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	<title>Nazione Indiana &#187; Antonio Pagliaro</title>
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		<title>I cani di via Lincoln</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 07:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg"></a> di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p><strong>Antonio Pagliaro</strong>, <em>I cani di via Lincoln</em>, Laurana Editore, 2010</p>
<p>Sebbene sul fronte giudiziario si stia cercando di far emergere i gangli di quel gruppo di potere che il giudice Scarpinato ha definito borghesia mafiosa, sebbene il giornalismo più vigile (quello che non si limita a reggere il microfono al politico di turno) ci proponga inchieste che esplorano gli intrecci perversi alla base delle stragi del 1992-93, i mille interrogativi che scaturiscono dalle inquietanti rivelazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, le connessioni tra politica e mafia che si registrano in innumerevoli realtà locali, è innegabile che resista forte e inossidabile un&#8217;idea di mafia e criminalità circoscritta ai gruppi armati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/10/i-cani-di-via-lincoln/">I cani di via Lincoln</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg" alt="" title="caniLincoln" width="161" height="248" class="alignleft size-full wp-image-38733" /></a> di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p><strong>Antonio Pagliaro</strong>, <em>I cani di via Lincoln</em>, Laurana Editore, 2010</p>
<p>Sebbene sul fronte giudiziario si stia cercando di far emergere i gangli di quel gruppo di potere che il giudice Scarpinato ha definito borghesia mafiosa, sebbene il giornalismo più vigile (quello che non si limita a reggere il microfono al politico di turno) ci proponga inchieste che esplorano gli intrecci perversi alla base delle stragi del 1992-93, i mille interrogativi che scaturiscono dalle inquietanti rivelazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, le connessioni tra politica e mafia che si registrano in innumerevoli realtà locali, è innegabile che resista forte e inossidabile un&#8217;idea di mafia e criminalità circoscritta ai gruppi armati. Grande eco hanno i successi del governo sul fronte degli arresti di boss e soldati della mafia militare, invece quel filo insanguinato che da Portella della Ginestra arriva fino alla Seconda repubblica, è liquidato come oggetto di studio per professionisti della dietrologia. Si arresta la mano armata e si lasciano in parlamento onorevoli condannati per mafia. In parallelo, lo sconfinamento in ciò che Giovanni Falcone definiva &#8220;il gioco grande&#8221;  raramente intacca il piano della riflessione culturale. Nando Della Chiesa, dalle pagine dell&#8217;<em>Indice dei libri del mese</em>, si lamentava proprio di questa anomalia dei nostri tempi: mentre si accumulano pregevoli pagine giornalistiche centrate sugli atti giudiziari, viene a mancare uno sfondo culturale. <span id="more-38730"></span><br />
Paradossalmente quando si tendeva perfino a negare l&#8217;esistenza della mafia, bastava valicare il crinale culturale per immergersi in disamine formidabili dell&#8217;ethos mafioso (dal lavoro di Franchetti e Sonnino alle inchieste di Danilo Dolci; dalla  narrativa di Leonardo Sciascia alla poesia di Ignazio Buttitta). Oggi il noir sembra il genere più adatto a raccontare la questione criminale e i suoi intrecci col potere politico, eppure troppo spesso gli scrittori preferiscono scommettere sulla più facile forza mitopoietica dei soldati delle mafie. Il nuovo romanzo di Antonio Pagliaro, invece, ci propone una storia che, assorbendo la Palermo dei nostri giorni, ci restituisce quasi in un blocco unico borghesia politica e Cosa nostra. Tutto parte da una strage in un ristorante cinese in via Lincoln. Ma non c&#8217;è zona a Palermo che non sia legata a una cosca, e non c&#8217;è cosca in Sicilia che non abbia i suoi intrecci col mondo imprenditoriale e politico. Infine non c&#8217;è gruppo di potere che non si debba confrontare con lobby o logge massoniche più o meno segrete. Così l&#8217;indagine del tenente Cascioferro deve tener conto di tutti gli intrecci che si sviluppano dalla strage. Ma quando nessuno è innocente, voler cercare i colpevoli significa prepararsi al massacro di chi indaga. Cascioferro lo sa bene, ma non riesce a fermarsi in tempo. Palermo ha imposto a Pagliaro un canovaccio obbligatorio, un realismo documentario che si avverte già nelle prime pagine del libro, dove lo scrittore, con un disclaimer particolarmente lungo e dettagliato (simile a quelli utilizzati da altri autori invischiati con la realtà, come Giuseppe Genna e Giancarlo De Cataldo), sottolinea implicitamente i fatti e i personaggi reali che si potranno leggere in trasparenza. Tutto accade, anzi si direbbe che accada <em>troppo</em>, ma il tenente Cascioferro non si stupisce più di niente, perché la descrizione del male criminale nei <em>Cani di via Lincoln</em> è accidentale, quotidiano, quasi inevitabile. In una pagina del libro, il tenente, dopo essersi occupato di minime faccende casalinghe, accende la televisione e quando vede il presidente della regione siciliana parlare contro la mafia davanti alle telecamere, annoiato cambia canale&#8230; Alla moglie che gli chiede che cosa è successo risponde: <em>niente</em>, una strage, ma ora fammi dormire un poco. Nel romanzo c&#8217;è l&#8217;Italia criminale di oggi, senza infingimenti, dove la parola <em>educazione</em>, in un&#8217;accezione equivoca, malata, è condivisa dai politici e dai sicari, ostentata in molte conversazioni, come una norma di vita attorno alla quale ritrovarsi tra simili. Tutto è così ovvio, solo la televisione sofistica lo stato delle cose, proponendo messaggi insinceri, politici che si scagliano contro la mafia e potenti schierati con lo Stato. I larghi sbadigli di Cascioferro sottolineano la finzione. Ma nella realtà, quella vera, gli avvocati potenti stuprano le minorenni, i mafiosi comandano con mezzo sguardo, i sicari aderiscono ad <em>Addio pizzo</em>, i politici partecipano alle comunioni dei figli dei boss, i magistrati vengono lasciati soli, le intercettazioni spariscono, i negozianti non possono scegliersi i fornitori, i politici gli elettori; e se perfino gli eventi più banali, come le partite di calcetto tra dilettanti, vengono governati dalla criminalità, è normale che l&#8217;esito di una indagine così complessa, come quella affidata al tenente Cascioferro, sia deciso drammaticamente dalle logge massoniche mafiose.<br />
Il romanzo procede con una trama avvincente, tra oralità e lingua letteraria, in un avvitamento ossessivo che amplifica i fatti di Palermo, ne restituisce il rumoroso chiacchiericcio, lo amplifica fino a trasformarlo in un formidabile specchio dell&#8217;Italia intera.<br />
Così il lettore, alla fine del romanzo, con Cascioferro accende la televisione e ascolta la riforma delle pensioni, la destra, la sinistra e il centro, le riforme condivise, il welfare, le dichiarazioni dei politici. E chiosa: &#8220;Minchia parole inutili.&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/10/i-cani-di-via-lincoln/">I cani di via Lincoln</a></p>
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		<title>Appello all’OSCE</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Mar 2008 07:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
una segnalazione <strong>preoccupata</strong></p>
<p>Quando leggo <a href="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/verso-elezioni-13/arrestati-presidenti-di-seggi/arrestati-presidenti-di-seggi.html">queste </a>notizie penso che i miei amici che dovranno votare in alcune regioni d&#8217;Italia &#8211; tipo appunto la Sicilia &#8211; non stanno affatto esagerando, disfattisti, quando lanciano un appello come <a href="http://www.cabaretbisanzio.com/2008/03/23/appello-allosce/">questo</a>, firmato da <a href="http://www.xantology.com/">Antonio Pagliaro</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/29/appello-all%e2%80%99osce/">Appello all’OSCE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/schede2.jpg' alt='schede2.jpg' /><br />
una segnalazione <strong>preoccupata</strong></p>
<p>Quando leggo <a href="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/verso-elezioni-13/arrestati-presidenti-di-seggi/arrestati-presidenti-di-seggi.html">queste </a>notizie penso che i miei amici che dovranno votare in alcune regioni d&#8217;Italia &#8211; tipo appunto la Sicilia &#8211; non stanno affatto esagerando, disfattisti, quando lanciano un appello come <a href="http://www.cabaretbisanzio.com/2008/03/23/appello-allosce/">questo</a>, firmato da <a href="http://www.xantology.com/">Antonio Pagliaro</a>.<br />
(Ringrazio <a href="http://ilpresepediplastica.wordpress.com/">Nicolò La Rocca</a> che me l&#8217;ha segnalato).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/29/appello-all%e2%80%99osce/">Appello all’OSCE</a></p>
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		<title>Il sangue degli altri</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2007 11:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>La scrittura che ci propone “Il sangue degli altri“, il romanzo di Antonio Pagliaro edito da Sironi, pur essendo fortemente legata alla complessità e alla godibilità della trama – caratteristica che  farebbe virare il libro verso i lidi del giallo puro (ammesso che certe catalogazioni con relative tassonomie abbiano ancora un senso) – è un dispositivo che spiega com&#8217;è il mondo partendo da temi poco frequentati non solo dalla narrativa italiana ma anche dalla stampa internazionale: le connessioni criminose che raccordano posti lontani della Terra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/23/il-sangue-degli-altri/">Il sangue degli altri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/pagliaro.jpg' alt='pagliaro.jpg' />  di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>La scrittura che ci propone “Il sangue degli altri“, il romanzo di Antonio Pagliaro edito da Sironi, pur essendo fortemente legata alla complessità e alla godibilità della trama – caratteristica che  farebbe virare il libro verso i lidi del giallo puro (ammesso che certe catalogazioni con relative tassonomie abbiano ancora un senso) – è un dispositivo che spiega com&#8217;è il mondo partendo da temi poco frequentati non solo dalla narrativa italiana ma anche dalla stampa internazionale: le connessioni criminose che raccordano posti lontani della Terra. <span id="more-4937"></span><br />
Nel romanzo di Pagliaro si narrano la Sicilia e la Cecenia. Si tratta di due luoghi martoriati non solo dalle vicende interne, ma anche, su un altro piano, dalle prevalenti condotte di giornalisti e osservatori, di coloro che incaricati di restituirceli, troppo spesso si limitano a narrarli in ginocchio, cioè sottomettendosi alle vulgate imperanti, di comodo.  Ciò che i mass media propinano, anche nel nostro occidente allegramente democratico, da una parte è l&#8217;immagine di una mafia siciliana confinata negli steccati degli apparati militari, dall&#8217;altra una guerra cecena necessaria, conseguenza di un terrorismo post 11 settembre da sradicare con ogni mezzo. Pagliaro, invece, con una trama forte (specie in via di estinzione nella  narrativa italiana),  attraverso le indagini di un giornalista siciliano, Corrado Lo Coco, legate a certi intrallazzi della regione siciliana su delle case da gioco appaltate a strane società straniere, offre al lettore un percorso nuovo, dove i collegamenti tra i delitti siciliani e quelli ceceni svelano una realtà fatta di responsabilità politiche negli attuali assetti del potere criminale italiano e di un nuovo autoritarismo russo – stalinismo affaristico? Dittatura di stampo ibrido, latino-russo? &#8211; plasmato da Putin che prevede, come primo requisito, l&#8217;offuscamento dell&#8217;informazione interna e internazionale, giusto per dribblare  quello che fu  il tallone d&#8217;Achille di Boris Ieltsin: le ultime postazioni di stampa libera. Tutto ciò ha avuto in questi anni ripercussioni pesanti oltre che sul piano del governo delle nazioni  &#8211; Putin salutato come riformatore democratico dai grandi della Terra, la politica italiana che sposta l&#8217;attenzione sul crimine di strada autoassolvendosi e dirottando i media sulla ricotta e i decaloghi dei boss – anche su quello della formazione  dell&#8217;immaginario collettivo delle comunità occidentali.<br />
Se possiamo dire che negli ultimi tempi in Italia il primo fronte di questo libro di Pagliaro sia stato intaccato da testi importanti – come “Gomorra” di Saviano e “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez, senza dimenticare “Sragione di stato” di Camillo Arcuri &#8211;  non possiamo affermare le stesse cose per quanto riguarda la Cecenia, così lontana nella memoria e nell&#8217;immaginazione dell&#8217;Occidente catodico, così assente dalla rappresentazione letteraria e simbolica. In realtà la Cecenia scompare e riappare in continuazione nei mass media, ma solo quando si può rinforzare lo stereotipo che la relega a una terra di selvaggi terroristi. A ogni attentato ascrivibile ai ceceni (anche quando non c&#8217;è la firma, ma anzi l&#8217;evidente manipolazione dei servizi segreti russi che percorrono una strategia della tensione troppo facilmente dimenticata da noi italiani) i telegiornali espongono il trofeo del terrorista islamico ceceno. Ecco, ne “Il sangue degli altri”, finalmente il lettore può <em>vedere </em>i 150.000 morti della guerra in Cecenia (il 20% della popolazione), può <em>vedere </em>il genocidio, può <em>vedere </em>Grozny rasa al suolo, può <em>vedere </em>gli squadroni della morte russi agire indisturbati e plurisponsorizzati per le strade della Cecenia, può <em>vedere </em>criminali italiani e ceceni riciclati negli affari europei. E in un unico coagulo, la rampante politica meridionale, disposta a tutto pur di fare soldi. Tanto non si rischia niente e sporcarsi le mani con gli invisibili. Tanto il vero problema degli italiani sono le badanti rOmene.<br />
Questa esperienza conoscitiva, ne “Il sangue degli altri”, avviene senza didascalie, o punti di vista soggettivi. L&#8217;autore fa un passo indietro e lascia parlare la storia. Proprio in nome di questa scelta di campo, ne “Il sangue degli altri” il lettore conosce una scrittura autosufficiente, che racconta il presente assemblando eventi e fatti. Nessun verismo di ritorno, per carità, ma il tentativo, riuscito, di esprimere la storia guardandola da dentro, sezionandola e restituendola secondo una successione di fatti; non c&#8217;è <em>l&#8217;autore e il mondo</em>, ma <em>il testo e il mondo</em>: la Sicilia e la Cecenia vengono prima coagulati nei loro topoi meno noti (basti ricordare, per la Cecenia, lo sguardo nei tinelli dei superstiti, la messa a fuoco sulla popolazione cecena, secondo un approccio poco praticato dalla stampa internazionale) per essere smontati e rimontati dalla scrittura di Pagliaro e intavolati in un canovaccio forte. I  cadaveri Sicilia e Cecenia subiscono l&#8217;autopsia di Pagliaro e diventano storia, narrazione.  Vengono sottratti alla sclerosata lente dell&#8217;informazione giornalistica e affidati a un ritmo avvincente, a una trama piena di incastri che offrono al lettore l&#8217;occasione di entrare dentro il mondo narrato. Nessuna concessione agli scoop giornalistici sui comandamenti dei mafiosi, dunque. Nessun cedimento su primi piani di guerra pieni di dolore da pomeriggio radiotelevisivo. I fatti, of course.<br />
I fatti li lasciamo per ultimi, perché, essendo “Il sangue degli altri”, un romanzo denso di eventi, merita di essere scoperto con occhi nuovi. E i fatti sono questi: Corrado Lo Coco, cronista de “L&#8217;ora”, giornale famoso per le sue inchieste sul fenomeno mafioso,  indagando sui torbidi affari del Casinò Trinacria si imbatte in un intreccio criminale che coinvolge la Sicilia, la Lettonia e la Cecenia. La storia del Casinò Trinacria è fatta di omicidi, politica corrotta. Lo Coco indaga e scoperchia una pentola bollente, si ritrova con una serie di misteri difficili da decifrare e con un allargamento di campo – dalla mafia siciliana alla guerra cecena – che lo porta prima a Groznyj, in una Cecenia eternamente  in guerra, e poi a Mosca, a Riga e di nuovo in Italia, tappe di un crimine mondiale sempre più interconnesso. Fino a una scoperta amara.<br />
Il lettore, quando arriva all&#8217;ultima pagina, ormai ha fatto un lungo viaggio che gli lascerà addosso un segno indelebile.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/23/il-sangue-degli-altri/">Il sangue degli altri</a></p>
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