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	<title>Nazione Indiana &#187; antonio pane</title>
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		<title>Laconia senza làconi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 22:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Pane</strong></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>si smerigliano mele ai ritornelli del picchio</em></p>
<p>A otto anni dal magnifico azzardo di <em>Lo</em> <em>scricciolo penitente</em> (Scheiwiller 2002) Marco Ceriani sostiene un’altra prova estrema. Se si guarda a quell’antefatto, sequenza di 87 componimenti in quartine, <em>Memoriré</em> contempla due evidenti novità strutturali: la suddivisione in tre parti (<em>Apici dei laconici</em>, <em>Sonetti</em>, <em>Ancora gli apici</em>) e l’epentesi dei sonetti: i due che aprono e chiudono le ante laterali (rispettivamente di 44 e 36 quartine) e i diciotto che, a loro volta recinti dalle quartine, costituiscono il corpo centrale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/laconia-senza-laconi/">Laconia senza làconi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Pane</strong></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>si smerigliano mele ai ritornelli del picchio</em></p>
<p>A otto anni dal magnifico azzardo di <em>Lo</em> <em>scricciolo penitente</em> (Scheiwiller 2002) Marco Ceriani sostiene un’altra prova estrema. Se si guarda a quell’antefatto, sequenza di 87 componimenti in quartine, <em>Memoriré</em> contempla due evidenti novità strutturali: la suddivisione in tre parti (<em>Apici dei laconici</em>, <em>Sonetti</em>, <em>Ancora gli apici</em>) e l’epentesi dei sonetti: i due che aprono e chiudono le ante laterali (rispettivamente di 44 e 36 quartine) e i diciotto che, a loro volta recinti dalle quartine, costituiscono il corpo centrale. La imperfetta simmetria di questa dantesca centuria è ulteriormente insidiata da tre ‘fuori tavola’ (due quartine e un sonetto) segnalati come tali da una diversa impaginazione e quindi relegati alla periferia dell’indice. L’architettura rende il nuovo edificio più coeso e se possibile più refrattario del precedente, di cui i numerati visitatori registrarono in vario modo la gemmea quanto inviolabile compattezza, il prestigioso idioletto che misurava un nichilismo appreso da Kafka e Beckett.<span id="more-40609"></span></p>
<p>Il titolo del libro – univerbazione dell’incipit di un celebre sonetto di César Vallejo («Me moriré en Parìs con aguacero») ancora evocato nel programmatico «Morire – per me – sarà un trionfo | se quel giorno con aguacero nella steppa» (p. 38) – ne enuncia fellinianamente il gran tema (Domenico Pinto vi intravede, a farne un <em>mot-valise</em>, anche una suggestione dal «mememormee» che sigilla <em>Finnegans Wake</em>). Ma il pronome non inganni. In tutto il testo è impiegato assai parcamente, e anche allora evitando di assumere un qualche colore individuale o, peggio, biografico. Scorporata dalla persona del poeta, sottratta al dominio dell’io lirico, la morte si presenta qui nel suo ‘dappertutto’, che non riguarda tanto il mero fatto biologico quanto l’opera nullificante, il preventivo svuotamento di ogni creatura. Il suo linguaggio sarà una breviloquenza che, come vuole Federico Francucci, rinuncia alle pretese del soggetto intenzionante per rendersi insieme «anonima e rigorosamente formata», per attingere la «condizione di cosa», farsi «elemento della storia naturale». Ma questa pietrificazione, lo stato minerale richiesto dal ‘pensiero dominante’, è di una specie affatto particolare. Il regime atematico e antieuclideo (stretto sulla elusione del senso, sul rifiuto di ogni referente, sul tradimento dell’orizzonte di attesa), la dovizia ‘fiamminga’ delle immagini, l’oltranza ipotattica (prolungata all’infinito dalle frequenti aposiopesi), la stessa prosodia ‘arritmica’, tutto ciò conferisce alle ‘lapidi’ di Ceriani una mercuriale irrequietezza, un dinamismo, una profusione che sembra a ogni passo smentirne l’assunto. Il paradosso di questi versi è quello di fornire molteplici risposte a una domanda inconcepibile, stipare di illustrazioni un libro senza pagine, redigere una sontuosa tassonomia del vuoto, evocare una «Laconia senza làconi» (p. 62).</p>
<p>Presentando su «Poesia» un cospicuo anticipo del libro, Rodolfo Zucco parla di «congegni verbali, esatti, tetragoni, definitivi». Il condivisibile referto si può integrare aggiungendo che sono ordigni a orologeria, pronti a esplodere, a disseminarsi in una miriade di schegge. La vocazione epigrafica di Ceriani, la sua forza centripeta e conservativa, collide con un altrettanto congenito anarchismo, portato a sperdere ogni cosa che incontra. I suoi logoprismi (in cui splendono straniate faccette plurilingui: di latino, francese, spagnolo, polacco) sono allora veri amuleti sonori, singolari strumenti di uno sciamano che sputi via quel che cerca di preservare.</p>
<p>Questa dinamica, già tutta dispiegata nello <em>Scricciolo</em> (e, <em>in nuce</em>, nel precedente <em>Sèver</em>, 1995), trova nel libro di oggi si può dire il suo compimento: oltre non si può andare (l’ultima frontiera è l’impenetrabile quanto centrifuga serie dei sonetti). L’esito è tale da suscitare insieme ammirazione e sgomento. Ma il continuo rimbalzo dei nuclei emblematici (il frutteto, la serpe, la brughiera, la rondine, Alessandro, Clitemnestra), l’affollarsi di anafore, sinonimie, paronomasie, germinazioni etimologiche, l’acrobatismo dei rimandi sonori (una festa di assonanze, allitterazioni, rimalmezzo) non ci conduce sul terreno della manieristica serialità, dell’esercizio combinatorio, di un mondo intercambiabile e disumanato. La scrittura di Ceriani, lo ha detto Giovanni Raboni, è sempre «una questione di vita o di morte». Sorprende quindi, e persuade, come un accento rubato al pudore, lo spiraglio da cui, con il lasciapassare di Emily Dickinson, la voce del poeta si sporge nell’unico possibile saluto: «Cerniere-feritoie in noce od in mogano | dalle cui fessure io morto potrò traguardare | violacciocche che da prode sospirose non colgano | che la primavera al grembo loro più da ammirare? || Ma no! Passerò, passerò da i bottondoro | ai sudarii in acquivento e in federa neve | con, per rancume, a mio solo disdoro | il passaparola d’un’orazione celibe e lieve» (p. 35).</p>
<p>Marco Ceriani, <em>Memoriré</em>, pp. 128, € 15,00, Lavieri edizioni, S. Angelo in Formis – Villa d’Agri, 2010.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/laconia-senza-laconi/">Laconia senza làconi</a></p>
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		<title>Urla lanterna magica!</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 07:16:19 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Passano donne meravigliose. Io cammino su questa zattera oblunga, dentro una rete di manifesti, di affissi, di visi, di luci; mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie, che la contornano. Dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centroeuropea.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/urla-lanterna-magica/">Urla lanterna magica!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18746" title="81208" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg" alt="81208" width="595" height="333" /></a></p>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Passano donne meravigliose. Io cammino su questa zattera oblunga, dentro una rete di manifesti, di affissi, di visi, di luci; mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie, che la contornano. Dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centroeuropea. Io conosco le angustie economiche, gli scompensi che affliggono questo paese, risalito a stento dalla morta palude dello stalinismo. Ma mi consolo, pensando che, se non domeranno il suo ardire con striduli giri di vite, esso tornerà a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati dell&#8217;Oriente e dell&#8217;Occidente. È un còmpito sovrumano, insidioso, ma forse il più lusinghiero che possa oggi offrirsi ad un popolo».<span id="more-18733"></span></p>
<p>È &#8216;Praga-presente&#8217; del 1963, come affiora nel primo tableau che Angelo Maria Ripellino esegue per «L&#8217;Europa letteraria», e adesso confluito nel volume che aduna gli articoli scritti per l&#8217;«Espresso» sui fatti della Cecoslovacchia:<em> </em><strong>L&#8217;ora di Praga</strong>, <em>Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est (1963-1973</em>), a cura di Antonio Pane, Le Lettere, «fuoriformato», pp. 326, € 22 ,00.</p>
<p>Quei saggi d&#8221;antepace&#8217; sono i portolani delle grandi avventure formali nel fulcro del Mitteleuropa. Composti prima che i cingoli dei &#8216;fratelli soccorritori&#8217; neutralizzassero la stagione di riforme avviata da Dubček &#8211; così fasciando la provincia boema nella <em>pax sovietica</em> &#8211; essi documentano i teatrini e i cabaret d&#8217;avanguardia, le pantomime di Fialka, Holan quale «rêveur de lampe» e i rapsodi popolari, la &#8216;fattografia&#8217; di<strong> </strong>Mňačko, la satira che ride di «tutte le storture dell&#8217;età del Culto», il pubblico che si diverte «a riudire la piattezza presuntuosa delle elucubrazioni fiorite dei tirannelli di cellula, sempre in dissidio con la grammatica»; vi sono testimoniate la pittura e la scultura slovacche (in perfetta sincronia con quanto andava maturando in occidente), la Lanterna Magica, il teatro nero, in cui attori vestiti di nero muovono forme luminose su un fondo di velluto scuro; si registrano le concomitanze di multirealismo, di poesia evidenziale, di jazz: qui viene approntata una piccola enciclopedia tascabile che faceva di Praga un&#8217;avanguardia dei modelli sperimentali, dove la simbiosi di ricerca politica e artistica era alla base &#8211; con prestito dall&#8217;<em>opus magnum</em> di Peter Weiss &#8211; di un&#8217;autentica <em>Estetica della resistenza.</em> Nulla di più normale che i russi vi mandassero i carri armati.</p>
<p>Nella notte fra il 20 e il 21 agosto il mosaico va in frantumi. Ripellino, che aveva trascorso i precedenti due mesi nel Castello degli Scrittori, dove poté seguire la rinascita della democrazia (con l&#8217;abolizione della censura, il risveglio degli operai, le critiche al Patto di Varsavia), assiste all&#8217;entrata delle truppe sovietiche in città, e sarà amaramente costretto a riconoscere che «questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile». <em>Trasformatosi in corrispondente di guerra viene chiamato a </em>leggere a vista gli eventi, a sciogliere le circonlocuzioni, poi la prassi del potere. Praga è sempre più lo scenario di un processo in cui balena l&#8217;«avvocatura trascendentale» di Kafka: è la fine del Nuovo Corso, il &#8216;socialismo dal volto umano&#8217; alla cui realizzazione egli aveva pur creduto. La parabola di questa storia, in un suo momento già non più apicale, è tutta racchiusa nella fotografia che ferma il tuffo dal trampolino di Dubček, durante l&#8217;estate del 1968 a Santovka. Rimane commovente il modo con cui Ripellino, a più riprese, sembra invitare alla resistenza, quasi voglia suggerire alla gioventù praghese d&#8217;essere «sabbia negli ingranaggi del mondo», secondo la variante tolta da un radiodramma di G. Eich, imperativo categorico e grido di battaglia del &#8217;68 tedesco. Il &#8216;semiboemo&#8217;, come amava definirsi, perde così la possibilità di ritornare nella città che fonda lo spazio poetico del suo libro più famoso. Gli amici lo consigliano di fuggire per il valico di Rozvadov, mettendosi sulla strada che porta a Norimberga. Dal &#8216;cuore della controversia&#8217;, in questi articoli per il settimanale romano, il <em>ductus </em>di Ripellino si fa più pianeggiante, il superconduttore della sua prosa, che abitualmente presenta scavallamenti nella poesia, ed è aspro e scheggiato, traboccante di fonemi animati, si raffredda per condividere una ferita aperta: il regime della scrittura attenua il sincopato jazzistico, la dizione atonale, rallenta il forsennato cabotaggio di prelievi, il sistema di dissonanze è meno discorde, l&#8217;uso pittorico degli accenti tonici verrà normalizzato. Assai diverso in ciò dal conterraneo Pizzuto, che di sé avrebbe potuto ben dire «mi spezzo ma non mi spiego», Ripellino sull&#8217;«Espresso» si spiega invece perfettamente, è di chiarezza lenticolare.</p>
<p>Sul versante creativo, nel breve spazio di due anni, è tornato nuovamente disponibile l&#8217;intero corpus poetico del &#8216;mugiko siciliano&#8217;, grazie alle reimpressioni di Einaudi e Aragno, a cui ora si aggiungono altri due volumi di cose ripelliniane, entrambi a cura di Antonio Pane: vengono dati alle stampe<strong> Solo per farsi sentire</strong>, (Mesogea, 2008, pp. 200, € 16,00) e <strong>Oltreslavia</strong><em>, scritti italiani e ispanici (1941-1976),</em> Istituto Euro Arabo di studi superiori, 2007, pp. 136.</p>
<p>Il primo riunisce le interviste e le conversazioni di Ripellino &#8211; fra cui «Sul trapezio del linguaggio», «L&#8217;arte può salvarci con ferite di gioia» e «La magia della scrittura», cruciali per comprendere questo universo retorico &#8211; e le trascrizioni della sua &#8216;viva voce&#8217;, i materiali radiofonici e televisivi ricuperati nelle Teche RAI. Alberto Arbasino scriverà di «una personalità incantatoria e assorta, abitante nel Meraviglioso e abitata dal Fantastico [...] trasognato, ispirato, esorbitante e lampeggiante, misteriale e cinetico». Dall&#8217;utensileria dei documenti messi a disposizione esce una facies modellata sugli amati Holan, Gogol&#8217;, Schwitters, Majakovskij, una costellazione di autori che spesso fu lui a presentare, nel proprio adattamento, al lettore italiano, operando una formidabile polisintesi tra le punte più avanzate delle estetiche occidentali.</p>
<p>Il secondo volume (fuori commercio, ma pronto a essere donato dall&#8217;Istituto Euro Arabo a chiunque ne faccia richiesta: <a href="iea@istitutoeuroarabo.it)" target="_blank">iea@istitutoeuroarabo.it</a>) comprende gli scritti estravaganti di italianistica e ispanistica: vi sono consegnati recensioni, ritratti, medaglioni che provano una curiosità prensile e senza limiti profonda, su Arturo Capdevila, Bécquer, Anceschi, sul petrarchismo spagnolo; è presente una «Lettera sulla cultura fonica»,  vengono consigliati libri da mettere in valigia (<em>Lontano da dove</em> di Claudio Magris, il sodale mitteleuropeo), fulminando escursioni oltre la slavistica, quel magistero a cui, suo malgrado, resterà legato per sempre: «Slavista! mi frusciano i fiumi di Piazza Navona. / Slavista! mi zufola un gazzelloni sul flauto. / Slavista! mi dice un tacchino di plastica, un gozzo di / polistirolo. / Slavista! mi beffano da un carro funebre, /gonfio come una torta con cióndoli d&#8217;oro. / Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta / farò un altro mestiere».<br />
In ultimo, sono trent&#8217;anni dalla morte di Ripellino. Anche a chi non l&#8217;ha mai sentita, quella voce manca, manca moltissimo.</p>
<p><strong>[Questo articolo è apparso su «Alias», Anno 9 - N. 47, il 29. 11. 2008.]</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/urla-lanterna-magica/">Urla lanterna magica!</a></p>
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		<title>Lettere al microonde</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 09:02:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce.jpg"></a></p>
<p>Quasi un decennio della vita di <strong>Antonio Pizzuto</strong> è rifratto nei nuovi carteggi – dopo quelli con <strong>Nencioni</strong>, <strong>Margaret </strong>e <strong>Gianfranco Contini</strong>, <strong>Betocchi </strong>– che Polistampa rende adesso disponibili, seguitando l’opera di reimpressione integrale di un vertice del nostro Novecento: <em>Antonio Pizzuto e Alberto Mondadori,</em> (<em>L’ultima è sempre la migliore.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/lettere-al-microonde/">Lettere al microonde</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce.jpg"><img class="size-medium wp-image-8240 aligncenter" title="tracce" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce-300x257.jpg" alt="" width="650" height="300" /></a></p>
<p>Quasi un decennio della vita di <strong>Antonio Pizzuto</strong> è rifratto nei nuovi carteggi – dopo quelli con <strong>Nencioni</strong>, <strong>Margaret </strong>e <strong>Gianfranco Contini</strong>, <strong>Betocchi </strong>– che Polistampa rende adesso disponibili, seguitando l’opera di reimpressione integrale di un vertice del nostro Novecento: <em>Antonio Pizzuto e Alberto Mondadori,</em> (<em>L’ultima è sempre la migliore. Carteggio (1967 – 1975)</em>, a cura di <strong>Antonio Pane</strong>, introduzione di <strong>Claudio Vela</strong>, pp. 288, euro 18,00 Polistampa). Il volume raccoglie 263 missive: 92 a Alberto Mondadori e le repliche pervenute; 171 a <strong>Madeleine Santschi</strong> – di cui un piccolo numero a <strong>Pierre Graff</strong>, marito di lei –, spericolata traduttrice e scoliaste del Pizzuto definitivo di <em>Pagelle I</em>, <em>Pagelle II</em>, <em>Ultime</em>.<span id="more-8239"></span> I carteggi registrano il passaggio dello scrittore siciliano da Lerici al Saggiatore, traghettato anche lui nella storica avventura editoriale che <strong>Alberto Mondadori</strong> intraprese per scissione dal fratello Giorgio e dalla casa madre, passaggio propiziato dal favoloso anticipo di 10 milioni di lire più il 20% sulle vendite; saggio di esordio della generosità di «Mecenate», come quando il questore in quiescenza si vede recapitare 5 metri cubi di carta: «Alla mia richiesta di una piccola scorta di buste, me ne hai mandate settemila. Stamane poi ricevo 7.500 cartelline di scorta per i nuovi lavori: qualità insuperabile, peso Kg. 404, quante oltrepasserebbero i bisogni di un novello <strong>San Paolo</strong> o di un altro <strong>Wundt</strong>». Dall’attivissimo scriptorium di via Fregene 6 a Roma, Pizzuto invia agli amici copie manoscritte delle sue paginette, poi lasse, poi pagelle, in progressione geometrica di impegno formale, dove si va fissando il suo eleatismo e la leggendaria sintassi nominale che ne costituisce i cingoli: «Di un nuovo libro – da intitolarsi: Forme –, assolutamente altro che le lasse finora composte, ho già redatto un primo piccolo pezzo: Lettura (che Contini ha detto “stupendo” – bontà sua) e sono a un buon punto col secondo: La stufetta a petrolio, migliore, secondo me; non facili da leggere; ma chi vorrà un Pizzuto accessibile, avrà l’epistolario». O da una latteria sotto casa, insieme ad <strong>Albino Pierro</strong>, indirizza cartoline alla Lavoratrice Oziosa, ancora Santschi, che per accensioni ipocoristiche diventa Madame Priducre, Madama Barnum, Malou (in alcune lettere di Pizzuto sarà puro <em>amor de lonh</em>: «quanto a me, ciò che desidero è rivederti, a Roma, Milano, Losanna, o Valpurga a piacere»). Nel volume è riportato, da un ricordo di <strong>Garboli</strong>, anche questo aneddoto: «a Roma, in una trattoria che oggi non esiste più, <strong>Gadda </strong>e <strong>Bonsanti </strong>discutevano di letteratura. Richiesto di un parere su Pizzuto, Gadda sentenziò: «Pizzuto? A me sembra un po’ uno scrittore rosa &#8230;». E il giudizio dell’Ingegnere coglie nel segno, davvero nella prosa da camera di Pizzuto è un mondo di piccoli affetti, minimi accidenti della memoria, ma rosa shocking: è il signor Biedermeier passato al microonde della modernità, coi lampi al magnesio del suo indeterminismo sintattico-narrativo e le vertiginose campate di chi voleva «edificare senza armature».</p>
<p><strong>L&#8217;articolo è apparso su «Alias» il 02/02/2008. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/lettere-al-microonde/">Lettere al microonde</a></p>
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		<title>Angelo Maria Ripellino (1923-1978)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/21/angelo-maria-ripellino-1923-1978/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Apr 2008 05:28:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo MAria Ripellino]]></category>
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		<category><![CDATA[idola theatri]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ripellino.jpg" title="ripellino.jpg"></a>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ripellino.jpg" title="ripellino.jpg"></a></p>

 
 
 
 
 
<p><em>Ripellino muore il 21 aprile del 1978. Lo ricordiamo con una prosa tratta dal volume: </em><em><strong>Oltreslavia</strong>. <strong>Scritti italiani e ispanici (1941-1976)</strong>, a cura di Antonio Pane, <a href="http://www.istitutoeuroarabo.it/">Istituto Euro Arabo di studi superiori</a>, Mazara del Vallo, 2007.</em></p>
<p><em>Giovedì 24 si terrà alla Casa delle Letterature (Piazza dell&#8217;Orologio 3, Roma) la presentazione di due nuovi volumi ripelliniani, entrambi a cura di Antonio Pane.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/21/angelo-maria-ripellino-1923-1978/">Angelo Maria Ripellino (1923-1978)</a></p>
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<address><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ripellino.jpg" title="ripellino.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ripellino.jpg" title="ripellino.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ripellino.jpg" alt="ripellino.jpg" /></a></p>
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<p><em>Ripellino muore il 21 aprile del 1978. Lo ricordiamo con una prosa tratta dal volume: </em><em><strong>Oltreslavia</strong>. <strong>Scritti italiani e ispanici (1941-1976)</strong>, a cura di Antonio Pane, <a href="http://www.istitutoeuroarabo.it/">Istituto Euro Arabo di studi superiori</a>, Mazara del Vallo, 2007.</em></p>
<p><em>Giovedì 24 si terrà alla Casa delle Letterature (Piazza dell&#8217;Orologio 3, Roma) la presentazione di due nuovi volumi ripelliniani, entrambi a cura di Antonio Pane. Interverranno Corrado Bologna, Alessandro Catalano, Andrea Cortellessa e Alessandro Fo.</em><em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/invito-ripellino.pdf" title="invito-ripellino.pdf">Qui l&#8217;invito</a>.</em></p>
<p><span id="more-5716"></span></p>
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<address><strong>IDOLA THEATRI</strong></address>
<address><strong>di Angelo Maria Ripellino</strong> </address>
<p>Parvenze larvali, crisàlidi, labili maschere, figurine retrattili, filiformi fantasmi, quasi frange di una diffrazione, ingombrano le partiture oniriche di Guido Davico Bonino: il poemetto <em>Somnia</em>, questi <em>Idola theatri</em>. Idola theatri o piuttosto: diaboli inventa. Alla notturna entomologia di <em>Somnia </em>succede la demonìa di una recita dopo la recita, quando la platea è ormai scema di spettatori e i personaggi ritornano sul palcoscenico scontenti, grifagni, perfidi.<br />
Questo teatrino di guitti, di rozzi bagattellieri, montato sulla piattaforma di un carrozzone o nell’androne di una taverna o in un cortile con ballatoi, assume nei diversi riquadri diverse significazioni: ora di bruegeliano trionfo della morte (con l’impiccato), ora di tana da Zaratustra, di Höhle, in cui strampalate sembianze si danno convegno, ora di immensa scatola cosmica, con aggiunta di «rospi e violini e stelle comete». I quattriduani mostacci che appaiono alla ribalta (cappellaio, sorbettiere, olivaro, servitore, baularo, monaco ed altri stereòtipi di vocazioni e mestieri) sono usciti da un libro di sogni o da un manuale astrologico o dalla smorfia del lotto o da un mazzo di negre carte di streghe. Interpreti forse di una farsa spettrale o proiezioni di un pazzo ombròmane, a tratti sembrano scendere nella platea ad ascoltarsi, a beffeggiare il loro istrionesco alterego che si agita sul palcoscenico.<br />
Passa per fasi diverse il turbolento spettacolo. Il pigia pigia iniziale, la ressa dei personaggi che si presentano diventa poi «lugubre ridda», «infame tregenda», che un lessico tratto dal ballo e dal giuoco («balzelli», «ruzza», «trabalza», «prillavano», «gambetta», «trescone», «scambietti») rende ancor più grottesca e scurrile. C’è un attimo in cui il pandemonio che impazza per la boccadopera sfuma nelle convenzioni dell’operetta, acquistando un improvviso moto viennese, una cadenza di valzer, un colore Sezession (la marsina amaranto).<br />
Il putiferio, il viluppo, il dimenìo delle ombre nasconde abissi di putridume. Gli idoli informi ballettano sopra un pantano. C’è in tutto il poemetto qualcosa di ibrido e di verminoso. Ad accrescere questo sentore di impurità, di selvatico concorrono, non solo i vocaboli aspri, mutuati da testi italiani del Due, del Trecento, ma anche la grande consorterìa di animali: il cane, l’orso, la gatta lurca, il toro infuriato, vipere e rospi. A guardar bene, il poemetto certifica che, svincolati dal riscontro del pubblico e fuori del naturale contesto, i personaggi di teatro si fanno sgraziati e ghignanti, sorgive di insonnia, cattivi. E che, dopo la recita, i palchi, che pure furono tratti da boschi incantati, diventano palchi da impiccagioni, assiti per trebbi e veglioni di tarocchi e versiere.<br />
Il fitto ricorso di gerundi aggrandisce l’onirica instabilità di questi versi. Tutta una sequela di notazioni vocali li percorre («frizzi», «biasteme», «becero sghignazzo», «rugghio», «muglio dirupante per il boccadopera»): notazioni che anch’esse testimoniano della ruvidità disadorna del parapiglia guittesco, dell’«informe arruffìo». Non bastano il «raggiare di asterie» o i «leggiadri accenti» a soavizzarlo. La parte più bella del poemetto è il finale: qui i personaggi si muovono ormai senza accalcarsi, sbandati, a rilento, e come se fosse già spenta la furia che li ha sommossi. Si va dissipando il torbido sogno. Essi bruciano nell’oscurità che a mano a mano divora il teatro. Come fascine di fieno la rissosa marmaglia si incendia. Il cappellaio è l’ultima carta visibile. Nel terminale assopimento del vano putiferio il rogo di quelle larve da vecchio lunario si fa allegoria del destino degli uomini, che anch’essi non sono che polvere ed ombra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/21/angelo-maria-ripellino-1923-1978/">Angelo Maria Ripellino (1923-1978)</a></p>
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