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	<title>Nazione Indiana &#187; antologia</title>
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		<title>Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 07:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;antologia di <strong>Cristina Annino</strong>, uscita per <a href="http://www.puntoacapo-editrice.com/">puntoacapo Editrice </a>a cura di <strong>Luca Benassi </strong>e con una nota critica di <strong>Stefano Guglielmin</strong>, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima </em>Magnificat<em>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/">Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;antologia di <strong>Cristina Annino</strong>, uscita per <a href="http://www.puntoacapo-editrice.com/">puntoacapo Editrice </a>a cura di <strong>Luca Benassi </strong>e con una nota critica di <strong>Stefano Guglielmin</strong>, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima </em>Magnificat<em>. Cristina è una poetessa straordinaria, sorprendente ad ogni nuovo libro, ma che purtroppo gode di poca attenzione critico-editoriale. I suoi versi si nutrono di un&#8217;assoluta libertà espressiva e di temi e interlocutori cari all&#8217;autrice quali gli animali, l&#8217;amore per un compagno o quello grandissimo per la madre, i viaggi, la solitudine di una &#8220;casa d&#8217;aquila&#8221;, senza suonare mai scontati, ripetitivi. Leggendo crediamo (anche prima di comprendere) al cane azzurro, alla madre e ai topi, al Vegetale Banano, a zampe che dipingono come mani. Alla vitalità mai compiaciuta di questa poesia, che parla a tutto quello che la circonda, ne fa un mondo dentro il mondo, denso, immaginario, straniante &#8211; ma con tutti i sintomi della realtà, della vita che scorre nelle case, nelle relazioni, con il proprio gatto o cane, a confronto con l&#8217;io, quasi fosse un altro individuo &#8220;carnivoro&#8221; e grottesco. (f.m.) </em> <span id="more-27309"></span></p>
<p><img alt="" src="http://files.splinder.com/5bb54ed239d8e5807f2bf789bb63574e.jpeg" class="alignnone" width="420" height="304" /></p>
<p>di <strong>Cristina Annino</strong></p>
<p><strong>Il vento che spaventa i cani ha campanelli</strong></p>
<p>La paura del cane è un muro duro,<br />
un duro muro sonoro. Vi sbatte<br />
contro il mare dell’intestino<br />
e gli occhi restano in fondo,<br />
piccolo semino d’anice.<br />
Gli dico<br />
d’altre paure nel mondo,<br />
reggo la sua bava di panna<br />
e la pena del tondo cranio<br />
metto in un cesto con cotone.<br />
Ma il muro giunge, giunge<br />
il suono, la vena d’un terrore<br />
cosmico gli resta il fiato,<br />
appanna il sonno, se dorme.<br />
Non si ferma, bianco<br />
spicchio degli occhi, cerca<br />
il muro, o vento sonoro, i campanelli;<br />
le sue zampe tirate<br />
nell’avena del collo, sono<br />
chiodi.</p>
<p><strong>Il cane del buon consiglio</strong></p>
<p>È un gigante il mio cane.<br />
Mi porta il piatto sul collo,<br />
il pane in bocca, è un maggiordomo,<br />
mi dice di mangiare gurdandomi<br />
con fare d’uccello. Cammina<br />
in bilico sul davanzale, ha pelo<br />
di foca e quando salta pare<br />
un giocoliere turchino.</p>
<p>Ora io dico:<br />
qualcosa devo pur fare; nacqui<br />
dalla bocca pietosa di un padre<br />
e una madre che ammisero insieme<br />
- hai davanti la vita preziosa,<br />
restaci immortale -. Così ho tanti<br />
libri. Cosa mi manca?<br />
Lo chiedo a Diego che mi guarda<br />
col bicchiere di vino in fronte.</p>
<p>Ce ne stiamo così sulla triste<br />
tovaglia; io parlo ed aspiro<br />
dalla narice la storia<br />
del mio romanzo, ho lo stomaco<br />
aperto, il cuore mi pulsa in fronte.<br />
Diego squittisce col coltellino<br />
sul naso:<br />
non col sentimento si capisce.</p>
<p><strong>La casa del folle</strong></p>
<p>Entro piano nella casa del folle;<br />
non apro le persiane, non tolgo la polvere.<br />
Arrivo alla sua camera che ancora dorme<br />
nel mattino troppa aria per occhi<br />
di dolente marrone pallido. Guardo<br />
la nuca rigida e il corpo che non sente<br />
neppure il pigiama.<br />
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto<br />
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,<br />
dal peso della gente.<br />
Cerco di non affollarlo per niente;<br />
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni<br />
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.<br />
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo<br />
al piede del suo letto come a una pianta<br />
ed entra dentro di me, dal folle, quasi<br />
fune elettrica, una bianca, stanca,<br />
atroce vitalità.</p>
<p><strong>La poesia</strong></p>
<p>Io so spiegare come si fa. So ch’è<br />
opulenta, e qualcuno ne paga le spese. Sarà la nostra<br />
società e basta; egoista, amara quanto qualsiasi<br />
continente. Insomma<br />
è tutto quel che si guarda. Ma senza<br />
dubbio sono io il paese più poeta del mondo. Esempio:<br />
getto un bicchier d&#8217;acqua sulla parete; quello<br />
cade &#8211; lo giuro &#8211; però resta la macchia. Visto<br />
al rallentatore con musica. Poi prendo col termometro<br />
la temperatura al pezzo di muro fradicio.</p>
<p>Credo d&#8217;averne bisogno, di friggere e<br />
d&#8217;annoiarmi. Con rara facilità quando dico &#8220;mia<br />
madre è una magnolia, una<br />
magnolia è mia madre&#8221;, giro da continente quel sostantivo<br />
ovale di pianta nana, coi nervi a terra e a fuoco<br />
il vento dei nei. Non per soldi<br />
vo dal rosso all&#8217;aceto tenero e il bianco che fa<br />
spavento come corni di bue. Nessun gioco<br />
è peggio di questo. Neppure farsi coraggio, dire<br />
avanti, lo stesso. O aspettarsi la risposta. Neanche<br />
lessarsi nell&#8217;acqua, è meno.</p>
<p>Spara da sé il suo orologio senza<br />
volerlo. Un fulmine, eccolo lì: rami sull&#8217;infinito<br />
lesso dei piedi. Chi rifabbrica l&#8217;albero se n&#8217;è<br />
andato. Neanche un pezzo. Dici che<br />
schifo han fatto prima la morte, han fatto già<br />
l&#8217;uovo. Codè. Ti<br />
portano dentro; così si sa tutto. Noti<br />
la polvere che all&#8217;aperto non vedi, e le gambe<br />
perché sei solo. Senti chiudere la porta. Coc. Non<br />
pensi al mondo, la società, il resto. Ma a quel<br />
che viene spezzato allora. Dè. Un lavoro. E in qualche<br />
parte qualcuno di certo paga il conto.</p>
<p><strong>Le mosche</strong></p>
<p>C&#8217;è un giorno ogni due in cui non noto<br />
gli altri; se un uomo casca in un bar lo credo dinoccolato e non<br />
morto già un poco sul lato destro. In quel giorno diffido<br />
dei suonatori di flauto. E detesto tutti<br />
gli omaggi del mondo fatti a Duchamp. Che bisogno c&#8217;è,<br />
penso, di rispettare qualcosa, e in eterno?<br />
Infine,<br />
è il compleanno delle mosche. Mai più getterò bombe<br />
sui loro piatti piedi. Mostro<br />
a ognuna di loro l&#8217;uomo sulla soglia del bar, che ha dormito un<br />
secolo, s&#8217;alza, e nessuno gl&#8217;è d&#8217;aiuto.<br />
Astuto dico &#8220;quelle calze<br />
sono mie&#8221;, o meglio &#8220;quel sedere mi ama&#8221;. Quella<br />
cintura, la vita s&#8217;origina da quella cintura che fa versi<br />
col solo occhiello. C&#8217;è<br />
la cultura d&#8217;una vita, parrebbe poco, e i treni<br />
di questo mondo e la natura vegetale anche.<br />
Facile, vedere<br />
così un pezzo di cuoio: basta una lente d&#8217;ingrandimento, un<br />
dito e l&#8217;idea centrale che quel gigante oltre il vetro è<br />
piccolo da non far male a una mosca.</p>
<p>Mi lascio ritrarre dalle zampe di lei pepe. Non ha<br />
fretta: passa<br />
la parte dietro del mappamondo, la sabbia delle<br />
guance, e la mia faccia cresce. Sa<br />
d&#8217;essere un deserto, ma in gamba forse. L&#8217;amerà<br />
più d&#8217;un sedere. Non è vero, bambino Duchamp? Dillo<br />
al babbo che penserai da grande, radendoti. Per<br />
favore. È<br />
che le cose arrivano a tempo; e da sempre il senso<br />
comune dà il via a quelle grandi. Solo questo. Poi<br />
si vedrà.</p>
<p>Tengo<br />
le mosche dentro per non farle morire. Ogni<br />
rumore m&#8217;è d&#8217;aiuto, da un nulla esplode altro.<br />
Ripetutamente penso<br />
che siamo dei buoni dei, se anche incrociamo i nostri<br />
destini coi flautisti dormendo. Io<br />
dico &#8220;perdon&#8221; sulla soglia del bar o nel gas<br />
delle mosche. Poi &#8221; la ciurma non è mai uguale, ci<br />
mancherebbe. Chi più ne ha più ne mette di carne<br />
al fuoco&#8221;. Dalle<br />
coperte va via il giovane pensiero appena<br />
repubblicano, con le sue mutande fredde.</p>
<p><strong>Casa d’Aquila</strong></p>
<p>Vado verso la casa in una<br />
miseria di caldo sopra di me, nella morta<br />
estate senza onori.</p>
<p>Né telefono, fiori. Tento di capire che<br />
dica l’uscio premendosi la bocca con le<br />
mani. Che vuol<br />
dirmi senza onori la casa? Non entro ma<br />
guardo fuori l’oscillante lingua<br />
dei piani.</p>
<p>Penso: non ci fossi più m’aprirebbero<br />
con cerimonia, su fondo turchino e<br />
le dita fari, leggendo quanto<br />
ci misi a scalare<br />
una casa vivendo. Sarebbe<br />
la Verità, perch’avevo ragione<br />
in tutto, e parlavo ai pesci del mare.</p>
<p>Alzo le mani senza resa, senza<br />
voltarmi. Niente fiori, casa dolorosa; ti<br />
peso sui due reni della bilancia. A chi<br />
andrà<br />
tutta questa ricchezza, lo spreco delle<br />
forze, l’aquila dentro di me?</p>
<p><em>da:<strong> Magnificat</strong></em></p>
<p><strong>Sguardo andante</strong></p>
<p>Quell’uomo diventò un<br />
lavoro, corpulento. Ora dico, a<br />
ogni manata di vento passava<br />
davanti a lei, quasi uno<br />
scherzo, tanto pareva goloso a<br />
guardarla. Aveva<br />
scordato qualcosa. Era<br />
inverno e fissava lungo-<br />
largo ; ma<br />
lei disse gli<br />
occhi pericolosi, una scarica<br />
quelle braccia. Eppure<br />
s’era<br />
spogliato di tutto, carte, libri,<br />
tasto del portatile, occhiali,<br />
spazi vuoti e parole<br />
di plastica che ingoiava il<br />
gatto giambico-trocaico<br />
-catalettico. Era<br />
diventato ignorante, <em>mea<br />
culpa</em>, da sé, in piena libertà<br />
deciso d’amare il creato, col<br />
salto di pesce ripulendo le<br />
labbra nei suoni, ch’era stato lì<br />
lì per crepare<br />
sott’acqua. Senza più<br />
gravità, con altezza sbatteva<br />
le pinne tra i rami. </p>
<p>Mai capito niente, lei. Mai<br />
visto uno così. Solo aria<br />
beethowiana  tenendola in piedi, la<br />
<em>risparmiava</em>. Ora quello, senza<br />
maniche di libraio, o scatole<br />
di pensiero, uscito<br />
dal mare ( via lentamente il<br />
sonoro dell’acqua,<br />
sabbie, del vento madornale<br />
girante), reincarnato di<br />
pietà con gambe, così<br />
si teneva il torace nelle<br />
branchie rosa. Ancora<br />
più umano.</p>
<p><strong>Solitudine eterna</strong></p>
<p>Ogni evento doloroso gl’ha<br />
dato fratellanza con se<br />
stesso. Eppure questo<br />
braccio per chi<br />
lo conosce, familiarmente<br />
detto <em>Esse</em>, gli<br />
casca (attrazione terrestre) in<br />
carriole d’ombra, pesi, collezionismo,<br />
nel triangolo<br />
proprio tra nuca e spalle.<br />
Tanto<br />
tempo sbattendosi<br />
in marcia di pochi<br />
metri al quadrato. Mentre<br />
fuori<br />
l’universo-vassoi con prati<br />
lavanda, caratura a prova di<br />
bomba. Ma il<br />
braccio abbassa<br />
l’illimitata <em>Esse</em> fottendolo<br />
un pezzo alla volta. Mette i<br />
sigilli, va via.  Poi anche le<br />
parole soprattutto, le mura. </p>
<p><strong> Il falso merlo della poesia</strong></p>
<p>Ci vuole molta<br />
pazienza  e un’io esteso<br />
di qua di là dalla<br />
grammatica, per fare<br />
d’una<br />
sequoia un merlo solo<br />
capace di sollevarne poi<br />
il  volo. Sarebbe,<br />
signori, allora da trattare<br />
coi guanti!  Ma quei<br />
tormenti in fiale, cinque dita<br />
d’ala toccando campane<br />
intorno, è<br />
cenere per piccioni.  Infatti,<br />
miserere, non  trova<br />
frasi, solo emozioni<br />
brevi e un patrimonio di<br />
vento. Allora? <em>Nessun<br />
tormento è pari al<br />
dolore, quanto la<br />
parola. </em>Avanti, poi?  <em>Chi<br />
sono i rovi rossi? </em>Ecco<br />
esiste la sequoia; ci<br />
vorrebbe<br />
conoscenza karmica del volo.</p>
<p><strong>Origine della creatività, <em>Indiano Caldo</em></strong></p>
<p>A tempo respira<br />
esatto; rende visibile attraverso<br />
il collo il numero della taglia. Poi<br />
sempre fermo –volere è<br />
potere-, come elevando<br />
l’idea delle braccia verso il<br />
mare che ora sta in alto e non<br />
casca, appeso per il fango al<br />
globo ondoso, vede<br />
che gli si<br />
strappa la mente dal suo<br />
luogo, e<br />
l’abito e la taglia. Espirando<br />
alla fine, non sa<br />
più, dove stia la cornice,<br />
oddio! il limite e la cornice.</p>
<p>*</p>
<p>Parrebbe<br />
ansia, &#8211; non lo è- anche quando<br />
divide la mandria delle<br />
nubi in due, e, specie<br />
d’origine gassosa, Indiano<br />
Lui riprende addosso la<br />
montagna. E’ di<br />
più!  Frulla l’arsenale che manda<br />
acqua sul mondo poi strizza<br />
le dita di carne. Velocità, forse,<br />
ché il<br />
<em>Tempo creativo, è  breve. </em>Lo<br />
dice, l’ha detto (mangiatore nel<br />
cuore di cose), crepare<br />
stando sempre quaggiù, sotto<br />
terra, mente, sotto sale,<br />
quando<br />
corrente come miele<br />
il turchino della grazia<br />
piovuto in un mese<br />
evapora dal ramo. Allora, con<br />
cortesia, gambe sulla stuoia<br />
dell’erba, rivolge fumando<br />
domande al  Vegetale Banano.</p>
<p><strong>Amicizia</strong></p>
<p><em>Cane, siamo rimasti senza.<br />
Nel soffitto di sotto chi<br />
si sdraia per udirmi? Come<br />
piatti di bilancia, anche lui<br />
s’appiattisce. Così la casa<br />
ha tanti fegati in fila, denti<br />
per grondaia. Cane, vedi tu<br />
una città più triste?</em>  Lui sta<br />
in cima, fulminato dalla<br />
grazia, non<br />
capisce. Fissa<br />
al vento i coperchi<br />
uguali, da soprano ululando<br />
ritto. S’arrugginisce<br />
l’argento dell’urina che<br />
scava<br />
eterna la miseria<br />
austera in quella campana<br />
di terriccio.</p>
<p><strong>C’ era una volta un poeta </strong></p>
<p>Gli dissero “Ti daremo il<br />
Nobel, ma dovrai  per questo<br />
aspettare nell’acqua”<br />
Superbia di chi? E’ la<br />
storia terrena un salasso, e<br />
la creatività pioveva<br />
intanto dalla sua<br />
testa, gl’allargava le<br />
penne. Traballando sul<br />
sofà cavillosamente<br />
sviene, perché <em>solo chi<br />
 cancella giunge al<br />
 vero! </em>Ecco, non ha<br />
sputato onorevolmente<br />
sul<br />
cascame di mondo, né visto<br />
sedie segate, ha mangiato<br />
maiale<br />
macellando carne, ha<br />
guardato stelle, mai <em>quel</em><br />
viso che bruca perle con<br />
il letame. Fatto testi per<br />
il ginnasio anche, mentre<br />
gli passava acqua tra le<br />
gambe concave. Ha<br />
forato eternità di gomma e<br />
per queste ha<br />
ucciso. Ora chi gli<br />
rende lo spirito sopportabile?</p>
<p><strong><a href="http://golfedombre.blogspot.com/2009/11/cristina-annino-magnificat-poesie-1969.html">Qui</a>, per saperne di più sul libro</strong></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Accudiscimi, di Cristina Annino</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/">Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Tre poesie da &#8220;Per chi non è caduto&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 06:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[Geoffrey Hill]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Fazzini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia inglese]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Geoffrey Hill </strong></p>
<p>traduzione di <strong>Marco Fazzini</strong></p>
<p>[<em>Per chi non è caduto. Poesie scelte 1959-2006</em>, luca sossella editore, Roma 2008.]</p>
<p><em> For the Unfallen </em> [Per quelli che restano], 1959 </p>
<p><strong>The Guardians </strong></p>
<p>The young, having risen early, had gone, <br />
Some with excursions beyond the bay-mouth, <br />
Some toward lakes, a fragile reflected sun. <br />
Thunder-heads drift, awkwardly, from the south; <br />
The old watch them.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/">Tre poesie da &#8220;Per chi non è caduto&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Geoffrey Hill </strong></p>
<p>traduzione di <strong>Marco Fazzini</strong></p>
<p>[<em>Per chi non è caduto. Poesie scelte 1959-2006</em>, luca sossella editore, Roma 2008.]</p>
<p><em> For the Unfallen </em> [Per quelli che restano], 1959 </p>
<p><strong>The Guardians </strong></p>
<p>The young, having risen early, had gone, <br />
Some with excursions beyond the bay-mouth, <br />
Some toward lakes, a fragile reflected sun. <br />
Thunder-heads drift, awkwardly, from the south; <br />
The old watch them. They have watched the safe <br />
Packed harbours topple under sudden gales, <br />
Great tides irrupt, yachts burn at the wharf <br />
That on clean seas pitched their effective sails. <br />
Thereare silences. These, too, they endure: <br />
Soft comings-on; soft after-shocks of calm. <br />
Quietly they wade the disturbed shore; <br />
Gather the dead as the first dead scrape home. <br />
<span id="more-10839"></span></p>
<p><strong>I guardiani </strong></p>
<p>I giovani, alzatisi presto, se n’erano andati, <br />
Alcuni in escursione oltrel’imbocco della baia, <br />
Altri verso i laghi, fragile sole riflesso. <br />
Nuvoloni tonanti s’addensano, goffi, da sud; <br />
Ivecchi li osservano. Hanno osservato crollare <br />
Porti sicuri e affollati sotto burrasche improvvise, <br />
Irrompere grandi maree, bruciare al pontile panfili <br />
Che su mari puliti spiegavano vele efficaci. <br />
Vi sono silenzi. Anche questi loro sopportano: <br />
Dolci sviluppi; dolci scosse d’una calma in assestamento. <br />
Tranquillamente sguazzano sulla spiaggia turbata; <br />
Raccolgono i morti non appena i primi a pelo giungono a riva.</p>
<p><em> King Log </em>[Re Travicello], 1968</p>
<p><strong>Ovid in the Third Reich </strong></p>
<p><em>non peccat, quaecumque potest peccasse negare, <br />
solaque famosam culpa professa facit. </em><br />
(AMORES, III, XIV) </p>
<p>I love my work and my children. God <br />
Is distant, difficult. Things happen. <br />
Too near the ancient troughs of blood <br />
Innocence is no earthly weapon. <br />
Ihave learned one thing: not to look down <br />
So much upon the damned. They, in their sphere, <br />
Harmonize strangely with the divine <br />
Love. I, in mine, celebrate the love-choir.</p>
<p><strong><br />
Ovidio nel Terzo Reich </strong></p>
<p><em>non peccat, quaecumque potest peccasse negare, <br />
solaque famosam culpa professa facit. </em><br />
(AMORES, III, XIV) </p>
<p>Amo il mio lavoro e i miei bambini. Dio <br />
È distante, difficile. Le cose accadono. <br />
Troppo vicino agli antichi trogoli del sangue <br />
L’innocenza non è arma terrena. <br />
Ma una cosa ho imparato: a non disdegnare <br />
Troppo i dannati. Nella propria sfera, <br />
Loro armonizzano stranamente con il divino <br />
Amore. Io, nella mia, celebro il coro d’amore. </p>
<p><em><br />
 The Orchards of Syon</em> [I frutteti di Sion], 2002 </p>
<p>XIV </p>
<p>The fell, through brimming heat-haze, ashen grey, <br />
in a few hours changes to graphite, coral, <br />
rare Libyan sand colour or banded spectrum. <br />
Distant flocks merge into limestone’s half-light. <br />
The full moon, now, rears with unhastening speed, <br />
sketches the black ridge-end, slides thin lustre <br />
downward aslant its gouged and watered scree. <br />
Awe is not peace, not one of the sacred <br />
duties in mediation. Memory <br />
finds substance in itself. Whatever’s brought, <br />
one to the other, masking and unmasking, <br />
by each particular shift of clarity <br />
wrought and obscurely broken-in upon, <br />
of serene witness, neither mine nor yours, <br />
I will ask bristling centaury to translate. <br />
Saved by immersion, sleep, forgetfulness, <br />
the tinctured willow and frail-textured ash, <br />
untrodden fern-sheaves, a raw-horned oak, <br />
the wavering argents in the darkened river. <br />
Later again, far higher on the fell,<br />
a solitary lamp, notturna lampa, <br />
night’s focus focusing, LEOPARDI saw, <br />
himself a stranger, once, returning late, <br />
from some forsaken village festival.</p>
<p>XIV </p>
<p>L’altura, tra una foschia traboccante di calura, grigio cenere, <br />
in poche oresi muta in grafite, corallo, <br />
il colore raro della sabbia libica o lo spettro a bande. <br />
Greggi distanti si fondono alla luce incerta della pietra calcarea. <br />
La luna piena, ora, arretra con incedere scevro di sollecitudine, <br />
disegna la nera estremità del contorno, fa scivolare in giú <br />
una sottile lucentezza di sbieco allo sfasciume inzuppato e scavato. <br />
Il timore non è pace, non uno dei doveri <br />
sacri nella mediazione. La memoria <br />
trova sostanza in se stessa. Qualunque cosa si sia riportato, <br />
l’uno per l’altro, mascheratura e smascheratura, <br />
lavorati e oscuramente penetrati <br />
da ogni peculiare cambio di chiarezza, <br />
di serena testimonianza, né mia né vostra, <br />
chiederò all’ispida centaurea di tradurlo. <br />
Salvati dall’immersione, sonno, dimenticanza, <br />
il salice tinto e la ceneredalla fragile trama, <br />
un fascio di felci non calpestato, una quercia dal corno scorticato, <br />
gli argenti ondeggianti nel fiume scurito. <br />
Piú tardi di nuovo, ben piú in alto sull’altura, <br />
una lampada solitaria, notturna lampa, <br />
il fuoco della notte che focalizzava, vide LEOPARDI, <br />
se stesso come uno straniero, di ritorno tardi, una volta, <br />
da qualche dimenticata festa di villaggio. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/">Tre poesie da &#8220;Per chi non è caduto&#8221;</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>La lentezza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/29/la-lentezza/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/29/la-lentezza/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 06:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[firenze]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[mariella bettarini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6219</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Mariella Bettarini</strong></p>
<p>avevo dodic’anni quando la lentezza<br />
m’inoculò il dubbio che fosse lentezza (e lenta vita)<br />
quella mia vita di bambina vecchia<br />
quella non-vita<br />
attaccata a una secchia<br />
di sale- salendo scale lentamente affannata<br />
balbettante<br />
cucciolo d’animale con già tropp’anima<br />
e già troppo male<br />
<br />
diciannove ne avevo (lenti – spenti) quando la giovane lentezza<br />
per la seconda volta m’inoculò il dubbio che fosse lentezza<br />
quella mia vita sospinta al capezzale della morte<br />
quella ferita mia<br />
non sanabile dinanzi alla finale muta sorte<br />
di nonna Debora – delle sue gambe corte<br />
che nel dicembre del millenovecentosessantuno<br />
(incredula – paziente)<br />
della vita e del tempo di qua superò sola (da sola) l’irte porte<br />
mostrando a me – nipote sua stupita –<br />
come misteriosi si va si va senza attendere scorte<br />
senza dire più niente<br />
senza età</p>
<p>ventitrè anni avevo (quante volte<br />
ero morta) quando la lentezza m’inoculò di nuovo il dubbio<br />
che fosse lentezza (e lentissima vita) quella mia vita di ragazza<br />
troppe volte spostata dal suo luogo<br />
quella non-vita<br />
nella quale un uovo incrinato<br />
è già tutto un viso &#8211; nella quale<br />
si pensa a un paradiso di muto fango – a un pianto<br />
senza fine<br />
ad un niente sorriso e dopo</p>
<p>sale l’acqua (arrivàti da troppo lontano) – sale<br />
l’acqua dell’Arno sino al piano e porta via<br />
l’infanzia (tèssere dell’infanzia)<br />
e quella estrema nostra (mia) illusion pia</p>
<p>ventisett’anni avevo quando la lentezza<br />
m’inoculò il suo quarto (e millesimo dubbio) che fosse lentezza<br />
(e franta vita) quella mia vita solitària<br />
quella non-vita<br />
vicaria di sé<br />
ancòra spenta in aria<br />
nella quale poi lentamente entrava<br />
(un mese – un giorno esatto del sessantanove) la vita a far sue prove<br />
ed aveva la faccia d’una fringuella timida – d’una<br />
calorosa gemella minore<br />
d’una viva ragazza che (sparuta – lenta)<br />
svegliò amore</p>
<p>e fu lentezza e lentezza<br />
e sopore e –risvegliàta – immensa floridezza e lenta lenta vita<br />
assaporata<br />
ma sempre poca – sempre a poco a poco –<br />
sempre senza – senza tetto né letto – senza<br />
prepotenza: terribilmente<br />
solo e solo amore</p>
<p>trentasett’anni avevo (ancòra – si può dire – ero bimbetta)<br />
e la lentezza mi sdoppiava il cuore<br />
vergine ero<br />
lenta e spaventata – la vita non avuta<br />
e già passata quando mi vide la donna viva<br />
e triste dalla vita segnata – sepolta nella vita<br />
e rispuntata<br />
gazza fremente e augella aguzza – netta<br />
e la lentezza m’inoculò ancòra e ancòra il dubbio che fosse<br />
lentezza e fretta<br />
quella smagrita vita sino allora provata<br />
e fu passione<br />
e carne duplicata e mente e cuore e vita maturata</p>
<p>e poi avevo quaranta &#8211; quarantuno – quarantaquattro –<br />
quarantotto e ancòra: tutti i quaranta passarono in un’ora<br />
ch’era somma lentezza di minuti – di tempo eterno – di fretta<br />
e di ancòra durante il quale li avevo sì saputi<br />
i sapori del mondo (i molti – i senza fretta) – dall’aurora<br />
al tramonto – tramontando e spuntando d’ora in ora<br />
quella precognita lentezza d’un senso come d’un sentimento che svapora</p>
<p>l’aria &#8211; il corpo – l’ancòra – d’una lentezza che preme solitària<br />
e lenta e in furia andava la storia – e la mia minima<br />
entro la Storia grande – il pulviscolo mio entro quel temporale – la<br />
mia goccia di male – la mia lenta infinita amarezza nell’amarezza<br />
che tutto e tutti assale – nell’onda<br />
che sommerge belli e brutti – nella lenta italiana cosmica<br />
malagrazia di tutti</p>
<p>poi più di cinquanta avevo (doppiàti i dieci lustri<br />
lentamente) – cinquantuno – che a poco a poco m’avvidi<br />
che non c’era nessuno:<br />
gli occhi annebbiati e lenti – l’aula – i banchi coi fringuelli-bambini<br />
già spariti – il male che saliva le sue scale – la casa stretta – il senso<br />
d’un viale lungo – senza fondo – la faccia storta<br />
e le smorfie del mondo – la lentissima cérca d’un canale per<br />
la poc’acqua – il sapore di mosto – l’altrui scale salite per amore e per disdetta<br />
la buffa faccia d’una maturità regressiva e negletta mentre avevo (lenta lenta)<br />
l’età in cui si può esser nonni e io ero invece<br />
l’altrui figlia e figlioccia – la madre inconsistente – la sorella e<br />
compagna tutta esposta</p>
<p>e avevo ancòra anni cinquantuno quando la lentezza (la benigna – la<br />
matrigna lentezza) mi mise sotto gli occhi<br />
un volto – un cuore – un bosco – un riso – un malinconico tenerissimo<br />
amore (anima forte – fuggevole viso) e ancòra<br />
la lentezza mi sdoppiava (sdoppiata alunna – sdoppiato mio cuore) e<br />
raddoppiando della vita il sentore<br />
della morte mi ridiede l’odore e voglia di lentezza e di stupore che<br />
ritornasse a sedare il dolore lungo e lento – qual lunghissimo mortal<br />
senso d’amore che lentamente m’aveva accompagnata<br />
prendendo più sembianti e un solo ardore</p>
<p>e la lentezza così s’è insediata nel doppio fondo<br />
d’una vita a morte – nella stanchezza rumorosa d’un silenzio che ha<br />
due porte aperte: la vita – la morte e chiaman voci e scrutan crudi<br />
occhi da ciascuna<br />
e mi sveno e mi sgolo a riparlarle<br />
ma l’ossa rotte mie e quelle della mia vecchia smagrita<br />
e il grigio addosso e il caldo e la partita<br />
persa – la vivezza svanita mi fanno ben propinqua<br />
della morte: senza terrore – senza vie d’uscita – senza sogni –<br />
senz’aria – senza scorte<br />
e la lentezza di chi m’è compagna<br />
somiglia al rosso-fiamma delle vigne – al vino vecchio –<br />
alla mesta campagna</p>
<p>e la lentezza lenta m’accompagna per vie di mare là dove<br />
si stagna: da nonna Debora – da zia Vera morte – nel campo santo<br />
delle vite finite e sono stanca e pur non vedo l’ora d’arrivare –<br />
nonostante la fiamma e l’onda bianca della dolcezza che mi porto<br />
in cuore – della malinconiosa tenerezza che tengo in serbo – che tengo in onore<br />
la lenta accorta tenerezza ch’è<br />
un boccone da re – un boccone<br />
di dolce che mi mangia – una spinosissima frangia del mio nodo – un modo<br />
bianco vermiglio incolore di darmi a morte – di darmi all’amore – di dire<br />
alla generazione che tramonta di non portare onta se la lentezza a tutti<br />
ha munto il cuore<br />
e dire alla generazione che granisce<br />
di guardare nei boschi – di badare a quello che appassisce – di ridere<br />
e di dare – di rifare la balza della storia senza prenderne boria –<br />
di mettere fringuelli agli aquiloni senza temere il morso dei leoni –<br />
di sperare sperare sperare che prima o poi qualcosa<br />
ha da mutare – di metter ali alle statue di fango che dopo o prima<br />
vedranno (loro) un rango finire – un’era meno nera apparire – una<br />
vista – un inizio – un’ondata – un ventre largo<br />
che può partorire una lentezza più accesa – più beata che dica e dica al tempo<br />
di salire – d’esser data in mercè – d’esser donata e ai testimoni stanchi<br />
di partire</p>
<p><em>Da:</em> La scelta, la sorte (1994-1997), (Firenze: Gazebo, 2001).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/29/la-lentezza/">La lentezza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://users.libero.it/emt/archivio/gmaleti/gmal-m48.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Mariella Bettarini</strong></p>
<p>avevo dodic’anni quando la lentezza<br />
m’inoculò il dubbio che fosse lentezza (e lenta vita)<br />
quella mia vita di bambina vecchia<br />
quella non-vita<br />
attaccata a una secchia<br />
di sale- salendo scale lentamente affannata<br />
balbettante<br />
cucciolo d’animale con già tropp’anima<br />
e già troppo male<br />
<span id="more-6219"></span><br />
diciannove ne avevo (lenti – spenti) quando la giovane lentezza<br />
per la seconda volta m’inoculò il dubbio che fosse lentezza<br />
quella mia vita sospinta al capezzale della morte<br />
quella ferita mia<br />
non sanabile dinanzi alla finale muta sorte<br />
di nonna Debora – delle sue gambe corte<br />
che nel dicembre del millenovecentosessantuno<br />
(incredula – paziente)<br />
della vita e del tempo di qua superò sola (da sola) l’irte porte<br />
mostrando a me – nipote sua stupita –<br />
come misteriosi si va si va senza attendere scorte<br />
senza dire più niente<br />
senza età</p>
<p>ventitrè anni avevo (quante volte<br />
ero morta) quando la lentezza m’inoculò di nuovo il dubbio<br />
che fosse lentezza (e lentissima vita) quella mia vita di ragazza<br />
troppe volte spostata dal suo luogo<br />
quella non-vita<br />
nella quale un uovo incrinato<br />
è già tutto un viso &#8211; nella quale<br />
si pensa a un paradiso di muto fango – a un pianto<br />
senza fine<br />
ad un niente sorriso e dopo</p>
<p>sale l’acqua (arrivàti da troppo lontano) – sale<br />
l’acqua dell’Arno sino al piano e porta via<br />
l’infanzia (tèssere dell’infanzia)<br />
e quella estrema nostra (mia) illusion pia</p>
<p>ventisett’anni avevo quando la lentezza<br />
m’inoculò il suo quarto (e millesimo dubbio) che fosse lentezza<br />
(e franta vita) quella mia vita solitària<br />
quella non-vita<br />
vicaria di sé<br />
ancòra spenta in aria<br />
nella quale poi lentamente entrava<br />
(un mese – un giorno esatto del sessantanove) la vita a far sue prove<br />
ed aveva la faccia d’una fringuella timida – d’una<br />
calorosa gemella minore<br />
d’una viva ragazza che (sparuta – lenta)<br />
svegliò amore</p>
<p>e fu lentezza e lentezza<br />
e sopore e –risvegliàta – immensa floridezza e lenta lenta vita<br />
assaporata<br />
ma sempre poca – sempre a poco a poco –<br />
sempre senza – senza tetto né letto – senza<br />
prepotenza: terribilmente<br />
solo e solo amore</p>
<p>trentasett’anni avevo (ancòra – si può dire – ero bimbetta)<br />
e la lentezza mi sdoppiava il cuore<br />
vergine ero<br />
lenta e spaventata – la vita non avuta<br />
e già passata quando mi vide la donna viva<br />
e triste dalla vita segnata – sepolta nella vita<br />
e rispuntata<br />
gazza fremente e augella aguzza – netta<br />
e la lentezza m’inoculò ancòra e ancòra il dubbio che fosse<br />
lentezza e fretta<br />
quella smagrita vita sino allora provata<br />
e fu passione<br />
e carne duplicata e mente e cuore e vita maturata</p>
<p>e poi avevo quaranta &#8211; quarantuno – quarantaquattro –<br />
quarantotto e ancòra: tutti i quaranta passarono in un’ora<br />
ch’era somma lentezza di minuti – di tempo eterno – di fretta<br />
e di ancòra durante il quale li avevo sì saputi<br />
i sapori del mondo (i molti – i senza fretta) – dall’aurora<br />
al tramonto – tramontando e spuntando d’ora in ora<br />
quella precognita lentezza d’un senso come d’un sentimento che svapora</p>
<p>l’aria &#8211; il corpo – l’ancòra – d’una lentezza che preme solitària<br />
e lenta e in furia andava la storia – e la mia minima<br />
entro la Storia grande – il pulviscolo mio entro quel temporale – la<br />
mia goccia di male – la mia lenta infinita amarezza nell’amarezza<br />
che tutto e tutti assale – nell’onda<br />
che sommerge belli e brutti – nella lenta italiana cosmica<br />
malagrazia di tutti</p>
<p>poi più di cinquanta avevo (doppiàti i dieci lustri<br />
lentamente) – cinquantuno – che a poco a poco m’avvidi<br />
che non c’era nessuno:<br />
gli occhi annebbiati e lenti – l’aula – i banchi coi fringuelli-bambini<br />
già spariti – il male che saliva le sue scale – la casa stretta – il senso<br />
d’un viale lungo – senza fondo – la faccia storta<br />
e le smorfie del mondo – la lentissima cérca d’un canale per<br />
la poc’acqua – il sapore di mosto – l’altrui scale salite per amore e per disdetta<br />
la buffa faccia d’una maturità regressiva e negletta mentre avevo (lenta lenta)<br />
l’età in cui si può esser nonni e io ero invece<br />
l’altrui figlia e figlioccia – la madre inconsistente – la sorella e<br />
compagna tutta esposta</p>
<p>e avevo ancòra anni cinquantuno quando la lentezza (la benigna – la<br />
matrigna lentezza) mi mise sotto gli occhi<br />
un volto – un cuore – un bosco – un riso – un malinconico tenerissimo<br />
amore (anima forte – fuggevole viso) e ancòra<br />
la lentezza mi sdoppiava (sdoppiata alunna – sdoppiato mio cuore) e<br />
raddoppiando della vita il sentore<br />
della morte mi ridiede l’odore e voglia di lentezza e di stupore che<br />
ritornasse a sedare il dolore lungo e lento – qual lunghissimo mortal<br />
senso d’amore che lentamente m’aveva accompagnata<br />
prendendo più sembianti e un solo ardore</p>
<p>e la lentezza così s’è insediata nel doppio fondo<br />
d’una vita a morte – nella stanchezza rumorosa d’un silenzio che ha<br />
due porte aperte: la vita – la morte e chiaman voci e scrutan crudi<br />
occhi da ciascuna<br />
e mi sveno e mi sgolo a riparlarle<br />
ma l’ossa rotte mie e quelle della mia vecchia smagrita<br />
e il grigio addosso e il caldo e la partita<br />
persa – la vivezza svanita mi fanno ben propinqua<br />
della morte: senza terrore – senza vie d’uscita – senza sogni –<br />
senz’aria – senza scorte<br />
e la lentezza di chi m’è compagna<br />
somiglia al rosso-fiamma delle vigne – al vino vecchio –<br />
alla mesta campagna</p>
<p>e la lentezza lenta m’accompagna per vie di mare là dove<br />
si stagna: da nonna Debora – da zia Vera morte – nel campo santo<br />
delle vite finite e sono stanca e pur non vedo l’ora d’arrivare –<br />
nonostante la fiamma e l’onda bianca della dolcezza che mi porto<br />
in cuore – della malinconiosa tenerezza che tengo in serbo – che tengo in onore<br />
la lenta accorta tenerezza ch’è<br />
un boccone da re – un boccone<br />
di dolce che mi mangia – una spinosissima frangia del mio nodo – un modo<br />
bianco vermiglio incolore di darmi a morte – di darmi all’amore – di dire<br />
alla generazione che tramonta di non portare onta se la lentezza a tutti<br />
ha munto il cuore<br />
e dire alla generazione che granisce<br />
di guardare nei boschi – di badare a quello che appassisce – di ridere<br />
e di dare – di rifare la balza della storia senza prenderne boria –<br />
di mettere fringuelli agli aquiloni senza temere il morso dei leoni –<br />
di sperare sperare sperare che prima o poi qualcosa<br />
ha da mutare – di metter ali alle statue di fango che dopo o prima<br />
vedranno (loro) un rango finire – un’era meno nera apparire – una<br />
vista – un inizio – un’ondata – un ventre largo<br />
che può partorire una lentezza più accesa – più beata che dica e dica al tempo<br />
di salire – d’esser data in mercè – d’esser donata e ai testimoni stanchi<br />
di partire</p>
<p><em>Da:</em> La scelta, la sorte (1994-1997), (Firenze: Gazebo, 2001). <em>La poesia è inclusa nel volume antologico:</em> A parole &#8211; in immagini. Antologia poetica 1963-2007, <em>appena uscito per le</em> <a href="http://www.edizionigazebo.com/">edizioni Gazebo</a><em>.</em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: </em>Trifoglio reciso <em>di </em>Gabriella Maleti</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/29/la-lentezza/">La lentezza</a></p>
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		<title>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2008 19:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.jpg" title="particolare_copertina_le_voci.jpg"></a></p>
<p><em>E’ appena uscito</em></p>
<p><strong>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</strong>,<br />
<strong>a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, Firenze, Edizioni Cadmo, con CD audio.</strong></p>
<p>Il volume, diviso in due sezioni, una dedicata ai racconti e l’altra alla poesia, raccoglie i risultati dei lavori di un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani autori svoltosi a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/31/le-voci-la-citta-la-scrittura-per-ripensare-spazi-e-accessi/">Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.jpg" title="particolare_copertina_le_voci.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.thumbnail.jpg" alt="particolare_copertina_le_voci.jpg" /></a></p>
<p><em>E’ appena uscito</em></p>
<p><strong>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</strong>,<br />
<strong>a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, Firenze, Edizioni Cadmo, con CD audio.</strong></p>
<p>Il volume, diviso in due sezioni, una dedicata ai racconti e l’altra alla poesia, raccoglie i risultati dei lavori di un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani autori svoltosi a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. A impreziosire la pubblicazione un CD contenente la registrazione live del poetry slam – sotto la conduzione del poeta e scrittore <strong>Lello Voce </strong>– che ha chiuso il laboratorio poetico, e l’intervento tenuto dal critico <strong>Andrea Cortellessa </strong>nella tavola rotonda.<br />
<span id="more-5606"></span><br />
***</p>
<p>PROSSIME PRESENTAZIONI:</p>
<p><strong>Firenze </strong><br />
Mercoledì 2 aprile<br />
ore 21<br />
Libreria Edison<br />
Piazza della Repubblica 27/r, tel: 055/213110</p>
<p>Presenta <strong>Rosaria Lo Russo </strong>(poetessa, saggista, traduttrice e poetrice)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: David Bargiacchi, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Adriano Padua, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Catalina Villa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Macerata</strong><br />
Giovedì 3 aprile<br />
ore 17.00<br />
Accademia di Belle Arti, Istituto di Storia e Fenomenologia delle arti<br />
Spazio Mirionima<br />
Piazza della Libertà 2</p>
<p>Presenta <strong>Enrico Pulsoni </strong>(artista e docente di scenografia all’Accademia di Belle arti di Macerata)</p>
<p>Saranno presenti i curatori, Lello Voce e i seguenti autori inseriti nel volume: Lara Lucaccioni, Adriano Padua.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Roma</strong><br />
Sabato 5 aprile<br />
Ore 18<br />
Tuma’s Book Bar<br />
Via dei Sabelli, 17, tel. 06-44704059 / 334-5752012</p>
<p>Presenta <strong>Brunella Antomarini </strong>(docente di estetica e filosofia contemporanea alla John Cabot University di Roma)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: Paolo Grassi, Lucio Pacifico, Furio Pillan, Catalina Villa.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Introduzione</strong><br />
di <strong>Gianmaria Nerli</strong> e <strong>Luigi Nacci</strong></p>
<p>Le voci la città è il titolo che abbiamo scelto di dare al primo Meeting delle scritture e dei giovani scrittori che ha avuto luogo a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. Titolo che è nato dal desiderio di costruire un appuntamento dove la scrittura si misurasse non solo con il territorio convenzionale della letteratura, i suoi protocolli e i suoi fantasmi, ma che fosse soprattutto esercizio di intelligenza privato e pubblico per ripensare e reimmaginare spazi di vita, di azione e interazione quotidiana: che fosse cioè un’occasione per riflettere sul mondo, sui modi di abitarlo e di accederci a partire dagli immaginari e dalle aspettative che crea e modella la scrittura. Per questo abbiamo puntato la nostra attenzione sulle voci e sulla città, esperienza insieme di molteplicità e unicità le prime, luogo della progettazione e dell’incontro la seconda.</p>
<p>Il meeting (nato all’interno della campagna nazionale Giovani Libri e promosso da Comune di Fiesole) si è articolato in momenti didattici, con laboratori di scrittura in versi e in prosa; in spettacoli pubblici, con un poetry slam e un reading di racconti; e in una tavola rotonda. Le voci la città è infatti lo stimolo tematico intorno al quale abbiamo invitato a esercitarsi sette giovani narratori e sette giovani poeti, a cui si sono aggiunti i migliori allievi dei laboratori, altri tre poeti e tre narratori. I dieci poeti (<strong>Vincenzo Bagnoli, Dome Bulfaro, Luigi Nacci, Adriano Padua, Furio Pillan, Marco Simonelli, Sara Ventroni,</strong> più i migliori allievi <strong>Lara Lucaccioni, Lucio Pacifico, Mikica Pindzo</strong>) si sono poi sfidati, sotto la guida di <strong>Lello Voce</strong>, nel poetry slam che viene riprodotto integralmente nel cd allegato a questo volume: si tratta del primo poetry slam integrale edito in Italia. I dieci narratori (<strong>David Bargiacchi, Marco Candida, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa,</strong> più i migliori allievi <strong>Fosco d’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi</strong>) il giorno dopo si sono esibiti in una lettura di racconti brevi, che ha dato seguito a una tavola rotonda a cui hanno partecipato studiosi di diverse discipline – tenendo fede appunto all’intenzione di collocare la scrittura nel mondo e non solo in ambito letterario: il critico letterario <strong>Andrea Cortellessa</strong>, l’architetto e artista <strong>Gianni Pettena</strong>, l’antropologo <strong>Marcello Archetti</strong>, l’architetto (fondatore del <strong>gruppo Stalker</strong>) <strong>Lorenzo Romito</strong>.</p>
<p>La scommessa di una scrittura capace di incrociare e di riconoscere quei grovigli di problemi che ci gravitano attorno, e che spesso stentano a trovare una forma o un nome, ci è parsa in qualche modo vinta. Per questo abbiamo deciso insieme a Cadmo di pubblicare in questo volume antologico i racconti e le poesie nati a Fiesole, in aggiunta all’intervento che Andrea Cortellessa ha pronunciato alla tavola rotonda. Ma quello che più ci conforta al di là di ogni pretesto è che questa antologia di racconti e poesie si rivela in definitiva un’occasione per scoprire quali modelli di città, spazio, accesso fecondano gli immaginari della nuova generazione di scrittori, e soprattutto per ascoltare i ritmi e le modulazioni di queste voci che ci parlano da vicino del nostro presente e del nostro futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/31/le-voci-la-citta-la-scrittura-per-ripensare-spazi-e-accessi/">Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Paesaggi di un&#8217;anima</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" title="frau200.gif"></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando un libro è importante? Soprattutto, direi, quando è necessario. E <em>Frau</em>, di Francesca Tini Brunozzi, Torino Poesia, pagg.107 euro 10, è un libro necessario. In un mercato editoriale &#8220;facile&#8221;, ovvero ricettivo a qualunque idea di qualunque <em>teddy boy </em>dalla penna dribblomane, è bene sostenere libri &#8211; in prosa e poesia, poco importa &#8211; davvero sentiti, molto ruminati, molto covati, molto scritti, in definitiva.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/">Paesaggi di un&#8217;anima</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" title="frau200.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" alt="frau200.gif" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando un libro è importante? Soprattutto, direi, quando è necessario. E <em>Frau</em>, di Francesca Tini Brunozzi, Torino Poesia, pagg.107 euro 10, è un libro necessario. In un mercato editoriale &#8220;facile&#8221;, ovvero ricettivo a qualunque idea di qualunque <em>teddy boy </em>dalla penna dribblomane, è bene sostenere libri &#8211; in prosa e poesia, poco importa &#8211; davvero sentiti, molto ruminati, molto covati, molto scritti, in definitiva.<span id="more-5194"></span> E il libro della poetessa vercellese ha avuto una lunghissima gestazione, poichè vi ritroviamo testi scritti addirittura nel 96. Alcune poesie di questa antologia personale sono state pubblicate su riviste, altre sul web (come nel caso del poemetto <em>Brevi danze</em>, uscito presso la benemerita Biagio Cepollaro E-dizioni e ripreso da noi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/02/brevi-danze/">qui</a>). La Tini Brunozzi è attiva da anni nel campo della poesia civile e ha partecipato a numerosi poetry slam in giro per l&#8217;Italia. E la sua è spesso poesia civile: basti pensare al poema &#8211; inedito prima della pubblicazione in <em>Frau</em>- <em>Padre mio che sei in cielo</em>, sorta di lunga preghiera direi proprio religiosa diretta al padre defunto da qualche anno, un tentativo &#8211; a mio avviso riuscito &#8211; di chiudere i conti col genitore, ex volontario della Luftwaffe a diciassette anni, rispetto a quella scelta di campo infelice. Il grande amore per il padre si fonde con forza e asciutta partecipazione emotiva a un discorso allargato, per l&#8217;appunto di tipo civile; non è dato perdonare una scelta sbagliata solo perchè a farla è stato il nostro congiunto forse più decisivo per le nostre sorti, ma certo, in questo particolare e sofferto equilibrismo tra ragioni delle idee e del cuore, si può tentare, nel nome di una pace che è ricerca inesausta negli atti di tutta una vita, di mettere proprio il cuore di un padre in pace, stanandone le colpe e ripulendolo con il potere del racconto di una verità, nel bene e nel male: la verità letteraria diventa così l&#8217;unico mezzo per riportare alla pulizia di una visione infantile, vale a dire immacolata, la figura antica, antecedente alla nascita della figlia poetessa. Ecco, grazie a questa verità scomoda svelata, la poetessa dà al suo canto metricamente contenuto, severo e al contempo pieno di dolcezza, la valenza di un riscatto generazionale, così che le colpe dei padri vengono emendate dai figli tramite il potere &#8220;alto&#8221; della parola poetica, che diventa giocoforza parola di riscatto, oltre che personale, civile. Direi che già il poemetto di cui sopra vale il prezzo di copertina.</p>
<p>Altro interessante e importante capitolo di questa &#8220;commedia&#8221; tutta intima ma anche coinvolgente per il lettore più sensibile è la già citata <em>Brevi danze</em>; grazie alle rime e un incedere elegante e di grande scioltezza, la poetessa racconta fatti del suo sentimento e del suo essere donna che lavora e che scrive con sofferta leggerezza. La poesia della Tini Brunozzi, e in questo libro è sempre così, si muove dipanando- spesso con effetti incantatori- le immagini con velocità spesso abbagliante, ma sempre intessendo i mobilissimi quadri di un vero dramma, personale o di altri o dell&#8217;osservazione, come <em>In questa estiva triste e mattutina,</em> poesia nella quale chi scrive osserva una bambina marocchina addormentata sull&#8217;autobus in braccio alla sua mamma, in preda a un ipnotico incantamento.</p>
<p>Ne esce sempre fuori, dalle poesie moderne, a volte sensuali, a volte toccanti della Tini Brunozzi, una malinconia di fondo, che è forse la malinconia del mondo, o è forse quel sentimento di struggimento che hanno gli amanti spesse volte, sentendo nel momento più bello &#8211; per contrappasso d&#8217;un esistere perverso in una vita sempre più difficile &#8211; il guaire sempre più prolungato della fine.</p>
<p>Bello e particolarmente originale il poemetto <em>Poltrona Frau</em>, anche questo scritto poco prima della pubblicazione, fatto di &#8220;disegni&#8221; secchi e quasi volanti, che dimostrano come la poetessa sappia maneggiare un intero mondo dei sentimenti con pochissime frasi, dipingendo quasi degli acquarelli poetici che narrano i molteplici paesaggi di un&#8217;anima.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/">Paesaggi di un&#8217;anima</a></p>
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		<title>Leggere variazioni di rotta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/26/leggere-variazioni-di-rotta/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Dec 2007 05:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">LiberInVersi – L’Antologia</p>
<p>Come annunciato <a href="http://liberinversi.splinder.com/post/12952509#comment">lo scorso luglio</a>, è imminente l’uscita dell’antologia di LiberInVersi, che vedrà la luce editoriale in cartaceo a febbraio 2008. Curata dalla redazione dello spazio/blog, l’antologia, senza mettere la parola fine al processo di mappatura del paesaggio poetico italiano avviato nel 2005, manifesta l’esigenza di ritornare sul materiale raccolto, di operare una scelta e di approfondire la lettura dei testi selezionati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/26/leggere-variazioni-di-rotta/">Leggere variazioni di rotta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">LiberInVersi – L’Antologia</p>
<p>Come annunciato <a href="http://liberinversi.splinder.com/post/12952509#comment">lo scorso luglio</a>, è imminente l’uscita dell’antologia di LiberInVersi, che vedrà la luce editoriale in cartaceo a febbraio 2008. Curata dalla redazione dello spazio/blog, l’antologia, senza mettere la parola fine al processo di mappatura del paesaggio poetico italiano avviato nel 2005, manifesta l’esigenza di ritornare sul materiale raccolto, di operare una scelta e di approfondire la lettura dei testi selezionati. Il testo uscirà in una forma che tenterà di contribuire ad una possibile reazione alla situazione a nostro modo di vedere disastrosa in cui versa l’editoria italiana, specie sul versante poetico.</p>
<p>Con questo post si apre anche una sottoscrizione per verificare il numero di persone interessate all’acquisto dell’antologia, che avrà un prezzo oscillante tra i 7 e i 10 euro. Chiunque avesse già intenzione di acquistare una o più copie, potrà scrivere a <a href="liberinversi@livecom.it">liberinversi@livecom.it</a> facendone esplicita richiesta e riceverà le indicazioni sulle modalità d’ordine non appena disponibili.<br />
Qui di seguito un’anticipazione del titolo e degli autori scelti e analizzati. A tutti, lettori e autori, un sincero augurio per un Sereno Natale e buone feste.</p>
<p><span id="more-5050"></span></p>
<p align="center">LEGGERE VARIAZIONI DI ROTTA</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">L’ANTOLOGIA DI LIBERINVERSI</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">A cura di<br />
Chiara De Luca, Stefano Guglielmin, Pierluigi Lanfranchi,<br />
Luigi Metropoli, Silvia Monti, Massimo Orgiazzi, Alessandra Palmigiano</p>
<p>Fabiano Alborghetti – Cristina Annino &#8211; Corrado Benigni &#8211; Alessandro Broggi – Anna Maria Carpi – Biagio Cepollaro &#8211; Claudio Chianese – Antonio Diavoli – Paolo Fichera &#8211; Gabriela Fantato – Matteo Fantuzzi – Anna Lamberti Bocconi &#8211; Isabella Leardini – Francesco Marotta – Luigi Nacci &#8211; Alfonso Maria Petrosino – Luisa Pianzola – Andrea Ponso &#8211; Davide Racca – Mary B. Tolusso</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/26/leggere-variazioni-di-rotta/">Leggere variazioni di rotta</a></p>
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		<title>Esordienti over 65</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 17:14:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="justify">La casa editrice Transeuropa ha indetto la prima edizione del concorso letterario nazionale &#8220;Progetto Over 65&#8243;. Obiettivo è la realizzazione della prima antologia di scrittori esordienti con un’età superiore ai 65 anni.</p>
<p align="justify">L’Italia, secondo un indagine Istat del 2006, si conferma il paese degli anziani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/esordienti-over-65/">Esordienti over 65</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">La casa editrice Transeuropa ha indetto la prima edizione del concorso letterario nazionale &#8220;Progetto Over 65&#8243;. Obiettivo è la realizzazione della prima antologia di scrittori esordienti con un’età superiore ai 65 anni.</p>
<p align="justify">L’Italia, secondo un indagine Istat del 2006, si conferma il paese degli anziani. La fascia di popolazione oltre i 65 anni rappresenta il 19,7% della popolazione italiana, ovvero un residente su cinque. Questo processo incide anche sul rapporto tra popolazione attiva e non attiva (indice di dipendenza strutturale), che è passato dal 46% del 1990 al 51,1% del 2006. <span id="more-4703"></span></p>
<p align="justify">Una tale progressione comporta il rischio, più volte paventato presso l’opinione pubblica, che venga meno quel «patto di solidarietà» tra generazioni che fin qui è stato anche il modello dell’attuale organizzazione previdenziale. Il dibattito politico che ne è scaturito – e che somma le inevitabili strumentalizzazioni di parte ai reali problemi tecnici, economici e sociali implicati dalla situazione contingente – ha contribuito a incrementare il sospetto reciproco tra due categorie – i giovani e gli anziani – da sempre in conflitto su molteplici versanti, ma entrambe accumunate da uno stesso, permanente rischio di emarginazione sociale e incomunicabilità culturale, oggi in costante aumento.</p>
<p align="justify">Da qui parte l’idea di realizzare un’antologia che si collochi a metà strada tra un’inchiesta di sociologia culturale e un discorso specificatamente letterario.</p>
<p align="justify">Il progetto riprende il format storico delle pubblicazioni di esordienti &#8220;Progetto Under 25&#8243; già curate da Pier Vittorio Tondelli per le edizioni Transeuropa, sviluppandone le prospettive per adattarle ai nuovi interrogativi legati alla classe di autori &#8220;over 65&#8243;. Anche oggi dunque, Transeuropa raccoglie una sfida: da un lato di colmare un vuoto editoriale e letterario e dall’altro di indicare una linea di ricerca che porti alla creazione di un contesto adatto alla ricezione e alla promozione di una nuova classe di autori e di narrazioni.</p>
<p align="justify">Le case editrici tendono oggi ad escludere dal proprio orizzonte di ricerca quegli autori che, se pure validi, hanno un’età che apparentemente non concede grosse garanzie di impiego. Come scriveva Tondelli in &#8220;Un momento della scrittura&#8221;, 1988: «Fino a qualche anno fa, per un giovane era pressoché impossibile esordire, farsi leggere, arrivare in libreria. Oggi ci troviamo in una situazione inversa, per cui tutti cercano giovani talenti, ma se hanno un buon testo di un autore di settant’anni scelgono di rifutarlo.»</p>
<p align="justify">Il &#8220;Progetto Over 65&#8243; intende effettuare un’indagine sullo stile di vita degli anziani che sia capace di superare i pregiudizi generazionali e editoriali e che allo stesso tempo affronti l’urgenza del tema attraverso un approccio empatico tra le diverse generazioni. L’obiettivo è la promozione della cultura del libro come strumento di integrazione e di conoscenza a partire da un contesto di riferimento specifico, la terza età, che attraversa un momento di particolare disagio sociale.</p>
<p align="justify">I generi ammessi al concorso sono: narrativa, diari, memorie, testimonianze, reportage narrativi, narrazioni epistolari – il tutto rigorosamente in prosa.</p>
<p align="justify">I materiali possono essere spediti entro il 31 marzo 2008 a <a href="mailto:info@transeuropalibri.it"><u><font color="#0000ff">info@transeuropalibri.it</font></u></a> oppure per posta di superficie a Transeuropa Edizioni, via Alberica 40, 54100 Massa, segnalando sulla busta &#8220;Progetto Over 65&#8243; &#8211; casella postale 4. Tel. 0585 091592/351015.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/esordienti-over-65/">Esordienti over 65</a></p>
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		<title>L&#8217;emozione della politica</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 11:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/25.jpg"><img width="212" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/25.jpg" height="205" style="width: 197px; height: 188px" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so. Ma io le devo scrivere questa lettera, è un obbligo che mi sono dato, dopo un ventennio di silenzio nelle parole e nei pensieri. Ne è passata di acqua sotto i ponti della politica, in questo paese; prima tumultuosa, poi sempre più sudicia e lenta. Molte cose non sono più le stesse. E allora, non essendoci comunque niente da festeggiare, si può, quasi a cuor leggero, commemorare. Un mondo che non c’è più. Figure sparite nel buio di quello che tanti chiamano <em>nulla</em>. </p>
<p><span id="more-4666"></span>Altre figure sono divenute manichini vecchi e impolverati che si muovono in scena come automi. Lei, onorevole, lo chiamava teatro. La politica è un teatro. Montecitorio è un teatro, coi suoi gironi infernali d’un inferno quasi sempre spento, acceso solo quando c’è da far finta di litigare. Lo ricordo bene, con la nettezza delle cose perdute ma che ci hanno affascinato, che sopravvivono nel galleggiamento estremo dei ricordi. Quando Gerardo, il mio amico bevitore accanito, da me chiamato Onorevole Ciccioli per via di quella canzone di Jannacci, <em>Silvano</em> – e adesso, onorevole, lo sa lei che esiste veramente un onorevole Ciccioli? Si chiama Carlo Ciccioli, l’ho trovato su Internet, ed è, guardi un po’, nelle liste di Alleanza Nazionale !-; ecco, quando Gerardo mi regalò la sua <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> (con quelle virgolette ben strette addosso a quella parola infamante) capii che quel libro per la mia vita sarebbe stato importante. La seguivo da anni sa? Mi piacevano le Tribune Politiche soltanto quando vi compariva lei, con l’eleganza innata che la contraddistingueva. Sembrava un militare inglese di vecchio rango, un ex diplomatico. Sapeva parlare come nessuno. E sapeva scudisciare l’avversario, ridurlo in poltiglia con una battuta, con una staffilata dialettica. Non aveva pietà. Soprattutto del povero Pannella, il sopravvissuto digiunatore. Lei quelle ridicole diete non le avrebbe mai fatte. Sicuramente, non le avrebbe giudicate degne di sé.<br />
Sono passati vent’anni e mi ricordo ben poco. Strappi della memoria, spizzichi, bocconi appena accennati, d’assaggio. Se non, nettamente, un servizio del TG, con la bara che esce dalla chiesa portata a spalla da camerati che piangono come vitelli <em>neri</em>. E anch’io, sì che sono lì – mi ricordo davanti al televisore, mio padre incredulo –, incollato al video, piangente a calde lacrime per la sua morte. Inconcepibile, oggi. Non mi riconoscerei di certo, se mi rivedessi in quel ragazzo di allora. E non sarebbe una gran cosa, perché invece, in barba a tutti, mi piacerebbe riconoscermi. Non piansi per Moro, che finì dentro quella Renault 4 rossa, trovato lì, come un cadavere di morto ammazzato qualsiasi, assassinato dalle Brigate della morte d’ogni dignità; ed alcuni di quegli assassini ne sono usciti a testa alta, e con buone <em>chances</em> per il loro futuro. Non piansi nemmeno per Moro. Mentre per lei buttai fuori dagli occhi lacrime di dolore autentico, che vennero via sgorganti come se lei fosse stato un parente stretto, uno di famiglia. Oggi non mi riconoscerei nemmeno in quel ventiseienne dolente, e la cosa mi fa un po’ male. Perché allora un ideale lo avevo. Perché, grazie a lei, onorevole, credevo ancora nella politica. Non tanto nel suo partito, o movimento: quello per me era più o meno un accessorio solido, era il soppalco che teneva in piedi la sua figura per me e per molti altri svettante. Lei rappresentava la voce calda, ferma e rassicurante di una protesta estrema. La voce di chi protesta contro tutti, e protesta ancora più forte, se possibile, contro chi protesta. La voce di chi non sopportava il bailamme urgente – e per me a quel tempo incomprensibile – delle classi operaie spiegate per la città, a tambureggiare la protesta assieme agli studenti di buona famiglia che non piacevano a Pasolini. Io, onorevole, ero tra quelli che non capivano perché in Italia ci si poteva chiamare comunisti senza essere presi a calci. Non lo capivo e non lo digerivo. Ero <em>perdutamente</em> giovane. Un ragazzo tutto sommato fortunato. Scuole regolari, anche se mal frequentate, sempre sul filo del rasoio della bocciatura; e poche amicizie, tutte di estrema destra, come quel Franco, al liceo, che si proclamava nazionalsocialista. <br />
Ora, onorevole, sposto l’asse del discorso direttamente su me stesso, come se mi stessi puntando addosso un teatrale occhio di bue:<em> mi do del tu</em>, per entrare ancora di più in intimità con questa storia, per andare più a fondo, perché l’uomo di oggi possa parlare con più intensità all’adolescente dell’altro ieri del cuore di tutto il discorso.<br />
E dunque <em>tu</em>, ragazzo piccolo e rabbioso, stavi lì a sentire il tuo amico Franco, che scriveva anche lui – tutti scrivevano – e alcuni della tua scuola sono diventati scrittori e critici, te compreso; e insomma, lo sapevi che Hitler era stato quello che era stato, come tutti avevi visto un sacco di documentari in bianco e nero alla televisione; e non fosse bastato quello c’era stato tuo padre, ex soldatino diciassettenne della Wehrmacht, coi suoi tremendi racconti di prima linea, fronte russo 44/45. Ma tu niente, duro e impuro, simpatico e un filo bugiardo, sognatore e sinistro goliarda t’eri dato alla macchia dalla buona ragione e avevi speso parole d’idolatria idiota e ben poco convinta per quel massacratore vigliacco; finché – avevi 14 anni, ragazzo biondo e gracile – avevi vergato con la BIC nero di china punta fine, una di quelle pennette di plastichina gialla che scrivevano così così e con le quali buttavi giù i tuoi primi racconti, una svastica sul muro del soggiorno, e tuo padre ti aveva mollato una sberla che ti aveva lasciato la guancia viola per un’ora, ricordandoti che lui, per colpa di quel segno crociato di morte, ci aveva perso la patria e quasi la vita, nonché la salute fisica e  mentale di ragazzo tedesco prima ricco e poi divenuto povero, profugo e disperato. Era stata un’umiliazione pesante, per te, ragazzo che eri; e forse allora ti convincesti senza volerlo di qualcosa, nella tua testa prese nebulosa forma la reazione che sempre ti ha accompagnato. Tuo padre ti picchiava per una svastica segnata sul muro del soggiorno? E tu lo colpivi d’incontro, maturando dentro di te uno stranissimo riscatto. <br />
Più avanti avevi frequentato un liceo privato, pieno di ragazzi abbienti, nel pieno centro della tua città, protetto dalla guerriglia fratricida fatta da giovani di opposte fazioni che infestava le scuole pubbliche del nostro <em>regno repubblicano</em>; e così avevi continuato la tua vita pigra, annoiata, inutile. Scrivevi, questo sì. Avevi trovato un’insana passione, e vi ci dedicavi i sogni e qualche nebulosa speranza. T’infliggevi dei piccoli <em>tour de force</em> notturni con la tua pennetta gialla in mano, facevi leggere i tuoi racconti e le tue poesie solo a pochi amici, che scrivevano anche loro. Persi tra i deliri di Nietzsche, gli americani del modernismo e Beckett, col suo purgatorio in terra. E poi una notte leggesti <em>Il giovane Holden</em> come tanti ragazzi della tua età, e vedesti un miracolo tra tutte quelle righe, trovasti la vita in un impasto irresistibile di scrittura. Stavi protetto non perché avevi paura dello scontro fisico, ma perché l’ansia di tua madre aveva avuto la meglio su tutto; lei non avrebbe resistito a saperti in balia delle tue emozioni negative, della tua rabbia innata. Tuo padre aveva sentenziato “liceo linguistico”, e così tutti sarebbero stati contenti, perché imparare le lingue era importante per il futuro, per il lavoro, per la famiglia che avresti costruito seguendo proprio il suo virtuoso esempio. Con qualche amico della scuola si parlava di politica, si comprava a volte il <em>Candido</em> – rivista nella quale anni dopo avresti scritto qualche articolo di critica televisiva con lo pseudonimo preso a prestito da un funzionario della RAI che aveva lasciato la collaborazione –; si discuteva con un cinismo annoiato e col sarcasmo tenero e irrecuperabile di chi non ha provato nulla, di chi non ha ancora fatto i conti con niente. Franco, il nazionalsocialista, trovava ovviamente il M.S.I. troppo moderato, tu non eri d’accordo. Ma i vostri discorsi – soprattutto i tuoi, ragazzo che eri – erano in definitiva disimpegnati. La vostra politica era un accessorio estetico. Vi piacevano le divise mortuarie del passato belligerante, vi piacevano i perdenti di lusso o di successo, i suicidi, i pazzi, gli indemoniati. Come possono piacere a dei ragazzini dei personaggi cinematografici, degli eroi del noir, come può piacere Machinegun Kelly, Al Capone, Peter Kuerten il mostro di Duesseldorf. Fondaste, tu, Franco e Paris &#8211; un triestino col pallino della Germania &#8211; una specie di gruppo terroristico di estrema destra che avevate battezzato <em>Oder-Neisse Gruppe</em>, pensando alla Linea Oder-Neisse, fatta dal fiume Oder e dall’affluente Neisse che dopo la guerra ridefinirono le frontiere tra Polonia e Germania. Come dire: riprendiamoci quello che ci è stato tolto. Si progettò l’acquisto di due o tre flobert, e qualche attentato dimostrativo da effettuarsi nelle cabine telefoniche. Le avreste fatte bruciare di notte, e poi avreste mandato ai giornali una lettera nella quale rivendicare l’attentato. Niente spargimenti di sangue, niente vere motivazioni. E nelle cabine telefoniche, invece, ci pisciaste a turno una sera, dopo una sbronza di birra colossale. Eravate dei ragazzini borghesi ai quali non mancava nulla, affetto compreso. Si finì alcune volte a casa di Paris, al pomeriggio, a mangiare panini al burro e salame e a bere la solita birra tedesca – Paulaner di Monaco – facendo il saluto romano a ogni piè sospinto. Goliardia bella e buona. Mi fai quasi tenerezza, ragazzo che eri. La tua vita non era un romanzo, era un cortometraggio in bianco e nero dell’Istituto Luce. Lottavi contro quella noia e quell’apatia terribile che ti prendevano stretto alla gola. Cercavi qualcosa, e non trovavi che birra, partite di calcio violente, politica da teatrino. Entravi in una chiesa la domenica e ne uscivi cambiato: non credevi più, i riti ti parevano insensati, su Dio non avevi più alcuna opinione. Per non rischiare di sbagliare – ché già sbagliavi a metraggio su troppe cose – ti consegnavi all’agnosticismo, e <em>amen</em>. Anni dopo Franco ti portò in via Mancini, a Milano, a parlare con l’allora capo del Fronte della Gioventù; era convinto che avresti fatto bene, e per un po’ anche tu ci avevi creduto, perché cercavi qualcosa da farne, dei tuoi vent’anni, e continuavi a capire poco di tutto, e la politica faceva sempre parte di quel tutto. Andasti a un paio di riunioni di quegli scalmanati, che parlavano per slogan per ore e ore: qualcuno indossava la camicia nera, come in un film di guerra sui gerarchi fascisti, qualcuno era in jeans sotto impataccate tute mimetiche; tutti che blateravano di giustizia e libertà e uguaglianza, così che ti sembrò quasi uno scherzo. I toni erano gli stessi di quelli dell’altra parte, era stessa l’età, la provenienza, tutto, erano stati fatti tutti uguali, come con lo stampino, a sinistra e ora all’estrema destra, lo stavi sentendo con le tue orecchie in quella tua presenza passiva ma attenta, era tutto un vomito di rabbia e confusione. Parlasti col capo e con sua moglie, lui non ti fece una buona impressione, lei la trovasti simpatica. Ma non ti convinsero, anche perché non ti promisero nulla, né insistettero più di tanto, tu non eri nessuno; sorridesti cordiale, sei sempre stato rabbioso ma anche cordiale, dicesti che ci avresti pensato, li ringraziasti con sincerità, ti sentisti addirittura onorato, eri rimasto incredulo per quell’offerta. Ma non dovesti pensarci troppo, la risposta l’avevi già serrata nei tuoi pugni morbidi assieme alla tua cordialità non di facciata, ché di facciata in te non c’era nulla, e dicesti a Franco, già il giorno dopo, che avresti lasciato perdere, che quello era un branco di chiacchieroni e basta così.<br />
E così, onorevole Almirante, torno alla terza persona, riparlo nuovamente a<em> lei</em> &#8211; dopo aver spento quel teatrale occhio di bue su me stesso- con la voce fatta dei segni di questo mio inchiostro ancora vivacissimo d’oggi. Io ero uno dei tanti ragazzini ignoranti di quasi tutto, anch’io sballottato in mezzo ai quei tempi feroci del post contestazione, verso la fine degli anni Settanta, quegli anni segnati dal sentimento dell’assoluto, da un’energia scomposta, vitale e mortale allo stesso tempo.<br />
Leggevo molti romanzi, pochissimo i libri di scuola, ero un furetto timido, picchiavo sodo durante interminabili partite di calcio (un paio di volte m’ero scontrato anche con due avversari in una volta sola, senza badare al fatto, molto più che possibile, che le avrei prese di brutto, come appunto successe). Ed era per me un perverso godimento andare a piedi uniti su avversari che si proclamavano, pensi lei, socialisti. Ma come, nemmeno comunisti, nemmeno di Democrazia Proletaria! Adolescenti socialisti, con tutto quel carico di proterva, calcolata, ben scelta meschinità. Perché l’essere della sinistra estrema era pur sempre una scelta vera e sentita, era comunque una scelta abbracciata nel cuore. Era mettersi da una parte, perseverare sì nell’errore, dare di certo del tu al diavolo, tutto quel che lei vuole; ma comunque si trattava di un passo importante, coraggioso, vero, da uomini. Ma avere neanche vent’anni e proclamarsi ai quattro venti socialisti (preparandosi così a fruttuose carriere nel mondo del lavoro) era cosa  meschina e ridicola. Io e i miei amici volevamo qualcosa di diverso. Era chiaro, almeno per me: quel tambureggiare e quello sventolare di bandiere rosse era a vuoto. Capivo che l’uguaglianza delle classi era una impostura, che l’Unione Sovietica era un inferno. E si sentivano bene, anche da qui e per chi le voleva sentire, le campane a morto dei gulag che dindondavano cupe per tutta Europa. Era tutto successo invano. Una guerra mondiale, col suo carico d’infamia e soprattutto di vittime e di superstiti condannati a una grigia sopravvivenza non era bastata, eravamo tuttora pieni di quell’odio che s’era perpetuato attraverso le generazioni. C’era ancora tra noi, rimasta nella sua crudezza fratricida, la caccia al fascista, perché la caccia al fascista, dai giorni della Liberazione (oggi scrivo questa parola con la maiuscola, allora non l’avrei proprio fatto) non era ancora terminata. L’odio. Attraverso gli anni e le generazioni. Di padre in figlio. Qualsiasi bruttura della vita e della morte, qualsiasi genere di falsità, qualsiasi ingiustizia, era di genere, diciamo così, fascista. Fascista era una parola feticcio, che voleva dire male, sporcizia, infamia. Un fascista era un delinquente politicizzato. <em>Sparare a un fascista non è reato!</em> Così si gridava alle manifestazioni. E allora leggere quel suo libro, nel quale lei raccontava con quella sua penna aguzza d’ingegno gli anni della fine della guerra e della clandestinità, fino a quando riprese l’attività politica in mezzo alla scarsità di mezzi e ai rischi fisici, fu un’esperienza importante. Com’era possibile che lei, fascista che mai aveva rinnegato il fascismo, parlasse tranquillamente di pace, di vita civile, di non belligeranza? Forse ci prendeva tutti in giro? Non l’ho mai creduto. Io credo invece che le sue lotte contro il famigerato pentapartito, quell’accozzaglia pentagonale di partiti politici che governavano l’Italia col metodo mafioso della spartizione delle cariche e dei conseguenti poteri, erano lotte anticipatrici; basta rileggere <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> e vi troviamo cose che soltanto parecchi anni dopo furono dette e ridette da tutti, come prescrizioni naturali, di buon senso, ma che soltanto allora lei aveva avuto il coraggio di dire e ribadire nel vuoto quasi totale di consensi.<br />
E ora, onorevole, le racconto una strana storia: in un caldo pomeriggio di due anni fa, in piena campagna elettorale, camminando per il mio quartiere m’imbattei in un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di nuovo. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Sono passati quasi vent’anni dalla sua morte; e ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino dall’aldilà o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può?<br />
Ci penso ancora a quel maledetto camper, e a tutti quei manifesti con la scritta surrealista “Almirante” appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto, e non si salva proprio nessuno. (Ecco ritornarmi in mente l’onorevole Ciccioli! Su Internet ci sono alcuni suoi interventi alla Camera. Da quanto ho capito è uno che interrompe sempre. Livia Turco proprio non lo regge. Ma sì, meglio lasciar perdere, onorevole, già ho capito, sento che lei non sa, o forse – più probabile – non vuole sapere).<br />
E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale – così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia.<br />
Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni, glielo confesso; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo a causa sua non esiste più da almeno, guardi un po’, un ventennio. Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, è così; è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero che quella sua destra targata M.S.I., che di difetti e di zone d’ombra ne aveva più di mille, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale. Ed era fatale, per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa del comunismo, e che disprezzavano il democattolicume di regime, andare a cercare un ideale rifugio “di protesta” nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, glielo voglio dire a chiare lettere, confidando in quella chiarezza – perlomeno espositiva – che era il suo marchio di fabbrica e che è stato sempre il mio modo di espormi: tanto meno per quel vecchio motto che lei ripeteva, e che oggi, voglio dirle anche questo, mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.<br />
Io invece credo nell’esempio di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha dato. Parlo di Indro Montanelli: <em>puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.</em> Ecco, onorevole. Ho chiuso ricordando un altro grande vecchio di questa nostra Italia che si dibatte tra la gloria, la generosità, l’infamia, la meschinità, un utile spargersi di menzogna, un’inutile sincerità; un grande vecchio italiano passato come lei dall’altra parte del fiume. Dobbiamo voler bene ai nostri vecchi di un bene fermo, dobbiamo tenere in vita con orgoglio ciò che ci hanno lasciato. E ancora di più dobbiamo voler bene a quelli grandi, che un <em>prezioso</em> straccio di esempio ce lo hanno dato con la loro forza, la loro intelligenza, il loro coraggio. Pur negli errori dei fatti e dei caratteri mai facili, e nei difetti spesso imperdonabili. Spero di non averla stancata coi miei ricordi, con le mie rabbie che mi tengono però sempre giovane e vigile nella trincea della vita. Io la ricordo sempre con un strano affetto, che è dovuto a qualcuno che, volente o nolente, ci ha regalato delle emozioni, ci ha fatto sentire vivi. Come un amore lontano. Non è stato un maestro, per me, non posso certo dirlo. Ma per un tratto non breve mi è stato vicino come un personaggio ideale, come una specie di padre politico. Ho abbandonato forse tutti i suoi insegnamenti, ma non ho dimenticato l’emozione forte di un suo comizio, giusto o sbagliato che fosse ciò che lei andava dicendo con evidentissima forza e capacità oratoria eccezionale. Perché é quella, forse, l’unica cosa bella della politica che ci rimane. Il ricordo di un’emozione.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no &#8211; Lettere ai politici&#8221;, Fazi, 2007.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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		<title>Cos&#8217;è Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Oct 2007 08:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Dieci anni fa stavo cercando di farmi nuovi amici. Frequentavo chiunque mi stesse vagamente simpatico a pelle. Naufragavo a giocare a freccette alle tre di notte con borghesotti arricchiti dei Parioli che mi portavano poi a fare il puttan tour e mi lasciavano dormire in macchina, facevo illimitate conversazioni etiliche sulle tendenze della poesia contemporanea con fuorisede dandy, mi ritrovavo con Maurizio (che disegnava fumetti porno, insegnava basket ai ragazzini delle medie e si era inventato una rivista intitolata in omaggio a Gabriel Pontello “Ifix tchen tchen” in cui dava in allegato disegni di bambini dell’asilo che si faceva regalare dalle maestre), io e lui spersi tra le poltroncine sdrucite, a vedere in un cine d’essai <em>Amore Tossico </em>di Claudio Caligari, e uscendo dalla saletta imboscata e ovviamente umidissima lui commentava: “Non te rendi contro il vuoto che c’era.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/27/cose-roma/">Cos&#8217;è Roma</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Dieci anni fa stavo cercando di farmi nuovi amici. Frequentavo chiunque mi stesse vagamente simpatico a pelle. Naufragavo a giocare a freccette alle tre di notte con borghesotti arricchiti dei Parioli che mi portavano poi a fare il puttan tour e mi lasciavano dormire in macchina, facevo illimitate conversazioni etiliche sulle tendenze della poesia contemporanea con fuorisede dandy, mi ritrovavo con Maurizio (che disegnava fumetti porno, insegnava basket ai ragazzini delle medie e si era inventato una rivista intitolata in omaggio a Gabriel Pontello “Ifix tchen tchen” in cui dava in allegato disegni di bambini dell’asilo che si faceva regalare dalle maestre), io e lui spersi tra le poltroncine sdrucite, a vedere in un cine d’essai <em>Amore Tossico </em>di Claudio Caligari, e uscendo dalla saletta imboscata e ovviamente umidissima lui commentava: “Non te rendi contro il vuoto che c’era. Ora a Roma ci sono addirittura i PIT per strada, i punti di informazione turistica! Quando siamo cresciuti c’era un vuoto che uno non riesce a immaginarsi”. <span id="more-4686"></span><br />
Gli anni ’80 e ’90 sono stati gli anni del vuoto, di una devastazione spirituale, ingenua e progressiva, per chi è nato e vissuto nelle periferie romane edificate dalle amministrazioni di sinistra. Palazzi con le scale che arrivano fino alla N, appartamenti di cinquantacinque metri quadri con le pareti in cartongesso, pizzerie al taglio in cui le teglie impastate di olio di colza si incurvano sui bordi, palestre in cui sui piccoli televisori sospesi a tre metri da terra venivano proiettati serialmente video di Lou Ferrigno e Arnold Schwarzenegger. Forse se c’è un personaggio emblematico della Roma di questi anni è Victor Cavallo. Attore, poeta, alcolizzato. L’incarnazione del talento che evapora, il successo sporadicissimo, l’energia dissipata senza possibilità di nobilitazione neanche da morto, neanche nelle rivisitazioni dei fan, lo spreco. E <em>Amore tossico</em> di Claudio Caligari è uno dei pochi film che dà l’idea di quel vuoto, il senso anticlimatico, deromanticizzato dell’anima proletaria, esausta, della Roma non più esperita dal vitalismo affamato, incantato di Pasolini. Nella scena in cui i due protagonisti si bucano all’alba sulla spiaggia di Ostia, la cinepresa si allarga, inquadrando prima i loro corpi sfranti e poi la strana scultura di ferro e pietra che sta sopra di loro. È lo stesso monumento che ricerca Moretti alla fine di <em>Caro Diario</em> sulle note del “Concerto a Colonia” di Keith Jarrett: quello in onore di Pasolini, posto nel luogo in cui fu ucciso. Ma mentre Moretti lo nobilita, cerca di ritrovare l’eco dell’incanto pasoliniano (civile ed estetico), ne denuncia l’incuria e l’abbandono, lo erge a simbolo di una storia italica dei vinti, lo inonda di una iper-percezione nostalgica, Caligari non ci dice neanche che è un monumento, ce lo mostra come un sasso qualunque.<br />
Nel 1998 Caligari realizza il suo secondo e ultimo film, <em>L’odore della notte</em>. Anche qui è tutto senza equilibrio. Sublime e scaciata, ecco la storia della banda di ladri di appartamenti che la stampa aveva ribattezzato Arancia Meccanica. Il luogo delle azioni, la Garbatella degli anni ’80, è una specie di borgata sospesa tra la fine del proletariato e l’inizio del populismo di sinistra, dove esistono solo uomini naufraghi tra le cose e le strade. Ci si incontra per caso, nessuno ha un passato che valga la pena di stare a sentire per più di un minuto, le passioni non convincono neanche le persone che le provano. Nello stesso anno esce un altro film ancora meno pretenzioso. <em>Giamaica</em> di Luigi Faccini racconta la vicenda minima di cinque amici all’incirca ventenni che vivono a Cinecittà all’inizio degli anni ’90. Alla seconda scena del film uno di loro, quello nero e sorridente, muore nel rogo appiccato da ignoti in un centro sociale; per il resto del film gli altri cercano di capire chi è stato. Ma quello che fanno in effetti è vagabondare per una Roma inerte e notturna con un furgone scassato, videografato sulle fiancate con immagini rasta. La loro fragilità è abissale. Sono quattro attori non professionisti che sembrano anche esseri umani non professionisti. Hanno tutti i tempi sbagliati e le reazioni emotive scomposte. C’è una scena verso la fine in cui fanno una partita a calcio senza palla. Se uno pensa alla scena della partita a tennis senza pallina di <em>Blow up</em>, i quattro appaiono ridicoli, sciatti, inestetici. Uno di loro a un certo punto si blocca perché intravede passare in macchina sua madre con l’amante. Le si getta incontro. Si strattonano. Poi lui si butta a terra e piange sull’erbetta del campo da calcio. Ed è un momento che va aldilà del patetico e del tragico, è qualcosa di così assolutamente nudo che fa quasi impressione che qualcuno abbia ripreso la scena.<br />
Il film è ispirato alla storia di Auro Bruni – era lui il ragazzo diciannovenne di origine maghrebina il cui sogno era andare in Giamaica –, morto carbonizzato una sera di maggio del 1991 nel centro sociale “Corto Circuito” a Cinecittà. Era rimasto da solo all’interno del centro mentre gli altri che occupavano erano usciti di notte a comprare i cornetti. La magistratura indagherà e non risolverà nulla. Qualcuno rivendicherà l’azione: gruppuscoli fascisti che sono l’onda lunga e sbriciolata delle formazioni degli anni ’70 e ’80. Esistono tre, quattro centri sociali a Roma al tempo: il Forte Prenestino, il Break Out, l’Hai visto Quinto?. La scena politica è ridotta a frammenti. L’indignazione per Gladio, i movimenti di protesta universitari, il revanscismo civile per i grandi misteri insoluti d’Italia: il 1991 è anche l’anno del <em>Muro di gomma</em>, di Santoro in televisione. Sono gli ultimi scampoli temporali della Prima Repubblica. I ragazzi portano i jeans a zompafosso, sotto calzini da ginnastica bianchi e Timberland. L’idolo dell’estate precedente è stato un calciatore siciliano cafone e socialmente impresentabile che alla Juventus prendevano per il culo perché finiva le frasi con quindi, e negli stadi veniva insultato perché dicevano che rubava le gomme.<br />
Dal “Corto Circuito” nel tempo è nato il movimento per il diritto alla casa Action. Quelli di Action occupano gli stabili che a Roma sono sfitti, case degli enti, delle banche; praticando forme di lotta che sembrano archeologia in una città governata in modo dolciastro dalla perfetta intesa tra amministrazione comunale e costruttori. Sono rozzi, maldestri, molesti quelli di Action, parlano ad alta voce, fanno discorsi senza consecutio né cogenza logica, hanno la pelle butterata, i codini, la tuta per sciare sotto i pantaloni, bestemmiano appena si può, hanno i cappotti coi bottoni che stanno per sfilarsi, le giacche con le maniche più corte e le macchie appuntite di vernice, manifestano paranoie infantili sulle dinamiche di potere, si fanno le canne anche volitivamente sotto la pioggia, tirano fuori qualche parola latina ogni tanto, hanno gli occhi bovini, si abbracciano in modo smodato, si chiamano <em>frate’</em>, hanno la cinta con la fibbia allentata, i denti più acuminati con le otturazioni di piombo, si irrigidiscono per un nonnulla, hanno paura, sfottono le guardie, mangiano grasso, intingono il pane nel piatto di quello che gli sta accanto, sono una delle pochissime forze politiche a Roma.</p>
<p>_____________</p>
<p><em>Questo testo fa parte di &#8220;Niente restera pulito&#8221;, edito da Rizzoli.<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/27/cose-roma/">Cos&#8217;è Roma</a></p>
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		<title>Fuori stagione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/24/fuori-stagione/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong><br />
                                                   </p>
<p>Amarilli,</p>
<p>dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome?<br />
Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina sull’autobus prima di arrivare a lavoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/24/fuori-stagione/">Fuori stagione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg"><img width="495" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg" height="635" style="width: 148px; height: 171px" /></a> </p>
<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong><br />
                                                   </p>
<p>Amarilli,</p>
<p>dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome?<br />
Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina sull’autobus prima di arrivare a lavoro. E poi ho cercato il tuo volto su internet e l’ho trovato. Mi ha colpito la tua pelle fresca e bianca, gli occhi chiari, il tuo non sorriso, il bavero rialzato a circondare il collo, i capelli un po’ mossi, le tue sopracciglia perfettamente curate. Un angelo, ho pensato, inquadrata in una foto che ti hanno scattata senza tante cerimonie il 12/02/07 alle ore 17.00, che ha già tarpato le tue ali con quella scritta intorno <em>Polizia Scientifica MI</em>. Un angelo può annunciare il terrore?<span id="more-4654"></span></p>
<p>Il Manifesto oggi mostra una foto di un cofano di una panda con sopra una stella a cinque punte. Ogni volta che ne vedo una, penso a quando da piccola, imparai a farla non lasciando mai la punta della penna dal foglio. Ne ero soddisfatta perché ogni punta veniva perfetta e avevo trovato un modo semplice e rapido di fare una stella, che veniva anche meglio del cuore. Una stella che mi serviva per appuntarmi il cielo, o per riempire un angolo sul diario. Anche tu da piccola le facevi così le stelle?</p>
<p>Poi ne ho viste altre di stelle. Non mi piacevano quelle sulle medaglie o sui distintivi militari. Mi piaceva quella vicino alla falce e martello. La curva della falce un po’ alla luna ci assomiglia, ma non mi ha mai affascinato l’uomo sulla luna. La falce e il martello le ho sempre viste come simbolo della terra e della fabbrica, della schiena che si piega a fatica sui campi e sull’incudine. E quella stella, in alto, permetteva di rialzare la testa, a guardare splendere e sentire pulsare una speranza. Però non ho mai immaginato il comunismo come una notte stellata, perché al buio non si vede, perché nelle notti stellate son sempre nati miti e leggende e non cose concrete. Me lo son sempre immaginato come una giornata assolata, il sol dell’avvenire. Ci hai mai pensato a certe sciocchezze?</p>
<p>E poi quella stella è stata come strappata e quelle punte conficcate intorno a un cerchio e attaccata alla storia sulla fine degli anni settanta, come la ceralacca alle buste. Buste con dentro gli anni di piombo e la lotta armata e gli omicidi e i sequestri e le contestazioni e il movimento e lo stato dell’ordine e le stragi di stato. Tu e io non lo abbiamo vissuto. Bambine. Che potevano fare due bambine allora?<br />
Quando è crollato il muro di Berlino avevi 9 anni e io 12. Che muri ogni giorno crescendo hai dovuto affrontare? Quali son crollati, quali son rimasti? È così difficile oggi costruire o anche distruggere, non pensi?</p>
<p>E ora come stai? Ora che sei là dentro da sola, che ti hanno privato di una cosa così preziosa come la libertà, la tua. Non voglio sapere cosa pensi della libertà, vorrei sapere cosa pensi dell’ingiustizia, di cosa senti ingiusto. Io la sento sai e l’ho sentita, per tanti anni addosso, un’idea di ingiustizia. I miei erano operai e io sua figlia. Un continuo senso di soffocamento, di disfatta, di fatica di vivere. Ne hai portato il peso anche tu? Hai mai visto tua madre piangere di ritorno dalla fabbrica con le mani perennemente macchiate e doloranti e urlarti in faccia la sua rabbia?</p>
<p>E poi cosa è per te la classe operaia, la massa, il popolo? Me lo chiedo mentre guardo il tuo volto, che anche tu sei un volto come gli altri, come gli operai, come la massa, come il popolo, come me. Vieni da Padova e poi sei andata a lavorare a Milano e sei stata anche nel sindacato e all’università e nei centri sociali, è quel poco che ho potuto leggere e non so altro della tua storia. Che mentre tutti sbraitano e accusano e si difendono e parlano e dichiarano io son qua in silenzio davanti al computer e vorrei sapere, vorrei capire. Quale è la tua idea politica che stanno imprigionando nel febbraio del 2007? Che mondo vorresti? Come si cambia il mondo Amarilli?</p>
<p><em>Fuori stagione</em>, rileggo il titolo de Il Manifesto. È un inverno stranamente mite, ho visto un ciliegio in fiore, fuori stagione. La Chiesa entra nelle decisioni dello Stato ed è fuori stagione. I figli stanno peggio dei genitori ed è fuori stagione. Abbiamo ancora le basi militari americane sul nostro territorio ed è fuori stagione. Nessun colpevole per Ustica ed è fuori stagione. I clandestini che annegano in mare son fuori stagione. Forza Nuova in piazza è fuori stagione. L’operaio dalle tue parti che vota Lega Nord è fuori stagione. La Palestina è più di cinquant’anni che è nella stessa sanguinosa stagione. Siamo precari stagione dopo stagione. La terra si sta surriscaldando e manda all’aria tutte le stagioni. Ma tu che stagione senti di vivere? Quali cose avverti fuori stagione?</p>
<p>Sabato andrò a manifestare a Vicenza.<br />
Dopo i vostri arresti ci vorrebbero a casa.<br />
È uno dei miei modi per essere in questa stagione e non starne fuori.</p>
<p>Non so se risponderai, ma io certe domande mi sentivo di fartele. Certe domande bisogna farcele.</p>
<p>Ciao<br />
Simona</p>
<p>p.s. Leggo ora da Internet che il tuo nome ha origini greche, quello di una pastorella cantata dai poeti Teocrito e Virgilio. Significa <em>brillante</em>.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia: &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no - Lettere ai politici&#8221;, edita da Fazi, 2007. Immagine: Georg Baselitz, Die Hand, das brennende Haus, 1969)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/24/fuori-stagione/">Fuori stagione</a></p>
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