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		<title>B-logos: ovvero discorso sopra la rete in cui si impigliano le parole</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg"></a><br />
A proposito del romanzo <em>Dublinesque di </em>Enrique Vila-Matas<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Qualche tempo fa, discutendo con una mia amica scrittrice e blogger, Loredana Lipperini, di rete e siti vari, tastandoci il polso per verificare lo stato della fiducia di entrambi nelle capacità del mezzo di produrre messaggi di una qualche importanza, mi manifestava, non senza rammarico, la sua difficoltà a venire sul sito Nazione Indiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/16/b-logos-ovvero-discorso-sopra-la-rete-in-cui-si-impigliano-le-parole/">B-logos: ovvero discorso sopra la rete in cui si impigliano le parole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-37244" title="fiat1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg" alt="" width="512" height="384" /></a><br />
A proposito del romanzo <em>Dublinesque di </em>Enrique Vila-Matas<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Qualche tempo fa, discutendo con una mia amica scrittrice e blogger, Loredana Lipperini, di rete e siti vari, tastandoci il polso per verificare lo stato della fiducia di entrambi nelle capacità del mezzo di produrre messaggi di una qualche importanza, mi manifestava, non senza rammarico, la sua difficoltà a venire sul sito Nazione Indiana. Quel che la tratteneva dal farlo non era affatto la qualità dei post, degli articoli pubblicati, ma il &#8220;commentarium&#8221;, spesso sul piede di guerra, e assai sovente, e nervosamente, incline a mandare in vacca ogni discussione, a soffiare sul fuoco delle polemiche facili, Saviano sì Saviano no, collaborazionisti o puriduristi, insomma, a sputare sul benché minimo focolare di discussione con l&#8217;intenzione chiara di estinguere insieme alla fiamma la sete della propria incazzatura. Perché una premessa del genere a proposito del bellissimo &#8211; bellissimo vi dirò perché &#8211; libro di Vila-Matas?<br />
<span id="more-37240"></span><br />
 Perché a pagina 46 troviamo un passaggio illuminante. Nelle pagine precedenti abbiamo appreso dal protagonista Samuel Riba e dall&#8217;elegante voce narrante di Vila-Matas che quella degli editori colti e letterati è una razza ormai in via d&#8217;estinzione, che la letteratura o industria culturale , all&#8217;epoca del web, pretende la scomparsa degli autori letterari, e che tutto il suo futuro &#8211; e passato di editore aggiungiamo noi- è affidato all&#8217;invenzione di un viaggio, la trovata di un funerale che avrà luogo a Dublino, il Bloomsday e che si svolgerà come un capitolo dell&#8217;Ulysses di Joyce, funerale a cui dovrà presenziare insieme a tre amici scrittori di lunga data. Ebbene, cosa succede a pagina 46? Scrive infatti Vila-Matas che Riba <em>&#8220;Entra in molti blog per informarsi su quanto si dice dei libri che ha pubblicato. E se trova qualcuno che dice qualcosa di minimamente fastidioso, manda un post anonimo tacciando di ignorante o imbecille la persona che lo ha scritto.&#8221;</em><br />
Ecco la soluzione, mi dicevo, al problema “lettore critico amatoriale” che via i canoni, ovvero la complessa officina di attrezzi e disciplina in grado di attribuire letterarietà o meno a un&#8217;opera, valore di opera o semplice valore di libro a uno scritto, risolve ogni questione con un click, pollice verso o meno, attribuendosi un ruolo che in un altro tempo veniva ricoperto dai critici. Così accade, per esempio nel più famoso sito del mondo dedicato ai libri, <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii.com</a>, dominato dai lettori critici amatoriali. Una dittatura terribile quella dei lettori critici, dove, per intenderci, si possono trovare I fiori del male o Aspettando Godot, quotati con una sola stellina di gradimento. Ma dove, si badi bene, si respira anche aria nuova, più fresca di certi dipartimenti di letteratura comparata o di una redazione di riviste per addetti ai lavori.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-37243" title="9788807018190g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g.jpg" alt="" width="200" height="312" /></a></p>
<p>Un esempio di critico lettore, agli antipodi del lettore critico fu sicuramente J.L.Borges il quale scriveva, in tempi non sospetti: &#8220;se io potessi ascoltare in che modo verrà letta, tra un secolo una mia pagina, saprei dire che cosa sarà, tra un secolo, la letteratura&#8221;. Ah se solo potessimo tutti rileggere le letture che abbiamo fatto a un secolo di distanza.! Un secolo, che in un&#8217;epoca di tempo reale e immediato &#8211; sapete quante ore vive un libro in una libreria? &#8211; si riduce al nulla.<br />
Vila- Matas e con lui Samuel Riba, non ci sta a tutto questo. Se funerale deve esserci ci dovrà pur essere un morto, un cadavere, no? E allora perché non confondere gli assassini e con un gioco di specchi indurli all&#8217;errore, trasportarli di libro in libro, di autore in autore, fargli smarrire ogni possibilità di afferrare un senso ultimo delle cose, poter dire, ecco cos&#8217;è la letteratura, e salvare la letteratura dai libri &#8211; perché la letteratura è qualcosa di più dei libri, assomiglia un po&#8217; alla vita.<br />
Dicono gli editori non letterari, gli autori non letterari, i lettori non letterari e critici che il mondo della carta brucia e che quindi non ci saranno più libri, non più storie ma narrazioni poco importa quanto prodotte da gente senza talento, l&#8217;importante è che affabulino, intrattengano e corrano di touch screen in touch screen, in nuove forme elettroniche infinitamente leggere anzi senza peso alcuno. Tutto è allora perduto?</p>
<p>No, affatto. Vila-Matas ci fa intravedere un interstizio da cui sia possibile scorgere la luce. Quell&#8217;interstizio è l&#8217;invenzione <em>romanesque</em>. La realtà così intensa e rumorosa nelle pagine ambientate a Barcellona, e che diventa rarefatta in Dublino, si intreccia a citazioni di illustri scrittori, ai tic di autori ormai consacrati alla tradizione, e non si sa dove finisca l&#8217;una, la realtà e cominci l&#8217;altra, la letteratura. L&#8217;invenzione genera narrazioni e la finzione può sostituirsi all&#8217;esperienza.. Durante il mio lungo soggiorno parigino a me è capitato di incontrare almeno tre persone, due irlandesi e un americano, che mi hanno raccontato di una spiaggia fredda e desolata in Normandia, di un uomo da solo davanti a una scacchiera, quindi di averci giocato e perso, uno diceva di avere addirittura vinto, e che quell&#8217;ignoto giocatore &#8211; avrebbero scoperto molti anni dopo, da una fotografia, da un articolo, era Samuel Beckett.<br />
Già, Beckett. Perché possiamo dire che Dublinesque è una corda tesa tra i due irlandesi. A un certo punto, Samuel Riba ripensa alla splendida formula di Julio Cortazar &#8220;Un ponte è un uomo che attraversa il ponte”, così siamo tentati di dire che perché quella corda esista sarà necessario un critico lettore. Joyce procede nella sua scoperta della verità ultima per addizione, ci ricorda Vila- Matas, mentre l&#8217;inventore di Godot procede per sottrazione. Dopo Beckett nulla può essere, laddove dopo Joyce può e deve esserci ancora qualcosa o qualcuno, Beckett, per esempio. E così, la tela &#8211; i francesi chiamano la rete, la toile &#8211; della letteratura sembra farsi con l&#8217;uno e contemporaneamente disfarsi con l&#8217;altro. Si ha perfino l&#8217;impressione, a un certo punto, che Riba abbia trovato Beckett cercando Joyce, in fondo si chiamano tutti e due Samuel.<br />
Dublinesque sembra allora suggerirci che proprio in ciò che sta oltre si giocano i destini dei libri. Un oltre che è la rete?<br />
E si chiude l&#8217;ultima pagina con il forte desiderio di ritornare su uno dei suoi passaggi folgoranti, la descrizione della fine di un amore, l’universo asfissiante di certi ambienti familiari, o più semplicemente una nota, la citazione di Gadda, alle prese con una ricetta di risotto o le letture joyciane di Nabokov. Il tutto, mentre arrivano chiare le note finali della poesia di Philip Larkin, Dublinesque, che ci hanno seguito dal principio.</p>
<p><em>And of great sadness also.<br />
As they wend away<br />
A voice is heard singing Of Kitty, or Katy,<br />
As if the name meant once<br />
All love, all beauty.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/16/b-logos-ovvero-discorso-sopra-la-rete-in-cui-si-impigliano-le-parole/">B-logos: ovvero discorso sopra la rete in cui si impigliano le parole</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 19:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>A proposito di  <a href="http://www.bol.it/libri/scheda/ea978886165033.html">Esperia</a>, di Graziano Graziani, e <a href="http://www.ibs.it/code/9788806187873/vinci-simona/strada-provinciale-tre">Strada provinciale 3</a> di Simona Vinci.<br />
effeffe su <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">Anobii</a><br />
</p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>Perché non c&#8217;è un cazzo da fare, la scrittura di un libro, come il respiro, ha una misura precisa,  è disciplina atletica più che arte della meditazione &#8211; questa appartiene a chi i libri li legge e non a chi li scrive.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/ora-pro-anobii-graziano-graziani-simona-vinci/">Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di  <a href="http://www.bol.it/libri/scheda/ea978886165033.html">Esperia</a>, di Graziano Graziani, e <a href="http://www.ibs.it/code/9788806187873/vinci-simona/strada-provinciale-tre">Strada provinciale 3</a> di Simona Vinci.<br />
effeffe su <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">Anobii</a><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-14442" title="1341" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/1341.jpg" alt="1341" width="350" height="245" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>Perché non c&#8217;è un cazzo da fare, la scrittura di un libro, come il respiro, ha una misura precisa,  è disciplina atletica più che arte della meditazione &#8211; questa appartiene a chi i libri li legge e non a chi li scrive.<br />
E l&#8217;atletica  contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l&#8217;arte del romanzo è podistica. Il romanziere  come  un atleta dovrà allora  definire dal principio la gara che deciderà di correre. Duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri.</p>
<p><span id="more-14422"></span></p>
<p>Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l&#8217;unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. Da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l&#8217;esito, mai la stessa ti sembra.  La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l&#8217;oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l&#8217;unica città &#8211; ma è un&#8217;isola, un territorio, un&#8217;idea?- che comporta l&#8217;uso della maiuscola. E già.</p>
<p>Nelle istruzioni per l&#8217;uso che l&#8217;autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come &#8220;noms propres&#8221;, con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero, qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l&#8217;archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l&#8217;insonnia, i centri commerciali. Che non sono, si badi bene,  l&#8217;unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città.<br />
Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta.</p>
<p><strong>Esperia</strong>, <em>Graziano Graziani</em>, Gaffi Editore in Roma &#8211; 2008</p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l&#8217;avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un&#8217;energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, come raggiungere qualcosa, qualcuno, o allontanarsi, fuggire da questi.</p>
<p><em>&#8220;(lei) non sta scappando. Corre e basta.</em>&#8221;</p>
<p>Ci sono certi libri che sono pesanti come il respiro di un corridore di fondo &#8211; per quanto la sua corsa si dipani e viva di superficie &#8211; e senti la fatica, l&#8217;incertezza, di chi potrebbe non farcela, ad arrivare alla fine.<br />
Il racconto è allora sospeso tra l&#8217;asfalto, pianeggiante, le sue linee tracciate verticali, e il resto che appare scivolamento in pendio, perdita di sé, perdita d&#8217;occhio. Perché se ciglio significa ciglia, la strada sarà per forza un occhio, una ferita. un taglio.<br />
Non sono tanti i personaggi di questo romanzo che ti si incolla addosso dalla prima pagina come una canottiera sudata, un abito quasi dismesso. E ogni personaggio racchiude in sé non una, ma cento almeno esistenze possibili, per tratti riconducibili ai grandi fatti della storia &#8211; vedi la tragedia di Chernobyl &#8211; o alla vendita al ribasso dei sogni delle classi medie d&#8217;occidente.Il ciglio di una strada è una metafora di per sé potente. E se la strada è una provinciale capisci che su quel tipo di asfalto c&#8217;è tutta la storia di un paese. Così, semplicemente.</p>
<p>Oltre ai fari delle macchine che incroci &#8211; il passeggiatore prudente è quello che cammina nel senso inverso delle macchine ma il vero camminatore vuole godersi il brivido di vedersi arrivare da dietro il passato correndo il rischio di farsi travolgere &#8211; c&#8217;è una musica. Simona Vinci ne indica due, alla fine, come a dirti che se non era quella la musica che ti ha accompagnato nella lettura, hai sbagliato playlist, e meglio allora ricominciare da capo.<br />
Sono gli <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jtderDA3rqU">Unknown Prophets</a> e l&#8217;immenso<a href="http://www.youtube.com/watch?v=P4D1a00cbFA "> Nick Drake </a> (Io in verità avevo pensato ai <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OrljWGIHB7c ">Canned Heat</a> meno lirici, più nasali, impersonali.)</p>
<p>Perché la forza di questo romanzo è nella sua sospensione tra la neutralità dell&#8217;essere delle cose come sono e la violenza del loro essere altro, dalle prime pagine, per almeno cento e nelle finali. Come quando nella ricostruzione del <em>fait divers</em>, il diversamente fatto, di cronaca, scrive Simona Vinci:</p>
<p><em>&#8220;La foto di una giovane donna con due bambini scattata lungo un sentiero di montagna. &#8221; Quando l&#8217;ha trovata, ha raccontato Roberto, &#8220;l&#8217;ha subito attaccata a quel pannello e quando le ho chiesto perché quell&#8217;immagine l&#8217;avesse colpita così tanto, lei mi ha risposto che quella donna poteva essere lei. Si, ha detto proprio così: potrei essere io&#8221;. </em></p>
<p>Milan Kundera è tra i pochi scrittori contemporanei ad aver formulato nell&#8217;essenza il &#8220;gioco&#8221; (la corsa) di un romanziere.<br />
&#8220;<em>L&#8217;existence n&#8217;est pas ce qui s&#8217;est passé, l&#8217;existence est le champ des possibilités humaines, tout ce que l&#8217;homme peut devenir, tout ce dont il est capable. Les romanciers dessinent la carte de l&#8217;existence en découvrant telle ou telle possibilité humaine [...]. Le romancier n&#8217;est ni historien ni prophète : il est explorateur de l&#8217;existence.&#8221;</em><br />
Simona Vinci cartografa impietosamente il territorio delle possibilità umane dei suoi personaggi. E quando ti ritrovi quella carta tra le mani non puoi che dirti la stessa cosa della sua protagonista:<br />
&#8220;Potrei essere io&#8221;.<br />
<em>&#8220;But this was the time of no reply. &#8220;</em></p>
<p><strong> Strada provinciale tre</strong>.  <em>Simona Vinci</em>, Einaudi 2007</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/ora-pro-anobii-graziano-graziani-simona-vinci/">Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci</a></p>
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		<title>Ora pro Anobii</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 12:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[sebastiano vassalli]]></category>
		<category><![CDATA[silvio perrella]]></category>
		<category><![CDATA[valerio evangelisti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/yhst-45079396477018_1950_80358323.gif"></a></p>
<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/yhst-45079396477018_1950_80358323.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/yhst-45079396477018_1950_80358323.gif" alt="" title="yhst-45079396477018_1950_80358323" width="300" height="292" class="alignnone size-medium wp-image-7324" /></a></p>
<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura. Le considero come delle quarte &#8220;personali&#8221; di copertina e mi è venuta così la voglia di condividerle &#8211; si tratta ovviamente di una seleção-  anche con i non anobiani.</em><br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg" alt="" title="image_bookphp3" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7306" /></a></p>
<p><strong>Sillabari</strong> (89 lettori su Anobii)<br />
Di <strong>Goffredo Parise</strong></p>
<p><em>della serie: L come Libro</em></p>
<p>Me ne aveva parlato per la prima volta Silvio Perrella, critico e curatore dell&#8217;opera di Parise. A Parigi &#8211; Paris/Parise- durante una lunghissima passeggiata (tra l&#8217;altro menzionata nel libro<em> Giù Napoli</em>) .<br />
<span id="more-7296"></span><br />
Avevo da poco letto l&#8217;Abecedaire di Gilles Deleuze, e devo dire che mi ha sempre affascinato la divisione in voci, della vita. Ci sono dei dizionari che mi porto dietro da sempre e che ogni volta perdono una pagina, la copertina, una voce appunto, ed allora sembra quasi che la vita ti serva a ritrovare quella voce perduta.La pagina smarrita.<br />
La voce A come amicizia, nei Sillabari è di quanto più lucido abbia mai letto sulla vita e sulla letteratura.<br />
Sulla letteratura, quando dopo aver descritto uno ad uno, lungamente, i personaggi della discesa in pista &#8211; siamo in montagna ed il gruppo di amici ha deciso di passare la giornata a sciare- non si attarda sul narratore, se stesso perché lui è presente soltanto per raccontare. Mai così superflui quanto necessari, gli scrittori!!<br />
Sulla vita, quando di fronte al dubbio del narrante se valesse la pena o meno ritentare l&#8217;impresa di quella prima &#8220;discesa&#8221; tutti insieme, qualche anno dopo, gli fa dire che per quanto spesso sia così, ovvero che la magia della prima volta non si ripete mai, delle volte capita anche il contrario, che non ci sono regole.In definitiva.<br />
Quello che sembra un diario minimo in realtà non lo è, e se c&#8217;è un autore che ha fatto della leggerezza l&#8217;arma con cui entrare più in profondità,nell&#8217;essere umano e nella storia, quello è sicuramente Goffredo Parise.</p>
<p><strong>La notte della cometa </strong>(147)<br />
<em>Il romanzo di Dino Campana</em><br />
Di <strong>Sebastiano Vassalli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg" alt="" title="image_book-1php1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7309" /></a></p>
<p><strong>Canti orfici</strong> (389)<br />
Di <strong>Dino Campana</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg" alt="" title="image_bookphp4" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7310" /></a></p>
<p><em>della serie: libro chiama libro</em></p>
<p>Nella vecchia soffitta del Marais che dividevo con l&#8217;amico Massimo c&#8217;erano libri e letti. Si mangiava raramente e quasi sempre pasta. La biblioteca di Massimo, era un inquilino in più. Al punto che, col senno di poi, mi dico che avrebbe dovuto pagare la sua parte d&#8217;affitto. Una sera anzi in poche sere, credo di aver letto tutta l&#8217;opera, quasi, di Sebastiano Vassalli. Un libro però mi sconvolse. Era forse il tema, maledetta poesia, il racconto di città letterarie -proprio come quella che vivevamo di prima mano- i tuoni di Papini, la voce del maestro. Questo, sicuramente, ma non solo. La notte della cometa, mi affascinò per il fascino che poteva esercitare il più visionario scrittore che l&#8217;Italia avesse mai dato alle lettere. E così mi andai a rileggere i Canti Orfici che avevo letto, e perfino ascoltato, da un amico cantante, quando i viaggi te li fai da solo, da mente a mente. Riprenderli poi, quando il viaggio si era fatto vero e ti sporcava le scarpe, ti cambiava la pelle, era significato davvero dialogare con l&#8217;autore. Con le sue prose veloci, telegrammi poetici, visioni fantastiche, e viaggi appunto, sospesi tra verità e immaginazione. Quando uscì l&#8217;edizione sonora dei Canti, a cura di Carmelo Bene l&#8217;ho ascoltata mille volte. Come il racconto che il geniale drammaturgo fa di come Campana passò dei decenni in manicomio a tentare di ricomporre il manoscritto originale dei Canti, sottoposto all&#8217;Editore Vallecchi e da quelli, distrattamente perduto. &#8220;Fare e disfare. Ecco quello che so fare&#8221; scrive in una cartolina all&#8217;amata Sibilla Aleramo. Un opera come un letto disfatto, dunque, memoria viva del fatto che vita vi fosse. Grande letteratura</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg" alt="" title="image_book-2php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7314" /></a></p>
<p><strong>Canti del caos</strong> (52)<br />
Di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che bruciano</em></p>
<p>Me l&#8217;aveva prestato un&#8217;amica carissima, Gabriella, senza una nota d&#8217;accompagnamento, una parola che potesse preparare il terreno, del tipo, &#8220;sai, (o vedrai) sono sicuro che ti piacerà.&#8221; O ancora: &#8220;qui c&#8217;è tutto quello che vuoi sapere&#8221;. Come se uno leggesse per sapere e non per conoscere. Ci sono dei libri che si porgono in silenzio e che restituisci in silenzio. Sono un atto di meditazione, ti massacrano per le emozioni che suscitano in te, come quando ti ecciti e non vorresti, ridi, e in fondo sai che la tua (ma anche la sua, del personaggio) è disperazione. E sono libri che non dimentichi di aver letto, di cui, ogni frase, cerchi di dimenticare.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg" alt="" title="image_bookphp" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7297" /></a></p>
<p><strong>Vite di uomini non illustri </strong>(113)<br />
Di <strong>Giuseppe Pontiggia</strong></p>
<p><em>della serie: un libro con diciotto storie</em></p>
<p>Perché in fondo per gli scrittori (e i libri) valgono le regole dell&#8217;atletica, a seconda delle discipline. Ci sono autori che possono correre i duecento o i quattrocento metri alla grande, e che messi alla dura prova della marcia longa, delle maratone non reggono. Il respiro incespica sulle gambe,il fiato si spezza, la vista si appanna, la lingua sventola come una bandiera bianca di resa a molti metri dal traguardo.<br />
Pontiggia, a differenza di Calvino, Buzzati, è uno scrittore di fondo. Corre, cammina, marcia, assecondando nel ritmo lo slancio vitale dei suoi personaggi, del lettore. Vite di uomini non illustri non ha nulla dello scatto fulmineo del velocista, né dello stacco &#8211; e della rincorsa- del saltatore. Ti porta attraverso tempi e voci che ti arrivano come un rumore di fondo. Tempi e voci che da sempre ti accompagnavano, ma che non &#8220;sentivi&#8221;. Il silenzio del narratore, con il suo tenersi in disparte, discreto, fa emergere quanto c&#8217;era prima, al punto che hai come l&#8217;impressione di averle già lette quelle storie, e in taluni casi di averle, forse, vissute.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg" alt="" title="image_book-1php" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7300" /></a></p>
<p><strong>La lettera di Lord Chandos </strong>(38)<br />
Di <strong>Hugo Von Hofmannsthal</strong></p>
<p><em>della serie: un libro che è contro ogni libro</em></p>
<p>Nella storia della letteratura esistono tantissimi esempi di diserzione dal campo di battaglia della scrittura che provengono, nella maggior parte dei casi, dai suoi più illustri protagonisti. Senza prendere in considerazione i suicidi illustri che costellano quella tradizione- smettere di vivere significa anche interrompere ogni scrittura sul mondo- basterà pensare a quanti hanno appeso la penna al chiodo per fare tutt&#8217;altro. E la cosa avviene in silenzio, come fece Rimbaud, che seppure promesso alla gloria abbandonò tutto giovanissimo, come se avesse avuto consapevolezza della propria fortuna letteraria. La sua opera, compiuta in un pugno di anni, lo aveva già reso immortale. Nella lettera a Lord Chandos il protagonista non annuncia la propria &#8220;mancanza d&#8217;ispirazione&#8221; né risveglia il fantasma della &#8220;pagina bianca&#8221;. In questo libro che è più che un&#8217;opera, si compie una vera anatomia del rapporto problematico che la scrittura instaura con la realtà. Quando le cose si chiamano da sole,un rastrello, un tavolo, un secchio, e non hanno bisogno di essere chiamate dalle chiare lettere della scrittura, che inciampa in esse, come su pietra che ti fa cadere, allora lo scrittore deve poter dire di no, confessare la propria resa alla realtà. Un libro che non lascia scampo alla scrittura con un conflitto che si risolve nel silenzio dell&#8217;autore della lettera. Silenzio che però solo la scrittura rende possibile salvando così vita e sogni dei lettori</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg" alt="" title="image_bookphp1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7302" /></a></p>
<p><strong>Storia dell&#8217;occhio</strong> (63)<br />
Di <strong>Georges Bataille</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;con la coda&#8221;</em></p>
<p>Ho conosciuto Bataille attraverso i saggi. Illuminanti le considerazioni sul taglio originario, la ferita, la coupe che rende uomini e donne colpevoli (coupables) puri. La storia dell&#8217;occhio lo considero come uno dei massimi capolavori della letteratura erotica, in cui ogni forma di amore non può prescindere dall&#8217;idea di dio. I protagonisti incarnano una delle figure più inquietanti e vere ( forse l&#8217;inquietudine è proprio legata alla verità che la sostiene) della vittima e del carnefice. La rivolta dei protagonisti è assoluta, e l&#8217;uovo/ occhio/ sesso traduce in parole la bellissima immagine girata da Bunuel in Chien Andalu (su You Tube è possibile rivederla) dell&#8217;occhio come una luna tagliata dal rasoio. La perversione di Bataille &#8211; a Clermont Ferrand sua città natale non c&#8217;è un cartello, una placca che lo ricordi- è stata nel tentativo di proporre una vera metafisica del corpo e questo non gli è stato mai perdonato.<br />
Una scrittura che ti accarezza e ti graffia al punto che non sai se i segni che ti ritrovi sulle gambe ce li avevi anche prima, di leggere.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg" alt="" title="image_bookphp2" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7304" /></a></p>
<p><strong>Il mistero dell&#8217;inquisitore Eymerich</strong> (481)<br />
Di <strong>Valerio Evangelisti</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;fantastique&#8221;</em></p>
<p>Fantastique! Fantasia urlante e crudele, lontana anni luce dall&#8217;idea &#8220;accomodante&#8221; che la parola suscita nel nostro immaginario, ora. Un viaggio attraverso tempi e modi del tempo che si annuncia alla fine del viaggio, con le memorie dei personaggi alla ricerca di nuove ed antichissime eresie.<br />
Valerio Evangelisti produce un vero choc nel lettore risvegliando la sua ancestrale sete di giustizia, l&#8217;atavica curiosità verso tutto quello che &#8220;sta&#8221; nel mondo, l&#8217;immondo, animale immortale che abita la storia.<br />
La Storia dell&#8217;allievo più brillante di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, colui che già prima della guerra aveva &#8220;predetto&#8221; fascismo e crisi del &#8220;piccolo&#8221; uomo moderno. Ricordato per la sua rivoluzione sessuale, e che verrà trascinato in tribunale dai suoi detrattori e condannato a morire in cella. L&#8217;inquisitore Eymerich abita i suoi sogni, le sue notti mentre il futuro, lontano quanto il passato, si popola di bambini. Tre storie in una, tre vite, forse trecento o tre milioni di voci che a libro finito inseguono il lettore come un creditore a ricordargli che il prezzo da pagare per la libertà, per quanto insostenibile, vale pur sempre la pena pagarlo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg" alt="" title="image_book-3php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7316" /></a></p>
<p><strong>La vita agra </strong>(404)<br />
Di<strong> Luciano Bianciardi</strong></p>
<p><em>Della serie: i libri che ritornano (e non solo loro)</em></p>
<p>Ho amato Bianciardi da solo, ovvero scoprendolo da un bouquiniste a Parigi, in un&#8217;edizione antica e malandata. La vita agra è stato per anni il mio &#8220;libro di non ritorno&#8221; ovvero il tracciato da avere a mente ben chiaro prima di prendere alcuna decisione che prevedesse il ritorno in Italia. Per vent&#8217;anni. Poi ritorni, te ne vai, e ti rendi conto che quella lezione di stile, di libertà, l&#8217;avevi imparata ancor prima di prendere il rischio del &#8220;tornare sui propri passi&#8221;. Una scrittura con personaggi la cui umanità trasuda da ogni frase, situazione. Quando poi ho scoperto, da solo, consultando l&#8217;edizione italiana di Tropico del Capricorno di Henry Miller, che il traduttore del più ribelle degli scrittori americani era stato proprio lui, Bianciardi, l&#8217;ho amato ancora di più. Qualcuno in Italia si degnerà di dedicare a uno dei nostri scrittori migliori l&#8217;attenzione che merita?</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg" alt="" title="image_book-5php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7320" /></a></p>
<p><strong>Tanto amore per Glenda</strong> (41)<br />
Di <strong>Julio Cortázar</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che hanno cambiato la mia vita</em></p>
<p>Dei dieci racconti regalatimi vent&#8217;anni fa due mi sono chiari come se li avessi appena letti. perchè non è vero che tutti i libri si dimenticano &#8211; altrimenti perché rileggerli?- come se si sistemassero in chissà quale segreto anfratto dell&#8217;anima, nascosti al punto di non lasciare nessuna traccia di sé, un segno che ce li faccia rivenire in mente. Eppure&#8230;<br />
&#8220;Disegni sui muri&#8221; e &#8220;Testo in un taccuino&#8221; potrei recitarveli a memoria, magari a parole mie, cambiando qui e lì le frasi, i tempi &#8211; ma l&#8217;originale varrà sempre di più- soffermandomi su una scena, un rumore, quello delle porte scorrevoli di una metropolitana, o dell&#8217;obliteratrice quando morde il biglietto. Forse il tratto del pennello sul muro, come un Tapiès, cui del resto il primo racconto era stato dedicato, o la sinistra sirena dei cellulari che percorrono la città assediata. Sicuramente il pallore di chi abita il sottosuolo, che non scordi mai, come la dedica sul libro fatta da un&#8217;amica che non c&#8217;è più, nel senso che è diventata altro</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg" alt="" title="image_book-4php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7319" /></a></p>
<p><strong>Narciso e Boccadoro</strong> (3469)<br />
Di <strong>Hermann Hesse</strong></p>
<p><em>della serie:il libro con le pagine ingiallite</em></p>
<p>Avevo letto tutto Herman Hesse a diciassette anni, quando si legge tutto, di un autore. quasi tutto, perchè in quel caso ricordo che mi lasciai da leggere per vent&#8217;anni dopo il gioco delle perle di vetro. lo avrei letto quando il lupo della steppa in me sarebbe invecchiato, il pelo ingrigito e rado, quando Peter Camenzind si sarebbe lasciato andare veramente all&#8217;ultimo bicchiere sul tavolo e Siddharta abbandonato al piacere della carne. Ma Boccadoro che mi abita non cessa di correre e la vita &#8211; con le sue sorprese e miserie- non accenna a fermarsi né a sedare la sete di vita. Come ora.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg" alt="" title="image_book-6php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7321" /></a></p>
<p>I<strong> viaggiatori folli (</strong>5)<br />
<em>Lo strano caso di Albert Dadas</em><br />
Di <strong>Ian Hacking</strong></p>
<p>Perché il turismo di massa nasce con l&#8217;invenzione della bicicletta? Perché la bicicletta ebbe il massimo sviluppo nella regione di Bordeaux? Come mai i migliori cartografi erano francesi? Che cosa fa di un fenomeno la realtà delle leggi della ragione o del sogno. della follia. A Napoli follia è pazzia e un giocattolo si chiama pazziella. Leggere questo libro vi darà le vertigini come quando perdeste le rotelle della vostra bici.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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