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	<title>Nazione Indiana &#187; appennino</title>
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		<title>Animali magici</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 06:23:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>*</p>
<p>La notte la strada si azzittisce. Le case sono giganti in attesa, spiano i lampioni dalle fessure delle serrande. Siedo sugli scalini del portone, aspettando che il gatto rientri dalle sue esplorazioni. Passano poche auto, non ci sono echi dalla via che dalla piazza centrale corre verso l’Appennino, le montagne punteggiate di villaggi, stelle deboli sull’orizzonte irregolare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/animali-magici/">Animali magici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/69749817_zth9i83h_20d_11764framed.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/69749817_zth9i83h_20d_11764framed-300x234.jpg" alt="" title="69749817_zth9i83h_20d_11764framed" width="300" height="234" class="alignnone size-medium wp-image-7854" /></a></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>*</p>
<p>La notte la strada si azzittisce. Le case sono giganti in attesa, spiano i lampioni dalle fessure delle serrande. Siedo sugli scalini del portone, aspettando che il gatto rientri dalle sue esplorazioni. Passano poche auto, non ci sono echi dalla via che dalla piazza centrale corre verso l’Appennino, le montagne punteggiate di villaggi, stelle deboli sull’orizzonte irregolare. Dagli alberi e dal campanile qualche grido di rapace notturno, piume, pellicce arruffate sotto i cespugli quando la civetta afferra il topo campagnolo. Dagli orti, dai muriccioli di cinta saltano fuori i gatti, dalla siepe la corazza argentata del riccio, dal campo oltre le reti l’umidità, le lumache, qualche rospo rigettato dai fossi, ogni tanto un animale del bosco, un capriolo disorientato sceso in cerca di cibo, le serpi cieche, sguiscianti, l’orbettino massacrato in gruppo, una sera di maggio da ragazzi, ognuno un sasso, un colpo, per un rituale rabbioso, per gioco, per pentimento poi, nel sonno. Nel buio il corpo è olfatto e udito &#8211; quasi tutte le presenze percepite sono le zolle smosse, il taglio dell’erba, polvere d’asfalto, l’acqua che ristagna dopo una pioggia, globi collosi di terra &#8211; strepiti, rimescolio di foglie, sbattere di frasche, miagolii, latrati sempre più rari e distanti, che fanno il vento e perfino i pensieri. Tutto è senza parole. Le vite sono rumore da sbrogliare nell’oscurità. Nessuno è solo. Non saprei immaginare un mondo senza animali.<br />
 <span id="more-7853"></span><br />
Scoprirli nascosti, meravigliosamente indifferenti. Le anatre selvatiche, dal capo verde smeraldo, che guardavo galleggiare placidamente sullo stagno dietro casa di una vecchia zia. Il sole primaverile riverso nell’acqua come una luce irreale, tagliata dai loro richiami sconosciuti. Immaginavo che un giorno avrebbero preso il volo in formazione verso un paese al di là del mare, dove la vista è vapore azzurrognolo, la curva dell’orizzonte e poi più niente, nessuno. Allora avrei voluto essere Nils, aggrappato al collo di <strong>Akka di Kebnekajse</strong>, il capo-stormo, vedere la campagna e le montagne diventare una coperta variopinta, mentre salivamo dispiegando le ali.  <strong>Nils Holgersson </strong>era il bambino del nord, trasformato in folletto per la sua insolenza, che attraversa la Scandinavia insieme al papero domestico e ad uno stormo di oche selvatiche. Avrei voluto come lui assistere alla danza delle gru sul monte Kulla, il monte-penisola scavato dalle onde, quando tra tutti gli animali si stabilisce una tregua e si ritrovano come in un sabba stregonesco senza riti di sangue e mostri antropomorfici. Per ultime arrivano le razze degli uccelli. Dal cielo, dall’oltremondo alato che immaginiamo dentro il crepuscolo, le gru danzano la nostalgia per i luoghi che non conosceremo, “dell’inaccessibile, di ciò che è celato al di là della vita”.<br />
La fine della storia mi metteva sempre una vaga tristezza – Akka e le oche si sarebbero scordate in poco tempo di Nils, tornato alla sua normale statura, straniero alla loro lingua. Eppure questo dimenticare era anche un sollievo, lo sentivo che sarei stata dimenticata, che io stessa mi dicevo: “Dovrò sempre ricordarmi di -”, quando mi urtava la gioia, priva di grandi ragioni, solitaria, ma poi tornavano le angosce, un senso brutale di isolamento dall’infanzia fino all’età adulta, così che la gioia potesse deflagrare del tutto nuova, al nostro prossimo incontro. </p>
<p>**</p>
<p>Un sabato d’ottobre giravo senza meta per Charing Cross Road. I miei fine settimana londinesi terminavano quasi sempre nello stesso modo, dopo aver trascorso la giornata in qualche parco mi ritrovavo nel West End a vagare tra le librerie. Da Foyles scoprii l’origine di una poesia che amo molto, <em>The Thought-Fox</em>, Pensiero-Volpe, di <strong>Ted Hughes</strong>. Il libro era una vecchia edizione Faber color arancio, dove erano raccolte una serie di trasmissioni radiofoniche per bambini in cui Hughes leggeva e spiegava testi poetici. Mi misi a sedere sulla moquette accanto agli scaffali ed iniziai a leggere. Per il poeta catturare animali e scrivere poesie costituivano due realtà simili e contigue. Entrambe avevano a che fare con una ricerca, una caccia. Afferrare un corpo concreto, affondarci. Quando verso i quindici anni smise con gli animali, iniziò con i versi: anche le poesie erano una vita da esplorare, separata dall’autore. Da ragazzo Hughes non era mai riuscito ad accudire una volpe. I cuccioli finiti nelle trappole erano stati uccisi: una volta da un fattore, un’altra dal cane di un allevatore di polli. Poi una notte di neve, mentre non riusciva a prendere sonno in una stanza a poco prezzo, a  Londra, ecco la sua volpe riprendere respiro, entrare dalla finestra,</p>
<p><em>Cold, delicately as the dark snow,<br />
A fox’s nose touches twig, leaf; </em></p>
<p>(Freddo, delicato come neve scura,<br />
il naso di una volpe sfiora ramo e foglia)</p>
<p>trasformarsi nella rapidità del pensiero e tuttavia rimanere se stessa, conservando l’afrore e l’espressione animale.</p>
<p><em>Then with a sudden sharp hot stink of fox<br />
It enters the dark hole of the head.</em></p>
<p>(Poi con un improvviso acuto odore di volpe<br />
Entra nel buco nero della testa).</p>
<p><em>Che razza di volpe è che può avanzare nella mia testa dove presumibilmente ancora siede… sorridendo a se stessa mentre i cani latrano. È sia una volpe che uno spirito.</em></p>
<p>È la volpe e l’idea della volpe entrambe salve all’interno della poesia. L’animale è la poesia, la poesia ha una forma tangibile e soprattutto un odore. L’apparizione dei versi sulla pagina diventa il modo per riappacificarsi con l’animale, con un senso di stupore e precarietà trasformato in intuizione, nello scarto temporale in cui le cose del mondo si fanno linguaggio.<br />
Rileggendo il testo trovavo inoltre la pienezza, tanto più presente quanto io capivo di non possedere né l’animale né il momento impresso nella scrittura. Mi sembrava di vedere la volpe, libera dalle mie mani, indicare una strada sulla quale non ero dissimile da lei. </p>
<p>***</p>
<p>La mia prima volpe risaliva alla montagna pistoiese, durante l’adolescenza, una sera in auto con mio padre, mentre tornavamo al suo paese, percorrendo la Porrettana. Mio padre aveva preso la via più lunga, fermandosi spesso nei bar tra i gruppuscoli sparuti di case, incastrate tra le faggete ed il gelo dei torrenti, le vecchie abitazioni come un interminabile inverno diroccato, i blocchi di pietra grigia aperta in spiragli neri, i tetti di lastra crollati tutto attorno. Eravamo abituati ad incrociare daini e caprioli, che correvano lungo il ciglio della strada, prima di riaddentrarsi nella macchia boschiva. Quella sera invece dalla neve sporca della strada,  ci fissava un animale dal pelo rossiccio, che scomparve quasi subito, indietro negli alberi.<br />
“Una faina, no una volpe…” dicemmo, cercando di seguirla con gli occhi nel buio. L’avevamo riconosciuta dalle orecchie e dalle dimensioni. A differenza della faina non avevo inimicizia per la volpe, eppure anche lei poteva scendere nel pollaio, subito sotto il bosco, predare galline e paperi. Quando una notte che i cani erano rimasti a dormire in casa, ci fu una strage sanguinosa di polli, la colpa ricadde subito sulla faina o tutt’al più la donnola, flessuosa e svelta, che poteva scivolare sotto la rete di protezione, sebbene non occorresse essere esperti acrobati, abili e snodati scassinatori per penetrare il casotto di legno del pollame. Nessuno voleva accusare la volpe.</p>
<p>A Londra i miei incontri con l’animale si erano fatti più frequenti, specialmente nei parchi, dove non è difficile vederla al crepuscolo, oppure nei sobborghi periferici, rovistare nei bidoni dell’immondizia, adattarsi.  A Saint James Park trotterellava sul retro della caffetteria, noncurante delle persone attorno, in attesa di qualcosa di commestibile. A Battersea Park si era accomodata nella macchia di prato oltre il cancello d’ingresso, semidistesa, guardandoci con fare pigro e annoiato, entrare ed uscire dal suo territorio. Ogni volta provavo lo stesso impulso davanti all’animale, opposto a quello davanti ad un essere umano – cercare di  toccare il primo, ritrarsi dal secondo. Poi all’improvviso si era alzata con un balzo, era scappata via, prima che potessi capirne la direzione. </p>
<p>****</p>
<p><em>Come per me, cugina volpe, / ovunque nel suo percorso si volga/ trova luoghi adatti a morire./ (Cerca luoghi mortali)</em>, avrei potuto pensare, con le parole di <strong>Paolo Volponi </strong>(un altro poeta che aveva nel nome la parentela con l’animale), cercando di seguirla in un paesaggio in dissolvenza, un’emulsione del suo corpo, così estraneo e presente. La bellezza della volpe era nella sua fragilità, nelle sue necessità elementari, il modo in cui si piegava all’ambiente senza uscirne abbrutita, portando con sé un sentimento di uguaglianza oltre l’umano.<br />
Non sappiamo parlare di noi stessi senza abbellimenti, senza il retrogusto della grandezza per ogni gesto. E le vite dobbiamo conquistarle, renderle innocue, così solo esse ci consolano – non sopportiamo la loro libertà, che non sia utilizzabile per i nostri scopi, che anzi diventi uno specchio della nostra stessa radicale mancanza di un fine altro, superiore. Eppure nell’animale potremmo riconoscere un compagno che ci rammenti cosa significa esistere, uno spirito fraterno di distanza e di rispetto.</p>
<p>*****</p>
<p>Di notte la volpe ritorna. Corre sul marciapiede dissestato di Brailsford Road, illuminato da un unico lampione. Ne scorgo appena la coda, le zampe posteriori, le orecchie acute del muso, ma anche così è bellissima, poco prima della curva, verso l’entrata del parco. È a caccia. Striscia sul ventre per farsi invisibile nell’erba della collina, tra le radici venose, rigonfie, quasi braccia in emersione. Sul portone di casa mi fermo euforica,  cercando di vedere con la mente i piccoli animali chiusi nelle siepi, gli anatroccoli che spero vicini ai genitori, sotto le ali grigie e nere delle oche ai bordi dell’acqua. Il sonno degli animali è vigile. Come sarà cambiato domani il loro mondo? Sarà ancora viva la volpe, scampata ai fari, allo stridere delle auto?  Sarà sazia e ben nascosta? Sotto gli assi di un capanno per gli attrezzi? In un buco dietro il supermercato? In un vecchio platano, in un mucchio di foglie? Lei non sa niente di me. Mi sfugge sempre ad ogni incontro. Sparisce dove io non posso andare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/animali-magici/">Animali magici</a></p>
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		<title>Battersea power station</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 04:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/">Battersea power station</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.thumbnail.jpg" alt="jh-battersea.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. La centrale elettrica in disuso è un castello abbandonato della modernità. Spesso invento storie fantastiche sul suo conto: in una è la fabbrica da cui escono liquidi, e poi a sbuffi di vapore, i sogni e gli incubi di Londra; in un’altra è il rifugio dell’unicorno, non più incatenato sullo stemma reale. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru, l’acciottolarsi dei detriti sul vento. <span id="more-4707"></span>Come una forma tangibile del cielo – spesso mi accorgo del mondo superiore, sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne decomposte, volgersi all’erba, allo scandirsi cronometrico dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione ed il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore.</p>
<p>Accanto alla centrale c’è un parco che si apre in recinti, giardini e prati, tutto attorno ad un lago abitato da cigni, anatre, folaghe. La mia passeggiata è piuttosto abitudinaria: mi infilo in uno dei cancelli che danno sulla terra rialzata, sulla natura incolta affacciata sull’acqua, mi dirigo ad un albero, di cui non riconosco la specie, dai rami robusti, scuri, piegati verso la riva. Non c’è quasi mai nessuno. Mi arrampico, mi siedo appoggiata al tronco e inizio a leggere &#8211; ad esempio The Virgin Suicides di Eugenides l’ho letto quasi tutto tra questo luogo e l’appartamento in Deeley Road, dove abitavo nel 2004 – una strada di palazzi come caserme, da cui venivo a piedi. Ci sono parti nel libro sugli olmi del quartiere, sul loro respiro, sul manto fitto dell’autunno nei cortili, che per me sono indissolubilmente legate al mio albero di Battersea Park. Oppure vago nei pensieri, dondolando i piedi liberi, guardando il lago, il sole che ne fa quasi una carta stagnola, le battaglie degli uccelli per il cibo gettato dai passanti.</p>
<p>Nel nostro bosco, sull’Appennino, quello dietro il campo di calcio, c’era un tronco caduto di castagno, arcuato come un ponte vegetale sul terreno. Ora è completamente distrutto, dalle piogge, il passaggio dei cervi, il peso invernale delle nevi. Amavamo quel resto d’albero: ci potevamo sedere sopra nell’ombra della radura, sotto la parete di roccia ed il muschio che risalivano fino al tetto aperto delle fronde, tra i sassi. Quando le mie sorelle erano piccole lasciavo i regali sparsi, sulla corteccia, come se fossero doni dei folletti.<br />
Un pomeriggio, gli ultimi giorni d’agosto del 1997, me ne ero venuta nel bosco con il mio vecchio flauto di legno, in uno dei miei attacchi di insofferenza.<br />
Stavo lì nei pantaloni di tela sbrindellati di pezze giallo e arancio e suonavo per gli sterpi. Dopo un po’ arrivò la tua voce, dal sentiero. Eri allegro. Mi chiamavi: “O cugina pifferaia, hai finito l’esilio? A casa c’è l’Ofelia che ci ha preparato la merenda”. Ofelia, la compagna di mio padre, ci preparava ancora la merenda come se fossimo due ragazzini, scordandosi volutamente che tu avevi vent’anni ed io ventidue. La pasta fritta con lo zucchero o il sale di cui facevamo indigestione, i bomboloni, la torta di panna e mirtilli, o anche, non meno apprezzato, il solito gigantesco barattolo di Nutella, con il pane pronto sulla tavola. Era proprio quest’ultimo che ci aspettava in cucina. La Nutella, se ci penso bene, è stata quasi un vincolo adolescenziale tra cugini nel paese di Torri. Io ed Elisa rientravamo ad ore impossibili nella notte, nei nostri sedici, diciassette anni, godendoci tutta la libertà dell’estate, e continuavamo a parlare sedute al tavolo con i cucchiaini intinti nella cioccolata, per finire a dormire nello stesso letto, ad una piazza, come quando eravamo bambine. Nella tarda mattinata, quando ci svegliavamo, Ofelia con aria fintamente minatoria ci diceva: “Vi ho sentito tornare cosa credete… erano le quattro”. Ma poi aggiungeva un barattolo extra nella spesa. Sara e Benedetta, le mie sorelle, ripetono questo rito con gli amici, ora che hanno la nostra età di allora, ed io che resto alzata a leggere o a scrivere quando vado in montagna, le ascolto raccontarsi, con un misto di nostalgia e stupore.</p>
<p>“Sei venuto a piedi o in motorino?”, ti chiesi.<br />
“In motorino”.<br />
“Sfaticato! Hai fatto bene… senti perché non facciamo merenda qui? Dai, Matteo. Ti aspetto, vai a prendere il pane?”. Che sfacciata. Ma tu non dicevi di no: mi guardasti con aria ironica e rassegnata, riavviandoti verso casa, per accontentarmi. Erano anni che non trascorrevamo qualche giorno insieme, d’agosto a Torri. Che non consumavamo i pomeriggi a giocare a carte al bar con gli altri ragazzi, che mi insegnavi per l’ennesima volta il gioco del tressette, sapendo che di lì a un mese me ne sarei scordata completamente. Che ascoltavi con eroica pazienza i miei sfoghi sentimentali o ti offrivi di coprirmi, se restavo a dormire fuori, dicendo che passavo la notte da te, in mansarda.<br />
Di che parlavamo con il pane stracolmo di Nutella, seduti sulla trama delle foglie?<br />
Mi chiedesti di dirti ancora dei miei spiritelli, di cui leggevo le storie ai bambini del paese in piazza, imitandone le voci. Da piccolo tu avevi paura di Dracula. Mio padre, ti illustrava il film di Nosferatu, facendo smorfie e gesti mostruosi con tutto il corpo, spengendo la luce d’improvviso. Tu scappavi nell’altra stanza, ti nascondevi sotto il tavolo, finché lui non iniziava a ridere, molto più bambino di noi. Io non glielo permettevo. Gli dicevo in anticipo che di vampiri e castelli rumeni non ne volevo sapere un bel nulla.<br />
“Ti ricordi quando dormivamo assieme nel lettone a casa della nonna, io te ed Elisa? Tu eri insopportabile, lì nel mezzo. Prendevi tutto il posto e noi ci stringevamo sugli angoli. E protestavi, anche!”<br />
“Ma avevo cinque anni… voi eravate più grandi”, ridevi.<br />
Ti eri impuntato, quella volta, che ti escludevamo perché eri maschio, che anche tu avevi diritto di passare la notte con noi, dalla nonna. Dormire assieme da bambini ha un suo potere speciale – è un’alleanza nel momento più sconosciuto della giornata, quando tutto diventa inquieto e sfuggente. Gli alberi all’esterno, il loro lamento di vocali, di misteriosi suggerimenti contro la finestra.<br />
Con Elisa avevamo questo progetto: aspettare che tutti dormissero nella casa: poi scendere giù nel prato, a controllare se c’era qualcuno. Non sapevamo chi o cosa sarebbe dovuto venire. Avevo delle idee al riguardo e finivo sempre con lo spaventarla, come quando le raccontai dell’impiccagione di Pinocchio, di cui avevo letto a scuola. Pinocchio era un libro terribile, per me, crudele. Lo leggevo avidamente e lo detestavo con uguale passione. Ero arrabbiata con Pinocchio per come ammazzava il grillo e per come vendeva il suo abbecedario: una tale preziosa parola fatta di sillabe lente e ghirigori, come puoi venderla Pinocchio? Ma poi mi dispiaceva molto di più per tutti gli animali che morivano nel libro: Melampo, i ciuchini, i pesci nella padella d’olio bollente dove finiva il burattino. Un libro esemplare della tortura.<br />
Pensando agli assassini incappucciati, alle corse a perdifiato per i fossi pieni di bisce, rospi ed orbettini, decidemmo che forse era meglio declinare, restarcene nel sicuro delle coperte.</p>
<p>“ E le bolle di sapone, te le ricordi? Quelle con il Nelsen piatti, dentro i bricchi di smalto?”</p>
<p>Se dovessi scegliere un ultimo ricordo, sceglierei quel pomeriggio, in cui ci immergevamo nel nostro passato, enumerando i giocattoli, le piccole liti, come se anche Elisa, che non veniva più in montagna, fosse lì seduta con noi. Il mondo dell’esperienza epurato dalla carne, una crosta staccata, esangue &#8211; così inconsistente sulla nostra formidabile infanzia. Avevi questo volto morbido, quest’aria gentile mentre da ragazzo diventavi uomo. Conservo ancora in un diario, la poesia che mi scrivesti quella sera, seduto sulla finestra. Mi consegnasti il foglio quasi imbarazzato.<br />
“Ti ho scritto una poesia… lo sai, però io non sono bravo come te. Non ho nemmeno studiato”.<br />
Era una poesia su Torri, sulla tua montagna. Su come potevamo fermare tutto quassù, dimenticare. Il nostro minuscolo paese dei fiori, nel comune più boscoso di tutta l’Italia. “A te cugina, che credi nei folletti”, riporta la dedica.<br />
Il mio migliore amico si era ucciso in luglio, con il gas di scarico dell’auto. Negli anni a seguire ne avrei riversato così tanto nelle poesie, nei racconti, nei diari, nei monologhi interiori mai trascritti, sorprendendomi a fissare qualcuno che avrebbe potuto essere lui, in una strada cittadina, su di un treno, eppure mi sarebbe restata dentro la sorpresa, di quando ti spiegai, in cucina, come sviscerando il cuore di un estraneo. Soprattutto avrei tenuto dentro il dubbio di un futuro alternativo, non intaccato dalla sua morte, dal rischio indulgente della mitizzazione – i dispersi dissolti in stati d’animo,  beatificati rifugi dell’ego, quando si è assediati dai timori, resi mediocri, insufficienti: i giorni e gli altri percepiti come una sentenza.<br />
Come avrei ricordato? Come avrei spogliato dalla nostalgia la mia esigua giustizia?<br />
Lo raccontavo a tutti ciò che era successo quell’estate, con una foga maniacale, inquisitoria, malcelando la paura in un grossolano distacco. Tu dicesti semplicemente che lo rispettavi. E che lo rispettavi tanto più a fondo perché non riuscivi affatto a capirlo &#8211; tu che trovavi il lato piacevole di ogni cosa, perfino del tuo lavoro in fabbrica, quando per ovviare alla noia, ti raccontavi da solo fiabe assurde. C’era questa gioia serena che mettevi nei rapporti, senza giudizi di sorta, che calmava il mio modo carnale, impulsivo di agire. La parola per dirti è bontà, un vocabolo ingiustamente schernito nel sinonimo di un fare ingenuo, approssimativo, che non scalfisce la pelle degli eventi, il nostro bisogno di ferire, di pose inautentiche di disprezzo. In te riacquisiva tutto il suo genuino valore: lo stare da pari a pari con gli altri e con l’esistenza, lo stare aperti. Non ha importanza che tu lo comprendessi: era nel tuo non saperlo che si radicava più forte. Eri mio cugino. Eri buono.</p>
<p>Non concepivo ancora la precarietà che ci compone, né credo si comprenda del tutto finché si è dentro la fiumana dei sogni e degli affetti. Temiamo la perdita di coloro che amiamo &#8211; un incubo diurno da scacciare &#8211; ma ne facciamo ugualmente figure immortali, cardini di direzioni estemporanee, illusi nel nostro egoismo di poter tornare, quando ci sembra opportuno, ai loro volti conosciuti, i loro gesti di consolazione.<br />
Ma la vita è molto più sbrigativa, disattenta.<br />
La vita è un inventario sbagliato, procede per accumulo, per repentine detrazioni. Come il segno primo dello scrivere, lei è spinta per sua natura continuamente a colpire e colpisce di fretta, nauseata e assolta – e lascia agli astanti, agli involontari complici, agli strumenti, l’affondo irregolare dell’impronta.</p>
<p>Ti rividi un’altra volta, nel mese di settembre. A gennaio una nostra comune conoscenza mi portò i tuoi saluti: sarei passata a trovarti, risposi, alla sala giochi dove ti fermavi qualche volta la sera. Ma non accadde. La notte del quattordici febbraio, ti ricoverarono d’urgenza a Firenze, per un incidente d’auto – avevi perso il controllo, rientrando dalla discoteca, eri stato sbalzato fuori dall’impatto con un muro. Con una fiducia disperata nella tua forza sperammo per quindici giorni che tornassi. Avresti avuto danni irreversibili, una paralisi, un occhio perduto, ma saresti stato vivo, e mio zio, quando venni in ospedale mi disse di non entrare, di non vederti sfigurato dallo schianto. La tua pelle di bambino. Che tu sapevi comunque che noi c’eravamo, che saresti stato a casa in poche settimane, non poteva che essere così. Poi l’aneurisma nel centro del cervello. Una bacca, una pallottola di sangue. Ti dichiararono clinicamente morto, pronto per l’espianto, come avresti voluto. Lo avevi detto una volta a tua madre, commentando la notizia della donna che aveva partorito un feto gravemente menomato, per poter donare gli organi. Un affermare astratto, che diventa d’improvviso spietato testimone.<br />
Non ricordo il funerale; non ricordo nulla.<br />
Non sapevo come guardare i miei zii, come chiedere un’altra possibilità, una soltanto, come non odiare il mio dolore, come combattere l’impossibile, come non fare delle preghiere che uscivano inutili, una maledizione.</p>
<p>Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena d’intensità immutabile scopra la fibra di un punto d’approdo, una nuova partenza. Occorre esserne travolti, con l’asfissia ermetica del vuoto, senza spiegazioni esaustive, vergognandosi invece, molto, della meschinità accentratrice della propria sofferenza.<br />
Il mondo ha le sue vie atroci, insospettabili per renderci l’amore, la dignità delle storie private.</p>
<p>A distanza, nella mia vita londinese, appena fuori dal parco, io non so se sia un suono o un odore o l’aria desolata dalle ciminiere &#8211; rivedo tutto con chiarezza, ci ascolto nel bosco: sei tu, la mia epifania, che scivola nella mente, s’ispessisce, s’irradia tutto d’intorno &#8211; il mio attimo di rivelazione.<br />
Quanto calore c’è nelle lacrime represse? Quanta verità da indagare nei vissuti trascorsi? E quanto davvero di comune, di tralasciabile, negli sguardi scambiati, i dialoghi familiari, il silenzio perfino del sonno nella solita stanza?</p>
<p>Camminando verso la centrale elettrica posso piangere non vista. Piango il tuo nome teso dentro la gola. Piango la rabbia, Matteo, il molto male che ho inferto a me stessa, come per punirmi per ciò che non riuscivo a salvare, non potevo; piango la mia rigida coerenza del non dire finché non si è marchiati incandescenti e poi si è pietra, secrezione esposta delle ossa. Piango gli appuntamenti mancati, i tuoi organi in altre persone, come codici ignoti della memoria, manoscritti sporcati di arterie, e la morte che esiste e le poesie scritte sui davanzali delle finestre. Ti lascio andare. Supero l’eco del traffico nel fiume, nella benevola indifferenza del paesaggio, la sua notturna, quieta pulizia.</p>
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