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	<title>Nazione Indiana &#187; autismi</title>
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		<title>Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/nuovi-autismi-4-il-mio-posto-fisso/">Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-40081" title="shimoda_foto003" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare. Uscendo dalla sede lavorativa inspirerei profondamente. Guarderei le case e mi direi: questa è la città dove abito, la città dove lavoro. Questa è la mia città, mi direi, ben sapendo che sono io che appartengo alla città, non la città che appartiene a me: in genere le città vivono più a lungo delle persone. Ma si dice così, e allora mi conformerei. L’etimologia del sostantivo <em>lavoro</em> è spudoratamente aristocratica, però io avrei il sentimento di aver devoluto il dovuto alla società, di aver contribuito con la mia dose quotidiana di costruttiva operosità. L’inverno sarebbe già buio, ma l’estate ci sarebbero ancora diverse ore di luce. Del resto anche l’illuminazione artificiale delle serate invernali ha il suo fascino. Le persone avvolgono i loro misteri sotto i cappotti, diventano ancora più attrattive, e i locali pubblici acquistano un’aurea di accogliente rifugio a cui è arduo resistere. <span id="more-40073"></span>E se fosse venerdì sarebbe ancora meglio: avrei la soave cognizione che se ne riparlerebbe solo la settimana seguente. Mi manca parecchio questo senso di libertà dal lavoro. Ma non è che sia contro il lavoro, intendiamoci: penso anzi che l’affaccendarsi lavorativo sia il modo più efficace per non pensare alla morte, che per noi occidentali è il modo più tranquillo per vivere. O meglio, quando si è bambini per non pensare alla morte si gioca, poi quando si è grandi si lavora (da anziani ci si barcamena alla meno peggio, tanto ormai si è un po’ storditi, o comunque rassegnati). Molte persone sono persuase di lavorare solo per guadagnarsi da vivere, ma si sbagliano di grosso. Anch’io come tutti lavoro per togliermi di torno il pensiero ossessivo del mio personale decesso, e anche per dirmi che non sono completamente inutile, che merito che gli altri non mi mettano al bando o addirittura in prigione. Non sono più contro il lavoro, anche se a dire la verità in una fase della mia esistenza lo sono stato: erano altri tempi, l’ingenuità impazzava. Adesso so bene che lavoro per non dare adito ai cattivi pensieri. A ben guardare il problema sta proprio qui: per non correre alcun rischio sgobbo sempre. Invece che alle diciassette finisco alle ventidue, alle ventiquattro, alle due e trenta del giorno dopo. Anche il sabato e la domenica. Ma non mi lamento del lavoro in sé, non è questo. Anche perché come sono organizzato io nessuno mi sta con il fiato sul collo: posso pur sempre incantarmi col naso all’insù, dare una sbirciata nel paesaggio polare del frigo, schiacciarmi un punto nero davanti allo specchio. Però mi piacerebbe pur sempre finire alle cinque, e essere pago di quello ho fatto. Oggi ho sbrigato una bella pila di fragranti incartamenti, mi direi. Oggi ho sfornato un numero tot di lucidi pezzi senza alcun difetto, mi direi se invece fossi impiegato in una fabbrica. Secondo me le persone che si lamentano del lavoro biasimano in realtà la loro strategia per dimenticare la morte. Farebbero meglio a dirsi che devono cambiare tattica: per esempio drogarsi, o suicidarsi. E naturalmente mi delizierebbe avere dei colleghi, che discorsi. A nessuno piacerebbe lavorare in un ufficio in mezzo al deserto, nella più silicatica solitudine. Dei colleghi con i loro difetti, e magari anche un po’ noiosi, se non addirittura importuni, ma pur sempre persone con le quali scambiare quattro chiacchiere solidali. L’uomo ha bisogno di discorsi solidali, ormai lo dicono tutti i libri. A me mancano drammaticamente gli scambi verbali solidali. Come è immaginabile dentro di me solidarizzo con me stesso, ma non è la stessa cosa: da soli è facilissimo cadere nella circolarità, nell’ossessione. Del resto anche la passeggiata mattutina alla volta della sede lavorativa avrebbe la sua suggestività: l’aria che attraverserei sarebbe frizzante e ancora incolume. Entrando dal portone sospenderei i miei pensieri usuali, come si chiude una scatola piena di ragni, mi dedicherei alle preoccupazioni lavorative. Sarebbe ogni giorno un piccolo e festoso funerale di tutti i dubbi esistenziali, di tutte le fissazioni. Il mio naso riconoscerebbe gli odori abituali, pedissequi ma anche schietti (intrinsecamente rassicuranti), la mia bocca esprimerebbe saluti per molti versi rituali. Prenderei posto dietro a una scrivania, o dietro a un bancone, o davanti a uno schermo, quello insomma che mi chiederebbero di fare. Attenderei le diciassette come si attendono le gioie minute, le uniche certe.</p>
<p><em>[l'immagine: Takahiro Shimoda]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/nuovi-autismi-4-il-mio-posto-fisso/">Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 10:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125.jpg"></a></strong>La mia morte è una cosa molto seria. Non ho detto <em>estremamente</em> seria, ho detto <em>molto</em>. Non mi va di essere preso per un mitomane. Siamo la bellezza di sette miliardi, staremmo freschi se ognuno inscenasse una tragedia greca per la propria morte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/nuovi-autismi-2-la-mia-morte/">Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39244" title="chardin_A1125" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong>La mia morte è una cosa molto seria. Non ho detto <em>estremamente</em> seria, ho detto <em>molto</em>. Non mi va di essere preso per un mitomane. Siamo la bellezza di sette miliardi, staremmo freschi se ognuno inscenasse una tragedia greca per la propria morte. Resta pur sempre il fatto che da piccolo per addormentarmi mi immaginavo di essere appena deceduto: tutti erano molto tristi. Anch’io ero affranto, a sapermi morto: piangevo a calde lacrime. C’erano varianti riguardanti le circostanze del trapasso, per quel che mi ricordo sempre eroico, ma il succo del discorso era quello. Era bello essere così disperato nel letto caldo e confortevole: mi è rimasto il gusto per gli addormentamenti struggenti. L’esistenza potrebbe essere vista come una prova generale del decesso, è stato detto e ridetto. Uno si esercita e si riesercita, e poi un giorno passa all’azione. Spesso lasciando di sasso financo le persone più prossime. O addirittura se stesso. Una notte mi sono svegliato e non potevo respirare, i miei polmoni erano gomma bruciata. Metà del cuscino di piume sotto la mia testa era stato mangiato dal fuoco, <span id="more-39201"></span>come un ciocco di quercia si consuma lentamente in un caminetto. Solo che le braci gagliarde erano a cinque centimetri dal mio orecchio. Il fumo amaro che saturava la stanza e che mi aveva impastato i polmoni era quello delle piume d’oca bruciate. Ma per qualche motivo insondabile non sono morto: mi hanno rianimato e disustionato. E nemmeno sono morto quando mi sono allontanato un istante dall’asciugamano su una spiaggia dell’Algarve, sazio dell’ombra salsa della falesia. Qualche secondo dopo il mio giulivo asciugamano era seppellito sotto una coltre di enigmatici pietrami. La falesia era crollata proprio in quel momento, proprio in quel punto. Il mio sorriso è stato come ci si può immaginare un sorriso filosofico. Ma subito mi sono preoccupato per le chiavi della macchina, decedute nella catastrofe. Questi però sono per così dire gli avvertimenti, che conosciamo tutti. Il vero punto è prepararsi o meno alla morte, come farlo. La persona che stimo di più di tutte si prepara da anni. Si esercita al mattino presto e la sera, ma per me che la conosco bene è chiaro che si allena sempre. Lo si vede in fondo ai suoi occhi da husky e nel modo ineffabile e quasi immateriale di posare i piedi quando cammina. È evidente che la sua morte sarà una morte esemplare, con tutta quella preparazione. Anche morendo mi darà dei punti, come per tutto il resto. Io sono uno che arriva sempre all’ultimo istante, e che improvvisa. Per lo più male. Soprattutto la prima volta: sono sicuro che la terza volta, ma soprattutto la quarta, morirei molto meglio. Il mio migliore amico, che tutto all’opposto riusciva qualsiasi cosa al primo tentativo, e che considerava la sua esistenza un’opera d’arte, ha fatto anche del suo decesso un’insuperabile performance. Uno lo vedeva morire e si diceva: questo sì che sa tirare le cuoia! Lui che non aveva fatto che dissacrare, riusciva a essere edificante. Ha avuto un unico momento di tentennamento, quando la morfina non scalfiva più il dolore delle ossa sbriciolate conficcate nella carne, e noi non ci decidevano a eutanasiarlo. Si è messo a imprecare e a insultarci: sembrava di essere regrediti a un decesso normale. Ma aveva perfettamente ragione, eravamo noi in torto: una volta rispettato il patto, ha ripreso subito il ruolo di morente esemplare. Il vero problema è il ciclo del carbonio. Noi dobbiamo morire per chiudere il sacrosanto ciclo. Insomma, per permettere ai vermi di chiuderlo. Contrariamente a quello che si pensa comunemente i vermi non fanno solo un ricamo di buchi, in primo luogo ruttano e scorreggiano. Noi diventiamo peti e rutti di vermi, e l’anidride carbonica di cui eravamo costituiti ritorna nell’aria, pronta per essere divorata da rigogliose piante di insalata che a loro volta verranno pappate da uomini nati dopo di noi. A meno di non optare per la gassificazione accelerata in un crematorio, nel qual caso i vermi poveracci muoiono di fame. Un giorno ho scherzato sull’età di mio padre. Lui mi ha guardato fisso negli occhi, e con le mandibole tese mi ha detto: bisogna vedere se tu ci arrivi. Lì per lì mi è sembrato che il suo fascismo mai sopito avesse una recrudescenza. Ma probabilmente aveva ragione, la facevo facile. Lui è morto in maniera epica, battendosi strenuamente con un’ostinazione cruenta ma anche fragile di umano. Senza alcun rispetto per l’avversario, che io invece riverisco, e un po’ anche corteggio, e anzi un risentimento livoroso. Certo l’idea di non vivere più mette a disagio, abituati come siamo a pensarci vivi. Poi però in men che non si dica ci si abitua a tutto, lo sperimentiamo ogni giorno. Non vedo il senso di tutta questa morbosità del dopo: noi non abbiamo mai saputo quello che avremmo incontrato una volta svoltato l’angolo di un isolato, e proprio lì stava il bello. La cosa incresciosa in realtà è che muoiano gli altri. Se uno fosse davvero servizievole aspetterebbe a morire per ultimo &#8211; proprio come davanti a una porta una persona dabbene fa passare per primi gli astanti &#8211; in modo da non fare soffrire atrocemente amici e parenti. Come dire, un minimo di altruismo. Oppure bisognerebbe coordinarsi per morire tutti assieme, intendo nello stesso istante, in maniera da non fare favoritismi, e da non fomentare dolori inutili. Forse proprio per questo disordine mia madre non ha mai sopportato i defunti. Li ha sempre sradicati seduta stante dai suoi discorsi, come si licenzia un dipendente colto con le mani nel sacco, come si disereda un discendente che ci ha delusi. Diventavano aria, sbracciamenti nel vuoto durante le sue perorazioni senza sostanza. Il vantaggio del suicidio è la possibilità di mettere a punto nei minimi dettagli la coreografia, il che a molti morti, soprattutto quelli con afflati estetici o etici, o anche solo molto nevrotici, dà parecchia soddisfazione. La cosa mi ha sempre attirato, dico la verità. Nelle morti ordinarie bisogna affidarsi al caso, il che può essere spiacevole: non si sa dove si andrà a parare, in compagnia di chi. Soprattutto adesso che si preparano epocali riscaldamenti e cataclismi. Da un po’ noia, non avere alcuna garanzia. Dopo tanto penare uno desidererebbe una morte tranquilla e confortevole, in un certo senso dovrebbe essere un diritto sindacale. Ma se potessi io opterei pur sempre per una delle morti struggenti della mia infanzia, e piangerei calde lacrime su me stesso, su quello che non sono stato.</p>
<p><em>[immagine: Chardin, "Panier de prunes avec un verre d'eau", 1759]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/nuovi-autismi-2-la-mia-morte/">Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 06:50:46 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1.jpg"></a>Nella mia città abbiamo tutti il cancro. È per via degli ormoni nell’acqua del rubinetto. Le donne prendono la pillola per non avere troppi bambini, e poi corrono al gabinetto a fare pipì, e la pipì finisce nel fiume.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/nuovi-autismi-i-nostri-cancri/">Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39050" title="chaissac_images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nella mia città abbiamo tutti il cancro. È per via degli ormoni nell’acqua del rubinetto. Le donne prendono la pillola per non avere troppi bambini, e poi corrono al gabinetto a fare pipì, e la pipì finisce nel fiume. Fin lì non ci sarebbero grossi inconvenienti, perché la femminizzazione dei pesci maschi e i cancri dei pesci ambosessi costernano ormai solo qualche occhialuto ittiologo. Poi però l’acqua del fiume rifinisce nel rubinetto: tu la bevi e ti viene il cancro. Naturalmente ci sono gli impianti di depurazione, ma molte porcherie restano pur sempre nel rubinetto, checché ne dicano i pieghevoli entusiastici dell’agenzia per l’ambiente. La prima è stata Isa. Insomma, la prima del nostro giro, perché come è ovvio prima di lei ce ne sono stati infiniti altri. Cancro al seno. Lei se lo aspettava, perché anche sua madre aveva avuto un cancro al seno. Se lo aspettava fin da piccola, quando appunto sua mamma l’ha lasciato sola con il padre che era depresso cronico. Era convinta che il tumore al seno le sarebbe venuto alla stessa età della madre, e invece si è manifestato solo due anni dopo, perché la natura <span id="more-39046"></span>non è che sia l’orologio che si pensa, in fondo fa quello che vuole lei. Oppure ha tenuto conto dell’allungamento della vita media, perché non è che si possa sempre sapere tutto delle arzigogolate strategie della natura. Isa per non correre il rischio di avere il cancro come sua mamma beveva solo acqua minerale, ma pare che una delle cause più in auge del cancro sia proprio la plastica delle bottiglie. Come da prammatica Isa ha cominciato la chemioterapia e ha perso tutti i capelli. I primi tempi era molto triste perché era molto attaccata ai suoi capelli lustri e ammiccanti: li considerava la sua arma infallibile per sedurre gli uomini. A Isa è sempre piaciuto sedurre gli uomini, tanto è vero che ha sedotto anche a me, anche se non lo si può dire tanto in giro. Nella nostra città ci sono però negozi specializzati dove si vendono parrucche di tutti i colori e tutte le fogge: il vantaggio delle grandi città è che per ogni cosa sono molto organizzate. Se uno abita in una cittadina abbioccata tra i campi di colza procurarsi una bella parrucca può diventare un vero problema, non è che il giornalaio oltre alle penne e alle buste tenga anche le parrucche. Se sei fortunato la parrucca te la paga la mutua integrativa volontaria, ma Isa aveva appena perso il lavoro, e aveva appunto deciso di risparmiare sui versamenti della mutua integrativa. Va detto che i prezzi delle parrucche possono essere anche esorbitanti, se si va su prodotti di qualità. Tu entri nel negozio, e la commessa o il commesso capiscono subito che sei un cliente chemioterapizzato: mentre ti fanno provare le parrucche usano molto tatto, ma anche la massima naturalezza, come si devono trattare i malati gravi. Di solito arguiscono anche se sei un chemioterapizzato ricco o scannato, e quindi adeguano l’offerta. Questa le sta proprio bene ti dice, come se si trattasse solo di farsi belli. La seconda a avere il cancro è stata Vero: cancro al seno anche lei. Seconda per modo di dire, perché probabilmente il tumore di Teo s’era incistato prima che Vero si accorgesse di avere un grumo sotto il capezzolo destro, anche se lui non aveva notato nulla di strano. Quando glielo hanno diagnosticato era quasi troppo tardi perfino per tornare a casa, adesso esagero un po’, e infatti poche settimane dopo è morto. A quel punto Vero era già però al secondo ciclo di chemio. Mary, la sua donna, che in realtà è straniera come me, ha rischiato grosso, perché pare che una delle cause più frequenti del cancro sia proprio la perdita di una persona cara. Attaccata com’era a Teo tutti si aspettavano che le venisse un cancro al cuore o da qualche altro organo legato ai sentimenti. E invece non le è venuto niente, almeno per ora. Forse non voleva così bene a Teo come sosteneva di volergli piangendo a dirotto. Pare che se il tuo problema è l’infanzia ti viene un cancro al seno destro, se invece la magagna che ti assilla è la maternità a quello sinistro. Mi sorge però il dubbio di aver invertito i seni: comunque sia ci sono economici bestseller che spiegano nei dettagli queste cose. Il problema di Vero è che dopo la chemio i capelli non le sono ricresciuti. Lei dava per scontato che sarebbero rispuntati, come succede sempre, e invece la sua testa è restata liscia e lucida come una palla metallica. Chiedeva spiegazione agli oncologi che l’avevano curata, e loro la guardavano con le guance strette e le sopracciglia alzate, beninteso aspirando con il naso: in certe situazioni i medici non fanno nemmeno più finta di sapere tutto. Proprio non lo arguivano perché diavolo non le erano rispuntati i suoi bei capelli biondi. Lei si infilava una parrucca solo quando era a casa da sola con il figlio preadolescente, che non sopportava le teste pelate, però per uscire si metteva di solito un foulard annodato sotto il mento: sembrava una di quelle donne nelle automobili decapottabili nelle pubblicità degli anni cinquanta. Parlo naturalmente del secolo scorso. Vero ha sempre avuto un gusto struggente per i colori, e i suoi foulard le stavano sempre bene. Qualche volta li annodava dietro alla nuca come una contadina sovietica. Un giorno uno dei suoi clienti le ha detto che le stava proprio bene il nuovo look. Lei ha risposto che era un look chemio, perché è una persona molto diretta. Poi un giorno ha deciso di non mettersi più niente: si disegnava solo con la matita le sopracciglia che non aveva più. Adesso le è spuntato qualche rado peletto setoso, che fa pensare ai capelli di certi neonati, e tutti noi lo troviamo molto incoraggiante. Molti dicono che la vera causa di tutti questi cancri sono i computer. Uno sta tutto il giorno seduto davanti al computer, e gli viene il cancro al seno, o al naso, le parti insomma più vicine ai raggi nocivi emessi dal computer. Altri incolpano l’inquinamento atmosferico, o la radioattività. Ma per me, sarà deformazione professionale, potrebbero essere benissimo i pesticidi. Uno mangia una sana insalata, o una invitante coppa di fragole, e gli viene il cancro. Insomma, magari il cancro non viene al primo piatto di sana insalata o alla prima invitante coppa di fragole, perché in moltissimi casi il cancro è una malattia poltrona. Però prima o poi arriva, su questo puoi stare tranquillo. Se però si stesse lì a preoccuparsi per tutto quello che si ingurgita verrebbe il cancro al cervello, quindi forse è meglio mangiare senza pensare a niente. Poi purea Liza le è venuto il cancro al seno. Anche per i tumori le donne hanno tendenza a essere un po’ monotone, sarà forse l’abitudine a pedinare la moda. Del resto con la nostra prostata noi maschi possiamo stare zitti: sembra quasi che se uno non ha il cancro alla prostata sia un poco di buono. Io mi sentivo un marziano, quando non avevo nessun tumore. Anche Jo ha avuto il cancro al seno. Poi però le ne è venuto anche allo stomaco, sebbene all’inizio le avessero detto che il suo tumore era una cosa da niente, e ce ne sarebbe venuta fuori senza nemmeno il bisogno della chemio. Uno pensa che un cancro allo stomaco sia necessariamente una tragedia, e invece pare che molti cancri allo stomaco di adesso siano poco più gravi di un banale raffreddore. Il povero Ghigo era uno di quelli che pensano che visto come stanno le cose è inutile smettere di fumare, tanto il cancro ti viene lo stesso. Quando uno è morto tutti dicono il povero tal dei tali, senza star lì a pensare quante sigarette fumasse e quali erano le sue teorie sul cancro ai polmoni. Il vantaggio delle grandi città è che sono tutti sono molto informati, perché la casistica è enorme. Appena uno si becca un dato cancro subito gli amici e i conoscenti gli consigliano a che ospedale andare e come meglio regolarsi per quel particolare carcinoma. E anzi sempre più spesso durante le cene si parla dei migliori servizi di oncologia per il tal o tal altro tumore, come appunto prima si discuteva dei ristoranti dove si mangiava la determinata squisitezza. È successo anche ieri sera, per questo lo dico. La memoria ancora ce l’ho buona.</p>
<p><em>[Immagine: Chaissac, "Sans titre", gouache sur papier, 20.8x16 cm]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/nuovi-autismi-i-nostri-cancri/">Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</a></p>
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		<title>PREFAZIONE AGLI AUTISMI</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 09:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<em>Gentile Giacomo Sartori, </em>
<em>forse la misura breve si adatta meno alla sua scrittura che ha bisogna di tempi più lunghi. Questi racconti, minute parabole che sfiorano il paradosso, ci sono parsi un po&#8217; squilibrati: la causticità delle intenzioni è trasferita su un piano iperrealistico poco funzionale all&#8217;idea di base,  e greve nel risultato finale.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/20/prefazione-agli-autismi/">PREFAZIONE AGLI AUTISMI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<address> </address>
<address><em>Gentile Giacomo Sartori, </em></address>
<address><em>forse la misura breve si adatta meno alla sua scrittura che ha bisogna di tempi più lunghi. Questi racconti, minute parabole che sfiorano il paradosso, ci sono parsi un po&#8217; squilibrati: la causticità delle intenzioni è trasferita su un piano iperrealistico poco funzionale all&#8217;idea di base,  e greve nel risultato finale. I temi sono poco identificabili e, quando lo sono, troppo frequentati dalla letteratura.</em></address>
<address><em>La scrittura molto spesso scade nel grottesco pur cercando soluzioni comiche, altre volte è un po&#8217; scontata. </em></address>
<address><em>Insomma, a differenza di altre cose sue, i racconti non ci sono piaciuti.</em></address>
<address><em>La ringrazio però per averceli inviati</em></address>
<address><em>Cari saluti</em></address>
<address>X. X.</address>
<address> </address>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5635_ridotta1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37505" title="FMR_5635_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5635_ridotta1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>I diciassette <em>Autismi</em> sono stati postati nell’arco di un anno su <em>Nazione Indiana</em> (all’inizio da Andrea Raos, e poi da me, perché nel frattempo ero stato accolto nel blog). Come spesso succede per i racconti, perché la volontà conta fino a un certo punto, tutto è nato con un primo testo che ha per così dire aperto la via, e poi alla spicciolata sono venuti anche gli altri, che avevano con quel primo scritto un legame di necessità ma anche di libertà, forse di sfida aperta, proprio come succede nelle nidiate. I lettori erano in genere abbastanza numerosi, anche se certo molto meno numerosi di quelli di altri contenuti più gettonati di <em>Nazione Indiana</em>. E questo nonostante fossero in molti casi piuttosto lunghi.<span id="more-37491"></span> Viene quindi sfatato il pregiudizio, spesso sbandierato come una verità assoluta, che sulla rete i tempi di permanenza sulla pagina siano necessariamente molto brevi. Ma questo importa fino a un certo punto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5627_ridotto2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37513" title="FMR_5627_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5627_ridotto2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A volte i commenti straripavano di rancorosa o anche solo frettolosa egolatria, come spesso succede nei blog, e in particolare quelli italiani, spesso invece erano molto posati e pertinenti, o addirittura molto acuti. Io leggevo attentamente tutti questi commenti positivi o negativi, perché davvero mi interessavano, e mi facevano riflettere. Viviamo in un’epoca di letture corrive (ho sempre trovato assurdi gli argomenti degli adepti della lettura veloce, o addirittura &#8211; orrore! &#8211; incompleta; per me la letteratura è per definizione il regno della lentezza), e forse i miei stessi interlocutori &#8211; nell’accezione di Natalia Ginzburg, le persone cioè delle quali per motivi i più diversi mi fido e che per prime giudicano i miei testi &#8211; sono lettori frettolosi. Per non parlare dei recensori della stampa (li si può capire, sono pagati a cottimo).</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5612_rid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37560" title="FMR_5612_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5612_rid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Poi a un certo punto, senza che io possa dire il perché, la vena si è esaurita, e il cantiere è stato dismesso, le attrezzature sono state trasferite altrove. Ma nella terra sono rimaste le cicatrici. Ne avevo già fatto a più riprese l’esperienza: ogni nuovo registro che esploro, e per me di questo si trattava con gli <em>Autism</em>i, viene integrato nella mia paletta, ed è quindi destinato a riemergere più tardi, nella sua veste originaria o ulteriormente meticciato. O comunque rimane dietro le quinte come un possibile intervenente, un amico già pronto a dare una mano.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5618_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37507" title="FMR_5618_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5618_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Come faccio da anni con i miei testi, ho mandato poi o fatto avere tramite conoscenti (secondo un nefasto ma ineludibile costume italiano) gli <em>Autismi</em> a qualche casa editrice, e come al solito queste case editrici, nonostante abbia all’attivo, per usare questa brutta espressione contabile, qualche romanzo e qualche raccolta di racconti, anche tradotti all’estero, non mi hanno risposto. Il che suppongo voglia dire (ma ho ancora da capire bene come raziocinano gli editori, e forse comincia a essere un po’ tardi) che non solo i testi non erano stati giudicati degni di essere pubblicati, ma nemmeno di suscitare quel quantum di urbanità per cui per esempio nella sala di aspetto di un dentista ci si saluta, o si tiene la porta al paziente successivo, anche se non lo si conosce (per chi volesse approfondire l’argomento: <em>Lettere a nessuno</em> di Antonio Moresco).</p>
<p>Una persona di una grossa e prestigiosa casa editrice mi ha però risposto. Un’eccezione c’è sempre. Mi ha mandato la lettera che ho incollato in epigrafe.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5624_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37511" title="FMR_5624_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5624_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Io sono molto e sinceramente riconoscente nei confronti di questa dipendente della prestigiosa casa editrice, perché dopo tanti anni di invii è appunto la sola interlocutrice (è una donna, e non l’ho mai incontrata) nel cosiddetto mondo editoriale che si prenda la briga di prendere in mano i miei testi, di pensarci sopra, e di mandarmi un breve commento (all’inizio si parlava anche di possibilità di pubblicazione, ora non più, come in una coppia nella quale l’eventualità di accasarsi sia ormai, dopo tante esitazioni, e vista forse l’opposizione di una parte della famiglia, definitivamente scemata). Non proprio semprissimo, però di solito sì. Come al solito io non ero per nulla d’accordo con le sue osservazioni, anzi dissento per così dire ferocemente, ma come sempre non ho ribattuto nulla, ha prevalso la riconoscenza. Del resto anche questa volta quelle poche frasi mi erano servite per chiarirmi le idee, che è forse quello che conta.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5626_rid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37561" title="FMR_5626_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5626_rid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Leggendo questa stroncatura ho avuto la certezza, a controcorrente per dirla così con il suo più che esplicito contenuto, che la forma breve mi sia congeniale (cosa del resto che pensava anche il mio pure lui prestigioso primo editore, il quale mi ha implacabilmente lasciato proprio perché “i racconti ti vengono bene ma non sai scrivere i romanzi”). Quella prova di sfiducia mi dava la certezza che continuerò a scrivere racconti. Perché? Non lo saprei dire. Intuizione, diciamo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5615ridotta3.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37515" title="FMR_5615ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5615ridotta3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Leggendo quella critica negativa ho però avuto anche certezze meno vaghe. Non posso adesso ricostruire la cruenta e caparbia autopsia di ogni singola frase del messaggio, il raffronto con le mie autoanalisi e le mie intenzioni esplicite e velleità, tenendo conto beninteso di quelle che mi sembrano essere le mie possibilità e abilità, e ovviamente i miei limiti, i molti limiti, che qualche volta per una piroetta inopinata diventano altre possibilità, altre abilità. Sarebbe un esercizio molto tortuoso e forse non interessante al di fuori di quella che è la mia fucina di scrittura, forse troppo intimo. Diciamo però che alla fine di questo lavorio ho avuto la certezza che i miei racconti avevano un’unità, che affrontavano di petto temi complessi e importanti, che avevano un giusto e non imbalsamato equilibrio tra i vari registri, zigzagando in  modo non scontato tra epidermide e profondità, una profondità anche abissale. Il che corrispondeva esattamente alla mia idea di scrittura. E quindi rappresentavano forse un qualcosina di originale nel panorama della nostra narrativa, valeva forse la pena di pubblicarli. Forse però mi sbaglio, intendiamoci.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5622ridotto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37512" title="FMR_5622ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5622ridotto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nel frattempo s’era fatta sotto spontaneamente, non mi era mai successo, una casa editrice, che si diceva ben contenta di pubblicare gli <em>Autismi</em>. La cosa si è subito conclusa, e adesso i racconti escono per quel piccolo editore, che si chiama “<a href="http://www.editoriaindipendente.net/category.php?id_category=29">Sottovoce</a>”. Nome che mi sembra più che pertinente: è normale e giusto che i miei racconti, snobbati da chi ha molta voce, escano “sottovoce”. A questo punto ho ripreso in mano i testi, eliminandone uno,  potandoli e rilavorandoli per quanto riguarda la lingua (dopo la decantazione le imperfezioni vengono in superficie: possono essere scremate). E per rendere il tutto più conviviale (pare che per lottare contro l’autismo una delle strategie sia questa), un pittore di nome LOME se ne è ispirato per una serie di olii, uno dei quali è finito, in riproduzione, nel libro. Proprio perché la nostra unione fosse più incestuosa, LOME ha preteso che fossi io a individuare le frasi sulle quali avrebbe lavorato. Ho cercato di fare del mio meglio, anche se naturalmente a questo punto i racconti non mi appartenevano più, e mi guardavano per certi versi con un po’ di risentimento (ma forse mi mettevo solo in testa).</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5633_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37509" title="FMR_5633_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5633_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Qui finisce la prefazione agli <em>Autismi</em>. La quale del resto non prefazionerà proprio nulla, perché non credo che i testi letterari, a parte forse qualche rarissima eccezione, abbiano bisogno di prefazioni. Ma resta però pur sempre la prefazione agli <em>Autismi</em>. La posto allora su <em>Nazione Indiana</em>, senza la quale questi testi non sarebbero venuti a quel piccolo mondo, per molti aspetti sempre più piccolo (come quei signori che invecchiando si accartocciano su se stessi, invece di irradiare bellezza morale, viepiù sordidi e meschini), ma questo sarebbe un altro discorso, che è l’Italia, e con cui ogni scrittura in italiano pena a non confrontarsi.</p>
<p><em>[Le immagini: <a href="http://www.lomearte.it">LOME</a>, "Autismi", olio su carta, 50x70 cm]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/20/prefazione-agli-autismi/">PREFAZIONE AGLI AUTISMI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Autismi 17 &#8211; La mia patria fuggitiva</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 09:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/ponce-410.jpg"></a>Nella mia vita adulta mi sono quasi sempre ritrovato a vivere all’estero. Prendevo un lavoro, e mi ritrovavo all’estero. Conoscevo una ragazza, e mi risvegliavo in un letto estero. Andavo al mare, e i cartelli segnaletici della spiaggia erano scritti in una lingua straniera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/autismi-17-la-mia-patria/">Autismi 17 &#8211; La mia patria fuggitiva</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/ponce-410.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-28927" title="ponce-4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/ponce-410.jpg" alt="" width="163" height="219" /></a>Nella mia vita adulta mi sono quasi sempre ritrovato a vivere all’estero. Prendevo un lavoro, e mi ritrovavo all’estero. Conoscevo una ragazza, e mi risvegliavo in un letto estero. Andavo al mare, e i cartelli segnaletici della spiaggia erano scritti in una lingua straniera. Mi sposavo, e manco a dirlo nessuno parlava l’italiano. Una vera persecuzione. Io per carattere, e anche per segno zodiacale, sarei una persona che se ne sta tranquilla in pantofole nella catalettica cittadina natia. Fin dall’infanzia gli spostamenti mi sono apparsi dispendiosi sia fisicamente che psichicamente, e soprattutto molto inutili. Fondamentalmente li detesto, i viaggi. E non sono nemmeno tanto portato per le lingue. No grazie, c’è qualcosa alla televisione che mi interessa, mi sarei volentieri schermito. E invece per un verso o per l’altro mi ritrovavo al centro di un deserto a perdita d’occhio, nell’aria lercia di una cacofonica metropoli, in una pampa disseminata di enigmatiche mucche. Sempre estero era.</p>
<p>La gente ha delle idee molto sbagliate sull’estero. Si immaginano che sia un posto dove tutto è sempre molto bello, <span id="more-28377"></span>dove si sta per definizione benissimo, dove si è sempre in vacanza. Certo che tu sei proprio fortunato!, mi dicono, sottintendendo che dovrei vergognarmi della mia condizione. Ti invidio!, sospirano, dopo che ci siamo dilungati sulla sempre più terminale situazione del nostro paese. Divertiti anche per me!, dicono. Non hanno nessuna idea di cosa voglia dire abitare all’estero.</p>
<p>Campare all’estero è come essere amputati di una parte del proprio passato, la più importante. Come avere un buco nero al posto della tua infanzia, dei luoghi a cui tieni di più, delle facce tra cui sei cresciuto. Una voragine che si è inghiottita i sapori che preferivi, gli odori più evocatori, le emozioni più struggenti. È soprattutto guardando i varietà alla televisione che ti rendi conto del tuo totale straniamento. Attorno a te tutti sorridono, scuotono la testa, canticchiano. E tu te ne stai lì come una statua sotto la pioggia. La maggior parte di quei visi e di tutte quelle parole e canzoni non ti dicono niente, ma proprio niente. Poi finisci per capire: quei mascheroni sono gli equivalenti locali di Raimondo Vianello, Rita Pavone, Gianni Morandi, Mike Bongiorno, Sabina Guzzanti. Tu però non li hai mai sentiti nominare, non hai la minima idea di cosa rappresenti ciascuno, da che cella frigorifera esca. Tabula rasa.</p>
<p>A forza di stare tanto tempo in un dato paese estero uno la lingua la impara, che discorsi. Prima memorizzi come si dice latte, pane, copulazione, tutte gli altri generi di primissima necessità. Poi impari anche i nomi di una miriade di altri orpelli, compresi quelli che nel tuo paese proprio non ci sono, come per esempio le cavallette saltate in padella o le pinzette per chiudere le zanzariere. Da un certo punto cominci a addentrarti nelle finezze dei modi di dire locali, degli insulti, di qualche proverbio: ti esprimi più o meno correntemente. Però è come se indossassi un vestito che ti stringe sotto le ascelle, con i bottoni che si incastrano nelle asole, con la stoffa ruvida. Hai un bel strattonarlo o cercare di riattarlo, resta inconfortevole: è stato fatto su misura per un altro. E prima o poi ti tradisce, puoi starne certo. Si sbrega per esempio sull’inguine. E i tuoi interlocutori giù a ridere.</p>
<p>All’estero si vive in effetti come bambini, bambini che non sanno le cose che sanno tutti e che sono sempre pronti a sparare una bestialità. Dici fuori una cosa che ti sembra a postissimo, e tutti sorridono con sufficienza, come appunto si fa con i bambini. In quel caso però il bambino sei tu. Un bambino grande e grosso, incongruo, mostruoso.</p>
<p>Quando uno risiede all’estero gli autoctoni lo prendono per il tipico rappresentante del paese da cui proviene. Io sono biondastro e con gli occhi azzurri, ho sempre odiato il calcio, non mi piace la pizza, e in casa mia non si mangiavano mai gli spaghetti, perché mia madre era ideologicamente contraria, ma dovunque vada pretendono che faccia l’italiano tipico. Rimangono delusi, se non mi do da fare. Nei loro occhi comincia a apparire il dubbio che non sia un vero italiano, o comunque non un buon esemplare. Come una compera che quando si arriva a casa si rivela un pessimo affare. Come un fungo che a guardarlo bene brulica di vermettini.</p>
<p>Io prima di andare all’estero ero un tipo abbastanza spiritoso. A scuola ero il classico studente che non è tanto bravo, ma che spara fuori le cavolate che fanno scompisciare tutta la classe. E anche in famiglia ero quello che dice le scemenze e gli altri ridono. Fa piacere far divertire la gente, è pur sempre un appiglio al quale la propria autostima può abbarbicarsi. Almeno li faccio ridere, ci si dice. Da quando sono all’estero non faccio più battute. Neanche una. O meglio me le faccio nella mia testa, e rido da solo, con la faccia serissima. Ci ho provato, intendiamoci, ma non rideva mai nessuno.</p>
<p>Quando è all’estero uno per tanti anni mangia le cose che è abituato a mangiare. È italiano, e quindi mangia le orecchiette con il pomodoro, i risotti, la mozzarella, le fettine. Prepara il caffè con la moka, trita il prezzemolo con la mezzaluna. Poi a un certo momento tutto crolla. Da un giorno all’altro comincia a considerare normale abbinare le tagliatelle scotte con una salsiccia di fegato, metterci sopra l’emmenthal grattugiato al posto del grana, condire l’insalata con l’olio di colza e la senape, il tutto sorseggiando un liquido caramellato e dolciastro. Del resto se rimpatria il caffè gli sembra ormai un catrame imbevibile, la pastasciutta un cemento stucchevole, la mozzarella una gomma da masticare insapore, i digestivi delle pozioni avvelenate.</p>
<p>Naturalmente se uno ha messo le radici all’estero vede tutte le cose positive del paese dov’è, e si nasconde quelle negative: è un normale riflesso di sopravvivenza. Certo che qui tutto è a un altro livello, si dice. Finisce insomma per amare un paese che si caratterizza per essere esente dai micidiali difetti del suo, e per riunire tutte le qualità che al suo mancano. Un paese che non esiste sulla carta geografica, ma nel quale si sente relativamente a suo agio. E beninteso se qualcuno gli domanda della sua terra natale ne dice peste e corna. Appena però sbarca in patria si accorge che le persone sono più affabili, l’insalata è più saporita, le città infinitamente più poetiche, l’aria più dolce. Resta attonito. Forse dopotutto si sta meglio qui, si dice, massaggiandosi la gola. Il problema è che non può però evitare di vedere i suoi connazionali con gli occhi del posto dove vive, di trovarli cioè un po’ ridicoli. E per molti versi trova grottesco perfino se stesso. Si accorge insomma che a furia di stare all’estero non sa più tanto bene cosa pensare.</p>
<p>Mio zio vive all’estero da moltissimi anni, e quindi parla l’italiano con un comico accento estero, incappando nei tipici errori degli stranieri che non sanno tanto bene la nostra lingua. Si direbbe che abbia davvero voltato pagina. Quando però la squadra di calcio del paese dove si trova gioca con la nostra lui tiene per quest’ultima. La moglie e la figlia tifano per quella del paese dove si trova, lui invece grida e si agita per quella italiana. Poi però se questa perde telefona ai parenti in Italia, e esprime il suo gaudio per il fatto che abbia trionfato la squadra del paese in cui vive. Vi abbiamo proprio dato una bella batosta!, si pavoneggia. Siete sempre più scarsi!, dice. Non si capisce bene per chi tenga davvero.</p>
<p>In effetti quello del calcio è il test in assoluto più affidabile. Io per esempio mi trovavo ormai da tanti anni in un paese, e mi dicevo che al punto in cui ero avrei fatto meglio a chiedere la nazionalità lì. Come una pianta che ormai non si può più trapiantare, o comunque non ne vale la pena. Poi mi è capitato di assistere alla finalissima dei mondiali di calcio tra la squadra di quel paese e la nostra. È stata la prima e ultima partita a calcio alla quale abbia mai assistito, quindi me la ricordo bene. Mia moglie e gli altri tenevano per la loro squadra, e anch’io davo per scontato che avrei tifato per quella. E invece mi accorgevo con costernazione che i giocatori di quella formazione mi stavano antipatici. Mentre quelli della nostra mi parevano simpaticissimi. Molti avevano tratti somatici africani, esattamente come molti loro avversari, ma mi sembrava che avessero pur sempre un certo qual che, una grazia, che mancava ai contendenti. Più passava il tempo più mi incanaglivo a favore della nostra squadra. Allora ho capito che ero un italiano, lo sarei sempre stato. Ho divorziato quasi subito.</p>
<pre>(Immagine: Ricardo Ponce, <em>N/T (478) / 2000</em>, tecnica mista, 35 x 26 inch)<strong></strong></pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/autismi-17-la-mia-patria/">Autismi 17 &#8211; La mia patria fuggitiva</a></p>
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		<title>Autismi 16 &#8211; I pesci pescati</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 09:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p></p>
<p>C’è stato un tempo in cui ero un pescatore. Un pescatore con una canna da pesca senza mulinello, o più spesso con la bava stretta tra il pollice e l’indice della mano destra. Sui moli, sugli scogli. Mi piaceva il risucchio del pesce che abbocca, che strattona verso il fondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/autismi-16-i-pesci-pescati/">Autismi 16 &#8211; I pesci pescati</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26962" title="Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1-150x150.jpg" alt="Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1" width="150" height="150" /></p>
<p>C’è stato un tempo in cui ero un pescatore. Un pescatore con una canna da pesca senza mulinello, o più spesso con la bava stretta tra il pollice e l’indice della mano destra. Sui moli, sugli scogli. Mi piaceva il risucchio del pesce che abbocca, che strattona verso il fondo. Mi piaceva la preparazione e la cura della mia pur rudimentale attrezzatura. E gli empori puntigliosi dove trovavo gli ami, le bave di diverso spessore, i galleggianti e il resto. Mi piacevano in particolar modo i pesini di piombo, la loro untuosa ma energica arrendevolezza. Ma naturalmente mi piaceva soprattutto aspettare.</p>
<p>Mi piaceva aspettare che un pesce abboccasse, come tuttora mi piace aspettare che succeda qualcosa. Certo questo piacere non è un vero e proprio godimento, e men che meno una giubilazione: ha anzi a che fare con la privazione, e forse anche con la sofferenza. Ma è pur sempre un piacere struggente. <span id="more-26912"></span>L’attesa dissuggella sempre qualcosa di struggente, di irrimediabilmente illibato, di catartico, se la si sa prendere nel verso giusto: è questo il motivo per il quale ho passato i tre quarti della mia vita a aspettare, e tuttora sostanzialmente non faccio che attendere.</p>
<p>Sono una persona che aspetta. Non possiedo un telefonino proprio per questa ragione: mi priverebbe delle attese, o comunque me le guasterebbe, come mi pare succeda alle persone che sento e vedo alle prese con un cellulare. Preferisco che l’oggetto delle mie attese resti per quanto possibile misterioso e astratto, taccia. Certo però mentre aspetto mi occupo, certo corro a destra e sinistra, come al giorno d’oggi fanno tutti, ma dentro di me sono lì con le braccia incrociate ad aspettare: il resto è tutta messa in scena. Vedo bene i limiti di questa mia attitudine, ma non riesco a correggermi, o anche solo a pentirmene. Ognuno ha le sue debolezze e i suoi vizi.</p>
<p>Ero un pescatore autodidatta, come sono sempre stato autodidatta in tutto quello che ho fatto. Avevo quindi l’impressione di non fare le cose nel migliore dei modi, e che il sapere degli altri &#8211; loro sapevano &#8211; mi fosse precluso. Ma me la cavavo pur sempre da solo: ero timido, e soprattutto non sapevo che si potesse chiedere alle persone. L’ho imparato, imperfettamente, solo qualche decennio più tardi. Arrangiandomi da solo facevo certo molti oggettivi errori. Errori forse imperdonabili. Non potrei però dire quali, perché appunto non ho termini di riferimento. Sta di fatto che i pesci abboccavano. Non spessissimo, ma abboccavano.</p>
<p>Abboccavano pesci argentati e ovaleggianti, o lunghetti e cinerini, pesci a tinta unita o striati, pesci con i baffi, qualche volta con una banda verde smeraldo sul fianco. Non sapevo i nomi dei pesci che pescavo. Per me erano genericamente pesci.</p>
<p>Passato lo stupore iniziale i miei familiari erano contenti che pescassi. Consideravano la pesca un’occupazione intrinsecamente plebea, e quindi disprezzabile, ma avevano subito constatato che quando pescavo ero tutto concentrato nella pesca. Vale a dire non li infastidivo. Per ore mi astenevo dalle scene isteriche scaturite da moventi che consideravano effimeri, e che mi erano valse innumerevoli elettroencefalogrammi e visite pedopsichiatriche. Il loro avallo alle mie propensioni ittiche era dettato da ragioni opportunistiche, non dalla loro spietata sete di anticonformismo. Il tipo di benestare interessato che prima o poi viene a galla e ferisce. Contavano probabilmente sul fatto che venuto il momento fatidico ci sarebbero state ben altre questioni a cui pensare. Non sbagliavano.</p>
<p>Sui moli incontravo altri pescatori, persone di età e portamento diversissimi. Facevo per la prima volta l’esperienza di un’attività che accomuna. Quelle persone erano molto differenti da me, ma eravamo tutti pescatori, e quindi in quella precisa circostanza tutti uguali. Certo io ero un pescatore molto giovane, di gran lunga il più giovane, un vero bambino, ma questo non veniva fatto pesare, era anzi volontariamente sottaciuto, creando una complicità supplementare. Ero accettato per quello che ero.</p>
<p>Naturalmente il risucchio del pesce era l’anticipazione del risucchio del membro nella vagina, naturalmente i sussulti nell’acqua erano una prefigurazione dei fremiti dopo l’orgasmo. Non vedo occupazione più immediatamente riconducibile alla penetrazione della pesca con la lenza. L’attesa sarebbe diventata quella che comparisse una donna che si decidesse a guardarmi, che avvenisse qualcosa di simile ai guizzi inferociti del pesce pescato. Ma all’epoca non potevo subodorare le atrocità della vita adulta: il mio piacere restava il mero piacere della bava che strattona. Ora mi domando se davvero la maggior parte dei pescatori non facciano il parallelo. Probabilmente lo fanno eccome, e il diletto sta anche lì. O forse il loro è invece un rimpianto.</p>
<p>Adesso non potrei più pescare. Non potrei pensare che un essere vivente ha un amo piantato nella bocca, e che quell’amo glielo ho piantato io. Non potrei sopportare quel dolore che perdura, che con i movimenti inconsulti si aggrava. Non potrei più astrarmi da quella rabbiosa sofferenza. Ma all’epoca non mi facevo questi problemi. Con l’età si diventa più sensibili, nonostante si affermi spesso il contrario. Si è più indifesi. Si pensa alla morte, e quindi ci si vede nei panni incresciosi del pesce.</p>
<p>Beninteso ero un pescatore saltuario, vivendo in una città fisicamente e culturalmente assai distante dal mare. Ma ero pur sempre un pescatore. In quanto pescatore fui invitato dal marito della donna di servizio di mia nonna a pescare con lui. Un invito sussiegoso e per certi versi grave, da pescatore a pescatore. Una domenica mi portò sulle rive ciottolose di un vasto lago artificiale, dove c’erano lunghe trote, e carpe. Lì i nomi non erano un enigma, perché me li diceva lui.</p>
<p>Mio padre era l’unico in famiglia a apprezzare il pesce, e vista l’inclinazione rivoluzionaria del suo fascismo non disdegnava affatto le attività popolari. Se però cerco delle connessioni tra lui e la pesca non trovo niente. Quando pescavo non c’era, esattamente come era assente quando facevo tutte le altre cose. Assente fisicamente, ma soprattutto nel pensiero.</p>
<p>Il mio problema, ce n’è sempre uno, erano i pesci che abboccavano. Ero contento di averli presi, non è questo. Sapevo che il fine era quello, e anche il mio piacere stava indubbiamente lì. Non potevo però afferrarli e staccarli dall’amo. Non potevo stringerli nella mano come avevo visto che si faceva, e svellere l’amo dalla carne. Proprio non mi era possibile. Già allora non era possibile. Avevo quindi bisogno che qualcuno lo facesse al mio posto. Qualche familiare, o un passante. Non ero un pescatore autonomo, potrei dire adesso, alla luce delle competenze terapeutiche accumulate. Come non sono mai stato autonomo anche in tante altre cose.</p>
<pre>(Immagine: Man Ray, <em>Pisces</em>)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/autismi-16-i-pesci-pescati/">Autismi 16 &#8211; I pesci pescati</a></p>
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		<title>Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 09:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p></p>
<p>Il mio primo editore era un editore molto prestigioso, lo è tuttora. Io invece ero una nullità, lo sono tuttora. Apprezzo le persone che nella loro testa tengono ben separate le capre dai cavoli. È lui che mi ha insegnato che a scrivere i romanzi al giorno d’oggi non ci vuol niente, quello che è difficile è appiccicarci sopra una bella copertina e venderli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/12/autismi-15-il-mio-primo-editore/">Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26194" title="Keith Haring, Andy Mouse (1986) © Keith Haring Foundation" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Keith-Haring-Andy-Mouse-1986-©-Keith-Haring-Foundation-150x150.jpg" alt="Keith Haring, Andy Mouse (1986) © Keith Haring Foundation" width="150" height="150" /></p>
<p>Il mio primo editore era un editore molto prestigioso, lo è tuttora. Io invece ero una nullità, lo sono tuttora. Apprezzo le persone che nella loro testa tengono ben separate le capre dai cavoli. È lui che mi ha insegnato che a scrivere i romanzi al giorno d’oggi non ci vuol niente, quello che è difficile è appiccicarci sopra una bella copertina e venderli. È una lezione che mi è stata enormemente utile. Fa piacere quando si impara qualcosa che davvero serve, nella vita.</p>
<p>Il mio primo editore mi è rimasto nel cuore, perché la prima fidanzata e il primo editore non si dimenticano tanto facilmente. Come la mia prima fidanzata era un po’ vanitosetto, ma proprio per questo mi piaceva ancora di più. Come la mia prima fidanzata era un po’ bugiardino, ma questo non mi disturbava più di tanto. <span id="more-26010"></span>Neanche quando la mia ingessata agente letteraria dava ragione a lui, dando per scontato che il bugiardone fossi io. Si può capire: loro abitavano la stessa pretenziosa città, venivano dallo stesso avvantaggiato ambiente sociale, si vedevano alle stesse esclusive feste. La nota stonata ero io, l’avrebbe capito anche un dromedario. Del resto pure la sua assistente era un po’ bugiardina. No, non c’è!, mi diceva sempre, e io al telefono vedevo il suo naso assistenziale che si allungava. NON C’È!, esultava. A sentire lei non c’era mai, la casa editrice andava avanti da sola, come una barca a vela con il timone automatico. La metafora nautica non è scelta a caso, si badi bene.</p>
<p>Secondo il mio primo editore io ero un agrimensore. All’inizio cercavo di spiegargli che non ero affatto un agrimensore, per il semplice motivo che gli agrimensori non esistono più da un bel pezzo. Gli ultimi agrimensori li trovi nei romanzi di cento anni fa!, gli dicevo. Adesso i geometri usano il laser!, gli dicevo. Lui però guardava nel vuoto, perché era chiaro che gli piacevo proprio perché ai suoi occhi ero un esemplare perfetto di agrimensore. Come un cane ti delizia perché è un cane: se ti mettessi a considerarlo per esempio un essere umano cominceresti a dirti che potrebbe essere un pochino più intelligente, potrebbe avere almeno la patente. E allora facevo io stesso l’agrimensore, perché in fondo mi piace fare contenta la gente.</p>
<p>Il mio primo editore era sempre molto abbronzato. Anche in pienissimo inverno. Fa piacere avere un editore molto abbronzato. Gli editori terrei e smunti hai sempre paura che ti schiattino davanti, che non arrivino fino alla fine della sofferta stesura del tuo prossimo libro. Sono appena tornato dal Kazakistan, ti sarebbe piaciuto, mi diceva. Ieri ero in un ranch del Texas, ti sarebbe piaciuto, mi diceva. Stamattina ero in Corsica, il mare era forza otto, diceva. Io nonostante gli schiaffetti che mi davo nel cesso ero pallidino, perché non ero stato da nessuna parte.</p>
<p>Secondo il mio amico giornalista famoso l’unica cosa che sa fare bene il mio editore è andare in barca a vela. Quello di libri non ci ha mai capito nulla!, mi dice il mio amico giornalista famoso, quando ci ritroviamo a mangiare una pizza nella pizzeria vicino al suo studio. Ma proprio niente!, mi dice, disegnando una croce con il coltello, e con la guancia gonfia di pizza metà masticata e metà no. È il tipico figlio di papà che si trova catapultato in una poltrona di presidente, senza sapere se è una poltrona o una vasca da bagno Jacuzzi!, dice. Il mio amico giornalista famoso sa sempre tutto di tutti, ma in questo caso credo proprio che sbagli di grosso.</p>
<p>Il mio editore erano in realtà tre persone diverse, un po’ come succede &#8211; e forse non è un caso &#8211; anche a dio. Un signore molto lungo, uno medio, e uno piuttosto corto, alias l’incarnazione con cui avevo a che fare io, il dio vero e proprio. Una trinità con una faccia da deficiente, una faccia abbastanza normale, e una molto furba, vale a dire la sua. Mai visto tre fratelli più diversi uno dall’altro. Mai vista una tale biodiversità all’interno di una stessa nidiata. Tutto può essere, per carità, ma se davvero il padre era lo stesso doveva come minimo avere tre teste ben differenti una dall’altra, come cerbero. Per quanto mi riguarda il fatto che fosse trino non mi disturbava, aumentava anzi il fascino esoterico della mia avventura editoriale.</p>
<p>Una volta che mi aveva detto di passare a trovarlo l’ho sorpreso mentre si specchiava in un lucidissimo e spropositato tavolo ovale assieme alle sue due altre facce e a molte altre persone anch’esse tirate a lucido. Lui era a capotavola, e tutti lo guardavano con la deferenza con cui si contempla dio. A me mi fissavano con il rictus facciale di chi prende nota di un escremento deliquescente sul marciapiede. Appena però mi ha avvistato lui si è alzato e ha tirato un separé: in un lampo l’angolo dove ci trovavamo è diventato il suo lussuoso ufficio. Il sistema era davvero ingegnoso, e l’isolamento acustico era perfetto. Si è stravaccato sulla sua poltrona in pelle di non so che cosa, forse di scrittore famoso, e ha allungato le gambe sulla scrivania. E ha sbuffato. Come a dire che al di là del separé erano restati i noiosoni, e al di qua quelli che valevano qualcosa. Ci siamo accesi una sigaretta, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Dall’altra parte del separé i suoi sottoposti continuavano l’importantissima ma noiosa riunione rispecchiata dal gigantesco tavolo lucidissimo, noi discutevamo dei fatti nostri. Dietro di lui c’era la foto di una grande barca a vela, la sua inseparabile barca a vela: era anche lei dei nostri. Fa piacere avere un editore che fa queste cose.</p>
<p>Al mio editore piacevano le mie lettere. Mi diceva sempre che erano proprio belle. Io allora gliene scrivevo parecchie. A me sarebbe piaciuto che mi rispondesse anche solo quattro linee, ma non mi rispondeva mai. Neanche due paroline. Neanche una cartolina. Non c’era nessun cartello, ma la nostra corrispondenza era severamente a senso unico. Io però lo capivo, perché lui era un editore molto famoso, pieno di faccende urgentissime da sbrigare, mentre io ero solo un agrimensore, con dei campi che non esistevano nemmeno più da misurare. Immaginiamoci se un importantissimo editore dovesse rispondere a tutte le lettere di tutti gli scrittorucoli che ci sono in giro. In fondo fa bene, mi dicevo. Proprio belle le tue lettere!, mi diceva lui quando ci parlavamo, con la voce con cui si loda la groppa di un cavallo che ci si è comprato.</p>
<p>Un giorno il mio editore mi ha invitato nella sua celebre villa sul lago. Nella sua villa sul lago c’era un caminetto, e sul lato del caminetto c’erano le firme di tanti grandissimi scrittori. Parecchi di quegli scrittori che avevano firmato sul muro avevano vinto il premio nobel. Ernest Hemingway, Thomas Mann, Eugenio Montale, William Faulkner, tanto per intenderci. Firmo anch’io!, ho detto io, sguainando la penna che tengo sempre pronta in tasca. NOO!, ha esclamato lui, saltandomi addosso come fanno i rugbisti. Aveva l’aria terrorizzata, quasi avessi l’intenzione di cancellare le preziose firme dei suoi amati nobel. Io allora gli spiegato che non rovinavo niente, semplicemente aggiungevo la mia annodata firmetta. Trascinandomi lontano dal caminetto lui mi ha spiegato che avrei firmato un’altra volta, in fondo non c’era nessunissima fretta.</p>
<p>Con i primi editori purtroppo a un certo punto crolla tutto, proprio come succede con le prime fidanzate. Se così non fosse le prime fidanzate diventerebbero delle pedisseque consorti, invece che delle fate ci accompagnano per tutta la vita, e i primi editori si metamorfoserebbero in banalissimi editori: nessun scrittore penserebbe più a loro con occhi sognanti. La mia prima fidanzata mi ha lasciato con l’inverosimile pretesto che perdevo sempre le chiavi di casa e i lavori, e non avrei mai imparato a fare il padre. Il mio primo editore invece mi ha lasciato perché non sapevo scrivere i romanzi. Qualcuno lo aveva convinto, o s’era convinto da solo, che non sapevo scrivere i romanzi. Secondo lui sapevo scrivere i racconti, ma non i romanzi. Non i romanzi per cui la gente fa la fila, in ogni caso. E allora mi ha lasciato. C’est la vie.</p>
<p>Si ha un bel dire, ma una prima fidanzata rimane una prima fidanzata, e un primo editore rimane un primo editore. Ogni tanto penso a lui, e sospiro. Penso al magico separé con il quale il suo ufficio ridiventa un’accogliente e intima alcova, penso ai suoi occhietti furbi, alla sua magnifica villa sul lago, alla sua splendente ammiraglia con i sedili in pelle di scrittore celebre.</p>
<p>Se vincessi il nobel per la letteratura la prima persona a cui telefonerei sarebbe lui. Ho vinto il nobel della letteratura, gli direi, con la voce di chi ti comunica che è appena stato al bar a bersi un caffè. Peccato che non sia più tu il mio editore, era la volta che ci guadagnavi un po’ di soldi, metterei lì subito dopo. Un vero peccato!, insisterei. Sarà per un’altra occasione, adesso non stare lì a farne una tragedia!, lo consolerei, per tirarlo su un pochino. In ogni caso per la firma sul caminetto se ne può ancora parlare, direi. Ogni tanto mi rivedo mentalmente la scena, lo confesso.</p>
<p>Qualche volta gli scrivo ancora, confesso anche questo. Delle lettere con il francobollo come una volta, perché non ho il suo indirizzo di posta elettronica. Guarda che nel cassetto ho un romanzo che è una vera e propria perla!, gli scrivo per esempio. Non lo dico per vantarmi, ma è un’autentica bomba! Esattamente quello che ci vuole per mettere il resto della letteratura nazionale in ginocchio per cinque anni! Basta che me lo dici, o che me lo fai dire da uno dei tuoi efficienti sottoposti, e te lo mando! Cavati una buona volta dalla testa l’ideaccia che non sappia scrivere dei romanzi, ti supplico! Non è ancora troppo tardi! Naturalmente cerco di fare in modo che sia una bella lettera, dato che gli piacciono le belle lettere. Breve, immaginando che abbia ancora moltissimo da fare, ma palpitante di sentimenti sbarazzini e di vagolante intelligenza. Parisiana, per intenderci. So però che non cambierà idea. So che scorrerà la mia lettera con implacabili occhi di ghiaccio, come fanno da che mondo è mondo le ex prime fidanzate.</p>
<pre>(Immagine: Keith Haring, <em>Andy Mouse</em>, © Keith Haring Foundation)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/12/autismi-15-il-mio-primo-editore/">Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</a></p>
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		<title>Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (2a parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 08:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p></p>
<p>Poi i nostri incontri hanno cominciato a rarefarsi. Io lavoravo all’estero, e lui frequentava persone che manco conoscevo: molti dei suoi nuovi amici erano bevitori professionisti come lui. Remava di lena verso il traguardo delle trecentoundicimila lattine di birra e delle centoquarantasettemila e cinquecento sigarette.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/30/autismi-14-il-mio-migliore-amico-2a-parte/">Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-25529" title="odilon_redon_mysticalboat-full;init_" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/odilon_redon_mysticalboat-fullinit_2-300x231.jpg" alt="odilon_redon_mysticalboat-full;init_" width="300" height="231" /></p>
<p>Poi i nostri incontri hanno cominciato a rarefarsi. Io lavoravo all’estero, e lui frequentava persone che manco conoscevo: molti dei suoi nuovi amici erano bevitori professionisti come lui. Remava di lena verso il traguardo delle trecentoundicimila lattine di birra e delle centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Lo cercavo, ma lui rinviava, si presentava agli appuntamenti in compagnia di altri tizi, mi tirava dei bidoni. Qualche volta mi chiedeva dei soldi, e poi si dimenticava di restituirmeli. Non ero più in una posizione privilegiata, mi accorgevo. Ma non demordevo. Spesso tornavo nella nostra città solo per vedere lui, e aspettavo invano. Avevo fatto migliaia di chilometri per niente. Più spesso mi dedicava i dieci minuti prima che partissi, nel suo stile più economico, più sbrigativo. Dieci minuti molto intensi, quel tanto da tenermi al guinzaglio, da avere l’impressione di essere lui a gestire la cosa.<span id="more-25458"></span></p>
<p>Le cose che gli dicevo entravano pur sempre in circolo, irroravano tutto il clan. Soprattutto in fatto di amanti. Spesso era lui che me le aveva presentate, per non dire me le aveva messe nel letto, ma questo dettaglio si perdeva ogni volta per strada. Facevo più o meno le stesse cose che aveva sempre fatto anche lui, anche se certo in maniera più goffa, più autistica, ma a quanto pare mi presentava come un poco di buono, come un profittatore. Come un maiale. La sezione femminile del clan mi lanciava allora sguardi di puritana riprovazione, e lui gongolava come un cammello sazio. Il dubbio che facesse apposta era sempre più tenace.</p>
<p>A un certo punto ho dovuto strapparmi da lui. Come si sradica l’amo dalla bocca di un pesce, per ricuperarlo. Ci ho messo molto tempo a capire che dovevo estirparmi da quel suo bisogno di controllare la mia esistenza senza essere presente. Staccarmi da quella rete di ragno in cui mi teneva prigioniero, da quella necessità insoddisfatta e forse insoddisfabile che avevo di lui. Separarmi da quella parte di me stesso che non poteva vivere senza di lui. Accettare di non aver alcun puntello, di essere solo.</p>
<p>Nessuna separazione mi ha fatto così male. Mi svegliavo la mattina e pensavo che lui non c’era più, e quindi la mia vita non aveva senso, non valeva la pena di essere vissuta. La mia carne era rimasta saldata alla sua, come quando si incolla la lingua a una superficie metallica gelata. A volte riaffiorava l’illusione che forse mi avrebbe cercato, come una ferita ricomincia senza preavviso a sanguinare. Per mesi, per anni. Vivevo la mia esistenza come un esule, come un intruso. Ma lui non si faceva vivo. Era sempre più preso dall’alcol, dai suoi nuovi amici, da quelli vecchi, dalla fidanzata del momento, dalla passione laclosiana per la prima ex-fidanzata, dalla normale conduzione del suo gruppo. Dei suoi progetti artistici se ne parlava sempre meno. Era preso fino al collo dalla vita. Nello strappo della separazione la vita era restata dalla sua parte.</p>
<p>Avevo delle notizie indirette, perché vedevo saltuariamente alcuni membri del clan. Continuava a fare delle foto mediocri, delle foto pedisseque da pedissequa provincia, con sguardi però di scaltro fotografo di grido. Continuava a credere, o almeno a far credere, che il capolavoro prima o poi sarebbe arrivato. Continuava a dedicarsi con una laica abnegazione alle persone del suo giro, ai suoi apostoli. Continuava soprattutto a far girare il contatore delle birre e delle sigarette, con le tipiche defaillance del caso. Adesso gli ruotava attorno anche una ragazzaglia con velleità artistoidi, che lo venerava e al cospetto della quale indossava ambigui vestimenti paterni. Avevo l’impressione che ne ricavasse del riconoscimento non troppo impegnativo da ottenere, offrendo dell’affetto anch’esso a buon mercato. Come altre persone hanno bisogno di un cane. Ma beveva pur sempre a gran sorsi dalla coppa della vita, come aveva sempre fatto: ogni santo giorno beveva a sazietà dalla coppa della vita. Mentre io mettevo in atto stitiche strategie di sopravvivenza. Col tempo mi ero però abituato alla sua essenza. Come si viene a patti con un’amputazione, con il dolore del membro che non c’è più.</p>
<p>In realtà molte altre persone, visto con il senno di poi, hanno dovuto separarsi da lui. Le fidanzate, in particolare. La gattaccia itinerante, la prima, ma anche tutte le successive. Stavano con lui tre anni, cinque, dieci, e poi capivano che dovevano mettersi in salvo, che era questione di vita o di morte. Ci mettevano tre anni, cinque, dieci, a seconda del carattere e delle circostanze, a capire che dovevano svignarsela, ma alla fine lo lasciavano. La differenza era che loro rimanevano nella sua cerchia, nel girone anzi dei fedelissimi. Lui riusciva ogni volta a confondere le acque, a fare in modo che non si capisse bene chi avesse lasciato chi, evacuando ogni rancore, ogni tragicità. Molto del suo tempo lo dedicava proprio alle ex-fidanzate. Con commossa dedizione, con passione, con gioia. A ognuna dava o procurava dei lavoretti da fare, le aiutava nelle cose pratiche come amano essere aiutate le donne, diventava amico dei loro nuovi compagni. Forse alcune continuavano a essere sue amanti, ma non potrei dirlo con certezza. Quel che è certo è che tra loro erano di solito molto amiche: si frequentavano, andavano in vacanza assieme.</p>
<p>Gli anni passavano, e anche il passato passava, per effetto delle incessanti riverniciature impermeabilizzanti che operano gli anni. Restava pur sempre il mio migliore amico, ma non avevo più bisogno di vederlo. Ero anzi sollevato dal pensiero che non lo avrei visto. La mia cosiddetta vita aveva un minimo di senso e una minima possibilità di proseguire solo se non lo vedevo, se avevo la sicurezza di non vederlo. Avevo conosciuto altre persone, un po’ alla volta mi ero fatto altri amici. Degli amici con le loro parole enigmatiche e i loro mondi da scoprire. Degli amici non laclosiani, fedeli. E ero riuscito a dare spazio alla mia vocazione. Certo non vivevo nel vero senso della parola, certo ero più propriamente uno spettatore, un intruso in perenne attesa, un passante distratto, ma quella era pur sempre la mia vita. Se cercavo di immaginarmi come sarebbe stata la mia esistenza senza la separazione, vedevo solo cupezza e disgrazie. Vedevo il nulla della morte. Avevo fatto la mossa giusta al momento giusto, non avevo il minimo dubbio. Ma il mio migliore amico restava pur sempre lui. E la coppa della vita restava pur sempre saldamente nelle sue mani.</p>
<p>Continuava a fare girare a folle velocità il contatore dell’alcol e delle sigarette, come aveva imparato nel paesino in Alto Adige. Già le cifre marcate erano nell’ordine delle centinaia di migliaia. Con quei ritmi non poteva durare molto, era il primo a saperlo. Prima o poi doveva venire a patti con l’anziana falciatrice che aveva sempre preso per il fondelli.</p>
<p>Ha finito per scegliersi una morte dilazionata nel tempo, una morte che ha coinvolto anima e corpo tutto il suo clan. Una morte dolorosa, sempre più dolorosa, sempre più straziante, indossata beninteso con la sua abituale leggerezza, la solita lucidissima insolenza, la consueta signorile nonchalance. Si aveva anzi l’impressione che proprio lì desse il meglio di sé, che tutto quello che era successo prima fossero solo delle prove. I suoi adepti lo aiutavano e lo sostenevano, e lui sosteneva loro, proprio perché aiutandolo ad oltranza e soffrendo per lui avevano bisogno del suo sostegno. Sul cammino della propria autodistruzione il clan dava il meglio di sé stesso.</p>
<p>Il giorno che ho saputo che aveva un cancro alla gola mi è venuto un micidiale mal di gola. Mi trovavo a un paio di migliaia di chilometri, e l’inverno era già finito da un pezzo, ma mi è preso lo stesso un mal di gola lancinante. Di colpo. Non potevo deglutire, potevo a stento bisbigliare. Avevo male al cancro alla gola del mio migliore amico. Il mio migliore amico che non vedevo più da anni. Mi è durato forse una settimana, poi mi è passato.</p>
<p>Io sapevo che era molto malato, ma non andavo a trovarlo. Non potevo andare a trovarlo. Pensavo spesso a lui, però non riuscivo a andare a casa sua, e nemmeno a telefonargli. Ormai erano quindici anni che non ci frequentavamo più, ma era ancora troppo pericoloso, la ferita non era ben rimarginata. Anche con il solido pretesto del cancro era troppo compromettente. Non potevo rischiare di essere fagocitato di nuovo dalla sua cerchia, che era ancora lì, più temibile che mai. Reso agguerrita dagli anni, come una vecchia belva affamata e piena di cicatrici. Avevo bisogno di salvaguardare il mio estraniamento, il disastro della mia esistenza. Non mi sentivo ancora al sicuro.</p>
<p>Non lo vedevo, ma avevo delle notizie indirette. Sapevo che la chemioterapia gli aveva bruciato le ghiandole salivari e i tessuti della gola. E quindi poteva alimentarsi solo con una cannula. I suoi tessuti erano inconsistenti, da un momento all’altro potevano lacerarsi e inondargli il torace di sangue. Neanche parlarne di bere e di fumare. Il contatore s’era bloccato su trecentoundicimila lattine di birra e centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Mi dicevano però che ogni tanto si accendeva una cicca e se la teneva in bocca. Non poteva aspirare, ma la teneva tra le labbra. Continuava a bere dalla coppa della vita, quello che restava sul fondo della coppa della vita.</p>
<p>A un certo punto hanno dovuto operarlo d’urgenza, perché era cominciata un’emorragia. Alla fine dell’operazione il chirurgo, che aveva avuto modo di conoscerlo, e ne era stato conquistato, piangeva. Ho fatto quello che ho potuto, ma non era possibile, diceva. Non era proprio possibile, i tessuti erano tutti incollati, appena li toccavi si sbrindellavano, diceva. E invece è sopravvissuto. I tessuti dell’esofago si sono in parte ricostituiti, tanto che a un certo punto ha potuto ricominciare ad alimentarsi con degli alimenti liquidi o semiliquidi. I medici dicevano che non avevano mai visto una cosa del genere. Lui aveva ricominciato a lavoricchiare, a fare dei viaggi. Ad agitarla bene nella coppa restava ancora qualcosa.</p>
<p>Poi però è venuto fuori un altro tumore, questa volta all’esofago. Tutti sapevano cosa voleva dire quel cancro all’esofago. Lui per primo. Continuava però a mostrarsi tranquillo e fiducioso. Parlava del futuro, parlava di un lungo viaggio in India che intendeva fare. Si è fatto rinnovare il passaporto. Parlava di guarigione completa. Certo ogni tanto prendeva da parte qualcuno e dava delle disposizioni riguardo alle sue cose. Le macchine fotografiche, l’auto. Ma lo faceva come mettendo in conto un’eventualità tra le tante, una delle meno probabili. Se dovesse proprio andare male fai così e fai colà, diceva. Non era certo il tipo da trascurare gli aspetti materiali, complicando poi le cose alle persone alle quali voleva bene.</p>
<p>Una notte è venuto a salutarmi. È qui che volevo arrivare. È venuto lui, sua sponte. Sapeva che doveva muovere il culo lui, visto che era lui che mi aveva abbandonato. Mi si è avvicinato e ha appoggiato il suo petto contro il mio. Avevamo entrambi la testa china, come quegli uccelli dal collo lungo che si vedono da lontano nelle paludi. Non avevo mai provato una sensazione di pace così grande, così pervasiva. Non parlavamo, stavamo semplicemente lì appiccicati uno all’altro, assorti in quel contatto di carne e di anime. Un’intimità che aveva il gusto familiare delle nostre notti. Siamo rimasti così diverso tempo, o almeno così è parso a me. Senza parlare, solo respirando. Poi però si è raddrizzato, perché doveva andare. Doveva andare da qualche parte, come aveva sempre dovuto andare da qualche parte. Doveva andare a bere dalla coppa della vita. In una mano aveva una delle sue fiaschettine da superalcolico, con un collo però lungo e sottile, una forma bizzarra che la faceva assomigliare a una ricercata bottiglietta di profumo. Ma la pace di quel contatto s’era incistata in me. Era solo un sogno, però la pace era rimasta, anche da sveglio.</p>
<p>Quel mattino pensavo che mi avrebbero detto che era morto durante la notte. E invece non era morto, non ancora. Del resto a ripensarci non sarebbe stato da lui, passare a prendere commiato solo all’ultimissimo momento, fare una cosa tanto importante di fretta. Non avrebbe rinunciato al suo stile, fino alla fine sarebbe rimasto lui, era evidente. Ho poi saputo che molti altri suoi amici hanno avuto sogni dello stesso genere, e nell’identico periodo. Apparentemente aveva fatto il giro di tutti, come sempre dando a credere a ognuno di avere una relazione preferenziale. Come sempre aveva fatto le cose bene, di sicuro non aveva dimenticato nessuno.</p>
<p>Nelle ultime settimane i fratelli e gli intimi hanno dovuto erigere una barriera attorno al suo capezzale. Troppi amici e troppi conoscenti avrebbero voluto venire a trovarlo, insistevano per fare le notti al suo fianco, per dare una mano in qualche modo. Non era possibile, erano troppi. Erano persone alle quali lui voleva bene, ma proprio per questo non aveva le forze per accoglierli tutti, per essere se stesso con tutti, per dare a ognuno l’impressione di essere insostituibile. Lo avrebbero ucciso. Bisognava sfoltire. Bisognava limitare drasticamente l’accesso ai più intimi. Se però io avessi chiesto di vederlo mi avrebbero lasciato, perché tutti erano a conoscenza della relazione che avevamo avuto. Lo avrebbero anzi trovato normale. Ma non sono andato.</p>
<p>La metastasi aveva preso le ossa del bacino, le aveva ridotte a poltiglia. Schegge di ossa affioravano dalla pelle, e nonostante i cerotti di morfina e gli altri antidolorifici ogni movimento era una tortura. Per fargli i clisteri dovevano girarlo nel letto, era ogni volta una interminabile sevizia che lo faceva sgolarsi di dolore. Ma aveva ancora voglia di vivere, era determinato a battersi. Viveva due ore di tregua dal male come una eccitante avventura. E parlava ancora del viaggio in India che aveva intenzione di fare. Ogni tanto chiedeva che organizzassero un festino, che consisteva nell’avvicinargli alla bocca una sigaretta, dandogli l’impressione di fumare. Si godeva la vicinanza di quelle persone che lo amavano e che amava, quelle persone alle quali aveva dedicato la sua esistenza. La fidanzata del momento, le varie ex fidanzate, gli amici, i fratelli. A ognuno continuava a donare momenti struggenti, da ognuno prendeva amore, senza beninteso alimentare gelosie, rafforzando anzi la coesione della masnada. Continuava a vivere la sua vita. Beveva le ultimissime gocce della coppa.</p>
<p>Aiutatemi ad andare!, si è messo a urlare alla fine. Anche con le dosi massicce di morfina il dolore era insopportabile. Me lo avete promesso!, urlava. Non era più lui che tirava le fila. La coppa della vita era vuota. Implorava aiuto. Allora i fedelissimi lo hanno aiutato ad andare.</p>
<p>a Paolo B.</p>
<pre>(Immagine: O. Redon, Bateau mystique)</pre>
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		<title>Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (1a parte)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/28/autismi-14-il-mio-migliore-amico-1a-parte/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Il mio migliore amico nel corso della sua esistenza ha fumato trecentoundicimila sigarette e s’è bevuto centoquarantasettemila e cinquecento lattine di birra. Naturalmente non ha bevuto solo birra in lattine, perché s’è scolato anche un’infinità di birre in bottiglia, e soprattutto alla spina, e poi vino bianco e rosso, whisky, grappa, bourbon, slivowitza, vodka, sakè, martini, vermut, e vari altri alcolici puri o mescolati tra loro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/28/autismi-14-il-mio-migliore-amico-1a-parte/">Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-25517" title="blake_adam_naming_the_beasts" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/blake_adam_naming_the_beasts-150x150.jpg" alt="blake_adam_naming_the_beasts" width="150" height="150" />Il mio migliore amico nel corso della sua esistenza ha fumato trecentoundicimila sigarette e s’è bevuto centoquarantasettemila e cinquecento lattine di birra. Naturalmente non ha bevuto solo birra in lattine, perché s’è scolato anche un’infinità di birre in bottiglia, e soprattutto alla spina, e poi vino bianco e rosso, whisky, grappa, bourbon, slivowitza, vodka, sakè, martini, vermut, e vari altri alcolici puri o mescolati tra loro. Ma tradotti in lattine di birra il totale fa pur sempre centoquarantasettemila e cinquecento: i miei calcoli sono piuttosto precisi. Un po’ meno di cinquemila ettolitri di birra, pari a duecentocinquanta ettolitri di alcol puro.</p>
<p>Il mio migliore amico era fin dall’inizio quello molto brillante, io quello un po’ tarato. Capiva in qualche giorno le cose che io ci mettevo dei mesi, se non addirittura – potrei fare degli esempi precisi &#8211; degli anni. <span id="more-25455"></span>Lui a quindici anni frequentava gli intellettuali di sinistra della città, che lo stavano ad ascoltare come se fosse un loro pari, io me ne stavo per lo più da solo, e sapevo a stento parlare. Farfugliavo. Biascicavo e farfugliavo. Leggevo molti libri senza capirli. Fino a quel momento ero vissuto in campagna, con pochi compagnetti che sapevano sì e no qualche parola di italiano.</p>
<p>Quello che facevamo assieme era bere. Quasi sempre veniva l’alba, a furia di bere. E naturalmente mentre bevevamo parlavamo. Le frasi che diceva mi rovesciavano immancabilmente le idee nel cervello come si fa con una maglietta indossata storta. Ma anch’io con lui dicevo delle cose piuttosto intelligenti, o almeno così mi sembrava. Forse appunto per via dell’alcol. Adesso ti stai contraddicendo, se ne usciva lui ogni tanto. Io cercavo di capire in cosa diavolo mi ero contraddetto, però di solito non riuscivo a scoprirlo. Mi entusiasmavano quelle conversazioni, quelle ore dilatate e pregnanti. Una delle sue doti, ma lo avrei capito solo molto dopo, era far sentire le persone migliori di quelle che erano.</p>
<p>Il mio amico faceva parte di un gruppuscolo dell’estrema sinistra, e allora anch’io entrai in quel gruppo. Le idee rivoluzionarie mi avvincevano, riempiendo dei vuoti abissali dentro di me, ma mi ritrovavo ancora più inadeguato, ancora più solo, incerto. Lui invece parlava alle riunioni e alle assemblee, era conosciuto da tutti, veniva acclamato. Le strategie politiche extraparlamentari gli venivano naturali, ma erano le persone che lo intrigavano. I suoi legami erano sempre intensi, e sdilinquivano spesso in parole struggenti, in impudiche confessioni intime. Però tutto sommato in quanto a fidanzate ero messo meglio io.</p>
<p>Secondo mia madre mi plagiava, ma io alzavo le spalle. Del resto tutti quelli che gli stavano attorno imitavano quello che faceva lui, perché era il più intelligente, e faceva le cose più intelligenti: quelle provocazioni che nessuno avrebbe immaginato e che subito diventavano normali. Come telefonare che nella scuola c’era una bomba, attrezzarsi una camera privata nell’ospedale abbandonato, o anche solo rubare le candele nelle chiese. Chi non ne faceva parte lo chiamava il clan, il suo clan. Del clan facevano parte anche i suoi fratelli e sorelle, perché in famiglia erano molti. Per noi era semplicemente il nostro gruppo, ed era naturale che la posizione centrale fosse la sua, come era naturale che l’amico più amico fossi io.</p>
<p>Il mio migliore amico ha fatto il suo primo tentativo di suicidio a sedici anni. S’è tagliato i polsi. O meglio, un polso e mezzo. Poi un secondo tentativo qualche mese dopo: s’è buttato da un treno in corsa dopo aver trangugiato dell’acido muriatico. Uno di quei treni interregionali che fermano in quasi tutte le stazioni, che all’epoca non so perché venivano chiamati <em>diretti</em>. Aveva lasciato una scritta con il pennarello accanto al mio letto, che io però non avevo ancora notato: “Tanto ci sarò sempre”. E invece non è morto, anche se all’inizio sembrava che dovesse morire. Ma gli è rimasto un grosso buco nella testa, suppongo dovuto all’impatto contro una traversina. Come dire, c’era solo la pelle, e se si appoggiava un dito si sentiva il cervello. Agli intimi lo faceva toccare il suo grosso foro, ne andava fiero. Mi ricordo di essere andato a trovarlo all’ospedale di V.: era ancora imbesuito dai calmanti. Non mi ricordo cosa ho pensato.</p>
<p>Per allontanarlo dalle idee suicide suo padre lo mandò a lavorare per tutta l’estate in una falegnameria in Alto Adige. Pensava che lavorare il legno fosse un’attività che pacifica con l’esistenza. Anche lui era stato falegname, prima di prendere il diploma di geometra frequentando le serali. Forse l’idea non era malaccio, e sicuramente le intenzione erano ottime. E invece si è rivelato un imperdonabile errore. Tutti i lavoranti della falegnameria erano alcolizzati. Di giorno lavoravano, e la sera bevevano fino a cascare per terra, perché notoriamente nei paesini sperduti dell’Alto Adige l’unica cosa che resta da fare la sera è farsi saltare il cervello con l’alcol. Preferibilmente grappa fatta in casa. Quindi lui ha cominciato a bere come loro. E non ha più smesso.</p>
<p>Il nostro liceo era austero e rispettabile, come si poteva evincere dal militaresco manico di scopa nel culo della risorgimentale preside, ma lui nonostante i capelli unti incollati al cranio e l’alito da pavimento di osteria aveva buoni voti in tutte le materie. I professori lo trattavano con una deferenza mista a timore, anche i più reazionari, e non si formalizzavano per le numerosissime assenze. Spesso i temi in classe di italiano li scriveva in versi, o anche li corredava con dei disegnetti. Se lo poteva permettere. Io invece per la prima volta in vita mia qualcosa studiacchiavo, e continuavo a leggere molti libri, però riuscivo a stento a passare. Tutte le mie certezze e le mie esperienze erano chiaramente inservibili in quella nuova situazione, la mia stessa faccia non era adatta, diventata il capro espiatorio ideale per le frustrazioni dei retrivi professori. Mi era però difficile difendermi: anche quando avevo l’impressione di sapere cosa volevo dire non ero in grado di comunicarlo a parole. E allora tacevo.</p>
<p>Quando ci vedevamo bevevamo. Soprattutto grappa. E fumavamo sigarette senza filtro. Eroina quasi niente: la falcidia circostante non ci riguardava. Non saprei dire adesso con precisione di cosa parlavamo, ma parlavamo, e finiva sempre per spuntare l’alba. Di libri, di persone. Avevo l’impressione che quello stillicidio dei miei punti fermi fosse inevitabile, come si deve resettare un apparecchio elettronico quando va in tilt. Di quando in quando nelle sue frasi appariva una venatura di condiscendenza, ma mi ascoltava pur sempre con l’interesse con cui lo ascoltavo io. O almeno così mi sembrava. Io ci mettevo un bel po’ a rimettermi dai micidiali mal di testa con il quale mi svegliavo, lui invece ricominciava a bere già il mattino dopo. Quelli erano i suoi ritmi normali.</p>
<p>L’ultimo anno di liceo al suo fianco spuntò una ragazza con una bellezza arruffata da gatto randagio, che si riavviava pur sempre i capelli ribelli come un’attrice dei film americani in bianco e nero. Conosceva i poeti maledetti e i romantici inglesi a memoria, e si portava dietro come un’impalpabile velo funebre la reputazione di essere diabolicamente intelligente. Non parlava, strisciava contro i muri con passi appunto di felino scorticato, lanciando occhiate di appassionato ribrezzo. Lui la venerava. Nelle sue frasi affioravano i libertini mondi cerebrali che lei gli aveva dischiuso. Io assorbivo quelle sberle iconoclaste di seconda mano, ancora più malfermo sulle mie gambe. Ora la condiscendenza era più evidente, s’era tinta di sfumature laclosiane. Si beffava della fedeltà, dell’amore, della gelosia, delle buone intenzioni, orpelli che nella mia testa avevano ancora un certo senso.</p>
<p>Il clan nel frattempo si era espanso, includeva ex-fidanzati e ex-fidanzate, fidanzati di ex-amanti, sorelle di amici di amici. All’apice della piramide c’erano loro due. Naturalmente tutti erano stati con quasi tutti, eccettuata beninteso l’ape regina: all’epoca era considerato abbastanza normale. A ognuno lui dedicava il tempo che riteneva opportuno nelle forme che riteneva più adatte, erudendolo, elevandolo, commovendolo, dandogli l’impressione di essere insostituibile. Adesso non si interessava più alla politica, come continuavo a fare io, si dedicava a tempo pieno alle persone. Già allora tantissimi lo amavano, come l’avrebbero amato anche dopo, fino alla fine. Invece di buttarsi di nuovo da un treno ingurgitava grappa e ogni sorta di altri alcolici, attenendosi alla lezione altoatesina.</p>
<p>Lui frequentava un sacco di gente, sempre di più, e io perfezionavo il mio crepuscolare isolamento, ma eravamo lo stesso molto amici. Non saprei dire cosa ci trovasse in me. Per parte mia io apprezzavo quella sua dimestichezza baldanzosa con la morte, quel suo gusto insolente per le delizie della vita, quella sua sfacciata ma anche innocente perversità. Dire una cosa a lui era come dirla direttamente alla gatta selvatica, mi accorgevo. La confidenza passava sotto la lente d’ingrandimento della sua ombrosa erudizione filosofica e letteraria, e ne usciva con delle etichette che faticavo a decifrare. A me direttamente non parlava, mi fissava con una glaciale commiserazione appunto felina.</p>
<p>Per un paio di anni quando sono andato all’università ci siamo visti molto poco. Io avevo bisogno di dimostrare a me stesso che valevo qualcosa, avevo bisogno di allontanarmi dalla mia vera vocazione: facevo lo studentello. Lui conviveva con la gatta byroniana in struggenti abituri il cui minimo denominatore sembrava essere la puzza di cherosene. Sulla soglia di uno di questi c’era ancora la vasta chiazza di sangue dell’inquilino precedente, morto pugnalato da un ignoto amante. Si manteneva facendo il fotografo, però negli interstizi delle sue frasi baluginavano fulgide prospettive letterarie e cinematografiche. Erano iscritti anche loro all’università, ma lo consideravano un gioco esilarante. Quando dopo aver bevuto tutta la notte si presentava a un esame, discuteva con il professore da pari a pari, e immancabilmente il professore gli proponeva di fare la tesi con lui.</p>
<p>Poi ci siamo messi di nuovo a trascorrere le nostre notti a bere. Era passato del tempo, c’erano molte cose da dire. Lui non stava più assieme alla gattaccia, anche se lei restava pur sempre in cima alla piramide, con occhiate sfrontate da Madame de Merteuil, e io cominciavo a dubitare dei miei studi scientifici. In quanto a perversione avevo fatto qualche progresso: ero l’amante della ragazza con cui stava lui, lui lo sapeva, e io sapevo che lui sapeva. Le notti passate assieme mi apparivano tutte diverse, ma anche intrise da uno stesso sentore di rivelazione, di miracolo. Il miracolo della vita vissuta, non solo osservata. Io la vita ero abituato a spiarla, come traguardando sopra un fitto steccato.</p>
<p>Una notte in particolare mi è rimasta impressa: in una casa di campagna infossata tra le colline. Avevamo cominciato a bere mentre sopra di noi s’agglutinava una baluginante serenata invernale. Bevevamo i bottiglioni di vino bianco del vicino riattizzando regolarmente il fuoco del caminetto, perché appena le fiamme scemavano il freddo cominciava a mordere. Bevevamo e parlavamo. Ad un certo punto siamo usciti a prendere una boccata d’aria: il suolo era bianco e soffice, la strada era bianca, i fili della luce erano bianchi, perfino le colline erano bianche. Tutte le colline circostanti erano bianche, non riuscivamo a capire che cavolo gli fosse successo a quelle benedette colline. Erano diventate bellissime. La pipì disegnava barocchi ghirigori. Certo eravamo molto ubriachi, ma non poteva essere sola quella la causa. Quel bianco sfrigolava sotto le scarpe, e se ci chinavamo era leggero, immateriale. Poi abbiamo finito per capire che era nevicato. Era nevicato, e poi era tornate le stelle, più palpitanti e numerose di prima. E adesso verso est già s’insinuavano le primissime lattiginosità. Il miracolo della vita, appunto.</p>
<p>Ora quando gli dicevo una cosa mi accorgevo che poi non la sapeva solo l’ex fidanzata filosofa, ma la sapevano tutti, proprio tutti. In una versione anzi che mi metteva in cattivissima luce. Io però gli raccontavo sempre i miei segreti, perché non me ne rendevo tanto conto, o magari non volevo rendermene conto. Forse proprio per questo la gattona periodicamente situazionista mi chiamava Candidone, senza sapere che mio nonno si chiamava Candido davvero, come del resto anche una mia cugina e una costellazione di antenati. Del resto lui aveva una teoria anche per questo: i veri amici si riconoscono dalla maestria con cui ti piantano un affilato coltello nella schiena, diceva.</p>
<p>Tutti davano per scontato che poi avrebbe scodellato un grande romanzo o un grande film, e lui stesso lo sottintendeva, ma in realtà il tempo passava e non succedeva nulla. Beveva, e vedeva tutte le persone che conosceva, dando a ognuna quell’impressione di pregnanza di ogni istante che sapeva dare lui. Pilotava con tatto, nascondendo con autentico virtuosismo le tracce delle sue manovre. Il che era già un’attività a tempo pieno, una riuscita opera d’arte. Tutte le sue energie erano orientate a far sì di essere amato, e forse a amare a sua volta. Funzionava. Per pagare i colossali conti dei bar e le altre spese continuava a fare il fotografo. Dei lavoretti da città di provincia: pedissequi matrimoni, depliant un po’ mesti, improbabili pubblicità di squallide pizzerie, cose del genere.</p>
<p>Al suo funerale il prete non ha tirato fuori le trecentoundicimila lattine di birra e le centoquarantasettemila e cinquecento sigarette, ha parlato con sussurri intrisi di incenso del ruolo che ha avuto nella sua esistenza l’amore. Tutti i presenti erano tendenzialmente prevenuti contro le omelie funebri di appiccicaticcio stampo cattolico, ma erano molto commossi: era innegabile che quello che aveva saputo fare era farsi amare e amare. La quantità di facce lì presenti, la loro squassata emozione, il difficilissimo lutto che vi si leggeva di quello che avevano avuto da lui, ne erano una prova irrefutabile e concreta. Il prete suadente ha letto un bel passo del vangelo sull’amore, e tutti piangevano. Anch’io naturalmente piangevo.</p>
<p>(continua)</p>
<pre>(Immagine: W. Blake, <em>Adam naming the beasts</em>)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/28/autismi-14-il-mio-migliore-amico-1a-parte/">Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (1a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (2a parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 08:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lungo il canale c’è il divieto di stazionamento, quindi non penso più alle macchine parcheggiate. Penso che ho fatto proprio bene a strapparmi via dalla cittadina dove sono cresciuto. Penso che passeggiare per quell’asfittico coacervo di costruzioni stritolato tra inospitali montagne è uno strazio, perché tutte le persone ti conoscono o comunque ti guardano insistentemente come ti conoscessero, e soprattutto in qualsiasi direzione tu ti diriga la cosiddetta città finisce subito: non rimane che girare in tondo a testa bassa, come nel cortile di una prigione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/16/autismi-13-le-mie-passeggiate-2a-parte/">Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-23902" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/ponce-31-150x150.jpg" alt="ponce-3" width="150" height="150" />Lungo il canale c’è il divieto di stazionamento, quindi non penso più alle macchine parcheggiate. Penso che ho fatto proprio bene a strapparmi via dalla cittadina dove sono cresciuto. Penso che passeggiare per quell’asfittico coacervo di costruzioni stritolato tra inospitali montagne è uno strazio, perché tutte le persone ti conoscono o comunque ti guardano insistentemente come ti conoscessero, e soprattutto in qualsiasi direzione tu ti diriga la cosiddetta città finisce subito: non rimane che girare in tondo a testa bassa, come nel cortile di una prigione. E quindi anche le idee finiscono per girare in tondo, per sprofondare nel gorgo della xenofobia.<span id="more-23895"></span></p>
<p>Questa sera invece di prendere il solito ponte piatto tirerò dritto, e quando ne avrò abbastanza approfitterò di uno dei tanti ponti arcuati che con un’unica agile falcata metallica scavalcano il canale, mi dico quasi ogni notte, avvistando il ponte piatto acquattato in lontananza. Resterà pur sempre una passeggiata destrorsa all’andata e sinistrorsa al ritorno, ma sarà caratterizzata da un numero di passi n volte maggiore, e quindi da un incrementato rilascio di endorfine, visto il legame di proporzionalità che lega le due variabili, si dice l’emisfero scientifico del mio cervello. Senza rendermene conto gonfio un po’ il torace, come quando si fa i coraggiosoni.</p>
<p>Poi però all’ultimo istante il mio bacino compie l’identica rotazione di sempre attorno alla ringhiera di ferro del solito ponte, come attratto da una calamita. Percorro il solito ponte facendo strisciare la mano tenendola un po’ aperta, ma in modo che il mignolo venga trascinato sulla superficie metallica, e in guisa di commiato si giri e dia un colpetto con l’unghia. Sempre gli stessi balzelli apparentemente casuali, sempre lo stesso commiato. La prima volta chissà perché ho fatto così, e allora continuo a fare così.</p>
<p>In tutti i viaggi da che mondo è mondo arriva sempre l’istante fatidico del doppiaggio della boa. Per giorni e giorni, mesi, anni, tutte le nostre energie erano proiettate in senso centrifugo, tutti i nostri pensieri davano per scontato che non saremmo mai tornati indietro, e poi invece le nostre gambe si riavviano verso dove sono partite, e anche la testa si rincammina verso casa. Anzi, la nostra testa è sempre un po’ in anticipo, sgambetta febbrile nella direzione indicata dai nostri alluci: come i cani quando li si lascia liberi. Senza che ce ne rendiamo conto comincia a mettere il naso in quello che succederà dopo, fiuta già il panino di cui avremo voglia, la birra fresca che desidereremo. La nostra testa utilizza la conoscenza impudica che ha di noi per prepararci delle sorprese.</p>
<p>Io però sono ancora lì al ponte girevole coricato accanto alla chiusa, e non penso ancora a quando sarò di nuovo a casa. Scendendo la rampa che riporta al livello del canale guardo se sulla riva ci sono le tende dei barboni. Lo so che li hanno cacciati da anni, ma certi ricordi ci mettono un sacco di tempo a liberare il terreno, sono come quegli attori già crivellati di colpi che a ogni nuova trafittura sussultano di ulteriore dolore, ma non si decidono a schiattare. Tu sai che quell’attore tutto bucherellato è ormai spacciato, ma non è ancora morto del tutto, occupa ancora tutto il tuo spazio mentale.</p>
<p>Per certi versi è un po’ come un semaforo cocciuto, la mia testa. Si ricorda delle tendine da montagna e di tutte le carabattole che le attorniavano: gli armadietti improvvisati con le cassette della frutta, le specchiere trovate per strada, i carrelli del supermercato, le ruote di bicicletta, gli ombrelloni, le canne da pesca, le putride poltrone regalmente affacciate sul canale. E avrebbe ancora voglia di vedere quell’accampamento aristocraticamente miserabile: i senza tetto se la spassavano bevendo il loro vinaccio tetrapak, scivolando nella scontata catalessi beckettiana. Ogni volta che passavo mi dicevo che sarei sceso a vedere se davvero il loro modo di vivere fosse migliore di quello della gente cosiddetta normale. È un dubbio che devo togliermi, mi dicevo. Poi però li hanno sloggiati, perché facevano un po’ disordine, stando alle autorità: non se ne è fatto più fatto niente.</p>
<p>Alla fine della discesa mi imbatto nel solito cesso con la monetina. Non è possibile che non abbia mai fatto l’esperienza di uno degli emblemi architettonici della condiscendente ma anche prodiga metropoli nella quale mi sono incistato da tanti anni, mi dico ogni volta. Non certo perché ne provi il bisogno, visto che prima di uscire di casa faccio sempre venti secondi precisi di pipì, ma per spassionata sete di sapere. Come si aziona lo sciacquone? Com’è il sostegno della carta igienica? Lo specchio è grande o piccolo?</p>
<p>Ogni sera finisco però per rimandare al giorno dopo. Tanto che quei cessi che al mio arrivo apparivano degli avveniristici gioielli delle pisciate tecnologiche, adesso cominciano a apparire un po’ obsoleti. Bisogna che mi sbrighi, se non voglio ritrovarmi in un cesso di antiquariato, mi dico qualche sera, congratulandomi con me stesso per l’arguta battuta, ma anche un po’ preoccupato per la brevità dell’esistenza umana.</p>
<p>Per i giovani è molto importante fare i giovani, è normale, mi dico contemplando il cimitero di cartacce sulla riva che costeggia l’acqua marrone. Il problema è come conciliare le peggiori forme di inquinamento con le libertà individuali, mi dico. Se per esempio io uscissi a passeggiare più presto, la mia diventerebbe una corsa ad ostacoli costellata di frasi vaganti e corpi intersecati, un esercizio di equilibrismo tra bicchieri pieni e spinelli accesi, una prova di resistenza psichica, invece che una passeggiata come la intende la mia testa.</p>
<p>Chissà se è davvero in casa, penso, mentre costeggio il palazzo dove abitava l’amica di mia moglie. Mi succedeva anche da piccolo, nella cittadina anossica dove sono stentatamente cresciuto, e dove faccio l’errore di tanto in tanto di tornare: la gente traslocava, ma nel mio pensiero continuava a abitare nello stesso posto. O meglio abitava un pochino anche in quello nuovo, ma pochissimo, quasi niente. Quindi nascevano facilmente dei disguidi e dei malintesi, ne nascono tuttora.</p>
<p>Non avevo ancora capito che quella che un giorno sarebbe diventata mia moglie bisogna tirarla come una valigia a rotelle, se non si vuole arrivare assurdamente in ritardo, mi dico ogni volta che ho rinunciato all’idea di andare a trovare l’amica che non abita neanche più lì. È un pensiero puntuale come un orologio atomico. Pur di arrivare quando già i primi invitati ripartono si cambia dieci volte, telefona, pulisce dove di solito non si pulisce mai, si incolla come una ventosa alle vetrine, contempla i cartelloni dei cinema fino a impararli a memoria, cerca di attaccar briga: ogni pretesto è buono. Ci vuole molta pazienza, e anche molto tatto, ma i risultati si possono toccare con mano: adesso alle cene e alle feste non sono più costretto a spiluccare dai piatti di plastica abbandonati sui caloriferi. Fa piacere rendersi conto di avere fatto dei passi in avanti.</p>
<p>Mentre procedo penso alle peculiari abitudini di mia moglie: quando rientriamo dagli inviti a cena apre il frigorifero, e mangia del formaggio emmenthal mordendolo come se fosse una tavoletta di cioccolato. Certe volte ci spalma sopra della mostarda, certe volte no. Io per anni pensavo che tutti in quella imprevedibile città al rientro dalle feste mangiassero il formaggio in quella maniera. Quando si è in un posto nuovo si prendono un sacco di cantonate.</p>
<p>Non so perché le risposte alle domande che mi hanno fatto e le battute divertenti mi vengono in mente solo mentre mia moglie morsica il formaggio tenendolo come se fosse un tramezzino. Perché non hai detto una parola in tutta la serata?, mi ribatte lei, con i tipici rimbombi liquidi di chi parla con la bocca piena di formaggio. Ha la voce roca, perché a lei quando l’invitano piace conversare, non mangiare. Arriva in surreale ritardo, ma poi si rifà ampiamente con le seriose conversazioni culturaleggianti da quartiere favorito di megalopoli. Perché non hai fatto che abbuffarti, senza guardare e senza parlare con nessuno?, mi chiede, aggiungendo altra mostarda al suo formaggioso pezzo di formaggio.</p>
<p>Io non so cosa ribatterle, perché ripensandoci pure a me sembra di non aver parlato più di tanto. È difficile difendersi, quando non si ha poi così ragione come si presupponeva. È come giocare a tennis con dei tacchi a spillo: ce se la si può fare, ma si parte molto svantaggiati. Soprattutto quando non si sa giocare a tennis, com’è il mio caso. Io però continuo a parlare, perché provo pur sempre la necessità di riprendere certi temi particolarmente stimolanti germinati durante la serata che lì per lì mi era sembrata oltremodo uggiosa. Forse è anche l’effetto delle bevande alcoliche ingerite, non lo saprei dire, ma è così. Mia moglie invece di rispondermi sbuffa, e si avvia con il suo formaggio in mano verso la camera da letto. Non è molto appagante parlare da soli, sembra sempre di sapere già tutto. Allora finisce che accendo la televisione, e cerco un documentario scientifico per esempio sul senso di orientamento delle termiti.</p>
<p>Superato il negozio che non si sa bene cosa venda avvisto di nuovo l’albergo dove secondo me hanno girato il capolavoro, questa volta di faccia, esattamente come appare in alcune scene emblematiche del film. Questo è l’albergo dove hanno girato il grandioso capolavoro, mi dico, godendomi la libertà di pensare quello che voglio senza che nessuno mi contraddica. A certi pensieri si rimane molto affezionati, anche se la loro veridicità appare ormai compromessa. Sono pur sempre degli amici che ci hanno accompagnati per un pezzo di strada, che ci fanno bene all’anima.</p>
<p>Secondo mia moglie dovrei andare a passeggiare di giorno, non di notte, mi dico passando davanti all’orologiaio con le sveglie impolverate in vetrina. Secondo lei le persone normali passeggiano di giorno, o al limite di sera, mai nel cuore della notte. Io le ribatto che di giorno non c’è lo spazio materiale per camminare, e soprattutto l’aria è satura di sguardi e di pensieri altrui, di frasi e di idee che cercano di incasellarti, di farti fare quello che vogliono loro. Di giorno si può al massimo farti colonizzare il cervello da pensieri parassiti, esattamente come succede nelle cittadine di provincia sempre pronte alle derive xenofobe, non passeggiare come lo intendo io, dando libero corso ai propri pensieri. Mia moglie però non può capirlo. Secondo lei il mio vero obiettivo è fare sempre il contrario di quello che fanno gli altri.</p>
<p>Man mano che mi riavvicino a casa mi rendo conto che sempre più automobili parcheggiate mi sono familiari. Alcune le conosco per così dire intimamente: riconosco i graffi, gli oggetti disseminati all’interno, il tipo di disordine o di maniacalità, quello che si potrebbe chiamare il carattere. Parlerei di amicizia, se appunto i dizionari non si intestardissero a riservare il concetto di amicizia per gli esseri umani, meglio se non ancora deceduti, e per gli animali di compagnia. È inevitabile che un po’ alla volta ci si affezioni. Questa è la tipa che piange sempre, mi dico, passando accanto all’utilitarietta con la prodiga scatola di fazzolettini sul cruscotto. Questo è lo spilungone che si crede un cow-boy, questo è il professorino con gli occhiali spessi due dita, questo lo stiticaccio repellente. Checché se ne dica le automobili sono dei gran bei giocattoli: non sarà facile trovare un gioco altrettanto riuscito, quando anche l’ultima goccia di petrolio sarà finita.</p>
<p>Ma sarà davvero sempre il cane che soffre di insonnia o sarà invece il padrone?, mi chiedo qualche sera, fermandomi anch’io a fissare il buco del culo che trepida nella luce clorotica del viale intersecato perpendicolarmente dalla mia traiettoria. O saranno per caso tutti e due?, mi domando, ipnotizzato dalle palpitazioni peristaltiche che precedono la defecazione. Non è però un pensiero che mi viene sempre, è un pensiero che si fa sotto una volta ogni tanto. Come quelle persone che quando te le ritrovi davanti riconosci al primo sguardo, ma che poi per dei mesi o anche per anni non incontri più. Probabilmente si divideranno i ruoli, come succede sempre nelle coppie, finisco per rispondermi, meditando alle mie esperienze personali.</p>
<p>Risalgo verso casa nostra sul marciapiede di sinistra, quello per il quale sono sceso, e che mi appare come il marciapiedi di destra solo perché sto camminando nel senso contrario rispetto a quello dell’andata. Se fossi coerente percorrerei il marciapiede di sinistra, lo so bene, ma non sono affatto una persona coerente, bisogna che ci rassegniamo. Le mie passeggiate non hanno la liscia perfezione delle statue del Canova, è un dato oggettivo: sono piene di anfrattuosità, bitorzoli, irregolarità di ogni tipo.</p>
<p>Chissà se i miei amici teppisti sono ancora in servizio, mi dico prima di sbucare sulla piazzetta dove abitavamo prima. Qualche volta sono davvero lì, spesso restano solo le lattine vuote di birra. Se si sono dileguati vuol dire che sta arrivando la polizia: in cima alla salita vedo apparire una macchina con il lampeggiante blu, lenta e minacciosa. Non ho mai capito come facciano i miei amici teppisti a sapere che stanno arrivando gli sbirri. Probabilmente hanno dei colleghi più in alto che in qualche modo li avvertono, o anche solo hanno un micidiale teppistico sesto senso, vallo a sapere: quel che è certo che quando la polizia appare non c’è più l’ombra di teppista.</p>
<p>Entrando nel nostro appartamento lotto contro il desiderio di svegliare mia moglie e raccontarle tutte le meraviglie che ho visto e che ho pensato nel corso della mia entusiasmante passeggiata. Ma in realtà so che lei non sarebbe affatto contenta. Mugolerebbe che vuole dormire, che la mattina dopo deve lavorare. O anche mi morderebbe, perché certe volte la notte è un po’ nervosetta. E allora mi tolgo le scarpe, e transito per il salotto camminando sulla punta dei piedi come un amante in incognito, come un temibile ladro.</p>
<pre>(Immagine: Ricardo Ponce, <em>De la serie: Manicomio particular</em>)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/16/autismi-13-le-mie-passeggiate-2a-parte/">Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (1a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 08:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Spesso la sera esco a passeggiare. Questa notte andrò in su o in giù?, mi domando mentre mi preparo. Mi piace non sapere in che direzione mi avvierò: sono una persona che ama sopra ogni cosa la propria libertà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/14/autismi-13-le-mie-passeggiate-prima-parte/">Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-23887" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/ponce-2-copy-150x150.jpg" alt="ponce-2 copy" width="150" height="150" /></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Spesso la sera esco a passeggiare. Questa notte andrò in su o in giù?, mi domando mentre mi preparo. Mi piace non sapere in che direzione mi avvierò: sono una persona che ama sopra ogni cosa la propria libertà. Non sopporterei per esempio di dover andare sempre in giù, o anche solo sempre in su. Languirei sotto una dittatura, dove ti impongono loro la direzione da prendere, o anche solo in una di quelle cittadine di provincia infestate di occhi surrettiziamente dirigisti. In su c’è il parco, in giù c’è il canale, mi dico, soppesando i pro e i contro delle due opzioni, e provando la tenue vertigine di ignorare dove finirò per cacciarmi.</p>
<p>Quando però esco dal portone del nostro caseggiato le mie gambe prendono sempre la direzione del giù. <span id="more-23883"></span>Io per molti versi sono attratto più dal su che dal giù, ma loro si avviano senza stare lì tanto a tergiversare verso il canale. Non mi resta che assecondarle, dicendomi che se ne avrò abbastanza del canale potrò pur sempre fare dietrofront, e avviarmi alla volta del parco. L’importante è restare libero di fare quello che mi pare e piace, mi dico, accorgendomi che in fondo sono io stesso contento di convergere come sempre verso il canale.</p>
<p>Gli occhialetti saccenti che secondo l’oculista sarebbero i più adatti alla mia miopia mi danno il mal di mare, e quindi li lascio a casa, ma anche con i miei vetusti affezionati fanali mentre scendo la nostra via vedo pur sempre un sacco di cose. Vedo il marciapiede bigio davanti a me, vedo i lampioni che saturano di esausta luce metropolitana la strada vuota, vedo i palazzi con quasi tutte le finestre addormentate. Mi piace che non ci sia in giro nessuno, a parte qualche catalettico accompagnatore di cane. Mi solleva non dovermi sentire appiccicati gli sguardi di tutto quel brulichio di individui che si affannano di giorno, non sentirmi costretto a guardarli a mia volta.</p>
<p>Appena la fissi la gente della pretenziosa città fa finta di non averti nemmeno avvistato, ma in realtà ti ha scannerizzato dai capelli alla punta delle scarpe. Anzi, è proprio perché sono persuasi di averti penetrato fino al midollo, di sapere ormai tutto di te, che simulano che tu sia trasparente. Guardano con sufficienza dall’altra, come quando appunto si è sazi di qualcosa.</p>
<p>La sera tardi invece i passanti sono ormai una specie in via di estinzione. Contemplano per lo più le esitazioni peristaltiche degli ani dei loro inseparabili amici. È molto confortante che siano tutti presi dalla loro ipnotica relazione anale, che abbiano già tutto quello di cui hanno bisogno. Di giorno gli individui non fanno che elemosinare interessamento e considerazione, lo trovo sfiancante. Mi sembra che anche l’aria sia più pulita, e più catartica, la notte, per il fatto che ci siano in giro solo delle anime sature di coprofilico amore.</p>
<p>Mentre scendo la nostra via penso alle costose merci che dormono dietro le serrande dei negozi, naturalmente con una voyeuristica e quindi contraddittoria apprensione che irrompa un abile ladro, contemplo le fluorescenze verdognole o violette del cielo metropolitano, fisso le cartine sul marciapiedi. Le cartine disseminate sull’asfalto raccontano tutto quello che è successo durante il giorno: varrebbe la pena di studiarle con la meritata applicazione, invece di snobbarle o addirittura denigrarle, mi dico. Se ne scoprirebbero proprio delle belle, mi dico, sperimentando il brivido lungo la schiena che devono provare gli storici quando snidano un archivio intonso. Ma i miei piedi impazienti mi trascinano veloci giù per la discesa, non ho tempo per le ricerche etnografiche. Decifro allora le scritte tronfie di orgoglio vetero-industriale dei tombini di ghisa, contemplo i mobili abbandonati sul marciapiedi, veri e propri relitti di intimità domestiche alla deriva. Gli arredi che accompagnano i nostri amori non possono durare sempre, come non duriamo sempre noi, filosofeggio.</p>
<p>Nel mio sguardo sfilano le automobili parcheggiate. Si stringono l’una all’altra fin quasi a toccarsi, come per farsi coraggio, per tenersi calde una con l’altra. Si vede che ogni centimetro è prezioso, e che sono ben contente di aver trovato un buco dove cacciarsi. Alcune però sono un po’ monelle, e si sono stravaccate dove proprio non si potrebbe. Io le guardo, e mi ispirano tutte una languorosa commozione. Di giorno i loro egoisti padroni le usano per farsi scorazzare a piacimento e per pavoneggiarsi, e poi la notte le abbandonano nell’umidiccio affranto della notte, e per non avere pensieri di sorta si tirano le lenzuola sulla testa.</p>
<p>Spesso tra le tante ne riconosco una che era lì anche il giorno prima. Toh, guarda chi si vede!, mi dico, con quell’irriflesso sussulto della testa di quando ci si imbatte in una vecchia conoscenza. Checché se ne dica fa sempre piacere incappare in una faccia nota: ci si sente meno naufragati, meno inessenziali.</p>
<p>Arrivato nella piazzetta dove abitavamo prima avvisto da lontano il solito manipolo di teppisti. I cosiddetti onesti cittadini dormono, loro invece se ne stanno lì a fare i loro loschi commerci, a complottare chissà quali infrangimenti della legge. Qualche sera sono assembrati in circoli serrati, qualche altra sgranati come denti di un coccodrillo contro il muro di un attonito palazzo, ma sempre con i cappucci sollevati sui crani rasati, con le loro voci scabre e violente, gli sguardi laterali da teppisti. Ogni tanto sciolgono dei richiami che rimbombano ancestralmente nella notte opalina, di punto in bianco intrecciano risa provocatrici e disperate. Sono lì anche in pieno rigore invernale, anche quando nevischia: sono condannati a stare lì a fare i teppisti. Mentre li dribblo ostentando indifferenza mi immagino che sguainino un aguzzo coltello e mi fendano la gola: provo un brivido lungo la schiena. Ma finora non è mai successo, e probabilmente non succederà mai. Il brivido però si innesca pur sempre, perché l’immaginazione fa presto a infiammarsi.</p>
<p>Non so perché scendendo la via percorro sempre il marciapiede di sinistra. Sempre e solo quello di sinistra. Spesso naturalmente mi dico che farei bene a passare a quello di destra: sporgendo il collo cerco di immaginarmi la visuale radicalmente diversa che avrei. Quando sono più in forma, più in vena di dare finalmente la sterzata alla mia esistenza che tutti auspichiamo da anni, decido di lanciarmi. Questa sera vado dall’altra, mi dico, sentendo lievitare dentro di me la prurigine dell’azione. Il mio battito cardiaco si lancia al galoppo, il respiro comincia a mancarmi. La mia volontà di attraversare mi appare ormai come un’invincibile despota al quale non mi resta che arrendermi. Adesso vado!, mi dico, affondando il collo nelle spalle.</p>
<p>Poi però rimango sul solito marciapiede, quello di sinistra. Come dire, a conti fatti preferisco restare sul sicuro. Sono anzi molto sollevato, al pensiero di non essermi buttato in un’impresa votata verosimilmente a una fine tragica, come per esempio la volta che avevo deciso di passare le cosiddette vacanze estive in compagnia. Mi godo insomma la sicurezza che rimanendo lì sul marciapiede di sinistra non avrò né sorprese né delusioni.</p>
<p>Passando davanti al locale d’angolo rifletto al destino. Certi pensieri sono più puntuali delle campane di mezzogiorno. Aprono una pizzeria al taglio, mi dico, e la pizzeria al taglio fallisce. Aprono un’agenzia di viaggi, e l’agenzia di viaggi va in malora. Inaugurano un negozio di vestiti, e chiude inspiegabilmente anche quello. Nessun negozio del circondario è mai fallito, mentre quello all’angolo seguita inesorabilmente a fallire. Sono riflessioni che mi si riformulano ogni sera più o meno nello stesso modo, e a dir la verità ne farei volentieri a meno. Non mi va di rivangare dei fallimenti, esistenziali o commerciali che siano. Poi però mi lascio alle spalle il locale d’angolo, e il mio cervello trotterella altrove. La mente è un po’ come le puttane, va dove la portano i clienti, vale a dire gli occhi. Non mi è mai capitato di pensare ai fallimenti del locale d’angolo, o anche solo ai miei, quando costeggio il canale, tanto per intenderci.</p>
<p>Mentre incedo baldanzoso guardo ancora le automobili parcheggiate. Come dice mia moglie ci sono delle cose ben più edificanti dei veicoli adibiti al trasporto individuale, e quindi cerco di concentrare l’attenzione su qualcos’altro, per esempio le facciate enigmatiche dei caseggiati. I miei occhi ricascano però come avvoltoi sulle auto innamorate del marciapiede. Seat Ibiza, Peugeot 207, Honda Civic, si dicono i miei occhi, sbirciando le scritte ogni volta che hanno qualche dubbio: per forza di cose alla mia età si è restati un po’ indietro. I miei occhi adorano la tassonomia automobilistica.</p>
<p>In qualche minuto le mie gambe arrivano pimpanti e speranzose al canale. Fa molto piacere trovarsi davanti l’acqua stagnante del canale, anche se è pur sempre l’acquaccia della notte prima. Io il canale lo costeggio sempre stando sulla riva destra, perché dopo tante sere sono abituato così. Mi piace avere la muraglia di palazzi incastrati uno nell’altro sulla destra, e la piastra marrone dell’acqua sulla sinistra. Lo trovo rassicurante, e nello stesso tempo anche un po’ sensuale. Come infilare un vecchio golfino nel quale ci sentiamo perfettamente a nostro agio, per capirci.</p>
<p>Uno dei tanti motivi per i quali adoro la metropoli che mi sopporta ormai da anni è che tutti i palazzi hanno sei piani. I primi tempi stai lì sempre a verificare, perché ancora non ti fidi al cento per cento, poi non occorre neanche più contarli, sono sempre sei. Sai che comunque vada ci sono sei strati di persone, sei palchi di occhi che guardano una fetta di cielo e i caseggiati di fronte, sei iterazioni di infissi e tubature, sei sfogliature di lenzuola e di coperte. È una circostanza molto rassicurante. Aborro le città dove ogni casa ha un numero di piani diverso, e non sai mai cosa devi aspettarti. Quella dove sono cresciuto, per esempio. È un disordine che crea le più bizzarre paranoie. La gente finisce per essere sospettosa di ogni nuovo immigrato, per trincerarsi nella più primitiva xenofobia.</p>
<p>Dopo il platano con il tronco molto svasato transito davanti all’albergo che nonostante la grande scritta ALBERGO non è più un albergo. Questo è l’albergo del celeberrimo film con gli infervorati balli popolari sulla riva del canale, mi dico, pensando nel contempo a mia moglie. Il fatto è che ogni volta che passiamo di là mia moglie mi spiega in lungo e in largo che il film non è stato affatto girato lì. È stato girato in un albergo che era la copia di quello, ma era di cartone!, mi dice, sempre più esasperata. Di CAR-TO-NE!, urla, con gli occhi di fuoco. Io ho imparato che quegli occhi luciferini è meglio non contraddirli, ma per me il film è stato pur sempre girato lì.</p>
<p>Se è estate sulla riva del canale ci sono infinite cartacce, perché la sera i ragazzi fanno i loro pic-nic metropolitani sulle sponde slabbrate di cemento. Centinaia e centinaia di pic-nic uno appiccicato all’altro, ciascuno similissimo agli adiacenti, tanto che ci si domanda come facciano gli adepti a non sbagliarsi di compagnia. Agglutinati in palpitanti circoli i giovani mangiano, bevono direttamente dalla bottiglia, discutono, ridono, fumano, si levano le scarpe, si abbracciano, si grattano la testa, suonano la chitarra, cantano, si baciano, si drogano, fanno i giovani in tutti i modi possibili e immaginabili, e poi quando se ne vanno lasciano una distesa di meste cartacce.</p>
<p>So già in anticipo cosa penserà la mia testa a ogni cartaccia che vede: che chi l’ha abbandonata dovrebbe andare a lezione di basket. La mia testa è per certi versi molto tradizionalista, per non dire di destra. Io invece cerco di interpretare il fitto bisbigliare nostalgico: come tutti gli esseri alle prese con la fase conclusiva dell’esistenza le cartacce rivangano sempre e solo il passato. E mentre prendo nota di quegli spezzoni di vissuto per certi versi già remotissimo mi dico che a far bene bisognerebbe vendere le merci senza cartaccia attorno, in modo da risolvere il problema alla radice. Se uno si fa un panino a casa non lo infila in una cartaccia, se lo mangia subito, tanto per fare un esempio. Oppure bisognerebbe adottare delle cartacce commestibili, in modo che la gente si pappi anche quelle. O anche ci vorrebbero delle cartacce auto-combustibili, che dopo un tot di tempo che sono per terra prendono fuoco, anche se poi forse ci sarebbe sempre puzza di bruciato, e sarebbe pericoloso per via dei bambini e dei cani.</p>
<p>Subito dopo l’albergo dove secondo qualcuno non hanno girato il film ma dove per me lo hanno girato avvisto sulla riva opposta le finestre dell’appartamento dove abitava l’amica più amica di mia moglie. Sono al quarto piano, e vista l’ora sono sempre spente. Chissà se sta dormendo bene, mi chiedo, fissando i riflessi delle sonnamboliche lattiginosità della città assopita, o comunque finta tale. In realtà sono ormai diversi anni che l’amica di mia moglie si è trasferita in un altro quartiere, ma per me abita pur sempre dietro a quei vetri: checché se ne dica il cervello dei primati ha una grande inerzia.</p>
<p>Quasi ogni sera guardando quelle finestre penso a tutte le volte che l’amica di mia moglie ci ha invitati da lei. Mi sembrava molto esotico che tutti al nostro arrivo avessero già finito di cenare, e che facessero come se il nostro ritardo fosse una cosa esilarante. Ero sbarcato da poco, e non avevo ancora realizzato che in quella città così spocchiosamente frivola della quale mi ero innamorato erano solo i sempliciotti appena sbarcati dalle campagne puzzolenti di mucche, o anche solo xenofobe, che si stupivano ancora di qualcosa. Non avevo ancora imparato che meno ti stupisci e più sei valutato. Vedi uno che va in bicicletta tutto nudo? Non batti ciglio. Avvisti una tipa che cammina all’indietro? Guardi l’orologio. Incappi in un bambino che picchia selvaggiamente la madre? Ti fai una risata.</p>
<p>Fuori dagli occhi fuori dal cuore, come dice il proverbio: oltrepassato il caseggiato dove abitava l’amica di mia moglie non penso più a lei. Guardo il semaforo, e penso appunto ai semafori che poverini soffrono di insonnia. Non c’è in giro nessuno, ma loro continuano a passare dal rosso al verde, e poi dall’arancione al rosso. Lo fanno tutto il giorno, e allora continuano anche la notte, perché ormai lo hanno nel sangue. Sempre la stessa sequenza di colori, senza mai sbagliarsi, senza farsi prendere dalla fatica. Bisognerebbe avere più considerazione dell’umile ma anche imprescindibile attività dei semafori, mi dico.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<pre>(Immagine: Ricardo Ponce, El Grito)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/14/autismi-13-le-mie-passeggiate-prima-parte/">Autismi 13 &#8211; Le mie passeggiate (1a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 12 &#8211; Il mio primo ministro</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 08:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
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<p>Fin da marmocchio il mio primo ministro aveva la passione delle compere. Non solo figurine e barrette di cioccolato, tutto. Se per esempio andava a casa di un amichetto a giocare al Monopoli, gioco che si è rivelato fondamentale per la sua formazione intellettuale e umana, prima o poi batteva con le nocche sui muri e chiedeva: “è in vendita?”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/30/autismi-12-il-mio-primo-ministro/">Autismi 12 &#8211; Il mio primo ministro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-23043" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/funes_G3097_11649569802-300x202.jpg" alt="funes_G3097_1164956980" width="300" height="202" /></p>
<p>Fin da marmocchio il mio primo ministro aveva la passione delle compere. Non solo figurine e barrette di cioccolato, tutto. Se per esempio andava a casa di un amichetto a giocare al Monopoli, gioco che si è rivelato fondamentale per la sua formazione intellettuale e umana, prima o poi batteva con le nocche sui muri e chiedeva: “è in vendita?”. Poi adocchiava la radio, la televisione ancora non c’era, e chiedeva: “è in vendita?”. E quando incrociava una qualsiasi sorellina con le gambette nude domandava: “quanto costa? È libera per questa sera? Fate uno sconto?”. Idem a scuola, voleva sempre comprare il secchione che gli passava i temi di latino, l’asino simpatico che faceva le belle battute, la squadra avversaria di pallavolo, qualche volta perfino le professoresse. “Se vai avanti così finirai per comprarti tutto il paese!”, gli diceva suo nonno, che era un gran visionario.<span id="more-22847"></span></p>
<p>Il mio primo ministro la mattina non legge i quotidiani come fanno gli altri governanti e gli uomini politici. Lui li compra. Per intenderci: invece che dal giornalaio va dal notaio, e compra tutto il giornale. Una volta che l’ha comprato ci fa scrivere sopra quello che piace a lui, così non perde tempo a leggerlo. I giornali che per qualche motivo non riesce a comprare li denuncia per tutte le castronerie e le calunnie che sparano fuori, gelosi in realtà di non essere stati comprati a loro volta.</p>
<p>Stessa cosa con le televisioni. Per lui comprarsi una televisione non vuol dire comprarsi l’apparecchio da mettere in salotto, vuol dire comprarsi tutto, dall’edificio con sopra le antenne fino ai mezzibusti che ci sono dentro, includendo anche le signorine che esibiscono le scollature arrapanti e le coscione. Con la differenza che con le televisioni è convinto di fare un affare molto più vantaggioso, perché se dovesse comprarsi tutti i telespettatori individualmente perderebbe un sacco di tempo, e spenderebbe un patrimonio. Così invece lui ha la sua bella televisione, e gli spettatori quando ci sono le elezioni votano per lui, contenti degli arrapamenti e di tutto il resto. Due piccioni con una fava. Se proprio una televisione non riesce a comprarsela, per esempio perché è statale, compra chi ci sta dentro. Quei pochi che si ostinano a non farsi comprare li accusa di essere contro la proprietà privata, vale a dire dei comunisti, e li fa chiudere negli stanzini delle scope.</p>
<p>Del resto anche quando vuole comprarsi un album di fumetti da leggere finisce sempre per comprarsi con le buone o con le cattive tutta la casa editrice. Perché sa bene che se poi per qualche ragione si comprasse un altro album della stessa casa editrice, e poi un altro ancora, tenendo conto degli interessi e di tutto il resto, finirebbe in realtà per spendere di più. È una questione di economia di scala. E poi così loro gli mandano tanti libri a casa, e lui si rende conto di prima persona di quanti libri inutili, o addirittura dannosi, si pubblichino oggigiorno.</p>
<p>Il mio primo ministro, forse proprio per tutto lo shopping che fa, occupazione che notoriamente rende un po’ euforici, è sempre sorridente. Questo è molto importante: fanno cadere le braccia quei governanti che si scoraggiano perché l’economia batte un po’ la fiacca, o per qualche punto percentuale in più o in meno di disoccupati, o per un pugno di aspiranti immigrati che non sanno tanto nuotare. Come dice lui stesso per forza le cose vanno male, se tutti sono così pessimisti. E figuriamoci se il capitano di una nave si mettesse a lagnarsi un giorno sì e uno no che c’è la possibilità molto concreta di affondare. Il ruolo del primo ministro è quello di infondere fiducia a palate, che diamine. Ti tiri subito su di morale se vedi che il tuo primo ministro fa un bel sorriso furbacchione, mostra dei bei denti sani.</p>
<p>Il mio primo ministro ha tanti capelli. È bello che il proprio primo ministro non abbia un pedissequo capoccione pelato, una di quelle cocuzze impiegatizie che deprimerebbe qualsiasi festicciola mondana. Da’ anche questo fiducia. Insomma tanti, tantini. Le malelingue comuniste dicono che ognuno gli è costato un occhio della testa, ma naturalmente sono solo invidiosi della sua apparenza sempre più giovanile, e sotto sotto vorrebbero nazionalizzare anche tutte le sue cliniche di bellezza. Del resto è come quando entri dal meccanico con un’auto di classe ma un po’ logoratina, se ti fai spianare le rughe tanto vale far mettere anche i capelli e aggiungere un qualche millimetro di statura.</p>
<p>Il mio primo ministro s’è letto tutti i fumetti e s’è visto tutti i cartoni animati che trovava sull’argomento, e quindi ha capito cos’è il vero pericolo. Ha capito che dopo il crollo del muro di Berlino il fuoco è solo sopito, ma può ripartire da un momento all’altro. Ha capito che non c’è niente di più pericoloso delle ceneri che sembrano spente, che nascondono infingardi bagliori rossi. Sa che i comunisti sono ancora vivi e vegeti, aspettano solo il momento per sfilare da sotto il letto la falce e il martello e ridurre sul lastrico gli onesti imprenditori. Sa che sono solo travestiti da paciosi giornalisti, magari stranieri, da procuratori, da professori universitari, da parlamentari, da pescivendoli, da scrittori, da precari, e che quello a cui mirano è cercare di nazionalizzare le sue amate televisioni, i suoi amati giornali, le sue prostitute.</p>
<p>Il mio primo ministro è perseguitato dagli invidiosi e dai cospiratori comunisti, i quali spacciano per interesse privato le sue generose battaglie politiche, e continuano a invischiarlo in rogne giudiziarie di tutti i tipi. Lui però è un volpone, e invece degli avvocati paga direttamente i giudici. È un sistema che andrebbe generalizzato, perché fa risparmiare un sacco di parole inutili, e in definitiva una montagna di soldi. E finalmente i tempi della giustizia si accorcerebbero un attimino. Certo però ancora meglio sarebbe che ogni calunniatore fosse condannato lui alla pena massima prevista dal codice penale per il reato a cui si riferisce la denuncia. E allora ha fatto proporre una legge in questo senso. Valida per lui, per il secondo ministro, il terzo e perfino il quarto. Così non si sente solo.</p>
<p>Il mio primo ministro ama la gioventù, ragione per la quale ha un sacco di amichette. Loro gli sorridono e lo chiamano “Papi”, e lui gli racconta le storielle e gli fa dei bei regalini. Delle collanine, dei viaggetti in aerei con i piloti vestiti tutto di verde – colore perfettamente adatto alla loro età – delle mutandine colorate. Le più belline, o anche solo quelle con le gambette più slanciate, le compra, e le affida ai suoi sottoposti delle televisioni perché abbiano un’educazione all’altezza delle sue aspettative. Quelle più grandicelle le inserisce invece nelle sue liste elettorali. Spesso e volentieri finisce per affezionarsi anche ai genitori, perché in fondo è un gran sentimentalone, e allora compra anche quelli.</p>
<p>Il mio primo ministro, ma questo non ha niente a che fare, un giorno è andato in farmacia, e ha detto che voleva comprarsi il viagra. Il farmacista, che sotto sotto era un po’ comunista, gli ha ribattuto che ci voleva la ricetta medica. Lui s’è messo a urlare che solo i comunisti potevano essere tanto perversi da imporre la ricetta medica anche per comprarsi il brevetto di una medicina. Era furente, voleva che il farmacista fosse arrestato e venisse condannato per associazione sovversiva. Insomma, ha finito per comprarsene solo due autotreni.</p>
<p>Il mio primo ministro racconta delle barzellette che ti fanno piegare in due dal ridere. Purtroppo vista la sua carica non può però sfoderare quelle sui carabinieri, che sarebbero le sue preferite. E allora si rifà con quelle sugli omosessuali e sugli ebrei, che sono pur sempre molto spassose. Lui ce l’ha nel sangue, l’umorismo. Un umorismo raffinato, che tradisce a ogni parola le sue insigni radici umanistiche. Gli uomini di stato degli altri paesi, e soprattutto le donne di stato, sono talmente invidiosi che appena lui tira fuori una battuta lo guardano in cagnesco, o anche fanno finta di non aver sentito. Lui però non se la prende più di tanto, perché ha un buon carattere, e ride da solo.</p>
<p>Il mio primo ministro è convinto che le discussioni siano solo una gran perdita di tempo, e in definitiva di soldi. Nel suo partito invece di stare lì tanto a ciarlare si limita a dare degli ordini, e tutti li applicano pari-pari. È un sistema che funziona alla meraviglia: rapido, efficiente, sicuro, economico. E se proprio proprio qualche noiosone si ostina a non capire che lui agisce sempre nell’interesse generale taglia corto: “quanto vuoi?”. “Nel tempo che si spende a convincere certi personaggi, ce se li è già comprati dieci volte!”, dice sempre. Adesso vorrebbe applicare lo stesso sistema anche al parlamento. Tanto per cominciare vorrebbe chiamarlo con un nome più appropriato, e senza risonanze eversive, per esempio tacimento. O anche filadrittomento</p>
<p>Il mio primo ministro non abita in una casupola mezza cadente, come per esempio quel pezzente del primo ministro inglese. Lui abita nelle sue VILLE, che sono numerose e tutte lussuosissime, e ubicate in contrade amenissime. È difficile non pensare al Monopoli, che resta pur sempre uno dei suoi riferimenti teorici e filosofici prediletti. Nelle sue VILLE invita sempre un mare di amici, perché appunto non è un egoistaccio che pensa solo a se stesso. Fa venire i più bravini dei suoi stipendiati delle televisioni, i leader politici che si sono comportati meglio, i giudici che hanno in mano tanti delicati processi o deliberazioni, tanti poveri milionari che si sono fatti in quattro per l’economia, dei prestigiosi inviati del vaticano, qualche immancabile mafioso. Naturalmente per fare un po’ di ambiente convoca anche le sue amichette, e le prega di muovere un po’ i sederini. Tutti ci vanno sempre molto volentieri, perché è proprio simpatico, e molto generoso. Fa sempre un sacco di regalini a tutti, così poi a ognuno resta un ricordino.</p>
<p>Un giorno il mio primo ministro voleva comprarsi anche tutti gli immigrati clandestini: è andato a parlarne con il suo grande amico e collega Gheddafi. Gheddafi gli ha chiesto cosa se ne faceva di tutti quegli immigrati, quando di questi tempi nessuno li vuole. Lui gli ha risposto che la sua tecnica era quella, e aveva sempre funzionato. Grattandosi pluralisticamente il mento Gheddafi gli ha chiesto se i soldi erano suoi o dello stato, e lui ha risposto che naturalmente i soldi erano dello stato, perché era stufo marcio di sentire blaterare di conflitto di interessi. Hanno finito per decidere democraticamente che le imbarcazioni adoperate dagli aspiranti immigrati clandestini per i loro viaggetti non fossero troppo lussuose, perché c’è un limite a tutto. “Questi non hanno nemmeno le pezze sul culo abbronzato, e vorrebbero avere delle barche lunghe come le mie!”, ha detto a Gheddafi.</p>
<p>Devo confessare che con un primo ministro così magnanimo e così disinteressato sono però un po’ a disagio. “Quale è il mio prezzo esatto?” mi domando qualche volta la notte, invece di dormire. “Valgo di più della media dei miei amici o di meno?”, mi domando. Non è che abbia mai proposto di comprarmi, intendiamoci, però potrebbe sempre succedere. “E se mi proponesse un forfait, per esempio trenta ore di utilizzo al mese, compreso magari l’usufrutto di mia nipote, accetterei o meno?” mi chiedo.</p>
<pre>(Immagine: <em>La folie des grandeurs</em>, di G. Oury)</pre>
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		<title>Autismi 11 &#8211; Mia sorella</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Mia sorella con l’età si è completamente inacidita. Raggrinzita e inacidita. Come certi frutti si accartocciano su se stessi prima di raggiungere la dolcezza e la pienezza della maturità. Si direbbe che qualcosa nella normale evoluzione fisica e psicologica legata all’età sia andato storto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/16/autismi-11/">Autismi 11 &#8211; Mia sorella</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-22106" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/dubuffet.goddess-150x150.jpg" alt="dubuffet.goddess" width="150" height="150" />Mia sorella con l’età si è completamente inacidita. Raggrinzita e inacidita. Come certi frutti si accartocciano su se stessi prima di raggiungere la dolcezza e la pienezza della maturità. Si direbbe che qualcosa nella normale evoluzione fisica e psicologica legata all’età sia andato storto. Una qualche degenerazione biochimica dovuta a un morbo ancora sconosciuto, un subdolo deterioramento del sistema nervoso che ha finito per prendere anche il cervello, ripercuotendosi sul carattere, qualcosa del genere. Ma la cosa forse che è diventata più fastidiosa è la voce: nasale, inquisitoria, implacabile. Ogni sua frase è una nuova doccia gelata.<span id="more-22088"></span></p>
<p>Mia sorella è una di quelle tipiche persone che quando gli racconti che ti è cascata una tegola in testa ti guardano fissamente, sottintendendo che se passavi di lì una qualche colpa ce l’hai anche tu: se fossi stato un minimo più responsabile avresti fatto attenzione allo stato del tetto sotto il quale transitavi, o meglio ancora ne saresti stato al corrente a priori. Le racconti che sei rimasto per strada con la macchina, e lei in qualche modo ti fa capire che te la sei cercata, perché quella macchina era pur sempre la tua, e chi ne ha avuto cura sei tu. Le racconti che hai litigato con quel figlio di puttana del tuo datore di lavoro, una vera merda fumante, e ti accorgi con raccapriccio che lei dà per scontato che abbia ragione lui. È una di quelle persone alle quali passa la voglia di raccontare le cose, insomma.</p>
<p>Quando molti anni fa le ho presentato quella che sarebbe diventata mia moglie non le ha detto che le faceva piacere conoscerla: tenendosi a tre metri di distanza le ha detto che non voleva affezionarsi a lei, perché altrimenti quando io l’avrei lasciata ci sarebbe rimasta male, come c’era rimasta male tutte le volte precedenti. Era stufa di affezionarsi a delle donne che poi venivano tutte piantate in asso, e quindi scomparivano nel nulla, le disse, perché non ci fosse possibilità di equivoco.</p>
<p>Mia sorella ha sempre mal di testa. Si guarda torvamente intorno, facendo appunto pesare che ha mal di testa. Anche il pallore sembra essere strumentale, come quello di certi attori che impersonano un personaggio morente. Se però la osservi meglio ti accorgi che nei suoi occhi più che disappunto c’è risentimento. Capisci che per lei il vero responsabile del suo mal di testa sei tu. Quello che le hai fatto quando avevi ancora le braghette corte, quello che le stai facendo al presente, i torti terribili che le farai in futuro, fanno sì che in quel momento abbia un lancinante mal di testa. O comunque sei corresponsabile, se non proprio l’unico responsabile.</p>
<p>Mia sorella non ride mai, non ha mai riso in vita sua. Posso anche scervellarmi, ma non mi viene in mente una sola occasione in cui l’ho vista ridere, e ancor meno ridere di cuore. Nemmeno una fottuta volta. Neanche quando tutti gli altri erano stramazzati per terra tenendosi la pancia, si stavano ormai soffocando. Non ride perché è sprovvista della minima briciola di spirito dell’umorismo, come certi deserti pietrosi e inospitali sono irrimediabilmente sguarniti di acqua. Lei non ride, alza un angolo della bocca, quello sinistro. Preferibilmente nei momenti di maggior imbarazzo, o comunque quando chi gli sta attorno è perfettamente serio. Tutto quello che sa fare è sogghignare sarcasticamente, facendoti pesare questo o quello.</p>
<p>Per quanto possa andare indietro con la memoria mia sorella ha sempre avuto la puzza sotto il naso. Si è quindi trovata un marito consono alla sua natura sprezzante. Un marito che le consentisse di seguitare a guardare tutta la nostra famiglia e tutta l’umanità dall’alto in basso. Un marito di altezzosa e facoltosa famiglia. Per fugare fin dall’inizio ogni dubbio se l’è trovato già a quindici anni, quando io ero ancora all’asilo. Poi si sono sposati solo molti anni dopo, ma il fidanzamento è avvenuto nel pieno dell’adolescenza, come succedeva in certe dinastie regali qualche secolo addietro. Nei miei ricordi, vista appunto la differenza di età, appiccicato a mia sorella c’è quindi sempre stato il suo benedetto facoltoso e distintissimo marito.</p>
<p>Qualche volta mi dico che se avesse invece sposato un metalmeccanico, o un giocatore di calcio di serie D, forse mia sorella sarebbe un po’ più umana. Forse alcuni suoi angoli si sarebbero smussati, forse sarebbe un minimo più indulgente, mi dico. Forse avrebbe sperimentato cos’è l’empatia, se non proprio l’affetto, mi dico. Forse avrebbe imparato a ridere, forse qualche volta mi sorriderebbe, mi dico. Forse si avvicinerebbe un po’ di più all’idea che ho io di una vera e premurosa sorella. Ma naturalmente sono solo sogni ad occhi aperti. Probabilmente anche senza mia cognato sarebbe inacidita lo stesso, come quei frutti che a causa di una ferita quasi invisibile sono condannati già dall’inizio.</p>
<p>Fino a qualche anno fa ci vedevamo un paio di volte all’anno, principalmente ai compleanni o a Natale. Durante quelle cene mi fissava come se avesse sempre qualcosa di molto grave da rimproverarmi, come se facesse molta fatica a trattenersi. Ogni frase che dicevo mi squadrava succhiando le guance all’interno, dandomi l’impressione che stesse per esplodere. Era chiaro che secondo lei avrei dovuto sentirmi in colpa per ogni parola che dicevo, o addirittura vergognarmi. A quanto pare aveva la paranoia che volessi prenderla in giro. E se appunto osavo fare una battuta, anche se era una bella battuta che faceva ridere tutti, mi fulminava con gli occhi. Ma era evidente che non apprezzava nemmeno i miei silenzi. Per lei i miei silenzi non preannunciavano nulla di buono, o anche semplicemente avevano qualche detestabile secondo fine. Qualche volta esplodeva davvero, e diceva che ero immaturo, immaturo e irresponsabile. La sola cosa che sapevo fare, a parte beninteso lamentarmi a centottanta gradi, era farmi beffe di tutto e di tutti. Il problema era che in quanto figlio più piccolo ero stato viziato a dismisura, e quindi non ero mai veramente passato allo stadio adulto. Durante quelle cosiddette feste di famiglia io cercavo allora di non incrociare il suo sguardo, anche se in realtà me lo sentivo sempre incollato addosso, e di tenere un profilo il più possibile basso.</p>
<p>Quello che davvero la imbestialiva, nei ritrovi di famiglia, era che contraddicessi suo marito, perché è attaccata come un’edera a suo marito. Per lei c’è un’unica persona che si salva dall’abiezione in cui sguazza il genere umano, suo marito. Un’unica persona che fa sempre tutto nella maniera giusta, suo marito. Qualsiasi cosa dicessi secondo lei era in polemica con quello che aveva detto o pensava sua marito, o comunque per contrariare suo marito. Per lei miravo solo a quello, a provocare e a imbufalire suo marito, esattamente come facevo quando avevo cinque anni. Suo marito allora la guardava con ammirazione, grato che prendesse le difese del suo ipertrofico amor proprio e della sua esagerata stima di se stesso.</p>
<p>Ma le dava noia anche solo che soffiassi sulle candeline al posto del festeggiato. Io ho sempre soffiato sulle candeline al posto del festeggiato appena prima che lo faccia lui, cogliendolo di sorpresa, o comunque in contemporanea, cosa che in genere dà luogo a delle situazioni molto buffe, soprattutto quando si tratta di una torta cosparsa di zucchero a velo, com’è spesso il caso. Mia sorella però ogni volta con la sua voce acida decretava che era incredibile che alla mia età fossi ancora così infantile. Secondo lei era inammissibile che a trentacinque anni, e poi a quaranta, a quarantacinque, soffiassi ancora sulle candeline al posto del festeggiato come quando avevo dieci anni. Naturalmente si inalberava soprattutto quando il festeggiato era suo marito, naturalmente si inviperiva soprattutto quando soffiavo sulle candeline del suo congiunto. E anche lui si stizziva, perché è una persona che prende tutto molto seriamente, a cominciare proprio dai suoi compleanni. Invece di ridere come gli altri si incavolavano entrambi.</p>
<p>Qualche anno fa ci hanno invitati, me e mia moglie, alla cena della vigilia di Natale. La cena non è andata né bene né male, che mi ricordi. La tavola era gaiamente sontuosa, e il cibo era ottimo, come sempre da loro. E anche il vino era proprio buono. Tutto questo bisogna ammetterlo, se si vuole essere davvero oggettivi. Come tanta altra gente piena di soldi ci tengono un po’ a mostrarlo, anche se con dei modi fintamente modesti e tutt’altro che smaccati, spesso sconfinanti nella leziosaggine. Poi però verso mezzanotte, vale a dire quando cominciava il giorno di Natale, ci siamo messi a discutere, a discutere di cose piuttosto serie. E io ho avuto l’ardire di contraddire suo marito. Dopo un po’ che discutevamo lei ha preso la parola, e mi ha detto chiaro e tondo che non voleva più vedermi. Io e mia moglie ci siamo guardati, e quando abbiamo constatato che faceva sul serio ci siamo guardati ancora. Eravamo costernati. Non sapevamo cosa fare. Mia sorella allora ha ripetuto che non voleva vedermi mai più, questa volta ne aveva proprio abbastanza.</p>
<p>Non capita tutti i giorni di essere sbattuti fuori da una cena di famiglia proprio il giorno di Natale, proprio quando anche le persone più rigide dovrebbero fare un minimo sforzo per mostrarsi concilianti. Senza contare che mia moglie è nata proprio a Natale, e quindi oltre a essere Natale era anche il suo compleanno. E compiva anche cinquant’anni, per giunta. Venivamo estromessi nello stesso tempo dalla cena di Natale in famiglia e dalla cena per i suoi cinquant’anni. Ma apparentemente era proprio così, a giudicare dal silenzio rugginoso che stagnava tra l’odore di candeline e di dolci fatti in casa: nessuno dei famigliari presenti diceva niente. Perfino i resti della faraona sembravano prendere posizione per mia sorella. E allora ci siamo alzati, e ci siamo avviati verso la porta di entrata. Lasciando i regali che avevamo ricevuto, naturalmente: sarebbe stato assurdo partirsene con i regali, visto che venivamo cacciati. Sarebbe stato meschino, umiliante. Quindi i regali li abbiamo lasciati lì. Cosa che naturalmente ha fatto imbestialire ancora di più mia sorella.</p>
<p>Da quel momento mia sorella mi fa pesare anche quello, quasi avessi sabotato il Natale a bella posta, facendo per giunta l’affronto di lasciare lì i regali. Quasi fossi io che le ho dichiarato che non volevo mai più vederla, quasi fossi io l’intollerante e il rancoroso. A tutti i torti precedenti si sono aggiunti adesso anche questi. Non mi parla, ma ogni volta che ci incrociamo i suoi sguardi di aquila inacidita non lasciano adito al dubbio. E quel che è peggio sembra essere riuscita a convincere anche tutto il resto della famiglia che l’attaccabrighe sono io.</p>
<p>Io non so perché mia sorella sia venuta così male. Certo con un padre fascista e una madre al contempo fanatica delle apparenze e criminalmente anticonformista, oltreché a sua volta fascista, si possono capire molte cose, ma ci si aspetterebbe che al fondo di ogni essere umano permanga pur sempre una briciola di umanità. Ci si aspetterebbe che la famosa resilienza riaggiusti un po’ le cose, a tanti anni dall’infanzia, evitando il peggio. E invece niente. Con gli stessi genitori mio fratello non è venuto così male, e nemmeno io sono venuto malissimo, a conti fatti. Lei invece è venuta pessimamente. È un tristissimo dato di fatto. Non resta che rassegnarsi.</p>
<p>Un sacco di gente sostiene che mia sorella mi somiglia moltissimo, non solo fisicamente ma anche come carattere. Se c’è una cosa che mi dà fastidio è proprio che dicano delle assurdità del genere. Spesso sembra quasi che si siano messi d’accordo, per chi la spara più grossa. Più invecchio più le assomiglio, e anche la mia maniera di ragionare, e perfino quella di parlare, hanno molte affinità, dicono. Anch’io sono spesso intrattabile, anch’io tendo a essere paranoico, dicono. Per non parlare delle nostre attività scientifiche, che si svolgono in due domini tutto sommato assai vicini. E a ben guardare anche i nostri micidiali mal di testa sono molto simili. E né io né lei abbiamo figli. Qualche volta perfino mia moglie mi rinfaccia di essere uguale a mia sorella, anche se naturalmente in una versione più alla mano, per così dire più democratica. Io penso inorridito a mia sorella, e mi dico che non capiscono proprio nulla, ma non ribatto niente. L’importante è che non sia vero, mi dico.</p>
<p>[Immagine: J. Dubuffet, Déesse]</p>
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		<title>Autismi 10 &#8211; Mio figlio</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 04:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>	Mio figlio ha trentatré anni, è ormai un adulto. È stato concepito nel millenovecentosettantacinque, l’anno della fine della guerra del Vietnam, della torbida agonia di Francisco Franco, della maggiore età a diciotto anni e della parità giuridica tra i coniugi, della morte della terrorista Mara Cagol, del sangue sui marciapiedi, dell’esecuzione su uno sterro sporco di Pasolini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/22/mio-figlio/">Autismi 10 &#8211; Mio figlio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>	Mio figlio ha trentatré anni, è ormai un adulto. È stato concepito nel millenovecentosettantacinque, l’anno della fine della guerra del Vietnam, della torbida agonia di Francisco Franco, della maggiore età a diciotto anni e della parità giuridica tra i coniugi, della morte della terrorista Mara Cagol, del sangue sui marciapiedi, dell’esecuzione su uno sterro sporco di Pasolini. L’anno in cui sono uscite di produzione la Cinquecento e la Citroen DS, e in cui ha cominciato a volare il supersonico Concorde. Non so perché tutti citano sempre la data di nascita, come se fosse l’unico punto fermo, quando invece quello che conta davvero è il concepimento, a cui fa seguito la poi rimpianta vita intrauterina. Lui è stato concepito in un anno in cui sono successe molte cose, non tutte limpide, e certo proprio per questo è un iperattivo inquieto, una di quelle persone che manco a farlo apposta sono presenti quando succede qualcosa di raccapricciante. Lo fa anche per lavoro, ma è innanzitutto un richiamo di pelle: per avere la sensazione di esistere ha bisogno di sentirsi nei muscoli i pizzicottini dell’adrenalina. Terremoti, naufragi, tamponamenti automobilistici a catena, rapine, stragi: lui passa sempre di lì.<br />
<span id="more-17897"></span><br />
	Io non ho mai fatto degli sport, e in sostanza odio gli sport, mentre la sua attività principale sembrano essere appunto gli sport, e in particolare quelli connessi a una qualche forma di pericolo. Si direbbe che tutto il resto, compreso il suo lavoro, che prima di essere un lavoro è pur sempre una passione per le imprese rischiose, ruoti attorno alle discipline estreme che pratica. È un asso del surf, o meglio, è uno di quegli anacoretici surfisti che si ritrovano con dei vecchi camper sulle spiagge più ventose del mondo nelle stagioni più ingrate. Meglio se infestate da pescecani. E scala, pratica lo sci d’alpinismo, si lancia col paracadute, va in bicicletta dove di solito non si va in bicicletta, fa delle traversate invernali in barca a vela, scende i torrenti più arrabbiati in kayak. Sospetto che non abbia mai letto un libro in vita sua, intendo un libro intero, un qualsiasi buon romanzo, ma in fatto di sport pericolosi è imbattibile. Io invece preferisco i romanzi agli sport, li ho sempre preferiti, e in fondo disprezzo gli sport. E gli sport pericolosi mi mettono a disagio come quegli uomini che ogni due parole si sistemano i testicoli con la mano. Il che non facilita il nostro rapporto.</p>
<p>	Qualche volta ripenso all’istante del suo concepimento. È rimasto impresso nella mia obliosa memoria con un nitore senza eguali: una vividezza astratta e inabitata di sogno. Io e la madre facevamo l’amore sulla moquette blu mare della sua cameretta di ex ragazzina. In casa dei suoi, perché eravamo ancora molto giovani, e lei viveva appunto a casa. Lei era seduta sopra di me, e per il fatto ch’ero appoggiato a una superficie dura il mio sesso entrava profondamente dentro di lei: era molto eccitante. Non ero sdraiato sul vello sintetico della moquette, il che avrebbe incuneato tra i nostri busti e i nostri visi uno spazio di aria indifferente, una terra di nessuno suscettibile di rendere quel godimento meno struggente: ero anch’io seduto, la mia pelle era schiacciata contro la sua. All’epoca non usavamo anticoncezionali, semplicemente io uscivo prima dell’eiaculazione. E anche quella volta sono scivolato fuori prima della scarica. Ma ho saputo subito che era successo qualcosa. Non potrei dire perché, è così e basta. Qualche settimana dopo è risultato che avevo ragione.</p>
<p>Spesso mi immagino quello che sta facendo mio figlio in quel preciso momento. Non so dove si trovi, e non vedo come potrei saperlo, ma mi immagino lo stesso quello che sta combinando. Me lo vedo intento a fare il suo lavoro di fotografo, o mentre scala una levigata falesia a picco sul mare, o anche a non fare niente, stravaccato sul divano. Intendiamoci, non sono vaghe fantasticherie: è come se lo avessi sotto i miei occhi. Seguo da molto vicino ogni gesto che compie, mi sembra quasi di sentire nella mia testa quello che pensa. Credo che succeda a molti genitori. Se però quello che vedo corrisponda in qualche modo a qualcosa di vero, o siano mere allucinazioni, io certo non potrei dirlo. Secondo la mia ex-fidanzata sono puri e semplici vaneggiamenti, le mie chimere di sempre.</p>
<p>Abbiamo due caratteri diametralmente opposti: io insicuro, lento, pavido, per non dire codardo, passivo fino all’autolesionismo, operoso per sordida e asociale perseveranza, lui cinetico e entusiasta, rapido, ardimentoso, mai saturo di percezioni fisiche e di vita. Io perennemente stanco, cefalalgico cronico, sempre un po’ malaticcio, abitudinario, chiuso, apprensivo, spesso angosciato, ciclicamente oblomoviano, lui straboccante di energie, espansivo, ottimista fino al fanatismo, estroverso, sano come un pesce, sicuro di se stesso, carismatico, impermeabile a ogni sorta di vacillamento esistenziale. Ma si sa, per esistere i figli hanno bisogno di differenziarsi dai padri, sono quasi sempre costretti a diventare il contrario. E lui è il mio opposto, esattamente come io sono l’ombra speculare di mio padre. Ragion per cui lui e mio padre per molti versi si assomigliano. Mio padre era fascista e aveva la guerra nel sangue, e se dio vuole lui non è fascista e non ha la guerra nel sangue, anche se la bazzica spesso, ma per tante cose sono identici. La grande differenza è che con l’età mio padre era diventato monomaniaco, il pericolo lo cercava solo in montagna.</p>
<p>	Fa il fotografo. Io non sono dotato per le cose grafiche, lui sì, fin da piccolo, forse proprio a causa del blu abissale della moquette del suo concepimento. Ha cominciato con quei servizi fotografici che tediano le riviste patinate: icastici paesi poveri, allettevoli mete balneari o gastronomiche, paesaggi suppositivamente incontaminati, celebrità un po’ offuscate dall’età o dalla tramutazione dei tempi, attrici non ancora tanto note. Adesso immortala quasi solo i conflitti armati. È quel che si dice un fotografo di guerra. Non è ancora conosciuto dal grande pubblico, ma abbastanza apprezzato per essere di continuo catapultato nelle sordide scenografie dei vari conflitti ai quattro cantoni della terra, e essere pagato discretamente. Le fotografie che fa hanno tutte un qualcosa in comune, un gusto nello stesso tempo di già visto e di novità, di mistero per certi versi già svelato. Non so se sono bellissime, e se vogliano dire davvero qualcosa, ma sono intriganti. La guerra naturalmente è presente, ma senza la macabra ostentazione di prammatica. Si direbbe che tacciano qualcosa che non può essere detto, o che semplicemente non è stato ancora scandagliato. Una rivelazione forse riguardante i limiti stessi della condizione umana. Proprio come la sua tanatopeta cinestesia, come tutta la sua persona.</p>
<p>Sua madre, che è stata appunto la mia prima fidanzata, la incontro di rado. La vedo, o meglio la intravedo, quando passo davanti al suo ufficio. Il caso ha voluto, mettiamola così, che sia stata assunta dalla stessa istituzione per la quale lavoro saltuariamente anch’io. Nelle piccole città succedono cose così, anzi a dir la verità succedono solo cose così. E quindi ogni volta che vado a vedere se il direttore dell’ente in questione si degna di ricevermi per deplorare surrettiziamente i miei buchi nella terra, non in linea con gli accordi di programma quinquennali disciplinanti il settore provinciale della ricerca, e a suo parere intrinsecamente inutili, visionari nella peggiore accezione del termine, passo davanti al suo ufficio, che manco a farlo apposta è sempre spalancato. Spalancato come una grande bocca. Ma il più delle volte non mi fermo a parlarle, e se incrocio il suo sguardo mi limito a un cenno. Anni di intimità quasi animale, costellazioni di orgasmi e di lacrime struggenti, irripetibili silenzi all’unisono, strappi e fagocitanti rammendi, s’agglutinano ora in un ammiccamento per molti versi meccanico. Per vari anni era lei che non voleva parlarmi, adesso sono io. O meglio, se capita mi presto, ma preferisco che non succeda.</p>
<p>Le rare volte che ci mettiamo a discutere sul corridoio davanti al suo ufficio le parole che vengono fuori sembrano casuali, e invece sono dei concentrati di energia distruttiva: dei fulmini che squarciano un cielo sereno. Senza curarsi dei colleghi che ci sfilano accanto lei mi dice delle cose vertiginosamente intime, e io l’ascolto. Mi mette al corrente per esempio che ha un amante, ma che a differenza di un amante paradigmatico il suo amante non scopa tanto bene. Senza abbassare il tono di voce mi dice che vorrebbe lasciarlo, e non le sembra giusto far soffrire il marito, il quale l’ha sempre trattata molto bene, ma non ci riesce. Mi dice che nemmeno per i figli è bene che la si assenti per avere delle relazioni sessuali nemmeno tanto soddisfacenti con un amante. Io l’ascolto con il terrore di doverle domandare chi sia questo benedetto amante, con il timore di domandarmelo anche solo a me stesso. Ma lei continua con i suoi resoconti abissalmente confidenziali che non hanno in fondo bisogno dei miei interventi. Ascoltandola capisco però quello che ha da dire e che non dice. Sento sullo sterno le sue urla silenti di furibonda insoddisfazione. Gli anni trascorsi hanno forse preservato alcuni bastioni del castello di spumiglia che abitavamo. Ma probabilmente anche lei percepisce che la maggior parte delle mie giornate non pervengono a conseguire un qualche senso, anche se quando parlo bado bene a restare sulle generali.</p>
<p>Per quanto possa sembrare strano non parliamo mai di nostro figlio. Ogni volta che lo tiro fuori lei dribbla le mie estenuate aspettative. È la nostra creatura, entrambi in maggiore o minore misura pensiamo a lui, ma appena lo nomino lei cambia discorso. Pur di non parlare di lui mi parla per desolati e stagnanti minuti di uno dei due figli che ha avuto dalla persona con la quale si è sposata dopo che ci siamo lasciati. Uno dei due figli che se avessi un istinto paterno più sviluppato avrebbero potuto essere i nostri e invece sono i loro. Uno di quei suoi due figli rispettivamente di sesso maschile e femminile dei quali non me ne importa un fico secco. L’unico argomento che avrei urgenza di abbordare è il figlio nostro, l’essere sbocciato dalla nostra unione, e che la perpetua nel tempo, come un fossile imprigionato nel freddo di una roccia. Appena però ci riprovo lei sbuffa e alza gli occhi al cielo.</p>
<p>Io so perché fa così. Crede che voglia parlare di nostro figlio per farla soffrire. Per cattiveria. Per punire me stesso utilizzando la mia stessa perfidia. Come è convinta che quando ci siamo lasciati non abbia sofferto. E invece mi s’era strappata l’anima: qualcosa in me si rifiutava di abituarsi alla sua assenza. Qualcosa di lei sopravviveva dentro di me, e si rigirava, ostinatamente, impedendo la rimarginazione. Per anni quando chiamavo la nuova donna con cui stavo, poi diventata mia moglie, mi ritrovavo sulla lingua il suo nome. Quasi sempre riuscivo a correggermi in extremis, ma il nome che avevo nella bocca era il suo. Non saprei dire con esattezza per quanti anni è accaduto. Almeno una quindicina.</p>
<p>	 Per giorni e giorni, settimane, qualche volta mesi, non penso mai a mio figlio, lo riconosco. Non sono un padre modello, non ho mai sostenuto il contrario. Sono anzi il padre più egocentrico, scostante, inaffidabile, opportunista, forse anche iniquo, che si possa immaginare. Lo sono sempre stato, lo sarò sempre. Lo si è visto anche con la figlia di quella che attualmente è mia moglie, della quale non mi sono mai occupato. Penso a lui ogni tanto, quando non sono troppo preso da me stesso, quando fa comodo a me. Quando ho bisogno di lui, forse.</p>
<p>	Tante cose di lui non le so minimamente. Non so se mette o meno lo zucchero nel caffè, se ha le unghie ben curate, se predilige i cinturini dell’orologio in pelle o in acciaio. Non ho la minima idea se la sua automobile sia blu o grigia, e che tipo di calzini indossi. Ogni volta mi dico che devo osservarlo con più attenzione e fargli delle domande, ma poi rimango nella mia ignoranza, che forse come dice mia moglie è adamantino disinteresse.</p>
<p>	Del resto nemmeno lui è un ragazzo che pensa sempre al padre, intendiamoci. Pensa ai suoi servizi fotografici a tema elusivamente bellico, alle sue ascensioni senza cordino di assicurazione, alle sue scivolate sulle correnti gelate, ai suoi sbadati amori di adolescente attardato. Non mi pensa, non si fa vivo in alcuna maniera. Spesso mi dico che forse non si ricorda nemmeno che esisto, forse non se ne è mai ricordato. È normale che sia così, mi dico subito dopo: non siamo mai vissuti assieme, non l’ho mai accudito, ho pensato solo a me stesso e ai miei egolatrici grattacapi. Ci sarebbe quindi da stupirsi del contrario. Ho quello che mi merito. E comunque è anche lui della risma mia e di mio padre, per quanto mi critichi tanto. Probabilmente anche lui si comporterà nello stesso modo con suo figlio. Si farà anche lui i suoi porci comodi.</p>
<p>	Da un padre come me ha avuto bisogno di difendersi, immagino. Come io ho dovuto proteggermi dal mio, che irradiava attorno a lui letali radiazioni di egoismo. Mio padre ogni tanto mi guardava, qualche volta mi parlava, ma come il sole emette i suoi raggi, pensando a se stesso. Io non ero che un elemento del paesaggio cosmico, il paesaggio che non si era scelto e nel quale era costretto a brillare. Era lui che decideva quello che andava bene e quello che non andava bene, era lui che stabiliva cosa bisogna fare e quello che non bisognava provare. È stato così fino alla fine. Perfino al suo capezzale non ero una persona umana a tutti gli effetti, ero un satellite non compiutamente individuato della costellazione familiare.</p>
<p>	I figli servono ai genitori per capire se stessi. Guardandosi riflessi nelle loro pupille dove sfavillano scintille di amore ma anche di odio capiscono che non sono come hanno sempre creduto di essere, o che comunque possono essere visti in maniera radicalmente diversa. Il che apre pur sempre un deleterio varco. Si rendono soprattutto conto che la cosiddetta realtà è già intrinsecamente diversa da come sono abituati a pensarla, e che quindi per molti versi sono già superati. In altre parole che sono vecchi. Non occorrono le frasi, bastano gli occhi. Tramite mio figlio ho capito che ho fallito, ne ho avuto per la prima volta la cognizione cristallina, che un po’ alla volta si è trasformata in certezza pervasiva, in cancro inoperabile.</p>
<p>Quella che adesso è mia moglie è stata per parecchi anni molto gelosa della madre di mio figlio. Vedeva in lei un pericolo, una minaccia che le sue frasi spiraliformi non riuscivano a circoscrivere. Ancora adesso sostiene che la prima sera che ci siamo conosciuti le ho parlato per quattro ore di fila di lei, e che pensavo solo a lei. Io non mi ricordo questo dettaglio, ma non ho ragione di pensare che se lo sia inventato. E davvero in più di un’occasione mi è uscito il nome della mia prima fidanzata, quando mi rivolgevo a lei. O comunque la prima sillaba di quel nome, nitida come una coltellata. Me ne sono ogni volta vergognato, arrossendo e balbettando: temevo di averla orribilmente ferita. Ma lei non se ne è mai accorta, forse anche per la nebbiolina perenne delle due lingue diverse. Un giorno glielo ho chiesto, e lei mi ha risposto: no, mai.</p>
<p>	La mia ex fidanzata, la madre rinnegata di mio figlio, qualche volta sul corridoio trafficato dell’ente per il quale lavoriamo entrambi mi dice che devo piantarla con questa mia pazzia del nostro supposto figlio. Si tratta solo di un aborto!, esclama. Quello che chiamo nostro figlio è in realtà un aborto risalente all’epoca nella quale avevamo entrambi diciassette anni! Un aborto prima della legge dell’aborto, e quindi un aborto clandestino organizzato dalle femministe. Certo una gran brutta cosa, ma pur sempre un’interruzione di gravidanza prima del terzo mese. Tutto il resto sono solo mie fantasie. Io mi abbandono a quelle fantasticherie perché non ho figli, perché non posso avere figli, immaturo e instabile come sono. Perché l’unica cosa che so fare è bighellonare con l’immaginazione. Io la lascio dire, dicendomi che non è certo adesso che ci siamo lasciati da più di vent’anni che posso sperare di cambiarla. Va presa com’e, mi dico. E penso a mio figlio che sarà forse solo un aborto ma è pur sempre mio figlio, il mio unico figlio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/22/mio-figlio/">Autismi 10 &#8211; Mio figlio</a></p>
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		<title>Autismi 9 &#8211; La mia cacca (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 04:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La mia cacca continuava però a deludermi. Ora i risultati erano tangibili, le equazioni matematiche parlavano chiaro, ma c’era pur sempre ogni volta qualcosa che non andava. Proprio per il fatto che i miglioramenti erano lì sotto i miei occhi e sotto il mio naso, era più difficile accettare gli scacchi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/22/autismi-9-2a-parte/">Autismi 9 &#8211; La mia cacca (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La mia cacca continuava però a deludermi. Ora i risultati erano tangibili, le equazioni matematiche parlavano chiaro, ma c’era pur sempre ogni volta qualcosa che non andava. Proprio per il fatto che i miglioramenti erano lì sotto i miei occhi e sotto il mio naso, era più difficile accettare gli scacchi. Quando il colore era decisamente gradevole, né troppo chiaro né troppo scuro, con una calda tonalità pastello che sembrava venire dalla tavolozza di un postimpressionista, l’odore era disgustosamente rancido, o fradicio di putrefazioni vegetali, o anche nel contempo agrodolce e nauseabondo, quando l’odore era accettabile la consistenza era grumosa e il colore vomitevole, quando il colore era proprio bello saltava fuori un’insopportabile mucosità, e via dicendo: mai una volta che tutti i caratteri positivi apparissero assieme. Sembrava quasi che qualche solforoso spiritello si divertisse alle mie spalle.</p>
<p>Mi sentivo molto solo. <span id="more-16802"></span>Mia moglie era sempre più esasperata, sempre più irritabile. Secondo lei ero sempre più fissato, ero matto da legare. Ogni due minuti mi nascondeva le bilance e gli altri strumenti che tenevo nel bagno, quando non li danneggiava o addirittura li gettava dalla finestra. Come buttava via schifata tutti i miei campioni di riferimento, per me tanto preziosi, e mi spegneva il computer. Si sarebbe detto che se ne facesse un baffo del progresso della scienza, dell’avvenire dell’umanità. Ma perfino i miei colleghi dei buchi della terra, pur sempre avvezzi a ogni sorta di verminosità e di imputridimenti, sembravano trovare molto strano quello che facevo, mi accorgevo. Meno ne parlavo meglio era.</p>
<p>La mia disperazione era non potermi appoggiare su nessun illustre antecedente. Perché Paracelso non aveva affrontato di petto il problema della cacca, perché non aveva provato a trasformarla in salame di cioccolato? Perché Leonardo da Vinci non aveva dedicato nessuno dei suoi geniali schizzi alla defecazione, perché non aveva progettato uno dei suoi micidiali e avveniristici marchingegni per migliorarla? Perché nessun filosofo aveva riconosciuto la centralità ontologica e metafisica dell’atto defecatorio, perché nemmeno gli utopisti più ispirati avevano cercato di intravedere delle soluzioni? Perché generazioni di speziali e di medici e di scienziati avevano sezionato e analizzato il cervello, il cuore, il sangue, la saliva, gli spermatozoi, i cromosomi, i geni, e perfino gli atomi, facendo dei progressi impressionanti, e non si erano mai occupati di una cosa tanto semplice e tanto terra a terra come la cacca? Perché c’era una rispettabile e approfondita scienza che si occupava degli alimenti, e nessuna scienza si occupava delle cacche? Perché le industrie farmacologiche sfornavano sempre nuovi medicinali per ogni sorta di malattie e di affezioni, e non tiravano fuori nemmeno un prodotto per migliorare la merda? Era davvero così difficile renderla gradevole e profumata, e perfettamente asettica? Perché tutti accettavano e davano per scontato che l’uomo debba per forza produrre dei residui così schifosi e puzzolenti, così insidiosi, così poco affidabili? Chi al giorno d’oggi accetterebbe di avere un alito con miasmi di fogna, i piedi che rivaleggiano con il pecorino stagionato, o anche solo le ascelle che puzzano di ascelle? Perché con tutte le prodezze biochimiche e genetiche, i trapianti, le trasfusioni, gli innesti, le protesi di ogni tipo, i bambini nati nelle provette, le pecore clonate, nei confronti della cacca ci comportavamo ancora come i nostri antenati di due milioni di anni fa?</p>
<p>Secondo mia moglie ero sempre più matto. Io le spiegavo pazientemente che non ero fuori di testa, volevo solo che la cacca fosse un po’ migliore di quella che era. Tutti gli uomini responsabili avrebbero dovuto volerlo, e prima o poi lo avrebbero voluto. Non era solo una questione di maggiore igiene, o di migliore confort, o di più solida stima di se stessi: era in gioco il destino dell’umanità. Come poteva l’uomo affrontare il rompicapo di tutte le sozzerie che produceva, e che lo stavano portando velocemente all’autodistruzione, se non aveva l’audacia di mettere mano ai propri resti? Finché l’uomo restava traumatizzato dai metaboliti che uscivano dal suo buco del culo, non avrebbe certo potuto tamponare le sostanze che zampillavano dai camini e dai gas di scappamento, dai tubi di scolo dei cosiddetti stabilimenti industriali. Le due cose erano legate, non erano che le due facce di una stessa medaglia. Per il momento ero il solo a occuparmi della cosa, ma presto saremmo stati in tanti, e molto agguerriti.</p>
<p>Mia moglie mi ribatteva che la mia scrivania sembrava la discarica di una favela, e non sapevo nemmeno tenere pulita la cucina, e volevo risolvere il problema dell’effetto serra! Ero un mitomane, come del resto la maggior parte dei miei famigliari. Senza cadere nelle sue provocazioni io le replicavo che la sopravvivenza del genere umano passava la riqualificazione delle deiezioni solide, era evidente. Chiedere all’umanità di tamponare tutte le altre forme di contaminazione e di insozzamento del pianeta prima che avesse fatto i conti con la sua cacca, prima che avesse spazzato via tutti i complessi in materia, prima che fosse uscito da questo suo imbarazzante stadio infantile, ben stigmatizzato da stuoli di psicanalisti, sarebbe stato come chiedere a un lievito di smettere di lievitare. Mia moglie mi diceva che secondo lei quello che cercavo davvero era il divorzio.</p>
<p>Ma è proprio parlando con mia moglie &#8211; a riprova che i nemici della scienza le rendono a volte dei preziosi servigi &#8211; che mi sono reso conto che avevo tralasciato un aspetto fondamentale: l’attitudine mentale. Era impossibile pretendere una cacca come la volevo io, una cacca al passo coi tempi, intrinsecamente ecologica e democratica, laica e responsabile, affidabile, senza che la mente facesse la sua. Il corpo è importante, ma nel corpo c’è pur sempre lo spirito, e quello che fa la differenza in un uomo è lo spirito! Viviamo in un tempo in cui si pensa di risolvere tutto con la tecnologia e le apparecchiature di precisione, quando la scienza può pensare di arrivare a qualcosa solo se è accompagnata da una maturazione interiore, tutti i veri scienziati lo sanno benissimo. Aveva ragione mia moglie, il materialismo era il peggior nemico di ogni perfezionamento della condizione umana.</p>
<p>Uno degli aspetti principali della questione, forse quello più importante in assoluto, mi sembrava, era l’indulgenza che gli esseri umani hanno nei confronti dei loro escrementi, e la violenta intolleranza che nutrono invece nei confronti di quelli degli altri. Ogni essere umano ha la pessima abitudine di compiacersi di ogni sua defecazione: rintanato lontano da occhi indiscreti fissa la propria cacca con commossa tenerezza, la odora a lungo, senza trovarci niente di male, struggendosi anzi di diletto. Ma naturalmente quella stessa vanagloriosa cacca apparirebbe a tutti gli altri, perfino ai parenti più stretti, agli amici più intimi, e ai partner amorosi più ardenti, come puzzolente e disgustosa. Mi sembrava che l’umanità non ce ne sarebbe uscita finché ognuno non avesse imparato a giudicare la propria cacca e quella altrui con imparzialità, e non si fosse abituata a apprezzarne le oggettive qualità intrinseche, mettendole beninteso in relazione con il grado di sviluppo personale e di maturazione del defecante, e valutandone le possibilità future. Finché ognuno non si fosse messo sotto d’impegno per migliorare le cose, senza credersi più importante degli altri, e accantonando il desiderio indomito di primeggiare e di dominare, la vanità, e l’allucinante egoismo, il problema dei metaboliti sarebbe rimasto insoluto: il mondo si sarebbe impregnato vieppiù di ammorbanti schifezze, fino a diventare invivibile.</p>
<p>Sarebbe troppo lungo adesso riassumere le differenti fasi della mia ricognizione, tutti i tentennamenti, tutte le speranze, lo stillicidio di delusioni. È stato un lungo e travagliato cammino, con appunto tanti errori, tanti passi falsi. Come ci si può immaginare facevo la spola tra una ridda di psicoterapeuti, strizzacervelli, stregoni, sciamani, santoni, ipnotizzatrici, negromanti, fattucchiere, neuropsichiatri, indovini, cartomanti, magnetizzatori, quasi tutti capaci di farmi avanzare in una maniera o nell’altra, ma nessuno dei quali riusciva a darmi una risposta definitiva. Avevo ormai preso la precauzioni di non parlarne nemmeno con i colleghi più coprofili, ma le amiche di mia moglie mi fissavano pur sempre con il naso un po’ arricciato, manco fossi anch’io uno stronzo fumante, invece che un benefattore dell’umanità. Erano al corrente di quello che stavo facendo attraverso una fonte faziosa. Io sto lavorando per voi, per i vostri simpatici culettini, mi sarebbe venuta voglia di dirgli.</p>
<p>L’attitudine mentale contava moltissimo, ormai era assodato. La cacca dopo un’ora di meditazione trascendentale era completamente diversa dalla cacca dopo tre ore di abbruttimento televisivo. Era nettamente migliore. Così come non erano paragonabili una cacca elaborata durante una edificante conversazione a tema metafisico e una maturata nello sconquasso di uno stress lavorativo a carattere conflittuale, o anche solo di una fastidiosa maretta coniugale. In poche parole ci voleva anche una adeguata disposizione di spirito. La condizione ottimale era la pace con se stessi connaturata a una stabilità caratteriale e affettiva e a un solido, seppure non inamidato, posizionamento morale. Elementi questi che a dir la verità a me hanno sempre fatto drammaticamente difetto. Ma non demordevo, cercavo di migliorare.</p>
<p>Un mattino ottenni finalmente la cacca che volevo. Una cacca densa ma non dura, compatta ma non rigida, né troppo umida né troppo secca, ben proporzionata, tonica, liscia ma non troppo scivolosa, bella a vedersi, turgida, sana, lucente al punto giusto, praticamente inodore. Provavo una gioia che mi faceva sentire leggero come non mi ero mai sentito dopo nessun’altra defecazione, un’euforia stordente di bambino sul vasetto. Avevo l’impressione di aver finalmente raggiunto il mio obbiettivo: ero in grado di produrre la cacca che avevo scelto, che corrispondeva al mio modo di essere e all’immagine che avevo di me. Ce l’avevo fatta. Avevo ripreso in mano le redini del mio corpo. Ora si trattava solo di fare del proselitismo. E invece il giorno dopo fu la volta di un sonoro spruzzo semiliquido con un tanfo di alghe marcite in un recipiente sporco di petrolio, con un sottofondo di polvere da sparo che ha preso l’umidità. E quello dopo ancora di una salsa nerastra e sgrufolosa con un lezzo di cadavere di piccolo mammifero galleggiante nell’acqua putrida.</p>
<p>Quello stesso giorno sono caduto, forse proprio a causa anche dello sconforto, in una fossa biologica. Come tutti sanno c’è una probabilità su cento milioni di cascare in una fossa biologica, perché le fosse biologiche sono fatte apposta perché la gente non possa caderci dentro. E invece vicino a casa nostra c’erano dei lavori, e io ci sono finito dentro. Le mie gambe sono state risucchiate dalla poltiglia scivolosa che invece di spingermi in alto mi strattonava verso il basso. Quindi anche la mia faccia è stata inghiottita dalla melma viscida che si richiudeva su se stessa come un molle sfintere. La temperatura era tiepida, ma non per questo meno sgradevole. Attorno a me gorgogliavano grandi bolle di vomitevoli gas. Era successo proprio a me, che mi occupavo con abnegazione dei problemi legati alla defecazione, e che mi battevo per migliorare un po’ le cose! Secondo mia moglie naturalmente avevo fatto apposta a buttarmi nella fossa biologica, come l’ultima di una serie di pazzie a tema merdoso. Invece di aiutarmi a uscire mi sgridava!</p>
<p>Poi finalmente mi sono svegliato, esausto di quell’interminabile sogno, come a volte succede. Nella bocca avevo ancora il gusto di tutti quei tanfi e di quegli afrori che non sembravano solo onirici. Allora mi sono alzato e mi sono lavato i denti. A lungo, didascalicamente. Dicendomi che quello che mi ci voleva era un giorno di digiuno. Sì, avrei bevuto solo qualche bicchiere d’acqua fresca, in modo da depurare il mio organismo verosimilmente congestionato dall’abbondanza sconsiderata di cibo. E invece uscendo dal bagno mi sono accorto che avevo proprio fame.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/22/autismi-9-2a-parte/">Autismi 9 &#8211; La mia cacca (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 9 &#8211; La mia cacca (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 04:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Qualche anno fa ho deciso di risolvere una volta per tutte il problema della mia cacca. Non ne potevo più che fosse sempre tendenzialmente troppo molle, come succedeva ormai da tempo. Troppo fluida, a volte spugnosa, o addirittura acquosa, e nello stesso tempo o troppo chiara o troppo scura, ogni tanto marezzata, e soprattutto sempre puzzolente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/20/autismi-9-1-parte/">Autismi 9 &#8211; La mia cacca (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Qualche anno fa ho deciso di risolvere una volta per tutte il problema della mia cacca. Non ne potevo più che fosse sempre tendenzialmente troppo molle, come succedeva ormai da tempo. Troppo fluida, a volte spugnosa, o addirittura acquosa, e nello stesso tempo o troppo chiara o troppo scura, ogni tanto marezzata, e soprattutto sempre puzzolente. Volevo una cacca di qualità omogenea, puntuale e affidabile, e di odore sopportabile, se non proprio profumata. Una cacca presentabile, insomma. Una cacca in linea con i progressi che mi prefiggevo anche negli altri campi della mia esistenza.</p>
<p>Mi sono messo allora a studiare a fondo la questione, perché io quando affronto i problemi lo faccio in maniera scientifica. Ho per l’appunto una formazione scientifica, il che in circostanze come questa mi aiuta parecchio. Per molte faccende non è possibile trovare delle soluzioni veramente valide, senza la scienza. Ho insomma preso in mano pesanti manuali universitari e atlanti anatomici, ho digerito nomi e definizioni, interrogato illuminati luminari, confrontato teorie e pareri. Come sempre all’inizio avevo un po’ l’impressione di aggirarmi nella babele struggente di una discarica di immondizie, dove ogni frammento rivendica il proprio individualistico passato, poi un po’ alla volta le cose hanno cominciato a avere un aspetto familiare e a rivelare perché erano lì e come comunicavano tra di loro. La scienza ha questo di bello, che ti appronta tutto attorno degli appigli ai quali i tuoi occhi e il tuo cervello possono aggrapparsi: un po’ alla volta appaiono le rotaie dei legami logici, i punti di ristoro delle leggiadre equazioni matematiche e delle regole soggiacenti, finché arriva il momento in cui tutto ti appare perfettamente in ordine e così come deve essere. È la stessa insensata confusione di prima, ma il peso che ti opprimeva i polmoni è sparito: puoi finalmente riposarti.<br />
<span id="more-16800"></span><br />
Ci ho messo diversi mesi, ma ho finito per trovare il bandolo della matassa. Ho capito che il nodo centrale erano gli ingredienti. Era impossibile arrivare all’eccellenza che perseguivo, senza delle materie prime inflessibilmente selezionate in base alla freschezza, alle doti organolettiche, ma soprattutto al tipo di metaboliti che avrebbero generato durante il processo digestivo. Sarebbe come pretendere di fare una buona torta tirando fuori gli ingredienti dalla spazzatura, delle sostanze che sanno già in partenza un po’ di rancido, e che durante la cottura irrancidiranno ancora di più. Dovevo prevedere tutto quello che sarebbe successo nei bassifondi enterici a partire da ogni intima molecola che entrava nella mia bocca: fino a quel momento ero vissuto nell’oscurantismo, per questo avevo avuto tutti quei problemi.</p>
<p>La qualità eccelsa di ogni singola briciola era imprescindibile, ma naturalmente erano importantissimi anche i dosaggi. E soprattutto erano fondamentali le intricate interrelazioni che si sarebbero instaurate, le eventuali idiosincrasie, le sinergie negative, i possibili effetti perversi. Gli alimenti non se ne stanno eternamente barricati ognuno nella sua orgogliosa torre d’avorio, come sugli scaffali dei supermercati e nei piatti di portata: finiscono in un unico calderone. E quindi basta un qualcosina fuori posto, e la qualità dell’impasto è irrimediabilmente compromessa. Del resto chi aggiungerebbe delle trippe all’impasto di una crostata alle albicocche? Chi immergerebbe un’acciuga sott’olio in un cappuccino? Chi verserebbe una tazzina di caffè nel sugo della pasta? E perché allora nessuno pensava alla qualità d’insieme della cacca, perché nessuno faceva attenzione agli equilibri, alle interazioni? Era per me inspiegabile che in così tanti millenni di cosiddetta civilizzazione nessuno avesse mai pensato una cosa tanto semplice come questa. Tutti a preoccuparsi solo del gusto del palato, vale a dire del piacere immediato, da veri superficialoni che siamo. E gli effetti si erano visti.</p>
<p>Ogni giorno che passava trovavo sempre più incomprensibile l’atteggiamento dei miei simili nei confronti della cacca. Non potevo proprio capacitarmi che tante bellissime donne che brigavano tanto per il loro fascino sfornassero impunemente delle cacchette maleodoranti, tanti esimi sapientoni coronassero le loro edificanti teorie con delle orribili defecazioni, tanti poeti smentissero l’evanescente illibatezza dei loro versi con pedisseque feci, tanti grandi uomini si chiudessero in un cesso per scaricarsi come i maiali. Perché nessuno faceva degli sforzi per migliorare la propria cacca? Perché nessuno pensava a unire le forze, per il bene di tutti?</p>
<p>Dovevo sviluppare l’olfatto, mi ero reso conto. La chiave di volta per un giudizio imparziale e davvero affidabile, il solo e unico presupposto per un monitoraggio esigente e costruttivo, stava lì. Non era più sufficiente la grezza impressione d’insieme, non serviva a nulla essere disgustati o deliziati: ci volevano dei dati dettagliati e oggettivi. Il mio naso doveva abituarsi a riconoscere le diverse molecole, a stimare in che proporzioni erano mescolate e come facevano comunella. Cosa si nascondeva sotto quelle sfumature solforose che degradavano in sentori acidi di barbone che non si lava le parti intime da mesi, di formaggi francesi putrefatti? Da che alchimia si originava quell’afrore di acquaccia stantia, con un che muschioso di cadavere di tartarughina? Solo questa puntigliosità olfattiva poteva essere la base di partenza per un approccio razionale.</p>
<p>Ho frequentato insomma un corso per diventare sommelier. Nonostante le perplessità degli insegnanti, che notavano il mio interesse non propriamente enologico, ho imparato a captare ogni minima sfumatura olfattiva, distinguendo le componenti principali da quelle accessorie, cogliendo intimamente la struttura di base, l’origine dei difetti, le migliorie possibili. Era molto difficile, ma facevo ogni giorno dei progressi.  Un po’ alla volta il mio olfatto diventava sensibile e competente come quello appunto di un sommelier.</p>
<p>I risultati complessivi non erano però all’altezza delle mie aspettative, devo essere franco. Certo, c’erano molti piccoli miglioramenti, sia sul piano della consistenza che su quello dell’odore, e anche l’impressione d’insieme, chiamiamola così, che poi è quella che conta più di tutto, come anche per le persone umane, era di gran lunga migliore, ma la mia cacca restava pur sempre una sostanza tendenzialmente ripugnante. E la qualità restava imprevedibilmente varia. Per tre giorni era quasi accettabile, e il quarto c’era da vergognarsi. E il giorno dopo peggio ancora. Niente a che vedere con lo standard costante che mi ero aspettato, e al quale intendevo assolutamente arrivare. Diciamo le cose come stanno: era una cacca impresentabile. Nonostante tutto fosse calibrato al millimetro, nonostante nulla fosse lasciato al caso.</p>
<p>Ma non mi sono demoralizzato. Ho reinforcato gli occhiali, ho ricominciato a studiare. Caparbi tomi rilegati in similpelle, petulanti articoli scientifici in tutte le lingue, tesi di dottorato, rapporti e statistiche di ogni fatta. La sostanza del problema, finii finalmente per capire dopo settimane di sudate cerebrali, è che l’uomo è un lunghissimo tubo digerente, alle quali l’evoluzione ha attaccato le gambe, indispensabili per la locomozione, le braccia, necessarie per procacciare il cibo e a avvicinarlo alla bocca, e gli altri organi che servono a far funzionare il lungo budello digerente, assicurandogli tra le altre cose una riproduzione nel tempo. Per farci stare un così lungo apparato digerente la natura aveva due possibilità: o faceva gli uomini lunghi e sottili, per intenderci come dei pitoni, però verticali, come sono gli uomini, o avvoltolare su se stesso come uno spago il tubo digerente. Come tutti sappiamo è questa seconda opzione che è stata adottata. Una soluzione certo un po’ raffazzonata, e che ha molti inconvenienti, primo tra tutti gli stretti tornanti che devono affrontare gli alimenti, con gli inevitabili imbottigliamenti e l’accumulo di gas di scarico, ma anche sotto molti aspetti ragionevole: se avesse optato per la prima possibilità le automobili dovrebbero essere lunghissime, i letti anche, per non parlare delle porte, l’altezza delle stanze, la lunghezza delle cravatte e delle sciarpe, gli ombrelloni sulla spiaggia, e via dicendo. Un sacco di problemi per niente. La natura è una perfezionista, si sa.</p>
<p>Vedevo me stesso in una maniera completamente diversa, adesso che avevo captato come funzionava la mia non più giovanissima carcassa. Mi guardavo nello specchio, e vedevo il tubo digerente che ero. La mia faccia non era altro che una delle due estremità, quella sotto tutti gli aspetti meno importante. E tutte le escrescenze che avevo sempre considerate fondamentali erano in realtà degli accessori senza grande importanza: gli optional di una impastatrice che serve pur sempre per preparare le tagliatelle. Guardavo mia moglie che mi fissava come se fossi completamente demente, e vedevo che in fondo anche lei non era che un lungo tubo digerente. La vedevo per la prima volta per il tubo digerente che era. Un tubo digerente al quale erano stati appiccicati degli attributi femminili. Ma anche per la strada e nelle case vedevo solo dei tubi digerenti semoventi. Il nocciolo del problema, mi sembrava, era che l’uomo si era sempre preso per qualcosa che non era. Aveva dato troppo importanza agli occhi, alle natiche, all’apparato di riproduzione, e soprattutto al cervello. Quando invece non era che un condotto dai disarmonici restringimenti e gibbosità che produceva merda! Il ruolo che la natura gli aveva riservato nel ciclo della sostanza organica, ovvero della vita, era &#8211; checché ne pensasse lui stesso, e per quante panzane si raccontasse &#8211; quello. I prati crescevano utilizzando il concime, mangiando le erbe dei prati le mucche producevano formaggio e bistecche, e mangiando il formaggio e le bistecche l’uomo generava cacca, vale a dire il prezioso concime per i prati. Bisognava tornare con i piedi per terra, per dirla in altre parole. Imparare dai lombrichi.</p>
<p>Prima ancora della qualità degli ingredienti, certo fondamentale, contava insomma la fucina. La sala macchine dove avvenivano le trasformazioni delle materie prime. Io dovevo oliarlo e renderlo efficiente, quell’indomito laboratorio, piegarlo a quelli che erano i miei ambiziosi obiettivi. Dovevo riuscire a tenere al guinzaglio gli enzimi, la quantità e la qualità dei succhi gastrici, la bile, l’equilibrio degli ormoni. Dovevo mettere il mio tubo digerente nelle condizione di svolgere il suo lavoro in modo ottimale, senza lasciargli fare le sozzure alle quali era purtroppo abituato. Naturalmente andavano sorvegliate anche le posizioni del corpo, lo stato di salute dei vari organi, e tutti gli altri fattori che potevano influire sul processo cosiddetto digestivo. Il tutto utilizzando i più avanzati strumenti matematici e statistici.</p>
<p>Visto che la digestione non è altro che una successione di fermentazioni e di idrolisi enzimatiche, facevo in modo che quei processi fermentativi e idrolitici operanti dentro di me avvenissero come e quando volevo io. Cominciavo per sterilizzare tutti i liofilizzati che ingerivo, e disinfettare il mio apparato digerente. Poi mettevo i bacilli e gli enzimi e i coadiuvanti che ritenevo più adatti alle trasformazioni che avevo deciso, beninteso nella tempistica più idonea. E tenevo costantemente sotto controllo la temperatura, l’acidità, il tenore zuccherino, la densità. Anche i grandi vini si fanno con una fermentazione controllata, e i risultati si vedono, mi dicevo. Sarebbe un po’ lungo adesso spiegare nei dettagli come facevo, e non era sempre semplicissimo, né sempre confortevole, ma in un modo o nell’altro ce ne venivo sempre fuori. Certo tutta l’organizzazione delle casa ne era rivoluzionata, certo mia moglie non era contenta, ma era sempre più chiaro che l’unica via per fare dei progressi era quella. Non devo lasciarmi smontare dal disfattismo di mia moglie, mi dicevo.</p>
<p>Più ci pensavo più mi sembrava che quello della cacca non fosse un problema solo mio: era un grattacapo dell’umanità intera. Una gran rogna che aspettava da millenni una qualche buona soluzione. Una volta eliminati i problemi dell’odore e della scarsa igienicità la defecazione avrebbe perso il suo carattere sconveniente, tanto per cominciare. La gente non avrebbe più dovuto nascondersi nei gabinetti o dietro una siepe, per defecare. Avrebbe potuto scaricarsi nei locali pubblici, nelle aule scolastiche, davanti a milioni di telespettatori, nelle navette spaziali, o anche semplicemente in salotto, in allegra e distinta compagnia, esattamente come si beve un tè o si sorseggia una birra. I gabinetti si sarebbero utilizzati come armadi a muro, studioli, sgabuzzini per le scarpe. E naturalmente non ci sarebbe stato più bisogno della rete fognaria, l’inquinamento dei fiumi e dei laghi sarebbe drasticamente diminuito. Senza contare il risparmio di acqua degli sciacquoni e di carta igienica, vale a dire di alberi, che come tutti sanno sono i polmoni affaticati del pianeta. Poi come è ovvio ognuno avrebbe potuto disporre della propria cacca come più gli piaceva: per concimare i gerani, per fare stare in forma le scarpe, per nutrire il proprio cane, per farci giocare i bambini, o anche semplicemente per tenerla come ricordo, se era legata a una qualche circostanza felice.</p>
<p>*</p>
<p><small><em>continua</em></small></p>
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		<title>Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (2a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 08:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>[Chiedo scusa all'autore e ai lettori per il ritardo nella pubblicazione della seconda parte di questo Autismo, ero in viaggio. a. r.]</em></p>
<p>Secondo mia moglie ero bravissimo a fare il santerellino durante le sedute e a intenerire la terapeuta raccontandole ogni volta una vagonata di inverosimili castronerie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/07/autismi-8-terapia-di-copulazione-2a-parte/">Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em><small>[Chiedo scusa all'autore e ai lettori per il ritardo nella pubblicazione della seconda parte di questo Autismo, ero in viaggio. a. r.]</small></em></p>
<p>Secondo mia moglie ero bravissimo a fare il santerellino durante le sedute e a intenerire la terapeuta raccontandole ogni volta una vagonata di inverosimili castronerie. Fingevo di essere una persona attenta e disponibile, ostentavo la mia buona volontà e la mia buona fede, fingevo di languire e soffrire, ero proprio un attore professionista. Meritavo un premio di recitazione. Dovevo lanciarmi nel teatro amatoriale, era la mia via. E quell’ingenua si lasciava ammaliare, nonostante tutti i suoi diplomi e la sua fama. Anche lei in preda agli ormoncini maschili, come una qualsiasi sprovveduta.</p>
<p>Io le ribattevo che quella che mostravo durante le sedute era la mia vera natura. Nelle studio dalla terapeuta veniva fuori la mia anima profonda, che lei a causa del risentimento accumulato nel corso della nostra lunga convivenza non sapeva più vedere. Lei rideva sforzatamente come quando si vuol far capire che l’altro l’ha sparata davvero troppo grossa. Se solo un decimo delle cose che mettevo lì il mercoledì pomeriggio fossero state vere sarebbe già andata bene, mi diceva.<br />
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La verità era che la terapeuta era dalla mia parte, anche se cercava di nasconderlo meglio che poteva, argomentava. Si sbagliava di grosso, tifava per lei, e lo dimostrava ogni volta, ribattevo io. Non le avrebbe permesso di dire che vivere con me era peggio di languire in prigione e che un paio di volte avevo cercato di ammazzarla, se non fosse stata più dalla sua che dalla mia. Se fosse stata veramente dalla sua ogni parola che dicevo me l’avrebbe fatta rimangiare, mi interrompeva lei. Insomma, la discussione degenerava, e i rumeni di sopra battevano per terra con la scopa.</p>
<p>Un mercoledì la terapeuta ci chiese con che frequenza avevamo dei rapporti sessuali. MAI!, rispose mia moglie. Preso alla sprovvista io facevo dei mulinelli con la mano, come per dire effettivamente non tanto spesso, ma si trattava di una contingenza passeggera. ASSOLUTAMENTE MAI!, ripeteva mia moglie. Quante volte alla settimana?, domandava la terapeuta, con il suo sorriso incoraggiante, ma anche con fermezza. Io continuavo i miei patetici mulinelli, con la testa piegata su un lato. ZERO!, diceva mia moglie, guardandomi come si guardano i criminali. Dando al suo sorriso incoraggiante una nota di sognante maliziosità la terapeuta ci disse allora che il sesso è molto importante, e fa molto bene ai rapporti di coppia. Non c’è niente meglio dell’intimità sessuale per intendersi, ci spiegò, fissandoci alternativamente e terapeuticamente negli occhi.</p>
<p>I disegnetti a due euro al minuto in qualche modo però funzionavano, questo bisognava ammetterlo. Mentre disegnavamo nello studio della terapeuta c’era un’atmosfera calma e rilassata, un’atmosfera che a casa nostra ce la sognavamo. Non c’era pericolo che volassero frasi sferzanti, i battibecchi erano rigorosamente banditi. Sia io che mia moglie eravamo a nostro agio, e non rimacinavamo le solite miserie. Eravamo tutti presi dalle nostre rispettive opere, e curiosi di sapere cosa diavolo avrebbe tirato fuori la terapeuta, come diavolo sarebbe riuscita questa volta a prenderci in contropiede. Certo, ogni minuto che passavano erano due euro di meno nel nostro portafoglio, ma in fondo non erano poi un dramma, due euro, mi dicevo. Un sacco di cose costavano di più, e non facevano così bene. Perché quando uscivamo da lì eravamo un po’ più in pace con noi stessi e con il mondo, era innegabile. Durava poco, il tempo di un caffé, ma era pur sempre qualcosa.</p>
<p>Avevamo preso l’abitudine, una volta usciti dalla seduta, di andare a bere un caffé assieme. La prima volta era successo quasi per caso, poi era diventata una consuetudine. Seduti a uno dei tavolinetti tondi del locale all’angolo guardavamo gli altri avventori, guardavamo le persone che transitavano sul marciapiede, guardavamo il cielo. Stavamo zitti, ma non litigavamo. Era evidente che a entrambi piaceva essere in quel caffé tanto diverso da quelli del nostro quartiere, con quelle persone tutte di razza bianca, tutte profumate e eleganti, con quei camerieri che ti trattavano come un signore, con quel caffé che era indubitabilmente più buono, e servito in una tazzina più bella. Costava il doppio, ma dopo esserci appena alleggeriti di centoventi euro per quattro disegnetti non era certo il caso di mettersi a fare i pidocchi.</p>
<p>Ognuno si avviava poi verso casa per conto proprio. Se uno metteva lì che avrebbe preso la metropolitana l’altro ribatteva che preferiva camminare un po’, se uno diceva che si avviava a piedi l’altro esprimeva il desiderio di prendere la metropolitana, perché aveva un po’ freddo. Lo stato di grazia non avrebbe retto alla sovraffollata scontentezza dei quartieri meno favoriti, o anche solo alle scalinate uggiose della metropolitana, ne eravamo entrambi ben coscienti. Ci ritrovavamo a casa, e riprendevamo a accapigliarci. Fino ai disegnetti del mercoledì successivo. I disegnetti rappresentavano pur sempre una tregua, se non una riconciliazione.</p>
<p>Io non avevo più vergogna dei miei scarabocchi sgraziatamente infantili. Ne ero anzi quasi un po’ fiero: mi sembrava di aver fatto dei progressi. E soprattutto sapevo che la terapeuta ci avrebbe trovato qualcosa di positivo, anche se certo avrebbe visto anche degli aspetti criticabili, che a fare bene avrei dovuto mettermi un po’ alla volta nell’ordine d’idee di correggere. E in fondo mi piaceva essere lì con mia moglie. Mi ricordava i primissimi tempi in cui stavamo assieme, dieci anni prima del nostro tardivo matrimonio. Quando nelle brevi pause del furioso e catartico sesso giocavamo a chi rideva prima o ci leggevamo a vicenda dei racconti fantastici tedeschi. </p>
<p>La terapeuta insisteva pur sempre con i tentativi di conversazione. Forse proprio per le difficoltà incontrate in precedenza le regole adesso erano cambiate. Prima di cominciare a dire la sua ognuno doveva riformulare con le proprie parole quello che aveva detto l’altro, in un modo che andasse bene anche a quest’ultimo. Solo dopo aver ripetuto il messaggio dell’altro senza deformare il suo pensiero e senza contrariarlo, si poteva finalmente rispondergli. L’altro traduceva a sua volta questa risposta nelle sue parole, e così via. Un sistema infallibile, in linea teorica.</p>
<p>Anche con questo nuovo metodo saltavano in realtà fuori fin dalle prime battute un sacco di inghippi. Se per esempio dicevo a mia moglie che mi sarebbe piaciuto che avesse più fiducia in me, la sua traduzione era che pretendevo di avere una schiava a mia completa disposizione. E se dicevo che secondo me doveva fare più attenzione a quello che le dicevo, badando a non fraintendermi, lei traduceva che le avevo dato della stronza fatta e finita. In altre parole la disprezzavo, l’avevo sempre disprezzata, lei e la sua famiglia di ascendenza contadina.</p>
<p>Con un ennesimo sorriso incoraggiante la terapeuta la invitava allora a riprovare a riformulare il mio pensiero. Lei diceva più o meno le stesse cose, ma con ancora più veemenza, e prendendosela anche con la terapeuta. La accusava di non voler vedere la verità in faccia, perché era dalla mia, era sempre stata dalla mia. La terapeuta sollevava il suo indice ammonitore, con il risultato che ci si può immaginare. Io gongolavo di fronte alla prova lampante dell’incomprensione di mia moglie, e vedendomi gongolare lei diventava ancora più furiosa. Mi fa paura!, esclamava la terapeuta, sporgendo il busto all’indietro, senza più sorridere.</p>
<p>Inutile dire che quando però toccava a me tradurre le sue parole, mia moglie mi rovesciava addosso una secchiata di critiche e di improperi. A sentire lei aveva detto l’esatto contrario. E il colmo è che la terapeuta invece di prendere le mie difese sosteneva che avevo effettivamente travisato le sue frasi, e quindi dovevo provare a tradurlo di nuovo, questa volta rilasciando la mandibola. Questa non è una terapeuta, è una banderuola, mi dicevo io dentro di me, molto deluso dall’improvviso e inaspettato voltafaccia. Vatti a fidare delle terapeute di coppia, mi dicevo, osservando i cenni di intesa femminile che scambiava con mia moglie.</p>
<p>Eravamo davvero tanto diversi l’uno dall’altra, finiva ogni tanto per riconstatare la terapeuta, dondolando tennisticamente lo sguardo tra me e mia moglie. Davvero diversi, ripeteva con il suo intramontabile sorriso incoraggiante. Sulla sua fronte faceva però capolino una stanchezza che veniva da molto lontano, dalle steppe ventose del suo paese di origine. Noi ci guardavamo a nostra volta, e nei nostri occhi leggevamo lo stupore di constatarci effettivamente così diversi come diceva la terapeuta. Quasi uno spavento. Per tanti anni non ce n’eravamo accorti. Come dire, ci era sembrato normale.</p>
<p>Tra una seduta e la successiva avremmo dovuto fare i compiti. I compiti a casa consistevano nel sedersi pacificamente uno vicino all’altro, preferibilmente di faccia, con un cuscino pacificamente nel mezzo. Un normale cuscino, né troppo grande né troppo piccolo, di qualsiasi colore. Chi prendeva serenamente la parola doveva tenere sollevato il cuscino a mezz’aria, a mo’ di re magio, e quando aveva finito di parlare lo doveva porgere all’altro come se fosse un prezioso regalo. L’altro doveva accettare quel prezioso regalo, e con le sue parole e passando a sua volta il cuscino fare a sua volta un altro prezioso regalo. E via così, di prezioso regalo in prezioso regalo, in una crescente armonia reciproca. L’idea non era male, e nemmeno la prova eseguita nello studio confortevole della terapeuta era venuta malissimo. Un metodo come un altro per parlare senza saltarsi subito addosso.</p>
<p>A casa però non tirava proprio aria per mettersi a fare l’esercizio del cuscino. Ce lo saremmo tirati addosso il cuscino, se avessimo provato, c’era da scommetterci. Ci saremmo ammazzati a cuscinate. Personalmente mi sarei sentito ridicolo anche solo a proporla, una cosa del genere. Sarebbe stato come invitare qualcuno a giocare pacificamente a scacchi mentre dei cecchini sparano dai palazzi circostanti. Se non proporlo al cecchino stesso, fingendo di non vedere che è armato fino ai denti, e che ha già il dito sul grilletto. Niente compiti a casa, insomma.</p>
<p>Rivivevo quindi quella che tanti anni di esperienza mi avevano fatto identificare come l’essenza più profonda dell’educazione scolastica: l’angoscia per non aver fatto i compiti, le fitte all’intestino ad essa connesse. A quarantacinque anni suonati mi ritrovavo a avere paura che me le cantassero come avevano effettivamente fatto schiere di maestri e professori. Di mia spontanea volontà, e per sentirmi dire che quello che fa bene alle coppie è il sesso.</p>
<p>La terapeuta però non ci chiedeva mai se avevamo effettivamente fatto i compiti. Sembrava essersi dimenticata di aver insistito moltissimo, di averci ammonito che il solo modo per migliorare era quello. Probabilmente lo leggeva sulle nostre facce, che non potevamo aver fatto nulla. O semplicemente era una maestra buona, che si fidava dei suoi allievi. Se non addirittura, considerando le cose a posteriori, una fata che ci aveva mandato il destino.</p>
<p>Disegnare ci piaceva sempre di più. Sapevamo entrambi che dal disegnetto che stavano facendo avremmo imparato qualcosina su noi stessi, si saremmo chiariti un po’ le idee. E nello stesso tempo ci stuzzicava essere assieme, assieme senza bisticciare. Senza darlo a vedere io guardavo cosa diavolo avesse disegnato lei, e non potevo non ammirare il risultato sempre valido anche sul piano estetico. Ma anche lei non si mostrava schifata davanti ai miei disegnetti idioti. Sembrava anzi considerarli normali, sembrava cercare di capire che cavolo avessi voluto dire.</p>
<p>All’uscita di ogni seduta ci dirigevano verso il caffè affacciato sulla piazza lussuosa. Ci sedevamo a un tavolino e ci concedevamo il nostro quarto d’ora di rilassamento turistico in quel quartiere dove le persone non avevano dipinto sulla faccia le loro angustie e i loro problemi economici. Dove sui marciapiedi non stazionava nessuno sputo e nessuna merda di cane, nessuna cartaccia bisunta. Dove i signori portavano l’indistinguibile marchio delle loro importanti e gratificanti occupazioni. Dove le donne erano slanciate e incedevano vittoriose, lasciando dietro di loro una scia di costoso profumo. Dove i bambini erano dei meravigliosi e inavvicinabili lordicini. Dove perfino il giornalaio aveva l’aspetto di un coltissimo professore di egittologia. Era un gran riposo, dopo una settimana nel fango di una trincea.</p>
<p>I disegnetti andavano bene, erano gli esercizi di conversazione che lasciavano molto a desiderare. Ogni nuovo esperimento si trasformava in una colluttazione verbale. Sempre più spesso la terapeuta pareva un po’ suonata, come un pugile che s’è beccato una scarica di colpi sulle tempie, dopo i nostri scambi più violenti. Raddrizzava il busto, si riempiva per bene i polmoni di aria. Il sorriso incoraggiante era sempre lì, intendiamoci, ma gli occhi a mandorla erano quello di chi non sa più che pesci prendere. Alla fine di ogni seduta ribadiva che nonostante tutto c’erano molti piccoli miglioramenti, che un po’ alla volta si sarebbero trasformati in progressi inarrestabili, ma secondo me i suoi incoraggiamenti erano un inflazionato stratagemma del mestiere. Come le infermiere sono abituate a ripetere ai malati terminali che un po’ alla volta si riprenderanno, che è solo questione di tempo.</p>
<p>A sentire lei il trucco per non bisticciare era badare a non esprimere dei giudizi sull’altro quando gli si diceva qualcosa. Se l’altro non si sentiva giudicato non si indisponeva, e tutto andava bene. Noi pensavamo entrambi che fosse un’ottima trovata: ci sembrava la logica conseguenza, adesso che avevamo scoperto di essere tanto diversi. </p>
<p>Solo che dopo quindici anni di vita in comune avevamo entrambi un odorato più sensibile di quello di un cane da tartufo, quando si trattava di scovare dei giudizi nelle frasi dell’altro. Individuavamo il più piccolo sentore di giudizio anche a un chilometro di distanza, anche quando era sepolto sotto spesse ramaglie fintamente innocenti, sotto mezzo metro di terriccio verbale. Avevamo un bel cercare di bandire dalle nostre parole i giudizi, i giudizi erano sempre lì. Come quelle infezioni che non si riescono a debellare nemmeno con gli antibiotici più potenti, che ormai sono diventate resistenti a qualsiasi attacco.</p>
<p>Per certi aspetti però aveva ragione la terapeuta, era innegabile. Dai e dai mia moglie mi interrompeva di meno durante gli esercizi di conversazione, non mi insultava più. Si vedeva che non era d’accordo e che dentro di lei ribolliva, ma considerava normale lasciarmi parlare. Era una rivoluzione copernicana. E io avevo fatto dei progressi da gigante nei cinque minuti di riassunto finale. Dicevo per esempio nel corso di quella seduta avevo imparato la data cosa o mi ero reso conto della tal altra. O addirittura che da quel momento in poi non avrei più fatto gli errori di prima. La terapeuta mi guardava come si guarda un frugolino un po’ difficile che ci dà finalmente le soddisfazioni che ci meritiamo, e il suo sorriso era ancora più incoraggiante del solito. Mia moglie invece mi fissava come si fissa uno che tira fuori una farina che non è del suo sacco. Io la guardavo a mia volta negli occhi, come a dire che quelle erano le mie impressioni, e nessuno poteva togliermele.</p>
<p>Le settimane passavano, e noi disegnavamo con sempre più concentrata applicazione, con ispirato fervore. Avevamo ormai fatto grandi passi anche nell’arte dell’interpretazione. Eravamo noi stessi in grado di elucubrare e di argomentare, senza aspettare le imbeccate della terapeuta. Sempre più spesso il nostro occhio ormai esperto riconosceva il senso del tratto che la nostra mano stava in quel momento stesso fissando sulla carta, come una persona che già alla prima parola afferra il senso di una frase. Quando però la terapeuta ci diceva che non si sarebbe aspettata un’evoluzione così rapida e così spettacolare, ci guardavamo, per una volta solidali nel nostro scetticismo.</p>
<p>Il fatto di andare al caffé dopo la seduta era diventato un rito irrinunciabile. Non ce lo domandavamo nemmeno più, puntavamo senza esitazione alcuna verso il locale all’angolo con la piazza pretenziosa. E anche la maniera di stare seduti allo stesso tavolino non era più la stessa. Non guardavamo più ciascuno da una parte diversa, le nostre spalle non formavano più quell’impercettibile angolo ottuso che tradisce l’insofferenza. Sempre più spesso ci capitava di fissare l’attenzione sulla stessa persona, ben coscienti che era così. E quando ci scappava un commento, questo non provocava l’ironia dell’altro, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma la sua approvazione. Constatavamo che le nostre opinioni su quegli avventori e su quel quartiere tanto diverso dal nostro, tanto spocchioso, non erano poi così diverse, per quanto fossimo diversissimi uno dall’altro. Non si poteva certo chiamarla una conversazione, ma era pur sempre un promettente abbozzo.</p>
<p>Nonostante gli oggettivi miglioramenti mia moglie restava sempre molto scettica nei miei confronti, molto sospettosa. E i compiti a casa rimanevano il solito motivo di discordia. Per me era colpa sua se non li facevamo, mentre per lei il solo e unico responsabile ero io. Avevo però trovato un trucco che la faceva smettere di essere polemica. “Bene-bene” le dicevo, imitando la voce della terapeuta, quando lei faticava a trovare le parole per dire qualcosa. Lei scoppiava a ridere, e si dimenticava di essere polemica. “Bene-bene”, la incoraggiavo io, scimmiottando l’espressione benevolente della terapeuta, lottando per non ridere anch’io.</p>
<p>Continuavamo indefessamente a disegnare. La magia di quel momento dipendeva dal fatto che eravamo lì assieme, ne eravamo entrambi sempre più coscienti. Io mi dicevo che avremmo forse potuto provare a farli anche a casa, i disegnetti. L’età anagrafica non vuole dire niente, quel che conta è restare giovani nello spirito, mi dicevo. Cinquant’anni al giorno d’oggi non sono nulla, mi dicevo.</p>
<p>La terapeuta ci ripeteva sempre più spesso che avevamo fatto degli enormi passi in avanti, che eravamo irriconoscibili rispetto a quando ci eravamo presentati tre mesi prima. In fondo non è una cosa necessariamente negativa, essere così diversi in una coppia, ci diceva, con il suo sorriso incoraggiante. Avevamo entrambi molta fantasia, forse quello che ci accumunava era quello. Noi evitavamo di guardarci, perché se ci guardavamo pensavamo alle imitazioni, e ci veniva da ridere.</p>
<p>Secondo mia moglie restavo però sempre il solito egoista, il solito paranoico. Ero anzi diventato ancora più pigro, pensavo ancora di più a fare i miei porci comodi. Non mi era servita la terapia: avevo solo imparato a dire le bugie. Ero solo diventato più scaltro. Rideva però sempre moltissimo quando scendendo le signorili scale imitavo la terapeuta. Rideva mettendosi la mano sulla bocca e strabuzzando gli occhi. “Bene-bene”, insistevo io, contraffacendo la voce e il sorriso di benevolenza della terapeuta. Schh!, schh!, mi diceva lei, indicando con l’indice il piano della terapeuta. Schh!, schh!, ripeteva, come però un bambino che ha voglia di ridere ancora di più. Se infatti continuavo a fare il pagliaccio era colta da incontrollati movimenti sussultori e si aggrappava al passamano dell’elegante ringhiera. Io allora sollevavo l’indice, e proiettando il busto all’indietro le dicevo che mi faceva paura. Riuscivamo appena a aprire il portone che dava sulla strada, da quanto ridevamo. Una volta fuori sghignazzavamo fino a piegarci in due, fino a avere le lacrime agli occhi. Cinquant’anni da una parte, quarantacinque dall’altra, per un totale di novantacinque anni, quasi novantasette, e ridevamo come dei bambini. Centoventi euro per fare dei disegnetti, imparare i benefici del sesso, e ridere come bambini.</p>
<p>Entravamo nel caffé di buon umore, e ordinavamo quello di cui avevamo voglia con la voce chiara e sonante. Niente a che vedere con le entrate sottomesse e colpevoli delle prime volte. Non ci intimoriva più quel locale così diverso da quelli del nostro quartiere, così raffinato. Ci sembrava che se c’era qualcuno che doveva vergognarsi erano gli altri avventori, con la loro supponenza metropolitana, e con quelle loro facce barricate in una tetra vanità, non noi. Sempre più spesso parlavamo del più e del meno senza nemmeno accorgerci che il tempo passava. Il tono di una coppia normale, che non deve pagare ogni settimana centoventi euro per un’ora di disegnetti. Una coppia che ha dei normali rapporti sessuali.</p>
<p>“Bene-bene” replicavo io a qualche sua frase più stentata, imitando la voce della terapeuta. Presa alla sprovvista lei rideva. Rideva come ridono le donne con gli uomini che le corteggiano. Rideva come quando ci conoscevamo appena e io per impressionarla facevo lo spiritosone. E se le prendevo la mano non mi guardava con quell’odiosa espressione: e questo cosa vuole? Tornavamo a casa assieme, prima passeggiando sui viali trafficati e poi con la metropolitana.</p>
<p>Un pomeriggio riuscimmo finalmente a fare il gioco del cuscino. Non venne tanto bene, perché io tendevo a essere un po’ troppo cerimonioso, e lei a venire un po’ troppo al dunque, però a nessuno dei due passò per la testa di tirare il cuscino in faccia all’altro. Ci mettemmo anzi a parlare.</p>
<p>Il mercoledì seguente la terapeuta ci accolse però con delle laconiche raggiere di rughette attorno agli occhi. Ci accomodammo in silenzio, sentendo che era successo qualcosa di gravissimo. Ci fissava con le labbra strette e gli occhi molto infossati: si sarebbe detto che le fosse morto il gatto. Noi ci guardavamo, la guardavamo. Dov’era finito il suo sorriso di benevolenza? Siete in ritardo di un’ora, sbottò, come si potrebbe fare con dei bambini irresponsabili. A me sembrava proprio che fosse l’ora giusta, anche se effettivamente qualche volta mi confondo, quindi non potevo essere sicuro al cento per cento. Ma anche mia moglie era certa che fossimo arrivati all’ora fissata, e lei non si sbaglia mai. Intervenendo a turno le dicemmo quindi che era lei che aveva preso un abbaglio. Questa volta eravamo noi che avevamo il sorriso di benevolenza. Ci vollero due o tre minuti per smuoverla dall’idea che fossimo necessariamente noi nel torto. Ma si vedeva che non era ancora completamente convinta.</p>
<p>Scendendo le scale con l’odore di cera e di rispettabilità mia moglie faceva la faccia da terapeuta imbronciata, e io l’ammonivo sollevando un indice minaccioso. Lei allora mi mordeva il dito. Ci trascinammo nel solito caffé come due ubriachi ondeggianti, con gli occhi appannati dalle lacrime. Bene-bene!, mi diceva lei con la voce incoraggiante, appena dicevo qualcosa. Due giorni dopo, al termine di un accoppiamento particolarmente riuscito, decidemmo che con i disegnetti poteva bastare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/07/autismi-8-terapia-di-copulazione-2a-parte/">Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 05:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>L’unica parvenza di attività in comune erano ormai i disegnetti infantili. Le casette con la spirale di fumo e la palla del sole, i caparbi omettini filiformi, le montagne a seghetta, il mare con le sue ondine. Niente sesso, niente conversazioni intriganti, niente cenette a lume di candela, niente cinema sul canale, niente televisione con i semi di zucca, niente delle cose normali che fanno le coppie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/30/autismi-8-atti-di-copulazione-1a-parte/">Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>L’unica parvenza di attività in comune erano ormai i disegnetti infantili. Le casette con la spirale di fumo e la palla del sole, i caparbi omettini filiformi, le montagne a seghetta, il mare con le sue ondine. Niente sesso, niente conversazioni intriganti, niente cenette a lume di candela, niente cinema sul canale, niente televisione con i semi di zucca, niente delle cose normali che fanno le coppie. Guerra fredda. Interrotta appunto dalle sedute del mercoledì pomeriggio. Centoventi euro per disegnare un’ora come dei bambini. Il che fa due euro al minuto. Un euro ogni trenta secondi di disegnetti, sborsato da un marmocchio di un’età cumulata di novantacinque anni, quasi novantasette.<br />
<span id="more-16220"></span><br />
Di solito litigavamo anche sulla maniera di andarci, quindi ci ritrovavamo nella sala d’aspetto. Se io per esempio annunciavo che preferivo andare in bicicletta lei prendeva la metropolitana, se lei optava la bicicletta io andavo un pezzo a piedi e poi in autobus, e via dicendo. Manco a dirlo era nei quartieri ricchi al capo opposto della città, quindi c’era da sbizzarrirsi.</p>
<p>Nella sala d’aspetto ci lanciavamo uno sparuto grugnito di saluto, e poi ognuno si faceva gli affari suoi. O meglio, se uno leggeva i pieghevoli concernenti le più svariate pratiche yoga e spirituali sparpagliati sul tavolino di bambù c’era da scommetterci che l’altro metteva la testa nel libro che s’era portato da casa, se uno tirava fuori il romanzo che aveva in tasca l’altro decifrava caparbiamente gli annunci della bacheca sugli stage di rilassamento o di sviluppo personale, o sul passaggio nella metropoli della data guida spirituale orientale.</p>
<p>Faceva poi capolino la terapeuta con il suo sorriso incoraggiante da terapeuta, e guardandoci a turno e terapeuticamente negli occhi diceva che potevamo accomodarci e iniziare il nostro lavoro. Lei lo chiamava lavoro, insistendo molto sulla seconda sillaba, in modo da sottolinearne la pregnanza, ma anche l’incondizionata benevolenza che l’avrebbe accompagnato. Come appunto si fa con i bambini dell’asilo. Già prima che ci fossimo levati le scarpe e accomodati erano partiti due euro, si andava a rapidissimi passi verso i quattro.</p>
<p>Per la nostra terapeutica attività creativa la terapeuta ci dava dei normali fogli A4. E ci diceva per esempio che dovevamo fare un disegno che corrispondeva alla data parola, o che rappresentava noi stessi, o la nostra coppia. Ognuno di noi prendeva un foglio, e si serviva dei pennarelli da bambino o dei pastelli a cera di suo gusto, facendo beninteso attenzione a non incontrare la mano dell’altro, o peggio ancora lo sguardo. Poi si metteva all’opera. Ciascuno nel suo angolo, dandosi le spalle.</p>
<p>Io un po’ mi vergognavo, perché per quanti sforzi facessi i miei disegnetti risultavano dei disegnetti da bambino completamente deficiente. Cercavo per esempio di ottenere un effetto prospettico, e il risultato era una goffa disarticolazione dello spazio che faceva pensare a un terremoto immortalato da un paziente parkinsoniano. Mia moglie invece ha sempre disegnato bene, quindi secondo me partiva avvantaggiata. La terapeuta aveva molto insistito sul fatto che non contava niente essere dotati o meno per il disegno, ma io restavo pur sempre convinto che partisse favorita. I suoi disegnetti non sembravano i disegnetti di un bambino mentecatto: erano armoniosi, aggraziati.</p>
<p>Dopo svariate decine di euro di disegnetti, per esprimersi direttamente in euro, venivano i commenti della terapeuta. A dispetto delle mie paure parlava dei miei sgorbi con una solennità trattenuta, manco fossero delle opere di un grande artista. Trovava sempre qualche particolare molto interessante, e che secondo lei esprimeva qualcosa di positivo. Un indizio di un’indole promettente, l’epifania di una nobile disposizione del mio spirito. Poi però mi faceva notare per esempio che la persona che avevo disegnato aveva le braccia staccate dal corpo, o che i piedi non toccavano per terra. Cosa voleva dire secondo me il fatto che i piedi restassero sospesi nel vuoto o che le braccia delle persone non entrassero in relazione?, mi chiedeva, sempre mantenendosi incollato alla faccia il suo sorriso incoraggiante. E io dovevo rispondere. Idem con mia moglie: prima le faceva molti complimenti, poi la tartassava.</p>
<p>A un certo punto guardava l’orologio, e ci invitava a approfittare dei cinque minuti che restavano per dire in maniera molto sintetica cosa avevamo tratto dalla seduta di quel giorno. Mia moglie aveva immancabilmente da spiattellare un sacco di cose, perché è una persona capace di ricavare una valanga di impressioni dalla più infima cacchina di mosca. Diceva che aveva imparato questo o quello, e che aveva capito quest’altro, che avrebbe approfondito quest’altro ancora. La terapeuta la contemplava come si contemplano gli allievi che danno molta soddisfazione. Lei continuava a parlare, e la terapeuta continuava a contemplarla con ammirazione. Bene-bene!, continuava a ripeterle.</p>
<p>Io invece sbrodolavo qualche frase che non voleva dire pressoché nulla, e poi mi arenavo. Bene-bene!, mi incoraggiava la terapeuta, come a dire che l’inizio era stato molto promettente. Per invitarmi a continuare assentiva con il capo, e faceva gli occhi grandi. Io fissavo lei e lei fissava me. Non c’era nessun motivo perché mi interrompessi, sembrava dire la sua vibrante benevolenza nei miei confronti. Io non sapevo proprio a che santo votarmi, per riempire i due minuti e mezzo, equivalenti a cinque euro, che mi toccavano. Mi sentivo le gocce di sudore sul collo e sulle tempie. Tra il resto mi scocciava che mia moglie mi vedesse in quelle condizioni.</p>
<p>Finita la tortura riassuntiva saldavamo il conto. Mia moglie pagava i suoi sessanta euro con un assegno, e io i miei sessanta euro in contanti. Vivevo in quel posto da quindici anni, ma non avevo ancora un conto in banca come tutti. I sessanta euro sgualciti nella tasca dei pantaloni venivano dai miei buchi nella terra durante quelle che tutti lì chiamavano le vacanze, in quello che mia moglie definiva il mio fottuto paese di origine. La terapeuta ci salutata fissandoci terapeuticamente negli occhi, e poi scendevamo le scale con l’odore di rispettabile palazzo parigino. E ci avviavamo verso casa. Ognuno separatamente, perché era escluso che avremmo trovato un accordo sulla forma di trasporto e sui dettagli connessi.</p>
<p>Il mercoledì successivo la terapeuta sporgeva di nuovo la sua testa sorridente nella sala d’aspetto: si mostrava ancora una volta molto felice di vederci. Mentre ci scortava verso il suo studio stringeva i palmi delle mani uno contro l’altro, e teneva i gomiti un po’ sollevati, come appunto quando ci si appresta a fare qualcosa di gradevole. Sempre sorridendo con gli occhi e con la bocca dava a ciascuno di noi il solito foglio A4, e metteva nel mezzo la scatola dei pastelli a cera o delle matite colorate. Mentre disegnavamo vegliava su di noi come un pastore si occupa delle sue pecore, come una missionaria premurosa. E quando avevamo finito faceva a ciascuno di noi dei complimenti, e con le solite domandine ci svelava gli arcani di questo o quel dettaglio. E ci tartassava.</p>
<p>Quasi sempre mi diceva che dovevo sedermi meglio. Secondo lei stavo appollaiato sulla punta del divano: tutto rigido, tutto rannicchiato su me stesso. E tenevo chiuse le mascelle come se fossero delle tenaglie di ferro. Non fa bene tenere le mascelle tese come le tenevo io, mi spiegava. Io allora retrocedevo con il sedere fino ai terapeutici cuscinoni, e facevo quello che è rilassato. Lei assecondava la mia retrocessione ayurvedica con il suo sorriso incoraggiante.</p>
<p>Si capiva però che prima o poi sarebbe tornata all’attacco tenendosi la mano davanti alla bocca aperta, con il pollice e l’indice puntati sui due snodi delle mascelle. Avrebbe scrollato la testa, sempre premendo la mano a tenaglia sui cardini delle mascelle, per farmi capire che dovevo rilasciare la mandibola. Io mi sentivo come un disgraziato che non sa nemmeno camminare, che non sa tenere in mano la forchetta. È scocciante che a quarantacinque anni ti dicano che non sai sederti e non sai tenere la bocca come si deve tenere. Soprattutto quando per certi versi ti senti un grande scrittore.</p>
<p>Un paio di volte prima di iniziare con i disegnetti la terapeuta provò a farci conversare. Dovevamo parlare delle questioni che di solito non riuscivamo a affrontare. Di quelle che erano difficili da tirare fuori in condizioni normali. Di quelle che sapevamo che avrebbero potuto creare degli attriti. Mia moglie mi fissava con una faccia che voleva dire: mi sembra proprio che tocchi a te, no? Io la guardavo con una faccia simile, come si fa quando non si ha nessuna intenzione di farsi mettere i piedi sulla testa. Lei allora corrugava le sopracciglia: in pochi secondi quella situazione di stallo sarebbe degenerata in una serie di terribili recriminazioni e reciproche accuse, era evidente. La terapeuta però tagliava corto e sceglieva lei chi doveva cominciare.</p>
<p>Personalmente facevo una gran fatica a trovare un tema preciso, talmente vasta era la scelta: erano ormai secoli che non parlavamo mai di niente. E poi le confessioni in pubblico non sono mai state il mio forte. In ogni modo qualsiasi argomento tirassi fuori mia moglie mi saltava subito addosso. Erano tutte fandonie, sbottava, chiamando a testimone la terapeuta. Questa la invitava a lasciarmi parlare, perché era il mio turno. Con il suo solito sorriso incoraggiante, ma anche con fermezza. Mia moglie fumava di rabbia, perché se c’è una cosa che non sopporta è dover star zitta quando vorrebbe dire qualcosa.</p>
<p>Appena ricominciavo a parlare mi interrompeva di nuovo: le sparavo fuori grosse come una casa, esclamava. Articolando per bene ogni singola parola la terapeuta le spiegava che tutti e due dovevamo poter parlare senza che l’altro lo interrompesse: non si può esprimersi a proprio agio, se si è subito interrotti. Mia moglie sembrava una pentola a pressione che sta per esplodere. Lei non poteva lasciarmi dire tutta quella massa di ipocrite stronzate, ritornava all’attacco, appena mettevo lì una qualsiasi altra frase. La decenza ha un limite, diceva. La terapeuta ribadiva con ancora più risolutezza che doveva lasciarmi continuare. Alzava la voce, e l’ammoniva con l’indice. Come si fa appunto con i bambini.</p>
<p>Mia moglie guardava l’indice come se volesse morderlo, perché non ha mai sopportato gli indici ammonitori. Parlavo solo io, solo io avevo il diritto di esprimermi, gridava, sporgendosi in avanti. Se fa così mi fa paura!, esclamava la terapeuta, indietreggiando con il busto come quando appunto si è terrorizzati. Non sorrideva più. Per qualche attimo si temeva che la situazione degenerasse.</p>
<p>Articolando bene ogni sillaba la terapeuta spiegava invece a mia moglie che ognuno di noi aveva a disposizione l’identico tempo di parola. Era quindi importante che lei facesse la differenza tra le sue impressioni e la realtà oggettiva. Io avevo la sensazione di rinascere: proprio le parole che ci volevano, mi dicevo. Finalmente qualcuno che mi capisce, e che cerca di rimettere un po’ d’ordine in tutta la faccenda, mi dicevo. Forse non è vero che i centoventi euro sono buttati nel cesso, mi dicevo.</p>
<p>Quando però toccava a mia moglie la terapeuta la lasciava sparare fuori una serie interminabile di ingiustizie e di calunnie nei miei confronti, una lista da far impallidire il peggiore degli assassini. La fissava anzi con il suo sorriso incoraggiante. Bene-bene, commentava, invece di porre un termine a quei deliri.</p>
<p>A sentire mia moglie ero l’essere più egoista della terra, pensavo solo a me stesso, non ero mai disponibile nei suoi confronti, fin dall’inizio le avevo imposto una serie di angherie, a cominciare dai ripetuti tradimenti che l’avevano quasi uccisa dalla sofferenza. Più parlava più si infervorava, più le venivano in mentre altre terribili accuse nei miei confronti, altre prove a suo avviso schiaccianti. Ero infantile, dispotico, paranoico, avaro, non sapevo avere dei rapporti adulti, l’unica persona con la quale avevo un legame molto forte era mia madre, un legame per l’appunto esagerato, patologico. Bene-bene, ribatteva la terapeuta, con il suo sorriso incoraggiante.</p>
<p>Avrei voluto che prendesse le mie difese, o comunque cercasse di ristabilire qualche misero spezzone di verità, e invece non faceva che aizzare mia moglie, la quale aveva già parlato il triplo di quello che avevo parlato io, e aveva snocciolato un numero di parole cinquanta volte superiore. Cominciavo a domandarmi se non fosse più dalla sua che dalla mia, a dispetto di tutti i sorrisi che mi prodigava quando era il mio turno. A guardarla si sarebbe detto che non si ricordasse neanche più che esistevo.</p>
<p>I disegnetti funzionavano molto meglio degli esercizi di conversazione, su questo eravamo d’accordo tutti e tre. Mentre io e mia moglie disegnavamo eravamo entrambi tranquilli, concentrati e tranquilli. Eravamo a un metro uno dall’altra, ma non ci guardavamo in cagnesco, non ci indirizzavamo delle frecciate. Era già un ottimo risultato. E anche quando avevamo finito di disegnare e la terapeuta ci faceva sopra i suoi bei discorsini non ci guardavamo torvamente. Anzi, senza darlo troppo a vedere eravamo curiosi dell’opera dell’altro. Si vedeva dai movimenti del collo, dalle occhiate che avrebbero voluto ostentare indifferenza.</p>
<p>Qualche volta finito il disegnetto dovevamo scrivere tre aggettivi che ci ispirava, qualche altra dovevamo chiudere gli occhi e metterci in sintonia con l’emozione che sprigionava, sentendo il suo gusto sotto la lingua come se si trattasse di un cibo molto buono. O anche dovevamo pensare a una musica che si adattasse, e poi gradualmente smorzare la musica fino a avere il silenzio interiore. Ogni mercoledì c’erano delle novità.</p>
<p>Anche la maggior parte dei litigi domestici verteva ormai sulla nostra terapia di coppia. È perfettamente comprensibile, visto che era l’unica attività che svolgevamo assieme. Decisamente non sapevo allineare due frasi di fila: la terapeuta non si metteva a sghignazzare solo perché le facevo pena, mi diceva mia moglie. Bene-bene!, diceva imitando la terapeuta, dopo aver scimmiottato i miei incomprensibili balbettamenti. Io le ribattevo che in realtà la terapeuta aveva capito benissimo come stavano le cose: aveva capito chi provocava i litigi, di chi c’era da aver paura, chi era la persona violenta. Se non prendeva posizione era per mostrarsi imparziale: una terapeuta deve mostrarsi imparziale, fa parte del gioco. Mia moglie faceva quelle sue pupille sarcastiche suscettibili di mandarmi seduta stante in bestia. Litigavamo di nuovo.</p>
<p>Eravamo veramente molto diversi, ci diceva ogni tanto la terapeuta, altalenando lo sguardo in qua e in là come quando si cerca un qualsiasi punto in comune tra due intricate geometrie, senza trovarlo. Noi annuivamo, perché era un dato di fatto quasi impossibile da negare. Il colore dei capelli, l’origine geografica, il carattere, le occupazioni, le opinioni politiche, il modo di relazionarci con gli altri, la maniera di gestire i soldi, le preferenze alimentari, l’orologio biologico, la regolazione termica del corpo, il modo di vestirsi, le preferenze in fatto di tapparelle la notte, i gusti dei gelati, le aspettative esistenziali, lo stile e il colore dei sogni, la musica, tutto.</p>
<p>Il problema è che né io né lei volevamo dividerci. La terapeuta ce lo aveva domandato esplicitamente, prima all’uno e poi all’altro, e avevamo entrambi risposto: no. L’unica cosa sulla quale eravamo d’accordo, beninteso sostenendo con veemenza il contrario durante le diatribe e gli alterchi, era che non volevamo lasciarci. Non sapevamo perché era così, ma era così. Eravamo tenuti assieme dall’unico elemento dissonante, la volontà di restare assieme. Un bel dilemma. Anche la terapeuta qualche volta sembrava non sapere più che pesci prendere: sulla sua fronte orientaleggiante compariva una ruga orizzontale che contraddiceva la gaiezza terapeutica della bocca e degli occhi.</p>
<p><em><small> (continua)</small></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/30/autismi-8-atti-di-copulazione-1a-parte/">Autismi 8 &#8211; Terapia di accoppiamento (1a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 7 &#8211; Il mio testamento biologico</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
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<p> </p>
<p>In questo posto e in questo momento, sotto questo cielo ancora invernale di vetro soffiato, vi chiedo di uccidermi. Non subito, quando ce ne sarà bisogno. Quando me lo meriterò. Quando sarò trafitto da tubicini e non risponderò alle vostre domande.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/autismi-7/">Autismi 7 &#8211; Il mio testamento biologico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-15682" title="lomax1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/lomax1-278x300.jpg" alt="lomax1" width="222" height="240" /> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p> </p>
<p>In questo posto e in questo momento, sotto questo cielo ancora invernale di vetro soffiato, vi chiedo di uccidermi. Non subito, quando ce ne sarà bisogno. Quando me lo meriterò. Quando sarò trafitto da tubicini e non risponderò alle vostre domande. Quando paragoneranno la mia esistenza a quella di un vegetale. Quando qualcuno vorrà a tutti i costi farmi del bene o del male, o anche solo prendermi come ostaggio della sua petulante (vanagloriosa?) coscienza. Quando la legislazione in vigore farà decidere i medici o i cammelli. Ve lo chiedo nel pieno possesso delle mie facoltà cerebrali. Insomma, così mi sembra. Certo potrei essere schizofrenico, o vittima di una primaticcia demenza senile, o anche solo ubriaco, ma non mi pare. Mi osservo nel riflesso della porta a vetri del bagno, e mi vedo come mi sono sempre visto, solo un po’ invecchiato. Arriva il momento in cui bisogna fidarsi di se stessi, nonostante le tante delusioni che ci si è dati. Attribuite insomma a queste mie parole l’affidabilità di tutti i chiacchiericci umani, che mentono sempre, ma alitano pur sempre atomi di vero. Uccidetemi, dunque.</p>
<p><span id="more-15412"></span></p>
<p>Prima provate però a svegliarmi. Scrollate con tutte le forze il letto d’ospedale, afferrandolo uno da una parte e uno dall’altra. Dateci dentro con imbestialita abnegazione, senza lasciarvi intimidire dal rumore di ferraglia e dalle eventuali proteste degli altri comatosi (se un altro vegetante si sveglierà al mio posto, avrete pur sempre il plauso dei parenti!). Nel caso gli scrollamenti non dovessero sortire alcun risultato usate il vecchio metodo dei pizzicotti, preferibilmente all’interno delle cosce. Piantemi poi uno spillo nella mano, o anche sulla faccia inferiore della lingua. Strappatemi un’unghia con una tenaglia. Fatelo quando i medici non sono presenti, altrimenti rischiate di farvi sgridare. Se mi sveglierò e urlerò non vi tradirò, ve lo giuro: dirò che mi sono destato da solo. Provate anche con il solletico. Sappiate che i miei punti più sensibili sono le piante dei piedi, e anche le ultime costole, solo però sul lato, non sul davanti. Imitando il miagolare apocalittico e nasale di Carmelo Bene pronunciate le parole: “CHIESA CATTOOOOLICA!” e “INQUISIZIOOONE!”. Sappiate che la musica che più aborro, e quindi più suscettibile di farmi contorcere e urlare, sono i canti polifonici corsi.</p>
<p> </p>
<p>Diffidate però della mia immobilità e del mio silenzio: potrebbero essere una finzione. Non date troppo peso al mio disinteresse nei confronti vostri e del mondo, e ancor meno al piattume delle curve mediche. Domandatevi ogni secondo se il mio vegetare sia un autentico vegetare. Non dimenticate che nella mia vita non ho fatto che tacere, che sono stato un virtuoso della passività. Tenete presente che i miei silenzi erano trappole dove le prede soffocavano nelle loro stesse parole. Non dimenticate nemmeno un secondo che ho passato decenni a tramare felpate strategie per carpire l’attenzione altrui, per dominare le persone che mi volevano bene, per sottometterle ai miei dispotici mutismi. Non ho esitato di fronte a nessun sotterfugio, ho dribblato ogni remora morale, lo sapete bene. Il mio assenteismo relazionale occulterà verosimilmente un’estrema strategia per avervi al mio servizio ventiquattro ore su ventiquattro, non è difficile prevederlo. Diffidate!</p>
<p> </p>
<p>La cosa più probabile, vi avverto, è che sentirò tutto quello che direte, spierò attraverso lo schermo delle palpebre i vostri maneggi. Beffandomi dentro di me del vostro sincopato dolore, ridendo sotto i baffi dei vostri maldestri tentativi di spigrirmi, della vostra crescente spossatezza. Prendendovi impassibilmente per i fondelli. Amandovi infine come vi avrei sempre voluti: disarmati. Cercate quindi di sorprendermi: abbaiate, scoreggiate, nitrite. Fingete di buttarvi dalla finestra, di finirmi con un coltellaccio, di masturbarvi. Parlate male di me, mercanteggiate in mia presenza i miei averi più cari, offendetemi. Sforzatevi di essere più furbi di me, non sottovalutate nemmeno un secondo le mie doti. Tenete conto che con mio fratello vincevo sempre, quando si trattava di simulare di non patire il solletico, che con mia moglie l’ultimo a scoppiare a ridere ero sempre io. E che ho sempre sotterrato nelle torbiere del mutismo i miei pensieri più abissali. </p>
<p> </p>
<p>Anche ammesso che fosse reale, il mio intorpidimento vegetativo sarà pur sempre una rivalsa nei vostri confronti: tenetene conto. Ditevi che sono in quello stato perché non ne potevo più dei vostri discorsi e delle vostre facce, per sottrarmi alle mie responsabilità. Non commiseratemi, vedetemi per quello che effettivamente sarò: un usurpatore. Riconoscete nel mio corpo fintamente o effettivamente vegetante un tiranno che ha preso il potere massacrando i suoi avversari e smanioso di distruggere le esistenze dei suoi nuovi sudditi. Consideratemi un’edera che vuole avviluppare i vostri corpi e stringervi il collo fino a soffocarvi.</p>
<p> </p>
<p>Tenete anche conto che se c’è una categoria umana che detesto, e della quale non ho mai avuto la minima fiducia, sono i medici. Tenete presente che i medici non hanno mai capito nulla del mio stato di salute, non mi hanno mai guarito da nessuna malattia. Se vi dicono che sono morto, ci saranno novantanove probabilità su cento che sia ancora vivo, se vi dicono che sono vivo sarò probabilmente morto, e via dicendo. Forse la medicina avrà fatto molti passi in avanti, ma i medici resteranno gli asini presuntuosi che sono sempre stati. Non capiscono niente del corpo, figuriamoci del resto, figuriamoci degli origami impalpabili dell’etica. In ogni caso i responsabili più probabili del mio stato saranno loro. Provate quindi a sospendere tutti i loro trattamenti, a levarmi tutte le cannule: probabilmente mi alzerò e vi chiederò una sigaretta. Comincerò seduta stante a rimproverarvi di non averlo fatto prima.</p>
<p> </p>
<p>Sappiate soprattutto che nel mio corpo silente si nasconderà un essere felice. Non dimenticate nemmeno un secondo che ho sempre agognato di non avere nessuna responsabilità, di non dover rispondere a quello che mi si diceva, di non essere angariato dalle mie stesse emozioni, di non dover scervellarmi per capire tutto quello che succedeva attorno a me, di non dover rincorrere delle speranze sempre vane, di non dover mandare a mente un’infinità di nomi di persone e di cose, di non dovermi guadagnare da vivere, di non dover lottare contro le mie pulsioni, di non dovere collezionare sofferenze di ogni tipo, di non subire i morsi delle delusioni, di non causare dolore a chi mi sta attorno, di non dover pensare giorno e notte al suicidio, di non sguazzare perennemente nell’acquaccia stantia dei rimorsi, di non dovermi alzare dal letto la mattina, di poter riposare e ancora riposare. Non nascondetevi che tutte le attività umane mi sono sempre apparse faticose e prive di senso, e il raziocinio sempre fallace, e che la sola condizione che mi ha sempre affascinato era il vegetare sprovvisto di pensiero. Non fingete che abbia mai avuto una qualche dignità, ricordatevi quanto ero indegno nelle azioni e nell’intimo. Non nascondetevi che ho sempre invidiato le piante, soprattutto quelle flemmatiche e placidamente assenti, quelle avvezze agli umidumi muscinali dei tropici. Trattatemi quindi con una relativa bruschezza, anche se con benevolenza: come un bambino che ha giocato e si è divertito abbastanza. Cercate di convincermi che è tempo che la smetta. Fatemi la contabilità dettagliata degli sforzi che pretenderò da voi, delle sofferenze che vi causerò, di quanto costerò alla società. Non esitate a sbattermi sotto il naso la mia nefandezza. Forse i vostri accorati appelli saranno più forti di tutto il resto. Forse in me resterà un barlume di altruismo.</p>
<p> </p>
<p>Se nonostante questi miei disinteressati consigli non riuscirete a svegliarmi, affrancandovi dal pericolo mortale che incomberà su di voi, sopprimetemi. Fatelo pensando che avete il mio pieno avvallo. Fatelo con gioia, come si sfila una carota dalla terra, pensando già a mangiarla. Agite dicendovi che anch’io al vostro posto agirei nello stesso modo, che qualunque essere sensato della nostra epoca impaziente lo farebbe. Non fingete però di farlo solo per me, ve ne supplico. Risparmiatemi questa indegna farsa. Ricordatevi che ho avuto molti difetti, ma non ho mai sopportato l’ipocrisia. Considerate che il mio attuale avvallo sarà solo un enigmatico cimelio sbocconcellato dalla sabbia, una forcina ossidata appartenuta a un essere che ora è alito del deserto: in quel momento vorrò solo continuare a vegetare. Lo agognerò con l’energia sorda e inarrestabile appunto dei vegetali. Il mio sangue sarà pura linfa di vita, limpida di rimorsi e di scorie delle lotte quotidiane. Il mio respiro vaporerà puro e lieve come quello di una foglia di palma che accarezza un cielo di topazio.</p>
<p> </p>
<p>Abbiate il coraggio di essere sinceri: ammettete che lo farete per voi, per assicurarvi uno straccio di sopravvivenza. Ditevi chiaramente che mi state uccidendo perché il vostro esistere è diventato impossibile, perché altrimenti vi ucciderei io: consideratela una legittima difesa. Fatevi forza dicendovi che nei frangenti sciagurati l’uomo ha sempre ammazzato, che ci sono forse cose peggiori. Ditevi che chi stigmatizza le uccisioni uccide in genere per procura, dall’altra parte del mondo, surrettiziamente, o anche solo ha tanto ucciso in passato da averne le braccia scarlatte. Ditevi che quello che vi chiedo è il più innocente degli ammazzamenti, è una residua connivenza prima di prendere commiato. Uccidetemi come si liquida un batterio, senza badare alle sue palpitazioni plasmidiali di nocivo ma forse anche compassionevole bacillo. Per parte mia avrei continuato a vegetare, perché vegetare è sempre stato il mio traguardo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/autismi-7/">Autismi 7 &#8211; Il mio testamento biologico</a></p>
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		<title>Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 05:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>In qualche modo sono riuscito a arrivare fino al piazzale della casa di mio fratello. Il peggio è fatto, mi dissi, tirando un sospiro di sollievo. Mentre uscivo dall’auto rimasi però impietrito: il male al cuore era di nuovo terribile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/04/autismi-6-2a-parte/">Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15072" title="index1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/index1-150x150.jpg" alt="index1" width="150" height="150" /> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In qualche modo sono riuscito a arrivare fino al piazzale della casa di mio fratello. Il peggio è fatto, mi dissi, tirando un sospiro di sollievo. Mentre uscivo dall’auto rimasi però impietrito: il male al cuore era di nuovo terribile. Avevo una gamba fuori dalla macchina e una dentro, ma non potevo muovermi, non potevo respirare, non potevo fare niente. L’aria fredda mi raschiava la gola, scendeva a frustare la zona del cuore giù nel torace. E erano ripresi i tonfi disordinati. Le stelle aspettavano verosimilmente che tirassi le cuoia, come quelle persone che assistono a un film fitto di ammazzamenti sanguinolenti leccando tranquillamente un gelato.</p>
<p>Quando all’ospedale avevano chiesto a mio fratello se qualcuno in famiglia avesse avuto dei problemi cardiaci, mi venne da pensare, lui aveva risposto risolutamente: no! Indossava una specie di spolverino azzurro in materiale sintetico da cui spuntavano i peli del petto e delle ascelle, ma la faccia era quella di uno che veste una giacca costosa e una bella cravatta. E anche mia sorella, pure lei presente, aveva risposto: no! Con la sua solita sicumera saccente, amplificata da un timbro insopportabilmente nasale: lavorando in un ospedale pensa di sapere le cose mediche molto meglio degli altri membri famigliari. Non è un medico, ma nei nostri confronti si atteggia a medico.</p>
<p>Nostro padre l’anno prima di morire aveva avuto un infarto, avevo allora fatto presente. È vero che aveva due cancri, e che lo stavano ammazzando con la chemio, ma aveva pur sempre avuto un bell’infarto. E questo nonostante il suo regime salutista di ascendenza mussoliniana, nonostante le quotidiane marce a piedi, nonostante non fumasse ormai da decenni. Poi non era morto per quello, ma l’infarto gli era venuto. Del resto anche il fratello pittore fallito era schiattato dopo un’operazione al cuore riuscita male. E il fratello più giovane aveva avuto un attacco molto grave prima ancora dei sessant’anni, e ci era quasi rimasto. Quanto al terzo e ultimo zio gli avevano fatto un’operazione al cuore di non so quante ore, e con non so quali prodezze idrauliche gli avevano permesso di tirare avanti ancora un po’.</p>
<p>Non me l’ero preparata, perché a dire la verità non ci avevo mai pensato nemmeno io. E forse era per puro spirito di contraddizione che avevo cominciato a parlare, come mi succede qualche volta con i miei deleteri famigliari. Quello che però era venuto fuori era assolutamente innegabile: quattro fratelli, quattro cardiopatici della madonna. La nuda realtà era quella: il medico assentiva gravemente con la testa, come a dire che si aspettava un quadretto del genere. Un caso da manuale, sembravano dire le sue labbra ben strette e le  narici palpitanti.</p>
<p>I miei fratelli mi guardavano invece come si guarda un importuno saltato fuori da chissà dove con un feto in mano. Per loro faccio apposta a tirar fuori delle frasi che fanno stridere i denti. Me le preparo prima, pianifico i momenti più adatti per passare all’attacco. Ormai è diventato un inossidabile pregiudizio che sbandierano ai quattro venti. Però in questo caso non potevano accollarmi il ruolo dell’efferato terrorista, perché le cose stavano esattamente come le avevo esposte io. Dovevano anzi conoscere un mare di particolari che corroboravano la mia tesi, visto che a me le notizie riguardanti il parentame arrivavano sempre a spizzichi e bocconi.</p>
<p>E anche dalla parte di nostra madre le cose non erano poi così allegre, ho continuato, approfittando del mio temporaneo vantaggio: nostro cugino aveva avuto un primo infarto bello tosto a trentacinque anni, e poi un altro di media gravità qualche anno dopo. E un altro cugino un infarto intestinale a quarantanove. E la sorella di nostra madre era morta di un ictus cerebrale. Quanto al nostro nonno materno le cose non erano chiarissime, perché c’era ancora chi sosteneva che si fosse suicidato, ma verosimilmente oltre che sifilitico era anche cardiopatico, e era morto per quello. Era già tanto che qualcuno fosse ancora vivo, con il cuore di merda che avevamo, quella era la verità. Il medico mi ha guardato abbassando le palpebre, come a significare che poteva bastare.</p>
<p>Ero lì con una gamba fuori e una dentro nel piazzale della casa di mio fratello, ormai mezzo assiderato. Ero pronto a restarci anche subito, ma non volevo soffrire. Il mio cuore poteva anche scoppiare, dividendosi in pezzetti minuscoli come un proiettile a frammentazione, bastava che se la sbrigasse lui. È per quello che restavo immobile. Stavo cercando in realtà di scendere a patti con la morte. Chiedevo un minimo di garanzie. E non so perché avevo l’impressione di essere sul punto di spuntarle. Ero io stesso stupito della fermezza che mostravo nei confronti dell’assatanata falciatrice. Mi stavo comportando molto meglio di quanto avrei immaginato.</p>
<p>È mia madre che ci ha affamato per tutta l’infanzia, con il risultato che né io né mio fratello sappiamo fermarci di fronte al cibo, mi dicevo. Se smetto di mangiare è perché decido che ho mangiato abbastanza non certo perché provo una qualche sensazione di sazietà: mi riempio sempre di più, ma nessun segnale arriva al cervello. Lei lo sapeva bene, quando ha deciso di preparare l’enorme arrosto di maiale e la  funesta torta al cioccolato: ha approfittato ancora una volta della mia debolezza. Solo che questa volta non è una semplice indigestione, è un infarto.</p>
<p>Sono poi riuscito a trascinarmi in qualche modo fino alla porta dell’appartamento di mio fratello. Mio nipote era lì con il suo amico. Stavano guardando la televisione. O meglio, tanto per cambiare stavano fumando uno spinello. Si capiva dall’inequivocabile odore di erba arrostita, e dai pezzetti di cartoncino sparsi un po’ dappertutto.</p>
<p>Mio nipote era contento di vedermi, non è questo, ma niente nel suo atteggiamento faceva pensare che avessimo un appuntamento. Come già era successo in altre occasioni si  limitava a spazzolarmi dall’alto in basso con lo sguardo. Quelle occhiate che fanno il punto della situazione. Io lo ho salutato come se niente fosse, e anche lui mi ha salutato. Poi quando mi ha chiesto come andava gli ho detto che avevo appena avuto un infarto. Ma pacatamente, come se si trattasse di un raffreddore.</p>
<p>Lui mi ha guardato con la sua solita aria svagata. Infarto?, ha chiesto, con il tono con cui si chiede se davvero fuori pioviggina. Probabilmente con il suo amico avevano fumato per tutta la serata. Anzi, era sicuro, a giudicare dall’esagerato arrossamento degli occhi. Si permette di soppesare impunemente il grado alcolico dello zio, però lui fuma uno spinello dietro l’altro. Infarto!, ho confermato io.</p>
<p>Lui si è riseduto. Forse bisognerebbe fare qualcosa, ha mormorato, con la sua solita voce strascicata. Eh, già!, ho detto io, sedendomi anch’io sul divano. L’infarto è grave, ha confermato l’amico. Lui doveva averne fumati settanta spinelli, dalla lentezza con cui parlava. Alla televisione c’erano delle immagini di una barca a vela che affrontava enormi onde nell’Oceano Pacifico. Era impressionante, veniva il mal di mare anche solo stando seduti sul divano. Tutti e tre guardavamo la televisione.</p>
<p>Mi venne in mente la volta che mio fratello mi aveva parlato di un nuovo programma comico. Piangeva, da quanto lo facevano ridere certi sketch che mi stava raccontando. E anch’io ridevo molto, perché mi piacciono i programmi umoristici. Come dire, mi piace anche solo che me li descrivano. Il fatto è che non ho la televisione, perché per ragioni estetiche sono contrario alla televisione. E quindi sono come quelle persone che non bevono mai, e basta anche solo l’odore del vino per renderle alticce. Vedendo come sghignazzavo mio fratello ha detto che dovevo assolutamente vedere qualcosa: andava a prendere una cassetta registrata da suo figlio, che in quel momento non c’era. Tuo nipote registra ogni puntata!, mi ha detto, a titolo di garanzia.</p>
<p>È tornato con la cassetta, e l’ha messa. Il primo sketch era davvero esilarante. Sia io che mio fratello ridevamo moltissimo. Dopo una trentina di secondi è apparso però un uomo nudo, e subito dopo anche una donna, pure lei nuda. L’uomo nudo s’è messo a sodomizzare la donna nuda. Io davo per scontato che fosse un altro numero, e quindi un po’ ridevo, come si ride per inerzia. Mano a mano che la sodomizzazione procedeva era sempre più evidente che si trattava di un film pornografico. Un film davvero molto pornografico. Io guardavo il film molto pornografico, e anche mio fratello guardava il film molto pornografico. E pure mia cognata tirolese guardava il film molto pornografico. Era diventata un’intricata scena di sodomizzazione collettiva, perché erano apparsi anche altri personaggi. Per un bel po’ abbiamo continuato a seguire con la massima attenzione l’aggrovigliata sodomizzazione collettiva. Ora mio fratello non rideva più, e nemmeno io ridevo.</p>
<p>Poi mio fratello si è alzato, e ha tolto la cassetta. Senza alcun commento. Ma dalla faccia era chiaro che per lui era un qualche problema di fabbricazione della cassetta, senza alcun rapporto con il figlio quattordicenne. Lui le tensioni preferisce eliminarle alla radice, in modo che non abbiano opportunità di attecchire. Ha sempre fatto così. Ma a quanto pare anche mia cognata tirolese usava lo stesso metodo. Per tutta la serata nessuno ha più fatto allusione alla cassetta.</p>
<p>Quando verso mezzanotte me ne sono andato, l’avevo dimenticato il film pornografico mimetizzato da programma comico. E invece nel piazzale ci ho ripensato, e sono scoppiato a ridere. Non riuscivo nemmeno a stare in piedi, da quanto ridevo. Ridevo anche mentre guidavo, sghignazzavo da solo. Evidentemente il riso s’era incistato dentro di me, come una bomba a effetto ritardato.</p>
<p>Forse è meglio se ti sdrai, mi disse l’amico di mio nipote. Già, forse è meglio che ti distendi, ha confermato mio nipote, contento che un’idea qualsiasi avesse fatto capolino. Mi fecero allora sdraiare. Io li guardavo, e loro mi guardavano. Alla televisione c’era adesso una pubblicità di scatolette per gatti. Il gatto vaporoso della televisione sembrava chiedersi anche lui cosa diavolo sarebbe successo.</p>
<p>In effetti sei molto pallido, mi ha detto mio nipote, come quando si imbellisce la realtà per non spaventare qualcuno. Sembrava che il suo cervello avesse preso finalmente l’abbrivio, cosa che se avessimo davvero affrontato la ripetizione del programma di scienze, come era nei piani, non sarebbe certo successa. Io stesso a dir la verità mi sentivo molto pallido. Mi sembrava però che mi facesse bene stare sdraiato. Mi veniva quasi da dormire: all’improvviso mi sentivo molto stanco.</p>
<p>In fondo mia madre lo fa apposta a preparare dei cibi così pesanti e così indigesti, mi dicevo. Lei normalmente mangia solo insalatine scondite, ma tutte le sue cene sono a base di fritti e di grassi saturi. Altro che prepararci le cose che ci fanno più piacere, in realtà è da anni che tenta di farci fuori, non contenta di aver eliminato suo marito. Dopo innumerevoli tentativi – con il pretesto del Natale o appunto di questo o quel compleanno – andati buchi, è finalmente riuscita nel suo intento. Quella torta untissima non era un dolce in mio onore, non era il mio dessert preferito, era una bomba a scoppio ritardato.</p>
<p>Forse bisognerebbe andare subito all’ospedale, ha detto l’amico di mio nipote, facendomi sussultare. Mi ero davvero appisolato. E a quanto pare loro si erano spaventati: pensavano che fossi svenuto, o peggio ancora. Mio nipote aveva abbandonato i suoi gesti strascicati da adolescente, si stava infilando la giacca a vento. E anche il suo compare si muoveva con molta più celerità del solito.</p>
<p>Io non voglio andare all’ospedale!, ho protestato. In realtà adesso non sto malissimo, ho corretto il tiro, accorgendomi io stesso del tono poco consono al mio ruolo di zio e di studioso scientifico. Non era che un piccolo malore, ora sta passando, ho detto, cercando di fare quello che nella vita ne ha già viste di tutti i colori, e che non ha paura di restarci. Loro però hanno ribadito che non c’era da star lì a discutere tre ore. Prima arrivavamo al pronto soccorso meglio era. Mi parlavano come i proprietari dei bar parlano agli ubriachi quando la sera vogliono chiudere. Mi alzavano di peso. Erano un po’ ridicoli a fare gli adulti, con i loro vestiti quattro misure troppo grandi da adolescenti. Grotteschi.</p>
<p>Mi hanno sdraiato sul sedile dietro della mia macchina, proprio come un vero  moribondo. Nessuno dei due aveva ancora la patente, ma l’amico di mio nipote poteva guidare senza nessun problema, secondo le rassicurazioni di entrambi. Io non obiettai nulla. In fondo ero contento che avessero preso in mano la situazione.</p>
<p>Non stavo malissimo: nel complesso il dolore al petto era diminuito notevolmente. E anche le irregolarità sembravano essere sparite. Eppure il mio cuore doveva ormai essere nelle condizioni di un pallone bucato. Vedevo le lave nere delle Eolie, quando pensavo alle necrosi del mio cuore. Le lave tutte screpolate, cupe e orribili.</p>
<p>Attraverso il finestrino di fronte scorgevo le stelle che continuavano a ostentare il loro falso interessamento alle sorti dell’umanità. Prima ancora di pensarci gli tirai la lingua. In fondo le colate di lava non erano poi così brutte, erano solo molto brulle, mi dicevo. Erano senz’altro meglio delle patate pesanti di grasso, delle tasche adipose dell’arrosto di maiale. Avevo quasi voglia di dormire di nuovo.</p>
<p>Deve aver bevuto un po’ troppo, forse è per quello che gli è venuto l’infarto, ha sussurrato l’amico di mio nipote, accendendosi una sigaretta. Si direbbe proprio, ha risposto mio nipote, sottintendendo che me l’ero cercata. Pensavano che dormissi. Avrebbero fatto meglio a pensare ai loro spinelli, mi dissi. E a non fumare nella mia macchina. Appena mi fossi ripreso ne avremmo riparlato, mi dissi.</p>
<p>Arrivati all’ospedale mi hanno fatto passare davanti a tutti. Una volta mi ero presentato con il naso tutto spiaccicato, ma per loro non era tanto grave, e mi avevano fatto marcire mezza giornata seduto su una sedia di plastica. Adesso invece era chiaro che il caso più urgente ero io. Ebbi un brivido lungo la schiena, mentre mi applicavano sulla faccia la maschera dell’ossigeno, e nel contempo mi facevano un’iniezione: forse me l’ero dipinta un po’ troppo in rosa. Avevo di nuovo molta paura, mi accorsi.</p>
<p>Un infermiere ha appeso sulla maniglia del lettino un cartellino sostenuto da un grosso elastico di gomma. Un cartellino rosso. Avevo visto bene, era proprio rosso. Anche a mio fratello avevano dato il cartellino rosso, che vuole dire pericolo imminente di decesso. Loro non potevano immaginare che lo sapevo, ma io lo sapevo benissimo. Per via appunto di mio fratello.</p>
<p>A prima vista il reparto sembrava davvero ben organizzato. Si davano tutti un gran da fare, cominciavano già a farmi le prime cure. Quindi non dovevo aver paura: sarebbe successo quello che era destino che succedesse. Dovevo pur sempre essere contento che per una volta qualcuno prendesse il mio stato di salute seriamente, e si occupasse in modo efficiente di me.</p>
<p>Avrei voluto che mi spiegassero quello che mi facevano, ma quando chiedevo delle informazioni mi rispondevano appena. O anche mi dicevano che non dovevo togliermi continuamente la maschera dell’ossigeno. Erano un po’ bruschi. Ma si poteva capire, erano tutti presi dallo sforzo di salvarmi. Io sentivo che parlare mi avrebbe fatto bene, ma loro  volevano che facessi il malato e basta. Era così che si faceva.</p>
<p>Chiudevo allora gli occhi e tornavo mentalmente al solito dilemma: sarei morto o no? Un po’ mi dispiaceva schiattare, perché una delle infermiere era proprio carina. Forse un po’ troppo seriosetta, ma certo in un frangente diverso sarebbe stata più sciolta, avrebbe sorriso. Le sarebbe venuta una rughetta verticale sulla fronte, se continuava a essere così seriosa. Sono proprio incorreggibile, mi dicevo, constatando la mia vacuità perfino in un momento del genere.</p>
<p>Era perfettamente coerente da parte di mia madre ammazzarmi, mi dicevo. Non era che l’ultimo atto di un lungo processo, un processo cominciato con la mia nascita. La conclusione obbligata, per così dire. Mi aveva messo al mondo per quello, per farmi fuori. Ecco perché negli ultimi tempi insisteva sempre così tanto perché partecipassi ai deleteri ritrovi di famiglia, ecco il perché. Ecco perché quella sera aveva continuato a mettermi nel piatto della calamitosa torta al cioccolato con il suo letale corollario di panna. Prima di morire lei stessa voleva essere sicura di avere eliminato me. Il suo anticonformismo era in fondo una forma di copertura come un’altra: tutti gli assassini hanno un subdolo alibi. Con la scusa del compleanno mi aveva dato il colpo di grazia.</p>
<p>Non si trattava affatto di un infarto, mi dissero prima ancora che fosse finito l’elettroencefalogramma. Il tracciato non rivelava niente di anormale. E comunque in nessun caso l’infarto dava quei dolori che avevo descritto. Senza contare che il cuore non era affatto dove indicavo io, era molto più in basso. Doveva quindi essere un dolore intercostale. Probabilmente ero caduto, e non me ne ricordavo, dicevano, sottintendendo che poteva esserci una relazione con il mio tasso alcolico. In ogni caso mi avrebbero misurato la troponina, e mi avrebbero tenuto lì fino al mattino in osservazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/04/autismi-6-2a-parte/">Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 05:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Una sera di qualche anno fa ho avuto un infarto. L’ho capito subito che si trattava di un infarto. Stavo guidando, e nel bel mezzo di una curva ho sentito un improvviso dolore al petto. Un dolore lancinante, come se qualcuno mi stringesse il cuore con una gran tenaglia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/02/autismi-6-1a-parte/">Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15063" title="chaissac2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/chaissac2-150x150.jpg" alt="chaissac2" width="150" height="150" /> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Una sera di qualche anno fa ho avuto un infarto. L’ho capito subito che si trattava di un infarto. Stavo guidando, e nel bel mezzo di una curva ho sentito un improvviso dolore al petto. Un dolore lancinante, come se qualcuno mi stringesse il cuore con una gran tenaglia. Me lo comprimesse con tutte le forze. Volesse tagliarlo, come si fa con i fili elettrici protetti dalle loro guaine di gomma. Non riuscivo nemmeno più a respirare, dal dolore. Non potevo fare i gesti necessari per finire il tornante: la macchina s’è fermata di botto.</p>
<p>L’ho capito per via di mio fratello che era un infarto. I sintomi erano identici a quelli che mi aveva descritto lui. Mi aveva riferito in dettaglio tutte le sensazioni, e le sensazioni erano esattamente quelle. L’unica differenza è che io invece di essere nella vasca da bagno ero in auto. In auto e in un posto isolato. E poi a giudicare dal male era un infarto più grave ancora del suo. Lui non era morto, io molto probabilmente sarei schiattato.</p>
<p>Il motore della macchina s’era spento, il silenzio mi rintronava nelle orecchie. Era una notte gelida di pieno inverno, e non si vedeva in giro anima viva. Niente impazienti automobilisti, niente pedoni, niente fanatici che fanno footing nella notte. Ce ne sono sempre, ma in quel momento lì non ne spuntava neanche uno. C’erano solo le stelle. Magnifiche stelle di tutte le dimensioni e più o meno sprofondate nel nero. Ma le stelle in questi casi non muovono certo il culo, mi dicevo.</p>
<p>Sapevo che in questi casi l’unica cosa che conta è arrivare al pronto soccorso il prima possibile. Sapevo bene che se c’è qualche speranza, si gioca nell’ordine dei minuti. Ma me ne stavo impalato con i piedi puntati contro la plancia della macchina, perché avevo constatato che al minimo accenno di movimento la stretta diventava più dolorosa e il ritmo dei battiti si faceva ancora più irregolare. Tutte le mie energie fisiche e mentali le mettevo quindi nel non spostare nemmeno una fibra del mio corpo. Non me ne importava dell’ospedale e della morte, non volevo avere male.</p>
<p>Troppo arrosto di maiale e troppo sugo, con troppe patate al forno, mi dicevo. Belle unte, le patate, come le fa mia madre quando ha degli invitati. E per coronare il tutto una burrosa torta al cioccolato annegata da una cascata di panna montata. Un tripudio di acidi grassi saturi. Il tutto generosamente innaffiato con un rosso denso e scuro riesumato dalla cantina di mio padre, uno sciroppo troppo alcolico che avrebbe stroncato anche un cavallo da tiro.</p>
<p>Ero molto lucido, me ne meravigliavo io stesso. Stavo vivendo gli ultimi istanti della mia esistenza, e ero più lucido che mai. Presto però tutta quella lucidità sarebbe finita in pasto ai vermi: <em>Phylum Platelminti</em>, sottoregno <em>Invertebrati</em>, regno <em>Animalia</em>, dominio <em>Eucarioti</em>. Da non confondere con gli anellidi, o vermi piatti, che essendo vegetariani non sgranocchiano i cadaveri.</p>
<p>Mi domandavo se era quella l’acutezza dei morenti di cui tanto si parla. Io però più che vedere sfilare il passato vedevo sfilare tutti i cibi che avevo ingurgitato. Sentivo che dentro il mio stomaco tutti quei micidiali alimenti s’erano amalgamati, si accingevano a una battaglia finale che avrebbe mobilitato ogni singolo ingrediente. Bisogna essere completamente imbecilli per strafarsi a quel modo. Non potevo dare sempre la colpa agli altri.</p>
<p>Nei dintorni non c’era nessuno che potesse darmi una mano, ormai era assodato. E beninteso non avevo telefonino, perché come sanno tutti quelli che mi conoscono sono contrario ai telefonini. Per una questione etica, prima ancora che per cristallizzazione ideologica, come ripeto sempre.</p>
<p>La tenaglia continuava a stringere. O meglio adesso era il cuore stesso che si strizzava da solo: sentivo distintamente la sua forma nel petto. Era lui che si comprimeva come un pugno serrato con tutte le forze, lui da solo, era inutile stare lì a cercare delle cause esterne. Percepivo il contorno delle sue pareti, con il restringimento a imbuto in basso, e l’aorta sopra: riuscivo a visualizzarlo alla perfezione. Una sorta di ecografia, dove al posto dei raggi dello strumento utilizzavo il mio stesso dolore.</p>
<p>Già prima della fine della cena avevo trincato almeno il triplo del necessario, mi dicevo. E poi anche la grappa ci avevo bevuto dietro, diversi bicchierini. E per finire quattro dita di limoncello, dicendomi che così almeno mia madre avrebbe buttato via quella grottesca bottiglia che le conteneva. Ma ormai era inutile stare a piangere sul latte versato: avevo un infarto. Il mio primo infarto. Era inutile dare la colpa ai commensali, per noiosi e infidi che fossero.</p>
<p>Non potevo stare lì a aspettare chissà cosa, dovevo cercare di arrivare al prossimo paese, mi dissi. Probabilmente era l’ultima mia azione, l’ultimo abbozzo di atto cosiddetto razionale, ma dovevo pur sempre tentare. Era pur sempre meno idiota morire per strada che fermo in mezzo a una curva, con l’auto di traverso.</p>
<p>Resistendo al dolore misi in moto, e in qualche modo riuscii a ingranare la prima. Il male era adesso un po’ meno forte, o almeno così mi sembrava, forse mi ci stavo abituando. Ma probabilmente la necrosi stava pappandosi le pareti del mio cuore, l’ischemia necrotizzava irreversibilmente i tessuti. Nessuna medicina, nessuna terapia, nessun intervento chirurgico avrebbe più potuto restituire alle membrane del mio cuore l’elasticità e la vita. Come un maglione di lana stirato con il ferro da stiro regolato sulla temperatura massima, per intenderci. Mi era capitato, sapevo di cosa parlavo.</p>
<p>Arrivato al tornante il dolore ridivenne insopportabile. Il problema è che al minimo tentativo di muovere il volante la mia regione cardiaca si strizzava come si strizza uno strofinaccio per togliere fuori tutta l’acqua. Solo che il mio era un cuore, un cuore pieno di sentimenti, e tutto sommato anche di belle speranze, non uno strofinaccio: un dolore da urlare. Mi fermai di nuovo, e anche questa volta il motore si spense. L’abitacolo della mia decrepita automobile fu di nuovo invaso dal silenzio.</p>
<p>Non sarei mai arrivato da nessuna parte mi dicevo, guardando ancora le stelle. Il primo paese era a diversi chilometri, ognuno con una miriade di curve. Proseguire era un suicidio: tanto valeva mettere il mio cuore in un tritacarne. Me li vedevo, i filamenti sanguinolenti che sarebbero usciti dai buchetti metallici in basso. Calcolavo quanti pugni di carne macinata ne sarebbero venuti fuori. Quante polpette ne sarebbero risultate, quanto pane grattugiato ci sarebbe voluto. Quanti rametti di prezzemolo. Polpette di belle speranze.</p>
<p>Nonostante l’inesorabile avanzare dell’infarto la mia testa funzionava quasi meglio del solito, avevo l’impressione. A dir la verità uscendo dalla casa di mia madre mi sentivo un po’ annebbiato, e avevo perfino centrato un vaso di fiori, finendo steso per terra, mentre adesso sentivo che il mio cervello andava via come un orologio svizzero. Metteva in relazione, confrontava, buttava lì promettenti abbozzi di teorie, immaginava. Soprattutto immaginava. La mia benedetta testa aveva passato la sua esistenza a immaginarsi delle panzane, e per non smentirsi anche adesso svolazzava nel regno dei possibili. Fino alla fine persa nelle sue divagazioni prive di costrutto.</p>
<p>Provai a ripartire. Quella stradina che avevo preso era però piena di tornanti, tornanti dettati dall’infelice conformazione orografica di quel postaccio dove avevo avuto la sventura di nascere e dove mi ostinavo a tornare di tanto in tanto. Ogni volta che giravo il volante assieme alle ruote girava anche il mio cuore. Il mio cuore s’era fuso nella meccanica di ferro dell’auto da immigrato albanese. E quindi l’unica soluzione era procedere a passo d’uomo, in prima. Sterzando il meno possibile, in modo da ridurre i contorcimenti della cassa toracica. Pazienza per la traiettoria approssimativa, pazienza se mi ritrovavo tutto sulla sinistra. Non era certo il momento di pensare al codice della strada.</p>
<p>Mi domandavo se sarei davvero morto. Sì!, rispondeva senza mezzi termini una parte di me. Con quel male lì, così improvviso, così lancinante, e con quella tachicardia, il decorso più verosimile era il decesso, argomentava quella sezione più razionale, convinta di saperla lunga in fatto di cardiologia. Mi avrebbero ritrovato con la testa appoggiata sul volante, doppiamente stecchito, vista la temperatura polare. Ma in fondo era uguale, morire o meno: un paio di modesti romanzetti ero pur sempre riuscito a metterli lì. Qualche periferica biblioteca conservava pur sempre un esemplare di uno o l’altro dei miei testi, una qualche occhialuta dottoranda si sarebbe forse intestardita un giorno a riesumarlo. In quella fetta di me lo stoicismo andava a braccetto con una trattenuta solennità, mi accorgevo.</p>
<p>Un altro trancio di me sperava però di non morire. O meglio, sapeva benissimo che ho il viziaccio di dipingermi tutto in nero, ma che spesso e volentieri finisco poi per cavarmela. Sapeva che drammatizzare è un modo come un altro per non guardare in faccia la realtà. Conosceva quello a cui sarei andato davvero incontro: brodini semitrasparenti, pallide carote lesse, insulse mele cotte, orari da convento, l’apparecchietto digitale per misurare la pressione sempre a portata di mano. Niente mangiate, niente bevute, niente sigarette, niente epiche scopate: un ialino vegetare da infartuato. Può sembrare incredibile, ma quel sarcastico lembo di me stesso già mi vedeva alle prese con i fastidi della postconvalescenza. Vedeva la depressione che mi si sarebbe incollata ai polmoni e all’anima: mi prendeva in giro in anticipo.</p>
<p>Il problema è che quei due me sapevano entrambi quasi tutto sull’infarto. Da quando appunto mio fratello tre anni prima aveva avuto un infarto molto grave. A quarantasei anni. Come succede sempre in questi casi avevo seguito le varie fasi della sua via crucis, dalle prime drammatiche quarantott’ore fino alla guarigione. Insomma, guarigione: fino alla scatola di medicine sul tavolino accanto al divano, dalla quale ogni tanto mentre si parla pesca una pillola, una compressa. Con la spontaneità con cui un altro potrebbe attingere a un sacchetto di caramelline o a un cestino di pop-corn. Un numero impressionante di pastiglie e di capsule di vario colore e dimensione, con micidiali effetti collaterali. Anche sessuali, suppongo, anche se non ho mai affrontato con lui questo tema.</p>
<p>Piano piano, e neanche a farlo apposta sempre sulla corsia di sinistra, ma avanzavo. Il volante lo giravo ormai solo con le ginocchia, in modo da non torcere il busto. A ogni curva sperimentavo nuovi piccoli trucchi per farmi meno male possibile. Li confrontavo, li perfezionavo. L’essere umano è maledettamente adattabile, mi dicevo, stupendomi io stesso della mia beota autosoddisfazione.</p>
<p>Arrivato al paese provai a guardarmi attorno, per quel che  ci si può guardare attorno senza girare di un millimetro la testa. E comunque non c’era in giro anima viva: tutti già a nanna, come si addice a dei grigi cittadini fintamente operosi. O alla meglio intenti a godersi delle relazioni umane virtuali su internet. I due bar erano strachiusi. C’era solo una cabina telefonica intirizzita dal gran freddo, che certo non avrebbe funzionato, come sempre le cabine telefoniche quando si ha bisogno.</p>
<p>Decisi allora di provare ad arrivare da mio nipote, come stavo facendo quando il mio cuore s&#8217;era ammutinato. Non erano certo tre chilometri in più che avrebbero cambiato le cose: con un po’ di fortuna ce l’avrei fatta, e sarei morto là. Pur sempre un bel risultato, vista la situazione. Se la sarebbe sbrigata lui con il cadavere e con le formalità.</p>
<p>Il problema non era solo quello che avevo ingurgitato quella sera, mi dicevo, sempre avanzando in prima, senza né accelerare né frenare. In realtà era da mesi che mangiavo e bevevo più del necessario. Ogni giorno mi giuravo che sarei ritornato alle scodelline di riso integrale condito con un filino di olio di colza, e ogni giorno mangiavo come un bue.  Mangiavo troppo, e soprattutto bevevo come una spugna. Vino e superalcolici. Ma anche con le sigarette, c’ero andato più forte del solito. Il tutto in un periodo di stress lavorativo prolungato. Aggravato da un sonno molto difficile la notte, legato a annosi problemi sentimentali. Il cocktail esemplare per avere un signor infarto.</p>
<p>Mio fratello aveva avuto il suo primo infarto a quarantasei anni, e io per l’appunto ero reduce dalla cena per i miei quarantasei anni, mi dicevo, sempre procedendo sulla corsia di sinistra. Era come se alla macchina le piacesse più la sinistra che la destra, per una volta che le lasciavo fare quello che voleva lei. Sei proprio una vecchia baldracca di sinistra, esattamente come il tuo proprietario!, mi venne da dirle. Ad alta voce. Mi fece bene sentire la mia voce. Era pur sempre una voce umana.</p>
<p>Visto che non avevo saputo imparare la lezione adesso avevo anch’io un infarto, mi dicevo. Alla stessa età di mio fratello. Un’età completamente insulsa per morire, sotto tutti i punti di vista. Morire a quarantacinque anni o a cinquanta aveva un qualche senso, ma non certo a quarantasei. Altro che maggiore coscienza delle cose, sono peggio di lui, mi dicevo.</p>
<p>All’improvviso fui accecato da una luce aggressiva come quella di un flash, ma più persistente, accompagnata da un interminabile tuono che mi fece sbattere la testa contro il tensore della cintura di sicurezza. Uno spavento da far venire un infarto, per chi non fosse già alle prese con uno. La causa era un bolide arrivato in senso contrario a folle velocità: prima di rendermene conto ero finito di traverso sulla carreggiata, di nuovo con il motore spento. Di nuovo nel silenzio più totale, con le solite stelle curiosone.</p>
<p>Uno dei tipici guidatori tutti presi dalla loro furia automobilistica, e che se non stai attento ti ammazzano!, mi dissi. Vanno come i pazzi, e poi si stupiscono se fanno gli incidenti! Bisognerebbe ritirargli a tutti la patente! Parlavo ancora a voce alta. O meglio, farfugliavo dei suoni che faticavo io stesso a comprendere. Probabilmente l’ischemia era entrata nella fase più esacerbata. Abbiamo sfiorato l’ammazzamento di un morto!, sbottai. Cercavo di fare lo spiritoso, come spesso succede quando si è avuta molta paura.</p>
<p><small><em>(continua)</em></small></p>
<p><small><em>Immagine di Gaston Chaissac.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/02/autismi-6-1a-parte/">Autismi 6 &#8211; Il mio primo infarto (1a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 5 &#8211; Il mio organo di riproduzione (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 05:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14551" title="francesco_clemente2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/francesco_clemente2-150x150.jpg" alt="francesco_clemente2" width="150" height="150" /> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il suo concetto di amica era molto particolare. Per lui ogni ragazzetta che passava per strada era una sua potenziale amica, per non dire già un’amica di vecchia data. Era la prima volta che la vedeva, e molto probabilmente sarebbe stata anche l’ultima, ma per lui il legame era ormai indissolubile, si trattava solo di passare ai fatti. Bionda, bruna, piccola, stangona, seriosetta, oca giuliva, occhialuta, senza occhiali, pretenziosa, aveva dei gusti ampissimi. Se fosse stato per lui si sarebbe gettato seduta stante a stringerle la mano, si sarebbe fatto una delle sue sudate. Un cagnetto eccitato in confronto a lui era un pezzo di ghiaccio, un gentleman inglese. Non avevo mai visto una maleducazione e una sfrontataggine del genere. E poi il selvaggio ero io, secondo mia madre.</p>
<p>Lui però vedeva le cose altrimenti. Se la prendeva ogni volta con me. Mi diceva che era tutta colpa mia, se non aveva potuto fare conoscenza con questa o quella sua amica. Non mi ero impegnato, avevo fatto tutto il contrario di quello che avrei dovuto. Ero troppo timido, troppo imbranato, troppo timorato da dio. Il mio ideale erano in fondo ancora le innocenti coccole delle maestre dell’asilo. E per di più mi ero intestardito su una sola persona, come se vivessimo in un paese socialista con un unico tipo di vodka sugli scaffali. Ero un vero e proprio impiastro.<br />
<span id="more-14356"></span><br />
Le ragazze bisogna abbagliarle con un faro da mille watt, come fanno i cacciatori di frodo con le cerbiatte, mi diceva, con quella voce di chi lascia intendere che se fosse al posto tuo ti farebbe vedere. Gli occhi devono inumidirsi, è quello il segnale a cui si deve mirare. Io invece non tiravo fuori una cosa intelligente nemmeno sotto la minaccia di una pistola: tutto quello che sapevo fare era starmene zitto come un pesce in un angolo dell’acquario, aspettando che la manna piovesse dal cielo. La mia strategia del tenebroso interessante non aveva mai funzionato, e non avrebbe mai funzionato: i miei sguardi languidi sarebbero rimasti per l’eternità inosservati. Lo sapevo benissimo io stesso, in fondo. Non avevo le palle, e non le avrei mai avute, concludeva, adottando un tipico linguaggio da apparato di riproduzione maschile.</p>
<p>Ci pensava perfino di notte, alle sue cosiddette amiche. Anzi, era proprio di notte che si montava di più la testa: le sognava, sognava di spogliarle, di carezzarle, di farsi carezzare, di fare le peggio cose. Coinvolgeva delle donne alle quali si sarebbe vergognato anche solo di rivolgere la parola, quello sfacciato, o addirittura delle famosissime attrici che non l’avrebbero degnato di uno sguardo. Per una volta si rivelava l’autentico mitomane che era. E naturalmente mi svegliavo tutto bagnato e attaccaticcio, perché non era certo il tipo da lasciare le cose a metà.</p>
<p>Io ero diventato di sinistra, e allora anche lui era diventato comunista rivoluzionario. Ci si può benissimo immaginare quale fosse la sua interpretazione del comunismo rivoluzionario. Per lui comunismo rivoluzionario voleva dire abolizione di tutti i vincoli borghesi, alias il permesso di fare tutto quello che gli tirava di fare. Quando invece la mia prima amichetta era diventata una vera e proprio fidanzata, a forza di combattere tutti quelli che si opponevano. Con una famiglia come la mia l’unica speranza di salvezza era crearne subito un’altra, mi dicevo. Quattordici anni non sono moltissimi, ma neanche pochi, mi dicevo. Lui però non era per niente d’accordo: secondo lui noi due avremmo dovuto pensare piuttosto a spassarcela.</p>
<p>Mia madre aveva deciso di non parlarmi più, adesso che non ero un semplice depravato, ma un depravato comunista. Girava gli occhi da tutte le parti: si sentiva accerchiata. Ora non aveva più un solo nemico giurato, ne aveva due. Entrambi degenerati, entrambi irrecuperabili. Solo che non potevo fare comunella con mio padre, perché io ero comunista rivoluzionario, e lui era fascista puro e duro. Le rare volte che passava per casa ci salutavamo come si salutano due vaghi colleghi di lavoro.</p>
<p>Ogni tanto il mio delicato organo della riproduzione si ammalava, e allora sembrava che dovesse morire da un momento all’altro. Dovevo curarlo, fargli coraggio, consolarlo. Le pustole o i bruciori del caso non erano niente, in men che non si dica sarebbe stato come nuovo, dovevo dirgli. Avrebbe ripreso a fare le sue stronzate, esattamente come prima, non doveva pensare il contrario. Naturalmente avrebbe dovuto stare un po’ più attento all’igiene, e a chi frequentava, tutto lì. Lui mi ribatteva che saremmo morti tutti e due tra atroci dolori, esattamente come il mio nonno paterno schiattato di sifilide. Sicuramente anche nel mio caso mi sarebbe andato in aceto il cervello, e avrei cominciato a dire delle oscenità, mi diceva. Saremmo stati il disonore della famiglia, mi diceva. Ha sempre avuto un’inclinazione per il melodramma. Finiva per mettermi paura, quel commediante.</p>
<p>Ma anche dopo che eravamo stati dal medico, che ci aveva prescritto le pastiglie e le pomate del caso, e tranquillizzati, continuava a piangere merenda. Purtroppo non sarebbe più stato quello che era stato prima, sospirava, sottintendendo che comunque andassero le cose aveva ormai preso la risoluzione di mettere la testa a posto. È già tanto se sarebbe riuscito a stare seduto, di alzarsi in piedi nemmeno parlarne, mi diceva. Purtroppo avremmo dovuto cambiare completamente vita, sospirava, come se io e lui fossimo la stessa persona.</p>
<p>Gli piaceva molto il mare. L’aria del mare gli faceva bene, si vedeva subito. Si ritemprava al ritmo dell’alternanza del freddo dei bagni, che lo faceva diventare piccolo-piccolo, e del caldo del sole. Si dimenticava di essere uno sciancato, si metteva in testa di essere un feroce leone. Gli piaceva soprattutto quando mi stendevo bocconi sulla sabbia, e lui si ritrovava schiacciato tra la mia pelle tiepida e salata e la sabbia tiepida e accogliente. Si dimenticava le sue amiche, da quanto era contento. O meglio, le spiava senza darlo a vedere mentre passavano in costume da bagno o ancora meglio a seno nudo sul bagnasciuga, immaginandosi chissà cosa.</p>
<p>Ma anche i treni, soprattutto quelli con l’aria calda e stantia, gli piacevano molto. Così come gli aerei, le navi, le automobili, i torpedoni a lunga percorrenza, tutti i mezzi di trasporto con dei traballamenti che in qualche modo lo cullassero. Qualsiasi mezzo di trasporto, purché lo dondolasse con dolcezza, preferibilmente provocando dei fievoli strusciamenti contro la stoffa dei pantaloni. Non gli sembrava vero, quando partivamo in viaggio. Se ne stava lì beato a godersi il percorso per delle ore, fantasticando alle sue amiche e a chissà quali avventure. Diventava languido, si immaginava delle struggenti storie romantiche. Finiva per farmi diventare languido anche a me, quel buffone.</p>
<p>Con le mie fidanzate e mogli nel complesso andava d’accordo, anche se naturalmente la perfezione non esiste mai. Il problema è che per un verso o per l’altro riusciva sempre a indisporle. Sembrava che facesse apposta a andare a spifferare che aveva delle amiche, invece di tenerselo per lui. Giusto per il piacere di mettermi nei pasticci. Oppure era a me che inavvertitamente scappava detto che aveva delle amiche. In ogni caso loro se la prendevano con me, come se il solo e unico responsabile fossi io. Prendetevela con lui, mi sarebbe venuto voglia di dirgli.</p>
<p>Naturalmente quando si cominciò a parlare di aids si arroccò su posizioni negazioniste. Secondo lui erano tutte frottole inventate da degli scienziati frigidi e sessuofobi. Secondo lui c’era dietro in realtà l’ennesima crociata della chiesa. Secondo lui fare l’amore con un preservativo era come andare a fare la spesa con un sacchetto di plastica sulla testa, come fare la doccia con l’impermeabile, come lavarsi le mani senza levarsi i guanti da sci, come addentare un tramezzino avvolto nel cellophan. Secondo lui bastava stare solo un po’ attenti, se proprio si aveva la paranoia di ammalarsi.</p>
<p>Ogni tanto mi trascinava in situazioni davvero imbarazzanti. Una volta per esempio ha voluto farsi baciare appassionatamente dalla mia professoressa di entomologia. Lei faceva del suo meglio per mostrare che era aperta a qualsiasi tipo di esperienza anche non strettamente entomologica, ma in realtà si vedeva che era ancora più attonita di me. Lui però era tutto contento. Un’altra volta ha fatto una delle sue sudate nell’intimità di una mia collega al sesto mese di gravidanza.</p>
<p>Un’altra volta approfittando che avevo alzato un po’ il gomito mi ha rimorchiato nella abitazione di una ragazza che non mi piaceva né tanto né poco. A causa delle contorsioni che lui mi aveva obbligato a fare la vedevo dai piedi, e vista da lì sembrava un gran lumacone molliccio. Lui però era tutto pimpante, se ne fregava di quello che vedevo io. Poi però sono io che mi sveglierò nel letto di questa cara fanciulla, e dovrò trovare qualcosa da dirgli, mica tu, gli dicevo io. La verità è che sei un gran sporcaccione, gli dicevo.</p>
<p>Un’altra volta mi ha messo nel letto la fidanzata ufficiale del mio migliore amico. Il classico tiro da organo riproduttivo completamente irresponsabile, irrimediabilmente immorale, mi sono detto io, tremante di rabbia. E poi un’altra volta, con il mio migliore amico che iniziava a guardare fissamente dietro la mia testa. E poi altre volte ancora: se ne fregava lui che il mio migliore amico mi detestasse, cominciasse a affilare i coltellacci.</p>
<p>Un’altra volta mi ha fatto curare un dente che non aveva niente, solo perché c’era un aiuto dentista che durante le cure dentistiche premeva il suo seno contro la mia spalla. Un’altra volta ancora, e erano passati già diversi anni, e mi trovavo in Spagna, mi ha fatto frequentare un corso di un astruso linguaggio di programmazione informatica. Solo perché aveva intravisto per caso l’insegnante, e ne era rimasto irretito. Era un linguaggio complicatissimo, e io non capivo nulla, ma proprio nulla di nulla, e mano a mano che il corso avanzava capivo ancora meno, ma lui mi imponeva che andassimo due volte in settimana a lezione, senza perderne nemmeno una.</p>
<p>Anche ammesso che avessi saputo bene lo spagnolo, gli dicevo, non avrei capito lo stesso nulla, era inutile ostinarsi, gli dicevo. Lui se la prendeva con me perché non mi sforzavo di afferrare almeno qualcosina, e perché a casa non cercavo di mettermi in qualche modo al passo. Seguiva sull’attenti le impossibili equazioni sulla lavagna come se fossero la stella cometa che porta al presepio. Facendo finta di capire tutto, beninteso. Anzi, convinto lui stesso di capire tutto. E naturalmente pretendeva che arrivassimo ogni volta per primi, voleva che ci sedessimo nel primo banco. Nelle pause mi faceva parlare con i miei colleghi di corso, per paura di passare per i due disperati che sono lì chissà per cosa.</p>
<p>Io cercavo di spiegargli che in quel momento avevo già una fidanzata e mezzo, quasi una e tre quarti: non avevo tanta voglia di mettermi a fare il giocoliere tra dieci fidanzate diverse, anche ammesso che quella bellissima insegnante cadesse ai nostri piedi. Ma lui voleva che ci vestissimo bene, in modo da essere notati. Voleva che facessi la faccia intelligente di quello che capisce tutto alla prima frase, quando non sapevo nemmeno di cosa stesse parlando. Se la prendeva, se per caso mi distraevo un attimo, o mi scappava uno sbadiglio. Io gli facevo notare che quella magnifica docente era certamente sposata con un famoso torero, e aveva tre figli che assomigliavano tutti a dei torerini, ma lui nemmeno mi ascoltava. Non ho detto che a me non piace, ma è una partita persa in partenza, gli dicevo. Niente, lui voleva che arrivassimo per primi al corso di informatica.</p>
<p>Un autunno che eravamo entrambi un po’ depressi sono riuscito a convincerlo a intraprendere una psicoterapia. Così non poteva proprio continuare, pensavo, e lui sembrava essere d’accordo. Se ne stava lì tutto mogio, mentre io parlavo e lo psicoterapeuta ascoltava con enigmatiche espirazioni da psicoterapeuta: si sarebbe detto che riesumasse anche lui la sua infanzia e i difficili rapporti con i genitori. Poi però appena uscivamo per la strada si ringalluzziva seduta stante: lo studio dello psicoterapeuta era situato in un quartiere molto elegante, infestato da bellissime e altezzose ragazze. Guardava le inarrivabili giovani donne, lui, non ripensava alle pregnanti nonché costosissime parole che avevano mostrato cosa si nascondeva dietro alle sue grossolane strategie, che avevano ridotto in poltiglia i suoi abituali argomenti. Se le era già dimenticate.</p>
<p>Ma fare tutta la storia completa del mio sciancato organo della riproduzione sarebbe troppo lungo, e certo non interesserebbe a nessuno. Ci sono stati degli alti e bassi, come in tutte le lunghe convivenze. Dei momenti di continui battibecchi e qualche raro attimo di perfetta intesa. Dei frangenti in cui bisogna tirare la cinghia e dei periodi di relativa prosperità.</p>
<p>Adesso s’è parecchio calmato. Sembra anzi un vecchio signore sempre in pantofole. Quei pensionati con le loro abitudini, che alla data ora escono con il cane a comprare il giornale, e che poi ritornano a casa e si schiaffano davanti alla televisione. E che quando hanno finito di guardare la televisione fanno le parole crociate seduti in poltrona. Mi parla con un fastidio trattenuto, come un marito ormai rassegnato alla convivenza. Alza le spalle, quando gli ricordo le sue intemperanze. È ancora interessato al genere femminile, figuriamoci, solo che gli è venuta una propensione per la speculazione filosofica. Sta lì a menarmela per tre ore sulle presumibili peculiarità psicologiche di questa o di quell’altra, analizza con un piglio da numismatico il minimo gesto, pontifica e puntualizza. Parla, parla, e quasi quasi rimpiango quando faceva le sue stronzate senza dire niente. Adesso si direbbe che dovrei procacciargliele io, le donne, invece di andarsele a cercare lui. Gli fa fatica tutto, ormai.</p>
<p>Salvo poi eccitarsi come un ragazzetto quando meno me lo aspetto, e fingere di avere trent’anni di meno. O meglio, esserne convinto, di avere trent’anni di meno. Esattamente come quei signori con il riporto di capelli che sbavano dietro alle ragazzine, ignari delle risate inorridite che suscitano. Penoso. Alla sua età dovrebbe vergognarsi di fare certe cose, gli dico io. Lui mi prende di nuovo in giro per la mia risibile nostalgia delle coccole delle maestre dell’asilo: nemmeno io cambierò mai, mi dice.</p>
<p>Ogni tanto gli faccio presente che è proprio un fallito. Un organo della riproduzione che non si è riprodotto è come un fiore che marcisce prima ancora di essere sbocciato, come una ciambella che è venuta senza buco in mezzo, come un grattacielo che casca da una parte prima ancora di essere arredato, gli dico. Le persone della mia età hanno già tutte dei figli grandi, cominciano a avere i primi nipotini, gli dico. Loro non finiranno in un ospizio con i muri scrostati, si godranno la vecchiaia circondati da una gaia discendenza, gli dico. Lui argomenta che la riproduzione non è tutto nella vita, ci sono molte altre cose altrettanto importanti. Io gli chiedo di elencarmele, queste benedette altre cose altrettanto importanti che la riproduzione. Lui cerca di fregarmi, e mi dice: la scrittura. A te della scrittura non te ne è mai fregato nulla di nulla, cerca di non essere troppo ipocrita, ti scongiuro, gli dico io, cominciando a innervosirmi. Lui sbrodola delle frasi che non c’entrano niente: cerca in realtà di cambiare discorso.</p>
<p>Io sarò uno scrittorucolo fallito, e un agronomucolo fallito, e un essere umano fallito, tutto quello che vuoi, ma tu sei ancora più fallito di me, gli dico allora. Lui alza le spalle, e continua a fare le parole crociate.</p>
<p>*</p>
<p><small>[Immagine: Francesco Clemente, <em>South</em>, 1992, <a href="http://www.artnet.com/artwork/424447275/95843/francesco-clemente-south.html">Lococo Fine Art Publisher</a>.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/18/autismi-5-2a-parte/">Autismi 5 &#8211; Il mio organo di riproduzione (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 5 &#8211; Il mio organo di riproduzione (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Il mio organo della riproduzione ha avuto un’infanzia difficile. È nato menomato, poverino. Non era paralitico, o cerebroleso, o sordomuto, intendiamoci. Però gli mancava pur sempre una parte importante. Uno spezzone che comprometteva la simmetria dell’insieme. Forse proprio per questo mia madre non mi tagliava mai i capelli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/16/autismi-5-1a-parte/">Autismi 5 &#8211; Il mio organo di riproduzione (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il mio organo della riproduzione ha avuto un’infanzia difficile. È nato menomato, poverino. Non era paralitico, o cerebroleso, o sordomuto, intendiamoci. Però gli mancava pur sempre una parte importante. Uno spezzone che comprometteva la simmetria dell’insieme. Forse proprio per questo mia madre non mi tagliava mai i capelli. A quell’epoca solo le bambine avevano i capelli lunghi, perché i capelloni non erano ancora stati inventati. Quindi io avevo i capelli lunghi come le bambine. Con il cerchietto, o senza cerchietto, a seconda. Mio fratello aveva i capelli a spazzola, e con la sua faccia prematuramente arcigna e piena di angoli sembrava proprio un maschietto, io sembravo sputato una bambina.</p>
<p>Qualche volta mi veniva da pensare che forse mia madre avrebbe preferito una bambina. Una bambina che le diceva che era proprio brava, non come mia sorella, che s’era ammutinata, e era andata a vivere con mia nonna. Una bambina senza tutti quegli ormoncini esagitati di mio fratello, che pestava sempre i piedi come per spegnere un fuoco, e quando sbatteva le porte sembrava che venisse giù tutto. Un angioletto che le svolazzasse intorno senza fare troppo rumore di ali e senza niente di preciso sull’inguine, insomma. </p>
<p>Questa però è una tipica falsità da scrittorucolo, da cestinare subito. In realtà all’epoca non pensavo proprio niente. <span id="more-14354"></span>Ero anzi contento che le maestre dell’asilo mi prendessero sulle ginocchia e mi facessero le coccole. Se non avessi avuto quei bei capelli lunghi e fini da angioletto non mi avrebbero fatto tutte quelle coccole, fin lì ci arrivavo anch’io. Mi piacevano un sacco le maestre dell’asilo. È adesso che penso che mia madre avrebbe forse voluto che fossi una bambina. Gli scrittorucoli italiani sono temibilissimi, lo ho sempre sostenuto.</p>
<p>Per fortuna la medicina aveva fatto passi da gigante, quindi a quattro anni mi hanno operato. Me lo hanno rimesso a posto. Insomma, proprio perfetto non era: la parte aggiunta era più piccola. E si vedeva. Come quei signori che hanno una gamba più lunga e una più corta, che poverini zoppicano da matti. Ma a me andava benissimo così. Adesso ero un angioletto con tutte le parti che ci vogliono.</p>
<p>Mi ricordo molto bene il pomeriggio precedente all’operazione. Ero con mio padre, e c’era un buon odore di ospedale. Non c’era mio fratello, non c’era mia sorella, non c’era nessun altro rompiscatole. Io dovevo subire un’operazione piuttosto pericolosa, il che dava una pregnanza tutta particolare all’occasione. Non solo rischiavo la vita, non solo ero con mio padre, ma lui mi aveva fatto un regalo. Un regalo non proprio da maschietto intelligente come quelli di mio fratello, ma insomma pur sempre un magnifico regalo. Per una volta mio padre non pensava alle sue montagne, non glorificava il fascismo, si occupava di me. Io mi dicevo che avrebbero dovuto operarmi più spesso. È restato l’episodio più felice della mia infanzia.</p>
<p>Come ogni angioletto che si rispetti amavo di amore corrisposto mia madre. Insomma, abbastanza corrisposto. Prima di me venivano pur sempre gli amici ricchi, la pelliccia, le sue sorelle, la sua asma, l’anello con il diamante, l’anello con lo smeraldo, la batteria di scarpe con i tacchi, le vacanze, l’organizzazione delle vacanze, il suo amico omosessuale, alias il mio padrino, l’estetista, i costosissimi lavori nella casa di famiglia, la pedicure, la pettinatrice, i problemi con le donne di servizio, l’antiquario, le fatture, le altre fatture, il preside della scuola dove insegnava, la sanguinosa guerra con mio padre, gli esami per diventare di ruolo, i nervosismi ingiustificati, la guerra di posizione con mia sorella, le visite per capire se mio fratello era o non era pazzo. Ma insomma vivevo pur sempre un grande amore. Un grande amore abbastanza corrisposto. Anche il mio organo riproduttivo si sentiva abbastanza corrisposto, nonostante il suo portamento un po’ sbilenco. Eravamo entrambi sopportati con una ironica benevolenza, se non proprio amati alla follia. Quindi questa storia dell’infanzia infelice è una palla tremenda. È il solito trucco da scrittorucolo italiano per mostrarsi interessante.</p>
<p>A tredici anni il mio organo della riproduzione me ne ha combinata una grossissima. Ha approfittato che fossi molto malato per cambiare improvvisamente carattere. Io avevo stabilmente quaranta di febbre, e il dottore aveva detto che forse sarei morto, quel birichino ne approfittava per dare fuori da matto. Invece di starsene buono continuava a muoversi, come avrebbe suggerito la situazione per molti versi tragica, si metteva nelle posizioni meno pratiche. Considerando che cresceva ogni giorno a dismisura, e che era sempre più grosso, la cosa diventava fastidiosa. Ma soprattutto ogni tanto si tumefaceva ancora di più, diventava come un palloncino che sta per scoppiare, come un dirigibile. Mai visto un cambiamento tanto radicale. Io ero lì mezzo morto, e lui pensava bene di giocare al dirigibile. Io dimagrivo a vista d’occhio, e lui prosperava. Si faceva anche lui crescere i capelli, per sottolineare che non si sentiva inferiore.</p>
<p>Vedevo bene che stava succedendo qualcosa di anormale, e che la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, ma ero troppo preso dalle acciughe sott’olio per poter reagire. Per obbligarmi a bere l’anziano medico condotto mi aveva prescritto delle acciughe. Delle salatissime acciughe sott’olio, come quelle della pizza. Solo che io ero a letto da varie settimane, inghiottendo a malapena qualche sorso di succo di frutta, non era facile buttare giù quei salatissimi filacci con il gusto di porto stantio. I miei familiari, che sono sempre stati un po’ sadici, facevano a gara a chi me ne faceva ingurgitare di più. Il medico non si stancava di ripetere che il vero segreto della guarigione, più ancora delle sedici iniezioni al giorno di antibiotici, erano le acciughe, e a loro non sembrava vero di potermi torturare con le acciughe. Anche lui era sadico. Anni dopo ho incontrato una persona che è stata operata con un normale paio di forbici di casa, senza alcuna forma di anestesia. Appunto da lui.</p>
<p>Ogni tanto il mio organo riproduttivo si faceva una sudata. Tutto cominciava con un gran prurito, che mi costringeva a grattarmi per calmare appunto il prurito. Non ero io che mi ero pisciato addosso, come avevo pensato le prime volte, era lui che a forza di giocare al dirigibile si era fatto una delle sue sudate della madonna. Sapeva di acciughe, quel sudore denso e attaccaticcio. Ma forse ero io che avevo ormai la fissazione, che fiutavo ormai le acciughe dappertutto. Poi comunque asciugandosi l’odore diventava più buono, quasi di pane fresco. E le crosticine sulla pelle si staccavano come delle sottili squame, provocando un piacevole solletico. Come quelle del vinavil, per intenderci.</p>
<p>Finita la mia malattia mi sono reso conto che le noie con il mio organo della riproduzione non erano affatto finite. Era anzi sempre più evidente che mi avrebbe dato ancora parecchio filo da torcere. Adesso era lui che dettava legge: ogni due secondi si alzava in piedi, come per vedere meglio cosa succedeva, per meglio controllare la situazione. Cosa avrai mai da scattare sempre in piedi, stai buono!, gli dicevo io. Ma lui si rizzava ancora di più sulle punte dei piedi. Sembrava quasi che starsene seduto fosse un’umiliazione. Si rifiutava cocciutamente di darmi retta: i rapporti di forza erano completamente cambiati.</p>
<p>Faceva tanto l’indipendente, ma prima o poi finiva sempre per implorare che mi occupassi di lui. D’improvviso ne aveva abbastanza di starsene in piedi da solo come un vigile urbano, e pretendeva che giocassimo. Ma naturalmente era sempre lui che decideva a che giochi dovevamo giocare. E tutti i suoi giochi finivano con il sudore che sapeva di acciughe, ormai l’avevo capito. Sembrava che dovesse scoppiare, e poi si faceva la sua sudata. Non avevo mai visto nessuno così egoista e così capriccioso. E pensare che era a me, che avevano sempre dato dell’egoista e del capriccioso. Lui mi superava di cento volte: era persuaso di essere il centro dell’universo.</p>
<p>Quando ero in bagno mia madre mi chiamava, perché secondo lei stavo troppo tempo chiuso appunto in bagno. Pensava delle brutte cose, lo avrebbe capito anche un asino. Mentre io non avevo proprio niente da nascondere. Mi lavavo, e facevo i miei bisogni, esattamente come tutti gli altri. Effettivamente quando mi aveva chiamato stavo giocando con il mio organo della riproduzione, ma era solo perché lui aveva insistito fino ad averla vinta, non certo perché io volevo fare qualcosa di male. Era un caso. Era lui che si era messo in testa di battere il record regionale di sudate consecutive, mica io.</p>
<p>I rapporti con mia madre erano molto cambiati, ora che non l’amavo più. Anche lei mi odiava: l’avevo delusa. L’avevo delusa perché ero troppo diverso dal suo amico omosessuale. Invece di diventare come il mio padrino ero diventato un tarato mentale, un degenerato peggio di mio padre. Il nostro era un odio corrisposto. Mi guardava come si guardano gli intrusi che bisogna vestire e sfamare, e che non si decidono a prendere il largo. Metteva lì delle frasi che sottintendevano, se appena si sapeva leggere un minimo tra le righe, che il suo amico omosessuale aveva classe e stile da vendere, mentre io ero il peggiore dei selvaggi.</p>
<p>Come se fosse colpa mia. Facciamo questo, andiamo qui e lì, mi diceva il mio organo di riproduzione, come si parla ai servi della gleba. Lui era piccolo, e io ero grande, o meglio, io ero relativamente grande e lui relativamente piccolo, ma dava per scontato che andassimo dove voleva lui, che facessimo quello che voleva lui, che la pensassi come la pensava lui. Secondo il suo modo di vedere era lui che aveva il cervello, io ero un dissennato rimorchio. Era un piccolo despota. Insomma, piccolo: a me sembrava pur sempre troppo grosso. Sciancato e ciccione. Nemmeno io andavo matto per gli studi e per le cose troppo serie, intendiamoci, però un po’ più ragionevole di lui lo ero. Non infilavo ogni due secondi la testa nel foro centrale della carta igienica, o nella galleria scavata in una mela, io.</p>
<p>Se fosse stato per lui avremmo passato le giornate a giocare come dei matti. Io però pensavo che portasse male, giocare così tanto. Lui a furia di giocare come un matto sudava ogni volta tantissimo. Avevo paura che si prendesse su qualcosa, con tutte quelle sudate. Avevo paura che crescesse ancora. E quindi cercavo di spiegargli che doveva darsi una calmata. Lui però neanche mi ascoltava.</p>
<p>S’era fatto un amichetto, e voleva sempre giocare anche con lui. Il suo amichetto era scuretto e mingherlino come un etiope, e gli arrivava a malapena alla cintura: era buffo vederli assieme. Lui però non ci vedeva niente di buffo, e prendeva tutti i giochi molto seriamente. Il mio compagno di giochi avrebbe preferito i soldatini e le macchinine, ma lui se ne fregava delle macchinine e dei modellini di aeroplano, voleva coinvolgere il suo amichetto nei suoi maneggi indiavolati. Il suo massimo tripudio era imporci a tutti e tre le sue sudate.</p>
<p>In pubblico faceva però molto meno il gradasso. Ogni volta che gli capitava di essere esposto in vetrina, o anche solo si profilava l’eventualità che succedesse, diventava mogio e tristo. La maggior parte dei suoi colleghi avevano il complesso di essere troppo piccoli, lui aveva la fissa di essere troppo grosso, oltre che storpio. Se ne stava a bella posta ancora più sciancato del solito, per essere sicuro di impietosirmi. Come quei diabolici zingarelli che per commuovere i passanti fingono di essere dei bonsai. Le faceva tutte, pur di non farsi vedere. Mi supplicava di non mostrarlo, tirava fuori mille ragioni. Ti prego, ti prego, mi implorava, con la voce di uno che ti giura di renderti poi il favore. Niente a che vedere con l’apparato di riproduzione di mio fratello, che invece si esibiva con una studiata naturalezza da statua di marmo in un museo. Lui in fondo era molto timido.</p>
<p>Poi però appena si sentiva al sicuro nella mia biancheria intima ricominciava le sue scene. Si stirava, gonfiava il petto, irrigidiva i bicipiti, dava dei colpetti con la testa per mostrare la sua impazienza. Dovunque andassi, qualsiasi cosa facessi. Anche a scuola, per intenderci. Io ero terrorizzato che mi facessero andare alla lavagna, lui invece stava lì ritto a guardare cosa succedeva. Se ne faceva un baffo che mi interrogassero o meno, che mi bocciassero, che ci facessi delle figure barbine. Anzi, sembrava che mirasse per l’appunto a disonorarmi per sempre. </p>
<p>Il suo sogno era stupire le compagne di classe, a giudicare da come le fissava. Non le mollava con lo sguardo dal primo minuto della prima lezione fino al campanello dell’ultima. Io me la vedevo brutta: già non sapevo niente di niente, se poi avessi dovuto starmene accanto alla lavagna con lui sollevato sulle punte dei piedi, desideroso di mostrare a tutti com’era in forma e quanto era bravo, sarei andato sottoterra dalla vergogna. Ovvio che stessi così poco attento, e che avessi i voti che avevo, con quel deficiente che mi tormentava. Anche se avessi fatto i compiti non sarebbe cambiato nulla, in quelle condizioni. Ma non potevo certo andare a spiegare ai professori, e ancora meno alle professoresse, come stavano esattamente le cose.</p>
<p>Il primo anno delle superiori si fece un’amica. Un’amica che a me personalmente piaceva molto, e con la quale ci tenevo a fare bella figura. Una ragazzina tutta per benino, con la casa che sapeva di bucato e dei genitori che facevano i veri genitori. Lei stessa aveva un buonissimo odore di trenino elettrico. Già una delle prime volte che ci conoscevamo volle però essere presentato, e effettivamente si presentò in tutta la sua arrogante prestanza. Le diede la mano, e invece di lasciarla come si fa di solito continuò a stringerle la mano. Mai vista una sfacciataggine del genere. Se non fossi intervenuto si sarebbe fatto una delle sue proverbiali sudate nelle mani della mia amica, poco ma sicuro.</p>
<p>Da quella prima volta pensava solo a darle di nuovo la mano. Io mi limitavo a dei bacetti casti sulla bocca e sul collo, o al limite su un capezzolino che sembrava nuovo di zecca, lui prendeva la sua mano e la teneva ben stretta. Nessun problema di pudicizia, con lei: stava in piedi come un militare sull’attenti. Si tendeva anzi più che poteva, cercava di sembrare ancora più grande e robusto di quello che era. E se osavo dirgli qualcosa faceva finta di non sentirmi: sembrava quasi che l’amico della mia amichetta fosse lui, e che io fossi un terzo incomodo. Se ne fregava della buona impressione che volevo fare, dei miei teneri sentimenti, dei bei discorsi che avevo preparato. Lui voleva solo proseguire i suoi loschi giochi. Sudava, s’era messo a sudare anche con lei come faceva con me. Sembrava esserselo completamente dimenticato, di essere sciancato. Finì che una sera volle fare una conoscenza ancora più stretta con la mia amica, una conoscenza davvero degna di una ventosa. Questa volta la sua sudata la fece dentro la mia amichetta, come uno che crepa dal caldo in un sacco a pelo a mummia.</p>
<p>A partire da quel momento si montò ancora di più la testa. Voleva a tutti i costi entrare di nuovo nell’intimità della mia amica, entrarci il più spesso possibile. Dribblando la madre, sfidando il padre, fronteggiando valorosamente i temibili professori alleati con il padre e la madre. Ma nello stesso tempo desiderava avere anche altre amiche. Io avrei voluto che restasse fedele alla mia stella, perché ormai provavo una vera e propria passione, ma lui ci teneva a avere più amiche possibile. O meglio, si immaginava di averne a bizzeffe. Si sarebbe detto che per lui il mondo si riducesse al suo harem di amiche più o meno immaginarie. Stava lì a pensarci, e a forza di pensarci diventava sempre più pimpante, sempre più gasato, e aveva solo voglia di giocare. Pretendeva che gli tenessi compagnia io, se proprio le amiche non si materializzavano. Ero diventato il surrogato delle sue amiche non disponibili e delle amiche che non aveva.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
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		<title>Autismi 4 &#8211; La mia città (2a parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 05:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>L’unica soluzione sarebbe spianare le montagne, in modo da permettere finalmente allo sguardo di spaziare, all’aria di circolare, al sole di tramontare sulla linea dell’orizzonte, alle idee di maturare serenamente. Il grigio svanirebbe, al suo posto farebbe capolino la gaiezza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/">Autismi 4 &#8211; La mia città (2a parte)</a></p>
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<p>L’unica soluzione sarebbe spianare le montagne, in modo da permettere finalmente allo sguardo di spaziare, all’aria di circolare, al sole di tramontare sulla linea dell’orizzonte, alle idee di maturare serenamente. Il grigio svanirebbe, al suo posto farebbe capolino la gaiezza. Anche il consumo di etanolici distillati locali diminuirebbe drasticamente, una volta reintrodotte la luce e la gaiezza. Certo costerebbe parecchi soldi, certo ci sarebbero dei grossissimi problemi tecnici per lo smaltimento dei detriti – montagne di detriti, letteralmente &#8211; ma credo che ne varrebbe senz’altro la pena. Anche la magnifica Venezia non esisterebbe, se non avessero piantato milioni di pali di quercia &#8211; ottenuti radendo intere foreste &#8211; nell’acqua della laguna. È inutile tirarsi indietro alla minima difficoltà, quando è questione di assicurare un avvenire alle generazioni future. Si potrebbe più pragmaticamente mirare a dei risultati provvisori: spianare tanto per cominciare le montagne più alte e scoscese, quelle con più neve sopra, con più infrastrutture turistiche.</p>
<p>Ma non è detto che anche rasando le montagne tutti i problemi sarebbero risolti. <span id="more-13825"></span>Tante volte si pensa che la soluzione sia a portata di mano, e invece a conti fatti ci si accorge che si è al punto di prima, o quasi. Le montagne sono delle entità dure e selvagge, abituate a non arrendersi facilmente. Sono ostinate, vendicative. Ne sanno qualcosa gli alpinisti. Forse dai cumuli di detriti risorgerebbe pur sempre degli orrendi spuntoni, forse gli ammassi di macerie imputridirebbero, appestando l’aria. Forse le forze orogenetiche troverebbero il modo di rivalersi. D’altra parte l’unica speranza di salvezza è provare.</p>
<p>Naturalmente anche l’alpinismo non è altro che una forma di suicidio nella quale le cause – le grigie e tetre montagne &#8211; si confondono con il mezzo – le grigie e tetre montagne. È però una sottospecie che prevede una dilazione nel tempo, visto che di solito gli scalatori non muoiono alla prima ascensione, e raramente alla seconda. Una forma con una sua indubbia valenza estetica: un’estetica dell’orrido. Una variante che richiede allenamento e soprattutto un’infinita pazienza, esattamente come la pesca con la lenza, con la quale ha in comune anche il fatto che la vita si ritrova presto o tardi a essere appesa a un filo. Scali, e non sai quando ti sfracellerai: oggi, domani, chissà. Per quanto se ne dica nessuno scalatore conosce con precisione la data alla quale si schianterà, e proprio lì sta il suo perverso piacere. Io non l’avrei mai quella pazienza, nel mio suicidio.</p>
<p>Si potrebbe pensare che i nativi del luogo sappiano benissimo – talmente è evidente a uno sguardo estraneo – che tutta la colpa sta nelle montagne. La razionalità vorrebbe che queste vengano stigmatizzate e messe all’indice. Che si provveda a recintarle e a vietarne l’accesso. Che si insegni ai bambini a non guardarle e a tenersene lontani. Che se ne proibiscano le riproduzioni fotografiche e il loro degradante commercio, esattamente come avviene per la pedofilia. Che si mettano in atto delle politiche di prevenzione nei confronti di chi si ostina a bazzicarle. Che si trasferiscano in appositi campi di rieducazione le mucche e gli altri animali assuefatti a frequentarle impunemente fin dalla loro venuta al mondo. Che ci si armi di efficaci strumenti giuridici per punire i colpevoli. E invece le montagne sono idolatrate come degli dei pagani. Gli abitanti le guardano con ammirazione dal fondo delle loro valli grigie di fumi pestilenziali, le spiano con i loro potenti cannocchiali, le fotografano. Appena sollevano la testa sulle loro facce abbottonate fa capolino l’abbozzo di un tetro e testardo sorriso. Ne vanno fieri, e più sono alte più ne vanno fieri, come si potrebbe essere orgogliosi delle dimensioni di una letale proliferazione cancerosa.</p>
<p>Invece di tenersene alla larga pensano solo a andarci sopra. Appena hanno un momento libero partono all’assalto. A piedi, di corsa, in bicicletta, a cavallo, con gli sci, con il parapendio: in tutti i modi possibili pur di andarci. In men che non si dica arrivano fino alle vette più estreme, dove scattano fotografie e fanno sventolare trionfanti bandierine. O appunto precipitano gravi nel vuoto. O anche solo si aggirano per i tetri boschi e gli insignificanti prati, raccolgono funghi radioattivi, spesso anche velenosi nell’immediato, mortiferi, stendono coperte che attraggono zecche vettrici di orride malattie, mangiano inverdite uova sode, filmano inquietanti aquile, sono punti da vespe e serpenti, succhiano allappanti fragoline selvatiche, si storcono le caviglie arrancando sui pietrami, si chemioterapizzano con fatali raggi ultravioletti. Altro che cercare di fuggire! Sono fanaticamente avvinti. Pensano anzi solo a quello, parlano solo di che montagne hanno visitato l’ultimo fine settimana, di quali montagne scaleranno il prossimo fine settimana. L’unico argomento che scioglie le loro lingue arrugginite e i loro cuori di marmo sono le montagne. Le evocano, le confrontano, si estasiano, si sdilinquiscono, tubano: la loro grettezza diventa puzzolente e appiccicosa, come l’asfalto delle strade nei pomeriggi più caldi. Sono fieri di conoscerne tutte le vallette e tutti i toponimi, come il diavolo conosce tutti i cantoni dell’inferno. Perfino le tetre canzoni tradizionali, evocano tutte le tristi montagne. In quelle canzoni piove e fa freddo, l’afflizione furoreggia, e la morte fa strage, ma loro le cantano con occhi lucidi di trionfante commozione.</p>
<p>I miei famigliari non fanno eccezione, purtroppo. Io vorrei che si trasferissero in una regione vivibile, che abbandonassero la grigia casa di famiglia che domina la valle grigia. In quel funereo casone nessuno è mai stato felice, ma loro non la vogliono capire, si ostinano nella loro astiosa infelicità. Se ne stanno aggrappati alla grigia cittadina come le cozze ai loro scogli. Anche quando il mare è inquinato, anche quando il catrame le impedisce ormai di respirare. Mi guardano come se fossi matto, quando gli dico che dovrebbero andarsene subito, senza nemmeno radunare i loro averi, e elenco le possibili località dove potrebbero trovare rifugio. MALAGA!, TOKYO!, dico per esempio, e loro si lanciano delle occhiate con le sopracciglia sollevate come si fa con i matti. TUMBUCTU!, dico io, senza neppure più far caso alle loro deliranti reazioni. ARIA!, dico, sbottonandomi la camicia.</p>
<p>Sono anch’essi convinti di abitare in un posto favoloso, il più sano immaginabile. Sono anch’essi stregati dalle montagne, parlano anche loro solo delle montagne. Alle pareti hanno foto che ritraggono montagne, con o senza personaggi equipaggiati da montagna, e quadri rappresentanti montagne. Quadri figurativi, o anche quadri astratti in cui però non ci vuole poi molto a riconoscere delle montagne, anche se loro non lo ammetterebbero mai. E appena hanno un minuto libero si precipitano pure loro sulle cosiddette belle montagne, fregandosene di rovinarsi per sempre la salute. Sudano, ansimano, rantolano, si distruggono le articolazioni delle ginocchia. Mio padre alla fine c’è morto, a forza di inerpicarsi sulle montagne, a forza di respirare la cosiddetta aria incontaminata. A forza di bazzicare quel grigiume e di pensare solo a quel grigiume gli è venuto un cancro alla materia grigia, e è schiattato. Ma probabilmente anche i miei famigliari vogliono morire nello stesso modo, dietro le loro apparenze salutiste.</p>
<p>Sono convinti che io parli perché mi piace pontificare, o per chissà quali altri ragioni. Mi dicono che io critico tanto, e poi torno sempre lì. Se fossi più coerente non tornerei mai, mi dicono. Non mi dedicherei anima e corpo a degli studi scientifici sulle montagne, non avrei abbandonato l’agronomia tropicale. Non passerei tutte le mie giornate a scrivere dei libri sia scientifici che letterari che hanno tutti a vedere con le montagne, mi dicono. Libri che naturalmente nessun editore si sognerebbe mai di pubblicare, aggiungono, con occhi trionfanti. Non disquisirei a destra e a sinistra sul soggetto delle montagne, credendo presuntuosamente di saperne molto di più di tutti gli altri, dicono. Del resto non si capisce mai niente di quello che dico, perché invece di parlare bofonchio, dicono. Sono un perfetto asociale, lo sono sempre stato. Ho esattamente tutti i difetti che stigmatizzo. Sono un depresso cronico, e più si va avanti peggio è. Io non rispondo neanche, perché so che il loro unico fine è provocarmi.</p>
<p>Persino mio fratello, che per anni è riuscito a fuggire, ha calato le braccia, e s’è incistato con la moglie straniera nel grigiume della valle assediata dalle truci montagne. Dopo essere scappato coraggiosamente e con coerenza per anni, aprendo per così dire la strada alla mia salvifica fuga, ha finito per calare le braccia. Naturalmente non ha scelto la collina del tetro casone famigliare, ha scelto la collina diametralmente opposta, ma la visione sullo scoraggiante agglomerato urbano e sul soffocante anfiteatro di montagne non è poi così differente. Anche sulla collina opposta il sole è il grande assente, e spirano glaciali ventate di mestizia. Non a caso la sua faccia gioviale s’è spenta, i suoi capelli si sono fatti d’improvviso grigi, così come le sue idee e i suoi discorsi. Lui che era così brillante e spiritoso, così radicale nei confronti del grigiume provinciale, è diventato l’ombra grigia di se stesso. Ora pensa anche lui che la mia testa non sia tanto a posto. Pensa che prima o poi finirò pure io per stabilirmi lì.</p>
<p>Si potrebbe pensare che il cosiddetto progresso tecnologico e economico abbia apportato qualche miglioramento. Niente di più lontano dal vero. I campi verdeggianti sono stati trasformati in stradoni grigi stipati di veicoli grigi, ai fianchi degli stradoni sono spuntati orridi scatoloni grigi, le vie cupe della cittadina si sono infestate di macabri commerci di indumenti, il grigio delle facce dei passanti s’è fatto più conturbante, le montagne sono state addobbate con grigi tralicci metallici e altre metropolitane trafitture e mutilazioni. Al consumo sfrenato di etanolici distillati locali s’è affiancato quello altrettanto irrefrenabile di droghe definite a giusto titolo pesanti. La cementificazione è stata portata avanti con l’ideologico accanimento di una soluzione finale. Anche l’ipocrisia della gente s’è cementata: non si nasconde più nei corridoi bui e nei confessionali, come succedeva in passato, allude anzi impudicamente a se stessa, come quegli orologi in cui si può vedere palpitare il meccanismo. È diventata più insolente e più scaltra, più sofisticata. E parallelamente il tasso di infelicità è cresciuto ancora: basta guardare gli occhi delle persone per la strada e nei cosiddetti centri commerciali. Sono tutti affranti. Abbronzati, apparentemente in forma, relativamente benestanti, ma affranti. Sempre più grigi e più disperati.</p>
<p>Ogni volta che mi ritrovo nella mia cittadina mi dico che devo ripartire al più presto, devo mettermi in salvo. O il suicidio o la partenza, mi dico, rendendomi conto della mia spaventosa leggerezza, della mia mancanza di giudizio. E dopo qualche momento di esitazione comincio effettivamente a preparare seduta stante la mia partenza. Mi sbrigo a fare quello che devo fare, a salutare le persone che devo salutare. O meglio, a dare l’addio definitivo. Non ci tornerò mai più, questa volta è deciso, mi dico. Non mi farò mai più fregare, mi dico. Qualsiasi cosa succeda mi terrò alla larga da quel grigio avvallamento foriero solo di tristezze e disgrazie. Non mi cimenterò con nessun altro enigma scientifico legato anche solo lontanamente ai grigi corrugamenti rocciosi. E naturalmente non scriverò più nemmeno una linea ambientata tra gli stessi. Scriverò di plaghe soleggiate e di pianure a perdita d’occhio. Scriverò di marinai e di avventure artiche, di traversate del deserto, di amori subtropicali.</p>
<p>Riesco finalmente a respirare, quando ho acquistato il biglietto di sola andata, quando ne sento la pressione lieve ma anche inflessibile nella mia tasca. La visione delle montagne mi diventa sopportabile. Mi dico che le vedo per l’ultima volta, e ne provo quasi un malinconico struggimento.</p>
<p><small>[Immagine: Giovanni Segantini, <em>Le cattive madri</em>, 1894, olio su tavola, cm 105 x 200, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/">Autismi 4 &#8211; La mia città (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 4 &#8211; La mia città (1a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 05:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>La mia città è una città grigia infossata in una valle grigia costeggiata da minacciose montagne grigie. Il cielo è grigio, il fiume che si trascina stancamente è grigio, e anche gli stentati alberi sono grigi, con appena qualche moribondo riflesso verde marcio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/03/autismi-4-la-mia-citta-1a-parte/">Autismi 4 &#8211; La mia città (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13937" title="giovanni_segantini_002" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/giovanni_segantini_002-150x150.jpg" alt="giovanni_segantini_002" width="150" height="150" /> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La mia città è una città grigia infossata in una valle grigia costeggiata da minacciose montagne grigie. Il cielo è grigio, il fiume che si trascina stancamente è grigio, e anche gli stentati alberi sono grigi, con appena qualche moribondo riflesso verde marcio. Il dilagante cemento è paradigmaticamente grigio, così come i ridondanti asfaltamenti e le fumosità imprigionate dalla nefasta conformazione orografica. Persino i laghi sono stagnanti e grigi. Nulla da stupirsi che anche gli abitanti siano grigi. Il sole poveretto è costretto a tramontare altissimo nel cielo, come un disgraziato che venga impiccato in cima ad un funambolico patibolo. Ogni sera è lo stesso affliggente spettacolo. Per fortuna molto spesso piove, e quindi l’esecuzione avviene dietro una cortina grigia di nuvole.</p>
<p>La mia città è il posto tipico dove è impossibile essere felici. <span id="more-13823"></span>Metà dei cittadini ne sono coscienti, e cercano in tutti i modi di fuggire, o per lo meno sono affranti al pensiero di non poter partire per questo o quel motivo. Riflettono per lo più al suicidio. L’altra metà stanno benissimo dove stanno, e per capirli ci vorrebbero degli studi neuropsichiatrici e psicopatologici più approfonditi: a tutt’oggi resta un enigma non chiarito dalla scienza. Certo il consumo smodato di distillati alcolici locali non può essere considerato l’unica causa.</p>
<p>Il problema naturalmente sono le montagne, che impediscono allo sguardo di spaziare e di muoversi a piacimento, di ritemprarsi, di riposarsi. Per non parlare delle idee, che appena nate sbattono contro le pareti di roccia, e muoiono tra atroci dolori. Ma naturalmente anche la respirazione ne risente. E le ossa si riempiono di fungosa umidità. In effetti tutto il fisico sopravvive a stento. I danni più grossi sono però all’anima. Che gli abitanti se ne rendano conto o meno i loro corpi cadono a pezzi, e le loro anime agonizzano.</p>
<p>I pieghevoli turistici mostrano però boschi ebbri di clorofilla, prati fioriti, laghi e cieli color topazio, rutilanti autunni, distese innevate accecanti di sole, smaglianti sorrisi, invitanti quarti di formaggio. Se uno guarda i pieghevoli turistici si fa un’idea molto distorta della mia città e delle montagne circostanti, si immagina un vero e proprio paradiso. I turisti ci cascano, e accorrono a frotte sia dal sud che da nord. Arrivano con automobili cariche di sci, tavole da surf, biciclette, pattini, racchette, mazze da golf, creme solari, macchine fotografiche, paracaduti, corde, ramponi, pinne, aquiloni, canne da pesca, salvagenti, attrezzature di ogni genere. Si potrebbe immaginare che una volta scesi dai loro veicoli la delusione li lasci esterrefatti, il buon senso vorrebbe che facciano seduta stante dietro-front. Sono invece talmente irretiti dalla propaganda turistica che pensano di essere effettivamente in un posto meraviglioso. Permangono una settimana, o due, o un mese, e per tutto il tempo si immaginano di aggirarsi nell’eden inventato dai pieghevoli turistici. Tutto attorno a loro è grigio e spento, ogni dettaglio è brutto e triste, intrinsecamente avvilente, gli autoctoni sono tetri, il mangiare è pessimo, ma loro non tentennano. Tornano a casa fanaticamente appagati, e decantano ad amici e conoscenti, beninteso esagerando i lati positivi, come fa sempre chi torna dalle vacanze, le incredibili amenità che hanno visto e toccato con mano. È un vero e proprio circolo vizioso, del quale si possono immaginare i danni: ogni anno affluisce un numero maggiore di invasati, sempre più follemente suggestionati, sempre più difficilmente disilludibili.</p>
<p>I menzogneri pieghevoli turistici non sono improvvisati in quattro e quattr’otto, sono il frutto di un’arte che nella mia città è stata coltivata e perfezionata nel corso dei secoli, sino a erigersi a supremo e virtuosistico protocollo di vita: l’ipocrisia. Ogni infimo pieghevole turistico ha dietro in realtà cinquecento anni di approfondita ricerca teorica nel campo dell’ipocrisia, con rimbalzi speculativi che hanno influito sulle vicende storiche del mondo intero. Ma naturalmente nulla potrebbe la dottrina senza una adeguata educazione impartita fin dalla più tenera infanzia dalle famiglie, senza le autonome competenze derivate dalla pratica quotidiana, da un costante allenamento. Le menzogne dei pieghevoli turistici sono un esempio tra i tanti della professionale e arrogante raffinatezza alla quale è giunta l’ipocrisia dalle mie parti. Gli abitanti della mia città maneggiano l’ipocrisia con la dimestichezza con la quale a Murano i vetrai soffiano il vetro, con la quale i giocolieri fanno girare i birilli sopra di loro. Ogni mio concittadino è in realtà in primo luogo un virtuoso dell’enigmatica disciplina dell’ipocrisia.</p>
<p>Già il chiamarla città è un’impostura che andrebbe perseguita legalmente. Bisognerebbe chiamarla cittadina, paesone, sperduta e inospitale borgata, o meglio ancora recinto carcerario, zona pericolosa, qualcosa del genere. Già questa scandalosa falsità la dice lunga. Quello che però è più grave è che ogni misfatto locale &#8211; a patto beninteso che venga perpetrato da criminali autoctoni &#8211; viene travestito con un eufemismo appropriato. L’adesione incondizionata al fascismo, con la più alta percentuale di iscritti al partito fascista a livello nazionale, viene definita fredda accoglienza, la zelante collaborazione con i nazisti viene chiamata Resistenza, il giogo della religione viene chiamato tradizione cattolica, gli affaristi e i governanti colpevoli di ogni sorta di corruzioni e furti vengono chiamati Egregio Direttore e Egregio Presidente, i luna-park sciistici vengono definiti parchi naturali, i preti pedofili colti in flagrante Padre Tale o Padre Tal Altro, il genocidio delle specie animali e vegetali sviluppo della viabilità e delle infrastrutture, i vigneti e i frutteti avvelenati per l’eternità dai pesticidi zone rurali di pregio, e via dicendo.</p>
<p>Prima ancora di aver messo piede nella mia città mi ritrovo prostrato e avvilito. Per arrivarci la ferrovia è costretta a percorrere per decine e decine di chilometri l’angusta e grigia valle fiancheggiata dalle grigie pareti verticali delle grigie montagne. Il cielo è ridotto a una esigua fessura che trasmette una luce senza più vita, come l&#8217;avaro lucernario della corte di una casa di detenzione. E naturalmente parallelo ai binari è sempre presente il plumbeo fiume. Ogni tanto si intravede un grigio villaggio, tiranneggiato da incombenti pareti grigie, assediato dalle minacciose serpentine translucide del fiume. Mano a mano che il treno avanza è impossibile non notare che le facce dei viaggiatori diventano sempre più tirate e sempre più livide. Le parole si fanno più rade, e la voglia di scherzare svapora. Chi può scendere si affretta a scendere, e si allontana senza voltarsi indietro. Io stesso mi sento più grigio. Più afflitto e più grigio.</p>
<p>Quando esco dalla stazione mi accorgo che respiro male, che mi manca l’aria. Evito di fissare le montagne tutt’attorno, ma sento il loro peso sul diaframma, sull’anima. Anche se guardo per terra avverto la loro ingombrante presenza, sento che non sono più libero. Non è solo una questione di insufficiente ricambio d’aria, c’entra anche l’imputridimento incestuoso delle idee, la mancanza di prospettive filosofiche. Avrei solo voglia di ripartire. Più di una volta sono effettivamente ripartito.</p>
<p>Ma è soprattutto quando salgo sull’autobus e sento parlare i passeggeri che mi rendo conto del mio errore. Ma parlare non è il termine giusto: più propriamente bofonchiano, mugugnano, grugniscono. I versi che si addicono con gli impulsi appena umani dei loro cervelli e dei loro spiriti. Non è possibile che i miei concittadini siano così gretti, mi dico, sentendomi invadere dallo scoraggiamento. Non è possibile che i loro sentimenti siano così rudimentali, così centrati sulle pulsioni meno addomesticate. Non è possibile che non siano sfiorati dal minimo afflato metafisico. Non è possibile che la loro lingua sia così rozza e rispecchi così fedelmente la loro indigenza antropologica. Non è possibile che non sappiano articolare le parole più semplici, che abbiano un’inflessione così degradante. Non è possibile che con tutte queste tare si sentano pur sempre molto furbi, siano così presuntuosi e così perfidi. Non è possibile che la storia si sia accanita in questo modo su questo malaugurato posto condannato dalla tettonica. Non è possibile che io sia nato proprio qui. Non è possibile che io abbia fatto ancora una volta l’errore di tornare.</p>
<p>Stando alle classifiche la mia città è la migliore città della nazione, la più vivibile. O anche la seconda, o la terza, a seconda degli anni. Ma comunque sempre in testa. Questo naturalmente è un altro esempio delle vette che può raggiungere l’arte dell’ipocrisia. I miei concittadini sono ipocriti anche con loro stessi, si fanno credere che la loro città sia la migliore di tutto il paese. E subito se ne inorgogliscono. Poi è un gioco da ragazzi farlo credere anche agli altri, una volta essi stessi fanaticamente convinti. I poveri giudici che stilano le classifiche sono vittime ignare, come un qualsiasi norvegese che faccia delle compere nel porto di Napoli. Ci cascano.</p>
<p>Nella mia cittadina il tasso di suicidi è ovviamente cinque volte superiore alla media nazionale. Le cifre parlano &#8211; gridano &#8211; da sole. Ma più semplicemente ogni cittadino ha molti parenti e amici e compagni di scuola e vicini di casa che si sono suicidati. Fare una festa diventa quasi sempre un problema: si sono già tutti suicidati. Chiunque capisca qualcosa prova il desiderio di porre fine ai suoi giorni, e spesso lo fa davvero, ben contento che quel supplizio sia finalmente finito. Ma spesso anche chi non capisce niente si ritrova a darsi da fare per spararsi in una tempia o saltare giù da una parete di roccia. Un inventario anche parziale delle modalità sarebbe troppo lungo: la mia città è il posto al mondo in cui sono state recensite il maggior numero di forme diverse di suicidio o di tentativo di suicidio. C’è chi ci ha tentato inghiottendo cucchiate di lucido da scarpe blu notte, o collegando con un tubo di gomma la propria stanza da letto situata al terzo piano allo scappamento della motocicletta del vicino parcheggiata in garage. L’unica sfera dove gli abitanti mostrano della fantasia è il suicidio. È perfettamente comprensibile. Io stesso ho provato infinite volte il desiderio di suicidarmi, io stesso mi ritrovo molto spesso a confrontare mentalmente i pro e i contro dei vari metodi di suicidio.</p>
<p>La forma di suicidio più classica, quella di gran lungo considerata più normale, più socialmente neutra, tanto da diventare una metafora di tutte le altre, consiste nel buttarsi nel fiume. Se non si sa nuotare ci si tuffa semplicemente nelle acque grigie del fiume. Se invece si sa nuotare ci si riempie preventivamente le tasche di pietre grigie, o comunque si fissano in qualche modo al proprio corpo dei pesi grigi. In entrambi i casi il suicidato viene poi ripescato quaranta chilometri più a valle, in un apposito tetro specchio d’acqua delimitato da una grigia diga. Il pretesto della diga è la produzione di energia elettrica, ma tutti sanno che serve in realtà a quello. Se quelle schiere di grigi cadaveri arrivassero fino alla città seguente o addirittura al mare, tutti ne parlerebbero, e magari anche i turisti verrebbero a saperlo, quindi si preferisce intercettarli lì. In attesa di venire ripescati e asciugati i suicidati vengono chiamati persone disperse, ma in realtà tutti sanno cosa bisogna intendere.</p>
<p>Mi verrebbe voglia di buttarmi nel fiume, si sente dire molto spesso camminando per strada. Il che non vuol dire che il locutore stia necessariamente pensando alla forma particolare di suicidio costituita dall’annegamento nel fiume, con o senza pietre nelle tasche. È appunto un’intenzione generica. Io per esempio non mi suiciderei mai immergendomi in quelle acque livide. La considero una forma di suicidio troppo triste, deprimente solo a pensarci: senza rendersi conto gli aborigeni si immolano alla causa stessa della loro rovina, il grigiume. Io anche nel mio suicidio ci terrei a metterci un po’ di classe, ci terrei ad avere del colore. Mi annegherei in una botte di vernice scarlatta, per esempio, o mi impiccherei con una maglietta verde smeraldo e una corda arancione.</p>
<p>Quando ero adolescente camminavo rigido e terrorizzato per quelle vie sinistre, fiaccato da un senso di oppressione che mi impediva di respirare. Ogni passo era una sofferenza: avevo l’impressione di essere osservato o seguito, avevo l’impressione che quelle vie non mi lasciassero né camminare né respirare. Guardavo le montagne, e mi veniva voglia di mettere la testa in un tombino e lasciarcela per sempre. Pensavo che dipendesse da me. Pensavo di non essermi ancora ben abituato all’esistenza, pensavo che quella fosse la vita. Poi un po’ alla volta ho capito che la mia infelicità era dovuta solo al fatto che ero nato e vissuto lì.</p>
<p>Anche tutte le altre attività che svolgevo nella mia città erano calamitose. Beninteso il supplizio più sistematico e meglio organizzato, il più atroce, era la scuola. La materia principale era l’ipocrisia, e io ho sempre avuto difficoltà a impararla. Mi sembrava di aver capito, e invece facevo male gli esercizi, e venivo redarguito. Nonostante l’impegno che ci mettevo i progressi erano lentissimi, largamente al di sotto della media della classe. La seconda materia per ordine di importanza, ma per molti versi legata alla prima, era la religione cattolica. E pure lì zoppicavo parecchio. Ma anche le cosiddette amicizie e le cosiddette attività ricreative erano un tormento. I cosiddetti amichetti si rivelavano quasi sempre dei temibili delatori, dei doppiogiochisti, dei traditori belli e buoni. E già il primo corso di tennis sono stato dileggiato pubblicamente da un infido maestro di tennis perché le mie calze erano viola invece che bianche o meglio ancora grigie: la mia attività tennistica è finita lì. E già alla terza lezione privata di francese l’insegnante mi accusò di avere infilato io nel cuscino della sua sedia lo spillo conficcatosele nel sedere: la mia complice, più addento di me all’arte dell’ipocrisia, aveva fatto credere che ero stato solo io. Finito anche il francese.</p>
<p>Essere nati in una cittadina del genere costituisce un trauma dal quale è difficile riprendersi, se non forse impossibile. Si ha un bel trasferirsi agli esatti antipodi della terra, familiarizzarsi con culture radicalmente diverse, rintanarsi in luoghi sprovvisti di collegamenti telefonici e postali, cambiare lingua e abitudini, fare psicoterapie, rifarsi la faccia, cambiare sesso: qualcosa di quello specifico grigiore montagnoso ti rimane pur sempre incollato addosso. Si hanno più probabilità di venircene fuori quando si è stati allevati da un padre serial killer e una madre schizofrenica: la resilienza ha un limite. Per quanto si faccia non si riesce a liberarsi completamente dell’infelicità.</p>
<p>Naturalmente appena ho potuto me ne sono andato. Il primo pretesto che mi è passato per la testa sono stati gli studi agronomici tropicali, e allora ho usato gli studi agronomici tropicali, ma avrebbe potuto essere una qualunque specialità circense, come ad esempio il lancio dei coltelli, o anche la navigazione solitaria, qualsiasi attività che implicasse una partenza immediata. Con l’alibi che dovevo studiare tutti gli aspetti dell’agronomia tropicale non sono più tornato per anni e anni. La mia famiglia e gli altri credevano che stessi studiando a fondo l’agronomia tropicale, e poi anche la fitosociologia tropicale, e naturalmente anche la paleopedologia tropicale, e poi ancora lavorando per farmi un’esperienza nel campo dell’agronomia e della fitosociologia e della paleopedologia tropicali, lavorando in paesi sempre più lontani e difficilmente raggiungibili, in realtà ero semplicemente in fuga. Il lavoro e tutto il resto erano solo dei pretesti per non tornare nella mia città. Lo stesso matrimonio con una straniera, una straniera di un altro continente, può essere considerato un pretesto per proseguire la fuga. Anche mio fratello si è sposato naturalmente con una straniera di un altro continente.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><small>[Immagine: Giovanni Segantini, <em>Trittico della natura. La morte</em>, 1898, Winterthur, Stiftung für Kunst, Kultur und Geschichte - Carboncino e matita dura su carta, cm 137 x 127.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/03/autismi-4-la-mia-citta-1a-parte/">Autismi 4 &#8211; La mia città (1a parte)</a></p>
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