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	<title>Nazione Indiana &#187; Antonio Sparzani</title>
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		<title>senatore e ladro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41558" title="Senato della repubblica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Senato-della-repubblica-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" /></p>
<p style="text-align: right;">«Tra questa nuda e tristissima copia</p>
<p style="text-align: right;">correan genti nude e spaventate,</p>
<p style="text-align: right;">sanza sperar pertugio o elitropia:</p>
<p style="text-align: right;">con serpi le man dietro avean legate;</p>
<p style="text-align: right;">quelle ficcavan per le ren la coda</p>
<p style="text-align: right;">e &#8216;l capo, ed eran dinanzi aggroppate.»</p>
<p>Così Dante (Inferno, XXIV, 91 &#8211; 96) sistema i ladri, tanto per dire che neppure lui ne aveva una grande considerazione, semmai aveva più riguardi per i lussuriosi, vedi Paolo e Francesca). <span id="more-41557"></span></p>
<p>Credo, anzi temo, di avere un’età che mi consente di dire che molte ne ho viste accadere di bizzarrie in questo bizzarro paese, ma questa confesso che ha delle caratteristiche che ancora mi stupiscono. Mi riferisco a quel senatore della repubblica, di nome Luigi Lusi, che, per sua stessa ammissione, ha rubato 13 (tredici) milioni di euro che non erano suoi e li ha usati per scopi suoi. Viene indagato per “appropriazione indebita”, che è un bel giro di parole per non dire <strong>furto</strong>, che forse <em>suona</em> male? Suona male, sì, ma <em>è</em> male, è esattamente questo, avere rubato beni non tuoi (ma di cui, aggravantemente, avevi per fiducia malaccordatati, la disponibilità) e averne fatto quel che meglio ti pareva. Ma non basta.</p>
<p>Il sunonlodato senatore ammette tranquillamente e offre di restituire, per carità, con calma, cinque di quei tredici milioni, perché altri cinque li ha già pagati in tasse. Sì, e allora? E poi ― non so come mai nessuno lo fa notare ― cinque + cinque = dieci, rimangono tre milioni, li vogliamo considerare bazzecole, noccioline? E infine, ciliegina sulla torta, propone un patteggiamento con un anno di galera, ben s’intende con la condizionale; patteggiamento per fortuna al momento non accettato. E a chi gli chiede di dimettersi da senatore ha risposto, candido, «perché dovrei?».</p>
<p>Non credo che la nostra classe dirigente sia proprio tutta di questa pasta in putrefazione, certo più di qualche poco luminoso esempio ce l’abbiamo. È in occasioni così che monta il desiderio di emigrare in Costarica.</p>
<p>Il suo partito, il PD, l’ha espulso dal gruppo parlamentare al senato, ma non ancora dal partito, che cosa si aspetta? Questa è una persona sorpresa in flagranza di reato, ovvero rea confessa, non occorre aspettare democraticamente i tre regolamentari gradi di giudizio, è un ladro e basta, di cos’altro c’è bisogno per buttarlo fuori dal senato?</p>
<p>Se si accerta che io ho un debito verso lo stato ― o verso un terzo ― che non riesco a pagare completamente subito, il mio stipendio, o la mia pensione viene opportunamente decurtata ogni mese fino a estinzione del debito. Quali provvedimenti verranno presi nei confronti del senatore ladro che dice di non riuscire a restituire tutti e tredici i milioni di euro rubati?</p>
<p>Questo senatore è stato eletto nell’aprile 2008 ed è membro di varie commissioni parlamentari, tra le quali la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (<a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/00022755.htm">qui</a> i dettagli per chi volesse), ma è un volgare ladro. Perché occupa ancora una poltrona del senato della repubblica, perché?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/senatore-ladro/">senatore e ladro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>effusissime delectati</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Ambrogio Teodosio Macrobio]]></category>
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		<category><![CDATA[lettera di Lord Chandos]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Licinio Crasso]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
</p>
<p>Vi sarete chiesti senz’altro, voi, fedeli o non fedeli lettori di nazione indiana, la ragione del nome <strong>Murene</strong>, scelto per la nostra elegante deliziosa collana cartacea (che in un prossimo futuro porterà a tutti noi nuove meraviglie), e sarà bene quindi cominciare a dirvene almeno una, di queste ragioni, ché dalla icosaedrica mente indiana,  come capite da questo non casuale aggettivo &#8212; e anche dall&#8217;illustrazione finale di questo post, molte ne sono state prodotte e addotte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/13/effusissime-delectati/"><i>effusissime delectati</i></a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/murena2-300x211.jpg" alt="" title="murena interrogativa" width="300" height="211" class="alignleft size-medium wp-image-41305" /></p>
<p>Vi sarete chiesti senz’altro, voi, fedeli o non fedeli lettori di nazione indiana, la ragione del nome <strong>Murene</strong>, scelto per la nostra elegante deliziosa collana cartacea (che in un prossimo futuro porterà a tutti noi nuove meraviglie), e sarà bene quindi cominciare a dirvene almeno una, di queste ragioni, ché dalla icosaedrica mente indiana, <span id="more-41304"></span> come capite da questo non casuale aggettivo &#8212; e anche dall&#8217;illustrazione finale di questo post, molte ne sono state prodotte e addotte.<br />
Quelli di voi, certo assai numerosi, che la sera per conciliare la pace delle ore notturne, scelgono di affidarsi ai classici, avranno sicuramente sfogliato <em>I Saturnali</em> di <strong>Ambrogio Teodosio Macrobio</strong>, scrittore e funzionario imperiale del V° secolo, nativo d’Africa e pagano. In quest’opera che, nell’ottima &#8212; che non se ne fan più così &#8212; edizione UTET del 1967, con testo a fronte, occupa più di 800 agili paginette, si raccontano le vicende più varie a proposito delle abitudini e dei gusti di molti illustri, o meno illustri, cittadini romani dei secoli precedenti.<br />
E tra queste vicende balza agli occhi quella di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Licinio_Crasso">Lucio Licinio Crasso</a></strong>; così infatti si esprime Macrobio a proposito della famiglia dei Licinii:<br />
«quos [riferito ai Licinii, n.d.r.] Murenas cognominatos, quod hoc pisce <em>effusissime delectati</em> sint, satis constat.»<br />
Insomma risulta che questa famiglia fosse stata soprannominata “I Murena” in quanto proprio questo pesce procurava loro uno strabordante diletto. Tanto è vero che, così si esprime Macrobio, nella traduzione di Nino Marinone </p>
<blockquote><p>«Lucio Crasso, il famoso oratore, della cui fama di persona seria ed importante ci dà notizia anche Cicerone [<em>Cicerone amava considerarlo suo maestro, n.d.r.</em>]. Tuttavia questo Crasso, che tenne la carica di censore con Gneo Domizio, per quanto fosse stimato eloquente sopra ogni altro e avesse il primo posto fra i più illustri cittadini, quando gli morì una murena nella peschiera di casa sua, si mise in lutto e la pianse come una figlia. Ciò non passò inosservato: il suo collega Domizio glielo rinfacciò in Senato come una colpa disonorevole, ma Crasso non arrossì di ammetterlo, anzi, agli dèi piacendo, se ne gloriò come censore vantandosi di aver compiuto un’azione ispirata a pietà ed affetto». (<em>Saturnalia</em>, III, XV)</p></blockquote>
<p>Vedete dunque che da ormai più di duemila anni le murene sono sommamente stimate per il loro valore e la loro bellezza. Ma voi vorrete anche sapere come io sia arrivato ad una così succulenta notizia, dato che sospetterete facilmente che non sia io quello che tutte le sere cerca il riposo tra le braccia di Macrobio.<br />
E in verità tengo soprattutto a dirvi il percorso di questa scoperta, perché mi consente di parlare invece di un testo, che risale a poco più di un secolo fa, ma che considero tuttora una lettura straordinariamente emozionante: voglio dire <em>la Lettera di Lord Chandos</em>, scritta da <strong>Hugo von Hofmannsthal</strong> (già <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">qui</a> in nazione indiana, mentre <a href="http://web.infinito.it/utenti/h/heinrich.fleck/traduzioni/einbrief.pdf">qui</a> trovate il testo bilingue) nell’agosto del 1902, e pubblicata sul giornale letterario berlinese <em>der Tag</em> il 18 ottobre dello stesso anno, fingendola scritta da un certo lord Chandos, vissuto ai tempi di Francesco Bacone, cui è riverentemente indirizzata.<br />
Col pretesto di una rinuncia complessiva al mondo delle lettere e di una totale abdicazione alla scrittura e all’uso comune della parola, in realtà Hofmannsthal inaugura una scrittura nuova e alta nella quale riesce a esprimere come forse mai fino a quel momento era stato fatto, un senso cosmico della natura vista allo stesso tempo come un grande tutto e d&#8217;altro lato anche come l’insieme dei suoi più apparentemente insignificanti dettagli. Ecco a voi il passo, verso la fine della lettera, in cui Hofmannsthal riprende la vicenda di Crasso e della sua murena:</p>
<blockquote><p>«E talvolta mi paragono a Crasso, l’oratore di cui si racconta che prese ad amare così fuor di misura una murena addomesticata del suo laghetto, un pesce ottuso, muto, dall’occhio rosso, da divenire la favola della città; e quando un giorno in Senato Domizio lo biasimò per aver pianto sulla morte di quel pesce, nell’intento di farlo passare per un mezzo matto, Crasso gli rispose: &#8220;Allora io ho fatto per la morte del mio pesce ciò che tu non hai fatto per la morte né della tua prima né della tua seconda moglie&#8221;.<br />
Non so quante volte questo Crasso con la sua murena mi torni alla mente come un’immagine riflessa di me stesso, oltre l’abisso dei secoli. Ma non per la risposta data a Domizio. Quella risposta gli guadagnò il favore di quanti prima ridevano di lui, di modo che la cosa fu ridotta a un motto di spirito. Ciò che mi tocca è la cosa in sé, la cosa che sarebbe rimasta la stessa anche se Domizio avesse pianto per le sue mogli lacrime di sangue del più genuino dolore. Crasso gli starebbe pur sempre di fronte, con le sue lacrime per la sua murena. E a questa figura, di cui il ridicolo e la pochezza saltano agli occhi nel consesso di un Senato strapotente e occupato con i problemi più alti, a questa figura un qualcosa d’imprecisabile sospinge il mio pensiero in guisa tale, che mi appare affatto insensata nel momento che mi provo ad esprimerla con parole.<br />
L’immagine di questo Crasso è a volte nel mio cervello, la notte, come una scheggia attorno alla quale tutto suppura, pulsa e ribolle. Allora mi sento come se io stesso entrassi in fermentazione, e buttassi vesciche, vampe e turgori. E tutto è una sorta di febbrile pensare, ma pensare in un elemento che è più incomunicabile, più fluido, più ardente delle parole. Sono vortici, ma a differenza dai vortici della lingua, questi non paiono condurre a sprofondare nel vuoto, bensì al contrario in qualche modo mi riportano in me stesso e nel più riposto grembo della pace.» (trad. it. di Marga Vidusso Feriani, BUR 1988) </p></blockquote>
<p>Questo è il tono della lettera, che del resto si era aperta con un richiamo forte a una totale, ubriacante, comunione con la realtà naturale </p>
<blockquote><p>«Per farla breve: allora, in una sorta di costante ebbrezza, tutto quanto esiste mi appariva come una grande unità: il mondo spirituale e quello fisico non mi sembravano giustapporsi, né l’essere cortese e quello animale, né l’arte e la non arte, la solitudine e la compagnia; in tutto io sentivo la natura, nelle deviazioni della follia come nelle estreme raffinatezze di un cerimoniale spagnolo; nelle goffaggini di giovani contadini, non meno che nelle più dolci allegorie; e in tutta quanta la natura io sentivo me stesso; quando nella mia capanna di caccia tracannando latte schiumante che un uomo irsuto mungeva in un secchio di legno da una bella mucca dall’occhio dolce, provavo la stessa sensazione di quando, seduto sulla panca inserita nella finestra del mio studio, cavavo da uno scritto dolce e schiumante nutrimento al mio spirito.»</p></blockquote>
<p>Fa tutto parte del crepuscolo dell’<em>Austria felix</em>, naturalmente, che tuttavia sapeva ancora mandare accecanti bagliori.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/icosaedro-regolare.jpg" alt="" title="un icosaedro regolare ha venti facce" width="230" height="242" class="aligncenter size-full wp-image-41310" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/13/effusissime-delectati/"><i>effusissime delectati</i></a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Conoscere e ri-conoscere: volti e culture</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 11:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
</p>
<p>La <em>relatività</em> è un grande fiume che scorre in molti territori e bagna molte contrade. Una di queste mi è venuta incontro in questi giorni mentre leggevo, ignaro e senza sospetti, un breve saggio del grande viennese <strong>Ernst H.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/conoscere-e-ri-conoscere-volti-e-culture/">Conoscere e ri-conoscere: volti e culture</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/segnaletiche-300x202.jpg" alt="" title="segnaletiche" width="300" height="202" class="alignleft size-medium wp-image-41126" /></p>
<p>La <em>relatività</em> è un grande fiume che scorre in molti territori e bagna molte contrade. Una di queste mi è venuta incontro in questi giorni mentre leggevo, ignaro e senza sospetti, un breve saggio del grande viennese <strong>Ernst H. Gombrich</strong>, intitolato <em>La maschera e la faccia: la percezione della fisionomia nella vita e nell’arte</em>,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/conoscere-e-ri-conoscere-volti-e-culture/#footnote_0_41125" id="identifier_0_41125" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="saggio tradotto da Luca Fontana e contenuto nel volume Arte, Percezione e Realt&agrave;, PBE Einaudi 2002, che contiene anche scritti di Julian Hochberg e Max Black.">1</a></sup> pubblicato originariamente nel 1972, quando Gombrich era direttore del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Warburg_Institute">Warburg Institute</a> e docente di storia dell’arte a Oxford. In questo breve saggio si parla della somiglianza delle fisionomie, e del riconoscimento dei volti delle persone che ci sono ― più o meno ― note. <span id="more-41125"></span><br />
La cosa un po’ mi riguarda perché io, ad esempio, ho poca memoria per i volti, faccio figuracce tremende non riconoscendo persone già incontrate anche più di una volta e penso talvolta con un certo timore a quel paziente di Oliver Sacks per cui l’illustre psicologo scrisse il saggio, che diede il nome a un libro di successo, <em>L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello</em>, pubblicato per la prima volta a New York nel 1985.<br />
Cosa scrive Gombrich, esperto di storia dell’arte e non specificamente di relatività, che mi ha così colpito? Leggete qua:</p>
<blockquote><p>«Queste temutissime discussioni, [si sta parlando della maggiore o minore “somiglianza al vero” di certi ritratti, n.d.r.] forse molto meno futili di quanto sembrino, hanno reso il problema della somiglianza una questione assai delicata. Le estetiche tradizionali hanno fornito all’artista due linee di difesa che sono entrambe rimaste in voga sin dal Rinascimento. Una si riassume nella risposta che si dice abbia dato Michelangelo a chi aveva osservato che i ritratti medicei nella Sagrestia Nuova non erano molto somiglianti — cosa importerà tra un migliaio di anni come erano veramente questi uomini? Egli aveva creato un’opera d’arte e questo era ciò che contava. L’altra linea risale a Raffaello e più su a un panegirico su Filippino Lippi in cui è detto che questi aveva dipinto un ritratto più somigliante al modello del modello stesso. Lo sfondo in cui si situa questa lode è l’idea neoplatonica del genio i cui occhi possono penetrare oltre il velo delle pure apparenze e rivelare la verità. E una ideologia che dà all’artista il diritto di disprezzare i parenti filistei del modello, che si aggrappano alla crisalide esterna e non colgono l’essenza.<br />
Qualunque sia l’uso o l’abuso che si è fatto di questa linea di difesa nel passato e nel presente, bisogna ammettere che qui, come altrove, la metafisica platonica può essere tradotta in un’ipotesi psicologica. La percezione ha sempre bisogno di universali. Non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale — in qualunque linguaggio si voglia formulare questa distinzione. Oggi si preferisce il linguaggio dei calcolatori, si parla di riconoscimento di forme, [problema della “pattern recognition”, n.d.r.] tramite l’isolamento degli invarianti che sono distintivi di un individuo. È un tipo di abilità che anche i più smaliziati progettisti di calcolatori invidiano alla mente umana, e non solo alla mente umana, poiché la capacità che essa presuppone di riconoscere l’identità nel cambiamento deve essere insita anche nel sistema nervoso centrale degli animali. Considerate che cosa richieda l’impresa percettiva di riconoscere visualmente un singolo membro di una specie in un branco, un gregge, una folla. Non solo la luce e l’angolo visuale variano, come per tutti gli oggetti, ma l’intera configurazione della faccia è in movimento perpetuo, movimento che però non influenza l’esperienza dell’identità fisionomica o, come propongo di chiamarla, la costanza fisionomica.» (pp. 6-7).</p></blockquote>
<p>Eccoli qua gli <em>universali</em> e i diversi punti di vista che colgono aspetti diversi di uno stesso universale: l’impresa è saper distinguere tra aspetti contingenti e aspetti necessari. Nel linguaggio della fisica: distinguere tra aspetti che dipendono dal punto di vista e aspetti che fanno parte del “fenomeno in sé”, per dirla con quella sfumatura kantiana che suona sempre bene. Il punto di vista è, con linguaggio ancora più fisico, il sistema di riferimento. Nel sistema della Terra il Sole gira intorno ad essa, nel sistema di riferimento del Sole, piuttosto scomodo in verità, è la Terra che gira intorno ad esso. Qual è l’universale, il fenomeno in sé? È il fatto che Terra e Sole eseguono un certo movimento l’uno rispetto all’altro, che mantiene (grosso modo) la distanza tra i due corpi, nel quale la Terra è orientata in un certo preciso modo, con le note conseguenze sul succedersi delle stagioni, ecc. Che è poi la faccenda che Roberto Bellarmino aveva forse capito meglio di Galileo, come ho <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/chi-gira-intorno-a-cosa/">già</a> avuto occasione di provare ad argomentare.</p>
<p>La relatività, lo dico ancora una volta a rischio di frantumare la capacità di sopportazione del lettore natalizio, non è il relativismo becero del <em>tutto va bene</em>, è invece quella teoria che insegna a distinguere il grano dal loglio, il contingente dal necessario, il dipendente dal punto di vista dall’indipendente. Se due persone in mezzo alle quali ponete un foglio di cartone colorato da una parte di blu e dall’altra di rosso si affannano a discutere, sostenendo l’una che si tratta di un cartone rosso e l’altra di un cartone blu, voi capite immediatamente la futilità della discussione. Ma l’unico modo per <em>mostrare</em> questa futilità è che ognuno guardi <em>anche</em> dal punto di vista dell’altro. È solo la somma dei punti di vista che ci dà un’idea sufficientemente completa di che cosa sia una cosa, un oggetto, una struttura, una persona, una civiltà.</p>
<p>Immaginate che qualcuno che indaga su di voi chieda a un solo vostro amico notizie: nel migliore dei casi avrà il punto di vista di quell’amico, che quasi certamente sarà assai parziale e monorientato; solo chiedendo a più amici riuscirà a rendere più completa la sua descrizione, e quanti più saranno gli amici cui chiederà, tanto migliore risulterà alla fine il quadro di conoscenza che si formerà di voi.<br />
Quando <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/">qui</a> parlavo dell’ultima Murena <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, di Miguel Torga, voi capite che dicevo esattamente questo. E quando citavo Feyerabend e lo slogan che lo affascinava negli ultimi anni della sua vita “ogni cultura è in potenza tutte le culture”, continuavo ad alludere alla stessa cosa. Ogni cultura è un punto di vista sull’uomo, un sistema di riferimento dal quale osservare.<br />
Naturalmente un sistema di riferimento è necessario, non si può osservare qualcosa “da un punto di vista generale”: ogni punto di osservazione è particolare e solo così qualsiasi osservazione ha senso. Ma una &#8220;buona conoscenza&#8221;, cioè una conoscenza utile e pacifica, <em>si costituisce</em> a partire dalla presa d&#8217;atto della pluralità dei punti di vista possibili. Ed è questo l&#8217;insegnamento più interessante della teoria della relatività, cui questo nome così mal scelto venne dato da Max Planck, e che forse avrebbe indotto meno fraintendimenti se fosse stata battezzata &#8220;teoria dell&#8217;assoluto&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/26/conoscere-e-ri-conoscere-volti-e-culture/">Conoscere e ri-conoscere: volti e culture</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41125" class="footnote">saggio tradotto da Luca Fontana e contenuto nel volume <em>Arte, Percezione e Realtà</em>, PBE Einaudi 2002, che contiene anche scritti di Julian Hochberg e Max Black.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pino Pinelli, quarantadue anni fa</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 07:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
</p>
<p><strong>Giuseppe Pinelli</strong>, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/pino-pinelli-quarantadue-anni-fa/">Pino Pinelli, quarantadue anni fa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p><strong>Giuseppe Pinelli</strong>, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto. Era trattenuto in questura illegalmente, dato che erano passati più di due giorni dalla strage. Il questore di Milano era Marcello Guida, il responsabile dell’ufficio politico della questura era Antonino Allegra e il commissario interrogante era Luigi Calabresi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/pino-pinelli-quarantadue-anni-fa/">Pino Pinelli, quarantadue anni fa</a></p>
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		<title>L&#8217;inganno della crescita</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 15:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>pubblico questo discorso di Luca Mercalli sul problema della crescita, perché mi pare dica e spieghi con una certa chiarezza cose che abitualmente non si sentono molto dire, a.s.</em>]<br />
<br />
</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/linganno-della-crescita/">L&#8217;inganno della crescita</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>pubblico questo discorso di Luca Mercalli sul problema della crescita, perché mi pare dica e spieghi con una certa chiarezza cose che abitualmente non si sentono molto dire, a.s.</em>]<br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/PRCgwNaxZaE?rel=0" frameborder="0" width="450" height="259"></iframe><br />
<span id="more-41019"></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/linganno-della-crescita/">L&#8217;inganno della crescita</a></p>
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		<title>Ciao, compagno Lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ciao-compagno-lucio/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 11:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Achille Occhetto]]></category>
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		<category><![CDATA[Bertolt Brecht]]></category>
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		<category><![CDATA[storia del comunismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>antonio sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri.jpg"></a><br />
Ciao, compagno <strong>Lucio</strong>,<br />
ti eri raccomandato con i tuoi amici più cari, quelli d&#8217;una vita, i compagni del <strong>Manifesto</strong>. «Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ciao-compagno-lucio/">Ciao, compagno Lucio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>antonio sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lucio-Magri-300x225.jpg" alt="" title="Lucio Magri" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40893" /></a><br />
Ciao, compagno <strong>Lucio</strong>,<br />
ti eri raccomandato con i tuoi amici più cari, quelli d&#8217;una vita, i compagni del <strong>Manifesto</strong>. «Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito.»<br />
Adesso tutto è finito, compagno Lucio Magri, io ho abbastanza vissuto per ricordare dibattiti, conferenze, assemblee con la tua sempre piuttosto fascinosa, diciamolo, presenza, per ricordare le tue battute, sempre eleganti, le tue polemiche anche dure, ma così caratterizzanti un’epoca in cui ancora si dibatteva sui massimi sistemi, come usava dire. Sulla storia del comunismo avevi molto pensato e ora hai anche scritto.<br />
Con un infinito rispetto per la tua scelta di andartene così, con determinazione e rigore, per i tuoi motivi che certo solo tu conosci appieno, scelgo questo modo per trasformare il lutto, che non volevi, come non lo vorrei mai io, in un’occasione per far conoscere ― senza fronzoli ― a più persone le prime pagine dell’introduzione del tuo ultimo scritto (<em>Il sarto di Ulm</em>, Il Saggiatore – tascabili, Milano 2011). Eccole:<span id="more-40892"></span></p>
<p>«In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: &#8220;Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la parola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e rafforzare per portarlo al governo del paese?&#8221;.<br />
Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un’altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, Il sarto di Ulm. Quell’artigiano, fissato nell’idea di apprestare un apparecchio che permettesse all’uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla finestra dell’alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovviamente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia — commenta Brecht — alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare.<br />
Io, che ero presente, trovai la risposta di Ingrao non solo arguta, ma fondata. Quanto tempo, quante lotte cruente, quanti avanzamenti e quante sconfitte, furono necessari al sistema capitalistico — in un’Europa occidentale all’inizio più arretrata e barbarica di altre regioni del mondo — per trovare alla fine una efficienza economica mai conosciuta, darsi nuove istituzioni politiche più aperte, una cultura più razionale? Quali contraddizioni irriducibili marcarono, per secoli, il liberalismo tra ideali solennemente affermati (la comune natura umana, la libertà di pensiero e di parola, la sovranità conferita dal popolo) e pratiche che li smentivano in modo permanente (schiavismo, dominazione coloniale, espulsione dei contadini dalle terre comuni, guerre di religione)? Contraddizioni di fatto, ma legittimate nel pensiero: l’idea che alla libertà non potessero né dovessero accedere se non coloro che avessero per censo e cultura, perfino per razza e colore, la capacità di esercitarla saggiamente; e l’idea correlativa che la proprietà dei beni era un diritto assoluto e intoccabile e dunque escludeva il suffragio generale. Tutte contraddizioni che non tormentarono solo la prima fase di un ciclo storico, ma si erano riprodotte in forme diverse, nelle loro successive evoluzioni e gradualmente si erano ridotte solo per l’intervento di nuovi soggetti sociali sacrificati e di forze contestatrici di quel sistema e di quel pensiero. Se dunque la storia reale della modernità capitalistica non era stata lineare, né univocamente progressiva, anzi drammatica e costosa, perché dovrebbe esserlo il processo del suo superamento? Questo appunto voleva significare l’apologo del sarto di Ulm. </p>
<p>Tuttavia, scherzosamente ma non troppo, proposi subito a lngrao due interrogativi che quell’apologo, anziché superare, metteva in luce. Siamo sicuri che il sarto di Ulm, se fosse sopravvissuto storpiato alla rovinosa caduta, sarebbe rapidamente risalito per riprovarci, e che i suoi amici non avrebbero cercato di trattenerlo? E comunque, quel suo azzardato tentativo, quale contributo effettivo aveva portato alla successiva storia dell’aeronautica?<br />
Questi interrogativi, in relazione al comunismo, erano particolarmente pertinenti e ostici. Anzitutto perché, nella sua costituzione teorica, pretendeva non di essere un ideale cui ispirarsi, ma parte di un processo storico già in corso, di un movimento reale che cambia lo stato di cose esistenti: comportava quindi, in ogni momento, una verifica fattuale, un’analisi scientifica del presente, una realistica previsione sul futuro, per non evaporare in un mito. In secondo luogo perché tra le precedenti sconfitte e gli arretramenti delle rivoluzioni borghesi, in Francia e in Inghilterra, e il crollo recente del «socialismo reale» occorre vedere una differenza pesante. Una differenza che non si misura nel numero dei morti o nell’uso del dispotismo, ma nel risultato: le prime hanno lasciato eredità, magari molto più modeste delle speranze iniziali, dovunque sono avvenute, comunque immediatamente evidenti; del secondo è invece difficile decifrare e misurare il lascito e individuare degni continuatori.<br />
Vent’anni dopo, questi interrogativi non solo non hanno trovato una risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi. O meglio, delle risposte le hanno trovate in una forma molto superficiale e dettata dalle convenienze: abiura o rimozione. Un’esperienza storica e un patrimonio teorico che hanno segnato un secolo sono stati così affidati, per usare un’espressione di Marx, alla «critica roditrice dei topi», che come si sa sono voraci e, in un ambiente adatto, si moltiplicano velocemente. </p>
<p>La parola comunista torna certo ancora, in modo ossessivo e caricaturale, nella propaganda della destra più rozza. Resta nei simboli elettorali di piccoli partiti europei, per conservare il consenso di una minoranza affezionata a un ricordo, o per indicare genericamente un’avversione al capitalismo. In altre regioni del mondo, partiti comunisti continuano a governare piccoli paesi, soprattutto a difesa della propria indipendenza dall’imperialismo, e uno, grandissimo, in cui serve a sostenere uno straordinario sviluppo economico, che però va in altra direzione. La Rivoluzione di ottobre è generalmente considerata una grande illusione, in qualche momento e agli occhi di pochi utile, ma nel complesso sciagurata (identificata con lo stalinismo e in una sua versione grottesca), comunque condannata dal suo esito finale. Marx, di recente, ha riconquistato un certo credito, come pensatore, per le sue lungimiranti previsioni sul capitalismo del futuro, ma del tutto amputato dall’ambizione di porvi fine.<br />
Ancor peggio, la dannazione della memoria tende ormai a procedere oltre: a estendersi all’intera vicenda del socialismo e, su per li rami, alle componenti radicali della rivoluzione borghese e alle lotte di liberazione dei popoli coloniali (che, come si sa, anche nel paese di Gandhi, non poterono essere sempre pacifiche). Insomma, «il fantasma che si aggirava» sembra finalmente sepolto: da alcuni con onore, da altri con odio non dimenticato, dai più con indifferenza perché non ha più nulla da dirci.</p>
<p>L’orazione più graffiante, ma a suo modo più rispettosa, a questa definitiva sepoltura l’aveva anticipata uno dei maggiori cervelli avversari, Augusto Del Noce. Quando, anni fa, disse in sostanza dei comunisti: hanno perduto e vinto. Hanno perduto rovinosamente nella loro prometeica ambizione di rovesciare il corso della storia, di promettere agli uomini libertà e fratellanza, anche senza Dio e riconoscendosi mortali. Ma hanno vinto come potente e necessario fattore di accelerazione della globalizzazione della modernità capitalistica e dei suoi valori: il materialismo, l’edonismo, l’individualismo, il relativismo etico. Uno straordinario fenomeno di eterogenesi dei fini, che egli, cattolico conservatore e intransigente, pensava di aver previsto, ma del quale aveva poche ragioni per compiacersi. </p>
<p>Chi però al tentativo del comunismo ha creduto, in qualche modo vi ha partecipato, e solitamente senza dare segnali di allarme, ha il dovere di renderne conto, anche a se stesso, di chiedersi se quella sepoltura non sia troppo frettolosa, se non occorre un altro certificato sul rigor mortis. Abbiamo tutti molti argomenti per aggirare l’ostacolo. Del tipo: sono stato un comunista italiano perché era prioritario per combattere il fascismo, difendere la democrazia repubblicana, sostenere le sacrosante rivendicazioni dei lavoratori; oppure, sono diventato comunista quando il legame con l’Unione Sovietica o l’ortodossia marxista erano ormai in discussione, oggi posso aggiungere una circoscritta autocritica al passato e una forte apertura al nuovo. Non basta? A mio parere non basta, perché non rende conto di un’impresa collettiva che, nel bene e nel male, ha coperto molti decenni, e va considerata e compresa nel suo insieme. Non basta soprattutto per trarne una lezione utile per l’oggi e per il domani.<br />
Sento troppi ormai dire: era tutto uno sbaglio ma sono stati i migliori anni della nostra vita. Per alcuni anni, sotto botta, questo misto di autocritica e di nostalgia, di dubbio e di fierezza, soprattutto tra le persone semplici, mi è sembrato giustificato, anzi una risorsa. Ma col passare del tempo, e soprattutto tra intellettuali e dirigenti, mi pare ormai un accomodante compromesso con se stessi e con il mondo. E torno di nuovo e di più a chiedermi: ci sono argomenti razionali e convincenti per opporsi all’abiura e alla rimozione? O quanto meno ci sono buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anziché archiviarla?<br />
A me pare di sì.»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ciao-compagno-lucio/">Ciao, compagno Lucio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/">HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg" alt="" title="homo" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40874" /></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta. Genetisti, linguisti, archeologi, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un grande affresco della storia dell&#8217;evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.<br />
Sono stato all’inaugurazione, ho visto la mostra e ho rivisto Luigi Luca Cavalli-Sforza, classe 1922 e tuttora in piena forma, di cui ricordo con grande piacere qualche seminario pavese distante ormai più di quarant’anni. A tutti tengo a ricordare che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza">Luigi Luca Cavalli-Sforza</a>, genovese, è uno dei più importanti studiosi al mondo nel campo della storia delle origini dell’uomo,<span id="more-40873"></span> cui ha dedicato, fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso, da solo e con vari collaboratori, una ricerca sistematica e complessa, un cui primo risultato generale fu pubblicato nel 1988<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_0_40873" id="identifier_0_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L.L. Cavalli-Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, J. Mountain, Reconstruction of human evolution: bringing together genetic, archaeological, and linguistic data, &laquo;Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A.&raquo; 1988; 85: 16: 6002-6.">1</a></sup> e alla quale Cavalli-Sforza ha dedicato in seguito, e con continuità fino ad oggi, non solo più approfonditi studi specialistici, ma anche molto utili opere di divulgazione.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_1_40873" id="identifier_1_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="forse la prima fu: L. L. Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996">2</a></sup></p>
<p><strong>Telmo Pievani</strong>,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/#footnote_2_40873" id="identifier_2_40873" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="di cui ricordo il pi&ugrave; recente volume divulgativo: La vita inaspettata. Il fascino di un&amp;#8217;evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina, Milano 2011.">3</a></sup> che insegna filosofia della scienza all’università di Milano-Bicocca, ha affiancato Cavalli-Sforza nella cura della mostra (che ha un suo <a href="http://www.homosapiens.net/">sito</a> assai ricco). A lui ho chiesto di rispondere a qualche domanda su contenuti e scopi della mostra. Telmo ha volentieri acconsentito ed ecco il risultato:</p>
<p>a.s.: <em>Qual è l’aspetto più innovatore di questa mostra che tu hai fortemente contribuito a configurare e ad allestire a partire da un’idea originaria di Luigi Luca Cavalli-Sforza?</em></p>
<p>t.p.: Credo che l’elemento di maggiore novità consista nella ricostruzione di una narrazione complessiva sull’evoluzione umana, fondata su robusti dati sperimentali, piuttosto recenti e di natura interdisciplinare. Mettere insieme le filogenesi molecolari, le comparazioni genetiche, i ritrovamenti paleontologici e archeologici, le tracce di evoluzione culturale e alcuni indizi sulla diversificazione delle lingue, il tutto entro una cornice coerente, è un’impresa che trovo appassionante e che da diversi anni pensavo potesse trovare una “rappresentazione” allestitiva coinvolgente ed efficace sul piano della comunicazione. In programmi di ricerca come questi emerge chiaramente l’evidenza che la scienza è parte del nostro immaginario collettivo, è una forma di cultura fondamentale, da condividere con il pubblico più ampio possibile. In fondo, si tratta di rispondere a “grandi domande” che vanno ben oltre il confine del laboratorio: da dove veniamo noi esseri umani; come siamo arrivati fin qui; quali innovazioni ci hanno reso ciò che siamo e qual è il nostro posto nel cespuglio ramificato dell’ominizzazione; perché siamo così uniti biologicamente e così diversi culturalmente.</p>
<p>a.s.: <em>La mia impressione da esterno è che negli anni recenti si siano verificati un non piccolo numero di nuovi ritrovamenti, in vari siti, riguardanti il genere Homo e la sua storia; ad ogni nuovo ritrovamento si devono ovviamente rivedere/modificare alcune convinzioni maturate a partire dai precedenti ritrovamenti. In questo processo di continua riconfigurazione del pregresso, si sta a tuo parere delineando comunque un quadro complessivo “ragionevolmente accertato”?</em></p>
<p>t.p.: Direi di sì, oggi il quadro è molto meno frammentario rispetto anche soltanto a cinque anni fa e si tratta di un processo che potremmo dire di “normalizzazione”. L’evoluzione umana ha sofferto per decenni di due “eccezioni” epistemologiche alquanto peculiari (anche se psicologicamente comprensibili). La prima recitava che la spiegazione evoluzionistica non avrebbe mai potuto sfiorare i segreti della mente umana e della coscienza, e sappiamo quanto si stia indebolendo. La seconda stabiliva che a differenza di tutti gli altri esseri viventi le specie umane avrebbero dovuto rispettare un modello di evoluzione lineare, una progressione graduale verso Homo sapiens, culmine del percorso di ominizzazione. Ciò che si sta verificando negli ultimi anni è lo smantellamento definitivo di questa immagine consolante della nostra storia, sostituita da un’altra che è invece centrata sulla diversità di forme, sull’esplorazione di molteplici possibilità adattative, sulla contingenza storica e sulla forte imprevedibilità di un processo di diversificazione di specie umane che avrebbe potuto in molte occasioni prendere ben altre direzioni. Stiamo così applicando alla specie umana gli stessi modelli esplicativi che da tempo si applicano a tutte le altre forme viventi, da qui la “normalizzazione”. La riconfigurazione del pregresso consiste principalmente nella comprensione dell’importanza evoluzionistica di fenomeni di trasformazione che si verificano nello spazio biogeografico (il secondo asse di comprensione dell’evoluzione, insieme al tempo, cioè la genealogia): ovvero, la deriva genetica, la migrazione, l’ibridazione, i “colli di bottiglia” prodotti da drastiche alterazioni ambientali, gli “effetti del fondatore”. E’ questo il nuovo sguardo metodologico sull’evoluzione umana che ha permesso di scardinare le grandi narrazioni del progresso che avevano dominato il campo, anche internamente alla scienza, per troppo tempo. Un’idea che permea il progetto della Mostra è la valorizzazione del fascino della contingenza e della diversità, a scapito della nostra attrazione fatale per teleologie forzate che vedevano nell’umanità l’apice dell’evoluzione. Secondo me è un salutare bagno di umiltà, da condividere come progetto educativo con i nostri ragazzi.</p>
<p>a.s. <em>In particolare: dove avviene, e come, a quel che si sa, il sorgere del linguaggio in questa articolata storia evolutiva, è plausibile l’ipotesi che sia stata la presenza del linguaggio a dare una delle spinte decisive per qualche tappa importante dell’evoluzione?</em></p>
<p>t.p.: Certo, è molto plausibile. Noi sappiamo che forme di linguaggio, anche già articolato, dovevano con ogni probabilità essere presenti in altre forme umane, soprattutto in Homo neanderthalensis, con il quale abbiamo lungamente convissuto in Europa e Asia occidentale. Benché il linguaggio non restituisca fossili, esistono forti evidenze indirette in tal senso (da quelle genetiche a quelle anatomiche e comportamentali). Se poi andiamo ancora più indietro nel tempo, in mezzo all’albero ramificato delle diverse specie del genere Homo, agli inizi è plausibile che esistessero forme di espressione proto-linguistiche, mescolate a vocalizzi e gesti. Dunque l’esigenza adattativa della comunicazione e dell’organizzazione sociale doveva già essere ampiamente soddisfatta. Qualcosa però di peculiare (cioè di “unico”, che è cosa diversa da “speciale”) si pensa sia successo con Homo sapiens, una giovane specie africana dall’anatomia slanciata nella quale si nota il completamento del tratto vocale che permette un linguaggio pienamente articolato. Questa conformazione della gola deve averci regalato i vantaggi inaspettati dell’intelligenza simbolica, dell’astrazione, della ricorsività e delle infinite potenzialità combinatorie delle parole, se è vero che pur di mantenerli tolleriamo il rischio del soffocamento. Ciò che oggi pensano molti evoluzionisti è che il linguaggio articolato completo sia stato “l’arma segreta” dell’ondata finale degli H. sapiens usciti dall’Africa intorno a 50-60mila anni fa e poi diffusisi inarrestabilmente in tutto il mondo.</p>
<p>a.s.: <em>Hai ricordato nella tua intervista durante l’inaugurazione della mostra che in quel periodo che risale a poche decine di migliaia di anni fa almeno cinque specie del genere Homo convivevano pacificamente sul pianeta; puoi articolare un po’ questa stupefacente informazione, spiegando anche come sappiamo che convivessero pacificamente?</em></p>
<p>t.p.: Si tratta davvero di una scoperta stupefacente, sulla quale occorrerà riflettere anche sul piano filosofico. Lo scenario da cui nasce è quello delle molteplici “uscite dall’Africa”: rappresentanti diversi del genere Homo escono a più riprese dal continente africano, sempre partendo da un’area orientale che va dall’attuale Etiopia fino al Sudafrica. La prima volta, poco meno di due milioni di anni fa, escono gli H. ergaster, che poi danno origine a H. georgicus nel Caucaso, a H. antecessor in Europa e a H. erectus in Asia orientale. La seconda volta, circa 780mila anni fa, esce un’altra specie, H. heidelbergensis, che dissemina altri umani che convivono con quelli fuoriusciti precedentemente. In Europa, da questa seconda diaspora, nasce H. neanderthalensis, il nostro alter ego evoluzionistico più famoso. Quando finalmente prende avvio la terza uscita dall’Africa, quella di Homo sapiens, a cominciare da 120mila anni fa e a più ondate, sempre a partire dal Corno d’Africa, i nostri antichi progenitori incontrano sulla loro strada una pletora di altre specie umane, ben adattate alle loro regioni e discendenti dalle precedenti diaspore. Così succede che ancora 40mila anni fa nel solo Vecchio Mondo (Africa ed Eurasia) circolavano cinque specie umane: noi H. sapiens (i più girovaghi ed espansivi); i Neandertal in Europa e Asia fino ai Monti Altai (la loro estinzione avverrà soltanto intorno a 28-27mila anni fa nell’ultima enclave di Gibilterra); un’enigmatica specie asiatica trovata sui Monti Altai, derivante dalla seconda diaspora, e provvisoriamente battezzata “Homo di Denisova”; forse alcuni residuali H. erectus nella valle del fiume Solo sull’isola di Giava; e una strepitosa specie umana pigmea, forse discendente da una piccola popolazione di H. erectus rimasta isolata, Homo floresiensis, trovata sull’isola indonesiana di Flores ed estintasi soltanto 12mila anni fa, alle soglie della “Storia” con la maiuscola che studiamo a scuola. Dunque, cinque specie umane fino a pochissimo tempo fa, su scala biologica. Con molte di queste specie noi abbiamo convissuto negli stessi territori e non compaiono segni di sostituzioni violente, di scontri o di altri fenomeni drammatici. Anzi, per lunghi periodi sembriamo in equilibrio, demografico e comportamentale. Poi succede qualcosa, forse legato all’ultima ondata di H. sapiens usciti dall’Africa (e agli effetti del linguaggio articolato), e le altre quattro forme, sapiens a modo loro, cominciano a declinare. Quindi non siamo mai stati soli, come umani, nella storia naturale recente. E ora dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante.</p>
<p>a.s.: <em>Anche a grandi esperti può capitare di lasciarsi scappare frasi formulate, del tutto involontariamente, in maniera finalistica del tipo “gli Africani hanno la pelle nera per potersi difendere dalle più pericolose radiazioni solari”. L’ortodossia evoluzionistica che tu mi pare rappresenti bandisce senza se e senza ma queste sfumature; vuoi cogliere questa occasione per rimettere le cose a posto?</em></p>
<p>t.p.: Sì questo è un rischio sempre presente, perché abbiamo una mente teleologica che sovrappone alle spiegazioni meccanicistiche e funzionali un’aura di finalità. Il linguaggio, anche degli scienziati talvolta, è una spia evidente di questa propensione cognitiva. Così finiamo per “personalizzare” l’evoluzione e la selezione naturale come se fossero agenti intenzionali, ingegneri che ottimizzano sapientemente le loro creature. Oppure torniamo a forme velate di lamarckismo, raccontando la storia naturale come un’avventura di eroi che per propria volontà si trasformano inventando nuovi adattamenti. Il significato radicale di meccanismi demografici come la selezione naturale e la deriva genetica, che sono al cuore della spiegazione evoluzionistica contemporanea permeata di statistica e di probabilità, consiste proprio nell’espulsione di qualsiasi finalità, nella permeante contingenza del processo: una sopravvivenza differenziale di organismi portatori di variazioni genetiche emerse per altre ragioni, nel primo caso; una campionatura casuale di varianti genetiche in piccole popolazioni rimaste fisicamente isolate, nel secondo caso.</p>
<p>a.s.: <em>Quali sono i potenziali utenti della mostra cui personalmente tieni di più, quelli che vorresti più fortemente attirare?</em></p>
<p>t.p.: Senz’altro gli studenti e il pubblico più giovane, che ci aspettiamo costituisca almeno la metà del numero complessivo dei visitatori. Per questo, oltre a passaggi immersivi, a mappe disseminate e ad altre scelte scenografiche, abbiamo allestito un pacchetto di exhibit interattivi, molto impegnativi per chi li produce sul piano economico e progettuale, che permettono però ai ragazzi di fare un’esperienza in prima persona, senza spiegazioni scritte, giocando in un contesto favorevole e uscendo, noi speriamo, con un messaggio forte, che può essere quello della propria parentela genetica con tutti i viventi o quello dell’insussistenza genetica delle cosiddette “razze umane”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/28/homo-sapiens-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-intervista-a-telmo-pievani/">HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40873" class="footnote">L.L. Cavalli-Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, J. Mountain, <em>Reconstruction of human evolution: bringing together genetic, archaeological, and linguistic data</em>, «Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A.» 1988; 85: 16: 6002-6.</li><li id="footnote_1_40873" class="footnote">forse la prima fu: L. L. Cavalli-Sforza, <em>Geni, popoli e lingue</em>, Adelphi, Milano 1996</li><li id="footnote_2_40873" class="footnote">di cui ricordo il più recente volume divulgativo: <em>La vita inaspettata. Il fascino di un&#8217;evoluzione che non ci aveva previsto</em>, Raffaello Cortina, Milano 2011.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Si chiama democrazia poiché . . .</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 11:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC.jpg"></a><br />
In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/">Si chiama democrazia poiché . . .</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC-300x249.jpg" alt="" title="impero-ateniese-450aC" width="300" height="249" class="alignleft size-medium wp-image-40662" /></a><br />
In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C. E in effetti può essere in qualche modo rinfrescante rileggere discorsi pronunciati più di 24 secoli fa da chi aveva davvero contribuito a mettere in piedi un sistema di governo che, con gli imperdonabili difetti di ineguaglianza tra uomini e donne e tra liberi e schiavi che pure lo macchiavano, tuttavia costituì nei secoli un primo modello di quella che venne un po’ alla volta chiamata democrazia.</p>
<p>Naturalmente chi volesse guardare la cosa leggermente più da presso e, come si diceva talvolta, risalire alle fonti, scoprirebbe che tale discorso, pronunciato in verità nel 431, è inserito in una situazione ben precisa, che sarebbe opportuno ricordare con qualche maggiore dettaglio. Maggiore dettaglio che tra l’altro non fa che aggiungere interesse al testo, arricchendolo e permettendone una migliore comprensione. E allora proviamoci.<br />
Era il V secolo, il periodo d’oro della potenza ateniese, <span id="more-40661"></span>vinti i Persiani, Atene conosceva il massimo del suo fulgore. Ma l’anno 431 a.C. fu l’inizio della fine: fu il primo anno della guerra del Peloponneso, quella tremenda guerra tra Greci che sarebbe terminata soltanto nel 404, con la sconfitta della potenza Ateniese a Egospotami, l’abbattimento delle lunghe mura e la resa a Sparta.<br />
La fonte principale che abbiamo per tutta la storia della guerra è <strong>Tucidide</strong> (Atene, ca. 460 a.C. – dopo il 397 a.C.) che scrisse una <em>Guerra del Peloponneso</em> in 8 libri, opera di grande modernità, che staccava nettamente, quanto a metodi e criteri, rispetto alla tradizione storiografica precedente, ad esempio quella di Erodoto. Nel libro II dell’opera, Tucidide comincia a entrare nel merito dello svolgimento delle operazioni belliche, primi sconfinamenti spartani in Attica, scaramucce e battaglie vere e proprie. Gli Ateniesi devono commemorare e additare ad esempio i loro primi caduti, e questa è l’occasione: Pericle ne approfitta per cantare un inno alla potenza e alla fierezza di Atene.<br />
Propongo di leggere con calma il racconto di Tucidide, chiaro, lucido e talvolta, nella rievocazione delle parole di Pericle, con lampi di grande tensione emotiva. Se avrete la pazienza di leggerlo tutto vi accorgerete di quanto sia più ricco, affascinante e insieme politicamente articolato di quanto non lo vogliano far apparire le versioni semplificate che in questi giorni corrono sul filo (o dovrei dire sull&#8217;etere?).<br />
Eccolo:</p>
<p>«Nello stesso inverno gli Ateniesi, secondo il loro costume tradizionale, tributarono onoranze funebri di Stato ai primi caduti di questa guerra. La cerimonia si svolge nel modo seguente: tre giorni prima le ossa dei defunti vengono esposte in un padiglione rizzato per l’occasione, e ognuno presenta al proprio morto offerte a suo piacimento, poi, quando è il momento del funerale, le ossa vengono trasportate su carri, in arche di cipresso; vi è un’arca per ogni tribù, e i resti vengono deposti secondo la tribù di appartenenza d’ognuno. Insieme viene portata una bara vuota, allestita per i dispersi, i cui corpi al momento del recupero delle salme non siano stati trovati. Chiunque lo voglia, cittadino o straniero, può seguire il funerale, e sui luogo della sepoltura sono presenti in pianto anche le donne legate ai caduti da vincoli di parentela. Alle spoglie viene data sepoltura nel sepolcro pubblico, che si trova nella località più bella del circondario di Atene; i caduti in guerra sono stati sempre sepolti lì, ad eccezione dei morti di Maratona, ai quali in considerazione dell’eccezionalità del loro valore fu data sepoltura nel luogo stesso del sacrificio. Una volta che siano coperti di terra, un uomo, scelto dalla città, che sia apprezzato per le sue doti intellettuali e goda del massimo prestigio, pronuncia in loro onore l’elogio funebre che si conviene. Quindi la cerimonia ha termine. Così si svolgono le esequie; e per tutta la durata della guerra, ogni volta che ciò accadde, seguirono quest’uso. In onore di questi primi caduti fu scelto per tenere l’orazione funebre Pericle figlio di Santippo. Egli, quando fu il momento, lasciò il sepolcro e, fattosi avanti, sali su un’alta tribuna per essere udito il più lontano possibile dalla folla. Questo fu all’incirca il suo discorso: </p>
<p>&#8220;La maggior parte di coloro che sino ad oggi hanno qui tenuto l’orazione funebre rendono lode a chi per primo introdusse nella cerimonia tradizionale l’usanza di questo discorso, perché è bello — dicono — che si pronunci l’elogio dei caduti in guerra quando viene data loro sepoltura. A me, in verità, parrebbe sufficiente che uomini i quali hanno dato prova del loro valore con i fatti, con i fatti pure ricevessero gli onori loro dovuti, come appunto vedete sta accadendo oggi in queste esequie ufficiali: la fede nel valore di molti uomini non dovrebbe essere messa a repentaglio dalle maggiori o minori doti oratorie di un singolo. Perché è davvero difficile, quando è arduo persino dare solide basi al concetto che ognuno ha della verità, trovare nel proprio dire la giusta misura. Poiché se chi ascolta è stato testimone dei fatti e nutre sentimenti di benevolenza, può pensare che gli argomenti esposti non rendano un merito adeguato a quel che egli sa e vorrebbe; chi invece non sappia come sono andate le cose può essere indotto dall’invidia, se ciò che ascolta è al di là delle sue forze, a credere che nell’elogio vi sia dell’esagerazione. Le lodi rivolte ad altri sono infatti sopportate solo fino al punto in cui ognuno ritiene di poter essere in grado a sua volta di realizzare qualcosa di quel che ha udito; ciò che invece supera questo limite stimola l’invidia inducendo anche alla diffidenza. Ma dal momento che presso i nostri padri si affermò l’idea che fosse bello concludere così la cerimonia, conviene che anch’io segua questa consuetudine e tenti di venire incontro il più possibile ai desideri e alle aspettative di ognuno.</p>
<p>Prenderò innanzi tutto le mosse dai nostri antenati: in una simile circostanza è giusto e doveroso tributare loro l’onore del nostro ricordo, poiché nel susseguirsi delle generazioni essi ci hanno trasmesso, grazie al loro valore, una terra fino ai nostri giorni libera e abitata sempre dalla stessa gente. I nostri lontani progenitori sono degni di lode, ma ancor più Io sono i nostri padri che, in aggiunta a quel che avevano ricevuto, acquisirono l’intero impero su cui esercitiamo il nostro dominio e penarono per trasmettere anche questo a noi Ateniesi di oggi. Ma la massima espansione dell’impero la si deve a noi che oggi siamo ancora nel pieno della nostra età matura, e siamo stati noi a provvedere la città di tutto, rendendola autosufficiente sia in caso di guerra che ‘in periodo di pace. Ma io tralascerò le imprese di guerra dei padri e nostre, grazie alle quali il nostro impero si è gradatamente esteso, o le operazioni difensive che hanno visto impegnati noi o i nostri padri nel respingere gli attacchi portati da nemici barbari o greci — non voglio far lunghi discorsi davanti a chi queste cose le sa già. Prima di ogni altra cosa voglio invece esporre quali princìpi ispiratori ci abbiano mossi per giungere a tanto, sotto quale forma di governo e con quale modo di vivere sia nata la nostra potenza; solo dopo passerò a rendere l’elogio ai caduti, poiché ritengo che l’occasione sia particolarmente adatta per affrontare questi argomenti, e che sia utile farli intendere a tutta la folla di cittadini e di stranieri che si è radunata. </p>
<p>Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. <strong>Si chiama democrazia, poiché</strong> nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virtù del merito; e poi, d’altra parte, quanto all’impedimento costituito dalla povertà, per nessuno che abbia le capacità di operare nell’interesse dello Stato è di ostacolo la modestia del rango sociale. La nostra tuttavia è una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo Stato, ma anche relativamente ai rapporti quotidiani, di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada, e non per questo lo guarda storto, cosa innocua di per sé, ma che pure non manca di causare pena. Ma, se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza, nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte, per comune consenso minacciano l’infamia.  </p>
<p>Nel nostro lavoro abbiamo provveduto a creare un gran numero di momenti di riposo per ricreare lo spirito, da un lato introducendo la consuetudine di gare e riti sacrificali che celebriamo per tutto l’anno, dall’altro coltivando il gusto di splendidi arredi privati, da cui traiamo un quotidiano diletto che rasserena l’animo. La nostra città è cosi grande che da tutta la terra ci arrivano merci di ogni tipo, e avviene che il piacere riservatoci dal godimento di beni degli altri paesi non ci sia meno familiare del gusto dei prodotti della nostra terra.</p>
<p>Anche nel modo in cui ci prepariamo alle pratiche di guerra siamo diversi dai nostri avversari. Offriamo la nostra città agli altri come un bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno spettacolo, anche se l’assistervi può tornare utile ad un nemico, cui tale visione non sia stata impedita. In realtà più che dei preparativi e degli stratagemmi, noi ci fidiamo del nostro coraggio, di cui diamo prova nell’azione. E ugualmente avviene nell’educazione della gioventù: gli altri già da ragazzi tendono a raggiungere una piena virilità sottoponendosi ad un durissimo addestramento, ma noi, nonostante il nostro modo di vivere più rilassato, non affrontiamo certo con minore ardire pericoli di uguale gravità. E questa ne è la prova: gli Spartani non effettuano da soli una spedizione contro la nostra terra, ma vengono con tutti i loro alleati, mentre, quando noi attacchiamo un altro paese, pur combattendo in terra altrui contro un nemico che lotta in difesa dei propri beni, di solito non facciamo fatica ad avere la meglio Mai nessun nemico si è sinora scontrato con tutte le nostre forze in una volta, perché molti sono impegnati con la flotta ed altri, contemporaneamente partecipano a spedizioni terrestri che hanno di mira obiettivi molteplici. Ma se ingaggiano battaglia con solo una parte di esse, se riportano la vittoria su alcuni di noi, si vantano di averci messi in fuga tutti, e se invece vengono sconfitti, allora — a loro dire — sono stati sopraffatti dalle nostre forze riunite. Eppure se ci disponiamo ad affrontare i pericoli vivendo in modo disteso più che esercitandoci a sostenere le fatiche, e dando prova di un valore che è frutto più di doti naturali che dell’imposizione delle leggi, ne risulta per noi un vantaggio, quello di non patire in anticipo per le afflizioni venture, e di affrontarle poi senza dimostrare un ardire minore di quelli che hanno costantemente penato — è per queste ragioni che la nostra città merita di essere ammirata, e poi per altro ancora. </p>
<p>Amiamo il bello, ma non lo sfarzo, e coltiviamo i piaceri intellettuali, ma senza languori. La ricchezza ci serve come opportunità per le nostre iniziative, non per fare sfoggio quando parliamo. E ammettere la propria povertà non è vergogna per nessuno: ben più vergognoso è piuttosto non darsi da fare per venirne fuori. La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l’attività politica, ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono. Giacché anche in questo siamo differenti: sappiamo dar prova della massima audacia e nello stesso tempo valutare con distacco quel che stiamo per intraprendere; mentre, per tutti gli altri, l’ignoranza spinge all’ardimento, la riflessione induce ad esitare. Ma sarebbe giusto riconoscere la maggior forza d’animo a quelli che, pur conoscendo assai bene sia i pericoli che gli aspetti piacevoli della vita, non per questo si sottraggono al rischio. Anche per nobiltà d’animo siamo all’opposto rispetto ai più; noi non stringiamo le nostre amicizie per ricavarne vantaggi, siamo noi piuttosto a procurarne: il favore del benefattore è sempre più costante, poiché un comportamento benevolo garantisce per sempre la dovuta riconoscenza; chi invece è in debito e deve ricambiare, non è animato da un sentimento altrettanto vivo, poiché sa bene che i servigi che egli potrà rendere a sua volta non verranno considerati come un favore spontaneo ma come il risarcimento di un debito. E siamo i soli a prestare liberamente aiuto agli altri non tanto per calcolo ma piuttosto in pegno di libertà. </p>
<p>In sintesi, affermo che la nostra città nel suo insieme costituisce un ammaestramento per la Grecia, e, al tempo stesso, che da noi ogni singolo cittadino può, a mio modo di vedere, sviluppare autonomamente la sua personalità nei più diversi campi con grande garbo e spigliatezza. E che queste siano non pompose parole di circostanza ma verità di fatto lo prova proprio la potenza della città, che abbiamo raggiunto grazie a queste qualità. Oggi infatti essa è l’unico Stato che ad ogni verifica risulti superiore alla sua fama, l’unico che non susciti nel nemico che l’abbia attaccata un amaro risentimento nel considerare quale sia la causa delle proprie angustie, né scateni il malcontento dei sudditi che si vedono dominati da signori indegni. Grandi sono i segni della sua potenza, non certo priva di attestazioni, che noi abbiamo affidato all’ammirazione dei contemporanei e di quelli che verranno, e non abbiamo bisogno di alcun Omero che canti la nostra gloria né di chi con le sue parole procurerà un diletto immediato, dando però un’interpretazione dei fatti che non potrà reggere quando la verità si affermerà: con la nostra audacia abbiamo costretto il mare e la terra interi ad aprirci le loro vie, e ovunque abbiamo innalzato alle nostre imprese, siano state esse sfortunate o coronate da successo, monumenti che non periranno. Ed è per una tale città che questi uomini hanno affrontato nobilmente la morte in combattimento, ritenendo che non fosse giusto perderla, ed è naturale che ognuno di quelli che restano volentieri per essa affronterà ogni travaglio. </p>
<p>Questo è il motivo per cui così a lungo ho parlato della nostra città: volevo infatti farvi capire, adducendo anche delle prove per dare solide basi al mio elogio di coloro in onore dei quali oggi ho preso la parola, che le ragioni della nostra lotta non sono le stesse che possono animare quelli che non hanno nulla di tutto ciò. Ma di quest’elogio il più è stato ormai detto, poiché la gloria della città a cui ho sciolto un inno rifulge proprio grazie agli alti servigi che questi uomini e altri come loro le hanno reso, e non per molti Greci si potrebbe cogliere, come nel loro caso, un perfetto equilibrio fra fatti e parole. Il valore di questi uomini è provato, a mio avviso, dalla morte che ora essi hanno incontrato: essa è stata per gli uni la prima rivelazione, per gli altri l’ultima conferma. E, pure se alcuni non avevano dato per il resto buona prova di sé, è giusto anteporre a tutto la nobiltà d’animo da loro mostrata in guerra, in difesa della patria, poiché essi hanno cancellato il male col bene, procurando allo Stato un vantaggio maggiore del danno derivante dalle mancanze commesse in ambito privato. Nessuno di loro si è mai comportato da vile preferendo godersi in pace le proprie ricchezze, né ha arretrato dinanzi al rischio per la speranza, che si nutre quando si è poveri, di poter ancora sfuggire a tale condizione di povertà e diventare ricchi. Prendersi la vendetta sul nemico è stato per loro un desiderio più forte delle ricchezze, e questo essi l’hanno considerato al tempo stesso il rischio più esaltante da affrontare; e con esso hanno voluto da un lato prendersi la vendetta, dall’altro esaudire le loro aspirazioni affidando alla speranza l’incertezza del successo futuro, ma nell’azione concreta per l’immediato ritenendo giusto confidare solo in se stessi. E, proprio nel vendicarsi sul nemico, preferendo affrontare il sacrificio estremo piuttosto che salvarsi grazie a un cedimento, hanno evitato una fama vergognosa: hanno fatto fronte all’impresa offrendo il proprio corpo. E nel momento brevissimo in cui si è compiuto il loro destino ed essi hanno lasciato la vita, non il timore ha toccato il culmine, ma la loro gloria. </p>
<p>La grandezza di questi uomini è stata quale si conviene alla nostra città; quelli che restano devono sì fare voti che i loro propositi contro i nemici abbiano una sorte migliore, ma non devono nemmeno ritenere possibile un comportamento più codardo. Non badate solo alle parole che vi illustrano i vantaggi di un agire magnanimo: si potrebbe anche lumeggiarli a lungo — a chi, come voi, li conosce però altrettanto bene — dicendo quanto sia utile difendersi dai nemici. Ma quel che occorre fare piuttosto è considerare nella realtà, giorno dopo giorno, la potenza della nostra città, e innamorarsene; e se vi sembra che sia grande, dovete pensare che ad acquisirla furono uomini capaci di osare, consapevoli dei loro doveri, animati nel loro agire da un vivo senso dell’onore. E se pure talora non avevano fortuna in qualche tentativo intrapreso, avrebbero ritenuto indegno privare la città del loro valore; gliene facevano quindi dono: era il più bello che potessero offrirle, perché donando la loro vita per il bene comune ricevevano come personale compenso l’elogio che il passare degli anni non intacca e la più insigne delle sepolture — che non è quella in cui giacciono i loro corpi, bensì quella ideale in cui la loro gloria resta, sorretta da un ricordo perenne, che si rinnova ad ogni occasione che si dia di parola o di azione. Poiché sepolcro degli uomini illustri è la terra intera [ ἀνδρῶν γὰρ ἐπιφανῶν πᾶσα γῆ τάφος ], e non è solo l’iscrizione sulla stele funeraria posta nel loro paese a parlare di loro, ma anche in terra straniera, un ricordo di cui non v’è traccia scritta vive in ognuno e ne anima lo spirito più che l’agire.»</p>
<p>Da: Tucidide, <em>La Guerra del Peloponneso</em>, edizione con testo greco a fronte a cura di Luciano Canfora, Einaudi-Gallimard 1996, pp. 225-241, la traduzione del libro II è di Mariella Cagnetta.</p>
<p>Ho preferito questa traduzione a quelle che si trovano in rete, ad esempio <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_uno.htm">qui</a> e <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_due.htm">qui</a>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/">Si chiama democrazia poiché . . .</a></p>
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		<title>POTERE DI MORTE</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 11:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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Mi vien sempre da dire <em>non ho parole</em> in queste occasioni, eppure bisogna farsi forza e stare attenti, le parole ci sono e vanno scelte con cura, malgrado l’onda dell’emozione degli avvenimenti. Mi riferisco alla cattura e all’uccisione di <strong>Mu’ammar al-Qadhdhāfī</strong> avvenuta ieri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/potere-di-morte/">POTERE DI MORTE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/notte-buia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40433" title="notte buia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/notte-buia.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a><br />
Mi vien sempre da dire <em>non ho parole</em> in queste occasioni, eppure bisogna farsi forza e stare attenti, le parole ci sono e vanno scelte con cura, malgrado l’onda dell’emozione degli avvenimenti. Mi riferisco alla cattura e all’uccisione di <strong>Mu’ammar al-Qadhdhāfī</strong> avvenuta ieri. Mi vengono in mente subito altri strazi che hanno invaso le nostre vite e i nostri giornali altri episodi di quella ferina disumanità cui ci stiamo pericolosamente abituando. Ma poi perché dico <em>disumanità</em>? Questa è piena e conclamata umanità, cari e non cari esseri umani tutti consanguinei miei, quella che proviene dagli abissi delle antiche vicende, di cui non sappiamo che brandelli, quella che evoca Anita Seppilli quando scrive «e noi crediamo di vivere nell&#8217;oggi: ma l&#8217;oggi è nulla, o quasi nulla di fronte alla potenza di un remotissimo passato, che ci attanaglia e domina i nostri pensieri»  quella ancora intrisa della ferocia che proviene direttamente ‒ ed etimologicamente ‒ dal nostro lontano, ma non poi così tanto, passato di fiere.<br />
<span id="more-40432"></span><br />
Solo che la razionalità, o quelle parvenze ‒ in verità spesso più di superficie che di fondo ‒ di altro modo di procedere nella vita che chiamiamo talvolta orgogliosamente razionalità arricchisce la nostra ferocia, di speciali orpelli.<br />
Faccio fatica a ripassarmi un elenco di quegli strazi, analoghe indifendibili esecuzioni, da <strong>Nicolae Ceaușescu</strong> a <strong>Ernesto Guevara de la Serna</strong>, che accostamento inopportuno, direte voi, inopportuno sì per quel che riguarda l’ispirazione ideale delle vittime, non però per il livello di ferinità degli esecutori. Così come potremmo aggiungere il nome di <strong>Benito Mussolini</strong>, ucciso anch’egli a freddo dopo la cattura e dileggiato per giunta anche da cadavere.<br />
Forse il processo farsa a <strong>Saddām Husayn</strong> del 2006 fu pratica migliore? Non saprei davvero, semplicemente forse la ferocia fu trasportata in un tribunale e avvolta dal manto rassicurante della giustizia, nulla più. Per non parlare del recente ammazzamento di <strong>Osāma bin Lāden</strong>, o delle innumeri uccisioni “minori”, ovvero meno note, che in ogni istante sono probabilmente perpetrate dai “servizi” di questo o di quel paese, spesso additato come culla di libertà, in violazione flagrante e continua di qualsiasi supposta legalità.</p>
<p>Faccio anche fatica a immaginarmi, per quel che ne traspare dai racconti enfatizzati da giornali e da tutta la rete, gli ultimi momenti del dittatore libico, il ferimento, il suo chieder clemenza e gli spari, ma mi ferisce l’immagine che pur è difficile non vedere in questi giorni, ma che tendo istintivamente ad allontanare dai miei occhi, del ragazzetto che agita la pistola d’oro che si dice appartenesse all’ucciso, il ragazzetto che forse ha sparato, chissà, che spera magari solo di intascare in questo modo i venti milioni di dollari sonanti della taglia ‒ ai tempi della conquista del Far West le somme erano minori ma il meccanismo era lo stesso, “vivo o morto”‒ e che certo nulla sa delle ragioni di politica internazionale che hanno portato e favorito la caduta del regime, povero strumento nelle mani di chi esattamente non solo lui ma neppure noi sapremo forse mai.</p>
<p>Già comunque mi immagino tutti i commenti dei benpensanti e anche di tutte le brave persone che citano in queste occasioni gli “adagi della saggezza popolare” tipo “chi è causa del suo mal &#8230;”, o in alternativa “chi di spada ferisce &#8230;”, o quelli che diranno “meglio così anche per lui che non un lungo e faticoso processo all’Aia” insomma che cercheranno di vedere il buono e l’inesorabile procedere della storia, che, si sa, è maestra di vita, e dunque non c’è più da stupirsi di nulla, signora mia, se l’era voluta.</p>
<p>Mi immagino, da ultimo, anche quelli che diranno che siamo tutti corresponsabili di queste nefandezze, di questi crimini, di questa ferocia, ai quali vorrei invece ribadire con forza che non è così, che personalmente, io come tanti altri che ho la fortuna di conoscere, non siamo affatto responsabili di tutto ciò ma anzi da tutta la vita ci battiamo perché ciò non accada più, ci battiamo perché la violenza dell’uomo sull’uomo non sia più lo strumento principale di quella pratica cui vorremmo dare l’impegnativo nome di giustizia, ci battiamo soprattutto perché i nostri giovani non vengano costantemente educati ‒ come troppo spesso ancora accade ‒ alla legge del taglione e anzitutto perché l’uccisione legale non si possa più fregiare dell’aggettivo legale, perché cioè la pena di morte sia abolita da tutti gli stati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/potere-di-morte/">POTERE DI MORTE</a></p>
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		<title>QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 10:58:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
ricordo a tutti i nostro lettori che si trovano nell&#8217;area milanese che, nell&#8217;ambito del ciclo di presentazioni annunciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/07/archivio-dedalus-8-26-ottobre/">qui</a>, questa sera, giovedì 20 ottobre, presso l&#8217;archivio Dedalus, via Pietro Custodi 18, Milano, alle 18.30, sarà la volta della presentazione di <strong>Nazione Indiana</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/questa-sera-nazione-indiana-a-dedalus/">QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
ricordo a tutti i nostro lettori che si trovano nell&#8217;area milanese che, nell&#8217;ambito del ciclo di presentazioni annunciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/07/archivio-dedalus-8-26-ottobre/">qui</a>, questa sera, giovedì 20 ottobre, presso l&#8217;archivio <span style="color: #ff0000;">Dedalus, via Pietro Custodi 18, Milano, alle 18.30</span>, sarà la volta della presentazione di <strong>Nazione Indiana</strong>. Parteciperanno <strong>Franco Buffoni</strong> e <strong>Marco Rovelli</strong> che leggeranno estratti della loro produzione poetica e <strong>Antonio Sparzani</strong> che presenterà la collana <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Murene</a> che è arrivata da pochi giorni a concludere il suo primo ciclo di pubblicazioni 2010-2011. <em>Accorrete numerosi!</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/questa-sera-nazione-indiana-a-dedalus/">QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La terza Murena: Miguel Torga</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 16:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Murena1.jpg"></a><br />
Guardate e dite se non è di grande bellezza questa murena, sobria, bei colori, proporzioni perfette, radicata nella sua terra . . .<br />
come, direte voi, radicata nella sua terra, una murena abita i fondali marini, è anzi un animale schivo che predilige gli anfratti rocciosi quando non si lancia nella caccia; ma no, non avete capito, non parlavo del pesce ‒ che però è bello la sua parte, <em>Muræna helena</em> lo battezzò Linneo nel 1758 (perdonalo cara Janeczek!) ‒ parlavo della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">nostra</a> Murena, la terza, dopo il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/">Rodefer</a> e lo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Schulze</a>, che finalmente è venuta alla luce, linda e profumata come e più delle altre, sempre con la cura grafica inimitabile di Mattia Paganelli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/">La terza Murena: Miguel Torga</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Murena1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Murena1-300x225.jpg" alt="" title="Murena1" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40383" /></a><br />
Guardate e dite se non è di grande bellezza questa murena, sobria, bei colori, proporzioni perfette, radicata nella sua terra . . .<br />
come, direte voi, radicata nella sua terra, una murena abita i fondali marini, è anzi un animale schivo che predilige gli anfratti rocciosi quando non si lancia nella caccia; ma no, non avete capito, non parlavo del pesce ‒ che però è bello la sua parte, <em>Muræna helena</em> lo battezzò Linneo nel 1758 (perdonalo cara Janeczek!) ‒ parlavo della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">nostra</a> Murena, la terza, dopo il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/">Rodefer</a> e lo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Schulze</a>, che finalmente è venuta alla luce, linda e profumata come e più delle altre, sempre con la cura grafica inimitabile di Mattia Paganelli. Certo se volete vederla in copertina dovete cliccare qui sotto “leggi il seguito” e se soprattutto volete assolutamente possederla &#8212; e così sarà appena avrete finito di leggere qua &#8212; basta che vi abboniate (ad esempio qui dal colonnino di destra), così che riceverete in blocco anche le prime due; a meno che s’intende, non siate già abbonati e allora la state ricevendo, beate e beati, in questi giorni.<br />
Il titolo del libro è <em>L’universale è il locale meno i muri</em> ed è davvero un titolo ben scelto, perché rivelatore dell’anima dello scritto.<span id="more-40382"></span> Qui non c’è una trama da svelare, non è che corro il rischio di farvi scoprire chissà quali segreti, questo è un inno d’amore, discreto ma di un’intensità inebriante, dell’autore, Miguel Torga, per la sua terra. La sua terra è la regione nord orientale del Portogallo che si chiama <em>Trás-os-Montes</em>, come dire “dietro le montagne”, alto corso del Douro, e quando si dice “dietro le montagne” si intende guardando dal mare, dove sta la maggior parte della gente lusitana, così che si tratta di una regione isolata dal mare e dai commerci da una catena di monti e perciò rimasta per secoli in condizioni di estrema povertà e arretratezza.<br />
Miguel Torga è proprio questa apparente arretratezza che vuole riscattare e di cui vuol mostrare invece la grande dignità umana e la grande vicinanza a valori in altri luoghi già perduti. </p>
<blockquote><p><em>Sul piano dei valori ideali, abbiamo i vizi e i difetti di tutti. Ma ci salviamo grazie al cilicio che portiamo affondato nelle nostre carni, grazie al modello etico che ci accompagna come un’ombra, e che ci fa guardare alle nostre e altrui imperfezioni con la severità di giudici implacabili. (p. 24)</em></p></blockquote>
<p><strong>Miguel Torga</strong> (pseudonimo di Adolfo Correia da Rocha), uno dei più grandi autori portoghesi del XX secolo, era nato il 12 agosto del 1907 a São Martinho de Anta ‒ appunto nella regione di Trás-os-Montes ‒ e morì a Coimbra il 17 gennaio del 1995. Laureato in medicina, esercitò la professione di medico condotto fino alla fine dei suoi giorni. Collaboratore della rivista modernista <em>Presença</em> (1929-1930) e direttore delle riviste <em>Sinal</em> (1930) e <em>Manifesto</em> (1936-1938), candidato al premio Nobel, Premio Camões nel 1989, per tutta la vita, in segno di totale autonomia, ha pubblicato in proprio le sue opere. Altri tempi, voi direte. Però.</p>
<p>Perché Torga? Cosa c’è di speciale in questo accorato grido di riscatto per la sua terra? Io l’ho capito a un certo punto della lettura, quando appare scritta la frase che è stata poi usata come titolo, mentre il titolo originale era <em>Trás-os-Montes no Brasil</em>, ancora più strano, “Trás-os-Montes in Brasile”: certo, qui sta la chiave del volume. A me ha fatto scattare un campanello nella testa, una lettura di un testo di <strong>Paul Feyerabend</strong> fatta qualche anno fa: nel suo ultimo volume,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/#footnote_0_40382" id="identifier_0_40382" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Paul K. Feyerabend, Conquest of Abundance, The University of Chicago Press, Chicago 1999, (Bert Terpstra ed.), trad. it. di P. Adamo, Conquista dell&rsquo;abbondanza ‒ storie dello scontro fra astrazione e ricchezza dell&rsquo;Essere, Raffaello Cortina, Milano 2002.">1</a></sup> scritto all’inizio degli anni ’90 (e di cui caldamente consiglio la lettura) Feyerabend ricorda la nuova proposta antropologica dello studioso messicano <strong>Renato Rosaldo</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/#footnote_1_40382" id="identifier_1_40382" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Renato Rosaldo, Culture &amp;#038; Truth: the remaking of social analysis, Beacon Press, Boston, Mass., 1993, ed. it. a cura di M. Canevacci Ribeiro, Cultura e verit&agrave; &ndash; rifare l&rsquo;analisi sociale, Meltemi, Roma 2001">2</a></sup> che propone, in polemica con le posizioni più conservatrici dell&#8217;etnologia tradizionale, un nuovo atteggiamento verso il complesso delle culture che si incontrano sul nostro pianeta: considerate tutte, dagli aborigeni australiani agli occidentali bianchi e tecnologizzati, su un identico sgabello di analisi. Rosaldo non crede alla dottrina antropologica ufficiale che ritiene che ogni cultura umana sia così unica che nessun metro possa misurare l&#8217;una con l&#8217;altra e che tuttavia mette ‒ tra le righe ‒ una scala di valori tra le diverse culture, ma sostiene al contrario che non abbia senso la nozione di “popolo senza cultura”, o di popolo con più o meno cultura di un altro, e che confronti e scambi non solo sono possibili e auspicabili, tra una cultura e l&#8217;altra, ma di fatto continuamente avvengono, anche attraverso numerose zone di concreta intermediazione e comunicazione. </p>
<p>Feyerabend, allentate assai le rigide posizioni sull’incommensurabilità tanto tra diverse teorie scientifiche quanto tra culture diverse che aveva sostenuto in una prima parte della sua riflessione epistemologica, si riallaccia alla proposta di Rosaldo per allargarla e farla propria all’interno di un&#8217;argomentazione di cui vi trascrivo questo stralcio per me conclusivo: </p>
<blockquote><p>«<em>Al contrario possiamo ora cercare gli aspetti che connettono l’“interno” di un linguaggio con il suo “esterno”, riducendo così la cecità concettualmente indotta rispetto alle cause reali dell’incomprensione, ossia all’inerzia, al dogmatismo, alla mancanza d’attenzione e alla stupidità ordinari, normali, consueti. Non sto negando le differenze tra i linguaggi, le forme d’arte, le tradizioni. Ma le ascriverei a incidenti di luogo e/o di storia, non a essenze culturali chiare, prive di ambiguità e immobili: </em><em>ogni cultura è in potenza tutte le culture</em>.»</p></blockquote>
<p>Voi capite subito che il titolo della Murena Torga è essenzialmente questo, sia quello originale che nomina quella antica e chiusa regione di ancestrale appartenenza dell’autore come se fosse in Brasile, sia nella più esplicita forma tradotta <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, che in realtà è l’inizio di un discorso:</p>
<blockquote><p>«<em>L’universale è il locale meno i muri. È l’autentico che può essere osservato da ogni punto di vista e, sotto ogni punto di vista, è convincente come la verità. Ora, Trás-os-Montes è questa realtà meno i muri, questa zolla di terra esposta agli sguardi del mondo, fiera di appartenergli e di servirlo. Un arpento di suolo patrio e di humus onnipresente</em>.» (p. 26).</p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/copertina_torga1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/copertina_torga1-300x237.jpg" alt="" title="copertina_torga" width="300" height="237" class="aligncenter size-medium wp-image-40386" /></a></p>
<p>Il volume è curato e tradotto da Massimo Rizzante e si apre con le &#8220;Note destinate a uno studio che non ha potuto essere scritto&#8221; di Charles Juliet. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/">La terza Murena: Miguel Torga</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40382" class="footnote">Paul K. Feyerabend, <em>Conquest of Abundance</em>, The University of Chicago Press, Chicago 1999, (Bert Terpstra ed.), trad. it. di P. Adamo, <em>Conquista dell’abbondanza ‒ storie dello scontro fra astrazione e ricchezza dell’Essere</em>, Raffaello Cortina, Milano 2002.</li><li id="footnote_1_40382" class="footnote">Renato Rosaldo, <em>Culture &#038; Truth: the remaking of social analysis</em>, Beacon Press, Boston, Mass., 1993, ed. it. a cura di M. Canevacci Ribeiro, <em>Cultura e verità – rifare l’analisi sociale</em>, Meltemi, Roma 2001</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ippocrate e Antigone</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Bahrain-e-dintorni.jpg"></a><br />
Purtroppo viviamo in un mondo nel quale ormai fa ridere ripetere che non s’ha da sparare sulla Croce Rossa o anche solo ricordare il giuramento d’Ippocrate. Qualcuno però si ostina a non ridere e a denunciare pervicacemente gli orrori, pochi su probabili tanti, di cui viene a conoscenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/ippocrate-e-antigone/">Ippocrate e Antigone</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Bahrain-e-dintorni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40332" title="Bahrain e dintorni" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Bahrain-e-dintorni-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" /></a><br />
Purtroppo viviamo in un mondo nel quale ormai fa ridere ripetere che non s’ha da sparare sulla Croce Rossa o anche solo ricordare il giuramento d’Ippocrate. Qualcuno però si ostina a non ridere e a denunciare pervicacemente gli orrori, pochi su probabili tanti, di cui viene a conoscenza. L’ultimo in ordine di tempo è passato via il più liscio possibile, quello delle dure condanne ai medici del Bahrain, che hanno prestato cure alle persone sbagliate.</p>
<p>La premessa di tutto è che lo stato del Bahrain, sostanzialmente un arcipelago, che esiste formalmente indipendente dal 1971 ‒ prima era protettorato britannico ‒, è la sede della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Fifth_Fleet">quinta flotta</a> degli Stati Uniti, e soprattutto in quanto tale non deve essere turbato da alcuna turbolenza, né molestato da alcuna molestia. La cosiddetta primavera araba non deve entrare nei suoi confini,<span id="more-40331"></span> non deve varcare il braccio di mare che lo divide dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Riferisce il blog <a href="http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/10/01/bahrein-medici-in-prigione-per-aver-curato-i-manifestanti/">Le Persone E La Dignità</a>, frutto di collaborazione tra Corriere della Sera e Amnesty International:</p>
<p style="padding-left: 30px;">«Venti medici e paramedici di un ospedale di Manama sono stati condannati fino a 15 anni di reclusione da un tribunale militare in Bahrein per avere avuto un ruolo nelle proteste dell’inverno scorso contro la dinastia regnante, represse con un bilancio di almeno 30 morti e conclusesi in marzo quando truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati arabi uniti sono intervenute per dare man forte alla dinastia degli Al Khalifa, sunnita, che regna su un Paese dove la maggioranza è sciita. La loro colpa è di aver cercato di salvare le vite di quelli che arrivavano al Salmaniya Hospital in condizioni disperate. ”Siamo medici – ha detto Nada Dhaif, 36 anni, due figlie, condannata a 15 anni di reclusione -, abbiamo semplicemente trattato i feriti che sono arrivati da noi. Nessuno ha chiesto loro se erano sunniti o sciiti, abbiamo fatto il nostro lavoro. E questo ci rende dei criminali”.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Nada ha raccontato delle torture subite in carcere perché firmasse una confessione:<br />
“Mi hanno dato le scariche elettriche nelle orecchie. Mi hanno picchiato, preso a calci, minacciato di violentarmi. Quando mi hanno portato dei documenti da firmare io non li ho nemmeno guardati, li ho firmati e basta Cos’altro potevo fare?”.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Anche gli altri imputati (a sinistra una protesta davanti all’ospedale) hanno dato testimonianze simili. Fatima Haji, 32 anni, condannata a cinque anni carcere, ha detto di essere stata molestata dalle guardie e di aver perso temporaneamente la vista a causa delle scariche elettriche: “Mi aspettavo la sentenza, qui la legge non esiste. E’ solo un gioco politico, nulla di più“.<br />
L’udienza è durata meno di dieci minuti. Non sono state prodotte prove. Non c’è stato un controinterrogatorio. Gli imputati non erano nemmeno presenti, eppure sono stati riconosciuti colpevoli di avere occupato per protesta il complesso ospedaliero, di avervi nascosto bottiglie incendiarie, di avere confiscato materiale ospedaliero, di avere «diffuso false notizie e menzogne al fine di disturbare l’ordine pubblico e commettere reati con finalità terroristiche». Tredici di loro, tra i quali otto medici, sono stati condannati a 15 anni di reclusione, altri due imputati a cinque anni ciascuno e cinque a cinque anni ciascuno. “Siamo rimasti scioccati dal verdetto &#8211; ha detto l’avvocato della difesa Mohsen al-Alawi – ricorreremo in appello ma siamo pessimisti”. “Quei dottori sono stati riconosciuti colpevoli di aver usato il nosocomio per motivi politici. Nessuno è al di sopra della legge” ha detto, invece, un portavoce del governo.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Alla lettura del verdetto erano presenti diplomatici americani, britannici e francesi. Il ministro degli Esteri inglese William Hague ha giudicato “preoccupante” la sentenza e ha detto che potrebbe “minare i passi del governo del Bahrein verso il dialogo e le riforme”. Da Washington il portavoce del Dipartimento di Stato Mark Toner ha detto che gli Usa sono ”profondamente turbati” dal processo: “Invitiamo il governo del Bahrein a tenere fede al suo impegno per una giustizia trasparente che inclusa processi equi, l’accesso a una difesa e verdetti basati su prove credibili”. Le associazione per la difesa dei diritti umani accusano il governo di mettere in scena falsi processi. Amnesty ha definito la sentenza “un travestimento della giustizia”. “Abbiamo detto mille volte che una corte militare non dovrebbe giudicare i civili“ ha detto Philip Luther, vice direttore del programma di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.<br />
“E l’Occidente che fa?” ha chiesto una delle dottoresse condannate a un giornalista straniero subito dopo la sentenza. Finora ha guardato dall’altra parte. Nessuna minaccia di sanzioni, nessuna presa di posizione. Soprattutto dopo che l’Arabia Saudita, grande fornitrice di petrolio dell’Occidente, è corsa in soccorso della dinastia sunnita lo scorso marzo. Ma anche per paura di perdere un’importante base militare americana. Un effetto della sentenza, però, potrebbe essere la definitiva cancellazione della Formula Uno in Bahrein. L’evento era già stato disdetto quest’anno a causa dei disordini e riprogrammato per il prossimo aprile.»</p>
<p>Avete notato che vigorose proteste sono arrivate da USA e Regno Unito, quanta determinazione, quali dure minacce sono state proferite nei confronti del Bahrain? Sono persino &#8220;profondamente turbati&#8221; i nostri compassati diplomatici occidentali, inconsolabili, prenderanno un&#8217;aspirina.</p>
<p>Mi colpisce invece questa frase «Colpevoli di aver usato il nosocomio per motivi politici», con la quale il rappresentante della dittatura giustifica il verdetto della &#8220;corte&#8221;, essa rende già chiaro tutto: è permesso dalla legge soltanto curare i buoni; ricordate quando Boris Eltsin, nell’ottobre del 1993, ordinò ai carri armati di sparare sul parlamento russo, e dei 500 morti ammazzati ordinò di seppellire con tutti gli onori solo quelli della sua parte, e gli altri a marcire all’aria? La storia di Antigone, parallela a quella di Ippocrate, continua a ripetersi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/ippocrate-e-antigone/">Ippocrate e Antigone</a></p>
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		<title>Wien &#8211; Mitte</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 10:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof.jpg"></a><br />
Tu credi ancora, lo so, di poter un giorno ritornare, a quella stanza della F.Strasse, a quei mattini, a quella musica, quasi che le cose, la luce, la stagione, ti potessero aspettare, immutabili, sospese, nella perfezione innaturale del ricordo, nella pace del tempo che non fugge, come in quei giorni a primavera, in lieve anticipo su tutto, in quell’attesa leggera di partenze, d’ogni cosa misteriosa del futuro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/wien-mitte/">Wien &#8211; Mitte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Wien_Westbahnhof-300x197.jpg" alt="" title="Wien_Westbahnhof" width="300" height="197" class="alignleft size-medium wp-image-40328" /></a><br />
Tu credi ancora, lo so, di poter un giorno ritornare, a quella stanza della F.Strasse, a quei mattini, a quella musica, quasi che le cose, la luce, la stagione, ti potessero aspettare, immutabili, sospese, nella perfezione innaturale del ricordo, nella pace del tempo che non fugge, come in quei giorni a primavera, in lieve anticipo su tutto, in quell’attesa leggera di partenze, d’ogni cosa misteriosa del futuro.</p>
<p>Non avevi ancora biglietti, treni, appuntamenti, nessuna cifra s’incideva, nera, sulle carte del domani, Praga ti aspettava, in una lontananza tenue, familiare, in ogni leggera foschia serale oltre la <em>Westbahnhof</em>, in ogni <em>brauner</em> bevuto solo al <em>Kleines Cafe</em>, dove lei già non si vedeva, già mancava senza risposta, silenziosa scavava un vuoto tra le cose, separava sottile i tuoi gesti dal passato, ti cedeva ignaro alle vie fredde, ancora luminose nel crepuscolo.<span id="more-40327"></span><br />
Iniziavi a chiamare, stupito dell’assenza, dalle cabine illuminate che incontravi, come silenziosi messaggeri del ritardo, e del mancare : sentivi le monete ricadere, ogni volta, con identico tinnire solitario, già sapevi delle stanze vuote, dello scuro apparecchio che suonava, in quell’ultimo piano della Burggasse, vicino alla finestra senza tende, che ospitava nel buio i tuoi pensieri, e tutta la città notturna, immobile, per sempre silenziosa.<br />
Pensavi ad improvvisi cambiamenti d&#8217;abitudini, nuove compagnie, temporanei lavori serali, non temevi l’imprevisto, nella sua vita senza rive, ma qualcosa mancava, nei giorni, un’abitudine, un saluto, un incontro, un biglietto di sorrisi lasciato al caffè, una chiamata notturna, un impalpabile cenno dell’esistere.<br />
Il vuoto s’addensava, improvviso, a momenti, ad un incrocio assolato, dove un tempo appariva, nel chiaro mezzogiorno, in quel caffè rumoroso dove pranzava di fretta, scherzando con le amiche, o in un’ora della sera, dietro a <em>Stephansdom</em>, dove tra le risa e i conversari dei locali non poteva mancare a lungo la sua voce.<br />
Non volevi pensare, non volevi, così vaste le giornate intorno a te, già così profonda la luce nel cielo fino a sera, scavalcavi quei binari, a Mitte, senza sentire ancora il richiamo del partire, quell’incauta nostalgia delle distanze, tutto era calmo e lento nella vita, le ore si smarrivano stupite nel chiarore, s’adagiava il tempo nelle piazze, sperduto già il suo battito nell’ampio ritardare.<br />
Lei avanzava, piano, nell’ombra, senza dar cenno del mancare, del dissolversi, presente già senza rimedio nei pensieri, e dunque certa di resistere, in agguato, in altre vite parallele, già fuggita, per molteplici giornate ignote, ore senza nome, senza sguardo, senza più certezze agli smarriti.<br />
Tu sapevi accogliere, fedele, i doni dell’istante, ancora non scorgevi la precisa direzione della vita, forse ti bastava quel ritardo, la felice sospensione d’ogni moto del destino, l’ignaro e lieve perdersi, nelle fatue suggestioni che il giorno ti schiudeva, nella vaghezza lieta di un presente, che ancora tratteneva ogni sua silenziosa meraviglia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/11/wien-mitte/">Wien &#8211; Mitte</a></p>
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		<title>IL TORMENTINO DEL NEUTRINO</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 11:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg.jpg"></a><br />
La prima notizia arrivò nel 1953 dal reattore di Hanford (stato di Washington) da parte di Frederick Reines e Clyde L. Cowan Jr., che pubblicarono una lettera sul volume 92 del 1953 della  «Physical Review», intitolata  <em>Detection of the Free Neutrino</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/il-tormentino-del-neutrino/">IL TORMENTINO DEL NEUTRINO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg-300x89.jpg" alt="" title="Zurigo dallo Uetliberg" width="300" height="89" class="alignleft size-medium wp-image-40192" /></a><br />
La prima notizia arrivò nel 1953 dal reattore di Hanford (stato di Washington) da parte di Frederick Reines e Clyde L. Cowan Jr., che pubblicarono una lettera sul volume 92 del 1953 della  «Physical Review», intitolata  <em>Detection of the Free Neutrino</em>. L’articolo si apre con la cauta frase «<em>sembra probabile che questo fine</em> [la rivelazione sperimentale del neutrino] <em>sia stato raggiunto, anche se abbiamo in programma ulteriori sforzi per confermarlo</em>» Ripeterono infatti, migliorandolo e confermandolo, il loro esperimento tre anni dopo nel Laboratorio di Savannah River (South Carolina).<br />
Wolfgang Pauli festeggiò la notizia con alcuni fedeli amici arrampicandosi sul <strong>Uetliberg</strong>, la collina a sud ovest di Zurigo, meta prediletta di tutti gli zurighesi in vena di far festa ‒ a Zurigo egli abitava e insegnava ‒ dalla quale si gode un notevole panorama della città; al ritorno, provato dai numerosi brindisi cui si era lietamente e volentieri abbandonato, confidò al suo ospite americano William Barker «Ricorda, Barker, tutto il buono arriva all’uomo paziente».<br />
Paziente sì, Pauli aveva dovuto aspettare vent’anni e più per vedere confermata la sua ipotesi teorica,<span id="more-40191"></span> quella che aveva proposta al mondo scientifico nel 1933, ma che rimuginava fin dal 1930, l’ipotesi cioè dell’esistenza di una qualche invisibile particella che rendesse conto della conservazione dell’energia. Il fatto è che Pauli aveva una fiducia incrollabile nella teoria e nel &#8220;dovere&#8221; della natura di obbedire a quelle che così presuntuosamente appunto chiamiamo le <em>leggi di natura</em>. E così, quando i primi esperimenti di decadimento radioattivo sembravano non conservare l’energia ‒ il che significa che l’energia complessiva dei prodotti finali del decadimento era un po’ minore dell’energia complessiva iniziale della particella che decadeva ‒ Pauli, invece di rassegnarsi, come invece fecero alcuni grandi fisici dell’epoca, primo fra tutti Niels Bohr, a pensare che l’importante è che l’energia si conservi solo <em>in media statistica</em>, mantenne fermissimo il suo punto che l’energia si deve conservare in ogni singolo processo e che dunque, se in un certo decadimento sembra non conservata, ciò accade a causa di qualcosa che non vediamo, perché ancora non abbiamo i mezzi per farlo: per esempio un’elusiva particella così piccola e sfuggente da non venire rivelata dai nostri (dell’epoca) pur sofisticati strumenti. Pauli annunciò al mondo scientifico la sua ardita congettura nel 1933 al <em>Septième Conseil de Physique Solvay</em> che si tenne a Bruxelles dal 22 al 29 ottobre 1933, durante la discussione che seguì la relazione di Heisenberg; la nuova forte proposta di Pauli si concludeva comunque con le parole «È certo che il neutrino, se esiste, sarà straordinariamente difficile da rivelare». Aveva ben previsto. </p>
<p>Ogni tanto bisogna ammettere che la fisica consegue successi piuttosto notevoli, quelli che a me stupiscono maggiormente sono proprio quelli che consistono nella effettiva scoperta sperimentale di oggetti che erano stati <em>pre-visti</em> solo teoricamente: cito qui soltanto la scoperta del pianeta Nettuno a partire dalle perturbazioni dell’orbita di Urano (se volete una gustosa storia di litigi tra austeri scienziati su chi è arrivato primo, leggetevi <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Neptune_%28plan%C3%A8te%29#D.C3.A9couverte_de_Neptune">questo</a>) e la scoperta del positrone, teorizzato da Paul A. M. Dirac nel 1928 e rivelato quattro anni dopo da Carl D. Anderson al Caltec (California Institute of Technology) a Pasadena.</p>
<p>Questa del neutrino (lo volevano chiamare neutrone, in un primo tempo, parola già usata per varie altre congetturate particelle, ma fu Enrico Fermi che propose il nome <em>neutrino</em>, data la sua piccolezza, perché in italiano suona ovviamente diminutivo, non così in francese, ad esempio; prevalse la proposta di Fermi, che diede così il suo, ehm, piccolo contributo) fu una storia assai tormentata perché si trattava di un oggettino assai difficile da maneggiare (parola inadeguata se mai ce ne fu una), tanto che ad esempio per lungo tempo si è discusso se abbia o meno una massa. Voi direte, ma se non ha massa, cioè se ha massa uguale a zero, cosa diavolo è? Niente paura, siamo abituati ad oggetti di massa zero, tipicamente i fotoni, ovvero le particelle di luce, non hanno massa, soltanto energia. Non si capisce? No, certo, non si capisce, la fisica del Novecento non è “intuitiva”, il vero grande stacco dalla fisica precedente è questo, la perdita dell’ausilio di quella che chiamiamo <em>intuizione</em>. Einstein fu uno dei primi a percorrere questo nuovo cammino e ben cosciente ne era, quando scrisse nell’autobiografia scientifica:</p>
<blockquote><p>«Perdonami Newton; tu trovasti proprio l&#8217;unica via che alla tua epoca era possibile per un uomo dotato della più alta forma di pensiero e di creatività. I concetti che tu creasti guidano ancor oggi il nostro pensare nella fisica, anche se oggi sappiamo che, se vogliamo tendere ad una comprensione più profonda delle interconnessioni, essi devono essere sostituiti da altri ben più lontani dalla sfera dell&#8217;esperienza immediata.»</p></blockquote>
<p>Però, sembrerebbe, funziona (il condizionale è d’obbligo, come dicono sempre i nostri impavidi giornalisti che non si vogliono compromettere); funziona nel senso che il neutrino, a partire dal 1953, suo anno di nascita reale, è stato sempre più studiato, in particolare da fisici italiani, nei Laboratori del Gran Sasso. Sapete perché si fanno i laboratori sotto le montagne (ce n’è uno anche sotto il Monte Bianco)? Per schermare gli esperimenti dai raggi cosmici che ogni istante ci bombardano sulla superficie della Terra, ma ai quali per fortuna la nostra specie si è tranquillamente adattata; i raggi cosmici costituirebbero un “fondo” molto ingombrante, ma, nel caso di cui stiamo parlando, mamma Maiella li ferma, così che passano solo i neutrini: questi infatti non vengono minimamente fermati anche da masse assai cospicue, come l&#8217;intera massa della Terra, essi attraversano impunemente qualsiasi materiale e questo d&#8217;altra parte è quello che rende particolarmente difficile rivelarli. (Certo, qualcuno l’avesse spiegato a Maria Stella nostra tragica e imbarazzante ministra della ricerca scientifica, avrebbe evitato le ennesime risate nazionali e internazionali nei confronti del nostro governo. Ma poi, quei 45 milioni di euro di spesa per il tunnel fantasmatico, chi glieli avrà detti, alla Maria Stella? O a chi li avranno dati?).</p>
<p>Un filone di esperimenti che da qualche tempo va avanti ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, fiore all&#8217;occhiello del nostro Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ‒ oltre a quello, assai importante, dello studio dei neutrini provenienti dal Sole ‒ è quello di misurare i neutrini provenienti dal Cern di Ginevra. Ridotto all&#8217;osso, funziona così: il Cern produce neutrini con certe reazioni in un momento preciso, li spara nella direzione esattamente adeguata a venire rivelati dai Laboratori del Gran Sasso, questi arrivano dopo poco meno di 2,5 millisecondi e gli scienziati misurano il tempo esatto di arrivo. Poi si fa quello che tutti faremmo, si divide la distanza percorsa per il tempo impiegato a percorrerla e si ottiene la velocità.<br />
La straordinaria sorpresa è stata che questa sembra risultare maggiore della velocità della luce, nel senso che i neutrini arrivano circa 60 nanosecondi (= miliardesimi di secondo) prima di quando arriverebbe un raggio di luce (se potesse attraversare anche lui la Terra, il che non è). Per farvi qualche idea quantitativa, tenete conto che la luce in un secondo fa circa 300.000 km (valore approssimato, ovviamente, ma va benissimo per farsi un’idea degli ordini di grandezza implicati, il valore oggi accettato per la velocità della luce nel vuoto è 299.792,458 Km/s) e quindi in un nanosecondo percorre 30 centimetri, così che quell’anticipo di 60 nanosecondi corrisponde a una distanza di 18 metri, non proprio poco; questo ci fa anche capire che non occorre una misura della distanza al millimetro per avere un risultato attendibile.</p>
<p>E comunque, proviamo pure a fare l’azzardo ‒ assai provvisorio ‒ di credere che si sia scoperto che i neutrini “vanno più veloci della luce”. In che misura questo è uno sconvolgimento dell’assetto esistente della fisica? In che misura?<br />
Verrebbe da rispondere in grandissima misura, naturalmente, il limite della velocità della luce sembrava un <em>diktat</em> insormontabile della relatività einsteiniana; però, proviamo a guardare la cosa da questo punto di vista: perché la luce, perché proprio la luce costituiva per Einstein (e per <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/una-barca-non-piu-in-cielo/">Mileva Marić</a>, non dimentichiamolo) questo segnale privilegiato? All’età di 16 anni, Einstein racconta, si era immaginato di cavalcare un raggio di luce e si era chiesto cosa mai potesse accadere a chi viaggiasse in quel modo; e ‒ dice nell’autobiografia ‒ aveva trovato la cosa del tutto impossibile e paradossale, fino a fargli capire che nessuno mai avrebbe potuto raggiungere una tale velocità. Il fatto è che nessuno ha in verità mai capito dove stesse di preciso questo paradosso. Provate a pensare alle onde del mare, e immaginate di viaggiare esattamente sulla cresta di un’onda, come un fuscello, o un abile surfista che vi si mantenga in perfetto equilibrio. Cosa ci sarebbe di strano? Vedreste, rispetto a voi, l’onda ferma e così pure tutte le altre onde, ammettendo di trovarvi in presenza di un ideale mare perfettamente “regolare”. E allora? Cosa ci sarebbe di strano? Naturalmente nel caso della luce (che è sì un’onda, o così si pensava allora, ma elettromagnetica) stareste su una “cresta” del campo elettrico, o di quello magnetico, che entrambi oscillano, oggetti molto più astratti delle profumate e assai concrete onde marine, ma mica ci faremo fermare dall’astrattezza, no?</p>
<p>Einstein invece era completamente stregato dalla luce (guardate che io dico sempre luce, mentre dovrei dire onda elettromagnetica, per essere davvero generale) e decise di porre la luce a fondamento di tutta la sua teoria; e del resto la luce era il segnale per eccellenza, non c’erano in giro particelle, tutto quello zoo che abbiamo adesso: di modi per trasmettere qualcosa a distanza c’era il suono e la luce. Si capisce subito che non si può fare affidamento, fondare una teoria, sul suono, che ha bisogno dell’aria per propagarsi, e che invece la luce offre un servizio assai migliore, perché se anche, come si pensava fino al 1905, essa si propaga in un mezzo, l&#8217;etere, questo mezzo è così sottile da essere presente ovunque nell&#8217;universo, così da consentire propagazione ovunque (ricordate <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%E2%80%99antichita/">questo</a>? e successivi&#8230;). E così, Einstein arrivò a porre la luce come un <em>primum</em>, che non necessita di una spiegazione meccanica, cioè non occorre più sforzarsi di dire che cosa è, leggete qua: </p>
<blockquote><p>«Quanto più la teoria elettromagnetica si è sviluppata tanto più s’è spostato sullo sfondo il problema della possibilità di ricondurre i problemi elettromagnetici a problemi meccanici; ci si è così abituati a trattare i concetti di campi elettrico e magnetico, densità spaziale di carica elettrica, ecc., come concetti elementari, che non necessitano di alcuna interpretazione meccanica.» (Einstein 1909).</p></blockquote>
<p>A voi sembra un’argomentazione scientifica «ci si è così abituati&#8230;»? Mah, ormai poteva dire quello che voleva, naturalmente.<br />
E allora, i neutrini? Messe in atto tutte le debite prese di distanza e adottate le opportune cautele, che del resto sono ben presenti anche ai fisici che hanno deciso di divulgare la notizia di un fatto cui stanno lavorando da molti mesi, si potrebbe azzardare questo commento: ai tempi di Einstein la cosa che andava più veloce di tutte era la luce e dunque tutto è stato fondato su quella; se adesso si scopre che i neutrini vanno più forte ancora, beh, fondiamo la nuova teoria della relatività sul neutrino, che male c’è? Naturalmente c’è parecchio lavoro teorico da fare, non è come cambiare un numeretto in una formula, ma non sembra infattibile, anzi probabilmente è promettente di molte novità interessanti. Per il momento tocca stare a vedere cosa fanno i fisici sulla cresta dell’onda ‒ stavolta l’onda della fama e del successo, che quindi godono dei faraonici stanziamenti del nostro ineffabile ministero ‒ e soprattutto se confermano le analisi dei dati oppure no. La storia andrà avanti ancora un pezzo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/il-tormentino-del-neutrino/">IL TORMENTINO DEL NEUTRINO</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;intuizione del propizio: mostra e reading</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/11/la-materia-delle-parole/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 14:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[materia delle parole]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Biagio Cepollaro</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Biagio-Cepollaroicona-4-2009-1.jpg"></a><br />
<em>Mostra e Reading all’Officina Coviello</em>.<br />
<strong>14 settembre 2011<br />
0re 18.30, via Tadino 20, Milano</strong></p>
<p style="text-align: right;">
ho voluto – o anche: questa vita<br />
di me ha voluto così ora che si raccoglie<br />
che mi sembra di non aver più nulla<br />
da fare e non può essere vero: il freddo<br />
è ancora là, uguale, della stessa<br />
misura degli anni trascorsi al caldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/11/la-materia-delle-parole/">L&#8217;<i>intuizione del propizio</i>: mostra e reading</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Biagio Cepollaro</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Biagio-Cepollaroicona-4-2009-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40024" title="Biagio Cepollaro,icona-4-2009-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Biagio-Cepollaroicona-4-2009-1-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a><br />
<em>Mostra e Reading all’Officina Coviello</em>.<br />
<strong>14 settembre 2011<br />
0re 18.30, via Tadino 20, Milano</strong></p>
<p style="text-align: right;">
ho voluto – o anche: questa vita<br />
di me ha voluto così ora che si raccoglie<br />
che mi sembra di non aver più nulla<br />
da fare e non può essere vero: il freddo<br />
è ancora là, uguale, della stessa<br />
misura degli anni trascorsi al caldo.<br />
è ancora là che fa segni dalla finestra<br />
con l’umidità col giallo dei lampioni<br />
con la minaccia di entrare dentro<br />
in ogni momento perché ogni momento<br />
è buono per essere cattivo.</p>
<p style="text-align: left;">
Avendo scritto poesie per trent’anni ho considerato le parole soprattutto come delle sonde per l’esplorazione del senso. Il suono, l’immagine che nella mente scorre, la disposizione grafica sulla pagina: il gioco della poesia si svolge nel continuo rimando tra immagine, suono e senso.<span id="more-40023"></span></p>
<p>Ma cosa accade quando è proprio la materia della parola a presentarsi in primo piano, nell’oblio del significato, nella sparizione del suono? La parola che s’incarna nella materia è diventata già una traccia di pensiero: i suoi contorni non appartengono più all’invisibilità delle idee ma al sensibile delle materie. La parola diventa cosa tra cose, un pezzo di muro e di mondo, una superficie rugosa iscritta. Queste tracce concrete del pensiero sono come voci semisepolte nelle cose. Sono le parole guardate da fuori, senza la complicità del senso.</p>
<p>Così ho costruito i miei fondi con le tempere all’uovo: fabbricarsi i colori è come inventare una propria grammatica. E poi, con questo bagaglio di memoria, ho provato ad incontrare le materie della città, ho provato a piegarle a questo mio disegno: il cemento sulla tela, come l’intonaco minerale, come il catrame o il gesso. Il mordente per legno l’ho usato come inchiostro. Sopra e dentro queste superfici graffiate ho fatto serpeggiare e restare i frammenti di versi che in quello stesso momento stavano venendo alla luce, nel dialogo col fondo e con la sua resistenza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/11/la-materia-delle-parole/">L&#8217;<i>intuizione del propizio</i>: mostra e reading</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Estraneità</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 09:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alcide de gasperi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[sistema]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cielo-stellato.jpg"></a></p>
<p>Non leggo i giornali sistematicamente, li guardo spesso <em>on-line</em> e ascolto vari telegiornali, locali e nazionali. Mi prende sempre più un senso di estraneità. Quale contatto esiste tra me e la vita pubblica del paese cui per nascita appartengo?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/estraneita/">Estraneità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cielo-stellato.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cielo-stellato-300x300.jpg" alt="" title="cielo stellato" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39975" /></a></p>
<p>Non leggo i giornali sistematicamente, li guardo spesso <em>on-line</em> e ascolto vari telegiornali, locali e nazionali. Mi prende sempre più un senso di estraneità. Quale contatto esiste tra me e la vita pubblica del paese cui per nascita appartengo? E non solo per nascita, per vita vissuta, adolescenza, vita da adulto, da insegnante, da persona che si relaziona con i propri simili. Le notizie di questo periodo, mi sembra più ancora che in altri momenti della storia che ricordo, fanno sempre più emergere l&#8217;esistenza di un <em>sistema</em>: parola magica di questi tempi, la mafia, la camorra, ecc. si chiamano, ce l’ha insegnato <em>Gomorra</em>, sistema, forse perché più si apprezzi la loro struttura forte e articolata. E poi qualche volta si parla di “sistema paese” per indicare, a quanto capisco, l’insieme delle forze produttive nostre, quelle che tutte insieme fanno il sacro <em>pil</em>, che sono come l’ossatura, s’intende in una società schiettamente capitalista come la nostra, di tutto quanto il nostro stare assieme.</p>
<p>Ma il sistema che invece sta emergendo <span id="more-39974"></span>‒ e che certo esiste da chissà quanto tempo, io ne prendo coscienza lentamente solo ora ‒ è un’altra cosa, per la quale non si sa più che metafora usare, una ragnatela, una piovra, una società nella società, una catena di santo potere, una sentina di vizi occulti, direbbe un qualche ingenuo e grasso predicatore medievale.<br />
Si arriva all’assurdo, stentavo a credere alle mie orecchie, di mettere in prigione Tizio perché estorceva denaro, ricattandolo, non al qualunque signor Caio, ma al nostro presidente del consiglio, che dunque lo pagava perché non rivelasse qualche dettaglio sulle sue squallide faccende di sesso a pagamento. Per carità, l’estorsione è un reato e va punita secondo le leggi vigenti, ma il su-non-lodato presidente non sente il bisogno di fare, o dire, qualcosa? No, acqua fresca che passa, o forse non tanto fresca, ma torbida, che comunque passa, lascia solo un po’ di sedimenti putridi sul fondo. Che però si accumulano.</p>
<p>E accanto a questo, giorno dopo giorno ‒ bisogna dire che almeno abbiamo una magistratura instancabile ‒ un tassello qua e uno là, un’altra connessione, un legame nascosto, il ministro, il sottosegretario, il colonnello della guardia di finanza, il prefetto, il sindaco, l’ex presidente della provincia, una valigetta sospetta ‒ ma almeno fosse come quella di James Bond in <em>Dalla Russia con amore</em>, che, se aperta da un inesperto, gli scoppia in faccia ‒ no, no, tutto oliato perfettamente; e nuove parole emergono, per esempio <em>faccendiere</em>, chi è mai un faccendiere, non c’è tanto bisogno di spiegare, la parola suona già un po’ male, è uno che sa fare un po’ di tutto senza tanto badare a leggi da rispettare, quanto a leggi da aggirare. </p>
<p>Eccola davvero la nuova regola:. non devi imparare a rispettare, devi saper aggirare.</p>
<p>Farò un paragone improbabile che mi viene in testa ogni tanto, data la mia lontana anagrafe: Alcide De Gasperi (1881‒1954), nato in terra austro-ungarica, ministro degli esteri della Repubblica e presidente del consiglio degli anni a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, che pure rappresentava ideali e perseguiva modelli di società che oggi non condivido minimamente, tuttavia basta un attimo per capire come un abisso senza fondo separi una persona come questa dagli uomini che oggi hanno il governo del paese. A mio parere la differenza abissale rimane questa, che De Gasperi <em>sapeva come si fa</em> a governare e questi non lo sanno, vanno a casaccio, ogni giorno viene loro un nuovo pensiero ‒ naturalmente dettato da qualche necessità personale ‒ e gli danno forma sulla testa di tutti noi. De Gasperi aveva ancora il kantiano cielo stellato sopra di sé. Questi qua il cielo stellato neppure lo vedono, Kant figuriamoci, guardano in basso per salvarsi appunto tutto ciò che in basso hanno.<br />
Una differenza appunto abissale, quella che differenzia la cosa pubblica dalla cosa privata.</p>
<p>Lo so che il rischio del qualunquismo è sempre alle porte e che non bisogna fare di ogni erba un fascio, ecc., ecc. Allora faccio un altro esempio: mesi fa, quando qui a Milano si era in campagna elettorale per il sindaco Pisapia, sono andato a qualche mercatino a volantinare. Qualcuno mi diceva “rubano tutti uguali, cosa vuole che votiamo?” E questo è probabilmente qualunquismo, che però andrebbe ben spiegato. Ma altri mi dicevano “Senta, ma a noi poveri chi ci pensa?” E questo a me non suonava qualunquista, mi suonava orribilmente e amaramente vero. E mi stringeva qualcosa dentro, forse il cuore, non so. </p>
<p>Certo che il senso di estraneità che dicevo all’inizio aumenta, è come se il senso di appartenenza a questa nazione si trasformasse lentamente ma inesorabilmente; non mi sento appartenente a quel sistema che vedo emergere ogni giorno, lo so che mi lambisce con i suoi tentacoli, ma mi sforzo di sottrarmi, voglio appartenere solo a quell’altra parte di nazione che sono certo esiste; e ne sono certo perché vedo, e spesso conosco e frequento, persone che ne fanno parte e che lavorano in quest’altro senso. Ma essi avranno ancora voce?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/estraneita/">Estraneità</a></p>
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		<title>Un poeta per un poeta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/16/un-poeta-per-un-poeta/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/16/un-poeta-per-un-poeta/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 12:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Montieri]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Montieri</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Giuliano-Mesa.jpg"></a><br />
(a <strong>Giuliano Mesa</strong> da un lettore)<br />
A dover partire di ferragosto<br />
è come mettere una parentesi<br />
un cartello con la scritta:<br />
“chiuso per ferie”</p>
<p>da questa parte della serranda<br />
sotto la luce spenta dell’insegna<br />
clienti affezionati attendono<br />
che l’estate passi o che il racconto<br />
finisca non con un finale ma<br />
con un altro inizio, una parola nuova<br />
basterebbe un tuo silenzio</p>
<p>(imparassimo anche noi a tacere<br />
come un poeta dovrebbe<br />
chiudere per ferie ogni tanto<br />
starsene da parte, quando è tempo<br />
e a suo tempo sapersene andare).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/16/un-poeta-per-un-poeta/">Un poeta per un poeta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Montieri</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Giuliano-Mesa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Giuliano-Mesa-191x300.jpg" alt="" title="Giuliano Mesa" width="191" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39860" /></a><br />
(a <strong>Giuliano Mesa</strong> da un lettore)<br />
A dover partire di ferragosto<br />
è come mettere una parentesi<br />
un cartello con la scritta:<br />
“chiuso per ferie”</p>
<p>da questa parte della serranda<br />
sotto la luce spenta dell’insegna<br />
clienti affezionati attendono<br />
che l’estate passi o che il racconto<br />
finisca non con un finale ma<br />
con un altro inizio, una parola nuova<br />
basterebbe un tuo silenzio</p>
<p>(imparassimo anche noi a tacere<br />
come un poeta dovrebbe<br />
chiudere per ferie ogni tanto<br />
starsene da parte, quando è tempo<br />
e a suo tempo sapersene andare).</p>
<p><em>[16 agosto 2011]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/16/un-poeta-per-un-poeta/">Un poeta per un poeta</a></p>
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		<title>Molo Audace</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/10/molo-audace/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 10:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Bashar al-Asad]]></category>
		<category><![CDATA[molo Audace]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace.jpg"></a>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Mi avvio lentamente sul molo Audace mentre il pomeriggio agostano illanguidisce e il mare – al mattino così blu come solo nel golfo di Trieste sa essere – diventa pallido e chiaro e opaco e comincia a confondersi all’orizzonte col cielo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/10/molo-audace/">Molo Audace</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace-221x300.jpg" alt="" title="Trieste molo Audace" width="221" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39795" /></a>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Mi avvio lentamente sul molo Audace mentre il pomeriggio agostano illanguidisce e il mare – al mattino così blu come solo nel golfo di Trieste sa essere – diventa pallido e chiaro e opaco e comincia a confondersi all’orizzonte col cielo. Le persone si muovono con calma – tutto rallenta, anche nel cuore e nei pensieri. </p>
<p>Tra questi uno ne emerge improvviso, inatteso e improbabile: se un personaggio come Bashār al-Asad, o come un altro dei feroci assassini che abitano e hanno tragicamente abitato i palazzi del potere di questo mondo – non c’è che l’imbarazzo della scelta – se Asad dunque, che spara, o peggio ancora fa sparare, sui suoi concittadini, venisse qui sul molo Audace con me, senza parlare, ma solo a camminare lentamente guardando lontano, assaporando la scontrosa grazia della città di Saba, respirando l’aria del golfo, forse si  lascerebbe andare per un attimo a dismettere i pensieri di potere e di morte da cui è circondato e divorato e si abbandonerebbe a uno sguardo sul mare fino a consegnarsi definitivamente al pensiero che l’unica cosa che importa è che la Terra è la nostra patria, il luogo di noi tutti, nel quale tutti dobbiamo convivere. <span id="more-39794"></span><br />
Qui intorno sono a loro agio gli amanti che si ridono incuranti del resto ripetendosi gesti e parole che sanno già da tanto tempo, così come sono a loro agio le persone sole che trovano il tempo di pensare con calma ai casi propri; qui sono di casa le barche che prendono ora il largo per bagnarsi della luce speciale che ti avvolge quando hai intorno solo acqua. Qui gli sguardi che scambi per un attimo con chi ti sfiora sono buoni, tolleranti, segretamente complici.</p>
<p>Tanti, credo, siano i luoghi magici come questo al mondo; se anche Augusto Pinochet ci fosse venuto almeno una volta avrebbe perso anche lui un po’ della sua ferocia? E così altri, uno di quegli altri potenti che per qualche ragione, avidità, rancore, estrema intolleranza o concorso di impensate circostanze, si sono accanitamente dedicati a violenze e distruzioni nei confronti dei propri simili. </p>
<p>Oppure no. Nessun molo Audace, nessuna fresca brezza marina, nessun pezzo di rapinosa bellezza naturale sarebbe in grado di scalfire una mentalità ormai scolpita senza rimedio in un freddo bassorilievo di comportamenti determinati da cause ormai remote e non più modificabili.</p>
<p>Qui e adesso io vorrei invece credere che questa possibilità esista, vorrei crederci nella possibilità di scalfire qualsiasi superficie, vorrei avere fiducia nella capacità taumaturgica del mondo che ci circonda e anche delle persone che ci circondano e che ci parlano. Come sarà cominciata la spirale di perfidia che ha poi informato la vita di tutti gli Asad del mondo, qualcuno avrà scardinato irrimediabilmente la loro umanità con un gesto sbagliato, con un rifiuto, con una piccola violenza che ha poi scavato un solco terribile nella loro personalità di giovani, o giovanissimi? Nessuno naturalmente può saperlo, forse neppure il diretto interessato, ma tutti noi abbiamo  – sempre e comunque – la responsabilità dell’allevamento dei cuccioli della nostra specie. Portiamoli nei luoghi magici della Terra, costruiamo dei <em>nostri luoghi magici</em> di <em>luxe calme et volupté</em>, abbiamo cura della bellezza.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/10/molo-audace/">Molo Audace</a></p>
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		<title>La natura delle cose</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/29/la-natura-delle-cose/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/29/la-natura-delle-cose/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 05:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Tito-Lucrezio-Caro.jpg"></a><br />
Sono stato l&#8217;altra sera al <a href="http://www.teatroespettacolo.org/il-teatro-di-verdura-di-milano-apre-la-sua-stagione-estiva.htm">Teatro di Verdura</a>,  a Milano, Biblioteca del Senato, via Senato 14, dove ho ascoltato con inaspettato piacere Antonio Zanoletti, accompagnato dalle musiche di Salvino Strano, (insieme anche <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yterLDOolQ8">qui</a>, su testi di David Maria Turoldo, tutt’altra ispirazione) recitare con passione ed efficacia una silloge di passi del <em>De Rerum Natura</em> di <strong>Lucrezio</strong> (Tito Lucrezio Caro, prima metà del I° secolo a.C.).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/29/la-natura-delle-cose/">La natura delle cose</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Tito-Lucrezio-Caro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-39682" title="Tito Lucrezio Caro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Tito-Lucrezio-Caro.jpg" alt="" width="105" height="175" /></a><br />
Sono stato l&#8217;altra sera al <a href="http://www.teatroespettacolo.org/il-teatro-di-verdura-di-milano-apre-la-sua-stagione-estiva.htm">Teatro di Verdura</a>,  a Milano, Biblioteca del Senato, via Senato 14, dove ho ascoltato con inaspettato piacere Antonio Zanoletti, accompagnato dalle musiche di Salvino Strano, (insieme anche <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yterLDOolQ8">qui</a>, su testi di David Maria Turoldo, tutt’altra ispirazione) recitare con passione ed efficacia una silloge di passi del <em>De Rerum Natura</em> di <strong>Lucrezio</strong> (Tito Lucrezio Caro, prima metà del I° secolo a.C.). Non riesco a riprodurre qui neppure esattamente i versi ascoltati, perché non sono stati citati gli estremi e non è facile ricordare una silloge molto articolata, ancorché assai bella.<br />
Approfitto però per riscrivervi un passo iniziale del primo libro, nel quale, dopo l’invocazione a Venere, di prassi all’epoca, Lucrezio si scaglia contro la religione praticata dai suoi concittadini e anche contro quella proveniente dalla Grecia, portando, con grande efficacia, come esempio di uso nefando della religione e dei vati (in questo caso Calcante) l’esempio del sacrificio di Ifigenia in Aulide (<em>Ifianassa</em> nel testo lucreziano, sul modello greco). <span id="more-39681"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Sophie-Arnould-in-Ifigenia-in-Aulide.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-39688" title="Sophie Arnould in Ifigenia in Aulide" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Sophie-Arnould-in-Ifigenia-in-Aulide-270x300.jpg" alt="" width="270" height="300" /></a><br />
Tutti sappiamo quanto sia diffuso nell’antichità mediterranea il <em>topos</em> del sacrificio del figlio (Abramo e Isacco nella Bibbia, ecc.); in questo caso la vicenda è quella di Agamennone, capo della flotta greca in partenza per Troia, che ha ucciso una cerva cara ad Artemide: la dea pretende quindi, per lasciar partire le navi, il sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone. Mito che ha dato spunto a tragedie e rivisitazioni varie e illustri (da Euripide a Goethe, Racine, Alfieri, ecc.). Ecco a voi:</p>
<p>«Per il resto, presta libere orecchie e animo sagace<br />
e lontano da tutti gli affanni alla vera dottrina,<br />
affinché non abbandoni spregiati i miei doni predisposti per te,<br />
con affettuoso zelo, prima di averli compresi.<br />
Comincerò a discorrere per te della suprema norma<br />
del cielo e degli dèi, e ti spiegherò gli elementi primordiali delle cose,<br />
da cui la natura crea tutti i corpi, li accresce e li nutre,<br />
e nei quali torna a dissolverli una volta distrutti,<br />
e che noi nell’esporre la nostra dottrina siamo soliti chiamare<br />
materia e corpi generatori delle sostanze, e semi delle cose,<br />
e denominarli dalla loro medesima essenza corpi primi,<br />
poiché appunto da essi ha origine tutto il creato.</p>
<p>Mentre la vita umana giaceva sulla terra,<br />
turpe spettacolo, oppressa dal grave peso della religione,<br />
che mostrava il suo capo dalle regioni celesti con orribile<br />
aspetto incombendo dall’alto sugli uomini,<br />
per primo un uomo di Grecia ardì sollevare gli occhi<br />
mortali a sfidarla, e per primo drizzarlesi contro:<br />
non lo domarono le leggende degli dèi, né i fulmini, né il minaccioso<br />
brontolio del cielo; anzi tanto più ne stimolarono<br />
il fiero valore dell’animo, così che volle<br />
infrangere per primo le porte sbarrate dell’universo.<br />
E dunque trionfò la vivida forza del suo animo<br />
e si spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del mondo,<br />
e percorse con il cuore e la mente l’immenso universo,<br />
da cui riporta a noi vittorioso quel che può nascere,<br />
quel che non può, e infine per quale ragione ogni cosa<br />
ha un potere definito e un termine profondamente connaturato.<br />
Perciò a sua volta abbattuta sotto i piedi la religione<br />
è calpestata, mentre la vittoria ci eguaglia al cielo.</p>
<p>In questo argomento temo ciò, che per caso<br />
tu creda d’iniziarti ai principi di un’empia dottrina<br />
e di entrare in una via scellerata. Poiché invece, più spesso,<br />
fu proprio la religione a produrre scellerati delitti.<br />
Così in Aulide l’altare della vergine Trivia<br />
turpemente violarono col sangue d’Ifianassa gli scelti<br />
duci dei Danai, il fiore di tutti i guerrieri.<br />
Non appena la benda ravvolta alle chiome virginee<br />
le ricadde eguale sull’una e l’altra gota,<br />
ed ella sentì la presenza del padre dolente<br />
presso l’altare, e che vicino a lui i sacerdoti celavano il ferro,<br />
e alla sua vista i cittadini non potevano trattenere le lagrime,<br />
muta per il terrore cadeva in terra in ginocchio.<br />
Né in quel momento poteva giovare alla sventurata<br />
l’avere per prima donato al re il nome di padre.<br />
Infatti, sorretta dalle mani dei guerrieri, è condotta tremante<br />
all’altare, non perché dopo il rito solenne<br />
possa andare fra i cori dello splendente Imeneo,<br />
ma empiamente casta, proprio nell’età delle nozze,<br />
perché cada, mesta vittima immolata dal padre,<br />
affinché una fausta e felice partenza sia data alla flotta<br />
Tanto male poté suggerire la religione.</p>
<p>Ma anche tu forse un giorno, vinto dai terribili detti<br />
dei vati, forse cercherai di staccarti da noi.<br />
Davvero, infatti, quante favole sanno inventare,<br />
tali da poter sconvolgere le norme della vita,<br />
e turbare ogni tuo benessere con vani timori! »</p>
<p>qualche nota a margine</p>
<p>‒ si tratta dei versi 50 ‒ 106 della traduzione di Luca Canali (Classici Rizzoli, con introduzione di Gian Biagio Conte, testo latino e commento a cura di Ivano Dionigi, Milano 1990), che mi pare migliore di altre reperibili anche in rete, ad esempio <a href="http://www.skuola.it/raccolta/latino/lucrezio/rerum_nat1.htm">qui</a>; chi voglia vedere il testo latino può andare ad esempio <a href="http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text;jsessionid=B8E7F81F831EC289C6EFB43D3E6B3702?doc=Perseus%3atext%3a1999.02.0130">qui</a> (sito perfetto per le opere della antichità classica).</p>
<p>‒ Il filosofo greco cui allude Lucrezio è Epicuro (Samo, 341 a.C. – Atene, 271 a.C.), certamente suo illustre mentore.</p>
<p>‒ la &#8220;vergine Trivia&#8221; è Artemide, cosi detta perché la sua immagine veniva solitamente collocata nei trivî.</p>
<p>‒ la contraddizione, da molti commentatori rilevata, tra un inno iniziale alla dea Venere (la greca Afrodite) e la convinzione lucreziana che gli dèi stanno per i fatti loro e non c’entrano con la vita degli umani, viene risolta con apposite argomentazioni stilistiche per le quali vi rimando alla citata edizione, molto ben curata.</p>
<p>‒ il passo che comincia con l’amara ironia “turpemente violarono col sangue d’Ifianassa / gli scelti duci dei Danai, il fiore di tutti i guerrieri” [<em>Iphianassai turparum sanguine foede / ductores Danaum delecti, prima virorum</em>] e che prosegue con una dolente evocazione della scena del sacrificio, è a mio parere un pezzo di grandissima commozione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/29/la-natura-delle-cose/">La natura delle cose</a></p>
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		<title>Al cor gentil rempaira sempre amore</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/amor-cortese.jpg"></a></p>
<p>Sarà che ogni tanto, complice l’estate, il caldo, la pigrizia, smetti di aver voglia di occuparti delle mille cose fondamentali che ti circondano, il governo, la manovra, il verde pubblico, i disastri ambientali, l’anno internazionale della foresta, i guai piccoli e grandi tuoi o dei tuoi amici e vuoi riposare la mente su qualche cosa di molto bello e di non immediatamente urgente e vitale per la sopravvivenza tua o dei tuoi simili, e allora ti attacchi a un appiglio intravisto, a uno sguardo diverso dal solito, a una frase inaspettata detta da un’amica cui tieni, guardi fuori dalla finestra, scorri le dita sui dorsi dei libri della libreria in camera da letto, guardi meglio, l’edizione curata da Contini dei poeti del Duecento, mirabile edizione Ricciardi‒Mondadori del 1995 (ripresa dall’originale Ricciardi del 1960) e improvvisamente ti suona nella testa quel titolo letto pochi giorni fa qui su NI che echeggia certo un poeta di quel periodo, estrai il volume, cerchi con tutta la calma del mondo, è estate, e trovi quasi subito, <strong>Guido Guinizzelli</strong>, <em>Al cor gentil rempaira sempre amore</em>, eccolo lì l’<em>incipit</em> cercato, e insieme l’incipit dello <em>stil novo</em>, portato da Dante a grande altezza, e allora ti viene proprio voglia di riimmergerti per qualche ora in quel mondo così lontano ormai, apparentemente così ingenuo e primitivo, e invece, a guardar meglio, te l’hanno spiegato a scuola vari anni fa, così complesso e articolato, un mondo così dettagliatamente descritto nella <em>Vita nuova</em>, che proprio è un titolo che la dice giusta, la <em>Vita nuova</em>, un mondo e un modo nuovo di sentire, di guardare se stessi e gli altri, una nuova percezione dell’amore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/02/al-cor-gentil-rempaira-sempre-amore/">Al cor gentil rempaira sempre amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/amor-cortese.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/amor-cortese-261x300.jpg" alt="" title="amor cortese" width="261" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39484" /></a></p>
<p>Sarà che ogni tanto, complice l’estate, il caldo, la pigrizia, smetti di aver voglia di occuparti delle mille cose fondamentali che ti circondano, il governo, la manovra, il verde pubblico, i disastri ambientali, l’anno internazionale della foresta, i guai piccoli e grandi tuoi o dei tuoi amici e vuoi riposare la mente su qualche cosa di molto bello e di non immediatamente urgente e vitale per la sopravvivenza tua o dei tuoi simili, e allora ti attacchi a un appiglio intravisto, a uno sguardo diverso dal solito, a una frase inaspettata detta da un’amica cui tieni, guardi fuori dalla finestra, scorri le dita sui dorsi dei libri della libreria in camera da letto, guardi meglio, l’edizione curata da Contini dei poeti del Duecento, mirabile edizione Ricciardi‒Mondadori del 1995 (ripresa dall’originale Ricciardi del 1960) e improvvisamente ti suona nella testa quel titolo letto pochi giorni fa qui su NI che echeggia certo un poeta di quel periodo, estrai il volume, cerchi con tutta la calma del mondo, è estate, e trovi quasi subito, <strong>Guido Guinizzelli</strong>, <em>Al cor gentil rempaira sempre amore</em>, eccolo lì l’<em>incipit</em> cercato, e insieme l’incipit dello <em>stil novo</em>, portato da Dante a grande altezza, e allora ti viene proprio voglia di riimmergerti per qualche ora in quel mondo così lontano ormai, apparentemente così ingenuo e primitivo, e invece, a guardar meglio,<span id="more-39481"></span> te l’hanno spiegato a scuola vari anni fa, così complesso e articolato, un mondo così dettagliatamente descritto nella <em>Vita nuova</em>, che proprio è un titolo che la dice giusta, la <em>Vita nuova</em>, un mondo e un modo nuovo di sentire, di guardare se stessi e gli altri, una nuova percezione dell’amore. Credo sia un esercizio benefico e pacificante rileggere ogni tanto le pagine di Dante e le canzoni degli autori dello <em>Stil novo</em>. Ricordate i versi del XXIV del Purgatorio, tra i golosi c’è <strong>Bonagiunta Orbicciani</strong>, poeta dell’epoca di Dante, non stilnovista:</p>
<blockquote><p>Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore<br />
trasse le nove rime, cominciando<br />
‘<em>Donne ch’avete intelletto d’amore</em>’.»</p>
<p>E io a lui: «I’ mi son un che, quando<br />
Amor mi spira, noto, e a quel modo<br />
ch’e’ ditta dentro vo significando».</p>
<p>«O frate, issa vegg&#8217; io», diss’elli, «il nodo<br />
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne<br />
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!</p></blockquote>
<p>La relazione, assai simmetrica, tra <em>amore</em> e <em>gentil core</em> non è niente di sdolcinato e convenzionale, è invece governata da regole ben precise. Così dunque tratta l’argomento Guinizzelli:</p>
<blockquote><p>Al cor gentil rempaira sempre amore<br />
come l&#8217;ausello in selva a la verdura;<br />
né fe&#8217; amor anti che gentil core,<br />
né gentil core anti ch&#8217;amor, natura:<br />
ch&#8217;adesso con&#8217; fu &#8216;l sole,<br />
sì tosto lo splendore fu lucente,<br />
né fu davanti &#8216;l sole;<br />
e prende amore in gentilezza loco<br />
così propïamente<br />
come calore in clarità di foco.</p>
<p>Foco d&#8217;amore in gentil cor s&#8217;aprende<br />
come vertute in petra prezïosa,<br />
che da la stella valor no i discende<br />
anti che &#8216;l sol la faccia gentil cosa;<br />
poi che n&#8217;ha tratto fòre<br />
per sua forza lo sol ciò che li è vile,<br />
stella li dà valore:<br />
così lo cor ch&#8217;è fatto da natura<br />
asletto, pur, gentile,<br />
donna a guisa di stella lo &#8216;nnamora.</p>
<p>Amor per tal ragion sta &#8216;n cor gentile<br />
per qual lo foco in cima del doplero:<br />
splendeli al su&#8217; diletto, clar, sottile;<br />
no li stari&#8217; altra guisa, tant&#8217;è fero.<br />
Così prava natura<br />
recontra amor come fa l&#8217;aigua il foco<br />
caldo, per la freddura.<br />
Amore in gentil cor prende rivera<br />
per suo consimel loco<br />
com&#8217;adamàs del ferro in la minera.</p>
<p>Fere lo sol lo fango tutto &#8216;l giorno:<br />
vile reman, né &#8216;l sol perde calore;<br />
dis&#8217;omo alter: « Gentil per sclatta torno »;<br />
lui semblo al fango, al sol gentil valore:<br />
ché non dé dar om fé<br />
che gentilezza sia fòr di coraggio<br />
in degnità d&#8217;ere&#8217;<br />
sed a vertute non ha gentil core,<br />
com&#8217;aigua porta raggio<br />
e &#8216;l ciel riten le stelle e lo splendore.</p>
<p>Splende &#8216;n la &#8216;ntelligenzïa del cielo<br />
Deo crïator più che ['n] nostr&#8217;occhi &#8216;l sole:<br />
ella intende suo fattor oltra &#8216;l cielo,<br />
e &#8216;l ciel volgiando, a Lui obedir tole;<br />
e con&#8217; segue, al primero,<br />
del giusto Deo beato compimento,<br />
così dar dovria, al vero,<br />
la bella donna, poi che ['n] gli occhi splende<br />
del suo gentil, talento<br />
che mai di lei obedir non si disprende.</p>
<p>Donna, Deo mi dirà: « Che presomisti? »,<br />
sïando l&#8217;alma mia a lui davanti.<br />
« Lo ciel passasti e &#8216;nfin a Me venisti<br />
e desti in vano amor Me per semblanti:<br />
ch&#8217;a Me conven le laude<br />
e a la reina del regname degno,<br />
per cui cessa onne fraude ».<br />
Dir Li porò: « Tenne d&#8217;angel sembianza<br />
che fosse del Tuo regno;<br />
non me fu fallo, s&#8217;in lei posi amanza ».</p></blockquote>
<p>Non starò qui a copiarvi le note esegetiche, non così necessarie per un testo chiaro per lo meno nei suoi rapporti essenziali. Guinizzelli morì quando Dante aveva undici anni e il poeta lo incontra nel XXVI del Purgatorio tra i lussuriosi, ma, lungi dall’avere parole dure per il suo peccato ‒ del resto Dante non è mai feroce con questo tipo di peccatori, valga per tutti l’esempio di Paolo e Francesca, V dell’Inferno, trasportati dalla «bufera infernal, che mai non resta», ma che «paion sì al vento esser leggieri», e comunque sempre abbracciati, insomma, il contrappasso dov’è andato a finire? ‒ vorrebbe correre ad abbracciarlo, se non fosse per le fiamme e comunque conversa con grande amichevolezza con quello che considera maestro e iniziatore della nuova poetica di cui fu egli grandissimo interprete:</p>
<blockquote><p>Poi che di riguardar pasciuto fui,<br />
tutto m&#8217;offersi pronto al suo servigio</p>
<p>[... ... ...]</p>
<p>Ma se le tue parole or ver giuraro,<br />
dimmi che è cagion per che dimostri<br />
nel dire e nel guardar d&#8217;avermi caro».</p>
<p>E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br />
che, quanto durerà l&#8217;uso moderno,<br />
faranno cari ancora i loro incostri».</p>
<p>«O frate», disse, «questi ch&#8217;io ti cerno<br />
col dito», e additò un spirto innanzi,<br />
«fu miglior fabbro del parlar materno.</p>
<p>Versi d&#8217;amore e prose di romanzi<br />
soverchiò tutti &#8230;</p></blockquote>
<p>Guinizzelli indica l’ombra di <strong>Arnaut Daniel</strong>, trovatore provenzale, maestro del <em>trobar clus</em>, punito nello stesso girone, ma tutt’altra poetica, gusto dell’ermetico, della rima difficile, della parola rara.</p>
<p>Vedete come ci si perde piacevolmente tra questi maestri nostri, abbandonatevi al loro abbraccio, abbandonatevi &#8230;</p>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 10:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Enrico Cerquiglini</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Passannanti-Il-Cristo-delleresia.jpg"></a><br />
Erminia Passannanti, <em>Il Cristo dell’eresia. Rappresentazione del sacro e censura nei film di Pier Paolo Pasolini</em>, Novi Ligure, Edizioni Joker, collana Transference,  2009, € 12,00.</p>
<p>Il saggio di Erminia Passannanti, <em>Il Cristo dell’eresia. Rappresentazione del sacro e censura nei film di Pier Paolo Pasolini</em>, presenta una lucidissima e documentata analisi di come il sacro diventi oggetto di gran parte della produzione cinematografica di Pasolini e di come si sottragga ad un’ortodossia fatta di dogmi e di inoppugnabili verità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/29/il-cristo-delleresia-un-saggio-su-pasolini-di-erminia-passannanti/"><i>Il Cristo dell&#8217;eresia</i> &#8211; un saggio su Pasolini di Erminia Passannanti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Enrico Cerquiglini</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Passannanti-Il-Cristo-delleresia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-39456" title="Passannanti - Il Cristo dell'eresia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Passannanti-Il-Cristo-delleresia.jpg" alt="" width="184" height="290" /></a><br />
Erminia Passannanti, <em>Il Cristo dell’eresia. Rappresentazione del sacro e censura nei film di Pier Paolo Pasolini</em>, Novi Ligure, Edizioni Joker, collana Transference,  2009, € 12,00.</p>
<p>Il saggio di Erminia Passannanti, <em>Il Cristo dell’eresia. Rappresentazione del sacro e censura nei film di Pier Paolo Pasolini</em>, presenta una lucidissima e documentata analisi di come il sacro diventi oggetto di gran parte della produzione cinematografica di Pasolini e di come si sottragga ad un’ortodossia fatta di dogmi e di inoppugnabili verità. La figura del Cristo che ne emerge è carica di una forza rivoluzionaria incoercibile che si sottrae alla fissità istituzionale della Chiesa e che chiede di vivere, di realizzarsi in ogni rapporto umano, in ogni epoca storica. I film accuratamente analizzati dalla Passannanti sono <em>La ricotta</em>, <em>Il Vangelo secondo Matteo</em>,  <em>Teorema</em> e <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma</em>, quelli insomma in cui la presenza della figura del Cristo è predominante o per presenza o per presunta assenza (<em>Teorema</em> e <em>Salò</em>).<br />
<em>La ricotta</em>, cortometraggio del 1963, ricorda la Passannanti, costò a Pasolini una condanna per vilipendio della religione cattolica.<span id="more-39455"></span> La colpa del regista sembra essere stata quella di essersi occupato, da ateo dichiarato, della figura del Cristo che la Chiesa ha istituzionalizzato e svuotato della forza della Parola, ridotto a icona da adorare, ma distante dall’uomo sofferente (Stracci, sottoproletario affamato), isolato in un amore sterile e lontano dalla vita-morte dell’uomo. La figura del Cristo viene confinata sul piano emozionale nella raffigurazione iconografica, mentre è Stracci che rappresenta tragicamente l’umano e la sua morte: «si ricollega semanticamente (e per i censori, in modo blasfemo) alla passione di Cristo, sovrapponendo alla Passione una riscrittura in chiave marxista delle storia degli umili, sacrificati, come Stracci, alla divorante logica del Capitale». (p. 37)<br />
Il film quindi rappresenta una lettura sostanzialmente marxista della realtà. Scrive a proposito la Passannanti:</p>
<blockquote><p>tutto soggiace alla logica del Capitale, anche i simboli più sacri, come dimostra la scena in cui la corona di spine conservata in una scatola vuota di Pasta Federici sia innalzata da due rozze mani d’operaio contro lo sfondo plumbeo del paesaggio urbano della periferia romana dove sorge Cinecittà.<br />
Non c’è vilipendio del sacro, bensì critica mossa alla struttura della società moderna, che avvilisce i simboli religiosi. Il declino dell’istituzione religiosa, lo suggerisce il ricorso all’arte sacra, è determinato dall’urbanizzazione e industrializzazione, per contrasto continuamente citata nel film, come fenomeno responsabile di avere secolarizzato le istituzioni ecclesiastiche, aumentando il prestigio dell’arte sacra, ma riducendone il contatto con i fruitori dei ceti poveri. (p. 34)</p></blockquote>
<p>Come detto, la lettura pasoliniana non solo non fu gradita dal Vaticano ma fu oggetto dell’attenzione delle autorità giudiziarie italiane, quasi a voler ribadire che non è il Cristo ad essere intoccabile bensì l’interpretazione che di esso dà la Chiesa, recependo in questo modo l’infallibilità vaticana anche nell’esercizio dell’attività giudiziaria di uno stato (Italia) dall’ordinamento costituzionale laico.</p>
<blockquote><p>Per i cattolici vicini al Cristo come istituzione inviolabile – scrive la Passannanti -, tutto si riduce alla perseveranza della difesa dello status iconico, assicuratogli con tanta tribolazione dottrinale attraverso secoli di dispute teologiche. Per i non cattolici ed i laici, Cristo invece attraversa epoche e società con la sola forza della sua Parola, che perdura senza bisogno di essere chiusa sotto custodia e tutelata dai cani mastini del Vaticano. (p. 45)</p></blockquote>
<p>Il film successivo sposta il tiro: Pasolini porta sullo schermo il Vangelo di Matteo e la figura del Cristo diventa centrale, diventa Parola e non in forma di <em>fiction</em>, ma Parola evangelica. Non un Cristo rivisitato ma visitato e scoperto nella sua essenza contemporaneamente antica e moderna: «lo spettatore incontra un Cristo intramontabile e, alo stesso tempo, moderno. Lo osserva impegnato nel processo, e nel metodo, nel suo “farsi un nome”, nel vedersi riconoscere un prestigio di predicatore e maestro, ovvero un dominio ideologico tra le genti della Palestina a cui rivolge il suo messaggio, e per le quali elabora una dialettica socialista oltre che spiritualistica, che mostri al popolo sottomesso al “Dio del danaro” la velleità del possesso». (p. 57-58)<br />
Le parole del Cristo pasoliniano aprono e svelano il mondo del potere e il modo in cui si auto legittima e si mantiene, attraverso forme anestetizzate, incapaci di rinvigorire e rivitalizzare l’azione dell’umano:</p>
<blockquote><p>Rispetto ai suoi discepoli e seguaci, egli chiarisce i metodi tramite cui Stato e Chiesa ottengono sottomissione ed obbedienza e, dunque, incita le masse alla presa di coscienza in senso rivoluzionario; sollecita fede nel suo messaggio e stabilisce un dialogo diretto con la sua persona; istruisce gli apostoli al proselitismo. Il Cristo di Pasolini mostra, altresì, le tecniche di propaganda e condizionamento culturale con cui i burocrati dell’ortodossia dottrinale esigono dal popolo una cieca sudditanza ai loro programmi conservatori, eludendo qualsiasi dialogo con la dissidenza interna ed esterna. Il potere temporale, infatti, prescrive la fede come stato di dipendenza, obbliga alla confessione e alla penitenza e soprattutto non delega, ma accentra, il proselitismo. (p. 60)</p></blockquote>
<p>Con <em>Teorema</em>, Pasolini indaga la dicotomia sacro-borghese: le due realtà inconciliabili finiscono per collidere e il sacro sconvolge il mondo borghese nelle sue strutture portanti. Rivolgendosi all’ospite, il padre afferma: «…è difficile affrontarti. Sono due le ragioni per cui io mi sento costretto a parlarti: prima di tutto si tratta del mio senso morale, e poi c’è qualcosa dentro di me di confuso… che forse appunto soltanto parlando è possibile chiarire». (<em>Teorema</em>) Proprio nella figura paterna, spiega la Passannanti, si manifesta in modo assoluto il fallimento del modello borghese: la sua reazione all’incontro con l’ospite misterioso è frutto di una rivelazione di essenzialità che genera ebbrezza e angoscia, che libera dalla sordità e dall’assurdità della borghesia. Lucidamente l’Autrice del saggio coglie l’essenza del dettato di questa pellicola:</p>
<blockquote><p>In breve, dal contesto contenutistico se ne deduce che le autorità ecclesiastiche della religione istituzionalizzata non producono, nel credente, altro che sensi di colpa e disistima, tenendo il corpo confinato ad una distanza sessuofoba: da esse il praticante a poco a poco si distacca, abbandonando l’ortodossia e l’osservanza delle regole prefissate, mentre il Cristo-ospite di <em>Teorema</em>, che non giudica e non punisce, semplicemente sconvolge nell’intimità che stabilisce con l’amato, soddisfacendo individualmente il bisogno del sentimento religioso: anzi, nel concedersi sessualmente fuori e oltre l’unione del matrimonio, il suo corpo diventa non già il sostituto, ma il veicolo stesso della comunicabilità di tale sentimento (p. 70)</p></blockquote>
<p>Nel mondo cattolico, spiega l’autrice, i giudizi non furono unanimi; il cattolicesimo si divise sulla valutazione del film. Teorema ricevette il premio OCIC (Organizzazione Cattolica Internazionale per il Cinema e l&#8217;audiovisivo) – segno che l’opera aveva in qualche modo toccato sensibilità presenti nel mondo cattolico – ma dovette subire l’ostracismo delle gerarchie ecclesiastiche:</p>
<blockquote><p>La Santa Sede reagì istantaneamente alla decisione dell’OCIC, condannando pubblicamente <em>Teorema</em> nelle pagine dell’<em>Osservatore romano</em> del 14 settembre, bandendo, con il veto “Escluso per tutti”, la visione della pellicola alla comunità dei cattolici osservanti. Il 18 settembre, Papa Paolo VI intervenne in persona rivolgendosi direttamente ai fedeli dal balcone della sua residenza di Castel Gandolfo per mettere in guardia l’audience cattolica contro “l’inammissibile film” (evidentemente <em>Teorema</em>) premiato dai cardinali dell’OCIC, eretici della Teologia della liberazione (p. 73)</p></blockquote>
<p>Questa ennesima chiusura, questo escludere tutti dalla visione non può che negare ogni possibile discussione con chi della religione si è fatto garante per secoli. Ma questa levata di scudi in difesa di dogmi e icone impedisce proprio nel momento in cui se ne avverte l’urgenza, la ripresa della Parola del Cristo e della sua scandalosa e sconvolgente forza vitale. Scrive a proposito la Passannanti: «Il messia di Pasolini […] insegna a redimersi dallo scandalo maggiore di cui un essere umano possa macchiarsi: il peccato dell’indifferenza agli altri e dell’ipocrisia verso se stessi». (p. 74)<br />
Il saggio si chiude con una disamina del <em>Salò-Sade</em> (film già studiato dalla Passannanti nel saggio <em>Il Corpo &amp; Potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma</em>) che coglie in profondità i temi dell’ultimo Pasolini già nei riferimenti culturali che costituiscono le coordinate dell’opera filmica. Habermas, Luhmann, Marcuse, Foucault e Barthes sono presenti nella metafora del potere onnivoro che è Salò. Il sacro è ormai destinato a farsi parodia del sacro e legittimazione di un potere che desacralizza i corpi-vite. Non mostra più valenze positive, non apre al mistero dell’esserci, ma è strumento di un potere che annulla corpo e spirito, in quadri insostenibili in cui il sacro asservito al potere non può che far sorgere il bisogno della Parola. Al nichilismo non può che essere opposto il Cristo, di cui si avverte la totale assenza e la presenza nella sofferenza delle vittime.<br />
Restando ancora nella prospettiva del fascismo storico, la Passannanti coglie «come, congiuntamente, il regime fascista e la Chiesa cattolica abbiano avuto spazio e tempo d’azione per assoggettare gli italiani alla macchina di un potere, che agiva su due livelli: quello politico e quello spirituale. Tale combinazione di dogmi, metodologie disciplinari e tattiche repressive venivano applicate sia dai burocrati del regime, sia dai funzionari della Chiesa, che influivano dai pulpiti sulla coscienza privata e collettiva dei fedeli». (p. 82)<br />
Nello stesso periodo in cui Pasolini lavorava a Salò, Pasolini stava individuando le coordinate di un nuovo fascismo – frutto di una seria riflessione sulle dinamiche della società dei consumi e sulla sua capacità di realizzare un fascismo molto più devastante di quello storico del ventennio – efficace e temibile, capace di omologare e nientificare l’uomo, desacralizzandolo, ponendolo nella condizione esistenziale del vuoto e dell’angoscia.<br />
Il lavoro della Passannanti è inoltre prezioso per la sostanziosa ed informata premessa in cui si evidenziano gli aspetti principali della censura cinematografica in Italia, frutto di un legame, spesso strettissimo, tra Vaticano e potere politico italiano. Legame questo che ha fortemente cercato di bloccare quanti – Pasolini in testa – hanno provato a realizzare un cinema intellettualmente e civilmente libero.<br />
L’analisi cristologica sviluppata in questo saggio propone una lettura del Cristo come figura dalla forza dirompente, in grado di arginare il degrado antropologico proponendo una rottura rivoluzionaria per riacquistare un’umanità che le strutture dell’attuale potere hanno asservito e finito per negare.</p>
<p>L’impatto del cristianesimo sulla società dell’impero romano è stato sicuramente, almeno nella prima fase, dirompente e con una forte valenza rivoluzionaria. Il Cristo, prima ancora di essere figlio di Dio, era portatore di riscatto, di speranza, di vita (anche attraversando la morte). In questo superamento della morte, meglio ancora, in questo com-prendere la morte, si realizzava il legame (<em>religio</em>) con una dimensione altra, con Dio.<br />
Non sfugge certo a Pasolini, ricorda la Passannanti, la portata straordinaria di questa figura, né la sua potenziale attualità. Pur da una posizione materialistica affronta la figura del Cristo cogliendone l’aspetto di una divinità che è sostanzialmente essenza dell’umano. Scriveva infatti a Lucio S. Caruso della <em>Pro Civitate Christiana</em> di Assisi, a proposito del progetto di un film sul Vangelo di Matteo: «io non credo che Cristo sia il figlio di Dio, perché non sono credente &#8211; almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino, credo cioè che in lui l&#8217;umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell&#8217;umanità» (Lettera pubblicata  con la sceneggiatura <em>Il Vangelo secondo Matteo</em>, Milano, Garzanti, 1964, pp. 16-17).<br />
In questa «umanità così alta» Pasolini finisce per realizzare il suo ideale di divino umano, sottraendolo alle strutture gerarchizzate dell’istituzione ecclesiastica.</p>
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		<title>Uccidere Bin Laden è stata solo una vendetta</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 06:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Linguista e storico tra i più autorevoli della modernità, il prof. Noam Chomsky continua il discorso su cui avevo scritto a caldo un pezzo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/extra-legem-nulla-salus/">qui</a>. Il pezzo è pubblicato sull'ottima rivista <a href="http://www.internazionale.it/">Internazionale</a>, n° 901 del 10 giugno corrente.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/16/uccidere-bin-laden-e-stata-solo-una-vendetta/">Uccidere Bin Laden è stata solo una vendetta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Linguista e storico tra i più autorevoli della modernità, il prof. Noam Chomsky continua il discorso su cui avevo scritto a caldo un pezzo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/extra-legem-nulla-salus/">qui</a>. Il pezzo è pubblicato sull'ottima rivista <a href="http://www.internazionale.it/">Internazionale</a>, n° 901 del 10 giugno corrente. a.s.</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky-274x300.jpg" alt="" title="Noam Chomsky" width="274" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39304" /></a><br />
di <strong>Noam Chomsky</strong></p>
<p>L’attacco statunitense del 1 maggio al comprensorio dove viveva Osama bin Laden, in Pakistan, ha violato molte norme del diritto internazionale, a cominciare dall’invasione del territorio di uno stato sovrano. Inoltre sembra che non sia stato fatto alcun tentativo di arrestare la vittima.</p>
<p>Dopo l’uccisione, il presidente statunitense Barack Obama ha detto: “Giustizia è fatta”. Ma molti non sono stati d’accordo, persino tra i più stretti alleati. Il giurista britannico Geoffrey Robertson, che era favorevole all’operazione, ha definito “un’assurdità” la frase di Obama, aggiungendo che un ex docente di diritto costituzionale come il presidente dovrebbe saperlo. Robertson ha inoltre fatto notare che il diritto pachistano e quello internazionale impongono che si apra un’indagine “ogni volta che un’azione del governo o della polizia causa una morte violenta”. Ma Obama ha preferito “una frettolosa ‘sepoltura in mare’ che non è stata preceduta, come prescrive la legge, da alcuna autopsia”.<span id="more-39303"></span></p>
<p>In un’inchiesta pubblicata dall’Atlantic e firmata da Yochi Dreazen, esperto di questioni militari e veterano dei corrispondenti dal Medio Oriente, insieme ad alcuni suoi colleghi, si arriva alla conclusione che l’uccisione del capo di Al Qaeda è stata un assassinio pianificato. Un “alto funzionario statunitense” viene citato come fonte. “Per molti al Pentagono e alla Cia che hanno passato quasi dieci anni a dare la caccia a Bin Laden, ucciderlo è stata una vendetta necessaria e giustificata”. Per di più, “catturare Bin Laden vivo avrebbe causato al governo una serie di spinosi problemi giuridici e politici”.</p>
<p>Gli autori dell’articolo citano il commento dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, secondo cui “il raid americano «ha chiaramente costituito una violazione del diritto internazionale» e Bin Laden avrebbe dovuto essere arrestato e processato”.</p>
<p>Per giunta gli autori fanno notare che l’assassinio è “la più chiara illustrazione che si sia avuta finora” di una distinzione cruciale tra la politica antiterrorismo di George W. Bush e quella di Obama. Bush ha fatto catturare molti sospettati, rinchiudendoli a Guantanamo e in altri campi, con conseguenze ormai note. Obama i sospettati li fa uccidere (con i “danni collaterali” del caso).</p>
<p>Quest’omicidio ha radici lontane. Subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il desiderio di vendetta degli americani ha preso il sopravvento sulle questioni di diritto o di sicurezza. Nel suo libro <em>The far enemy</em>, Fawaz Gerges, docente universitario e specialista di movimenti jihadisti, scrive che “la risposta degli jihadisti all’11 settembre è un esplicito rifiuto di Al Qaeda e un’opposizione totale all’internazionalizzazione dello jihad”. Sono stati invece i vari interventi degli Stati Uniti – in particolare l’invasione dell’Iraq – a dare nuova vita ad Al Qaeda.</p>
<p>Quali saranno le conseguenze dell’uccisione di Bin Laden? Probabilmente per il mondo arabo significherà poco: Bin Laden era defilato da tempo, ed era stato eclissato dalla primavera araba. Ma le conseguenze più immediate e significative si avranno probabilmente in Pakistan. Si discute molto della rabbia di Washington verso il Pakistan per non aver consegnato il capo di Al Qaeda. Si parla meno della collera dei pachistani nei confronti di Washington, che ha invaso il loro territorio per commettere un omicidio politico. Il Pakistan è il paese più pericoloso della terra ed è anche una potenza nucleare. Questa vendetta in territorio pachistano non ha fatto che alimentare i già forti sentimenti antiamericani.</p>
<p>Nel suo nuovo libro Pakistan: <em>A hard country</em>, Anatol Lieven scrive che “se mai gli Stati Uniti spingessero i militari pachistani a credere che l’onore e il patriottismo gli impongono di combattere l’America, molti di loro sarebbero felici di farlo”. E se il Pakistan cadesse, “un risultato assolutamente inevitabile sarebbe l’arrivo di un gran numero di ex militari ben addestrati – compresi esperti di esplosivi e genieri – nelle formazioni estremistiche”.</p>
<p>La minaccia principale è rappresentata dall’eventualità agghiacciante che il materiale atomico finisca in mano ai jihadisti. I militari pachistani sono già stati spinti al limite della sopportazione dagli attacchi statunitensi alla sovranità del loro paese. Colpa anche degli attacchi con i droni, gli aerei senza pilota: subito dopo l’uccisione di Bin Laden, Obama li ha intensificati, ed è stato come mettere sale sulle ferite. Inoltre i militari di Islamabad devono collaborare alla guerra degli Stati Uniti contro i taliban afgani, che la grande maggioranza dei pachistani considera combattenti legittimi contro un esercito invasore.</p>
<p>L’uccisione di Bin Laden poteva avere conseguenze disastrose, soprattutto se il commando fosse stato costretto a scappare dal Pakistan combattendo.</p>
<p>Forse, come conclude Robertson, l’assassinio di Bin Laden è stata davvero “una vendetta”. In ogni caso, l’operazione non è stata decisa per motivi di sicurezza.</p>
<p>[Traduzione di Marina Astrologo].</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/16/uccidere-bin-laden-e-stata-solo-una-vendetta/">Uccidere Bin Laden è stata solo una vendetta</a></p>
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		<title>L’underground milleriano di uno Sticky Boy</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1.jpg"></a><br />
<em>For God and the Empire</em> è il motto del <em>the Most Excellent Order of the British Empire</em>, ordine britannico fondato da Giorgio V nel 1917 e di cui fanno parte, o hanno fatto parte, tra gli altri: David Gilmour, George Harrison, Elton John, Jimmy Page, Robert Plant, Alain Prost, Bill Gates, Agatha Christie, Michael Caine, Sean Connery.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/l%e2%80%99underground-milleriano-di-uno-sticky-boy/">L’underground milleriano di uno Sticky Boy</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1-300x213.jpg" alt="" title="stickyboy1" width="300" height="213" class="alignleft size-medium wp-image-39191" /></a><br />
<em>For God and the Empire</em> è il motto del <em>the Most Excellent Order of the British Empire</em>, ordine britannico fondato da Giorgio V nel 1917 e di cui fanno parte, o hanno fatto parte, tra gli altri: David Gilmour, George Harrison, Elton John, Jimmy Page, Robert Plant, Alain Prost, Bill Gates, Agatha Christie, Michael Caine, Sean Connery.</p>
<p><em>Per Dio e l’Impero</em> è anche il titolo di un libro uscito nel 2009 per l’editore Tea (collana Neon, diretta da Aldo Nove), scritto sotto pseudonimo (<em>Sticky Boy</em>) da un ragazzo emigrato a Londra alla fine degli anni Ottanta, con la supervisione di uno studio milanese di audiovisivi, l’Istituto <a href="http://www.micropunta.it/">Micropunta</a>. E’ un chiaro riferimento ironico a quanto di sacro, di solenne, di rigido e di perbenista nasce e si consolida all’ombra della <em>Union Jack</em>, la bandiera britannica, coi suoi echi di conquiste coloniali, di guerre, di splendori imperiali, di ufficiali a cavallo e bellissime dame. <span id="more-39190"></span></p>
<p><em>Sticky Boy</em>, il “ragazzo appiccicoso”, trova lavoro al servizio delle “Regine”, le prostitute londinesi che ricevono su appuntamento, per appiccicare adesivi pubblicitari nelle cabine telefoniche, che lui stesso crea con lo stile “Pimp Art”. Contengono slogan, inviti espliciti, immagini più o meno hard, e il numero di telefono della Regina. E’ un lavoro clandestino, sempre a rischio di arresto (che arriverà, prima o poi), che lo fa viaggiare nell’underground del sesso a pagamento (che poi tanto underground non è). </p>
<p>In realtà <em>Per Dio e l’Impero</em> non è un testo molto ironico. Scritto con stile simil-poetico, è in gran parte composto da ritratti di prostitute, di clienti, di altri personaggi border-line che sono amici o colleghi dello stesso Sticky Boy. Si potrebbe definire un viaggio nel mondo delle donne in affitto, le straordinarie Regine autocoscienti dall’aspetto aggressivo, vestite di cuoio e di rete, con trucco incendiario, che si aggirano nelle “Case Valvola” (appartamenti dove si pratica anche il sesso sadomaso, con camere di tortura e di umiliazione) in biancheria intima, e dai modi very british. Le immagini ricordano Grace Jones, il suo stile di pantera, rossetti scarlatti, occhi che ti scavano dentro. Le Regine sanno come fare impazzire un uomo. <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_02.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_02-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_02" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-39192" /></a><br />
Qualsiasi uomo. E fanno impazzire Sticky Boy. Quello che emerge da questo “romanzo di vita”, come viene definito nella copertina, non è infatti la denuncia, o la trasgressione come plusvalore. E’ invece un atto di vera e propria adorazione verso il personaggio della prostituta, la “puttana” meravigliosamente santa e al tempo stesso terrena, disponibile ma misteriosa, pronta a tutto ma dignitosa, addirittura orgogliosa, aristocratica. Una vera grande dama dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. </p>
<p>Un elemento interessante è il periodo. Entrano gli anni Novanta, si sente ancora l’onda lunga del decennio precedente, quando tutti volevano fare moda, creare stile, in un mix anarcoide di <em>do it yourself</em> di memoria new wave, ricerca del successo, della mondanità e al contempo della sfida al potere. Ma non ne celebra i fasti e gli splendori, né le durezze e gli oltraggi. Semmai li racconta dall’interno. E rifugge dal working class come dalla peste. Le Regine vogliono i soldi, cercano i ricconi da spennare, non lottano per creare un movimento di liberazione, perché sono già libere. In questo Per Dio e l’Impero è piuttosto un romanzo in versi di tipo milleriano. Henry Miller e la Parigi anni Trenta sembrano trasportati nella Londra anni ‘80 e ’90, col randagismo, la ricerca del sesso come santificazione, come rappresentazione della prostituta/madre:<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_03.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_03-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_03" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39194" /></a><br />
“Nera. Cosce poderose. Seno prosperoso. Ci puntava, le rendeva bene.<br />
Agile. Si muoveva con leggerezza. Elegante con una punta di volgarità. Volgare con una punta di eleganza.<br />
Yin e Yang.<br />
Un animale.</p>
<p>Vuota e piena. Piena e vuota.</p>
<p>Una puttana perfetta. Un tritacarne.<br />
Non era lì per tenere seminari di robotica.”</p>
<p>La Regina è una Grande Madre santa e peccatrice, seduttrice e temibile, aggressiva e materna, ladra ma onesta. La sua è energia sessuale Ching allo stato materiale, senza la rovina della trasfigurazione mistica. Quando l’ipocrisia del Potere si rivolge contro di lei, perché esce dagli spazi delimitati che le sono concessi, usa per i suoi scopi il linguaggio dominante. Se i “cristiani invasati” attaccano le loro cartoline con la scritta: “Confessa che sei un peccatore, chiama Gesù nella tua vita. Lui farà il resto”, la Regina risponde con le cartoline di Sticky Boy: “Confessa che sei un peccatore, chiama Gesù nella tua vita. E io farò il resto.” E non è blasfemia, né provocazione; non è solo una brillante trovata pubblicitaria: “le Girls proponevano il binomio Santa-Puttana”, è piuttosto un’affermazione di libertà, di santità in puro stile milleriano.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_04.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_04-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_04" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-39195" /></a><br />
Forse per questo aspetto di racconto interno al loro mondo, senza fronzoli né compiacimenti, Per Dio e l’Impero è stato accolto con simpatia dai <a href="http://www.lucciole.org/content/view/486/3/">movimenti per i diritti civili delle prostitute</a> . Un narratore che le adora, che desidera servirle e promuoverle, essere il loro paladino e il loro schiavo, non può che essere “uno di noi”.</p>
<p>[<em>le immagini che vedete sono quelle delle cartoline originali che Sticky Boy attaccava nelle cabine della British Telecom.</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/l%e2%80%99underground-milleriano-di-uno-sticky-boy/">L’underground milleriano di uno Sticky Boy</a></p>
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		<title>Rivelazione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 06:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Cuzco]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco.jpg"></a><br />
Finì di maledire l’esistenza di Dio dopo il settimo giorno dalla nascita del vento, quella bestemmia del creato che traversò il paese sino a devastarlo, spalancò le finestre dell’immaginazione alle dame bigotte dell’ Unione benefica, strappò le campane superflue dalla cima del campanile, per concedere ai fedeli di riconoscere il cielo, distrusse le vetrate a colori, dono generoso della banca del Latifondo, le sfondò con rigore cartesiano, spargendone i frammenti per le navate come granita di frutta, s’infilò con urla di sirena vendicatrice nel cratere immenso della cupola sfondata dalle campane, disperse i chierici con il terrore semplice della sua mala intenzione, ma non se ne andò, prima di aver assistito alla rovina di tutte le case della Conquista, con la pazienza provvidenziale dei flagelli di Madre Natura, non se ne andò, prima della morte degli animali tra le macerie delle stalle, non se ne andò, prima del tuffo dei disperati serali dalle ringhiere del ponte, non se ne andò, prima che i nomi delle strade fossero scomparsi dagli incroci, non se ne andò per sette giorni, e del villaggio rimasero le muraglie ostinate, le grida nel buio dopo i crolli senza testimoni, le griglie di ferro alle finestre vuote, per il canto d’irrisione della morte, le schiene spezzate dei bambini sotto i pali divelti della pubblica luce, la follia, dei sopravvissuti solitari nelle strade notturne, senza riposo, per la ronda instancabile della vita perduta, delle ore vane senza più direzione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/">Rivelazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/piazza-della-cattedrale-di-Cuzco-300x200.jpg" alt="" title="piazza della cattedrale di Cuzco" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39181" /></a><br />
Finì di maledire l’esistenza di Dio dopo il settimo giorno dalla nascita del vento, quella bestemmia del creato che traversò il paese sino a devastarlo, spalancò le finestre dell’immaginazione alle dame bigotte dell’ Unione benefica, strappò le campane superflue dalla cima del campanile, per concedere ai fedeli di riconoscere il cielo, distrusse le vetrate a colori, dono generoso della banca del Latifondo, le sfondò con rigore cartesiano, spargendone i frammenti per le navate come granita di frutta, s’infilò con urla di sirena vendicatrice nel cratere immenso della cupola sfondata dalle campane, disperse i chierici con il terrore semplice della sua mala intenzione, ma non se ne andò, prima di aver assistito alla rovina di tutte le case della Conquista,<span id="more-39180"></span> con la pazienza provvidenziale dei flagelli di Madre Natura, non se ne andò, prima della morte degli animali tra le macerie delle stalle, non se ne andò, prima del tuffo dei disperati serali dalle ringhiere del ponte, non se ne andò, prima che i nomi delle strade fossero scomparsi dagli incroci, non se ne andò per sette giorni, e del villaggio rimasero le muraglie ostinate, le grida nel buio dopo i crolli senza testimoni, le griglie di ferro alle finestre vuote, per il canto d’irrisione della morte, le schiene spezzate dei bambini sotto i pali divelti della pubblica luce, la follia, dei sopravvissuti solitari nelle strade notturne, senza riposo, per la ronda instancabile della vita perduta, delle ore vane senza più direzione.<br />
Finì di maledire l’esistenza di tutto quando si tolse le vesti sui gradini della chiesa, le strappò, con urla feroci senza più parole, a brandelli, come la vita che restava nel paese, quelle gabbane lugubri da funerale a pagamento, s’accanì, lacerando a morsi la vergogna, il tradimento, le promesse vane, l’illusione, dentro l’ora di sollievo per la partenza del vento, sotto il peso più completo e palese del silenzio, sulla soglia di polvere che annunciava il deserto per sempre, la distanza irrimediabile dalla Nazione moderna, dal progresso felice senza ritorno, dal futuro d’abbondanza, dal regno dei cieli nella patria di tutti ; era lì, la verità, finalmente, si poteva fiutare nell’aria sabbiosa dopo gli ultimi crolli, era lì, senza nessuno a vederla, senza parole o ragioni, era lì, senza merito nel suo potere di padrona, con il sordo sfacelo del dubbio nei frantumi dell’ora, nella rovina del domani, sincera, per l’intenzione amara dei sopravvissuti, di placare il dolore con le vendette dimenticate, conoscere qualcuno che fosse davvero colpevole, infine, incontrarlo, l’autore di tutto, e vedersela, lì, sulla piazza, con in mano il coltello, da uomini, senza inganni del vento, dei giorni, da uomini, con il breve bagliore di lame, il silenzio, la mossa felina, lo sguardo, la mano leggera, il fendente, la striscia di sangue, la polvere, il coro silenzioso delle pietre, la sera in arrivo, la morte, la china sabbiosa dei gesti da compiere.<br />
Finì di maledire il nome che portava quando vennero a chiedere un aiuto per i vivi, una parola fasulla per mascherare il dolore, un gesto vuoto a ricoprire la morte, li prese a fucilate, sulla pubblica piazza, li fece sparire, senza grida rimaste nelle gole diroccate, li respinse, alla pena più vera di essere vissuti, alla maceria costante di vedere, al morso cieco dei risvegli, li disperse, nelle strade affollate dal silenzio, dalla sete, nel paese abbandonato dalla Patria, dai soccorsi, ancora immobili nelle città, sospesi, nelle fotografie nelle promesse, nelle partenze nei saluti.<br />
Non rimase nulla nel tempo interrotto, nei giorni tardivi di carità Presidenziale, nell’epoca severa del coprifuoco e della Milizia, lo cercarono a lungo sugli altopiani senza memoria, nelle città piovose, lungo i fiumi della foresta, non lo trovarono mai, non lo trovarono più, neppure il nome la voce il fucile, neppure la veste il ricordo gli spari, nemmeno le grida gli sguardi la rabbia, nessuno sicuro della propria parola, nessuno capace di onorare la sorte, nessun testimone ad averlo mai visto, sentito, sulla porta della chiesa, gridare, sui gradini della chiesa, spogliarsi, sul sagrato della chiesa, sparare. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/31/rivelazione/">Rivelazione</a></p>
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		<title>Lettera aperta a Giuliano Pisapia</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 11:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni amministrative 2011]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Pisapia]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Cofferati]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco di Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/milano_comune_palazzo_marino.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;">domenica 29 maggio 2011</p>
<p style="text-align: left;">Caro Giuliano,<br />
scrivo questa lettera stamattina, domenica, appena tornato dal voto, al mio seggio di via Andrea Costa, zona Loreto. Sono stato molto contento di vedere quanta gente si affollava all’ingresso della scuola che ospita i seggi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/29/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/">Lettera aperta a Giuliano Pisapia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/milano_comune_palazzo_marino.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-39174" title="milano_comune_palazzo_marino" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/milano_comune_palazzo_marino-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;">domenica 29 maggio 2011</p>
<p style="text-align: left;">Caro Giuliano,<br />
scrivo questa lettera stamattina, domenica, appena tornato dal voto, al mio seggio di via Andrea Costa, zona Loreto. Sono stato molto contento di vedere quanta gente si affollava all’ingresso della scuola che ospita i seggi. Ho visto uomini e donne, molti anziani, molti con difficoltà vere di deambulare, alcuni in carrozzella, ma tutti con stampato in faccia il tuo nome, non so com’è, ma si vedeva, niente volti torvi e vendicativi, niente espressioni corrucciate, niente visi dell’armi. Il vento sta cambiando dunque davvero, vedo in giro sorrisi e fiducia e sono certo che domani sera avremo da festeggiare parecchio. Da festeggiare, è quasi ovvio, non solo perché tu sarai il nostro sindaco speriamo per un bel po’ di tempo, ma anche perché sarà un segnale forte per questo paese che da troppo tempo ne ha bisogno, per non rovinare nell’imbarbarimento e nel ridicolo nel quale sta sempre più affondando.<br />
Tutto questo è scontato. Ma c’è un altro pensiero che è arrivato a disturbarmi, <span id="more-39173"></span>del quale sarai certo cosciente prima e meglio di me, ma ugualmente voglio dargli voce, perché le scottature passate bruciano ancora.<br />
Il riassunto banale di questo pensiero potrebbe essere <em>il potere logora</em> ‒ non solo, come osservava con la sua abituale malizia Giulio Andreotti, chi non ce l’ha ‒ ma anche, e molto, chi ce l’ha ‒ naturalmente se vogliamo dare al verbo logorare quel significato su cui credo conveniamo. Ovvero, detto con le parole di Fabrizio nella canzone <a href="http://www.youtube.com/watch?v=v2PjrUNOoSk">Nella mia ora di libertà</a>, che <em>non ci sono poteri buoni.</em></p>
<p style="text-align: left;">Quando sarai sindaco comincerà per te un periodo di grande difficoltà, di lotta quotidiana con le viscosità, gli orrori nascosti, i putridumi del potere consolidato, comincerà un periodo nel quale mantenere la faccia limpida, con la quale ti sei sempre presentato e che io non ho alcun dubbio tu desideri conservare, sembrerà ogni giorno un’impresa più titanica. La storia, che non è probabilmente maestra di niente, perché tutto è diverso da tutto, tuttavia ha conosciuto situazioni paradigmatiche a questo proposito. E senza risalire al caso di Pietro da Morrone, che non resse, poco più di sette secoli fa, per più di qualche mese l’estrema tensione di essere Celestino V, e senza neppure sfiorare l’incapacità, o l’impossibilità, da parte di tanti, troppi, dirigenti marxisti arrivati al potere di consolidare un regime di governo <em>a misura d’uomo</em>, pensa al così recente e simile esempio dell’elezione nel 2004 di Sergio Cofferati a sindaco di Bologna, alla sua così contestata conduzione della cosa pubblica e alla sua dichiarazione, nel 2008, di non volersi ricandidare. Che io, ai tempi, sulla cravatta rossa di Cofferati avrei messo la mano sul fuoco.</p>
<p style="text-align: left;">E allora?<br />
Allora così, utopia ma non solo:<br />
io vorrei che tu Giuliano ti prendessi tutto il tempo necessario per renderti conto delle difficoltà connesse con la tua posizione,</p>
<p style="text-align: left;">vorrei che tu ce le facessi conoscere giorno sì giorno no,</p>
<p style="text-align: left;">vorrei che tu scendessi in piazza senza scorta a parlare con tutti i cittadini milanesi, anche quelli che non ti hanno votato, e che credono chissà quali stranezze sulle tue intenzioni</p>
<p style="text-align: left;">vorrei che quando ci sarà l’emissario del governo che ti tira per la giacchetta da una parte e quello della confindustria che ti tira da quell’altra parte e quello dei poteri occulti, che ci sarà anche quello, vedrai, che ti tira magari con maniere meno urbane, vorrei che tu dicessi che la giacchetta è tua e che solo i cittadini milanesi te la possono tirare</p>
<p style="text-align: left;">e vorrei quindi che tu scendessi in strada e ci facessi vedere in modo trasparente in quanti ti tirano la giacchetta, e che discutessi con tutti noi, invece, cosa fare e cosa non fare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/29/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/">Lettera aperta a Giuliano Pisapia</a></p>
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