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	<title>Nazione Indiana &#187; Bastardi senza gloria</title>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Sabato sera sono andato a vedere <em>Inglorius Basterds</em> di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola <em>basterds </em> del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)<br />
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/nuovo-cinema-paraculo-bastardi-senza-gloria/">Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/inglorious-basterds2-300x201.jpg" alt="inglorious-basterds2" title="inglorious-basterds2" width="300" height="201" class="aligncenter size-medium wp-image-23405" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Sabato sera sono andato a vedere <em>Inglorius Basterds</em> di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola <em>basterds </em> del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)<br />
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film. Sconsigliatissime a chi non abbia ancora visto il film perché piene di <em>spoiler</em>.<br />
<span id="more-23400"></span></p>
<p>a) <em>Il metodo</em></p>
<p>Fin dalla sequenza di apertura, ho creduto di essere sul punto di non assistere a un film di Tarantino. Vedevo certe sequenze inedite, questo passo filmico lento, dilato; movimenti  di macchina di grande estensione, campi lunghi, primi piani con controcampo nei dialoghi; senza nervosismo, senza fretta, il passo di chi è occupato a narrare e non ha la testa per pensare ad altro.  Ma ecco, quel passo che mi sembrava mai visto, o visto solo pochissime volte nel suo cinema, quel raccontare ampio e circostanziato, svanisce con il primo movimento fuori asse, squadernato rispetto a quel ritmo pacato assunto fino a quel momento. È un movimento di macchina tutto sommato nemmeno troppo innovativo, o rivoluzionario, o avanguardista, o dirompente. E&#8217; il momento in cui la MDP, dal piano del tavolo sul quale si trova l&#8217;inquadratura, scende a poco a poco: sotto il tavolo, all&#8217;altezza degli stivali del colonnello nazista, sotto gli stivali, all&#8217;altezza del pavimento, sotto il pavimento, all&#8217;altezza degli occhi sbarrati e terrorizzati della famiglia ebrea nascosta sotto le assi del pavimento. Da lì il film, fino alla scena successiva, si impenna in una sequenza <em>à la</em> Tarantino, senza dubbio. Quella tonalità eccitata e tragica delle <em>Iene </em>o di <em>Pulp Fiction</em>. E alla fine del film, quando le luci si accendono in sala, capisci che è il movimento unico e assoluto di tutto il film, il ritmo interno di ogni scena (il &#8220;bit&#8221;, lo chiamano gli sceneggiatori). Dopo due ore e quaranta minuti di proiezione, le conti e ti accorgi che sono poco più di dieci<br />
macroscene, non di più, e ognuna di quelle macroscene è strutturata esattamente così: con una dilatazione eccessiva dei tempi, dei ritmi, dei movimenti; con un dialogato esasperante, che non sa cosa sia l&#8217;ellissi, che copre in tempo reale la durata effettiva del dialogo; per poi esplodere con un&#8217;accelerazione improvvisa, imprevista, dirompente che chiude la scena. Poi si passa alla successiva, e così daccapo. Interi quarti d’ora di dialoghi, particolari di panna montata nei piattini, strudel masticati <em>in real time</em> fino all’inghiottimento. Come Mira Sorvino che sta cinque minuti a lacerare il tenace involucro di plastica di un cd in <em>Lulù on the bridge</em> di Paul Auster. Solo che qui non te la cavi con cinque minuti.</p>
<p>b) <em>La lingua</em></p>
<p>Il film va visto, assolutamente ed esclusivamente, in lingua originale coi sottotitoli. La questione linguistica è la questione regina di tutto il film. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sulla lingua e sul linguaggio. Nella sequenza d&#8217;apertura, il colonnello nazista Hans Landa (senza dubbio il personaggio meglio riuscito) usa un francese mellifluo, elegante, gentilissimo. Landa sembra Werner von Ebrennac del <em>Silenzio del mare</em> di Vercors. Compito, colto, educato ai limiti dell&#8217;affettazione. Quando passa all&#8217;inglese, si sposta su un terreno neutrale. Un confine comune. Non il tedesco dei nazisti, non il francese degli occupati. L&#8217;inglese è la lingua degli affari; o del &#8220;fare&#8221;. Una lingua sbrigativa ma non invadente, uno spazio dove si concretizza l&#8217;infame accordo: tu mi dici dove sono gli ebrei che nascondi, io risparmio te e la tua famiglia senza punirti. Quando si torna al francese, la lingua di Voltaire è diventata improvvisamente un&#8217;impostura, una spalata di biacca per coprire il volto truce dell&#8217;accordo in inglese. Copre. E uccide. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sugli equivoci della lingua. La lingua uccide, sembra dire Tarantino. Ci sono tre scene fondamentali in cui le incomprensioni, le storture, i mascheramenti, e gli smascheramenti, linguistici occupano un ruolo centrale. Della prima ho detto sopra. La seconda è la scena dell&#8217;osteria, dove anche il linguaggio non verbale, il linguaggio gestuale, si rivela una spia, un segnale. E&#8217; ovviamente la scena del numero <em>3 </em>fatto con le dita. &#8220;Tre bicchieri&#8221;, dice il Bastardo-Finto-Ufficiale-Nazista ordinando un nuovo giro di alcol. Ma fa un &#8220;3&#8243; americano (con indice medio e anulare sollevati), non un &#8220;3&#8243; tedesco (o italiano, se è per questo: pollice indice e medio alzati). E il Vero Ufficiale Nazista capisce.<br />
La terza, all&#8217;interno del cinema, quando il tenente Raine e i restanti Bastardi vengono presentati al colonnello Landa come italiani (il secondo Bastardo viene presentato col nome di Antonio Margheriti, regista italiano nato nel 1930 con una sterminata filmografia di B-movie alle spalle, con titoli come <em>I diafanoidi vengono da Marte</em>, <em>Là dove non batte il sole</em>, <em>I cacciatori del cobra d’oro</em>, <em>La morte viene dal pianeta Aytin</em>). E anche qui, Landa, poliglotta impeccabile, attacca con un italiano arrugginito ma efficace per sgamare la menzogna, usando ancora una volta la lingua come strumento offensivo.</p>
<p>c) <em>La sceneggiatura</em></p>
<p>Presenta due buchi difficilmente giustificabili.<br />
1 &#8211; Perché Hans Landa, il perfetto Ufficiale Nazista, l&#8217;Uomo Nuovo di Hitler, il funzionario colto e raffinato che diventa freddo e spietato quando c&#8217;è in ballo la salute del Reich, passa di colpo nelle fila del nemico, vendendo addirittura tutta la catena di comando del Fuhrer agli Alleati?<br />
2 &#8211; Come fa l&#8217;ultimo Bastardo sopravvissuto a trovarsi sul pulmino assieme al Tenente Raine, arrestato da Landa? Dove sono andati a pescarlo?</p>
<p>d) <em>La violenza</em></p>
<p>Questione piuttosto lunga e complessa da affrontare. Provo a riassumerla così.<br />
Il Nemico scelto da Tarantino è un Nemico facile. Trattasi del Male. Tranne che per il presidente iraniano e per qualche subnormale fascistello col busto di Mussolini in camera, tutti siamo d&#8217;accordo che il Nazismo è stato il Male, e che Hitler è stata, finora, la più perfettissima e compiutissima incarnazione umana del demonio mai presentatasi nella Storia. Bene. Ma la domanda è: Si può giocare a fare del male al Male?<br />
Perché quello dei Bastardi è un <em>gioco</em>. Un megaflipper, un nascondino con il piombo, una Campana con i coltelli tra i denti. Non c&#8217;è strategia militare, dietro le loro azioni. Non c&#8217;è disegno politico o culturale. C&#8217;è il piacere di ammazzare i cattivi. Ma, mi chiedevo guardando la scena, che piacere &#8211; piacere filmico, piacere estetico, piacere narrativo &#8211; c&#8217;è a far saltare la testa a colpi di mazza da baseball a un nazista inerme e inoffensivo, che si rifiuta in maniera onorevole di rivelare le postazioni dei suoi compagni? Quando il personaggio soprannominato L&#8217;Orso Ebreo fa scivolare il legno della mazza sulla tempia del militare inginocchiato, e quando prende lo slancio per rompergli l&#8217;osso parietale, e quando in un tripudio di sangue e materia cerebrale esplosa l&#8217;Orso Ebreo, esaltato come se avesse tirato tre piste di cocaina, urla a un immaginario pubblico &#8220;Fuoricampo!&#8221;, come se la testa del nazista fosse stata una palla da baseball, <em>ma non lo era</em>, era la testa di un uomo che, nonostante fosse un uomo vergognoso, vile, spietato non meritava quella morte atroce&#8230;quando succedeva tutto questo, <em>voi da che parte stavate</em>?<br />
“Guardando <em>Giglio infranto</em> di Griffith è normale e inevitabile piangere”, ha detto Gilles Deleuze. Per la prima volta, la sofferenza di un personaggio in un film di Tarantino, nonostante fosse una pedina del Male, mi ha mosso a compassione. In <em>Bastardi senza gloria</em> non ho visto nemmeno per mezzo fotogramma la catarsi della violenza attraverso l’ironia di <em>Pulp Fiction</em> o delle <em>Iene</em>; non ho trovato la fumettizzazione pop di <em>Kill Bill</em>; né ho registrato gli incredibili (alla lettera: non credibili) eccessi del pessimo <em>Grindhouse</em>. Per la prima volta, la violenza in un film di Tarantino mi ha dato un brivido, un brivido puro, umano. Etico, direi.<br />
Ed è un terribile punto a sfavore del film, forse, tra i tanti, il più grande.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/nuovo-cinema-paraculo-bastardi-senza-gloria/">Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</a></p>
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