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	<title>Nazione Indiana &#187; Arno Schmidt</title>
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		<title>13 storie inospitali</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 06:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg" alt="" title="hans-henny-jahnn" width="429" height="230" class="alignnone size-full wp-image-39313" /></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong><br />
<strong>Hans Henny Jahnn</strong>, <em>13 storie inospitali</em>, Lavieri edizioni, traduzione di Elisa Perotti, 189 pagine</p>
<p>Hans Henny Jahnn è autore poco conosciuto anche nella sua stessa patria. Scrittura anomala la sua, fuori dal canone codificato della letteratura del Novecento in lingua tedesca, eppure autore di altissima qualità, tranquillamente accostabile ai più famosi monumenti letterari della prima metà del secolo. Solo che Jahnn è uno scrittore inospitale, come le storie che racconta. Anche per questo trovo l’idea di tradurlo, da parte di Lavieri, un atto di autentico coraggio che merita l’attenzione dei lettori.<br />
<span id="more-39312"></span><br />
Le <em>13 storie inospitali</em> forse vi daranno filo da torcere, percorrerete, dentro le sue pagine, immaginari malati, racconti di perversioni, pulsioni incestuose, passioni meccaniche, farete fatica, anche. Perché il mondo immaginifico di Jahnn sembra difficile da definire. Di conseguenza leggendolo è come attraversare una foresta di simboli senza avere a disposizione neppure una bussola. Tutto  è vergine, leggendolo, tutto sembra accadere per la prima volta. Jahnn rende esotico il paesaggio norvegese così come quello persiano. Misterioso, oscuro, inspiegabile. </p>
<p>La sua è una mistica senza dio, tutta calata nei corpi. È una scrittura senza vergogna, oscena senza essere mai volgare. Perché il controllo sulla lingua (e la traduzione è davvero impressionante) e sulla sintassi è conturbante. Lingua che spesso deraglia, delira, si perde nelle visioni, con dialoghi così improbabili, così scritti, da essere veri proprio per la loro irrealtà. Veri, cioè, perché coerenti con la realtà della scrittura. Folli, schiavi, marinai, cannibali, gemelli, cavalli, organi meccanici: questo ed altro incontrerà il lettore, raccontati con una scrittura incollocabile, mitica, fuori dal tempo e dalle mode. Chiedo, insomma, di gettarsi nell’abisso, conscio che ogni tanto, per il bene di tutti, occorre dare spazio alla <em>bibliodiversità</em>, per il bene stesso della letteratura, troppo spesso legata, e non da oggi, a un ciclo economico-editoriale sterile e infecondo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em> n° 11, del 15 marzo 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
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		<title>Specchi neri (incipit)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 09:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_4.jpg"><br />
</a></p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>(Clicca sull&#8217;immagine per ingrandire)<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchio11.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_1.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_2.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_3.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Arno Schmidt, <em>Specchi neri</em>, a cura di D. Pinto, Lavieri, 2009.</strong></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/specchi-neri-incipit/">Specchi neri (incipit)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_4.jpg"><br />
</a></p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>(Clicca sull&#8217;immagine per ingrandire)<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchio11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21882" title="specchio1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchio11.jpg" alt="specchio1" width="409" height="664" /></a><span id="more-21877"></span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21888" title="specchioII_1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_1.jpg" alt="specchioII_1" width="416" height="699" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21889" title="specchioII_2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_2.jpg" alt="specchioII_2" width="401" height="703" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21890" title="specchioII_3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_3.jpg" alt="specchioII_3" width="398" height="698" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21887" title="specchioII_4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchioII_4.jpg" alt="specchioII_4" width="409" height="703" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Arno Schmidt, <em>Specchi neri</em>, a cura di D. Pinto, Lavieri, 2009.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/specchi-neri-incipit/">Specchi neri (incipit)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La visione di Arno Schmidt</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 06:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchineri.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>All&#8217;inizio sembra un sogno, uno di quei sipari che Schmidt alza nel corso della narrazione: un uomo solitario che vaga per boschi e strade di campagna deserti, solo scheletri umani a segnare il cammino. Dopo un certo numero di pagine, in cui sei “preso” nella fantasmagorica lingua di Schmidt, catturato nei suoi interstizi, nei suoi ritmi, ti accorgi che è invece tutto fantasticamente vero: una guerra, una bomba all&#8217;idrogeno, e l&#8217;ultimo uomo sulla terra, a osservare il disastro, a scrivere la fine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/la-visione-di-arno-schmidt/">La visione di Arno Schmidt</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchineri.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-21629" title="specchineri" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/specchineri-150x150.jpg" alt="specchineri" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>All&#8217;inizio sembra un sogno, uno di quei sipari che Schmidt alza nel corso della narrazione: un uomo solitario che vaga per boschi e strade di campagna deserti, solo scheletri umani a segnare il cammino. Dopo un certo numero di pagine, in cui sei “preso” nella fantasmagorica lingua di Schmidt, catturato nei suoi interstizi, nei suoi ritmi, ti accorgi che è invece tutto fantasticamente vero: una guerra, una bomba all&#8217;idrogeno, e l&#8217;ultimo uomo sulla terra, a osservare il disastro, a scrivere la fine. Un signor Nessuno, l&#8217;“Utys” omerico, vaga in una terra metamorfica, dove le vestigia scheletriche degli umani si confondono e trapassano in natura – senz&#8217;altro – dopo che “l&#8217;esperimento uomo, il fetente, è terminato”. Poi arriva una donna: ma non cambia nulla, ché in Schmidt non si trova la morale. <span id="more-21628"></span>E&#8217; la traccia di “Specchi neri” di Arno Schmidt, scritto nel 1951 e adesso pubblicato da Lavieri, dopo i precedenti “Dalla vita di un fauno” e “Brand&#8217;s Haide”, libri che insieme formano una trilogia: per la terza volta, dunque, Lavieri, e il curatore e traduttore Domenico Pinto, ci permettono di godere della sublime lingua di Schmidt, apparentabile – come del resto suggerisce Pinto nella postfazione – a quella di cui, nella letteratura italiana, Carlo Dossi fu “teorico”, e dopo di lui Gadda e Manganelli. Un espressionismo fatto di citazioni ipercolte e sarcasmo, lirismi e arcaismi, accostamenti inauditi di alto e basso, notazioni e interpunzioni che spazializzano come su un pentagramma qualcosa che è – musica. La traduzione di Pinto, grazie ad un costante corpo a corpo, è riuscita a rendere miracolosamente gli “artifizi” schmidtiani. Sono fuochi, quelli di Schmidt, che esplodono e lampeggiano sullo sfondo nero di una notte indifferente, una notte che fa da specchio nero al mondo degli umani, e il cui riflesso più proprio sono le foreste: “le foreste sono quanto v&#8217;è di più bello!”. Questa notte-sostanza delle cose, e di Nessuno, è l&#8217;imago dell&#8217;ateismo schmidtiano, un ateismo senza requie né consolazione, rigoroso e teso, che chiede agli uomini di essere all&#8217;altezza delle proprie possibilità. Ma gli uomini non riescono, sono meschini e soldateschi (desiderosi di una Guida, e al soldo di), come il viaggio nella Storia compiuto negli altri due libri della trilogia ha rivelato: e di questa distruzione della ragione ad opera della ragione stessa, naturale conseguenza è la misantropia, e un sogno distruttore degli umani che non meritano se stessi. Un Illuminismo senza lumi, quello di Schmidt, ma anche Illuminismo dopo-Auschwitz, senza alcuna fede nemmeno nel progresso: rischiara, e ciò che trova è la notte, è la notte che resta. E un Illuminismo la cui materia è la lingua creatrice, una lingua barocca, pieghe che evocano e rivelano le infinite altezze possibili che pertengono all&#8217;umano, le sue meraviglie – di cui però l&#8217;umano non gode, e che perde e annichilisce nella macina meschina della Storia. Meschinità quasi concepita da un diavolo – non a caso Schmidt aveva un forte interesse per le dottrine gnostiche -, un demiurgo cattivo, un “Leviatano”, che ha dotato gli uomini di ragione – ma solo per consegnarli alla distruzione. Sarebbe auspicabile che “Specchi neri” di Schmidt arrivasse a bucare la cortina delle classifiche letterarie – sogno vano, certo: e allora mi limito a consigliare la lettura non solo di questo, ma anche degli altri due libri della trilogia, ancora più esplosivi (e oscuri) dal punto di vista della lingua, esuberanti d&#8217;intelligenza (nel senso di: comprendere a fondo) della Germania degli anni trenta e quaranta – e dell&#8217;umano tout court.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 6/9/2009)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/la-visione-di-arno-schmidt/">La visione di Arno Schmidt</a></p>
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		<title>L&#8217;ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%e2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 21:23:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/mega-phone.jpg"></a></p>
<p><em>[Il testo è stato pubblicato su <a href="http://mir.it/servizi/ilmanifesto/cultura/" target="_blank">Culturalia.</a>]</em></p>
<p>di <a href="http://slowforward.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Marco Giovenale</strong></a></p>
<p>Qua e là in siti web e riviste di letteratura si legge che la scrittura <em>sperimentale</em>, e specialmente la <em>poesia di ricerca</em>, sarebbe &#8220;egemone&#8221; nel nostro paese.<br />
Trovo sia assolutamente fondato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%e2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/">L&#8217;ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/mega-phone.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-19354" title="mega-phone" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/mega-phone.jpg" alt="mega-phone" width="300" height="300" /></a></p>
<p><em>[Il testo è stato pubblicato su <a href="http://mir.it/servizi/ilmanifesto/cultura/" target="_blank">Culturalia.</a>]</em></p>
<p>di <a href="http://slowforward.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Marco Giovenale</strong></a></p>
<p>Qua e là in siti web e riviste di letteratura si legge che la scrittura <em>sperimentale</em>, e specialmente la <em>poesia di ricerca</em>, sarebbe &#8220;egemone&#8221; nel nostro paese.<br />
Trovo sia assolutamente fondato. A fatica la mattina mi faccio strada, in tram, fra gente che tiene ostentatamente aperto davanti a sé &#8220;il verri&#8221;; alcuni per tutto un viaggio in bus godono a infastidirti urlando al cellulare i propri progetti di traduzione di testi di Robert Smithson, di Kaprow, di Morris. Altri cianciano di Gysin. Viene la nausea. Cosa vogliono? Si ha la sensazione di essere circondati. Si ha questa sensazione, ogni giorno.<span id="more-19352"></span><br />
Non se ne può più di questi bestseller del cutup. Così come trovo &#8220;indegno di un paese civile&#8221; (credo si dicesse così, prima che gli Egemoni bandissero espressioni simili) che in edicola con il Corsera + 5 euro diano addirittura libri di Robbe-Grillet, ristampe di Isgrò, di Arno Schmidt. Basta con le prose brevi di Beckett, coi saggi su Christian Dotremont, su Gallizio.<br />
Da Feltrinelli è letteralmente impossibile entrare senza imbattersi in scaffali e scaffali fitti di Costa, Niccolai, Cacciatore, Porta, Cagnone, Mesa, Pizzi, Toti, Reta, Beltrametti, Vicinelli, Spatola, Villa. Praticamente non ti puoi girare da nessuna parte. Villa e Burri, Burri e Villa; e Fontana. È un martellamento senza fine.<br />
In prima e seconda serata sui teleschermi delle tv nazionali e private si sprecano ore sui cento anni di Duchamp. O sulla poesia visiva italiana degli anni Sessanta e Settanta, sui suoi rapporti con Noigandres; in radio ci decantano Blue Lion Books, il neodada, l&#8217;assurdismo, Pierre Alferi, Tao Lin, la sperimentazione a Firenze oggi, il Mulino di Bazzano ieri. Continue monografie su Julien Blaine. Su Tom Raworth. I media sono in una morsa. E il 90% del mercato librario italiano è in mano al monopolio Camera verde. Anche Mondadori cede. È di oggi l&#8217;annuncio della pubblicazione del meridiano di Lucio Saffaro.<br />
Tentano di stare al passo.<br />
In tv la domenica a pranzo, e nei vari inserti dei quotidiani nazionali considerati maggiori, in manifesti in discoteca, sui mezzi pubblici, nelle aule di tribunale, alla posta, per strada, per proclami pubblicitari, fin nei fogli delle messe sui banchi delle chiese, praticamente ovunque, fioccano adesivi situazionisti, valigette fluxus, traduzioni da Tarkos, da Gleize, da Bernstein, da Hejinian, non si fa che ciarlare di Langpo e Flarf, riandando penosamente a quella piovra dell&#8217;Oulipo. La versione italiana dell&#8217;antologia <em>In the American Tree</em>, di Ron Silliman, tradotta abbastanza tempestivamente già sul finire degli anni Ottanta da ben tre majors editoriali italiane in concorrenza, è arrivata alla ventesima ristampa. Caso più recente: le traduzioni einaudiane dei due celebri testi di Jean-Michel Espitallier, l&#8217;antologia <em>Pièces détachées</em> e la serie di saggi <em>Caisse à outils</em>, non mollano la cima delle classifiche, ormai da mesi. Non si parla d&#8217;altro. I nostri figli a scuola imparano Pagliarani a memoria. La corruzione è senza freno. Dilaga in Vaticano, addirittura. È agli ultimi colpi di lima l&#8217;enciclica di Benedetto XVI, <em>Manent experimenta verbis, fili</em>. Indirizzata a Nanni Balestrini.<br />
Non c&#8217;è corsivista ed editorialista televisivo o radiofonico che non abbia pile e pile di cd di files scaricati da (o riferibili a) Ubuweb, PennSound, EPC. Sono questi i materiali che dettano il ritmo dei rotocalchi, delle colonne di terza e addirittura di prima pagina, dei mensili, dei settimanali più forti anche politicamente.<br />
Si può dire che Rizzoli, Mondadori e Einaudi, per tacere di Bompiani, siano totalmente proni a questa deriva, a questo flusso di sperimentalismo. Non stampano che autori POL, Bleu du ciel e Green Integer. Le copertine sono da decenni ormai tutte affidate o a Magdalo Mussio o agli statunitensi ed europei che fanno nuova poesia verbovisiva o <em>asemic writing</em>. Dove sono finite le belle copertinacce kitsch di una volta, con i rami contorti se il libro è un horror, e le tinte pastello se è un rosa? Apocalisse. Sono finiti i gialli, non ci sono più giallisti, dove sono i giallisti? C&#8217;è ancora qualcuno che scrive un giallo in questo paese? Dove siete spariti tutti?<br />
Si deve tornare alla normalità. A un qualche ordine. Come abbiamo potuto tollerare che si sia dedicato un intero paginone di Repubblica<em> </em>a Jeff Derksen e alla Kootenay School of Writing? Siamo alla follia. Gli editori Arcipelago e Camera verde stanno stracciando le vendite di Garzanti, Marsilio e Guanda messi insieme. Siamo a un testa a testa. Gli ex colossi non ce la fanno a tenere il campo. Tentano con ogni manovra di sottrarre spazio ed autori alle edizioni indipendenti ma egemoni. Fioccano contratti a cinque e sei zeri per autori di poesia di ricerca.<br />
Infamanti siti come <a href="http://www.gammm.org/">www.gammm.org</a> sono al centro di convegni e antologie, i suoi autori scalano le classifiche dello Strega, del Campiello, del Viareggio. Non c&#8217;è incontro pubblico, specie in sedi prestigiose e in facoltà italiane drammaticamente munifiche di sovvenzioni, in cui i redattori di gammm non siano invitati a parlare, a raccontare balle sulle loro insulse traduzioni, a discettare di poesia contemporanea fingendo di lamentarsi di una disattenzione che non esiste. Scandaloso, &#8220;è semplicemente scandaloso&#8221;. Un incubo; è come chiedere un caffè, alzare gli occhi, e vedere che a sorriderti non c&#8217;è il barista ma Wittgenstein.<br />
Non sei più sicuro di niente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%e2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/">L&#8217;ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia</a></p>
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		<title>Un dialogo con Ottavio Fatica</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 13:36:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p><em>Ottavio Fatica, nato a Perugia, vive e lavora a Roma. È fra gli interpreti più profondi della letteratura in lingua inglese. Ha lavorato a lungo per Theoria, Einaudi e da diversi anni per Adelphi. Ha vinto il Mondello per la traduzione di </em>Limericks <em>di Edward Lear e nel 2007 il Monselice per la traduzione di </em>La città della tremenda notte<em> di Kipling.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/10/un-dialogo-con-ottavio-fatica/">Un dialogo con Ottavio Fatica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p><em>Ottavio Fatica, nato a Perugia, vive e lavora a Roma. È fra gli interpreti più profondi della letteratura in lingua inglese. Ha lavorato a lungo per Theoria, Einaudi e da diversi anni per Adelphi. Ha vinto il Mondello per la traduzione di </em>Limericks <em>di Edward Lear e nel 2007 il Monselice per la traduzione di </em>La città della tremenda notte<em> di Kipling. Ora è al suo esordio come poeta. «La Talpa» lo ha intervistato.</em></p>
<p><strong>È appena uscito, con il titolo <em>Le omissioni</em>, il tuo volume nella &#8216;bianca&#8217; di Einaudi. Dov&#8217;eri in questi anni? Perché l&#8217;esordio in così <em>tarda estate</em>? </strong></p>
<p>Sono sempre stato qui, nell&#8217;<em>esilio occidentale</em>. Anche a fare poesie. L&#8217;importante era farle; la pubblicazione no &#8211; o poteva attendere. E si è fatta attendere! Ma la &#8216;tarda estate&#8217; è una bellissima stagione, la più struggente; è quando sono nato. Come mai sia andata così è storia lunga. C&#8217;è stato un momento che sembrava propizio, nei primi anni Ottanta, quando Giacinto Spagnoletti e Giuseppe Pontiggia avevano caldeggiato la presenza di una scelta di &#8216;sonetti&#8217; miei sull&#8217;Almanacco dello Specchio. Marco Forti, all&#8217;epoca direttore, si era detto d&#8217;accordo. Quell&#8217;anno la rivista interrompe le pubblicazioni, per riprenderle solo di recente. E io non ho insistito. Un&#8217;altra occasione, nel decennio successivo, per varie ragioni non si è concretizzata. Pochi anni fa le circostanze &#8211; e qualche spinta d&#8217;incoraggiamento &#8211; hanno portato infine a questo libro. Io però, a fasi rarefatte o convulse, ho seguitato a scrivere poesie. Che si venivano componendo in gruppi, in cicli, in possibili raccolte, passibili di pubblicazione. Anche adesso, dopo l&#8217;uscita del libro ho nuovi versi in cantiere.<span id="more-18440"></span></p>
<p><strong>Nella tua poesia appare forte la pressione dei modelli europei, mentre il  nostro Duecento più petroso è percepibile, di ritorno, nell&#8217;impianto delle rime. Vi è in essa una forma di doppio vincolo fra più tradizioni e condizionamenti?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Messo nell&#8217;impossibilità di agire, devo pur fare la mia mossa. Che sarà comunque sbagliata. Nel tentativo di sbagliare sempre meglio. Io non nasco come giovinetto sensibile, amante di bella poesia italiana scoperta magari a scuola. Non ho iniziato su qualche rivistina di tendenza né sulla scia di grandi o piccoli maestri nazionali. Io sono stato iniziato alla poesia da un&#8217;esperienza limite; esco dalla piaga Rimbaud, una ferita mai rimarginata. A partire da questo punto finale ho perseguito l&#8217;iter dei suoi eredi. Mi riferisco ai ragazzi del Grand Jeu, Daumal e in particolare Roger Gilbert-Lecomte, e poi Artaud. Un&#8217;esperienza che coinvolgeva tutta la persona, anima e corpo, e relativi bagagli. Poi però attraverso gli inglesi, più tradizionalisti per fortuna anche nell&#8217;eversione, ho rielaborato, ho rilavorato sulla forma. E lì il punto di riferimento è stato Hopkins. Nessuno estremista più di lui, nessuno più di lui deciso a far rientrare nella norma una poesia, una poetica, che debordava da ogni parte. E a prezzo di tormenti inauditi c&#8217;è riuscito. Così mi sono riaccostato alla nostra tradizione, l&#8217;ho vista, l&#8217;ho vissuta <em>di ritorno</em> &#8211; ed era mia, la mia. Solo così mi era dato ritrovarla. E poi i grandi &#8216;moderni&#8217;: Rilke e Benn, Mandel&#8217;štam e Chodasevič, Holan e Vallejo, più i tanti autori anglofoni: Yeats, Eliot, Lowell&#8230;</p>
<p><strong>Tradurre è una triangolazione fra pratiche plurilinguistiche della scrittura, il luogo in cui si forma la propria lingua. È come voleva Antoine Berman, quando sostiene che essa è «origine et horizon de l&#8217;écriture en langue maternelle»?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dietro il mio italiano c&#8217;è &#8211; non può non esserci &#8211; il latino. Per ritrovare «modi di condensazione propri dell&#8217;italiano» come spetta a «qualche autoctono, che forzi la lingua nativa&#8230; un rinvigorimento dell&#8217;italiano che deve derivare dal latino» scriveva Pound al traduttore. Diciamo che il latino è l&#8217;ombra propria; l&#8217;inglese o il francese sono ombra portata. Per dare spicco <em>con veemenza</em> ai contrasti di chiaro e oscuro. Da abbacinare un cieco. Di più: dal negativo dell&#8217;ombra restituire l&#8217;invisibile.</p>
<p><strong>Sei l&#8217;unico italiano che caparbiamente rielabora le proprie versioni; per successive approssimazioni, arrotondamenti, <em>estrazioni</em> del classico. La traduzione è il cono d&#8217;ombra della tua scrittura, forse il palinsesto su cui riscrivi senza tregua le tue ossessioni di stile.</strong></p>
<p>Lo so, è maniacale. Ma è un fatto che le mie autoritraduzioni sono diversissime anche dalle mie versioni precedenti, più vicine alle altre uscite prima o dopo da me compulsate. Segno che l&#8217;ovvietà, la scuola, la pigrizia hanno sempre la meglio. Estrazione è la parola che meglio coglie il senso dell&#8217;impresa. C&#8217;è talmente tanto da estrarre e riportare sul versante della mia lingua, quando si ha a che fare con un classico. Non già la traduzione come disegno o incisione (effetto piatto) rispetto a un quadro (col suo spessore materico), per dirla con Voltaire: tantomeno come foto illustrativa, patinata, come la vedono (e la vogliono) oggi in molti nell&#8217;editoria, rispetto alla scabrosità dell&#8217;opera. Che va vista come tridimensionale. Quanto traslato di qua dovrebbe avere il rilievo di un plastico, gettare a sua volta ombra. Io vedo due coni d&#8217;ombra capovolti e a incastro, la punta dell&#8217;uno sul fondo dell&#8217;altro, stratificati in spirali di fumo che salgono e scendono. Una versione della torre di Babele. Il palinsesto è un millefoglie: gratti e togliendo viene ad aggiungersi qualcosa. Qui l&#8217;omissione paga.</p>
<p><strong>Hai sottratto Kipling alla cattività della foresta, alle letture edulcorate e in minore. Perché questo autore è così centrale per te?</strong></p>
<p>Una parte l&#8217;hanno giocata le circostanze; la proposta mi ha dato modo di scoprirne la ricchezza, abnorme sotto quasi tutti i punti di vista: lingua, immaginazione, senso della narrazione, dell&#8217;epico, e poi il pathos, i misteri della psiche, ecc. Sottratto alla giungla resta un coacervo lacerante di opposti portati a maturazione &#8211; e talora a perfezione &#8211; artistica, riscontrabile in pochissimi altri casi. All&#8217;atto pratico del tradurre &#8211; una sfida continua, esaltante.</p>
<p><strong>Le tue traduzioni seguono una linea diagonale, costeggiano zone all&#8217;apparenza laterali della letteratura in lingua inglese. Spettacolari repêchage, storie di spettri, marginalia, taccuini. Vi è confermata la tesi di Arno Schmidt: «i sentieri veri e propri, nella letteratura, sono i vicoli ciechi».</strong></p>
<p>Molto ha giocato la possibilità di scegliere autori o titoli nella stagione di Theoria. Un modo per puntare su autori molto particolari, e a me particolarmente cari, come Lafcadio Hearn o Walter de la Mare, che nel canone invalso si pongono araldicamente di traverso: banda di bastardigia o di elezione? Quanto all&#8217;uscita di sapore beckettiano di Arno Schmidt non posso che condividerla. Fissare un muro è pratica meditativa. Un modo a lungo andare di sfondarlo &#8211; con la mente, cioè con il cervello, cioè sempre con il cranio. Q.E.D.</p>
<p><strong>Ritorniamo al libro e al suo titolo: è un sistema di ceteris omissis, di lacune, di abrasi sul codice della memoria, che cattura solo la parte emersa di una vita di scrittura. Omissioni, ellissi di ciò che hai scritto, e ancor più di quanto <em>non</em> hai scritto.</strong></p>
<p>L&#8217;immagine di parte emersa è calzante. Le poesie riunite nelle <em>Omissioni</em> risalgono tutte a dopo il Duemila. È pur vero che mi porto dietro ritmi, suoni, echi, immagini, giri di frase e semplici parole, da una vita. La raccolta è la punta di una piramide sepolta, o dell&#8217;iceberg. Un ottavo fuori, gli altri sette sott&#8217;acqua. Forse è quella la parte più importante, se non altro per far stare a galla il picco. Ma il riferimento al peccato &#8211; di omissione &#8211; è un punto fermo. Ne sono colpevole più di tanti altri: e ne sono consapevole.</p>
<p><strong>La sensazione è che nel libro la scrittura nasca, senza fuoriuscire, dall&#8217;«occhio carnale della mente» e dalla «perplessità di cinque dita cieche». In questo murare le sensazioni, come il gatto di Poe, qual è il rilievo degli spazi nella raccolta? </strong></p>
<p>È una questione di confini, di pellicole &#8211; per percepire l&#8217;infinito, più spesso la cattiva infinità. Il volume è diviso in cinque parti che rimandano tutte &#8211; me ne sono reso conto a cosa fatta &#8211; a concetti spaziali. Certo un modo di ammazzare o imbrigliare il tempo, che non si lascia però remissivamente imbrogliare. E di ribadire che pure da questa terra d&#8217;esili si intravedono gli asfodeli sull&#8217;altra sponda, i campi elisi&#8230;</p>
<p><strong>Nella poesia incipitaria è scritto «L&#8217;inchiostro spanto è inchiostro fatto/ in casa d&#8217;un marrone/ come macchia di sangue sulla carta»: all&#8217;idea di Agamben del &#8216;pensiero come macchia d&#8217;inchiostro&#8217; sembra aggiunto anche un movimento opposto che dall&#8217;inchiostro, come scoria del corpo, riconduce al pensiero e alla sua claustrofilia. </strong><br />
Il pensiero si crede in gabbia nel corpo. E non capisce che è quello il suo plancton. Se solo si vedesse com&#8217;è &#8211; come una seppia nel mare, il mare nostro. Hai parlato di claustrofilia: il pensiero gode di questa clausura. È la sua gabbia dorata. Come avere altrimenti idee così sublimi? Anche le più torbide o cruente, morbose, nichilistiche o suicide. Tutto torna a maggior gloria&#8230; di se stesso.</p>
<p><strong>La raccolta è percorsa da parte a parte dal fuoco, dalla sua combustione, dal disgregarsi della luce in stelle, roghi, lampade votive, zolfanelli, lucciole, <em>pale fires</em> e <em>feux follets</em>. Verrebbe fatto di chiedersi, con i tuoi versi, «[...] è un censimento il tuo?/ che fai? che pensi? di&#8217;/ di&#8217; di&#8217; no// che aspetti?». In questo incenerirsi di ogni cosa, è l&#8217;io il «vero residuo» che continua a ardere, il comburente. Non sarà, questo, un travestimento conclusivo della fiamma di Ulisse?</strong></p>
<p>Io vedo un bonzo in fiamme, la conoscenza pura che sboccia nella posizione del loto in un fiore di fuoco &#8211; e per protesta! Sento di più il mito di Achille, anche nella declinazione digradante che da Alessandro arriva a Lawrence d&#8217;Arabia. Chi non sa di sapere e fa il suo gesto, il suo verso; l&#8217;intelligenza delle cose, nelle cose.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In chiusa di libro si legge: «sarò stato primaticcio abortivo/ e ultimo inviato <em>ego minimus modernorum</em>». La consapevolezza lancinante di Rolandino da Padova sigilla lo smalto retorico di questi versi, le responsioni ritmiche a largo raggio, le rarità lessicali, l&#8217;embricatura delle rime. Per poter finire, l&#8217;ultimo dei moderni deve continuare, suo malgrado, a «traier canson per forsa di scrittura».</strong></p>
<p>San Paolo strina la poesia d&#8217;apertura e quella che chiude il libro col suo marchio di fuoco sulla pelle arsiccia. «Il corpo è il libro»: il libro non è il corpo. E il cronista poteva dire di sé che era l&#8217;ultimo dei moderni milleduecento anni dopo Paolo; io non faccio che ribadirlo dopo altri ottocento anni. Con in testa l&#8217;eco dell&#8217;<em>ego scriptor</em> poundiano: lui sul formicaio sfranto; io su un letamaio rigoglioso. Per il poeta tutte le età sono contemporanee. Come niente si ritrova <em>poetaneo</em> di nessuno.</p>
<p><strong>Con il titolo <em>Il bonzo in fiamme</em>, questa intervista è apparsa su «Alias», Anno 12 &#8211; N. 21 (23 maggio 2009), p. 17.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/10/un-dialogo-con-ottavio-fatica/">Un dialogo con Ottavio Fatica</a></p>
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		<title>Tradurre Arno Schmidt</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/tradurre-arno-schmidt/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 13:55:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/arno-schmidt.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;">
<h3><strong> </strong></h3>
</p><p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;"><strong>Scoprire e tradurre un classico del Novecento tedesco:<a href="http://www.arno-schmidt-stiftung.de/" target="_blank"></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.arno-schmidt-stiftung.de/" target="_blank">ARNO SCHMIDT</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lerotte.net/index.php?id_article=136" target="_blank">Letture e traduzioni da <em>Brand&#8217;s Haide</em>.</a></p>
<p style="text-align: center;">Seminario all&#8217;Orientale di Napoli</p>
<p style="text-align: center;">Facoltà di Lettere e Filosofia</p>
<p style="text-align: center;">11 maggio 2009, via Marina aula 1.4, ore 13-15</p>
<p style="text-align: center;">12 Maggio 2009, via Marina aula 3.1, ore 16-18</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/tradurre-arno-schmidt/">Tradurre Arno Schmidt</a></p>
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<h3><strong> </strong></h3>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>Scoprire e tradurre un classico del Novecento tedesco:<a href="http://www.arno-schmidt-stiftung.de/" target="_blank"></a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.arno-schmidt-stiftung.de/" target="_blank">ARNO SCHMIDT</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lerotte.net/index.php?id_article=136" target="_blank">Letture e traduzioni da <em>Brand&#8217;s Haide</em>.</a></p>
<p style="text-align: center;">Seminario all&#8217;Orientale di Napoli</p>
<p style="text-align: center;">Facoltà di Lettere e Filosofia</p>
<p style="text-align: center;">11 maggio 2009, via Marina aula 1.4, ore 13-15</p>
<p style="text-align: center;">12 Maggio 2009, via Marina aula 3.1, ore 16-18</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/tradurre-arno-schmidt/">Tradurre Arno Schmidt</a></p>
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		<title>Ulrich Holbein</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/25/ulrich-holbein/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 09:43:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/ulrich.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Frank Schäfer</strong></p>
<p><em>traduzione di Elisa Perotti</em></p>
<p><strong>Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una &#8220;splendid isolation&#8221; a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.</strong></p>
<p>Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/25/ulrich-holbein/">Ulrich Holbein</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/ulrich.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8764" title="ulrich" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/ulrich.jpg" alt="" width="98" height="136" /></a></p>
<p>di <strong>Frank Schäfer</strong></p>
<p><em>traduzione di Elisa Perotti</em></p>
<p><strong>Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una &#8220;splendid isolation&#8221; a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.</strong></p>
<p>Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. &#8220;Ulrich Holbein?&#8221;, sì, lo conosce e mi indica la strada, in direzione opposta al centro, in un boschetto. E intuendo che avrei avuto bisogno di ulteriori aiuti, aggiunge: &#8220;Ci sto andando anch&#8217;io&#8221;.</p>
<p>Infatti, giunto nei pressi dell&#8217;abitazione dell&#8217;artista, non riesco a vederla: l&#8217;essenziale è spesso invisibile agli occhi. Ma già si avvicina la donna a bordo della station wagon a mostrarmi il sentiero nella giungla incantata e il viottolo lungo quaranta metri che conduce alla casa delle streghe. La porta è aperta: si intravede l&#8217;anticamera buia e pavimentata di assi.<span id="more-8762"></span></p>
<p>&#8220;Signor Holbein&#8221;, lo chiama ad alta voce la gentile portalettere.</p>
<p>Esce dalla cucina, la saluta e poi mi vede.</p>
<p>&#8220;Ah, ciao, hai portato la tua ragazza?&#8221;</p>
<p>Questo è lo spirito dei boschi che è in lui, emerge inequivocabile a prima vista dalle unghie sporche e dai resti di fiori e foglie che ne decorano, non volutamente, chioma e barba, entrambe lunghe, nere e a ciocche sfilacciate. Per la sua fisionomia Holbein dà l&#8217;impressione di un ibrido tra Rasputin, Gandalf e Catweazle, indossa un ampio mantello nero e sandali da francescano. Un hippy cordiale, una <em>lava lamp</em> umana, uno <em>slacker</em> degli anni &#8217;60 la cui voce fievole sfocia in una cantilena sommessa. Quando parla, si mette a saltellare avanti e indietro, ti ronza intorno come un&#8217;ape ubriaca di miele. Dopo aver fatto ritorno dal ruscello, meta di una breve passeggiata sulla collina su cui poggia la casa, saliamo una scala che porta nelle stanze da lavoro. E qui, come già ci si aspettava, regna quel caos tipico del bibliomane che non si sa disfare di nulla, ripartito in cinque alcove minuscole.</p>
<p>Holbein si è imbozzolato in libri, carte, disegni, giornali e riviste, album, casse di foglietti, archivi con ulteriori appunti e materiale e ancora libri. Sono suddivisi senza un criterio preciso in scaffali stracolmi, a volte in file doppie, disposti apparentemente senza cura in mucchi, drappeggiano i pezzettini di muro ancora liberi sotto forma di torrette, sono messi per lungo, per traverso, uno sopra l&#8217;altro, per sfruttare e riempire ogni centimetro quadrato. Nel centro della stanza da lavoro principale c&#8217;è una scrivania ricoperta di fogli con un computer.</p>
<p>Holbein vive in una selva. La vegetazione disordinata di fiori e carta che lo circonda è il segno visibile di un&#8217;opera in prosa dai viticci estesi, dai meandri incontrollati, nonché dalle troppe foglie, quasi impenetrabile per il singolo lettore, sviluppatasi qui a partire dagli anni Novanta. Comprende i saggi di critica alla cultura, dalle opinioni forti ma mai bigotti, il collage letterario, che predilige la forma del dialogo, e il racconto autobiografico. I suoi testi affascinano soprattutto per la creatività linguistica da sempre comparata a quella di Jean Paul e Arno Schmidt, per i giochi di parole, per l&#8217;erudizione sorprendente, enciclopedica, che spilla spesso da fonti di sapere stravaganti, e per l&#8217;arte debordante dei rimandi e delle allusioni, che culmina in <em>Isis entschleiert</em> (2000), un romanzo fatto interamente di citazioni.</p>
<p>Una sola casa editrice resterebbe sopraffatta da un output tale e così eterogeneo a livello tematico. Ha cominciato a pubblicare con Kastell, ha fornito Suhrkamp per un paio d&#8217;anni, più tardi è approdato a Eichborn, Elfenbein, Yedermann, Nachtschatten, con qualche uscita saltuaria nella collana Die Grüne Kraft di Werner Pieper, e quest&#8217;anno escono due volumi in folio, di nuovo presso altre case editrici: le opere scelte dal titolo <em>Weltverschönerung</em> (Haffmans bei Zweitausendeins) e in autunno <em>Narratorium</em> (Ammann), un dizionario pianificato da tempo composto da 900 pagine che narrano le vicende di folli santi. Holbein mette per iscritto la lunga, millenaria tradizione di coloro che gli sono spiritualmente affini: apostati, freak, capi di sette, spiritualisti, riformatori del mondo, mistici, santi del sufismo, pellegrini sulle vie di Santiago più o meno credenti, mangiatori di droghe o puri e semplici squinternati.</p>
<p>&#8220;Attingo a registri così disparati&#8221;, racconta sorseggiando succo di mela (è ancora troppo presto per entrambi per la birra), &#8220;da non poterne fare un fascio. A livello visivo e fenotipico posso ricordare un freak o un hippy, ma disprezzo la musica pop e il jazz, trascuro la letteratura pop e leggo quasi esclusivamente fesserie istruttive da borghese&#8221;.</p>
<p>Ma perché proprio un fanatico della formazione come lui non ha conseguito la maturità? &#8220;Sono dotato su un unico versante. In pittura sempre dieci, chimica sempre quattro. In economia avevo una sfilza di quattro e il massimo che riuscivo a raggiungere era cinque meno. Ancora oggi soffro del trauma della scuola, dopo dieci minuti in una stanza chiusa devo scappare&#8221;.</p>
<p>Preferisco non dirgli che talvolta si ha l&#8217;impressione che la sua erudizione forzata sia dovuta non da ultimo al complesso di inferiorità per non essere riuscito nell&#8217;iter scolastico ufficiale, cosa che l&#8217;opera sceltissima deve far dimenticare. I testi di Holbein presentano talvolta anche qualcosa di iper amplificato che non ne rende sempre facile l&#8217;accesso.</p>
<p>&#8220;Sono io stesso ad essermi messo nei pasticci diffondendo la voce che produco letteratura ricca di citazioni, ma è stata solo una fase a cui molti mi vedono ancora legato, sebbene nel 1996 abbia giurato: mai più citazioni! Solo romanzi! Ho addirittura mantenuto la promessa e conduco una vita confusionaria e felice&#8221;.</p>
<p>Mentre lo guardo incredulo, alza le braccia al cielo con studiata indignazione. &#8220;Sto qui con lei a chiacchierare perché lei diventi l&#8217;alfiere del mio cambiamento d&#8217;immagine e riconosca che <em>Weltverschönerung</em> e <em>Narratorium</em> sono opere di narrativa&#8221;.</p>
<p>Terminato il succo di mela, mi fa vedere le altre stanze, cerca di trasmettermi l&#8217;impressione di un ordine nascosto nella sua biblioteca. Qui ci sono i filosofi, là i mistici persiani, laggiù c&#8217;è una pila di circa cento libri che deve assolutamente leggere al più presto, questo è il settore della sottocultura &#8211; e passando tira fuori un volume, racconta un aneddoto di un certo yogi del tantra, a cui finora non è stato dato il giusto rilievo, o di un qualche mistico persiano del sufismo del tredicesimo secolo completamente trascurato. &#8220;Maulana Dschelaluddin Rumi, grandioso&#8230;&#8221;</p>
<p>Andiamo nella &#8220;stanza della Cina&#8221;, straripante di materiale autobiografico smistato in ordine cronologico in &#8220;contenitori di anni&#8221;, dipinti e con alcune foto incollate sopra, contenenti decine di taccuini e fascicoli di lettere ripartiti anch&#8217;essi in annate e rilegati in un secondo tempo. Si resta sopraffatti dalla mania di Holbein per il suo ego, che si palesa nell&#8217;incapacità di buttare via anche la minima manifestazione di sé. Sfoglia alcuni quaderni di brutto formato A4, le pagine ricoperte di inchiostro, prive di cancellature, un flusso di parole senza interruzioni &#8211; ma prima che riesca a leggere qualcosa, chiude il libro. &#8220;Ora scrivo in modo completamente diverso&#8221;.</p>
<p>Finito il giro, arrivo al discorso sulle droghe. In un saggio esaustivo ha illustrato come Jean Paul, Novalis, Paul Scheerbart e altri scultori della lingua particolarmente dotati abbiano partorito una &#8220;prosa dell&#8217;ebbrezza&#8221; rilevante dal punto di vista estetico ricorrendo al malto di luppolo, mentre, ad esempio, Aldous Huxley o Ernst Jünger avevano a disposizione sostanze ben più pesanti, senza per altro essere giunti a dei risultati degni di nota. Gli chiedo se abbia mai fatto uso di droghe, per scopi ovviamente letterari.</p>
<p>&#8220;Uno dei miei archivi fatti a cassettine del cucito si chiama ‘Cronologia dei miei istanti più pieni, delle intuizioni improvvise, dei momenti più perfetti, dei sogni più metafisici, delle illuminazioni più belle, delle estasi e dei trip, delle condizioni più strane&#8217;: vi raccolgo le mie perle, sia indotte da droghe che spontanee. Alcune purtroppo si verificano ogni tre anni o anche meno. Molto intime, ma un giorno, se avrò tempo, ci scrivo di sicuro un libro. Titolo: ‘Doktor Estatikus&#8217;. Dentro ci metterei qualcosa in più di quello che si trova negli <em>Avvicinamenti</em> di Ernst Jünger&#8221;.</p>
<p>Sperimentò il primo trip a tre anni. &#8220;Durante un&#8217;operazione di adenoidi. Anestesia totale con l&#8217;etere, ma mi rendevo conto di tutto. Il mio primo ricordo in assoluto è una strana sensazione, come un valicare di confini. La realtà venne solo in un secondo momento. In quanto non fumatore non ho avuto modo di conoscere l&#8217;hashish: ho perso molto nella vita, purtroppo. Ma basta un dito di birra per farmi sentire più che al settimo cielo, cosa che i normali ubriaconi devono aspettare per anni, tutta una vita. Ho osato con gli allucinogeni ad alta percentuale solo in età avanzata, e in quanto ritardato, deflorato ben oltre alle tempistiche standard, hanno su di me un effetto notevole, accompagnato da una sensazione di fondo: lo conosco questo stato, mi è familiare come niente altro, la mia vera patria, a cui finalmente faccio ritorno. Quindi, sebbene nato da un socio dell&#8217;ADAC e da un proprietario di patenti per gru, sono costituzionalmente un mistico&#8221;.</p>
<p>Tuttavia si è dedicato ancora piuttosto a lungo ad un&#8217;occupazione borghese. &#8220;Sono venuto al mondo per aiutare la gente &#8211; altruista! Infermiere in reparti di rianimazione per nati prematuri e cardiopatici, maestro d&#8217;asilo, consulente matrimoniale o creatore di coppie&#8230; insomma, per rasserenare le persone, ad esempio con libri spessi, sostanziosi, da mandare il cervello in pappa. Non sono un testone, è tutto sullo stesso piano, no? Mi dedico al lavoro nel sociale, al servizio etico alla donna, all&#8217;uomo, all&#8217;animale in qualità di amante delle belle lettere e di uomo di mondo. Non che io voglia fare una citazione, ma uno dei miei 288 folli santi ha detto: ‘Anche gli angeli si riscaldano ai miei versi!&#8217;, Hafiz, poeta&#8221;.</p>
<p>Mentre mi accompagna alla macchina percorrendo il &#8220;sentiero di Ho-Chi-Minh&#8221;, tiro fuori il lato negativo della sua arcadia a Knüllwald vicino a Kassel &#8211; il riscaldamento centralizzato mancante. Ma scuote il capo. Accende in inverno solo quando ha visite perché gli fa venire il mal di testa. Sta seduto al PC col cappotto &#8211; al massimo si prepara una borsa dell&#8217;acqua calda per i dolori ai reni. Ci sono comunque delle incursioni spiacevoli nella <em>splendid isolation</em>: la signora Laabs, l&#8217;orribile vicina, fonte perenne di cattivo umore. Una volta fu troppo accomodante e decapitò il gallo con un&#8217;ascia perché Holbein si era lamentato del suo canto senza fine. Questa perfidia così bassa e terrena è stata una bella botta per il suo successivo passaggio al buddismo.</p>
<p><em><a href="http://www.taz.de/1/leben/koepfe/artikel/1/der-einsiedler-im-prallen-leben/" target="_blank">[L'articolo è apparso sulla TAZ del 13.09.2008]</a></em></p>
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		<title>Atei?: Altroché!</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 08:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<a href="http://www.libreriautopia.net/">Libreria Utopia</a>
 
via Moscova 52 &#8211; Milano
 
sabato 19 aprile h. 18:30
tel. 0229003324 
<p align="center">ATEI?: ALTROCHÉ!</p>
<p>Prendendo spunto dall’infuocato libello di Arno Schmidt <em>Ateo?: Altroché!</em> (a cura di D. Borso e D. Pinto, Ipermedium ed.), converseremo con Dario Borso ed Emanuele Ronchetti sulle ragioni dell’ateismo, e verseremo alla Mescita <em>Vini Emma Goldman</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/17/atei-altroche/">Atei?: Altroché!</a></p>
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<address>sabato 19 aprile h. 18:30</address>
<address>tel. 0229003324 </address>
<p align="center">ATEI?: ALTROCHÉ!</p>
<p>Prendendo spunto dall’infuocato libello di Arno Schmidt <em>Ateo?: Altroché!</em> (a cura di D. Borso e D. Pinto, Ipermedium ed.), converseremo con Dario Borso ed Emanuele Ronchetti sulle ragioni dell’ateismo, e verseremo alla Mescita <em>Vini Emma Goldman</em>.</p>
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		<title>Idillio Forsennato: Arno Schmidt</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 23:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>C’è una poesia di Günter Eich, poeta e drammaturgo tedesco tra i fondatori del Gruppo 47, che è considerata emblematica dell’istanza rifondatrice del linguaggio poetico della <em>Trümmerliteratur</em>, la «letteratura delle macerie» che si sviluppò in Germania nell’immediato dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/idillio-forsennato-arno-schmidt/">Idillio Forsennato: Arno Schmidt</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arno-schimdt-ii.jpg" alt="arno-schimdt-ii.jpg" width="277" height="410" /> di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>C’è una poesia di Günter Eich, poeta e drammaturgo tedesco tra i fondatori del Gruppo 47, che è considerata emblematica dell’istanza rifondatrice del linguaggio poetico della <em>Trümmerliteratur</em>, la «letteratura delle macerie» che si sviluppò in Germania nell’immediato dopoguerra. S’intitola <em>Inventario</em> e comincia così: «Questo è il mio berretto, / questo è il mio cappotto / qui la mia roba per fare la barba / nella borsa di lino». In una lingua semplice e scevra da patetismi, soltanto nominando i pochi resti personali, l’io lirico del soldato prigioniero ritesse le fila della propria esistenza nel mondo, fino a riaffermare la propria identità poetica: «La mina della matita / è ciò che amo di più: / di giorno mi scrive i versi / che ho pensato di notte».<span id="more-5442"></span><br />
Pur nell’unanime disorientamento, la poesia di Eich è forse il testo che più di ogni altro dovette prestarsi al parallelismo allorché nel 1951 Arno Schmidt, scrittore refrattario ai movimenti letterari e alle velleità pubbliche dell’engagement, già noto per i racconti cavati «dalla cassa di bile» del <em>Leviatano</em> (1949), pubblicò il suo secondo libro, che conteneva appunto l’avventura minima, appena oltre la soglia della sopravvivenza, di un reduce e scrittore alle prese con la ricostruzione di un proprio, individualissimo spazio vitale. Schmidt, tuttavia, non era annoverabile nel panorama nazionale della letteratura tedesca postbellica se non a prezzo di un pesante sacrificio della complessità e della forza innovativa della sua prosa, e il fatto che si sia dovuto aspettare qualche decennio perché alla sua opera si rendesse giustizia editoriale anche oltre i confini dell’area tedescofona, riconoscendone a tutti gli effetti il valore nel più ampio contesto della Weltliteratur, non è che l’ironica conferma del suo lungimirante ingegno artistico.<br />
In Italia, dopo la «discontinua fortuna» di cui già rese conto a suo tempo su queste stesse pagine Stefano Gallerani, l’onore al merito spetta all’editore Lavieri di Caserta e a Domenico Pinto, giovane e talentuoso traduttore di Schmidt, il quale proprio lo scorso 21 febbraio a Roma, presso il Goethe Institut di via Savoia, è stato insignito del neonato Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria. Il libro che ha valso a Pinto il prestigioso riconoscimento è <em>Dalla vita di un fauno</em> (Lavieri 2006), romanzo breve che uscì in Germania nel 1953 e che dieci anni dopo Schmidt avrebbe raccolto in volume con altre due opere simili nella forma e nello stile, scritte subito prima del <em>Fauno</em>, nella trilogia <em>Nobodaddy’s Kinder</em> (Figli di «Babbonemo», se si sta alla versione di Ungaretti, che tradusse così l’omonima invocazione in versi di William Blake al dio padre che non c’è). Ebbene, l’opera che costituisce il tassello mediano della trilogia, tra il <em>Fauno</em> e la distopia post-atomica di <em>Schwarze Spiegel</em> (Specchi neri), è precisamente la storia del reduce e scrittore citata più sopra: s’intitola <em>Brand’s Haide</em> e la sua traduzione in italiano («Arno», Lavieri 2007, pp. 128, € 13,50) è il più recente servizio reso da Pinto a Schmidt nella collana che prende il suo nome.<br />
L’intreccio è semplice: nella Germania occupata dagli alleati, il protagonista Schmidt, ex-prigioniero di guerra, giunge in «abiti sbrendolati» e con un misero bagaglio a Blakenhof, un piccolo centro rurale della Bassa Sassonia, dov’è albergato in uno «stambugio» presso l’insegnante della scuola locale. Il suo obiettivo di scrittore è quello di esaminare i registri parrocchiali alla ricerca di notizie su Friedrich de la Motte Fouqué, l’autore romantico alla cui biografia sta lavorando; le sue energie, tuttavia, sono assorbite in gran parte dalla cura dei beni di prima necessità, che egli condivide con le due giovani coinquiline Grete e Lore, e dalla passione che si accende tra lui e quest’ultima. Si tratterà però di un amore di breve durata, perché Lore finirà per scegliere più o meno a malincuore chi potrà garantirle una maggiore sicurezza materiale. Anche a prescindere dall’omonimia di autore e personaggio, i prestiti autobiografici sono diversi: dall’esperienza bellica all’ambientazione della storia in quella Brughiera di Luneburgo dove Schmidt visse la maggior parte dei suoi anni adulti, dal suo amore per Fouqué all’affetto riconoscente per la sorella Lucy Kiesler, che entra con nome e cognome nel romanzo come colei che dall’America invia ai «sopravvissuti» i beni introvabili da consumare o barattare in una Germania vessata dalla penuria. Ma non è certo in questi spunti personali il vero valore del libro, in ciò assai lontano da qualsivoglia intento testimoniale, né questo primo livello “storico” del romanzo basta da solo a svelarne il senso. La forza e l’originalità dell’opera stanno invece, innanzitutto, nella sua fattura poetica: quella che nell’introduzione al <em>Fauno</em> Pinto aveva chiamato la «prosa intermittente» di Schmidt, fatta di brevi paragrafi indipendenti, governati da un’interpunzione alterata ad hoc e giustapposti l’uno all’altro ad assemblare una vicenda cui è negato ogni respiro epico, si presenta anche qui come una forma perfettamente funzionale a restituire il mosaico esistenziale di un io frammentato, il cui sguardo allergico e visionario è l’unico punto di vista sul mondo concesso da una narrazione che ha definitivamente revocato l’onniscienza. L’espressionismo che ne sortisce è uno stile ambizioso, un realismo paradossale che, mentre rispecchia e somatizza le condizioni storiche e culturali dell’epoca («prosa atomica nell’età della fisica» la definisce ancora Pinto), permette a Schmidt di rivelarsi un inimitabile poeta dell’idillio forsennato: «Presso il kraal d’argento della luna stava raccoccolato un astro giallo leone, boscimano. I nostri miseri abiti da profughi volavano, divinamente drappeggiati dal vento; giù per il sentiero nero della chiesa, tutti i cristiani riposavano alloppiati nel chiuso delle loro stanze : libertà, libertà : con le mani incatenate saltammo sulla strada per Blakenhof. – «Lore» : pose subito gli avambracci sulle mie spalle, oh Nymphe Cannae, barbugliammo e ficcammo lo sguardo più a fondo dentro i visi tersi, a fondo dentro la notte. Noi, lumi degli occhi.»<br />
Una prosa del genere, solo apparentemente ardua, inizia a entusiasmare una volta inteso, a dispetto della pedanteria di certi “schmidtologi”, che per leggere Arno Schmidt non serve essere Arno Schmidt e neppure assomigliargli il più possibile. È sufficiente invece attivare quella disposizione allo sforzo che tanta merce editoriale non richiede, ma che ogni grande autore invoca ancora e sempre per essere gustato e compreso. Nel caso di Brand’s Haide, poi, il cimento è ampiamente ripagato dallo svelarsi progressivo di un senso che, di primo acchito, rimane cifrato nel dialogo oscuro tra il verismo soggettivo della narrazione “storica”, già di per sé atomizzata, e gli inserti “documentari” che a cadenza irregolare ne spezzano ulteriormente il corso. Il fatto è che questi “documenti” – siano essi registrazioni fedeli dei sogni di Schmidt, citazioni dai registri parrocchiali in cui risalti una collettività prigioniera della superstizione e soggiogata dagli archetipi o excerpta dell’opera di Fouqué che aprono squarci su medioevi fantastici popolati di eroi e spiriti –, disposti come sono in contrappunto a un racconto di miseria e sopravvivenza, anziché comprovarne la veridicità hanno l’effetto di aprirlo a una dimensione “altra” e persino utopica: la sola, in fin dei conti, a tener viva nel personaggio la duplice fiamma della coscienza e della poesia.</p>
<p>(Questa recensione è apparsa su «Alias» del 1 marzo 2008.)</p>
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		<title>Al di fuori della &#8220;funzione dio&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Feb 2008 06:42:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Questo articolo è apparso su</em> il manifesto <em>del 14/02/08)</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>A seguire i dibattiti di questi ultimi anni, si ha l’impressione che il XXI secolo sia stato inaugurato, tra le altre sventure, all’insegna di un “ritorno del religioso”, soprattutto in quell’Europa che aveva avviato (sembrava) un irreversibile processo di secolarizzazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/al-di-fuori-della-funzione-dio/">Al di fuori della &#8220;funzione dio&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo articolo è apparso su</em> il manifesto <em>del 14/02/08)</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>A seguire i dibattiti di questi ultimi anni, si ha l’impressione che il XXI secolo sia stato inaugurato, tra le altre sventure, all’insegna di un “ritorno del religioso”, soprattutto in quell’Europa che aveva avviato (sembrava) un irreversibile processo di secolarizzazione. Da una prospettiva esclusivamente italiana, si potrebbe avere l’impressione non tanto di una svolta ma di una continuità, caratterizzata semmai da una crescente invadenza mediatica della Chiesa intorno a temi di carattere politico. A porre problema da noi, non sarebbe dunque un imprevisto rafforzamento delle credenze religiose nelle giovani e meno giovani generazioni, ma un infittirsi di argomenti teologici nello spazio pubblico di discussione.<br />
<span id="more-5361"></span><br />
Insomma, nulla di nuovo, se non la constatazione di un vecchio guasto italiano, oggi semplicemente aggravato: la latitanza di una diffusa e radicata cultura laicista. A tal punto latitante, notava <strong>Carlo Augusto Viano</strong> in <em>Laici in ginocchio </em>(Laterza, 2006), da bandire il termine “laicista” a favore di “laico”. Con quest’ultima parola, ricorda però Viano, «si indica una <em>condizione</em>, che tutti identificano nel medesimo modo, mentre con “laicista” si designa la <em>disposizione</em> di chi approva la separazione della sfera politica da quella religiosa e pretende che il potere politico protegga i cittadini dall’ingerenza del clero, che non dovrebbe disporre di poteri coercitivi, né diretti né indiretti».</p>
<p>Se si getta un occhio alla Francia, il laicismo è sinonimo di <em>laicité</em> almeno dalla legge del 1905 sulla separazione delle Chiese e dello Stato. Ma anche la repubblica francese è oggi in qualche modo coinvolta dal “ritorno del religioso”. Si tratta di un fenomeno meno direttamente politico, che attraversa però il dibattito intellettuale e influisce sull’opinione pubblica. Un grande esperto di questa faccenda è <strong>Régis Debray</strong>, ex-comunista e mediologo, dalla fisionomia intellettuale ambigua, che richiama quella dei nostri atei devoti. Nel passaggio al nuovo secolo, soprattutto, Debray s’è fatto prolifico in analisi del fenomeno religioso e in reprimende contro i danni dell’illuminismo. Il nocciolo della sua dottrina è però abbastanza semplice : gli dèi possono nascere e morire, ma la “funzione dio” è indispensabile dal punto di vista della coesione sociale, dunque immortale.</p>
<p>La problematica del laicismo, tipicamente italiana, e quella della “funzione dio”, che si affaccia ora in Francia e in altri paesi occidentali, sono in realtà strettamente intrecciate, e per nulla nuove. Un classico del pensiero del primo novecento, come <em>L’avvenire di un’illusione</em> di <strong>Sigmund Freud</strong>, apparso nel 1927, ce ne fornisce un esempio chiarificatore. In questo testo s’incontrano tre filoni di pensiero distinti: il primo viene dal passato, dalla denuncia illuministica contro “l’impostura dei preti”; il secondo è specifico dell’attività di Freud, in quanto psicologo in senso ampio, e possiamo definirlo “ateismo scientifico”; il terzo è quello che ha caratteri pedagogici e risvolti politici, e si proietta nel futuro ipotizzando una società compiutamente laicista. Questi tre elementi li ritroviamo grosso modo anche oggi, in tutte quelle forme di reazione intellettuale ai nuovi paladini della fede e dell’inevitabilità della religione. Sono il lascito di una tradizione che nel corso di più di due secoli è passata dalla critica morale e politica dell’istituzione religiosa all’analisi filosofica e scientifica del concetto di dio e della funzione sociale della religione. Al culmine di questo percorso abbiamo non tanto una scelta individuale (credere o meno), ma un’appartenenza culturale (riconoscersi o meno in una certa tradizione o famiglia intellettuale). La credenza in dio, o i dubbi su di essa, sono fin dal Vangelo (“Mio Dio perché mi hai abbandonato?”) un dilemma tipico di chi già crede. Il non credente o ateo si pone semmai un problema di saperi: con quale strumentazione intellettuale illumino il fenomeno religioso? È il problema di Freud in <em>L’avvenire di un’illusione</em>, e in generale di ogni ateismo scientifico. Non si tratta di annientare dio o la religione, ma di rovesciare la gerarchia dei valori: analizzare le rappresentazioni religiose sulla base di una realtà esclusivamente umana – in questo caso, la psiche. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, perché mai una tale prospettiva si sia così spesso intrecciata, nel Novecento, con un atteggiamento invece “militante”, tanto in senso anticlericale quanto antireligioso.</p>
<p>Una prima risposta ci potrebbe venire dal pamphlet sulfureo di <strong>Arno Schmidt</strong> <em>Ateo?: Altroché!</em> apparso nel 2007 per la Ipermedium libri a cura di Dario Borso e Domenico Pinto (su NI ne è stato pubblicato un estratto <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/da-ateoaltroche/">qui</a>). Il testo di Schmidt appare per la prima volta nel 1957, in un volume curato da <strong>Karlheinz Deschner</strong> che raccoglieva i contributi di diciotto scrittori a partire dalla domanda «Lei cosa pensa del Cristianesimo?». Schmidt non solo ha il <em>physique du rôle</em> per interpretare l’ateo, ma anche per interpretarlo alle alte temperature richieste dal genere prescelto. Erede dei grandi maestri dell’irriverenza, da Rabelais e Swift a Karl Kraus e Joyce, egli coniuga nel suo scritto indignazione, collera, derisione con l’acume dell’intelligenza e la nettezza dell’idea. In soli tredici paragrafi, non risparmia sferzate alla Bibbia, alla personalità di Cristo, e agli effetti del Cristianesimo sulla tre sfere umane del buono, del vero e del bello. Ogni frase è un gioiello d’arguzia e impertinenza: “Fintantoché si proclama come fonte purissima di ‹verità divina›, come norma sacra della ‹perfettissima morale›, come pilastro di religioni di Stato un libro con, a star bassi, 50.000 varianti testuali (dunque in media 30 luoghi controversi a pagina!) (…) fino ad allora ci meritiamo i regimi e le situazioni che abbiamo!”. E l’autore sa di cosa sta parlando: innanzitutto del “regime” di Adenauer, che all’insegna di un’alleanza tra Stato e Chiesa cattolica, impone al paese un moralismo gretto, di cui Schmidt è già stato vittima. Nel 1955 gli è stato intentato un processo per blasfemia e pornografia, per via del racconto <em>Seelandschaft mit Pocahontas</em> (Paesaggio lacustre con Pocahontas) e nel 1956 il suo romanzo di satira politica sulle due Germanie, <em>Das steinerne Herz</em> (Il cuore di pietra), esce per l’editore Stahlberg Verlag con tagli preventivi “approvati” dall’autore, per evitare censure e denunce. Vi è, insomma, una legge di proporzionalità diretta tra il tasso di influenza ecclesiastica nella politica di un paese, e il tasso di anticlericalismo espresso da scrittori e intellettuali non credenti di quello stesso paese.</p>
<p>Di tutt’altro tono è il libro di <strong>Jacques Bouveresse</strong> <em>Peut-on ne pas croire? Sur la verité, la croyance &amp; la foi </em>(Possiamo non credere? Sulla verità, le credenza e la fede) uscito in Francia nel 2007 per Agone. Bouveresse è un filosofo noto per essere uno dei maggiori studiosi francesi di Wittgenstein, oltre che ottimo interlocutore della filosofia analitica anglosassone e studioso del crocevia viennese del primo Novecento (da Freud a Musil e Kraus). Il suo saggio svolge un’ampia disamina concettuale sullo statuto delle credenze alla luce della filosofia e dell’epistemologia degli ultimi due secoli. E ciò che subito stigmatizza è l’uso quasi sempre improprio di termini quali “sacro”, “religioso”, “fede”, che acquistano oggi un’estensione semantica talmente ampia e sfumata, da perdere quasi di senso. Ad un esame approfondito, più che di un rinnovato senso religioso, con relativa adesione a pratiche confessionali specifiche, ci troviamo di fronte ad una nostalgia di credenze.</p>
<p>L’esperienza religiosa è sempre più <em>soft</em> o, come direbbe Bauman, “liquida”, individualizzata, ma quello che si rimpiange è tutt’altro: un legame forte, una sorta di collante sociale incrollabile, sul tipo di quello che Debray sembra invidiare agli Stati Uniti di Bush. Bouveresse dubita che una miscela di fervore religioso, nazionalismo ottuso e di cinismo politico sia la ricetta adatta per trarre fuori l’Europa dallo smarrimento in cui sembra trovarsi. E tocca qui il nodo della questione, che possiamo formulare in questi termini: una forma di “religione civile”, all’interno di democrazie individualistiche come le nostre, è indispensabile? E se lo è, quale sarebbe la sua forma più adeguata? Tema già freudiano, ma anche di Durkheim, e tipico dell’ateismo scientifico più consapevole. Affinché in una democrazia laica, ogni individuo possa partecipare in modo autonomo ai dibattiti d’interesse pubblico, è necessario che vi sia un terreno condiviso che non ha carattere “contrattuale” o “negoziabile”. Tale terreno costituisce quella che Debray chiama “funzione dio”, che però l’ateismo scientifico ha pensato al di fuori di ogni riferimento sia a verità teologiche sia a presunte leggi di natura.</p>
<p>Il problema dei fondamenti non negoziabili della democrazia individualistica emerge anche nei passaggi cruciali di <em>Atei o credenti? Filosofia, politica, etica, scienza</em> che raccoglie un dialogo a tre voci di <strong>Paolo Flores d’Arcais</strong>, <strong>Gianni Vattimo</strong> e <strong>Michel Onfray </strong>(Fazi, 2007). Il titolo rinvia ad una falsa alternativa, in quanto sembrerebbe mettere faccia a faccia un filosofo ateo e un teologo, ad esempio. Cosa che non sarebbe priva d’interesse, ma non è questo il caso. Vattimo, nel ruolo di credente, ha già concesso ai due atei tutto quanto questi potrebbero sperare: ossia la credenza religiosa individuale deve sottrarsi ad ogni monopolio dottrinario da parte della Chiesa istituzionale. D’altra parte, è proprio Vattimo che coglie i limiti del razionalismo nell’accezione rigidamente individualista difesa da d’Arcais. Certi nostalgici della religione pongono oggi una domanda cruciale: che cosa, nella nostra democrazia, non può avere natura contrattuale? Se a questa domanda rispondono Chiese e religioni, siamo già al di fuori della democrazia. La risposta di Bouveresse, sulla scorta di Durkheim, è il principio del “libero esame” di ogni verità, inteso non come un dato naturale della ragione, ma come un atteggiamento da sviluppare, trasmettere e salvaguardare come valore indiscutibile. Su questo punto, che tocca poi la preoccupazione laicista fondamentale – l’istruzione dello stato – convergono alla fine anche i tre autori di <em>Atei o credenti?</em>.</p>
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		<title>da &#8220;Ateo?:altroché!&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2008 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Pubblico un brano tratto da </em>Ateo?:altroché!<em>, appena pubblicato in Italia per Ipermedium libri a cura di Domenico Pinto e Dario Borso. Il testo di Schmidt, che ha l’autonomia di un pamphlet sulfureo, apparve per la prima volta nel 1957 in un volume curato da Karlheinz Deschner che raccoglieva i contributi di un’inchiesta intitolata </em>Lei cosa pensa del Cristianesimo?)</p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>Traduzione di <strong>Dario Borso</strong> e <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>6.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/da-ateoaltroche/">da &#8220;Ateo?:altroché!&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Pubblico un brano tratto da </em>Ateo?:altroché!<em>, appena pubblicato in Italia per Ipermedium libri a cura di Domenico Pinto e Dario Borso. Il testo di Schmidt, che ha l’autonomia di un pamphlet sulfureo, apparve per la prima volta nel 1957 in un volume curato da Karlheinz Deschner che raccoglieva i contributi di un’inchiesta intitolata </em>Lei cosa pensa del Cristianesimo?)</p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>Traduzione di <strong>Dario Borso</strong> e <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>6. Come altra serie di criteri: ha accresciuto il Cristianesimo, nel mondo, la somma del buono / vero / bello?</p>
<p>7. Del buono?: quanti riarmi, quante guerre, quante atroci crudeltà ha eliminato o almeno impedito il Cristianesimo?: al contrario! È stato ‹ragion sufficiente› di nuove, fino ad allora inaudite danze di spade, come le ‹Crociate›, la ‹Guerra dei Trent’anni› o gli ‹Albigesi› : allorquando i soldati stessi espressero la preoccupazione che con i ‹colpevoli› (= non cattolici!) potessero morire pure gli innocenti, il legato pontificio li tranquillizzò : «Uccideteli e basta! Il Signore riconoscerà certo i suoi!»: Popoli, ascoltate anche questi segnali !!</p>
<p>‹Tolleranza›?: la predicavano solo quando non erano più ‹al potere›! Fino ad allora valeva il ‹compelle intrare›, con il rogo come argomento supremo; ah, povero Giordano Bruno! Non ci si aspetti no che io parli con rispetto di un sistema che esercitò la censura contro Lessing: <em>poiché </em>considerava la resurrezione un’invenzione del giovane Cristo e tutte le religioni positive erano per lui parimenti dubbie! Un sistema che contempla ‹l’inferno eterno› come istituzione fondamentale – cos’altro è poi l’inferno cristiano se non un campo di concentramento, soprattutto per chi la pensa in maniera diversa? Ma si confronti solo l’orrendo Manuale dantesco per comandanti delle SS! – e non esclusivamente come teorica istituzione ultraterrena (<em>su ciò</em> si potrebbe pur sempre soprassedere con un’alzata di spalle); ma soprattutto come elemento integrante del ‹Regno dell’amore› di questo mondo, che rispunta di continuo come Inquisizione di tutti i tipi (anche i protestanti ce l’hanno fatta a bruciare eretici; ricordo solo Serveto o le persecuzioni inglesi dei cattolici sotto Carlo II.): in realtà ogni uomo perbene (secondo il mio modesto parere) un sistema del genere dovrebbe aborrirlo!<br />
<span id="more-5248"></span></p>
<p>Non bisogna avere studiato a fondo le faccende politiche, ancor meno la storia della Chiesa, punto o nulla il Grande Brehm per essere pieni di amarezza contro il Cristianesimo!</p>
<p>8. Del vero?: la ricerca, da Gesù, come s’è visto, ignorata sia nel metodo sia nei settori e risultati già allora da tempo disponibili, e perciò per nulla considerata e al massimo definita ‹vanità›, è poi stata costantemente ostacolata e imbavagliata da tutte le Chiese cristiane, con ogni forza. E invero non, come avrebbe richiesto l’umana decenza, <em>contraddetta</em> mediante saperi migliori (donde poi sarebbero venuti questi, con una simile stima delle scienze?); bensì <em>stesa a randellate</em>!<br />
<!--more--><br />
Il ‹Santo Bonifacio›, il laudatissimo abbattitore di querce di Thor – una pratica che, portata alle estreme conseguenze, non è del tutto innocua: in fondo il legno è pur sempre legno! – denuncia a Roma col massimo di zelo e sdegno il vescovo Virgilio di Salisburgo: costui, un – sì, <em>noi</em> diremmo coltissimo – uomo, aveva tra l’altro accennato al fatto che la Terra, secondo la sua convinzione, era rotonda. Sulla notifica del menzionato sicofante, papa Zaccaria decise quindi: qualora l’inculpant perseveri nella sua falsità, sia spogliato dei paramenti sacerdotali ed espulso dalla Chiesa! Il che allora equivaleva a una forma più mite di condanna a morte: e tutto solo perché il summenzionato Vecchio Libro parla alternativamente del <em>circolo</em> terrestre o addirittura dei ‹4 <em>angoli</em> della Terra›!</p>
<p>Galilei dové abiurare le sue ideuzze davanti al tribunale dell’Inquisizione – «Non è tuttora certo se venne torturato o meno», osserva al proposito lo storico cristiano di naso assai erudito: come se già la sola <em>possibilità </em>non bastasse a far serrare ancora oggi i pugni! Ma anche Lutero rigettava la teoria, vecchia come il cucco, da noi a torto chiamata ‹copernicana›: <em>poiché</em> nella Bibbia in quel passo là c’è scritto che Giosuè fece fermare il sole e <em>non </em>la Terra. Solo nel 1822 la Congregazione dell’Indice permise ufficialmente la stampa di libri che dimostrano il moto della Terra – oh, le scienze son state sì fortemente promosse da quei signori! E chi una volta sfogli l’indice dei nomi dell’‹Index librorum prohibitorum› cattolico, crede di essere piombato all’istante in un pantheon dello spirito: ci stanno Kant, Spinoza, Ranke, Schopenhauer, Nietzsche, Goethe, – quando Radbod il Frisone, dopo una resistenza decennale, finalmente decise per motivi politici di diventare cristiano e già stava col piede nell’acqua battesimale, chiese prima per scrupolo al vescovo Wolfram di Sens dove sarebbero finiti i loro rispettivi antenati dopo la morte. Quando il vescovo rispose secco: i suoi in cielo, quelli <em>di Radbod</em> all’inferno, costui saltò all’istante dalla vasca e gridò: «Dove sono tanti uomini valorosi, lì voglio essere anch’io !» – There’s a good fellow !</p>
<p>Ciò che il Cristianesimo riuscì a produrre da sé nel campo della cultura, l’abbiamo visto a sufficienza nel noto millennio di piombo, dal 500 al 1500: quei signori la loro chance l’hanno avuta alla grande! Che varrà mai oggidì tutto il nostro misero indagare in confronto a questioni scolastiche del tipo: in quale lingua il serpente abbia parlato a Eva; o se l’uomo sarebbe potuto vivere in eterno qualora quella volta non avesse mangiato il frutto; o, ancor più incasinato: come si sarebbero riprodotti i primi uomini qualora non avessero peccato sessualmente?</p>
<p>Ciò che il Cristianesimo aveva da dare, specie in fatto di origine e ordinamento del mondo, lo si vede dall’immagine strettamente conforme alla Scrittura di Cosma Indicopleuste, la quale rimase in auge quasi per un millennio tra i teologi ortodossi. Oppure ai nostri giorni l’opera<em> L’Inferno</em>, apparsa nel 1905 a Magonza con l’approvazione della Chiesa cattolica, del professore di teologia dott. J. Bautz. (E i protestanti prendano in mano a confronto la <em>Teoria dello spiritismo</em> del loro Jung-Stilling; le sette Swedenborg.) E Cristo giusto sa spiegare tutto: «Le palpebre non si solleverebbero / da sé mediante i muscoli, / ma ricadrebbero sempre giù / – ah, fate attenzione a ciò ! – / Come sarebbe misera la vita / se si dovesse prenderle con le dita, / e spingerle poi all’insù! / : Badaci, ateo scellerato!»</p>
<p>Ricapitolo: anacoreti vestiti di pelli, che stanno lì impalati a strillare schegge di dogmi con bocca schiumante (o nel migliore dei casi in frac professorale, che segnano il passo filologico-scolastico), non sono ancora ‹cercatori di verità›! E chi invece di ‹Dio› sa dire pure ‹God, Dieu, Deus, Theos, Jahveh o Elohim›, non è perciò affatto un ‹uomo colto›: al contrario: è un tipico contrassegno della tecnica gesuitica ottundere lo spirito con uno studio smodato delle lingue! Ogni operaio, che abbia riflettuto nella sua lingua madre, è superiore a tale improduttivo mormorio di lettere.</p>
<p>9. Del bello?: Se noi artisti fossimo dipesi soltanto dagli stimoli e dalle ipotesi di lavoro del Cristianesimo: vette supreme sarebbero le figure di Dostoevskij; uomini senza Rinascimento; peccaminosi e informi; troll tricomatici che camminano su acque salmastre dello spirito; rannicchiati in rotten boroughs; e vomitanti spurghi letterari à la: «Ti ringrazia col cuore e con la bocca / il povero verme colpevole. / L’aroma del tuo cadavere aleggi per questa casa, / il tuo sangue asperga i cuori …» (ma l’autore in questione avrà mai annusato una vagonata di cadaveri di guerra? Io sì!) –</p>
<p>E mi si potrà rimproverare non solo di occuparmi della poesia ; non solo di fare appello al gran fratello Goethe, a lui cui era invisa la Croce quanto le cimici, il fumo di tabacco, l’aglio e il latrato di cane. Quanto non ha dato la Chiesa da campare ai <em>pittori</em>, no? La risposta giusta è stata fornita da un bel pezzo:<br />
«Mentre il genio divino di Guido, il suo pennello (il quale avrebbe dovuto ritrarre soltanto ciò ch’è dato a vedere di più perfetto) ti attrae –: vorresti distogliere al contempo gli occhi da quei soggetti orribilmente stupidi, che non vi sono epiteti abbastanza riprovevoli per condannare – ci ritroviamo sempre allo scorticatoio! O malfattori o fanatici, delinquenti o pazzi; tra cui allora il pittore, per trovar scampo, introduce un ragazzotto nudo, una piacente spettatrice. Su dieci soggetti, non uno adatto ad essere dipinto: e quell’unico, l’artista non ha potuto prenderlo dal lato giusto. Un ‹Giovanni nel deserto›, un ‹Sebastiano› sono dipinti deliziosamente; ma che dicono ?: l’uno spalanca la bocca; l’altro si contorce tutto!» (E come avrebbe potuto prosperare la pittura, se più volte grane iconoclaste lunghe secoli le hanno tolto la terra sotto i piedi?!) –</p>
<p>Il Cristianesimo appunto – malgrado la «mitologia minore» dei suoi santi, ovvero tutte le leggende timidamente fantasiose che si sono aggiunte – in campo artistico è semplicemente non competitivo! Non rispetto alla pienezza di pensieri e figure dell’Antichità; non rispetto al materiale della storia o delle scienze naturali – in breve: non rispetto alla vita tout court, da lui sprezzantemente negletta ed anzi denigrata, ma indispensabile all’artista (giacché data per essere modellata)!<br />
(Protesto in questa sede solennemente contro la falsa moneta verbale, che oggi circola senza tregua, della ‹cultura cristiano-occidentale›. Una ‹cultura cristiana› è, proprio per la diffamazione di arte e scienza lì imperante, una contraddizione in termini! La nostra cultura occidentale, poggiante sul mondo antico e sul Rinascimento, è nata in asprissimo conflitto <em>contro</em> le forze spiccatamente <em>anticulturali</em> del Cristianesimo! Perciò si metta fine alla cascata di sillabe altisonanti e assurde!)</p>
<p>(….)</p>
<p>12. <em>La mia proposta</em>: – o fermi; prima una domanda:<br />
Si confuta un avversario ottenendo dallo Stato – il quale è sì interessatissimo al ‹diritto divino dell’autorità›! – una censura contro i dissenzienti? E poi nei circoli cristiani ci si lamenta se viceversa succede nei Paesi comunisti? La somma dei reati (e delle prevaricazioni spirituali) compiuti in passato e oggi dal Cristianesimo è ancora, teniamolo sempre a mente, molto maggiore di quella della controparte! Una religione che annientò interi Stati – i toponimi più comuni nel lontano Messico sono ancor oggi ‹Matanza› e ‹Vittoria› – e che per quanto le fu possibile pure da noi sprofondò 50 generazioni in un sonno dello spirito, meriterebbe tutt’altro trattamento.</p>
<p>Ma riecco la mia proposta: dov’è lo Stato occidentale in cui anche gli atei godano di pieni diritti civili? O dov’è introdotto il concetto di ‹offesa verso l’ateismo› come punibile quanto attualmente quello di ‹offesa verso Dio›? (O forse <em>entrambi</em> aboliti!?)<br />
Chi si preoccupa se gli eterni rintocchi di campana, le preghiere e i corali offendono le <em>mie</em> orecchie?! (E qui non sono nient’affatto l’unico: si legga Lichtenberg. A nessuno dà da pensare il fatto che delle nostre sei grandi stelle – Goethe, Herder, Klopstock, Lessing, Schiller, Wieland: il mondo non vide mai contemporaneamente uno spettacolo simile! –, che di questi sei <em>non uno</em> fu cattolico; ma invece tre – i migliori tre! – <em>nemici dichiarati</em> di ogni religione positiva, più chiaramente: del Cristianesimo?!)</p>
<p>Siamo noi atei allora cittadini di seconda classe? Può darci addosso ogni funzionario in costume solo perché ‹tutto l’orientamento› non gli va bene? Dove sono le nostre scuole atee ufficialmente riconosciute? La nostra stampa atea? Dove la nostra, almeno <em>una</em>, emittente atea? (Mentre nell’etere si esulta giornalmente, senza espiare, da mille stazioni e si servono ininterrottamente pezzi non digeriti di testi biblici.) Tasse per il mantenimento della Chiesa ci sono: dov’è la quota percentuale per il finanziamento dell’ateismo? Perché da noi bisogna ancor sempre, nel ventesimo secolo, etichettare chiunque ‹voglia andare avanti› come ‹cercatore di Dio›?</p>
<p>Perciò quale incontestabile ideale di reggitore: Alessandro Severo; nella cui stanza stavano equivalenti l’una accanto all’altra queste statue: Abramo, Orfeo, Socrate, Apollonio di Tiana, Cristo, e <em>altre ancora</em> ! Perciò abolizione del concetto di ‹religione di Stato›: esso opprime i cittadini intelligenti!</p>
<p>(Arno Schmidt, <em>Ateo?:altroché! </em>, a cura di D. Borso e D. Pinto, Ipermedium libri, 2007.)</p>
<p><strong>* * * *</strong></p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è un passo assai divertente nelle <em>Confessioni</em> di <strong>Heinrich Heine</strong> (1854). Heine è passato attraverso una profonda crisi, iniziata nel 1848 e legata ad un’atrofia muscolare progressiva che gli ha fatto perdere l’uso delle gambe. In questa fase tarda e difficile della vita ritrova in sé la fede in dio, e dei motivi di elogio sia del protestantesimo sia del cattolicesimo. Ma per uno che tanto era stato in odore di ateismo, è necessario essere persuasivo. E Heine ci mette tutta la sua buona volontà, soprattutto per minimizzare la sua combattività giovanile contro il clero e la sua dottrina. E scrive: “Non ho bisogno di dichiarare che allo stesso modo in cui non imperava in me alcun odio cieco contro la Chiesa cattolica, così non si annidava nel mio spirito il minimo rancore contro i loro sacerdoti (…); sebbene negli ultimi tempi quei ratti dall’atteggiamento tanto pio, ma in realtà ben mordaci, che sfrusciavano nelle sagrestie della Baviera e dell’Austria, marmaglia ammuffita di pretacci, mi istigassero abbastanza spesso a rispondere ai loro attacchi.” Nel momento stesso in cui Heine vuole retrospettivamente “bonificare” le sue reazioni nei confronti del clero da ogni eccessiva passione, da ogni aggressività e rancore, sotto la sua penna riemerge come intatta una feroce caratterizzazione dei “pretacci” cattolici bavaresi e austriaci. La vecchia passione si ridesta per un attimo, e scatta la zampata polemica priva di ogni ritegno e moderazione. È questa la temperatura che caratterizza il pamphlet, che è una bizzarra ma anche – per me almeno – pregiatissima modalità del discorso. Modalità che è palese in tutto il testo di Schmidt contro il cristianesimo. Nel pamphlet l’indignazione e la collera, il disprezzo e la derisione si fondono con l’acume dell’intelligenza e la nettezza dell’idea. È un pensiero appassionato, ma che si manifesta palesemente come tale. È una verità di parte, che fin da subito si denunzia come tale, senza minimamente concedere al fronte intellettuale avversario una zona del proprio territorio, come implica invece ogni tentativo di persuasione. Ben lungi da prendere atto dell’obiezioni che gli vengono rivolte, l’autore di pamphlet si spinge nel campo nemico senza timore di assaltare le postazioni più solide e meglio difendibili. Così fa Schmidt bistrattando svariati secoli di arte sacra, calciando senza ritegno <em>Mimesis</em> di Auerbach (per citare solo un suo illustre connazionale). Ma in quante occasioni, d’altra parte, la mentalità religiosa, e quella cristiana in particolare, ha mostrato un simile disprezzo per opere d’arte che non rientravano nei suoi canoni, giungendo a perseguitare chi ne era l’autore?</p>
<p>(Oggi, chi esibisce la propria faziosità, lo fa sempre meno coniugando la propria passionalità con la l’acume dell’idea e la ricchezza dei riferimenti. Della miscela del pamphlet non rimane che l’aggressività rozza, la propensione alla rissa, il vomito di pochi concetti e confusi. Dall’altra parte, rimane allora il tono olimpico e sereno, che argomenta con prudenza e timore, cercando di cancellare ogni posizionamento troppo netto, ogni sussulto emotivo.)</p>
<p>Ma anche il buon pamphlet alla Schmidt, genere discorsivo più vicino alla guerra, più intrinseco ad un atteggiamento conflittuale e di sfida, non può rinunciare ad una sua implicita utopia: che la guerra possa essere circoscritta all’ambito simbolico, che lo sfregio dell’avversario avvenga sul corpo etereo e insensibile dell’idea.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/da-ateoaltroche/">da &#8220;Ateo?:altroché!&#8221;</a></p>
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		<title>L&#8217;industria dello sterminio: l&#8217;incubo secondo Schmidt</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong> <br />
 Arno Schmidt, coscienza della letteratura tedesca del secondo dopoguerra; scrittore troppo poco noto da noi, se si pensa che Schmidt è in Germania quello che per noi sono un Gadda o un Fenoglio. La sua sorvegliata opera “Dalla vita di un fauno” (1953) appare ora, su iniziativa di Lavieri editore, tradotto per la prima volta in italiano, con piena aderenza al testo, da Domenico Pinto, che ne ha reso, senza sbavature o compromessi, il complesso impasto stilistico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/28/lindustria-dello-sterminiolincubo-secondo-schmidt/">L&#8217;industria dello sterminio: l&#8217;incubo secondo Schmidt</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong> <br />
 <img height="96" alt="20041117-spiegel.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/20041117-spiegel.thumbnail.jpg" width="72" />Arno Schmidt, coscienza della letteratura tedesca del secondo dopoguerra; scrittore troppo poco noto da noi, se si pensa che Schmidt è in Germania quello che per noi sono un Gadda o un Fenoglio. La sua sorvegliata opera “Dalla vita di un fauno” (1953) appare ora, su iniziativa di Lavieri editore, tradotto per la prima volta in italiano, con piena aderenza al testo, da Domenico Pinto, che ne ha reso, senza sbavature o compromessi, il complesso impasto stilistico.</p>
<p><span id="more-2811"></span><br />
Protagonista, fra l&#8217;incubo della Machtübernahme di Hitler e l&#8217;orrore dei Lager, fra l&#8217;eco onnipresente dell&#8217;industria dello sterminio e l&#8217;urlo tragico e ridicolo della fanfara totalitaria, è l&#8217;impiegato Düring, la cui vicenda, la banalità del quotidiano offeso dal male, è sequenza di istantanee, &#8220;luminosi snapshots&#8221; d&#8217;un esistere triturato. La sua vita? &#8220;Nessun continuum&#8221;, nastro spezzato lungo cui Düring convive col rumore di fondo del tritacarne nazista, e appare duplice e scisso. Nota unificante del narrare segmentato, l&#8217;ironia estrema del personaggio, che appare privo di ogni connotato di facile e consolante positività: ne sono esempi la sua interazione, sul filo del disprezzo, con il superiore, il Landrat, &#8220;dirigente, monumento, potentato, iguanodonte&#8221;; la sua indifferenza, nel privato, verso la moglie omologata al regime e i figli coartati da piccoli nella Hitlerjugend; l&#8217;evasione con l&#8217;amante, &#8220;la lupa&#8221;, con cui si apparta ai limiti del bosco. I micro-eventi della vita del protagonista sono seguiti passo a passo da una lingua destrutturata nei tic del parlato, nel collasso fonetico delle onomatopee, nelle deformazioni espressionistiche, nelle volute sgrammaticature, spesso allusive, che fanno della prosa di Schmidt la croce dei traduttori e la sfida dei lettori: così il treno parte e &#8220;Oooh-iss-sbuffa&#8221;, e il capotreno ordina di &#8220;…uderestagne&#8221;, chiudere le porte stagne; così la fuga fra i bombardamenti nel capitolo finale è segnata da allucinate detonazioni linguistiche.<br />
Contro il dilagare della quotidianità repellente, Schmidt-Düring erige dentro di sé un muro iperreale di sottile memoria storica e lucido scientismo, che arricchiscono di ulteriori strati il sedimento stilistico dell&#8217;opera. Questa è la voce della duplicità del personaggio, in un limbo oscillante fra ligia registrazione d&#8217;archivio e intima ribellione: il manifesto dell&#8217;ambivalenza di cui è metafora la natura ambigua, teriomorfa, del fauno.<br />
***</p>
<p>Arno Schmidt<br />
Dalla vita di un fauno<br />
Editore Lavieri<br />
Pagine 140<br />
Euro 15,00 <br />
 </p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Il denaro&#8221; &#8211; 27.07.2006)</em></p>
<p><em>(Su NI sono apparsi altri </em><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/index.php?s=arno+schmidt">5 testi</a> </em><em>di e su Arno Schmidt) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/28/lindustria-dello-sterminiolincubo-secondo-schmidt/">L&#8217;industria dello sterminio: l&#8217;incubo secondo Schmidt</a></p>
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		<title>1 recipiente di parole</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 10:14:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Bernd Rauschenbach</strong> </p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>Arno Schmidt nasce ad Amburgo il 18 gennaio 1914, secondo figlio del sovrintendente di polizia Otto Schmidt e di sua moglie Clara. Cresce insieme alla sorella Lucie, più grande di lui di tre anni, in una abitazione di due stanze nel quartiere operaio di Hamm.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/22/1-recipiente-di-parole/">1 recipiente di parole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bernd Rauschenbach</strong> </p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>Arno Schmidt nasce ad Amburgo il 18 gennaio 1914, secondo figlio del sovrintendente di polizia Otto Schmidt e di sua moglie Clara. Cresce insieme alla sorella Lucie, più grande di lui di tre anni, in una abitazione di due stanze nel quartiere operaio di Hamm. È un bambino estremamente miope, poco socievole ma pieno d&#8217;immaginazione, che si rifugia – avendo già imparato a leggere in età prescolare – nei mondi letterari di Jules Verne e Karl May.<br />
<span id="more-2444"></span><br />
Nel 1928 muore il padre, e il resto della famiglia si trasferisce a casa della nonna di parte materna a Luban, capoluogo della Bassa Slesia. A Görlitz, situata venti chilometri a ovest, Schmidt frequenta il liceo scientifico, dove si diploma nella primavera del 1933. Pur se i buoni voti ne consiglierebbero la prosecuzione, per motivi economici non sarà possibile pensare agli studi, e lavoro in quel momento, all&#8217;apogeo della disoccupazione, non se ne trova; soltanto un anno più tardi diviene apprendista di commercio (poi contabile di magazzino), in una fabbrica tessile nella vicina Greiffenberg. Lì conosce la segretaria Alice Murawski, nata nel 1916; si sposano nel 1937 e si trasferiscono a Greiffenberg nel 1938, in un piccolo alloggio aziendale. Le poche fotografie rimaste di questo appartamento mostrano in particolare scaffali colmi di libri. </p>
<p>Dopo aver già da studente scritto poesie e abbozzato un poema epico, Schmidt comincia a comporre, per la moglie, racconti di spiriti della natura sullo stile di Tieck, Hoffmann e Fouqué, da lui ammirati; esercizi per le dita storicizzanti, senza valore letterario, che nulla lasciano intuire della coercizioni della realtà nazista intorno all&#8217;autore – cosa che non cambia quando Schmidt viene chiamato in artiglieria nel 1940, per prestare servizio come furiere in Alsazia e in Norvegia. È solo nelle ultime settimane di guerra che Schmidt giunge fra le truppe combattenti sul fronte occidentale, dove viene fatto prigioniero. Viene rilasciato già nel dicembre del 1945, poiché gli Inglesi hanno un incarico per lui: sarà interprete nella loro scuola di polizia ausiliaria nella Brughiera di Luneburgo. </p>
<p>A Cordingen (vicino a Walsrode) Schmidt e sua moglie, che era riuscita a fuggire dalla Slesia unicamente con uno zaino pieno di libri, abitano una stanza angusta negli edifici del mulino; quando dopo un anno la scuola di polizia chiude, Schmidt diviene &#8220;libero scrittore&#8221; – una decisione che all&#8217;inizio porta fame e stenti, con il primo libro che appare solo nell&#8217;autunno del 1949: <em>Leviathan</em> riunisce tre racconti che adesso non hanno più nulla a che vedere con le delicate narrazioni, in vita inedite, prodotte prima della guerra; sono bensì cavate &#8220;dalla cassa di bile&#8221;, come dice Schmidt. La storia eponima riproduce le ultime annotazioni diaristiche di un soldato tedesco, la cui fuga dall&#8217;Armata Rossa con un convoglio ferroviario termina su un viadotto abbattuto, sopra la Neisse vicino a Görlitz, dove non si dà prosecuzione o ritorno, solo il salto nella morte. Qui Schmidt delinea il proprio quadro, con influenze da Schopenhauer e dalla gnosi, di un mondo malvagio, creato e retto da un demone malvagio, dal quale al massimo l&#8217;uomo può salvarsi insorgendo contro il creatore e i suoi &#8220;meccanismi del mondo: divoramento e libidine. Proliferazione e asfissia&#8221;. – La critica letteraria è per lo più ben disposta verso questo debutto, addirittura entusiasta; Hermann Hesse definisce Schmidt un &#8220;vero poeta&#8221;, Alfred Andersch &#8220;un genio!&#8221; e l&#8217;Accademia di Magonza gli conferisce il suo premio letterario. Tuttavia le vendite del libro pubblicato da Rowohlt sono scarse, troppo cupe le storie di Schmidt, troppo inconsueta la lingua, che per la sua ricchezza di associazioni e immagini, per discontinuità e intensità si riallaccia all&#8217;Espressionismo proscritto dal nazismo. Questa discrepanza tra cattiva riuscita economica e plauso di critica e colleghi (il quale naturalmente non è senza riserve: i suoi libri provocano tuttora anche le più furiose stroncature) perdurerà fino agli anni Sessanta inoltrati, cosicché Arno Schmidt deve scrivere &#8220;lavori per la pagnotta&#8221; per radio e riviste e tradurre romanzi dall&#8217;inglese. </p>
<p>Alla fine del 1950 gli Schmidt si trasferiscono in qualità di rifugiati; il nuovo luogo di residenza, Gau-Bickelheim, a sud di Magonza, non porta però lo sperato miglioramento delle condizioni abitative, e così si spostano nel 1951 alla volta di Kastel, paese sulla Saar. – <em>Brand&#8217;s Haide</em>, romanzo breve di Schmidt uscito nel 1951, si svolge anch&#8217;esso nella Germania settentrionale e prima della riforma monetaria; vi è descritto il misero tentativo di un uomo appena rilasciato dalla prigionia di cavarsela nella provincia del dopoguerra – quasi ampia sintesi di &#8220;Inventario&#8221;, la poesia del &#8220;taglio del bosco&#8221; di Günter Eich. – Così come è chiaro che l&#8217;Io narrante di Schmidt non potrà acclimarsi nella società, non poi così nuova, che va nascendo sulle ceneri di quella nazista, di nuovi ricchi e benpensanti disinteressati alla cultura, è anche ormai chiaro, con questo libro, che il suo autore nella letteratura tedesca è un outsider e che tale rimarrà. </p>
<p>Certo anche Schmidt (come per esempio Böll o Koeppen) vuol dare un&#8217;immagine la più realistica e spietata del suo tempo, però vi coinvolge anche i processi di coscienza, i procedimenti gnoseologici, i ricordi, i sogni e i giochi di pensiero delle sue figure, e così, a fianco della realtà esterna e oggettiva, ne pone un&#8217;altra interna e soggettiva. Inoltre, attraverso un gran numero di citazioni e riferimenti, egli aggancia i suoi testi al vasto universo della letteratura che apprezza, da Omero al Parzival, da Wieland, Tieck, Scott e Poe a Stramm, Döblin e Joyce. Frantuma di continuo la sua ricercatissima lingua con inserti colloquiali avversi al Duden, e con una interpunzione assai fitta conquista per la sua prosa i campi, altrimenti lontani dalla scrittura, della mimica, della velocità, del ritmo e dell&#8217;altezza del suono. Lo stile schmidtiano che così emerge è tanto facile da riconoscere quanto difficile da imitare – meglio: se imitato gli effetti sono penosi e falsi, per cui Schmidt non ha mai fatto scuola o quantomeno trovato successori apertamente riconoscibili. Dalle formazioni di scrittori si tiene lontano, rifiuta più volte gli inviti del &#8220;Gruppo 47&#8243; e del PEN. </p>
<p>Nel 1955 appare il racconto di Schmidt <em>Seelandschaft mit Pocahontas</em>: una breve vacanza sul Dümmer dell&#8217;Oldenburgo, due coppie, che si trovano in fretta, canoe, scottatura solare e sesso – ma sotto la superficie serena di una delle più belle storie d&#8217;amore della letteratura tedesca ribollono ricordi della recente guerra: tutto il testo è fittamente attraversato da un metaforismo di morte e violenza, che a lungo sfugge anche ai lettori più attenti. Ciò che invece è trasparente – l&#8217;odio di Schmidt per le forze armate, il suo rifiuto della restaurazione adenaueriana, il suo furore ateistico e le audacie sessuali – gli procura una denuncia per diffusione della pornografia e per blasfemia. Gli Schmidt sono molto preoccupati per l&#8217;incombere dell&#8217;alta pena pecuniaria e passano dalla circoscrizione giudiziaria conservatrice di Treviri alla più liberale Darmstadt, dove il procedimento, anche dopo un parere dell&#8217;Accademia, viene archiviato. </p>
<p>Nel 1956 appare <em>Das steinerne Herz</em>, per lingua e contenuto il libro fino allora estremo di Schmidt. Non solo tematizza, primo romanzo tedesco a farlo, la divisione tedesca, ma soppesa addirittura in un confronto i sistemi della RFT e della RDT, mettendoli sullo stesso piano – uno scandalo per quel tempo, dove gli stessi elettori della SPD chiamano la RDT con il solo nome di &#8220;zona&#8221;. A ciò si aggiunga una scrittura a larghi tratti fonetica, del tutto insolita, dei dialoghi del romanzo; frasi come &#8220;vapppompi &#8216;na vasca d&#8217;acqua, Valte?&#8221; inducono i critici conservatori a supplicare Dio per la salvezza della letteratura tedesca o li spingono a domande come &#8220;Poesia o follia ormonale?&#8221;, mentre su <em>Das steinerne Herz</em> Peter Rühmkorf sentenzia: &#8220;Qui ha avuto luogo un avvenimento che sollecita nuove unità di misura, qui c&#8217;è il primo libro che legittima la generazione cui appartiene Schmidt.&#8221; A Darmstadt la vita irrequieta della grande città dà a Schmidt sempre più filo da torcere, anche per la salute. Il suo intenso programma di lavoro, compiuto con forte concentrazione e con l&#8217;uso di caffè, alcol e sonniferi, esige la quiete di paese, tanto più che Schmidt da molto tempo ha riconosciuto la brughiera della Germania settentrionale come il &#8220;paesaggio a lui consono&#8221;. Eppure solo alla fine del 1958 egli trova una casetta adatta, soprattutto che può permettersi, a Bargfeld, nella zona meridionale della Brughiera del Sud, il cui paesaggio sarà una componente centrale dei suoi libri. È il caso di <em>Kaff auch Mare Crisium</em>, romanzo pubblicato nel 1960, che tuttavia trova ambientazione anche fuori della brughiera, in un utopico gioco mentale del protagonista, sulla Luna, dove sopravvive un piccolo resto dell&#8217;umanità dopo una guerra atomica che ha distrutto la Terra. Secondo i suoi critici Schmidt ha già prima disintegrato la lingua, sebbene in questo libro, come mai fino ad allora, spinga ancora oltre l&#8217;ortografia fonetica. </p>
<p>Nel 1964 il Consiglio di Berlino gli conferisce il Premio Fontane; la <em>laudatio</em> è pronunciata da Günter Grass. Quando dopo la cerimonia Alice Schmidt vuole ringraziare Grass, questi rifiuta con modestia &#8220;Tutti abbiamo imparato da suo marito&#8221;. Arno Schmidt, che si è sempre spostato mal volentieri, negli anni Sessanta difficilmente lascia di nuovo Bargfeld e riceve solo pochi visitatori. Insieme alla traduzione di Edgar Allan Poe egli lavora al suo opus maximum <em>Zettel&#8217;s Traum</em>, un gigantesco romanzo-saggio su Poe, in cui Schmidt tenta di raccogliere il frutto delle intense letture di Freud, condotte per molti anni: Schmidt applica metodi di analisi mutuati dalla <em>Interpretazione dei sogni</em> e dalla <em>Psicopatologia della vita quotidiana</em> al lessico di Poe, riconducendo i doppi sensi foneticamente vicini, per lo più di natura sessuale, alla persona e al carattere di Poe. – Nel 1970 l&#8217;uscita del libro sprigiona una mostruosa eco mediatica, che rende di colpo noto il nome di Schmidt, come del titolo del suo enorme libro fino a oggi tanto volentieri citato quanto storpiato, ben oltre la cerchia dei suoi tre-quattromila lettori fissi, cosa non poi senza problemi: poiché chi – incuriosito e senza conoscere nulla dell&#8217;autore – sfogli <em>Zettel&#8217;s Traum</em> e veda la struttura a tre colonne della pagina (che nell&#8217;aspetto è più semplice dell&#8217;impaginato di una &#8220;Bild-Zeitung&#8221;!), questi, perplesso, di regola chiuderà l&#8217;in-folio e non sospetterà mai come <em>Zettel&#8217;s Traum</em> sia un caso eccezionale nell&#8217;opera di Schmidt, e che i lavori che lo precedono e seguono sono diversi, più leggeri e piacevoli da leggere. </p>
<p>Nel 1972 Schmidt subisce un infarto cardiaco, che gli impedisce sì di ricevere personalmente il Premio Goethe della città di Francoforte sul Meno, conferitogli nel 1973, ma che non causa alcuna riduzione del suo programma di lavoro. – Nel 1977 pubblica il suo ultimo romanzo, <em>Abend mit Goldrand</em>, in cui una comune di hippie, i cui capi dispongono di poteri magici, fa capolino nell&#8217;apparente idillio rurale di tre vecchi uomini. A Schmidt riesce qui qualcosa che potrebbe essere unico non solo nella letteratura tedesca: il raccordo di un &#8220;labirinto di specchi pornografico&#8221;, di crudezza volgare e spesso repellente, con il più dolce, delicato rapporto d&#8217;amore immaginabile tra un vecchio e una giovane donna. Un libro sotto ogni aspetto ricco, ad oggi non ancora scandagliato, che forse si va imponendo (contro <em>Zettel&#8217;s Traum</em>) come il vero capolavoro di Schmidt. </p>
<p>Quando Arno Schmidt muore, il 3 giugno 1979, in séguito a un ictus, nella sua macchina per scrivere è inserita la pagina 100 del romanzo rimasto inconcluso <em>Julia, oder die Gemälde</em>. L&#8217;ultima frase che ha battuto è: &#8220;per uomini &#038; animali lo zelo è una semplice necessità (vitale)?&#8221; </p>
<p>Nel 1981 Alice Schmidt e il germanista Jan Philipp Reemtsma, che dal 1977 aveva finanziariamente aiutato Schmidt, istituiscono la Fondazione Arno Schmidt, che dalla morte della vedova, avvenuta nel 1983, ha cura come erede universale dell&#8217;opera di Schmidt. – A fare la somma delle tirature di tutti i volumi singoli, tascabili e non, queste opere hanno superato di gran lunga il milione di libri, senza includere le numerose traduzioni in lingue straniere. Non si può dunque più parlare di un &#8220;personaggio segreto&#8221; o di un autore per una piccola comunità di appassionati – Arno Schmidt viene riconosciuto un classico della modernità. Naturalmente le libertà sessuali di Schmidt hanno smesso, nella nostra società pornizzata, di essere provocatorie, e la riunificazione tedesca ha reso obsoleti molti (non tutti) suoi commenti politici. Tuttavia chi vuole avere ragguagli sugli inizi della nostra repubblica, chi vuole scrutare gli stati d&#8217;animo, i modi di pensare e agire dei nostri abitanti, dai libri di Schmidt può apprendere molti dettagli che non troverà presso gli storici. Ma contenuto e intreccio non occuparono mai per Schmidt il primo piano della sua prosa, il suo interesse maggiore fu costantemente rivolto alla forma e alla lingua. E così il lettore di oggi impara a conoscere principalmente, quando prende un libro di Schmidt, superbi capolavori linguistici: costruzioni oculate delle strutture narrative e accuratissime opere di precisione, scelta delle parole per armonie vocaliche e &#8220;buffonate di consonanti&#8221;, immagini e metafore tanto sbalorditive quanto calzanti, magistrale mescolanza di forme espressive vecchie e nuove, alte e basse, densità concentratissime, passatempo e istruzione, aspre freddure e poesia della natura, e un sempre nuovo stupore per questa sconosciuta familiarità con i vocaboli: &#8220;Sono forse stato espressamente kostruito da Madre Natura come 1 recipiente di parole, in cui di kontinuo si prova &#038; skuote &#038; kon=bina?&#8221; </p>
<p>[Fonte: <a href="http://www.arno-schmidt-stiftung.de">Arno Schmidt Stiftung</a> </p>
<p>Di e su A. Schmidt in Nazione Indiana, anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-primo-capitolo-di-dalla-vita-di-un-fauno/">qui</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/12/leviatano/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/arno-schmidt-il-potere-della-letteratura-contro-la-retorica-verbale/">qui</a>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/22/1-recipiente-di-parole/">1 recipiente di parole</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Arno Schmidt: il potere della letteratura contro la retorica verbale</title>
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		<pubDate>Wed, 24 May 2006 08:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p> Nel 1953 lo scrittore tedesco Arno Schmidt dà alle stampe <em>Dalla vita di un fauno</em>, che fa parte della trilogia “Nobodaddy’s Kinder” la quale abbraccia in una stretta narrativa il periodo che va dalla seconda guerra mondiale fino all’era postatomica di un immaginato conflitto mondiale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/arno-schmidt-il-potere-della-letteratura-contro-la-retorica-verbale/">Arno Schmidt: il potere della letteratura contro la retorica verbale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p> <img id="image2135" height="96" alt="Arno_Schmidt.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/Arno_Schmidt.thumbnail.jpg" width="64" />Nel 1953 lo scrittore tedesco Arno Schmidt dà alle stampe <em>Dalla vita di un fauno</em>, che fa parte della trilogia “Nobodaddy’s Kinder” la quale abbraccia in una stretta narrativa il periodo che va dalla seconda guerra mondiale fino all’era postatomica di un immaginato conflitto mondiale. Schmidt (1914-1979) fu un autore di culto. Erede ribelle dell’espressionismo, lo superò diventando con il duro lavoro svolto nel suo isolatissimo laboratorio il capostipite dello sperimentalismo nella letteratura tedesca contemporanea. Considerato da molti illeggibile, Schmidt  è uno scrittore che va semplicemente letto e riletto, consumato con pazienza e dedizione; fu un “battitore libero”, un anacoreta della letteratura, un prismatico “taglialemma”, nel senso di uno scrittore che spesso frantuma le parole che usa per crearne altre con un virtuosismo che si sposa – con esiti inauditi- assieme a una vena profonda di humour. Arno Schmidt è stato un personaggio complesso, che ha edificato una sua personale babele linguistica nella sua lingua madre; un uomo che costruì mattone su mattone la sua letteratura lungo decenni di lavoro solitario e senza compromessi.</p>
<p><span id="more-2134"></span><br />
Finalmente, dopo più di mezzo secolo, <em>Dalla vita di un fauno</em> appare in una versione italiana per la neonata casa editrice napoletana Lavieri (pagg. 144, euro 15.00)  grazie alla preziosa e difficile opera  di Domenico Pinto, giovane studioso di letteratura che ha lavorato alla traduzione del libro con  un’abnegazione da copista medievale e ha scritto l’introduzione, curando anche un apparato di note al testo di significativa utilità. <em>Dalla Vita di un fauno</em> è una narrazione ellittica in <em>snapshots</em>, cioè istantanee di poche righe che dovrebbero (se fossero davvero adibite a questo scopo) ordinare il caos della vita; ma fatalmente, per una sorta di effetto paradosso causato dal modo di procedere di Schmidt, genera un caos ancora maggiore. È inutile tentare di archiviare tutta la realtà, e queste istantanee sono un’ ulteriore, viva testimonianza del caos in cui da sempre versiamo e in cui per sempre verseremo; in un certo senso Schmidt ha finto di voler racchiudere la realtà per meglio farla esplodere, e per avvinghiarsi all’unico realismo per lui possibile, quello di una ricomposizione della realtà cui tende la sua innovazione linguistica.</p>
<p>La storia, se così la si può chiamare, è quella di un certo Düring, impiegato nel circondario di Fallingbostel, paese della Lüneburger Heide, la regione- pianura situata in Bassa Sassonia nella quale Schmidt visse nel suo instancabile, coriaceo isolamento per la gran parte della sua vita. Ha l’incarico di creare un archivio storico per il suo circondario, e il suo lavoro d’archivio finalmente si armonizza con la sua vita extralavorativa: in questo modo, infatti, può finalmente sfogare la sua passione per la catalogazione. Molto più avanti ottiene un nuovo incarico ad Amburgo, e al ritorno trova una capanna che sarà l’alcova dei suoi incontri clandestini con la giovane Käthe, detta “la lupa”. La capanna è il rifugio di un disertore francese napoleonico che Düring aveva “pedinato” di ricerca in ricerca a seguito del suo incarico d’archiviazione storica; e Düring, a questo punto, non può fare a meno di sentirsi spirito affine a quel lontano disertore, a quel rivoltoso nella fuga.<br />
Come spesso nei personaggi di Arno Schmidt, anche questo è  un rivoltoso silente nei confronti del potere, un difensore delle cause perse che, grazie al suo agire pensante, al suo registrare la realtà, riesce a non soccombere alla forza potentissima del regime nazista con le parole, quelle del suo libro “registrato”. Se il regime ha creato l’ipnosi collettiva di tutto un popolo in buona parte con parole di slogan, l’individuo Düring risponde pensando e scrivendo, o scrivendo-pensando, in strenua opposizione, usando le medesime armi ma in modo diversissimo: si sprigiona così con originalità il potere oppositivo della letteratura che urla nel silenzio il proprio grido individuale, vitalissimo.<br />
Il magma sottile di questo raccontare in un discontinuo presente è fatto da “istantanee” (in sostanza capitoletti) impilate una sopra l’altra, che recano al lettore quasi sempre un effetto straniante ma che suscita spesso, anche, una trattenuta ilarità. Questi <em>snapshots</em> che compongono il <em>Fauno</em> con una tecnica da fotoalbum tramite precise scelte tipografiche, (ecco in che cosa consiste la tecnica nuova dell’autore) sono insomma come strappate da una memoria in degrado; forse, in parte, la memoria dello stesso Schmidt, che parzialmente presta certe sue caratteristiche come l’ateismo, lo studio delle scienze esatte, il pessimismo sull’uomo, a questo Düring che scatta  le sue istantanee verbali partendo dal 1939 e finendo col già tragico e pregiudicato destino del Reich tedesco ormai consolidatosi nel 1944.</p>
<p>Diviso in tre parti, il romanzo è anche una finta cronaca che fa a meno d’ogni descrizione compiutamente afferrabile per continuamente evadere nell’illusorio delirio concretato in un affascinante “nessun continuum” (così dice della sua vita il Düring all’inizio) d’invenzione verbale, in un funambolismo tagliente e allo stesso tempo dinoccolato. Quello dello Schmidt di questo libro è un espressionismo linguistico che riporta all’inizio degli anni ’20: la lingua del presente in cui si svolge l’”azione” (39-44) schiacciata dal regime nazista a colpi di propaganda, in certo senso chiama a gran voce chi legge  a ritornare a quella, “degenerata”, dell’espressionismo ormai reso inutilizzato dal regime.<br />
Il periodo dal 1939 al 44 in cui si sviluppa l’azione pensante di Düring fatta di pensieri rincorsi continuamente e brevi dialoghi, viene ridicolizzato da questa prosa pluviale come la pioggia che cade sull’Elba della Bassa Sassonia, scritta in un tedesco impoltigliato dal dialetto della regione. Questa parte significativa di commistione linguistica ardita ma sempre fluidificante serve anche all’autore, a mio avviso, per rendere ancora più feroce il suo distacco dalla memorialistica dello sfascio tanto in voga in quel dopoguerra nel quale il romanzo fu composto; forse perché ogni raccontare “corretto” e preciso di quello sfascio è divenuta una fatica inutile, un compito impossibile, forse anche una sofferenza della quale la letteratura  può fare a meno; molto meglio perciò dettagliare ossessivamente nel discontinuo presente di una specie di nuova lingua.<br />
<em> </em></p>
<p><em>Dalla vita di un fauno</em> è ambientato in buona parte nel paesino di Bargfeld, dove l’autore visse in quasi totale isolamento; (ecco uno <em>snapshot</em> che rientra in questo discorso): “(<em>Le regioni montuose non le amo</em>: né il pastoso dialetto dei loro abitanti, né la terra dalla innumerevoli arcate, barocco tellurico. Il mio paesaggio deve essere pianeggiante, piatto, brughiero, per miglia e miglia, foresta, prato, nebbia, silenzioso)”. Lo Schmidt era  isolato oltretutto in una delle regioni più provinciali, forse, dell’intera Germania; nel senso che questa provincialità profonda è visibile a occhio nudo proprio nella Lüneburger Heide, pianura circondata da Amburgo (nord), Brema (ovest) e Hannover (sud) e che costeggia la frontiera con l’Olanda, verso Celle, dove tra l’altro Gadda fu prigioniero nel 18 ricavandone penose impressioni. Qui fa spettacolo un teatro del mondo dal quale far srotolare una specie di matassa universale: il provincialismo universale di molta letteratura tedesca (pensiamo a Böll e a Grass) diventa l’interpretazione di una visione  per l’appunto universale perché è solo dall’infinitamente piccolo che si può forse arrivare a comprendere – sempre che questo a noi importi – il mondo degli uomini. Ma questi uomini, che in questo romanzo non romanzo sono in fin dei conti delle sagome piuttosto rilevate ma pur sempre sagome, altro non sono che dei pretesti narrativi che servono all’autore per far rifunzionare dopo la disfatta del nazismo la lingua tedesca divenuta in tempi di regime, se proprio non morta, un congegno comunque quasi del tutto depotenziato; per reinnestarla a capo della sua baionetta, questa lingua,  una volta che gli <em>snaphots</em>, sorta di dadi da brodo ristrettissimo per gli occhi e per la mente, sono stati disciolti nella lettura.<br />
Metafore sonore (“oh-iss-sbuffo di ferrovia”), neologismi (“cucinitudine”, “presticogitatore”, “caffèrnao”) per fare solo pochi esempi; immissioni a dura forza nel popolare letterario; provocazioni varie; raffigurazioni da riviste per parrucchieri; molto e forse quasi tutto che sia a portata di mano e di penna nel catalogo delle paccottiglie verbali, frammiste a citazioni e rimandi alti, serve a Schmidt per quagliare il suo brodo letterario contaminato, per operare non solo uno sperimentalismo formale ma  soprattutto linguistico.</p>
<p><em>Dalla vita di un fauno</em>, assieme a tutte le opere di questo scrittore che in Germania viene considerato un gigante, è soprattutto il tentativo di dare una spinta evolutiva in senso personale alla lingua tedesca. Certamente, dunque, il discorso nasce e muore con Schmidt, ma i tentativi più difficili, se sono opere di questa altezza, divengono per forza di cose esperimenti riusciti; e se restano monadi lo sono comunque in maniera raggiante nello spazio interminabile della letteratura del Novecento.<br />
<em> </em></p>
<p><em>Dalla vita di un fauno</em> è un romanzo che in Italia davvero ci mancava, un tassello di grandi dimensioni facente parte del grande mosaico della letteratura cosiddetta sperimentale; e questa tardiva apparizione nel nostro paese viene a colmare un vuoto che, in una visione internazionale dell’arte dello scrivere, può divenire un buon passo avanti per una comprensione sempre più allargata, per uscire sempre più – questa volta con un salutare cammino a ritroso- dai nostri confini spesso angusti, dalle nostre piccole beghe, dalle polemiche letterarie settimanali – intense fiammate di tempistica paragonabile agli scandali dei vip da rotocalco- , dai “capolavori meteora”, fabbricati in catena di montaggio per le nostre collezioni letterarie autunno/inverno e primavera/estate.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Stilos&#8221; &#8211; 23.05.2006)<br />
</em><em> </em></p>
<p><em>(Nota: su Arno Schmidt sono già apparsi su Nazione Indiana altri 3 contributi: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/12/leviatano/">Il Leviatano</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/presentazione-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Presentazione di Dalla vita di un fauno</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-primo-capitolo-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Il primo capitolo di Dalla vita di un fauno</a>; oppure digitare &#8220;Arno Schmidt&#8221; nella finestra &#8220;search&#8221;.)<br />
</em> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/arno-schmidt-il-potere-della-letteratura-contro-la-retorica-verbale/">Arno Schmidt: il potere della letteratura contro la retorica verbale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il Leviatano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/05/12/leviatano/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 May 2006 04:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arno Schmidt]]></category>
		<category><![CDATA[emilio picco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[rosanna berardi paumgartner]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong><a title="s37.jpg" class="imagelink" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/s37.jpg"></a>ovvero <em>Il migliore dei mondi</em></strong></p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Rosanna Berardi Paumgartner</strong> ed <strong>Emilio Picco</strong></p>
<p>[Presento un ampio estratto di uno dei racconti più importanti di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-primo-capitolo-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Arno Schmidt</a>, pubblicato in Italia nel 1966 e ormai introvabile.<br />
*<br />
Berlino, 20 maggio 1945.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/12/leviatano/">Il Leviatano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a title="s37.jpg" class="imagelink" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/s37.jpg"><img align="left" alt="s37.jpg" id="image2095" title="s37.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/s37.thumbnail.jpg" /></a>ovvero <em>Il migliore dei mondi</em></strong></p>
<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Rosanna Berardi Paumgartner</strong> ed <strong>Emilio Picco</strong></p>
<p><small>[Presento un ampio estratto di uno dei racconti più importanti di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-primo-capitolo-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Arno Schmidt</a>, pubblicato in Italia nel 1966 e ormai introvabile.<br />
*<br />
Berlino, 20 maggio 1945. Sotto gli incessanti bombardamenti russi, si riunisce un'improvvisata compagnia composta da un sottufficiale della Wehrmacht allo sbando (la voce narrante), Hanne (suo platonico amore di gioventù, casualmente ritrovata), un pastore protestante accompagnato da moglie e figli, due Hitlerjugend, alcuni anziani e qualche bambino. Insieme si impadroniscono di un treno e tentano di allontanarsi dalla città.]</small></p>
<p>(&#8230;)</p>
<p><em>Udite, udite</em>:  Un soldato chiacchierava con i ragazzetti della Hitlerjugend (e le ragazze del BDM annuivano convinte): «Abbiamo ancora delle risorse; vinceremo. Il Führer sta seguendo una tattica ben precisa: prima li attira tutti nella trappola, e poi interverranno le armi segrete». Uno dei ragazzi interloquì: «Del resto, Goebbels ha affermato testualmente: &#8220;Quando ho visto l&#8217;effetto delle nuove armi, mi si è fermato il cuore&#8221;. E fra tre anni tutto sarà di nuovo ricostruito, più bello. I progetti stanno già tutti bell&#8217;e pronti nella scrivania del Führer». E così via. E i loro occhi balenavano come vetri di manicomi in fiamme! Sarei felice, se il genere umano avesse fine. Nutro la ben fondata speranza che entro i prossimi &#8211; facciamo &#8211; cinquecento o, al massimo, ottocento anni esso si sarà autodistrutto completamente. E sarà una cosa ben fatta.<span id="more-2083"></span><br />
Il sole apparve per un attimo fra timide nuvole. Mi accoccolai sul mozzicone di un albero abbattuto; più sotto, Hanne stava appoggiata al carro rosso, in piena luce. La testa mi cadde sul petto, mi addormentai. In lontananza stava la stazione brulicante, &#8211; scale e tettoie; e già urlavo: «Eccoli, arrivano! al riparo!» Diecimila larve d&#8217;incubo impallidirono, si appiattarono contro ogni parete; io mi buttai a terra vicino alle scale di pietra. In alto, nell&#8217;aria limpida volteggiavano i tre aerei; vedevo distintamente le canne da un pollice sul davanti delle ali. Hanne era stata portata lontano da me, una fiumana di persone si era frapposta tra di noi; alzai la testa per chiamarla, ed ecco che già grandinava sui sassi con fragore lacerante. Fiammelle verdi, lunghe quanto un braccio, scaturirono snelle dal terreno, strappando piote d&#8217;argilla, grosse come tavoli; fischiavano le schegge, correva sangue. Quelli giostravano nell&#8217;aria, facendo fuoco, una scarica dopo l&#8217;altra; attraverso le locomotive; i muri delle case si crivellarono di buchi grandi come un pugno; la cima d&#8217;un albero si abbattè con uno schianto («Madonna con maschera antigas»: un tema per gli antichi Maestri) — ecco: se ne vanno! Tornai di corsa al nostro carro (che di colpo si era trasformato in una carrozza per viaggiatori), gridai disperatamente: «Hanne! Hanne!», e tosto si affacciò al finestrino. Lentamente montai sul predellino, stanco, nel vecchio sudicio pastrano militare, stanco. Con entrambe le mani afferrai il vetro abbassato e alzai lo sguardo al suo viso, e guardavo e guardavo. Luminosa quiete e beatitudine. La sua bocca fece per incresparsi beffarda, leziosamente, stupore e serenità affettuosa, distacco e trasporto. Trasse la mano dalla tasca e me la passò sulla fronte, dentro i capelli. Il suo volto era rischiarato dai miei occhi; assorta, cercava di capire. Disse: «Quanta sporcizia e miseria in tutti questi anni». Carezzevole silenzio. Con malinconia e furbizia inarcò ancora una volta il rosso delle labbra, sorrisi e parole, pericolose e promettenti: «E un angelo custode sarebbe proprio necessario, vero?»<br />
Trasalii; mi svegliai; intorno a me macchie di sole, d&#8217;oro, e ombre azzurre. Hanne stava davanti a me, mi guardava, interessata; chiese: «Be&#8217;, che succede? Mi ha invocata così teneramente e intimamente». Fece una minuscola pausa artificiosa e soggiunse con aria ironica e saputa: «Sognato, eh?!» Corrugai la fronte; raccontai; parola per parola. Mi ascoltò tendendo l&#8217;orecchio beffardamente. «Allora &#8211; <em>c&#8217;est tout?</em>», domandò, e poi, quasi fosse delusa: «- assai poco piccante, però. Dicono che i soldati sono in genere più aggressivi&#8230;» Cercava di provocarmi. Annuii cortesemente e dissi: «Lo so, non sono cambiato molto. Neppure lei, veramente». Scoppiando a ridere, poi fischiando, mi volse le spalle («Signorina, oggi non deve restar sola&#8230;»), si fermò, tornò indietro e si informò: «A proposito, le capita spesso&#8230; di sognarmi &#8211; ?» Non esitai affatto, dissi affabilmente: «Sì». Buttò indietro la testa, compiaciuta, e aggiunse con noncuranza: «Però, un po&#8217; cambiato lei lo è. Un tempo si limitava a sgranare gli occhi come un bue, &#8211; bene, bene». Con fare svagato se ne tornò giù da sua madre. La bambina malata è morta proprio adesso. Orrore &#8211; orrore.</p>
<p><em>Ore 14,13</em>:  Un torbido fluttuare nel cielo, dapprima sottile come nebbia, in alto, sopra la neve desolata, azzurrognola; da occidente si levò un vento lacerato; il mondo sprofondò in un rauco grigiore. Cominciò a nevicare. Pesantemente, schifosamente.</p>
<p><em>Giù nel vagone</em>:  Tutti stanno accoccolati insieme, miseramente; hanno freddo, tossiscono, hanno fame. Sete, anche. Pare che tra poco potremo ripartire.</p>
<p><em>Ore 16,10</em>:  La neve, la neve; per ore e ore. Hanne aveva ficcato le mani nelle tasche e sedeva immobile. Il vecchio si schiarì la voce. Ancora una volta. (Aveva già un aspetto sudicio e bianco e rinsecchito). Dominandosi, mi guardò e chiese: «Lei poc&#8217;anzi stava dicendo che quest&#8217;universo si trova in fase di contrazione e che prima sarebbe stato &#8220;gonfiato&#8221;. Potrebbe avanzare un&#8217;ipotesi circa tale pulsare?» La sua faccia si fece piccola e rugosa, ed egli si mise ad ascoltare con intensa concentrazione. La Hitlerjugend stava esaminando i Panzerfäuste (con raccapriccio della vecchia contadina): «&#8230; allora, mettere il foro in corrispondenza del foro; avvitare&#8230;», ci si baloccavano con grande impegno, veri figli del Leviatano (Tu sei il mio amato figliolo&#8230;); ferro malvagio e fuoco mortale. To&#8217;, come sono ben riusciti! Mi vennero in mente i pazzeschi manifesti istigatori del Gauleiter Hanke, a Breslavia. Con la roboante eloquenza della follia egli faceva appello alla gioventù nazionale: riempire di neve fiumi e torrenti, perché gonfiandosi potessero trattenere il nemico (testualmente! L&#8217;ho letto io stesso l&#8217;8 febbraio &#8217;45, nella vetrina del negoziante Schneider, Am Graben, a Greiffenberg!) Squamoso spurgo in ebollizione, sacra indignazione da verme; magnifico! E poi pretendeva dai vecchi decrepiti che si insinuassero nottetempo, con materiale incendiario, nei paesi occupati dal nemico, appiccando il fuoco. Forte, in ciò, di una sua logica sprezzante: tanto vi tocca comunque morire presto; perciò sacrificate il resto dei vostri giorni al Führer! &#8211; Sono fermamente convinto che con questa loro ululante pazzia e isterica bramosia di distruzione (e non dimentichiamo le voglie di Erostrato!) manderanno in fiamme e rovina tutta la Germania, fino all&#8217;ultima stamberga. Insomma: fisime da anabattisti. Costumi diversi, scenario più vasto. E bisogna dare la sua risposta al vecchio. Mi schiarii forte la voce. Dissi bruscamente: «Saprà dal suo Schopenhauer che il mondo è volontà e rappresentazione; egli non va più in là di questa constatazione, non compie l&#8217;ultimo passo; ma alla fine l&#8217;una cosa e l&#8217;altra saranno unificate in un essere di terribile potenza e intelligenza». Sorridendo e santamente divertito, il Pastore alzò la testa: «Dio», disse annuendo con aria tranquilla, «lei non può prescindere da questo dato di fatto incontestabile&#8230;» Non girai nemmeno gli occhi; dissi: «II demonio! A volte egli è se stesso; a volte si manifesta nella disintegrazione universale. Attualmente non esiste più come individuo, bensì come universo. Ma in ogni cosa ha lasciato l&#8217;imperativo del ritorno; nel corporeo ne è prova la gravitazione. (Gli 80 sistemi siderali molto al di là della zona galattica, non ne sono forse indizio ed esempio? Può darsi che poco per volta saranno assorbiti dalle nebulose più grandi, ma come un tutto compatto, perché la loro contrazione dovrebbe avvenire molto più velocemente); nell&#8217;ambito spirituale attestano una siffatta costrizione: i dati coscienziali della specie (l&#8217;aspirazione al volo, comune a tutti, etc.; il concetto di spazio e tempo, che risulta identico in tutti gli esseri viventi, quindi: origine comune), la non-libertà della volontà nell&#8217;azione (saggio Schopenhauer! Con tutte le conseguenze: possibilità di divinare il futuro, per esempio attraverso i sogni &#8211; J. W. Dunne. &#8211; Magia), la dissoluzione dell&#8217;individuo nella morte. (Noi desideriamo la nostra perpetuazione in quanto individui, e questo è lo <em>slogan</em> delle religioni &#8211; cristiani e maomettani -, per questo esse hanno dei seguaci; una dottrina &#8211; siamo sempre a Schopenhauer -, la quale dà per probabile il dissolversi dell&#8217;individuo nella &#8220;volontà universale &#8220;, non potrà mai diventare né popolare né amata, neanche da chi riconosce che è vera; essa conserva sempre qualcosa di meduseo). L&#8217;accumularsi dell&#8217;intelligenza in quantità sempre più grandi &#8211; vedi la paleontologia &#8211; parla in favore di questa ricostituzione del demonio anche dal punto di vista spirituale (possibilità di esistenze &#8220;sovrumane&#8221;: maghi, spiriti elementari &#8211; oh, Hoffmann! -, daccapo gli 80 sistemi siderali).<br />
«Per poter valutare l&#8217;essenza di detto demonio, bisogna guardare fuori e dentro di noi. Noi stessi, infatti, siamo parte di lui: che razza di satanasso dovrà essere, allora, <em>Lui</em>? Di trovare il mondo bello e ben sistemato, solo il signor von Leibnitz può essere capace (&#8220;von&#8221;: e vedi a tale proposito le annotazioni di Klopstock nella <em>Repubblica dei Dotti</em>), il quale non la finirà mai di rimanere ammirato, perché l&#8217;asse terrestre è così saggiamente inclinato, oppure Matthias Claudius, che si sarebbe rotolato e avrebbe urlato tutto il santo giorno di gaudio cristiano, o altri svizzeri dal cervello fino. Questo mondo è qualcosa, che sarebbe meglio non esistesse. Chi la pensa diversamente, è un bugiardo. Ponga mente ai meccanismi che tengono in piedi il mondo: rimpinzarsi e sfrenarsi come porci. Usurare e strozzare il prossimo. A volte un puro senso formale: i cristalli, le scisti radiolarie di Haeckel (Boelsche notava pensoso che nella natura ci deve pur essere un principio formale, fino ad ora non individuato, ah! ah!); in fondo, in questo caso si presenta soltanto il problema tecnico della sospensione nell&#8217;acqua salata, dove la migliore approssimazione sarebbe stata certamente trovata in poco tempo attraverso la selezione. D&#8217;altra parte: salamandre, serpi, ragni, pipistrelli, pesci abissali, le migrazioni dei salmoni e delle anguille. Anche Cesare Borgia era un buon intenditore d&#8217;arte. Certamente la nostra facoltà intellettiva è limitata, sia nello spazio che nel tempo. Con tutto ciò, il Leviatano resta; e ora concentra la sua malvagità, ora preferisce goderne nella massima varietà e suddivisione.<br />
«Inoltre, nulla ci autorizza a supporre che il nostro Leviatano sia unico nel suo genere. Potrebbero esistere molti esseri della sua stessa grandezza, e, fra questi, anche di buoni, candidi, angelici. Purtroppo a noi è toccato un demonio. <em>Si monumentum quaeris, circumspice</em> (sta scritto sulla tomba di Sir Christopher)».</p>
<p><em>Crepuscolo, crepuscolo</em>: Silenziosa precipita la neve oltre la porta socchiusa, miliardi di esseri cristallini, nati nell&#8217;aria, morti nell&#8217;acqua. (Quali fiocchi potrà mai formare il ferro, quando precipita dall&#8217;atmosfera solare sulla frenetica massa incandescente: saranno come draghi, rigidi, spinosi? &#8211; Oppure d&#8217;oro -?) &#8211; Dalla locomotiva, in testa, giunse la voce del fuochista, roca (ma piccola): «Attenzione! Si parte!» Violenti sbuffi di vapore; scossoni, strepito. Solo un piccolissimo tratto. Uno strattone. Poi dietro a noi scoppiò un rumore infernale,&#8230; schegge, schianti&#8230; Un altro metro appena. Di nuovo qualcosa si lacerò e latrò, come legname che scoppia. Balzai in piedi, verso la porta, mi lanciai attraverso l&#8217;apertura, Hanne giù dietro a me (una ardita ragazza imbacuccata), ed ecco arrivare subito anche il macchinista dalla locomotiva, e bestemmiando vedemmo che le catene si erano spezzate (recise dai colpi?), e che lo spacca-traverse&#8230; <em>well</em>: lavorava alla perfezione -. Ci piegammo fra i respingenti, chiamammo gli altri e cercammo un&#8217;altra volta &#8211; strappando con le braccia, curvandoci, facendo leva &#8211; di staccare il carro. Ancora una volta. Ma fu inutile: ruggine addentava ruggine. Ci lacerammo le mani non protette. Ed era necessario far presto; bisognava approfittare di quei pochi minuti di pressione nella caldaia. Muti e fradici, ci arrampicammo quindi nella baracca rullante e (quel cane impazzito, non fischiava di nuovo!) ci movemmo. Viaggio con destinazione tenebre, e spacca-traverse obbligato. <em>Heil Hitler</em>. Improvvisamente l&#8217;impiegato postale esplose con collera incontenibile. Alzò il pugno contratto contro i baldi giovincelli e urlò (più forte del frastuono satanico alle nostre spalle): «Non vi vergognate di portare questa maledetta uniforme?! Ma non lo sentite, questo?! Oh quei farabutti, quei farabutti!!» Scattò in piedi il Futuro della Germania; chiesero con stupore, inveleniti: «E perché no? Ma è una pacchia! Almeno così i russi non potranno incalzarci!» &#8211; Uno di loro, il più anziano, disse tranquillo e minaccioso: «Stia attento a quello che dice. Ce ne sono ancora troppo pochi nei campi di concentramento». E l&#8217;altro (puerile e zelante &#8211; non era forse soltanto una specie di giochetto moderno? Bastava premere un allegro grilletto -): «E sparalo, dài, quel maledetto traditore!» Fuori, contro solitarie case, l&#8217;orrendo frastuono cresceva in follia smisurata. Una fila di pioppi incrociò la nostra strada. Stelle. Dall&#8217;aria era sparita la neve. Ancora le ruote girano,&#8230; schianta&#8230; girano&#8230; girano&#8230; &#8211; to&#8217;: più lentamente. Spappolò adagio un&#8217;altra traversa. Esitando, godendo: ancora una. Ancora&#8230; una&#8230; ancora. Ci fermammo. Estrassi in un lampo la pistola; ero infuriato, ma completamente freddo. Tuonai nel subitaneo ronzante silenzio: «Chiunque parla ancora di sparare, si busca una pallottola nella pancia! Non ci basta la miseria che abbiamo nel carro?» Al contempo, provai fame e sete (fino allora ero riuscito a non pensarci troppo). A spintoni aprii la porta e saltai giù. Accidenti&#8230; alta fino al ginocchio! Aveva nevicato molto. E Moys; proprio alle spalle del piccolo edificio della stazione. Più in là la linea si diramava per Kohlfurt, Penzig. Rabbrividendo inghiottii due manciate di neve. E faceva freddo, ora. In alto, dal quadrato buio una voce tranquilla, un poco rauca, chiese: «Allora? Che c&#8217;è?» Oh tu, stella&#8230; stella&#8230; Risposi: «Davanti a noi fuoco pesante». «Noi&#8230;», lei ripeté con raffinata indolenza, e mi saltò fra le braccia, senza levare le mani di tasca. Scoppiai a ridere rumorosamente, buttai indietro la testa: «Sì, noi!» dissi con rabbia, divertito &#8211; ed ecco, il fuochista ci diede la voce. -</p>
<p><em>Ore 19,30</em>:  Da una lontana catena di colline, senza rumore, si levarono, come rossi fili di perle, i traccianti dell&#8217;antiaerea leggera. Il freddo si faceva sempre più rigido. Eppure ha nevicato ancora una volta, massicciamente, ma era neve finissima e dura.</p>
<p><em>Notte nel carro</em>:  I contadini se ne sono andati sfiduciati. La neve dura mi ha quasi intorpidito lo stomaco; è stata una vera sciocchezza. Il vecchio sembra soffrire gravemente; certo, in tutta la sua vita non ha mai dovuto sopportare simili strapazzi; uno dei soldati gli ha dato una gollata di grappa, poi costoro e la femmina si sono scolati il resto della bottiglia. Stanno seduti e si scambiano sconcezze. La gioventù, assetata di conoscenza, approva sghignazzando attraverso il naso le inequivocabili bassezze. Poco fa, mentre il Pastore con l&#8217;imperturbabile vanità dei pii si apprestava a recitare un&#8217;altra volta le preghiere ad alta voce, come per dare lui l&#8217;esempio, lo hanno finalmente redarguito in malo modo. Il soldato con la fronte bendata grugnì minaccioso dal fondo: « Piantala con queste puttanate&#8230;», ed anche il vecchio sollevò la testa dal petto; disse, tagliente: «Lei può benissimo pregare in silenzio, quanto vuole, ma ci risparmi la giaculatoria&#8230;, che cosa odiosa&#8230;», mormorò disgustato. Ma poiché quella faccia di bronzo continuava &#8211; anche se in tono più basso — a rivolgere suppliche e promesse alle sue fanatiche divinità (vedi Libanio, <em>Apologia per i templi</em>. — A chiarimento definitivo: la massima veramente bella, anche se non originale, dell&#8217;«Amatevi l&#8217;un l&#8217;altro!», in quanto prassi viva e operante, ha sempre avuto l&#8217;approvazione incondizionata e l&#8217;appoggio di tutti gli onesti spiriti, e l&#8217;avrà sempre. Mai, però, l&#8217;hanno avuta le vuote ambizioni gnoseologiche del catechismo cristiano; mai l&#8217;apparato di forza che la Chiesa si è costruito del tutto arbitrariamente, né il suo plurisecolare terrorismo ideologico, tremendo come nessun altro. Perché non da Stalin, né da Hitler, né durante la guerra dei Boeri furono inventati i campi di concentramento, bensì nel grembo della Santa Inquisizione. E in occidente, la prima esatta descrizione di un ben attrezzato campo di concentramento, non la dobbiamo forse alla fantasia di Dante, cristianissimamente pervertita? Vi prego, non manca niente: i pozzi neri, la tortura dell&#8217;acqua gelata, l&#8217;eterno passo di corsa dei flagellati a schiocco; per i dubbiosi ecco pronte tombe di fuoco, e quelli inutilmente assetati di sapere &#8211; Ulisse &#8211; vengono maestosamente fulminati: &#8211; perché, «in definitiva, sono questi i più robusti argomenti dei signori teologi; e da quando a costoro sono venuti a mancare, le cose vanno terribilmente a rovescio!» Perciò adesso non venga a chiedere tolleranza proprio chi per millecinquecento anni, da che è «al potere», non l&#8217;ha esercitata! <em>Ecrasez l&#8217;infâme!</em>) mi trascinò in una discussione sulle fonti storiche, dalle quali avevo attinto talune mie opinioni. Faticosamente adunai quanto &#8211; a questo proposito &#8211; si trovava ancora sparso fra le rovine della mia memoria (mi vennero in mente immagini del Piranesi: ruderi romani nelle chiare luci della sera, piene di vento. Alberelli slanciati. Un contadino, con il cappello a punta, governa con gesti espressivi un asinelio carico di lisci otri di vino. Frescura e serenità, oro del tramonto, <em>aurum potabile</em>. La natura &#8211; cioè il Leviatano &#8211; non ci mostra niente di perfetto; ha sempre bisogno di esser corretta ad opera di spiriti buoni. &#8211; Confronta la definizione di Poe circa l&#8217;essenza della poesia. Purtroppo costoro sono una impercettibile minoranza). Irrigidito dalla stanchezza &#8211; oh, il freddo, il freddo &#8211; nominai la parola emanazione; inoltre: gnostici e cabalisti (il dio ottenebrato; il mondo = <em>modificatio essentiae divinae</em> = <em>Deus expansus et manifestus</em>. Dottrina <em>de mundo contracto et expanso</em>), lo Pseudo-Dionisio, Scoto Eriugena, Almerico, Davide di Dinant. Pausa: i soldati ubriachi scalciavano, ansavano; latrando si buttarono sulla puttana. &#8211; Pieno di vergogna parlai più forte (perché Hanne non sentisse, &#8211; oh, ma lei sentiva lo stesso!!), pronunciai il venerabile nome di Giordano Bruno (<em>spatio extra-mundano</em>), Spinoza, Goethe, Schelling, Poe Trismegisto (<em>Heureka</em>), dei nuovi matematici e astronomi, finché il vecchio rise stupito e con allegria malata dalla bocca di biancospino (evidentemente gli dava sollievo il sapersi sorretto da tante autorità. «Dell&#8217;essere al sicuro».) E, per conto mio, vada anche per le amenità di fisica sostenute da Nietzsche con il suo «eterno ricorso»: che zucca vuota quello lì, a volte! Che il suo Leviatano-Potenza dovesse essere limitato e «quindi» &#8211; non è questa un&#8217;argomentazione esatta, almeno quanto una di Aristotele?! &#8211; mortale, egli non l&#8217;ha certamente pensato. &#8211; Le religioni, con le loro «creazioni» e i loro «dèi fattisi uomini» (sebbene poi tutte commettano l&#8217;errore di lasciare tuttavia sussistere, immutato, il proprio dio). Venerabile Buddismo (chi ritiene K. E. Neumann troppo arduo, si provi con il Pellegrino Kamanita); i politeismi degli antichi (costoro ancora ben sapevano che il grande Pan non era immortale!), gli «dei sbranati»: Orfeo, Thammuz, Lino, Adone. Spiriti elementari. Silenzio. Pianto dall&#8217;angolo del Pastore; la Hitlerjugend gracchia un «canto di guerra» (in alto si atteggiano a puri eroi, ma le fondamenta stanno immerse in una palude formata dal sangue di venti milioni di esseri diabolicamente macellati. Questo mese ho visto a Pirna un campo di concentramento in trasferta: donne ebree con i loro bambini, tutti spaventosamente smagriti, gli occhi scuri, d&#8217;una grandezza irreale, e accanto i boia delle SS, a cavallo, bestemmiando, le gote rubizze, coperti di pesanti cappotti grigioverdi, ahimè! ) &#8211; II vecchio si buttò in avanti; con voce stridula chiese: «Come?! Anche il Leviatano muore?!» Ma io non sentii più nulla. Mi irrigidii nel freddo e nel sonno.<br />
(Una volta, molto lontano, un sordo brontolio, come di terremoto. A lungo. Come un gigantesco attacco aereo. Dresda? Dio passeggia su tappeti di bombe).</p>
<p><em>Verso mezzanotte apparve nel ciclo uno spicchio di luna:</em> II volto di lei si fece subitamente grigio &#8211; chiaro e rigido. &#8211; La neve veniva giù stridendo cadenzata. Bussarono alla porta: il fuochista: «Tutti fuori! A spalare!» Mi tirai su con le gambe rattrappite, le spinsi addosso un po&#8217; di paglia, saltai giù per la porta nell&#8217;argentea superficie: e tutti piagnucolano nella gelida notte. A volte le rotaie luccicavano azzurre; brina incrostava le leve degli scambi. Menammo colpi e spalammo intorno alle ruote, spossati guardammo alla nuvolaglia madreperlacea, angolose lettere cubitali spiccavano nell&#8217;ombra sulla torre di controllo.<br />
II gelo, il gelo. Con mani di marmo scavammo intorno all&#8217;acciaio raggiante. Pulviscolo di neve pungente ci fluttuava intorno al naso e alla bocca. L&#8217;avrei guardata da palpebre d&#8217;argento. Il vecchio mi precipitò contro la spalla; me lo issai nel carro.<br />
<em>Tardi. Tardi</em>:  La luna abbagliava nella corsia di pioppi.</p>
<p>Voci si consultavano di sotto. In silenzio accostai il tondo del viso alla fessura. I ragazzi stavano appoggiati ai Panzerfäuste, uno diceva:« Se ne facciamo partire due contemporaneamente, salta per aria tutta la baracca, compresi i traditori ed i pacifisti&#8230;» (Pacifisti: questa per loro è la più grave ingiuria, e il popolo urla «Heil!») Estrassi rapido la pistola, tolsi la sicura, presi la mira appoggiandomi allo stipite della porta. L&#8217;altro ci pensò su; poi fece (oh, ponderato, accorto, lui, &#8211; càspita, che maturità!): «Dentro, però, ci sono anche i due soldati, uno, poi, è ferito!» Pausa. «Ma uno spavento bisogna farglielo prendere, a quei vecchi stracci», decise il primo. «Senti: ne spariamo due contro la stazione! Vedrai che fifa&#8230;!» L&#8217;altro ridacchiò approvando, divertito. Si misero al riparo, alzarono le canne, fecero scattare. Schianto e colpo furono immensi. Tronfi, caricarono in spalla i loro arnesi e si allontanarono a grandi passi marcati, da bullo. I vincitori. (Una pietra della facciata sbriciolata ha sfondato alcune assi del carro. Nello spazio angusto si è mezzo assordati).</p>
<p><em>Ore 6,18</em>:  Tutto finito.<br />
Ci rimettemmo in moto, qualche centinaio di metri soltanto, fummo sùbito sul viadotto. Rimbombava. Meno male che andavamo così adagio. Alti sopra il fiume. Ecco che di colpo il carro ebbe uno strattone in avanti. Si fermò nuovamente. La parete anteriore scoppiò. Tutto accadde così repentinamente. Ci affrettammo a scendere, con prudenza: davanti a noi mancava l&#8217;arcata del ponte. La locomotiva pendeva di sbieco sull&#8217;abisso (e alle nostre spalle lo spacca-traverse ha sbriciolato ogni cosa!!), fuoco si sprigionava dalla caldaia schiantata, e subito cominciarono a cantare nell&#8217;aria granate (che bei bersaglio, vero?!) Arretrarono a tastoni (strillando nell&#8217;oscurità ululante), lungo il gigante privo di parapetto. (Uno deve essere precipitato, perché un urlo volò come un lampo verso il basso). Ecco: una merlata torre di fuoco si levava, ruggendo, all&#8217;altra estremità. Noi (Hanne ed io. Noi), istupiditi (con il cuore in gola), ci infilammo nel vagone. I demoni d&#8217;acciaio strillavano ed esultavano intorno a noi, sopra di noi, sotto di noi. Più volte ancora i colpi scoppiarono alle nostre spalle, e ad un certo punto ci fu una scossa, come se crollasse tutta una montagna (e scrosciare di acque gorgogliami ).</p>
<p><em>Ore 7,00</em>:  Gelida nebbia sale fluttuando dal burrone. (Hel, l&#8217;inferno d&#8217;acqua). Ancora non rischiara.</p>
<p><em>Ore 7,10</em>:  Stato fuori, inciampando. Appoggiato a qualche macigno, nei vapori di ghiaccio. A non più di otto passi dallo spacca-traverse, sbadigliava tacita la voragine di nebbia. Alzai due pietre dalla massicciata; ne lanciai una oltre il bordo; non fece neppure giù; tutto rimase in silenzio, impenetrabile all&#8217;occhio. L&#8217;altra la brandii con pugno di selce; con un sibilo sordo si allontanò verso l&#8217;altra sponda. Tesi l&#8217;orecchio: nulla. Annuii con il capo, assurdamente, con aria di mistero. Bene, bene. Me ne tornai indietro; mi arrampicai dentro la carcassa del vagone. Dissi a Hanne: «Anche dietro è crollato. Siamo soli; sospesi qua su, in mezzo al fiume». Soffiò col naso, contrariata. Fece segno con il piede, davanti a sé: «Sta morendo&#8230;», disse, e corrugò la fronte. A gambe larghe traversai la prima falda di grigiore. Il vecchio sedeva appoggiato rigidamente alla parete di legno, rantolava. Mi guardai intorno: nel carro non c&#8217;era rimasto più nessuno. Tirai fuori la destra dalla tasca, gliela poggiai sulla spalla magra. Gli occhi si aprirono: erano ancora limpidi. Mi guardò fermamente; la bocca grigia gli si fendette, appena un poco, faticosamente, le sopraciglia si torsero: «Il Leviatano&#8230;» fece rocamente, tirò su (con un ghigno divertito) un angolo della bocca: « &#8230;non è eterno&#8230;?» Hanne mi era venuta accanto; il mio cappotto avvertì la manica della sua pelliccia. Mi sentii macilento, svuotato, vecchio di secoli (come Harry Haller), risposi a quel coraggioso: «La sua potenza è enorme, ma limitata. Quindi anche la durata della sua esistenza». Aspettai. I suoi occhi si chiusero un momento, stanchi, con gratitudine: aveva capito. Parlavo in fretta: «Buddha. Insegna un metodo per evadere. Schopenhauer: negazione della volontà. Entrambi affermano dunque la possibilità di opporre la volontà individuale alla mostruosa volontà totalitaria del Leviatano, cosa che, considerata la differenza tra le due grandezze, sembra tuttavia per il momento del tutto impossibile, almeno fino a quando gli esseri spirituali si troveranno a &#8220;livello uomo&#8221;. Però può darsi che la Bestia si dissolva in tanti &#8220;diadochi&#8221; (presentimento cristiano nella rivolta di Lucifero; per converso, Jane Leade vorrebbe unirsi con tutti i Buoni in una forza magica operante e rinnovare cosi la Natura, ripristinarla a paradiso&#8230; È una meta: la ribellione dei Buoni), e questi a loro volta in unità sempre più piccole, fino a che il &#8220;Buddismo&#8221; diventi un fatto veramente possibile, e con ciò tutto il complesso di queste forze si elida a vicenda. &#8211; Ma forse ci sono anche altre vie&#8230;» Mi guardò dapprima angosciato, s&#8217;arrovellava; i suoi occhi si fecero di gufo, fumosi&#8230; oh: una scintilla. Sussurrò: «Bene». La testa, alta, gli si accasciò in avanti. Del tutto tranquillo, staccando i suoni, sentimmo che diceva: «Bene&#8230;» &#8211; Allora mi rialzai.</p>
<p><em>Ore 8,20</em>:  Arrossiamo nella luce. <em>Oh, greasy Joan.</em></p>
<p><em>Fine</em>:   Infileremo la porta rossastra, coperta di brina. Fra veli d&#8217;oro starà in agguato il diabolico sole d&#8217;inverno, rosa pallido, una gelida sfera. Ella spingerà avanti il mento, aguzzerà le labbra, sbarazzina, solleverà i fianchi per dare lo slancio. Impietrito, io la cingerò con il braccio.<br />
Ecco, ora butto via il quaderno: vola! Brandelli.</p>
<p><small>[tratto da "Il Menabò di letteratura", Einaudi, Torino 1966, pp. 121-150. Qui le pp. 137-149.</small></p>
<p><small>*</small></p>
<p><small>Immagine tratta da <a href="http://www.loc.gov/exhibits/world/nature.html">http://www.loc.gov/exhibits/world/nature.html</a>]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/12/leviatano/">Il Leviatano</a></p>
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		<title>Presentazione di &#8220;Dalla vita di un fauno&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/presentazione-di-dalla-vita-di-un-fauno/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Apr 2006 06:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
al Goethe-Institut Napoli<br />
Riviera di Chiaia 202<br />
80121 Napoli<br />
Tel: +39 081 411923<br />
Fax: +39 081 426764<br />
info@neapel.goethe.org</p>
<p>Presentazione del libro<br />
<em>Dalla vita di un fauno<br />
</em>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>20 aprile 2006, ore 18.00<br />
Sala conferenze del Goethe Institut di Napoli<br />
</p>
<p>Arno Schmidt (1914-1979) è una delle figure più complesse e feconde della letteratura tedesca del XX secolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/presentazione-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Presentazione di &#8220;Dalla vita di un fauno&#8221;</a></p>
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al Goethe-Institut Napoli<br />
Riviera di Chiaia 202<br />
80121 Napoli<br />
Tel: +39 081 411923<br />
Fax: +39 081 426764<br />
info@neapel.goethe.org</p>
<p>Presentazione del libro<br />
<em>Dalla vita di un fauno<br />
</em>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>20 aprile 2006, ore 18.00<br />
Sala conferenze del Goethe Institut di Napoli<br />
<span id="more-1947"></span></p>
<p>Arno Schmidt (1914-1979) è una delle figure più complesse e feconde della letteratura tedesca del XX secolo. Grande risonanza ebbe il memorabile <em>Zettels Traum</em> (1970), poderoso volume di 1334 pagine in formato A3.<br />
Per la prima volta appare in italiano l’opera <em>Dalla vita di un fauno</em> (1953) – parte della trilogia <em>Nobodaddy’s Kinder</em>, grazie all’editore <a href="http://www.lavieri.it/arno">Lavieri</a>. L’edizione italiana, tradotta da <strong>Domenico Pinto</strong>, ha ottenuto tra l’altro il contributo previsto dal programma di incentivi alle traduzioni di autori tedeschi del Goethe-Institut.<br />
A presentare la prima parte della trilogia, esemplare parabola di guerra, ritorno e apocalisse atomica, saranno il traduttore Domenico Pinto e i docenti <strong>Giancarlo Alfano</strong> (Seconda Università degli Studi di Napoli) e <strong>Gabriele Frasca</strong> (Università per Stranieri di Siena).</p>
<p>info: Elena Catuogno, tel. 081 411923 (int.19)<br />
catuogno@neapel.goethe.org</p>
<p>[Arno Schimdt fotografato da Alice Schmidt, immagine tratta da <a href="http://www.christianbourgois-editeur.fr">www.christianbourgois-editeur.fr</a>.<br />
Per maggiori informazioni sull'autore, rimando al sito della casa editrice <a href="http://www.lavieri.it/arno">Lavieri</a>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/presentazione-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Presentazione di &#8220;Dalla vita di un fauno&#8221;</a></p>
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		<title>Il primo capitolo di &#8220;Dalla vita di un fauno&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Apr 2006 05:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p><em>[segnalo una novità editoriale che ritengo di grandissima rilevanza. a.r.] </em></p>
<p>I<br />
<em>(Febbraio 1939)</em></p>
<p><em>Tu non voglia additare le stelle; né scrivere sulla neve; al tuono toccare la terra:</em> aguzzai dunque una mano verso l’alto, scheggiai con dito imbozzolato la ‹K› nella crosta argentea accanto a me, (in quel momento temporali non ce n’erano, sennò avrei già fatto qualcosa!) (Nella borsa crepita la carta oleata).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-primo-capitolo-di-dalla-vita-di-un-fauno/">Il primo capitolo di &#8220;Dalla vita di un fauno&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Arno Schmidt</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p><em>[segnalo una novità editoriale che ritengo di grandissima rilevanza. a.r.] </em></p>
<p>I<br />
<em>(Febbraio 1939)</em></p>
<p><em>Tu non voglia additare le stelle; né scrivere sulla neve; al tuono toccare la terra:</em> aguzzai dunque una mano verso l’alto, scheggiai con dito imbozzolato la ‹K› nella crosta argentea accanto a me, (in quel momento temporali non ce n’erano, sennò avrei già fatto qualcosa!) (Nella borsa crepita la carta oleata). <span id="more-1957"></span><br />
<em>Il nudo cranio mongolico della luna </em>si spinse piú vicino a me. (Le discussioni hanno solo questo di positivo: che in seguito vengono alla mente buone idee).<br />
<em>La strada principale </em>(per la stazione) ricoperta di strisce d’argento; ben cementata ai margini di neve dura, diamonddiamond (macadamizzata; – era pure cognato di Cooper). Gli alberi enormi sull’attenti e il mio passo si muoveva solerte sotto di me. (Presto a sinistra il bosco tornerà indietro e arriveranno i campi). E la luna doveva ancora trafficarmi alle spalle, poiché a volte, attraverso l’oscurità conifera, scintillavano raggi insolitamente acuti. Lontano una piccola auto piantò gli occhi gonfi nella diurna notte, si guardò con calma intorno tremula, e poi mi rivolse pigra il sedere di scimmia rovente: per fortuna va via!<br />
<em>La mia vita?!</em>: nessun continuum! (non solo frantumata dal giorno e dalla notte in pezzi bianchi e neri! Ché anche di giorno per me è un Altro che va alla stazione; che siede in ufficio; libreggia; che trampola nei boschi; copula; ciarla; scrive; presticogitatore; ventaglio sfagliato; che corre; fuma; defeca; sente la radio; che dice «signor Landrat»: that’s me!): un vassoio pieno di snapshots che brillano.<br />
<em>Nessun continuum, nessun continuum!</em>: cosí scorre la mia vita, cosí i ricordi (come un convulsivo che guardi un temporale notturno):<br />
Fiamma: una spoglia casa dell’abitato digrigna tra gli arbusti verde bandiera: notte.<br />
Fiamma: visi pallidi allocchiscono, lingue batacchiano, dita dentellano: notte.<br />
Fiamma: ferme falangi d’albero; cerchi di bambini corrono; donne cocottano; ragazze birbeggiano camicette in su: notte!<br />
Fiamma: io: ahimè: notte!!<br />
<em>Ma</em> io non riesco a sentire la mia vita come un nastro che scorra maestoso; non io! (Motivazione).<br />
<em>Ghiaccio alla deriva nel cielo</em>: zolle; un campo. Zolle; un campo. Fenditure nere, in cui stelle strisciavano (stelle marine). Un ventre di pesce bianco vivo (pesce luna). Poi:<br />
<em>Stazione di Cordingen:</em> la neve frizzava lieve ai muri; un filo nero dello scambio tremava e fluttuava hawaiano; (accanto a me comparve la lupa, con granelli d’argento dappertutto. Per prima cosa salire).<br />
<em>La grande lupa bianca:</em> ringhiò il saluto, si sedette feroce e trascinò fuori il libro scolastico per un angolo; poi estrasse dalla stilografica tanti fili d’inchiostro frastagliati, si piegò, e guardò con gli occhi tondi in un foro invisibile. Il mio stormo di pensieri, rosso, ruotò un po’ intorno a lei, gracchiante, con occhi tondi, cerchiati di giallo. (Poi però ne venne di nuovo uno nero, e io affilai la bocca e fissai contrariato le sporche panche di legno: attraverso di noi brillarono ottuse, roundheads, scintillanti viti d’ottone: come si fa a sfuggire a questa roba? La lupa raspò nella brina al finestrino, che l’amica salga: dunque: Walsrode).<br />
<em>«Heil, signor Düring!»:</em> «Giorno, Peters»; e se ne uscí con la battuta: ‹Fiori, gentile signore?!: – : No, grazie. La signora è mia moglie!›. Hahahihi. (Fuori uncinava nelle nubi un artiglio d’argento, ne lacerò una sottile, si ritrasse di nuovo): hahahihi. Il suo sguardo bighellonò sulle studentesse, sulle sete curve delle camicette; sulle gonne ripiene di cosce.<br />
<em>Dai bei sopraccigli:</em> scolare con misteri semplici nel viso, occhi seri immobili; caschetti color sabbia si voltarono su colli sottili, mentre la mano di porcellana scriveva minuscola inglese, nel quaderno blu. (Ci fosse anche un po’ di sole!: e in quel momento arrivò, puntuale, rosso dagli squarci gialli delle nuvole; oh-iss-sbuffo di ferrovia, come si sgolasse l’universo, indifferente ed extragalattico).<br />
<em>Permanenza alla stazione:</em> (Chiudere la porta!. «’Uderestagne!»).<br />
<em>Sorgere del sole:</em> e lance scarlatte. (Però in fondo tutto rimaneva ancora fisso e blu ghiaccio, per quanto alti Lui tenesse i vuoti gobelin rosa salmone).<br />
<em>Fuori dal finestrino:</em> tutti impietriti i boschi! (E là dietro rosa chiaro e blu); cosí calmo che Nessuno potrebbe passarvi attraverso (poiché dovrebbe avanzare in equilibrio sulla punta delle dita con occhi spalancati e braccia flesse; (e cosí forse mettere radici! Un folle desiderio mi prese, di essere io Quello: tirare i freni d’emergenza, lasciare lí le valigie, aguzze braccia funambole, occhi di cristallo, flint &#038; crown)).<br />
<em>Fallingbostel:</em> «Heil»: «’Rivederci!»: – : «’Rivederci!!»: – «Heilittler!»<br />
<em>Ufficio del circondario</em> (= la rupe di Prometeo). Colleghi: Peters; Schönert; (Runge era ancora in ferie di partito); la signorina Krämer, la signorina Knoop (dattilografucce); Otte, apprendista maschile; Grimm, apprendista femminile.<br />
<em>La signorina Krämer:</em> minuta e serpeggiadra. Era all’archivio, guardò maliziosa da questa parte, e poi strofinò disinvolta il bacino all’angolo del tavolo; stese all’indietro il golfino verde nell’aria calda centralizzata, rivelando i delicati seni di mela, e guardò trasognata le sue sottili e lisce dita d’asparago ziffare nelle schede.<br />
<em>«Vorrei essere nei suoi panni, signorina Krämer!»</em> (Schönert, sospirando angosciato. Di nuovo): «Vorrei essere nei suoi panni». Ella lo considerò sospettosa dalla lunga coda dell’occhio (certo anche lei ha le sue preoccupazioni). – «Sicuro», asserí pio, «E se fosse un pezzo cosí: –» mostrò: circa 20 centimetri. – La sua bocca, in principio sbalordita plissé, si dissolse, in eddies and dimples, poi sbuffò camozza (io stesso ghignai con dignità, da caporeparto: lo Schönert, il porco. Già, quello non era sposato!), e andò di là dalla sua amica, le bisbigliò due frasi, mostrò – : (distanza di circa 30 centimetri), e anche quella rise forte e nervosa (ma durante tutta l’offerta continuò a girare con fare commerciale i suoi angoli di pagina. Poi: i suoi sguardi serpeggiarono prudenti attraverso gli oggetti fino a lui, Schönert).<br />
<em>Oora et laboora, et laboora, et laboora: </em>«Che flemma». Ringhiò Peters (lo slesiano) rabbioso sulla sua pratica, rosicchiò la pencil, spinse i denti sul labbro inferiore e meditò. (Questo sí che era interessante! Spesso ero stato in ascolto dei suoi suoni primordiali; quelli incomprensibili erano o slavo storpiato o francese degli anni dell’occupazione napoleonica della Slesia, 1808-13. In linea di massima diceva cosí: «D’accordo, s’o fa» = non «sofà», bensí «c’est fait»; «Maledizione ’a samb» = non «la samba», bensí «ensemble». E adesso definiva il suo quidam un «flemma». – In seguito trovato nel Sachs-Villatte: «flambart = compagnone, tipo in gamba», dunque un po’ equivalente al nostro «sagoma» o «macchietta»).<br />
<em>Pausa per la colazione </em>(poi subito dopo apertura al pubblico): film, calcio, il Führer, barzellette, «Chi in gioventú se la spazzola bene, poco ha bisogno in vecchiaia del pettine» (Peters), Congresso del Partito, faide d’ufficio, guardare giornali illustrati, masticare e frusciare: «beh, Schönert?» –<br />
<em>Davvero notevole!: </em>Schönert, ferratissimo anche nei classici, aveva letto il libro XXIII dell’Odissea, 233 ss., e contestava la possibilità: marcirebbe troppo in fretta! Persino un palo conficcato nel terreno resisterebbe molto piú a lungo (poiché diversamente i vasi ancora intatti del ceppo filtrerebbero di continuo umidità verso l’alto; come ogni agricoltore saprebbe). «In nessun caso dura 10 o 20 anni!» Dunque: Omero ignorante?! Oppure?.<br />
<em>Alla finestra: </em>davanti a lunghi carri c’erano cavalli dalle criniere bianche; occhieggiavano dalle scuderie; andavano alle mani dei fanciulli; battevano lo zoccolo sul selciato; da loro cadevano fichi verdognoli; meditavano e sbuffavano. (Incatenati nel cuoio. E variopinti vetturali apparvero e gridarono in umanese. Tutto nell’inverno).</p>
<p>[tratto da Arno Schmidt, <em>Dalla vita di un fauno</em>, <a href="http://www.lavieri.it/arno">Lavieri Editore</a>, Caserta 2006, p. 144, 15 €. Per notizie su quest'opera e sull'autore, rimando al sito della casa editrice.]</p>
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