bocciatura<br />
ci ho fatto un sole, un buco con il pugno.<br />
Mio padre seduttivo a labbra molli<br />
mia madre insoddisfatta che fumava<br />
la cameriera che parlava in sardo<br />
quelle lenzuola nere viste un giorno<br />
regalo di un’amica di mio padre<br />
mia madre che inghiottiva umiliazione. <span id="more-36573"></span><br />
Quella donna morì improvvisamente<br />
un giorno prima c’era poi non c’era<br />
vedemmo il necrologio sul Corriere<br />
come un enigma la sua parure nera<br />
mio padre sempre uguale tenne il foglio<br />
non disse nulla, perse la sua amante<br />
e le lenzuola tornarono amare.<br />
Mio padre intossicato di spumante,<br />
la scuola che faceva solo rabbia<br />
la voglia di riscatto e quel latino<br />
rompicoglioni sopra tutti i muri.<br />
Conobbi il movimento a sedici anni<br />
che mi toccavo con le lunghe dita<br />
Giovanni era il più bello del liceo<br />
in primavera aveva già la moto<br />
non la patente, ma se ne fregava<br />
conosceva dei dritti quarantenni<br />
parlava di valori e di Ezra Pound<br />
un giorno mi invitò alle sue riunioni<br />
lo scantinato torrido pulsava<br />
mi videro e tirarono l’uccello<br />
Giovanni li schiantò con uno sguardo<br />
alzò solo una mano e disse “Mai”.<br />
“In culo”, disse “attenti”, e disse “Mai”.<br />
Compresi che era l’uomo e che ero sua<br />
io maschia con i miei capelli neri<br />
che molti mi dicevano aggressiva<br />
gli giurai fedeltà fin che ero viva<br />
io ribelle a spaccare batterie<br />
io scalmanata a urlare alla partita<br />
mi donai in quella sera del liceo<br />
all’uomo cavaliere della luna<br />
al pallido fascista in accensione.<br />
Da allora anch’io guidai la sua coupé<br />
mi insegnò là di dietro all’Idroscalo<br />
sgommavo a fare fuori quell’asfalto<br />
schiacciato come un servo sotto i piedi.<br />
Ma più che altro c’era solo sete<br />
e mi premeva quando mi baciava<br />
la lingua era bollente, il labbro duro,<br />
e poi bagnato e poi dimenticavo.<br />
“Amor che a nullo amato amar perdona”<br />
l’unica cosa che ho imparato a scuola<br />
l’ho seguito leale ovunque andasse<br />
si fidava di me più che degli altri<br />
non mi fregava niente dei borghesi<br />
coi polsi rotti verso l’assoluto<br />
Il Settimo Sigillo era una guida<br />
e le riunioni con i picchiatori<br />
per l’idea, per la morte, per la storia<br />
era rivoluzione che pulsava.<br />
Mia madre spenta che faceva pena<br />
non sopportavo più di andare a casa<br />
Giovanni mi propose la sua stanza<br />
mio padre freddo disse “Bene, vai”.<br />
Ma il gioco cominciava a farsi duro<br />
i camerati uccisi e gli altri pure<br />
e Ramelli, e Mantakas laggiù a Roma<br />
come fiori di sangue sulle strade.<br />
Venne il giorno di uscire dalle righe<br />
decisamente, anzi venne la notte.<br />
Giovanni era la mente coraggiosa<br />
io una mano ed un cuore: cominciammo<br />
a pensare ad azioni di rapina<br />
per pagarci la vita clandestina<br />
e dedicarci alla rivoluzione,<br />
pochi, braccati, cranio a cranio al mondo.<br />
Al primo sangue mi girò la testa<br />
la debolezza vomitata a fiotti<br />
sul marciapiede, e mi credetti incinta,<br />
si sentì la sirena che ululava<br />
mi tirarono via mezza svenuta,<br />
mi svegliai con un senso di disprezzo<br />
verso me stessa, ma brillava il Sole<br />
fuori dalla finestra, sì, quel sole<br />
uomo come Giovanni, e io la luna:<br />
per una volta placai la mia rabbia<br />
restando donna ai raggi di quel sole.<br />
Quando tornò la notte ero cresciuta,<br />
secondo sangue e niente più paura<br />
rapina in banca con pistola anch’io<br />
carabiniere rimasto per terra.<br />
Giornali come ali di piccione<br />
ferito e grigio a scuotersi impotente<br />
tentando di spiegare la rapina<br />
parlarono di neofascismo armato<br />
ma nessuno sapeva chi era stato.<br />
Nascondersi divenne obbligatorio<br />
finché venne arrestato un camerata<br />
malamente accusato anche di quello;<br />
potemmo uscire sulla sua pellaccia,<br />
affacciarci di nuovo, allora, sì,<br />
e però qualche cosa era cambiata<br />
una piega malsana sulle cose<br />
che si manifestò lenta, una dose<br />
tagliata male, non saprei neanch’io.<br />
Sulle panchine di piazzale Libia<br />
l’esaltazione covava il ripiego<br />
ed io partecipavo a fratellanze<br />
oscure e traditrici, nel vibrare<br />
di un cupo e malinconico attardarsi<br />
mentre la sera estiva non mollava.<br />
Mollavo io e non me ne accorgevo.<br />
Un giorno tornai a casa di mia madre<br />
dopo sei mesi che non la vedevo<br />
odiavo già i gradini che salivo<br />
nel corridoio lungo con i quadri<br />
le pretesi cinquantamila lire<br />
bugiarda mi rispose “Non le ho”<br />
mi fece venir voglia di scappare<br />
o di spaccare, poca differenza,<br />
la condizione senza via d’uscita<br />
che aveva indirizzato la mia vita.<br />
Allora alzai le braccia non so come<br />
coi pugni in guardia come nella boxe<br />
tra minaccia e difesa, la incalzai<br />
lei rinculava stronza e spaventata<br />
sotto il De Pisis sotto il Boccasile<br />
la spinsi fino al fondo della casa<br />
urlando fuori tutta la mia rabbia<br />
e davanti alla porta della stanza<br />
dove avevo dormito tanti anni<br />
la cameretta con appesi i poster<br />
le diedi quattro schiaffi spaventosi<br />
e poi fuggii e non tornai mai più.<br />
Lo raccontai a Giovanni e stette zitto<br />
ma tanto ormai parlare era bucato<br />
la storia era bucata come me<br />
quelle panchine che dicevo prima<br />
quell’eroina di piazzale Libia<br />
la mia rivolta era finita male<br />
quattro gatti sbandati scaricati<br />
dalla gente più in gamba che sparava<br />
e scontava galera ed inchiostrava<br />
con il suo sangue nero i calendari.<br />
Tirai a campare ancora un po’ di tempo<br />
sono crepata nel ‘92<br />
mi son presa la peste dei drogati<br />
il primo AIDS, Giovanni ormai non c’era<br />
però venne a trovarmi in ospedale<br />
lui solo, né mio padre né mia madre,<br />
lui che ormai lavorava imborghesito.<br />
Ed oggi, dico adesso che è finita,<br />
racconto come il male mi ha bruciato;<br />
eppure non mi trovo, nel 2000,<br />
vi vedo qui dall’alto e vedo male.<br />
La culla del dolore, l’ospedale,<br />
son morta tra le braccia di una suora<br />
ho visto tutto bianco e son partita<br />
col solo cuore che mi è stato dato.<br />
Ho visto tutto bianco. Son partita.<br />
Col solo cuore che mi è stato dato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-anna-lamberti-bocconi/">ANNA LAMBERTI-BOCCONI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Storie di Anna</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/15/storie-di-anna/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/15/storie-di-anna/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 15 Sep 2007 04:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="bedchairjetlag.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/bedchairjetlag.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>Fin dalle origini&#8230;</em></p>
<p>Come il cane che ha strappato il guinzaglio<br />
il palloncino che si è strappato dal filo<br />
se ne vanno nell&#8217;atmosfera corrono via<br />
nella dissoluzione irrimediabile<br />
e il bambinetto si è strappato il cuore<br />
suonano male anche nei versi queste cose<br />
non sono musicali da scrivere o dire<br />
accadono per il male ed è incredibile<br />
l&#8217;attimo, solo un attimo, e il prato è verde<br />
uguale, il cielo è dipinto uguale eppure<br />
la morte ha morsicato e quello<br />
avrà sì e no cinque anni e non guarirà mai più<br />
ha i pantaloni corti, è per mano a suo padre,<br />
è una bambina, piange all&#8217;asilo, è molto bella,<br />
è orfano, è musone, si picchia con tutti,<br />
sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta<br />
si srotolano in eterno le fratellanze invisibili<br />
stagliate nella pietra degli incidenti da niente<br />
ti ricomprano il palloncino, riprendono il cane<br />
tutto va a posto tranne il dolore-terrore<br />
il cuore resta crepato non combacia più bene<br />
e infine siamo qui grandi, a recitare fra la gente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/15/storie-di-anna/">Storie di Anna</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="bedchairjetlag.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/bedchairjetlag.jpg"><img style="width: 340px; height: 331px;" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/bedchairjetlag.jpg" alt="bedchairjetlag.jpg" width="340" height="331" /></a></p>
<p>di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>Fin dalle origini&#8230;</em></p>
<p>Come il cane che ha strappato il guinzaglio<br />
il palloncino che si è strappato dal filo<br />
se ne vanno nell&#8217;atmosfera corrono via<br />
nella dissoluzione irrimediabile<br />
e il bambinetto si è strappato il cuore<br />
suonano male anche nei versi queste cose<br />
non sono musicali da scrivere o dire<br />
accadono per il male ed è incredibile<br />
l&#8217;attimo, solo un attimo, e il prato è verde<br />
uguale, il cielo è dipinto uguale eppure<br />
la morte ha morsicato e quello<br />
avrà sì e no cinque anni e non guarirà mai più<br />
ha i pantaloni corti, è per mano a suo padre,<br />
è una bambina, piange all&#8217;asilo, è molto bella,<br />
è orfano, è musone, si picchia con tutti,<br />
sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta<br />
si srotolano in eterno le fratellanze invisibili<br />
stagliate nella pietra degli incidenti da niente<br />
ti ricomprano il palloncino, riprendono il cane<br />
tutto va a posto tranne il dolore-terrore<br />
il cuore resta crepato non combacia più bene<br />
e infine siamo qui grandi, a recitare fra la gente.</p>
<p><span id="more-4450"></span><br />
<em>&#8230;una vita piena di visioni&#8230;</em></p>
<p>A me piace l’inverno di Milano.<br />
Guarda il Gonzaga che ti incombe addosso<br />
come una cattedrale dei Templari<br />
mentre aspetti lontano sui binari<br />
che si palesi un tram, il cinque rosso<br />
per ritornare a casa come un cane.<br />
A me piace l’inverno nella sera<br />
ma che in realtà fa una paura cane<br />
quando sei solo dentro e fuori e ancora,<br />
vuoi esprimere qualcosa, e ti rimane<br />
soltanto il freddo o una figura nera<br />
tanto lontana, e tutto va in malora.<br />
Mi appartiene l’inverno di Milano.</p>
<p>***</p>
<p>La mia gatta è oro puro, cicatrizza<br />
i tagli, unisce il bene, il vero, il bello,<br />
la mia gatta. Bizzarra è la mia forma<br />
d’amare. Zoofiliaca? Chiameresti<br />
così tale tendenza. Non fa niente.<br />
Immagina la mente di un potente:<br />
ti salgono alle stelle tutti i gatti,<br />
ed è solo un esempio. Pensa ancora:<br />
ne ha uccisi più la norma che la spada.<br />
Resti un po’ lì così, mi ridi dietro?<br />
Non importa: io ho in mano il platino del metro,<br />
un segmento infallibile del mondo<br />
lungo come la coda della micia.</p>
<p>***</p>
<p>Farò della Pizzeria 40 la mia seconda casa,<br />
quando la neogiovinezza mi darà un morso<br />
per passare da uno scherzo all’altro, verso Carnevale,<br />
e quella bettola diventerà la mia bidonville.<br />
Senza accorgersi di nulla mi porteranno una margherita –<br />
me la vivrò come una tranche-de-vie –<br />
dando percosse a chitarre e tamburi<br />
nella preparazione della macumba.<br />
Sì, guarire mi porterà al sacerdozio,<br />
me l’hanno detto i miei bellissimi gatti<br />
ma allora voglio essere una negra piena di visioni<br />
e me ne vado a vivere alla 40.</p>
<p>***</p>
<p>Albero della cuccagna palo paladino di allegria festiva<br />
la sfida ritualizzata del farcela o del non farcela<br />
da secoli compari nelle favole, nella Ruota della Fortuna,<br />
allegoria che dipingi l’incerto nel ciclo continuo del tempo:</p>
<p>se la stagione riprende ma io non so dove andrò domani<br />
se l’albero fiorisce e il maiale urla il suo terrore<br />
ma io non so se avrò le ossa intere, se sarà mia almeno una pietra,<br />
che strano vaccino ignorare lì vicino a te i gonfiabili di sky e di contoarancio:</p>
<p>il millennio duemila mi ha colto quarantenne<br />
comprendo che è strutturato su amore e rinuncia<br />
albero della fortuna sei muto su di me ma hai ragione<br />
lasciami andare via con ancora un po’ di fiori negli occhi.<br />
<em> </em></p>
<p><em>&#8230;ti amo ma fa niente&#8230;</em></p>
<p>Con te farei qualsiasi cosa, o donna:<br />
pensieri sulla strada, amore bianco,<br />
la buonanotte del cuore remoto<br />
e la memoria di quando son nata.</p>
<p>Sarebbe bello reinventare il tempo<br />
fuori dal giro vuoto, vecchio, stanco<br />
che logora anche te, ti fa smaniare,<br />
e a me rinchiude nel desiderare.</p>
<p>Come un fringuello becchetta i lamponi<br />
lo spirito farebbe primavera,<br />
fin quando, sul calare della sera,</p>
<p>si potrebbe trovare una locanda<br />
dove dormire mano contro mano,<br />
equivalendo un bacio a una domanda.</p>
<p>***</p>
<p>La volta che mi vorrai<br />
parente stretta del nulla<br />
avrà nomi poetici persino lei<br />
“larga la foglia stretta la via”<br />
e tanti modi di dire contadini<br />
“la settimana dei tre giovedì”<br />
venuta dall’antico a bussare sulla mia porta<br />
il giorno che l’aprirai<br />
e saremo in alto mare<br />
un tempo che non sarà mai<br />
ma io ti voglio bene lo stesso<br />
la volta che non lo sai<br />
moltiplicata per l’adesso.<br />
<em> </em></p>
<p><em>&#8230;ma quando voglio la faccio anche finita</em></p>
<p>Toglitela. La vena laboriosa,<br />
quella in cui intingevi la penna d’oca, e<br />
non ti tradiva neanche la domenica.<br />
Sfilatela dal braccio, lenta come<br />
una processione di penitenti,<br />
il vaso sanguigno della tua dialisi,<br />
il tuo diario, oggi mandalo al macero,<br />
l’hai troppo letto in tutti questi anni<br />
ti sei ridotta come un tossicomane<br />
quasi dovevi iniettarti negli occhi.<br />
Fatti un’incisione sul polso bianco<br />
tira quella fettuccia, come una zampa<br />
di pollo per farla sembrare viva,<br />
il braccio fulminerà convulsivo,<br />
tu non mollare la presa. La vena<br />
che conoscevi fino dalla scuola,<br />
sui banchi addormentati del liceo,<br />
a volte gettati dalle finestre<br />
a volte graffiati col temperino,<br />
falla scivolare via dal suo alloggio<br />
fra radio e ulna, come una gomma<br />
che si allunga, e le tue dita dure<br />
le tue dita crudeli non la lasciano.<br />
Lo scarnimento di questa tua vena<br />
e che nessuno ti chieda più niente<br />
la poesia non la scriverai più<br />
uomini e donne non li guarderai più<br />
intenzioni non ne avrai più<br />
spostamenti non ne farai più<br />
potrai stare zitta fin che ti pare.<br />
<em> </em></p>
<p><em>(Immagine: Eric Fischl, The Bed, the Chair, Jetlag &#8211; 2000)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/15/storie-di-anna/">Storie di Anna</a></p>
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		<item>
		<title>Fado, &#8220;cantare il proprio destino&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/06/fado-cantare-il-proprio-destino/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/06/fado-cantare-il-proprio-destino/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2007 04:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[fado]]></category>
		<category><![CDATA[francesco marcheselli]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/06/06/fado-cantare-il-proprio-destino/</guid>
		<description><![CDATA[<p>LIBRERIA ARCHIVI DEL &#8217;900<br />
Milano, Via Montevideo 9<br />
tel. 02 89 42 30 50<br />
e-mail: libreria@archivi900.com<br />
web: <a href="http://www.archivi900.com">www.archivi900.com</a></p>
<p>Mercoledì 6 Giugno ore 18:30</p>
<p>Ottavo appuntamento del Ciclo di Incontri &#8220;VOCI DAL MONDO&#8221;</p>
<p>Fado, &#8220;cantare il proprio destino&#8221;</p>
<p>Con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/08/otto-poesie/">Anna Lamberti-Bocconi</a> e Francesco Marcheselli<br />
<br />
Il Fado è un genere musicale squisitamente popolare e quindi &#8220;povero&#8221; per definizione per quanto riguarda la struttura armonica e i mezzi tecnici, lo stesso non vale per la sua struttura poetica che può raggiungere un elevato grado di complessità formale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/06/fado-cantare-il-proprio-destino/">Fado, &#8220;cantare il proprio destino&#8221;</a></p>
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Milano, Via Montevideo 9<br />
tel. 02 89 42 30 50<br />
e-mail: libreria@archivi900.com<br />
web: <a href="http://www.archivi900.com">www.archivi900.com</a></p>
<p>Mercoledì 6 Giugno ore 18:30</p>
<p>Ottavo appuntamento del Ciclo di Incontri &#8220;VOCI DAL MONDO&#8221;</p>
<p>Fado, &#8220;cantare il proprio destino&#8221;</p>
<p>Con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/08/otto-poesie/">Anna Lamberti-Bocconi</a> e Francesco Marcheselli<br />
<span id="more-3986"></span><br />
Il Fado è un genere musicale squisitamente popolare e quindi &#8220;povero&#8221; per definizione per quanto riguarda la struttura armonica e i mezzi tecnici, lo stesso non vale per la sua struttura poetica che può raggiungere un elevato grado di complessità formale. Inevitabile, quindi, che si avvicinasse alla poesia &#8220;d&#8217;autore&#8221;, adattandola dapprima alle proprie forme metriche, e poi creandone di nuove che potessero meglio assecondare la libertà della costruzione poetica.<br />
Questo processo è stato promosso, alla metà degli anni &#8217;50, da Amália Rodrigues e Alain Oulman.<br />
Queste due figure, attingendo ai migliori versi dei grandi poeti di lingua portoghese, hanno spalancato al Fado orizzonti fino ad allora impensabili, dando al genere una nuova patente di nobiltà e rendendolo fruibile ben oltre la ristretta cerchia del pubblico locale o emigrato.</p>
<p>Questa internazionalizzazione non ha snaturato, tuttavia, le caratteristiche più tradizionali dell&#8217;ispirazione e dell&#8217;atmosfera tipiche del Fado che è, prima di tutto, un &#8220;cantare il proprio destino&#8221;. Lettura, traduzione e commento di poemi scelti di Fernando Pessoa, José Regio, Alexandre O&#8217;Neill, Pedro Homem de Mello, Norberto Araujo, David Mourão-Ferreira, Cecilia Meireles, Luis de Macedo, José Carlos Ary dos Santos, Manuel Alegre, con esempi pratici di riduzione musicale e di interpretazione.</p>
<p>Intervengono <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/03/per-amelia-rosselli/">Anna Lamberti-Bocconi</a>, poetessa e autrice di testi di canzoni e traduttrice dal portoghese e Francesco Marcheselli, chitarrista, cantante ed esperto studioso di Fado portoghese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/06/fado-cantare-il-proprio-destino/">Fado, &#8220;cantare il proprio destino&#8221;</a></p>
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		<title>Otto poesie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/08/otto-poesie/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2004 22:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[anna lamberti-bocconi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong></p>
<p>Devi chiamarmi sempre<br />
con la mitraglia a salve del telefono,<br />
coi numeri fra le dita. Bisogna<br />
che tu mi cerchi sempre<br />
quando lavori e quando torni a casa<br />
senza l’errore di pensarci sopra.<br />
Sono la terra invasa<br />
e come tale devi camminare<br />
in lungo e in largo sulle mie campagne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/08/otto-poesie/">Otto poesie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/AnnaLambBocc.jpg" alt="AnnaLambBocc.jpg" align="right" border="0" height="190" hspace="4" vspace="2" width="286" />di <strong>Anna Lamberti Bocconi</strong></p>
<p>Devi chiamarmi sempre<br />
con la mitraglia a salve del telefono,<br />
coi numeri fra le dita. Bisogna<br />
che tu mi cerchi sempre<br />
quando lavori e quando torni a casa<br />
senza l’errore di pensarci sopra.<br />
Sono la terra invasa<br />
e come tale devi camminare<br />
in lungo e in largo sulle mie campagne.<br />
Fammi l’appello mentre<br />
la superstrada corre lungo i prati<br />
non ti chiedere mai dove mi trovo<br />
tu, solo di’ il mio nome<br />
sono presente in modo necessario;<br />
mi comandò una nascita lontana<br />
devi commemorarla<br />
interrogami pure, sento il sangue<br />
versato in tanti anni di miseria<br />
butta il cappello in aria<br />
fa’ luce nella notte degli schiavi<br />
coi fari della macchina e con gli occhi.<br />
<span id="more-688"></span><br />
____________________</p>
<p>Mi chiedevo di te. Se la tua luce<br />
brillasse oscura come pietra-lava,<br />
vetro di cattedrale nella notte<br />
(quando la notte stessa ti conduce<br />
tanto lontana da chi ti baciava).</p>
<p>Hai intonacato la mia cattedrale<br />
con la pazienza di un monaco scalzo,<br />
mi hai scalpellato come un manovale<br />
(ma dopo l’ora è giunta con un balzo,<br />
con un agguato ti ha portato via).</p>
<p>Mi domandavo se rimani mia<br />
anche quando sei sola nella torre,<br />
l’ultimo temporale sopra il lago<br />
se lava via l’impronta del mio segno<br />
(e speravo di no, che non facesse).</p>
<p>____________________</p>
<p>Ti paragono all’ombra delle piante<br />
che non so neanche i nomi; ti somiglio<br />
all’equiseto dalla larga foglia,<br />
infiorescenza a ombrello. Sei inventata,<br />
in questo gioco, in questo giorno, come<br />
una quercia imperiale, carolingia<br />
un pruno che si imprime sugli stemmi.</p>
<p>Ti paragono al sole sulle piante<br />
che fa del bosco un Duomo trapuntato<br />
pioggia di luce verde dappertutto<br />
sui nostri volti attoniti e silvani,<br />
luce che con gli zuccheri di linfa<br />
mette in appretto gli abiti dei nani<br />
li fa carini per andare a nozze.</p>
<p>Ti paragono all’acqua alle radici,<br />
l’acqua la quale colma ogni coppella<br />
diamantina e segreta. Vorrei bere,<br />
o soltanto guardare. Vorrei avere<br />
padronanza del mito che ti ha fatto,<br />
corrente e ruscellante, per muschiarmi<br />
le vene con il solo tuo pensiero.</p>
<p>Ti paragono a certe grandi piante<br />
spoglie nell’invernale gelo nero<br />
ghiacciate con i rami ai quattro venti<br />
scheletrica distesa, quando passa<br />
come una primavera di terrore<br />
che in un momento ti schianta la scorza<br />
e gemma tutto perché ti somiglio.</p>
<p>____________________</p>
<p>Un giorno, amore, sarà concesso al salmastro<br />
di sprigionarsi filtrando senza vergogna.<br />
Un astro seguirà basso la traiettoria<br />
ricalcandomi il capo come un&#8217;aureola di terra.</p>
<p>Le mani crude mi gronderanno di verde e viola<br />
e tu, mia arte, mia morte, starai alla fine delle rotaie,<br />
dove le mandrie fuggite scampaneranno il loro alleluja<br />
sull&#8217;alba, sul tramonto madido d&#8217;echi.</p>
<p>Il mondo avrà una conversione vegetale,<br />
intriso d&#8217;acqua ogni muschio, ogni insalata,<br />
e noi piano piano saremo frescura affondata<br />
che stringe il latteo cristallo delle radici.</p>
<p>E tu che dici, che dici, bella, finché la luce<br />
resiste bianca come venisse dal cielo<br />
mentre da sotto si innalza la muta marea dell&#8217;amore<br />
fatto marasma silente, onde, diamante di membra?</p>
<p>Ancora poco, ancora poco&#8230; Cediamo<br />
alla meta vicina, al magma impastato d&#8217;argilla,<br />
già pronta è l&#8217;impronta per te nel mio giacimento,<br />
tempesta di smeraldi sulla tua lingua creatrice.</p>
<p>____________________</p>
<p>L’amore è finito.<br />
Andò a morire sulle cicche degli ospiti,<br />
risaltò sulla luna piena,<br />
mi disse: “Crepa”.<br />
L’amore intasato<br />
che mi dava ematoma ad ogni vena –<br />
si fermò a spolverare i mobili<br />
fu persino elegante lungo gli angoli,<br />
i fianchi del mio corpo e il mio sentire.<br />
Lungo a morire, ma finì col fumo,<br />
ondeggiando agli sbiascichi di luna,<br />
con l’acqua che saliva sotto il molo.<br />
L’amore preso a nolo e poi scaduto<br />
senza capirci niente, reso indietro:<br />
quello sempre saputo e mai creduto,<br />
come la rinneganza di san Pietro,<br />
che contestava al gallo quel mattino<br />
di non averti ancora conosciuto.</p>
<p>____________________</p>
<p>L’energia si alimenta per ritenzione,<br />
ma il mondo procede con dispersione di liquidi –<br />
Coca Cola, torrenti, sperma,<br />
i rivoli carsici che si interrano<br />
il mondo cede sudando, piovendo,<br />
è sangue permanente, olio di seme,<br />
d’oliva, di macchina,<br />
il mondo scivola sul petrolio,<br />
è mare verde che affonda, inonda –<br />
la Madonna, la gatta,<br />
ogni femmina viva allatta la terra,<br />
(io sto atterrita nel liquor<br />
che scorre tenebroso nei canali linfatici<br />
si perde dentro le ossa) –<br />
il mondo sputa e sbava e beve<br />
i distillati violenti, la bile,<br />
il nero dal fegato, la grappa,<br />
e ha fatto l’alcool dalle bucce dei frutti,<br />
dal cuore dell’agave, le patate,<br />
il grano, l’uva, le prugne,<br />
il mais, la genziana, le spine,<br />
quasi ogni foglia si è resa etilica–<br />
il mondo secerne umori<br />
oscuramente amniotico, minerale,<br />
animale, vegetale, mucoso<br />
(chiara d’uovo, benzina, acqua) –<br />
non capisco se andremo<br />
a fuoco o se annegheremo.</p>
<p>____________________</p>
<p>Se nella notte affumicata e nera<br />
sorge improvvisamente una puttana<br />
gloria di fine agosto in tangenziale</p>
<p>un camion che rallenta non fa male<br />
e nonostante riprenda la corsa<br />
come una giostra al bordo della fiera</p>
<p>lasciando sull&#8217;asfalto la straniera<br />
forse qualcosa verso il cielo sale,<br />
strano a pensarsi, è più di tenerezza</p>
<p>che di vergogna quel gesto bestiale<br />
con cui lui si richiude la cerniera<br />
e lei mette il cinquanta nella borsa.</p>
<p>____________________</p>
<p>Io vivrò sempre uguale.<br />
Sarà un mio vanto, azzimato, azzurrato,<br />
come la sigaretta di un signore.<br />
Vivrò d’amore e di lacrime.<br />
Sarò la persona straordinariamente<br />
giovane, che sorprende gli antichi compagni<br />
di liceo un giorno sul treno,<br />
nel variare dei casi: “Ma tu…<br />
ma tu non sei…?”. Sì, lo sono.<br />
“Non sei cambiata per niente!”.<br />
E sono infatti colei che non sente,<br />
del passaggio del tempo, se non il graffio<br />
costante, e quindi da sempre, e quindi<br />
non invecchiante. In fin di<br />
vita o appena nati, noi siamo<br />
sempre uguali, malati<br />
per gli occhi belli, oppure di acetone.<br />
Rimarrò sempre uguale, sul portone<br />
slogato, così aperto, sulla porta<br />
del campo di pallone, all’oratorio,<br />
sulla buca di topo, ghiro, gatto,<br />
presso la mangiatoia e sul sentiero.<br />
Dirò di no all’asilo, al cimitero.<br />
Sempre uguale sarò: grazie, buon anno.</p>
<p>______________________________________________</p>
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