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	<title>Nazione Indiana &#187; biblioteca</title>
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		<title>L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 13:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><em>(Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/larte-e-una-bestialita-una-lettura-de-i-musicanti-di-brema/">L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><em>(Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti. Li pubblicherò con cadenza spero settimanale, iniziando proprio con una storia dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Grimm">due fratelli dell&#8217;Assia</a>. f.m.)</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41264" title="rackham_bremen2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rackham_bremen2-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" /></p>
<p>Meno di cinquemila anime. Una chiesa parrocchiale. Un convento dei frati. Una piazza. Intorno, quasi dovunque, boschi. Qui è dove sono nata, un paese imborghesito della vecchia Emilia che fu contadina. Nella piazza, vicino a quell&#8217;edificio che viene chiamato “Torre del Fascio”, sta una biblioteca. Negli anni &#8217;80 era gestita, o meglio presidiata, da un signore che a noi bambini faceva un po&#8217; paura. Burbero, serio, sembrava che non fosse per niente contento quando entravi in biblioteca, come se lo distogliessi da qualcosa di molto importante che stava facendo. Non c&#8217;era, ho scoperto allora, una vera e propria catalogazione dei volumi. Anni luce dai software di prestito interbibliotecario venuti dopo. Il bibliotecario aveva un suo ordine, piuttosto creativo, e una sua modalità di catalogazione – ai più inesplicabile. In sostanza solo lui sapeva dove stavano i libri, quali erano presenti, quali erano in prestito, quali nel sottoscala degli uffici del Comune. Compilava delle piccole schede, come si faceva allora, con una BIC senza cappuccio, in una grafia chiara e minuta.</p>
<p>Mia madre mi aveva spiegato cos&#8217;è una biblioteca e siccome mi piaceva leggere  mi aveva accompagnato e mi era stato insegnato come chiedere in prestito i libri. Mi sembrò una grande scoperta e una incredibile invenzione. Il bibliotecario mi pareva un essere con un grande potere e che meritava tutto il mio reverenziale rispetto, sebbene nei primi tempi dovessi vincere la mia repulsione nell&#8217;avvicinarlo, visto l&#8217;evidente disprezzo che doveva avere per me in quanto essere umano e, per di più, infante.</p>
<p>Scartabellava in una cassettina piena di schede, estraeva la mia e, quando noleggiavo o restituivo un libro, si metteva a scrivere. Anni dopo avrei riletto quella stessa scheda, grazie a un amico che fu mandato a fare servizio civile in biblioteca (quando c&#8217;era ancora la leva obbligatoria, ulteriore retaggio di un altro secolo) e mi sarei stupita di non ricordare che pochissimi dei molti libri letti.</p>
<p>Quello che succede nell&#8217;infanzia è qualcosa che rimane e che continua a lavorare dentro per tutta la vita. Ti influenza, ti condiziona, ti tiene sotto scacco – perché da grande quasi nulla della magicità del mondo ti rimane, ti restano solo i gusci delle cose, diventati un groviglio inesplicabile, e ciò che da piccolo ti era amabilmente oscuro diventa un modo di affrontare le cose in cui cerchi riparo. Un riparo spesso fragile, che rende gli accadimenti della tua origine come delle specie di premonizioni.</p>
<p>Oggi più che mai, quando penso agli artisti che amo e al destino generale dell&#8217;arte, non posso che sentirmi vicina agli spelacchiati e negletti animali da cui rimasi tanto affascinata la prima volta che lessi “<a href="http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/musicanti-brema.htm">I musicanti di Brema</a>”, quando trovai le illustrazioni del libro preso in prestito alla spartana biblioteca di Porretta così diverse dalle colorate protagoniste delle serie giapponesi proposte da “Bim Bum Bam”. “Pìolo” Bonolis poco più che ventenne passava con noi i pomeriggi insieme a un pupazzo rosa shocking, presentandoci saghe di eroine orfane o comunque piene di drammi &#8211; “Georgie”, “Kiss Me Lycia”, “Lovely Sara” e tutte le altre – mentre in apertura Cristina D&#8217;Avena cantava garrula e rampante sigle a cui seguivano, dopo pochi minuti, pubblicità di prodotti come “Crystal Ball” e “Dolce forno”.</p>
<p>I disegni dei “Musicanti” invece erano in bianco e nero, direi inchiostrati a china, ombreggiati in una fitta texture che era spaventosa quanto il folto del bosco minaccioso in cui raminghi andavano i quattro disgraziati protagonisti, dei cui destini tremante e solitaria mi occupavo.</p>
<p>Leggere era diverso dal guardare i cartoni giapponesi, che pure ho molto amato. Leggere era come respirare, nel senso proprio fisico di sentire che qualcosa entra dentro di te e va in posti che tutto sommato non conosci. Forse la lentezza della lettura, o il lasciarti grande spazio per creare tu stesso tutto ciò che le parole non dicono, ha fatto sì che le <span style="text-decoration: underline;">fiabe</span> mi risultassero sempre molto più temibili e paurose del cartone più violento.</p>
<p>In particolare, i “Musicanti” mi fecero grande impressione e hanno probabilmente condizionato la mia affezione estetica per i cosiddetti <em>loser</em>. La mia solidale simpatia per Charlie Brown e il Monty di “Robotman” prima, e per Lebowski o Barney Panofski poi, credo abbia qualcosa a che fare con questa fiaba.</p>
<p>A rileggerla oggi, fa davvero impressione per le corrispondenze che ha con buona parte delle questioni attorno alle quali mi arrovello da anni.</p>
<p>Il tutto comincia con un asino che, dopo essere stato sfruttato per una vita, scappa dal suo padrone perché si rende conto che questi vuole farlo fuori visto che non è più in grado di lavorare tanto come prima. E già qui si potrebbe dare il via a infinite dissertazioni sociopolitiche e umanitarie. Ma non amo più di tanto questo genere di discorsi, in cui si rischia sempre – se non si è dei veri esperti, o dei pensatori raffinati, cosa che non sono &#8211; di fare la fine del personaggio di Jodie Foster in “Carnage”. Ti metti nei panni del poveraccio e finisci a parlare del terzo mondo, una cosa che non si può sentire.</p>
<p>Ma cosa pensa di fare l&#8217;asino, giunto a tale drammatica svolta della sua vita?</p>
<p>Nientepopodimeno che diventare un musicista. Che faccio, si dice, ora che non ho casa, né lavoro, né più niente? Vado a Brema, così posso entrare nella banda municipale.</p>
<p>La naturalezza e l&#8217;ingenuità con cui l&#8217;asino prende questa ferma decisione – mettendosi direttamente in marcia per Brema – è la fede nell&#8217;utopia propria dell&#8217;artista, di colui che non ha nulla da perdere pur perdendo tutto. Negletto per negletto, mendicante per mendicante, l&#8217;asino sceglie la banda municipale, certo che lo accoglierà. Non si fa domande, semplicemente prende e va, spedito, verso la banda intesa come una comunità che non esclude a priori qualcuno perché non è vincente, fatto di un&#8217;altra stoffa, o incapace di fare qualunque altra cosa all’infuori di quella.</p>
<p>Si potrebbe obiettare, a questo punto, che troppi, oggi, chiedono asilo nella banda, divenuta ormai <em>refugium peccatorum</em> di troppi sedicenti artisti. La questione è mal posta: entrare nella banda non significa poi poterci restare; talmente è dura la sua legge, che chi è un impostore se ne esce da sé sotto il peso della storia. È il piglio dell&#8217;asino, la sua risposta alla “chiamata” direbbe quello, il suo agire convinto che quella è la sua meta, a essere  interessante. Una meta su cui non spreca parole di desiderio, dubbio, o sogno: non “vorrebbe” entrare nella banda municipale. Lui ci va direttamente, perché quello è l&#8217;unico destino che riesce a pensare per sé.</p>
<p>E quindi eccolo per strada, verso Brema, dove mano a mano incontrerà altri disperati – che diventeranno suoi compagni di strada.</p>
<p>È da notare come per tutti costoro (l&#8217;asino, il cane, il gatto, il gallo) andare o no a Brema è una questione<em> di vita o di morte</em>. Gli uomini con cui questi animali vivevano li hanno tutti condannati al peggio: li vogliono accoppare, far fuori, cucinare magari. E questo perché loro, gli animali, sono adesso <em>inutili</em>. Non sono in grado di collaborare al procedere del sistema inteso come meccanismo produttivo. Quale più precisa metafora dell&#8217;artista nella società?</p>
<p>L&#8217;unico, è il gallo, che sarebbe buono da mangiare: ma questo canta e canta, strepita di protesta, non si piega all&#8217;idea di andare in pasto ai padroni. E alla fine si aggrega alla compagnia, dove anche i cliché su chi è amico e nemico, su cosa è vero o falso, sono rotti. Il cane e il gatto, con naturalezza, si sono uniti all&#8217;asino, che accoglie il gallo con lo stesso entusiasmo del naufrago: “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. Alla morte a cui condanna la società, si accosta e in un certo senso contrappone la bellezza, e via che vanno i quattro poveracci insieme.</p>
<p>La notte nel bosco non è semplice. Il bosco è tutto un fruscio, tutto una minaccia, un protendersi di rami e di presagi. Si accoccolano insieme, ma la paura è tanta. Dal ramo dell&#8217;albero il gallo vede in lontananza una luce.</p>
<p>La me bambina che leggeva, pensava che finalmente avrebbero trovato un riparo, una svolta nel loro destino tanto sfortunato, una casetta deliziosa come quella della “dolce signora Minù”.<img class="alignright size-medium wp-image-41265" title="george cruikshank_bremen" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/george-cruikshank_bremen-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></p>
<p>Ma chi ti trovano, spiando dalla finestra dentro la casupola che infine raggiungono (bellissima l&#8217;illustrazione degli animali uno sopra l&#8217;altro, in una piramide instabile e metamorfica)? Un bel covo di briganti che gozzovigliano. Amaro e pieno di insidie il destino di chi è in cammino.</p>
<p>Il desiderio di un posto dove stare, dove mangiare, fa vincere loro la paura. Uniti, traballanti ma collaborativi, riescono infine a mettere in fuga i banditi, venendo intesi come qualcosa di mostruoso e sconosciuto, forse ultraterreno (di nuovo, sembrerebbe l&#8217;effetto che fa l&#8217;artista a quelli del suo tempo). L&#8217;unico bandito che viene mandato indietro a vedere cosa è in realtà successo, pur ricevendo i graffi di un gatto, i morsi di un cane, i calci di un asino, riferirà che la casa è posseduta da qualcuno di molto potente – fatto di streghe, uomini, mostri e persino un giudice (così il bandito interpreta il canto del gallo, come le parole di un tribunale che lo accusano).</p>
<p>I musicanti non raggiungono mai Brema. Restano e abitano il piccolo spazio che si sono conquistati, e pur senza mai suonare nella banda municipale di Brema sono musicanti – perché hanno intravisto un altro mondo, di canto e musica, e scelto di mettersi in cammino per raggiungerlo, pur non raggiungendolo mai. Falliscono, in questo. E lo fanno meglio di tutti, per usare le parole di Beckett, come i veri artisti.</p>
<p>*****</p>
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<p><em>Immagini di Arthur Rackham e George Cruikshank.</em></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a><em>Die Bremer Stadtmusikanten</em>, fiaba raccolta dai Fratelli Grimm</p>
</div>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/larte-e-una-bestialita-una-lettura-de-i-musicanti-di-brema/">L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 09:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em> Questo pezzo è uscito quest&#8217;anno con molti altri in &#8220;Finzione e documento nel romanzo&#8221; a cura mia, di Walter Nardon e Stefano Zangrando, Università di Trento, Trento. Il libro raccoglie il frutto di un anno di studi e incontri organizzati dal SIR (Seminario Internazionale sul Romanzo).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/">La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/sir.jpg"/></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em> Questo pezzo è uscito quest&#8217;anno con molti altri in &#8220;Finzione e documento nel romanzo&#8221; a cura mia, di Walter Nardon e Stefano Zangrando, Università di Trento, Trento. Il libro raccoglie il frutto di un anno di studi e incontri organizzati dal SIR (Seminario Internazionale sul Romanzo). Spero possa contribuire al dibattito su romanzo e realtà che da qualche tempo arricchisce le pagine di nazioneindiana</em>.</p>
<p>1. Una volta Roland Barthes, in <em>La mécanique du charme</em>, ha scritto che Italo Calvino era in grado di elaborare «un tipo di immaginazione molto particolare: quella che, in fondo, si trova in E. A. Poe, e che si potrebbe definire l’immaginazione di una certa meccanica o la relazione tra l’immaginazione e la meccanica».<br />
Che cosa voleva dire? Cercava di esplorare da vicino una nozione di «immaginazione» diversa da quella romantica, spontanea, piena di fantasmi: un’idea d’immaginazione come capacità di sviluppare un racconto in modo logico ed elegante («charmant») in cui una situazione apparentemente irreale si trasforma, attraverso una perfetta meccanica immaginativa (Barthes usa la metafora della «joute», la giostra dei tornei cavallereschi), in una situazione implacabilmente «reale».<span id="more-10711"></span></p>
<p>2. Rileggo alcuni racconti di Poe. Essi, in verità, contengono entrambi le opzioni: il racconto di fantasmi di ascendenza romantica (orrido-grottesco); il racconto «meccanico» (logico-argomentativo), dove Dupin, ad esempio, misura le sue doti di elegante e implacabile cavaliere della ragione. Forse ce n’è addirittura una terza, come afferma il traduttore italiano della mia edizione, Giorgio Manganelli: quella visionaria-profetica di «Eureka», ad esempio.<br />
«Poe – afferma, inoltre, Manganelli – è scrittore assai più mobile e articolato di quanto siamo abituati a giudicare, talora sottile, talora plasticamente invadente, lentissimo o mercuriale. La sua dinamica è “il cattivo gusto” che mescolato d’astrazione e stravaganza produce risultati ‘impossibili’ assolutamente insuperabili». Giudizio che sembra aprire le porte a una quarta dimensione immaginativa, astratta e stravagante, fondata sulla «dinamica del cattivo gusto», cioè sulla possibilità di rendere incredibili fatti o avvenimenti della realtà più trita, spesso già riportati in cronache o in altri libri.<br />
Poe, oltre che per Calvino, è stato uno scrittore essenziale anche per Borges. I suoi racconti furono letti e riletti dallo scrittore argentino.<br />
In <em>Sei problemi per Don Isidro Parodi</em> (1942), opera scritta in collaborazione con l’amico Adolfo Bioy Casares (H. Bustos Domecq), Borges mette in moto un’immaginazione la cui leva è proprio il «cattivo gusto». Ora, il «cattivo gusto», nel caso di Borges, non è altro che il suo personale gusto per i generi cosiddetti minori, corollario della sua idea che lo scrittore è soprattutto un lettore, ovvero un meraviglioso parassita in grado di succhiare il sangue da ogni corpo libresco. In Poe, quindi, c’è, seppure in forma embrionale, l’idea del documento immaginario che sta al cuore dell’opera di Borges e del suo metodo della «seconda mano».<br />
Se Borges, grazie alla ripresa di alcune intuizioni di Poe, è un ramo essenziale dell’albero della prosa moderna (secondo Danilo Kis, dopo di lui, non si possono più scrivere racconti come si scrivevano nel XIX secolo), la linfa che vi scorre è resa più vitale dalla sua lettura dei racconti d’avventura di R. L. Stevenson, frutto, ancora una volta, del suo amore per un genere minore, quello dei libri per ragazzi. Borges era, inoltre, un grande estimatore dello Stevenson saggista, in particolare degli <em>Esssays on the Art of Writing</em>. Egli giunse a dire che poneva al di sopra di tutto <em>A Chapter on Dreams</em>, un saggio di Stevenson del 1887. Ricordo che Nabokov (ma allora esiste davvero un ponte che unisce Borges a Nabokov?), davanti ai suoi studenti della Cornell University, affermava che le riflessioni più intelligenti che si fossero mai scritte sulla letteratura erano contenute proprio negli <em>Essays</em> di R. L. Stevenson.<br />
Il cerchio si chiude se penso alla corrispondenza tra Marcel Schwob – traduttore e grande ammiratore dello scrittore scozzese – e Stevenson.<br />
La «sindrome di Borges» – la più estesa malattia letteraria della seconda metà del XX secolo (e che probabilmente si estenderà per tutta la prima metà del XXI) – è, in effetti, una variante della «sindrome di Schwob». D’altra parte, Borges riteneva che l’idea delle «vite immaginarie» –  titolo dell’opera più celebre dello scrittore francese – fosse addirittura superiore alla sua stessa realizzazione.<br />
Tuttavia, la biblioteca di Schwob non è la biblioteca di Borges.<br />
La prima è zeppa di volumi di filologia classica, di autori greci e latini, di scrittori del Rinascimento, si chiamino essi Villon o Rabelais. Negli scaffali centrali della seconda, invece, sono esposti i grossi tomi dell’Encyclopedia Britannica. Quella di Borges è l’erudizione di «seconda mano» di un geniale autodidatta: nulla di strano se essa divenne ben presto una Biblioteca di Babele.<br />
La «tradizione», dopo gli anni venti, si trasformò per lui in «archivio». All’inizio degli anni trenta Borges visse nella sua persona e nella sua opera una delle conversioni letterarie decisive del XX secolo: la nozione di «originalità» si convertì in quella di «finzione». Egli, come afferma Alan Pauls nel suo <em>El factor Borges</em>, si sentì libero di «trasportare un certo materiale già esistente dal suo contesto e inserirlo in uno nuovo». La frontiera tra «finzione» e realtà si fece a quel punto sempre più irrisoria. I confini tra originale e copia sparirono. La realtà di prima mano risultò sempre più una chimera. I libri, per l’archivista della «finzione», diventarono il solo strumento per immaginare la realtà.<br />
La grande fame di realtà che presiede ogni romanzo non si è placata. Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte a un sentiero che si biforca: da una parte noi tutti non riusciamo più a immaginare la realtà, se non attraverso «finzioni» di seconda mano, dall’altra, spinti dalla stessa trasformazione della tradizione in archivio, voltiamo le spalle all’immaginazione, preferendo affrontare la realtà all’arma bianca.<br />
Un tempo non molto lontano, ad esempio, il romanzo inglobava il saggio. Oggi, sembra avvenire il contrario: è il saggio che ingloba il romanzo. Mi chiedo: ciò dipende dal fatto che la nostra immaginazione si sta sempre più indebolendo, o meglio, è sempre più oppressa dalle informazioni tanto che non riusciamo più a concepire un romanzo come un luogo ludico? La serietà dei fatti ha vinto sulla non serietà dell’arte? È per questa ragione che gli scrittori oggi preferiscono quello che Salman Rushdie ha chiamato una volta il «saggio narrativo», quando non si dedicano con accanimento al reportage, all’inchiesta, al racconto di viaggio?<br />
Bisognerebbe anche chiedersi se questa riduzione del romanzo a cronaca e a registrazione dell’attualità non sia la conseguenza del nostro disincanto rispetto alla possibilità di dialogare con le forme letterarie del passato. Forse è così. O forse il bisogno dell’arte di nutrirsi di realtà documentaria è da intendersi come una forma di «moralità», di «testimonianza»: un desiderio di dimensione autenticamente tragica contro l’irresponsabilità degli effetti speciali di una cultura  altamente disneyizzata. O come una nuova forma di engagement contro il Kitsch e il feuilleton dilagante. O, ancora, come una sorta di antidoto all’esotismo letterario, che come un virus penetra nelle fibre del nostro mondo globalizzato.<br />
Siamo davvero sicuri che un reportage, un racconto diretto dei fatti, ci dica di più sulla realtà di quanto possa fare un romanzo?</p>
<p>3. Due anni fa incontrai a Tangeri Juan Goytisolo che aveva appena pubblicato, dopo la morte della moglie, un romanzo, <em>Oltre il sipario</em>. È la vicenda di un vedovo alle prese con la sua memoria. Il suo solo interlocutore è Dio, ma un Dio di qualcuno che non crede, un Dio con cui ci si può permettere qualsiasi cosa. In uno dei loro dialoghi, il protagonista ricorda un recente viaggio in Cecenia, all’epoca in cui i russi, con il pretesto della guerra al terrorismo, hanno cominciato a massacrare le popolazioni caucasiche.<br />
Goytisolo mi disse di aver visitato per davvero la Cecenia. In viaggio aveva portato con sè <em>Chadzi-Muràt</em>, il romanzo di Tolstoj dove si racconta come cento cinquant’anni prima gli stessi russi avevano compiuto gli stessi massacri di cui oggi l’opinione pubblica mondiale si scandalizza. «Nel romanzo di Tolstoj c’è ciò di cui avevo bisogno», affermò. E aggiunse: «Lo legga, e anche se non vedrà mai da vicino i massacri che si stanno perpetrando, si farà un’idea precisa della situazione».<br />
Ho seguito il consiglio.<br />
<em>Chadzi-Muràt</em> è una delle ultime opere di Tolstoj. Il 28 ottobre del 1910, la notte in cui lo scrittore russo fuggì da Jàsnaja Poljana per poi morire nella stazione di Astàpovo il 6 novembre dello stesso anno, il manoscritto del romanzo si trovava ancora nel suo scaffale delle opere da correggere. Per scriverlo, Tolstoj consultò per più di un decennio – la redazione dell’opera cominciò nel 1896 – centinaia di libri sulle campagne russe nel Caucaso alla ricerca di materiali sul protagonista, Chadzi-Muràt, un ribelle di origini àvare le cui gesta leggendarie erano ben note allo scrittore fin da quando, nel 1851, egli stesso aveva prestato servizio militare in quelle terre.<br />
La prima ispirazione – che poi si trasformò nel «Prologo» ai ventisei capitoli dell’opera – venne a Tolstoj da una passeggiata estiva lungo un campo arato, dove la mano dell’uomo non aveva lasciato quasi più nulla da cogliere. D’improvviso, davanti a sé, vide un cespuglio di lappola in fiore, pervicacemente attaccatto alla vita:</p>
<p><em>Era chiaro che tutto il cespuglio doveva esser stato travolto da una ruota e si era poi rialzato, e sebbene curvo da un lato, era rimasto in piedi. Era come se gli avessero strappato una parte del corpo, estirpato le viscere, reciso una mano e cavato gli occhi, e lui continuasse a ergersi e a non arrendersi all’uomo che aveva distrutto tutti i suoi simili intorno. «Che energia!», pensai, «l’uomo ha sopraffatto tutto, distrutto milioni di piante ma lui non si arrende»</em>.  </p>
<p>Il cespuglio a cui sono state estirpate «le viscere» e gli «occhi», ma che non si arrende alla furia distruttrice dell’uomo, è il detonatore della vicenda. Infatti, subito dopo, l’autore ricorda «un’antica storia caucasica di cui in parte ero stato testimone, e in parte avevo udito parlare o forse mi ero immaginato».<br />
Alla fine del romanzo Tolstoj descrive la strenua resistenza del protagonista. Con tre o quattro compagni fedeli combatte nel pantano di una risaia allagata contro più di trecento uomini, tra soldati dell’esercito russo, cosacchi ed ex alleati passati al soldo dello zar. A ogni intimazione di resa, Chadzi-Muràt risponde con una fucilata. Ferito due volte, si rialza sanguinante aggrappandosi a un albero. Il suo aspetto è talmente terribile che i nemici accorsi per finirlo, si arrestano atterriti. Poi, «come una bardana falciata», cade a terra. «Così – recitano le ultime parole del narratore – la lappola abbattuta nel mezzo del campo arato mi aveva rammentato questa morte».<br />
Tolstoj, grazie alla semplice immagine di un cespuglio pervicacemente in fiore nel mezzo di un campo arato, non solo entra nella vita e nella morte del singolo protagonista, ma annuncia, imprimendola nella memoria del lettore per tutta la durata del racconto, la natura delle popolazioni del Caucaso, la loro pervicace capacità di sopravvivenza sotto la ruota devastatrice della sacra madre Russia, che da secoli con stagionale periodicità vorrebbe travolgerle.<br />
È difficile sradicare il coraggio e il senso dell’onore di Chadzi-Muràt, perfino dal suo corpo deturpato e senza vita. Quando, in uno dei capitoli finali, la sua testa mozzata sarà mostrata al comandante russo della fortezza, questi, dopo averla fissata a lungo, vuole baciarla. La reazione di Mar’ja Dmìtrievna, la sua governante, è addirittura di disgusto per i suoi compatrioti: «Siete tutti degli aguzzini. Non vi posso tollerare. Aguzzini, proprio così».<br />
Il romanzo, tuttavia, non è la storia di un eroico nemico della Russia e della sua epica morte in battaglia, né semplicemente un racconto di guerra. Certo, ci sono scontri, razzie, teste mozzate. E non potrebbe essere diversamente se alla corte di Nicola I, tra un ricevimento e un banchetto, un barone scherzando con un ambasciatore afferma: «La Pologne et le Caucase, ce sont les deux cautères de la Russie&#8230;». Mentre sull’altro fronte, il potente capo Samìl’, per impedire agli stessi ceceni di allearsi con l’esercito imperiale, fa stilare un editto in cui proclama: «È meglio morire nell’odio per i russi, che vivere con gli infedeli».<br />
E non è neppure un inno all’incomprensibilità dell’odio umano. È uno studio su qualcosa di ancora più originario: l’odio tra i russi e ceceni e le altre popolazioni del Caucaso – spesso in lotta fra di loro – è, infatti, il frutto di un desiderio di conservazione, un «sentimento del tutto naturale», come naturale è per un cespuglio in fiore cercare di sopravvivere all’altrettanto naturale volontà dell’uomo di arare un campo per sfamarsi. Come se l’incapacità di comprendere le assurde e reciproche crudeltà fosse determinata dall’appartenere a due specie diverse che la natura maligna ha posto, per prendersi gioco degli uomini, sugli stessi confini. È un sentimento più profondo dell’odio, che scaturisce dal non riuscire a immaginarsi al posto dei propri vicini. Come se nessuna alleanza fosse possibile, essendo troppo diversi i comportamenti, la lingua, i costumi, i riti religiosi, il senso dell’umanità.<br />
Tra russi e ceceni regna sovrana un’inestirpabile diffidenza. Chadzi-Muràt, un tempo alle dipendenze di Samìl’, si arrende al principe Vorontsòv, la sola personalità russa di cui si fida. Eppure, quando si ritrovano uno di fronte all’altro: </p>
<p><em>Gli occhi di Vorontsòv dicevano che non credeva a una sola sillaba di ciò che Chadzi-Muràt aveva detto e che sapeva che egli era nemico di tutto quel che era russo, e sempre lo sarebbe stato e se ora si assoggettava era solo perché vi era costretto. E Chadzi-Muràt lo capiva e nondimeno lo rassicurava sulla sua devozione, Ma gli occhi di Chadzi-Muràt dicevano che per lui, vecchio com’era, sarebbe stato tempo di pensare alla morte, e non alla guerra, ma che sebbene vecchio, era scaltro, e occorreva esser prudente.</em> </p>
<p>La diffidenza regna anche all’interno delle stesse popolazioni caucasiche. La resa di Chadzi-Muràt ai «quei porci dei russi», ad esempio, nasce dall’ordine di Samìl’ di arrestarlo vivo o morto. La sua decisione finale di fuggire sulle montagne nel tentativo di liberare la sua famiglia presa in ostaggio da Samìl’, tradendo la fiducia dei russi, è data dal suo trovarsi tra due fuochi, entrambi mortali.<br />
Nel romanzo si trovano poi molti episodi che sembrano uscire dalle pagine delle nostre cronache. Ne annoto un paio, che a distanza di cento cinquant’anni, non hanno perduto la loro attualità.<br />
Il soldato russo Avdeev muore mentre sta caricando il fucile durante uno breve scontro a fuoco con alcuni ceceni a cavallo. Nel rapporto che i superiori mandano a Tiflis al comandante in capo sul fronte ceceno, il principe Vorontsòv, la sua morte viene così descritta:</p>
<p><em>«Il 23 novembre due compagnie del reggimento di Kurino sono uscite dalla fortezza per far legna nel bosco. A mezzodì il manipolo di caucasici ha assalito d’improvviso i tagliatori. La linea ha cominciato a ripiegare, e in quel momento la seconda compagnia ha sferrato un attacco alla baionetta, sgominando i caucasici. Nell’azione sono rimasti leggermente feriti due soldati semplici e uno è stato ucciso. Ma i caucasici hanno perduto circa un centinaio di uomini, fra morti e feriti».</em> </p>
<p>Si può immaginare, oggi più di ieri, quale «verità» sull’accaduto sia poi stata inviata da Tiflis a Mosca, e da qui data in pasto a capi di stato, ambasciatori e giornalisti compiacenti.<br />
La sola verità, questa sì immutabile da secoli, è quella che il vecchio padre del soldato russo Avdeev – così simile a tanti padri e madri ceceni descritti di recente dalla giornalista Anna Politkovskaja nei suo articoli dal Caucaso, per i quali «è già una fortuna avere il corpo» di chi è deceduto – pronuncia a se stesso, ancor prima di ricevere la triste notizia della gloriosa fine del figlio: «Il servizio militare era come la morte. E un soldato era come se morisse al mondo, rammentarlo voleva dire riaprire nell’anima una ferita e non ve ne era motivo».<br />
All’indomani del suo arrivo alla fortezza, Chadzi-Muràt si deve presentare da Vorontsòv. L’anticamera è, come al solito, gremita: generali in alta uniforme che attendono di congedarsi; un ricco armeno che chiede il rinnovo del contratto per il monopolio della vodka; vedove di ufficiali che reclamano una pensione; principi diseredati che supplicano la cessione di nuove proprietà; commissari di polizia che desiderano presentare progetti di conquista del Caucaso. Tutti sono in attesa di una parola del principe che dall’alto della sua aristocratica condizione salvi la loro anima. Soltanto Chadzi-Muràt se ne sta fiero e sprezzante, con la mano sul pugnale. Indossa una lunga tunica bianca. I piedi calzano pesanti uose e babbucce aderenti. Sulla sua testa rasata porta «lo stesso colbacco con il turbante per cui, su denuncia di Achmet-Chan, era stato arrestato dal generale Kljugenau, fatto che era stato la causa del suo passaggio a Samìl’».<br />
Il dettaglio del turbante getta ulteriore luce sui rapporti tra i clan delle varie popolazioni caucasiche e tra queste e i russi. L’àvaro Chadzi-Muràt, appartenente allo stesso clan di Achmet, nel frattempo nominato «chan» («comandante») dell’Avaria dai russi, denuncia il protagonista del romanzo alle autorità imperiali in virtù dell’odio sorto all’epoca in cui una figlia del clan di Chadzi-Muràt non era andata in sposa a suo figlio. Chadzi-Muràt viene fatto prigioniero dal generale russo Kljiugenau. Fugge e passa nella fila del più potente «imam» caucasico Samìl’, sebbene questi gli avesse fatto uccidere il padre e i fratelli. In seguito, come si è visto, Chadzi-Muràt tradirà Samil’, che, temendo per il suo potere, cercherà di ucciderlo. Si offrirà quindi al principe Vorontsòv con il quale, dopo aver compreso che i russi non lo avrebbero mai aiutato a salvare la sua famiglia, spezzerà il patto di fiducia.<br />
Questa ragnatela, i cui intricati fili il lettore deve seguire, se vuole comprendere la complessità di quel «sentimento del tutto naturale» più profondo dell’odio che regola le azioni di tutti i personaggi, da quelle più banali a quelle più sanguinose, non sarebbe stata tessuta se il narratore non avesse posto un turbante sopra il colbacco di Chadzi-Muràt. Il mussulmano, asservito ai russi, non può portarlo, pena l’arresto, pena l’uccisione, pena il massacro del suo popolo. Chadzi-Muràt protesta: «Portavo il turbante non per Samìl’, ma per la salvezza della mia anima». Secondo quali leggi, secondo quali colpe, secondo quali imputazioni i russi massacrano i Chadzi-Muràt di oggi? Anna Politkovskaja nei suoi reportages afferma che questa è la domanda che migliaia di padri e madri ceceni si pongono senza ricevere risposte concrete.<br />
E i padri e le madri russi delle migliaia di Avdeev morti «gloriosamente» sul fronte ceceno che cosa si domandano?<br />
Bisogna rileggere Tolstoj. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/">La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</a></p>
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		<title>Mostra di Cristina Annino</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 17:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Biblioteca Pier Paolo Pasolini</strong></p>
<p>Personale di <a href="http://www.anninocristina.it"><strong>Cristina Annino</strong></a></p>
<p><strong>8-29 novembre 2008</strong><br />
9,00-13,00 – 15,00-18,30</p>
<p><strong>Vernissage 8 novembre  ore 17,00</strong><br />
<br />
<em>Indirizzo</em>:<br />
Via Salvatore Lorizzo 100, Roma<br />
Ingresso da Viale Caduti per la Resistenza 410 a<br />
tel. 065070335 tel/fax 065083275<br />
biblioteca.pasolini@bibliotechediroma.it<br />
www.bibliotechediroma.it</p>
<p>***</p>
<p><strong>Lina</strong></p>
<p>La retorica, topo grazioso, inquina;<br />
io non l’adopro mai.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/">Mostra di Cristina Annino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.anninocristina.it/OPERE%20PER%20VISIONARE/OPERA%2014.jpg" class="alignnone" width="290" height="470" /></p>
<p><strong>Biblioteca Pier Paolo Pasolini</p>
<p>Personale </strong>di <a href="http://www.anninocristina.it"><strong>Cristina Annino</strong></a></p>
<p><strong>8-29 novembre 2008</strong><br />
9,00-13,00 – 15,00-18,30</p>
<p><strong>Vernissage 8 novembre  ore 17,00</strong><br />
<span id="more-10540"></span><br />
<em>Indirizzo</em>:<br />
Via Salvatore Lorizzo 100, Roma<br />
Ingresso da Viale Caduti per la Resistenza 410 a<br />
tel. 065070335 tel/fax 065083275<br />
biblioteca.pasolini@bibliotechediroma.it<br />
www.bibliotechediroma.it</p>
<p>***</p>
<p><strong>Lina</strong></p>
<p>La retorica, topo grazioso, inquina;<br />
io non l’adopro mai. Se<br />
dico la mamma m’arriva ai<br />
piedi, faccio una gran fatica a<br />
scalare appena lo sterno. Pioniera<br />
lei viene con salti yoga “abbassa<br />
la schiena sui reni” Poi “s’alza<br />
qualcosa?” chiede. Così imparo.</p>
<p>Su lei non so scherzare, davvero, è<br />
l’unica e non<br />
ci riesco. Nel più<br />
normale dei modi, tutto<br />
il grande finì, con baccano<br />
spento e tori di nostalgia.<br />
Penso<br />
d’essere degno oramai di<br />
chiudermi l’universo alle<br />
spalle. La mia<br />
statura, nella camera dove non<br />
si guarì mai, sta lì su quel<br />
muro ancora, per<br />
infermieri, wudù, pigiami, per le<br />
unte preghiere e i cani che non<br />
entrano. Per il fumo che lastricò<br />
corridoi.</p>
<p><em><a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/09/28/accordando-luce-con-vertebre-cristina-annino/">Qui</a> altri inediti di Cristina Annino</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/">Mostra di Cristina Annino</a></p>
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		<title>La biblioteca di notte</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 08:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Manguel]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cabrera-infante.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cabrera-infante.jpg"><br />
</a></p>
<p>«Esulando dal campo della teologia e della letteratura fantastica, pochi possono mettere in dubbio che le caratteristiche principali del nostro universo siano il vuoto di significato e la mancanza di un fine riconoscibile». Prosecuzione ideale dei precedenti <em>Una storia della lettura </em>(Mondadori, 1997) e <em>Diario di un lettore</em> (Archinto, 2006), tutto <strong>La biblioteca di notte</strong> (traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto, pp.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/la-biblioteca-di-notte/">La biblioteca di notte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cabrera-infante.jpg"><img class="size-full wp-image-8107 aligncenter" title="cabrera-infante" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cabrera-infante.jpg" alt="" width="250" height="351" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cabrera-infante.jpg"><br />
</a></p>
<p>«Esulando dal campo della teologia e della letteratura fantastica, pochi possono mettere in dubbio che le caratteristiche principali del nostro universo siano il vuoto di significato e la mancanza di un fine riconoscibile». Prosecuzione ideale dei precedenti <em>Una storia della lettura </em>(Mondadori, 1997) e <em>Diario di un lettore</em> (Archinto, 2006), tutto <strong>La biblioteca di notte</strong> (traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto, pp. 310, € 24,00), dell&#8217;argentino Alberto Manguel (classe &#8217;48), poggia sul paradosso implicito nella retorica constatazione che apre il volume:<span id="more-8104"></span> da un lato, dunque, ci sarebbe l&#8217;umana aspirazione a tutto raccogliere, catalogare, archiviare e conservare &#8211; per ogni cosa comprendere, si capisce; dall&#8217;altro, l&#8217;accettazione &#8211; mai compiuta in resa, per la verità -  dell&#8217;inanità di qualsiasi sforzo volto in tal senso, dacché non è dato esaurire l&#8217;universo mondo se non di fronte alla semplice  contemplazione della sua irriducibilità ai termini della ragione, della sua insofferenza alla mera logica compilatoria. Insomma, per usare una coppia che ricorre di  frequente nelle pagine dell&#8217;autore de <em>Il computer di Sant&#8217;Agostino </em>(Archinto, 2005), a un estremo ci sarebbe il giorno (e per esso l&#8217;ordine), all&#8217;opposto la notte (ovvero il caos, o caso). Nel mezzo, il simbolo che meglio di qualunque altro rappresenta l&#8217;inveramento di questa tensione tra ambizione e fallimento: la biblioteca. Ossia il luogo, o meglio il concetto, che l&#8217;uomo ha da sempre deputato a contenere quanti più documenti, quante più testimonianze possibili dello stesso desiderio di costruire un mondo parallelo al mondo: un cosmo puntellato di parole e di segni, di geroglifici e di icone che, ove mai potesse essere portato a compimento non sarebbe che una &#8220;ridondanza&#8221;, essendo la biblioteca ideale null&#8217;altro che il mondo stesso. Da questo, allora, l&#8217;ulteriore tentativo di circoscrivere la raccolta di libri e codici secondo criteri tanto rigorosi quanto arbitrari: per importanza o per autenticità, per valore scientifico o per qualità artistica, per tema o per soggetto; ma anche, assecondando l&#8217;estro, obiettivizzando le proprie idiosincrasie, inseguendo una chimera. Svolgendo tutti i percorsi che gli si sono aperti davanti a partire dall&#8217; esperienza personale, e cioè dalla costruzione della sua biblioteca privata (in un paese a sud della Loira) e dalla frequentazione di quelle in cui si è formato o alle quali è più affezionato (la biblioteca del Colegio Nacional di Buenos Aires o la Long Hall Library a Sissinghurst), Manguel disseziona l&#8217;idea stessa di biblioteca che, assecondando lo schema della duplice ripartizione della giornata, è ora mito e ordine, spazio e potere, ombra e forma, caso e laboratorio, mente e isola, sopravvivenza e oblio, immaginazione e identità. Diverse facce della stessa medaglia che, se potesse coniarsi, recherebbe stampigliate le effigi della Torre di Babele e della Biblioteca di Alessandria, «due monumenti che, in un certo senso, simboleggiano ciò che siamo. Il primo, eretto per raggiungere gli inarrivabili cieli, nacque dal nostro anelito di conquistare lo spazio, desiderio punito dalla pluralità di lingue che ancor oggi pone ostacoli quotidiani ai nostri tentativi di conoscerci gli uni con gli altri. Il secondo, costruito per raccogliere ciò che quelle lingue avevano cercato di registrare in tutto il mondo, scaturì dalla nostra speranza di vincere il tempo, e si concluse con un incendio leggendario che consumò perfino il presente». Di queste aspirazioni, le biblioteche della storia dell&#8217;umanità, da quelle maestose  dei grandi della terra alle nostre personali, più umili ma ugualmente &#8220;folli&#8221;, non sono che il riflesso, perché ognuna reca in sé «il desiderio di abbracciare tutte le lingue di Babele» e anela di «possedere tutti i volumi di Alessandria». Quasi contravvenendo all&#8217;enunciazione di partenza, Manguel (di cui è appena uscita, sempre per Archinto, la raccolta di saggi <em>Al tavolo del cappellaio matto</em>) ricostruisce il senso di quest&#8217;assurda lotta con lo spazio e con il tempo, intessendo famiglie letterarie e genealogie fantastiche in cui il poeta arabo Abu Nuwas, che aveva imparato a memoria tutti i suoi componimenti &#8211; un po&#8217; come si dice avesse fatto Borges -, e Aby Warburg, la cui biblioteca ideale era una gigantesca connessione di immagini e memoria, appartengono allo stesso ramo di Patrice Moore, uno sconosciuto signore di New York che nel 2003 rimase intrappolato per due giorni sotto la valanga di carte e giornali accumulati per oltre un decennio. Nel suo caso come in quello di Warburg &#8211; o in quello di Nuwas -, il confine tra ragione e pazzia, tra salute e delirio, tradisce tutto il suo limitato carattere convenzionale. Quale uomo sano di mente, sembra domandasi Manguel, potrebbe seriamente aspirare a raccogliere tutti i documenti scritti del mondo, o anche solo tutti quelli che riuscirebbe a procurarsi? Eppure, quale uomo vi ha mai rinunciato? In fondo, la situazione di Moore non è poi differente da quella dei  bibliotecari alessandrini, perché ogni biblioteca rappresenta ciò che chi l&#8217;ha pensata è, costruisce la sua identità e la rappresenta; in essa, come dimostrano gli esempi di Rabelais e Paul Masson, un ex-magistrato coloniale amico di Colette, i libri o i cataloghi immaginari hanno pari diritto di cittadinanza rispetto ai loro fratelli reali: Bouvard e Pécuchet non sono meno autentici di Diderot e d&#8217;Alembert, e Miguel de Cervantes è esistito almeno quanto Don Chisciotte. Per un certo numero &#8211; non di rado considerevole &#8211; di libri che si affollano sugli scaffali, ci sono altrettanti titoli che mancano sia perché non è stato materialmente possibile raccoglierli sia perché ancora non esistono. E se proprio questa stessa assenza testimonia dell&#8217;incapienza di qualsiasi biblioteca, anche la più grande che si possa immaginare, è comunque a lei che si devono i tentativi che sempre rinnovano il sentimento che sta alla base dell&#8217;idea di biblioteca, anche di fronte al sopravanzare di scoperte tecnologiche che quest&#8217;idea tentano di pervertire o cambiare. Per Manguel, insomma, e anche per noi, che delle sue osservazioni siamo persuasi, il Web non potrà mai rimpiazzare il legno e la carta; l&#8217;eterno presente che impronta la Rete poggia su basi meno solide di quelle laterizie della Biblioteca Herzog August di Wolfenbüttel o della Biblioteca Laurenziana progettata da Michelangelo: luoghi di raccoglimento ma anche di confronto, di studio e di fantasia, di scienza e di immaginazione. Ma anche luoghi di resistenza alle sopraffazioni del mondo, avamposti dell&#8217;anima laddove l&#8217;anima sembra sparita: nella Germania nazista dei roghi nelle piazze o nella Kabul martoriata dai bombardamenti del 2001; nelle più povere zone rurali della Colombia o durante il saccheggio degli Archivi di Stato, del Museo Archeologico e della Biblioteca Nazionale di Baghdad nel 2003. Infine, addentrarsi in una biblioteca è come tornare a casa, perché «ogni lettore è un girovago che fa una sosta o un viaggiatore che fa ritorno» cui la sterminata raccolta di parole &#8211; che tale è la modesta libreria domestica o la celebre istituzione letteraria -, sebbene non potrà mai offrirgli «un mondo &#8220;reale&#8221; nel senso in cui è reale il mondo quotidiano di sofferenze e felicità», potrà, invece, offrirgli «un&#8217;immagine aperta di quel mondo reale che, per dirla con le parole del critico francese Jean Roudaut, &#8220;ci concede gentilmente di concepirlo&#8221;, come pure la <em>possibilità</em> di sperimentare, conoscere e ricordare qualcosa che abbiamo intuito in un racconto o immaginato grazie a una riflessione filosofica o poetica».</p>
<h5>L&#8217;articolo è apparso su «Alias» n. 30 &#8211; 26 luglio 2008.</h5></p>
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