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	<title>Nazione Indiana &#187; bicicletta</title>
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		<title>Le chiappe molli di Marino Magliani</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 09:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg"></a>Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo <em>Amsterdam è una farfalla</em>, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/magliani-colpisce-ancora/">Le chiappe molli di Marino Magliani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40765" title="Magliani_amster_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg" alt="" width="198" height="296" /></a>Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo <em>Amsterdam è una farfalla</em>, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica. Bof, si dice l’appassionato di testi maglianici, dove sono transitati davvero tantissimi muri a secco liguri, ma pochissime o punte biciclette. L’inizio, per molti versi imbarazzante, sembra confermare questa prima impressione. Il personaggio Magliani, perché si chiama appunto Magliani, come il vero Magliani, anche se gli olandesi dicono Makliani, non sembra amare molto queste benedette biciclette delle quali gli olandesi sono cultori (la tassonomia è molto complicata, ci dice, limitandosi a qualche impressionistico saggio) e sulle quali a differenza di quanto riesce a lui saltano agilmente, partendo in quarta (lui le ha temute fin dall’infanzia). E non sembra amare particolarmente nemmeno Amsterdam, e nemmeno l’Olanda, a parte forse la costa del nord dove la vita, come una marea, lo ha portato a vivere. <span id="more-40731"></span>E confessa candidamente fin da subito anche che il testo gli è stato commissionato. E chiaramente non sa come cavolo venircene fuori con questa benedetta commissione. La sua idea di  un libro sulla luce di Amsterdam, scritto da un suo eteronimo vivente nel 2100, tal Gregorio Sanderi (che già conosciamo da un romanzo precedente), per di più facendo come se a quel tempo la metropoli fosse soleggiatissima (a dispetto delle previsioni degli specialisti di cambiamenti climatici, chiarisce lui stesso), al lettore appare davvero pessima. Qui si mette malissimo, pensa l’appassionato maglianico, rimpiangendo un qualsivoglia rudere ligure, una grotta, un campo invaso dai rovi. E invece no: intanto è spuntato un imponente personaggio di nome Roland Fagel, traduttore, arrogante e altero, dispotico e irascibile, con il suo consunto borsone di cuoio a tracolla “da editore” (in precedenza è stato editore), con il suo carsimatico panzone. Questo personaggio, che ricorda da vicino il mitico (ho avuto la fortuna di conoscerlo) vero traduttore in olandese di Magliani, che si chiama per l’appunto anche lui Roland Fagel, ha le idee molto chiare, una enciclopedica cultura, un amore senza riserve per le biciclette e per Amsterdam: proprio tutte le qualità che gli permetterebbero di prendere le redini del libro in mano. E lo fa. Trascinando il personaggio Magliani a vedere le cose che gli sembrano capitali, insegnandoli pedantemente la storia (“sapeva schifosamente tutto”), citando e dandogli da leggere testi, insistendo sulle ferite inflitte dalla modernità alla città (le autostrade, la stazione, la metropolitana), facendogli incontrare gli studiosi che secondo lui potrebbero essergli utili, traducendo il suo olandese non proprio perfetto anche quando non sarebbe affatto necessario. Al suo fianco è comparsa anche una seconda volitiva guida, una muscolosa ragazzona di professione contadina biologica (poi si scopre però che attorno alla sua fattoria non c’è traccia di coltivazioni), che avendo letto l’ultimo romanzo dello scrittore, dove si tratta di donnaioli latini, non smette di palpargli le molli chiappe, e appena riesce gli palpa anche il sesso e cerca di saltargli addosso (lo spaurito Magliani riesce a farla franca per un pelo). Anche lei nonostante il nordico arrapamento si dà da fare per la riuscita del libro. E insomma i due energici anfitrioni lo scorrazzano, beninteso in bicicletta, a destra e a sinistra (compresa una lunga e surreale discesa nella parte infera della città, popolata da una temibilissima fauna), gli dicono esplicitamente cosa deve mettere nel libro e come. E lui lo fa, pedissequamente, pedalando di mala voglia, preoccupato dei dolori che gli procura la bicicletta, telefonando ogni tanto alla moglie per dire che sta bene. Non sembra per niente coinvolto, e anzi pare un po’ annoiato, anche se prende pedissequamente delle note su un quadernino. Si anima solo, questo sì, quando la sua fame imperiosa (certo legata alle origini contadine) fa capolino, e lì nascono sempre dei problemi perché lui sarebbe dispostissimo a sfamarsi nel primo postaccio per turisti, mentre il buongustaio Roland Fagel sa cosa bisogna mangiare a Amsterdam, e come, e per trovare l’aringa giusta non esita a traversare la città (sempre in bicicletta). La sola cosa che lo colpisce davvero e profondamente, è la consuetudine che hanno gli olandesi di radere al suolo ogni qualche decennio gli edifici, rubando agli abitanti la “memoria geografica”, come la chiama lui. Nella Liguria che trasporta dentro di lui, dove ogni pietruzza è un ricettacolo infinito di memoria, non è nemmeno immaginabile una cosa del genere. Ha però qualche personale abitudine genuina e incomprensibilmente iniziatica, e in particolare quella di passare le notti su un tetto, all’aperto, chiuso nel suo giaccone  (i personaggi di Magliani, i suoi cultori lo sanno, dormono spesso all’aperto stretti in un giaccone). E per questo aspetto riesce a piegare anche la volontà titanica di Fagel. E insomma ne viene fuori un potente romanzo, spassoso (c’è sempre una prima volta) e avvincente. Ma anche maglianicamente vero e struggente. E ci piacerebbe tanto capire chi cavolo è questo Magliani così vicino all&#8217;autentico Magliani (anche questa è una novità), che pedala, guarda, pensa (senza troppo dirci cosa), mangia, digerisce, dorme. Non fa grandi teorie, non cambia radicalmente il nostro modo di pensare, è lì (“sbadigliammo entrambi”) e nello stesso tempo non è lì, è nella sua Liguria, o meglio i suoi frammenti di Liguria (“Liguria è un nome che non serve, e da noi si usa solo ciò che serve”), che restano pur sempre una potente chiave di lettura del mondo (“Parlare delle mie terrazze per parlare di Amsterdam, o viceversa”). Vorremmo allora sapere perché cavolo ci intriga così tanto, con quali misteriose reti ci avvince. E non lo sappiamo. E proprio qui, come ci succede per tanti altri grandi autori, sta la grandezza. Provare per credere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/magliani-colpisce-ancora/">Le chiappe molli di Marino Magliani</a></p>
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		<title>pedalando fuori</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 11:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/2820021311_638e8deba4.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Se Mario non ci avesse raccontato la sua storia, noi non avremmo mai pensato vedendolo, che viene da 30 anni di carcere.<br />
Ha un aspetto sano, forte, lo sguardo fiero, gli occhi di un celeste pulito, la voce ferma, con l&#8217;accento laziale, tra Testaccio e Prima Porta, due quartieri di Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/15/pedalando-fuori/">pedalando fuori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/2820021311_638e8deba4.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/2820021311_638e8deba4-300x225.jpg" alt="" title="2820021311_638e8deba4" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-37489" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Se Mario non ci avesse raccontato la sua storia, noi non avremmo mai pensato vedendolo, che viene da 30 anni di carcere.<br />
Ha un aspetto sano, forte, lo sguardo fiero, gli occhi di un celeste pulito, la voce ferma, con l&#8217;accento laziale, tra Testaccio e Prima Porta, due quartieri di Roma. Non porta i segni della galera, eppure di anni dentro se ne è fatti molti. Ha girato parecchi istituti di pena, in Italia sono 206 tutti al limite del sovraffollamento, ha  viso diverse realtà.<br />
<span id="more-37488"></span><br />
Oggi Mario ha pagato il suo debito con la giustizia e sta provando con fatica a ricostruirsi una vita dignitosa.</p>
<p>La sua storia passata non la vuole raccontare, chi esce da una situazione del genere solitamente guarda al futuro e non si gira indietro.<br />
E il suo futuro lo sta costruendo grazie agli ecotaxi, risciò silenziosi che scivolano per le strade del centro di Roma.</p>
<p>Mario fa il pedalatore ed è riuscito così a ricostruirsi una nuova esistenza grazie alla <a href="http://www.blow-up.it/info_lastoria.html">Cooperativa Blow up</a> fondata da ex detenuti  nel 2007, dopo varie vicissitudini.  </p>
<p>Ma cosa significa per Mario dopo 30 anni riprendere a lavorare? Non è solo una questione economica, perché attraverso la borsa lavoro del  Ministero di Giustizia, Mario porta a casa 400 euro, e come ci spiega, qualcosa nel frigo bisogna pure metterla.</p>
<p>Dunque Mario, che ora è in pausa, per dir così, perché il servizio risciò a Roma funziona nei mesi estivi, ha fatto una lunga preparazione fisica, anche se il risciò è assistito da un piccolo motore, e anche una preparazione psicologica, perché dopo tanti anni chiuso in carcere tornare tra la gente, e avere un contatto giornaliero ha un forte impatto emotivo, oltre alla responsabilità.  </p>
<p>&#8220;Mi sento investito da una grande responsabilità&#8221; racconta Mario, &#8220;perché portare persone in giro per la città nel risciò a volte diventa complicato&#8221;. Mario non si riferisce solo al traffico che nella Capitale è sempre eccessivo, ma al rapporto con gli automobilisti che spesso fanno manovre azzardate, e quello che per un cittadino può sembrare una banalità, come mandare a quel paese un automobilista, per i pedalatori come Mario non lo è affatto, &#8220;tanto è vero che sono gli stessi fruitori che si arrabbiano con gli automobilisti; noi siamo sempre sotto osservazione e al minimo errore la probabilità di ritornare dentro è molto alta&#8221;.</p>
<p>Dopo un passato da ex detenuto si è marchiati a fuoco,  le persone sono spesso diffidenti. Non però quelle che prendono i risciò, loro sanno che i pedalatori sono ex detenuti e non fanno una piega. I mezzi che giravano per Roma la passata estate avevano la cappottina nera e dietro il marchio del Ministero della Giustizia, dunque una firma, ma anche una sicurezza, come dice Mario, “sul risciò si è sicuri, nessuno oserebbe mai scipparti.”</p>
<p>Lavorare in carcere è importante, ma ancora di più lo è riprendere una attività fuori dalle mura del penitenziario. In Italia ci sono molte realtà di questo tipo. Cooperative sociali che permettono ad ex detenuti di trovare un lavoro una volta scontata la pena, di ricostruire una vita nuova. </p>
<p>Lavorare quando si è dentro è molto complicato; le opportunità di lavoro che vengono offerte non riescono ad accontentare tutti i detenuti, i più rimangono esclusi dai progetti di recupero.</p>
<p>E le ore che si passano nella cella sono lunghe, a volte, come ci ha raccontato Mario, si passano 22 ore in branda imbottiti di psicofarmaci. Non ci si muove da dentro la cella. Per non parlare della promiscuità. “Non può un ragazzo di 20 anni, magari messo dentro per un grammo di troppo di droga, venire messo in cella con un detenuto che è dentro da 30 anni.&#8221;!</p>
<p>Non ci sono nelle carceri criteri di suddivisione, proprio a causa del sovraffollamento. Mario ci ha raccontato delle condizioni pazzesche nelle quali si è trovato. Celle condivise con 6, 7 persone, dove c&#8217;era chi dormiva sulla rete della branda e chi per terra con il materasso. </p>
<p>A Rebibbia la sala polivalente diventa una mega cella con 20, 30, 40 persone, una sala dormitorio, salvo poi venire sgomberata quando arriva in visita il politico di turno.</p>
<p>Ma chi dentro non c&#8217;è stato queste cose non le può sapere. Ci sono gli osservatori che le raccontano, ma si deve essere stati dentro per farle “vedere”.</p>
<p>Il progetto futuro di Mario e della Cooperativa Blow up, è quello di diventare oltre che pedalatori anche costruttori di risciò. Pedalando pedalando si attraversa Roma, si mostrano le bellezze della città ai turisti, si prendono a Trastevere le persone anziane che vanno a fare la spesa o hanno dei problemi motori. Via le cappottine nere, sarà il colore a distinguere i risciò romani.<br />
I 400 euro della borsa lavoro che offre il ministero della Giustizia certo non sono molti, ma come spiega Mario, sono un inizio, l&#8217;inizio per non ritornare al lavoro di prima, ovvero per non ritornare dentro.</p>
<p>[la foto in apice viene dall'album flickr di <a href="http://farm4.static.flickr.com/3273/2820021311_638e8deba4.jpg">LaGru</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/15/pedalando-fuori/">pedalando fuori</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Io volevo andare a New York</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 18:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/">Io volevo andare a New York</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="225" height="144"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Be7T8CRC4TI&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Be7T8CRC4TI&#038;hl=en&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="225" height="144"></embed></object></p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.<br />
Sono arrivato negli Stati Uniti Venerdì 4 ottobre. Aeroporto O’Hare. Chicago. Prima di atterrare, sull’aereo <em>stewart e hostess </em>hanno distribuito ai passeggeri moduli bianchi e moduli verdi. Io ho compilato un modulo bianco. Proprio per aver compilato questo modulo, però, una volta arrivato all’aeroporto sono stato trattenuto alla dogana. Un agente messicano che mi parlava in portoghese mi ha spiegato che per dimostrare di essere un lavoratore e non soltanto un turista avrei dovuto mostrare alla dogana un documento che lo provasse. <span id="more-10070"></span><br />
Adesso che ricordo, quando mi sono seduto nell’ufficio dell’agente, le prime parole che ho ascoltato da lui sono state: “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni lei è costretto a ripartire entro domani”. Mi ero appena fatto nove ore e mezzo di volo senza <em>stopover</em>, avevo attraversato sette fusorari diversi, avevo cercato di dormire senza successo e avevo provato a guardare alcuni dei film che proiettavano a bordo senza riuscirci: George Clooney non mi piace e anche se Sarah Jessica Parker mi piace, non mi piace il film di <em>Sex&#038;The City</em>. Poi, visto che non sono abituato a viaggi come questo e per natura sono alquanto fifone ho avuto una gran paura che l’areo precipitasse da un secondo all’altro per quasi l’intera durata del volo, specialmente durante la manovra di atterraggio mentre il pilota aveva preso la decisione di far entrare l’aeroplano dentro a nuvole gigantesche e nerissime e un paio di volte l’aereo ha traballato che sembrava di essere su una giostra al luna park. Con tutto questo “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni deve ripartire entro domani” non mi è sembrata immediatamente una battuta di spirito.<br />
E, invece, la era.<br />
L’agente messicano dopo averla detta e aver osservato le mie reazioni è scoppiato a ridere e ha fatto scoppiare a ridere anche il  collega seduto alla scrivania di fronte alla sua  dicendo qualcosa in inglese che però non sono riuscito a capire. L’agente che se non ricordo male aveva appuntato il nome Dorfles sulla divisa mi ha spiegato la mia situazione. Mi ha detto che avevo tempo fino al 2 novembre per inviare a Washington la documentazione necessaria per provare che non avevo dichiarato il falso alla dogana degli Stati Uniti d’America. Io avevo lasciato il mio <em>Certificate of Eligibility</em> nel terzo cassetto nella stanza dove vivo da circa trent’anni in Italia. Pensavo che il passaporto e la Visa di sei mesi e soprattutto i soldi che avevo speso per farli e l’incredibile trafila burocratica per ottenerli presso il consolato americano a Milano bastassero.<br />
Comunque, avevo fiducia che l’Università di Grand Forks avrebbe risolto tutto senza problemi. Invece, quattro giorni più tardi, l’8 ottobre, mi sono presentato all’International Office dell’Università per chiedere che si inviassero a Washington il <em>Document of Eligibility </em>(il nome tecnico e’ SEVIS DS-2019) e il <em>Form</em> I-94 oltre al <em>Form </em>I-515 A e il Dr. William Young, un uomo corpulento come può essere corpulento un uomo americano ossia <em>decisamente molto </em>più corpulento di un uomo corpulento italiano, mi ha risposto di avere soltanto le copie e non gli originali – visto che come ho appena finito di scrivere gli originali li avevo io nel terzo cassetto della mia stanza in Italia. Dopo aver osservato per un po’ le mie reazioni il Dr. Young mi ha assicurato che comunque si sarebbe preso cura lui dell’intera faccenda e che non avevo nulla da preoccuparmi.<br />
 Adesso sono abbastanza tranquillo. Allo stato attuale non posso sostenere l’esame – scritto e pratico – per procurarmi la patente internazionale e guidare negli Stati Uniti – così almeno funziona nello stato del North Dakota – e inoltre non posso oltrepassare i confini del Canada, che sono molto vicini a Grand Forks o del Messico che sono molto lontani o di qualunque altro Stato al di fuori degli Stati Uniti d’America. Però sono lo stesso abbastanza tranquillo. Ad esempio una cosa la posso ancora fare: posso ritornare a casa. Con questo voglio dire che se non altro non mi trovo esattamente nella posizione del Victor Navorsky interpretato da Tom Hanks nel film <em>The terminal</em>, se si ha presente questo film curioso, paradossale e tremendamente ben fatto.<br />
Non sono imprigionato qui.<br />
Un altro effetto di questa situazione è che da quindici giorni giro con le tasche del giaccone piene di fotocopie di documenti e per tornare al punto da dove ero partito, quando mi sono presentato il 10 ottobre allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi al corso di inglese per immigrati, ho potuto mostrare soltanto una serie di fotocopie dei miei documenti e per questo mi sono sentito indirizzare dalla cancelleria qualche espressione che in italiano credo si potrebbe ben tradurre con un borbottante “E vabbe’… Fallo passare lo stesso…”.<br />
Grazie a fotocopie di documenti in viaggio verso Washington ho potuto risparmiare trecento dollari per iscrivermi a questa scuola. Per adesso sono molto contento di essermi iscritto. I miei <em>classmates</em> provengono dalle piu’ diverse zone del mondo. Sono simpatici. C’è Neena Thapa proveniente dal Nepal. C’è Lucky Wang proveniente da Pechino. C’è la dolcissima e ricchissima Maysun proveniente da Shangai. Dico che Maysun è ricchissima perchè suo marito l’ha portata in vacanza alle Hawai e mi è stato spiegato che in un posto come quello se si alloggia bene si spende molto. C’è Rabab dall’Iraq. C’è Liena che proviene dalla Russia – ma non so dire precisamente da dove. E poi ho molti <em>classmates</em> di pelle nera.<br />
A parte il clima da scuola elementare (l’altro giorno con la supplente Norma Erickson abbiamo fatto un dettato) la cosa che trovo interessante in una scuola come questa è la didattica. Ad esempio a ogni lezione Norma ci ha insegnato qualche espressione idiomatica. Nel mio quaderno ho appuntato espressioni come “Pinching pennies”, “Chase rainbows” oppure “Scratch my back”. Proprio ieri ho fatto il test per controllare il mio livello di inglese. Tra gli esercizi proposti c’era anche compilare un assegno, scrivere una lettera al proprietario di casa spiegandogli le ragioni del ritardo col pagamento dell’affitto e altri esercizi che mi sembravano studiati apposta per persone appartenenti al gradino più basso di una società occidentale. D’altra parte le stesse espressioni idiomatiche mi pare confermino queste impressioni. “Riparmiare soldi”, “Non mettersi in testa di poter acchiappare l’arcobaleno”, “Restituirsi un favore a vicenda”. Queste e altre mi sembrano espressioni da usarsi da parte di chi tiene pochi quattrini in tasca, ha pochi mezzi e poche possibilità. Insomma, l’impressione è che Norma allo Stanford Centre ci tratti come disperati e che la sua didattica si rivolga più che altro a emergenze sociali.<br />
Però, è divertente, istruttivo, e qualcosa imparo, anche se il grosso lo faccio con Elisabeth e studiando per conto mio.<br />
Ci sono molte cose che potrei scrivere, ma le opinioni che ho per adesso degli Stati Uniti cambiano di giorno in giorno. All’inizio desideravo tenere questo diario pubblicato da Francesca Matteoni su Nazione Indiana – che ringrazio e che spero per questo non venga radiata subito da Gianni Biondillo – in <a href="http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/18827729/About+United+States">lingua inglese</a>. Adesso, però, dopo essermi accorto di essere costantemente  tentato di fare generalizzazioni spaventose e di arrivare di continuo a conclusioni affrettate su costumi, filosofie, modi di fare, di dire, di essere, di tutto da quando sono arrivato qui negli States ho abbassato un po’ le mie ambizioni e ho deciso di scrivere nella mia lingua, anche perchè non mi sembra il caso di usare l’intero contenitore di Nazione Indiana – che dopotutto è un blog letterario importante – per registrare i miei progressi con l’american-english, cosa che in un primo momento, lo confesso, sono stato tentato di fare.<br />
Grazie per l’ospitalità.<br />
La prossima volta cercherò di parlare soprattutto del desiderio di comprarmi una bicicletta e di rivivere la mia adolescenza in una small town americana.<br />
Allora, good bye.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/">Io volevo andare a New York</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Bici</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/24/bici/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 17:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
Editing:<em>Patrizia Bevilacqua</em> </p>
<p> immagine trovata <a href="http://tavoli.webmobili.it/">qui</a></p>
<p>Il primo ad accorgersi dell’abbandono di una bici è il ragno. Tesse in fretta la tela sotto i due steli del manubrio. Poi capita che un ubriaco le si addossa di peso, deformandola, o che qualcuno, arrabbiato con se stesso e con il resto del mondo, si sfoga assestandole un colpo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/24/bici/">Bici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
Editing:<em>Patrizia Bevilacqua</em> </p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/mcmpsgade0105zansella.jpg' alt='mcmpsgade0105zansella.jpg' /> immagine trovata <a href="http://tavoli.webmobili.it/">qui</a></p>
<p>Il primo ad accorgersi dell’abbandono di una bici è il ragno. Tesse in fretta la tela sotto i due steli del manubrio. Poi capita che un ubriaco le si addossa di peso, deformandola, o che qualcuno, arrabbiato con se stesso e con il resto del mondo, si sfoga assestandole un colpo.<br />
Ora la bicicletta è visibilmente storta. Passano alcuni giorni senza che nessuno ne se occupi. Ormai è evidente che è stata abbandonata. E con la pioggia fa la sua comparsa la ruggine, il sigillo dell’abbandono.<br />
<span id="more-5571"></span><br />
E’ il segnale per gli sciacalli della città. Per cominciare si fanno avanti quelli che asportano i pezzi più piccoli: le leve dei freni, un fanale&#8230; Poi è la volta di quelli che staccano i pezzi più grossi: una ruota, l’ingranaggio della catena, la sella ancora nuova…<br />
Alla fine resta lo scheletro nudo. Due, tre pezzi di metallo attaccati. Qualcuno potrebbe vederci un frammento d’arte minimalista. Anche se bisogna essere un tantino cinici a vederla così.<br />
Difficile dire cosa sia meno doloroso. Se essere abbandonata assieme ad altre decine di biciclette nei parcheggi limitrofi alle stazioni ferroviarie, o da sola, legata a un recinto, a un cartello stradale o a una stanga in un punto qualsiasi della città.<br />
Comunque sia, l’abbandono resta un dolore profondo, una sofferenza intollerabile. Non a caso è il tema centrale di molti libri. C’è un esercito di terapeuti che lucra sulla cosiddetta “sindrome del nido vuoto”.</p>
<p>Di punto in bianco ti ritrovi là, incatenata ai ricordi che pesano. La domanda, perpetua, è perché? Fino a ieri tutto andava bene. Passavate ogni giorno insieme, inseparabili, nel bene e nel male. E adesso, tutto è finito… Perché?<br />
La bicicletta entra molto presto nelle nostre vite. In qualche modo, ci accompagna per tutta la vita. Ha la sua parte a ogni età. Come l’amore. La desideriamo, la scopriamo, ci affezioniamo a lei, la molliamo e la riprendiamo, la dimentichiamo e la riscopriamo ancora.<br />
Prova a chiedere a qualcuno se è mai andato in bici: ti guarderà come se gli avessi chiesto se ha mai respirato, se ha mai camminato. E’ una domanda inutile, perché andare in bici è una cosa ovvia.<br />
In genere uno non ricorda quando ha cominciato a camminare. Ma la magia della prima volta in bici, quella non si dimentica mai.</p>
<p>La prima ad affascinarci è stata la bici di papà. Era la cosa che lo rendeva più importante, più grande, più di qualsiasi cosa. Come dimenticare quel sabato mattina, quando ti fece sedere davanti a lui, sulla stanga della sua bicicletta, per portarti dagli amici? Eri convinta di vivere in una favola in cui si diventa adulti da un giorno all’altro. Col vestitino rosa e con quel fiocco simile a un elicottero appena atterrato sulla tua testa, così eccitata che avresti voluto gridare al mondo: <em>Guardateci, questo è il mio papà</em>!<br />
Passano gli anni e la bici è sempre in cima alla lista dei tuoi sogni. Ti sembra di avere tutto. Manca soltanto una bici. E proprio quando hai ormai perso ogni speranza, un giorno come un altro, al solito, tornando da scuola, entri in salotto e trovi l’oggetto dei tuoi desideri: la tua prima bici! Subito la porti fuori, a fare un giretto, specialmente per mostrarla agli amici. Sono tutti intorno a te. Ti senti importante, sei al centro dell’attenzione, e dell’invidia. Gli amici ti pregano di fare un giro. Rispondi con un secco <em>niet</em>!, più perentorio di quello del compagno Stalin.<br />
Dopo un po’ gli amici si stancano di guardare e basta. Ti lasciano col tuo bene prezioso. Tu tieni duro, ma presto capisci quanto è triste e noioso stare da soli. Così hai imparato la prima importante lezione della vita: la pena della solitudine.<br />
Il primo giro lo concedi al tuo migliore amico. Gli altri, dopo. Un giro in due, un altro in cinque, sulla tua piccola bici&#8230; A un certo punto uno annuncia che qualcosa si è rotto. All’improvviso tutti si rivelano dei meccanici. E va a finire che la tanto desiderata bici è ormai smontata, a pezzi.</p>
<p>Per gli adolescenti la bici è un mezzo per mettere alla prova le proprie capacità, oltreché quelle della stessa bici. La sfruttano al massimo, come sanno fare solo i giovani pieni di vigore e di voglia di vivere subito e appieno. In bici compiono spericolate acrobazie, sfidando il destino, se stessi, la forza di gravità, le leggi naturali.<br />
I primi passi per esplorare il mondo fuori del cortile li compiono in bici. La sensazione di libertà la conquistano in bici. Li fa sentire grandi, importanti, rafforza il loro ego.<br />
Tracce di questo spirito restano talvolta anche nell’età adulta. Con la differenza che le pericolose sfide di un adolescente assumono un carattere eccentrico.<br />
Nell’affollata Tokio, un gruppo di personaggi costituito da ambasciatori, imprenditori e grandi manager si dà convegno ogni sabato per percorrere in bicicletta le stradine e i vicoli della megalopoli. Attrezzati di tutto punto, pedalano per le viuzze della capitale, quelle che non si vedono quando l’autista li porta in giro in limousine.</p>
<p>Queste stravaganze fanno sorridere il signor Berto. <em>Magari avessi avuto una bici come quelle di oggi!</em> sospira. Il signor Berto è un saggio e tranquillo maestro. Quando lo si ascolta è difficile vedere in lui il giovanotto che nell’immediato dopoguerra pedalò per tutto lo Stivale, con una bici scassata e il suo migliore amico, percorrendo le strade bianche di cui cinquant’anni addietro era fatta quasi tutta l’Italia. I due procedevano, ignari delle proprie capacità. Il giovane Berto si addormentò in groppa alla bici e si risvegliò fuori strada, in mezzo all’erbaccia.<br />
Da adulti torniamo alla bici per ritrovare noi stessi, per curarci dallo stress, per depurarci dalla carriera che ci ha presso troppo, per sanarci da una delusione, per avvicinarci alla natura o magari a un’altra persona, ma soprattutto per rallentare il ritmo della vita e per riconciliarci con il tempo.<br />
Spesso questo bisogno di rallentare si manifesta dopo che ci hanno regalato una bici. Perché una bici è più di un regalo. E’ un invito a cambiare, a modificare lo stile di vita, è uno spunto per sperimentare il diverso, è una dichiarazione.<br />
Sembra paradossale ma è vero: in bici si vive di più. Non necessariamente più a lungo, ma in senso qualitativo. La bici migliora il contenuto della nostra vita quotidiana. Impone altri ritmi. Con lei non si corre, neanche quando si pedala in fretta.<br />
Già nel 1965 Iris Murdoch scriveva nel suo libro <em>Il rosso e il verde</em> (The red and the green): <em>la bicicletta è il mezzo di trasporto più civilizzato. Tutti gli altri diventano ogni giorno sempre più alienanti. La bici, invece, sta sempre nel cuore.</em></p>
<p>In bici si vincono le gare, non necessariamente quelle sportive. Il celebre ciclista americano Lance Armstrong, ammalatosi di cancro, si dedicò con ancor più passione alla bici. Vinse il Tour de France e la malattia. Tutto è scritto nel suo libro <em>Non è sulla bici: il mio ritorno alla vita</em> (It’s not about the bike: my journey back to life).<br />
Non è mai troppo presto per andare in bici, e non è mai troppo tardi per montarla di nuovo. Per le bici, ogni età è quella giusta.<br />
Eppure le abbandoniamo.<br />
Perché? </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/24/bici/">Bici</a></p>
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		<title>La bici e la morte #2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/30/la-bici-e-la-morte-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2003 22:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p> <em>VITAMIN<br />
Potassio calcio<br />
Ferro magnesio<br />
Biotina minerale<br />
Zinco selenio carnitina-L<br />
Adrenalina endorfina<br />
Elettrolito coenzima<br />
Carboidrato proteina<br />
Vitamina A B C D</em></p>
<p>A un esistenzialista esausto, esaurito dai patetismi dell’anima, può dare sollievo constatare che il corpo in bicicletta è puro metabolismo, materia organica che <em>funziona</em>: sostanze chimiche, biocarburante bruciato nelle fibre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/30/la-bici-e-la-morte-2/">La bici e la morte #2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Esp_20010512_5_Var[1].jpg" alt="Esp_20010512_5_Var[1].jpg" align="left" border="0" height="245" hspace="4" vspace="2" width="160" /> <em>VITAMIN<br />
Potassio calcio<br />
Ferro magnesio<br />
Biotina minerale<br />
Zinco selenio carnitina-L<br />
Adrenalina endorfina<br />
Elettrolito coenzima<br />
Carboidrato proteina<br />
Vitamina A B C D</em></p>
<p>A un esistenzialista esausto, esaurito dai patetismi dell’anima, può dare sollievo constatare che il corpo in bicicletta è puro metabolismo, materia organica che <em>funziona</em>: sostanze chimiche, biocarburante bruciato nelle fibre. In questi anni il ciclismo, insieme all’atletica, ha messo in primo piano il carattere puramente macchinistico dell’atleta: vince chi è dopato meglio.<br />
<span id="more-138"></span><br />
L’atleta non è più un eroe individualista, o al massimo il prode capitano a cui dà man forte una squadra di fedeli gregari sempre pronti al sacrificio. Al contrario, il campione è la punta dell’iceberg di un’équipe di scienziati, sponsor, medici, ricercatori, allenatori che cercano di escogitare metodi di potenziamento e sostanze che non vengano beccate dai controlli: è una gara della tecnica che cerca di gabbare se stessa, di superarsi. La gara si svolge fra due tecnologie: quella del regolamento, delle analisi, dei controlli antidoping, contro la tecnologia della droga clandestina. Il corpo del campione è puro territorio di transito di queste sostanze, ed è campo di battaglia fra legge e trasgressione, fra norma e crimine. Vincere implica avere più soldi per le ricerche scientifiche, più furbizia, più tecnica, più accorto spionaggio industriale… (allo stesso modo il linguaggio è puro territorio di transito dei luoghi comuni del giornalismo ciclistico: l’essere umano viene percorso dalle parole). In questi vent’anni è successo il contrario di quello che ci ha raccontato la fantascienza: non è la macchina ad avere risucchiato l’uomo, metallizzandolo, cibernetizzandolo, reificandolo. È l’uomo ad essersi fatto cosa, ad aver incorporato in sé i comportamenti e la postura dei suoi oggetti. Forse per questo la musica di <strong>Tour de France Soundtracks</strong> suona così scura, non concede più nessuna allegria euforica (nessun canto melodico) all’ebbrezza di valicare i confini dell’umano espandendosi nella tecnica. I primi oggetti prodotti dalla nostra tecnologia siamo noi. Gli esseri umani sono diventati protesi di se stessi.</p>
<p><em>TOUR DE FRANCE (1983)<br />
L’inferno del Nord Parigi-Roubaix<br />
La Costa Azzurra e Saint-Tropez<br />
Le Alpi e i Pirenei<br />
Ultima tappa Champs-Elysées<br />
Galibier e Tourmalet<br />
A passo di danza fino in cima<br />
Pedalare con un rapporto lungo<br />
Sprint finale all’arrivo<br />
Foratura sul pavé<br />
La bici riparata alla svelta<br />
Il gruppo di nuovo compatto<br />
Cameratismo e amicizia</em></p>
<p>La versione 1983 del brano <strong>Tour de France</strong> raccontava un minuscolo dramma: la separazione dal gruppo dopo una foratura sul pavé. Ma la ruota viene presto sostituita, il ritardatario si ricongiunge ai compagni, ritrova la sua salvezza nell’anonimato dello sciame, nell’indistinzione del gruppo: per la felicità di essere di nuovo tutti insieme, i ciclisti si danno pacche sulle spalle. Sembra l’utopia di un mondo monosessuale, di fatto asessuato, come certi universi romanzeschi di <strong>Melville</strong>, <strong>Stevenson</strong>, <strong>Conrad</strong>, <strong>Chesterton</strong>, dove tutti i personaggi sono maschi. Eppure la bici ha rappresentato ben altro nella storia sociale d’Occidente: „La diffusione della bicicletta portò a una frequentazione fra i due sessi, per la prima volta senza il controllo di accompagnatori o sorveglianti, in particolare con lo sviluppo,  dopo il 1880, della ‘bici di sicurezza’ Rover a catena. Ne derivarono appelli e allarmi preoccupati per il caos morale e anche per l’evoluzione del modo di pedalare delle donne, che in bici diventavano sempre più mascoline&#8221; (<strong>The New Encyclopaedia Britannica</strong>, 15a ediz., 1989, alla voce <em>Bicycle</em>). Nei nuovi brani del 2003 non c’è nessuno sviluppo narrativo, solo situazioni. Non ci sono nemmeno individui o gruppi. Pure elencazioni nominali, liste di sostantivi, senza pronomi, quasi senza verbi. Nei testi dei dischi precedenti dei <strong>Kraftwerk</strong> predominava il <em>noi</em>, in cui il soggetto si discioglieva, esprimendo se stesso al plurale, a nome di tutti e di nessuno in particolare.</p>
<p><em>LA FORME<br />
Inspirazione espirazione<br />
Contrazione decontrazione<br />
Ventilazione rotazione<br />
Estensione e flessione<br />
Preparazione allenamento<br />
Concentrazione e condizione<br />
Rigenerazione rilassamento<br />
Idratazione alimentazione<br />
La forma</em></p>
<p>Una vera dichiarazione di estetica è <strong>La forme</strong>. Abolite storia e narrazione, resta comunque il non piccolo problema di avere un destino mortale. Come sbarazzarsi anche della morte, dopo aver fatto a meno del corpo, del sesso, dell’identità, della storia? Diventando una statua vivente, un monumento mobile. Movimento muscolare macchinico di un corpo che ha deciso un gesto una volta per tutte e lo rifà <em>ad libitum</em> senza più <em>libido</em>, un essere che non ha memoria o futuro, né speranza né disperazione, ma si emblematizza nella perfezione di un moto perpetuo. Raffigurandosi in questo blasone araldico, nel tempo fatto entrare in loop (il circolo virtuoso della pedalazione), la vita impersona la forma, trasloca nella forma come in uno stampo, <strong>la vita <em>diventa</em> forma</strong>: forma intesa naturalmente come figura, complessione di parti, unità, struttura, limite e contorno, ma anche come virtù sportiva di chi sta bene e dà il meglio di se in quanto è <em>in forma</em>: forma come virtuosismo materialistico, massima espressione delle possibilità fisiche perseguite con mistica determinazione spirituale. Il tempo si blocca perché è stato catturato in una ripetizione. Un complicato sogno razionale, ma tutto sommato facile da eseguire (basta salire su una bici!), sfratta la catastrofe dalle proprie serene allucinazioni. Turismo sportivo di maschi adulti che escogitano un gesto, una parola, una forma per girare al largo dal proprio destino. Nel frattempo ci pensa la loro stessa musica a far risuonare la livida colonna sonora della morte.</p>
<p><em>Nota: quelli citati in corsivo sono i testi del disco. Nell’originale sono cantati (o meglio, pronunciati) in francese, tedesco, inglese.</em></p>
<p><strong>(2. fine)</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/30/la-bici-e-la-morte-2/">La bici e la morte #2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La bici e la morte #1</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Sep 2003 22:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
		<category><![CDATA[doping]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p> Un mese fa ho comprato <strong>Tour de France Soundtracks</strong> dei <strong><a href="http://www.kraftwerk.de">Kraftwerk</a></strong>. L’ho ascoltato al tramonto, con gli auricolari, per due o tre sere di seguito, facendo lunghi giri in bicicletta nei boschi brandeburghesi. Il disco contiene poco meno di un’ora di musica plumbea, più cinque minuti di colori spalancati e felicità inventiva.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/29/la-bici-e-la-morte-1/">La bici e la morte #1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/e382163xuox[1].jpg" alt="e382163xuox[1].jpg" align="left" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="200" /> Un mese fa ho comprato <strong>Tour de France Soundtracks</strong> dei <strong><a href="http://www.kraftwerk.de">Kraftwerk</a></strong>. L’ho ascoltato al tramonto, con gli auricolari, per due o tre sere di seguito, facendo lunghi giri in bicicletta nei boschi brandeburghesi. Il disco contiene poco meno di un’ora di musica plumbea, più cinque minuti di colori spalancati e felicità inventiva. In <strong>Tour de France Soundtracks</strong> quasi tutto è greve sfondo, ben poco si staglia in primo piano. Nessun ritornello memorabile. I rari decolli melodici vengono schiacciati sulle nervature ritmiche, quasi dovessero essere repressi.<br />
<span id="more-135"></span><br />
Al confronto, il vecchio pezzo <em>Tour de France</em>, che risale al 1983 e che qui viene ripresentato in coda al disco, è un’esplosione di gioia: persino gli ingranaggi delle rotelle del cambio, in quel brano, cantavano sopra l’asfalto, stormi di uccelli spauriti si alzavano in volo al passaggio del gruppo di ciclisti. Li immaginiamo ripresi in video dall’elicottero, con un’inquadratura vastissima che inghiotte vorace tutto il paesaggio che c’è. Quante melodie dolcissime, quanta troppoumana commozione avevano riversato nei loro dischi di venti, trent’anni fa questi cantori del post-umano!</p>
<p><em>TITANIUM<br />
Carbonio-alluminio<br />
Telaio titanio</em></p>
<p>A metà agosto, i giornali tedeschi hanno celebrato l’evento. Era da diciassette anni, dai tempi di <strong>Electric Café</strong> (1986), che i <strong>Kraftwerk</strong> non registravano un album intero tutto nuovo. Le recensioni hanno dovuto spiegare agli stessi tedeschi chi siano, o meglio chi siano stati negli anni Settanta e Ottanta <strong>Ralf Hütter</strong> e <strong>Florian Schneider</strong>, che cosa ha significato questo gruppo nella storia del pop. Il tono dei recensori era rispettoso, non certo entusiasta. Alcuni hanno fatto notare che un quarto di secolo fa questi suoni si presentavano come esoterismo elettronico rivelato alle masse, emesso da macchinari inauditi, ingombranti, costosi, spesso assemblati dai musicisti stessi, mentre oggi qualsiasi deejay dilettante può produrre suoni sintetici e modificare le forme d’onda sonora con un personal computer o una playstation.</p>
<p><em>ELEKTRO KARDIOGRAMM<br />
Minimo<br />
Massimo<br />
Battiti al minuto<br />
Elettrocardiogramma</em></p>
<p>Dopo le autostrade, la radioattività, i treni, i manichini, i robot, le onde elettromagnetiche, la luce al neon, le antenne, le centrali nucleari, la calcolatrice tascabile, il personal computer, questa volta i <strong>Kraftwerk</strong> cantano la bicicletta. Può sembrare una ritrattazione umanistica, una regressione al sudore, alla fatica, alla retorica sacrificale da <strong>Gazzetta dello Sport</strong>: nel brano <strong>Elektro Kardiogramm</strong> si campiona un respiro in affanno, e il battito di un cuore sotto sforzo stambura al posto della sezione ritmica. In bicicletta il corpo si robotizza con un gesto semplice, un meccanismo che per noi ormai è diventato un’abitudine, ma che è sommamente innaturale. La pedalazione non esiste in natura, è la bici ad averla evocata, inventata, nel moto circolare delle nostre gambe, appena un secolo e mezzo fa: la bicicletta, nella forma in cui la usiamo oggi, con trasmissione a catena e pneumatici, è stata messa a punto nei decenni 1870-1880. Basta una postura, un movimento ripetuto, e diventiamo all’istante robot. La macchinizzazione del corpo non è fantascienza. È già avvenuta da almeno centocinquant’anni.</p>
<p><em>AERO DYNAMIK<br />
Perfezione<br />
Meccanica<br />
Aero dinamica<br />
Materiale e tecnica<br />
Aero dinamica<br />
Condizione e fisico<br />
Aero dinamica<br />
Postura e tattica<br />
Aero dinamica</em></p>
<p>In bicicletta il corpo è la forza motrice e il carico da trasportare. In bici il corpo è fonte e destino del proprio lavoro. In mezzo, fra questa origine e questa destinazione, c’è la bicicletta. Perciò la bici produce due viaggi. Il primo, banalmente, è quello che prevede una partenza e un arrivo, uno spostamento verso una meta. Il secondo viaggio, meno evidente, è quello dell’energia che parte dal motore muscolare, si convoglia nel mezzo meccanico, si scarica nel trasporto del corpo medesimo, impegnato a lavorare per il proprio trasloco. In bici è come se il corpo si nascondesse, perché si nega in quanto carico e fardello, travestendosi da puro motore. In bicicletta, il lavoro del corpo ritorna al corpo e lo oltrepassa, non solo perché lo spinge avanti, come fa qualsiasi passo di un essere umano che cammina, ma perché smentisce la sua pesantezza, ne riduce l’attrito, lo alleggerisce. Il lavoro prodotto dal corpo in bicicletta lo disincarna, lo spiritualizza. Il ciclista orbita intorno al pianeta come un satellite di superficie. Mentre un filone dell’estetica degli anni Novanta, inconsapevole discepola dei <strong>Kraftwerk</strong>, ha celebrato l’<em>homo cyberneticus</em>, connesso alla macchina tramite complicati dispositivi elettronici, con le carni confuse e indistinguibili dalle loro protesi tecnologiche, i due saggi di Düsseldorf ora sillabano che per diventare uomini-macchina basta montare sul sellino e spingere sui pedali.</p>
<p><em>TOUR DE FRANCE (2003)<br />
RadioCorsa informazione<br />
Trasmissione televisione<br />
Reportage in motocicletta<br />
Videocamera e macchina fotografica<br />
Presentazione delle squadre<br />
Viene dato il via<br />
Si bruciano le tappe<br />
Si lancia la corsa<br />
I corridori cronometrati<br />
Per la prova della verità<br />
I monti le valli<br />
I gran premi della montagna la passerella<br />
Oltre lo striscione dell’ultimo chilometro<br />
Maglia gialla all’arrivo<br />
RadioCorsa informazione<br />
Trasmissione televisione<br />
Reportage in motocicletta<br />
Minicamera e macchina fotografica</em></p>
<p>Il <strong>Tour de France</strong> è gara, è sport, è scarico di energia senza scopo, senza necessità. È un’attività virtuale, è realtà impastata di immaginario. Si mobilita un’incredibile quantità di maestranze, funzionari, giornalisti, investimenti economici, logiche spettacolari per organizzare la solita produzione di un risultato simbolico, tutto giocato all’interno di regole cerimoniali, gerarchie di valori autistiche: che senso ha altrimenti &#8220;tagliare il traguardo&#8221;, che cosa significa veramente &#8220;arrivare primi&#8221; fuori dallo sport, nella vita cosiddetta reale? Il Tour, nell’essere un „giro&#8221;, indica che non c’è un vero viaggio, ma soltanto una gita anelliforme: come il viaggio del <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/00169.html#more">signor M.</a></strong> nel racconto di <strong>Dario Voltolini</strong>, la mappa del Tour rappresenta idealmente un giro di pedivella, traccia sulla carta una pedalata geografica. Il Tour si muove per tornare viziosamente al punto di partenza: ma si tratta di un circolo virtuoso, proprio perché il Giro-Tour spiritualizza il movimento, lo colloca su un altro livello, lo affranca dalle necessità della vita, come quella di doversi spostare da Narbonne a Toulouse per lavoro.</p>
<p><em>Nota: quelli citati in corsivo sono i testi del disco. Nell’originale sono cantati (o meglio, pronunciati) in francese, tedesco, inglese.</em></p>
<p><strong>(1. continua)</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/29/la-bici-e-la-morte-1/">La bici e la morte #1</a></p>
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