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	<title>Nazione Indiana &#187; antonio pizzuto</title>
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		<title>Pizzuto découpage</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 07:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/disco-di-nebra1.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/dubuffet.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;">
</p><p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Erice, odoranti di salvia i suoi paradisi, ingiù dallo scosceso il mare cresputo immobile, terse come stoviglie le strade spirali, ingressi ed imposte chiusi, laddentro cortili dove minuscole lune l&#8217;acqua nei profondissimi pozzi in echi, ben scarsa entro cisterna simmetrica, framezzo qualche albero, mura mura convolvoli, secondari usci su candida viuzza tra verdi persiane opposti a quelli maestri».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/04/pizzuto-decoupage/">Pizzuto découpage</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/disco-di-nebra1.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/dubuffet.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-19944" title="dubuffet" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/dubuffet.jpg" alt="dubuffet" width="461" height="463" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Erice, odoranti di salvia i suoi paradisi, ingiù dallo scosceso il mare cresputo immobile, terse come stoviglie le strade spirali, ingressi ed imposte chiusi, laddentro cortili dove minuscole lune l&#8217;acqua nei profondissimi pozzi in echi, ben scarsa entro cisterna simmetrica, framezzo qualche albero, mura mura convolvoli, secondari usci su candida viuzza tra verdi persiane opposti a quelli maestri».<br />
<span id="more-19933"></span>È il bandolo di <em>Testamento</em>, e già il lettore ha un piede entro l&#8217;enigma costruttivo della scrittura pizzutiana, al discrimine fra <em>lasse</em> e <em>pagelle</em>, rotta estrema che il «questore in quiescenza» mantiene &#8211; lasciati alle spalle <em>Signorina Rosina</em> (1959), <em>Si riparano bambole</em> (1960) <em>Ravenna</em> (1962) e <em>Paginette</em> (1964) &#8211; fino a imprimere alla sua sintassi nominale, e insieme alla prosa italiana del Novecento, il segno del non ritorno, solcando più di una ruga nell&#8217;animo dei propri lettori. Dopo l&#8217;enchiridio che riproduceva una parziale anastatica dei manoscritti (Scheiwiller, 1967), e dopo la stampa per i tipi del Saggiatore (1969), scortata in bandella da Contini, oggi l&#8217;opera torna accessibile con una splendida edizione &#8216;in chiaro&#8217;, curata &#8211; fra i <em>rari nantes</em> di questa impervia filologia &#8211; da chi strenuamente, con implacabile pazienza, è riuscito negli ultimi vent&#8217;anni a serbare Antonio Pizzuto nel circolo delle idee: <strong><em>Testamento, </em></strong><em>commento di Antonio Pane, Polistampa, 2009, 312 pp., € 23,00</em>. Innanzi agli arcani plurimi di un pensiero intricato e condensatissimo se mai ve ne furono, i cui esiti formali belligerano coi nostri sensi, il commento permette, adesso, di leggere i testi collegandoli alle loro radici spaziali e temporali, porta all&#8217;affioramento dei correlati affettivi, delle occasioni biografiche, segue l&#8217;andirivieni dei cabotaggi intertestuali, rendendo meno misteriosa la fonte dello stupore. Esegesi necessaria per il lettore che chieda anche i negativi della pagina, sempre individuata in un rapporto di circolarità continua con la vita e con il campo di forze del reale, e per chi nel poliziesco dei significati non finisca troppe volte a dirsi &#8211; con espressione da una lingua incorporante che forse al testatore sarebbe piaciuta -<em> naluvara</em> (in eschimese: «non so»).<br />
L&#8217;appendice a <em>Paginette </em>- libro che con <em>Sinfonia</em> (1966) e <em>Testamento</em> chiude la trilogia delle lasse -, presenta al suo interno una voltura poetica, le <em>Vedutine circa la narrativa</em>, dove il <em>démontage</em> del &#8216;racconto&#8217; poteva ormai considerarsi compiuto: inteso come registrazione, il racconto non può che pietrificare i fatti (del resto mere astrazioni), termine cui Pizzuto oppone quello di &#8216;narrazione&#8217;. Il fatto, scommesso dal suo rasserenante sistema di rapporti, prende a vivere, diventa non più ritratto ma risonanza. Se i personaggi raccontati, quindi, sono documenti, «i personaggi narrati sono dei testimoni», per giungere infine alla celebre sintesi tomistica della «cointuizione» e della partecipazione attiva del lettore. <em>Testamento</em> implicherà un&#8217;ulteriore torsione dello spazio retorico. A partire dalla lassa IX (<em>Servitù</em>) vengono aboliti i personaggi: Bibi, Pofi, Andrea e Foco, Lumpi, già puri contrassegni di relazioni, funzioni del discorso, si estinguono per sempre, inclinati in una direzione di scrittura pienamente beckettiana. Si rinuncia alle forme finite del verbo, con cui si cancella il tempo, o se ne grammaticalizza per tale via l&#8217;assenza, restituendo un mondo di fenomeni allo stato fluido. Nell&#8217;Ade dei personaggi finiscono anche i pronomi, qui assai rarefatti, come rarefatta risulta la punteggiatura (compare per la prima volta il punto in alto alla greca, che si aggiunge all&#8217;orchestrazione della frase). Siamo così alla svolta indeterministica di Pizzuto, e provare a abbracciare tutti i nessi di una lingua «per legame musaico armonizzata», a questo punto, è come voler schiacciare una lacrima di mercurio. Mano a mano perfetta si fa l&#8217;analogia con la musica &#8211; sovvenuta a tanti suoi estimatori &#8211; e alla matematica, conducendo per tale strada dritto a Novalis: «Per il linguaggio è come per le matematiche: esse non esprimono nulla se non la loro meravigliosa natura, e perciò esse esprimono così bene gli strani rapporti fra le cose». Se leggere Pizzuto vuol dire in certa misura inventare sulle didascalie fornite dall&#8217;autore, con un&#8217;attitudine propria dell&#8217;esecuzione musicale e della traduzione, allora a ogni pagina ricomincia il <em>nostos</em> che dalla nebbia dei fatti guida agli eventi <em>in fieri</em>. Ma per quanto celati, i referenti giacciono al fondo di questa vertigine agogica. Pizzuto disegna sempre dal vero, per cui nel cuore segreto della sua prosa convivono due istanze all&#8217;apparenza antitetiche: il massimo di precisione positivistica, il massimo dell&#8217;alea indeterministica. In una lettera a Contini del 19 agosto 1966 vede il libro alla stregua di una «autobiografia senza attore, senza futili madeleine, né storia». E gli riesce, per approssimazioni e scorrimenti, usando i lacerti della memoria, la più luminosa autobiografia senz&#8217;io che si potesse immaginare, purissima «manifestazione di un linguaggio che non ha per legge che di affermare, contro tutti gli altri discorsi, la propria esistenza scoscesa» (Foucault). A distanza ravvicinata, fra i tagli che costellano la narrazione, a produrre un altro esteso rimosso, sottotraccia, perspicuo al pari degli interventi sintattici, sarà la progressiva perdita del piano allocutorio, balenante <em>in nuce</em> fin dal suo primo romanzo,<em> Sul ponte di Avignone</em> (1938): «Pel caso che queste pagine dovessero cadere un giorno sotto sguardi estranei farò il seguente avvertimento: Non badare troppo ai fatti in ciò che espongo, mai vi fu sì poca voglia di raccontare! Tuttavia, inatteso lettore per cui non scrivo, tu non mi scorderai facilmente». La falcidia delle parti procedurali rimanda al nucleo del pensiero schizofrenico &#8211; che decapita nel suo arco, come voleva Bateson, persino gli articoli e le preposizioni -, alle locuzioni interrotte di Daniel Paul Schreber, benché in Pizzuto la frase sia levigatissima, e levigata perché divenga pietra da fiume, emblema, enigma. «È come se il linguaggio esistesse, ma non più per gli uomini», è quanto emerge in un luogo del dialogo tra Jean-Jaques Brochier e Roland Barthes, a proposito di <em>Bouvard e Pécuchet</em>, romanzo che annette al proprio interno la crisi del moderno e delle forme letterarie, dove è una perdita comparabile del piano allocutorio e della rappresentazione classica. Per le grandi avventure formali della frase, per la lucida, ossessiva cura delle sue componenti, l&#8217;iperstilistica follia Pizzuto &#8211; che incarna la preistoria del segno e, insieme, la sua promessa di futuro &#8211; la diresti consanguinea di Flaubert, elevata a potenza.<br />
La prima lassa di <em>Testamento </em>(<em>Nonna</em>), con cui in apice si apriva questa nota, si concluderà nella persistenza lancinante della memoria: «E a lei dispensante sulla tovaglia ruvida le posatone d&#8217;argento, il vocativo ossignoriddio, pur calibrato in arrivo dallo scrittoio, fiaccava l&#8217;esercizio. Avanti sparecchio, la zia piccola a declamarle, avida tal udienza, imbambolandosi l&#8217;indigena fantesina, erano diffuse elegie materne frequenti nella lettera quotidiana di avvicinamento. Poi la siesta, dissipativa a penombre, tosto irreperibile l&#8217;ospitino. Allora, tempestivo altrove un forbir oricalchi per mo ricorrente diana, nel suo cantuccio, aria di non essere sola né vista, ella apriva roco cassetto, da farlo anche occulta labile specchiera cui abbellarsi, dita ad accordi su indulta capigliatura; dentrovi parafernali ciprie, aromi, unterie, persisterne rima interna volatili melliflue cere. Mai sempre, ancor dormiente, in sorrisi».</p>
<p><strong><em>L&#8217;articolo è apparso sabato 25 luglio in «Alias».</em></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/04/pizzuto-decoupage/">Pizzuto découpage</a></p>
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		<title>Lettere al microonde</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 09:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce.jpg"></a></p>
<p>Quasi un decennio della vita di <strong>Antonio Pizzuto</strong> è rifratto nei nuovi carteggi – dopo quelli con <strong>Nencioni</strong>, <strong>Margaret </strong>e <strong>Gianfranco Contini</strong>, <strong>Betocchi </strong>– che Polistampa rende adesso disponibili, seguitando l’opera di reimpressione integrale di un vertice del nostro Novecento: <em>Antonio Pizzuto e Alberto Mondadori,</em> (<em>L’ultima è sempre la migliore.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/lettere-al-microonde/">Lettere al microonde</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce.jpg"><img class="size-medium wp-image-8240 aligncenter" title="tracce" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/tracce-300x257.jpg" alt="" width="650" height="300" /></a></p>
<p>Quasi un decennio della vita di <strong>Antonio Pizzuto</strong> è rifratto nei nuovi carteggi – dopo quelli con <strong>Nencioni</strong>, <strong>Margaret </strong>e <strong>Gianfranco Contini</strong>, <strong>Betocchi </strong>– che Polistampa rende adesso disponibili, seguitando l’opera di reimpressione integrale di un vertice del nostro Novecento: <em>Antonio Pizzuto e Alberto Mondadori,</em> (<em>L’ultima è sempre la migliore. Carteggio (1967 – 1975)</em>, a cura di <strong>Antonio Pane</strong>, introduzione di <strong>Claudio Vela</strong>, pp. 288, euro 18,00 Polistampa). Il volume raccoglie 263 missive: 92 a Alberto Mondadori e le repliche pervenute; 171 a <strong>Madeleine Santschi</strong> – di cui un piccolo numero a <strong>Pierre Graff</strong>, marito di lei –, spericolata traduttrice e scoliaste del Pizzuto definitivo di <em>Pagelle I</em>, <em>Pagelle II</em>, <em>Ultime</em>.<span id="more-8239"></span> I carteggi registrano il passaggio dello scrittore siciliano da Lerici al Saggiatore, traghettato anche lui nella storica avventura editoriale che <strong>Alberto Mondadori</strong> intraprese per scissione dal fratello Giorgio e dalla casa madre, passaggio propiziato dal favoloso anticipo di 10 milioni di lire più il 20% sulle vendite; saggio di esordio della generosità di «Mecenate», come quando il questore in quiescenza si vede recapitare 5 metri cubi di carta: «Alla mia richiesta di una piccola scorta di buste, me ne hai mandate settemila. Stamane poi ricevo 7.500 cartelline di scorta per i nuovi lavori: qualità insuperabile, peso Kg. 404, quante oltrepasserebbero i bisogni di un novello <strong>San Paolo</strong> o di un altro <strong>Wundt</strong>». Dall’attivissimo scriptorium di via Fregene 6 a Roma, Pizzuto invia agli amici copie manoscritte delle sue paginette, poi lasse, poi pagelle, in progressione geometrica di impegno formale, dove si va fissando il suo eleatismo e la leggendaria sintassi nominale che ne costituisce i cingoli: «Di un nuovo libro – da intitolarsi: Forme –, assolutamente altro che le lasse finora composte, ho già redatto un primo piccolo pezzo: Lettura (che Contini ha detto “stupendo” – bontà sua) e sono a un buon punto col secondo: La stufetta a petrolio, migliore, secondo me; non facili da leggere; ma chi vorrà un Pizzuto accessibile, avrà l’epistolario». O da una latteria sotto casa, insieme ad <strong>Albino Pierro</strong>, indirizza cartoline alla Lavoratrice Oziosa, ancora Santschi, che per accensioni ipocoristiche diventa Madame Priducre, Madama Barnum, Malou (in alcune lettere di Pizzuto sarà puro <em>amor de lonh</em>: «quanto a me, ciò che desidero è rivederti, a Roma, Milano, Losanna, o Valpurga a piacere»). Nel volume è riportato, da un ricordo di <strong>Garboli</strong>, anche questo aneddoto: «a Roma, in una trattoria che oggi non esiste più, <strong>Gadda </strong>e <strong>Bonsanti </strong>discutevano di letteratura. Richiesto di un parere su Pizzuto, Gadda sentenziò: «Pizzuto? A me sembra un po’ uno scrittore rosa &#8230;». E il giudizio dell’Ingegnere coglie nel segno, davvero nella prosa da camera di Pizzuto è un mondo di piccoli affetti, minimi accidenti della memoria, ma rosa shocking: è il signor Biedermeier passato al microonde della modernità, coi lampi al magnesio del suo indeterminismo sintattico-narrativo e le vertiginose campate di chi voleva «edificare senza armature».</p>
<p><strong>L&#8217;articolo è apparso su «Alias» il 02/02/2008. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/lettere-al-microonde/">Lettere al microonde</a></p>
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